Archive for the ‘APPUNTAMENTI’ Category

Ci risiamo, voi là, io di qua…

15 marzo 2012

Se ne parla già da un po’, molti amici produttori si sono premurati di sapere se ci fossi o meno. Altri, come spesso accade, non hanno fatto mancare un invito, una telefonata, anche giusto per un saluto. Purtroppo, dico purtroppo, anche quest’anno si passa la mano, il lavoro, per fortuna, incombe… 

In giro, come sempre d’altronde, se ne leggono di tutti i colori: giornalisti offesi, qualcuno addirittura sceriffo, blogger snobbati, produttori impettiti, vignaioli-diversamente-produttori preoccupati dalla svolta (anche)naturista della fiera, e ancora sommelier spaesati, appassionati bistrattati, prodi degustatori che lisciano i bicchieri. Che fare, quindi?

Beh, al Vinitaly val sempre la pena andarci, almeno sino a quando non ne puoi proprio più. Mi spiego meglio. Con l’entusiasmo del novizio quei giorni di fiera sono come aprire il rubinetto di casa e scegliere di bere traminer, cococciola, fiano o guarnaccia, o meglio ancora Barolo, Taurasi, Nero d’Avola o Brunello di Montalcino. Insomma, un po’ come fare zapping al gargarozzo col telecomando. Però poi passano gli anni: uno, due, tre, cinque, dieci Vinitaly, magari un anno sì e un anno no. Ogni anno alla ricerca di qualcosa di nuovo, magari diverso, che non sempre trovi; così quel rubinetto pensi vada cambiato, anche perché nel frattempo hai imparato a girarla davvero l’Italia del vino, scovare cantine, conoscere persone, bere tanto altro insomma, e può capitare quindi di trovare addirittura stancante persino prenderlo solo in mano quel telecomando.

Allora, consigli? No, non ne ho, la fiera del vino di Verona è lì, dal 25 al 28 Marzo. Ci sono, mi dicono, tante belle novità, c’è per esempio OperaWine, o ViViT, il padiglione che racchiude le produzioni enologiche da agricoltura biologica e biodinamica. Tanta carne al fuoco insomma. Poi mi raccomando, fatelo un salto in Campania, saggiatene più che potrete. Dove? Chi? No, non vi faccio il nome di questo o quello, vale quasi sempre la pena, talvolta di più. Anzi, fossi in voi almeno una giornata, dico una giornata da spendere in Campania (o inseguendo le aziende campane sparse qua e là) la spenderei. Non ve ne pentirete, statene certi. Bon voyage…

Un piatto, il suo vino. Fatene il vostro gioco…

29 febbraio 2012

Da un lato un piatto, un bel piatto di pasta che concettualmente si potrebbe tranquillamente definire trasversale: povero ma ricco, appetibile e pieno di sostanza, profumato, fresco, alleggerito, saporito il giusto. L’intuizione è terragna, che più semplice non potrebbe essere, coi porri e la salsiccia “pezzente”; un connubio pensato bene, riuscito e mantecato meglio, ingentilito con giustezza da quel richiamo al mare, che sa di fasolari, ma non necessariamente. Buono a sapersi, tra i piatti cult in carta a Sud come probabilmente lo diventeranno anche questi nuovi appena segnalati sul suo sito da Luciano Pignataro, tra i quali consiglio vivamente di non mancare il cous cous di soffritto su crema di cipolla, yogurt e paprika.

Nel bicchiere invece il primo Nastro Rosa* doc per i Campi Flegrei. Il primo rosato 2011 bevuto, s’intende, provato giustappunto l’altra sera a cena da Pino e Marianna. Un piedirosso dal bel colore rosa tenue, luminoso e vivace, col “naso” evidentemente ancora imbrigliato dallo stress da vasca ma un sapore, asciutto, vivido, minerale, sapido, già determinato a conquistarsi tutti i palati più gentili, sbarazzini, assetati di territorio; “senza pensarci troppo su però – come ci tiene a sottolineare l’amico Gerardo Vernazzaro, enologo a Cantine Astroni -, le chiacchiere conserviamocele per altri vini, magari proprio per quelli di cui tra l’altro tanto più si parla e sempre meno se ne bevono”.

Allora, questi gli elementi, accontentiamoci e fatene pure il vostro prossimo gioco di abbinamento cibo-vino, senza esagerare naturalmente, tanto ci sarà sempre uno che ne saprà più di voi! 

* non avendo ancora scelto un nome definitivo – il vino tra l’altro uscirà solo a metà aprile prossimo -, mi sono permesso, con “Nastro Rosa”, di avanzare un mio piccolo suggerimento agli amici Gerardo ed Emanuela per il loro primo rosato doc Campi Flegrei firmato Cantine Astroni. 

Napoli, corso di aggiornamento per Sommelier

5 febbraio 2012

La qualità dei relatori ispira senz’altro fiducia. Riuscissi a pianificare per bene il lavoro per quelle date ci farei senz’altro un pensierino. Anzi ci sto già pensando. Vediamo però frattanto come evolvono certe situazioni. 

L’Associazione Sommelier Campania organizza un corso di aggiornamento per Sommelier. L’obiettivo è quello di provare a rispondere ad alcune esigenze della formazione di base, come ad esempio ampliare e perfezionare la comunicazione del vino, approfondire aspetti scientifici inerenti la professionalità, fare chiarezza giocando sui “comportamenti critici” del sommelier, ed infine, “sintonizzarsi” meglio riguardo la degustazione. Ogni seminario prevede degustazioni prestigiose ed un coffee break. Ad ogni iscritto sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

Possono iscriversi tutti i sommelier in regola con la quota associativa. Possono iscriversi, in lista di attesa, anche i corsisti che attualmente seguono il modulo di terzo livello, ma solo in caso di eventuali posti disponibili dopo la scadenza della data di iscrizione. Quota di iscrizione: euro 150,00. Tutti i seminari si terranno presso l’Hotel Ramada Naples dalle 9:00 alle 13:00, via Galileo Ferraris, 40 Napoli – www.ramadanaples.it (Parcheggio dell’hotel, prezzo forfettario di euro 5,00).

Come iscriversi: l’iscrizione è possibile entro e non oltre il 24/3/2012, mediante il pagamento con bonifico bancario intestato all’ “Associazione Sommelier Campania“ – BCC di Casagiove – IBAN: IT 91 J 08987 74840 000010330616, indicando come causale: “CORSO DI AGGIORNAMENTO 2012” ( inviare copia pagamento a info@aiscampania.it).

Per maggiori informazioni:
Associazione Sommelier Campania
www.aiscampania.it
news@aiscampania.it
 

Napoli, il 20 febbario arriva “Il Falerno a Napoli”

3 febbraio 2012

Vi segnalo un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di vino, Il Falerno a Napoli, messo su nei saloni di Villa Domi, ai Colli Aminei, dalla collega e amica Monica Piscitelli con la collaborazione di Luciano Pignataro e, tra gli altri, della beneamata Confraternita del Falerno.

“Mai il grande vino è stato versato tutto insieme” dice lo slogan della manifestazione. Ebbene, a parlar di Falerno si fa certamente presto a capire di quali gran vini si tratta. E qui, su questo blog, ne abbiamo raccontati davvero tanti. Sono infatti ormai una ventina le aziende che nei 5 comuni dell’areale di produzione, tra Carinola, Cellole, Falciano del Massico, Mondragone e Sessa Aurunca danno vita alla denominazione Falerno del Massico Doc. E sarà questa l’occasione per provarli tutti. Segnate in agenda allora, lunedì 20 febbraio prossimo, a Villa Domi, Salita Scudillo 19/a dalle ore 18,00. Da non perdere i laboratori di degustazione!

Per informazioni:
Luciano Pignataro Wine Blog
Campaniachevai blog Monica Piscitelli  
Per il laboratori
Monica Piscitelli Cell. 3480063619
campaniachevai@gmail.com
Monica Ambrosino di Bruttopilo Cell. 3283316300
Novella Talamo ntalamo@gmail.com

Taurasi Vendemmia 2008| Anticipazioni…

22 gennaio 2012

Lo ammetto, sono a secco di argomenti per elogiare ancora una volta il prezioso lavoro svolto dai ragazzi di Miriade&Partners con questa ennesima interessante anteprima sul Taurasi; ma che bravi, che impegno, che dedizione. E che parterre di giornalisti, blogger, sommelier autorevoli!

Ma prima di tuffarci nel vivo delle degustazioni e delle impressioni a caldo offerte dall’interessante panel di quest’anno, è opportuno dedicare un po’ di attenzione ad alcuni nuovi spunti venuti fuori quest’oggi; un esercizio necessario per inquadrare meglio l’areale, la sua proposta sempre più articolata e le prospettive, certamente complesse ma non più di così difficile interpretazione.

Spesso ci siamo chiesti (e augurati) che si potesse guardare al vino Taurasi con gli stessi occhi con i quali un appassionato si approccia per esempio ad un Barolo, riferendosi cioè non più semplicemente al vitigno originario o alla mera definizione legislativa, ma bensì alla sua tipicità manifesta in un determinato microclima, in una particolare zona della denominazione quando non addirittura di una specifica vigna; insomma, se ai più viene naturale cogliere e raccontare dello stile, delle sfumature dei nebbiolo di Serralunga d’Alba e La Morra, perché non dovrebbe accadere lo stesso per esempio per gli aglianico di Lapìo o Mirabella Eclano o ancora quello di Montemarano?

Da dove cominciare? Bene, a guidarci per mano in questo nuovo scenario ci ha pensato Paolo De Cristofaro¤, con un lavoro certosino, millimetrico quasi, sulle macro-aree interessate alla coltivazione di aglianico e aglianico da Taurasi; un lavoro, per chi mastica vino, straordinariamente puntuale ed efficace, una guida indispensabile, per cominciare a chiarire quegli aspetti ormai ineludibili quando si racconta e si scrive di Taurasi o di aglianico di queste terre; perché, come sottolinea lo stesso autore, “come spesso accade, il disciplinare dice poco di un vino con una forte identità varietale e territoriale e che sempre più richiede di essere declinato al plurale, prendendo atto delle numerose variabili zonali, agronomiche, enologiche-stilistiche e del crescente numero di aziende produttrici, passate da meno di dieci (fine deglia nni ’80) alle 60 di oggi”.

