Come in Borgogna a Montefredane nascono grandi vini, ad esempio il Cupo 2013 di Pietracupa

16 marzo 2020 by

Sabino Loffredo l’inafferrabile, i suoi vini bianchi, quelli di Pietracupa, ci sono e non ci sono; il Cupo, vino bianco straordinario che ad ogni millesimo diviene capace di superarsi e che va assumendo le sembianze di una di quelle etichette-mito tanto rare e ricercate a tal punto dal costringerti a non berle per non ”sprecarle”.

Oltre il manico dell’uomo vi è poi l’Irpinia, il Fiano di Avellino, Montefredane; mai il concetto di terroir poteva meglio manifestarsi in una singola bottiglia, mai quell’incrocio di condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica ed il clima permettono la realizzazione di un vino dalle caratteristiche così uniche come nel caso del Cupo di Pietracupa, l’azienda di Montefredane con poco più di 7 ettari di vigna dai quali provengono ogni anno poco più di 40.000 bottiglie di Fiano, di Greco¤ (quest’ultimo dalla proprietà di Santa Paolina) e una manciata di Taurasi.

A Montefredane, comune di poco più di 2000 anime in alta Irpinia, hanno vigne alcune piccole e grandi realtà del territorio irpino, come Villa Diamante¤, Traerte-Vadiaperti e Feudi di San Gregorio¤, solo per citarne alcune; terra straordinaria per il Fiano¤, di grande vocazione vitivinicola, le vigne qui crescono ben oltre i 400 metri s.l.m., arrivando in alcuni punti sino ai 600 metri, con esposizioni ben ventilate e soggette a forti escursioni termiche; qui, inoltre, i suoli sono perlopiù argillosi e in larga parte più ricchi di rocce e calcare rispetto a quelli di altri famosi areali storici della docg come ad esempio Lapio o Cesinali e Santo Stefano del Sole, a maggiore connotazione vulcanica.

Una caratteristica questa che contribuisce a dare ai vini di Montefredane alcuni tratti distintivi ben precisi: sono anzitutto vini particolarmente suggestivi e longevi, talvolta sui generis, tanto dal costringere alcuni produttori, in certe annate, a dover deliberatamente rinunciare alla docg perché i vini, certe interpretazioni, non rispetterebbero appieno i canoni standard definiti dalle commissioni di assaggio della denominazione, proprio come in questo caso del Cupo che reca infatti in etichetta la menzione Campania bianco igt.

A grandi linee possiamo affermare che l’annata duemilatredici sia stata fresca e tardiva, ben inteso tra le migliori dell’ultimo ventennio da queste parti, se vogliamo di impronta classica, con vini destinati a grande longevità e una progressiva evoluzione in bottiglia tutta da scoprire.

Non a caso il Cupo duemilatredici è un vino bianco ricco, dal colore intenso e avvenente, con un naso portentoso, ampio e complesso, puro e fine, al palato morbido ma pieno di stoffa pulsante, intessuto di freschezza e mineralità. Si fanno largo sentori tostati, finanche fumé che fanno da corollario ad un quadro olfattivo tratteggiato da frutta a polpa bianca e da erbette balsamiche (menta, timo, salvia), con un sorso pieno di sostanza, vigoroso, un finale di bocca lungamente sapido. 

Perchè la Borgogna? Perché non a caso il concetto di terroir trova massima espressione proprio là in Borgogna, dove da generazioni si tramanda il mito, dove le differenze, talvolta millimetriche, le fanno i Climat prima che l’uva o il manico. Non a caso questo vino, per la sua integrità, la purezza e il suo rigore, emerge con forza anzitutto in tutta la sua fenomenale impronta territoriale. Eh sì, proprio come in Borgogna, a Montefredane, nascono grandi vini!

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Ancora una piacevole conferma il Sireo bianco 2017 di Abbazia di Crapolla

13 marzo 2020 by

Il fiordo di Crapolla è un’antichissimo approdo di pescatori poco distante da S. Agata sui due golfi, nei pressi di Torca. Dell’Abbazia di San Pietro non resta che una vecchia cappella votiva intitolata allo stesso Santo, costruita con le stesse pietre dell’antico edificio.

Questa breve introduzione ci serve per riprendere le fila dell’affascinante e suggestivo progetto agricolo di Fulvio Alifano e Giuseppe Puttini, l’azienda Abbazia di Crapolla di Vico Equense, in Penisola Sorrentina, partito nel 2007.

Ne parlammo, tra i primi, già nel febbraio 2013, raccontando della primissima uscita dei vini qui prodotti, il Sireo bianco e il Nero (poi rinominato Nireo, ndr); il primo, un bianco prodotto con Falanghina e Fiano, il secondo, in maniera a dir poco insolita in Campania, con Pinot Nero in purezza. Una scelta, quella del Pinot, dettata perlopiù dalla necessità di puntare su una varietà precoce, che non ponesse a queste latitudini particolari problemi di maturità tannica. Allora ne rimanemmo abbastanza suggestionati, dal bianco in maniera particolare, ne trovate a piè pagina i rimandi alle recensioni di allora.

Nel frattempo sono diventati cinque gli ettari di proprietà, poco meno di due destinati ai vigneti di Falanghina, Fiano, Merlot, Pinot Nero e alcune altre varietà minori locali già presenti qua e là nella vecchia proprietà, mentre la restante parte sono stati lasciati alla coltivazione dell’ulivo e dell’orto.

Una Grancia, così venivano chiamate le dipendenze agricole dell’Abbazia di Crapolla di Massa Lubrense, risalente al lontano 1100, la cui salvaguardia testimonia il valore assoluto di ogni singolo pezzetto di terra di questo prezioso lembo di Costiera che si leva al cielo sino ai 300 mt s.l.m.. Qui la terra è assai fertile, caratterizzata da depositi sabbiosi e ghiaiosi di diversa natura e poggia su un substrato calcareo spesso affiorante, con copiosi sedimenti vulcanici, anzitutto lapilli e tufo verde, provenienti dalle attività eruttive del complesso dei Campi Flegrei e del Monte Somma-Vesuvio.

Qui prende vita il progetto ambizioso delle famiglie Alifano e Puttini, intessuto con grande slancio e che nel tempo si è consolidato grazie anche al prezioso contributo iniziale di Luigi Moio¤ e il lungimirante lavoro in vigna e in cantina di Arturo Erbaggio, l’enologo che li segue sin dal principio e che ne supervisiona tutte le fasi produttive aziendali. Un lavoro in vigna maniacale e dispendioso, con impianti fitti con circa 8.000 ceppi per ettaro, dove si fa lotta integrata e si lavora in regime biologico, una scelta che avvalora ancora di più il senso di resilienza che si respira da queste parti.

L’annata 2017, dopo le nevicate e le temperature rigide di inizio anno, ha fatto poi registrare costantemente valori ben al di sopra la media tanto da farla entrare di diritto tra i millesimi più caldi e siccitosi di sempre. Ci ha così consegnato un bianco equilibrato e pronto da bere, una spanna sopra le precedenti uscite per struttura (il volume alcolico è del 13,5%), tant’è pienamente appagante e ben definito.

Ed eccolo nuovamente nel bicchiere il Sireo, con l’uscita duemiladiciassette: vino bianco sorprendente, caratterizzato da un bel colore paglierino carico e da estrema finezza al naso. Il primo naso è concentrico su note fruttate e floreali, sa di fiori bianchi, frutta a polpa bianca, buccia di agrumi, a cui s’aggiungono sentori di macchia mediterranea e note appena salmastre. Il sorso è preciso, fresco, s’allunga piacevole e coinvolgente in bocca chiudendo con un finale gustoso e sapido. Insomma, una piacevole conferma!

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Comfort Wines, Il Frappato 2017 di Arianna Occhipinti

11 marzo 2020 by

Si ritorna sempre ben volentieri su certe bottiglie, vale la pena farlo quando etichette come questa di Arianna Occhipinti, dimostrano progressivamente crescita e slancio, offrendo ogni volta, ad ogni nuovo millesimo, delle belle rappresentazioni varietali e territoriali.

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Il Frappato di Arianna Occhipinti entra così, in maniera prepotente, tra i nostri Comfort Wines. E’ un vino subito invitante quello della giovane e talentuosa vignaiola siciliana, sin dal bel colore rubino granato, luminoso e bello a vedersi; stuzzicante l’olfatto, intriso di tante piccole deliziose note e sfumature che vanno rincorrendosi chiare e coinvolgenti.

E’ un carnet lieve, floreale, fruttato e terragno, ci riconosci subito sentori di rosa e violetta, ”cerase” e prugna, ma ciò che convince maggiormente di questo vino è la sua capacità di farti ritornare, sorso dopo sorso, nuovamente al bicchiere per coglierne ancora i profumi che nel frattempo virano, risaltano, spaziano in lungo e in largo nel calice. Appena tannico, sui 12,5% in volume alcolico, ha sapore coinvolgente e appagante, punta dritto al cuore e alla pancia.

E’ insomma uno di quei vini che ci piace inserire dentro ”la lista del cuore”, dove ci vanno a finire piccole e grandi bottiglie che rappresentano un vero e proprio elogio della bevibilità¤, che non smettono di raccontarsi consegnandoci ogni volta qualcosa di nuovo, imperdibile, irripetibile.

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E’ necessario un gesto di responsabilità comune: #iorestoacasa

10 marzo 2020 by

Il nostro futuro, il futuro dell’Italia è nelle nostre mani. E’ necessario che ognuno faccia la sua parte, rinunciando a qualcosa per il bene della collettività. In gioco c’è la nostra salute e quella dei nostri cari, #iorestoacasa, fermarsi per qualche giorno, sino a quando sarà necessario è un gesto di grande responsabilità e segno di profondo senso civico. E’ necessario fermarsi per ripartire più forti di prima!

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Segnalazioni| Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa 2018 Cantine Astroni

5 marzo 2020 by

E’ un lavoro sartoriale quello che Gerardo Vernazzaro prova a condurre in porto con questa nuova etichetta, ”ritagliando” e ”imbastendo” gli ultimi 10 anni di esperienze in vigna e in cantina con questa bottiglia di Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa duemiladiciotto.

Il racconto liquido che ne viene fuori è un viaggio emozionale nel recente passato che si chiude con un salto repentino nel futuro presente; nel bicchiere ci arriva ogni solco tracciato in vigna, il calore delle mani segnate dal freddo, l’emozione dell’ultimo raccolto, la fatica dei travasi, i millimetrici passaggi in anfora, poi defluiti in bottiglia, ogni prova d’assaggio, le cui distrazioni, gli errori e i ripensamenti si rivelano chiari e ben definiti consegnandoci una testimonianza viva e coinvolgente ad ogni sorso, un insieme di valori che sapranno, ne siamo certi, disvelare tutto il reale potenziale ancor più nei prossimi anni a venire.

