Archivio dell'autore

L’Arcante su il Napolista, questi gli ultimi articoli della stagione pubblicati

24 aprile 2019

Il Napolista

Siamo giunti allo sprint finale della stagione calcistica 2018/2019, come sapete dallo scorso Ottobre alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che va terminando la stagione al 2° posto in Italia¤ e uscita ai Quarti in Europa League¤.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno.

Questi sono gli ultimi articoli pubblicati che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#17 Amadou Diawara e l’Ariapetrina, il vino gioviale e sbarazzino in terra di Falerno Leggi Qui.

#18 Elseid Hysaj e mario Rui, mai sopra le righe eppure efficaci e godibilissimi come i vini di Casa D’Ambra Leggi Qui.

#19 Faouzi Ghoulam, Kevin Malcuit e il giovane Sebastiano Luperto, tre luminose sfumature di greco di Tufo Leggi Qui.

#20 Orestis Karnezis, Vlad Chiriches e Amin Younes sono il carosello dei vini campani buoni, inaspettati e sorprendenti  Leggi Qui.

#21 Lorenzo Insigne, elogio al calcio estetico, come il Tenuta Camaldoli di Cantine Astroni è un elogio alla bevibilità Leggi Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

No che non ce ne siamo scordati di Peppino Fortunato, della Falanghina Campi Flegrei 2016 di Contrada Salandra

20 aprile 2019

Mai i Campi Flegrei, il Piedirosso e la Falanghina hanno ricevuto tante attenzioni come negli ultimi 4 o 5 anni e mai così tanti appassionati e addetti ai lavori appaiono letteralmente innamorati ogni giorno di più di questo straordinario territorio e questi vini finalmente apprezzati in tutto e per tutto quel che rappresentano per storia, tradizione e bontà!

Grande merito va certamente a taluni produttori che da anni lavorano duramente per migliorarsi, capaci di scrollarsi di dosso limiti tecnici e colturali azzerando stereotipi finalmente superati. Negli ultimi sei mesi di visite, chiacchiere, approfondimenti, assaggi ripetuti, ci viene d’obbligo ribadire che la vendemmia duemilasedici a Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Marano e sulle colline più prossime a Napoli ha per certi versi delineato uno spartiacque, una sorta di punto e a capo, una linea temporale dalla quale ripartire con grande slancio, dopodiché nulla più può essere considerato come prima, non solo per i rossi, anzi, in particolar modo per i bianchi, proprio per quella Falanghina che, non scordiamolo, numeri alla mano, continua a tirare instancabilmente la carretta di tutto il comparto, anche per una piccolissima realtà come quella di Peppino Fortunato¤.

Silente e riflessivo com’è nella sua natura, Peppino ha continuato nella sua opera di recupero e valorizzazione della vigna di famiglia, poco più di 4 ettari tra Monterusciello e Licola, nel cuore dei Campi Flegrei, nel comune di Pozzuoli, dove da poco più di quindici anni ha affiancato alla vocazione dell’apicoltura la coltivazione e la produzione di vini esclusivamente con i due vitigni tipici del territorio, Piedirosso e Falanghina con risultati di tutto rispetto.

I suoi vini hanno sempre un profilo organolettico austero, sono ricchi di personalità, minerali e pieni di tensione gustativa, sono per questo generalmente vini ”da aspettare”, poco avvezzi cioè alle necessità impellenti di mercato tant’è che entrambi vengono abitualmente commercializzati dopo almeno un anno e mezzo/due di affinamento in bottiglia, un tempo quasi necessario per lasciarli distendere prima poterne cogliere tutta la matrice territoriale.

Qui i terreni sono perlopiù sabbiosi, di origine marcatamente vulcanica, per niente sorpresi quindi nel ritrovarci nel bicchiere una Falanghina Campi Flegrei  duemilasedici di grande personalità, dal colore paglierino luminoso e maturo, ampio al naso e vibrante al palato. Le uve di questo angolo della Costa cumana coltivate a poche centinaia di metri in linea d’aria dal mare, sanno donare vini di personalità e caratterizzati da tanta freschezza, pienezza e sapidità, a questo giro, in questo vino, particolarmente centrate.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Lista della spesa per i prossimi giorni

17 aprile 2019

Il curioso calendario delle prossime settimane consente di programmare – tempo permettendo – qualche spensierato fuoriporta da aggiungere agli appuntamenti irrinunciabili già fissati dalle festività nazionali e dalle ricorrenze cattoliche.

Un picnic di Pasquetta - foto tratta dal web

Ne approfittiamo quindi per accodarci anche noi ai tanti suggerimenti che vi staranno arrivando – dove andare, i luoghi da visitare, cosa mangiare, ndr -,  segnalandovi giusto qualche buona bottiglia da ricercare o da portarsi dietro in caso di necessità per bene bene, ovviamente sempre che proprio non vi riesce di bere vini dei Campi Flegrei! Attenzione agli abbinamenti consigliati, alcuni sono da brevetto depositato!

Asprinio d’Aversa Spumante Brut Terramasca 2017 Drengot, una piacevole scoperta durante l’ultima sessione di assaggi a Campania Stories dello scorso Marzo. Di quanto siamo innamorati del varietale e di questa denominazione è ben noto, fa piacere che il numero di produttori in campo si allarga, puntando soprattutto sulla qualità, come in questo caso. Bolle fini e quadro aromatico suggestivo, sorso seducente e vivace. Con o’ pere e o’ musso, con sale e limone.

Falanghina del Sannio Svelato 2018Terre Stregate L’azienda dei fratelli Iacobucci è ben nota per la sua produzione di olio extravergine di oliva a cui da tempo si è affiancata (nuovamente) la produzione vitivinicola. I risultati sono di tutto rispetto, tutti i vini mantegono uno standard estremamente elevato, molto seducente questa Falanghina duemiladiciotto, sin dal colore paglierino luminoso. Il naso è avvenente, ha sentori di fiori bianchi, di pesca e di mela, il sorso è sottile, morbido, estremeamente bevibile. Con fave, ricotta (appena) salata e pancetta.

Greco di Tufo Cutizzi 2018Feudi di San Gregorio Non è mai semplice pensare ad un greco d’annata già così espressivo eppure va delineandosi un millesimo di grandi soddisfazioni soprattutto per coloro i quali hanno saputo leggere una vendemmia così eterogenea anche in un territorio così apparentemente ristretto come quello della denominazione greco di Tufo in provincia di Avellino. Il colore paglierino è luminoso, il naso già ampio e affascinante, verticale, anzitutto fruttato e marino, il sorso è caratterizzato da precise connotazioni minerali e da un finale di bocca appagante e sapido. Con i calzoncini fritti con cicoli e ricotta.

Terre del Volturno Pallagrello bianco L’Oca guardiana che dorme beata 2017Aia delle Monache Viene quantomeno difficile mettersi nei panni di un sommelier alle prese con l’inserimento in carta di un vino dal nome così lungo, lunghissimo. Scherzi a parte però, ne vale veramente la pena, che buono questo duemiladiciassette! Dopo il successo delle prime aziende che storicamente hanno dato il via alla riscoperta e valorizzazione di questo areale e di questo varietale, ecco una nuova splendida realtà in forte ascesa. Pallagrello bianco dal timbro molto coinvolgente, il naso è intriso di fiori e frutta a polpa gialla, in bocca è ben teso, lungo, coinvolgente e dal finale di bocca quasi balsamico. Con i carciofi arrosto.

Paestum Fiano Kratos 2017Luigi Maffini Rimane questo di Maffini un vino del cuore, una perla della produzione cilentana e tra i più buoni fiano prodotti in Campania, dal colore paglierino, il naso regala sentori avvenenti e sensazioni molto coinvolgenti, ricordi di passeggiate lungo le scogliere di Licosa, il sorso è scattante e intenso, pieno e sapido. Con la pasta e patate con le cozze.

Penisola Sorrentina Gragnano Ottouve 2018Salvatore Martusciello Non può assolutamente mancare sulle tavole di questi giorni, a casa o fuoriporta è il Gragnano il vino della gioia e della spensieratezza. Con quel suo colore porpora vivace, quella soffice corona di spuma evanescente, dal naso vinoso e sfacciatamente fruttato, conserva il sapore asciutto e ammiccante della tradizione popolare nobilitato dalla frutta rossa croccante, dal lampone e i ribes neri. Con il casatiello o il tortano e la pizza ‘chiena.

Sannio Sant’Agata dei Goti Piedirosso Artus 2017Mustilli Non possiamo che ammirare il grande lavoro portato avanti negli ultimi anni dalla famiglia Mustilli, un lavoro anzitutto mirato alla valorizzazione del grande patrimonio storico e culturale che rappresenta la loro opera sul territorio sannita di Sant’Agata dei Goti, poi in vigna e in cantina dove hanno saputo riprendere per mano quel valore di eccellenza che fa, ad esempio di questo vino, uno dei migliori Piedirosso in circolazione bevuti negli ultimi anni. Dal bel colore intenso, ha profumi riconoscibili di gerani e piccoli frutti neri, un sorso scalpitante, progressivo, sapido e affilato. Con la frittata di maccheroni, quella rossa.

Lacryma Christi del Vesuvio rosso Gelsonero 2014Villa Dora Ne scriviamo e riscriviamo senza sosta, il Gelsonero è un manifesto dello sposalizio tra Aglianico e Piedirosso, le varietà rosse tradizionali dell’areale, ne viene fuori un vino avvenente, scuro nel colore perchè ricco e intriso di stoffa, immediato e godibile come il Piedirosso sa essere ed ampio, polposo e intrigante come promette l’Aglianico di queste terre. Annata straordinaria per i vini del Vesuvio. Con la lasagna al ragù alla bolognese.

Costa d’Amalfi Tramonti Rosso A’ Scippata 2013Apicella Un grande vino, rappresentativo di un territorio particolare e suggestivo. Mantiene una linea espressiva molto profonda, giocata su acidità e forza, in questo momento in perfetto equilibrio, ci regala un sorso avvincente che chiede portate ricche, che richama opulenza nel piatto. Si beve con soddisfazione, lascia dietro di se una scia di soddisfazione abbastanza evidente. Con le salsicce al finocchietto arrosto con i friarielli.

