Posts Tagged ‘taurasi’

Burlesque 2015 il Grecomusc’ di Cantine Lonardo

16 novembre 2018

Con dispiacere ci eravamo persi qualche ultimo passaggio di questo particolare vino bianco campano prodotto là nelle campagne di Taurasi. Ché a dirla tutta manco ci aspettavamo un ritorno al passato così efficace da farci addirittura venire un senso di colpa così vivo tale da colpirci nell’orgoglio, quasi.

Campania bianco igt Burlesque 2015 Cantine Lonardo - foto A. Di Costanzo

Eh sì, perché noi al Grecomusc’ ci siamo appassionati sin da subito e su queste pagine chi volesse trova tanta narrativa su questo vino e la sua storia. Si sta parlando di una varietà coltivata come dicevamo perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, entrambi in provincia di Avellino, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’. Storicamente si sapeva che il Greco Moscio (o Roviello bianco) fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche già nel 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà più redditizie, specialmente Fiano e Greco, presumibilmente a causa della sua precocità e quindi destinato così all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, talvolta a piede franco, piantati più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per precisi fini produttivi.

Qui il grande merito della famiglia Lonardo e del gruppo di lavoro che con a capo Giancarlo Moschetti hanno saputo portare avanti ricerca e sperimentazioni per la salvaguardia, il recupero ed il rilancio di questa produzione da annoverare quindi tra le più preziose della nostra tradizione vitivinicola regionale.

Ci torniamo su con colpevole ritardo, dicevamo, anche se l’ultima annata passata nei calici, un’anteprima della duemiladieci¤, destò qualche perplessità nonostante fosse buonissimo e qualche tempo dopo elogiato e pluripremiato da diverse Guide ai Vini d’Italia. Era il dicembre 2011, eravamo certamente felici ma anche un po’ confusi. Dopo l’esordio in legno con la 2007, dalla 2008 in poi niente più passaggio in legno per questo vino che con la 2010 passava nelle mani dell’ottimo Vincenzo Mercurio che subentrava in cantina a Maurizio De Simone. Anche il manico si sa ha la sua incidenza, è indubbio che la “pulizia” espressiva soprattutto al naso derivasse da un opera certosina dell’enologo Mercurio che in questo è un gran maestro, indiscutibile, mentre De Simone rimane uno che ama “scavare” nell’anima di certe uve, certi terroir senza mezze misure. Però delle due l’una, e questa doppia faccia del vino spiazzava un po’ tutti.

Grecomusc’ duemilaquindici ci ha subito riportato alla memoria quelle bottiglie, ci ha scaraventati indietro nel tempo riportandoci ai primi Grecomusc’, quelli temerari, con quel suo naso sfrontato e imperfetto e il sorso spavaldo e sgraziato di chi è là nel bicchiere per raccontarsi e non necessariamente per piacere. Un naso ampio, maturo ed etereo, una bevuta dal sapore succulento e stuzzicante. Il nome, Burlesque, non è da cogliere nella sua accezione di genere avvenente e sensuale ma più che altro, quindi, come un riferimento al teatro satirico, parodistico, quasi a sottolineare la distanza siderale tra certi bianchi storici e in qualche maniera monumentali del territorio da questo piccolo e (non più) anonimo bianco taurasino (!) che sa, invece, di saperla parecchio lunga.

Leggi anche Verticale Storica Grecomusc’ di Cantine Lonardo Qui.

Leggi anche Grecomusc’ 2008 di Cantine Lonardo Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Buone notizie, Antonio Caggiano sbarca sull’isola Azzurra e farà vino ad Anacapri

22 settembre 2015

È una notizia che certamente fa piacere, magari può risultare spiazzante, ma che Antonio Caggiano, uno dei più prestigiosi vignaioli-artisti campani sbarchi sull’Isola Azzurra non può che essere un grande segnale di grande rilancio per la viticoltura caprese. Quello che noi auspicavamo da tempo.

image

“Capri rappresenta il progetto dei desideri, un altro tassello da aggiungere al nostro bagaglio d’esperienze – ha racconta Caggiano al Corriere del Mezzogiorno – anche se è ancora tutto in progettazione. Sono un amante delle cose spontanee, sincere, che vengono dal cuore. Abbiamo acquistato due ettari ad Anacapri, proprio a picco sulla Grotta Azzurra. Cercheremo di dare ampio spazio all’internazionalità del luogo. Svilupperemo il progetto rispettando la tradizione e la cultura locale, così esposte agli occhi del mondo”.

fonte: CorMez

La vendemmia a Villa San Michele ad Anacapri¤.

Le vigne di Caposcuro ad Anacapri¤.