Così con l’impegno di ritornare sull’argomento a breve, soprattutto perché questa lettura mi ha subito appassionato parecchio – ha tanto da insegnarci -, ecco come ci è stato presentato il panel d’assaggio di quest’anteprima che vi racconterò domani. I Taurasi degustati sono stati divisi in cinque gruppi territoriali:

  • Gli Assemblaggi, quei vini cioè provenienti da due o più distinte macro-aree;
  • Quadrante Nord – Riva Sinistra del fiume Calore, con le vigne in Venticano, Pietradefusi e Torre Le Nocelle;
  • Versante Ovest – Le Terre del Fiano, con vigne ubicate a Montemiletto, San Mango sul Calore, Montefalcione e Lapìo; con quest’ultimi due comuni gli unici ammessi alla produzione sia di Taurasi e che di fiano di Avellino);
  • Valle Centrale – Riva Destra del fiume Calore. Il territorio senz’altro più frammentato dell’areale con le vigne ubicate in Taurasi, Mirabella Eclano, Luogosano, Bonito, Sant’Angelo all’Esca e Fontanarosa;
  • Versante Sud – Alta Valle, dove il vigneto ad aglianico assume una quota di rilevanza notevole, talvolta esclusiva, distribuito nei comuni di Castelvetere sul Calore, Montemarano, Castelfranci e Paternopoli.

 Taurasi Vendemmia 2008, qui tutte le degustazioni all’anteprima.

Aspettando “Taurasi Vendemmia 2008”, subito una buona notizia per tutti gli appassionati…

16 gennaio 2012

Per dirla con Raffaele Del Franco, noto sbevazzatore sommelier irpino di Aiello del Sabato formatosi – dicono insistenti voci – nel chiantigiano, “il più importante, preciso e completo approfondimento sulla storia reale e i territori del Taurasi Docg lo poteva fare solo Paolo De Cristofaro”.

Così, in attesa dell’anteprima 2008 in scena questo week-end prossimo, rilancio molto volentieri, per i fedelissimi seguaci di queste pagine, nonché per i grandi appassionati di vini campani sparsi in lungo e in largo nel mondo (ouch!), questo pregevole lavoro sul Taurasi, on-line da qualche giorno qui, grazie ai ragazzi di Miriade&Partners.

Giusto per darvi un’anticipazione, le ultime quattro annate in commercio per esempio, alle quali “anteprime” ebbi il piacere di parteciparvi e di raccontarle, qui come altrove, sono così magistralmente riassunte: la vendemmia 2007, valutata 16/20, viene descritta come un’annata “equilibrata, carnosa e accessibile, con un ottimo potenziale evolutivo”. La 2006 invece (rating: 15/20) come “un’annata “calda, capricciosa, eterogenea, con i migliori potenti e nervosi, da aspettare”. La vendemmia 2005, millesimo da 17,5/20, “fresca, articolata, elegante; da lungo invecchiamento”. Mentre la 2004 – non a caso, con l’88 e il ’90, ritenuta da molti addetti ai lavori un riferimento assoluto per gli ultimi vent’anni di Taurasi -, un’ annata da 18/20, di quelle, per dirla con la maniera toscana, a cinque stelle, “con un andamento regolare, tardiva, austera, da lungo invecchiamento”.

Insomma cari amici, un lavoro del genere, così prezioso e autorevole, oltretutto con moltissimi altri riferimenti imperdibili, non può assolutamente mancare nel vostro carniere da enostrippati.

Pozzuoli, Giovedì 2 Febbraio a l’Abraxas Osteria

13 gennaio 2012

Un appuntamento imperdibile per tutti i grandi appassionati del vino; l’abbiamo pensato in omaggio alla ricorrenza dei dieci anni di attività dello splendido locale flegreo di Nando Salemme.

E abbiamo deciso di cominciare questa particolare rassegna dedicata a “I Maestri del Vino” con una delle più belle realtà vitivinicole campane, l’azienda agricola Quintodecimo di Mirabella Eclano.

Mettete in agenda quindi, giovedì 2 febbraio, dalle ore 20,00, presso l’Abraxas Osteria di Pozzuoli, il prof. Luigi Moio ci racconta la sua terra e i suoi vini prodotti proprio lì a Quintodecimo, senza ombra di dubbio uno dei luoghi più suggestivi del vigneto irpino.

In degustazione, condotta dallo stesso Luigi Moio, con il sottoscritto, verrà proposto un percorso davvero interessante e trasversale di tutti i vini dell’azienda di Mirabella Eclano, con l’eccezionale anteprima assoluta del Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2007.

Informazioni e prenotazioni:
OSTERIA ABRAXAS
Via Scalandrone 15, Pozzuoli (NA)
Tel. 081 8549347
Cell. 366 6868795

Serene festività e… Buon Natale!

22 dicembre 2011

Il Piedirosso dei Campi Flegrei, un passo avanti, due indietro (assaggi sparsi del 2010 e altro)

21 dicembre 2011

E’ inutile girarci intorno, con questo piedirosso è proprio dura, ancor più dura di quanto ci aspettassimo. Il vitigno in effetti pare non fare assolutamente concessioni, e assaggio dopo assaggio ci siamo resi conto, bicchiere alla mano, che non è solo un luogo comune il fatto che da molti vignaioli viene indicato come una vera “brutta bestia”, per non parlare degli enologi per i quali rimane “una bella gatta da pelare” in cantina; così ci siamo dovuti dar pace e accettare, per lo più unanime, un verdetto finale più pesante del previsto: calma è sangue freddo, la strada è di parecchio in salita.

Perchè? Bene, riprendendo a grandi linee concetti già espressi sull’argomento su questo blog (leggi qui), per troppo tempo ci siamo abituati all’idea che certe puzzette o caratteri vegetali del piedirosso fossero tratti distintivi tipici del vitigno, quando non addirittura del territorio; ci sbagliavamo naturalmente, e lo abbiamo imparato in fretta. Bene ha fatto invece chi, dopo anni di penitenza e importanti investimenti in vigna e in cantina punta a ridare una certa dignità colturale, enologica, e quindi organolettica, a quello che personalmente ritengo invece essere il più interessante ed eclettico dei vitigni a bacca rossa campani.

Detto questo però, tale esempio appare disatteso da molti, che continuano – dannazione! -, ad accontentarsi di esserci anziché crescere e migliorare, in una parola: emergere. Non sta certo a me, a noi fans, indicare una via certa, però qui c’è da avviare subito una analisi ancor più profonda e tecnica sullo “stato delle arti” qui nei Campi Flegrei; mettere in campo, ognuno da più parti, le proprie conoscenze e competenze per il bene comune. Un lavoro sporco e duro, ma estremamente necessario, urgente direi, che richiami all’impegno, oltre che dei produttori, di tutti gli organi della filiera di produzione e tutela affinché si lavori di concerto – come è avvenuto per esempio, in maniera pregevole, per le recenti modifiche al disciplinare (leggi qui) – per il bene della denominazione e in particolar modo per il vino piedirosso dei Campi Flegrei. Tant’è che mi tocca essere sincero: l’impressione che si ha oggi nel mettere il naso in questi bicchieri, è che ognuno vada per la sua strada, e che alcuni, per quanto girino, lo facciano a tentoni.

E’ pur vero che il varietale occupa solo in minima parte il vigneto a denominazione, e impegna se vogliamo risorse ed energie talvolta antieconomiche per l’esigua produzione stessa, però salvaguardare il piedirosso, studiarne e approfondirne meglio le caratteristiche colturali, le attitudini enologiche, comprenderle, per vinificarlo meglio – vivaddio! -, rimane l’unica via per proporlo, imporre al mercato, un prodotto quasi esclusivamente flegreo e sempre più necessario con una domanda del vino sempre più indirizzata a scansare vini sovra strutturati e grassi in favore di quelli capaci di tessiture organolettiche snelle eppure serbevoli; vini insomma come solo il per ‘e palummo dei Campi Flegrei sa regalare in Campania. 

Un paio di precisazioni: abbiamo preso in esame esclusivamente i vini fregiati con la doc, anzitutto dell’annata 2010 e, chi ce l’ha concesso, dei loro cru  2009 o 2008. Infine, è bene ribadire che la sequenza così proposta non è in alcun modo da intendere come una classifica di merito.

Campi Flegrei Piedirosso Colle Rotondella 2010 Cantine Astroni – Napoli.  Bello il colore, rubino con ancora sfumature porpora sull’unghia del vino. Naso mascolino, vibrante ed elegante, di rosa passita, sorbe e muschio. Sorso asciutto e fresco, con buona intensità. Chiude con nerbo, ma discreto e gradevole.

Campi Flegrei Piedirosso Terracalda 2010 Cantine Babbo – Pozzuoli. Colore rubino granato; primo naso quasi infastidito da una leggera nota volatile; lentamente si affacciano accenni floreali di lavanda e rosa passita, poi ancora un sottile richiamo alla “terra bagnata”. Asciutto e gradevole al palato, caldo ma non troppo.

Campi Flegrei Piedirosso 2009 Cantine del Mare – Monte di Procida. Bello il colore di questo vino, rubino pienamente espressivo, cristallino e abbastanza trasparente. Naso tenue, pur giocato su un varietale dei più riconoscibili: geranio, rosa e violetta. In bocca è chiaro, asciutto e serbevole, marcatamente sapido, manca di un guizzo ma è indiscutibilmente gradevole.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Cantine Farro – Bacoli. Colore rubino con lieve tendenza al granato. Primo naso quasi idrocarburico, ma dura poco, così il tono olfattivo vira su fini sentori floreali passiti. Il sorso è maturo, pronunciato sul frutto, paga dazio in lunghezza ma rimane di estrema correttezza gustativa. Lineare.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Carputo Vini – Quarto. Colore rubino tendente al bruno, inaspettato aggiungo io. Naso a lungo in riduzione, quasi terroso. Al palato è discreto, offre un sorso abbastanza maturo che chiude asciutto e morbido. Da rimarcare, sul finale di bocca, un piacevole ritorno balsamico.

Campi Flegrei Piedirosso 2008 Contrada Salandra – Pozzuoli. Colore rubino granato, abbastanza gradevole per la maturità del millesimo; naso inizialmente concentrico su note animali, pelo e cuoio, con una lieve nota volatile a infastidirne l’approccio. Molto lentamente tira fuori anche dell’altro, su note comunque mature, definitive, evolute. Palato asciutto, di buono spessore e profondità gustativa. Risoluto.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore rubino porpora intenso e poco trasparente. Primo naso denso e voluminoso, i sentori viaggiano su riconoscimenti di viola passita, susina e spezie dolci. Al palato è asciutto e intenso, sorso appena caldo con un tannino ben risoluto. Chiusura balsamica e sapida.