Irpinia Campi Taurasini Ion 2016Stefania Barbot Ci ritorniamo con piacere perché rimane il pensiero di un gran bel vino da seguire nei prossimi anni, tra i pochissimi rossi irpini al momento ad emergere nettamente tra quelli a denominazione Campi Taurasini, sottozona della doc Irpinia. Dal colore vivacissimo, intrigante, offre un naso incredibilmente ampio e fruttato, balsamico. Il sorso è asciutto, il tannino è percepito ben levigato, il finale di bocca è piacevolissimo, fresco e lievemente speziato. Con l’agnello alla brace con contorno di piselli e guanciale. 

© L’Arcante – riproduzione riservata

La Primavera in Borgogna| Il gelo in Côte d’Or

14 aprile 2019

Continuiamo a seguire con particolare attenzione quanto sta avvenendo in Borgogna in queste ore, in particolare a Beaune, Pommard e nelle terre di Meursault e Puligny dove si sta lottando con grande impegno strenuamente e senza sosta per difendere le prime fioriture di primavera dalle insistenti e straordinarie gelate notturne.

Notizie e immagini ancora più suggestive provengono anche dalla vicina area dell’Aube in Champagne e da Chablis. Forza e coraggio nos amis!

© L’Arcante – riproduzione riservata

La Primavera nei Campi Flegrei| Vigna Astroni

14 aprile 2019

Napoli, Cantine Astroni – Foto di Gerardo Vernazzaro.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il vino secondo la Signora Carmela, il Lacryma Christi del Vesuvio

12 aprile 2019

Al Ristorante, il Lacrima di Cristo frizzantino - di L'Arcante© L’Arcante – riproduzione riservata

Non a caso Settevulcani, la Falanghina dei Campi Flegrei 2017 di Salvatore Martusciello

10 aprile 2019

Abbiamo salutato con grande piacere il ritorno in campo flegreo di Gilda e Salvatore Martusciello, era l’estate di tre anni fa, ne scrivemmo qui¤ e ancora prima qui¤ non appena uscito il Gragnano della Penisola Sorrentina Ottouve.

Falanghina Campi Flegrei Settevulcani 2017 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Si stava scrivendo una nuova pagina importante qui nei Campi Flegrei e mancava un pezzo di questa nuova mappatura del territorio flegreo, diciamo che mancava quel bel pezzo che riporta sostanzialmente alle origini, dove tutto ebbe inizio in larga parte proprio grazie all’impegno della famiglia Martusciello di cui Salvatore detiene in mano, ben salde, le redini della storica vocazione.

Con Gilda, sua moglie, hanno così ripreso il filo della storia e dopo il Gragnano, l’Asprinio, toccava riprendere a produrre i vini flegrei, il Piedirosso e la Falanghina, con l’etichetta Settevulcani. Il comprensorio puteolano vive così un grande momento di rilancio vitivinicolo, dalle coste del vallone di Toiano¤ e del Lago d’Averno¤ alle colline di Cigliano¤ o dello Scalandrone¤ ricche di lapilli emergono stupende vigne rigogliose, baciate dal sole, così suggestive da rimanerci a bocca aperta, consegnateci da una tradizione millenaria e da una vocazione unica e rara finalmente interpretate con sapienza e rispetto. Senza dimenticare le coste di Agnano¤, a ridosso del vulcano Solfatara e Monterusciello¤ e Cuma dove, proprio all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, Salvatore coltiva e produce le uve che danno vita ai suoi vini così persistenti, vulcanici!

Siamo infatti all’interno di una immensa caldera in stato di quiescenza con numerosi vulcani sparsi sul territorio, a nord-ovest di Napoli. Qui, su questi terreni bruni e sabbiosi le vigne sono a piede franco*, una vera rarità per il vigneto italico; la fillossera, l’afide che distrusse l’intera viticoltura europea tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 del secolo scorso, qui muore per asfissia, quindi le viti sono allevate, si può dire, praticamente come duemila anni fa, cioè sulle proprie radici (franco di piede, ndr) contrariamente a gran parte del resto d’Italia e d’Europa dove precauzionalmente invece è necessario innestarle su una radice americana resistente alla fillossera.

Sono infatti anzitutto autenticità, freschezza e mineralità i tratti che più caratterizzano il Settevulcani duemiladiciassette, vino bianco dal colore paglierino, con un discreto corredo olfattivo perlopiù floreale e di frutta appena matura, agrumi e poi albicocca. Il sorso è asciutto, sinuoso e persistente, fedelissimo alla tipologia, dal finale di bocca corroborante e piacevolmente sapido!

Leggi anche Piccola Guida Ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

Leggi anche Si deve a Gennaro Martusciello molto più di un ricordo Qui.

( * ) Piede franco, non innestata su vite americana Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il rifiuto del legno, la lezione che non abbiamo ancora imparato

8 aprile 2019

Senza voler riaprire una disquisizione tecnica sul mezzo¤, ne ritornare sull’opportunità o meno del suo utilizzo, ci sembra però che in molti, anche tra i degustatori più attenti, in buona fede s’intende, continuano a preferire di schierarsi a favore o contrari a prescindere, senza considerare un elemento sempre troppo poco discusso quando si parla dell’utilizzo del legno: l’inesperienza.

Con buona pace di molti è bene ricordare che chi si è lanciato nel fare vino quindici/vent’anni fa qui in Campania non sapeva affatto bene da dove cominciare, dove mettere le mani: “talvolta ahimè non conosce nemmeno dove sta il pulsantino per accendere la luce in cantina”, ci confidò una volta un caro amico enologo consulente. Solo quando il ‘dopolavoro’ si era fatto necessariamente primaria attività, la faccenda cominciava ad assumere via via connotazioni un po’ più verosimili, con maggiori buoni auspici all’orizzonte ed un impegno, sul lungo termine, quasi a tempo pieno. E’ forse un’amara constatazione, ma val bene tenerne conto perché in molti casi così è stato.

Va da se che una tale complessa esperienza è molto difficile trovarla in un panorama produttivo come quello campano che, da un certo punto di vista, fatte le dovute eccezioni, rimane estremamente giovane. Una mancanza talvolta compensata solo in parte con consulenze di valore ma che pure hanno avuto per un certo tempo il grande limite di proporre spesso protocolli standard per tutte le salse, incapaci di tenere conto talvolta di realtà in alcuni casi difformi tra loro in uno stesso comprensorio vitivinicolo, se non nell’azienda stessa.

Ecco perché lo spauracchio del burro e marmellata degli anni novanta e duemila non può, non deve essere dimenticato, men che meno ripercorso. Ci permettiamo però di aggiungere che non va nemmeno demonizzato chi ne ha saputo trarre la giusta esperienza ed oggi sa bene il fatto suo. L’utilizzo dei legni in cantina necessita di una certa abilità, conoscenze specifiche, studio, sperimentazioni, verifiche, attenzioni almeno decennali. Da questa parte quindi non si può essere tutti a favore e poi tutti contro, per partito preso. Troppo facile, fuorviante, inconcludente nell’uno e nell’altro caso.

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2015 Terre del Principe - foto A. Di Costanzo

Gli assaggi degli ultimi mesi ci vengono in soccorso consegnandoci due grandi esempi, il primo è il Furore bianco Fiorduva di Marisa Cuomo, uno tra i più apprezzati bianchi campani a livello internazionale, capace ogni anno di spostare in alto l’asticella pur mantenendo una certa integrità espressiva dove i tre varietali Fenile, Ripoli e Ginestra, l’ambiente pedoclimatico, l’uso misurato del legno contribuiscono alla produzione di un bianco profodamente coinvolgente. Il duemiladiciassette è un vino dal colore giallo paglierino intenso e luminoso, che profuma di fiori di ginestra ed erbe mediterranee, con un intenso rimando ad albicocca matura e frutta esotica. Il sorso è ben definito, pieno e caratterizzato da persistente sapidità.

Il secondo è il Casavecchia Centomoggia di Terre del Principe, Peppe Mancini e Manuela Piancastelli con il duemilaquindici ne hanno tirato fuori forse uno tra i migliori di sempre, capace di lasciare a bocca aperta tanto fragoroso è il frutto esaltato in maniera ineccepibile (anche) dal legno, dalla misura del suo impiego, capace di esaltare e affinare una grande materia viva. Ha un colore rubino-porpora e al naso è intenso, avvolgente, profuma anzitutto di more e mirtilli cui s’aggiungo per distacco spezie e balsami. Il sorso è pronunciato, fitto e saporito, tredici gradi di assoluto piacere per le papille gustative.

Semmai ve ne fosse ancora bisogno, lo ribadiamo ancora una volta: non è la barrique il problema, ma chi e come la usa.

Leggi anche Ravello Rosso Riserva 2007 di Marisa Cuomo Qui.

Leggi anche Centomoggia, il Casavecchia di Terre del principe Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Campania Stories|I nostri appunti di viaggio

5 aprile 2019

Siamo a stati a Campania Stories, l’evento che puntualmente ormai ogni anno accompagna il debutto dell’ultima annata e molte delle nuove uscite dei bianchi e dei rossi campani e, con essi, prova a prendere per mano giornalisti ed appassionati provenienti da tutto il mondo portandoli in giro per le cinque province della regione alla scoperta di terre, vigne e persone. 

Campania Stories, logo

Pur senza addentrarci troppo in classifiche e didascalie, proviamo però a raccontare la nostra sugli assaggi che, tra i moltissimi buoni, ci hanno impressionato di più. A dirla tutta, di alcuni ve ne abbiamo già scritto nei mesi scorsi – trovate il link seguendo questo simbolo ¤ in evidenza, ndr -, di altri scriveremo magari più in là, frattanto proviamo a fissare bene in mente, con una o due parole, nomi, cognomi e provenienze.

