Archive for the ‘DEGUSTAZIONI VINI’ Category
30 agosto 2012
Un bianco sontuoso, quadrato, impeccabile. Ha un colore biondo luminoso, mentre il naso è un portento: ampio, fitto, orizzontale. Il sorso è subito materico, va però sciogliendosi dolcemente in bocca, lentamente, sino a dissolversi rarefatto e minerale…

Qualcuno di voi lo conoscerà senz’altro, questo qui è Philippe Pacalet, di mestiere fa il Négotiant e sta in Borgogna dove si prende cura – più o meno – di circa 9 ettari di vigna. Ci fa generalmente grandi vini. Si muove con destrezza tra Pommard, Gevrey-Chambertin, Meursault, Chambolle-Musigny, Puligny-Montrachet, Vosne-Romanée, Nuits-St. Georges dove si è scelto con cura alcune piccole particelle dove mettere le mani, talvolta accontentandosi addirittura di pochi filari. Da queste ci fa almeno 25 vini diversi, starci dietro può essere davvero un’impresa. Anche se molto piacevole.

Sa il fatto suo sia sul pinot noir che sullo chardonnay (più sul primo che sul secondo, a dirla con tutta franchezza), è uno che in vigna ci sa fare e per questo tra i cosiddetti vini naturali le sue selezioni sono tra le più ricercate ed ambite. I rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per distendersi ma non è trascurabile la loro finezza sin dalla giovine età. Talvolta possono essere un vero e proprio manifesto dell’annata. I bianchi, Chassagne-Montrachet, Puligny-Montrachet e Corton-Charlemagne su tutti, forse una decina d’anni in meno ma quest’ultimo, a mio modesto parere, rimane il più buono in assoluto: in poche, semplici, esaustive parole, c’è tanta vita qua dentro.
Addendum: e non mi venite a dire che mi piace vincere facile e che è troppo presto per stappare un Corton-Charlemagne 2010 perché lo so ma non me ne può fregar di meno!
Tag:beaune, borgogna, chardonnay, chassagne montrachet, corton charlemagne, mersault, negotiant, philippe pacalet, pinot noir, vini naturali
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18 agosto 2012
Di tante bottiglie che mi passano tra le mani ogni anno mi piace conservare sempre un buon ricordo di quelle insolite, soprattutto quando, come in questo caso, il nettare servito – che hai provato, scelto tu di mettere in carta e vivaddìo pure finito! – fa la sua bella figura nei calici dei tuoi avventori.

Questa era una delle novità di questa stagione, si chiama Poiré Granit ma non è un vino. Invero è difficile convincermi che oltre il vino in senso stretto ci sia qualcos’altro di sorprendente da poter mettere in carta al ristorante da offrire ai clienti; per dirne una, non sono mai stato per esempio un fan della Carta delle Birre, men che meno di quelle Artigianali che hanno bisogno di un palcoscenico sensibilmente diverso e di una proposta culinaria molto più specifica e caratterizzante per esaltarsi. Aggiungo, birre di 8 barra 9 o 10 gradi in alcol sono ben altra cosa di ciò che le nostre papille gustative sono in grado di riconoscere come una “bionda o rossa” o giù di lì. Pertanto lasciamo divertire nei loro garage con i kit preconfezionati i più di cento mastri birrai venuti fuori negli ultimi anni in Italia e guardiamo ad altro, per il momento.
Ritornando a noi, questo tizio si chiama Eric Bordelet, è stato per tanti anni sommelier a L’Arpège, poi ad un certo punto della sua vita ha dato un taglio netto a tutto ed è ritornato alle origini riprendendo in mano le sorti dell’azienda di famiglia nel sud della Normandia, dove coltiva frutti, mele e pere anzitutto.
In poche righe, Poirè Granit è una bevanda ottenuta da fermentazione naturale del succo di pera, in questo caso circa una ventina di varietà diverse tipiche dell’areale; allo Chateau Hauteville, che dista pochi chilometri da Charchigné, il suolo è praticamente granitico come fosse un prolungamento della falda che caratterizza il massiccio Armoricano; qui la piantagione di frutta ne trae un forte beneficio e la poduzione di Sidre e Poiré di Bordolet ne riesce a condensare parecchia conservando una timbrica gustativa molto particolare. Tra l’altro quasi tutte le piante qui hanno in media oltre trecento anni, ed altezze ragguardevoli sino a 20 metri, il ché la dice lunga sulla storicità e la tradizione di queste coltivazioni. In più Eric Bordolét, per chi ne avesse suggestione, è anche uno dei maggiori portavoce dell’Unions de Gens de Metiérs (qui).

Il Granit 2011 ha un gradevole colore paglierino, una spuma consistente e molto invitante. Il primo naso è subito caratterizzato da note fermentative e agrumate frammiste però alla tipicità fruttata dolce della pera appena frullata, ma anche deliziose nuances moscate, di fieno e zafferano in polvere. Il sorso è sorprendente, la vivacità e la temperatura ne accentuano sin da subito la freschezza, avvenente direi, rinfrescante, con un finale sì dolce ma per niente stucchevole; sa naturalmente di succo di pera ma si colgono con una certa piacevolezza diverse sfumature che vanno dallo zucchero grezzo di canna ad un retrogusto un po’ speziato.
In definitiva, più del Sidre Brut che ho trovato un tantino imbrigliato nelle note ossidative e che chiude un po’ troppo amaro, il Poiré Granit vi conquisterà definitivamente per la sua grazia. Ha appena 4% in alcol, così se appare scontato proporlo come fine pasto (uso Moscato d’Asti, ndr) su dessert cremosi pensatelo invece come un fresco e leggero aperitivo agostano da bere ghiacciato.
Tag:big picture, charchigné, chateau hauteville, l'arpege, poirè granit 2011 eric bordolet, sidre brut, sidro di mele, vino di mele, vino di pere
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17 agosto 2012
Scrivevo un paio di post fa di quanto è veramente buono il Cristal di Louis Roederer, ma anche quanto fosse importante, necessario per certe bottiglie – nonostante la cronaca ce le racconti come superlative e che la storia ce le consegna come icone assolute – conquistarsi ogni volta i galloni che portano in dote…

Così a meno di una settimana dall’assaggio del 2004 ecco con questo ‘97 la riprova della straordinarietà di questo celeberrimo Champagne; un’etichetta ahimè spesso contrastata più per un principio anticonformista che per altro. E’ notorio infatti come questa cuvée de prestige soffra terribilmente di un’immagine sovraesposta e spesso controproducente: uno Champagne da esibizionisti, perfetto per chi desidera ostentare la propria ricchezza, il proprio potere o più semplicemente l’eccitazione del momento.
Il primo di tutti fu lo zar Alessandro II per il quale Louis Roederer in persona nel 1876 confezionò per la prima volta questa cuvée nella storica bottiglia trasparente a fondo piatto, in quell’epoca di cristallo, da cui poi prese il nome. Ancora oggi viene fuori dai migliori vini base pinot noir e chardonnay e solo da vigne di proprietà della Montagne de Reims, Vallée de la Marne e la Côte des Blancs. Il Cristal rimane nelle caves della maison di Reims almeno 6 anni (a volte anche 7) prima della commercializzazione; quasi sempre però, questo è un consiglio personale appassionato, è bene puntare, laddove è possibile a millesimi con almeno 2/3 anni in più sul groppone. Arrivando magari ai 10. Il perché è presto svelato, sta tutto nella tagliente acidità che questo Champagne si porta dietro per almeno 20 anni, nonostante la maturità di frutto ed una certa grassezza espressa in alcuni millesimi più che in altri; il timbro gustativo, grazie anche ad un dosaggio volutamente contenuto intorno agli 8-10 g/l, rimane sorprendentemente fresco e prodigo di stilettate oltreché di vibrante mineralità.
Ha una grande personalità questo Cristal 1997, nonostante i 15 anni lo facciano pensare ancora nella piena adolescenza (!). Il colore è appena appena maturo ma luminoso, il naso rimane inizialmente un tantino curvo su note salmastre che vanno però via quasi immediatamente consegnando uno spettro olfattivo niveo, di grande fascino e profondità centrato – ancora – su toni esotici, agrumati e minerali. In bocca è appena materico, il sorso comincia grasso e un poco nocciolato ma poi riporta alle papille deliziosi sapori balsamici e agrumati. Infinitamente vivace e sapido. Da almanacco dei ricordi indimenticabili!
Tag:champagne cristal, chardonnay, cristal roederer, frederic rauzaud, louis roederer, maison de champagne, pinot noir, reims
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14 agosto 2012
Ne hanno già parlato praticamente tutti, così eccomi in coda per aggiungere la mia su questo bellissimo pinot nero insolito e gustoso come pochi e questa bella “novità” di mercato per noi comuni mortali.

Lo dipingono come un tipo difficile Fulvio Bressan¤ e con molta probabilità non si sbagliano, ma se uno poi fa vini così buoni non è che ci stai troppo a pensare; magari ne parlerai poco con lui, saprai già come approcciarti al suo banchetto alle (poche) fiere dove lo trovi, ma quantomeno ne guadagni attaccandoti alle sue bottiglie.
Ha una bellissima forgia il Pinot Nero 2006, un colore acceso e invitante ed un naso scalpitante e polposo; ci trovi dentro di tutto, dal garofano passito alle amarene nere dolci e succose, dai piccoli mirtilli dalla buccia pruinosa alle note di sottobosco, china e ancora sentori balsamici e note ferrose. Ma è in bocca che diviene travolgente, debordante oserei dire, ha frutta e tutto quanto il resto da vendere. Il sorso è fresco e pungente, il vino avvolge il palato con intensità e voluttà scivolando poi via dalle papille con energia e gusto. Esecuzione impeccabile, non v’è da dire altro!
Conservatelo in fresco prima di servirlo, se ci riuscite cercate di tenerlo costantemente intorno ai 14 gradi, magari anche un po’ meno in questi giorni agostani, vedrete che ne farete il vostro rosso per l’estate!
Tag:big picture, christian bucci, collio, corona del friuli, farra d'isonzo, friuli venezioa giulia, fulvio bressan, les caves de pyrene, mastri vinai bressan, pinot nero, venezia giulia
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5 agosto 2012
Anche se non sempre sono esperienze rassicuranti e ristrutturanti, il ricordo di certe bottiglie, per quanto storicamente significative, galleggia sempre tra la sufficienza e il mediocre; e pare che a molti tanto basta per essere certi della propria idea.