Campi Flegrei Piedirosso Riserva Montegauro 2008 Grotta del Sole – Quarto. Inevitabilmente forse, il più riconosciuto della batteria, quel vino una spanna sopra tutti che per intensità, ampiezza e fittezza, di naso e bocca, ti fa fermare e riflettere. Pensare. Il colore è fitto e impenetrabile, il quadro olfattivo è avvincente, frutta sopra tutto; il sorso è denso e piuttosto lungo, sostenuto da puntuta acidità e fini tannini. Lo aspettiamo alla soglia del tempo, ancora una volta, per avere maggiore contezza della buona qualità varietale esaltata però, indubbiamente, dalla palese interpretazione, appannaggio di una ferrata memoria e senza dubbio di una cantina all’altezza.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Le Cantine dell’Averno – Pozzuoli. Colore rubino vivace, il timbro olfattivo è vinoso e varietale, offre poca intensità ma i sentori risultano puliti e molto gradevoli. Sorso asciutto e di pregevole finezza, manca di profondità, di spina dorsale come si suole dire, ma lascia cogliere buona materia.

Campi Flegrei Piedirosso Gruccione 2010 Az. Agr. Montespina/Antonio Iovino – Pozzuoli.  Interessante il colore rubino tenue, abbastanza trasparente ma assai elegante; L’incipit olfattivo è di viola e geranio, un classico. Al palato è asciutto e lineare, appena vivace sul finale di bocca.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 La Sibilla – Bacoli. Colore rubino granato, un tantino cupo. Naso inizialmente scomposto, il bel frutto è coperto per un po’ da una poco piacevole nota volatile. Lentamente si apre e finalmente ci lascia apprezzare l’immediatezza dell’approccio: olfatto sottile, fugace ma invitante. Sorso più interessante, giocato in leggerezza ma sempre vivace. Sul finale di bocca una lieve nota amarognola.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Tenute Matilde Zasso – Pozzuoli. Colore rubino porpora con buona intensità. L’aspettiamo per un po’, appare chiuso su sentori vegetali, terrosi e animali. Poi un leggero richiamo a frutti neri. Il sorso è asciutto e piacevolmente fresco, con un finale appena caldo, breve ma comunque appagante.

Campi Flegrei Piedirosso Agnanum 2010 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. In grande spolvero il colore, bel rubino con nuances porpora, intenso e vivace con un primo naso invitante e altrettanto vibrante. Frutto in primissimo piano, croccante e polposo, poi note di macchia mediterranea e spezie, origano fresco. Il sorso è succoso e nerboruto, fresco e parecchio lungo.

Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2008 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Colore rubino granato, primo naso di forte impatto emozionale, assai varietale e puntuto. Arrivano note di frutta polposa intrise di sfumature balsamiche e speziate; il legno è perfettamente digerito, tutt’uno con la materia. Molto elegante. Al palato è austero, regala un sorso discretamente asciutto, di buon spessore ma non prorompente, anzi. Rimane a lungo in bocca, gustoso e gradevolissimo. Da manuale.

Nota a margine: tutti i vini sono stati aperti due ore prima di essere serviti, alla corretta temperatura di servizio e alla cieca, in batterie da 6 assaggi alla fine di ognuna delle quali si è avuto un ampio confronto prima di svelarli. Con il sottoscritto, hanno partecipato al panel Giulia Cannada Bartoli, giornalista free-lance e sommelier, Michela Guadagno, sommelier, Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, Nando Salemme, ristoratore e sommelier professionista.

© 2011 L’Arcante, esce anche sul sito www.lucianopignataro.it.

Falanghina dei Campi Flegrei, prospettive

16 dicembre 2011

L’iniziativa era di quelle mai riuscite prima: organizzare il più completo panel di degustazione dei vini doc Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei insistenti sul territorio; devo dire che l’idea è piaciuta subito a molti, tanto da avere la conferma di sicura partecipazione da quasi tutti quanti i produttori, che ringrazio anzitutto per avermi dato ascolto, concesso quei pochi minuti del loro prezioso tempo; tuttavia, ne sono certo, questo momento verrà apprezzato anche da chi poi alla fine, per un motivo o per un’altro, il vino non ce l’ha più mandato.

Certo è che certe cose aiutano parecchio a crescere e capire, ovvero comprendere meglio un territorio tanto ricco da un punto di vista vitivinicolo quanto frammentato e misconosciuto. Una frammentazione da cogliere anzitutto come varia eterogeneità espressiva, con tutti i pro e i contro di una tale connotazione;  e che durante gli assaggi si è manifestata palesemente, e non tanto, o non solo, per le evidenti diversità territoriali dove i produttori si muovono – ricorrendo molti di questi di solito ad assemblaggi di vini da più vigne spesso dislocate anche su comuni diversi -, quanto per l’idea e la capacità interpretativa, non sempre riuscita, va detto, che tende però a distinguere comunque ognuno di loro: mi riferisco per esempio alla conoscenza – leggi dedizione, studio, soprattutto storico-comportamentale – dei due varietali flegrei, del vigneto e delle vigne che conducono, ma anche elementi apparentemente più alla portata come saper leggere attentamente una vendemmia o perseguire un know-how efficace in cantina capace quantomeno di ridurre i margini “d’errore”, quando non addirittura farti fare il famoso salto di qualità.

Insomma, ci siamo ritrovati dinanzi a vini con tanti buoni spunti di riflessione su cui costruire prospettive assai incoraggianti ma anche alcuni con evidenti limiti, sia a riguardo della Falanghina, di cui leggete oggi, quanto più col Piedirosso, la “brutta bestia” di cui però leggerete tra qualche giorno. C’è da fare ancora tanta strada, è indubbio, però per favore credeteci, credeteci, credeteci. E non vi nascondete!

Un paio di precisazioni: abbiamo preso in esame esclusivamente i vini* fregiati con la doc, anzitutto dell’annata 2010 e ove non possibile (per chi ancora non è “uscito” con questo millesimo) il 2009 e il 2008. Infine, la sequenza qui proposta non è in alcun modo una classifica di merito.

Campi Flegrei Falanghina Mare Chiaro 2010 Azienda Agricola Varriale – Napoli. Bel paglierino vivace, primo naso caratterizzato da un lieve attacco di solforosa che però va via quasi subito per lasciare spazio a gradevoli note floreali e fruttate. Abbastanza varietale, meriterebbe un po’ più di attenzione. In bocca è secco, appena vivace, di estrema bevibilità e piuttosto sapido.

Campi Flegrei Falanghina Colle Imperatrice 2010 Cantine Astroni – Napoli. Colore paglierino abbastanza carico, naso inizialmente salmastro, poi man mano meglio pronunciato su piacevoli sentori floreali di camomilla e nitida albicocca. Al  palato offre un sorso teso e minerale, non lunghissimo ma assai rinfrancante.

Campi Flegrei Falanghina Sintema 2010 Cantine Babbo – Pozzuoli. Paglierino tenue, il naso rimane un tantino monocorde ma estremamente pulito e fine su gradevoli note erbacee e floreali. Sorso asciutto e leggero, molto gradevole. In crescita.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Cantine del Mare – Monte di Procida.  Con sommo dispiacere entrambe le bottiglie consegnateci per la degustazione hanno evidenziato un avanzato stato di maderizzazione, impossibile quindi esprimere giudizi; un gran peccato poiché proprio poche settimane fa mi aveva personalmente conquistato. Da ritornarci subito su.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Cantine Farro – Bacoli. Paglierino tenue, naso estremamente pulito e varietale (gelsomino, mela, pera). Al palato è sobrio, infonde sottile mineralità ad ogni sorso.

Campi Flegrei Falanghina Le Cigliate 2010 Cantine Farro – Bacoli. Anche qui il colore non fa una grinza, paglierino tenue e cristallino. Al naso sentori di nespola, mela e macchia mediterranea, fini ed eleganti con una certa insistenza. In bocca è secco, in perfetta sintonia evolutiva e di estremo equilibrio gustativo. Sul finale di bocca, un gradevole ritorno balsamico.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Carpunto Vini – Quarto. Paglierino ben fissato, naso inizialmente scomposto, appare sovramaturo e con un certa insistenza di mela cotta. In bocca si esprime meglio, lineare e godibile con un buon finale sapido.

Campi Flegrei Falanghina Collina Viticella 2010 Carpunto Vini – Quarto. Dei due un passo avanti: colore paglierino netto, con un naso sicuramente più riconoscibile e invitante, che vira ad un certo punto su lievi sentori speziati. Il ricordo personale è di un vino affinato in solo acciaio e bottiglia, che sia cambiato qualcosa nel frattempo? Sorso asciutto e di buona intensità pur se non particolarmente persistente.

Campi Flegrei Falanghina 2009 Contrada Salandra – Pozzuoli. Colore paglierino di buona intensità, primo naso subito salmastro, poi si apre su gradevoli sentori floreali e fruttati, lievemente balsamico. Palato asciutto, mostra però una certa spalla alcolica che ne accentua certo la densità gustativa affaticandone però la beva.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore paglierino tenue, naso anzitutto minerale, quasi pungente, caratteristica questa particolarmente accentuata soprattutto sullo slancio iniziale. Poi gradevoli nuances erbacee e di macchia mediterranea. Sorso asciutto e risoluto.

Campi Flegrei Falanghina Coste di Cuma 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore paglierino con ancora sfumature verdoline; Offre un primo naso di estrema finezza balsamica, poi concede una dolcissima sciorinata di frutta, di pesca bianca, nespola e pera anzitutto, e sentori di macchia mediterranea. Sorso assai fresco, quasi citrino sull’attacco gustativo ma che recupera con un finale di bocca gradevolmente sapido. In rampa di lancio.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Le Cantine dell’Averno – Pozzuoli. Colore paglierino, primo naso subito acconciato su sentori varietali, poi nel tempo concede sfumature di camomilla e pera matura. In bocca è asciutto e minerale con un finale rotondo e decisamente sapido.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Il IV Miglio – Quarto. Paglierino carico, naso subito maturo, sentori di frutta a polpa gialla, pesca e albicocca. Sul finire un ritorno dolce di miele di millefiori. Al palato è asciutto, infonde buona tensione gustativa per tutta la bevuta. Sul finale di bocca un ritorno appena troppo caldo.

Campi Flegrei Falanghina Macchia bianco 2007 Il IV Miglio – Quarto. Colore oro, naso buccioso e intriso di note balsamiche e lievemente speziate, di zenzero. Sorso ancora integro pur se risoluto, espressivo di una certa idea di falanghina dei Campi Flegrei non trascurabile. Un fuoriprogramma ben gradito da raccontare ancora.

Campi Flegrei Falanghina Grande Farnia 2010  Azienda Agr. Montespina/Antonio Iovino – Pozzuoli. Paglierino, primo naso quasi fugace, poi ritorna prorompente e vulcanico con un timbro decisamente minerale, con nitidi richiami sulfurei e pomice. Sorso incalzante ma ben bilanciato. Chiude morbido.