Anzitutto due righe sulla vendemmia 2018. Qui in Campania è stata caratterizzata da condizioni climatiche abbastanza complesse. L’inverno ci ha consegnato il freddo solo verso febbraio-marzo con precipitazioni e temperature rigide tanto che la primavera è stata prevalentemente fresca fino ad aprile inoltrato, con un po’ di ritardo nel germogliamento rispetto alle medie stagionali. Non sono mancate tensioni e preoccupazioni per la peronospora, come i danni causati da ben due violente grandinate che hanno colpito in particolare il Sannio e la valle del Sabato. Infine l’estate, calda e siccitosa fino ad agosto, con i mesi di settembre e ottobre che si sono rivelati miti, al netto di alcuni rovesci temporaleschi. Insomma, è stata un’annata particolare e difficile da leggere, come sempre al di là della quantità, solo chi ha saputo gestire con attenzione e coraggio il vigneto e con ”mestiere” ed esperienza le vinificazioni si è portato a casa un buon risultato.

Per i bianchi duemiladiciotto l’annata può ritenersi buona anche se non al livello delle migliori degli ultimi anni. I vini assaggiati, in questo momento, sono chiaramente ancora ”crudi” e per questo contratti e in parte pungenti, ma non sono mancati assaggi interessanti, profili slanciati e pieni di freschezza, cui s’aggiungono, con evidente distacco, altri particolarmente interessanti del duemiladiciassette e duemilasedici che abbiamo trovato, via via susseguirsi nelle batterie, davvero coinvolgenti. Questi che seguono i vini che, a nostro modesto parere, almeno a questo giro, meritano una menzione speciale:

*** Asprinio d’Aversa Spumante Brut Terramasca 2017 – Drengot, piacevole, una scoperta.

*** Asprinio d’Aversa Spumante Brut Trentapioli 2017 – Salvatore Martusciello, un altare all’alberata!

*** Falanghina del Sannio Svelato 2018 – Terre Stregate, seducente!

*** Falanghina del Sannio Serrocielo 2018 – Feudi di San Gregorio, carico di promesse.

*** Fiano di Avellino Colli di Lapio 2018 – Romano Clelia¤, sottile e stuzzicante

*** Fiano di Avellino 2017 – Tenuta Sarno 1860, avvenente.

***/* Paestum Fiano Cumalé 2018 – Casebianche, intenso e affumicato.

***/* Lacryma Christi del Vesuvio bianco Superiore Vigna Lapillo 2017 – Sorrentino¤, preciso.

***/* Falanghina Campi Flegrei Settevulcani 2017 – Salvatore Martusciello¤, fedelissimo!

***/* Falerno del Massico bianco Anthologia 2017 – Masseria Felicia, inusuale.

**** Costa d’Amalfi Furore bianco Fiorduva 2017 – Marisa Cuomo, imperioso!

**** Fiano di Avellino 2017 – Rocca del Principe¤, impressionante!

**** Fiano di Avellino Pietramara 2017 – I Favati, il gioco dei sensi.

***/* Greco di Tufo 2017 – Di Meo, in divenire.

***/* Greco di Tufo Pietra Rosa 2017 – Di Prisco, certezza.

***/* Greco di Tufo Vigna Cicogna 2017 – Benito Ferrara¤, rassicurante.

***/* Greco di Tufo Terrantica 2017 – I Favati¤, in crescita.

**** Falanghina Campi Flegrei 2016 – Contrada Salandra, chiaramente definito.

In merito ai vini rossi, è sempre più il momento del Piedirosso, dai Campi Flegrei al Vesuvio è un fiorire di belle bottiglie e felici rappresentazioni; poi l’Aglianico, come sempre protagonista in Irpinia, dove auspichiamo una maggiore insistenza su versioni ”giovani” e ”alleggerite”, proprio da qui alcune belle scoperte e grandi conferme, così come in terra di Falerno, in Costiera e in Cilento dove taluni buonissimi vini s’aggiungono alle perle di sempre già prodotte da queste parti.

**** Campi Flegrei Piedirosso Agnanum 2017 – Raffaele Moccia¤, disarmante.

**** Irpinia Campi Taurasini Ion 2016 – Stefania Barbot, sorprendente!

**** Campania rosso Terra di Lavoro 2016 – Galardi, il rifugio sicuro.

***/* Campi Flegrei Piedirosso 2015 – Contrada Salandra¤, convincente.

**** Campi Flegrei Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli 2015¤ – Cantine Astroni, una pistola fumante.

****/* Paestum Aglianico Omaggio a Gillo Dorfles¤ 2015 – San Salvatore, appagante.

***/* Lacryma Christi del Vesuvio rosso Don Vincenzo 2014 – Casa Setaro, notevole.

**** Lacryma Christi del Vesuvio rosso Gelsonero 2014¤ – Villa Dora, accattivante.

****/* Taurasi Riserva Puro Sangue 2014 – Luigi Tecce, materia viva.

**** Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2013¤ – Feudi di San Gregorio, una benedizione.

**** Taurasi 2013 – Contrade di Taurasi¤, l’altra benedizione.

***/* Costa d’Amalfi Tramonti Rosso A’ Scippata 2013 – Apicella, sfrontato.

**** Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2013¤ – Masseria Felicia, una stilettata!

**** Taurasi 2009 – Perillo¤, inconfondibile.

Come sempre solo il tempo ci dirà se ci abbiamo visto lungo, frattanto non ci resta che godere di queste prime impressioni e farne tesoro per le prossime bevute!

_____________________________________________________

***** Eccellente  **** Ottimo  *** Buono  ** Sufficiente

CAMPANIA STORIES è un progetto di
MIRIADE & PARTNERS S.R.L.
Piazza De Marsico, 17
83100 – Avellino
Tel./fax: 0825/760612
http://www.campaniastories.cominfo@miriadeweb.it

© L’Arcante – Riproduzione riservata

Luigi Moio eletto vicepresidente dell’Organizzazione della Vigna e del Vino

5 aprile 2019

Luigi Moio, professore ordinario di enologia all’università degli Studi di Napoli, nonché Deus es machina di Quintodecimo, è stato eletto a Parigi, vicepresidente dell’OIV¤ – International Organisation of Vine and Wine.

Ma che bella notizia per l’Italia del vino nei giorni in cui si prepara a incontrare il mondo a Vinitaly. Già presidente della commissione enologia dal luglio 2015, Luigi Moio, è da sempre un riferimento per il comparto tecnico-scientifico della filiera vitivinicola internazionale.

Moio è autore di circa 250 pubblicazioni scientifiche nei settori della chimica e tecnologia degli alimenti, con particolare riferimento allo studio dell’aroma del vino, alla percezione di composti sensorialmente attivi e alle tecnologie enologiche mirate a preservare e amplificare l’aroma varietale del vino. Suo anche uno degli ultimi best seller pubblicati da Mondadori sul vino, Il Respiro del Vino¤, pubblicato nel 2016. E’ considerato uno dei maggiori esperti italiani del settore enologico, i suoi studi e le loro applicazioni hanno contribuito in maniera decisiva alla riscoperta e alla valorizzazione di numerosi vitigni autoctoni del sud Italia. E’ noi ci pregiamo della sua amicizia!

Leggi anche Chiacchiere Distintive, Luigi Moio Qui.

Leggi anche E’ del 2001 la prima vendemmia a Quintodecimo Qui.

Leggi anche A casa di Luigi e Laura Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2013 Masseria Felicia

4 aprile 2019

E’ indubbio quanto sia importante ritornare su certi vini più volte nel tempo prima di decretarne definitivamente la loro bontà, quella fondamentale capacità di rappresentare appieno l’idea di vino che ci si aspetta da un certo luogo o un produttore, da questo e quel vitigno, denominazione, nella sua più alta espressione.

I vini di Maria Felicia Brini sono una rincorsa continua, lo sono, per la verità, un po’ da sempre: mai del tutto definiti, o definitivi, eppure mai come prima in questo Etichetta Bronzo, ancora una volta, ci sembra di coglierne l’altissima rappresentazione di questo pezzo di sud, di Campania, di provincia di Caserta, per meglio definirne i confini siamo in Ager Falernus, a San Terenzano, non lontano da Sessa Aurunca.

Tutto nasce da una piccola vigna piantata con Aglianico e Piedirosso, qua e là tra i filari di Aglianico, vecchi di alcune decine di anni, un tot di ceppi di Piedirosso, come si faceva un tempo, come si continua a fare, ahinoi, molto raramente oggigiorno: così viene fuori questo piccolo capolavoro. A chiederle perché dell’Etichetta Bronzo, Maria Felicia direbbe, come ha detto: ”non c’è che un vino che piano piano ridefinisce la sua fisionomia se non un vino che “attrezza” il suo altare. Non ci siamo sbagliati.

Le abbiamo camminate a lungo le vigne di questo territorio, ci siamo spesso seduti a tavola qua, a casa Brini e altrove. Mai abbastanza distratti per non ricordare, mai pienamente convinti che sarebbero bastati quei momenti per capirci tutto quanto. Qualcosa però ci è rimasto dentro, rieccoci oggi con questo duemilatredici, un vero schiaffone, anzi, una serie di paccheri come a dire: dove siete stati? Eh no che non siamo stati fermi ad aspettare, lo capirebbe pure mio cugino Tanino, che di mestiere fa l’acquaiuolo. E’ forse un vino anacronistico questo, perciò profondamente autentico, irripetibile altrove.

L’Etichetta Bronzo 2013 è un rosso meravigliosamente squadrato, almeno contando i primi angoli che riesci a vederci oggi. Ma siamo solo all’inizio. Il colore è di uno splendido rubino con delicate sfumature di alleggerimento sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco, subito verticale, parte sfrontato, accigliato, incipriato, speziato, poi viene fuori l’amarena, la prugna, sentori di tabacco. Il sorso è slanciato, perentorio il tannino, tanto è caparbio che ti sembra quasi di masticarlo, ma lo perdi tra un morso e l’altro del frutto polposo e gaudente. V’è da rimanerci rapiti, dalla intensità, dal sapore saporito, dalle promesse fatte e mantenute, di una storia che parte dai poeti latini e arriva sin qui alla fatica contadina. Quella di chi non si ferma, perchè sempre di rincorsa.