Tenuta Jossa, questo il nome del vino, è anche una novità assoluta per la denominazione che troveremo sul mercato tra qualche settimana e che ci pregiamo di presentarvi con piacere nella sua veste definitiva dopo i ripetuti assaggi degli ultimi mesi¤. Su questo vino Gerardo Vernazzaro¤ ci sta lavorando con grande attenzione da diversi anni, come dicevamo; l’impianto da cui proviene è di 3 ettari – ripreso a matita in etichetta –, la metà piantati a bacca bianca e risale al 2011, allocato lungo la strada comunale che dal quartiere Pianura conduce fin su alla collina dei Camaldoli, a due passi dal centro metropolitano di Napoli, da qui si gode di un affaccio sul mare e le isole del golfo a dir poco mozzafiato.

Il vino è composito di Falanghina al 90% e per la restante parte da altre varietà autorizzate dalla doc Campi Flegrei bianco (perlopiù Fiano, ndr), denominazione rivista con alcune modifiche al disciplinare introdotte a partire dall’annata 2011 ma che in realtà, ad oggi, non era mai stata ”utilizzata” in precedenza da altre aziende flegree; la molteplice composizione varietale contribuisce ad accentuarne la verticalità e l’ampiezza del quadro olfattivo senza tradire però la solita tipicità vulcanica che ne caratterizza profondamente il profilo organolettico. Tenuta Jossa è un vino subito invitante e finissimo nei profumi, sa di agrumi, mela, felce, al palato è secco e ben sostenuto dalla freschezza, giustamente sapido nel finale di bocca. Siamo certamente di fronte ad un sensibile scatto in avanti per l’azienda napoletana e ad una grande ”nuova” opportunità per il territorio flegreo.

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Vinitaly, rimandato a Giugno il Salone del vino

3 marzo 2020 by

“In considerazione della rapida evoluzione della situazione internazionale che genera evidenti difficoltà a tutte le attività fieristiche a livello continentale, Veronafiere ha deciso di riposizionare le date di Vinitaly, Enolitech e Sol&Agrifood dal 14 al 17 giugno 2020, ovvero nel periodo migliore per assicurare a espositori e visitatori il più elevato standard qualitativo del business”.

Così Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere in chiusura del Consiglio di amministrazione della Spa, riunitosi oggi. “Vinitaly, insieme ad OperaWine – ha proseguito il direttore generale –, si svolgerà quindi in un contesto temporale in cui grandi eccellenze del made in Italy, quali Cosmoprof e Salone del mobile, per esempio, avranno il compito di rilanciare con forza l’attenzione dei mercati internazionali e l’immagine dell’Italia. In questo frangente ringraziamo le aziende per la fiducia che ci stanno dimostrando”.

La decisione è stata frutto di un’attenta analisi dei dati disponibili oltre che dell’ascolto delle posizioni degli stakeholder del mercato, incluse le principali associazioni di settore: Unione Italiana Vini, Assoenologi, Federvini, Federdoc, Federazione vignaioli indipendenti e Alleanza delle Cooperative settore vitivinicolo. “Lo spostamento a giugno di Vinitaly e di altre importanti manifestazioni internazionali nelle città di Milano e Bologna – spiega Maurizio Danese, presidente di Veronafiere – è un segnale che il made in Italy scommette su una pronta ripresa economica nei settori chiave del sistema-Paese. Auspichiamo quindi che il nuovo calendario fieristico nazionale possa generare una rinnovata fiducia ed essere strumento con cui capitalizzare la ripartenza del nostro Paese”.

Veronafiere attiverà una task force per assistere i propri clienti in ogni ambito necessario alla riorganizzazione delle manifestazioni posticipate e in stretta collaborazione con le associazioni di riferimento predisporrà tutte le azioni di incoming necessarie a garantire la presenza di buyer e operatori professionali qualificati. Sulle nuove date, inoltre, Confcommercio Verona e Cooperativa Albergatori veronesi hanno espresso massima disponibilità per favorire lo spostamento delle prenotazioni.

Nel 2021 Vinitaly sarà in calendario nelle sue date consuete (18-21 aprile); date che sono frutto dell’accordo con l’Union dei Grandi Cru di Bordeaux (UCGB) col quale dal 2013 c’è un accordo nato per incontrare le esigenze dei protagonisti del mondo del vino, buyer e stampa internazionale in particolare.

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Pozzuoli, il 24 Marzo a Villa Eubea la Masterclass ASPI FEUDISTUDI con Pierpaolo Sirch

25 febbraio 2020 by

ASPI MASTERCLASS FEUDI STUDI – FEUDI DI SAN GREGORIO

IL TERRITORIO PRIMA DI TUTTO!

Con Pierpaolo Sirch

Pozzuoli, 24 Marzo 2020

FeudiStudi è lo straordinario progetto di ricerca di Feudi di San Gregorio fortemente voluto da Antonio Capaldo che prova a raccontare ‐ con scelte di vinificazione e di affinamento senza compromessi commerciali da parte di Pierpaolo Sirch ‐ la ricchezza dei vigneti aziendali più espressivi, selezionati ogni anno fra i 700 vigneti di proprietà in base alle caratteristiche dell’annata.

Sono vini unici, prodotti in tiratura limitata (ca. 2.000 bottiglie) e non destinati ai canali commerciali tradizionali messi in bottiglie esclusive, ri‐edizione delle prime bordolesi del XVII secolo; tutto nasce due vigneti iconici di Fiano e negli anni seguenti sono stati individuati anche vigneti particolari di Greco e Aglianico.

La Masterclass, condotta da Pierpaolo Sirch e Angelo Di Costanzo si terrà presso Villa Eubea, a Pozzuoli, a partire dalle ore 19.00, è aperta ai soci ASPI e a tutti i professionisti e gli appassionati. Il costo per la partecipazione, codice MC2, è di 40 euro p.p. – 35 euro per i soci ASPI.

L’iscrizione può avvenire direttamente in sede o previa prenotazione via mail allegando copia del bonifico bancario intestato ad ASPI – IBAN IT 43 J 03111 5573 0000000010627 con la causale MC2 e cognome e nome. E’ indispensabile la prenotazione.

ASPI CAMPANIA

via Monte di Cuma 3, Pozzuoli (NA)

Tel. 081 804 6235 ‐ mail: napoli@aspi.it – campania@aspi.it

Leggi anche La prima recensione del progetto FEUDISTUDI Qui.

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L’Es di Gianfranco Fino e il principio del piacere come passione pura

21 febbraio 2020 by

Correva l’anno 2006, durante una delle mie prime partecipazioni alle degustazioni di Vitigno Italia a Napoli, allora si teneva alla Mostra d’Oltremare di Fuorigrotta, mi venne raccomandato, tra gli altri, di non perdermi un assaggio, uno straripante Primitivo pugliese; successivamente, la stima e l’affetto di Salvatore Martusciello mi concesse addirittura di poter godere di una intera bottiglia di quel vino, l’Es di Gianfranco Fino, credo fosse annata 2004.

Quel vino, assolutamente sconosciuto, devo essere sincero, mi trovò oltremodo impreparato; non tanto da un punto di vista professionale, in quanto nonostante fossi ai miei primi anni da Sommelier un po’ di bottiglie di un certo spessore le avevo già aperte e con un po’ di fortuna mi ero avviato a camminare diverse vigne qua e là in Italia e incontrare tanti ottimi produttori che mi avevano aiutato con il loro sapere. Questo vino di Gianfranco Fino, allora mi pare fosse un collaboratore di Luigi Veronelli in Puglia, segnava chiaramente uno spartiacque, almeno tra i rossi pugliesi conosciuti dal grande pubblico di appassionati sino ad allora e per quel territorio in particolare. Mai approcciato qualcosa di simile prima di allora, ne rimasi folgorato.

In quegli anni spirava un vento ”buono” e diverso in quella regione, Manduria e più in generale quelle terre sembravano acquisire un ruolo sempre più decisivo nelle sorti produttive pugliesi, areale non più relegato alla mercé dei numerosi imbottigliatori del nord che qui venivano a fare mercato ma finalmente protagonista di un processo di sviluppo concreto che vedeva di anno in anno grandi gruppi investire e sbarcare direttamente sul territorio, riuscendo al contempo lasciar emergere nuove piccole realtà che avrebbero saputo affiancare i nomi ”storici” e lasciare, a loro modo,8 un segno indelebile.

Così è stato se vogliamo per Gianfranco Fino e Simona Natale, partiti con una manciata di piante in Agro di Manduria e un grande sogno nel cassetto sino ad arrivare a mettere su, a suon di sacrifici e di successi, una splendida realtà che conta oggi tra Sava e Manduria 22 ettari di vigna di cui almeno la metà di vigne vecchie, recuperando inoltre, con un lungo lavoro certosino, le preziose viti ad alberello sposando appieno una filosofia di coltivazione della terra sostenibile e di grande autenticità.

Per quanto bizzarro come nome, Es viene scelto perché rappresenta il principio freudiano del piacere della passione pura che fugge completamente alla ragione, l’istinto di ciò che è primordiale, e così ci si avvicina a questo duemilasedici, un piccolo capolavoro di concentrazione estrema, un rosso di grande pulizia olfattiva e di enorme fascino sensoriale: il colore è rubino vivace, fitto ed elegante, il naso è un trionfo di marasca sotto spirito, prugne in confettura, spezie dolci, polvere di cacao, il sorso è pieno, potente ma vellutato, di finissima tessitura acido tannica che ben riesce ad armonizzare il 16,5% di alcol in etichetta, non certo trascurabile.

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Chianti Classico Gran Selezione Riserva Ducale Oro 2012 Ruffino

18 febbraio 2020 by

E’ l’amplesso del manuale del sommelier, la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi beve e scrive di vino: un vino rosso dalla grande storia, ampio, gaudente e dal finale lungo almeno quanto il nome che reca in etichetta, un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: momento epico, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo e che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia già tutto scritto.

Diciamolo subito, il Riserva Ducale Oro duemiladodici ci è piaciuto, non meno delle annate precedenti e non ha certo influito la menzione Gran Selezione che ha contribuito, se proprio vogliamo dirla tutta, solo a confondere un po’ le idee.

Così siamo andati a studiarcela e abbiamo imparato che un tempo c’era il Chianti, poi, dal 1967, la zona di produzione più antica viene meglio specificata con ”Chianti Classico”. Stiamo parlando di un’area storica più limitata, collocata fisicamente tra le province di Firenze e Siena intorno alla quale insistono poi diverse sottozone del Chianti: Colline Pisane, Colli Aretini, Colli Senesi, Colli Fiorentini, Rufina, Montalbano, Montespertoli. Tutte docg basate sul Sangiovese, previsto come minimo tra il 70% e l’80% nell’uvaggio sino all’essere utilizzato in purezza.

A questo vi si aggiungono le Riserve, quei vini cioè con invecchiamento di almeno 24 mesi e, tra i Chianti Classico con almeno 30 mesi e 13% di alcol in volume, la menzione Gran Selezione che tradotta in termini di qualità dovrebbe garantire la massima espressione possibile di questo territorio.