Del Cristal di Louis Roederer è tuttavia un giudizio positivo quello che mi porto dietro, pur nella necessità di doverlo rinnovare periodicamente per evitare che il senso della conoscenza, il sapere stesso di questa etichetta si affievolisca; poi può anche succedere di ridursi in una memoria talmente labile da rischiare di trasformarsi, nel bene e nel male – il più delle volte nel male, non necessariamente con malizia -, in un giudizio definitivo quanto più insindacabile. Così una grande bottiglia rischia di esserlo per la storia, per il blasone, per il mercato ma non sempre per il palato.
E’ un bene dunque che anche il Cristal, da grande Champagne qual è, sappia di tanto in tanto meritarsi, bicchiere alla mano, i galloni che la cronaca, il blasone e la storia ci impongono. Eccola la mia riprova, così chiara che non serve aggiungerci molto di più: statene certi, il 2004 è buono, buono per davvero!
Tag:big picture, champagne, cristal, cristal champagne, il vino dello zar, louis roederer, reims
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2 agosto 2012
Capita una mattina di ritrovarsi sotto l’ombrellone a fare due chiacchiere sulla sera prima: l’aperitivo al tramonto, l’atmosfera unica al Faro di Anacapri, le grasse risate per quel vassoio rovesciato – l’imbarazzo della cameriera per aver rovinato quel vestito di Prada è impensabile! -, ma soprattutto l’ottima cena e, immancabili, le buone bottiglie bevute. Bottiglie per una volta sconosciute. E sorprendenti…

Quando si ha una idea precisa di cosa sia o cosa possa divenire nel tempo uno Champagne, anche un assaggio controverso può rivelarsi invece una bella scoperta da appuntare subito sul taccuino, ovvero mettere subito in rete. Sconosciuta e sorprendente era l’etichetta Prestige Brut 2003 di Jacques Picard, récoltant–manipulant a Berru, un paesino di poche anime appena fuori Reims; i protagonisti, ancor più sconosciuti, sono José Lievens e sua moglie Corinne Picard, che dalle loro migliori vigne tirano via uva per circa 8.000 bottiglie di questo ottimo haut de gamme, una piccolissima fetta di quella immensa torta che è il mercato dello Champagne, una fetta però dolcissima e imperdibile.
Ecco perché ci ritornerò su volentieri, non appena possibile; per adesso val bene segnalarvi che trattasi di una bella storia d’amore sbocciata tra le vigne, di agricoltura sostenibile e di uno stile champenois tagliente e implacabile – controverso, appunto – e di prezzi vivaddìo più che umani.

E sconosciuta era la bottiglia di Vita Menia 2011, rosato da piedirosso e aglianico prodotto nelle vigne a Raito, minuscola frazione sopra la costiera amalfitana, sopra il mare di Vietri per intenderci. Panorama mozzafiato, la vigna qui è tutta a conduzione biologica. Di questo sottile e profumato rosato se ne fanno appena seicento bottiglie l’anno, Patrizia Malanga ha voluto mandarmene qualcuna; un pensiero prezioso, almeno quanto il vino saggiato.
Bello e invitante il colore cerasuolo, il naso è ciliegioso ma anche un po’ marino, mentre il sorso è secco, leggiadro e sapido. Il frutto ritorna perentorio in bocca, aggraziando il palato sollazzato da una beva fresca e gradevole. Andatela a trovare Patrizia, siete ancora in tempo per sposare il mare alla vigna che lì, dalle quelle parti mi dicono essere entrambi bellissimi. 🙂
Tag:aglianico, berru, big picture, champagne, chardonnay, colli di salerno rosato vita menia le vigne di raito, fortunato sebastiano, gennaro reale, jacques picard, le vigne di raito, patrizia malanga, piedirosso, pinot meunier, pinot noir, prestige brut, ragis, raito, reims, vietri sul mare, vita menia
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27 luglio 2012
Ne avevo già parlato con grande entusiasmo, forse anche esagerando i toni tanto fui preso dalla bella serata passata in compagnia, ma di certo non nei contenuti, dettati da sensazioni estremamente positive (qui).

Desideravo infatti fortemente che questo vino divenisse un riferimento assoluto per tutte le bevute successive di chi cercasse nel Taurasi quell’anima vera, rude ed implacabile che solo l’aglianico e il terroir di certe piccole vigne irpine sanno imprimere in certi vini. Sappiamo bene che c’è sicuramente anche dell’altro, a volte bottiglie anche più suggestive di questa dei Lonardo, o di più completa espressione in termini di eleganza e avvolgenza degustativa, ma il ’99 di Sandro – come lo sono alcune vecchie e nuove Radici Riserva di Mastroberardino – è davvero un caposaldo della viticultura taurasina, che niente concede al tempo se non l’opportunità di sfidarlo.
Ieri sera ancora una conferma. Lasciato respirare, il naso esprime tutta la grandeur del varietale, ancora incentrato su toni di viola e marasca sotto spirito, poi una continua sventagliata di sentori balsamici e speziati, di sottobosco e cioccolato fondente. Il frutto ritorna massivo in bocca, molto gradevole, a tratti vinoso; il sorso però è asciutto, quasi austero, puntuto, sollecita insistentemente il palato sino ad avvolgerlo, indulgente e sgraziato. Elogio dell’imperfezione, chiude un poco amaro, come amaro è accettare che in cantina siano rimaste appena una decina di bottiglie ancora. Irripetibile!
Tag:aglianico di taurasi, antonella lonardo, contrade di taurasi, giancarlo moschetti, sandro lonardo, starseto taurasino, taurasi, taurasi 1999 lonardo
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23 luglio 2012
Giusto ieri sottolineavo quanto il vino rosato italiano stia recuperando posizioni e consensi tra i consumatori più appassionati; proprio questo è uno di quei vini che sicuramente contribuisce in maniera decisiva al “rinascimento” della tipologia…

Poco o nulla da ribadire su questo stupendo vino, altro colpo ad effetto del grande Franz Haas che va a rimpolpare una gamma di vini sempre di grande valore. Val la pena però lasciare una traccia di questo pinot nero 2011 rosé che pare avere una marcia ancora in più rispetto ai precedenti duemiladieci, assaggiato l’anno scorso – qui tra i miei migliori della scorsa estate – e duemilanove dell’anno prima ancora, praticamente all’esordio.
Ha un bel colore ciliegia chiaro con un naso intenso, fresco e fruttato; parte del vino fermenta in legno, poi solo acciaio e bottiglia, anche per questo il varietale è in grande spolvero, col naso polposo e balsamico che richiama lamponi, more ed erbe aromatiche mentre il sorso è deliziosamente fresco e disteso, succoso e sapido con un finale rinfrescante che invita subito ad un nuovo bicchiere. Immancabile!
Tag:alto adige pinot nero rosè franz haas, montagna, pinot nero, pinot nero rosè, vino rosati d'italia
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12 luglio 2012
Quattro piatti di Ugo Alciati del Ristorante Guido di Pollenzo che mi piace “rivedere” in abbinamento a 4 bollicine che mi hanno particolarmente colpito in queste ultime settimane e che sento di riproporvi in assaggio. Un gioco di alleggerimento e freschezza sempre opportuno in estate pur senza dimenticare però la tradizione, sempre ben interpretata dal talento di Ugo.

L’Aperitivo. Fingersandwich, la salsiccia fresca. Un omaggio alla sua terra che però vedo bene con una bollicina del profondo sud molto invitante, profumata e leggiadra, qual è il Brut Rosé di Rosa del Golfo da negroamaro e chardonnay: naso delicato, che sa di crosta di pane, petali di rosa, lampone e mora. In bocca scorre via che è un piacere, starci dietro manco a dirlo!
L’Antipasto. Filetto crudo di Vitella Bianca piemontese, alici di Cetara e Parmigiano Reggiano 36 mesi, con Abissi 2009 di Bisson; bollicina suggestiva e puntuta, dal naso curioso, dapprima giocato su note di frutta secca e spezie dolci, poi invece marine, iodate, con un timbro salmastro largamente gradevole, molto particolare e avvincente. Il sorso è asciutto, di spessore, chiede spazio e se lo prende, è vivace, fresco e di buona persistenza, assai sapido.

Il secondo. “Caldo freddo” di Faraona con riduzione al marsala. Mi è subito saltato in mente lo splendido Champagne Cuvée Millésimé 2000 di Alain Thienot, forse nuovo ai più ma senz’altro un piccolo gioiello tra le cosiddette Maison d’Aujourd’hui; 60% chardonnay dalla Cote des Blancs ed il restante 40% pinot noir da Montaigne de Reims. Vino di grande equilibrio degustativo, dal naso ricco, polputo e verticale e dal sorso maturo e avvolgente. Insomma, una grande cuvée da consumare a tutto pasto!