Leggi anche Il ritorno e il desiderio dell’abitudine di Maria Felicia Brini Qui.

Leggi anche Falerno del Massico rosso 1999 Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Bricco delle Viole 2014 G.D. Vajra, un Barolo che profuma di grazia e sa di eleganza

1 aprile 2019

Pochi vini sanno essere così riconoscibili come il Bricco delle Viole della famiglia Vaira, un Barolo pieno di fascino, tanto immediato quanto profondo e fine, di rara eleganza. 

Barolo Bricco delle Viole 2014 G.D. Vajra - foto L'Arcante
E’ uno splendido vino quello saggiato alcune settimane fa durante la manifestazione SoWine in Rinascente a Roma, tanto buono che ci siamo ritornati su più volte, ad ogni passaggio sempre più coinvolgente. Viene fuori da una delle colline più alte del comune di Barolo, il Bricco delle Viole per l’appunto, un promontorio tutto esposto a sud, che guarda le Alpi e che gode della luce del sole praticamente dal primo mattino sino all’ultimo raggio prima del tramonto. La vigna è caratterizzata perlopiù da vecchi ceppi di Nebbiolo delle varietà Lampia e Michet di età media tra i 60 e i 70 anni che affondano le radici in un terreno bianco chiarissimo ricco di calcare e minerali.

Ne cogli il gran fascino e l’eleganza già innanzi al suo splendido colore rubino brillante, trasparente sull’unghia del vino nel bicchiere, possiede una lucentezza straordinaria che ammalia, invita, conquista. Il naso è subito intenso, ampio e caldo, sono finissime le note di violetta e rosa, cui s’aggiungono ciliegia e agrumi, seguite da rimandi lievemente più eterei, infine un accenno balsamico che ricorda la liquirizia. Di pregiatissima tessitura, il sorso è setoso e piacevole, pare esprimere già una sostanziale armonia di beva, con un finale di bocca lungo, che chiude asciutto, stuzzicante, lievemente speziato. Un Barolo duemilaquattordici che profuma di grazia e sa di eleganza.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il vino secondo la Signora Carmela, il Gewurztraminer

28 marzo 2019

© L’Arcante – riproduzione riservata

Le vigne e il vino di Gennaro Schiano di Cantine del Mare

21 marzo 2019

Non sono mancati passi falsi, cambi di rotta, un po’ di confusione. Non a caso per almeno una decina di anni si è fatta enorme fatica ad imbroccare la strada giusta; non a caso l’areale contava due, forse tre riferimenti che valesse veramente la pena seguire. Qualità, alcuni si limitavano a girargli intorno senza mai però tirar fuori fino in fondo una propria idea precisa di vino. Nel frattempo c’era chi lavorava sodo, senza mai smettere di farlo, così oggi comincia finalmente a raccogliere i buoni frutti.

Gennaro Schiano nelle sue vigne a Cigliano - foto A. Di Costanzo

Continuiamo a raccontare un territorio ricco di storia e di esperienze che meritano di superare i confini locali, lo facciamo con particolare entusiasmo perché abbiamo seguito ogni passo del grande lavoro fatto in questi anni per arrivare a questi meravigliosi vini che finalmente questa denominazione riesce ad esprimere con continuità impressionante. Sono vigne, quelle flegree, sparse un po’ su tutto il territorio di Napoli e provincia, nei comuni di Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Quarto e Marano di Napoli, territori spesso martoriati dal cemento ma ricchi di storia e tradizioni vitivinicole, soprattutto di tante persone per bene.

Ai Martusciello¤, antesignani con Grotta del Sole e con Salvatore¤ che prosegue oggi la tradizione di famiglia con i suoi vini di persistenza, e Michele Farro¤, si sono via via uniti altri nomi che lentamente hanno saputo ritagliarsi il loro spazio: pensiamo a Luigi Di Meo con La Sibilla¤, Raffaele Moccia di Agnanum¤, la famiglia Varchetta e Gerardo Vernazzaro¤ con Cantine Astroni, Peppino Fortunato di Contrada Salandra¤ e molti altri a cui, ci piace evidenziarlo con questo post, si unisce definitivamente il nome di Gennaro Schiano e di Cantine del Mare.

Ne abbiamo scritto a lungo di Cantine del Mare e ne riscriviamo ancora volentieri oggi davanti a questo splendido Piedirosso duemiladiciassette. Gennaro continua a sporcarsi le mani in prima persona, la vigna viene prima di tutto! Il suo lungo peregrinare sul territorio gli consente oggi di lavorare su più fronti flegrei, da Pozzuoli a Bacoli sino a Monte di Procida con la stessa grande attenzione e fiducia. Il vigneto nel suo insieme ha mediamente 20/30 anni e le parcelle sono collocate su terreni molto diversi tra loro, si va dalle grigie sabbie vulcaniche della collina di Cigliano alla Breccia Museo che caratterizza la Falesia che ricama lo strapiombo sul mare da Acquamorta sino a lungo via Panoramica a Monte di Procida, affacciata direttamente sul Canale dell’Isola di Procida.

L’annata è stata una grande prova di maturità, dai primi sorsi vinta a mani basse anche qui solo perchè si è lavorato con grande rigore ed intransigenza. L’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui nei Campi Flegrei pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembra davvero baciato da Dio, beneficia di un microclima straordinario, con il mare lì a due passi ovunque volgi lo sguardo, come le vigne da cui viene fuori questo rosso che godono di esposizioni ottimali, perennemente rinfrescate dai venti che spazzano costanti, su per le colline di Bacoli come a Cigliano nel comune di Pozzuoli. Il colore è di uno splendido rubino vivace, luminoso come fosse sacro fuoco, il naso è ancora timido, quasi sussurrato, con tanto ardore dentro, se ne coglie al palato tutta la velleità di farsi largo e lungo tra i migliori, niente più legno, solo frutto: vibrante, polposo, teso. Da qualche settimana in bottiglia, sarà sul mercato solo a settembre, praticamente a due anni dalla vendemmia. 

Leggi anche Cantine del Mare Qui.

Leggi anche Una sorprendente Falanghina Campi Flegrei 2003 Cantine del Mare Qui.

Leggi anche Nessuna scusa, niente sarà più come prima Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il Cerasuolo di Vittoria 2017 di Planeta

16 marzo 2019

Ci sono vini rossi siciliani e poi c’è il Cerasuolo di Vittoria, un successo enorme per questa denominazione quasi del tutto misconosciuta sino a poco più di una quindicina di anni fa. Dopo il riconoscimento della docg, nel 2005, tutto il territorio ha vissuto un salto di notorietà straordinario proprio grazie all’arrivo in zona dei grandi nomi del vino siciliano, tra i quali la famiglia Planeta, qui dal 2001.

Cerasuolo di Vittoria 2017 Planeta - foto L'Arcante

I Planeta erano già annoverati tra i protagonisti del rinascimento del vino siciliano e in particolare Diego che a lungo aveva ricoperto un ruolo decisivo lavorando per altre aziende vitivinicole sino a quando, nel 1995, decide di fare impresa per conto proprio. Oggi, a distanza di quasi 25 anni l’azienda è una S.p.a. guidata dai cugini Francesca, Alessio e Santi Planeta.

L’azienda oggi conta 6 diverse tenute di proprietà in Sicilia, è presente a Sambuca di Sicilia, dove tutto è iniziato con la Tenuta Ulmo, poi a Menfi, Vittoria, Noto, Castiglione di Sicilia e Capo Milazzo, sono oltre 350 gli ettari gestiti con circa 98 ettari di uliveti collocati nella Tenuta Capparrina, vicino alle spiagge di Menfi.

Questo rosso nasce dalle campagne di Dorilli, a Vittoria, qui ci sono 34 ettari di terra rossa caratterizzati perlopiù da sabbie con un substrato di tufo, piantati con Nero d’Avola e Frappato. Vi si producono tre vini: un Frappato in purezza, il Cerasuolo di Vittoria Classico Dorilli e questo Cerasuolo, il primo ad essere messo in bottiglia qui da Nero d’Avola per il 60% e Frappato per la restante parte. Il timbro è di quelli invitanti, è un vino immediatamente riconoscibile, già il colore rubino-porpora dice tanto, trasparente, elegante, con il naso ciliegioso che sa anche di fragola e melograno; il sorso è subito seducente, secco ma godurioso, gradevole al palato, succoso, con il finale di bocca morbido. E’ un rosso che regala una gran bella bevuta!

Leggi anche Il Nero d’Avola Santa Cecilia 1999 di Planeta Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

 

Pozzuoli, Piedirosso Campi Flegrei 2017 Mario Portolano

14 marzo 2019

Siamo a Toiano, in un’area periferica del comune di Pozzuoli, cuore della denominazione di origine controllata Campi Flegrei; anche qui il Piedirosso regna sovrano, sempre più sorprendente questo vino che si sta facendo apprezzare per le sue caratteristiche organolettiche uniche e rare che ne fanno uno dei rossi campani più ricercati e apprezzati negli ultimi anni.

Piedirosso Campi Flegrei 2016 Mario Portolano - foto L'Arcante

L’azienda agricola Mario Portolano è di proprietà della omonima famiglia di imprenditori napoletani attivi in campo manifatturiero dal 1895, conta oggi su 4 ettari a corpo unico qui a Toiano, quartiere popolare del comune flegreo che ha conservato a macchia di leopardo piccole oasi verdi dove sono ancora evidenti le origini rurali di questi luoghi che, a metà-fine anni ’70 sono stati destinati, dopo un repentino e intenso piano di conversione edilizia popolare, ad accogliere gli sfollati del centro storico e del Rione Terra di Pozzuoli a seguito del Bradisismo prima, e del Terremoto dell’80 poi.