Cosa che questo Riserva Ducale Oro di Ruffino riesce a fare abbastanza bene, sebbene continuiamo a rimanere particolarmente suggestionati dalle versioni Sangiovese purosangue. Questo rosso nasce infatti con Sangiovese per l’80% con un saldo di Merlot e Colorino per la restante parte, uve provenienti dalle tenute di Gretole e Santedame a Castellina in Chianti. Il colore è rosso rubino con riflessi granato sull’unghia del vino nel bicchiere, il naso è subito sfrontato, ci sono rimandi alla viola e alla prugna, ancora a note fruttate di visciola e sensazioni di foglia di pomodoro e spezie dolci. Il sorso è pieno, ha tessitura importante e buon equilibro gustativo, con una interessante trama acido-tannica.

Ben presto, si vocifera, la menzione Gran Selezione potrebbe diventare marchio distintivo a disposizione di tutti i produttori del Chianti, non solo quindi per coloro i quali producono all’interno dell’area storica. Si resta a guardare quindi in attesa che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia, pare, già tutto scritto.

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Il Falerno del Massico Primitivo Conclave 2017 di Antonio Papa

14 febbraio 2020 by

C’è tanta superficialità in giro, spesso te ne accorgi al primo sorso di vino, talvolta già prima di levare il tappo, certe altre ancor prima di mettere gli occhi sull’etichetta. Poi capita di fare Oohh! Così le bottiglie di Antonio annullano qualsiasi preconcetto, quale che sia la presunzione, la convinzione con la quale credi di sapere tutto di Falerno e di Primitivo.

A Falciano del Massico si contano circa 13,5 ettari iscritti alla doc Falerno, votati prevalentemente alla produzione di Primitivo, Barbera, Piedirosso, Falanghina e Moscato e con terreni composti perlopiù di argille, crete e limo, sabbie. Qui, sul versante sud del Monte Massico, fin dal 1900 i Papa promuovono la coltivazione del vitigno Primitivo e di alcune altre varietà minori poi ammesse nel disciplinare doc nel 1988. Nel 1999 iniziano i primi imbottigliamenti e la commercializzazione del loro primo Falerno del Massico doc Primitivo, Campantuono, un rosso di grande estrazione e carattere, continuando la valorizzazione dei vitigni di proprietà coltivati sulle colline del circondario sino a circa 300 mt s.l.m..

Conclave è quindi l’altro Falerno di Antonio Papa o comunque una espressione più moderna del suo Primitivo massicano. Fa da controcanto proprio al Campantuono, se questi infatti è figlio di vecchie piante a piede franco, cloni antichi e provenienti da un vecchio sito in particolare, Conclave viene invece fuori da 3 diversi areali e da vigne messe a dimora in anni più recenti e con piante innestate su piede americano. Si tratta di piccoli appezzamenti situati a poche centinaia di metri dal cuore di Falciano del Massico, in località Pietrasbirri (1,30 ha) e più in là, verso la collina Piantagione, in località Cofanari (0,60 ha) e Santa Maria in Boccadoro (1,50 ha).

Da queste parti l’annata duemiladiciassette è stata particolarmente calda, con l’estate che ha fatto registrare temperature medie ben al di sopra delle precedenti, senonché durante la vendemmia ci sono stati ripetuti sbalzi termici e qualche pioggia che hanno contribuito a portare in cantina uve ricchissime e leggermente appassite naturalmente in pianta da due dei tre siti succitati, quelli più caldi e ventilati in collina, mentre dal sito in pianura di Pietrasbirri le uve raccolte sono risultate più turgide e snelle, tant’è si è lavorato con un raccolto per ettaro di appena 45 q.li e una resa in vino del 58%, come a dire poca roba ma di assoluta qualità e con un estratto secco sui 40 g/l.: una vera bomba! Il vino ha poi fermentato in acciaio, svolgendo un breve affinamento in tonneau prima di finire in bottiglia, senza filtraggio.

Nel bicchiere ci arriva così un vino dal bellissimo colore rubino-porpora, avvenente, profondo e suggestivo, dai profumi originali e di sapore secco, morbido, caldo, avvolgente, sapido. Ha un naso portentoso, si rincorrono sentori floreali e di piccoli frutti ben maturi, dolci sensazioni speziate e riverberi balsamici sottili ed eleganti. Sa di lamponi e more, è succoso di visciola, di cacao e liquirizia. Il sorso è secco, potente e seducente, il frutto è quasi masticabile, l’acidità, il tannino e la glicerina sono ben fusi e regalano una beva importante, decisa ma sostenibile. Un sorso di piacevolezza assoluta, mai stucchevole o stancante, un piccolo capolavoro!

Leggi anche Papa, l’artigiano del Primitivo Qui.

Leggi anche Un tempo, la storia del mio Falerno del Massico Qui.

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Torelle è il sogno di Emanuele Guardascione che si fa Falerno del Massico rosso 2015

11 febbraio 2020 by

Una bella novità in terra di Falerno che merita assolutamente di essere conosciuta, l’azienda è a Cascano di Sessa Aurunca, nel cuore dell’Ager Falernus, con il vulcano spento di Roccamonfina a nord-est e il Monte Massico a Sud-ovest.

L’azienda della famiglia napoletana Guardascione vede la luce poco più di dieci anni fa, nel 2009, con l’acquisto di 16 ettari in località Torelle, nel comune di Sessa Aurunca, ad opera di Emanuele. Era un giovane agronomo e la sua più grande passione era la viticoltura, nutriva il sogno di contribuire a rinverdire i fasti di questo straordinario territorio da oltre duemila anni sulla bocca di tutti.

Dopo la laurea in agraria inizia il suo percorso, prima affiancando Pierpaolo Sirch presso Feudi San Gregorio, poi trasferendosi per qualche anno presso l’azienda cilentana di Paola e Bruno De Conciliis, esperienze che lo aiutano nell’indirizzare il suo modello di approccio al mondo del vino: ricerca e pragmatismo in vigna, senza perdere di vista uno sviluppo eco-sostenibile e i vini prodotti come essenza del territorio di provenienza. Nel 2010 pianta così i suoi primi 2,5 ettari di Aglianico e nel 2014, dopo aver rilevato una piccola cantina nella frazione di Cascano di Sessa Aurunca, riesce a portare a termine anche la sua prima vendemmia allorché viene a mancare prematuramente all’età di soli 29 anni.

Giuliana, la sorella, a cui Emanuele ha provato a consegnare il testimone nonostante il troppo poco tempo a disposizione, ne ha subito raccolto il lascito valoriale e con grande slancio continua a metterci l’anima nel portare avanti un sogno divenuto frattanto una splendida realtà. L’azienda produce oggi circa 12.000 bottiglie di vino con uve provenienti da vigneti coltivati tutti in regime biologico proprio a ridosso del vulcano spento di Roccamonfina. Qui si punta anzitutto sul Falerno ma anche nella valorizzazione della i.g.t. Roccamonfina sotto la quale si produce una Falanghina, un rosso e un rosato sempre da Aglianico.  

“É” duemilaquindici, il Falerno di Torelle non è ancora in commercio, è un Falerno rosso con Aglianico al 99% e un lungo affinamento in acciaio, legni e bottiglia, ben 60 mesi, anche per questo ha un sapore assolutamente ancestrale, dal colore rubino vivace e un naso sfrontato e guascone, con quel timbro vinoso, floreale, fruttato e speziato e un sorso sottile, fresco, polposo e saporito, finanche sgraziato nel suo incedere gustativo ma pienamente autentico.

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Una grande storia enologica italiana, il Gattinara Riserva 2013 di Travaglini ad esempio

8 febbraio 2020 by

Prende il via da un’intuizione di Giancarlo Travaglini, nel 1958, che decide di dare una forma inconfondibile alla bottiglia che ancora oggi contiene i suoi vini Gattinara. Una bottiglia diventata poi iconica e che oggi viene addirittura esposta al MoMa¤ di New York.

Per molti, inizialmente, poteva sembrare una trovata per i turisti americani ed europei in gita per le langhe, buona per un ultimo souvenir a corredo delle tante prestigiose bottiglie di Barolo e Barbaresco che recavano con loro rientrando nel loro paese. E invece no, ”un grande vino non poteva certo finire in una normale bottiglia” amava ripetere Giancarlo Travaglini che nel ’58 pensò ad una vera e propria opera d’arte per contenere i suoi vini; una bottiglia studiata con attenzione e tecnicamente perfetta anche se dalla forma insolita: una bottiglia particolare, ergonomica, che agevola il lavoro durante la decantazione perchè capace di trattenere gli eventuali sedimenti naturali che i vini dal lungo invecchiamento possono contenere. La storia e la straordinaria complessità dei suoi Gattinara hanno saputo poi fare il resto!

E’ un territorio unico quello del Gattinara d.o.c.g., qui la terra ha la stessa composizione mineralogica delle Alpi, composta di graniti, porfidi, particolarmente ricca di ferro. Sono suoli leggeri, ricchi di scheletro e a forte reazione acida per l’assenza di calcare dovuta alla scarsa concentrazione di carbonato di calcio e magnesio.

I Travaglini qui detengono circa 59 ettari di proprietà di cui ben 44 votati esclusivamente alla coltivazione della vite, viene coltivato perlopiù Nebbiolo, cui si affiancano alcuni impianti di Vespolina e Uva Rara che confluiscono nella produzione dell’unico vino rosso senza Nebbiolo dell’azienda. Stiamo parlando di vigne che hanno un età compresa tra i 6 e 45 anni, tutti esposti a sud, sud-ovest curate con maniacale attenzione durante tutto il ciclo produttivo così da condurre in cantina uve sanissime e di primissima qualità. 

Non solo in vigna però, c’è poi lo scrupoloso lavoro in cantina prima di affidare questi vini alle ”mani del tempo”, alla loro permanenza in legno e in bottiglia; il Gattinara Riserva ad esempio ha un affinamento minimo di 5 anni, di cui 4 in botti rovere di Slavonia e una piccola percentuale con affinamento in legni più piccoli, per un anno, mentre poi può rimanere in bottiglia ancora per almeno 8 mesi.

Questo Gattinara Riserva duemilatredici ha uno splendido colore granato intenso, il naso è subito ampio e imponente nella sua finezza, si capisce subito di trovarsi dinanzi a un vino di classe cristallina: è un rosso che da grande respiro al Nebbiolo piemontese, ha sentori floreali e fruttati di rosa e viola, tamarindo, un lieve tono di tabacco, con spezie fini in sottofondo ed una forte componente minerale che ha la meglio soprattutto al palato. Il sorso è piacevolmente tannico, fresco e persistente, con un gran finale di bocca rinfrancante. E’ proprio il caso di dire di trovarci dinanzi ad una grande bottiglia della storia enologica italiana!

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L’Ager Falernus, oltre duemila anni di storia sulla bocca di tutti, le degustazioni della Masterclass!

