Terre del Volturno Pallagrello bianco Le Sèrole 2017 Terre del Principe

10 dicembre 2018 by

Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso com’è dal Taburno da un lato e dal Matese dall’altro, con paesaggi bellissimi tratteggiati in larga parte da campi d’olivo e moggi di vite e qua e là da case di campagna vecchie e nuove.

A camminare queste strade di campagna si respira subito la ruralità di questi luoghi, vissuti da persone straordinarie con un legame molto profondo con questa terra, la città è a pochi chilometri ma rimane là, da raggiungere solo quando è veramente necessario, mentre la vita scorre lenta e indaffarata con i contadini che scorrazzano sin dalle luci dell’alba su e giù per i campi della zona a faticare la terra, coltivare la vigna, seminare il futuro.

Quella di Peppe Mancini e Manuela Piancastelli è una storia¤ che non smetteremo mai di raccontare, ancor più davanti a bottiglie come queste che seppur siano diventati ormai un grande classico della migliore produzione campana, riescono ogni volta a conquistare e colpire per fascino, sostanza e finezza.

Il “Vino Pallarello” e il “Vino Spumante di Pallagrello” venivano annoverati sin dai primi del Novecento negli annali storici di questi luoghi, prima di finire nell’oblìo e rischiare seriamente di scomparire quando, nei primi anni novanta, proprio Peppe Mancini, prima con Vestini Campagnano¤ poi con Terre del Principe¤ si impegna per il suo recupero in vigna, la rinascita e la valorizzazione ampelografica e vitivinicola.

Un po’ avara l’annata duemiladiciassette dalla quale sono state tirate via appena una manciata di bottiglie di questo cru, all’incirca 4.500, un vino che a distanza di poco più di un anno dalla vendemmia si esprime in maniera essenziale ed efficace. Il primo naso sa di fiori bianchi e note esotiche, di glicine e gelsomino, poi lentamente vira su note di albicocca e buccia d’agrumi, quindi sentori di macchia mediterranea. Il timbro gustativo è moderno e vivace, il sorso è sottile ma teso e fresco, agile e godibile, dal finale di bocca sapido e minerale. Un sorso tira un altro e un altro ancora. Forse non una versione delle più ricche per il Pallagrello bianco Le Sèrole, l’annata è stata quella che è stata, ma senz’altro tra le più godibili già nell’immediato. Poi si sa, le sorprese memorabili¤ con i vini di Terre del Principe non mancano mai!

Leggi anche Terre del Principe, la favola del Pallagrello¤.

Leggi anche Terre del Principe e le terre di Castel Campagnano¤.

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L’Arcante su il Napolista, questi gli articoli pubblicati nell’ultimo mese

9 dicembre 2018 by

Il Napolista

Da poco più di due mesi alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare alcune tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Serie A¤ e Champions League¤.

Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#5 David Ospina e il Lacryma Christi del Vesuvio rosso Vigna Lapillo 2014 di Sorrentino Leggi Qui.

#6 Allan Marques Lourerio e il Casavecchia Centomoggia 2013 di Terre del Principe Leggi Qui.

#7 Marek Hamsik e il Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2004 di Quintodecimo Leggi Qui.

#8 Arkadiusz Milik e l’Ischia Forastera 2017 di Antonio Mazzella Leggi Qui.

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Alto Adige Pinot Bianco Vorberg 2016 Terlan

8 dicembre 2018 by

Per gli appassionati della tipologia Vorberg è certamente un’etichetta di riferimento assoluto; un vino, quale che sia il millesimo che si va descrivendo, di sovente descritto come ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva” come se per i vini di Terlano non vi fosse mai possibilità di una benché minima curva di decadimento.

E’ quel che si dice ‘un vino di montagna’ il Pinot Bianco Riserva Vorberg¤ di Terlan. Le uve provengono tutte dalle vigne del versante meridionale del Monzoccolo, nel pieno del territorio DOC di Terlano, vigne piantate su clivi e terrazzamenti posti tra i 350 e 950 metri s.l.m., di età media tra i 20 e i 40 anni.