Il dessert. Gelato al fiordilatte con pomodori canditi e basilico fritto. Fortissimamente territorio con il gelato più buono mai mangiato (leggi anche qui) accompagnato per l’occasione da spicchi di pomodorino canditi; così, di slancio, l’accostamento all’ottimo e spumeggiante Asti Galarej 2010 di Fontanafredda. Dolci note moscate messe in riga da un palato sì zuccherino ma mai banale. Controcorrente e fortunato.
Le foto dei piatti sono di Umberto D’aniello © 2012.
Tag:abissi bisson, asti spumante galarey fontanafredda, bianchetta genovese, big picture, champagne, chardonnay, golfo del tigullio, metdo classico, moscato d'asti, pinot meunier, pinot nero, ristorante guido da pollenzo, thienot millesime 2000, trento doc, ugo alciati, vermentino
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2 luglio 2012
Da sempre Gianfranco Soldera e i suoi vini dividono appassionati e critici suscitando, nel bene e nel male, passioni e tensioni più di ogni altro produttore lì a Montalcino.

E’ difficile farsene una idea precisa su quale sia la posizione (o le posizioni) definitive sugli argomenti perennemente in discussione – filosofia, centralità delle colture, esposizioni, naturalità, tipicità ecc… -, e non v’è argomento tra questi che non sia stato messo in cassaforte o, per contro, alla berlina ogni qualvolta si apre una bottiglia di Brunello Riserva Soldera di Case Basse.
Tenendo tra le dita questo ’99 ho ripesato all’infinito e a quanto questo concetto abbia profondamente diviso, lacerato le coscienze di molti fini pensatori della storia, antica e contemporanea. Il suo rifiuto ha origini lontane e nasce dal fatto che già i greci ritenevano conoscibile solo ciò che è determinato, finito; tutto ciò che è indeterminato, infinito e perciò inconoscibile è quindi da rifiutare. Ecco.
Così in molti dicono di conoscere Case Basse e Gianfranco Soldera abbastanza per averne compreso appieno ogni segreto e proposta ideale, tanto dal poter chiaramente decidere da che parte stare. Loro di là, lui di qua. Personalmente non ho ancora deciso del tutto, nonostante nel febbraio dell’anno scorso (leggi qui il reportage) sono andato a trovarlo e cercato di capirci qualcosa, faccia a faccia, camminandoci assieme le vigne e rubando pezzi di storia dalle sue botti. Ognuna con una propria. Di certo vado maturando una convinzione: i suoi vini “vivono” come pochi altri e qualcosa a noi ancora oscuro li rende mutevoli, talvolta imperfetti ma comunque sibillini, altre voltre semplicemente inarrivabili. Infiniti, appunto.
Certo, avrò beccato una bottiglia eccezionale, ma questo ’99 è stata una rivelazione nel vero senso della parola, una delle esperienze degustative più emozionanti di sempre. Un vino straordinario, con un colore a tratti ancora porpora fissato nel tempo; un corollario di sensazioni varietali che poche bottiglie ilcinesi sanno regalare, ancor mai con una tale intensità ed integrità espressiva; asciutto e profondo, la ricchezza espressiva si tramuta in arma letale quando il vino arriva al palato: succoso, dolce, avvolgente, caldo e nerboruto, lunghissimo. Infinito, appunto!
Tag:angelo di costanzo, big picture, brunello di montalcino riserva soldera case basse 1999, case basse, gianfranco soldera, great wines from montalcino, l'arcante, l'infinito, tuscany red wines
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30 giugno 2012
Di una bottiglia vorremmo sapere tutto, del terreno da dove nasce, delle piante, dei chicchi e dell’ambiente dove maturano le uve. Per non parlare di quanto sia indispensabile sapere cosa accade in cantina: inoculi, fermentazioni, macerazioni (anche quelle più spinte, quando ci sono), chimica e assemblaggi, affinamenti e passaggi vari.

E magari che pure l’etichetta sia gradita, meglio se non troppo appariscente, kitsch, però nemmeno troppo desueta. E ci crediamo tanto, talmente tanto che proviamo a starci dietro a tutto questo pur di raccontare le cose come stanno. Ci piace, e come.
In verità però – suvvia, diciamocelo -, capita talvolta che non ce ne può fregar di meno. E quasi sempre a ragione, come in questo caso. Eh sì, perché vale tanto sapere dell’insolita vendemmia in Marzo, della maniacale cura della forma di allevamento e della meticolosa raccolta da vigne vecchie 20 anni, della cantina iper tecnologica e anche dell’idea che molti hanno dei vini di questo pezzo di nuovo mondo – che in parte è anche la mia, cioè vini “costruiti” e certe volte anche molto poco “significativi” da un punto di vista “territoriale”; provate però a mettere nel bicchiere questo sauvignon neozelandese…

Marlborough dove, vi chiederete? Nuova Zelanda, può essere? Beh, il sauvignon di Cloudy Bay è un gran bel bere, piaccia o no ha una timbrica impressionante, una spinta gustativa sferzante e pure avvenente anche per i palati meno allenati.
Ha colore paglierino pallido ma uno spettro olfattivo incredibilmente variopinto, che va dall’impronta balsamica al frutto croccante con la stessa velocità con la quale graffia il palato e scorre via, imprendibile, in bocca. Gratificante. Profuma (come nessun altro vino mai così espressivo) di frutto della passione, di kumquat, burro di nocciole e bergamotto, ma anche di foglia di pomodoro e mentuccia. Il sapore è citrino e sapido, sferzante come detto, coinvolgente e dissetante, insolito e rinfrancante.
Costruito? Oggi mi va bene così, desideravo proprio bere un vino fatto apposta per me, per questo momento di ricercata spensieratezza!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:big picture, cloudy bay, i vini della nuova zelanda, l'arcante, marlborough, new zealand, nuova zelanda, sauvignon blanc, sauvignon cloudy bay
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23 giugno 2012
A fine serata ci siamo seduti in terrazza, saranno state le una o giù di lì. Con me e Andrea Farinetti ancora un manipolo di colleghi, una dozzina di calici “belli alti” per l’Alta Langa pas dosé di Fontanafredda e una piccola “sciabola” di fortuna. E ancora, quei calici di Barolo messi là in cantina a prendere aria per tutta la sera, che avevano da dirci ancora tanto. Mamma che vini! Perché le cose più affascinanti e avvincenti vengono fuori davanti a un bicchiere di vino, e più ce ne sono (di bicchieri) e più se ne raccontano (di storie).

La storia di Borgogno è (quasi) tutta qua, mentre qui ci trovate i miei appunti di viaggio della passeggiata in langa dello scorso ottobre; oggi invece provo a raccontarvi l’emozione di questi quattro meravigliosi vini. Imperdibili!
Barolo Riserva 1978 Fu quella un’annata molto particolare, caratterizzata da un andamento climatico piuttosto irregolare. Nel dettaglio, il protrarsi delle piogge nel periodo della fioritura ne hanno drasticamente ridotto la produzione. L’avvento di condizioni climatiche ottimali a fine estate ed inizio autunno e soprattutto alla limitatissima quantità, hanno però consentito una buona maturazione delle uve, nonostante il clima non proprio favorevole. Ne è venuto fuori un Barolo di altissima levatura, strutturato e piuttosto concentrato. I dati registrati dicono che fu vendemmiato tra il 23 e il 26 ottobre (!), svinato a fine novembre e per almeno 1 anno lasciato in vasche di cemento; poi 4 anni e mezzo in botti di capacità medio/grande.
Ha un bellissimo colore granato, con l’unghia chiaramente aranciata ma luminosissima. Il naso appare infinito, nelle cinque ore tenuto nel bicchiere ad ogni passaggio ha saputo regalare nuove e piacevoli sensazioni: un tocco di cipria, foglie secche, sottobosco, gruè di cacao, mallo di noce, cannella e cera d’api. Il sorso invece è semplicemente stupefacente, secco e incalzante, lungo e di sostanza, ancora nerboruto, di spessore. Un piacere senza fine.
Barolo Riserva 1985 Annata estremamente regolare quella dell’85, con uve di grande qualità. Così ci si è potuti spingere “oltre”: in cantina la fermentazione è durata circa 15 giorni con temperature comprese tra i 26/28° C. Seguì macerazione a cappello sommerso di almeno tre settimane con svinature effettuate a partire dal 20 novembre. La fermentazione malolattica è terminata nel febbraio 1986 (!). Un secondo travaso all’aria verso fine febbraio ‘86 e quindi un terzo a Giugno. Poi solo legno in botte grande, sin da settembre ‘86.
Qui il granato è da manuale, perfettamente integro, più ricco addirittura del più giovane ‘96. Al naso subito nuances di fiori passiti e cassis, poi sentori di grafite, nocciola tostata e ancora sottobosco. Il sorso è copioso, di sostanza, teso e giustamente tannico. Finale di bocca lievemente caldo. Impeccabile!

Barolo Riserva 1996 Annata un poco complicata, come il vino nel bicchiere. I registri un po’ sgualciti riportano di un 1996 caratterizzato da un buon numero di precipitazioni piovose e da un inizio estate molto caldo, in particolare nella prima decade di giugno. Poi di un andamento altalenante, con forti escursioni termiche durante tutta la bella stagione sino alla regolare maturazione delle uve.
Il colore è di un bel granato vivace, integro, molto vicino, per trasparenza, al ‘78. Il naso rimane a lungo chiuso, ritratto, indefinito; poi, almeno tre ore dopo averlo messo nel bicchiere di colpo è una esplosione di varietale e terziari incredibili: viola passita e tabacco, terra bagnata, sottobosco, foglie secche, china e rabarbaro. Il sorso è spiazzante, ha tannino puntuto, sferzante, indomito, di tutta la batteria è certamente il meno armonico, ma forse, quello con più carattere e con un naso incredibilmente avvincente. Scontroso.
Barolo 2005 Due appunti tecnici: vinificazione di tipo tradizionale, con macerazione a cappello emerso di circa due settimane a temperatura controllata (primi gg. a 23°/25° C e fine fermentazione a 29/30° C) e successiva macerazione e post-fermentativa a cappello sommerso di durata variabile fra i 15 e i 25gg. Invecchiamento in botti di rovere di Slavonia di oltre 3 anni e mezzo con affinamento in bottiglia di circa 6 mesi.
Nel bicchiere è giovane e pimpante, ha colore rubino granato, concentrato ed è poco trasparente: il primo naso è molto invitante, sa di viole passite e amarena, quella nera e croccante; poi sentori speziati comunque dolci e avvenenti. Il sorso è secco, ha buon corpo e vanta buonissima bevibilità. Il tannino è importante ma non invadente, l’alcol ne compensa – in perfetto equilibrio – le spigolature, regalandogli beva sostenuta e profonda. Da bere a sorsi copiosi.
Tag:andrea farinetti, barolo a barolo, barolo riserva, cannubi, capri palace, eataly, fontanafredda, liste, nebbiolo, piemonte wines, verticale storica barolo borgogno
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14 giugno 2012
Tra le poche cose invidiabili ai cugini francesi c’è senz’altro la grande capacità che hanno avuto negli anni di dare valore aggiunto anche alle produzioni minori. Ecco perché, ad esempio, da quelle parti, in certi periodi dell’anno, i consumi del vino vengono praticamente dirottati sul consumo di mousseux e rosé.