5 febbraio 2020 by

E’ stata una bellissima esperienza umana nonché di crescita professionale guidare la Masterclass¤ di Aspi Campania tenuta a Pozzuoli in collaborazione con il Consorzio ViTiCa, ente che Tutela i Vini D.O.C. Falerno del Massico¤, Asprinio di Aversa, Galluccio e le I.G.T. Terre del Volturno e Roccamonfina.

La storia ci ha sempre raccontato che il Falernum già in epoca romana veniva considerato vera e propria rarità enologica tanto dall’essere addirittura riconosciuto con ben tre sottodenominazioni a seconda della sua provenienza geografica. Era chiamato comunemente vinum Falernum tutto quello prodotto nell’Ager ma generalmente da vigne allocate in pianura; il Faustianum invece era quello tralciato nell’area appena pedecollinare mentre veniva riconosciuto Caucinum solo quello più prezioso, proveniente dall’alta collina.

A seconda poi delle caratteristiche organolettiche che tali vini esprimevano, vi era anche una distinzione per tipologia del tipo Austerum per i vini austeri e/o astringenti, Dulce se appunto dolci o Tenue quando leggiadri e beverini. Parliamo certamente di vini che avevano ben poco a che vedere con l’odierna qualità espressa in terra di Falerno, ma la particolare attenzione riservata a questo vino ci suggerisce quanto queste terre fossero già allora vocate alla viticultura e, per i palati di allora, apprezzati i vini qui prodotti.

Oggi, pur avendone ben chiari i confini della doc Falerno del Massico non è affatto semplice riassumerne per intero una zonazione efficace di tale territorio che, oltretutto, gravita attorno al massiccio del Monte Massico facendo sì che si passi da terreni pedemontani a collinari – con tutte le implicazioni pedoclimatiche, ndr -, sino ad arrivare letteralmente al mare. Alcuni riferimenti che possono però aiutarci a comprendere meglio ciò che provano a raccontare certe bottiglie che vanno in giro ci teniamo comunque a precisarli.

Nell’areale di Sessa Aurunca insistono circa 78 ettari denunciati alla doc, coltivati prevalentemente con Aglianico, Piedirosso, Falanghina e Primitivo; qui i terreni sono generalmente caratterizzati da tufo nell’interno, verso il vulcano spento di Roccamonfina e sabbia e limo verso la costa sino al mare.

Cellole conta 25 ettari coltivati con Aglianico, Piedirosso, Falanghina, Primitivo, qui i terreni sono sostanzialmente caratterizzati da sabbia e limo con alcuni tratti di origine alluvionale.

A Carinola e nei suoi dintorni insistono 26 ettari piantati con Aglianico, Piedirosso, Falanghina, qui il vigneto sembra essere più omogeneo su tufo e argille.

Falciano del Massico il vigneto doc conta circa 13,5 ettari votati a Primitivo, Barbera, Piedirosso, Falanghina, Moscato con terreni frammisti di argille, crete e limo, sabbie.

Infine Mondragone, con i suoi 8,5 ettari di Primitivo e Falanghina e le sue vigne che diradano sino a due passi dal mare, qui i terreni sono composti perlopiù da limo, sabbie con misto argille.

Una terra straordinaria quindi l’Ager Falernus che oggi potremmo così definire: di qua, a partire da sud-ovest, Mondragone, Falciano e, verso nord-est, Carinola. Di là, a nord, Cellole e poi Sessa Aurunca con le sue frazioni di Carano e Cascano verso est che si spingono fin su il vulcano spento di Roccamonfina. Ad ogni modo un territorio tutto da scoprire, da bere, ricordare a cominciare da questi sette nomi…

Falerno del Massico bianco Aurunco 2018 La Masseria di Sessa. Una piacevole scoperta questa splendida realtà del comune di Sessa Aurunca. In linea con i principi di produzione naturale qui il vino biologico viene prodotto in maniera rigorosa a partire da frutti sani e ricchi di materia viva, una coltivazione senza ammendanti chimici, utilizzando per i terreni solo compost aziendale, fino ad un processo di trasformazione che abbina gli antichi metodi con una modernissima tecnica di pressatura che utilizza gas naturale per l’estrazione del mosto tale da consentire la riduzione, e in alcuni vini, la totale assenza dell’utilizzo dell’anidride solforosa. E’ un Falerno nuovo, affianca alla Falanghina un piccolo saldo di Fiano, è luminoso, ampio al naso, caratterizzato dal candore del debuttante ma con tanta buona materia dentro. Farà la sua strada.

Falerno del Massico bianco Vigna Caracci 2016 Villa Matilde Avallone¤. La storia di Villa Matilde comincia negli anni Sessanta con Francesco Paolo Avallone, avvocato e appassionato cultore di vini antichi, che, incuriosito dai racconti di Plinio e dai versi di Virgilio, Marziale ed Orazio sul vinum Falernum, decise di riportare in vita il leggendario vino scomparso al principio del secolo scorso. Dopo anni di studio, individuò le viti che avevano dato vita al Falerno in epoca romana: pochi ceppi sopravvissuti miracolosamente alla devastazione della fillossera di fine Ottocento vennero così ripiantati, con l’aiuto di pochi contadini locali, proprio nel territorio del Massico, dove un tempo erano prosperati e fondò Villa Matilde.

Oggi l’azienda è guidata dai figli di Francesco Paolo, Maria Ida e Salvatore Avallone che con dedizione esclusiva proseguono il sogno e il progetto del padre raccogliendone l’importante eredità guardando ancora oltre. Vigna Caracci duemilasedici è il Falerno bianco, espressione di questo territorio che trova nella sostenibilità e nella ricerca la sua forza e la sua proiezione. Ha un colore oro luminoso, il naso è intriso di tante piacevole sensazioni balsamiche, fruttate, floreali, melliflue, con quel sorso sferzante e caparbio, sapido e lunghissimo.

Falerno del Massico rosso 1880 2016 Bianchini Rossetti¤. La famiglia Rossetti è qui da oltre tre generazioni, l’azienda produce oggi Falerno del Massico con le uve di proprietà provenienti perlopiù dalla collina di San Paolo, nel cuore di Casale di Carinola. In prima linea da circa un ventennio ci sono Tony Rossetti e l’instancabile Zio Francesco, artefici dell’ultimo rinnovamento aziendale. La filosofia è semplice e chiara: produrre vini di qualità nel rispetto del territorio. Non ricordiamo di questo vino una sola sbavatura, giunti alla decima annata assaggiata con il duemilasedici ci appare sempre in grande forma, dal colore rubino vivace e con un naso fierissimo, pieno di sottili sfumature che fanno dei due varietali Aglianico e Piedirosso espressione unica di questa terra!

Falerno del Massico Primitivo Conclave 2017 Gennaro Papa¤. Produttori storici a Falciano del Massico, nel versante che guarda a sud del Monte Massico, fin dal 1900 promuovono la coltivazione del vitigno Primitivo oltre al moscato e ad altri vitigni minori poi ammessi nel disciplinare doc nel 1988. Dal 1999 iniziano gli imbottigliamenti e la commercializzazione del Falerno del Massico doc Primitivo e la valorizzazione dei vitigni storici coltivati sulle colline a 300 mt s.l.m. e contestualmente iniziano un lavoro di ricerca assiduo che da nuova linfa al territorio e alla viticultura dell’areale. E’ un gran bel bere il vino di Antonio Papa, profondo e suggestivo, nel colore, nei profumi straordinariamente originali e nel sapore secco, morbido, caldo, avvolgente, sapido. Ne torneremo a raccontare più dettagliatamente.

Falerno del Massico Primitivo Primo Antico 2017 Cantina Trabucco. L’azienda di Nicola e Danilo Trabucco nasce nel 2003 nel piccolo comune di Carinola, alle pendici del Monte Massico con l’obbiettivo di produrre vini territoriali di pregio che possono esprimere in tutta la loro pienezza, la forza e l’eleganza del territorio d’origine. Primo Antico duemiladiciassette nasce con una idea precisa, quella di avvicinare al Falerno massicano bevitori seriali e a guardare il risultato nel bicchiere ci appare un messaggio chiaro ed inequivocabile, oltre che vincente!

Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2013 Masseria Felicia¤ – Sessa Aurunca. Camminare a passi lenti e brevi tra i filari e lasciarsi cogliere da un sorriso, quasi una smorfia della bocca che si trasforma in mezzaluna, e illuminare l’aria. Questa semplice azione che poi si è trasformata in abitudine, è quella che ha spinto Maria Felicia a viverci tra queste vigne e questi uliveti. Collocata alle falde del Monte Massico, eccoci dinanzi ad un Falerno del Massico di antica tradizione e nuova identità. Etichetta Bronzo duemilatredici è un rosso meravigliosamente squadrato, dal colore rubino profondo con delicate sfumature di alleggerimento sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco, subito verticale, parte sfrontato, accigliato, speziato, poi viene fuori l’amarena, la prugna, sentori di tabacco. Il sorso è slanciato, perentorio il tannino, tanto è caparbio che ti sembra quasi di masticarlo, ma lo perdi tra un morso e l’altro del frutto polposo e gaudente.

Falerno del Massico rosso E’ 2015 Torelle. L’azienda della famiglia Guardascione nasce nel 2009 con l’acquisto dei terreni, in località Torelle nel comune di Sessa Aurunca per intuizione di Emanuele. Era un agronomo e la sua più grande passione era la viticoltura. Dopo la laurea in agraria iniziò il suo percorso, prima con Pierpaolo Sirch presso Feudi San Gregorio, poi per qualche anno presso l’azienda cilentana De Conciliis. Nel 2010 piantò i primi 2,5 ettari di Aglianico e nel 2014 rilevó una piccola cantina nella frazione di Cascano, sempre nel comune di Sessa Aurunca, dove portò a termine la sua prima vendemmia allorché venne a mancare prematuramente all’età di soli 29 anni.

Giuliana, la sorella, a cui Emanuele ha provato a consegnare il testimone nonostante il troppo poco tempo a disposizione, ha subito raccolto con grande slancio l’eredità del fratello e continua a metterci l’anima nel portare avanti il loro sogno, rinverdire i fasti del Falerno. L’azienda produce oggi circa 12.000 bottiglie di vino con uve provenienti da vigneti coltivati in biologico proprio a ridosso del vulcano spento di Roccamonfina. Falé duemilaquindici non è ancora in commercio, è un Falerno dal sapore ancestrale, vivace e sfrontato al naso, vinoso, floreale, fruttato, quanto sottile e saporito al palato. Ci ha aperto gli occhi su un’altra splendida realtà dell’Ager da tenere d’occhio nei prossimi anni. Ci torneremo su.

Leggi anche Piccola guida ai vini Falerno del Massico Qui.

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Pozzuoli, il Piedirosso Campi Flegrei 2018 dell’azienda agricola Mario Portolano

4 febbraio 2020 by

Siamo a Pozzuoli, ai piedi della Collina che anticipa le ripide pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo, sul versante nord della piana di Toiano, luogo dove sorge oggi uno dei quartieri più popolati del comune flegreo.