Il pinot bianco (o Weißburgunder) dà generalmente vini non subito amatissimi dal grande pubblico, talvolta un po’ troppo ‘verdi’, per non dire bruschi, asprigni quasi, ma il Vorberg gioca in un’altra categoria. L’impronta è tipicamente varietale ma la sostanza ci consegna un vino che tende ben oltre le prime avvisaglie di verticalità, il sorso pungente, la freschezza gustativa: vi è molto, molto di più nel bicchiere.

C’è infatti da dire che i vini di Terlano danno il loro meglio con un po’ di anni di maturità e questo duemilasedici ne offre parecchi di spunti in questa direzione. Se il primo sorso è infatti apparentemente scarno, perché baldanzoso e rinfrescante, il naso è subito variopinto, balsamico e gioviale ma il corredo aromatico pian piano si arricchisce anche di note fruttate di agrumi, sentori di miele e mandorla, pietra focaia, così il finale di bocca, che rimane estremamente piacevole ma ricco di energia, acidità, nerbo.

E’ insomma un vino che possiede grande personalità e lunghezza, non abbiamo dubbi che tra qualche anno ce lo ritroveremo sicuramente ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva”. E ne potremo ancora lasciare traccia a futura memoria.

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Il Vesuvio, il Lacryma Christi e i vini di Benny Sorrentino

3 dicembre 2018 by

Un po’ di anni fa, tra il 2010 e il 2011, ci lanciammo con una certa dedizione alla scoperta degli enologi campani e di coloro i quali in qualche maniera risultavano avere radici forti in regione. Tra i molti intervistati in quel periodo vi erano alcuni del tutto misconosciuti alla scena enologica nostrana, l’idea era quella di dare visibilità a volti nuovi ma soprattutto parola a quei giovani che si apprestavano a ricevere il testimone da chi li aveva preceduti con l’arduo compito di continuare il lavoro straordinario fatto ma soprattutto rilanciare e dare ancora più lustro ai vini territoriali campani ed in particolare quelli da vitigno autoctono e provenienti da denominazioni storiche.

Tra questi ci ricordiamo di una giovanissima Benny Sorrentino¤, da poco laureata alla facoltà di agraria di Portici (nel 2006, ndr) e all’epoca unica enologa campana a smanettare in vigna e cantina. Benny arrivava da un’ importante esperienza formativa presso il Centro Ricerche per l’Enologia di Asti quando nel 2008, a Torino, prese la specializzazione in scienze viticole ed enologiche prima di fare ritorno a casa e prendere per mano l’azienda di famiglia con la sorella Maria Paola ed il fratello Giuseppe, una proprietà di circa trenta ettari nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio votati principalmente alla coltivazione di uve bianche Caprettone, Catalanesca e Falanghina e Piedirosso ed Aglianico a bacca rossa.

Qui, al centro di tutto anzitutto il Lacryma Christi del Vesuvio, una tipologia di vino che viene ottenuta da differenti tipi di varietà distinte sia per il bianco che per il rosso. Varietà che devono essere studiate e seguite a lungo ed attentamente per poterne migliorare la coltivazione, esaltarne le peculiarità ed affinare quindi la qualità dei vini che vi si ottengono. Per fare ciò è necessario conoscere profondamente l’areale, il suolo, il clima e cercare quelle “combinazioni” giuste per raggiungere il loro massimo equilibrio. Un approccio dispendioso, in particolar modo per chi si approccia al Vesuvio non vivendolo costantemente, un investimento programmatico che richiede tempo, conoscenza e supporti tecnici all’altezza.

Anche per questo non siamo affatto sorpresi di ritrovarci oggi dinanzi a bottiglie così espressive e coinvolgenti. Abbiamo in passato già raccontato dello splendido lavoro fatto con il Vigna Lapillo rosso¤, il cru da Piedirosso in larga parte con un piccolo saldo di Aglianico, un gran bel vino che esprime ogni volta freschezza e complessità molto interessanti, tratteggiato da una precisa identità territoriale e buona progressione. Ci ritorniamo oggi con due assaggi davvero invitanti. Il primo è il 7 Moggi 2017, un Vesuvio Piedirosso da uve biologiche preciso ed implacabile per chi va alla ricerca di vini rossi leggiadri e gustosi, c’è dentro questa bottiglia una lettura dell’annata intelligente e facile da cogliere.

Di altra preziosa stoffa il Lacryma Christi bianco Vigna Lapillo 2016, da Caprettone con un piccolo saldo di Falanghina, vino caratterizzato da grande bevibilità, dal naso intriso di note olfattive invitanti e coinvolgenti di fiori gialli e frutta polposa, ha sapore asciutto, avvolgente e pronunciato sul finale di bocca che dà piacevole freschezza e sapidità da vendere.

Leggi anche Chiacchiere Distintive: Benny Sorrentino¤.

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Corno di Rosazzo, Collio Orientali del Friuli Verduzzo 2016 I Clivi

1 dicembre 2018 by

Siamo abituati a intendere il Verduzzo per quelle sue dolci e straordinarie espressioni passite, di sovente ci rappresenta vini finissimi, talvolta ricercatissimi se non rari, nettari che finiscono in piccole bottiglie che conservano dietro certe etichette memorie storiche di tradizioni, persone e territorialità.

Friuli Colli Orientali Verduzzo 2016 I Clivi - foto A. Di Costanzo

Merita altrettanta attenzione questa bottiglia de I Clivi, davvero sorprendente. Un Verduzzo però secco, un bianco dalla forte personalità molto interessante che a tavola, soprattutto con certi abbinamenti potrebbe darla a bere a molti e tenere alla dovuta distanza anche qualche etichetta delle più blasonate.

Siamo in un territorio di confine, a cavallo tra le colline di Udine e Gorizia, nel bel mezzo di quella sottile linea che attraversa e divide i Colli Orientali del Friuli dal Collio (Goriziano). Qui i terreni sono formati sostanzialmente da marne e rocce sedimentarie di origine marina, strati di argilla e frazioni calcaree, qui le radici delle viti vecchie di 60 e 80 anni tendono a scavare strati più profondi di queste marne contribuendo a donare alle uve, quindi ai vini, grande personalità e carattere.

Sono 12 gli ettari lavorati tutti a conduzione biologica certificata, piantati perlopiù a bianco con le varietà storiche di quest’area viticola: Ribolla, (Tocai) Friulano, Malvasia Istriana e, appunto, Verduzzo. Unica eccezione una manciata di filari di Merlot, varietà internazionale ma praticamente qui presente da sempre. Niente legno, tutti i vini vengono lavorati esclusivamente in acciaio prima di finire in bottiglia. Se ne fanno generalmente 50.000 bottiglie l’anno.

Dicevamo di un bianco sorprendente, lo è! Il colore è paglierino luminoso e cristallino, il naso offre subito l’idea precisa di vino che stiamo approcciando: è insolito, ampio e complesso, buccioso e balsamico, con rimandi dolci e sentori di erbette di montagna. Il sorso è invece secco, stimolante, assai fresco e sapido, sensazione minerale che ritroviamo ancor più evidente e avvolgente al secondo calice. Vino molto buono, inusitato e territoriale. Da provare assolutamente.

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Chianti Classico Riserva 2013 Carpineto

28 novembre 2018 by

Siamo ancora capaci di stupirci davanti ad una bottiglia di Chianti Classico? Per la verità non sempre, diciamocelo, a meno che l’etichetta non sia di quelle ”sicure” e riconosciute. Era il 1967 quando Giovanni Carlo Sacchet ed Antonio Mario Zaccheo fondarono Carpineto a Dudda nei pressi di Greve in Chianti.

Non un’impresa da poco in quel tempo provare ad imporsi da temerari misconosciuti in un territorio con una storia vitivinicola così profonda e radicata a tradizioni familiari secolari, vieppiù se oltre alla volontà di affermarsi nel Chianti Classico l’intento dichiarato era di puntare anche ai vicini territori storici di Montepulciano e Montalcino. A distanza di cinquant’anni la sfida sembrerebbe più che vinta.

Molto buono il Chianti Classico Riserva duemilatredici, uno di quei rossi austeri e dal sapore moderatamente conservatore capace di infondere piacevolezza e al tempo stesso evocare l’essenza e la sostanza di certi luoghi che non ci si stancherebbe mai di camminare. Le uve, perlopiù Sangiovese e Canaiolo, provengono dalle terre dell’Appodiato di Dudda, in Greve in Chianti, 8 ettari che rappresentano solo una parte delle tenute storiche aziendali nell’areale chiantigiano. Appodiato*, all’epoca degli Stati Pontifici era definita una frazione del territorio comunale (facente capo a un villaggio) retta da un priore locale, o da un sindaco, che godeva di alcune piccole autonomie come per il comunello toscano e modenese, ente che scomparve definitivamente nel novembre 1859.

Duemilatredici dal colore rubino intenso, appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere, ha un naso fine e invitante, viene da dire pienamente espressivo della tipologia, si colgono nitidi alcuni sentori tipicamente varietali, note fruttate e rimandi speziati: viola, lampone e amarena, lievi note di vaniglia. Il sorso è secco ma avvolgente, il tannino è vivido ma morbido, il finale di bocca è persistente, armonico e caldo, tutte caratteristiche queste che contribuiscono ad una bevuta piacevole e rassicurante.

* Credits Treccani.it

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Comfort Wines, ecco quattro grandi classici italiani da non perdere mai di vista

25 novembre 2018 by

Sono quattro grandi classici italiani, senza dubbio tra i comfort wines¤ di maggiore successo che non dovrebbero mai mancare nelle carte dei vini di Osterie, Wine Bar e Ristoranti. Valpolicella Ripasso, Rosso di Montalcino, Barbera d’Alba, Langhe Nebbiolo, di queste ecco alcune etichette imperdibili tra gli ultimi assaggi.

Valpolicella Ripassa Superiore Campo Ciotoli 2015 I Campi - foto L'Arcante

Valpolicella Ripasso Superiore Campo Ciotoli 2015 I Campi. Vi abbiamo raccontato qualcosina dell’azienda scrivendo del loro Soave Campo Vulcano¤, lasciamo così traccia anche di quest’altra etichetta secondo noi molto ben riuscita. Da uve Corvina e Corvinone in prevalenza, poi Rondinella e Croatina. Un grande classico da queste parti il Ripasso¤, vino di grande successo di cui un po’ si sono perse le tracce, il Campo Ciotoli 2015 di Flavio Prà ci è parsa una buona espressione dandoci l’impressione di trovarci davanti ad una bottiglia di spessore e ben fatta, dalla discreta personalità e caratterizzazione, con una buona intensità olfattiva, ampiezza dei profumi e tanta piacevolezza di beva, tutto quanto essenziale per i rossi della tipologia. Uno di quei vini ‘’da conversazione’’ che ogni Osteria e Wine Bar non dovrebbero mai farsi mancare in carta, da suggerire e sbicchierare su sformati di verdure e carne, timballi di pasta al forno, taglieri di salumi.

Rosso di Montalcino 2016 Baricci - foto A. Di Costanzo

Rosso di Montalcino 2016 Baricci. Non è proprio il nostro modello di Rosso di Montalcino che generalmente preferiamo meno corpulenti e tendenzialmente più acidi che tannici, ci rendiamo conto però che la buona annata, particolarmente ‘’ricca’’, ha reso la vita difficile un po’ a tutti da queste parti costringendo molti a fare i conti con un millesimo potente e vini sin dai primi assaggi pronti seppur un tantino ‘’carichi’’. Il duemilasedici di Baricci è un Rosso con tanta materia e senza dubbio lunga vita davanti. Ci è parso un vino polposo e gratificante, uno di quei rossi che riempiono la bocca, da spendere principalmente su arrosti impegnativi oppure in abbinamento a caroselli di formaggi a pasta dura¤ (anche erborinati) di lunga stagionatura.

Barbera d'Alba 2015 Rizzi - Foto A. Di Costanzo

Barbera d’Alba 2015 Rizzi. E’ di quelle bottiglie da non far mai mancare in casa, rosso dai profumi e sapori d’un tempo che fu eppure sempre contemporanei nonostante le mode e le fisime del momento. Esprime un bel colore rubino dalla chiara vivacità, ha un naso fruttato e lievemente speziato, richiama alla mente anzitutto sentori di piccoli frutti neri, mora, poi prugna, al palato il sorso è asciutto e vivace, piacevolmente caldo. Con l’autunno, quando le cucine soprattutto alla domenica si riempiono di profumi di carni al sugo o stufate in umido, ecco il vino da berci su.

Langhe Nebbiolo 2016 Giuseppe Cortese - Fptp A. Di Costanzo

Langhe Nebbiolo 2016 Giuseppe Cortese. I vini di Giuseppe Cortese sono sempre un buon affare per chi desidera avvicinarsi ai vini di Langa senza doversi per forza svenare con vari Barolo o Barbaresco, vini questi senz’altro prelibati ma che si sa hanno sempre bisogno di un po’ di anni di affinamento per esprimersi al meglio. E giovani Nebbiolo facili da bere se ne trovano diversi sul mercato anche se talvolta al di là della scritta in etichetta vi è davvero poco in bottiglia che sappia coniugare ed evocare quei territori nella maniera giusta ed originale. Ecco quindi tra le varie etichette raccomandabili una da non farsi scappare assolutamente. Un Nebbiolo di finissima fattura, proveniente dalle vigne più giovani dello storico cru di Barbaresco Rabajà, vino sottile e invitante, dal colore rubino aranciato e dal naso intriso di sensazioni floreali e fruttate, di rosa, arancia rossa e sottobosco, dal sapore asciutto ed efficace, appena astringente sul finale di bocca, davvero un bel vino da non farsi mancare in cantina. Polenta e salsiccia, Schiaffoni con la Genovese, Agnello al forno con patate.

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Novacella, Private Cuvée 2016 Pacherhof

21 novembre 2018 by

Riesling¤, Kerner¤ e Sylvaner sono varietà che generalmente non lasciano molto scampo ad interpretazioni estemporanee. Sanno essere infatti straordinarie e sorprendenti solo quando ”lette” al meglio sia se vinificate da sole oppure, come in questo caso, sfida delle sfide, messe assieme in un’unica bottiglia: da qui nasce Private Cuvée di Andreas Huber. 

Esce per la prima volta con l’annata 2014, l’idea del viticoltore ed enologo altoatesino, un vero specialista su questa tipologia di vitigni, puntava a consegnare agli appassionati un vino che andasse oltre i confini varietali capace di esprimere al meglio tutto il potenziale di queste sue splendide vigne nel cuore della Valle Isarco, 8 ettari nel comune di Novacella che si arrampicano da 600 metri fino a 820 metri sul livello mare.

E’ questo un territorio di montagna di confine, l’areale qui alterna scisti quarziferi a graniti e ardesie di origine morenica, in un contesto microclimatico davvero peculiare caratterizzato da forti escursioni termiche, tutti elementi che contribuiscono in maniera decisiva a disegnare vini suggestivi e particolari. Da qui il pensiero di creare una cuvée che rappresentasse al meglio per gli anni a venire la storia di questa piccola realtà che in qualche maniera nella storia ci è già: è stata proprio la famiglia di Andreas Huber, con il pro-zio Josef, ad aver introdotto qui in valle alcune di queste varietà internazionali tra le quali proprio il Kerner, avendone intuito tra i primi la capacità di adattamento e la qualità produttiva.

Private Cuvée 2016 viene fuori dall’assemblaggio di Riesling e Kerner che vengono gestite però esclusivamente in acciaio, e Sylvaner che viene invece tenuto per circa sei mesi in legno grande. Da qui la cuvée, che rimane in bottiglia per ancora un periodo minimo di 6 mesi. Il risultato nel bicchiere è avvincente, il vino ha uno splendido colore paglierino, è cristallino, il naso è superbo e complesso, variopinto di note floreali e balsamiche, sottili rimandi boisè ed officinali, vi si riconoscono tra gli altri sentori di sambuco e rosa, frutta bianca e spezie fini; il sorso è anzitutto caratterizzato da piacevole freschezza, l’impronta acida non sovrasta però la materia succosa, anzi, ne tratteggia in maniera essenziale la bevuta donandogli vivacità ed equilibrio, il finale di bocca è sapido, gustosissimo!

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Monteforte d’Alpone, Soave Classico Campo Vulcano 2017 I Campi

20 novembre 2018 by

Etna, Vesuvio, Campi Flegrei, Soave. Non sappiamo se sia corretta questa precisa sequenza con la quale si tende generalmente a voler indentificare in Italia quei vini provenienti da aree (di origine) vulcaniche tant’è che oggi parlare di vini dei vulcani è talmente di moda che il rischio di cadere nella banalità è dietro l’angolo.

Di certo da queste parti nei territori del Soave si sta facendo un gran lavoro di ricerca e monitoraggio che ha già conseguenze molto positive sulla filiera e per quei produttori che nel frattempo hanno saputo far tesoro di questo prezioso ”bonus” consegnato loro dalla natura, lavorandoci su duramente e bene in vigna e in cantina.

Qui i suoli di alcune aree sono caratterizzati da basalti scuri vulcanici, le terre pregne di minerali tufacei anche se in realtà queste colline presentano una grande diversità di terreni che includono sabbie gialle, terreni bianchissimi calcarei di origine marine, altri terreni frammisti. Questo significa che i vini a carattere ”vulcanico” sono facilmente circoscrivibili ad una provenienza precisa e che soprattutto in annate particolari come la duemiladiciassette sanno distinguersi nonostante un andamento climatico stagionale davvero particolare che ha visto, tra le altre, maturazioni repentine concluse in poche settimane che da un lato hanno concesso a molti di portare a casa il risultato ma dall’altro hanno consegnato agli annali vini perlopiù nella media, con pochi sussulti e solo in alcuni casi capaci distinguersi per personalità.

Anche per questo ci è piaciuto il Campo Vulcano 2017 di Flavio Prà, certo non altezza delle precedenti uscite ma comunque presente tra quelle bottiglie capaci di conquistarsi approvazione. Siamo nella zona Classica delle colline di Monteforte d’Alpone, Campo Vulcano è prodotto da Garganega e Trebbiano di Soave. L’impressione è di trovarci davanti ad un calice di un vino di spessore e dalla forte personalità territoriale, caratterizzato da una buona intensità olfattiva, ampiezza e corredo aromatico di rango. E’ un bianco fragrante, al naso si colgono gradevoli note di cedro e camomilla poi sentori di mango e papaya. Il sorso possiede discreta tensione gustativa, è in perfetta armonia espressiva, l’assaggio è invitante, pieno, saporito, dal finale piacevolmente tondo. Vulcanico e Soave!

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Burlesque 2015 il Grecomusc’ di Cantine Lonardo

16 novembre 2018 by

Con dispiacere ci eravamo persi qualche ultimo passaggio di questo particolare vino bianco campano prodotto là nelle campagne di Taurasi. Ché a dirla tutta manco ci aspettavamo un ritorno al passato così efficace da farci addirittura venire un senso di colpa così vivo tale da colpirci nell’orgoglio, quasi.

Campania bianco igt Burlesque 2015 Cantine Lonardo - foto A. Di Costanzo

Eh sì, perché noi al Grecomusc’ ci siamo appassionati sin da subito e su queste pagine chi volesse trova tanta narrativa su questo vino e la sua storia. Si sta parlando di una varietà coltivata come dicevamo perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, entrambi in provincia di Avellino, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’. Storicamente si sapeva che il Greco Moscio (o Roviello bianco) fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche già nel 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà più redditizie, specialmente Fiano e Greco, presumibilmente a causa della sua precocità e quindi destinato così all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, talvolta a piede franco, piantati più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per precisi fini produttivi.

Qui il grande merito della famiglia Lonardo e del gruppo di lavoro che con a capo Giancarlo Moschetti hanno saputo portare avanti ricerca e sperimentazioni per la salvaguardia, il recupero ed il rilancio di questa produzione da annoverare quindi tra le più preziose della nostra tradizione vitivinicola regionale.

Ci torniamo su con colpevole ritardo, dicevamo, anche se l’ultima annata passata nei calici, un’anteprima della duemiladieci¤, destò qualche perplessità nonostante fosse buonissimo e qualche tempo dopo elogiato e pluripremiato da diverse Guide ai Vini d’Italia. Era il dicembre 2011, eravamo certamente felici ma anche un po’ confusi. Dopo l’esordio in legno con la 2007, dalla 2008 in poi niente più passaggio in legno per questo vino che con la 2010 passava nelle mani dell’ottimo Vincenzo Mercurio che subentrava in cantina a Maurizio De Simone. Anche il manico si sa ha la sua incidenza, è indubbio che la “pulizia” espressiva soprattutto al naso derivasse da un opera certosina dell’enologo Mercurio che in questo è un gran maestro, indiscutibile, mentre De Simone rimane uno che ama “scavare” nell’anima di certe uve, certi terroir senza mezze misure. Però delle due l’una, e questa doppia faccia del vino spiazzava un po’ tutti.

Grecomusc’ duemilaquindici ci ha subito riportato alla memoria quelle bottiglie, ci ha scaraventati indietro nel tempo riportandoci ai primi Grecomusc’, quelli temerari, con quel suo naso sfrontato e imperfetto e il sorso spavaldo e sgraziato di chi è là nel bicchiere per raccontarsi e non necessariamente per piacere. Un naso ampio, maturo ed etereo, una bevuta dal sapore succulento e stuzzicante. Il nome, Burlesque, non è da cogliere nella sua accezione di genere avvenente e sensuale ma più che altro, quindi, come un riferimento al teatro satirico, parodistico, quasi a sottolineare la distanza siderale tra certi bianchi storici e in qualche maniera monumentali del territorio da questo piccolo e (non più) anonimo bianco taurasino (!) che sa, invece, di saperla parecchio lunga.

Leggi anche Verticale Storica Grecomusc’ di Cantine Lonardo Qui.

Leggi anche Grecomusc’ 2008 di Cantine Lonardo Qui.

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Antoine Gaita, Montefredane e il Clos d’Haut 2017

13 novembre 2018 by

Abbiamo sempre avuto grande rispetto per Antoine Gaita¤, personaggio incredibile che in appena 20 anni, prima di lasciarci nel 2015 a soli 60 anni, crediamo abbia dato al vino Irpino davvero tanto, in particolare al Fiano di Avellino, contribuendo in maniera decisiva con le sue bottiglie (anzitutto) di Vigna della Congregazione a ridefinire la mappatura dei grandi vini bianchi campani e italiani.

Con Guido Marsella fu tra i primi ad insistere sulla necessità per il Fiano di uscire sul mercato più tardi, almeno un anno dopo la vendemmia, sicuro che i suoi vini ne avrebbero tratto solo giovamento. Siamo a fine anni ’90 e certe sue bottiglie con questo nuovo approccio commerciale avrebbero disvelato al mondo degli appassionati quanto fossero profondamente sottovalutati prima di allora alcuni aspetti caratteristici del varietale e del territorio di provenienza, in questo caso Montefredane, a tutti gli effetti un Grand Cru del Fiano di Avellino.

Dinanzi alle bottiglie, calici alla mano così era, così è stato negli anni tanto che ancora oggi Vigna della Congregazione è da considerarsi etichetta di riferimento assoluto, alcune sue uscite sono per complessità ed equilibrio gustativo vini straordinari eppure capaci di regalare in degustazione virtuosismi incredibili di verticalità e grassezza senza mai risultare stucchevoli o pesanti.

Un ventennio vissuto tutto d’un fiato in cui certo non sono mancati ripensamenti, l’onda lunga del bianco in legno anche qui c’ha messo la sua bandierina ma tutto si è dissolto per fortuna velocemente, riconsegnando al varietale e al terreno il grosso delle responsabilità che in cantina Antoine si obbligava a vivere da puro artigiano, ragionando sul tempo per raggiungere l’equilibrio e la profondità che immaginava per i suoi vini che desiderava volitivi, pieni e slanciati, di grande avvenenza e piacevoli da bere ma estremamente territoriali, profondi, pieni di energia e in grado di giocarsela con qualunque altro grande bianco.

Clos d’Haut viene fuori per la prima volta nel 2014, poco prima della sua scomparsa, si tratta nella sostanza delle cose di una selezione delle uve provenienti dalla sommità della collina meridionale di Montefredane, a circa 500 metri s.l.m. dove i terreni sono più sciolti rispetto a quelli argillosi della Vigna della Congregazione.

Dobbiamo dire di un duemiladiciassette piacevolissimo, invitante e seducente al naso quanto caratterizzato da particolare freschezza, sapidità ed avvolgenza al palato. E’ incredibile quanto sia facile tirarvi fuori chiarissimi riconoscimenti di nespola ed albicocca, di solito un po’ forzati in certe degustazioni ma qui espressi in maniera quasi disarmante, così come i sentori di mango e ananas subito sospinti da gradevoli note balsamiche e fumé. Il sorso è franco, sapido, avvolgente, regala una bevuta decisamente ben al di sopra dei canoni di un’annata non proprio felicissima per la denominazione.