Cinsaut, grenache e mourvedre, sono tra le varietà forse meno conosciute ai più ma che la fanno però da padrone in certe regioni, nel Rodano ad esempio e nel sud della Francia; pensate ad esempio a certi rossi a Chateauneuf-du-Pape, o ai rossi e rosè della Provenza. E proprio qui, ai piedi di Le Castellet, nell’Aoc Bandol, dove nascono di sovente vini rossi robusti e spesso da attendere lungamente, vi sono anche e soprattutto rosé puntuti e minerali di straordinaria bevibilità. Rappresentano più o meno un terzo di tutta la produzione dell’areale e sono noti per il loro carattere fine, speziato ed il sorso fluido e dissetante. Come i rossi, vengono prodotti essenzialmente con mourvedre, grenache e cinsaut, appunto.

I primi due contribuiscono ad arricchirne il frutto, costantemente in buona evidenza, alleggeriti – nemmeno poi così tanto – della loro sodezza alcolica ma non della necessaria tensione acida e garantiscono sapore asciutto e buon nerbo. Il cinsaut invece aggiunge un tocco in più agli aromi primari, completando così un quadro degustativo essenziale ma slanciato, invidiabile per la tipologia.
Mi è piaciuto, è gradevole e per niente banale. Il Coeur de Grain 2011 fatto allo Chateau Romassan, una delle tre proprietà dei Domaines Ott, merita sicuramente buona attenzione. Il colore è delicato, ramato, cristallino. Il naso avverte classicità, lampone e fragola in primo piano ma anche tanta vivacità balsamica, in particolar modo di erbe di montagna. In bocca è asciutto, fresco e di discreta persistenza gustativa. Chiude sapido e rotondo con un piacevolissimo ritorno di lampone assai apprezzabile.
Tag:bandol, chateau de romassan, chateau de selle, cinsault, cinsaut, domaines ott. coeur de grain domaine ott, francia, grenache, l'arcante, mourvedre, rosè de provence, syrah
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9 giugno 2012
L’aquilotto ha lasciato il nido, adesso vola determinato per le valli dell’Orcia. Il suo nome compare ormai ovunque si parli di futuro del sangiovese e di quanto di nuovo e di buono c’è a Montalcino.

Blogs, riviste on line, guide, tutti, nel tempo hanno assaporato quanto siano espressivi, autentici, reali i vini di Luciano Cilofi¤. E tutti (!) hanno avuto le conferme che cercavano dagli assaggi ripetuti nel tempo: a Sanlorenzo vengon fuori dei gran vini!
Il Bramante 2005 ha maturato un colore granato dal fascino antico, con tutte le trasparenze del Brunello più tradizionale di Montalcino: è luminoso, invitante, concede un variegato ventaglio olfattivo che frattanto si è fatto fine, ancora più sottile ed elegante dei primi assaggi, che snocciola frutto e richiama la terra ad ogni sorso. Ha sapore asciutto il Brunello di Luciano, è austero, retto, distante da certi cliché eppure succoso, nerboruto, fresco, quasi dissetante. Sarebbe una bottiglia da conservare nel tempo, gelosamente, per la memoria e per la storia, memoria e storia che vogliono però rinnovarsi troppo in fretta. A ragione.
Tag:big picture, bramante, brunello di montalcino bramante 2005, luciano ciolfi, podere san lorenzo, sangiovese, sanlorenzo, val d'orcia
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7 giugno 2012
Che il 2009 sia stata un’annata stratosferica a Bordeaux è ben noto, tant’è che al momento, con o senza “en primeur”, molte etichette – anche non premier cru -, sono praticamente inavvicinabili.

Volendo, col portafogli comunque bello gonfio, ci si può “consolare” bevendo ancora alcuni duemilasei niente male. Così questo Saint Estèphe potrebbe fare al caso vostro, per chi ama il cabernet sauvignon, con il merlot e un poco di franc. Quelle cose lì insomma. Non per niente, dopo un po’ di anni in chiaroscuro, Cos d’Estournel va costantemente aumentando le sue già ambite quotazioni di mercato e, per quanto nel bicchiere, aggiungerei, non a caso.
Il 2006 è un rosso di gran stoffa, ha forza ma anche tanta finezza, un corpo solido eppure delicato e soave, per quanto possa essere tale un rosso di questa estrazione: ha spina dorsale ma anche tanta frutta in primo piano. Il colore è inchiostro, assai fitto e il naso subito molto franco, verticale, ampio: visciola e mirtillo in primissimo piano ma anche quelle note “vegetali” – qui molto sottili e fini – tipicamente varietali. Il sorso è asciutto, intenso e teso e si distende con autorevolezza regalando ancora frutta polputa mentre sul finale di bocca chiude con una sferzata quasi metallica. Un piccolo fuoriclasse.
Tag:appellation saint estèphe controlée, big picture, caberne franc, cabernet sauvignon, cos d'estournel, domaines prats, francia, gran cru classé, gran vin de bordeaux, grand cru de bordeaux, merlot, saint estèphe, taglio bordolese
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3 giugno 2012
E’ solo un pensiero domenicale, di riflesso a quanto rilanciato ieri su facebook dal collega sommelier Ivano Antonini (qui) che in qualche maniera richiamava l’attenzione sul packaging di certe etichette di vino italiane; osservazioni naturalmente acute di chi ogni giorno il vino lo compra e lo vende, prima di raccontarlo…

Così mi è tornata in mente questa ottima bottiglia di Franciacorta di Bellavista. Un vino simbolo della crescita di questo piccolo paradiso delle bollicine italiane, con il quale l’azienda di Erbusco compie probabilmente un altro significativo salto di qualità, invero già garantita da tempo da una gamma di vini sicuramente tra i più rappresentativi della denominazione.
Nel Vittorio Moretti 2004 c’è dentro tutto il meglio dei crus di Franciacorta, da quelli di Erbusco a Nigoline, Torbiato e Colombaro, per il 50% chardonnay e 50% pinot nero e, non dimentichiamocelo mai, il grande talento – ormai una garanzia anche questa -, del winemaker e chef de cave Mattia Vezzola. Il colore è splendido, brillante e luminoso. La spuma è ricca e persistente e il perlage finissimo, abbondante. Il naso, svanite le prime insistenze classiche di una cuvée che fa così tanti anni di bottiglia si dimostra assai invitante, elegante, pienamente avvolgente; si apre a sentori di frutta e fiori tra i quali tornano nitidi pesca, frutto della passione, bosso, agrumi e, infine, miele. Il sorso è asciutto e sapido, ma non troppo, v’è tanta freschezza e più che attaccare il palato quasi lo ammanta, lo rapisce, e a lungo. Insomma, stiamo parlando di signore bollicine.
Una critica – ognuno fa un po’ come gli pare, sia chiaro – mi permetto però di avanzarla sul packaging¤ con il quale esce dalla cantina bresciana: la bottiglia è sicuramente bella, elegante nella forma e nell’etichetta, nemmeno troppo pesante, trovo però esagerato quanta carta e cartone si porta dietro in giro; una scatola è infatti composta di solito da 6 bottiglie, ognuna delle quali incartata a mano e posta in un grande astuccio (anche bello!) a forma di violino, tutte dentro una seconda scatola in cartone (!); un tantino eccessivo, visto i tempi che corrono e la sempre maggiore necessità di ridurre gli imballi e di conseguenza il loro smaltimento.
P.S.: rimanendo sul tema, come tante aziende spumantistiche anche Bellavista le ha sicuramente tentate tutte con le chiusure e le capsule delle sue bottiglie; le prime, su tutta la linea rimangono tra le più funzionali, le capsule del Vittorio Moretti vanno invece migliorate tant’è che consiglio spesso di tirarle via completamente col coltellino del cavatappi (A.D.).
Tag:bellavista, chardonnay, chiusure degli spumnati, erbusco, franciacorta, gabbietta degli spumnati, mattia vezzola, pinot nero, spumanti italiani, tappo a fungo, vittorio moretti, winemaker
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1 giugno 2012
È chiaramente una (gran) trovata di uno dei più solidi ed intraprendenti gruppi del lusso del mondo e, chiaramente, niente a che spartire con certi tipini – me compreso – che vanno raccontando a destra e a manca di storie immaginifiche su cuvée e terroir champenoise.