Sino alla fine degli anni ’60 qui era tutta campagna, vi erano perlopiù frutteti, campi agricoli votati alla coltivazione di mele annurche e arance, verdure e ortaggi, poi qua e là i coloni piantavano filari di varietà Montepulciano, Piedirosso e Trebbiano allevate con il tradizionale sistema dello Spalatrone Puteolano per farne vino di sostentamento, niente di che da un punto di vista commerciale.

Con il primo Bradisismo degli anni ’70, l’evacuazione definitiva del Rione Terra e del centro storico di Pozzuoli fu proprio questa l’area scelta per l’insediamento delle nuove case popolari che spostò qui, a partire dal 1974 e sino a metà anni ’80, gran parte della popolazione puteolana che in quegli anni si era un po’ dispersa in alloggi di fortuna tra la provincia a nord di Napoli e la fascia costiera Domitiana, sino a Castelvolturno e Mondragone in provincia di Caserta, Formia, Gaeta e Latina nel basso Lazio.

Mario Portolano¤, imprenditore napoletano lungimirante, alle prese con la prosecuzione dell’impresa di famiglia impegnata nel manifatturiero di pregio dal 1895, con attività commerciali nel centro storico di Napoli, poi a Roma e Milano, aveva investito in proprietà agricole proprio qui a Toiano, dove nel fine settimana amava trascorrere le giornate in famiglia e dedicarsi al lavoro in campagna e alla coltivazione della vite per farne vino per se e per gli amici più cari. Dopo le ultime espropriazioni, a fine anni ’80, riesce a mantenere almeno questo pezzo di terra, già Masseria Murro, per continuarci a vivere nel fine settimana e a fare vino.

Poco più di 4 ettari caratterizzati da sabbie vulcaniche e tufo giallo, piantati con ceppi di Aglianico provenienti da Taurasi e Piedirosso dei Campi Flegrei, vigne tutte ben esposte a sud con piante di almeno 30 anni, collocate su ripidi terrazzamenti che avanzano per centinaia di metri sulla Collina che anticipa le pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo; qui, in certe estati, durante il giorno le temperature si alzano fin sopra i 35°/40° ma le vigne restano costantemente rinfrescate dal vento che arriva direttamente dal mare del golfo di Pozzuoli dopo aver spazzato praticamente tutta la conca ”entrando” dal Monte Barbaro sino a scivolare via verso Monterusciello e Licola.

Un microclima unico che contribuisce a produrre uve di grande qualità, sane e con tanta materia, in cantina arrivano mosti sempre molto ricchi che l’ottimo Gianluca Tommaselli, l’enologo che segue l’azienda della famiglia Portolano in cantina, riesce a ben interpretare alla sua maniera, con manico diligente ed essenziale, niente utilizzo del legno, solo acciaio e qualche mese di bottiglia.

Così anche a questo giro viene fuori un Piedirosso flegreo di particolare carattere, un duemiladiciotto che veste un colore rubino dal tono vivace, con un naso fitto e intriso di sensazioni floreali e fruttate dolci e invitanti, sa di violetta e piccoli frutti rossi e neri, poi un accenno speziato, il sorso è carnoso, pieno, equilibrato, regala un assaggio morbido, dal finale di bocca misurato, avvolgente e sapido. Se appena un anno fa potevamo raccontarvi di una piacevole scoperta oggi siamo certi di ritrovarci dinanzi ad una ragionevole certezza!

Leggi anche Piedirosso Campi Flegrei 2017 Mario Portolano Qui.

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Il Colle Rotondella 2018 di Cantine Astroni è l’omaggio di Gerardo Vernazzaro alla sua Napoli

2 febbraio 2020 by

E’ un ideale, quello dell’appartenenza, che conservano un po’ tutti i produttori e i viticoltori a cui generalmente rivolgiamo la nostra attenzione, tra questi, negli anni, alcuni hanno saputo raccogliere il testimone dalla generazione precedente segnando in maniera profonda e inconfondibile il futuro dell’azienda di famiglia.

La famiglia napoletana Varchetta da quattro generazioni è impegnata ad affiancare al florido commercio di uve e vini puntuali e lodevoli investimenti in un territorio dove piantare una vigna spesso può rivelarsi impresa difficile quasi quanto programmare il lancio di una sonda esplorativa nello spazio.

Così, più o meno vent’anni fa, è nato il progetto Cantine Astroni, un cambio di passo decisivo per la famiglia ma anche, soprattutto, un nuovo modo di guardare al territorio non più in maniera passiva bensì diventandone tra i protagonisti più attivi, convertendo e piantando vigne oggi tra le più suggestive intorno a Napoli e mettendo su una cantina bella e funzionale, tecnologicamente all’avanguardia, proprio a due passi dal centro città e dalla Riserva naturale del Cratere degli Astroni¤, là dove oggi è possibile per chiunque andare e toccare con mano uno spirito nuovo fuori dai soliti luoghi comuni di una periferia altrimenti assediata dal cemento.

Proprio dalle vigne del circondario flegreo e dell’areale dei Camaldoli, da un vigneto di circa tre ettari piantati perlopiù con Piedirosso dei Campi Flegrei, provengono le uve di questo delizioso rosso, il Colle Rotondella, che pare riassumere tutto quello che un vino di questo territorio deve saper garantire in tutta la sua sfrontata giovinezza: un colore avvenente, profumi seducenti e ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere.

E’ un rosso tremendamente contemporaneo, decisamente didattico per chi si avvicina alla tipologia, dal colore rubino con vivaci sfumature quasi porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, con un naso estremamente varietale, vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo qui è sorretta anche da un frutto dalle piacevolissime sfumature speziate ed una fresca tessitura gustativa abilmente interpretate da Gerardo Vernazzaro proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, dona piacere di beva che grazia il palato e un sorso che ne richiama subito un altro. Questo duemiladiciotto ci appare un vero e proprio elogio alla bevibilità¤, nonché un sincero omaggio a Napoli e alla napoletanità da parte di uno dei suoi più attenti e preparati interpreti enoici in circolazione!

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Mai più ”nemo propheta in patria”!

1 febbraio 2020 by

E’ stato necessario qualche giorno di decantazione, per dirla con parole enoiche, era necessaria un’attenta analisi del vortice di sensazioni ed emozioni raccolte durante la lezione¤ di approfondimento sui Campi Flegrei tenuta al Corso Propedeutico per Sommelier ASPI¤ che ha visto riunirsi eccezionalmente gli aspiranti Sommelier di I° e II° livello.

Sono poi pervenuti tantissimi attestati di stima e messaggi da amici e semplici appassionati, produttori e colleghi professionisti a conferma di quanto sia fondamentale mantenere alta l’attenzione e la collaborazione tra tutti del mondo del vino per guardare al futuro con maggiore entusiasmo e per fare sempre meglio.

Ho a lungo studiato questo territorio, continuo a farlo ogni giorno provando a coglierne le peculiarità, un approfondimento costante, maturato in oltre 20 anni di esperienza e nato dall’esigenza di raccontare la memoria di questi luoghi meravigliosi che a forza di vederceli sempre sotto al naso quasi si rischia di non coglierne il reale valore storico e culturale che serbano in sé.

Una memoria straordinaria tratteggiata di tufo e cenere, piena di testimonianze, di presenza, di resilienza, valori unici ma che ogni giorno rischiano di dissolversi nel mare magnum della distrazione di massa a cui siamo costretti, un rischio che portato all’eccesso può provocare la scomparsa di principi fondanti. Non è così che deve andare.

Ecco perché questa memoria va preservata, conosciuta a fondo e trasferita al prossimo in maniera che a sua volta questi possa averne cura a trasferirla nuovamente al futuro.

Chi ha vissuto, lavorato, faticato prima di noi queste terre merita rispetto, vieppiù chi continua a farlo nel rispetto della memoria preservandone tradizioni e luoghi che altrimenti sarebbero in balìa dell’urbanizzazione massiva e la più becera speculazione edilizia. La vocazione naturale di certi luoghi deve rimanere tale e chi può contribuire alla loro valorizzazione deve farlo, deve essere sostenuto, senza remora alcuna.

Custodire questi luoghi, aver cura di queste terre, di certe vigne storiche ad esempio, raccontare i vini qui prodotti, è un atto d’amore indispensabile a cui non è possibile sottrarsi.

Un atto d’amore che vede in prima linea produttori e vignaioli, professionisti e appassionati, donne e uomini che continuano a muoversi tra mille difficoltà su un terreno non sempre facile, talvolta a dir poco complesso ma che, forse, anche per questo, diviene ancor più significativo e unico nel suo genere e che merita di essere raccontato al mondo e soprattutto conosciuto di più dalle stesse popolazioni locali che spesso nemmeno hanno percezione di questo patrimonio. Mai più ”nemo propheta in patria”!

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Ci ha lasciati Michele Moio

29 gennaio 2020 by

Ci ha lasciati oggi, all’età di 91 anni, Michele Moio¤. Con la sua storia, i suoi vini, è stato un riferimento assoluto del vino campano, per tutti il papà del Falerno, grande interprete del Primitivo, suo uno¤ dei vini più amati e conosciuti dagli appassionati, il rosso Moio 57, nato sotto il segno di quella straordinaria annata nell’Ager Falernus e, con il Taurasi, tra i primi vini rossi campani a varcare i confini regionali.

Alla figlia Rosa e ai figli Bruno e Luigi che hanno continuato sulla sua strada e a tutta la famiglia Moio il nostro profondo cordoglio per la perdita di un uomo che tanto ha dato alla storia del vino campano.

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Non è una storia qualunque quella del Gratena Nero

24 gennaio 2020 by

C’era una volta una piccola vigna di 700/800 piante semi nascosta in una parte alta e poco battuta di una Fattoria toscana in zona Chianti, un fazzoletto di terra dedicato poi a Beppone, l’ultimo contadino a mezzadria della fattoria che, tra gli altri, aveva preso particolarmente a cuore proprio questi pochi filari sino alla soglia dei novantanni, quando nel 1980 dovette cedere il passo ad altri.

In tempo di vendemmia proprio qui Beppone ci trascorreva infatti gran parte della giornata già dal mattino presto; da qui, per quanto pochi, provenivano grappoli d’uva dolcissimi che maturavano per prima e spesso con un anticipo di almeno 3 settimane rispetto alle altre varietà presenti nella Fattoria.

Siamo a Gratena, nel comune di Pieve a Maiano, in provincia di Arezzo, in area Chianti docg. L’azienda è biologica dal 1994, stiamo parlando di 180 ettari di cui 17 a vigneto e 1600 olivi tutti gestiti in maniera sostenibile e quanto più naturale possibile, con concimazioni con letame, trattamenti con solo rame e zolfo, vendemmia esclusivamente manuale. Di questa splendida realtà ne abbiamo scritto, tra i primi, già qualche anno fa proprio Qui, rimanemmo particolarmente colpiti dal loro Chianti Gratena duemilatredici, un rosso tanto sincero quanto disarmante, con tanta frutta già al primo naso (arancia sanguinella, melograno, mora, ribes, ndr) e un sorso pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, morbido e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo da bere.