Le vigne, tutte ben esposte a sud, sono collocate su ripidi terrazzamenti che avanzano per centinaia di metri sulla Collina che anticipa le pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo, sul versante nord della piana di Toiano; qui i terreni sono caratterizzati da sabbie vulcaniche frammiste a ceneri e lapilli, le piante hanno età medie di 25-30 anni ed i filari, ben distanziati tra loro, anche nelle stagioni più calde, quando qui le temperature durante il giorno si alzano di sovente sopra i 35°/40°, sono costantemente rinfrescati dal vento che qui arriva direttamente dal mare del golfo di Pozzuoli dopo aver spazzato praticamente tutta la conca ”entrando” dal Monte Barbaro sino a scivolare via verso Monterusciello e Licola.

Un microclima unico, non è un caso che le gradazioni alcoliche qui raggiunte dal Piedirosso sono ben al di sopra della media della denominazione, anche nelle annate più sobrie difficilmente sotto il 12,5%, più spesso sopra il 13% così da ottenere, unito a tanta materia, masse sempre molto ricche. Ne vengono fuori vini di particolare carattere, e questo duemiladiciassette ne rappresenta forse una delle prime punte di eccellenza. Veste di un bel rubino dal tono gioviale, il naso è fitto e intriso di sensazioni floreali e fruttate dolci e invitanti, sa di violetta e piccoli frutti rossi, poi un accenno speziato, il frutto è carnoso, ben espresso, il sorso è gradevole e morbido e dal finale di bocca misurato e sapido. Solo acciaio e bottiglia, ci viene da dire “proprio una bella scoperta, another brick in the wall!“.

Addendum: tra qualche settimana sarà pronta la Falanghina Campi Flegrei 2018, alla sua primissima uscita, dalle vigne in conduzione in località Cuma-Licola. L’abbiamo assaggiata in anteprima assoluta e ci è piaciuta, dal sorso pieno e caratteristico; anche qui c’è la mano esperta di Gianluca Tommaselli, che segue in cantina l’azienda, ha fatto un gran bel lavoro che nei prossimi anni potrà solo maturare e crescere.

Leggi anche Villa Teresa 6” 2015 Mario Portolano Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, dalla collina di Toiano uno straordinario rosso flegreo!

12 marzo 2019

E’ incredibile come la vita e il lavoro ti portino lontano dalle tue origini, talvolta a fare giri enormi per l’Italia e il mondo per poi ricondurti un giorno, quasi per caso, proprio qui, praticamente a casa, dove da piccolo scugnizzo, su per queste colline ci giocavi e ci passavi intere giornate sino al tramonto. (A.D.)

Siamo a Pozzuoli, su per la Collina che anticipa le ripide pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo, sul versante nord della piana di Toiano, oggi uno dei quartieri più popolati del comune flegreo. Sino alla fine degli anni ’60 qui era tutto piena campagna, vi erano perlopiù frutteti e campi agricoli votati alla coltivazione di mele annurche, arance, verdure e ortaggi, poi qua e là i coloni piantavano filari di varietà Montepulciano, Piedirosso e Trebbiano allevate con il tradizionale sistema dello Spalatrone Puteolano per farne vino di sostentamento, niente di che.

Con il primo Bradisismo degli anni ’70, l’evacuazione definitiva del Rione Terra e del centro storico di Pozzuoli fu proprio questa l’area scelta per l’insediamento delle nuove case popolari che spostò qui, a partire dal 1974 e sino a metà anni ’80, la stragrande maggioranza della popolazione puteolana che in quegli anni era dispersa e ricollocata, si fa per dire, in alloggi di fortuna tra la provincia a nord di Napoli e la fascia costiera Domiziana, sino a Castelvolturno e Mondragone in provincia di Caserta, Formia, Gaeta e Latina nel basso Lazio.

Mario Portolano¤, imprenditore napoletano lungimirante, alle prese con la prosecuzione dell’impresa di famiglia impegnata nel manifatturiero di pregio dal 1895, con attività commerciali nel centro storico di Napoli, poi a Roma e Milano, aveva proprietà agricole proprio qui a Toiano, dove nel fine settimana amava trascorrere le giornate in famiglia e dedicarsi al lavoro in campagna e alla coltivazione della vite per farne vino per se e per gli amici più cari. Dopo le ultime espropriazioni, a fine anni ’80, riesce a mantenere almeno questo pezzo di terra, già Masseria Murro, per continuarci a vivere nel fine settimana e a fare vino.

Oggi la casa colonica è ribattezzata Villa Teresa e la Società Agricola Mario Portolano da questi 4 ettari caratterizzati da sabbie vulcaniche e tufo giallo, piantati con Aglianico e Piedirosso, cui si aggiunge 1 ettaro di Falanghina in prossimità della costa di Cuma, ha cominciato a mettere in bottiglia e commercializzare, dal 2015, tre etichette: Piedirosso Campi Flegrei e Campania rosso igt Villa Teresa e Villa Teresa 6’’ (sei pollici, ndr), a cui si affiancheranno a breve, con l’annata 2018, Falanghina Campi Flegrei ed un insolito e vivace bianco ancestrale rifermentato in bottiglia, sempre con Falanghina.

Vini che abbiamo provato tutti e ve ne lasciamo perciò traccia, a cominciare da questo straordinario rosso, a dir poco insolito, difficilissimo da collocare nel comprensorio flegreo ma forse proprio per questo ne siamo rimasti sinceramente rapiti e conquistati. L’Aglianico Villa Teresa ”Sei Pollici” 2015 è un rosso profondo, pieno, ossuto e armonico, dal colore rubino e dal naso estremamente varietale, fruttato e polposo, cui s’aggiungono rosa e viola, toni un po’ più scuri che chiudono con sentori di grafite e un sorso saporito, avvenente e dal finale di bocca pieno di gusto. Sono poco più di tremila bottiglie, da cercare, provare per credere!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Appuntamenti|Campania Stories in Costiera Amalfitana

12 marzo 2019

Giovedì 28 Marzo – Lunedì 1 Aprile
Costiera Amalfitana
VILLA RUFOLO – Ravello | HOTEL CETUS – Cetara

Campania Stories 2019 è l’evento che fa da vetrina al mondo viticolo regionale rappresentato da più di 80 aziende campane. Sono infatti le aziende le vere protagoniste, che rendono grande Campania Stories e rinomata la Campania del vino.

Le ultime annate delle principali denominazioni campane si presenteranno alla stampa specializzata nazionale ed internazionale e agli operatori, per un racconto corale che vuole far emergere le voci di un’eccezionalità che va oltre gli schemi e fa parlare di sé in tutto il mondo.

CAMPANIA STORIES è un progetto di
MIRIADE & PARTNERS S.R.L.
Piazza De Marsico, 17
83100 – Avellino
Tel./fax: 0825/760612
Diana Cataldo, tel. 329/9606793
Massimo Iannaccone, tel. 392/9866587
http://www.campaniastories.cominfo@miriadeweb.it

© L’Arcante – riproduzione riservata

Un sorso tipico e varietale il Piedirosso Campi Flegrei 2017 di Cantine dell’Averno

9 marzo 2019

Diamo subito le coordinate necessarie per collocare questa etichetta, giusto per farvi capire dove vi trovate: siete a Pozzuoli, lago d’Averno, uno specchio d’acqua dalla forma ellittica che occupa l’antico cratere dove i romani posero l’ingresso agli inferi, tutto intorno boschi, vigne e frutteti.

La vite e il vino nei Campi Flegrei hanno da sempre un loro ruolo preciso nell’economia locale, sono inoltre parte della storia e della cultura  di questi luoghi, spesso s’intrecciano persino con le vicende leggendarie di queste terre vulcaniche del napoletano tramandate nei secoli sino ad arrivare ai giorni nostri contribuendo così al fascino e alla suggestione di una delle mete più ambite e percorse prima dai Greci poi dai Romani, e per questo territorio assai ricco di storie mitiche e di misteri mai del tutto disvelati.

Sono decisamente pochi i vigneti al mondo che possono avvantaggiarsi oltre che di una posizione di assoluto privilegio climatico anche di un valore storico così profondo, come ad esempio il Vigneto Storico Mirabella situato nel Lago d’Averno. Dei fratelli Emilio e Nicola Mirabella ne scrivemmo appassionatamente, tra i primi, salutando il loro debutto nel lontano 2011¤, con l’annata 2010.

E’ uno splendido paesaggio quello offerto dal Lago d’Averno in questi primi timidi giorni che anticipano la primavera, proviamo a godercelo tutto passeggiando in lungo e in largo tutto il cratere, un vulcano spento formatosi oltre 4.000 anni fa e coperto oggi in larga parte da acque definite dagli antichi ”immote e scure”. Oggi, lungo le sue sponde, su pareti ripide, lo circondano coperti da boschi anfratti ancora inesplorati mentre su quelle a pendenza dolce, resistono vigneti di 40 e 60 anni in parte terrazzati in parte degradanti lentamente verso il lungolago. Sono vigne già di per sé suggestive ma quando sono in fioritura, nel loro pieno vigore, offrono un colpo d’occhio¤ sinceramente impagabile.

E’ questo il regno del Piedirosso o Per é palummo dei Campi Flegrei, così chiamato per il caratteristico colore rosso porpora del graspo, simile al piede di colombo. Il vitigno a bacca rossa è allevato in tutta l’area flegrea seppur rappresenti nella totalità solo il 12% dell’area vitata della denominazione, ha origine antichissima ed era spesso decantato come nettare prelibatissimo già da Plinio nella sua Naturalis Historiae, e molte successive ampelografie lo accostavano a vitigni come il Dolcetto piemontese o il Refosco dal peduncolo rosso friulano, ma sicuramente le caratteristiche che esprime qui nei Campi Flegrei sono uniche se non rare.