L’anno scorso, da quando è stato presentato per la prima volta in Italia, a Milano, in maggio, se n’è fatto continuamente un gran parlare. Eppure, come spesso accade, tra una fisima e n’altra io me ne sono tranquillamente scordato, nonostante l’avessi provato almeno in un paio di occasioni.
Ma cos’è sto Moët Ice? Uno champagne nato per essere gustato con tanto ghiaccio, magari con qualche fogliolina di menta e una tirata di buccia di lime – dicono -, due aromi che tra l’altro richiamano chiaramente le caratteristiche della cuvée storica di casa Moët&Chandon; che però vale la pena provare, in particolar modo proprio quando l’ultimo dei pensieri è perdersi tra l’attenzione nel cogliere il perlage o le sottili sfumature ancestrali.
Pinot nero per il 50%, il resto è tutto pinot meunier e chardonnay. Ha buona struttura, e un dosaggio un po’ più deciso, proprio perché pensato diluito con il ghiaccio; il naso è invitante, affascinate, ruffiano, quasi mieloso, poi di zenzero. Il sorso è intenso e di buonissima bevibilità, rinfrancante. Uno ne richiama subito un altro. L’ho provato dapprima da solo, freddissimo – una vera goduria per il gargarozzo, quasi dissetante, sapido -, poi, come consigliato, con menta e lime: ça va sans dire… Riprende in fin dei conti l’antica tradizione dei demi sec, forse un po’ demodè ma sotto questa nuova veste decisamente accattivante e, a quanto pare, anche bello che vincente. Spassionatamente? Provatelo, si può!
Tag:big picture, capri palace, champagne da bere con il ghiaccio, champagnino, ice imperial, louis vuitton, moet ice imperial, moet&chandon, pinot nero
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28 Maggio 2012
Lorenza Sebasti e Marco Pallanti, Castello di Ama. L’Arte, la cultura, il vino, la tradizione del Chianti e quella del Chianti ad Ama, il sangiovese, il merlot, il pinot nero ed altre storie…

Invero non ho nessuna intenzione di perdermi in convenevoli tra conservatori e riformisti, tradizionalisti e innovatori, c’è n’è già tanto in giro; in fin dei conti poi ogni giorno può regalare uno stato d’animo adatto e diverso per un sorso dell’uno o dell’altro. A me, sia chiaro, il sangiovese fa impazzire – quello tirato su come Dio comanda però -, a Gaiole come a Montalcino. Eppure, dinanzi a una bottiglia di L’Apparita 2001 come si fa a chiudere gli occhi? Come non ci si può fermare anche solo un attimo a riflettere…

E La Casuccia 1997? Bene, non saprei se lo è un grande vino ($!), però tradizione o no è un gran bel bere e, dopo 15 anni, assolutamente ancora sugli scudi. Si dice che una immagine, per quanto chiara, possa trarre in inganno; beh, qui il particolare pare non ammettere repliche: la vigna conta poco più di 12 ettari, impiantati tra il ‘64 ed il ’75 su terreni abbastanza uniformi di natura argilloso-calcarea. Sin da subito furono scelte forme di allevamento “innovative” per l’epoca, tra le quali la Spalliera verticale con taglio a Guyot semplice e la Lira Aperta, un sistema, quest’ultimo, mai visto in Italia prima di quegli anni ed importato direttamente dalla Francia, da Bordeaux. Il vigneto è suddiviso in 17 piccole parcelle impiantate per lo più con le varietà tradizionali chiantigiane, su 2 parcelle invece c’è la presenza del merlot che concorre – in questo come in quasi tutti i vini di Ama – a caratterizzarne profondamente lo stile, per qualcuno magari discutibile eppure inequivocabilmente di spessore.
Il colore, nonostante i tre lustri è assolutamente integro, rubino/granato vivace e ancora abbastanza carico. Il naso è subito molto elegante, il frutto non ha perso smalto, anzi, offre una maturità ineccepibile, irreprensibile, con note di confettura di prugna e amarene estremamente invitanti. Ma c’è dell’altro: prima un sottofondo speziato e tabaccoso, e di cuoio, ma anche note balsamiche, liquirizia, china e di finissimo sottobosco. Il sorso è asciutto, copioso, ha materia da vendere e giusta tensione acida, più del tannino che, lentamente, appare avviato a sopirsi. Dal 1985, quando la prima bottiglia ha varcato per la prima volta la cantina di Ama, sono state prodotte meno di dieci annate. E questo la dice abbastanza lunga.
Tag:big picture, borgo di ama, castello di ama, gaiole in chianti, il chiuso, l'apparita, la casuccia, lorenza sebasti, marco pallanti, merlot, pinot nero, revolution, sangiovese, tuscany wines
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27 Maggio 2012
Nel dialetto napoletano il termine “braciola o bracioletta” non indica, come avviene in altre parti d’Italia, una fetta di carne (generalmente ricavata dalla lombata), ma viene utilizzato più che altro per riferirsi all’involtino, sia esso di carne, di pesce o di verdure.
Il termine è in effetti molto antico e veniva già utilizzato da Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino, nella sua “cucina teorico-pratica” dove compare in alcune ricette, una imperdibile “Braciolette di tonno in umido” e ancora in quella delle “Braciolette di cappucce farsite*”.

Andrea Migliaccio, in occasione dell’evento con Feudi di San Gregorio dello scorso 18 Maggio – apertura della stagione enogastronomica L’Olivo DiVino qui al Capri Palace -, ne ha voluto riprendere le linee con questo piatto, un omaggio sincero alla cucina napoletana e ai sapori indimenticati di certe domeniche partenopee; eccovi quindi la “Braciola di Bufala con scarola e calzoncini fritti”, servita per l’occasione con il Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2004.

Un aglianico di notevole spessore, probabilmente tra i migliori Taurasi mai usciti dalla cantina di Sorbo Serpico (alla pari, o magari anche superiore – seppur stilisticamente diverso – solo al P.d.M. 1997): diciotto mesi di legno, almeno altri ventiquattro in bottiglia, ha colore nerastro e ricco; il naso è un concentrato di frutti rossi e neri maturi (prugna, amarene e more), tabacco e spezie, ma anche cuoio, caffé tostato e cioccolato. Il sorso è asciutto, materico, ha spalle ossute e larghe, un tannino ancora vibrante che offre spigolature tipiche affatto intollerabili. Un bellissimo vino, tra l’altro, forse, nel suo momento ideale per essere goduto a pieno e rappresentare così, al meglio, l’aglianico e la sua massima espressione del terroir irpino.
*farsite, farcite.
Tag:aglianico, andrea migliaccio, braciola napoletana, braciole, capri palace, dolce vite, feudi di san gregorio, ippolito cavalcanti, irpinia, l'olivo, ricette di carni, sorbo serpico, taurasi riserva piano di montevergine
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25 Maggio 2012
L’idea è bizzarra, suggestiva, improbabile. E’ venuta in mente, una decina d’anni fa a Piero Lugano, enotecaro e produttore di vini con la figlia Marta a Chiavari. A me è rimbalzata iersera: “senta, avremmo voglia di bollicine, qualcosa di buono però, magari di insolito e che stia bene con il pesce…”

Abissi 2009 di Bisson è un vino particolare o, se preferite, più semplicemente, davvero singolare: un metodo classico che nasce letteralmente in fondo al mare! A seconda delle annate vengono utilizzate in percentuali variabili le uve tradizionali liguri bianchetta genovese, vermentino e pigato. La vendemmia è generalmente precoce, come tradizione vuole, per ottenere vini base ricchi in acidità; fermentato a temperatura controllata, è avviato alla presa di spuma con inoculo di lieviti selezionati. Sin qui, è chiaro, nulla di particolare.

A questo punto però entra in scena la trovata di Piero Lugano, navigato lupo di mare prima che intraprendente imprenditore del vino, così parte il progetto “Abissi”: le bottiglie, circa 6.000, vengono sistemate dentro dei gabbiotti di acciaio ed immerse, alla profondità di 60 metri, nei fondali dell’Area Marina Protetta di Portofino per circa diciotto mesi.
La convinzione è che durante il periodo d’immersione, le bottiglie, adagiate in un ambiente di affinamento effettivamente particolare – costantemente intorno ai 15° e, grazie anche all’effetto di bilanciamento di pressione, omogenea ed equilibrata sia dall’esterno verso l’interno che viceversa -, possano giovarsi di un élevage talmente esclusivo da caratterizzarne profondamente lo stile e la complessità, anche grazie all’effetto culla, svolto in questo caso naturalmente dalle correnti marine che permettono, costantemente, di mantenere in sospensione le “fecce nobili”, fondamentali per conferire al vino corpo, struttura e, naturalmente, profumi unici. Dopo il ripescaggio e la sboccatura augurale, le bottiglie vengono lasciate ancora in affinamento nella miniera di Gambatesa. Il vino, come scritto anche in etichetta, non viene “dosato”.

Le bottiglie sono anzitutto molto particolari, alcune recano evidenti segni della lunga sosta in mare, con un gioco di incrostazioni e disegni marini naturali effettivamente affascinanti: certe bottiglie conservano addirittura conchiglie e stelle marine attaccate, una mise conservata anche grazie ad un particolare packaging che vede ogni singola bottiglia rivestita, prima della sua commercializzazione, con una speciale pellicola trasparente protettiva che ne preserva tutta l’avvenente suggestione.
Un fascino che trova immediate conferme nel vino, vestito di un giallo paglierino ricco e brillante, carezzato da bollicine sottili, fini e particolarmente persistenti. Molto persistenti. Il naso è realmente curioso, suggestione o no regala realmente note molto particolari: dapprima di frutta secca e spezie dolci, ma anche e soprattutto marine, iodate, un timbro salmastro largamente gradevole, particolare ma non eccessivamente invadente. I bocca poi è asciutto, di spessore, chiede spazio e se lo prende, è vivace, fresco e di buona persistenza, assai sapido. Chiude leggermente amaro, ma è solo un richiamo, nulla di ché. Insomma, Abissi è sicuramente una buona idea – diciamo pure geniale, una trovata! -, ma soprattutto è un ottimo vino spumante.
Se ne è parlato anche qui e qui, mica sul giornalino di Roccasecca (cit.)!
Tag:abissi, area marina protetta portofino, bianchetta genovese, bisson, chiavari, genova, golfo del tigullio, liguria, piero lugano, spumnate abissi, vermentino
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20 Maggio 2012
Credo avesse dalla sua una possibilità forse unica, concessa solo a pochi eletti, anche se non sempre di immediata comprensione. Poteva, con Laura, decidere di produrre a Mirabella Eclano questo e tutti gli altri vini senza una specifica denominazione territoriale, quel riferimento tanto ricercato da molti, evocativo, talvolta necessario secondo alcuni come fosse dovuto, eppure quante volte l’abbiamo visto depredato per soli fini commerciali.