Tornando un po’ indietro con gli anni, era il 1997 quando, al tempo di programmare l’estirpo di alcuni appezzamenti per procedere al graduale rinnovo dei vigneti, ci si accorse quasi per caso di un particolare della vigna del Beppone: era tempo di vendemmia e in pianta come sempre c’era poca uva, un centinaio di chili, ma ciò che attirò l’attenzione furono le foglie, a guardarle con attenzione erano molto strane per una varietà Sangiovese e più simili a quella di un Cabernet o di un Merlot. L’uva era sempre dolcissima e coloratissima, quasi inchiostro, ma saggiandola non aveva per nulla l’erbaceo del Cabernet. Non era Sangiovese, né Colorino, e nemmeno una varietà internazionale.

La curiosità condusse a vinificare separatamente quei pochi grappoli per qualche vendemmia e gli assaggi a venire del vino, che era scurissimo, denso, violaceo, assai empireumatico e molto tannico, faceva presagire ben poco di quanto invece era capace di esprimere dopo qualche mese di sosta in legno e in bottiglia: conservava un colore vivacissimo e sprigionava infatti profumi molto particolari, oltre che un sapore straordinario, quasi unico per quel territorio. Proprio come questo duemilaquindici prova a raccontarci nelle sue intenzioni: è un rosso di carattere e struttura, intenso nel colore e ampio e suggestivo al naso, il sorso è pieno e vigoroso ma si allunga piacevole e persistente sino ad un finale di bocca caldo e avvolgente; è uno di quei rossi pregni di stoffa da seguire con attenzione nella loro evoluzione nel tempo.

E’ dal gennaio del 1999 che quella vigna è stata così lentamente rinnovata grazie ad un costante reimpianto durato sino al 2010 con circa 20.000 barbatelle di quello stesso varietale tanto strano e particolare; contemporaneamente venne affidato alle ricerche del Prof. Attilio Scienza dell’università di Milano che ne ha eseguito uno primo studio approfondito di tre anni e poi, dopo quasi 10 anni, ne ha potuto delineare il profilo di un vero e proprio nuovo vitigno a bacca rossa, omologato con Decreto Ministeriale del 28/05/2010 con il nome di Gratena Nero. E l’Istituto CREA di Arezzo, con il Prof. Storchi, ha poi terminato gli studi consentendo alla Regione Toscana di poterne decretare l’ammissione agli albi regionali nel settembre del 2017. Il vitigno Gratena Nero è ora ufficialmente un nuovo vitigno Toscano.

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Comfort Wines, Passito di Pantelleria Ben Ryé 2016 Donnafugata

19 gennaio 2020 by

Un vino, ad ogni sorso, straordinariamente sorprendente! E’ bene dirlo subito, giusto per rendere chiara l’idea di quanto ci fa piacere lasciare traccia su queste pagine di questo vino, un po’ per noi ma anche per chi, non amando la tipologia oppure, più semplicemente, preferisce trascurarla, stia lì a pensarci ancora senza aver mai bevuto da questo calice.

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

E’ forse il vino passito per antonomasia il Ben Ryé di Donnafugata, di certo tra i più popolari tra gli appassionati, di grande successo commerciale nonché di critica, mai confondibile con i tanti altri vini passiti prodotti a Pantelleria, la culla più vocata d’Italia per la nascita di questi meravigliosi bianchi dolci.

Va riconosciuto all’azienda di aver lavorato sempre negli anni per far sì che lo Zibibbo di Pantelleria, questa etichetta, nonostante il considerevole successo di mercato, potesse rimanere estremamente fedele ad una precisa identità territoriale prima che produttiva, un grande vino grazie al quale potersi affacciare su un mondo che rimane ancora profondamente misconosciuto, certamente lontano dal blasone dei grandi Sauternes, o di alcuni storici nettari mitteleuropei, ma che non manca di fornire come in questo caso, ancora una volta, vette emozionali e picchi di piacevolezza di notevole valore.

Il varietale, originario del nord africa, si è poi velocemente diffuso nel bacino del Mediterraneo e in particolare qui a Pantelleria grazie all’intensa coltivazione nei territori conquistati al tempo dagli arabi come uva da tavola e da essiccare. Il nome Zibibbo infatti richiama l’arabo “Zabīb” che significa, appunto, uva secca. E’ proprio qui a Pantelleria, con il suo clima caldo, siccitoso e ventoso dell’isola siciliana di origine vulcanica che lo Zibibbo, allevato ad alberello, sembra trovare le condizioni ideali per dare uva con un patrimonio di zuccheri incredibile e in grado di dare vini di finissima tessitura ma anche capaci di sviluppare profumi ed aromi caratteristici e particolarmente complessi.

Ben Ryé duemilasedici ha un colore oro-ambra luminosissimo, di gran fascino. Il naso è davvero un portento, assai intenso e persistente, ne viene fuori un quadro aromatico ricco di note e sensazioni fruttate passite, di macchia mediterranea, con sfumature eteree particolarmente suggestive che ne arricchiscono il profilo olfattivo: vi si colgono albicocca e scorze d’arancia candita, garighe e miele, accenni di cipria. Il sorso è certamente dolce, intriso però di freschezza, di lunghissima persistenza e piacevolezza. Naturalmente vocato agli abbinamenti con desserts dolci, è su alcuni formaggi (anche) erborinati che si misura alla grande in tutta la sua complessità.

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Pozzuoli, il 4 Febbraio a Villa Eubea c’è la Masterclass ASPI Campania sull’Ager Falernus con il Consorzio ViTiCa

17 gennaio 2020 by

L’Ager Falernus, oltre 2000 anni di storia sulla bocca di tutti. I produttori del Falerno del Massico si raccontano.

ASPI, l’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana, l’unica associazione italiana riconosciuta dall’ASI (Association de la Sommellerie Internationale), è lieta di aprire gli appuntamenti degli eventi dedicati al vino del 2020 con la prima Master class dedicata al Falerno del Massico, il più antico tra i vini prodotti in regione capace di esprimere tante anime suggestive e di grande qualità, con il supporto e la collaborazione di Vi.Ti.Ca., il Consorzio di Tutela dei Vini a D.O.C. Asprinio di Aversa, Falerno del Massico e Galluccio delle I.G.T. Terre del Volturno e Roccamonfina, costituito il 4 maggio 2004 è primo consorzio di tutela dei vini riconosciuto in Campania dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali con DM del 18/01/05.

Il Falernum, sin dall’antichità è sempre stato ritenuto una vera e propria rarità enologica tanto dall’essere addirittura riconosciuto con ben tre sotto denominazioni a seconda della sua provenienza geografica. Era chiamato comunemente vino Falerno tutto quello prodotto nell’Ager, ma generalmente da vigne allocate in pianura, il Faustianum invece era quello tralciato nell’area appena pedecollinare mentre veniva riconosciuto Caucinum solo quello più prezioso, proveniente dall’alta collina. A seconda poi delle caratteristiche organolettiche che tali vini esprimevano, vi era anche una distinzione per tipologia del tipo austerum per i vini austeri e/o astringenti, dulce se appunto dolci o tenui quando leggiadri e beverini.

La d.o.c. Falerno del Massico, istituita nel 1989, abbraccia cinque comuni tutti in provincia di Caserta: Sessa Aurunca, Cellole, Mondragone, Falciano del Massico e Carinola. Proveremo così a raccontare i territori, la loro anima, le storie, il lavoro, i vini, con il narrato di chi vive quotidianamente questa terra.

ASPI Campania, oggi più che mai, è impegnata nel rafforzare la figura di Alta professionalità che ogni Sommelier deve saper rappresentare nel mondo del vino, dove si è costantemente alla ricerca di donne e uomini preparati, specializzati e capaci di fare la differenza con il proprio talento e lavoro.

Le Masterclass sono aperte ai soci ASPI e a tutti i professionisti ed appassionati. Il costo per la Masterclass è di 35 Euro p.p. – 30 Euro per i soci ASPI. L’iscrizione può avvenire direttamente in sede o previa prenotazione via mail allegando copia del bonifico bancario intestato ad ASPI – IBAN IT 43 J 03111 5573 0000000010627 – con la causale MC1, con nome e cognome. La prenotazione è comunque indispensabile.

ASPI CAMPANIA
via Monte di Cuma 3, Pozzuoli (Na)
Tel. 081 804 6235
mail: campania@aspi.it – napoli@aspi.it
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Bacoli, Campi Flegrei Piedirosso 2018 Cantine Farro

16 gennaio 2020 by

”Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”, così recita la scritta in alfabeto eubonico¤ incisa sul prezioso reperto archeologico da sempre raffigurato sulle etichette di Cantine Farro.

La cosiddetta Coppa di Nestore è senza dubbio tra i reperti più importanti nella storia della Magna Grecia. Il suo ritrovamento è avvenuto tra l’ottobre del 1954, quando venne alla luce la tomba a cremazione dove era stata gettata la coppa, e il marzo del 1955 quando Giorgio Buchner, l’archeologo italo-tedesco artefice degli scavi di San Montano, a Lacco Ameno, nel comune dell’Isola d’Ischia, ebbe terminato personalmente di comporre i frammenti che man mano erano emersi durante i lavori di scavo.

Stiamo parlando di una piccola kotyle¤, non più grande di 10 cm ma che serba in se evidentemente un grande valore antico e una storia ricca di fascino e mistero, prestandosi a varie interpretazioni alcune delle quali del tutto contemporanee attualmente, un po’, se vogliamo, come il Piedirosso dei Campi Flegrei, vino rosso per molti figlio di un Bacco minore eppure modernissimo e preziosissimo nelle carte dei vini oltre ogni ragionevole dubbio.

Al giorno d’oggi infatti, la necessità di leggerezza nel bicchiere rappresenta una esigenza sempre più ricercata, non più riconducibile solo ad una moda contemporanea o una tendenza lanciata da nuovi intenditori; la voglia, il desiderio di vini leggeri, luminosi ancor più quando trasparenti, godibilissimi perché caratterizzati da grande bevibilità, equilibrati e non pesanti, addirittura da bere freschi, mettono proprio tutti d’accordo, l’appassionato, fini esperti degustatori e comuni bevitori.

Non a caso ci piacciono particolarmente versioni così franche ed immediate come questa che ci arriva nel bicchiere, un Piedirosso duemiladiciotto che ci rappresenta una piacevole conferma del buon lavoro che ogni anno Michele mette in campo per regalarci vini autentici e pronti da bere. Rosso dal colore rubino porpora, nemmeno troppo trasparente ma luminoso e invitante. Il naso è delicato e intriso di note floreali di rosa e geranio, di piccoli frutti rossi e neri, all’assaggio è scarno ma piacevole e godibile sin dal primo sorso.  