Da qui, da queste vecchie vigne di Piedirosso nasce, tra gli altri, questo delizioso vino che proviamo a raccontarvi partendo dalla bella luce del colore, rubino e trasparente, il naso è invitante e delicato, ha sentori lievi di gerani in fiore e melograno, un chiaro riverbero speziato, sottile ma preciso. Il sorso è leggiadro, secco e gustoso, armonico nel suo insieme, coinvolgente e appagante. L’annata duemiladiciassette si conferma davvero un millesimo fortunato da queste parti, bravi tutti coloro i quali ne hanno saputo fare tesoro tirandone fuori vini così tipici e varietali! 

Leggi anche Piedirosso Campi Flegrei Riserva Pape Satàn 2012 Cantine dell’Averno Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, Falanghina Campi Flegrei 2017 Cantine dell’Averno

7 marzo 2019

E’ una piccola storia di resilienza quella di Emilio e Nicola Mirabella, due fratelli che hanno a lungo rincorso l’idea di preservare questo piccolo angolo di paradiso baciato dal sole sulle sponde del Lago d’Averno, ne raccontammo al loro esordio¤ già qualche anno fa, siamo tornati a trovarli.

Qui si coltiva prevalentemente Piedirosso, i ceppi hanno età medie tra i 40 e i 60 anni e lo splendido vigneto a piede franco viene perlopiù allevato a spalliera e gestito con il sistema Guyot ma non è difficile scorgere qua e là  ancora evidenze del più tradizionale Spalatrone Puteolano; le terrazze si arrampicano su per la collina sino alle rovine del Tempio di Apollo regalando all’avventore, in certi momenti dell’anno e in alcune giornate, un colpo d’occhio davvero unico e suggestivo. La Falanghina, tra vecchi e nuovi filari, sta tutta invece nella parte più bassa della proprietà proprio lungo le sponde del lago, un’altra quarantina di quintali arrivano dai conferimenti dei vicini parenti che si occupano di piccoli appezzamenti confinanti.

Non sono mancati negli ultimi anni degli alti e bassi, siamo però felici che tanti sacrifici ci consegnino una nuova piccola realtà di cui continuare a raccontare, con piacere, vini ben definiti, espressivi, tratteggiati da caratteri distintivi molto interessanti, per niente banali, con il frutto pieno e succoso al centro di tutto, e di tanta strada ancora da percorrere ma con entusiasmo e dedizione.

Bello luminoso e cristallino il colore paglierino di questo duemiladiciassette, il primo naso è subito floreale e fruttato, sa di ginestra, macchia mediterranea e ha sentori di albicocca; il sorso è asciutto, dalla vena minerale, non lunghissimo al palato ma piacevole e dal finale di bocca sapido. E’ forse marginale ribadirlo ma è probabilmente questo il timbro identitario che più ci aspettiamo al momento dai bianchi provenienti da questo pezzo di terra flegrea.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Uno spumante metodo classico da uve Piedirosso, nei Campi Flegrei

5 marzo 2019

Buono a sapersi che anche nelle piccole realtà resiste la voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo e diverso che suscita grande entusiasmo, come ad esempio provare a tirare fuori dal Piedirosso, nei Campi Flegrei, un sorprendente quanto delizioso vino spumante.

Invero le voci su prove, affinamenti e sboccature varie girano da diversi mesi, nel merito abbiamo raccolto più di qualche indiscrezione sulle quali però vige ovviamente il massimo riserbo. E’ doveroso invece riportare che non si va più rincorrendo (solo) il solito percorso che vede le cisterne di Falanghina, e già in qualche caso Piedirosso, raggiungere le autoclavi del trevigiano per poi ritornare, in bottiglia, sulle tavole flegree.

Stiamo parlando infatti di qualcosa forse meno ridondante ma proprio per questo, secondo noi, da valorizzare a prescindere dai numeri: si tratta di piccole produzioni di Metodo Classico che hanno come obiettivo da un lato soddisfare le tante richieste di mercato di bollicine (facili) da bere sopra tutto alle quali un po’ tutte le aziende si trovano a dover dare risposta negli ultimi anni, dall’altro poterle ricondurre ad un territorio di provenienza specifico dove, per quanto possibile, avvenga pure tutta la filiera. Più che di una rivoluzione diciamo che al momento si tratta di una piccola rivincita. 

Ci siamo così imbattuti in questo spumante unico nel suo genere  da queste parti, prodotto dai fratelli Nicola e Emilio Mirabella di Cantine dell’Averno¤ a Pozzuoli, cuore dei Campi Flegrei. Una manciata di bottiglie per il momento, un migliaio, non in commercio e destinate al solo consumo didattico che lasciano però presupporre una visione nuova e in qualche maniera stimolante per chi ama e si avvicina a questi territori, questi vini e ci spende del tempo camminandoci le vigne.

Si tratta di solo Piedirosso proveniente da alcuni filari di vigne vecchie a piede franco della collina di Cigliano che sovrasta il golfo di Pozzuoli, raccolto prematuramente e vinificato in bianco e che da un vino dal colore rosa pallido avviato alla seconda fermentazione in bottiglia dove vi rimane per circa 20 mesi. Non vi stiamo a spiegare il senso ancestrale di tutto questo ma il risultato è davvero una piacevole sorpresa: uno spumante dai gradevoli sentori floreali e fruttati, dal perlage essenziale, dal sorso vivace e di grande bevibilità. Non c’è da aspettarsi acidità spinte, né velleità particolari, bensì franchezza e il piacere di stare bevendo qualcosa di insolito, buono, magari affacciati su uno dei posti più belli al mondo, il lago d’Averno, al tepore di una splendida giornata di sole quasi primaverile!  

© L’Arcante – riproduzione riservata

Piedirosso Campi Flegrei Terracalda 2017 Cantine Babbo

4 marzo 2019

Conosciamo la storia ed il lavoro di Tommaso Babbo e la sua famiglia da molti anni, dei suoi vini ne abbiamo raccontato più volte su queste pagine, già quasi dieci anni fa, poco dopo l’esordio on line di questo diario, ce ne interessammo scrivendo dell’ottima Falanghina Sintema¤

Così dopo aver battezzato positivamente l’esordio dell’Harmoniae¤, una selezione di Falanghina prodotta per la prima volta nell’annata duemilasedici, rieccoci nuovamente alle prese con un loro vino, un tradizionale e schietto Piedirosso Campi Flegrei Terracalda duemiladiciassette, forse nella sua migliore uscita degli ultimi anni, prodotto con le uve provenienti dalle vigne di proprietà in località Scalandrone a Pozzuoli.

Scalandrone è generalmente il nome dato alla passerella utilizzata nei porti per lo sbarco delle persone e le merci dalle navi. Un tempo questo pezzo di terra che si allunga come una passerella tra i due laghi d’Averno nel comune di Pozzuoli e Fusaro nel comune di Bacoli veniva attraversato proprio come un ponte di collegamento tra le navi che sbarcavano a Cuma e l’entroterra flegreo. Non da oggi questo areale è un luogo particolarmente vocato per la viticoltura, le vigne qui godono di un microclima pazzesco, le esposizioni sono tutte baciate dal sole e le forti escursioni termiche notturne contribuiscono, con la vicinanza del mare e i venti che l’attraversano provenienti dal Canale di Procida e dalla Costa Cumana, nel farne un piccolo Cru nel cuore dei Campi Flegrei.

Qui nasce questo Piedirosso, vino dal colore rubino tenue ma vivace, il naso è essenziale, sa di fiori e frutti rossi con un tono scuro di grafite che ne ricama il tratto di provenienza da suoli vulcanici. Il sorso è asciutto, pieno e gradevole a bere, brevilineo come un classico rosso da pesce nonostante i tredici gradi inducano a pensarla diversamente. Ottimo il rapporto prezzo-qualità. 

© L’Arcante – riproduzione riservata

Trentodoc Perlé Rosé Riserva 2012 Ferrari

27 febbraio 2019

Difficile pensare alle bollicine italiane senza tirare in ballo Ferrari e la famiglia Lunelli, se non il loro Giulio¤, il primo e forse l’unico grande Metodo Classico italiano capace di giocarsela alla pari con i grandissimi Signature Champagne d’oltralpe, fosse pure una qualsiasi delle altre etichette prodotte nelle loro cantine.

Trento doc Perlé Rosé Riserva 2012 Ferrari - foto L'Arcante

Vero è che negli ultimi 10-15 anni la crescita qualitativa degli spumanti italiani è stata esponenziale, pensiamo in primis ai Franciacorta, la stessa denominazione Trentodoc è cresciuta tantissimo, l’Alta Langa e l’Oltrepò Pavese, come anche qui dalle nostre parti in Campania la strada fatta è tanta con non poche soddisfazioni nella valorizzazione di piccole e medie produzioni da vitigno autoctono.

Sono stati fatti quindi grandissimi passi in avanti che non si possono negare, a tirare la volata del comparto è sempre più l’autoclave e il fenomeno Prosecco ma a parlare di numeri e dati economici, si sa, si corre sempre il rischio di offuscare le perle enologiche, così profondere attenzione e rispetto verso quelle aziende che in giro per l’Italia hanno investito seriamente nella ricerca e nello sviluppo di una possibile e migliore identità spumantistica non può e non deve passare inosservato, a riconoscerlo sono (finalmente) anche le masse critiche internazionali più autorevoli che trattano queste produzioni con maggiore attenzione riconoscendone il grande valore tradizionale e culturale oltre che tecnico ed edonistico.

Il Perlé Rosé rappresenta una piacevolissima esperienza gustativa, ne siamo appassionati non da ora e questa riserva duemiladodici ci dà la misura di come, anche in annate così complicate, un terroir unico nel suo genere e la sapienza e la conoscenza, unite al giusto tempo di maturazione, riescano ad offrire un così grande risultato: il colore rosa antico è tenue e il perlage brillante, l’ampio corredo aromatico intenso, tratteggiato perlopiù da nuances floreali e di piccoli frutti rossi e neri. La cuvée è in larga parte composta da Pinot Nero con un saldo al 20% di Chardonnay, se ne coglie pienamente il senso al palato, il sorso è vibrante, caratterizzato da grande verve e tipicità, sferzante e persistente nella sua avvolgenza. 