Ha sbagliato quindi Luigi Moio¤? E chissà che non ci stia ripensando…*
Da un lato ci sono terre e vigne straordinariamente suggestive, e varietali che la dicono lunga. Dall’altro, la mano e il tempo, che consegnano ai bicchieri ogni anno vini finissimi; poi ci sono gli addetti ai lavori, molti non hanno perso tempo nel coglierli, interpretarli, descriverli ognuno a loro piacere. Pro o contro non fa alcuna differenza, certuni han voluto addirittura aggiungere qualcosa, una sfida personale al professore, talvolta nel bene, altre nel male. Però tutti si sono comunque guadagnati il loro quarto d’ora di notorietà (cit.), grazie ai vini di Luigi e Laura.
Eppure qualcosa non mi torna: “fare vini senza avere lacci”, si dice. “La denominazione ci sta spesso stretta”, c’è chi ribadisce. E invece… ma com’è, non dovrebbe essere così anche a Quintodecimo¤? Sappiamo o no tutti di quella precisa timbrica personale, addirittura firmata in calce? Eppure, bicchiere alla mano, bevi sto vino e pensi subito a quelle meravigliose vigne a Santa Paolina baciate dal sole. Massì, è semplicemente un paradosso, uno dei tanti, come spiegarlo altrimenti. Un territorio, un microcosmo, fuori dal mondo!

E se invece oltre il greco di Tufo che conosciamo conoscevamo c’è dell’altro? Il fatto è che con le prime bottiglie del 2006 c’era da scegliere e anziché giocare d’azzardo si preferì lasciarsi individuare, scegliere tra i tanti fiano di Avellino, greco di Tufo, aglianico e Taurasi invece di rimanere più semplicemente unici artefici di un bianco Exultet o Giallo d’Arles piuttosto che un rosso Terra d’Eclano o Vigna Quintodecimo¤: il territorio, abbracciare l’idea dell’insieme, della valorizzazione di un areale, delle denominazioni piuttosto che se stessi, solo se stessi. Quanto è valsa questa scelta?
Per quanto mi riguarda tanto, il sistema ha sempre bisogno di nuovi interpreti capaci di aggiungere qualcosa di nuovo o innovativo, ma anche semplicemente di diverso. E frattanto io non ricordo un greco di Tufo così profondo e pienamente espressivo come questo, che salta al naso e ti riempie la bocca dal primo all’ultimo sorso. Ha una maturità impressionate, stilisticamente inequivocabile eppure di forte, fortissima personalità e persistenza varietale. Una visione territoriale dunque, ma a suo modo unica.

Quello di Van Gogh – dice un recente studio europeo su alcune sue opere – sta progressivamente perdendo brillantezza, si sta spegnendo. Questo invece è un Giallo d’Arles luminoso e cristallino. Il naso, sin da subito comincia a tirare fuori una miriade di sfumature sottili e insistenti, di fiori e frutta gialli ma anche note speziate piacevoli. Ginestra e glicine, poi prugna, pesca ed albicocca mature, cedro, ma anche un soffio di camomilla e zenzero candito. Il sorso è asciutto e avvolgente, largo, fresco e minerale, lungo e persistente, di infinita piacevolezza.
Giuro che vorrei averne ancora, ahimè però non si riesce per davvero a metterne via una che dico una. Anche questo è un paradosso tutto da disvelare: non è certamente a buon mercato, come del resto tutti i vini dell’azienda; dicono addirittura che siano cari, eppure, credetemi, non si riesce a stargli dietro tanto se ne vendono.
*Ci pensavo con in mano le nuove etichette 2010, con la scritta dei nomi dei vini ancora più grande e quella delle denominazioni ancora più piccola.
Tag:big picture, giallo d'arles, greco di tufo, greco di tufo giallo d'arles 2009 quintodecimo, i colori della pittura, laura di marzio, luigi moio, mirabella eclano, professor moio, santa paolina, van gogh, vigna quintodecimo
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16 Maggio 2012
Potremmo stare ore a dibattere su quale sia il migliore sauvignon blanc del mondo. Il vitigno è uno di quelli che o ami o odi, di via traverse non se ne parla manco a scolpirle sulla roccia.

Si sa, son davvero pochi quei vini realmente capaci di mettere d’accordo tutti: certo vi è quello neozelandese, il Cloudy Bay dal naso “fumoso” e dal sorso salato, oppure si, a Pouilly S/Loire nessuno ha ancora dimenticato Didier Dagueneau (ma si può?), che quando hai la fortuna di cogliere certi suoi vini al momento giusto c’è da strapparsi i capelli; poi vabbé, vi sono anche certi italiani, magari ancora troppo “giovani”, però capaci di ottime prestazioni, talvolta pure eleganti e assai profondi (il de La Tour per esempio).
Un grande sauvignon però rimane solo quando è davvero una grande esperienza, e guai a lasciarla andare via senza dedicargli almeno due righe. Soprattutto quando si tratta di un Sancerre, laddove, raccontano, si nasconde ancora quell’anima più arcaica e selvaggia del blanc fumé Loirenne. E La Moussière, 30 ettari piantati su calcare e marne, è un po’ l’anima certa del Domaine Alphonse Mellot, da sempre uno dei miei preferiti in assoluto sull’argomento. E questo 2010, bevuto a distanza di quasi un anno dall’ultimo assaggio, conferma quanto sia incredibilmente sorprendente la cifra stilistica di questo vigneron capace di consegnare agli annali vini di una pulizia e complessità incredibili, talvolta di inarrivabile eleganza.

Un vino meraviglioso insomma, luminoso, verticale e fresco, asciutto all’inverosimile eppure tanto invitante quanto complesso e ricco. Un cinquanta per cento della massa fa fermentazione in legno, grande, l’altro cinquanta passa solo in acciaio. Poi, una volta deciso il blend, finisce una manciata di mesi in bottiglia, per ritrovare equilibrio, ricomporsi ed imprimere quella verve che ne caratterizza l’entusiasmante beva, dal primo all’ultimo sorso.
Annata decisamente fortunata questa e lo si capisce sin da subito: il primo naso è ricco di aromi classici (agrumi, litchi, frutto della passione, timo) ma anche di note più decise, quasi pungenti, come polvere di gesso e pietra bagnata. Il sorso poi è come baciato da una profonda sapidità, dal sapore deciso, concentrico sul frutto ma ricco di sfumature agrumate e minerali che man mano vanno diventando docili e rinfrancanti. Ricordate: Sancerre La Moussiere 2010 Alphonse Mellot, “il” vostro sauvignon!
Tag:big picture, blanc fumè, dagueneau, domaine alphonse mellot, la moussiere, pouilly fumè, pouilly sur loire, sancerre, sauvignon blanc
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13 Maggio 2012
Non so quanto possa essere durevole il piacere di tutto un pasto accompagnato con un vino di questa struttura e complessità aromatica, tant’è che a parlar di Gewürztraminer sono davvero pochissimi quei vini che sanno esprimere con una tale profondità e vigoria tutta la tipicità del varietale.

Il Kastelaz 2011 di Elena Walch¤ è senza dubbio alcuno un bianco superlativo, c’è ben poco da girarci intorno, assolutamente cristallino nel colore, esagerato quasi nell’intensità aromatica ed estremamente voluttuoso al palato. Veste un giallo paglierino piacevolmente dorato, il naso è praticamente infinito, inarrestabile, indomabile: sa di frutta tropicale, fiori gialli, erbe di montagna e piante officinali, agrumi, spezie e chi più ne ha, più ne metta. Il ventaglio olfattivo è tra i più complessi e variopinti mai proponibili: si colgono nitidi sentori di ananas e litchi, rosa canina e gelsomino, camomilla, mentuccia e finanche dolci note di miele di Millefiori; un continuo divenire di finissima levatura.
In bocca, al primo sorso, appare anche docile, morbido, sostanzialmente però è carico di materia, quasi grasso, sapido e lungo; e basta giusto un altro sorso per coglierne appieno tutta l’anima più nobile del Gewürztraminer. E’ un bianco di particolare struttura, pervaso però da una giusta tensione acida ma anche caratterizzato da un notevole spessore alcolico (siamo sui 15 gradi!). Non è, per dirla tutta, un bianco per tutti e, aggiungo, nemmeno da spendere su qualsiasi piatto, però se amate il pesce crudo, o una o più variazioni sul tema, avrei anche pensato all’abbinamento giusto da proporvi… (leggi qui¤).
Tag:alto adige, angelo di costanzo, big picture, elena walch, gewurztraminer, gewurztraminer kastelaz, termeno, tramin, traminer, vini bianchi dell'alto adige, weingut elena walch
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6 Maggio 2012
Entelechia, per dirla con Aristotele, è la sostanza che ha perfettamente attuato tutte le sue potenzialità. Bicchiere alla mano, mai nome per un vino fu più azzeccato.