Resterà, forse, figlio di un Bacco minore, come erano considerati fino a dieci, quindici anni fa questa tipologia di vini snelli e agili, tali ovviamente se paragonati ai grandi vini internazionali o ai Super qualchecosa, generalmente concentrati, scuri, fitti, quasi impenetrabili dalla luce, talvolta oltremodo alcolici, voluttuosi e ricchi, quasi sempre affinati in legno pregiato, anzi, barriccati. Anche per questo, oggi, probabilmente sempre più anacronistici.

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Leggi anche Elogio all’immediatezza Qui.

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Segnalazioni| Sancerre Chêne Marchand 2017 Dominique Roger

15 gennaio 2020 by

E’ il bianco ideale per chi volesse avvicinarsi al Sauvignon Blanc di Sancerre e le sue particolari velleità varietali, quelle connotazioni caratteristiche, anzitutto olfattive, che tanto appassionano ma che, in qualche caso, possono anche allontanare.

Non vi sono infatti eccessi in questo ottimo bianco di Dominique Roger, vestito di un bellissimo colore paglierino, dal naso intenso e finissimo, tipico, fruttato e balsamico, in bocca si fa spazio deciso, è pieno di sana tensione gustativa, fresco e minerale. Un sorso tira l’altro.

Lo Chêne Marchand duemiladiciassette di Roger nasce da vigne di 30 anni di Sauvignon Blanc provenienti da una piccola parcella di 0,37h degli 11 di proprietà a Bué, uno dei 14 comuni dell’Aoc. Un prezioso fazzoletto di terra calcarea-ghiaiosa e gessosa, con meno contenuto di argilla rispetto al terreno calcareo trovato generalmente nell’areale, una sorta di continuazione della terra calcarea di Kimmeridgian di Chablis. Si tratta a tutti gli effetti di un vero e proprio Grand Cru, anche se da queste parti non è in uso la medesima classificazione ricorrente, ad esempio, in Borgogna.

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Bacoli, Campi Flegrei Falanghina Le Cigliate 2017 Cantine Farro

14 gennaio 2020 by

E’ un bianco di inusuale spessore quello di Michele Farro, uno di quei produttori che non può certo mancare all’appello quando si prova a raccontare il territorio, la storia e vini dei Campi Flegrei .

Ha carattere fiero e caparbio Michele, l’istinto commerciale lo conduce ben presto, da autodidatta, a sporcarsi le mani in cantina; di cervello fine e modi affabili, quasi dorotei, gli bastano pochi anni per ritagliarsi il suo spazio sulla scena enologica napoletana e regionale; ci mette poco, appena due parole, per farti capire di che pasta è fatto, che è uno di quelli che si è fatto da solo e che la sua azienda, praticamente dal nulla, può essere oggi considerata tra quelle di riferimento per tutto il territorio.

Cantine Farro nasce negli anni ’90, ha sede a Bacoli e oggi gestisce circa 4 ettari in conduzione diretta, rimangono invece tante di più le vigne monitorate da Michele in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo che, con capacità, destrezza, sa di poter abilmente gestire portandosi in cantina solo il meglio di cui ha bisogno, non disdegnando di raggiungere nelle migliori annate una produzione che si attesta sulle 200.000 bottiglie, per il 70% destinate al mercato estero. 

L’idea di questa nuova etichetta prende forma a cavallo degli anni ’90 e ’00, nel pieno del boom del vino affinato in legno, della barrique tout court e sur toutes, anche per questo le prime uscite sortiscono quasi un effetto boomerang per l’azienda e Farro, per sua stessa ammissione, si convince quasi immediatamente di aver probabilmente forzato un po’ troppo la mano: ”Ne veniva fuori un buon vino, la provenienza delle uve era di primissimo ordine, restava però lontanissimo dalla mia idea di bianco flegreo, di quella piacevolezza a cui puntavo”, dirà poi.

Una marcia indietro che in realtà faranno un po’ tutti i produttori campani di lì a poco, tanto prima folgorati dal ”Dio Boisé” quanto poi immediatamente redenti –  chi prima, chi poi, ndr – sulla strada della tipicità varietale e territoriale; così sarà anche per Le Cigliate, una panacea il ritorno all’essenziale che gli consentirà un salto in avanti non indifferente. Con la solita freschezza e sapidità, proprie della sua espressività, la Falanghina prende così il largo con maggiore sostanza, si fa vino più complesso e coinvolgente, non più, semplicemente, un bianco di pronta beva e di approccio facile ma che diviene capace di affinare ed elevarsi, di portarlo in tavola su piatti ben più strutturati della classica cucina di mare territoriale, concedendosi addirittura il lusso di poterselo dimenticare qualche anno in cantina.

Le recenti uscite lo vedono prodottto con le uve provenienti perlopiù dal vigneto situato all’altezza di località La Schiana, nel comune di Pozzuoli, uno splendido appezzamento di 4 ettari che gode di piena luce e il giusto calore del sole di una intera giornata, con il mare a due passi, là oltre via Scalandrone. Le Cigliate duemiladiciassette è un bianco senza lacci e senza ammiccamenti, dal colore paglierino netto e tratteggiato da un naso immediato e invitante, profuma di fiori bianchi ed erbette di campo, sa di nespola e frutta esotica; il sorso è invece asciutto, pieno e caratteristico, di piacevole beva e segnato da buona sapidità.

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Coccaglio, del Franciacorta Brut Dosaggio Zero 2015 di Arcari+Danesi

12 gennaio 2020 by

Sono le versioni ”Dosaggio Zero” che secondo noi rappresentano al meglio l’espressione territoriale e varietale che si prova a portare in bottiglia nei vini speciali Metodo Classico, questa bottiglia ce ne dà nuovamente conferma sul tema Franciacorta con un approccio davvero interessante per chi volesse andare un po’ più in là nella scoperta dei reali valori in campo oggi da quelle parti.

Ne parlammo già Qui qualche anno fa, quello che allora poteva rappresentare una novità si è poi velocemente affermata come una splendida realtà che ha aperto una porta dalla quale affacciarsi curiosi per guardare cosa potesse accadere di nuovo e diverso in Franciacorta al di là del pregevole lavoro delle più importanti aziende del territorio che già conoscevamo.

L’Azienda nasce infatti nel 2006 grazie a Giovanni Arcari e Nico Danesi. La cantina ha sede nel comune di Coccaglio, una splendida casa del vino franciacortino ricavata nella roccia del versante sud del Montorfano, il monte di origine morenica che demarca il confine meridionale del territorio bresciano. Stiamo parlando complessivamente di appena cinque ettari dei quali per la maggior parte piantati con Chardonnay, cui s’aggiungono Pinot Nero ed una piccola parte di Pinot Bianco, tutti allocati tra i comuni di Coccaglio e Capriolo in provincia di Brescia.

Questo Dosaggio Zero dumeilaquindici, di cui si sono state prodotte circa 20.000 bottiglie, viene fuori da Chardonnay per il 90% e per la parte restante Pinot Bianco. In tutte le fasi di lavorazione dei vini base e delle cuvée qui si utilizza solo zucchero autoprodotto (sotto forma di mosto congelato), facendo a meno quindi dell’utilizzo di zuccheri esogeni come ad esempio saccarosio o mosti concentrati rettificati.

Nel calice ci arrivano bollicine fini, con bel naso fragrante e ampio, integro e caratteristico: sa di agrumi, fiori gialli, un lieve ma gradevole accenno balsamico. Il sorso è fresco e gratificante, forse un po’ ”verde” per quanto ricordassimo delle precedenti uscite, rimane però gustoso, sapido, piacevole e di buona persistenza. Etichetta di sicuro approdo, per un’azienda in forte crescita di consensi, tutti ben meritati.

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Buoni propositi, la cattedra e il piedistallo

4 gennaio 2020 by

E’ cosa buona e giusta, anche se non più tanto di moda, che chi s’accinge a salire in cattedra faccia bene, un attimo prima, a scendere dal piedistallo.

 

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Mirabella Eclano, Irpinia Falanghina Via del Campo 2018 Quintodecimo

2 gennaio 2020 by

Conserviamo su queste pagine profonda memoria delle decine di degustazioni dei vini di Quintodecimo, la suggestiva azienda-château di Mirabella Eclano di Laura e Luigi Moio che abbiamo avuto la fortuna di raccontare sin dai loro primi passi nel lontano 2001¤.

Di questo duemiladiciotto ne abbiamo già scritto brevemente lo scorso luglio, a qualche settimana dal suo debutto sul mercato, come sempre accade però, soprattutto per i vini bianchi di un certo spessore, proprio in questo momento, a poco più di anno dalla vendemmia, sembra essere particolarmente apprezzabile. Luigi Moio è da oltre vent’anni che dedica tanto studio e ricerca al varietale, anni di prove tecniche e verifiche sui diversi terroir che l’anno visto impegnato per tanti anni in giro soprattutto in Campania, così si spiega l’anima straordinaria di questa Falanghina che a suo dire rimane la varietà più interessante tra quelle bianche campane.

Il vitigno è tra i più antichi del nostro territorio, già noto e apprezzato dai Romani che del vino ne facevano ampie scorte durante i passaggi in regione. L’uva è tra le poche autoctone capaci di adattarsi alle tante varianti morfologiche territoriali e quasi sempre con risultati di tutto rispetto, non a caso è la varietà a bacca bianca più diffusa e i vini che ne vengono fuori, siano questi fermi o spumanti, godono costantemente di grande successo commerciale.

Via del Campo duemiladiciotto proviene da una sola vigna di proprietà di Falanghina che si trova proprio a Mirabella Eclano, dove Laura e Luigi Moio hanno avviato questo straordinario progetto di vita circa vent’anni fa. E’ necessaria una grande materia prima ed una profonda conoscenza del territorio e del varietale per permettersi un bianco con questa tessitura e corpo senza rinunciare al tradizionale patrimonio di freschezza e bevibilità.

Rispetto al precedente assaggio di luglio quando il vino sembrava addirittura un po’ imbrigliato nonostante l’avvenenza, la precisione, la sostanziale bontà, è ora ancor più luminoso nel colore paglierino e verticale al naso: sa anzitutto di biancospino e frutta a polpa bianca, poi si fa balsamico e fine, il sorso è pieno di forza e vitalità, è teso e lungo proponendosi con un finale di bocca gustoso e fresco, vieppiù finissimo e dal sapore asciutto.

Ama e ridi se amor risponde/piangi forte se non ti sente/dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fior/dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fiori. (Via del Campo – 1986 © Fabrizio De André).

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Sono a Épernay dal 1687 e noi solo oggi scopriamo gli Champagne di Mélanie e Benoît Tarlant

29 dicembre 2019 by

Siamo decisamente in ritardo, potremmo dire ben oltre ogni ragionevole dubbio, tant’è con quasi 335 anni di ritardo scopriamo gli Champagne di Mélanie e Benoît Tarlant.