Campi Flegrei Falanghina 2010 La Sibilla – Bacoli. Paglierino tenue, naso inizialmente scomposto, improntato su note dolci un tantino invadenti, di bon bon; lentamente poi riecheggiano note balsamiche e mela a sostenerne discrezione e finezza. Al palato è secco, di buona intensità anche se breve.

Campi Flegrei Falanghina CrunadeLago 2009 La Sibilla – Bacoli. Uno dei più riconoscibili e riconosciuti in batteria; quasi un must ormai. Colore paglierino carico, primo naso quasi empireumatico, ricco di sfumature: latte di mandorla, pietra focaia, burro. Poi si ricompone su note più tradizionali, mantenendo però vivo il ricordo minerale che insiste anche al palato dove regala un sorso teso e di spessore con un finale lungo e balsamico.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Tenute Matilde Zasso – Pozzuoli. Paglierino tenue con un naso integro e pulito. Non offre grandi spunti ma corrisponde sentori erbacei e fruttati di mela a un sorso fresco e gradevolmente sapido.

Campi Flegrei Falanghina Agnanum 2010  Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Paglierino carico, primo naso intrigante, maturo e abbastanza intenso con una netta insistenza fruttata e balsamica, albicocca e aghi di pino. Sorso asciutto, rustico ma fitto e convincente. A tratti sferza il palato con una beva vivace e di buon carattere.

Campi Flegrei Falanghina Vigna del Pino 2009 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Paglierino con bella vivacità. Naso elegante e ficcante, tanta materia, che lentamente si va svestendo dell’incidenza del legno e offre nitidi sentori di macchia mediterranea e albicocca matura. Al palato è di buona intensità, con un finale di bocca parecchio persistente.

Considerazioni, di Giulia Cannada Bartoli. Operazioni di questo genere, ossia una valutazione praticamente esaustiva del panorama della doc Falanghina Campi Flegrei, dovrebbero svolgersi annualmente per monitorare la direzione intrapresa dai produttori e verificare se la stessa si mantenga sempre coerente con il territorio.

Il risultato emerso dalla degustazione di venti campioni tra vini base e cru,  se, da un lato, ci ha lasciati convinti, dall’altro, complice la difficile annata 2010 e l’ansia del mercato, ci ha indotti a considerazioni relative alla maturità commerciale del comparto che, negli ultimi anni, è cresciuto in maniera notevole, soprattutto con riferimento alle piccole aziende, quasi sempre a conduzione familiare, dove, eccetto alcuni casi,  il reddito agricolo è secondario rispetto ad altre attività professionali.

La fretta imposta dal mercato e da certa ristorazione,  spesso induce i produttori, poco abituati alle logiche moderne del mercato globale, a vinificare in fretta, qualche volta trascurando le esigenze e le caratteristiche  delle vigne che insistono su un’area complessiva di circa 150 ettari iscritti alla doc. Parliamo, come detto sopra, di un territorio estremamente parcellizzato, ma ricchissimo in quanto a biodiversità, è questo il patrimonio da esaltare. Ciò che emerge è un buon livello medio di qualità della materia, purtroppo, non sempre sostenuto, esclusi i casi di aziende leader, da una maggiore concentrazione rispetto alla gestione delle vigne e della cantina e da una realistica analisi del mercato.

Le potenzialità del territorio sono enormi, il numero di aziende permette senz’altro lo sviluppo di una coesione nutrita da forte spirito associativo, che, se da un lato sta muovendo i primissimi passi con il Consorzio di Tutela e Le Strade del Vino, dall’altro, soffre del congenito individualismo dei viticoltori campani. La Falanghina dei Campi Flegrei ha, potenzialmente, le carte in regola, per assumere il ruolo di testimonial trainante dell’intero territorio, intersecandosi con le  realtà produttive del turismo, della ristorazione e dell’accoglienza: in poche parole bisogna lavorare tutti insieme affinchè si possa finalmente affermare: “Falanghina = Campi Flegrei”, ovvero storia, tradizione, cultura e costante innovazione. 

* tutti i vini sono stati aperti per tempo, serviti alle corrette temperature di servizio e alla cieca, in batterie da 6 assaggi alla fine di ognuna delle quali si è avuto un confronto prima di svelarli. Con il sottoscritto, hanno partecipato al panel Giulia Cannada Bartoli, giornalista free-lance e sommelier, Michela Guadagno, sommelier, Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, Nando Salemme, ristoratore e sommelier professionista.

© 2011 L’Arcante, esce anche su www.lucianopignataro.it.

Montemiletto, ritorna Taurasi Vendemmia 2008

14 dicembre 2011

Ritorna il prossimo gennaio 2012 la rassegna “Taurasi Vendemmia 2008”, manifestazione ideata dall’agenzia di comunicazione integrata Miriade & Partners per raccogliere l’eredità di Anteprima Taurasi.

L’evento si avvale della partnership tecnica dell’Ais Campania – Delegazione di Avellino e si svolgerà da venerdì 20 a domenica 22 gennaio 2012 al Castello della Leonessa di Montemiletto (AV); avrà come tema centrale la presentazione delle nuove annate di Taurasi e Taurasi Riserva. L’edizione 2012 si focalizza in modo specifico sulla vendemmia 2008, annata che a detta di molti si preannuncia particolarmente interessante. In degustazione non mancheranno Irpinia Campi Taurasini Doc, Irpinia Aglianico Doc e Campania Aglianico Igt della vendemmia 2010. 

Taurasi Vendemmia 2008 è una rassegna a numero chiuso, riservata al pubblico di giornalisti ed operatori, e sarà possibile parteciparvi esclusivamente su invito, previa prenotazione e fino ad esaurimento posti. A differenza di precedenti iniziative, infatti, non vi saranno banchi d’assaggio aperti al pubblico e gli operatori accreditati avranno a disposizione una postazione dove assaggiare seduti e con calma i vini in degustazione, con il servizio assicurato dall’Associazione Italiana SommelierDelegazione di Avellino.

Qui una breve presentazione a cura di Paolo De Cristofaro e tutto il programma completo.

Informazioni, dettagli sul programma, accrediti:
Miriade&Partners
Diana Cataldo – tel. +39 320.4332561
Massimo Iannaccone – tel. +39 392.9866587
E-mail: ufficiostampa@miriadeweb.it
Sito Internet: http://taurasivendemmia.miriadeweb.it/ 
 

Campi Flegrei, tutte le novità della doc dal 2011

11 dicembre 2011

Lo scorso 26 ottobre 2011 è stato approvato con decreto ministeriale l’aggiornamento del disciplinare di produzione della d.o.c. Campi Flegrei, da tempo ferma ai dettami del ‘94, anno in cui era stata costituita.

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Modifiche importanti, che diverranno pane quotidiano già col millesimo 2011 in cantina, in uscita nei prossimi mesi del 2012; uno scatto in avanti a parer mio, intelligente e lungimirante, per una denominazione in forte ascesa che così facendo va confermando tutti i buoni auspici di affrontare questo particolare momento del mercato del vino con impegno e serietà produttiva, nella costruzione di una prospettiva per il territorio sempre più alettante, come ho imparato a leggere camminandoci le vigne e come vi stiamo cercando di proporre con sempre maggiore vigore; un territorio quello flegreo, capace di proporre ormai un ventaglio di assaggi ogni anno di qualità superiore e sempre più eterogenei, corrispondenti alle particolari caratteristiche di un areale storicamente vocato e sempre meglio interpretato di zona in zona.

Senza stare ad elencarvi tutte le novità, tra le quali anche accorgimenti tecnico-colturali-analitici, che comunque potete consultare con calma qui sul sito della Regione Campania, dove trovate tra l’altro tutte le modifiche ben evidenziate, queste sono quelle salienti più attese: anzitutto la modifica della doc Campi Flegrei bianco e rosso, con l’aumento della base ampelografica ammessa alla produzione: si spera così di dare maggiore vigore ad una etichetta praticamente mai utilizzata dai produttori. L’introduzione poi nella doc Campi Flegrei Falanghina, della versione passito (insisteva solo col piedirosso) e, nella stessa, l’opportunità di uscire con uno spumante dry o extra dry; infine, forse la più gradita delle novità, almeno per me, l’introduzione della doc Campi Flegrei Piedirosso o Pér e palummo rosato.

Altra novità, con un iter già ben avviato ma in via di definizione legislativa, sarà la possibilità di iscrivere sulle etichette delle bottiglie il nome della “vigna” o i suoi sinonimi, seguita dal relativo toponimo o nome tradizionale che potrà essere utilizzata nella presentazione e designazione dei vini DOP (ex doc e docg) ottenuti dalla superficie vitata che corrisponde al toponimo o nome tradizionale, purché rivendicata nella denuncia annuale di produzione delle uve prevista dall’articolo 14 del disciplinare ed a condizione che la vinificazione delle uve corrispondenti avvenga separatamente e che sia previsto un apposito elenco positivo a livello regionale. Elenco, come detto, di cui presto ne sapremo di più.

© L’Arcante – riproduzione riservata

L’Arcante Wine Award® 2011, le nominations

3 dicembre 2011

Come anticipato la scorsa settimana, ecco tutte le nominations in corsa per il “L’Arcante Wine Award® 2011”; li riportiamo, categoria per categoria, non senza ribadire una precisazione: tutti i vini nella lista sono stati naturalmente saggiati e riassaggiati –  qualcuno di questi anche più di una volta durante l’anno (di certi trovate riprova anche nelle recensioni presenti su questo blog) -; solo alcuni, per una serie di motivi, non hanno goduto di questa vetrina ma ciononostante meritano assolutamente di partecipare alla nostra selezione finale. Sono ben accette considerazioni e/o osservazioni.