Leggi anche Altro che bollicine, Giulio Ferrari e basta! Qui.

Leggi anche Finger Food a quattro mani & Ferrari Perlé Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2006 Villa Dora

25 febbraio 2019

L’azienda¤ è nel cuore del parco nazionale del Vesuvio, uno dei luoghi magici di questa nostra amata Campania Felix, con vigne che godono di un terroir unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica – pomici e lapilli qui abbondano, le terre sono scure come la notte -, importanti escursioni termiche ed uve, tutte autoctone, che danno vini sorprendenti e difficilmente ripetibili altrove.

Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2002 Villa Dora - foto L'Arcante

La famiglia Ambrosio è sbarcata nel mondo del vino poco più di vent’anni fa, già imprenditori di successo in campo oleario hanno contribuito in tutti questi anni con sacrificio e tanta ostinazione, nonostante le grandi difficoltà che hanno dovuto superare, alla crescita qualitativa dell’areale con una realtà splendida, con vigne e ulivi alle pendici del Vesuvio a conduzione biologica e molto attiva tra l’altro nell’accoglienza di qualità.

Il successo dei loro vini non è determinabile solo con i Diplomi di merito appesi alle pareti dell’ufficio di rappresentanza, nemmeno rincorrendo il nome Villa Dora stampato a colori sulle Guide ai Vini di maggior successo oppure nelle classifiche imperdibili del fenomeno di turno che rimane – a l l’ i m p r o v v i s o ! – giustamente folgorato sulla strada di Terzigno. Il successo di questi vini è misurato solo dal tempo, che sembra scolpire in ognuna di queste bottiglie, anno dopo anno, un messaggio fortissimo di autentica territorialità, una cartolina emozionante dipinta con i colori e i profumi che forse solo questa terra, con le sue uve qui coltivate, il Piedirosso, l’Aglianico ma soprattutto Coda di volpe e Falanghina, sono capaci di raccontare nel bicchiere in maniera così chiara e appassionata.

Ci viene da pensare, davanti a questo vino, con un sorriso di circostanza, che bisognerebbe istituire in certe aree a denominazione di origine di particolare vocazione ”la giornata nazionale del vino nel tempo”, invitare cioè ogni produttore a conservare un tot di bottiglie di tutte o alcune annate per poterle misurare negli anni, stapparle in maniera anonima durante queste giornate e servirle durante panel di degustazioni tecniche e banchi di assaggio al pubblico per coglierne lo stupore, la meraviglia, la sorpresa di molti e la gioia dei tanti.

No, non siamo dei folli o dei partigiani, più semplicemente siamo pienamente convinti, a ragion veduta, senza tema di smentita che tanto di nuovo sarebbe ancora da scrivere, a cominciare da questo Vigna del Vulcano duemilasei – 2 0 0 6 ! – che ci ha fatto letteralmente sobbalzare dalla sedia convincendoci a mani basse dello straordinario privilegio di poterlo raccontare ma anche quanto perdiamo ogni volta stappando certi vini forse troppo presto, presi da chissà quale ansia da prestazione.

Un assaggio sorprendente? Sì, ma nemmeno poi così inaspettato: un bianco decisamente ”giovane”, dal colore paglierino appena carico, dal naso intriso di piacevoli sentori di frutta appena matura, fiori gialli, sospiri balsamici, dalla tessitura fine ed elegante. Il sorso è teso, invitante, fresco e sapido, dal finale di bocca lunghissimo. Una bella cartolina dal Vesuvio, scritta con Coda di volpe e Falanghina, con 13 gradi, di 13 anni di Lacryma e Ammore.

Leggi anche Vigna del Vulcano 2012 Qui.

Leggi anche Tutti i vini di Villa Dora e la primissima annata del Forgiato 2001 Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

L’Arcante su il Napolista, questi gli articoli pubblicati nell’ultimo mese

24 febbraio 2019

Il Napolista

Siamo giunti al giro di boa, è iniziata la seconda parte della stagione calcistica 2018/2019, come sapete dallo scorso Ottobre alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Italia¤ e in Europa.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno.

Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#13 Alex Meret, unico come il Capri bianco di Scala Fenicia Leggi Qui.

#14 Carlo Ancelotti e il Montevetrano, due fuoriclasse internazionali Leggi Qui.

#15 Simone Verdi e il Santa Pàtena 2016 de I Borboni Leggi Qui.

#16 Nikola Maksimovic e l’Armonico di Anna Bosco Leggi Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Nessuna scusa, niente sarà più come prima

18 febbraio 2019

Mentre i numeri del vino continuano a registrare alcuni dati per certi versi allarmanti sui consumi in continuo calo e fissano con sempre maggiore evidenza quali siano le tipologie di vino maggiormente ricercate e bevute – è sempre più forte la tendenza soprattutto alle bollicine -, non vi è dubbio che alcuni vini sembrano avvantaggiarsi rispetto ad altri grazie a caratteristiche uniche che gli consentono di smarcarsi velocemente e lanciarsi, finalmente, senza particolari ansie da prestazione, tra le braccia dell’appassionato di turno.

Non vi è territorio più dei Campi Flegrei che sa di potersela giocare ad armi pari. Grande merito va a taluni produttori che da anni lavorano duramente per migliorarsi e che sono stati capaci di scrollarsi di dosso limiti tecnici e colturali azzerando stereotipi finalmente superati. Negli ultimi sei mesi di visite, chiacchiere, approfondimenti, assaggi ripetuti, ci viene d’obbligo avanzare l’idea che la vendemmia duemilasedici a Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Marano e sulle colline più prossime a Napoli ha per certi versi delineato uno spartiacque, una sorta di punto e a capo, una linea temporale dalla quale ripartire dopodiché nulla sarà più come prima, con i pro e i contro necessari, un’assunzione di piena responsabilità senza più sconti.

Un cambio di passo faticoso ma ormai necessario, indispensabile per non continuare a dilapidare un patrimonio vitivinicolo unico e irripetibile che aveva bisogno solo di essere approcciato con maggiore rispetto, conoscenza e capacità tecniche, dopo (troppi) anni di discontinuità e disattenzioni. Ne abbiamo piena testimonianza con alcune delle etichette più buone di sempre mai bevute, tra queste la Falanghina Cruna DeLago duemilasedici dell’azienda La Sibilla¤, probabilmente il vino tra i più costanti negli ultimi anni quasi a marcare un benchmark finalmente tangibile, frutto di un percorso lungo e ben definito oggi nei suoi obiettivi. Un bianco dal colore cristallino, dal naso orizzontale e complesso, intriso di sapidità e mineralità. 

Agnanum-falanghina-campi-flegrei-2015-Raffaele-Moccia - foto L'Arcante

Segnali forti ci erano arrivati da Raffaele Moccia¤, a più riprese sorprendente nelle sue versioni base e in qualche caso altisonante con il Vigna del Pino, il suo capolavoro, il cru di Falanghina prodotto in appena mille bottiglie, senza tema di smentita spesso nelle sue uscite il miglior bianco mai prodotto da queste parti negli ultimi anni, con questo duemilasedici a segnare decisamente il passo. Non è semplicemente buono a bersi, è la celebrazione di un varietale presente in molti territori in Campania e al sud ma che qui nei Campi Flegrei, in certi scorci metropolitani, dove la terra è vulcanica, conquista complessità, ampiezza e profondità impressionanti, senza sovrastrutture. Un bianco ricco di frutto, freschezza, abbondanza di sensazioni.

Ce l’ha ripetuto spesso Gerardo Vernazzaro¤ che il lavoro in cantina non ha bisogno di magheggi e artefizi particolari se in campagna si fa bene ciò che si deve. Quando il frutto che arriva in cantina è integro, sano, vieppiù figlio di un’annata equilibrata è solo da maneggiare con cura ed attenzione e da “lavorare” il meno possibile. Così ne viene fuori un vino pienamente espressivo, prorompente nella sua vivacità gustativa, un bianco dal naso intrigante, orizzontale ma che sa andare in profondità e suggerisce frutta polposa e sentori di macchia mediterranea e note iodate. Il suo Vigna Astroni duemilasedici regala un sorso fresco, sapido e minerale, giustamente caldo, definito perciò continuamente coinvolgente.

Ci siamo innamorati delle vigne e dei paesaggi di Bacoli e Monte di Procida. Delle terrazze e dei costoni scoscesi con vista mare, dove la vigna è un patrimonio straordinario e regala scenari di una bellezza unica che lentamente ritornano alla natura. Via Bellavista, su ai ‘Pozzolani’, i Fondi di Baia, via Panoramica a Monte di Procida dove da vigne a strapiombo sul mare nascono vini bianchi con caratteristiche olfattive decisamente interessanti, con una notevole impronta sapida e capaci, tra l’altro, di attraversare il tempo con discreta disinvoltura.

Ce lo ha raccontato con i suoi vini Gennaro Schiano¤, ce lo consegna da qualche anno ad ogni vendemmia con questa etichetta, il suo vino base, per dire, qui del duemilasedici, un bianco che ha vivacità da vendere, è invitante, fine e minerale, tra i più buoni ed equilibrati di sempre. Il naso è sottile e varietale, offre sensazioni di frutta e tratti mediterranei molto chiari, sa di sorbe, nespola e biancospino. Il sorso è fresco, giustamente sapido, appagante, sa pienamente di questa terra di mare. Nessuna scusa quindi, niente potrà essere come prima, ci si aspetta solo grandi vini per il futuro!

Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Ci ha lasciati Gianfranco Soldera

16 febbraio 2019

Da sempre Gianfranco Soldera e i suoi vini dividono appassionati e critici di tutto il mondo suscitando, nel bene e nel male, passioni, discussioni e tensioni più di ogni altro produttore lì a Montalcino. 

Gianfranco Soldera¤ non c’è più, il suo cuore purtroppo ha cessato di battere questa mattina, pare mentre era alla guida della sua auto sulla strada di Santa Restituta, a pochi passi dalla sua tenuta. È stato, a suo modo, un grandissimo riferimento. Che la terra gli sia lieve. È per noi un giorno particolarmente triste.