Non v’è molto da aggiungere sull’origine e la produzione del vino, che in fin dei conti richiama una tradizione ormai secolare a Pantelleria, un rito davvero unico. Ma anche del territorio isolano, ormai conosciutissimo ai più e passato ai raggi x in ogni suo minimo anfratto, si è già raccontato il lungo e in largo; i valori assoluti rimangono quelli di sempre: il particolare microclima, la maniacale ricerca della purezza da parte dei vignaioli panteschi nonché l’anima preziosa di un vitigno generoso e tanto trasversale come solo il moscato d’Alessandria, alias zibibbo, sa essere.
Magari val bene spendere due righe, appena due, sull’azienda; quella Miceli che nonostante le mille e più difficoltà ed il continuo peregrinare nel rinnovamento degli ultimi anni, almeno sui vini della splendida Tenuta Rekale a Pantelleria non ha mai smesso di garantire investimenti e qualità assoluta, talvolta inarrivabile. Così mentre l’Yrnm, sin dalla sua vendemmia nel 1998 continua a rimanere l’unico riferimento seriamente attendibile del moscato secco, l’Entelechia è, assieme a pochissimi altri sull’isola, quel “nec plus ultra” imperdibile della denominazione in versione dolce.
E’ puro nettare quindi, e si intuisce sin da subito. Il colore ha certamente perso un poco di smalto, e brillantezza, nove anni sono in verità sempre nove anni anche per un campione della meditazione come questo. Adesso il timbro è quasi “ruggine”, rimane però il fascino delle sfumature ancora ambra sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco e finissimo ed offre un ventaglio di aromi e sentori preziosissimi. C’è il varietale, con quella sferzata di agrumi canditi e albicocca secca, ma c’è molto di più: frutta secca, cioccolato fondente, caramella d’orzo, chiodi di garofano, liquirizia. Ricchezza e concentrazione di aromi sostenuti da un sorso pieno e vellutato, naturalmente dolce, mieloso eppure non affatto stucchevole grazie anche alle sfumature accorse grazie alla lenta maturazione in legno e gli ultimi anni in bottiglia. Diciamo pure però che l’abbiamo “preso per i capelli” come si suol dire, da bersi subito quindi, mo’ mo’!
Tag:big picture, dammuso, ignazio miceli palermo, miceli, moscato di pantelleria, moscto d'alesandria, pantelleria, tenuta rekale a pantelleria, vini di sicilia, zibibbo
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5 Maggio 2012
L’etichetta è a mio avviso una delle più belle in circolazione, rappresenta l´isola di Sardegna, Cerdeña in catalano, presa da una vecchia carta contenuta nell´Atlante nautico isolano del 1375, detto di Re Carlo V di Francia. La zona interna dell´isola, segnalata con il colore marrone quasi a sottolinearne la sua vocazione montuosa, è decorata da finissimi arabeschi multicolori.

Nasce con l’intento di valorizzare al massimo il vermentino pur accompagnandosi con altre varietà autoctone locali tra le quali il prezioso nasco; ha, anche per questo, una impronta gusto olfattiva molto particolare. Prodotto per la prima volta nel 2000, anche per il Cerdeña come per tanti vini passati in barriques nati a cavallo tra gli anni novanta e duemila si è dovuto faticare non poco prima di centrare appieno il giusto equilibrio con il legno; rimane il bianco di punta della produzione della famiglia Argiolas, un vino che all’approccio ricorda alcune delle più felici versioni secche di un’altro particolare classico bianco isolano italiano, il moscato di Pantelleria, dal naso intriso di fragranti dolcezze mediterranee ed un sorso invece asciutto e salino, talvolta spiazzante.
Il colore porta con se tutto il sole di Sardegna, il naso gode di una timbrica impressionante, è ampio e tremendamente persistente. L’attacco è quasi pungente, decisamente esotico, dalla miriade di fiori passiti si vira immediatamente su profumi più netti e distintivi di frutta secca, miele e burro con sfumature speziate ed eteree quantomeno originali; un ventaglio davvero particolare, unico, dove le note di mallo di noce e mandorla fanno il paio con finissimi sentori di zenzero candito e zafferano in polvere. Il gusto è intenso, in bocca è asciutto e di buona persistenza, ha struttura e buona tensione acida, nonostante l’alcol, chiude quindi particolarmente sapido con un ritorno molto piacevole di profusa dolcezza retro olfattiva. Non è certo a buon mercato, siamo infatti decisamente sopra i 30 euro in enoteca, però penso che almeno una volta si può provarlo. E amarlo, ma anche no!
Tag:argiolas, big picture, catalani, Cerdeña, isola dei nuraghi, nasco, sardegna, vermentino di sardegna, vino bianco
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4 Maggio 2012
Con i suoi 73 ettari il Domaine Joseph Drouhin è una delle realtà più importanti di tutta la Borgogna. Un Négociant col tempo divenuto un riferimento assoluto tanto che oggi possiede vigne praticamente in tutta la regione: 39 ettari a Chablis, 30 in Côte de Nuits e Côte de Beaune, 3 ettari nello Chalonnaise e tutti perlopiù Premier e Grand Crus.

Dei vini di Drouhin oltre alla precisa espressività delle varie appellations ho sempre apprezzato anzitutto il loro rapporto prezzo-qualità, penso quasi mai al di sotto delle aspettative, soprattutto sui bianchi di Chablis. Poi che dire, un suo pinot noir Village è già un approccio raccomandabile oltre ogni ragionevole dubbio, ma quando si cominciano a stappare le prime bottiglie di appellations communales di maggiore rilevanza si intuisce subito quanto conti, soprattutto per i neofiti, poter contare su un riferimento del genere.

Aloxe è un suggestivo borgo situato a nord di Beaune, si distende appena sotto la collina imponente di Corton dove insistono come è noto diversi vigneti Grands Crus sia a chardonnay – quel Corton Charlemagne lì nella foto vi ricorda qualcosa? – che a pinot noir (l’omonimo Corton o i meno famosi Grèves e Pougets, giusto per citarne alcuni).
Il terreno qui è calcareo con una grande concentrazione di ossido di ferro, la terra è infatti rossastra ed i vini che ne vengono fuori un carattere talvolta davvero inconfondibile. Tanti gli ettari di proprietà, ma si lavorano anche uve in mano a conferitori di lunga data con i quali esistono talvolta intese ultraventennali che riescono così a garantire una qualità costante nel tempo nonostante i numeri.
Questo Aloxe-Corton 2006 ha fatto circa tre settimane di fermentazione ed affinamento su lieviti indigeni, in acciaio, poi finisce in piéces per circa 18 mesi. Il vino mostra un colore splendido, una pennellata di vivace rosso rubino, trasparente ma con una luminosità assai avvincente. Il naso è fulgido, imponente, il ventaglio olfattivo si apre con note di frutta candita e sentori muschiati, subito dopo arrivano spezie fini e nuances più eteree, di pietra minerale, cuoio e pellame conciato. Il sorso è asciutto, di fine tessitura, piacevolissima la nerbatura acida che ne accompagna la beva, del tannino invece solo una caratteristica carezza sul finale di bocca.
In poscritto: delle regole di servire certi vini alla giusta temperatura ne sono pieni i manuali, però mai come in questo caso val bene rimanere intorno ai quattordici gradi per riuscire a godere al meglio di tutte, proprie tutte le invitanti sfumature che questo vino saprà regalare; e anche il gusto, vedrete, ne guadagnerà senz’altro!
Tag:aloxe, aloxe corton, beune aoc, big picture, borgogna, chablis, chablisienne, chardonnay, corton charlemagne, joseph drouhin, negociant, pinot noir, route des grands crus, village
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17 aprile 2012
Leggi Marisa Cuomo e pensi subito all’ennesima recensione del suo Fiorduva. Ed invece no. Tra l’altro, almeno per quanto mi riguarda, sono almeno quattro/cinque anni che gli preferisco – di gran lunga – il Furore “base”: si mostra, anche quando con un paio d’anni alle spalle, decisamente più fresco, dinamico, imprevedibile, in particolar modo al palato.

E’ bene però fare un paio di precisazioni. Oggi l’azienda è senza dubbio tra le più conosciute e riconosciute della regione, ormai le bottiglie di Marisa e Andrea Ferraioli svettano meritatamente nell’olimpo dell’enologia italiana. E gran merito è senz’altro del loro Furore bianco Fiorduva che ha contribuito senza dubbio alcuno a spostare definitivamente l’attenzione ai vini bianchi italiani quaggiù alle nostre latitudini: altro che Collio e chardonnay langaroli. A questo va aggiunto poi il contesto che ne alimenta il mito: appare quasi incredibile che su queste rocce si facciano vini di tale suggestione, si è cioè talmente pazzi da coltivare vigna strappandola letteralmente alla montagna e ai dirupi e gli strapiombi sul mare della Costiera. Sì perché le vigne da queste parti vivono praticamente sdraiate sulle rocce a picco sul mare. Bene quindi l’azienda, ma decisamente straordinario il territorio!