Scherzi a parte, puntando il dito sulla regione viticola a nord-est della Francia, più o meno a 150 km a est di Parigi, e precisamente sulla Vallée de la Marne, il nome Tarlant non è proprio il primo che ti viene in mente ma forse proprio per questo il successo di queste bottiglie, oggi, vale molto più di quanto si possa pensare. Eppure, Mélanie e Benoît Tarlant rappresentano la dodicesima generazione di una famiglia presente nell’area sin dal 1687 e che ha iniziato a produrre Champagne già dal 1929, proprio a cavallo degli anni delle prime leggi sulla regolamentazione e costituzione dell’attuale AOC (1927-1935).

Rispetto alle aree maggiormente conosciute della Vallée, a nord est di Epernay – dove insistono i Grand Cru di Ay e Tours sur Marne, ndr -, qui siamo a Oeully, un po’ più a ovest sulla cosiddetta Rive gauche della Vallée de la Marne, un comprensorio di quasi 140 ettari dei quali oltre il 50% coltivato a Pinot Meunier, 14 dei quali gestiti dai Tarlant. Stiamo parlando di oltre 50 parcelle di vigne con terreni dalle caratteristiche geologiche molto differenti tra loro, certi di natura argillosa-calcarea, altri ricchi di sabbia e gesso, altri ancora con massiva presenza di ciottoli e fossili, tutte coltivate in maniera biologica e biodinamica anche se prive di certificazioni ufficiali. Le bulles provenienti da questo areale possiedono generalmente uno spettro aromatico particolarmente fruttato ed un sorso pronto e morbido.

Le cuvée di Benoît sorprendono anche per questo, vanno ben oltre questo cliché e sanno essere avvenenti e piacenti al naso ma freschissime e taglienti al palato e questo grazie ad un lavoro selettivo maniacale in vigna ed una vinificazione scrupolosa che non prevede fermentazione malolattica né di filtrare i vini. Vengono fuori così, ogni anno, poco più di 130.000 bottiglie che si possono considerare a tutti gli effetti dei pezzi unici, Champagne ricchi di complessità, luminosi e maturi al naso ma finanche asciutti e sapidi, sin da giovani, soprattutto nel caso dei sans année come il Brut Zero che tanto ci è piaciuto, non a caso a dosaggio zero, con ben sette anni sui lieviti prima della sboccatura.

Champagne Brut Cuvée Louis Tarlant - Foto L'Arcante

Buona anche la Cuvée Louis, da Pinot Noir e Chardonnay in pari quantità, il fiore all’occhiello dei Tarlant,  intenso e vigoroso, ricco di materia ma equilibrato e avvenente, dal naso complesso dove spiccano, tra le altre, sensazioni boisé e frutta secca e dove il sorso si avvantaggia anzitutto per struttura e complessità più che della mineralità e della freschezza.

Il Brut Zero, da Chardonnay, Pinot Noir e Meunier fermentati in legno, sembra invece possedere a nostro avviso un carnet di spontaneità e ”pulizia” più ampio, c’è anche in questo Champagne tanta materia, anticipata da un naso fine agrumato che sa di mandarino e pompelmo, di erbe aromatiche e mela limoncella, e sensazioni che rimandano all’odore di gesso, materia sostenuta da un sorso pieno di freschezza, vivace, che si fa largo minerale e sapido e che conduce la bocca, assaggio dopo assaggio, in un vortice di puro piacere per il palato. E’ proprio il caso dire: ”Tarlant? Eh sì, meglio tardi che mai!”.

Leggi anche I Migliori Champagne dell’anno secondo la Revue du Vin de France Qui.

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Syriacus 1997, un sorso di storia nel bicchiere

27 dicembre 2019 by

Anno straordinario quello, con l’annata dapprima definita calda, poi rivalutata nel tempo sino a che, con il passare degli anni, quella del 1997 è risultata essere una vendemmia talmente straordinaria tanto dall’essere definita “l’ultimo mito del Novecento”.

Davanti a questa rara etichetta, scovata non a caso nella cantina di Zì Pasqualina¤ ad Atripalda, sono riaffiorati mille ricordi di quegli anni. Ci ricordiamo, tra i molti, di un Monfortino ’97 di Giacomo Conterno strepitoso, Barolo le cui quotazioni in questi anni hanno poi toccato cifre stratosferiche; o del memorabile Solaia ’97 di Antinori, Super Tuscan da Cabernet Sauvignon, Sangiovese e Cabernet Franc. Vini profondamente diversi ma a loro modo spettacolari, si potrebbe dire di un altro pianeta, quasi a suggellare l’arrivo della sonda Mars Pathfinder sul pianeta rosso del luglio di quell’anno.

Il 1997 è stato un anno di montagne russe emozionali, nel vino come nella vita di tutti i giorni. E’ l’anno in cui a Miami, il 15 luglio, viene assassinato lo stilista italiano Gianni Versace. E qualche settimana più tardi, il 31 agosto, a Parigi, Lady Diana Spencer rimane vittima di un incidente automobilistico sotto il Pont de l’Alma assieme al suo compagno Dodi Al-Fayed. Il 5 settembre muore in India Madre Teresa di Calcutta. Mentre un mese più tardi, il 9 ottobre, lo scrittore e regista Dario Fo viene insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Quando qualche anno più tardi questo Syriacus ’97 di Feudi di San Gregorio¤ debutta sul mercato è subito un successo. E’ un vino prezioso, viene prodotto in quantità limitata poiché nasce da vecchie vigne pre-fillosseriche di ben oltre 150 anni situate a Taurasi, viti erroneamente identificate col Syrah, per questo localmente chiamata Syriaca. E’ a tutti gli effetti un recupero archeo-enologico, possibile grazie al terreno sabbioso dovuto all’origine vulcanica della zona di Taurasi che anche qui in Irpinia non ha permesso al parassita di attaccare le radici di queste viti, allevate con il tradizionale sistema a “starseta”, con uno sviluppo dei rami di circa 15-20 metri.

Negli anni a seguire questo ”nuovo” varietale prenderà il nome di Sirica¤, grazie al lavoro della cantina di Sorbo Serpico in partnership con le Università di Milano e di Napoli che, partendo dai ceppi di questi patriarchi, sono riusciti a riprenderne le fila consentendo una nuova piantagione in un piccolo appezzamento aziendale. Le analisi del dna delle piante hanno poi rivelato caratteri comuni con lo Shiraz, il Refosco e il Teroldego, varietà certamente non autoctone del luogo e che lasciano immaginare uno sviluppo storico ben diverso dall’Aglianico e che danno origine ad un vino dalle caratteristiche profondamente diverse dagli altri vitigni a bacca rossa presenti sul territorio campano.

Sorseggiare questo rosso, a quasi vent’anni da quell’uscita, rappresenta così un vortice di sensazioni particolari e al tempo stesso piacevoli. Il colore del vino è chiaramente segnato dal tempo, ma nemmeno più di tanto: il timbro rimane rubino trasparente, l’unghia del vino nel bicchiere è appena tendente all’arancio ma conserva buona vivacità. Il naso è dapprima ombroso e scuro, come un baule di ricordi aperto inaspettatamente, le prime sensazioni sono perlopiù incentrate su spezie, aromi di china, sottobosco, con l’andare del tempo nel bicchiere riecheggiano invece note di composta di frutta e sentori di erbe officinali. Il sorso è secco, caldo, morbido, con un finale di bocca sottile, anche scarno, eppure piacevole e coinvolgente. 

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Champagne Terre de Vertus 1er Cru 2013 di Larmandier-Bernier, un manifesto di spiccata mineralità

20 dicembre 2019 by

C’è un grande lavoro dietro le bottiglie di Sophie e Pierre Larmandier, un lavoro che muove da principi e valori molto solidi e dalla volontà di produrre Champagne di grande personalità senza sovrastrutture o forzature inutili, orpelli che il più delle volte conducono ad emulare più che creare, seguire una scia anziché tracciare una strada.

L’azienda, per tutti gli appassionati non ha certo bisogno di particolari presentazioni, ha una storia antica che risale gli annali sino al lontano 1765, poi, come tante famiglie del vino champenoises ha vissuto alcuni alti e bassi di generazione in generazione sino ad arrivare ai giorni nostri con grande considerazione da parte della critica e degli appassionati di Champagne, nonché lanciatissima sul futuro prossimo a venire.

Le sue vigne si trovano nei migliori cru della Côte de Blancs, anzitutto a Vertus (Premier Cru) e Cramant, ma anche a Chouilly, Oger e Avize, tutti Grand Crus dell’areale più ambito della Côte; sostenitori a piè mani della Biodinamica, dal 1999 nelle terre di famiglia si fa viticoltura esclusivamente in maniera naturale e si usano per le vinificazioni solo lieviti indigeni. Tutti i processi produttivi rispettano un rigido protocollo aziendale votato alla salubrità, nessun collaggio, né filtraggio e i dosaggi, quando necessari, sono ridotti al minimo indispensabile. Il sale e la consistenza della materia, unita a tanta freschezza e ”cremosità” sono i tratti distintivi del Terre de Vertus duemilatredici.

Il colore è splendido, paglierino con riflessi appena dorati, le bolle sono fitte e persistenti, il naso è subito ricco di sfumature e piacevoli rimandi: sa di agrumi, pesca gialla, nocciola, ma anche di zenzero e crosta di pane. Il sorso appare tagliente, si fa spazio al palato dritto e insistente ma poi la bocca si fa setosa e delicata, sul finale sapida e gustosissima; così è proprio un gran bel bere, un manifesto di spiccata mineralità.

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Pozzuoli, a lezione di approfondimento sui Campi Flegrei con ASPI Campania

19 dicembre 2019 by

ASPI, l’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana, l’unica associazione italiana membro dell’ASI (Association de la Sommellerie Internationale), è impegnata in queste settimane nella programmazione degli eventi dedicati al vino del prossimo anno 2020.

Tra le varie attività in programma da Gennaio 2020 saranno strutturate alcune MASTER CLASS per i soci Sommelier e Mastro Coppieri nonché per tutti gli appassionati che seguono con particolare interesse il mondo del vino e i suoi protagonisti; eventi dedicati a territori, vini, persone e progetti di grande rilevanza per il mondo del vino con alcune partnership di particolare pregio, a cominciare dal Progetto ‘’I Campi Flegrei’’ che entra a pieno titolo nel programma di formazione dei corsisti del 1° e 2° livello di Napoli grazie anche alla collaborazione con alcune tra le più preziose aziende flegree.

Chi ha vissuto e può raccontare a suo modo gli ultimi quindici/vent’anni di viticoltura nei Campi Flegrei sa bene che era necessario solo attendere e continuare a stimolare vignaioli e produttori nel fare meglio, il successo dei vini flegrei, presto o tardi, sarebbe arrivato; la distanza che li separava dal resto del mondo del vino, quel gap soprattutto di mentalità, certi difetti dei vini, originati soprattutto da una cattiva gestione del vigneto, della vinificazione o dell’affinamento, talvolta proposti addirittura come tipicità, sono stati per anni un fardello pesantissimo da portarsi dietro ma finalmente (quasi) del tutto superati. Proviamo a raccontarli, allora, questi primi vent’anni!

ASPI CAMPANIA
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