Conserviamo di lui e tra gli altri di un altro grandissimo del firmamento ilcinese, Franco Biondi Santi, scomparso nel 2013, ricordi straordinari di alcuni dei momenti più belli ed emozionanti della nostra vita professionale legati al vino e a quei luoghi speciali che sono Montalcino, Case Basse¤ o la Tenuta Greppo che abbiamo più volte provato a raccontare su queste pagine.

Leggi anche Giro di vite a Montalcino, Gianfranco Soldera¤.

 

© L’Arcante – riproduzione riservata

Fiumana di Predappio, Il Sangiovese di Romagna 2017 di Noelia Ricci

12 febbraio 2019

Non è certo la Romagna il primo posto che ti viene in mente quando cerchi un Sangiovese purosangue nonostante la regione ne abbia di belle storie interessanti da raccontare con i suoi vini. Va da sé che il piacere è doppio quando ci prendi, o forse sarebbe meglio dire quando chi ti ha consigliato ha fatto centro.

Sangiovese di Romagna Predappio il Sangiovese 2017 Noelia Ricci

Invero il primo approccio non è stato dei più esaltanti, anzi, il naso soprattutto si è dimostrato inizialmente addirittura sviante, sicuramente ampio e intriso di cose da raccontare ma un po’ sovrapposte, così come il sorso, in avvio apparentemente scisso e impreciso, monocorde, ma qualcosa ci ha tenuti ”appesi”, qualche cosa di insolito che ci ha invitati ad attenderlo persino un giorno in più. E sì, perché questo vino ci ha convinto pienamente solo il giorno dopo averlo aperto.

L’area di produzione del Sangiovese di Romagna si sviluppa perlopiù a sud della via Emilia, tra le province di Ravenna e Forlì-Cesena, con quote generalmente basse ma che in qualche caso raggiungono i 100 e i 350 metri s.l.m.; qui i terreni sono di matrice sedimentario-argillosa e si contano ben 12 sottozone, tra queste l’areale di Predappio, una sottozona molto estesa e luogo storico per la viticoltura e per la storia del Sangiovese di Romagna.

Il Sangiovese duemiladiciassette di Noelia Ricci viene fuori da un piccolo cru sul crinale della collina esposto a sud-est, tra i 200 e i 340m s.l.m. in località San Cristoforo. La terra qui è argillosa e leggera per la presenza di sabbie ricca di minerali sulfurei e calcarei, con il mare che da qui dista circa una cinquantina di chilometri. Tutti elementi che pian piano si sono rivelati e che abbiamo ritrovato nel bicchiere. Il colore rubino è vivace e luminoso, il naso dopo un lungo respirare ci ha regalato un delizioso afflato di frutta rossa ben matura, così in bocca, dopo i primi sorsi un po’ concentrici ci siamo ritrovati, più che altro il giorno dopo, un vino piacevolissimo, coinvolgente, disteso, sapido, succoso, asciutto ma godibilissimo, un’altra cosa, buonissimo da metterci vicino pane e Salame di Felina come se non ci fosse un domani. Una piacevole scoperta su cui torneremo sicuramente.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, Falanghina dei Campi Flegrei Harmoniae 2016 Cantine Babbo

6 febbraio 2019

L’areale dello Scalandrone tra Pozzuoli e Bacoli è uno dei luoghi più suggestivi di questo pezzo di Campi Flegrei, luogo particolarmente vocato per la viticoltura, si erge dalla piana del lago d’Averno sino ad affacciarsi sul Lago Fusaro e quindi sul mare aperto della vicinissima Costa Cumana.

Qui, tra le tante storie di persone, vigne e vini vi è quella della famiglia Babbo. Una famiglia con radici forti sul territorio, sono tra l’altro apprezzati ristoratori di lungo corso, e proprio grazie a questa attività ultradecennale che non hanno mai smesso di coltivare la terra, una manciata di ettari preservati per garantirsi e garantire ai propri avventori materie prime di pregiata qualità e a km 0. Così anche la vigna e il vino hanno avuto negli anni un ruolo decisivo in particolar modo nella storia personale di Tommaso, sino a prenderne talvolta quasi il sopravvento pur con alti e bassi.

La vigna conta poco più di 1 ettaro, piantato perlopiù con Falanghina e in larga parte Piedirosso, piante baciate dal sole capaci di tirare fuori vini caratteristici ed apprezzabili sin dalle prime vinificazioni, tanto da spingerlo già nel 1995 e poi nel 1996, dopo varie peripezie per trovare qualcuno disposto nell’aiutarlo nelle varie prassi autorizzative, a metterne in bottiglia una parte da poter commercializzare anche fuori dalla propria attività di ristorazione.

Una storia quella di Cantine Babbo lunga oggi quasi 25 anni, tanti o pochi sono serviti a rincorrere un sogno, consolidare un valore importante come il legame con questa terra. Cosciente della necessità di proporre un salto di qualità ai suoi vini, già da qualche anno Tommaso, dopo un percorso di affiancamento con Vincenzo Mercurio, ha affidato la parte enologica alla giovane figlia Alessia che ci auguriamo sappia fare suoi questi principi e mantenerne il giusto profilo conservativo.

Certo sarà necessario un lungo percorso di studio e analisi, ma soprattutto di confronto, sia con quanto avviene sul mercato oggigiorno ma anzitutto con quanto si sta facendo sul territorio per dare maggiore risalto e lustro all’unicitá dei varietali qui coltivati. I vini provati sono fortemente incoraggianti, tutti puliti e concreti, immediati e godibili, tra questi ci ha piacevolmente colpito l’Harmoniae duemilasedici, una manciata di bottiglie, appena 3500, di un bianco proveniente da una selezione di Falanghina, alla sua prima uscita, messo in bottiglia dopo una sosta più lunga sulle fecce fini.

Un esordio a dir poco convincente che ci consegna un vino bianco dalla trama essenziale e coinvolgente, con un profilo olfattivo tenue ma pienamente varietale, dapprima erbaceo, poi appena agrumato, quindi fruttato. Al palato è secco, fresco e coinvolgente, un sorso tira l’altro, uno scandire piacevolissimo con un finale di bocca rinfrancante, vivace e leggero. Saltato il 2017 questa etichetta sarà nuovamente prodotta con l’ultima vendemmia 2018 ora in affinamento in cantina, non ci resta che attendere!

Leggi anche Piccola guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata

L’Aglianico, l’effetto elastico e il Taurasi 2007 di Michele Perillo

1 febbraio 2019

Torniamo a raccontare di un grande vitigno del Sud, l’Aglianico, varietale che dona vini meravigliosi ma che continua a soffrire una sorta di effetto elastico su troppi appassionati. Di certo non manca (quasi) mai di stupire, appassionare, conquistare, come nel caso di questo splendido Taurasi che ha fatto letteralmente breccia nei nostri cuori, piccolo capolavoro di espressività ed equilibrio.

Ad ogni assaggio nella stragrande maggioranza dei casi si susseguono sensazioni molto positive e grande piacere gustativo che si muovono con molta intensità, con chiare manovre di avvicinamento seguite da profonda devozione, poi un repentino allontanamento, quindi ci si riavvicina nuovamente. Alcune volte manco ce ne accorgiamo eppure, a pensarci bene, un po’ tutti seguiamo questo alternarsi di emozioni con l’Aglianico e il Taurasi, vino tra le sue massime espressioni, in modo del tutto naturale ed istintivo. Non che vi siano dubbi sulla passione e sull’amore per questo varietale e per questi vini, ogni tanto però è come se fosse necessario allontanarsene per sentirne la mancanza, mettere distanza per poi colmarla.

Chi ama gli almanacchi e sa ricercare il buono in bottiglia conosce molto bene Michele Perillo, un po’ per la sua Coda di Volpe, un bianco anacronistico ma sempre avvincente, un po’ per la sua profonda dedizione alla valorizzazione dell’Aglianico in quel di Castelfranci che raggiunge picchi di espressività assoluta, tra gli altri, proprio con questa etichetta qui, annata duemilasette, un millesimo se vogliamo eterogeneo che ha però tratteggiato in qualche caso Taurasi di incredibile pienezza e complessità senza sovrastrutture inutili fini a se stesse; da queste parti poi il particolare microclima dell’areale contribuisce non poco a favorire raccolti con uve pienamente mature con buono equilibrio in zuccheri, composti fenolici, acidi e sostanze minerali capaci di dare vini di nerbo, sostanza e in grado di sfidare il tempo.

L’azienda conta sostanzialmente su cinque ettari di vigneto piantati perlopiù tra Contrada Baiano e Contrada Valle a Castelfranci – qui le altitudini arrivano sino ai 500 metri s.l.m. -, dove ha sede anche la cantina, e nel comprensorio del vicino comune di Montemarano, altro luogo d’elezione per questo straordinario vitigno. L’areale rientra geograficamente in quello che abbiamo imparato a conoscere come il Versante Sud/Alta Valle del comprensorio della docg Taurasi. In sede di vinificazione non vi sono particolari protocolli prestabiliti, è la sensibilità del vigneron che regna sovrana sulle scelte che si fanno in cantina soprattutto in funzione degli andamenti climatici registrati, in questo caso il vino ha passato circa due anni in legno tra botte grande da 20 hl e barriques di terzo e quarto passaggio.

A distanza di poco più di 11 anni il colore è uno splendido rubino concentrato, il naso è fitto, subito caratterizzato da sentori di viola, ciliegia sotto spirito, pepe, lentamente vengono fuori toni più scuri, accenni balsamici e nuances di tabacco e spezie dolci. Il sorso è graffiante, ha tannino di carattere ma ben fuso con il corpo del vino, si distende agile e fine e tira dritto regalando un finale di bocca piacevolissimo e polposo. Altro che effetto elastico, verrebbe da dire!

Leggi anche A proposito dell’Aglianico e del Taurasi Qui.

© L’Arcante – riproduzione riservata