Il circondario se vogliamo è anche abbastanza circoscritto, rimane però molto complicato e disagevole spostarsi anche da una sola vigna all’altra proprio per le particolari condizioni ambientali in cui si fa viticoltura. Ecco perché si parla di Vini Estremi. Poi ci sono i varietali, taluni assolutamente unici, altri praticamente rinvigoriti proprio da questo terroir così straordinario. Pensate ad esempio ai bianchi fenile, ginestra e pepella; il primo è un vitigno che dona vini di rara eleganza, ma necessità di cure maniacali a causa della sua particolare sensibilità alle muffe. La ginestra, spesso confusa ed associata alla più conosciuta falanghina per la sua abbondanza colturale trova qui, in Costa d’Amalfi, una particolare integrità olfattiva che sa, appunto, di ginestra. La pepella invece rappresenta la memoria storica del territorio: poche vigne, piuttosto vecchie ma di estrema funzionalità all’assemblaggio finale dei vini.
Poi ci sono i rossi, c’è anzitutto il piedirosso o per’ e palummo, così chiamato dal rosso dei pedicelli degli acini che richiama il colore vivo delle zampette dei colombi. Sappiamo bene come va col vitigno (leggi qui), eppure certi vini qui in costiera montano caratteristiche davvero incredibili. Vale la pena poi ricordare lo sciascinoso, o il tintore di cui spesso ho già raccontato su queste pagine (ad esempio qui) e del tronto, altra varietà locale spesso però sovrapposta al più tradizionale aglianico.
Ma veniamo a questo bel rosso, insolito da trovare sulle carte ma senza dubbio fortunato e raccomandato con gran piacere. L’idea è quella di valorizzare l’intero territorio delle sottozone della Costa d’Amalfi, così dalle uve raccolte nei comuni di Ravello e Scala, dai migliori grappoli e quando l’annata lo consente, nasce questa questa Riserva. Da un punto di vista strettamente colturale cambia ben poco, le uve rimangono il piedirosso e l’aglianico per il 70% e 30%, la differenza sostanziale con il Furore rosso Riserva sta nell’affinamento, laddove per questo Ravello rosso Riserva infatti vengono, per scelta, utilizzate solo barrique nuove di media tostatura. Pur pagandone sull’immediato una qualche insistenza boisé di troppo, debbo dire che alla lunga – l’ho riassaggio oggi dopo un anno e mezzo dalla sua commercializzazione, ndr – viene fuori un varietale abbastanza ben definito e di gran piacere degustativo.
Il colore conserva una splendida veste rubino-granata con ancora qualche sfumatura porpora. Il naso è intenso, piuttosto ampio ed intriso di note floreali e confettura di prugna e piccoli frutti neri; l’accompagnano poi note di caffé appena macinato e brevi sussulti un po’ salmastri e un po’ terragni. In bocca è asciutto, forse brevilineo ma decisamente appagante. Non punta certo a scolpire il palato, è evidente, ma la beva, al secondo e poi al terzo passaggio regala ogni volta un sorso invitante e ben risoluto, di finissima fattura e lauta piacevolezza gustativa. Io lo riberrei, anche subito.
Tag:aglianico, andrea ferraioli, costa d'amalfi, fenile, fiorduva, furore rosso riserva, ginestra, gran furor divina costiera, marisa cuomo, piedirosso, ravello rosso riserva, ripolo, tintore, tronto, vini estremi
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16 aprile 2012
Ci siamo riempiti la bocca coi rosati della famiglia Calò di Alezio, senza dubbio tra le più valide aziende vitivinicole pugliesi e tra le più brillanti sulla tipologia da almeno 40 anni.

Il Salento, il negroamaro, un territorio collinare di particolare vocazione intriso di argilla e ferro, il clima temperato, le vigne storiche: tutti elementi che fanno la differenza e che, all’unisono, si sentono tutti nel Rosa del Golfo come nello splendido Vigna Mazzì, i due rosati tra i più amati dagli italiani (cit.); ma anche, sorpresa delle sorprese, in questo nuovo delizioso spumante rosé per il quale si rischia davvero la dipendenza.
Realizzato secondo il metodo classico, con la seconda fermentazione che avviene quindi in bottiglia, rimane sui lieviti per almeno 24 mesi. La liqueur è preparata col vino base del Vigna Mazzì, il loro negroamaro rosato affinato in legno. Il prodotto finale non subisce dosaggio, magari solo un rabbocco dopo la sboccatura. Il risultato? Molto invitante, già dal colore, rosa tenue ma assai brillante. Il perlage non gode di particolare intensità però è piuttosto fine e di buona insistenza. Così anche la spuma. Il naso è molto delicato, soffre inizialmente del classico “effetto primordiale”, sa cioè di crosta di pane e ancora minimamente di lievito, ma tutto svanisce in poco più di un attimo; arrivano quindi sentori di petali di rosa, lampone e mora, chiaramente riconoscibili già al primo naso e caratteristici del varietale predominante, il negroamaro appunto (il saldo è chardonnay). In bocca è secco ma invita a sorsi copiosi, non impone carattere richiamando particolare serbevolezza ma bensì bevibilità e morbidezza estrema. Tiene molto bene diversi abbinamenti, in particolar modo con carpacci o crudi di pesce più in generale; ha tra l’altro un tenore alcolico nella media della tipologia, pertanto in due la bottiglia scivola via che nemmeno te ne accorgi. O quasi.
Tag:alezio, azienda rosa del golfo, big picture, calò, chardonnay, negroamaro, puglia, rosa del golfo, rosa del golfo spumante brut rosé, salento, vigna mazzì
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15 aprile 2012
Alcuni scritti ampelografici riportano che è quasi certo che “lagrein” derivi da Lagara, colonia della Magna Grecia famosa per un vino, il Lagaritanos. Del lagrein sono generalmente riconosciuti due biotipi abbastanza difformi nella dimensione del grappolo: quello a grappolo corto ed uno a grappolo lungo, tra l’altro con caratteristiche organolettiche abbastanza diverse. Nelle zone cosiddette più tipiche, si ottengono sostanzialmente due tipologie, il rosato (Lagrein Kretzer) e quello scuro (Lagrein Dunkel). In entrambi i casi il risultato è quasi sempre al di sopra delle aspettative.

Tramin o Cantina di Termeno è senz’altro tra le cantine sociali altoatesine di più antica tradizione viticola; sono 270 i soci, sparsi qua e là tra Termeno, Ora, Egna e Montagna, territori tra i più vocati dell’Alto Adige su una superficie totale di circa 230 ettari. Molti ricorderanno magari il loro meraviglioso Terminum, un vino dolce tra i migliori in Italia o forse il Nussbaumer, altro piccolo gioiello di gewürztraminer vera e propria bandiera di queste terre.
Ogni qualvolta mi trovo dinanzi a un vino di queste zone mi ritorna in mente una frase, lapalissiana, di Giovanni Puiatti; si parlava di vini bianchi, della frenata subita negli ultimi anni dai bianchi friulani a favore dei vini altoatesini: “Il Friuli ha cominciato a fare i conti con le proprie convinzioni, i propri limiti commerciali, non appena in Alto Adige hanno deciso di sbarcare sul mercato italiano”. “E’ stato subito un bagno di sangue”. Non ha certamente torto, anzi. La qualità anzitutto, indiscutibile, ma soprattutto il rapporto prezzo-qualità, talvolta decisamente inarrivabile.
Probabilmente, ma molto in generale, i vini dell’Alto Adige mancano ancora di quella profondità, longevità ampiamente riconosciuta a mani basse ai classici friulani, ai bianchi soprattutto, ma in quanto ad altro (pulizia espressiva, franchezza varietale, bontà gustativa) siamo veramente su livelli di assoluta eccellenza.

E parlando di rossi magari questo Lagrein Dunkel 2011 è giusto quel rosso domenicale da spendere a tavola senza pensarci su più di tanto: dal colore purpureo, con un naso vinoso, floreale di viola e fruttato di mora, solo appena speziato; il sorso è asciutto e ben inquadrato, disinvolto, senza particolari briglie, insistenze tanniche o sferzate acide. Mettiamola così, ma non facciamolo sapere a quel geniaccio di Willi Sturz, non sarebbe affatto d’accordo: un rosso di facile approccio, di estrema pulizia olfattiva, franchezza varietale e bontà gustativa, appunto. Però non abbiate timore di beccare una bottiglia di due o più anni. Vi racconto del duemilaundici appena in cantina, ma non ho resistito a confrontarlo subito col 2010; poi, con altre intenzioni però, con un Riserva Urban 2006. Davvero sorprendente il lagrein di Tramin, e i primi due mai sopra i 10 euro in enoteca!
Tag:cantina di termeno, gewurztraminer, lagrein, lagrein dunkel, lagrein kretzer, lagrein urban, nussbaumer, termeno, terminum, willi sturz
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10 aprile 2012
L’anno scorso ne avevo comprato qualche bottiglia – duemilasette e duemilaotto -, lasciandole però in cantina a riposare, “en vieillissement” (o élevage) come dicono i francesi. Le avevo messe lì con la promessa di metterle in carta quest’altro anno; così è stato. Che bella rivelazione.

Poco più di due ettari di vigna sotto il Castello di Montevetrano, tutti ad aglianico. Sì, avete letto bene, siamo proprio lì a due passi da quella splendida azienda che tutto il mondo già conosce e ci invidia da tempo, Montevetrano di Silvia Imparato. E tutto cominciò un po’ così, seguendo proprio le tracce della “Silvia nazionale”, con l’idea però di rinunciare all’ormai noto blend internazional-regionale perseguendo invece la valorizzazione del solo autoctono aglianico.
Così le vigne sono state lentamente convertite: via la barbera, via il montepulciano, mentre la conduzione è rimasta sempre la stessa, fedele all’idea di una agricoltura sana e naturale già patrimonio della famiglia Marino da almeno un paio di generazioni. In cantina arriva Fortunato Sebastiano, l’enologo paladino della vigna viva che dopo la prima vinificazione del 2006 ha sin da subito la sensazione di trovarsi tra le mani qualcosa di veramente interessante; difficile che sia un caso con tanta cernita in pianta, vinificazione accorta, fermentazioni lunghe e legni grandi di 7 e 5 ettolitri. Niente filtrazioni e bassissimo contenuto di solfiti. Questo è Turandea 2007, il nuovo grande rosso campano da non perdere.

Bellissimo vino, già il colore ti conquista per vivacità e luminosità. Poi il naso: intenso, sferzante con quei sentori di visciola, mora di rovo e arancia rossa che si rafforzano con la sinuosità di sottili note balsamiche, pepe nero e nuances dolci di tostatura e legno di sandalo. Un tutt’uno di una freschezza e di una eleganza davvero ammirevoli. Il sorso è di rara piacevolezza, succoso, teso, deliziosamente fresco e gratificante, con un continuo ritorno di frutto che sospinge freneticamente a riprenderne il calice tra le dita. Un rosso, quello di Tiziana, appena sbocciato ma con ancora parecchio tempo davanti, che rifugge sovrastrutture e cose incomprensibili del genere e conferma l’enorme potenzialità di questo pezzo di terra continuamente da scoprire e raccontare.
Tag:aglianico, big picture, castello di montevetrano, colli di salerno igt turandea, fortunato sebastiano, montevetrano, silvia imparato, tiziana marino, turandea, vigna viva
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