Miglior vino bianco

  • Sicilia bianco Carjcanti 2008 Gulfi – Sicilia
  • Fiano di Avellino Exultet 2009 Quintodecimo – Campania
  • Collio Sauvignon de La Tour 2008 Villa Russiz – Friuli Venezia Giulia

Miglior vino rosato

  • Toscana Rosato del Greppo 2008 Biondi Santi – Toscana
  • Paestum Aglianico Rosato Vetere 2010 S. Salvatore – Campania
  • Garda Classico Chiaretto Molmenti 2008 Costaripa – Lombardia

Miglior vino rosso

  • Amarone della Valpolicella 2007 Le Vigne di San Pietro – Veneto
  • Taurasi Riserva Nero Né 2005 Il Cancelliere – Campania
  • Primitivo di Manduria Es 2009 Gianfranco Fino – Puglia

Miglior vino dolce 

  • Colli Orientali del Friuli Picolit 2007 Livio Felluga – Friuli Venezia Giulia
  • Campania rosso passito Fastignano 2008 Papa – Campania
  • Passito di Pantelleria Ben Ryé 2008 Donnafugata – Sicilia

Miglior vino spumante

  • Asprinio d’Aversa Spumante s.a. Riserva Grotta del Sole – Campania
  • Franciacorta brut s.a. Cavalleri – Lombardia
  • Prosecco di Valdobbiadene Guia Foss Marai – Veneto

 Miglior vino straniero

  • Rheingau Riesling Terra Montosa 2007 George Breuer – Germania
  • Pauillac 2004 Chateau Latour – Bordeaux, Francia
  • Meursault Les Durots 2008 Pierre Morey – Borgogna, Francia

L’azienda/Produttore dell’anno

  • Diego Molinari/Cerbaiona – Montalcino, Toscana
  • Raffaele Moccia/Agnanum – Campi Flegrei, Campania
  • Cantine Mascarello – Barolo, Piemonte

L’enologo dell’anno

  • Salvo Foti – Consulente, Sicilia
  • Luigi Moio – Consulente/Quintodecimo, Campania
  • Jan Hendrik Erbach – Pian dell’Orino, Toscana

Chi volesse può leggere qui il regolamento completo della nostra iniziativa.

Taurasi, prove tecniche di Grand cru con il Coste e il Vigne d’Alto duemilasette di Cantine Lonardo

1 dicembre 2011

A margine della splendida verticale storica di greco musc’ andata in scena iersera al ristorante Rosiello di Posillipo, i Lonardo’s ci hanno concesso, in anteprima, un prezioso assaggio dei due loro nuovi cru di Taurasi in prossima uscita a Gennaio: il Coste e il Vigne d’Alto, tutti e due 2007.

Ci riserviamo naturalmente di approfondire meglio l’argomento, in vista anche di una prossima incursione irpina proprio tra qualche giorno, poco prima di Natale, quando non mancheremo (promesso!) di fare un salto da quelle parti; vi lascio però volentieri alcune annotazioni di merito sulle prime sensazioni ricevute. Prove tecniche di Gran cru irpini.

Il Coste 2007 appare vibrante, direi un rosso d’impeto. L’annata calda certamente lo incoraggia in questa veste sprint, con un colore decisamente avvincente con ancora evidenti nuances porpora. Il naso è intriso di note spiritose di frutta croccante e macerata, e l’accompagna una sottile e intrigante connotazione pepata. Il sorso è decisamente austero, di gran carattere, seppur quando accompagnato, come abbiamo fatto, con dell’ottimo e arcigno formaggio pareva scorrere via dissolvendosi. Dalle vigne intorno a Taurasi, allignate per lo più su terreni argillosi e di età media sui 40 anni, con una maturazione delle uve precoce e rapporto buccia/polpa a favore di quest’ultimo, quindi un approccio in vinificazione più soft. Tonneau e bottiglia.

Altra impressione il Vigne d’Alto 2007. Naso pronunciato su toni più tradizionali – riferibili ai vini di Contrade di Taurasi intendo -, con note di rabarbaro, fervori terragni, ricordi di ceneri, spiccatamente minerale. Qui “parla” il terroir: le vigne sono allocate in contrada Case d’Alto, su terreni compositi dove affiorano lapilli e ceneri di origine vulcanica. Classici starseti taurasini di età compresa tra i 40 e gli 80 anni: poca uva, di gran nerbo, con una buccia più spessa favorita senz’altro da condizioni pedoclimatiche più consone e quindi una maturazione più omogenea. Nonostante l’annata, qui il colore pare cedere un po’ della sua brillantezza ma appare più denso e meglio calibrato. Su misura. Del naso s’è detto, poi l’aspettiamo ancora, aggiungerei forse voluminoso, e poi un sorso decisamente appagante. Soprattutto, in questa fase, per chi ama le accentuate spigolature di un “giovane” e pimpante tradizionale aglianico di Taurasi. Legni diversi – comunque grandi -, e bottiglia.

Un anno di blog, ritorna L’Arcante Wine Award®

25 novembre 2011

Ritorna L’Arcante Wine Award®, ovvero cosa ci è piaciuto di più di quello che ci è capitato a tiro, nel 2011. Sottotitolo: perchè siamo convinti che i vini, e quindi le aziende, hanno sempre bisogno di essere riconosciute, tanto quanto di vedersi premiate. Un titolo in più non gli farà mica male, anche perchè, per esperienza vissuta, sembra che le mensole negli uffici di rappresentanza siano sempre più solide, come decisamente affollate le librerie nelle sale degustazioni aziendali o le pareti di fresco imbiancate degli uffici commerciali.

Qui trovate il nostro regolamento completo, mentre qui tutti i premiati dello scorso anno; queste che seguono invece le categorie ammesse ogni anno ai L’Arcante Wine Awards®: Miglior vino bianco, Miglior vino Rosato, Miglior vino rosso, Miglior vino dolce, Miglior vino spumante, Miglior vino straniero, L’azienda/Produttore dell’anno, L’enologo dell’anno. Inoltre ci riserviamo un Premio Speciale L’Arcante Wine Awards® per la persona del vino dell’anno, che con la sua opera fattiva ha contribuito o contribuisce a dar lustro al mondo del vino. Presto tutte le nominations e quindi i risultati. Stay tuned!

Campi Flegrei, il vino che verrà

24 novembre 2011

Ho trascorso buona parte degli ultimi dieci giorni a camminare vigne e cantine qui nei Campi Flegrei. Un bel giro, di ritorno da Capri, per ritrovare vecchi amici, salutarne con piacere dei nuovi e toccare con mano ciò che di bello e nuovo il territorio avesse da esprimere. Piacevoli chiacchiere che unite alle belle passeggiate tra le vigne, alcune di notevole suggestione, ci hanno poi ricondotti in cantina, a cogliere, direttamente dalle vasche, le prime impressioni sulla vendemmia 2011 appena alle spalle.

Si è scritto e detto che in Campania, in via generale, si sia avuta una vendemmia caratterizzata per lo più da alti e bassi, con punte di eccellenza in alcune zone ormai notorie, vedi l’alto casertano, il taurasino, il Cilento, ma anche da risultati non trascurabili in altre microzone di altissima vocazione, come in costiera – per esempio a Tramonti – o a Roccamonfina. In definitiva però va registrandosi un’annata abbastanza difficile da leggere, che a detta di molti enologi saprà riservare sì buone chances ma solo se ben interpretata dal punto di vista tecnico. Ecco, l’aspetto tecnico, quello talvolta fondamentale, altre volte meno.

“In vigna – secondo assoenologi Campania -, sono risultate fondamentali, nella caratterizzazione dei singoli risultati, la gestione viticola e delle operazioni in verde come la palizzatura e la sfogliatura nonché la scelta della data di raccolta in relazione all’obiettivo enologico ed alle possibilità dei singoli vitigni”. Si aggiunge inoltre, nel comunicato diramato pochi giorni fa, che “in cantina un’oculata gestione delle temperature di fermentazione dei mosti da uve bianche, ricche di elementi nutritivi in relazione alla primavera abbastanza benevola, ha permesso buoni risultati con i vitigni più nobili. Per le uve rosse è risultata fondamentale la scelta delle metodiche di macerazione delle bucce per l’estrazione mirata e misurata degli abbondanti composti polifenolici”.

Già, perchè se questa vendemmia è risultata abbastanza omogenea, a fare la differenza sarà il manico, chi dunque ha ben inquadrato cosa si è colto dalle piante e come meglio intervenire in cantina; chi sa insomma cosa fare, con uve o certamente surmature o, per contro, vendemmiate precocemente per non averle. Si dovrà ad ogni modo fare i conti con la propria esperienza.

Detto questo, per quanto riguarda i Campi Flegrei, credo si palesi anche qui una certa eterogeneità qualitativa, soprattutto per i vini bianchi; questa è la mia prima sensazione venuta fuori dagli assaggi di questi giorni. La materia è interessante, con punte di ottimo livello qualitativo, ma ho avuto l’impressione che non ci dobbiamo aspettare vini di particolare profondità, ed eleganza, bensì ben inquadrati sulla tenue spinta olfattiva e la solita, caratterizzante, consueta bevibilità.

Fatte salve giusto una/due cose piuttosto interessanti, pensate da chi ha deciso per macerazioni un po’ più lunghe ma soprattutto da chi ha saputo leggere molto attentamente ognuna delle sue vigne, mi verrebbe da dire ognuno dei propri filari, grappolo su grappolo. E agire di conseguenza in cantina. Poi si sa, i lieviti, le correzioni dei mosti, possono – laddove non si hanno tanti scrupoli – dare una mano, ma alla lunga il risultato lascia il tempo che trova se non ben supportato da un corredo più complesso. Accontentiamoci quindi, ma non escludiamo anche piacevoli sorprese.

Altra storia mi è sembrata quella dei vini rossi, in uvaggio e non, in particolar modo il piedirosso, sicuramente in grande spolvero: teso e concentrato dove si ha avuto il coraggio – o più semplicemente l’intelligenza – di aspettare, assai espressivo in quei luoghi caratterizzati da terreni più complessi e ricchi di minerali. C’è un buon livello di concentrazione quindi, e sicuramente indubbie possibilità di evoluzione, pur augurandomi si tenda a conservare anzitutto lo spirito di un vino da lasciar bere e non che finisca, come tavolta accade, a fare da soprammobile nelle cantine sempre più affollate e impolverate; poi si sa, solo il tempo ci dirà. Da segnalare infine, le interessanti novità sul versante della d.o.c. che di recente ha subito alcune modifiche al disciplinare di produzione: molto interessante per esempio l’idea di un rosato doc Campi Flegrei. In un prossimo post tutte le novità.

Guide 2012, così la “guida rossa” Michelin

17 novembre 2011

  • 4 Cucchiaio&Forchette (luogo di Gran confort)
  • 2 Stelle (Tavola Eccellente)
  • Grappolo Rosso (Specialità e Vini scelti)

Specialità: Trilogia di cotto e crudo di mare: capesante, palamita e gamberi. Ravioli di crostacei con pappa di pomodoro, totani al limone, crema di riso e nero di seppia. Merluzzo nero con spuma al whisky torbato, spinaci e pomodori secchi.

La discreta eleganza della sala ristorante, il suo stile soffuso e le tonalità ecrù hanno ormai esaurito ogni aggettivo, iperbole, metafora. Come la cucina, scrigno di tesori napoletani, allegoria di sapori mediterranei, eclettico saggio di fantasia gastronomica del cuoco Andrea Migliaccio.

Come sapete ho preferito non lasciare un mio personale commento sulle precedenti segnalazioni (vedi qui, ma anche qui) fatte passare su questo blog in merito alle recensioni dedicateci quest’anno dalle principali guide gastronomiche; ma qui non posso, è davvero grande la soddisfazione di aver colto la seconda stella da non potermi esimere dal fare un grandissimo Complimenti! al nostro Andrea Migliaccio per il gran lavoro fatto quest’anno. Non era per niente facile, tutt’altro. S’è fatto il “mazzo”, e io c’ero!

P.S.: grande, anzi grandissima e luminosissima (e strameritata!) anche la prima stella a Marianna Vitale, la prima nella storia recente dei Campi Flegrei. E sono felice anche per il pronto ritorno alle due stelle dell’amico Oliver Glowig in quel di Roma. (A. D.)

Napoli, il 16 novembre arriva Landscape #04

10 novembre 2011

Landscape #4 si terrà a Napoli presso il Plart Museo della Plastica, in via Martucci 48. E’ un evento a cura di Classic Malt, e la partecipazione è esclusivamente su invito. Si comincia alle ore 19:30.

Roma, Ristorante Oliver Glowig

28 ottobre 2011

Siamo in una delle aree più esclusive del centro di Roma, tra Villa Giulia e la Galleria Borghese. L’Aldrovandi Palace non è un albergo qualunque, gode di fortissime tradizioni, nonché di nobilissime origini che ne fanno meta preziosa di una clientela, italiana ed internazionale, particolarmente esigente. L’albergo ha camere elegantissime, talune suites decisamente lussuose – vi è una Royal Suite di 120 metri quadrati (!), non so se mi spiego – e, tra i mille e più servizi offerti, c’è anche un ristorante gurmé.

Chiusa l’esperienza con il Baby affidato per diverso tempo alla famiglia Iaccarino del Don Alfonso 1890, il ristorante è stato consegnato lo scorso aprile nelle mani di Oliver Glowig, un nome, una garanzia si direbbe, di ritorno dalla breve esperienza montalcinese in quel di Poggio Antico (qui); con gli amici e colleghi di tutta la brigata de L’Olivo, in vena di una “rimpatriata”, vi abbiamo fatto un salto lo scorso martedì, per “festeggiare” diciamo così, la nostra chiusura stagionale a Capri. Questo che segue il racconto dello splendido pranzo servitoci a due passi dal bellissimo giardino che da sulla piscina dell’albergo.

Non sono mancati rituali a noi cari: qui “i tre tenori” che si ritrovano, ovvero Oliver Glowig con Fabio Raucci (oggi nostro F&B Manager al Capri Palace) e Francesco Mussinelli (da qualche mese passato all’Hassler proprio qui a Roma). Una triade questa, cresciuta tra grandi intese, rara professionalità e infinita disponibilità con la quale ho avuto la fortuna di condividere due splendide stagioni di lavoro.

I pani, con i grissini, vengono tutti fatti “in casa” dal giovane e bravo Domenico Iavarone, ancora al suo fianco anche in questa nuova avventura romana all’Aldrovandi Palace. Notevole il “cornetto bianco”, insolito e buonissimo quello ai semi di zucca.

Dopo un piccolo benvenuto accompagnato dall’ottimo Champagne “della casa”, si comincia con Lumache alla mentuccia con fagioli di Controne e caffè. Oliver non abbandona in nessun caso le “sue” radici campane. La scoperta e la valorizzazione di tanti piccoli prodotti straordinari della nostra terra non mancano nella “vetrina” romana dello chef tedesco cresciuto e maturato sull’isola azzurra.

Forse il piatto più riuscito, anzi no, quello che più ci è piaciuto in assoluto: un trionfo di sapori; Eliche cacio e pepe con ricci di mare, ovvero come muoversi da equilibrista sulla fune senza colpo perire! Oliver in questo è sempre stato un maestro, l’ultilizzo di formaggi infatti, anche negli accostamenti più insoliti, rimane un segno distintivo della sua cucina, franca e precisa come poche e senza nessun ammiccamento a mode, tentazioni o salti nel buio; insomma, una rivisitazione più che rispettosa.

Pasta e fagioli al profumo di mare; si può senz’altro affermare sia diventato ormai un classico nella carta dei primi di Glowig: la pasta mischiata è cotta perfettamente al dente, e la sempre criptica sapidità del condimento solo accenata, poi tanta, ma tanta piacevolezza da vendere.

Il Baccalà con carciofi in salsa di uova. Mi è piaciuto molto, un piatto invitante, puritano ma al contempo intrigante e persuasivo. Il pesce è pura scioglievolezza, la trippa di Baccalà (battuta e poi fritta) non è una semplice decorazione ma un elemento di brio, di una croccantezza importante, e la salsa di uova debitamente avvolgente ma non stucchevole.

Lombo di coniglio con zucca. Esecuzione da manuale: la carne è avvolta in una foglia di borragine, cottura rare – proprio come piace allo chef -, e accompagnata da una passatina di zucca (impreziosita con pochi suoi semi, secchi) e cipolla rossa di Tropea.

Comincia qui la carrellata dei desserts, che strizzano ancora l’occhio alla lunga estate appena alle spalle, vista l’importante presenza di gelato nelle varie composizioni portateci in tavola (un vecchio pallino dello chef): si comincia con Arancia speziata al melograno con gelato di lenticchie gialle. Fresco e dalle sfumature candite e amarognole; ben mantecato il gelato.

Quindi la Meringa morbida in salsa di ananas, imperdibile per gli appassionati. Tra l’altro il dessert risulta molto più leggero di quanto in verità appaia così citato in carta. Da riprovare senz’altro.

Poi il Gelato di prugne con composta di frutta secca: un vero piacere per gli occhi – la preparazione è assai apprezzabile -, con il gelato molto saporito ed un vero e proprio viaggio tra decise sensazioni speziate/amare sia con le cialde di cioccolato che con la composta di frutta secca che invita a nozze un vecchio Madeira Malmsey o, per gli appassionati alle gradazioni più forti, uno dei più apprezzati rhum in circolazione, tipo un Demerara.

Con i deliziosi petit fours, praticamente divorati, anche le immancabili zeppoline di patata,  fritte al momento e servite “al tovagliolo”, col ripieno di calda crema pasticcera a suggellare un pranzo decisamente da ricordare.

In chiusura due appunti di degustazione sui vini, proposti da una carta essenziale che non mancherà di crescere nel tempo, ci dicono. Anzitutto l’ottimo Champagne offertoci all’arrivo, “firmato” dallo stesso Glowig, di cui però, avute le debite notizie, racconterò in maniera più esaustiva in un prossimo post.

Molto apprezzati comunque tutti i vini scelti per l’abbinamento: il laziale Bellone bianco 2009 di Cincinnato (cant. cooperativa di Cori), piuttosto intenso, profumato di glicine e miele di millefiori, in bocca voluminoso e di spessore; buonissimo invece (non pensavo fosse così bbuono il 2009!) il Derthona bianco di Walter Massa, che mi ha subito messo “in pace” col timorasso, dopo un poco (o per niente!) convincente assaggio di quello de La Colombera. Poi, il Merlot 2009 della Cantina Produttori Santa Maddalena, un classico altoatesino, buono per tutte le stagioni, anch’esso franco e piuttosto pronunciato al naso, e ben gradito dai colleghi, non solo sul coniglio. Sul finale dolce invece, il Passirò 2007 da uve roscetto di Falesco (mentre io – ça va sans dire -, ho continuato per tutto il tempo a finirmi tutto quello che c’era ancora in giro di Derthona).

Bene Oliver, anzi benissimo, ancora una volta allora in bocca al lupo amico mio e… Ad Maiora! (ché però me lo dai il numero di telefono dello chef de cave che ti ha selezionato questa meravigliosa cuvée?).

Le foto di questa recensione sono di Enrico Moschella, riproduzione riservata.

Intervallo. In viaggio per le Langhe…

11 ottobre 2011

Guide ai ristoranti d’Italia 2012, così L’Espresso

8 ottobre 2011
Voto: 15
Un Cappello: cucina buona, interessante.
Bicchiere: particolare cura nella ricerca e nel servizio dei vini, internazionali, nazionali o locali.

“A volte capita, nel corso della vita, che d’un tratto ci venga offerta una occasione imprevista e imprevedibile, una bella opportunità: è successo ad Andrea Migliaccio, trentenne chiamato dall’oggi al domani a prendere il posto del celebrato Oliver Glowig, come chef del ristorante e dell’albergo più blasonato dell’Isola Azzurra. E Migliaccio non si è fatto spaventare, ben spalleggiato da una squadra più che rodata, il sommelier Angelo Di Costanzo in primis, pronto a offrire con la stessa disinvoltura millesimati milionari o falanghine di nicchia. Una cucina delicata e avvolgente, con pochi angoli acuti, capace di entusiasmare una clientela curiosa e viziata. Gustosa la crema di cipollotti con scarola e acciughe, carico di agrumi il risotto all’astice, appetitoso il pollo di Bresse con salsa al fois gras e friarielli (broccoli campani). Trionfo di pani, piccola pasticceria e orgia di dolci: d’obbligo meringata e gelati. Degustazioni da 150 e 190 euro. Sui 130 alla carta.” (da Le guide de L’Espresso – I ristoranti d’Italia 2012)

Mirabella Eclano, la vendemmia a Quintodecimo: si rinnova la giostra delle emozioni di Luigi Moio

5 ottobre 2011

Rimettere i piedi per terra, anzi letteralmente nella terra. Molti considerano Capri “il paradiso” – forse lo è -, ma dopo sette mesi sopra le nuvole era proprio necessario ritornare alla normalità, la mia normalità: camminare le vigne, respirare la terra.

Oggi è una splendida giornata, non poteva andarci meglio, e il paesaggio che si staglia all’orizzonte, in direzione Mirabella Eclano – nella più verde provincia irpina -, risulta ancora più gradevole e suggestivo di quanto normalmente possa apparire: il caldo sole, questa luce così splendente stamattina ne armonizza i colori ma al contempo esalta le sue forme, la sinuosa prospettiva di una terra unica: che bello!

A Quintodecimo¤ ci si arriva facilmente, appena una manciata di chilometri dopo l’uscita “Benevento” dell’autostrada A16, uno o due svincoli in direzione Taurasi, poi si prende per Mirabella Eclano. Cavolo! Ma come si fa a non tenere conto di quanto possono vedere, ammirare, rimanere stupiti, i propri occhi quando si arriva qui in contrada Cerzito. E lo senti già da prima – dall’aria che si respira, sottile, pungente, magica -, che qui è tutta un’altra storia.

E’ già tempo di vendemmia! Questa è la parte più bassa della vigna, quella che costeggia immediatamente la strada d’ingresso a Quintodecimo, in contrada Cerzito, sarà l’ultima ad essere raccolta ma comunque nella giornata di oggi. Quest’anno la vendemmia è anticipata, come del resto un po’ ovunque in Italia; i parametri analitici delle uve infatti dicono che sì, può bastare così; allora sotto con le cesoie e giù e su con il trattore.

Eccolo qua Felice, già una istituzione a Quintodecimo. E’ lui a scarrozzare per la vigna, di filare in filare a raccogliere le cassette di aglianico da portare subito in cantina per la cernita. “L’anno scorso è stata molto dura, la pioggia caduta pochi giorni prima del raccolto ci ha reso la vita impossibile, manco coi cingolati si poteva entrare in vigna”.

La collina infatti è particolarmente ripida, in alcuni punti scoscesa a tal punto da divenire persino pericolosa da girare in trattore; ma per fortuna quest’anno l’insistenza del bel tempo aiuta non poco le operazioni di raccolta e trasporto in cantina.

Eccolo qua l’aglianico di Quintodecimo. I frutti sono giunti a piena maturazione, più o meno con due settimane di anticipo sulle previsioni ma comunque perfettamente integri e polposi. Gli zuccheri premettono valori in alcol possibili intorno ai 14,5/15,5 gradi. “In genere – mi racconta Luigi – qui a Mirabella siamo sempre in anticipo di un paio di settimane rispetto ad altre località della denominazione, e questa vendemmia anticipata non fa altro che confermare la regola”. Così raccolti manualmente vengono adagiati in casse e subito portati in cantina dove avviene una cernita particolarmente minuziosa, talvolta spuntando acino per acino.

Ad oggi in cantina c’è già quasi tutta l’uva dell’azienda, manca in effetti di raccogliere solo il greco, mentre il fiano (di Lapio) è già tutto in casa, e oggi lo sarà anche tutto l’aglianico, come la falanghina. A tal proposito, mi piace segnalarvi che proprio di fronte all’azienda, Luigi e Laura hanno da poco rilevato un nuovo piccolo appezzamento dove a breve sarà piantata proprio della falanghina. Quando si dice migliorarsi.

Sapete, negli ultimi due-tre anni si è discusso molto dei vini di Quintodecimo, invero, a dirla tutta più per sbarcare il lunario che per altro. Tutti, ma proprio tutti – taluni addirittura a gamba tesa pur di smarcarsi, farsi notare -, si sono lanciati con una certa vis polemica, talvolta spudorata altre un po’ meno, rilanciando l’annosa questione “territorialità, autenticità e verità espressiva dei vini irpini” che qui – dicono – si farebbe fatica a cogliere. Ebbene, chi mai sarebbe il depositario della territorialità, dell’autenticità, di questa verità espressiva assoluta cui fare riferimento? Fuori il nome… Maddai…!

Come ho già avuto modo di dire altrove, io vedo Luigi Moio un po’ come Angelo Gaja, forte di una solida tradizione alle spalle – fatte le dovute proporzioni -, ma proiettato nel futuro con una propria idea chiara e precisa, millimetrica quasi, di ciò che esige dalle sue vigne ma soprattutto ciò che si aspetta dai suoi vini. Anche a costo di metterla in discussione per crearne una rinnovata, a suo modo, per sua idea, ancor più autentica.

Ma non è di questo che voglio parlarvi oggi, mettiamola così: adesso il più è fatto (più o meno)… adesso non rimane che aspettare. Sì Professore – dai! –, l’uva è finalmente in cantina, nelle tue mani, rimetti in moto la giostra delle emozioni che voglio sognare. Ancora una volta!

Capri, di agricoltura sostenibile e Scala Fenicia

1 ottobre 2011

Questo giovanotto si chiama Andrea Koch, è romano, laureato in filosofia e musicista per vocazione: “faccio una musica particolare, decisamente introspettiva, fatta di chitarra e voce, la mia sola voce (talvolta distorta); effetti naturalmente che pochi comprendono in pieno”. Sua l’azienda Scala Fenicia, intenta a rilanciare la doc Capri bianco.

Qualcuno avrà già letto di questa piacevole novità qui, in un pezzo della collega sommelier Marina Alaimo che l’anno scorso, proprio di questi tempi, prese parte alla prima vendemmia della famiglia Koch in questo splendido e suggestivo luogo a due passi dal porto di Marina Grande a Capri.

Per chi non lo sapesse, l’antica scala fenicia, da cui prende il nome l’azienda, collega la piana a monte di Marina Grande con il ciglio della rupe dove oggi sorge Villa San Michele ad Anacapri. Le scale vere e proprie – fatte una sola volta e solo per metà, circa 800 gli scalini!! -, cominciano dolcemente a salire a partire dal bivio di Torra (73 mt s.l.m.) e poi continuano a salire rettilinee e sempre più ripide attraverso un boschetto fino a quota 150 mt. Qui inizia il tratto tortuoso che in breve conduce fin sulla strada rotabile (siamo a 250 mt) subito dopo aver superato l’antica cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova. Un ultimo breve tratto quasi rettilineo conduce fino alla porta d’ingresso ad Anacapri a due passi proprio da Villa San Michele (quota 290 mt).

Poco più di quattromila metri, meno di mezzo ettaro di cui appena un moggio piantato a vigneto. In tutto quattro pezze (così vengono chiamate localmente le terrazze con muretti a secco) con piante allevate perlopiù a pergola; in alcuni punti invece è ancora possibile scorgere vecchi ceppi allevati con il tradizionale spalatrone puteolano, dove si arrampicano qua e là un po’ di biancolella, qui detta san nicola, piedirosso, falanghina e ciunchese, quest’ultimo ritenuto da alcuni contadini vitigno autoctono caprese quando in realtà si tratta praticamente del ben noto greco.

Sistema di “coltura integrata”, nel senso che il regime di gestione del vigneto guarda al biologico, tra l’altro certificato, pur dovendo fare i conti con andamenti climatici piuttosto bizzosi. L’Isola Azzurra in effetti non è proprio luogo ideale per fare una sana e florida viticoltura, però con il giusto piglio e “l’aiuto del Signore” – come ci dice Giggino, il mezzadro ultra settantenne che qui cura la vigna da oltre 50 anni -, si riesce a portare a casa quasi sempre un risultato più che discreto.  

In cantina, piccolissima e davvero suggestiva, si lavorano le uve raccolte e cernite esclusivamente a mano con una piccola pressa e diversi piccoli tini in acciaio costruiti su misura su indicazioni dell’enologo che segue Andrea in quest’avventura, Giuseppe Pizzolante Leuzzi. Il vino che ne viene fuori, la prima annata 2010 è composta da ciunchese al 50%, san nicola 30% e per il restante 20% falanghina, matura poi come da protocollo esclusivamente negli stessi tini d’acciaio e quindi in bottiglia sino a maggio dell’anno successivo la vendemmia. Salvo nuove intuizioni.

Il vino di Scala Fenicia, come già anticipato qui da Luciano Pignataro, ha anzitutto un grande valore storico prima che culturale, poiché strappa dall’oblìo una denominazione a rischio di sparizione dal mercato, e rilancia – aggiungo, certo che ce n’è gran bisogno -, l’idea di una nuova e rinnovata visione della vita economica isolana laddove non è più possibile pensare che la vocazione di Capri possa essere legata esclusivamente a quel turismo d’elite che continua sì a far battere cassa ma comincia anche a richiedere sforzi imprenditoriali che né gli amministratori locali né i capresi stessi appaiono disposti – il più delle volte nemmeno capaci -, a pianificare, sostenere, far maturare. Non a caso questa splendida vigna, ma come del resto molte altre sparse qua e là sull’isola, prima dell’intuizione della famiglia Koch, è rimasta, nonostante fosse da sempre tra le più ambite dell’isola, lungamente dimenticata.

Un bianco, il Capri 2010 di Andrea, fragrante, fresco e asciutto, perfettamente calato nel ruolo di sommesso compagno di beva richiestogli. Offre un colore paglierino nitido e cristallino, piuttosto invitante; di primo acchito non esprime un naso particolarmente intenso, perlomeno non in questo preciso momento, articolato com’è essenzialmente su note erbacee e lievi sentori agrumati. E’ in bocca però che offre un bello spunto emozionale, uno schiaffo minerale davvero prezioso.

Capri Bianco 2010 Scala Fenicia - foto A. Di Costanzo

Il sorso è intenso, asciutto come detto, persistente e intriso di fresca sapidità; svela quindi buona materia prima su cui costruire quantomeno un paio d’anni di fine evoluzione. Un tempo utile, necessario, per ritornarci entusiasti col naso nel bicchiere e per saggiare che scenari possa nuovamente offrire al palato. Anche perchè, pur giustificato da un impegno produttivo importante, più unico che raro, non è di poco conto, almeno per il consumatore medio, l’investimento necessario per portarsi a casa questo vino: più o meno 18 euro in enoteca.

Venerdì 7 Ottobre, Villa Matilde al Capri Palace

30 settembre 2011

Così si chiude la stagione enogastronomica al Ristorante L’Olivo; lo facciamo raccontando una delle terre più rigogliose della nostra amata Campania Felix, l’Ager Falernus. E non potevamo scegliere migliori ambasciatori di Maria Ida e Tani Avallone di Villa Matilde, con Moio di Mondragone la storia del Falerno nel bicchiere.

Il format è quello ormai consolidato, stavolta sarà un gioco a quattro mani tra un “Calzoncino di scarola e acciughe salate con acqua di pomodoro e melone bianco”  e una “Variazione di baccalà” a cura di Andrea Migliaccio; poi due must di Rosanna Marziale, chef ospite per l’occasione: “Formella di ricotta con pasta mischiata e friarielli” “Pancia di vitellone bassa e alta temperatura”. Si chiude con un pre-dessert di “Croccanti di nocciole con la crema al limone” ancora della Marziale e la “Diplomatica dolce e salata con composta di loti” del nostro Andrea.

I vini? Tutto il meglio in circolazione dietro l’etichetta storica della famiglia Avallone, dal Falerno bianco con il quale si accoglieranno gli ospiti in cantina “Dolce Vite” allo strepitoso Caracci 2007, falanghina sopra gli schemi ma soprattutto fuori dal tempo; così il Cecubo 2007, il fuoriclasse Camarato 2004 e infine, dulcis in fundo, il sempre splendido Eleusi passito (2007 per l’occasione), indubbiamente imperdibile. Allora, che fate, venite? 

