11 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo

Ho conosciuto Alfonso Arpino un paio di anni fa, lo accompagnava la moglie Anna, eravamo tutti ospiti della famiglia Varchetta di Cantina Astroni nella loro deliziosa taverna, lì in azienda proprio ad un tiro di schioppo dal cratere dell’oasi naturale degli Astroni, a Napoli. Complici, il giornalista amico comune Luciano Pignataro, l’enologo di casa Gerardo Vernazzaro e tra gli altri, alcuni altri amici, non senza ciccio formaggio e svariate bottiglie di vino, più o meno all’altezza della situazione conviviale.
Parlammo francamente, la semplicità disarmante delle sue parole nel raccontarmi della sua azienda era pari solo alla sfrontatezza con la quale Gerardo aveva deciso di seguirlo, nonostante, così mi disse, fosse comletamente all’oscuro di conoscenze specifiche sul varietale. Il tintore di Tramonti, sino ad allora era praticamente sconosciuta ai più, e sino a pochissimo tempo prima, praticamente sconsiderata anche da enologi ed enotecnici, tanto che i vignaioli locali più acerrimi rischiavano di passare per matti a non volerla espiantare per far posto a varietà bianche o rosse più malleabili o certamente più redditizie. Per il Tintore (come per l’ aglianicone, la catalanesca bianca, sanginella bianca, castagnara, suppezza, e sabato) sono ancora in corso gli studi ampeolografici di rito da parte della regione campania per accertarne definitivamente le caratteristiche qualitative, ma la storia di questo pezzo di Costiera ci consegna tra le viti coltivate a raggiera di Monte di Grazia alcuni ceppi addirittura ultracentenari, di cui Alfonso va fiero e ne è strenuo difensore.
L’azienda nasce nel 1993, praticamente per non lasciare abbandonati a se stessi i vigneti di famiglia, Alfonso è medico condotto del paese di Tramonti, pertanto le origini sono forti ed inattaccabili, come la passione che lo lancia in questa avventura. Dal 1997 l’intera filiera è votata al biologico, una scelta resasi necessaria, per salvaguardare il patrimonio vitivinicolo e dare, semmai ce ne fosse stato bisogno, ancora più risalto al grande lavoro di valorizzazione messo in campo: solo alcuni gli accorgimenti utilizzati per la coltivazione tra i quali l’antica pratica del sovescio e l’utilizzo di letame della stalla come concime, il rame e lo zolfo a difesa della vite dalla peronospora e dall’oidio. Nel 2003 avviene l’incontro con Gerardo che si vede praticamente piombare in Cantina proprio Alfonso Arpino, con due bottiglie in mano: “questo è il vino della mia terra, dimmi cosa ne pensi, ma prima devi venire con me a Tramonti, devi vedere dove nascono”. Lui, Gerardo, prima di allora, come detto, era praticamente a digiuno di questo pezzo della Costa d’Amalfi, in maniera assoluta di tintore, eppure accetta da subito la sfida: “è una varietà incredibile, tira fuori vini incredibili, con un estratto in zuccheri sui 20-22 gr (!), quindi con un potenziale alcolico conseguente superiore almeno ai 14 gradi conservando però acidità elevatissima, nonostante l’alta percentuale di zuccheri; Era qualcosa che meritava di essere studiata, capita, valorizzata”.
Di qui il percorso intrapreso non ha avuto passi falsi, certo gli inizi non sono stati semplici, e presto ne racconterò la verticale storica, che di questo piacevolissimo rosso riesce a tracciarne, inesorabilmente, il profilo eccelso della crescita qualitativa ed interpretativa sino ad oggi espresso, non prima però di lasciare il giusto spazio a questo delizioso rosso bevuto, dal bellissimo colore vivace, limpido ed invitante. L’imprinting olfattivo è superbo, intenso e complesso come pochissimi rossi campani sanno essere così in “giovane” età, reso estremamente elegante dal tempo trascorso in bottiglia ma assolutamente in divenire: pare un tratto distintivo varietale l’incipit di pepe nero ed erbe aromatiche, poi vengono fuori sottili e pregiati sbuffi floreali e fruttati maturi, viola, ciliegia nera, piccoli frutti di sottobosco. In bocca entra come un vinone, acidità in primo piano, tannino a confermare la regola che non c’è, a fargli da spalla, più sottile, ma c’è. Un sorso dopo il palato si tranquillizza, non troppo, ma si distende in una beva ricca e vivace, carica di frutto, di mineralità e piacevolezza da strappare baci ed abbracci. Forse un vino da portarsi dietro per tanti anni ancora, da sfoggiare magari su quelle belle salsicce al ragù di una volta, o magari sulla lasagna del martedì grasso; Oggi è un vino senza compromessi, ma con poco meno di duemila bottiglie l’anno c’è ben poco da accondiscendere: o lo ami, oppure?
Tag: alfonso arpino, cantina astroni, costa d'amalfi, gerardo vernazzaro, monte di grazia, tintore
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10 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo

Mi ci sono imbattuto già in passato, per la verità si è tentato pure di dare il via libera ad un possibile confronto su questo che risulta essere un argomento ancora abbastanza controverso. Quantomeno qui in Italia. Troppo complicato da comprendere? Forse, o no, però non è semplice discernere cosa è umami da cosa che è… altra cosa. Insomma, la strada è sicuramente tracciata, ma ancora lunga da percorrere.
Nel frattempo, Alessandro Morichetti di Intravino.com intervista il Master of Wine Tim Hanni che all’umami ha dedicato parecchi anni di studi, divenendo nel frattempo un riferimento assoluto sull’argomento; Ne riporto qui un breve passaggio con l’invito a leggere poi tutto l’articolo che credo particolarmente interessante per chi ne volesse sapere di più sul cosiddetto quinto gusto.
L’umami è un gusto primario che percepiamo a partire da glutammato e nucleotidi presenti in alimenti e bevande. E’ un gusto saporito, ricco, maturo e con una correlata “fluidità” o “cremosità”, sensazione tattile secondaria – derivante dal gusto umami associato ad una diminuzione dell’amaro. Carne, pesce, pollame, selvaggina, verdura, cereali, prodotti lattiero-caseari e anche cibi dolci come la frutta fresca hanno quasi sempre l’umami. Anche il latte materno ne ha (10 volte la quantità di glutammato presente nel latte di mucca) ed è giusto dire che siamo svezzati dal sapore umami – lo stesso che poi ricerchiamo nel cibo.
Il glutammato può essere considerato gusto “generativo”, poiché l’acido glutammico è un elemento essenziale per la divisione e la crescita cellulari. L’acido glutammico viene poi convertito in glutammato quando viene cucinato o quando subisce l’invecchiamento (aging nel testo originale, ndr), l’essiccazione e altri metodi di conservazione e preparazione degli alimenti. Si consideri il gusto di un semplice fungo: piacevole si, ma insoddisfacente. Quando si cuoce, anche solo con un passaggio in forno a microonde per 30 secondi, si verifica qualcosa che rende il fungo molto più ricco e delizioso. Questo è il gusto umami creato convertendo l’acido glutammico in glutammato. I nucleotidi, invece, sono il gusto della “decomposizione”, in un certo senso. L’acido ribonucleico può essere idrolizzato dal calore o da enzimi per creare 5′-ribonucleotidi, piuttosto insipidi di per sé ma capaci di moltiplicare x 10 l’intensità del gusto in combinazione con il glutammato.
In una patata c’è glutammato, con la cottura aumentano i nucleotidi ed è questo a renderla squisita. Ma noi vogliamo sempre più umami: pancetta, burro, formaggio, panna acida, prosciutto crudo, crauti, bacon. Tutte queste sono fonti molto ricche di gusto umami, contenendo sia glutammato che nucleotidi. Il pensiero attuale è che la ricerca di quel gusto ci porti a combinare gli alimenti (riso e fagioli, acciughe e parmigiano).
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Tag: degustazione, glutammato, gusto del vino, intravino, PROFESSION SOMMELIER, tim hanni, umami
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9 febbraio 2010 by L'Arcante
Tra gli appuntamenti da non perdere in calendario, il prossimo venerdì 19 Febbraio, presso il prestigioso Crowne Plaza di Castellammare di Stabia (NA), c’è questo interessantissimo seminario di studio sull’analisi sensoriale dei difetti del vino. Io ci sarò!
L’evento è un format di Vinidea, società leader dell’alta formazione nel settore viticolo ed enologico, creato in collaborazione con l’istituto Intelli’Œno, ed hanno affidato il prestigioso incarico di responsabile della docenza per il ciclo formativo sul riconoscimento sensoriale dei difetti del vino al winemaker “autoctono” Vincenzo Mercurio, che personalmente conosco da tempo e che ho già avuto modo di incontrare ravvicinatamente e raccontarvi attraverso la mia ultima incursione a casa della famiglia Brini in quel di Masseria Felicia, una delle aziende campane che lui segue come consulente.
Credo si tratti di un corso di formazione di altissimo interesse ed utilità, per tutti gli operatori del settore vitivinicolo ma anche per chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino.
La società Intelli’Œno, con sede vicino a Valence (Francia), è stata fondata nel 2003 da Christophe Gerland, ed è specializzata nel trasferire informazioni dalla ricerca viti-enologica agli enologi e produttori. Intelli’Œno possiede inoltre una particolare competenza nel campo della microbiologia enologica (www.intellioeno.com). La scelta di Vincenzo Mercurio, si deve anche alle pregresse esperienze universitarie maturate con il Prof. Luigi Moio in chimica e tecnologia degli aromi e all’ esperienza francese sullo studio degli aromi del vino. Il corso, inaugurato a Cosenza a fine novembre 2009, ha carattere modulare: un primo modulo è rivolto agli eno – appassionati in generale, sommeliers, maitres, ristoratori, enotecari etc, l’altro, più tecnico, è diretto specificamente ai professionisti: enologi, tecnici di cantina e laboratorio, agronomi, produttori, etc. Scopo del primo modulo è formare i partecipanti sul riconoscimento dei principali difetti sensoriali dei vini, dall’uva al vino in bottiglia, attraverso la degustazione di numerosi vini contaminati artificialmente con i composti responsabili dei difetti descritti. Per ogni difetto, si indicano l’origine, l’effetto sensoriale, i meccanismi di comparsa e l’evoluzione, con cenni alle tecniche di prevenzione o di eliminazione delle deviazioni organolettiche provocate. Il tutto si traduce in pratica con la degustazione dei vini contaminati con le molecole responsabili dell’alterazione, per identificare e memorizzare gli effetti sensoriali del difetto identificato.
Appuntamento quindi a Castellammare di Stabia, venerdì 19 Febbraio, e su queste pagine, spero in tempo reale, pubblicherò il report della full immersion che mi aspetta.
Tag: castellammare di stabia, crowne plaza, difetti del vino, enologia, sorrento, vincenzo mercurio
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8 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo

Ladies and gentlemen heres to you… the Riesling! meriterebbe una presentazione da standing ovation questo Auslese di St. Urbanhof. Provo a riportarne la descrizione post emozionale , anche per la curiosa differenza notata nelle tre bottiglie assaggiate; Per la verità, la seconda era evidentemente di tappo, pertanto non rendicontata seppur al di là dell’evidente difetto olfattivo ha mostrato comunque un notevole spessore gustativo.
St Urbans-Hof Oekonomierat Nic. Weis (nome completo dell’azienda) è una cantina che si trova nel comune di Leiwen (siamo quindi nel Bereich Bernkastel) in Mosella, regione viticola in Germania, fondata nel 1957 da Nicolaus Oekonomierat Weis (1905-1971) che volle intitolare la tenuta al santo patrono dei produttori di vino, S. Urbano (Papa Urbano I). Ad oggi, l’azienda St. Urban-Hof conta un vigneto di circa 35 ettari in siti diversi dell’areale tra i quali lagen Bockstein (ad Ockfen), Goldtröpfchen (a Piesport, area vocatissima), Laurentiuslay (Leiwen), Saarfeilser Marienberg (Schoden) e Schlangengraben (Wiltingen, anche questo è un vigneto prestigioso). E’ inutile dire che il vigneto è perlopiù a Riesling con alcune eccezioni per il muller thurgau ed il pinot bianco.
Dopo diversi anni di attente sperimentazioni su alcuni cru aziendali dal 1999 qui vengono effettuate esclusivamente fermentazioni con lieviti naturali indigeni utilizzando regolarmente tini di acciaio o legno secondo le esigenze. Le bottiglie tutte dell’annata 1990 hanno in calce in etichetta una numerazione che riprende un pò l’idea del lotto di produzione; Ecco quelle da me assaggiate e delle quali riporto le degustazioni.
Bottiglia 2401219: Il primo approccio, la prima bottiglia di tre comprate per me da Vanni a Lucca da alcuni miei amici americani che conoscendo la mia passione, tra gli altri, anche per i riesling non hanno resistito a questa bellissima etichetta del 1990. Colore giallo oro cristallino, nessun cedimento al tempo, vivo, abbastanza consistente. Primo naso coinvolgente ma non troppo, per sentire tutto il suo “dire” l’abbiamo atteso per tempo, a temperatura moderatamente bassa. Menta piperita, fiori secchi, frutti esotici, stecca di vaniglia, miele, zucchero caramellato di assoluta finezza e con una persistenza abbastanza lunga. In bocca è dapprima abboccato, nessuna cedimento nemmeno in questa fase, poi si apre su di una una mineralità profonda ed elegantissima ricordandomi che il vino quando vuole ( e quando lo sanno interpretare) ha davvero un’anima inarrivabile. Bellissimo vino, bellissimo davvero. Da meditazione, da servire intorno ai 14 gradi in calici mediamente ampi, se proprio si vuole accostarlo a qualcosa da mangiare, beh, io c’ho provato con una caponatina estiva, tutto un dire, ma degustibus…
Bottiglia 2401342: ahimè è di tappo, per altro inizialmente mascherato dalla forte mineralità dei profumi di questo vino che hanno indotto Steve e Tammy a pensare non al difetto tanto odiato quanto ad una diversa evoluzione del vino. Ma era tappo, e la temperatura di servizio appena un pò più alta ha manifestato tutto il suo male. In bocca c’è da dire che era difficile scorgere difetti, è sembrato quasi più potente del precedente, più caldo con una sovraestrazione minerale ancora più incisiva e persistente.
Bottiglia 2401137: Colore ancora una volta inappellabile, bellissimo, oro splendente senza nessun segno di cedimento, abbastanza consistente nel bicchiere. Il naso, come e più di prima è ampio, finissimo, elegante, complesso e persistente. Qui la mineralità marcata ha sovrastato a lungo le sensazioni fruttate, eteree e speziate prima di lasciare il posto ad una sottile e piacevole rotondità mentolata. In bocca è fresco, profondamente godibile, pare masticare dolce acidità, è lungamente persistente.
*Mosel Saar Ruwer – nella foto una delle anse del fiume Mosella
Tag: bockstein, germania, minerali, mosella, riesling
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6 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo

A mio padre, ai miei fratelli e al ricordo di un mestiere che ci hanno strappato dal cuore, non dalla nostra storia familiare.
E’ l’una e mezza del mattino, la Seiko digitale, una di quelle della prima ora, coi numeri bianchi grandi così, lentamente sale di tono. Pur dormendo nella stanza accanto la sento nitidamente, non ho mai smesso di sentirla da quando hanno deciso di usarla. Fa un freddo boia, alzo appena gli occhi dalla coperta militare tirata su sino alla fronte, riesco però a scorgere dalla porta a vetri le ombre di mia madre e di mio fratello Nicola, i primi a rompere il fragile silenzio notturno, che vanno avanti e indietro nel corridoio di casa. La prima si sincera che Nunzio abbia indossato panni ben pesanti, l’altro, ritorna in camera sua a dare un altro colpetto a Vincenzo, sempre poco scattante al richiamo sonoro, per lui troppo sottile, della sveglia. Papà non ne ha mai avuto bisogno, lui all’una in punto è già bello che in piedi. A quest’ora, mentre i miei fratelli si vestono, il termos di caffè è già pronto, lui ha già bevuto il suo bel bicchiere di caffè d’orzo e preparato la solita tanichetta d’acqua da usare per sbrinare il parabrezza ed il lunotto della Panda parcheggiata sottocasa.
Così è ogni sera, il martedì sino alla domenica, burrasche e mareggiate permettendo. Eh sì, perché se piove, fa freddo, c’è vento, non vale il riposo, si esce lo stesso, il mare li attende e non ammette ritardi; Per le due bisogna uscire dal porto, entro due, tre ore al massimo le reti vanno ritirate dal mare, poi in prima mattinata, nel canale di Procida ricomincerà il tran tran quotidiano di traghetti e mezzi vari che fanno la spola tra il continente e le isole di Ischia e Procida, troppo trambusto per avere battute di pesca sufficienti a rinfrancare il sacrificio.
Destinazione quindi, darsena di Pozzuoli, per qualcuno risulterà più familiare “O’Valjone”, nome storico del porticciolo dei pescatori flegreo, oggi ridotto ad un ammasso di ferraglie e bagnato da liquami, nonchè vetrina sventrata di un by night inutile ed irriverente per la storia che conserva in grembo. Qui è ormeggiata l’Andromeda 2NA1770, nove metri, cabinato. Non è grandissima, ma abbastanza per rivoluzionare, siamo a fine anni settanta, il modo di fare pesca “da posta” a Pozzuoli. Una delle prime a solcare le acque del porto del capoluogo flegreo, interamente costruita a mano, in legno, con motore Volvo Penta che ne faceva una delle barche da pesca più veloci, scattanti, sicure. L’Andromeda, con la prua a dritta, fendeva le onde in maniera superba. Mio padre, racconta, quando il mare era grosso, ma grosso per davvero, lasciava il timone idraulico in cabina e correva alla barra esterna riuscendo così a domare anche le onde più alte e dure. Era la barca che aveva sempre sognato, i miei fratelli l’hanno amata sopra ogni altra cosa materiale, un bene prezioso, un pezzo dell’anima.

Così si prende il mare, con le luci di segnalazione accese, si esce dal porto: gli ultimi controlli alle pompe idrauliche, al verricello di prua, con papà al timone, mentre Nunzio, Nicola e Vincenzo si danno il cambio sottocoperta per rubare ancora pochi minuti di sonno al freddo. Le prossime ore saranno di duro lavoro: appena si arriva nel canale di Procida bisogna stare allerta, individuare quanto prima possibile il segnale di posta delle reti e guardarsi costantemente attorno, durante la levata, a che non vi sia qualche navigante sprovveduto che causi ansie e timori. Ricordo come fosse ieri il racconto di papà di quando affondò il “Salvatore Marino” all’imbocco del porticciolo di Monte di Procida. I miei salvarono quattro persone dalla morte certa, furono, a detta sua, le due ore più dure di sempre alla ricerca dei passeggeri, per fortuna pochi (eravamo all’alba) che videro in un battibaleno, sparire sotto ai propri piedi una motonave di stazza imponente per una banale erronea segnalazione di posizione con l’incrociatore che entrava in porto.
La gioia più grande invece è vedere salire al verricello, tra le reti, i pesci più grandi, le seppie più grosse, le aragoste dalle antenne più lunghe. Ho provato anch’io, poche volte per la verità, quelle stesse emozioni: vedere Nunzio, con Vincenzo, mentre tiravano su spigole, orate, mennelle, triglie catturate dalle maglie era pura gioia visiva. In questi momenti la velocità con la quale sei costretto a tirare su le reti non ti consente di sbrogliare il pescato in maniera corrente, pertanto man mano che vengono su, si sistemano ai lati le matasse più ardue da districare: scorfani e gallinelle i guastatori più voraci, soprattutto i primi, da maneggiare oltretutto con particolare cura ed attenzione a causa delle spine dorsali intrise di un particolare veleno urticante, che arriva acausare, se punti, dolori lancinanti.
Poi però con calma, sulla scia di ritorno, tutto si sistemava. Si “allestivano” le reti, si “sarcivano” (cucivano) gli strappi, ed immancabilmente si discuteva degli errori commessi: a papà non gliene andava bene una, comunque; Ma con le vasche ricolme a prua e con la sensazione di aver speso maledettamente bene ancora un altro giorno di duro, durissimo lavoro, tutto appariva come già stato vissuto, domani si ricomincia!
Tag: angelo di costanzo, campi flegrei, famiglia, mare, mestieri, pesca, pozzuoli
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6 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo
“Le afferro con mano decisa il collo alto, liscio come seta, in maniera da tenerla ben ferma; Con l’altra impugno il coltellino, in bella mostra, i denti lucidi, famelici. Solo due tagli netti, un terzo, obliquo, solo all’evenienza, un gioco di polso veloce, et voilà, il gioco è fatto!”.

Calma, non è la confessione di un omicidio, ne l’istigazione a commetterne uno, è solo, in maniera sintetica, veloce, la dimostrazione di come liberarsi in maniera efficace della capsula di una bottiglia di vino. E’ il fermo immagine da cui parte il bellissimo ricordo di questo delizioso Greco di Tufo 2006 di Calafè, piccola azienda irpina da poco sulla scena ma che non ha mancato di mostrare doti di un potenziale eccelso, soprattutto con i suoi greco, questo, che dovrebbe essere ad onor di listino, il vino base ed il cru Ariavecchia.
La vendemmia 2006 é stata in effetti la prima dell’azienda, di questo greco davvero pochissime le bottiglie, appena un migliaio per dare libera interpretazione al sogno di Benito Petrillo di rimarcare origini certe da dedicare, offrire, alle nuove generazioni, alle sue nipoti in particolare: Calafè è infatti l’acronimo di Camilla, Laura e Federica, le giovani braccia che accoglieranno in futuro il frutto di questo sogno ma che già oggi non fanno mancare la loro presenza in cantina ed in giro per fiere ed eventi. Il progetto aziendale prevede, oltre al greco, una spinta importante anche sull’aglianico di Taurasi, in questi anni in affinamento, che però non ha mancato di lasciarsi già apprezzare nella giovane versione “Campi Taurasini”: il 2007 è austero, rigoroso, di buona prospettiva, pecca forse solo un po’ di pulizia olfattiva. Ma la sfida più grande rimane sul greco, quella cioè di scommettere sulle grandi potenzialità che ha questo vitigno di sfidare il tempo, un bianco quindi che esce dalla cantina dopo almeno due anni dalla vendemmia, per offrirsi più pronto da bere, maggiormente espressivo nel frutto, con toni soprattutto olfattivi già maturi non senza però perdere quel carattere gustativo più rigido, particolarmente franco nel greco di Tufo.
Le vigne sono collocate nell’area storica della denominazione, a Prata Principato Ultra e Santa Paolina, con suoli caratterizzati perlopiù da strati argillosi-calcarei nonchè sulfurei, che godono di particolari escursioni termiche tra giorno e notte che permettono una particolare sintesi degli aromi nonchè una maturazione delle uve costante ed efficace. Il 2006
è stato vendemmiato appena dopo la metà di ottobre, rigorosamente a mano e le varie parcelle dei vigneti vendemmiate e vinificate separatamente per comprenderne meglio caratteristiche e voluttà. La vinificazione è stata diretta, niente diraspatura, il mosto ha subito una decantazione statica a freddo per circa 36 ore prima di essere inoculato per la fermentazione alcolica, condotta a bassa temperatura tra i 14/16 °C. Successivamente si è attesa una prima parziale fermentazione malolattica, poi un lungo affinamento sulle fecce fini (circa 12 mesi) prima didestinarlo in bottiglia dove è rimasto circa un altro anno.
Nel bicchiere un vino giallo paglierino intenso, tendente al dorato, cristallino, consistente. Il primo naso è assai invitante, note fruttate dolci e floreali, persistenti, in particolare pera e albicocca matura, con reminiscenze minerali già particolarmente evolute: un naso quasi “mitteleuropeo”, che trova pieno riscontro stilistico nel sapore. In bocca è infatti secco, decisamente lungo, l’acidità è ben presente, nonostante i tredici gradi e mezzo continua a mostrare una spalla interessante, dona una freschezza di beva molto invitante, piacevole, continua, corroborante. Il finale è caratterizzato da una spinta sapida che ancora fa fatica a venire fuori del tutto, ma ci vuole essere, sino alla fine. Un gran bel bianco, che aspetto di riassaggiare nelle prossime vendemmie perché vale proprio la pena non perderlo di vista nell’affollato, per fortuna, corollario irpinio.
Se proprio dovessimo reiterarlo questo reato, beh, non sarebbe male confrontare questo vino in abbinamento alla minestra di pasta di Gragnano con crostacei e piccoli pesci di Gennaro Esposito.
Tag: ariavecchia, avellino, benito petrillo, big picture, calafè, gennaro esposito, greco di tufo, minestra di pasta e pesci piccoli, prata principato ultra, torre del saraceno
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5 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo
Dicono di lui: “Angelo Gaja è, per il vino italiano, l’emblema stesso dell’uomo vincente. È uno a cui bisogna star dietro perché va veloce, e costringe all’inseguimento in tutti i sensi, tanto per quella sua spiccata arte dialettica che per la camminata veloce”. (Luca Bonci, www.acquabuona.it).
“Parla di sé parlando di altri o se vogliamo parla di altri facendo credere di non parlare poi più di tanto di sé”. (Alessandro Franceschini, www.lavinium.com).

Potrei continuare a lungo citando solo le frasi, per così dire famose, che girano sul web; Lui stesso, nonostante non manchi di professarsi lontano dal circo mediatico degli ultimi anni, non ha mai smesso di mettere carne al fuoco, puntualmente, con uscite imprevedibili, da vera star del firmamento, spesso spiazzanti, ancor di più discutibili, come quando fece recapitare a suo nome, al giornalista Franco Ziliani di vino al vino una lettera di invito rivolto a tutti i lettori dei blog che desiderassero fargli visita lì a Barbaresco, presso la cantina storica, per avere la sua opinione sul caso Brunello, non senza però sottilineare di non gradire, in quella occasione, l’arrivo dei giornalisti. Insomma, Angelo Gaja, al di là dei suoi amati (o a seconda, odiati) vini, ha lasciato e lascia tutt’ora, una traccia indelebile nel mondo del vino italiano che non può non essere sotto gli occhi di tutti.
Il Darmagi è un vino che ha fatto discutere molti, per qualcuno invece è più semplicemente un vino di cui non discutere affatto. Di certo non è un vino qualunque, fosse solo per il prezzzo, oltre i 100 euro in enoteca. In generale avvicinarsi ai vini di Gaja può essere tante cose, spesso dei suoi Barbaresco ed ex tali si parla tanto più di quanto se ne siano bevuti, percui l’aver timore reverenziale o essere irriverenti significa camminare una linea assai sottile e fragile. Non sono certo bottiglie che si aprono spesso, almeno dalle nostre parti, costicchiano parecchio e quando te ne capita una a tiro, non sai mai che panni vestire: ci si lancia appassionatamente alla ricerca di una radiografia, quasi risonanza magnetica, ma più che per le emozioni da tirarne fuori si va in cerca della minima sbavatura, uno sgarro, uno solo, per poter dire finalmente: “Mamma che vino!” oppure, “Cavolo, come pensavo, non vale sti’ soldi!”. Arduo tirare le somme dell’una o l’altra definizione e più passa il tempo che lo giri e rigiri nel bicchiere più cerchi di tutto purchè non giustifichi quel prezzo.
Il vino nasce dalla volontà del grande produttore piemontese di cimentarsi col cabernet sauvignon in quel delle langhe, il nome Darmagi viene proprio dall’espressione dialettale piemontese “…che peccato!” che pare fosse stata espressa dal buon padre di Angelo Gaja nel vedere estirpare le vecchie vigne di nebbiolo per fare posto al cabernet. Il vino si presenta nel bicchiere di un rosso rubino concentratissimo, limpido, impenetrabile, consistente. Il primo naso è ampio e complesso su note di frutta surmatura, sensazioni balsamiche di liquerizia, tracce eteree di cuoio. L’alcol è prima invadente poi sovrastato dal frutto, il tannino è ben risoluto. In bocca è ricco, avvolgente, la sensazione di calore percepita alla deglutizione è decisa, ritorna di nuovo in primo piano, il frutto, volendone tracciare un profilo armonico si può tranquillamente scrivere di un vino maturo, forse oltremodo. E’ comunque una bella esperienza degustativa, però, mamma mia che vino, ma lo sapevo, non li vale sti’ soldi! 🙂
Tag: acquabuona, alessandro franceschini, angelo gaja, cabernet sauvignon, darmagi, gaja, langhe, lavinium, luca bonci, piemonte
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4 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo

Vincenzo Mercurio, stabiese, classe ’74. Nome, origine e anno di nascita, tre elementi che già la dicono lunga sulla persona che mi trovo davanti: il cognome porta in dote la forza del pianeta più piccolo e vicino al sole, l’origine ci indirizza a dare grande valore a quel patrimonio che è la facoltà di agraria di Portici, serbatoio di grandi talenti magistralmente condotti dal professor Luigi Moio di cui Vincenzo è stato allievo e collaboratore nelle sue prime esperienze sul campo in Cantina del Taburno. La giovane età è, se ce ne fosse stato bisogno, la dimostrazione di come la terra (e tutto il comparto connesso) possa ancora (e di più) fungere come grande attrattore professionale per giovani capaci di coglierne il giusto valore, storico, tradizionale, morale; In una regione ormai sventrata di ogni prospettiva industriale, l’agricoltura e l’agognato sviluppo turistico, rimangono, tra le poche risorse rimaste, gli unici lumini accesi all’orizzonte per trovare quel rilancio necessario a dare un futuro alle nostre e prossime generazioni.
Nel film “Sette anni in Tibet” viene rappresentato il viaggio di Heinrich Harrer (Brad Pitt) per raggiungere la vetta del mondo sul Nanga Parbat: Vincenzo Mercurio nei sette anni da Mastroberardino quanto ci è arrivato vicino a quella vetta? L’esperienza con la famiglia Mastroberardino è stata fondamentale, non è semplice integrarsi ed arrivare a gestire uno staff di 60 collaboratori, men che meno operare in una azienda abituata, e garante, di standards elevatissimi da sempre. Il margine di errore è prossimo allo zero, guai a non rispettarlo. Non sono io a doverlo dire, lungi da me, i risultati però sono sotto gli occhi di tutti, anzi nei bicchieri di molti.
Però poi si decide di spostare l’asticella un po’ più in là, perchè? Per migliorarsi, per avere un confronto più libero con il fermento e l’evoluzione che ti gira intorno. Ho avuto come mentore Luigi Moio, poi i viaggi in Francia, fondamentali per capire il reale valore del “terroir”, l’esperienza con Mastroberardino ha poi gettato delle basi solidissime, chi non vorrebbe respirare di quella storia? Ma era arrivato il tempo di guardare oltre, di mettersi in discussione.
Adesso la bolletta del telefono sarà diventata un incubo? Non direi, più che altro, se ci fosse, quella dei carburanti. So dove vuoi andare a parare, è il rischio numero uno che corrono i consulenti enologi, per questo mi sono imposto di essere presente in azienda quanto più possibile, ovunque essa si trovi. All’inizio, capitava che mi vedevano piombare in cantina alle dieci di sera, oggi non ho nemmeno più bisogno di avvisarli, ho sempre un pasto caldo che mi aspetta, all’evenienza un divano. Desidero esserci, sopra ogni cosa.
Quale secondo Vincenzo Mercurio la via da seguire, in Campania? E’ già tracciata, ce la portiamo addosso come un marchio indelebile, non capisco perché ci si perde così tanto tempo a non volerla vedere: i nostri vitigni, autoctoni, originari, tradizionali, chiamiamoli come vogliamo, ma dobbiamo puntare alla loro conservazione ed alla specializzazione della nostra viticoltura, alla migliore selezione clonale possibile, per territorio. In poche parole, dare valore al concetto di zonazione e preservazione vivaistica delle nostre varietà. Sapevi che certe uve nostrane nemmeno i vivai più specializzati le riproducono?
Un gran peccato. A proposito di uve, quali sono le tue preferite? L’aglianico, la sfida più grande. Sto però attento a certi straordinari risultati che riscontro sempre più di sovente sul piedirosso e sulla falanghina.
Il territorio? Credo nel grande potenziale della Costa d’Amalfi e del Vesuvio, ancora del tutto inespressi. Sono zone dove l’enologo deve dare sfoggio di ogni sua conoscenza ed esperienza, il valore di certi vitigni, cosiddetti minori, è straordinariamente sorprendente; In costiera come alle pendici del vulcano ci sono luoghi ideali dove il blend, autoctono, è vincente più che mai!
Si parla sempre dell’Irpinia come il cuore pulsante della Campania, che rapporto ha Mercurio con le terre avellinesi? La mia specializzazione parte proprio da lì, la mia tesi di laurea aveva come argomenti, tra gli altri, il Fiano di Avellino ed il Greco di Tufo, e l’esperienza in Mastroberardino non ha fatto altro che consolidare la convinzione del grande valore, con l’aglianico, dei vitigni Irpini. Però anche lì è stato detto e fatto ancora troppo poco. E’ bene ricordare che sino ai primi anni ’80, la domanda che arrivava in Irpinia era semplicemente di vino, e non di vini locali; Molti questo argomento nemmeno lo vogliono pensare, come se tutto, negli anni, fosse rimasto immacolato e votato esclusivamente alla qualità. La verità è ben diversa, la strada è lunga e gli assaggi delle ultime dieci, quindici vendemmie, fortunatamente sempre più frequenti, ci danno costantemente l’idea di una urgente necessità di rivedere molte cose, parecchie false verità e di dare, per esempio, una giusta collocazione territoriale a questa o quella espressione che non è più sintetizzabile in un’unica semplice denominazione, ma bensì in un più stretto ambito comunale, spesso addirittura catastale.
Alla maniera francese? Per semplicità di comprendonio, sì. Ma a guardare la mappatura della nostra regione non è che ci voglia molto per replicarne l’efficacia. Potremmo tranquillamente dire alla maniera campana.
I Favati, Masseria Felicia, Fattoria La Rivolta, Barone, Tommaso Babbo, San Paolo, e poi? Ognuna di queste aziende possiede un anima propria, da conoscere, da leggere, interpretare, amare, poi non lo so, si vedrà. Per il momento sono assolutamente assorbito da queste esperienze, che sono innanzitutto umane prima che professionali.
Ci salutiamo con il sorriso vivo tra le labbra, chiacchierare con Vincenzo è stato un vero piacere, ne ho colto l’orgoglio di camminare da solo verso il suo futuro, ma anche il grande valore che merita il tragitto sino a qui fatto grazie alla famiglia Mastroberardino. Trasferisce serietà professionale e cura dei particolari, curioso come mi appare.
Ultimissima domanda però, qual è il segreto del vino secondo Vincenzo Mercurio? Ti lascio con una frase a me molto cara: l’intimità tra la radice della vite e la terra, nasconde il segreto della qualità del vino. Da svelare nel bicchiere, aggiungo io!
Tag: campania, chiacchiere distintive, enologo, luigi moio, vincenzo mercurio, zonazione
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3 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo
Ho più volte incrociato Gabriella Ferrara e Sergio Ambrosino, persone davvero deliziose a cui va la mia più alta stima per il duro lavoro che portano avanti con la loro azienda.

Loro in verità dicono di essere particolarmente restii alla “mondanità”, troppo spesso da qualcuno addirittura rincorsa, eppure non hanno mai fatto mancare la loro presenza negli eventi che contano, io però mi sono accontentato di essere andato a trovarli proprio a casa loro, più di una volta.
L’azienda è piccola, le bottiglie poche. A dirla tutta, per chi li ha visti nascere e crescere forse sono divenute anche troppe 50.000; chi volesse muovergli una critica li avrebbe preferiti specializzati nel greco e basta. Con gli 8 ettari di proprietà a Tufo, in località San Paolo rappresentano la pietra miliare della produzione irpina di questo straordinario bianco.
A questi si si sono poi aggiunte altre vigne in conduzione tra Montemiletto e Lapio dove nascono, da qualche anno, rispettivamente l’aglianico ed il Taurasi “Quattro Confini“ ed il Fiano di Avellino che vanno a completare il portafoglio prodotti dell’azienda. Il cuore però rimane qui, a Tufo, rimane l’inarrivabile, per molti, Greco di Tufo Vigna Cicogna, che non smette mai di stupire annata dopo annata divenendo ormai un riferimento assoluto per tutta la denominazione.
Il Vigna Cicogna 2008 ha tratti caratteriali davvero stupefacenti, forse il più austero dell’ultimo decennio e probabilmente quello destinato a miglior lunga vita. Il colore è giallo paglierino con appena accennate sfumature oro, limpido e vivo, consistente. Il primo naso è avvincente, erbaceo,vegetale, mentolato, poi vengono fuori sensazioni finssime di fiori bianchi ed agrumi, poi frutta a polpa gialla, pura albicocca.
In bocca è secco, caldo, di una freschezza riappacificante. Palato pieno, ricco di una voluttà incredibile per un bianco, non per questo bianco, giustamente sapido e con un finale di bocca minerale che chiude con la netta sensazione, tipica di mandorla amara, deliziosamente amara. Quanta strada farà questo vino? Di certo una bottiglia rischia di scivolare sotto il naso appena tra quattro mani, se abbinato a fritturine di mare addirittura può non bastare.
Tag: campania, gabriella ferrara, greco di tufo, paolo caciorgna, sergio ambrosino, vigna cicogna
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2 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo
C’era una volta una vigna ed una passione, siamo nei primi anni novanta quando Alessandro Brini e la moglie Giuseppina Ruggiero decidono di restaurare il casale di inizio novecento ereditato pochi anni prima dove si recavano di sovente per dare libero sfogo alle proprie passioni tramandategli dagli avi, il vino per il primo, l’olio per la seconda.

E’ il 1995, l’azienda agricola vive, finalmente, di nuovo slancio e soprattutto Sandro pare particolarmente soddisfatto dal vino che viene fuori dalle prime vendemmie, tanto da provare a metterne da parte qualche bottiglia per seguirne l’evoluzione. L’ettaro e mezzo appena reimpiantato di aglianico e piedirosso è posto proprio nel “giardino” di casa con vista sul monte Massico, da qui, in linea d’aria a meno di un paio di chilometri; è stato piantato così come si faceva (sbagliando?) un tempo, con ceppi di aglianico intervallati da piedirosso in percentuali più o meno rigorose: è infatti particolarmente istruttivo camminarne le vigne (piantate a guyot semplice) in questo periodo della stagione poiché con le prime potature e la legatura dei tralci si riesce perfettamente a comprendere le prime differenze sostanziali tra i due vitigni e degli interventi necessari per gestirli in allevamento. Quando si dice uvaggio, ecco, in maniera essenziale, cosa può rendere bene l’idea.
Sono questi anni di nuovo vigore, e Maria Felicia, figlia di Sandro e Giuseppina, poco più che ventenne decide di abbandonare il suo lavoro di copyrighter freelance per dedicarsi anima e corpo a questo nuovo progetto venuto fuori quasi per hobby ma che ha bisogno adesso di forte sostegno morale e fisico. C’è poco su cui riflettere, rimuginare, il richiamo della terra è più forte, la voglia di scoprire questo nuovo mondo del vino, di confrontarsi, di affermare quei principi sognati da papà e mamma prendono il sopravvento, tanto che oggi sono pienamente personificati nel suo modo di intendere e volere l’azienda, oggi il suo pane quotidiano, ed il suo vino, il Falerno degli antichi, lento e puro, austero e vero, nel mondo della velocità totale, senza quasi memoria. E’ una donna del vino giovane, brillante, con le idee chiare e la giusta fermezza di chi sa cosa vuole, di chi sa, per esempio, mediare in maniera intelligente tra l’indomabile rinnovamento arrivato con l’enologo Vincenzo Mercurio e la ferma disciplina ai principi tradizionali di papà Sandro.
Il Falerno del Massico ’99 è un po’ tutto questo, ma è soprattutto l’origine di tutto. La prima vendemmia, mai commercializzata, conservata gelosamente in pochissimi esemplari nella suggestiva cantina storica di casa Brini. Nasce proprio dal vigneto di cui sopra, senza nessun tipo di trattamento in vigna se non quelli cosiddetti naturali tramandati di padre in figlio e nessun accorgimento particolare se non l’amore per la propria terra; nemmeno una cantina, in garage solo una pigiadiraspatrice a manovella, una di quelle tanto belle da ritrovare nei musei del vino, un torchio abbastanza malconcio ma utile a smanettare sul proprio entusiasmo.
Macerazione a temperature assolutamente incontrollate, lieviti più o meno indigeni (si dice così?), zero (dico zero!) solforosa. Insomma, qualcuno in vena di fare un po’ di business l’avrebbe potuto far passare per “bio-qualcosa” o magari affibbiatogli una tripla sigla per certificarne l’autenticità, i Brini non ebbero nemmeno il tempo di farci l’etichetta, intuirono però da subito il grande valore di quella scelta che ancora oggi ci fa parlare di quel tempo con non poco fervore. Il colore è bellissimo, rosso rubino vivo con appena accennate sfumature granata, limpidissimo e poco trasparente, consistente. Il primo naso è assolutamente spiazzante, la nota di riduzione sembra prendere il sopravvento, ma ha bisogno di tempo e noi glielo concediamo volentieri. La freschezza olfattiva è impressionante, il frutto appare ancora quasi acerbo, vinoso, polposo. Sentori di garofano, poi amarena spiritosa, note balsamiche ed eteree smaltate. Non si può dire certo un corredo fine, ma il fronte olfattivo è intenso e lungamente persistente. In bocca è secco, manifesta ancora una discreta acidità ed un tannino, come il frutto, pienamente espressivo e lontano, secondo me lontanissimo, dal divenire levigato. Il palato è avvolto dalla continua ricerca della salivazione, che tarda, non poco, a venire fuori. Un vino crudo, per niente superato dal tempo, tutt’altro, il tempo sembra proprio essergli passato accanto inosservato, sfiorandolo appena, temendone forse la forza.
Tag: aglianico, big picture, campania, etichetta bronzo, falerno del massico, maria felicia brini, masseria felicia, piedirosso, sessa aurunca, vini rossi
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1 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo

Non è difficile imbroccare l’annata giusta, forse nemmeno ripetersi a distanza di pochi anni, però quando si è di fronte a capolavori di costanza si può tranquillamente abbassare la testa, portare la mano al cappello e levarselo senza pensarci troppo. Il Montepulciano d’Abruzzo Zanna di Dino Illuminati pare calzare questo concetto in maniera perfetta, senza piega alcuna. Non è difficile pensare al montepulciano senza rimanerne affascinati dalla grande storia di uomini e vigne che conserva tra i suoi grappoli e nei suoi vini, pochi affermano di non riconoscere in Edoardo Valentini un interprete di riferimento assoluto, oppure nel parimenti compianto Gianni Masciarelli un talento da vigneron duro e puro capace di sovvertire gli equilibri non solo di una viticoltura regionale; Come non si può rimanere imperterriti davanti ad una figura monumentale come quella del cavaliere del lavoro Dino Illuminati che con questi e pochi altri ha contribuito in maniera efficace alla trasformazione del Montepulciano d’Abruzzo da vino di onesta osteria ad uno dei capisaldi della vitienologia italiana.
Il vigneto Zanna si eleva sino a circa 300 metri sul livello del mare sulle colline alla destra del fiume Tronto che scendono fino all’Adriatico, nel comune di Controguerra; Il clima da queste parti è mite e gode di una fresca ventilazione. Il terreno è scarsamente poroso, di origine marnosa e ricco di contenuti argillosi determinanti per la risolutezza con la quale si esprime questo meraviglioso Montepulciano d’Abruzzo che ricade nella nuova d.o.c.g. Colline Teramane. Qui le uve sono tra le ultime ad essere raccolte, dopo un forte diradamento ed una meticolosa selezione delle uve, che vengono diraspate, pigiate e poste a fermentare in vinificatori di acciaio inox ad una temperatura non superiore ai 30°C. Completata la fermentazione malolattica il vino viene travasato nelle botti di rovere di Slavonia da 25 hl circa dove rimane 24-26 mesi. Una cura maniacale che ci consegna un vino importante, e come nelle migliori tradizioni, solo nelle annate particolarmente favorevoli. Il timbro cromatico è di colore rubino scurissimo ed impenetrabile, al naso è affascinante, dapprima su note tipicamente varietali, rosa appassita, mora in confettura, poi sentori animali e balsamici che s’inseguono in una persistenza davvero stupefacente. In bocca la trama gustativa è possente, ricca, piena di sfumature acido-tanniche eppure ampio e persistente su un frutto costantemente in primo piano, succoso, profondo. Un grande rosso, da godere adesso o lasciare maturare in cantina per coglierne le possibili sfumature evolutive, che non necessariamente vuole abbinamenti ma certamente da spendere su secondi piatti succulenti, aromatici e di particolare consistenza.
Tag: abruzzo, controguerra, dino illuminati, masciarelli, motepulciano d'Abruzzo, zanna
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1 febbraio 2010 by Angelo Di Costanzo

Niente e nessuno ci fermerà! non siamo certo dei sovversivi ma amiamo talmente tanto camminare le vigne che questo è il solo motto che conosciamo per non perderci davanti ad una giornata cupa e grigia e piovosa come non mai nelle ultime settimane. Ci stava aspettando!
Ci riuniamo di prima mattina, qualcuno ci raggiungerà strada facendo, direzione Sessa Aurunca alla scoperta della piccola e deliziosa azienda della famiglia Brini, Masseria Felicia, ai piedi del versante nord del monte Massico, quello, per intenderci, che guarda verso la provincia di Latina. Il cammino è un po’ a rilento, la pioggia, in certi tratti particolarmente incessante non ci aiuta a rimanere a vista, così qualcuno, più o meno inconsciamente arriva sino a Caianello prima di accorgersi di aver superato l’uscita autostradale di Capua da almeno 15 chilometri: e vabbuò, so cose che capitano.
Ci accoglie, sotto la pioggia, Maria Felicia e ci accompagna subito al tepore del camino acceso nel salotto di casa. Invadiamo, ma solo per qualche minuto lo spazio giochi della piccola Alice, che ci osserva con occhi vispi mentre tra una tirata di orecchie al dinosauro ed un bacio all’orsacchiotto del cuore aiuta la nonna Giuseppina a preparare la tavola per la ricca colazione che ci attende alla fine della visita in cantina, non prima però di una scarpinata tra le vigne. Sotto la pioggia, naturalmente. Ci raggiungono frattanto il papà di Maria Felicia, Sandro e l’enologo Vincenzo Mercurio che ci teneva particolarmente ad essere presente per darci ampia descrizione del particolare lavoro progettuale condotto qui a Terenzano con l’agianico ed il piedirosso dell’azienda della famiglia Brini. “Sono vini sorprendenti, l’aglianico qui acquisisce una forza capace di farlo sopravvivere per una intera generazione, e senza intervento alcuno in cantina se non quello di preservazione delle sue peculiarità”.
Sandro Brini ci racconta dell’inizio, di quando, siamo nei primi anni novanta, con la moglie decisero di dare il via alla ristrutturazione del casale che oggi ospita la loro casa, la cantina e sotto la quale fu ritrovato un antico cellaio dove oggi riposano le vecchie annate destinate alla memoria liquida del falerno di Masseria Felicia. “Anni entusiasmanti, a tratti vissuti da incoscienti, ma il richiamo della propria terra, della propria storia, delle proprie radici diveniva ogni giorno sempre più forte. Così come forte è il legame che traspare dall’assaggio dei vini e la terra che interpretano, tra il Falerno Ariapetrina 2004 straordinariamente succoso di frutto e l’Etichetta Bronzo 2006, il cru di casa, duro e puro come le mani intrise di terra e calli di papà Sandro e la stessa Felicia, che mai si è sottratta alle fatiche della campagna. Un legame solidissimo come la longevità del Falerno ’99 regalatoci in degustazione prima del saluto, la prima annata, il principio di tutto, mai commercializzata, eccezionalmente austero e destinato ancora a lunga vita. Assaggiamo, grazie al nulla osta del buon Mercurio, anche il Rosato di aglianico 2009 di prossima uscita del quale parlerò a breve, anch’esso fuori dagli schemi, tenue sì, ma dal carattere inconfondibile, lo stesso che appare delinerare costantemente il profilo dei vini di Masseria Felicia, vivacità e freschezza sui generis per vini non obbligati a concedersi immediatamente, ma sinceri e schietti come l’aria che tira alle pendici del monte Massico da questa parte del versante. Ci spostiamo in salotto, il focolare ci attende, scambiamo quattro chiacchiere, distintive come sempre, con Vincenzo, poi mamma Giuseppina ci guida nella degustazione degli oli extravergini, prodotti esclusivamente dagli olivi della masseria e franti per gentile concessione dalla rinomata Badevisco proprio qui a Sessa Aurunca, garanzia di qualità superiore: uno è composto da diverse cultivar, leccino e sessana su tutte, l’altro invece è in purezza da varietà Itrana, quest’ultimo davvero buono, superlativo per fragranza ed equilibrio.
Fuori la pioggia continua a battere incessantemente, il vento pare rifuggire i filari spogli che s’intravedono dalle grandi vetrate, dentro c’è solo il calore, c’è n’è ormai abbastanza da rimanerne succubi, le buone cose messe in tavola ci hanno dato il giusto sostegno morale e supporto, per così dire tecnico, ai deliziosi nettari bevuti. Grazie di cuore alla famiglia Brini, per averci regalato questa bellissima mattinata e lasciatoci immaginare come eravamo per continuare a sognare come dovremmo essere.
Qui tutte le foto a cura dell’amico Giovanni Lamberti.
Qui la resentazione del breve viaggio nell’Ager Falernus: la storia, la d.o.c., i vini.
Qui la passione di Antonio Papa nell’azienda di famiglia a Falciano del Massico.
Qui invece l’esperienza di Tony Rossetti, produttore a Casale di Carinola con l’azienda Bianchini Rossetti.
Tag: Amici di Bevute, falerno del massico, masseria felicia, vincenzo mercurio, vini della campania
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29 gennaio 2010 by L'Arcante

Cos’è, per definizione, il vino? Il vino è il prodotto della fermentazione alcolica, totale o parziale, di uva fresca ammostata o di mosti d’uva, la cui gradazione alcolimetrica acquisita non può essere inferiore al 10%, salvo eccezioni, pronto al consumo e bevibile, elaborato a norma di legge.
- paglierino Colore giallo chiaro e brillante, che ricorda quella della paglia di grano.
- panel Gruppo di persone scelte come campione rappresentativo per un indagine di mercato, sottoposto a una serie di test successivi.
- pastorizzazione Processo di riscaldamento a bassa temperatura (60-65°C) per pochi minuti, e rapido raffreddamento, che consente la disinfezione e la conservazione del vino; usata soprattutto per i vini da tavola. Pastorizzazione-flash: processo di riscaldamento rapido ad alte temperature, e rapido raffreddamento, che permette di ridurre la popolazione microbica.
- pedoclimatico , ambiente La realizzazione dei nuovi impianti deve essere indirizzata verso l’utilizzazione di aree vocate, cioè di quelle zone dove la specie, per fattori pedologici e climatici, trova un adattamento ottimale ai fini produttivi con opportune combinazioni varietali.
- peronospora Fungo parassita della vite che provoca l’omonima malattia, che colpisce foglie e frutti.
- persistenza Continua durata. Persistenza aromatica intensa: permanere uniforme dell’aroma di un vino dopo la deglutizione.
- personalità Tutto ciò che caratterizza le qualità organolettiche di un vino, causate dalle peculiarità proprie e dagli interventi del viticoltore.
- pesante Vino molto tannico, denso e colorato, troppo strutturato e disarmonico.
- pianto Pianto della vigna: liquido che fuoriesce dalle incisioni di potatura delle viti.
- piatto Vino privo di carattere e di acidità.
- pieno Vino equilibrato, rotondo, completo, compatto.
- portainnesto Parte di un ibrido di Vitis vinifera e di vite americana su cui si innesta la vite per renderla resistente alla filossera.
- potassio Elemento minerale presente nell’uva e nel vino, utilizzato anche come fertilizzante della vigna.
- potatura Operazione che si effettua sulla vite tagliando parte dei tralci, tralci o la struttura stessa per renderla più forte e permetterne la crescita (es. potatura a ventaglio, a spalliera, ad alberello, ecc.).
- presa di spuma Tecnica che mira, attraverso la seconda fermentazione, a creare sovrapressione di anidride carbonica disciolta nel vino, rendendolo spumante.
- primeur, in primeur Acquisto in primeur: opzione di acquisto di un vino prima della sua immissione sul mercato oppure prima dell’invecchiamento (tipicamente in Francia)
- pronta beva, vino di pronta beva Vino giunto a piena maturazione e pronto ad essere bevuto, o vino che non sopporta invecchiamento.
- propaggine Ramo piegato e in parte sotterrato perché metta radici e, separato dalla madre, costituisca una nuova pianta.
- pungente Vino leggermente acescente, ricco di acidità
- pupitre Cavalletto di legno inclinato e forato, su cui si pongono le bottiglie di spumante e Champagne prima dello scuotimento manuale.
- ratafià Mistella che si ottiene dall’arresto della fermentazione alcolica del mosto con aggiunta di acquavite.
- retrogusto Residuo caratteristico di sapore che si percepisce in un vino dopo la degustazione.
- retronasale Fase della degustazione durante la quale si avvertono le percezioni gustative nella faringe.
- ridotto Odore, gusto di ridotto: spiacevole, con sfumature animali, dovuto al fatto che il vino sopporta male la fase di riduzione, che normalmente lo migliora.
- riduzione Reazione chimica durante la quale un elemento o una molecola acquista elettroni, cambiando completamente la sua struttura.
- rimontaggio Pratica consistente nell’evacuare il mosto dal basso di un tino e di introdurlo nella parte alta, spargendolo sul cappello in modo da agevolarne la riareazione e la fermentazione.
- robusto 1. Vino ben strutturato, di carattere, pieno, completo. 2. Vino ricco di espressioni, alcolico, ma equilibrato. 3. Vino ben strutturato, completo, equilibrato nei suoi componenti, solido, di lunga conservazione.
- rosato Colore dei vini vinificati in rosato, cioè da mosto di uve rosse posto a breve contatto con le bucce durante la fermentazione per ottenere il colore desiderato. Vi sono svariate sfumature di rosa: rosa pallido o sostenuto, cerasuolo, occhio di pernice, corallo, ecc.
- saccaromicete (saccharomyces) Funghi unicellulari di specie diverse, responsabili della fermentazione alcolica, vale a dire della trasformazione del glucosio in alcol etilico.
- sboccatura (fr. degorgement) 1. Pratica consistente nell’eliminazione dei sedimenti di seconda fermentazione in bottiglia tramite scuotimento manuale, operata sugli spumanti elaborati secondo il metodo classico. Sboccatura al ghiaccio: sboccatura consistente nell’immersione del collo delle bottiglie in un bagno di salamoia refrigerata, bloccando il sedimento, che sarà espulso dalla pressione dell’anidride carbonica. 2. Operazione consistente nell’eliminazione del vino dalla bocca della bottiglia per potervi immettere il liquore di spillatura.
- secco Vino sprovvisto di zucchero riduttore. Vino che contiene tannini secchi : aspro, astringente. Si dice anche di un vino asciutto, che allappa.
- sedimento Deposito solido che si forma sul fondo delle bottiglie di vino durante l’invecchiamento o l’elaborazione, non provoca peggioramenti qualitativi. Sedimento amorfo: deposito di sostanze mucillaginose e coloranti, dovuto all’invecchiamento. Sedimento cristallino: deposito di tartaro, provocato dallo stoccaggio del vino a basse temperature.
- solfitazione Tecnica di protezione microbiologica e chimica contro l’ossidazione, operata esponendo le uve, i mosti o i vini ad anidride solforosa.
- solforazione Operazione di protezione dall’oidio delle vigne, trattandole con zolfo.
- sovramaturazione Stato di superamento della maturazione dell’uva, caratterizzato da appassimento, reazioni di ossidazione, marciume nobile, ecc.
- spremitura, vino di Vino ottenuto dalla spremitura delle vinacce, che ne contiene ancora il succo dopo la svinatura. Gusto di spremitura: sapore di raspi, di tannini vegetali.
- spuma Bollicine di anidride carbonica che si formano sulla superficie dei vini durante la fermentazione alcolica. Vedi anche presa di spuma.
- spumante Vino effervescente, contenente un eccesso di anidride carbonica, causata dalla fermentazione alcolica (presa di spuma) in bottiglia o in tini chiusi.
- spunto Spunto acetico: malattia del vino, causata dalla fermentazione acetica. Spunto lattico: malattia del vino dovuta a batteri lattici. Spunto acroleico: malattia del vino di origine batterica, che lo rende amaro.
- tannico Vino contenente tannini, molto asciutto, astringente e aspro o piacevole e fuso.
- tannino Classe di composti fenolici, astringenti, che legano in bocca, sono indice di buona conservazione in un vino, poiché gli donano qualità antisettiche. I tannini derivano dalle bucce e dalle vinacce, o dal legno delle botti durante l’invecchiamento.
- tardivo Vendemmie tardive: ritardate rispetto al solito, per ottenere sovramaturazione delle uve.
- tartarico Acido tartarico: acido presente nelle uve e nel vino.
- tastevin Tazza utilizzata per la degustazione del vino.
- tattile Sensazioni tattili: percepite dagli organi sensoriali del cavo orale, sensibili alla percezione della consistenza, della temperatura, della struttura di un vino.
- tenue Vino povero dal punto di vista del gusto, vuoto.
- terpenico Composti terpenici: idrocarburi volatili tipici di alcuni vitigni (es. riesling, moscato, ecc.), talvolta precursori di aromi.
- terreno (Terroir in francese). Parte di una tenuta, di una coltivazione, apprezzata per la qualità del suolo adatto alla produzione di specifici vini. Sapore del terreno di origine: gusto caratteristico di un vino prodotto su quel terreno, costante per annate diverse.
- tostato Odore empireumatico che ricorda quello del caffè torrefatto, della frutta secca e del pane tostato.
- tranquillo Vino fermo, non effervescente.
- vegetale Odore che ricorda vari tipi di vegetali, spesso gradevole, ma talvolta indice di un difetto del vino.
- velato 1. Vino leggermente torbido. 2. Bottiglia sulle cui pareti sono presenti depositi.
- velatura Deposito colorato, lenticolare formatosi sulle bottiglie di Champagne, non eliminato dallo scuotimento.
- vellutato Vino morbido e rotondo, fine, delicato.
- vendemmia La raccolta dell’uva matura, in autunno.
- verde 1. Vino acido, troppo nervoso. 2. Vini verdi: prodotti con uve ancora acerbe (es. il vinho verde del Portogallo). 3. Gusto di verde: sapore erbaceo in un vino, indice di difetto.
- verme spirale del cavatappi
- vigneto Terreno, per lo più di notevole estensione, coltivato a viti. Insieme delle vigne coltivate in una regione o in un paese.
- vigoroso Vino strutturato bene, di corpo, generoso, sostanzioso.
- villages Termine francese indicante una zona o una circoscrizione appartenente a una denominazione (es. beaujolais-villages).
- vinaccia Residuo liquido della distillazione.
- vinificazione Complesso delle operazioni (follatura, diraspatura, ammostatura, scolatura, fermentazione, pigiatura, filtrazione, ecc.) mediante le quali l’uva viene trasformata in mosto e poi, attraverso la fermentazione alcolica, in vino.
- vino Prodotto della fermentazione alcolica, totale o parziale, di uva fresca ammostata o di mosti d’uva, la cui gradazione alcolimetrica acquisita non può essere inferiore al 10%, salvo eccezioni, pronto al consumo e bevibile, elaborato a norma di legge.
- vinoso Vino sostanzioso, omogeneo nel gusto, nel corpo, nella tessitura, dal profumo fruttato, che provoca sensazioni calde e piacevoli.
- vintage Termine inglese sinonimo di annata, millesimo, vendemmia.
- viscoso Vino la cui consistenza è filante, collosa, fenomeno dovuto alla presenza di zuccheri, di mucillagini di alcol, o a malattie quali il grassume.
- vivacità Caratteristica di un vino leggero, fresco, lievemente acido.
- V.Q.P.R.D. Acronimo di Vino di qualità prodotto in una regione determinata. La sigla V.S.Q.P.R.D. è valida per i vini spumanti. Normativa vigente nell’Unione europea che tutela le qualità specifiche dei prodotti regionali, basata sui seguenti elementi: delimitazione della zona di produzione, tecniche di coltivazione, estensione dei vitigni, metodi di vinificazione, rendimento per ettaro, titolazione alcolimetrica volumica minima naturale, analisi e valutazione dei caratteri organolettici.
- V.S.O.P. Sigla di Very Superior Old Pale, acquavite (soprattutto cognac) invecchiata 4 o 5 anni, a seconda delle denominazioni.
- X.O. Acronimo di Extra old, sinonimo di stravecchio, acquavite invecchiata più di 5 anni.
- zolfo 1.Elemento usato nella vinificazione (es. zaffatura, solfitazione), per scopi antiossidanti od antisettici. 2. Odore chimico simile a quello dell’anidride solforosa.
- zuccheraggio Operazione (vietata in Italia) consistente nell’aggiungere zucchero al mosto prima della fermentazione alcolica, per aumentare il tenore alcolico del vino.
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27 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo

E’ domenica mattina, una di quelle chiare di luce ma fredde solo come certi inverni sanno regalare, il sole non ne vuole sapere di svelarsi così i colori rimangono radenti il grigio, aspettando mezzogiorno. Ci incontriamo con Antonio Papa sull’uscio dell’enoteca, con lui abbiamo pensato di mettere su questo piacevole happening domenicale offrire ai tanti amici di bevute ed appassionati di vino un approccio, per così dire primitivo, al Falerno del Massico: la voglia di scoprire questa piccola quanto sorprendente realtà vitivinicola è tanta, e si svelerà di qui a poco una vera e propria perla enologica campana, da salvaguardare, promuovere, comunicare con tutto l’amore possibile.
Lo stesso amore per la propria terra che sembra scorrere con lo scivolare dei vini nei bicchieri, che si sente risuonare nell’aria con le parole che Antonio dedica con profonda perizia alla dissertazione storica del Falerno e della terra che ne ospita i fasti e dei popoli che ne hanno esaltato, nei secoli, i pregi. Verità storiche e leggende metropolitane, argomentazioni agronomiche specifiche ed etica produttiva (non senza un confronto sincero), tutti chiarimenti necessari per contravvenire anche alla grande confusione (in particolar modo per il consumatore medio) che regna incontrastata quando si parla di Falerno usando per esempio parole improprie quale tipicità, in virtù del fatto che fondamentalmente è lo stesso disciplinare a smentirla fattivamente, consegnandoci vini profondamente diversi di area in area e di vitigno in vitigno, con i comuni a sud del monte Massico prevalentemente piantati a primitivo e quelli a nord, che affacciano cioè sul Garigliano piantati specularmente con aglianico e piedirosso.
Il Campantuono 2006 nasce da sole uve primitivo, il vigneto è collocato nella parte più alta della tenuta di Falciano chiamata appunto “Campo di Antonio”, è completamente piantato a guyot e gestito in maniera dogmatica, con una resa in uva che difficilmente supera il chilo per pianta; Rimane il fuoriclasse di casa Papa nonostante la buona riuscita del secondo cru aziendale, il Conclave, e l’appetito Fastignano passito che però appare in scena solo nelle migliori annate. E’ un vino decisamente importante, delinea di se stesso un profilo altisonante già al primo approccio: il colore è nero, profondo, lasciandolo attraversare dalla poca luce che ne pervade la profondità si riesce ad intuire appena qualche sensazione viola inchiostro. E’ compatto e consistente. Il primo naso è un effluvio di sentori floreali e fruttati maturi che inseguono e sono seguiti costantemente da note eteree, dolci sensazioni speziate e note balsamiche sottili ed eleganti. E’ dapprima succoso di mora e di visciola, profuso di cannella, tracce iodate e sul finale, dolcissimo, si offre con sentori di cioccolato e liquerizia. In bocca è secco, potente, il frutto è quasi masticabile, acidità, tannino e glicerina sono ben legati, fusi ad unisono regalando una beva decisa ma sostenibile, almeno sino al terzo bicchiere. Solo sul finale di bocca la nota alcolica ritorna dirompente, non senza frutto, non senza, quindi, quella fondamentale corrispondenza gusto-olfattiva, leggi piacevolezza, che a vini come questi non deve mai mancare per non risultare stucchevole e stancante. Sul Piccione glassato dell’amico Oliver Glowig.
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26 gennaio 2010 by L'Arcante

Le terminologie più utilizzate in viticoltura e nella produzione di vini di qualità, le parole per decriverne le caratteristiche peculiari dei vini che ne nascono dalla lettera I alla lettera O.
- ibrido Vitigno proveniente dall’incrocio sessuato di due viti di specie differente. L’ibridazione viene solitamente utilizzata per i portainnesti.
- idrocarburo Odore che ricorda quello del metano, caratteristico di alcuni vini troppo invecchiati.
- immaturo Vino ancora troppo giovane per poterne valutare i caratteri organolettici.
- innesto Operazione consistente nell’inserire in una pianta (detta portainnesto, radicata) la parte gemmifera di un’altra pianta (detta nesto) di specie o varietà diversa, allo scopo di ottenere un nuovo individuo, allo scopo di renderla più resistente alla fillossera.
- inoculazione Inseminazione di un mosto o di un vino con una coltura a base di fermenti.
- invaiatura Inizio del periodo in cui le uve cominciano ad acquistare colore, traslucido per quelle bianche, rosso violaceo per quelle rosse.
- invecchiamento Ciclo di sviluppo del vino, dalla giovinezza all’età matura, che consiste nel mutamento delle caratteristiche organolettiche e costitutive, dovute a fenomeni d’origine fisica, chimica e biologica (quali ossidazione lenta, per taluni vini, o riduzione per altri).
- lattico 1. Acido lattico: costituente naturale del vino, la cui concentrazione aumenta durante la fermentazione malolattica. Rende il vino più rotondo e morbido. 2. Odore lattico: caratteristico odore del vino dopo la fermentazione malolalattica. 3. Spunto lattico: malattia batterica del vino, che causa la produzione di acido lattico e acetico.
- legno Odore con sfumature diverse, gradevole o sgradevole, di legno bruciato o affumicato, stantio o dal sentore di vaniglia.
- legnoso Odore relativo all’evoluzione dei tannini nella conservazione del vino in botte, che ricorda svariati sentori di legno. 2. Odore vegetale, di bosco, caratteristico di un vino ricco di tannini di cattiva qualità.
- lievito Complesso di miceti unicellulari che sono in grado di provocare, mediante enzimi da loro prodotti, la fermentazione alcolica. Odore di lievito: odore lieve percepibile dopo la fermentazione. Anche coltura di lieviti utilizzata per l’inseminazione di mosti o di vini, per accelerarne la fermentazione, sia malolattica sia alcolica (lieviti di tiratura: necessari per la presa di spuma).
- limpido Vino trasparente, chiaro, privo di sostanze in sospensione.
- liquore Bevanda alcolica, dolce, aromatizzata con essenze vegetali. Liquore di spillatura: miscela di vino e zucchero, utilizzata nel metodo champenois per il dosaggio dello spumante e dello Champagne. Liquore di tiratura: miscela di vino e zucchero utilizzata per favorire la presa di spuma. Vino di liquore: vini cui viene aggiunto alcol, prima, durante o dopo la fermentazione.
- liquoroso Vino bianco untuoso, con presenza di zuccheri residui non fermentati.
- lungo Vino di qualità, con grande persistenza aromatica (P.A.I.), anche dopo la deglutizione.
- macerazione Operazione consistente nel contatto tra il mosto e le parti solide dell’uva, atta a ottenerne aromi e colori caratteristici. Macerazione carbonica: fermentazione delle uve in atmosfera satura di anidride carbonica.
- maderizzato Difetto di un vino bianco che, a causa di un’ossidazione, con l’invecchiamento assume colore giallo dorato o ambrato e il sapore e l’odore del madera.
- malolattico Riferito ai batteri e agli enzimi che provocano la fermentazione malolattica.
- marciume 1. Marciume acido: alterazione delle uve che marciscono, sviluppando batteri acetici. 2. Marciume grigio: malattia, di origine crittogamica, delle uve colpite da fenomeni meteorologici o da tignole. 3. Marciume nobile: alterazione dell’uva causata dalla Botritys cinerea, che aumenta la disidratazione e la concentrazione degli zuccheri nell’acino.
- metodo classico o champenois: procedimento di elaborazione dello Champagne o degli spumanti di qualità superiore (V.M.Q.P.R.D.) attraverso la seconda fermentazione alcolica in bottiglia dei vini (presa di spuma), e successiva aggiunta di liquore e lieviti di tiraggio. In seguito i vini vengono scossi, filtrati e dosati.
- microclima Condizioni climatiche di un’area ristretta, di un vigneto.
- millesimato Bottiglia di vino che porta l’indicazione dell’annata di raccolta sull’etichetta.
- millesimo Annata di una vendemmia o anno di nascita di un vino o di un’acquavite.
- mistella Prodotto ottenuto con mosto non fermentato e alcol etilico o acquavite. Alcune mistelle vengono utilizzate per la preparazione di aperitivi (es. vermouth) o vini liquorosi (es: Marsala).
- mistura Miscela di vino di spillatura, liquore e lieviti, che si effettua prima della spillatura.
- molle Vino privo di corpo, senza vigore e consistenza, magro.
- mosto Succo ottenuto dalla pigiatura dell’uva fresca, non ancora fermentato, contenente particelle solide. Mosto concentrato: mosto di volume ridotto a causa dell’espulsione di acqua in esso contenuta, mediante calore o congelamento.
- nerbo Avere nerbo: vino quando è ben strutturato, equilibrato, vivace.
- novello Vino ottenuto con una particolare tecnica di fermentazione e imbottigliato un mese e mezzo o due dopo la vendemmia, cosicché risulta profumato e fragrante, ma inadatto all’invecchiamento.
- opalescente Vino dall’aspetto latteo, torbido, talvolta iridescente.
- organolettico Caratteri organolettici: proprietà di un vino percepibili durante la degustazione e valutabili attraverso i sensi della vista, dell’olfatto e del gusto, sia dal punto affettivo sia propriamente oggettivo.
- ossidazione Reazione chimica durante la quale un elemento o una molecola cede elettroni, cambiando completamente la sua struttura. Durante la maturazione di un vino si hanno ossidazioni di alcuni suoi componenti, che possono perfezionarlo o alterarlo (es. maderizzazione, acetificazione).
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25 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo

Riflessione: chi ha paura dell’acidità? Ci hanno costretto negli ultimi vent’anni a bere di tutto pur di affrancare alla rotondità l’unico piacere di beva possibile. Ci hanno detto che il tannino è cosa dura e indigesta, che l’acidità è contro per antonomasia e che se volevamo potevamo pure comprarcelo un vino del genere, con quelle caratteristiche, però era meglio aspettare dieci anni prima di berlo. E se prima ci rimango? Beh, cavoli tuoi. Hanno cominciato (ricordo più, ricordo meno) “tagliandoci” il Chianti, poi, a valanga con la Marca Trevigiana, cabernettizzata a più non posso, così in Piemonte con vani tentativi senza mietere successi importanti, sino a che non si è scoperto il vaso di Pandora prima in Puglia e poi in Sicilia, oltraggiate sino all’impossibile prima di stenderci un velo pietoso, tutto nel buon nome della chardonnetizzazione e della merlotizzazione, parole incomprensibili, vini peggio, in nome di una omologazione passata più o meno inosservata prima dei sani pentimenti.
Omologazione o no, c’è stato e c’è chi ha saputo trarre da quell’onda anomala, partita a fine anni sessanta, grandi opportunità, e fondare su sani principi piccoli gioielli enologici. Querciabella sorge nel cuore del Chianti più classico, posta sulle pendici della collina di Ruffoli a Greve in Chianti, è il 1972 quando Pepito Castiglioni s’incammina, con alcuni altri pionieri verso quel rinnovamento tanto sentito a quel tempo in Toscana quanto fronte di continuo ed acceso confronto e dibattito protrattosi sino ai giorni nostri. L’azienda si può dire ad oggi praticamente convertita alla biodinamica, percorso avviato circa una decina di anni fa, non senza difficoltà, ma nulla togliendo alla bontà complessiva dei vini si può dire soddisfatta della buona capacità espressiva soprattutto quando si parla di Camartina e Palafreno. Dopo la scomparsa di Pepito, il testimone è passato al figlio Sebastiano Cossa Castiglioni che sta proseguendo imperterrito la strada solcata dal padre, i 60 ettari aziendali, a detta di molti wine writer rappresentano un vero e proprio giardino nel cuore del Chianti Classico e le circa 200.000 bottiglie che ne vengono fuori ogni anno, un buon esempio di come l’uomo riesce ad interpretare al meglio ciò che la natura gli consegna.
Beviamo il Camartina 2001 tra amici, ci sorprende la buona vivacità di colore nonostante i nove anni, rubino tendente al granata, concentrato, poco trasparente. Prodotto da uve sangiovese, cabernet sauvignon, merlot e syrah, al naso ci chiede un po’ di tempo prima di aprirsi completamente, non gliene concendiamo tanto, ma la pulizia olfattiva ci consegna dapprima frutti neri, poi note floreali passite e costantemente sensazioni balsamiche, eteree e salmastre, ben fuse e legate tra loro. In bocca il vino è asciutto, austero, più che tannino è l’acidità a tirare le corde di un gusto essenzialmente equilibrato seppur giocato costantemente sulla lieve percezione di acidità sempre in primo piano. L’abbiamo colto, a detta di tutti, in piena maturazione, forse all’apice della sua parabola espressiva, buono, piacevole, giustamente carico di frutto che ritorna più o meno vigoroso sul finale di bocca. Su Caciocavallo podolico e soppressata arianese per gentile concessione dell’amico Tonino Pisaniello.
Tag: cabernet, castiglioni, merlot, querciabella, sangiovese, syrah, toscana
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24 gennaio 2010 by L'Arcante

AMICI di BEVUTE
Viaggio al centro dell’autoctono
Sabato 30 Gennaio 2009 ore 9,00
visita presso l’azienda MASSERIA FELICIA
“In conclusione, un grande vino, un rosso che ha fatto storia, un’azienda commovente per l’unità familiare, la determinazione ad andare avanti, la serietà della conduzione in vigna e in cantina”. (Luciano Pignataro)
Masseria Felicia è situata alle falde del monte Massico, tra le antiche Suessa e Sinuessa (oggi Sessa Aurunca e Levagnole) in prossimità della Via Appia e dell`antico Ponte Aurunco. Appena 5 ettari di terreno, di cui 3 coltivati a vigneto e 2 ad oliveto. L`azienda ha sede in un casale degli inizi del `900, ristrutturato nel pieno rispetto della sua forma originale e davvero suggestivo agli occhi dell’avventore di turno. Le uve, tutte di proprietà subiscono procedimenti produttivi estremamente curati, l`invecchiamento dei vini avviene nella cantina interrata, scavata nel tufo. Il trasporto tra i locali sottostanti della lavorazione alle barrique avviene per caduta, senza l`ausilio di alcuna pompa così da evitare inutili stress al vino. L`azienda è condotta personalmente dalla proprietaria Maria Felicia Brini che si avvale della consulenza enologica di Vincenzo Mercurio.

L’evento è a numero chiuso di partecipanti, organizzato, promosso e condotto da L’Arcante Enoteca e Masseria Felicia gratuitamente, pertanto è richiesta la prenotazione per tempo.
Muoveremo da Pozzuoli con mezzi propri, per chi volesse rimanere il loco per il pranzo (da comunicare all’atto della prenotazione) è possibile usufruire di una particolare convenzione presso il caratteristico ristorante, situato nel centro storico di Sessa Aurunca, La Vecchia Dogana della famiglia Bencivenga.
Prenotazioni esclusivamente a:
L’ARCANTE ENOTECA
Via Pergolesi, 86 Pozzuoli
Tel. 081 303 1039
larcante@libero.it
MASSERIA FELICIA
Loc. San Terenzano
Fraz. Carano di Sessa Aurunca
Sessa Aurunca (CE)
www.masseriafelicia.it
info@masseriafelicia.it
Tel. 0823 935095
RISTORANTE LA VECCHIA DOGANA
Corso lucilio, 194
81037 – Sessa aurunca (CE)
Tel. 0823 936546
Tag: Amici di Bevute, autoctono, falerno del massico, masseria felicia, sessa aurunca, vincenzo mercurio, visite in azienda
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23 gennaio 2010 by L'Arcante

Continuiamo il nostro percorso di approccio al vino attraverso le parole più frequentemente utilizzate nel linguaggio della coltivazione, produzione e degustazione. Qualcuno pigro saprà finalmente tradurre il termine “fresco”, qualcun’altro comprendere cosa significa quando un vino è girato, altri scopriranno che la parola grappa ha un doppio significato…
- edulcorare Addolcire un vino eccessivamente acido o secco, con l’aggiunta di mosto o mosto concentrato in seguito alla fermentazione.
- eiswein (“Vino di ghiaccio” in tedesco). Vino ottenuto da uve gelate, raccolte durante i primi freddi.
- elevazione Tecniche di conservazione, cura, riposo, assiduo controllo, attuate dai viticultori o dai commercianti per offrire al vino le migliori condizioni di invecchiamento, dalla vinificazione fino al pieno sviluppo.
- erbaceo Odore vegetale, di erba fresca. Sintomatico di cattiva qualità del vino, prodotto da uve non mature.
- espressione Qualità di carattere gustativo od olfattivo, sfumatura di un vino, che provoca una reazione di tipo affettivo o emozionale.
- estrazione Tecnica che permette di separare uno o più costituenti da un corpo (es.: la pigiatura, l’estrazione del colore nella vinificazione in rosso).
- etereo Odore caratteristico dei vini maturi e invecchiati, originato da composti organici volatili.
- evoluto Vino che durante la conservazione ha subito modifiche, in peggio oppure in meglio, sviluppando aromi e profumi nuovi.
- extra-brut Spumanti e Champagne con sostanze zuccherine residue entro i 6 grammi per litro.
- extra-dry Spumanti e Champagne con sostanze zuccherine residue comprese fra i 12 e i 20 grammi per litro.
- feccia Solidi sedimentati sul fondo delle bottiglie. Gusto di feccia: sapore di un vino restato a lungo a contatto con le proprie fecce, agre, terroso, di lieviti. Colore feccia: rosso violaceo. Messa in bottiglia sulle fecce: vino non filtrato, a contatto con le sue fecce.
- femminella Germoglio della vite che si origina da una gemma formatasi durante l’anno su un germoglio normale.
- fermentazione Operazione che consiste nel fare fermentare l’uva nei tini per un periodo che varia per il tipo di prodotto desiderato, la qualità delle uve, durante la quale avviene la fermentazione alcolica e l’estrazione delle sostanze coloranti. 2. Insieme dei processi chimici di demolizione degli zuccheri a opera di enzimi contenuti nei fermenti. Fermentazione alcolica: processo di trasformazione degli zuccheri contenuti nel succo d’uva in alcol etilico e anidride carbonica ed altri elementi. Fermentazione malolattica: processo di trasformazione dell’acido malico in acido lattico e anidride carbonica, da parte di batteri. Seconda fermentazione: 1. Ripresa della fermentazione in un vino con piccoli residui zuccherini. 2. Presa di spuma.
- fillossera (Phylloxera vastatrix) Afide, insetto degli Afididi parassita della vite, di cui distrugge la radice. Per estensione indica la malattia dovuta a quest’insetto.
- filtraggio Operazione di chiarificazione, che consiste nel filtrare il vino per separarlo dalla sospensione di sostanze solide.
- flûte Bicchiere a calice, alto e stretto, utilizzato per spumante e Champagne, in quanto favorisce la formazione di bollicine.
- fortificato Vino irrobustito per l’aggiunta di alcol.
- foxy Odore piuttosto forte tipico del pelo della volpe, indice di qualità, può risultare sgradevole se insistente.
- fragile Vino delicato se soggetto ad alterazione, come l’esposizione all’aria o gli spostamenti.
- freschezza Stato di un vino a temperatura tra i 10 e i 13°C. 2. Stato di un vino molto equilibrato.
- fresco Vino lievemente alcolico e acidulo, equilibrato.
- fruttato Insieme di odori di un vino che ricordano quelli dell’uva e della frutta matura.
- germogliazione Sviluppo dei germogli della vite, in primavera.
- giovane Vino immaturo, privo di sapidità e di finezza. 2. Vino dell’annata che ha sviluppato tutte le sue caratteristiche, pronto al rapido consumo.
- girato Alterazione del vino dovuta a batteri, caratterizzata da colorazione bruna e opaca, odore acetato e perdita di acido tartarico.
- granata Colore di un vino rosso scuro.
- grappa Residuo solido della pigiatura dell’uva, costituito da raspi e vinaccioli. 2. Acquavite di grappa, a forte gradazione alcolica, ottenuta per distillazione delle vinacce. 3. Grappe di spillatura: residui della spillatura.
- grasso Vino untuoso, morbido ,carnoso, ricco di glicerina e di alcol. 2. Vino affetto da grassume.
- graves Terreno costituito da piccoli ciottoli morenici, sabbie ed argilla.
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23 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo
Fine estate 2001, varcavo la soglia dell’autodeterminazione, decidevo del mio futuro lasciandomi alle spalle anni di duro lavoro ed importanti soddisfazioni personali, iniziavo però ad intuire che era nella crescita corale di una intera brigata di sala il successo più importante, mancato negli ultimi tempi, non certo per mia volontà.

Era il tempo delle vacanze e come molte in quegli anni era tempo di andar per cantine a scoprire e capire il vino e le sue origini; la Toscana nel cuore ma divenuta già pane quotidiano per non parlare dell’amato sud, ecco che gli occhi ricaddero sul Conero, nelle Marche, con l’idea poi di fare una capatina di lì a qualche decina di chilometri in Umbria, a Torgiano e Montefalco in particolare. Così fu.
Arrivammo ad Osimo alle porte di Umani Ronchi una domenica mattina di fine agosto, io, Lilly e la mia Peugeot rosso lucifero fiammante: ne ha macinati di chilometri, ne ha presi di moscerini in faccia il vecchio leone francese irto sulla mascherina davanti al radiatore. Ci accolgono, inattesi, con cordialità ed estrema disponibilità, facendoci visitare il bellissimo vigneto da poco reimpiantato che sovrasta la cantina interrata, l’area di vinificazione ipermoderna, la suggestiva barriccaia e la sala degustazione dove, con il dott. Bernetti ci fermiamo a bere alcuni vini cult dell’azienda: il verdicchio Villa Bianchi, il mio sempiterno amato Casal di Serra ed il Lacrima di Morro d’Alba subito prima del fuoriclasse di casa, il Pelago.
Nel tempo a venire, non avrei mai dimenticato quella mattinata e l’assaggio di ieri sera dell’ultima bottiglia di ‘98 in cantina, condivisa con l’amico Massimo Andreozzi, ha riaperto, in maniera vigorosa, importanti riflessioni personali sulla necessità di un profondo rinnovamento, di rispolverare, se necessario, quella soglia di autodeterminazione, ferma lì a qualche metro, apparentemente distante ma facile da raggiungere e nuovamente superabile con appena uno scatto in avanti, inevitabile, imprescindibile per rinvigorire stimoli ed obiettivi.
Il Pelago di per sé è un vino decisamente fuori dall’ordinario e questo piacevole e suggestivo riassaggio del ’98 non ha potuto che confermare questa mia convinzione. Nasce da un uvaggio rimasto perlopiù invariato nel tempo di cabernet sauvignon al 50%, montepulciano al 40% e Merlot col restante 10%.Il colore è vivace su di una tonalità rosso rubino con riflessi nitidamente granato; il primo naso è variamente caratterizzato da note varietali tipiche del cabernet come l’erbaceo, il vegetale, con sentori che vanno via via facendosi più o meno intensi su riconoscimenti di pepe nero, liquirizia, lignite, sensazioni sottili, eleganti, invitanti.
Lo spettro olfattivo man mano si apre su fronti più ammiccanti, si distinguono pregevoli toni floreali di viola passita ed un fruttato maturo di prugna e ribes nero in confettura. In bocca è secco, abbastanza caldo, di buona profondità gustativa, il tannino è risoluto e lascia ampio spazio all’equilibrio ed alla piacevolezza di beva confortata soprattutto da una discreta sapidità. Noi l’abbiamo bevuto per puro piacere, probabilmente all’apice della sua parabola evolutiva, l’abbiamo trattato da compagno di conversazione, e non ci è certo rimasto indifferente. In genere, è bene abbinare il Pelago a piatti importanti, strutturati, succulenti, anche aromatici, non mancherà di sorprendere con la sua costante intensità gustativa.
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22 gennaio 2010 by L'Arcante

In cosa consiste la chiarificazione di un vino? E la parola Cremant? Come faccio a riconoscere anche io un vino che mi viene presentato come debole? Eccovi tutte le risposte che cercavate…
- cappello Massa schiumosa costituita da residui solidi (grume, sostanze peptiche e mucillaginose, raspi, ecc.) che l’ebollizione dei mosti di uve rosse fa salire sulla superficie dei tini durante la fermentazione.
- carato Fusto con capacità variabile da 200 a 300 litri (218 a 228 in Borgogna). In Champagne unità di misura pari a 205 litri.
- carattere Caratteristiche di un tipo di vino. 2. Caratteri organolettici: proprietà di un vino riferite ai suoi componenti originali e non, percepibili durante la degustazione, stimolanti a livello sensoriale (vista, odorato, gusto) riferite alle funzioni rappresentative (oggettive/rappresentative) o affettive.
- caseina Sostanza proteica contenuta nel latte, usata per il collaggio dei vini, specialmente bianchi. Facilita l’eliminazione del ferro ed è utile per il trattamento preventivo o curativo della maderizzazione (che attenua colore e gusto).
- caveau Piccola cantina dove sono riposti vini pregiati. Caveau di degustazione: luogo riservato a professionisti della degustazione; spazio riservato alla presentazione dei vini al pubblico.
- cedro Odore legnoso di alcuni vini, con una sfumatura balsamica, di resina nobile.
- centrifugazione Separazione, mediante la forza centrifuga, degli elementi solidi in sospensione nei mosti e nei vini. Chiarificazione per mezzo di sedimentazione forzata, che facilita l’eliminazione delle sostanze solide residue.
- ceppo Pianta di vite.
- Champagne Vino spumante elaborato nella regione della Champagne secondo una vinificazione di tipo specifico, detta metodo champenois o tradizionale.
- Champenois cfr.Metodo classico
- chiaretto Vino rosso chiaro, quasi rosato, leggero.
- chiarificazione Operazione finalizzata all’eliminazione dei residui solidi sospesi nel mosto o in un vino torbido mediante chiarificazione spontanea o l’impiego di differenti procedimenti come la centrifugazione, il collaggio e la filtrazione.
- chiuso Vino che non libera i propri aromi e le sensazioni gustative nel loro insieme.
- ciclo Il ciclo vegetativo della vite comprende tre periodi: periodo invernale (quiescenza, la pianta vive a rilento, priva di fogliame); periodo di crescita (in primavera, col germogliamento, la crescita dei tralci, la fioritura); periodo di maturazione (in estate, crescita delle uve fino alla vendemmia).
- cieca, alla – Degustazione alla cieca: degustazione anonima, analisi organolettica di una scelta di vini sui quali non si posseggono, a priori, informazioni che permettano di identificarli.
- classificazione 1. Classificazione dei vitigni: legislazione vitivinicola vigente nell’Unione europea adottata per i vitigni scelti e autorizzati allo scopo di tutelarne la genuinità. 2. Classificazione dei cru: classificazione delle proprietà secondo criteri di qualità e rarità. Ad esempio: cru extra, eccezionali, grandi cru…; specialmente, classificazione dei vini bordeaux detti del 1855 (dal primo al quinto cru). 3. Classificazione dei vini: secondo la legislazione comunitaria, in vini da tavola, vini di qualità provenienti da una regione determinata e vini importati.
- clone Individui (vitigni o portainnesto) omogenei tra loro e ottenuti per moltiplicazione vegetativa (innesto o telaio della vigna) partendo da un individuo unico selezionato per le sue qualità sanitarie, organolettiche e agronomiche.
- cocchiume Pezzo a tronco di cono, spesso di legno, adoperato per tappare il foro aperto sui fusti e le botti. Cocchiume di lato: fusto leggermente spostato in modo da evitare, essendo il cocchiume a contatto del vino, penetrazioni d’aria o evaporazione. Fusto o, per metonimia, vino con il cocchiume di lato. Cocchiume asettico: strumento per purificare l’aria che entra in un tino (a contatto del vino) facendola gorgogliare attraverso una soluzione di anidride carbonica.
- collaggio Pratica enologica di chiarificazione e stabilizzazione del vino mediante l’uso di additivi. Così facendo, le particelle sospese vengono portate sul fondo del recipiente. Il collaggio permette anche di ammorbidire i vini liberandoli dalle sostanze polifenoliche molto astringenti.
- compatto Vino non trasparente, pesante, denso.
- concentrazione Operazione che consiste nell’eliminazione di una parte dell’acqua contenuta nei mosti per aumentarne la concentrazione zuccherina, ossia il grado alcolico potenziale (operazione per lo più proibita). Può essere effettuata a caldo (mosti) o a freddo (congelazione dei mosti e dei vini da tavola).
- corpo Struttura di un vino solido, ricco di estratto secco e di alcol, vinoso, completo e denso. 2. Avere corpo: possedere untuosità, consistenza e tutti gli elementi necessari all’equilibrio generale del vino stesso.
- correzione 1. Sospensione (mutizzazione) della fermentazione mediante aggiunta di alcol in un mosto o vino per aumentarne la gradazione alcolica. Operazione illecita se praticata al fine di aumentare la titolazione alcolimetrica di un vino poco alcolico. 2. Correzione dei mosti: operazioni consistenti nella correzione qualitativa dei mosti come l’aggiunta di zuccheri (zuccheraggio), acidificazione o disacidificazione, aggiunta di tannino…
- corto Vino cedevole alla degustazione, con retrogusto non persistente o nullo.
- cotto, vino – Vino concentrato, ottenuto per evaporazione parziale del mosto sottoposto a riscaldamento.
- crémant Vino effervescente/spumante, dalla spuma leggera e setosa per la ridotta presenza di CO2; 2. Spumante prodotto con metodo Champenois al di fuori della Champagne (es: Alsace)
- cru Vitigno molto spesso nobile (dovuto alla natura dell’ambiente di crescita). 2. Il prodotto che deriva da quel vitigno.
- cultivar Varietà di vitigno ottenuta per selezione e mantenuta in coltivazione.
- cuoio Odore empireumatico caratteristico di alcuni vini evoluti o vecchi.
- cuvée Contenuto di un tino, di un barile o di una botte e rappresentativo di un vigneto, di un vitigno, di un terreno o di un fattore tipico. Nella Champagne, vino scelto per il taglio. Testa di cuvée: prima cuvée, la migliore, ottenuta dalla vinificazione di un vigneto specifico, proveniente da una scelta di uve ottime e rare.
- déblocage apertura della prima bottiglia della nuova vendemmia. Generalmente riferito alla prima mescita del vino novello che avviene per legge il 6 novembre di ogni anno.
- debole Vino molto leggero, incolore, povero di alcol e di estratto secco.
- decantazione Separazione delle fecce dei sedimenti solidi depositatisi nel contenitore del vino dalla parte liquida. Travaso di un vino dalla bottiglia alla caraffa, praticato dal Sommelier, per ossigenarlo e depositare le fecce.
- demi-sec Champagne o spumante con tenore zuccherino compreso tra 33 e 50 g/l.
- denominazione di origine controllata Vino prodotto in una zona delimitata ed elaborato a norma di legge, seguendo le indicazioni del disciplinare riguardo ai vitigni da utilizzare, la produzione per ettaro, la potatura, il grado alcolico, i procedimenti di vinificazione, le qualità organolettiche.
- deposito Sedimenti in sospensione nel mosto. 2. Locale in cui vengono conservati i vini inscatolati in attesa della vendita.
- dessert Vino da dessert: vino dolce o abboccato, servito a fine pasto.
- diluito Vino poco concentrato e poco intenso.
- diraspatrice Strumento per diraspare le uve, separare cioè i graspi dagli acini.
- distillazione Operazione praticata con l’alambicco che consiste nel trasformare, mediante un procedimento di vaporizzazione e condensazione, un vino o una vinaccia in acquavite (grappa, liquore ecc.). Può essere continua o all’armagnac oppure doppia o alla charentaise.
- doga Asse di legno incurvata utilizzata nella fabbricazione delle botti.
- dolce Vino che contiene, ai sensi di legge, più di 50 g di zuccheri riduttori (glucosio e fruttosio) per litro (es. vino dolce naturale, vino da liquore, liquoroso, spumante, ecc.). Vino che ha un sapore dolce in equilibrio con gli altri componenti sapidi.
- dosaggio Miscela di spillatura aggiunta allo spumante elaborato secondo il metodo tradizionale, dopo il dégorgement e che ne determina il tipo (brut, sec, demi-sec…).
- duro Vini giovani privi di morbidezza, rotondità, poco vellutati e gradevoli, con sostanze tanniche eccedenti.
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Tag: ais, alfabeto del vino, big picture, c-d, dizionario del vino, le parole del vino, PROFESSION SOMMELIER, vocabolario del vino
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22 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo
Gira che ti rigira ci si ritrova sempre a parlare di aglianico, della sua austerità, della sua, a volte, sottile eleganza o come in questo caso, della sua possenza e veemente capacità emozionale. Unisce e divide a seconda di cosa si sta bevendo, del nome che si sta nominando e del territorio di cui ne rappresenta espressione. L’aglianico ha tante anime e tra le tante pur senza rimpianti ce ne sono alcune da amare profondamente.

L’aglianico del Taburno ne possiede una tutta sua e sta imparando nel tempo a conservarla gelosamente, ceppo per ceppo, filare per filare, con la terra che diviene preziosa ed il vino che ne nasce l’unica forza di rinascita, di rivincita, forse di vittoria su vini, a volte meri fratelli coltelli, sparsi qua e là a rubare la scena spesso indegnamente. Torrecuso oggi è il comune più importante della doc Aglianico del Taburno, qualcuno ha definito camminare i saliscendi intorno al borgo vecchio come fare un giro nelle Langhe piemontesi più nobili, io aspetto con ansia di girare a Barolo e Barbaresco ma nel frattempo non oso immaginare niente di simile ai colori e ai profumi autunnali intorno a Fattoria La Rivolta e Fontanavecchia. Dopo la vicina Castelvenere è il comune più vitato della Campania con i suoi oltre 24mila ettari e quello dove si concentrano il maggior numero di aziende vitivinicole. Il territorio ricade nel Parco Regionale del Taburno Camposauro istituito nel 1993 per proteggere i boschi secolari di castagni, lecci e faggi e gli abeti bianchi portati dai Borbone nel 1846.
Un paese completamente votato alla viticoltura, dicevamo, fortemente vocato, come la storia e la tradizione della famiglia Rillo, di papà Orazio e soprattutto del figlio Libero che ha saputo dare la sferzata necessaria a far crescere ed affermare Fontanavecchia come un riferimento di indiscutibile valore per i vini qui prodotti. L’intero areale torrecusano fino agli anni 50 era per lo più spezzettato in piccoli poderi sui quali si coltivava di tutto con le tecniche del tempo e tutto ciò che vi si ricavava soddisfaceva appena i bisogni delle stesse famiglie che conducevano i poderi. Solo qualche anno più tardi si scoprì quale fosse la vocazione più idonea che trovò nella vite e nell’aglianico in particolare la sua strada maestra, e sin da allora i Rillo scelsero bene quale strada intraprendere puntando sempre alla sua valorizzazione ed oggi, alcune loro interpretazioni, in certe annate sono assurti senza ombra di dubbio a capisaldi della viticultura campana.
Il colore di questo Vigna Cataratte Riserva è rosso rubino con riflessi granata, limpido, di buona vivacità e consistenza. Il primo naso è intenso e complesso su sentori di frutta rossa matura, prugna in confettura, poi vengono fuori note speziate, tabacco, sino all’emergere di sensazioni balsamiche, di liquirizia, poi ancora note di grafite. In bocca è secco e caldo, fresco quanto basta, dal palato tosto e coriaceo, dal tannino ben levigato dal tempo ma ancora presente e costante, vellutato solo sul finale di bocca grazie ad un residuo di frutto polposo, semizuccherino, ad abboccare la nota finale tostata tendenzialmente amarognola. La beva risulta costantemente di grande intensità e di notevole persistenza aromatica, avvolgendo il palato continuamente in una piacevole e sostenuta corrispondenza gusto-olfattiva. Un vino certamente robusto, figlio di una annata calda e probabilmente destinato ad una vita non lunghissima ma che ancora, dopo sei anni, mostra di avere carattere da vendere e godibilità da non perdere. Da bere su di una succulenta sella di coniglio farcita cotta a bassa temperatura, come quella di Francesco Sposito di Taverna Estia di Brusciano.
Tag: aglianico, aglianico del taburno, fontanavecchia, libero rillo, taverna estia, torrecuso, vigna cataratte
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21 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo

Il Fiano di Avellino come Montrachet? Perchè no! Naturalmente siamo ancora lontani dall’idea di esigere una classificazione della tipologia come dire – alla borgognona – seguendo un po’ ciò che i francesi hanno intuito ed espresso già oltre cento anni fa, creando terroir straordinari come Montrachet, con tante piccole facce di uno Chardonnay di inarrivabile qualità, distinguendone i cru di Puligny da Chassagne, quelle di Batard dallo stesso comune omonimo, ma sempre più spesso ci capita di pensare e di parlare di questo vino non più come genericamente “di Avellino” ma ricercandone anche gli areali di produzione a conferma di una diversità tangibile e di una particolare e maggiore vocazione: a seconda che ci si ritrovi dinanzi ad una bottiglia proveniente da Pratola Serra piuttosto che da Montefalcione o da Montefrèdane, Cesinali, Summonte e via discorrendo sino a Làpio, tutte terre d’elezione per il Fiano. L’ultima in particolare – dove nasce appunto il More Maiorum della famiglia Mastroberardino e dove il vitigno appare baciato, più che dal sole dalla madre terra che gli conferisce una mineralità capace di forgiare un vino bianco votato a sfidare il tempo senza eguali in Campania e forse in Italia.
Il colore è di un bel giallo paglierino cristallino e si presenta nel bicchiere con una buona consistenza. Il primo naso è intenso e persistente su note fruttate eleganti e fini, dapprima mela verde, note agrumate, poi banana, continuando a stupire su di una complessità eccelsa ed abbastanza profonda chiudendo su leggere sensazioni vanigliate e nocciolate. In bocca è secco, abbastanza caldo e particolarmente fresco chiudendo dopo una lunga e piacevole persistenza con un sapore decisamente mandorlato. Carattere da vendere da consegnare tra poche settimane a quel mercato finalmente ritornato sui suoi passi con una ritrovata esigenza di acidità e mineralità a discapito di bianchi “tuttifrutti” dalle rotondità burrose stucchevoli tanto serbevoli quanto anomini e scipiti. Da bere fresco tra i 12 e 14 gradi in calici generosi nell’esaltare l’ampiezza olfattiva espressa, da abbinare a piatti importanti, mi viene in mente la sorprendente interpretazione delle Alici marinate con ricotta, melanzane e caponatina in salsa di prezzemolo di Oliver Glowig dell’Olivo del Capri Palace.
Tag: atripalda, fiano di avellino, irpinia, lapio, mastroberardino, more maiorum, vini bianchi
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21 gennaio 2010 by L'Arcante

Abbiamo spesso la sensazione di ascoltare parole di difficile comprensione, abbiamo spesso la sensazione di dirle certe parole difficili. Per chi mastica quotidianamente il glossario del vino tante difficoltà risultano distanti, ma per l’appassionato non è sempre semplice seguire una degustazione o intuire dallo scritto, per esempio sulle retroetichette delle bottiglie, le caratteristiche peculiari di un vino o di una particolare tecnica di produzione, o quantomeno decifrarne il linguaggio con il quale viene esposto. Un percorso fatto di parole scritte con la speranza di rendere utile servizio a chi ci segue per meglio comprendere il linguaggio del vino e di chi lo comunica, di volta in volta faremo passare sulle nostre pagine i termini più utilizzati e meno conosciuti. Buona lettura.
- abboccato Vino dolce, ma con residuo zuccherino meno evidente.
- acerbo Vino ricco di acidi, prodotto con uve acerbe.
- acidità Causata dagli acidi liberi naturali contenuti nel vino, conferisce freschezza. Se eccessiva, il vino è aggressivo e acerbo; se carente, è piatto.
- agarico Odore di fungo, speziato, vegetale, tipico di vini che hanno subito una reazione di riduzione.
- alcool Composto organico del vino prodotto dalla trasformazione operata sullo zucchero dai lieviti. L’alcol complessivo di un vino è la somma dell’alcol svolto (quello indicato sull’etichetta espresso in volume %, es: 12,5%) e quello potenziale, ovvero quello che si otterrebbe se si facessero fermentare anche gli zuccheri residui (vini dolci, es: +/-2). Il volume alcolico di un vino è dato dalla percentuale di zucchero x 0,6 (da 1g di zucchero si ottengono 0,6ml di alcol).
- amabile Vino con chiara ma non predominante sensazione di dolcezza.
- amaro In alcuni vini rossi tannici sintomo di qualità, può essere un difetto se molto pronunciato.
- ampelografia Scienza che descrive e classifica la vite nelle sue varietà (vitigni e cloni) e nei suoi comportamenti.
- ampio Vino dalla complessa descrizione olfattiva.
- animale La gamma delle sfumature d’odore emesso dagli animali: ambra, arrosto, bagnato, cacciagione, muschio, pelame, pelo, salmì, selvaggina, sudore, ecc.
- aranciato riflesso arancione di alcuni vini rossi, indice di invecchiamento.
- aromatico Tipico sentore di alcuni vitigni, detti appunto aromatici: Gewurztraminer, Brachetto, Moscato, Malvasia
- arricchimento Operazione con cui viene aumentato il tenore alcolico del mosto (mediante zuccheraggio, addizione di mosto d’uva concentrato, concentrazione di mosti o del vino da tavola, mediante concentrazione frigorifica).
- astringente Che disidrata il palato mediante i tannini. Si tratta generalmente di un vino giovane, ancora molto tannico
- austero Vino corposo non molto vellutato.
- autentico Sinonimo di “franco“, è un vino in cui si riconoscono pienamente le caratteristiche, soprattutto l’appartenenza ad un certo terroir.
- avvinare Sciacquare un bicchiere con piccola quantità di vino o acquavite e prepararlo alla degustazione.
- barrique tipica botte di origine francese, costituito da doghe di quercia, di capacità variabile secondo le diverse regioni viticole. La più nota è la barrique bordolese da 225 litri, ma anche quella del Cognac da 205 lt.
- batonnâge operazione che consiste nello scuotimento del vino durante l’elevage in legno, al fine di rimettere le fecce in sospensione (tipica dei vini bianchi di Borgogna).
- beva “di pronta beva“, “di facile beva“, si dice di un vino pronto, da bere immediatamente senza attendere un particolare affinamento.
- botritizzato Vendemmia o uve colpite da marciume (nobile o grigio).
- botritys botritys cinerea: muffa parassita responsabile, secondo il clima e i vitigni, del marciume o muffa nobile (che favorisce la concentrazione degli zuccheri indispensabili all’elaborazione dei vini muffati) o del marciume grigio (alterazione delle uve che può provocare la perdita del raccolto).
- bouquet Insieme delle sensazioni olfattive terziarie che si sviluppano durante la maturazione e l’invecchiamento dei vini.
- brillante Vino chiaro con riflessi brillanti. Termine generalmente utilizzato nell’esame visivo di vino bianco o meglio spumante.
- brut Champagne o spumante il cui zucchero residuo è inferiore a 15 g/l. 2. Extra brut: zucchero residuo compreso fra 0 e 6. Brut de brut o brut zero o dosage zero o pas dosé: senza zucchero residuo, senza aggiunta di zucchero o alcol e non dosato con liqueur d’expedition.
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20 gennaio 2010 by L'Arcante

Domenica 24 Gennaio alle ore 11,30 incontro con il produttore GENNARO PAPA per un “approccio Primitivo al Falerno del Massico”.
Falciano del Massico, in un area tra le più vocate alla viticoltura della nostra regione campania e senza dubbio tra le più antiche ed apprezzate, sin dai romani che ne fecero la loro piccola “Bordeaux”, nasce la piccola azienda di Gennaro Papa, poco più di 10.000 bottiglie per vini d’autore di assoluto pregio, che con la presenza di Antonio Papa, figlio di Gennaro vi vogliamo raccontare in questo happening domenicale nella nostra enoteca in Pozzuoli.
In degustazione, gratuita, due dei tre vini prodotti dall’azienda in abbinamento a due sfiziose interpretazioni di finger food da aperitivo di Lilly Avallone:
- Falerno del Massico Campantuono 2006
- Campania Primitivo Conclave 2007
conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo
Informazioni e prenotazioni
L’Arcante Enoteca
Via Pergolesi, 86 Pozzuoli (NA)
Tel. 081.3031039
larcante@libero.it
Tag: campantuono, degustazioni, falerno del massico, papa, pozzuoli
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18 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo
Fenesta Verde è uno dei pochi locali in Campania del quale difficilmente non si può avere memoria. Assolutamente impossibile sentirne parlare in senso negativo. Assolutamente ineccepibile nella franca proposta territoriale flegrea, ogni anno su standards qualitativi eccellenti.

Dopo lo sdoppiamento con la moderna La Marchesella, oggi tutta nelle mani del giovane Giovanni e addirittura triplicato con la nuova apertura de La Compagnia del Ragù di Gena e Tommaso, la famiglia Iodice non si può certo definire statica ed avulsa dal fermento sociale nonostante il contesto in cui operano. La madre di tutte le Osterie di qualità flegrea però rimane senza ombra di dubbio l’antica Fenesta Verde di vico Sorbo, da cui tutto nasce nel 1948 ad opera di Andrea Guarino e l’intraprendente e coraggiosa moglie Luisa Flagiello. L’idea di avviare una attività di somministrazione di vino al boccale e piatti semplici della cucina del territorio nacque durante i bombardamenti che si succedevano numerosi durante la seconda guerra mondiale.
In quel periodo, infatti, la cantina dell’abitazione piccola ma confortevole veniva usata dai vicini come rifugio antiaereo, Luisa era solita offrire a tutti una parola di conforto ed in qualche occasione quando l’attesa si faceva più lunga non mancava un bicchiere di vino che scaldava ed aiutava a superare i momenti di paura. Luisa era bravissima in cucina mentre Andrea era un abile viticoltore che aveva appreso per bene l’arte di fare il vino; ricco di idee, intuì la situazione e progettò inisieme con la moglie di avviare una attività di somministrazione di vino al boccale e di piatti della cucina locale, certo che non sarebbero mancati gli avventori. L’idea si dimostrò vincente ed in poco tempo “la cantina” fu molto frequentata, tanto da richiamare avventori anche dai comuni limitrofi; alla domanda di come raggiungere e riconoscere la cantina veniva risposto “ a casa ‘e spall d’a’ chies dell’Annunziata ca’ tene ‘a fenesta verde“. In poco tempo senza che nessuno se ne accorgesse la cantina assunse il nome di “Fenesta Verde”. Questo il nome, il marchio, che ha accompagnato per molti anni l’attività di Andrea e Luisa, poi continuata dalla figlia Angela e dal marito Antonio e, negli anni a venire, prima della moderna tripartizione, dai quattro figli di questi, Luisa, Laura, Gena e Giovanni.
Ci siamo seduti a tavola domenica 17 gennaio, fuori era una giornata umida e a tratti cupa e grigia, dentro, vicino al focolare dell’ampia ed accogliente sala principale tutta un’altra atmosfera, cordiale, sentita, calda, come nello stile di Guido e Giacomo che non fanno mai mancare un consiglio, un indirizzo, una proposta qualora ci si ritrovi a corto di idee. In cucina, con lo staff a pieno organico dirige i giochi la sola Laura poiche la sorella Luisa, moglie di Guido, è al countdown finale per l’ennesimo erede della famiglia. Tante novità in cantiere ed in calendario, da non perdere per chi come me non vive da un po’ di tempo Fenesta Verde: la profonda ristrutturazione ultimata nei primi mesi del 2009 ha consentito di aprire un piacevole terrazzo dove finalmente pranzare e cenare in estate all’aria aperta sul tranquillo vico Sorbo, e di qui a pochi mesi sarà ultimata anche la cantina ricavata nell’antico androne proprio sotto il ristorante, dove oltre a stipare le pregiate bottiglie di vino della sempre fornita e conveniente (ricarichi onestissimi) carta dei vini è in programma di sostenere eventi e cene a tema nonchè percorsi di formazione e degustazione. Un ascensore di ultima generazione, accompagna gli ospiti su e giù per i piani in un battibaleno.
Il pranzo è da manuale, gli assaggini degli antipasti sono tutti succulenti e dai sapori nitidi ed espressivi: zuppetta di fagioli rossi, gattoncino di patate con salsiccia e friarielli, involtino di peperone rosso, pizza di cipolle, sformatino di zucchine. Seguono un’ottimo cannellone al forno ed una strepitosa genovese con candele spezzate, poi ancora salsiccia arrosto, scarola alla carrettiera e baccalà fritto, bontà a cuor leggero. Il tutto innaffiato da un avvinamento con una discreta Falanghina 2008 di Corte Normanna ed un superbo Aglianico del Taburno Riserva Vigna Cataratte 2003 di Libero Rillo. I dolci, una delizia: crostatina con crema e fragole di bosco (la pasta frolla da baci in fronte), la “sfogliatella aperta alla sua maniera” per la quale, sono un sentimentale, sto versando ancora lacrime di gioia. Totò qui avrebbe fatto di tutto per strappare un contratto a vita, natural durante!
Fenesta Verde
Vico Sorbo, 1
80014 Giugliano in Campania (NA)
Tel. 081 8941239
Chiuso: Domenica sera e Lunedì
Tag: big picture, campi flegrei, compagnia del ragù, cucina tradizionale, famiglia iodice, fenesta verde, giugliano, l'arcante, la marchesella, ristoranti giugliano
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17 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo

L’enologo, il mago. Il primo studia e rappresenta l’enologia, cioè la scienza che studia il vino e la sua produzione: dalla vendemmia alla bottiglia; Ne studia la microbiologia, la chimica e le caratteristiche sensoriali. Il nome deriva dal greco “oinos” (vino) e “logos” (studio). Il termine mago viene normalmente utilizzato in alternativa per designare una persona con poteri magici (mago, sciamano, stregone), un artista insomma che esegue giochi di destrezza di cui nasconde i meccanismi (come il prestigiatore, l’illusionista), una persona quindi eccezionalmente abile. La parola è la traslitterazione del termine greco magos (μαγος, plurale μαγοι).
Due attività, due professioni, che per le basi su cui poggiano i loro principi non dovrebbero mai avere a che fare l’una con l’altra, eppure per molti anni, troppi anni, direi anche tutt’ora, l’enologo, e peggio, il consulente enologo, hanno assunto un ruolo sempre più da mago che da interpreti della propria professionalità. La voracità del mercato in continuo fermento ha fatto sì che certi principi di studio, conoscenza, applicazione lasciassero sempre più costantemente spazio alla furba destrezza ed alla creatività, a discapito dell’originalità di un vino, di un territorio.
Francesco jr Martusciello è un enologo, e contrariamente alla sua faccia pulita da Harry Potter, della magia non sa proprio cosa farsene, anzi, nonostante sappia bene come vada il mondo mostra di avere principi di responsabilità verso la natura e la naturalità dei vini, davvero sorprendenti. Da qui inizia la nostra conversazione, dalla terra, dall’origine, marchio indelebile di una identità, chiacchiere distintive, come sempre, con un giovane professionista del vino flegreo cresciuto all’ombra di spalle larghe (leggi zio Gennaro) e che trovatosi all’improvviso gettato nel fuoco piuttosto che rimanervi bruciato ha iniziato a domarne le fiamme, sino a forgiarle a propria immagine e somiglianza: il passo in avanti, il salto di qualità dei vini di Grotta del sole è inconfutabile e proporzionalmente cresciuto con la sua ascesa alla direzione tecnica aziendale iniziata cinque anni fa.
Chi è per te, in Italia, l’enologo di riferimento? “Giacomo Tachis, senza ombra di dubbio. E’ sconvolgente come riesce ad interpretare esattamente in maniera liquida ciò che la natura gli offre, terra ed uva, in maniera solida”. Quale secondo te la sua arma vincente? “La cura maniacale che profonde nei particolari: le vigne, le foglie, i grappoli, le micro zonazioni e micro vinificazioni plasmate poi in vini di straordinaria autenticità”. E rimanendo in Campania? “E’ sempre difficile fare nomi, però stimo moltissimo alcuni miei colleghi con i quali spesso ci incontriamo per discutere di vino e di problematiche ad esso legate, una condivisione tanto importante quanto impensabile solo qualche anno fa. C’è tanta buona materia grigia a disposizione del futuro viticolo campano”. Dai, desidero un nome, due per par condicio. Si stiracchia, gira lo sguardo, “Gerardo Vernazzaro (Cantine Astroni) – mentre con le braccia larghe si guarda entrambi i palmi delle mani – tiene na’capa tanta con delle idee tante, mi impressiona la sua curiosità, la profonda dedizione alla ricerca. E poi Fabio Gennarelli (Villa Matilde), un giorno gli faranno una statua”!
Qual è il futuro del vino in Campania, cosa ci trainerà fuori da questa fase di stallo? “La biodiversità e l’unicità, qua tutti vogliono fare tutto con tutto e soprattutto da un momento all’altro”. “Abbiamo lottato duramente per conquistarci delle piccole fette di mercato, oggi riconducibili solo alla nostra Campania, ma a qualcuno ciò non interessa, addirittura ne vorrebbe cavalcare l’onda solo per imporre il proprio marchio”. Non si espone più di tanto, corretto com’è, ma il pensiero comune, il mio innanzitutto, va al tentativo fallito (per ora) di apportare modifiche al disciplinare della d.o.c. Vesuvio dove qualcuno avrebbe spinto per lasciare produrre anche qui un rosso vivace, stile Gragnano, con ovvie ricadute sull’immagine di quest’ultimo, tradizionalmente legato come il Lettere alla storia della Penisola Sorrentina; Aggiungo io, sarebbe opportuno anche mettere mano alla sperequazione in atto sulle continue concessioni di proroghe alla spumantizzazione dell’Asprinio d.o.c. addirittura fuori regione, penalizzando naturalmente chi da anni ha investito ingenti capitali per la salvaguardia del vitigno e della denominazione. Cosa è cambiato in questi anni a Grotta? Tanto, per qualcuno troppo, ma la strada intrapresa non ammetteva ripensamenti, l’obiettivo rimane lo stesso di quando si è varcata la soglia il primo giorno di lavoro, migliorarsi, e i prossimi anni non potranno che essere spesi nella stessa direzione”. Come? “Aumentando i vigneti di proprietà e quelli in conduzione diretta, tutto nasce lì, in vigna, solo camminandola ogni giorno e governandola direttamente possiamo tirarci fuori la materia prima di cui abbiamo bisogno per far crescere il nostro valore nelle bottiglie”. Allora solo lavoro nei prossimi anni? “Certamente, ma più che per me, forse per l’altro mio cugino Francesco, l’agronomo”! Scusa? “Con uva sana e di grande qualità, che ci vuole a fare l’enologo, mi accontenterò di timbrare il cartellino una volta girato per le vasche…” Sorride, giustamente, bisognerà raccontarlo a zia Elena, aggiungo io.
Mi parla di tutti i nuovi protocolli che sta attuando in azienda, dei quali naturalmente non mi è possibile scriverne per non svelare il risultato di anni di sperimentazione e duro lavoro, ma che in realtà potrebbe essere sintetizzato in tutta una serie di passaggi vivi, in vigna ed in cantina, assolutamente naturali, ma che richiedono anni di studi e di conoscenza, tempo (tanto) e dedizione profonda (incalcolabile).
Francesco jr Martusciello contrariamente all’aria timida e defilata che trasmette al primo approccio è invece molto sicuro di sé e delle sue idee, è pronto a metterle in gioco e sottoporle a giudizio e critica purchè liberi da preconcetti sul passato e confronti asettici. Ci lasciamo da carissimi amici quali siamo, con la promessa di condividere una pizza appena possibile, vista la comune passione sfrenata per essa, magari da Enzo Coccia de La Notizia; Ci salutiamo con un po’ più di stima, soprattutto da parte mia, dopo aver assaggiato, qualche tempo fa, il Quartodiluna 2007,oggi queste due anteprime di cui racconterò prossimamente, il Piedirosso Riserva Montegauro 2007 e l’aglianico Quartodisole 2007, quest’ultimo davvero sorprendente per equilibrio e piacevolezza. Puro territorio in movimento.
Tag: campi flegrei, enologia, enologo, giacomo tachis, grotta del sole, pozzuoli, vino
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17 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo
La parola sommelier, nessuno si scandalizzi, proviene dal termine francese saumelier (dall’etimo latino sagmarium) ovvero “conduttore di bestie da soma”, evolutosi poi nel significato moderno di “cantiniere, cameriere d’albergo o ristorante, per la scelta e il servizio dei vini”.

In realtà la storia ci lascia traccia del fatto che i cugini d’oltralpe mutuarono quest’ultima denominazione solo nell’ottocento dall’italiano somigliere, citato per la prima volta negli editti del Duca di Savoia almeno cent’anni prima. Questi istituivano la figura del Somigliere di Bocca e di Corte, un vero e proprio pubblico ufficiale destinato a ricercare e valutare i vini, che poi sigillava con il timbro dell’anello imponendo le insegne ducali, nonché a determinare la corretta maniera nel servirli con protocolli rigidissimi.
Quello del sommelier è però un ruolo molto più antico. Nell’antica Grecia esisteva un Simposiarca, in alcune traslitterazioni chiamato anche Coppiere Arcante, che dirigeva il Symposion, ovvero il momento finale del banchetto, quando gli uomini si riunivano per bere e discorrere di politica, arte e filosofia. Ancor prima, in Mesopotamia ero lo Shagu, ma è con l’Impero Romano che si ha una affermazione importante di tale figura che ritroviamo con il nome di Arbiter Bibendi o Pocillator, persona fidata che aveva il compito di preparare, poco prima dell’inizio del convivio, la miscela di acqua e vino ideale per deliziare i palati dei convenuti (all’epoca il vino, un vero e proprio succo d’uva sciropposo, veniva diluito). Venne poi il Buttigliere rinascimentale, che aveva un ruolo di assoluto primo piano nelle corti italiane, sacerdote di un rigido cerimoniale e responsabile della salubrità delle bevande.

Oggi l’arte del sommelier, tra le varie associazioni di categoria, è regolata dall’ Associazione Italiana Sommeliers (Ais), fondata nel 1965 e riconosciuta con decreto del Presidente della Repubblica nel 1973 e che vede tra i suoi iscritti oltre 30.000 membri di cui gran parte operatori professionisti impeganti quotidianamente nella comunicazione di qualità del vino. Leggi lo statuto dell’Ais.
“Bianco o rosso?”. E’ una domanda che oggi trova sempre meno riscontri, perchè quasi tutti i ristoranti hanno intuito il cambiamento in atto e si sono dotati di una carta dei vini, dove compare una selezione di bottiglie, spesso pregiate, sulla quale l’avventore di turno, incerto, ha bisogno di essere guidato. È in questo momento che interviene il sommelier, capace di seguire il cliente, intuire le sue preferenze e condurlo ad una scelta ideale soprattutto in riferimento alle pietanze che questi avrà scelto dal menu.
Dimenticatevi l’immagine del maître compassato o del cameriere che à la volée stappa una bottiglia di Taurasi, il sommelier, negli ultimi anni sempre più giovane e brillante, saprà conquistarvi con la sua arte professionale e con la sua proverbiale comunicazione.
Tag: ais, angelo di costanzo, bibendi, bottigliere, cavatappi, grecia, l'arcante, PROFESSION SOMMELIER, simposiarca, simposio, storia
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16 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo

Dei vini di Cantine del Notaio, nonostante la giovine età dell’azienda (1998) sono già pieni gli annali; l’Aglianico è certamente il protagonista di una gamma ampia e decisamente sugli scudi in tutte le sue declinazioni: il Repertorio, La Firma, Il Sigillo, ognuno a suo modo protagonista del proprio essere, immediato e godibile il primo, opulenti e condensati gli altri due, pieni di una materia prima ricca e decisamente da attendere. Ottima riuscita anche del Rogito, un rosato quanto meno sui generis proposto dopo un lungo affinamento in legno, alla maniera dei migliori Tavel del Rodano.
Uscito da poco sul mercato, prima vendemmia la 2008, ecco la novità griffata come sempre con l’insolita nomenclatura notarile, Il Preliminare, un bianco igt da uve base aglianico (ed altre varietà a bacca bianca) vinificato in maniera soffice privando il mosto immediatamente delle bucce. Certo non è semplice affermare un ideale bianchista, seppur limitato, in una terra pressocchè appannaggio del solo Aglianico senza essere additati come banali e qualunquisti, ma anche in questo Gerardo Giuratrabocchetti ha saputo cogliere l’originalità della tipologia senza stravolgere più di tanto la vocazione dei suoi vigneti, utilizzando come detto proprio il vitigno principe vulturino e tirando fuori un vino davvero piacevole, invitante e di ottimo carattere.
Di colore giallo paglierino con accennate sfumature verdoline, è cristallino e di buona consistenza. Il primo naso è molto invitante di fiori bianchi e frutta a polpa gialla, in particolare di mughetto, di fiori d’arancio, poi banana e pesca. In bocca è secco ma abbastanza morbido, con una buona intensità e profondità gustativa, ha una beva fresca ed abbastanza sapida, chiudendo in maniera equilibrata in un finale di bocca piacevolmente mandorlato.
Un gran bel vino, una piacevole novità, ideale come entreè su di una parmigiana di pesce bandiera, una buona scelta intelligente su secondi di pesce abbastanza strutturati, penso per esempio al filetto di tonno appena scottato con erbette come quello di Felice Di Bonito de La Cantina dell’Abbazia di Pozzuoli, abbinamento dove fa bene il suo lavoro anche la buona concentrazione alcolica oltre i 13 gradi e mezzo. Good news from Vulture!
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Tag: agliancio del vulture, aglianico, basilicata, cantine del notaio, fiano, gerardo giuratrabocchetti, il rogito, il sigillo, l'autentica, la firma, moscato, notaio, preliminare, vitigni bianchi, vulture
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16 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo

Guardatela bene questa foto, fissatela per qualche secondo. Così oggi io vedo la mia terra dalla prospettiva migliore. Siamo in un tunnel nel quale ci hanno ficcato, ci siamo ficcati fidandoci per anni di persone e idee falsamente motivate, ovvero ben motivate economicamente ma travestite da uno spirito di condivisione dissoltosi al primo richiamo della carne, che in questo caso è stata proprio la moneta sonante atta alla speculazione, alla devastazione del territorio, politicizzazione ad oltranza. E qui mi fermo, per un momento, perchè questo è un blog apolitico e riferito al mondo del vino e del cibo, pertanto niente morali, semmai solo tratti a penna rossa per giustificare la propria residenza, anche se purtroppo dove “si magna e se beve” c’entra sempre anche la politica.
Di là da questo tunnel però uno scorcio di luce, a segnare la via verso un’ampia porta, un’arco, di trionfo sembrerebbe di intuire, ma che probabilmente non prenderemo mai; Eppure lo vediamo, c’è, ci aiuta ad andare avanti e seguire la strada. C’è bisogno di entusiasmo, per chi rimane, lo stesso entusiasmo di chi è partito anni fa o partirà in questi giorni alla scoperta di nuovi orizzonti: ce lo diciamo da sempre, abbiamo bisogno di fare sistema, di stare assieme, di costruire un’idea condivisa che punti all’eccellenza delle nostre conoscenze, della nostra storia, cultura, del nostro talento, delle nostre professionalità, della nostra ricchezza che purtroppo non è più “la mattonella” e men che meno semplicemente identificabile, come spesso ci accade di fare, con la preziosità di un patrimonio archeologico-paesaggistico di inestimabile valore, mai valorizzato e staticamente trascinato ai posteri, ma nella trasposizione essenziale proprio di quegli elementi sopracitati da offrire ai nostri avventori come unicum di ospitalità.
Ecco però che per forza di cose entra in scena la politica, perchè nel momento in cui rimangono isolati i portatori sani di tali valori, tutto è finito. Inutile fare nomi, si continuerebbe, dimenticandone qualcuno, a fare torto a chi lavora alacremente sul territorio nonostante l’assoluta mancanza e manchevolezza dei servizi più essenziali, dalle strade asfaltate come in un qualsiasi paese civile alla pulizia delle stesse, dalla vivibilità dei centri storici alla moralità ed efficienza degli enti preposti. E cosa dire allora, dell’assoluto abbandono di qualsiasi progetto di ruralità in un’area fortemente vocata, nonostante i mastodontici fallimenti industriali susseguitisi sul territorio negli ultimi vent’anni a favore di altrettanti faraonici progetti di pseudo-ricettività (leggi waterfront) che vedranno la luce, semmai la vedranno, tra due-tre decenni, proprio come, nella stessa Pozzuoli, si attende il Rione Terra da oltre vent’anni.
Siamo diventati, ci hanno fatto diventare, talmente tanto bravi a sognare per conto nostro dal farci passare ogni giorno la vita sotto gli occhi senza mai afferrarla. Attenzione a che strada prendete però, in alcune le buche sono sempre più grandi.
Tag: campi flegrei, napoli, politica, pozzuoli, territorio
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14 gennaio 2010 by Angelo Di Costanzo
Croix et délice, croce e delizia, così mi appare questo rosso sanguigno borgognone di Bernard Hudelot. Abbiamo bevuto, qualche settimana fa con l’amica Cathy Stockermans un 2002 davvero giù di corda, dal colore gradevolmente brillante ma poco espressivo al naso, sottilissimo, fermo, e al palato aggressivo sino all’imbarazzo. Un frutto troppo amaro per continuare a sperare nel divenire. Ci ho riprovato l’altra sera, con il 2005, servito alla cieca ad un gruppo di Amici di Bevute. Il risultato? Niente a che vedere con l’esperienza precedente ma ciononostante lontano dagli standards manifesti della piccola azienda di Villars Fontaine e dalle aspettative trasferitemi dalla stessa amica blogger ed aspirante sommelier Cathy.
L’azienda è stata creata da Bernard Hudelot che l’ha ereditata dal padre Ferdinand e riportata in vita dopo la parziale devastazione subita durante la seconda guerra mondiale. E’ il 1971 quando, dopo diversi anni di duro lavoro di consolidamento si iniziano ad innestare le prime nuove vigne di Pinot Noir e Chardonnay tra i vari climat della tenuta a seconda della specifica vocazione, nel Domaine di Montmain, a Les Jiromée ed intorno allo Chateau Villars Fontaine propriamente detto. Siamo nell’haute cote de Nuits, appena ad un palmo dal cuore della Borgogna più nobile, qui intorno infatti si levano al mondo i sospiri di alcuni dei migliori Pinot Noir in circolazione distesi sui terreni di Gevrey Chambertin, Aloxe Corton, Nuits Saint Georges e chi più ne ha più ne metta; il terreno ha una conformazione scheletrica profonda, a tratti rocciosa e spesso scosceso ed il clima è certamente più rigido rispetto ai paesi limitrofi, elementi che non hanno certamente reso vita facile, negli anni, al lavoro della famiglia Hudelot.
Condizioni pedoclimatiche particolari, dicevamo, comunque buone per i bianchi a base Chardonnay, sempre ricchi di note aromatiche intense e complesse e con un gusto deciso e profondo, in certi millesimi avvicinabili ai migliori Mersault, la faccenda diviene un po più complicata per il Pinot Nero, quantomeno riflettendo sui tratti dipinti nel calice proprio qui nella mia mano, con un naso abbastanza pronunciato ma un palato sempre troppo duro da digerire con nonchalance. L’haute cote 2005 si presenta con un colore rosso rubino vivace, abbastanza trasparente e di media consistenza. Il primo naso è molto piacevole, invitante, note fruttate dolci ed ampio respiro ai sentori di origine secondaria e terziaria: ai primi riconoscimenti di mora di rovo e mirtillo si aggiungono subito dopo una netta sensazione di gomma e di leggero goudron, sottili ma abbastanza intense e persistenti, nel complesso abbastanza fini. In bocca l’inversione di tendenza, le note olfattive “ammiccanti” e comunque avvolgenti si trasformano in un gusto arcigno, duro, per niente levigato dal tempo, più che tannino appare acidità elevata alla massima espressione, insistente, permanente, oltemodo invadente. Sia ben chiaro, un vino certamente integro e a tratti, dopo una lunga ossigenazione, interessante, ma sempre troppo scostante, distante da un equilibrio gustativo pur necessario per poterne godere al meglio del frutto. Da rivedere tra qualche tempo, indagandone nel frattempo, il dna produttivo.
Tag: borgogna, francia, haute cote de nuits, pinot noir, villars fontaine
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