La vendemmia a Scala Fenicia¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Andare avanti, ma non troppo

7 gennaio 2015

Nelle ultime settimane ho avuto modo di assaggiare diversi grandi rossi perlopiù 2010 del Bolgherese e della Valpolicella (non solo Amarone). Il lato più bordolese del vino italiano pare stia riscoprendo un po’ se stesso con il cabernet franc: frutto sempre in primo piano ma con maggiore attenzione all’equilibrio, l’estrazione, la potenza, il legno. Vini che conservano comunque grande opulenza e profondità ma al contempo esprimono buon equilibrio. Piccoli passi insomma non più così indifferenti anche ai palati più ostili.

Per quanto riguarda invece la Valpolicella pare che il ruolo di Premium Wine a cui è sempre più destinato l’Amarone stia rilanciando più di una perplessità. Le vendite vanno bene, il mercato (estero) tira forte, molti vini però appaiono sovraestratti, poco bilanciati, qualcuno addirittura un tantino legnoso come si fosse ancora alle prime armi con l’appassimento o col maneggiare botti e barriques; il risultato nel bicchiere sono vini talvolta oltremodo alcolici se non pesanti. Troppo. Temo si corra tanto e ahimè non tutti nella stessa direzione.

Mi domando se in tutto questo work in progress che muove poco l’asticella dei consumi interni ma assesta ancor più gli equilibri del mercato del vino italiano agli occhi del mondo, il silenzio che gira intorno al nostro Taurasi negli ultimi tempi non sia da intendere come l’ennesima occasione sciupata per sparigliare (almeno un pochino) le carte in tavola. Vabbe’, non allarghiamoci troppo dai...

© L’Arcante – riproduzione riservata

Taurasi Vigna Andrea 2002 Romano Clelia, l’altra splendida faccia della medaglia dei Colli di Lapio

6 settembre 2014

A proposito di aglianico e Taurasi cominciano a venire fuori spunti sempre molto interessanti anche dalle piccole cantine sparse qua e là in Irpinia.

Taurasi Vigna Andrea 2002 Colli di Lapio Romano Clelia - foto L'Arcante

Grazie all’esperienza magistrale della famiglia Mastroberardino¤ sappiamo di poter contare su grandi bottiglie e siamo convinti, più o meno tutti definitivamente, del grande valore dell’aglianico e del Taurasi, vino che attraversa il tempo con lentezza senza cedere però un solo grammo di personalità ed autenticità. Anzi.

Una sicurezza talvolta vacillata dinanzi a bottiglie un poco fuorvianti, sono piene le cronache di Anteprime¤ dove gli assaggi spesso rivelavano puntualmente mani poco esperte se non addirittura un eccesso di sicurezza sfociato però in bottiglie banali senz’anima e futuro. Vi è tuttavia una schiera di produttori di riferimento ormai consolidata ed affidabile, per storia, tradizione, capacità, impronta: Colli di Lapio¤ ad esempio.

Il fiano di Avellino¤ di Clelia Romano ce l’abbiamo tutti sulla bocca, da almeno tre lustri tra i più autentici e fedeli rappresentanti di questo meraviglioso bianco ma soprattutto del terroir lapiano. Non tutti sanno però che queste terre, oggi gettonatissime per il fiano un tempo erano perlopiù votate all’aglianico che ricopriva buona parte della superficie vitata dell’area prima di venire lentamente soppiantato dal fiano, che aveva, con il greco di Tufo, più appeal e mercato soprattutto sul vicino mercato napoletano.

Lapio terra di Taurasi quindi. L’altitudine, il suolo argilloso, le escursioni termiche, elementi fondamentali che uniti alla tradizione familiare ed alla capacità di un grande enologo esperto come Angelo Pizzi hanno consegnato agli annali sempre buone bottiglie di rosso; certo vini austeri, da aspettare, caratterizzati da grande tensione gustativa più che piacevolezza del frutto, per questo forse un po’ fuori tema soprattutto con certe mode e tendenze contemporanee.

Il tempo però riequilibra tutto, rende onore alle scelte, premia la lungimiranza, esalta il manico; così anche in annate ‘minori’ consente di tirare fuori il meglio. Un Taurasi il 2002 di Colli di Lapio dove a predominare è la terra, le note balsamiche, la liquirizia, la menta. Il sorso è teso, carico di energia ma senza ammiccamenti, non una piega, elegante e severo. Il frutto è un po’ diluito ma rimane di grande eleganza, anima autentica, con la tipica chiusura sferzante amarognola dell’aglianico sul finale di bocca. Sospeso nel tempo, ce ne fossero di bottiglie così!

© L’Arcante – riproduzione riservata


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: