Haut-Brion 1996, vive la souplesse!

17 novembre 2009 by

Haut Brion

Chi non ha mai pensato a questo grande vino come “il” grande vino per antonomasia? Molti, statene certi. Quasi sempre in compagnia di tanti altri mostri sacri d’oltralpe, da Mouton-Rothschild a Chateau Margaux, da Cheval Blanc a Petrus ha sempre goduto di ottima fama, spesso catalizzato l’attenzione degli eno-appassionati sino al punto di divenire agli occhi dei meno esperti un diamante per sempre luccicante sotto al sole, icona di una esperienza elettiva forse irrepetibile.

Poi negli anni la cultura del “grande vino” ha spostato qua e là qualche macigno di vetusta sapienza, il web ha fatto il resto rivoluzionando la conoscenza e consentendo a molti di sapere e ai tanti che credevano di sapere solo loro di doversi confrontare e finalmente (a volte) di ficcare meglio il naso nei bicchieri (e mano al portafogli) e meno tra le pagine strappate qua e là sulle riviste patinate francesi. Sì è proprio così, di questi vini spesso si è più parlato per sentito dire che per esperienza vissuta, raccontati anche quando forse nemmeno mai bevuti.


Il millesimo è stato il risultato comunque ottimo di un andamento stagionale davvero tribolato, come pochi negli anni novanta così sofferti, con una estate abbastanza siccitosa sino a metà luglio e giornate piovose ed umide sino a poco prima dell’epoca vendemmiale di fine settembre.

Di fronte a me un nettare limpido di colore rubino con piccole nuances aranciate, ancora pieno nella sua consistenza. Il naso è un effluvio di sentori e profumi che vanno da piacevoli sensazioni vegetali (mai così palese la nota di peperone rosso) ad espressioni candite, da dolci note caramellate a fini percezioni speziate, un corpo deciso, morbido sino alla persuasione ed avvinghiato ad una freschezza ancora vivida, equilibrata, costante, insomma un gran vino didattico per definizione, in materia di taglio bordolese e delle Graves in particolare.

Per me, semmai ve ne fosse stato ancora bisogno, una indispensabile guida liquida per capire quanto i vini francesi sono davvero grandi e quanto siano sinteticamente disarmanti nelle loro raffigurazioni olfattive e gustative. Servito in ampi calici, preventivamente decantato, abbinato al Piccione in salsa di noci nere e purè di prezzemolo e carote di Oliver Glowig.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Barile, Locanda del Palazzo

17 novembre 2009 by

Questo luogo racchiude una storia fantastica. E’ la storia di uomo ed una donna che hanno votato la loro vita alla ospitalità. E’ una storia d’amore, di passione, di pentole e calici di vino. E’ una storia fatta di partenze ed arrivi, di rinuncie e di conquiste, di successi, passati e futuri. E’ la storia di Rino e Lucia Botte. Per trent’anni ristoratori di fama nella ricca provincia lombarda, hanno ospitato in quel di Cremona il fior fiore della buona società industriale padana prima di decidere di ritornare nell’amata terra di origine, il Vulture, per la precisione a Barile.

Qui hanno messo su un progetto molto ambizioso, per molti “da pazzi”, per chi ama invece, semplicemente La locanda del Palazzo, un luogo infinitamente meraviglioso, una vecchia stalla in un palazzo padronale antichissimo completamente rimesso a nuovo, nel pieno centro di Barile, alle pendici del fossato sotto il quale si estendono le centinaia di cantine scavate nella roccia tufacea. C’è da dire che da un paio d’anni è subentrata nel progetto di Rino e Lucia l’azienda campana Feudi di San Gregorio, rilevando la proprietà ma lasciando la gestione ai Botte, a sostegno di una idea che troverà il suo pieno successo quando il gioiello Vigne di Mezzo, l’azienda di proprietà dei Feudi qui nel Vulture inizierà il suo percorso di ospitalità aperta ai turisti del vino che troveranno accoglienza e bivacco proprio presso la Locanda del Palazzo.

L’ambiente è arredato con stile e con cura, parquet persino nelle toilettes, pareti bianchissime, la sala è perfettamente illuminata, il tovagliato semplice ed elegante, la mis en place da manuale. Ci accoglie Rino, ci accompagna al nostro tavolo concedendoci il tempo di apprezzare l’ambiente, impensabile una cosa del genere in un luogo così lontano da certi concept, ma val bene l’impresa. Scegliamo di seguire la proposta di degustazione preparata per l’occasione, iniziamo con un peperoncino verde ripieno di granella di pane e tonno appena scottato adagiato su una salsa di lenticchie, delizioso e saporito. Continuiamo con Baccalà alle erbe fresche, anche questo azzeccatissimo. Il tutto degustando il fiano Bianco di Corte dell’azienda Paternoster, non male. Il primo piatto è una composizione ardita e nuova per me: Tortello di Ricotta con Cannella, Zucchero e Menta. Lontano dalle mie preferenze ma molto apprezzato dagli altri commensali. Il secondo piatto è un Filetto di Vitello perfettamente cotto al forno in crosta di erbe fini con contorno di Cicoria, assolutamente sublime. Ottimo anche l’aglianico del Vulture Macarico 2003 (vino prodotto dal patron) provato in accostamento, avvolgente e profondo. Chiudiamo con una degustazione di pecorini lucani dove ci facciamo del male provando in parallelo l’aglianico del Vulture Don Anselmo 1997 e un Serpico ’00 dei Feudi di San Gregorio, che spettacolo ragazzi!!

Il dessert è una degna chiusura di un pranzo davvero gradito, un tortino al cioccolato caldo accompagnato da gelato alle nocciole, qui non potevamo che continuare ad omaggiare i Paternoster scegliendo di bere il loro gradevolissimo Moscato Clivus 2007. Barile è fuori dai comuni circuiti enogastronomici, è vero, la Locanda del Palazzo vi avvicinerà sempre di più a ricercare l’assoluta lontananza da questi, provare per credere!

Locanda del Palazzo

Piazza Caracciolo, 7
Tel. 0972 771051
www.locandadelpalazzo.com
info@locandadelpalazzo.com
Aperto solo la sera, domenica a pranzo
Chiuso domenica sera e lunedì
Ferie: tre settimane ad agosto e una a gennaio

Le Viniadi 2009, Rosaria Fiorillo in finale

17 novembre 2009 by

Si terrano in provincia di Padova, a Montegrotto terme le finali nazionali delle Viniadi 2009, il primo campionato nazionale per degustatori di vino non professionisti organizzato dallEnoteca Italiana di Siena e patrocinato dal ministero delle Politiche agricole e forestali. Un evento che L’Arcante Enoteca promuove ed ospita a Pozzuoli sin dalla sua prima edizione, quest’anno con la collaborazione degli amici Nunzia e Gennaro Di Razza che ci hanno ospitato presso il loro Ristorante. In finale a Montegrotto, tra i 18 concorrenti che hanno superato le selezioni di tutta Italia ci sarà anche Rosaria Fiorillo, napoletana ed Amica di tante Bevute, vincitrice proprio della selezione flegrea dello scorso 6 luglio.

A causa di imminenti impegni di lavoro, noi non potremo essere lì con lei, ma oltre ad un sincero in bocca al lupo per questa bella esperienza di confronto che non potrà che farla crescere profondamente, ci teniamo a farle sapere che faremo il tifo solo per lei. Forza Rosaria!

Flan di Melanzane, amore a prima vista! 2004

17 novembre 2009 by

Ingredienti per 6 porzioni:

  • n. 4 melanzane lunghe
  • n. 3 uova
  • 200ml di crema di latte
  • 2 cipolla bianca
  • olio extravergine di oliva
  • parmigiano stravecchio, sale e pepe
  • pane grattugiato
  • Per la salsa di pomodoro, 500gr di pomodori del vesuvio
  • basilico fresco

Preparazione: lavare e sbucciare le melanzane, tagliarle a tocchetti e metterli in pentola con olio extravergine di oliva, un pizzico di sale ed una cipolla tagliata finemente. Coprire e lasciare cuocere a fuoco lento. A cottura ultimata lasciare raffreddare.  A parte preparare la salsa di pomodoro: lavare i pomodori, tagliarli a metà e cuocerli con olio extravergine di oliva, mezza cipolla, basilico e sale.

Unire alle melanzane le uova intere, una per volta, rimestando il tutto, aggiungere la crema di latte, il parmigiano ed il pepe macinato fresco. A questo punto imburrare 6 stampini avendo cura di passarli con del pane grattugiato (servirà per evitare che l’impasto si attacchi durante la cottura, ndr) e versarne il composto ottenuto. Utile non riempire gli stampini sino all’orlo poichè il Flan durante la cottura tende a gonfiarsi e quindi aumentare di volume. Infornare a 180° per circa 40 minuti. A cottura ultimata, spegnere il forno e lasciare intiepidire i flan.

Per il servizio: disporre il flan al centro di un piatto, bene se colorato, versare sopra un cucchiaio di salsa di pomodorini (la salsa non dovrà coprire la preparazione), una foglia di basilico fresco, e scaglie di parmigiano reggiano stravecchio. Le  emozioni sono servite!

Ricetta di lilly Avallone, dedicata all’amore per la buona tavola.   

Carciofo d’autunno su letto di patate, con avocado e gamberetti di nassa, 2009

16 novembre 2009 by

foto auto 009

Ingredienti per 4 persone:
 2 patate gialle
4 carciofi d’autunno di media grandezza
100 gr di avocado
10 gamberetti di nassa
1 ciuffetto di prezzemolo, olio, sale e  pepe  q. b. 

Preparazione: preparare le patate gialle, avendo avuto cura di bollirle e lasciarle raffreddare; schiacciarle insaporendole con olio, sale, pepe e prezzemolo tritato. Mondare i 4  carciofi dalle foglie esterne e dal gambo, eliminare con uno scavino (o un cucchiaio da thè) la parte interna, sbollentarli  per circa 3 minuti in acqua bollente preventivamente salata e acidulata con succo di limone; Bloccarne lo stadio di cottura immergendoli in acqua fredda salata. A parte preparare una dadolata di avocado, utile proporre un frutto non troppo maturo per preservare la freschezza della preparazione, sgusciare i gamberetti di nassa a crudo ed unirli con olio e sale.

Per il servizio del piatto: disporre al centro di un piatto piano un disco di patate schiacciate,  sopra il carciofo ripieno di gamberetti ed i cubetti di avocado, decorare con un rametto di prezzemolo fresco, un filo di olio extravergine di oliva ravece, pepe nero macinato fresco ed il gusto è servito.

Piatto preparato da Antonio Lubrano, chef del Ristorante Il Rudere in occasione dell’appuntamento con l’azienda ADOLFO SPADA di Galluccio.

 

Pozzuoli, un sorso di storia: Campi Flegrei Piedirosso Ris. Montegauro ’97 Grotta del Sole

16 novembre 2009 by

Quando scrivo della famiglia Martusciello e di Grotta del Sole, lo ammetto, mi capita sempre di farlo con grande trasporto.

Foglie di Amaltea, loc. Scalandrone - foto L'Arcante courtesy Grotta del Sole

Esser di parte, lo so non può che risultare deleterio agli occhi di chi mi legge ed apprezza il mio senso critico obiettivo e schietto, ma guardandomi indietro mi accorgo che in fin dei conti ci sono in giro talmente poche mie recensioni dei loro vini quasi a manifestare proprio il contrario del mio sentimento di profonda stima ed affetto per questa azienda alla quale va riconosciuto il grande ruolo storico per i Campi Flegrei e per alcune realtà campane letteralmente salvate dall’estinzione come Gragnano ed Aversa con il suo Asprinio.

Famiglia Martusciello - foto Grotta del Sole

E’ pur vero che i numeri sono alti, le etichette tante e più di una volta io stesso ho dibattuto con Salvatore e Francesco Sr Martusciello sulla opportunità e funzionalità di continuare ad operare in molte delle denominazioni campane ma conti alla mano e fatte le giuste considerazioni storiche, per “essere presenti” sul mercato italiano e mondiale bisogna costruire una competitività oggettiva sul portafoglio prodotti e sulla sua qualità e pertanto sino a che i vini risponderanno alle esigenze dettate dal mercato stesso (originalità-qualità-prezzo) che soprattutto in questa fase attuale non teme di fagocitare in un sol boccone chi non ha costruito solide basi di tracciabilità e convenienza val bene continuare la strada tracciata anni orsono dal buon Angelo e dall’enologo Gennaro Martusciello.

Lago d'Averno - foto Mauro Fermariello

In effetti tutto nasce da qui, dal sogno di realizzare un’azienda flegrea di riferimento che potesse nel tempo arrivare a valorizzare i vini storici e tradizionali dell’area e di altre denominazioni regionali al tempo, inizio anni ‘90, in assoluto decadimento. Percorso storico assolutamente tangibile attraverso questo sorprendente Riserva Montegauro 1997 da uve piedirosso al 100% coltivate a piedefranco nello storico vigneto di lago d’Averno, uno dei cru maggiormente vocati dei Campi Flegrei.

Una bottiglia strappata alla noncuranza di un caro amico, incosciente del grande valore, per me storico, buttato lì in un luogo buio e polveroso del suo scantinato (sempre meglio che sulla cappa di cucina, come alcune bottiglie di Brunello Col d’Orcia), delizia e scoperta di un vino straordinariamente godibile ed affascinante. Di un bel rosso granato con ampi riflessi aranciati, di media consistenza nel bicchiere ed abbastanza trasparente.

Il primo naso è naturalmente su note molto evolute, inizialmente coperto da forte riduzione ma dopo averlo lasciato ampiamente respirare si coglievano nettamente note tostate, di polvere di cacao, mallo di noce e pelliccia di animale. In bocca la sua verve è decisamente in fase calante, nel senso di conservare ancora una certa gradevolezza ma senza nessun picco di particolare consistenza, è secco, morbido di un piacevole finale speziato.

L’abbiamo bevuto da solo, senza abbinamento, tanto per stapparla, nella convinzione (degli altri, ndr) di trovarci “poco di buono lì dentro”, il tappo tra l’altro era piuttosto integro, 12 anni e non svanire, un altro, nuovo tassello sul percorso storico-liquido del Piedirosso dei Campi Flegrei: conservate gente, conservate!

Chiacchiere distintive, Nicola Venditti

15 novembre 2009 by

Una delle mie prime esperienze come “cronista on line” la debbo certamente all’amico Vito Trotta, fiduciario Slow Food dei Campi Flegrei che dopo una cena-degustazione, una delle prime, otto anni orsono, tenutasi a L’Arcante Enoteca mi invitò a scrivere per l’allora neonascente sito della condotta napoletana. Il progetto ebbe vita breve, a causa soprattutto della mancanza di una “struttura” che curasse il sito, ma lo slancio con il quale avevo intrapreso quel percorso non ebbe contraccolpi, forte soprattutto della continuata esperienza come “degustatore-lettore” del Gambero Rosso che nel frattempo dava sempre più spazio alle mie divagazioni enoiche. Avvenne poi l’incontro con il wineblog di Luciano Pignataro, che non esito a definire un “incubatore di bevitori responsabili”, il primo a credere nel valore della mia scrittura tanto da meritarsi ancora oggi ogni mia prima intuizione degustativa, nero su bianco, a seguito di esalazioni etiliche di qualità meritevoli di attenzioni.

Le Vigne di Villa Dora

Questa breve autocelebrazione per introdurre una piacevola chiacchierata con Nicola Venditti, enologo e patron dell’Antica Masseria Venditti di Castelvenere, persona perbene e di grande slancio evocativo di una viticoltura ed una enologia tanto semplice da attuare quando difficile e complessa da recepire. Suo infatti, fu il primo vino da me degustato e raccontato allora, il delizioso bianco Bacalat 2001, disarmante nella sua verve olfattiva e nella sua sapida beva tanto da confondermi le idee sulla sua origine certa nell’areale d.o.c. Solopaca. Con Nicola ci eravamo spesso incrociati in precedenza in manifestazioni delle più svariate, poi ultimamente anche su fb, pochi giorni fa ad AGLIANICO&AGLIANICO 2009, dove galeotto, se così si può dire è stato l’aglianico Marraioli 2003, di cui parlerò in seguito, estremamente esaustivo della sua idea di vino in vigna ed in cantina.  “La mia terra ha sempre prodotto vino, e l’ha sempre prodotto così, non si scopre nulla di nuovo, probabilmente qualcuno ha preferito addomesticarlo e renderlo più avvezzo al mercato moderno, ma questo qualcuno ha in qualche maniera tradito la sua origine…” così nasce una piacevole conversazione che non manca certo di altri spunti profondi di non difficile intelligibilità, su sistemi di allevamento, su uvaggi e soprattutto sulla cantina, che spesso diviene, senza meritarlo, l’unico protagonista di un’azienda, con le sue volte, le sue scenografie, le sue botti e le sue barriques di diversa provenienza: “l’unico legno presente nella mia cantina è quello del tetto”, mentre mi mostra orgoglioso le foto della sua azienda a Castelvenere.

Nicola vendittiL’azienda ha da sempre una condotta in vigna esemplare, tutti i vini sono certificati come prodotti da agricoltura biologica e la scelta di non usare legni per affinare e/o invecchiare il vino arriva a seguito di una riflessione, se vogliamo estremista, ma autentica e perseverante. “Ho voluto sempre garantire l’autencità dei miei vini, anche a discapito di rimanere incompreso da una certa parte del mercato; Le mie prove, le mie sperimentazioni le ho fatte, ma sinceramente il risultato era talmente divergente dalla mia idea di vino che ho preferito proseguire per la mia strada: non mi ha mai attirato l’idea di emulare altri, soprattutto quando per altri s’intendono i cugini francesi!” Qui si avanzano poi diverse riserve sul lavoro che si fa oltralpe di cui qualcuna, sinceramente, anche condivisibile, ma la conversazione giunge ad un apice che mi piace particolarmente quando si parla del vino che abbiamo nel bicchiere, sotto il nostro naso, il suo Marraioli 2003, aglianico in purezza di grande impulso olfattivo e gustativo, fitto di una trama acido-tannica sorprendente e lungamente invitante. Un vino per pochi sicuramente, per chi ama le durezze del vino e per chi sa apprezzare la lungimiranza di un viticoltore autentico. “Non mi piace particolarmente l’idea del vino monovarietale, la storia della mia terra, ma la storia del vino in generale ci insegna che i grandi vini sono quasi sempre figli di uvaggi e vinaggi, quindi della capacità dell’uomo di interpretare al meglio una vigna, un territorio, un’annata. Rimane però utilissimo capire il potenziale dei propri vitigni e dei propri vini, e quale migliore efficacia di aspettarli nel tempo facendoli interagire esclusivamente con acciaio e bottiglia? Naturalmente si potrebbero trascorrere ore a disquisire su questo concetto di purezza o integrazione vino-legno, ma il dato oggettivo è che c’è un vino nel nostro bicchiere profondamente integro, dopo 6 anni, che alla cieca non si discosterebbe tanto (forse per niente) da un vino appena messo in bottiglia: addirittura sono ancora nitide tracce olfattive di vinosità.

Ci salutiamo con Nicola con la promessa di rivederci in cantina, mi parla del suo vigneto didattico, delle vendemmie notturne, del lavoro che porta avanti con la moglie Lorenza per educare ed informare i loro avventori, clienti, che una viticoltura diversa c’è, basta conoscerla e seguirla per poter bere bene, forse meglio, senza poi svenarsi. Grazie Nicola, posso dire di aver avuto una delle più piacevoli conversazioni enoiche degli ultimi tempi. Ascoltare aiuta a capire, sentire, purtroppo, è forse il male peggiore dell’odierna incultura sociale. 

L’altro aglianico, Bocca di Lupo Tormaresca

14 novembre 2009 by

Deg. Bocca di Lupo

Aglianico&Aglianico 2009, con Pasquale Porcelli a condurre la verticale.

Diciamoci la verità, quando il Marchese Piero Antinori diede il via libera all’acquisizione delle tenute Bocca di Lupo a Minervino Murge e Masseria Maìme a S. Pietro Vernotico non pochi produttori pugliesi mossero dubbi sulla validità di questa discesa in Puglia del grande marchio toscano del vino, già in preda al panico del rinnovamento a fatica iniziato qualche anno prima ed impauriti com’erano del rischio di una colonizzazione soprattutto alla mercè di un mercato internazionale sempre più pressante, all’epoca, riferimento assoluto non solo della blasonata famiglia fiorentina che vanta oltre 26 generazioni di vignaioli alle spalle. La paura però ha avuto corso breve, il timore si è da subito trasformato in opportunità e molti di quegli stessi produttori oggi applaudono Tormaresca per la dinamicità con la quale è riuscita, in poco meno di un decennio, a ritagliarsi uno spazio importante nel panorama enologico italiano, facendo da traino per il loro stesso territorio, in particolare per l’areale di Castel del Monte che ha sempre posseduto grandi qualità elettive ma poche opportunità di penetrazione sul mercato, fatte le poche eccezioni del caso, vedi la storica azienda Rivera tra l’altro acquisita da poco dal colosso Gancia. A Minervino Murge, nel cuore del Parco nazionale dell’alta Murgia e della doc Castel del Monte si estendono i 130 ettari dell’azienda Tormaresca, piantati perlopiù ad aglianico, chardonnay ed altre varietà bianche e rosse pugliesi tra le quali il nero di Troia ed il Moscato di Trani. Terroir che risente positivamente dell’influenza del vicino Vulture ad ovest e del mare poco più in là verso Bari e la costa adriatica.

bocca_di_lupo_tormaresca[1]Bocca di Lupo 2006, è il vino che più mi è piaciuto, per impatto visivo ed olfattivo, per gradevolezza del frutto, per un equilibrio gustativo certo a breve ma di buona godibilità già adesso. Prodotto da uve Aglianico 100% da vigne di circa 8 anni di età, nasce da una vendemmia abbastanza regolare, terminata in vigna nella prima decade di ottobre, ha superato un periodo di 15 mesi di affinamento in barriques di rovere francese e legni ungheresi ed altri 12 in bottiglia. Colore rubino netto, con buona vivacità e media trasparenza nel bicchiere. Il primo naso è invitante, ampio, note floreali di garofano, fruttate di piccoli frutti rossi maturi, una lieve sensazione gradevolmente balsamica accompagna la fase di retrolfazione. In bocca è secco, caldo, abbastanza morbido, ha una trama acido-tannico evidente ma di qualità fine e di grande prospettiva. La beva rimane piacevole dal primo all’ultimo sorso, buona anche la profondità gustativa che concede sul finale di bocca una discreta sapidità marcando di nuovo un ritorno balsamico che adesso riporta nitidamente alla liquerizia. Da provare su quaglie laccate al miele e purea di zucca gialla al pepe nero, nessuno degli astanti avrà di che lamentarsi.

bocca_di_lupo_tormaresca[1]Bocca di Lupo 2004, è il primo riferimento “old style” per così si può dire. Nel senso che l’azienda sino al duemilaquattro era propensa a produrre questo vino con massima parte aglianico, tra vecchi e nuovi impianti appena entrati in produzione con un saldo di Cabernet Sauvignon. L’idea era naturalmente di salvaguardare l’autenticità e la continuità della denominazione, pur utilizzando uve da vigne giovanissime (con tutte le crude conseguenze) ma maritandole con l’opulenza del cabernet (ammesso dal disciplinare d.o.c.) sempre di grande aiuto per stemperare, in questo caso acidità molto spinte e o tannini poco addomesticabili se non attraverso un affinamento estremamente lungo e complesso. Rosso rubino molto carico, con sfumature lievemente tendenti al granato, impenetrabile. Il primo naso è intenso e complesso, varia dal fruttato in confettura, prugna, ciliegia, ribes nero a note balsamiche e speziate: la liquerizia qui è nitida accompagnata anche da un sentore pepato gradevole ed avvolgente. In bocca è secco, decisamente caldo, mediamente tannico e di buona profondità. Rimane a lungo una percettibile sensazione di masticabilità del frutto, segno di grande estrazione e buona evoluzione nel tempo che ha ben amalgamato tutte le componenti del vino. Equilibrato, pieno, assolutamente da bere adesso. Su Canestrato stagionato e noci.

bocca_di_lupo_tormaresca[1]Bocca di Lupo 2003, ovvero quando meno te l’aspetti hai da rivedere alcune convinzioni, che ormai radicalmente vedono l’annata duemilatre come calda, siccitosa e madre di vini surmaturi, poveri di acidità e probabilmente poco longevi. Val bene le prime due affermazioni, smentite a mani basse le ultime, un pareggio dal quale, stranamente, ne esce vincitore questo bellissimo vino, inaspettatamente vivo e voglioso di confrontarsi con il tempo e con il palato dei più fini. Rosso rubino, carico di materia, poco trasparente e vivacità cromatica invidiabile. Il primo naso è intenso, marcato sì su note evolute, secche, passite, in confettura, ma non banali: viene fuori una prima nota di dragèe al lampone, crema di cassis, garofano appassito, liquerizia. In bocca è secco, caldo, ricco e di ottima intensità e persistenza gustativa, equilibrato tra i volumi tannici e glicerici chiudendo su una sapidità evidente ma non stucchevole. Una gran bella bevuta, magari sorretta da costolette d’agnello Kleftiko ed un buon amico a cui raccontare il mare di Naxos.

bocca_di_lupo_tormaresca[1]Bocca di Lupo 2001, ovvero l’origine, vigne vecchie già segnate da un destino certo, allevate per anni, prima, sovraccariche di frutti e stressate da sistemi tradizionali poco avvezzi alla qualità. La rieducazione dei sesti d’impianto ha dettato i temi futuri, il completo reimpianto di qualche anno dopo, la certezza di aver fatto le scelte giuste e di aver imbroccato la strada maestra. Aglianico e cabernet sauvignon per un blend segnato dal tempo, dal colore rubino carico ma non franco dall’aver ceduto materia al passar degli anni, comunque integro. Il primo naso e surmaturo, evidentemente evoluto su note di frutta cotta, note di burro di cacao, poi di terra bagnata. In bocca è secco, caldo, lungamente persistente ma monocorde su note tendenzialmente dolci; il frutto appare risoluto, coscritto, probabilmente arrivato al traguardo del suo percorso evolutivo. Evocatico del primo step che fu, opportuno avere anche un duemilatre a portata di mano ed amici comprensivi.

Montevetrano, Silvia c’è!

14 novembre 2009 by

silviaimparato[1]

Tutto nasce per gioco ma non per caso; la storia dell’azienda agricola Montevetrano ha origine nell’entusiasmo di poter sperimentare con un gruppo di amici la passione condivisa per il vino, laddove i riferimenti mitici del momento erano i vini bordolesi. Era il 1985 quando nei dintorni del Castello di Montevetrano, nelle Colline Salernitane in una vigna di appena due ettari di proprietà della famiglia Imparato sin dal 1940, dove si produceva frutta, nocciole, vino ed olio per uso familiare si reinnestano marze di aglianico di Taurasi, cabernet sauvignon e merlot su barbera, per’è palummo (piedirosso) e uva di Troia. Il 1991 è l’anno delle primissime  bottiglie di Montevetrano, davvero pochissime e solo per gli amici più stretti con il cabernet al 70% e l’ aglianico al 30%.

E’ una festa, un gioco per l’appunto che Silvia ha voluto innescare, ma sorprendentemente entusiasmante perché il Montevetrano è molto superiore alle aspettative cosicchè bando alle ciance e s’iniziò a fare sul serio. L’incontro con Riccardo Cotarella fa il resto della storia che ormai è patrimonio della vitienologia campana e se vogliamo dell’Italia intera. Si perfeziona il taglio con una percentuale più bassa di aglianico e l’introduzione del merlot ed infatti il vino risulta acquisire immediatamente grande godibilità seppur senza mancare in personalità e carattere da smussare con attenta evoluzione in bottiglia. 

Nasce un vino che in pochi anni, appena un quinquennio, divenne una icona di come un terroir assolutamente sconosciuto potesse assurgere a fasti illustri grazie ad iniziative coraggiose ed indirizzate a produrre solo e sempre qualità. Montevetrano oggi non è un semplice vino, è un simbolo, per alcuni è stato “la moda del momento” un po’ come accadde un decennio prima al Sassicaia, questi ben presto hanno dovuto ricredersi e guardare a questo piccolo gioiello proprio come hanno dovuto rivedere la loro posizione nei confronti dell’antesignano dei SuperTuscan in quel di Bolgheri. Forse il paragone è azzardato ma le vicende sembrano somigliarsi abbastanza, vedi Bolgheri oggi ed ammiri un’area vocatissima ed una denominazione prestigiosissima, ma in quanti avrebbero scommesso ciecamente sull’opera degli Incisa della Rocchetta? Montevetrano ha percorso vicende avverse e tanti pregiudizi proprio come il Sassicaia, facendo suo un terroir che prima non esisteva ed esaltandolo al suo massimo splendore; additato dai più per la mancanza di originalità, di una tipicità che in realtà in questa zona non è mai seriamente sopravvissuta ai vini modesti e venduti alla buona sul mercato locale è oggi forse la massima espressione territoriale che un vino possa rappresentare.

Pensare alla Campania fuori dagli schemi comuni dell’areale Irpino sempiterno apprezzato e dei vini della provincia di Napoli venduti in tutto il mondo ma sempre recepiti come vini di basso profilo poteva essere un grande affanno alla ricerca di una o due realtà capaci di esprimersi a livelli qualitativi eccelsi, oggi tutto questo fortunatamente è ampiamente superato, dire Campania è dire tanto ma non è più difficile pensare a questa terra come espressione di grandi cru e Montevetrano è a tutti gli effetti uno di questi. Per avere una idea chiara di cosa possa esprimere nel tempo questo vino, segue una breve verticale di quattro annate.

139b[1]Montevetrano 2006. Il Montevetrano è prodotto esclusivamente con uve di proprietà, cabernet sauvignon, merlot ed Aglianico nella selezione clonale vicino all’aglianico di Taurasi. Viene vinificato ed imbottigliato nella tenuta, a garanzia del controllo totale di tutto il ciclo produttivo. Il 2006 si presenta con un colore rosso rubino, di bella vivacità caratterizzato da poca trasparenza, segnale questo di grande estrazione che si evince anche dalla consistenza nel bicchiere che  manifesta lungo le sue pareti una certa presenza glicerica con “lacrime” ricche e lente nello scivolare. Il primo naso è intenso su note vegetali, immediatamente un riconoscimento peperone, poi si apre su note di piccoli frutti surmaturi, ribes e mirtillo, accentua la sua complessità su lievi sensazioni balsamiche che ne esaltano la vinostà. In bocca è secco, la spalla acida ne accentua la giovine età ma non nasconde una struttura ampia e complessa. La profondità di questo vino solo il tempo potrà esaltarla, dona già segni tangibili di buona longevità; da servire alla temperatura di 16 gradi in calici ampi ma non eccessivamente, risulterebbero accentuare la sua attuale esuberanza olfattiva sulle note vegetali. Lo abbiamo abbinato ad un gattò di patate con provola e mortadella e salsa di funghi porcini, tendenza dolce, succulenza ed aromaticità da contraltare a sensazioni olfattive intense, acidità e lunga persistenza del vino.

139b[1]Montevetrano 2005. Il colore è di un rosso rubino, carico e caratterizzato da una impenetrabile veste cromatica. Di buona consistenza nel bicchiere. Il naso manifesta note olfattive molto interessanti ed eterogenee, iniziano su sensazioni fruttate dolci accompagnate da eleganti esalazioni balsamiche; poi confettura di susina, mirtilli e ribes neri, note di spezie sottili ed eleganti, pepe nero in primis. In bocca manifesta la sua giovane tannicità, senza esagerare, sorretta da un frutto estremamente ricco e voluttuoso che gli conferisce un gusto eccezionalmente persuasivo. E’ intenso, persistente e molto lungo anche nel finale di bocca. Da servire in calici mediamente ampi dopo aver lasciato per tempo debito ossigenare la bottiglia aperta magari qualche ora prima di servirla, noi l’abbiamo accostato, giocando con un abbinamento del cuore alla zuppetta di fagioli e scarola riccia con Mozzariello, un piatto povero che trova la sua nobiltà in abbinamento a cotanto vino.

139b[1]Montevetrano 2004. L’annata è stata essenzialmente regolare dal punto di vista climatico, l’areale di San Cipriano Picentino sempra baciato dagli dei in questo, la vendemmia ha avuto il suo inizio a metà settembre.Il colore è rosso rubino, appena meno accentuato rispetto all’annata precedente, comunque vivace ed invitante. Di buona consistenza nel bicchiere. Qui il naso, il primo naso è di floreale passito, poi un fruttato intenso, maturo quasi marmellatoso di grande finezza e persistenza; vengono fuori note balsamiche, tabacco e note di cacao in polvere. In bocca quasi a sorprendere ritorna una spalla acida sincera ed efficace da non confondere con il tannino che risulta attenuato e ridimensionato dall’evoluzione in bottiglia di questo blend sempre più affascinante quanto esaltante. Da servire, soprattutto per la sua verve in calici mediamente ampi ad una temperatura di 16/18 gradi, noi l’abbiamo accostato per l’occasione con un primo piatto tradizionale rielaborato alla nostra maniera, Vesuvio di Paccheri ripieni con passata di pomodori San Marzano di Colle Spadaro.

139b[1]Montevetrano 2001. L’annata è stata caratterizzata da un inverno molto freddo e da un germogliamento tardivo che ha concesso una minore quantità di uva. Le piogge ben dosate però hanno consentito un ciclo vegetativo costante e senza stress particolari sino alla raccolta avvenuta in pieno settembre. Innanzitutto alcuni dati tecnici a sostegno della grande impressione che ho ricevuto da questo vino in questa annata: le uve vengono lasciate a macerare con la buccia per circa 20 giorni in acciaio inox previo salasso del 15%, vengono effettuate durante questo processo numerose follature per rendere omogenea tutta la massa. Successivamente il vino rimane per 8/12 mesi in barriques nuove da 225 lt. di rovere di Nevers, Allier e Tronçais. L’ alcool è di 13% vol. sorretto da un pH di 3,65 e da un’acidità totale pari a  5,10 gr/lt. L’estratto secco è di 33. Si presenta nel bicchiere con un colore rosso rubino con appena delle sfumature sull’unghia del vino tendenti al granato, rimane vivace e poco trasparente. Il primo naso è evoluto ed etereo su note balsamiche e di spezie, avvolgente nelle sue senzazioni di frutti in confettura. In bocca è secco e caldo, avvolgente nella sua trama gustativa che non lascia spazio ad asperità o sensazioni di durezza. Impressionante a parer mio l’armonia che caratterizza questo vino in questo millesimo bevuto oggi, prova tangibile che il Montevetrano può tranquillamente essere aspettato negli anni, senza indugi. Da servire ad una temperatura intorno ai 16/17 gradi in calici panciuti, noi lo abbiamo abbinato al filetto di maiale con spezie, erbe ed aceto balsamico e servito con salsa ridotta di Montevetrano.

E non chiamatelo più “prosecchino”…

14 novembre 2009 by

Nell’immaginario collettivo popolare “il prosecchino” rappresenta il vinello da servire senza pretese come aperitivo, spesso da anonima bottiglia e quanto più di rado nell’appropriata flute.

La Collina del cartizze

Ebbene, molto è stato fatto in questi anni per sensibilizzare anche i palati più effimeri alla buona conoscenza di certi vini che rappresentano indiscutibilmente un gran bel pezzo della produzione vinicola italiana e non soltanto per i volumi spaventosi che muovono in giro per il mondo ma anche per le eccelse qualità che sempre più si affermano come forte sostegno alle bollicine di qualità made in Italy e come validissima alternativa “economicamente sostenibile” alle più famose transalpine dello Champagne.

Confidando altresì in una opportuna e proverbiale competenza professionale di ogni buon sommelier mutuiamo e benediciamo la definitiva caduta del diminutivo “ino” (che tanto stà al Prosecco come ogni pittore tentasse di qualificarsi come Van Goghino) alla luce di ciò che abbiamo potuto vedere di quanto si stà facendo in questa meravigliosa terra per migliorare e qualificare questo straordinario vino. Si può pensare alla terra del Prosecco come una vasta e pianeggiante area viticola, con distese a perdita d’occhio di vigne anonime e scomposte ma appena si ha l’opportunità di giungere in queste terre ci si rende conto di quanto fascino e cultura enologica sprizzi dai suoi pori, generosa con i suoi nobili e generosi interpreti.

Il viaggio inizia a Rolle, piccola frazione di Cison Valmarino abbarbicato sù per le colline trevigiane in uno scenario verdeggiante e ventilato caratterizzato da giornate estive luminose e miti e da notti con forti escursioni termiche dove domina il paesaggio il Relais Duca di Dolle della famiglia Bisol, tutt’intorno le vigne di questa azienda che si stà rivelando soprattutto negli ultimi anni assai dinamica che produce una serie di Prosecco doc di grande eleganza e finezza caratterizzati da profonda freschezza che solo grazie a queste particolari condizioni pedoclimatiche si possono comprimere in un vino.

Qui giacciono le bottilgie della Riserva Amalia Moretti

Lungo la Strada del Prosecco che scende giù verso Valdobbiadene si incontrano i piccoli comuni che contornano l’areale maggiormente votato a questo eclettico vitigno, da Miane a Guia incastonati in un bellissimo bosco di castagni sino alla zona per elezione del Prosecco denominata “Cartizze“, nei comuni di Saccol, S. Stefano e S. Pietro di Barbozza, piccolo Grand Cru trevigiano con i suoi 100 ettari suddivisi per circa 140 viticoltori.

Qui il vigneto diviene giardino, le vigne si arrampicano lungo i terrazzamenti delle colline, con pendenze a tratti impensabili e l’ordine e la compostezza di come si inerpicano sui pendii sono gli unici elementi di discussione che ti viene da affrontare. Niente diradamenti, le uve hanno bisogno di protezione, per non cadere in surmaturazioni inattese e per difendersi dalle improvvise grandinate che qui, soprattutto in epoca di vendemmia sono il rischio numero uno. Queste vigne donano vini di una fragranza e piacevolezza sublimi, sentori floreali e fruttati intensi e persistenti con riconoscimenti nitidi di rosa, albicocca e mela ed un gusto asciutto, persistente su linee minerali ed un finale gradevole ed ammaliante, consigliamo a tal proposito di non perdere le versioni di Foss Marai, Còl de Salici, Val d’Oca, Bisol, Solìgo e Villa Sandi ed una raccomandazione generale: attenzione agli strafalcioni, il Prosecco Superiore di Cartizze può essere prodotto solo nella denominazione Prosecco di Valdobbiadene (comune di cui fanno parte i crù sopra citati) e non come qualcuno potrebbe desumere anche nella denominazione Prosecco di Conegliano.

Scendendo verso Valdobbiadene incontriamo per strada diversi contadini nel trasportare le prime uve raccolte nelle aziende di vinificazione, la grandezza di questi luoghi stà anche nella enorme capacità di partecipazione che i vignaioli sono stati in grado di portare avanti con i progetti di cooperazione, Cantine Cooperative che riuniscono nelle loro fila tutti i minuscoli viticoltori che da soli mai avrebbero potuto affrontare progetti di vinificazione e commercializzazione mirati all’alta qualità come il mercato oggi richiede.

Il nostro viaggio termina a Crocetta del Montello, presso l’azienda Villa Sandi di proprietà della famiglia Moretti Polegato, già imprenditori di successo nel campo dell’industria manufatturiera trevigiana (a qualcuno dirà qualcosa il marchio GEOX, nda) e da circa un trentennio sugli scudi per il gran lavoro di promozione che stanno portando avanti per il loro territorio. Qui si aprirebbe un’altro lungo ed articolato racconto da fare che preferiamo però conservare nella nostra memoria e raccontare attraverso le immagini postate, che parlano da sole e chiaramente di una realtà eccelsa della quale senza dubbio non si può tenere conto.

A guidarci Roberto, gran cerimoniere di cantina e nelle degustazioni tecniche l’enologo Luciano Vettori assieme a Cinzia Zocca ed il direttore commerciale dott. Campesan (quattro persone a nostra disposizione!) a cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti per l’ampia disponibilità manifestata. Se pensate di aver visto tutto è il momento di ricredersi, se pensate che certi luoghi non hanno poi molto da raccontare statene certi che qui vi smentiranno a mani basse, se ancora esitate per raggiungere queste terre, rompete gli indugi e non perdetevi questo passaggio a nordest e per favore, non chiamatelo mai più “prosecchino”!

AMICI DI BEVUTE, perCorso di degustazione

13 novembre 2009 by

A tutti il meritato (non tanto) attestato goliardico di partecipazione

alcuni partecipanti ad uno dei perCorsi da noi promossi, con tanto di attestato goliardico.

“II vino” è un argomento ricchissimo di storia, di tradizione, soggetto a continue sperimentazioni e dunque in continua evoluzione: conoscerlo rappresenta un momento emozionante per la scoperta della cultura materiale e per il risveglio di gusto e olfatto, i nostri sensi più intorpiditi. Questo viaggio è rivolto ai tanti che di se stessi dicono “di vino non capisco nulla, ma vorrei conoscerlo meglio”, ed è un’introduzione teorico-pratica al mondo del vino: i processi produttivi, le nozioni essenziali della viticoltura, la vinificazione, e soprattutto il linguaggio e gli strumenti più semplici per apprezzarne la degustazione. Ogni incontro è finalizzato a trasferire a coloro che vi partecipano il maggior numero di informazioni a riguardo del vino e dei suoi luoghi di origine; segue una degustazione di prodotti di diverso stile e tipologia, strettamente collegati agli argomenti trattati nella serata.

La base di lancio è la bottiglia di vino, scoprire e capire ciò che si sta bevendo fino alla sua origine, la coltivazione, il processo produttivo, la commercializzazione, il servizio; L’apprezzamento del colore, del profumo e del gusto sino ad eventuali abbinamenti; insomma, un ciclo di appuntamenti per entrare con piacevole leggerezza e competenza nel mondo del vino.

L’ISCRIZIONE DA DIRITTO A:
• 6 appuntamenti  TEORICO-PRATICI
• 1 appuntament0 TEORICO-PRATICO in una azienda Vitivinicola Campana.
• TACCUINO PER GLI APPUNTI DI DEGUSTAZIONE
• 18 VINI DIDATTICI IN DEGUSTAZIONE.
• Il memorandum “IL VINO,IMPARIAMO A CONOSCERLO”.

Diario di una Bevuta, Faro 2005 di Palari

13 novembre 2009 by

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Non è certamente così facile dire “I love Sicilians” così come presentano spesso gli americani l’alto gradimento dei rossi siculi negli Stati Uniti, ed il dubbio diviene sempre più certezza quando si va alla ricerca di quella materia autoctona siciliana  che esula dal Nero d’Avola “cabernetizzato” e capace di spiazzare profondamente; “cabernetizzare” ma talvolta anche “merlotizzare”, parole eccentriche lo so ma che rendono bene l’idea del fenomeno che tanto ha impazzato nell’ultimo ventennio sino ad ammorbidire e deacidificare (manco si trattasse di olio) ogni vino “tipicamente” italiano ed appiattire ogni qualsivoglia proposta di winebar, che soprattutto dalle nostre parti non hanno mai reso bene l’idea del nome che portano in dote, sostituendosi man mano grazie ad un’alchimia tutta da decifrare ai Pub, con la sola differenza che di fianco al panino con i crauti anziché una deliziosa Lager tedesca offrono l’imbarazzo della scelta tra gli italianissimi Fragolino, Raboso e per l’appunto Nero d’Avola cabernetizzato. Minchia verrebbe da dire!

Il fenomeno si è di molto ridotto, è vero, e meno male mi verrebbe da dire, ma è importante rilanciare l’idea di una terra, la Sicilia che è ricca di un’anima ancora inespressa, di un’anima non ambìta dai grandi imprenditori venuti dal nord a piantare centinaia e centinaia di ettari a Merlot, Syrah e Cabernet, per’altro stupidamente seguiti da molti produttori locali che hanno continuato a spiantare vitigni autoctoni per fare posto alla globalizzazione, a quell’internazionalizzazione che ben presto li ha lasciati avvinghiati in un mercato in crisi ed in una profonda crisi d’identità. Faro ha un valore aggiunto solo per questo, fuori dagli schemi voluti da chi la terra non l’ama ma la sfrutta e basta.

Faro è una delle denominazioni siciliane più piccole, estesa su di un’area molto evocativa che guarda proprio al continente di là dello stretto di Messina, qui Salvatore Geraci con l’aiuto dell’enologo Donato Lanati ha tirato su questo piccolo gioiello agricolo, votato al recupero ed alla valorizzazione di vitigni siciliani come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Nocera ed alcuni altri dai nomi quantomeno stravaganti: core ‘e palumba, acitana, galatena, tutti rientranti nel disciplinare di produzione locale. In questa dimensione nascono due vini, Il Faro doc e l’igt Rosso del Soprano, quest’ultimo volutamente fuori dalla denominazione per consentire la produzione di un vino doc assolutamente espressivo del territorio, pertanto consentendo di concentrare sul primo le migliori selezioni di vigna e le migliori attenzioni possibili pur garantendo col secondo, un vino di qualità ( in alcune annate superbo) ma soprattutto di maggiore fruibilità commerciale.

Ha un colore molto affascinante, rosso rubino con tendenza al granato ed una piacevole trasparenza, si pone di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è assai intenso su note terziarie, balsamiche, si percepisce incenso, grafite. Lasciandolo aprire per bene vengono poi fuori note di frutta in confettura, di cacao, di caffè tostato chiudendo su di una decisa voluttà minerale. Mi piace l’idea di avere dinanzi a me un vino fine, estremamente elegante, profondo; Al gusto è secco, abbastanza morbido, i 18 mesi di legno nuovo sono perfettamente integrati in un sapore gustoso ed avvolgente, avvincente, vibrante e senza sbavatura alcuna, sorretto da una acidità ben legata. Ecco come si possa internazionalizzare un autoctono siciliano, sdoganare senza stravolgere un vino che bevuto alla cieca non può non portare in terre borgognone, eppure siamo a sud, nel profondo sud di una terra meravigliosa e straordinaria qual è la Sicilia. Chapeau!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Diario di una bevuta, l’Amarone 2005 di Zenato

11 novembre 2009 by

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Il primo appuntamento non si scorda mai ovvero tutti ci vogliono essere, forse per questo che diversi amici hanno fortemente voluto partecipare al primo appuntamento settimanale di “Diario di una Bevuta”, percorso di degustazione che vuole aprire una interessante finestra su buoni e grandi vini da conversazione lasciando spazio anche alla scoperta di alcune realtà interessanti fuori dalle scelte quotidiane. Ma il primo passaggio è stato volutamente “rotondo”, anche per tastare il polso ad un momento del quale tutto si può dire tranne che vorace di esperienze particolarmente complesse da articolare e non di meno recepire.

Amarone [7]Eccoci dunque di fronte a questa bella bottiglia che negli anni è divenuta sempre più pesante ma al contempo sempre più elegante con questa sua etichetta minimalista, color sabbia, essenziale nella descrizione della denominazione del vino e degli elementi utili e richiesti per legge.

Un vino dal bel colore rubino con piccole sfumature granata, di buona vivacità e poco trasparente, consistente nel bicchiere. Il primo naso ha bisogno di tempo per manifestare tutta la sua elegante verve, coperta inizialmente da una nota alcolica particolarmente persistente. Lasciato debitamente respirare inizia ad aprirsi su di un ventaglio molto gradevole di frutta matura, in confettura, di prugna e poi di ciliegia sottospirito; il leit motiv rimane questo per molto tempo prima di proporre altre interessanti sfumature, senza però eccedere, come sentori di polvere di cacao e spezie nere, china calissaia.

Questo Amarone come pochi altri in Valpolilcella viene prodotto da corvina, rondinella e sangiovese, uve lasciate lungamente appassire nei fruttai, sulle arèle, sino a gennaio inoltrato prima di essere vinificate e passate per il legno (Tonneau) per almeno 36 mesi.

La struttura alcolica è forse l’aspetto più preponderante, robusto, per qualcuno sino all’ecceso, ma che regala ai meno pretenziosi una gradevole e morbida beva, e con essa probabilmente l’opportunità di avvicinarsi ad una tipologia di rosso italiano quasi sempre adatto ad ogni occasione. Da servire in ampi calici svasati, perfetto su braciole di maiale nero casertano con purea di castagne e riduzione di vincotto.

Brunello di Montalcino, assaggi a tutto tondo

11 novembre 2009 by

Una recentissima degustazione trasversale di Brunello di Montalcino fatta lo scorso fine Ottobre, ha decisamente rafforzato secondo me il grande coraggio con il quale alcuni marchi storici ilcinesi stanno portando avanti ormai da tempo una progressiva modernizzazione del blasone toscano.

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Allo stesso tempo però ci duole sottolineare quanto alcune altre aziende per modernizzazione hanno ben inteso esclusivamente la sua “internazionalizzazione”; è noto ormai la storica appartenenza al mercato mondiale di questo stupendo vino italiano, il Brunello ha sempre (quasi) avuto un anima ed un corpo inconfondibile e le recenti (più o meno)  modifiche al disciplinare hanno consentito oltremodo di consolidare il mito nonostante un lungo e chiacchierato dibattito, adottando tra le altre anche misure concrete a difesa del marchio, sempre al centro di possibili contraffazioni in un mercato a volte non proprio sotto controllo. Alcune riflessioni però me le sono (ce le siamo) concesse lo stesso, al di là dei prezzi, in alcuni casi davvero discutibili e sempre meno accessibili ad un pubblico ampio, legati spesso soprattutto a costi più suscettibili di problematiche crude che l’economia ilcinese non riesce a metabolizzare piuttosto che alla ricercatezza del prodotto; ma veniamo ai vini degustati: il mito è sempre all’altezza? E quale etichetta per non sbagliare? E’ giusto aspettare tanto tempo prima di berlo? Ecco cosa ne è venuto fuori.

La premessa è che per trasversale abbiamo inteso l’assaggio in contemporanea di diversi Brunello di Montalcino di aziende differenti ed annate diverse ma vicine come qualità.

Brunello-di-Montalcino-Riserva-DOCG-%E2%80%93-Tenuta-Col-dOrcia-Poggio-al-vento-1999[1]

Brunello di Montalcino riserva Poggio al Vento ’98 Tenuta Col d’Orcia, Loc S. Angelo in Colle, Montalcino (SI). Qui alla fine la standing ovation era d’obbligo, e qui che tutte le nostre domande e/o riflessioni hanno avuto le risposte più esaustive. Poggio al Vento è un gioiello dell’enologia toscana, uno di quelli da esibire con orgoglio, non facile da trovare in giro anche perchè non proprio papabilissimo con i suoi 55 euro a bottiglia, ma di certo di gran lunga superiore a diversi altri Brunello di costo al di sopra della media qui trattata. Il colore è segnato dal lungo invecchiamento, ma di una bellissima veste tendente all’aranciato, nel bicchiere la sua scorrevolezza lascia passare inosservata la sua consistenza sia alcolica che estrattiva, segnale di una riuscitissima fase evolutiva. Al naso è complesso, ricco e persistente naturalmente su profumi e sentori di gran lunga fini ed eleganti, scorza d’arancia candita, acacia, cuoio, cardamomo, in sequenza ordinata e ben definita. In bocca desta preoccupazione per l’impatto deciso e calorosamente avvolgente ma poi il tannino fa il suo dovere, dà spalla e non da protagonista, e ritornano piacevolmente note speziate sul finale di bocca. Un gran bel Brunello, prodotto con una lunga sosta in botte di rovere d’Alliers, in più o meno 18.000 unità e solo nelle annate maggiormente favorevoli.

Brunello di Montalcino ’99 Fattoria Poggio di Sotto, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). Qui il rosso ha acquisito una tonalità aranciata con una bellissima trasparenza, segno del tempo che ha svolto per bene il suo lavoro anche in relazione alla consistenza nel bicchiere che non ha perso corpo. Al naso il vino è soprattutto terziario, ricco cioè di profumi dovuti proprio all’invecchiamento, con sentori di spezie, tabacco, pelliccia su tutti; dopotutto l’azienda è restìa a mettere in commercio questo vino prima dei 36-40 mesi di affinamento in botte, alla vecchia maniera. In bocca è deciso, persistente con un tannino ancora di nerbo ma ben equilibrato. Si è riconquistato fiducia dopo un assaggio precedente non proprio esaltante.

vpsbrunelloannata1999b[1]Brunello di Montalcino Villa Poggio Salvi ’99 Villa Poggio Salvi, Montalcino (Si). Biondi Santi è sicuramente un riferimento importante per tutta l’enologia italiana ed altrettanto lo è oggi, e la continua ricerca di confronto col presente è un valore aggiunto per una azienda che non si è mai posata sugli allori. Villa Poggio Salvi è un marchio che si è fatto strada sulle orme leggendarie del grande Franco Biondi Santi, di proprietà della nuora, moglie del figlio Jacopo. Questo Brunello può risultare (è risultato) abbastanza semplice nella sua totalità ma di certo non gli si può certo dire di domandare un prezzo impossibile. Di colore rubino netto, concentrato e poco trasparente nel bicchiere, al naso ripercorre una linearità rassicurante con profumi di frutti maturi, confettura di marasca, caffè. In bocca è secco, asciutto con un tannino presente ma non incalzante, decisamente “rotondo”.

Brunello di Montalcino ’99 Mastrojanni, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). Ecco un taglio decisamente più moderno del Brunello di Montalcino, proposta da una azienda che seppur non proprio giovanissima ha virato decisamente verso uno stile più “morbido” rispetto alla tradizione montalcinese. Di colore rubino, si percepisce subito che la qualità della materia prima è altissima, concentrato con lievi nuances tendenti al granato. I profumi ricordano inizialmente il passaggio in legno, botti di media capacità di rovere francese che esaltano la sua freschezza gustativa nonostante la lunga sosta tra legno e bottiglia; poi anche qui saltano fuori sentori di frutta matura, quasi cotta, liquerizia e fini spezie. In bocca è caldo con un tannino ben domato, mi lascia perplesso solo nell’equilibrio, per il bellissimo colore, i concitati profumi ma una complessità non avallata da una lunga persistenza.

Brunello di Montalcino ’00 Mastrojanni, Loc. Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI). A gran fatica alla fine è venuto fuori un gran bel vino. Quando si dice che per godere di un vino si ha la necessità di aspettarlo per certi versi sembra essere un eccesso di sacralità, ma necessaria. Il vino è rimasto aperto per almeno tre ore e mezza prima di manifestare “vagiti” squillanti. Il colore è apparso subito bello, concentrato, al naso dopo “l’attesa” si è concesso generoso su frutti maturi come prugna e ciliegia in confettura e sottospirito accompagnati da una nota fine ed elegante di erbe aromatiche, infine di tabacco. In bocca asciutto, di buona concentrazione, anche di tannino, ben presente ma non devastante come spesso accade in vini di questo estratto. Una nota a margine: l’azienda Mastrojanni propone una vinificazione estremamente tradizionale per i suoi Brunello, in vasche di cemento prima del lungo affinamento in botti di rovere d’Alliers.

A378CDBCAXLOX1XCANC4W5TCAA74Q4BCARHLARKCAGGXZFPCAIL3GKGCA897ECFCAKXBNBZCACDD1DVCA5HDC61CAY3B380CA6DOGODCAAIIHL4CAZVI5Q2CAWNEFMVCA7IRRW0CAN3HKUXCA863PASBrunello di Montalcino Castelgiocondo ’00 Marchesi Frescobaldi, Firenze (FI). Un marchio con oltre settecento anni di esperienza è difficile che smentisca le attese, ma quando si inizia a legare la qualità alla quantità qualche passo falso può accadere (o no?) . Produrre 250,000 bottiglie di Brunello non è da molti, soprattutto se è il Brunello di punta dell’azienda che solo nelle migliori annate viene affiancato dalla riserva. La forgia non è male, il colore è di buona concentrazione, il naso offre una franchezza immediata su note di ciliegia, di prugna in confettura e cassis ed in bocca il vino rivela un buon corpo ed un tannino non invadente. E’ un vino però che manca di personalità, manca di quella mascolinità che al Brunello serve per non disperdersi negli anni, in una parola un vino certamente corretto anche nel prezzo ma senza armonia e, credo, in una fase già discendente della sua parabola evolutiva.

GrepponeBrunello di Montalcino Greppone Mazzi ’00 Tenimenti Ruffino, Pontassieve (FI). Se il diavolo veste Prada, il Greppone Mazzi potrebbe tranquillamente vestire Missoni. Questo passaggio per raccontarvi di un vino che davvero riconcilia col terroir di Montalcino. E’ pur vero che l’azienda è malinconicamente orbitante nella sfera anglo-australiana dopo la cessione a Constelletions brand (multinazionale del drink e non) ma se i risultati sono questi, tanto di cappello. Il vino è concentrato, polposo ed invitante già all’esame visivo, i profumi sono dapprima austeri, l’alcol inizialmente è sovrastante ma dopo un po’ questo Brunello sembra scoprire una verve eccezionale: sentori di confettura di frutta, di mirtillo, cassis, penetranti ed avvolgenti, poi ancora note di cardamomo e tabacco. In bocca è potente, 14 gradi a tutto tondo per un vino caldo, di corpo ma asciutto e perfettamente bilanciato nelle sue componenti di durezza e morbidezza. Sicuramente con un paio d’anni ancora alle spalle ci darà nuovamente soddisfazioni.

Brunello di Montalcino ’01 Castello Banfi, Loc. Poggio alle Mura, Montalcino (SI). Un paio di numeri per capirci. Castello Banfi è un colosso da 11.000.000 di bottiglie, circa 900 ettari di proprietà e tra le 22 referenze presenti in carta di questo Brunello se ne producono qualcosa come 660.000 bottiglie. La dimensione non proprio artigianale non vuole essere un pretesto per sparare a zero su questo vino, ma certamente dopo la degustazione non rimane nella memoria come per esempio Il Poggio Alloro riserva ’99 di recente assaggio o per esempio il cru Poggio alle Mura ’99 altrettanto eccezionale. Colore profondo, profumi molto evoluti, quasi pompati da una polposità che promette al naso ma in bocca rimane evanescente lasciandosi una scia di alcol che seppur non eccessivo non è supportato da un corredo acido-tannico all’altezza. Rimandato, alla prossima annata.

A378CDBCAXLOX1XCANC4W5TCAA74Q4BCARHLARKCAGGXZFPCAIL3GKGCA897ECFCAKXBNBZCACDD1DVCA5HDC61CAY3B380CA6DOGODCAAIIHL4CAZVI5Q2CAWNEFMVCA7IRRW0CAN3HKUXCA863PASBrunello di Montalcino  Castelgiocondo ’01 Marchesi Frescobaldi, Firenze (FI). Di ritorno sul marchio settecentenario siamo passati al 2001 del benemerito non certamente consapevoli della poco felice interpretazionbe del 2000. Qui ci siamo divertiti a dirne tanto su come sia fantastico il mondo del vino e dei suoi protagonisti, non prima di aver apprezzato come in un balzo di una sola annata abbiamo assaggiato due etichette che possono essere sintetizzate proprio come croce (la ’00) e delizia (la corrente ’01). Colore rosso rubino con lievi accenni aranciati ma ben corredati da una veste brillante. Al naso ci mette un po’ per esprimersi al meglio ma sembra eseguire alla perfezione “il mandato” con sensazioni che girano dalla frutta matura, al balsamico, al goudron fino a note di tostato e di caffè in particolare. In bocca è gradevolmente tannico, di buon corpo e con un frutto delizioso ed avvolgente; ma sa di Brunello? Insomma un vino estremamente corretto, senza particolari picchi di entusiasmo ma comunque piacevole.

Tortino al cioccolato con cuore caldo, 2004

10 novembre 2009 by

Ingredienti per 6-8 porzioni

  • 175 g Cioccolato Blend al 75% Venchi
  • 125 g Burro
  • 110 g Zucchero semolato
  • 30 g Farina di grano 00
  • 3 Uova intere

Preparazione: montare le uova con lo zucchero e la farina setacciata fino ad ottenere un composto omogeneo. A parte sciogliere a bagnomaria, lentamente, il burro ed il cioccolato in un apposito contenitore. Una volta fuso il cioccolato unirlo al composto di uova montate in maniera uniforme. Imburrare nel frattempo degli stampi fino a 3/4 dal bordo. Versare il composto negli stampi fino a metà (cuocendo il volume aumenterà). Cuocere in forno preriscaldato a 190° per circa 7 minuti. A cottura ultimata lasciateli intiepidire per circa due minuti prima di sformarli.

Per il servizio: toglierli dallo stampo ponendoli sottosopra in un piatto piano bianco, spolverarli con zucchero a velo appena macinato. Si possono servire i tortini al cioccolato con cuore caldo anche con alcune salse di accompagnamento, una salsa di semifreddo di gianduja per esempio o magari all’arancio.

Ricetta di Lilly Avallone, dedicata al nostro grande amico Steven G. Mally.

Flòres 2007, la falanghina dei fratelli Spada

10 novembre 2009 by

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Nella memoria popolare esistono alcuni luoghi in Campania, per così dire comuni, intramontabili per fascino e storia. Scenari ideali per ogni momento dell’anno: l’inverno inoltrato, con le sue folate gelide è un momento della stagione fredda ideale per vivere, per esempio, l’irpinia, dove con l’aria impregnata dall’odore delle fescine che alimentano i camini accesi, ogni buon focolare da Ariano Irpino a Nusco offre una suggestione unica ed indimenticabile all’avventore di turno. In primavera, soprattutto quando si ha la fortuna di una Pasqua alta, Montesarchio ed i “Mafarielli” vengono presi letteralmente d’assalto da gente di ogniddove. Così in estate, che come sempre riempie le spiagge di un po’ tutta la costa lascia sempre alle spalle ricordi più o meno memorabili di almeno un’uscita a Pineta Mare o un bacio rubato a Baia Domizia piuttosto che a Marina di Camerota. Insomma, una regione per tutte le stagioni, ed una delle mete più suggestive in autunno, giusto per quadrare il cerchio, non può che essere il parco di Roccamonfina, che in questo tempo splende con i suoi meravigliosi colori bruni e quell’odore di terra bagnata che impregna l’aria da San Carlo di Sessa Aurunca sino a Roccamonfina e a Galluccio tra ciliegi, viti e castagni ormai in riposo vegetativo.

Su queste terre si estende il cuore della azienda Spada, con i suoi 30 ettari, di cui 22 a vigneto votati perlopiù a falanghina ed aglianico con ancora qualche vecchia vite di montepulciano, da sempre presente in questo areale sin dagli anni cinquanta e che per molti anni ha rappresentato manna dal cielo per alcuni commercianti di vino sciolto locali e forestieri. Proprio qui però i fratelli Vincenzo ed Ernesto Spada sin dalla prima metà degli anni novanta hanno avuto bene in mente quale potesse essere il migliore futuro per la loro tenuta e l’incontro con Riccardo Cotarella, nel 2001, ha contribuito a rinsaldare il fermo principio di puntare esclusivamente alla qualità ed alla valorizzazione del patrimonio viticolo autoctono, con il quale il sommo enologo umbro del resto già si stava cimentando con successo proprio in loco con la stretta collaborazione con la neonascente Galardi (Terra di Lavoro, ndr) e la storica famiglia Avallone di Villa Matilde che proprio nell’areale di Roccamonfina aveva focalizzato da tempo importanti investimenti nella tenuta Rocca dei Leoni votata proprio a falanghina ed aglianico.

logo_mini[1]Il Flòres è un vino che fa della piacevolezza un arma bestiale, è invitante, accattivante, suggestivo, avvenente e scorrevole nella beva sino all’eccesso. Inebriante! Ha un colore gradevole, giallo paglierino con nuances ancora gioviali, di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso, come detto è molto invitante, arrivano immediate note floreali e fruttate che richiamano la primavera e l’esoticità di tipici frutti a polpa bianca e rosa, papaya, carambola, mango, pompelmo. Qui ha gioco facile il fiano, che in questo areale esprime sempre gradevoli note aromatiche,  poi viene fuori la falanghina con le sue note erbacee, minerali, in fine agrumate. In bocca è secco, contenuto in uno spettro acido gradevole ed ammiccante che invita subito al secondo sorso prima di rivelare l’anima sapida ed equilibrata di un vino giovane ma pronto da bere, che strizza l’occhio al succulento flan di zucchine della mia Lilly ma che non manca di mostrare il giusto carattere sul tortino di scarola e gamberi con pinoli e noci secche di Antonio Lubrano del ristorante Il Rudere di Pozzuoli. Ecco una nuovo vino da cercare nelle carte dei ristoranti o sugli scaffali di una enoteca.

Terre del Principe, la favola del Pallagrello

10 novembre 2009 by

L’inverno quest’anno è stato assai rigido e ci ha consegnato tanta di quella pioggia che in certe giornate ci siamo sentiti quasi presi “a secchiate”; noi al sud, non siamo proprio abituati e nonostante tutti ci bombardano con il cambiamento climatico ormai in atto da anni proprio non riusciamo a farne a meno di lamentarci quando il sole non è lì, bello alto e caldo tanto da scaldarci dentro ed aprirci ai meravigliosi scenari fatti di mare e di terra che si stagliano lì all’orizzonte.

A. d. B. da TERRE DEL PRINCIPE 019

Oggi siamo stati fortunati, abbiamo beccato una giornata meravigliosa, non certo di solleone ma tanto bella e solatìa da consegnarci una decina di ore in aperta campagna in terra di lavoro come non capitavano da settimane, contornate dalla deliziosa ospitalità di Peppe Mancini e dalla straordinaria passione di Manuela Piancastelli profuse in quel di Terre del Principe .

Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso come a proteggerlo dal Taburno da un lato, dal Matese dall’altro fatto di campi d’olivo e di vite e qua e là residenze di campagna che solo negli ultimi anni sembrano riprender vita. A camminar per queste stradine si respira subito la ruralità di questi luoghi, dai contadini quasi tutti ultrasessantenni che bazzicano sui trattori d’antan sù per i terreni ripidi e non manca di incontrare nel poco traffico tra un incrocio e l’altro vecchi carretti trainati da cavalli con carichi di verdure ed ortaggi diretti chissà dove.

Ci accoglie Manuela che assieme ai suoi due deliziosi cani Ortole e Pallagrella ci conduce all’atrio della bellissima cantina, contornato da vecchi tralci di viti interrotti qua e là dai vari riconoscimenti ricevuti dai vini aziendali in questo primo scorcio di vita e da una piccola teca dove troneggiano alcune bottiglie di “Vino Pallarello” e “Vino Spumante di Pallagrello” dei primi del Novecento: un segno tangibile del grande valore storico dell’ostinato lavoro di Peppe Mancini avviato nei primi anni novanta nella riscoperta e valorizzazione di questo vitigno ma anche del casavecchia, oggi espressioni altisonanti di un’altra viticoltura campana non più appannaggio, tra gli altri, solo di vitigni quali l’aglianico, il piedirosso, il fiano ed il greco.

Ci avviamo con Peppe in campagna a camminare le vigne, visitiamo dapprima vigna Piancastelli, appena 3 ettari rilevati da Manuela quasi come pegno d’amore appena dopo il loro incontro, impiantato a casavecchia e pallagrello nero con sistema guyot che confluiscono poi nel cru omonimo aziendale che esce solo nelle annate straordinarie e del quale ad oggi si annoverano solo le annate 2004 e 2005, quest’ultimo davvero di grande slancio interpretativo di una vendemmia non certo facile. Proprio di fronte vi è il vigneto Sèrole, un ettaro di pallagrello bianco destinato alla produzione del cru omonimo dove la polposità del frutto incontra il pregiato legno di rovere per un vino dal taglio ammaliante e coinvolgente.

Ci spostiamo in località Monticello dove vi è la parte più grande dei vigneti di proprietà, circa 7 ettari di filari questa volta impiantati con il sistema tradizionale della “pergola casertana” che contrariamente alle comuni convinzioni, ci dice Peppe Mancini, “se curato perbene in vigna e non sovraccaricato di frutti riesce a dare risultati addirittura superiori al guyot, almeno questi sono i riscontri che anno dopo anno cogliamo dalle vendemmie”. A guardare il panorama che si staglia dinanzi si apre uno scenario davvero suggestivo, siamo posti proprio di fronte dove sorge fisicamente, di là della vallata, la cantina maestosamente sovrastata in lontananza dal Matese con le cime innevate e con alle nostre spalle l’altrettanto maestoso monte Taburno, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal fiume Volturno oltre il quale la provincia inizia ad essere Benevento. Che magnifica terra!

Ritorniamo in azienda dove ci attende “il pranzo di Carnevale” magistralmente preparato da Maurizio, fratello di Manuela, a suo tempo chef e patròn, siamo nella seconda metà degli anni novanta, de “La Vineria del Mare” a Pozzuoli, locale antesignano dei moderni winebar lasciato poi per approdare alla “Tavola del Principe” per deliziare gli ospiti dell’azienda con le sue preparazioni; qui ci lasciamo rapire dal racconto di questa favola d’amore, nata per caso mentre Peppe Mancini cercava suffragio alla sua riscoperta del Casavecchia e del Pallagrello e Manuela – forse la prima giornalista (Il Mattino) dedicatasi alla cronaca enogastronomica – era alla ricerca di nuovi slanci dell’agricoltura campana. Una storia moderna che racconta di come la terra ed i suoi frutti possano decidere l’avvenire di due persone che ad un certo punto della loro vita si impongono di lasciarsi tutto alle spalle per rinvigorire una storia antica e proiettarla nel futuro, ad oggi grazie ai loro vini, straordinariamente affascinante e che invito a non perdere mai di vista. Grazie di esistere!

Brusciano, Taverna Estia

10 novembre 2009 by

Basta poco, che ce vo’. Così il grande Giobbe Covatta avviò una grande campagna di sensibilizazzione qualche anno fa, potrebbe tranquillamente essere copiato e fatto proprio come slogan per lanciare i nuovi giovani chef campani alla conquista dall’alta ristorazione italiana: suvvia, un po’ di coraggio!

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Taverna Estia è a Brusciano, periferia napoletana all’ombra della più grande periferia vesuviana che compren©de tra gli altri l’areale di Pomigliano d’Arco, ma è senza ombra di dubbio uno degli indirizzi più centrati per chi desidera una gradevole esperienza gastronomica (a)tipicamente locale.

Il Ristorante ha una storia recente, è nato appena dieci anni fa, dalla passione e dalla caparbietà di papà Armando Sposito, ex insegnante di educazione fisica con il pallino dei fornelli e della condivisione, casa sua era letteralmente presa d’assalto da amici e parenti appena si spargeva in giro la voce che “Armando teneva genie e’cucinà” così l’idea di mettersi in gioco, di avviare quello che in appena dieci anni è divenuto un piccolo laboratorio d’avanguardia culinaria napoletana. Dal 2005, dopo una formazione attenta e mirata sul campo, in cucina il protagonista assoluto è Francesco, figlio di Armando e per tempo pupillo di Igles Corelli alla Locanda della Tamerice, coadiuvato in sala dal fratello Mario, sommelier professionista ed anfitrione garbato e presente. L’ambiente è curato, pochi tavoli ben distanziati, mis en place elegante ed essenziale (ma quanto pesano però le posate!), la cucina in vista lascia trasparire la voglia di spazio ma anche una accurata tempistica e coordinamento del servizio.

Scegliamo il menù degustazione di terra, 8 portate (compreso aperitivo e predessert) che sicuramente non passano inosservate: simpatico l’aperitivo “mangiamo con le mani”, verdure ed ortaggi disidratati e fritti, polpettina di broccoli e piccoli assaggi di conetti di sfoglia e palamita, come buono il bon bon di latte cagliato con acciuga cruda su passatina cruda (che preferisco al termine gazpacho, nda) di San Marzano; semplicemente strepitosa invece la creme brulèe di baccalà con divertenti consistenze e forme di fagioli cannellini e peperoni cruschi.

Non mi ha entusiasmato invece il primo piatto, ovvero “Il grano duro: quattro modi per rivisitare la pasta e le tradizioni”; piatto sicuramente concettuale, come lo definisce Mario, difficilissimo da gestire nel servizio aggiungo io, data la presenza di quattro paste fresche e quattro differenti condimenti, molto bello a vedersi ma poco “palatable”, che si dissolve cioè senza lasciare picchi di piacevolezze particolari. Decisamente eccelso, per concettualità e più ancora per sapore, il secondo, “coniglio al profumo di ginepro, cotto a bassa temperatura, con spiedino di finocchi gratinati e polpettina di coniglio”. Molto gradevole il mio predessert di “gelato vanigliato su confettura di arance”, meno “il parfait di liquirizia alla crema di zucca confit alla vaniglia e croccante di mandorle”, forse un po’ pesantino (anche per la porzione abbondante) prima del delizioso ed originale “Giòcolato”, variazione sul tema cioccolato. Bonus invece, per la buonissima millefoglie con crema alla vaniglia, una proposta must, mi dice Mario che in dieci anni difficilmente sbaglia di colpire dritto al cuore.

Buona la carta dei vini, ben articolata e scorrevole, molto buono il servizio, puntuale ed attento soprattutto da parte della garbata compagna di Mario che lo aiuta in sala, di cui pardòn, mi sfugge il nome nonostante si fosse presentata per tempo, ma della quale certamente non scorderemo le buone maniere con le quali ci ha condotto sino al caffè senza sbavatura alcuna. Conto sui 170 euro, in due, comprensivo delle bevande. Ho bevuto un buonissimo Lagrein 2006 (22 Eur) di Hofstatter, praticamente impossibile da trovare anche nelle carte più attente, perchè molti lo snobbano accecati dalla grandezza dei bianchi e del Pinot Nero di questo nobile produttore alto atesino, ecco perchè in ogni buon ristorante a fare gli acquisti dovrebbe essere il sommelier, e non come spesso capita il rappresentante, bravo Mario!

TAVERNA ESTIA
Via G. De Ruggiero, 108
80031 Brusciano (Napoli) Italy
Tel. +39  081.519.96.33
info@tavernaestia.it
chef@tavernaestia.it
Orari di apertura:
Martedì, aperto solo a cena.
Dal mercoledì al sabato, pranzo e cena Domenica aperto solo a pranzo.
Chiuso il lunedì e la domenica sera.
 

Il grano, il caffè e le lobbies dell’oro colato

9 novembre 2009 by

Proprio negli ultimi mesi si sta tanto discutendo delle problematiche degli aumenti dei prezzi di materie prime essenziali e vitali per le economie di alcuni paesi in via di sviluppo o di ampie aree geografiche legate economicamente a tali risorse. Perchè? Molte riflessioni sono riferite alle nuove destinazioni d’uso di molte risorse (carburanti biologici ecc…), altre su palesi speculazioni in atto sui mercati di tutto il mondo; basta digitare un paio di parole sui più importanti motori di ricerca per avere ben chiaro cosa stia accadendo sotto i nostri occhi. E’ tutto molto semplice, o quasi.

Il grano, il caffè come molte altre materie prime non possono “fallire”. Le aziende possono andare male e fallire, le materie prime come il grano ed il caffè non possono farlo. Avranno sempre un valore intrinseco proporzionale al loro utilizzo su scala mondiale. Le materie prime sono sensibili alla legge della domanda e dell’offerta perché di esse c’è il bisogno. Indispensabile. Nessuno ha invece veramente bisogno di possedere azioni di borsa, se non quello di effettuare una speculazione.

Nel campo delle merci, oltre alla speculazione, esiste in tutto il mondo un effettivo scambio di merci e denaro allo scopo di risolvere effettivi bisogni della popolazione. Questo crea un mercato molto più affidabile, spesso rapportato alle stagioni dell’anno, e molto più legato al mondo reale della produzione, commercio e consumo. Le semine e le raccolte si ripetono ogni anno senza interrompersi mai. Ci sarà sempre grano da vendere e da comprare e questo crea quello che gli operatori specializzati chiamano “il mercato delle commodities”.

Commodity (commodities al plurale) è un termine inglese entrato oramai nel gergo commerciale ed economico per la mancanza di un sinonimo equivalente italiano; deriva infatti dal francese commodité, che in italiano si può tradurre col significato di “ottenibile comodamente”, quindi “pratico”. Indica cioè materie prime o altri beni assolutamente standardizzati, tali da potere essere prodotti ovunque con standard qualitativi equivalenti e commercializzati senza che sia necessario l’apporto di ulteriore valore aggiunto. Una commodity deve essere facilmente stoccabile e conservabile nel tempo, cioè non perdere le caratteristiche originarie. 

L’elevata standardizzazione che caratterizza una commodity ne consente l’agevole negoziazione sui mercati internazionali. Le commodities possono costituire un’attività sottostante per vari tipi di strumenti derivati, in particolare per i future. Nonostante vengono commercialmente chiamate commodities quelle merci che il mercato richiede in ogni caso, poiché sono legate alla sopravvivenza di una popolazione, come i fertilizzanti ed i prodotti agricoli, o permettono il funzionamento dell’economia di una nazione, come l’energia o più spesso le fonti energetiche, il legname ed i metalli in genere, possono considerarsi tali anche gli acciai e i microprocessori.

Il prezzo di una commodity viene fissato in apposite borse merci o da ristretti club o gruppi di aziende o stati, denominati “lobbies”, che in qualche modo ne detengono il controllo sulla produzione (anche se questa pratica non è legale e verrà sempre e comunque smentita).

E sapete quali sono le principali commodities? Prodotti agricoli come avena, farina di soia, frumento, mais, olio di soia, soia; e ancora coloniali e tropicali come cacao, caffè, cotone, legname, succo d’arancia, tabacco, zucchero, metalli  come alluminio, argento, nickel, oro, palladio, platino, rame, zinco. Anche i prodotti energetici come benzina, etanolo, gas, naturale, nafta e petrolio in genere rientrano nel carnet, come anche carni tipo bovini, bovini da latte, maiali e pancetta di maiale.

Insomma la nostra vita è nelle loro mani, il nostro futuro rappresenta la commodity più garantita sulla quale investire e guadagnare. Almeno indigniamoci!

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Questo articolo è certamente tra i primi contenuti messi on line da questo blog; è stato pubblicato però la prima volta l’8 maggio 2008 su www.lucianopignataro.it.

Falanghina, radiografia di un vitigno

9 novembre 2009 by

“[…] Fiorisce ai principi di giugno, presto sfiora e manda via la corolla. Grappolo di mezzana grandezza, allungato, poco ramoso, raro. Bacca quasi rotonda, picciola, di un bel gialletto, ed a perfetta maturità più si colora; sugosa, molto dolce. Molto e costantemente fruttifero. Fa buon vino”.

Così Vincenzo Semmola, storico di ampelografia di metà ‘800 descriveva, affascinato, le varietà di Falanghina (dal greco falangos, dal latino phalange, legata al palo) delle quali ne arrivò a catalogare circa 112 incontrate di volta in volta nelle sue camminate su per le campagne del Monte Somma ed intorno a Napoli ed al suo circondario, dalla collina di Posillipo, ai Camaldoli sino ai cosiddetti campi ardenti, gli odierni Campi Flegrei.

Prima  e dopo questo periodo non sono mancate citazioni e lodi per questo vitigno tanto diffuso quanto poco conosciuto, e molti esperti ed autori hanno lasciato tracce interessanti sulle sue peculiarità tanto da farne dei capisaldi anche per i moderni studi di agronomia ed enologia: basti pensare alle opere di Columella Onorati (1804), dell’Acerbi (1825), di Federico Corrado Denhart (1829) che nel tempo si occuparono ampiamente, soprattutto quest’ultimo, di definire ampelograficamente le caratteristiche di questo vitigno tanto diffuso da non poterlo far mancare nel prestigioso patrimonio vivaistico del Real Ortobotanico di Napoli. Come non citare il Cavaliere Giuseppe Frojo che nel 1879 fu tra i primi a lasciare traccia di un intero processo produttivo del vino Falanghina, ripreso proprio alcuni anni fa dalla Famiglia Mustilli di Sant’Agata de’Goti che assieme ad Antonella Monaco, ricercatrice della Facoltà di Agraria dell’università Federico II di Napoli,  lo riproposero con una bella iniziativa culturale tesa alla valorizzazione storica di questo straordinario vitigno del quale l’ing. Leonardo, capostipite della famiglia, è stato primo promotore in assoluto nella nostra regione sin dal 1970.

La storia ci consegna quindi un panorama ricco di blasone ed un salto ai giorni nostri ci apre ad una visione sulla Falanghina (distinguibile oggi essenzialmente in due precisi cloni, uno beneventano ed uno tipicamente Flegreo) estremamente più complessa di quanto appare facile decifrare con non poche sfumature in chiaro-scuro, fatto di antiche considerazioni, ataviche convinzioni e come sempre di poca “memoria storica liquida” – come amo definirla io – cioè di bottiglie di vendemmie passate sulle quale realmente costruire anno dopo anno un profilo indentitario di questo vitigno e delle sue varie espressioni ed interpretazioni territoriali.

La sua ampia diffusione nella geografia vitivinicola campana ci induce a sostenere quanto la Falanghina sia stata capace nei decenni ad adattarsi a tutte le varianti morfologiche territoriali regionali quasi sempre con risultati di tutto rispetto tanto da divenire il bianco varietale più diffuso oggigiorno nella nostra regione e soprattutto capace di coprire un’ampia fascia di collocazione commerciale pari a pochi altri vini bianchi italiani con un forte indice di penetrazione sul mercato facendone un successo enologico che non ha riscontri pari per volumi e numeri negli ultimi anni in Campania: insomma un vitigno dal grande passato, un fiorente presente ed un futuro tutto da rivelare!

Proprio seguendo questo filo logico alcuni produttori campani, grandi e piccoli, sparsi qua e là in regione hanno deciso di puntare su questo vitigno lanciandosi in interpretazioni estremamente profonde consegnandoci vini dall’aspetto culturale ed organolettico più affascinante, decisamente complessi, termine quest’ultimo spesso abusato in degustazione ma quasi mai realmente riscontrabile nei vini Falanghina prima di allora, forzatamente e malinconicamente relegati ad una deontologia basata sul “giallo verdolino e sulle note olfattive erbacee, appena floreali”.

donna[1]Per fare questo era necessaria una profonda riflessione ed una piccola rivoluzione culturale, che a dire il vero non tutti si sono sentiti in grado (dovere) di fare ma chi ha imboccato questa strada certamente non ha avuto che riscontri positivi dal mercato e dalla critica. Un lavoro importante è stato avviato in campagna, la vigna prima di tutto, molti impianti erano assolutamente inadatti a perseguire questo nuovo orizzonte; come detto la Falanghina non ha particolari esigenze colturali, paradossalmente anche da rese alte, intorno ai 120 quintali per ettaro il vitigno esprime ottime peculiarità enologiche ma l’affaticamento dei ceppi, spesso con oltre 15 gemme per pianta non rendeva certamente semplice la gestione enologica del vino.

 Assieme all’intervento in vigna è stato necessario un forte, deciso, indefesso intervento culturale nei confronti dei contadini, soprattutto dei conferitori di piccole parcelle, penso per esempio ai Campi Flegrei, dove l’allevamento con il “sistema puteolano” ha reso per molti anni la vita difficilissima a chi si ritrovava poi in cantina uve buone solo per la distillazione ed è qui che è avvenuto il cambiamento più radicale, rifiutando questa atavica condizione passiva mutuando nuove prospettive, che come già affermato, vede una realtà non solo capace di affrancarsi dagli stereotipi ma indubbiamente già rivolta ad un futuro da protagonista del panorama enologico regionale ed italiano. Convertire questi impianti, dove possibile, a conduzioni più rigide con potature per esempio più efficaci non oltre le 7-8 gemme per pianta e pensare a nuovi impianti con sistemi più moderni, come per esempio il Guyot basso (anche bilaterale) ha di fatto creato i primi presupposti necessari per intraprendere il giusto cammino verso la qualità assoluta.

A questa rivoluzione in vigna è seguita anche una maggiore consapevolezza di profondere maggiore attenzione ai processi produttivi in cantina, mirando ad investimenti capaci di lasciare sviluppare una nuova coscienza enologica che ha aperto la strada anche a molti giovani enologi campani che stanno delineando le fila di una vitienologia di assoluta qualità: penso al lavoro di Antonio Pesce sul Vesuvio, di Fortunato Sebastiano nel Sannio, di Gerardo Vernazzaro e Francesco Martusciello Jr nei Campi Flegrei tanto per citarne alcuni; enologi capaci di seguire la scia di predecessori illustri, il prof. Luigi Moio in testa, senza mancare in personalità, quella personalità tangibile ad ogni sorso dei vini che firmano, valore questo entusiasmante ed inattaccabile nel tempo.

In conclusione è utile fissare bene in mente che proprio per tutto questo fermento, figlio di notevoli e radicali cambiamenti, è assolutamente importante approcciarsi alla Falanghina ed ai suoi vini con occhi, naso e palato nuovi. Via i vecchi stereotipi di un vino blando, verdolino, erbaceo ed acido, molti forse non lo sanno (ovvero sono erroneamente indotti a sapere) ma le componenti odorose “tipiche” della Falanghina, dal Garigliano a Sapri, fatte le dovute eccezioni per aree viticole sono tutt’altre e di tutt’altra prospettiva. Analisi sensoriali, ovvero l’individuazione dei descrittori aromatici e successive indagini strumentali (analisi olfattometrica e varie Gas-cromatografie) hanno tracciato un profilo dell’aroma e del gusto del vino Falanghina davvero sorprendente (Colori, odori ed enologia della Falanghina, A.A. Vari, a cura di Luigi Moio, 2004).

La Falanghina non è un uva particolarmente aromatica, per questo è difficile riconoscerne il varietale dall’assaggio del chicco o del mosto ma successivamente alla vinificazione si generano una serie di sensazioni olfattive che ne delineano efficacemente la riconoscibilità. I descrittori aromatici che intervengono dopo appena sei mesi dalla vendemmia (vino Falanghina vinificato in modo tradizionale, in acciaio) sono il fruttato di banana, di mela, di ananas, di pesca e via via note floreali, di agrumi, di miele ed infine di erba. Dopo circa 18 mesi dalla vendemmia il quadro organolettico muta verso l’albicocca secca, il miele, il floreale passito lasciando presagire sensazioni mentolate, ancora di anice, e di felce.

Insomma, un vino Falanghina di qualità e longevità è possibile; aggiungiamo a questi elementi le varianti del caso che intervengono area per area come l’incidenza dei suoli (minerali), dell’esposizione, dell’altitudine (escursioni termiche), delle tecniche di produzione ed abbiamo ben chiaro un quadro del tutto inaspettato. Il tempo poi come sempre è un grande interprete di ogni nostra convinzione, e di ogni nostro sogno.

© L’Arcante – riproduzione riservata   

Marina del Cantone, la Taverna del Capitano #1

9 novembre 2009 by

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“Ci sono scrigni in Campania che aspettano solo di essere rivelati, tesori celati dal clamore del tam tam voyeristico dei molti per rimanere appannaggio dei pochi in cerca di rifarsi con la propria anima.” Un tempo era certamente più facile fare di queste parole un messaggio intimo, una istigazione alla scoperta, una esortazione ad andare laddove difficilmente si sceglie di andare. Oggi tutto appare più scontato, la globalizzazione ha varcato, anche in tal senso, la sempre più sottile linea di demarcazione tra ciò che fa la storia e ciò che ne fa parte. Così questo fine settimana, in attesa di un aggiornamento più completo della nostra recente visita alla famiglia Caputo a Nerano, godetevi un pezzo di Costiera, di quella con la “C” maiuscola, così raccontato qualche tempo fa.

In gennaio i colori dei paesaggi sono tendenzialmente pastello con sfumature quasi mai lontane dal grigio e gli umori sembrano spesso seguire questi standard quasi a rimarcare stati d’animo alla ricerca della quiete e della solitudine dopo le caotiche seppur festose giornate natalizie. I virtuosismi però a cui ci stà troppo abituando questo clima impazzito ci ha consegnato, giovedì 4 gennaio, una giornata splendida, assolata e temperata al punto di tapezzare interi paesaggi con fiori di ogni colore. Così comincia la nostra giornata verso la penisola Sorrentina, seguendo un sole alto e splendente, alla ricerca di una tranquillità e di un’aria pulita che in queste giornate qui hanno un appeal unico e raro. In questi giorni una breve sosta presso La Tradizione a Vico Equense è quasi di norma per chi voglia conoscere anticipatamente cosa il Salvatore Di Gennaro stia programmando di far capitare sulle tavole dei risotranti gourmet della penisola per la prossima stagione, oltre ai formaggi e salumi selezionatissimi è stato molto istruttivo carpire riferimenti utili su particolari produzioni di zucchero di canna provenienti dai paesi più impensabili, alcune delizione confetture e marmellate di aristocratica provenienza provenzale, miscele pregiate di caffè centramericani e thè di particolare bontà rinfrancante, oltre che cioccolati dell’artigiano piemontese Gobino ed alcune chicche come il buonissimo torrone di mandorle brustolite del CaffèSicilia di Noto.

Positano non è poi così lontano ed in programma c’è una capatina giù in spiaggia per rinfrancare lo spirito di ricordi di una estate grandiosa quanto infinita di qualche tempo fà trascorsa in questo posto magico ed unico nel suo genere tra i vicoli coloratissimi, pieni di vita e talvolta affollatissimi da personaggi ed interpreti quasi tutti uguali. In piazzetta quasi nessuno è rimasto aperto, poche le persone in giro così senza pensarci due volte tiriamo dritto verso la nostra meta di giornata, Marina del Cantone a Nerano dove ci aspetta (crediamo) una bellissima esperienza gastronomica a La Taverna del Capitano della famiglia Caputo. Il sole qui è alto ed illumina uno scenario bellissimo all’orizzonte sul mare, il nostro tavolo è in terrazza proprio a ridosso del mare, la sala è semplice, un pò retrò, ma curata, luminosa, i tavoli arricchiti di preziose miniature scolpite in legno; Veniamo accolti con garbo cordialità e con Mariella decidiamo il da farsi: scegliamo il menù degustazione (€ 75,00) per avere un saggio della cucina di Alfonso Caputo fresco di seconda stella Michelin, dalla carta dei vini, abbastanza fornita, ben costruita, di facile lettura e con ricarichi onesti scegliamo il Fiano di Avellino di Marsella ’03 segnalato a €  30,00 (rivelatosi poi strepitoso!!, ndr) che ci accompagnerà per tutto il pasto.

Dopo lo stuzzichino, il primo antipasto è una variazione sul tema calamaro, è una bella preparazione, da vedere e da mangiare, assolutamente ineccepibile la zuppa di gamberi con uovo di gallina, per equilibrio, consistenza e piacevolezza. Sapori forti e tipicamenti mediterranei negli spaghetti con alici, capperi ed olive e foglia di fico. Più interessanti invece il filetto di cernia in porchetta con i funghi porcini e il manzo impanato con salsa alla pizzaiola e friarielli (eccellente!!) anche quest’ultimo bello da vedere e da mangiare. I dessert sono stati una giusta chiusura ad un menù del genere: Chupa chups alle noci su salsa allo strega per la signora ed un (a)tipico babà al rhum agricole per me, buoni entrambi. Un grande valore aggiunto un servizio impeccabile, per tempi e modi di esecuzione e la cantina visitata assieme a Mariella, bella, ricca di prestigiose etichette ma che guarda al sud ed alla campania con un buon occhio di riguardo conservando anche annate passate di vini bianchi, spesso fuori carta ma presenti.

Taverna del Capitano
Ristorante con camere
Piazza delle Sirene 10/11
Località Marina del Cantone
80061 Massalubrense (Na)
Telefono 081 808 10 28
Fax 081 80818 92

AMICI DI BEVUTE, Viaggio al centro del vitigno autoctono

9 novembre 2009 by

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Incontro con il produttore TENUTA ADOLFO SPADA, una delle più interessanti realtà venute fuori negli ultimi anni dalla provincia di Caserta; L’azienda nasce nel 1973, quando l’ingegner Adolfo acquista la proprietà di Galluccio per realizzare il sogno di produrre vini di qualità in uno degli areali campani più vocati per la viticoltura: la provincia di Caserta, terra del leggendario Falerno celebrato dagli Antichi. Oggi l’azienda conta una estensione di 30 ettari, di cui 22 a vigneto condotta con capabietà e successo da fratelli Vincenzo ed Ernesto Spada. Nascono qui vini di grande armonia come il Gallicius Aglianico ed il Gallicius Falanghina e veri fuoriclasse come il Sabus rosso e non ultimo il Gladius, appena premiato con i TRE bicchieri dalla Guida ai Vini d’Italia del Gambero Rosso.

Dalle ore 18.00 presso L’ARCANTE ENOTECA si potranno degustare gratuitamente due delle migliori interpretazioni aziendale in materia di vitigno autoctono, il bianco FLORES 2007 a base Falanghina ed il rosso 100% Aglianico GALLICIUS. Conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo.

Dalle ore 20.30 presso il Ristorante IL RUDERE seguirà Cena-Degustazione con i vini dell’azienda tra i quali non mancheranno certo l’ottimo Gladius e l’affascinante Sabus, accuratamente abbinati ad un menu elaborato per l’occasione dallo chef Antonio Lubrano e raccontati da Ernesto Spada.

Costo della serata  €uro 38,00 per persona
E’ richiesta la prenotazione, impegnativa, per tempo
Per informazioni e prenotazioni:
L’ARCANTE ENOTECA
Via Pergolesi, 86 Pozzuoli (NA)
Tel.: 081 3031039
mail:
larcante@libero.it

Contatti stampa e comunicazione: Monica Piscitelli – 348 0063619

Aglianico del Taburno Fidelis 1999, Cantina del Taburno

9 novembre 2009 by

Il 1999 è un anno davvero ricco di accadimenti, storici, culturali, umanistici ma anche di grandi sofferenze, imprese, sorprese e delusioni. E’ ufficialmente l’anno di nascita dell’euro, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca entrano nella Nato superando del tutto quella cortina di ferro che sino a dieci anni prima li teneva uniti nel cosiddetto blocco sovietico, quella stessa Nato che il 24 Marzo inizierà i bombardamenti sulla Jugoslavia per fermare il visionario presidente nazionalista serbo Slobodan Milosevic. A Torino muore l’editore Giulio Einaudi, a Roma l’intramontabile Corrado, a Pantani viene scippata l’ultima maglia rosa mentre di lì a pochi giorni Lens Armstrong vincerà il primo dei suoi sette Tour De France.

Immagine9A volte trovo quasi inopportune certe perifrasi a delle belle bevute come questa, ma a guardare un millesimo così importante mi sono venuti in mente più che le elucubrazioni etiliche di autorevoli degustatori subito grandi ricordi che meritavano di essere spolverati e verificati. Adesso però spazio a questo stupendo vino, davvero una notevole e piacevole sorpresa, nella sua essenza, nella sua netta e schietta espressione gusto-olfattiva: invitante, avvolgente, sbalorditivo, pura esibizione di freschezza e godibilità quanto meno inaspettate. Certi vini riescono ad essere una grande esperienza, e non perchè rari o introvabili, ma perchè sorprendenti e come tali si guadagnano il loro spazio nel mio personale Diario di una Bevuta. Innanzitutto le premesse, tutto fuorchè appetibili: etichetta rovinata dal tempo e dall’umidità, capsula poco meno che ammuffita, sughero abbastanza malconcio con annesso rischio di rottura. Tutti elementi che mi insinuano forti dubbi sulla tenuta del vino e non ultimo sulla qualità della sua conservazione, direi non proprio da manuale e che rischiano di svilire anche le flebili aspettative di un delizioso amarcord. Superata questa fase, eccolo questo Fidelis ‘99 che scorre via nel calice imperante, lasciandogli il tempo necessario per dissipare le prime evidenti inibizioni, soprattutto olfattive: il colore è bellissimo, integro, un rosso rubino ancora vivace con nerbature granata appena accennate, di buona concentrazione materica, poco trasparente e molto invitante.

picturesIl primo naso è slanciato, dieci anni tra botte e bottiglia sembrano aver condensato solo il meglio di questo vino, che ricordiamo non essere 100% aglianico ma un vinaggio di quest’ultimo con sangiovese e merlot. Gli aromi, intensi, si aprono su note di amarena e lampone in confettura, prugna, un frutto maturo e compatto, costante, che fa posto successivamente a riconoscimenti terziari nient’affatto banali, lignite e tabacco. La sorpresa maggiore arriva in bocca, perchè superate le premesse di cui sopra ed una affascinante rivelazione olfattiva a questo punto mi aspetto il colpo ad effetto, che non tarda un attimo ad arrivare. L’attacco, se così si può dire, è lievemente tannico (!) ma assolutamente equilibrato, fuso compiutamente ad acidità e glicerina che gli rendono una beva esemplare, intensa, avvolgente, sinuosa, spudoratamente vellutata ed ammantata da un finale rotondo e deliziosamente fruttato di amarena. L’ho immaginato eccezionale sulla minestra maritata di Laura e Luisa Iodice di Fenesta Verde a Giugliano, di cui sento grande mancanza ma non solo per questa una delle prossime tappe autunnali da non far mancare nel personale calendario gourmet.

Trippa di baccalà e caviale con ricotta, taccole e pancetta, 2008

9 novembre 2009 by

Ingredienti:

  • 20 gr ricotta vaccina
  • 3 pezzi trippa di baccalà da 10 grammi l’ una
  • 1  taccola
  • 10 gr pancetta d’Osvaldo
  • 6 gr caviale Calvisius
  • sale fleur de lune, pepe e crescione shiso purple q.b.

Preparazione: riporre la trippa di baccalà sottovuoto e cucinarla a 62°C per 60 minuti circa, nel frattempo passare la ricotta nel “paco jet”, tagliare le taccole e la pancetta a losanghe, saltarle in padella con poco olio e condire il tutto con sale e pepe. A parte scottare la trippa in una padella di ferro e condirla con solo “fleur de lune”.

Per il servizio: un piatto dai colori scuri, nero o marrone, esalterà al meglio la luminosità degli ingredienti di questo piatto, ma va bene anche un piatto bianco classico. Con un sac-a-poche riporre al centro del piatto una striscia di ricotta, aggiungere le taccole, la pancetta e  la trippa di Baccalà , quindi il caviale, decorare con una o due foglioline shiso purple (foglie dal sapore di cumino, decorative innanzitutto).

Ricetta di Oliver Glowig, executive chef del Capri Palace Hotel&Spa.