Napoli, lunedì 3 Ottobre a Città del Gusto

29 settembre 2011

L’arancione, confesso, non è tra i miei colori preferiti, però le bollicine della maison della Veuve più famosa al mondo rimangono  – checché se ne dica – tra le più affidabili e inattaccabili in circolazione. Stay tuned!

Campi Flegrei, al via la VI edizione di Malazè…

10 settembre 2011

Comincia oggi, e sino al 20 settembre prossimo, la manifestazione ArcheoEnoGastronomica dei Campi Flegrei “Malazè, il cratere del gusto”.

Ma cos’è Malazè? Anzitutto, tutti i vocabolari dialettali ignoravano il  sostantivo “malazzè“. E’ di detta origine marinara e, a quanto pare, è presente soltanto a Pozzuoli, anche se le  nuove generazioni ne ignorano l’etimologia. Fino agli anni cinquanta del secolo scorso, le case e i locali a piano terra del borgo marinaro, O’ Valjone, non ancora sottoposti alle radicali trasformazioni d’uso, rispondevano a precise esigenze di vita, […] infatti erano depositi di attrezzi per la pesca e diverse abitazioni che si affacciavano direttamente sulla Darsena e verso il Porto, avevano aperture che permettevano l’ingresso delle barche. Erano questi i malazzè: “magazzino-magazzeno-malazzè”. (Raffaele Giamminelli, storico, puteolano doc)

Da qualche anno, con questo nome così evocativo – nato in un freddo pomeriggio dall’intuizione di pochi di noi appassionati sostenitori seduti intorno a un tavolo -, si invitano gli avventori dei Campi Flegrei a vivere il territorio per le sue più splendide bellezze: l’archeologia, quindi la cultura, l’enogastronomia e l’enologia. Avanti tutta quindi e buon Malazè! Per saperne di più sulla manifestazione, curata oggi da Rosario Mattera, cliccate  qui, oppure qui per scegliere a quali degli appuntamenti partecipare.

Venerdì 9 settembre, Donnafugata a L’OLivo

2 settembre 2011

Poi vi racconterò come è andata: l’attesa, i preparativi, i piatti, i vini, le persone. Frattanto segnatevi in agenda l’appuntamento…

In cucina, con il nostro Andrea Migliaccio ci sarà Tony Lo Coco, chef e patron del ristorante I Pupi di Bagheria. Questo il menu a quattro mani pensato in abbinamento ai vini di Donnafugata: un po’ di Sicilia sotto il cielo di Anacapri.

Melanzane siciliane e Mozzarella campana, di Antonio Lo Coco e Andrea Migliaccio, con Sicilia bianco Lighea 2010

Il crudo di calamaro con olio alla carbonella, fagiolini “ca’ vuccuzza nivura” e pistacchi di Bronte, di Antonio Lo Coco, con Contessa Entellina bianco Vigna di Gabri 2010

I capelli d’angelo con ragù di dentice e melanzane al profumo di menta, di Antonio Lo Coco, con Contessa Entellina Chardonnay Chiarandà 2008 (Magnum)

Anatra affumicata con porcini, mela annurca e salsa al nero d’Avola, di Andrea Migliaccio, con Contessa Entellina rosso Mille e una Notte 2007

Cannolo siciliano, capra e fragoline campane, di Antonio Lo Coco e Andrea Migliaccio

Tortino di castagne con cuore di cioccolato bianco, cachi e gelato allo zibibbo, di Andrea Migliaccio, con Passito di Pantelleria Ben Ryè 2008

Come consuetudine gli ospiti verranno accolti in Dolce Vite, la cantina del Capri Palace, dove, con Filippo Nicosia si affacceranno sulla splendida realtà di Donnafugata in Contessa Entellina prima della cena servita per l’occasione in terrazza de L’Olivo.

Qui il programma completo della della stagione 2011.

Per maggiori informazioni e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri – ITALIA
Phone: (+39)081 978 0225
Fax: (+39) 081 978 0593
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com

Buon Compleanno Feudi di San Gregorio!

25 agosto 2011

Azienda parecchio chiacchierata quella dei Feudi di San Gregorio; criticata, talvolta sino all’inverosimile, tale dall’essere addirittura demonizzata; per contro, come smentirlo, ci sono centinaia di migliaia di professionisti e consumatori che ne hanno fatto una icona, un riferimento assoluto ed indiscusso per i loro acquisti.

La verità, come sempre sta nel mezzo: i Feudi hanno tracciato la storia contemporanea del vino campano in maniera indelebile, sino agli anni novanta senza protagonisti di rilievo fatto salvo i soli Mastroberardino e giusto uno o due nomi in più. C’è stato, come negarlo, una Campania del vino prima dei Feudi, dal sapore romantico, quasi nostalgico ma mai incisiva e persuasiva sul mercato del vino; e una dopo e con loro: attenzionata, rivisitata, finalmente considerata, rivalutata e rispettata, lanciata come non mai; un lavoro ai fianchi che per vent’anni ha visto l’azienda di Sorbo Serpico protagonista indiscussa sulla scena italiana e internazionale, a far da apripista, e in molti casi da traino, a centinaia di nuovi piccoli e audaci produttori.

Al centro di un circo mediatico tanto utile e funzionale al progetto di crescita quanto talvolta deleterio e deterrente per quella territorialità sempre evidenziata ma mai espressiva sino in fondo, o quantomeno immediatamente riconoscibile. Insomma, allori, fama, prestigio e primati indiscutibili; ma anche errori e orrori – di cui si è discusso tra l’altro infinitamente, sino alla nausea – che ne hanno fatto troppo spesso capro espiatorio di una visione del mondo del vino speculativa e globalizzata, per molti da condannare, ma essenzialmente segno del nostro tempo piuttosto che marchio di fabbrica depositato. In fin dei conti, tutti ben sanno che solo chi non fa non sbaglia mai.

Tant’è buon compleanno Feudi di San Gregorio!. Questo 2011 ci consegna i tuoi primi 25 anni di attività; agli occhi di molti possono sembrare tanti ma chi sa di vino (e vigne) conosce bene invece che è un tempo assai breve per sedersi sugli allori, quindi, aggiungo Ad maiora!. E il Campanaro, questo duemiladieci non fa altro che confermarlo, rimane il bianco più rappresentativo dell’azienda, forse il modo migliore con il quale salutare questo importante avvenimento. Personalmente l’ho sempre considerato, con il Taurasi Riserva Piano di Montevergine, il loro vino simbolo. Qui vivace, cristallino, dal naso davvero interessante e in lento divenire, come via via negli anni sa rinnovarsi voluttuoso, austero e adulatore, giustamente minerale.

Innovazione e Tradizione| Italia-Russia a tavola

6 agosto 2011

Un report per immagini che parla (quasi) da solo dell’evento enogastronomico tenutosi qui a L’Olivo lo scorso 15 luglio in collaborazione con il Varvary restaurant di Mosca dello chef Anatoly Komm e Moon Import di Pepi Mongiardino. Per dire: innovazione e tradizione, di gran fascino!

L’invito per la cena di gala a quattro mani, per l’occasione preceduto da un delizioso happening – immancabile – in cantina La Dolce Vite…

I protagonisti, Anatoly Komm, chef russo di indiscusso talento e tecnica, inserito tra l’altro dalla Lista San Pellegrino tra i primi 50 chef al mondo…

L’innovazione: azoto liquido, per la preprazione base di uno dei piatti più caratteristici della proposta culinaria di Komm, la Borscht; praticamente la rivisitazione di uno dei fondamentali della cucina rurale di madre Russia, la zuppa di Barbabietola…

La tradizione: la manualità classica richiesta dalla cucina mediterranea, qui nella preprazione di uno dei piatti must di Andrea Migliaccio, la Triglia farcita…

Prato estivo, di Anatoly Komm. Una misticanza di verdure cotte e crude con uovo hi-tech e salsa al tartufo bianco di Alba…

La Triglia con patè di olive nere e crema di cavolfiori alla vaniglia, uno dei piatti del nostro Andrea Migliaccio già divenuto un must…

Borscht con foie gras e vodka Kauffman Luxury vintage 2005; è richiesta una lunga preparazione per questo piatto, particolarmente scenografico e dai gusti piuttosto accesi e profondi; che a dire il vero non mi è affatto dispiaciuto, anzi…

Il Torrone ghiacciato con marmellata di pompelmo, mandorle tostate e balsamico, con le Farfalle con gamberetti, cocco, asparagi di mare e alici alla colutra le due novità di mezza stagione in carta a L’Olivo presentate in anteprima proprio quella sera…

Su tutto, le sublimi bollicine di Philipponnat, Il Royale Reserve Pure Cuvée 243 ed il setoso Grand Blanc, distribuite in esclusiva per l’Italia da Moon Import.

Mareuil sur Ay-Mosca, via Capri Palace Hotel&Spa

13 luglio 2011

Venerdì 15 luglio presso il Capri Palace Hotel&Spa, il Ristorante L’Olivo diventa set di un’insolita cena a quattro mani tra due chef forgiati da culture profondamente diverse eppure allo stesso modo avvincenti: da una parte Capri e il Mediterraneo, dall’altra Mosca e la Russia. In mezzo, come note su uno spartito scritto a metà, le bollicine della preziosa maison di Mareuil sur Ay Philipponnat.

Due tradizioni gastronomiche a confronto quindi, quella del nostro giovane e talentuoso Andrea Migliaccio, con il mare dentro, e quella dell’istrionico Anatoly Komm, riconosciuto dalla Guida World’s 50 Best Restaurants San Pellegrino come uno dei migliori 50 chef del mondo. Il primo intento a proporre una cucina concreta, fortemente legata a materie prime finissime e quindi poco manipolata, con solide radici mediterranee.

Il secondo, – “lo chef che sta guidando la Russia alla rivoluzione culinaria” (cit. The Independent) – di formazione eclettica, laureato in geofisica, ha iniziato la sua carriera negli anni ’90 nel fashion business per poi aprire un primo ristorante a Mosca nel 2001, cui sono seguiti altri quattro. Il suo ultimo progetto gastronomico moscovita è Varvary, “barbari” in italiano, ristorante che, secondo molti, vale da solo un viaggio a Mosca.

Nel mezzo, come detto, le meravigliose bollicine d’autore firmate Philipponnat, maison distribuita in Italia dalla Moon Import di Pepi Mongiardino.

Per informazioni e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’Olivo
Via Capodimonte, 14 Anacapri
Tel. 081 978 0560
olivo@capripalace.com
www.capripalace.com