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Falanghina del Sannio Fois 2017 Cautiero

10 novembre 2018 by

Sembra ieri quando assaggiammo per la prima volta i vini di Imma e Fulvio Cautiero nel 2007, sono passati più di dieci anni durante i quali nonostante le nostre strade abbiano preso direzioni diverse non ci siamo mai persi di vista. Pur senza scriverne non ci siamo certo fatti mancare qualche assaggio ma è bello ritrovarci a raccontarne proprio oggi una 2017 che per certi versi ci ricorda un po’ quei primi timidi passi nel mondo del vino!

Siamo a Frasso Telesino, piccolo comune perlopiù sconosciuto  di poco più di 2000 anime all’interno del comprensorio ”Taburno Camposauro” in provincia di Benevento, dove Fulvio ha ripreso per i capelli – si fa per dire – la vocazione di suo nonno Giovanni, contadino e viticoltore per passione, proseguendo con la moglie Imma un progetto intelligente e di lungo periodo dando così seguito ad una tradizione famigliare che rischiava di smarrirsi tra le maglie dell’abbandono delle campagne. E’ lui oggi ad occuparsi di un po’ di tutto, tanto in campagna e in vigna quanto in cantina dove l’affianca il bravo ed esperto enologo Alberto Cecere che ben conosce l’areale ed i vini qui prodotti.

Il territorio da queste parti tende generalmente a nascondere più che a rivelare, conduce quasi ad allontanare più che ad andare incontro, accogliere, ciononostante i vini di Cautiero, seppur con lentezza non fanno fatica a distinguersi nitidamente nel mare magnum di una denominazione che rimane a tutti gli effetti la più vasta in regione per produzione proprio della Falanghina.

Fois duemiladiciassette è un bel bere, nonostante l’annata non deponga certo a suo favore in termini di freschezza e verticalità regala tuttavia una bevuta davvero interessante. Il vino ha un gradevole colore paglierino pieno ed un primo naso ”furbacchione” ed aperto, subito floreale poi fruttato, si colgono sentori di ginestra e pesca, poi accenni balsamici; il sorso è secco e appagante, piacevole, diciamo che manca di quella profondità delle migliore annate tra le quali ricordo una buonissima 2013, ma ci sta, l’annata è stata quella che è stata, siccitosa, calda, parecchio precoce, tuttavia bottiglie come queste, a poco più di 8 euro a scaffale in enoteca sono da considerarsi un vero  e proprio affare con un rapporto qualità-prezzo-felicità assolutamente non trascurabile.

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L’Arcante su il Napolista, questi i primi articoli

9 novembre 2018 by

Il Napolista

Da poco meno di un mese alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana raccontiamo le buone etichette campane prendendo spunto dai profili dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Serie A¤ e Champions League¤.

Questi che seguono sono i primi articoli pubblicati che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#1 Adam Ounas e l’Asprinio d’Aversa Trentapioli di Salvatore Martusciello Leggi Qui.

#2 Raul Albiol e il Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2012 di Feudi di San Gregorio Leggi Qui.

#3 Kalidou Koulibaly e il Falerno del Massico rosso Maiatico 2013 di Michele Moio Leggi Qui.

#4 Marko Rog e il Campania bianco Monte di Grazia 2015 di Alfonso Arpino Leggi Qui.

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Comfort wines, most unwanted!

4 novembre 2018 by

Come per i Comfort Food ovvero quei cibi a cui ricorriamo per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici così vi sono i Comfort Wines, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, che riportano talvolta con malinconia ad un tempo che fu.

Message in a bottle - foto dal web

Senza scomodare i cugini francesi e lo Champagne, di cui tutti ma proprio tutti sono diventati connaisseurs raffinés e ghiotti consumatori a tutte le ore, ad ognuno le sue etichette del cuore: c’è chi punta dritto su vini corposi, morbidi e lussuosi come i Supertuscans oppure, rimanendo da quelle parti tra le province di Siena e Firenze, preferisce i toni più austeri garantiti da certi Chianti Classico o Brunello; c’è poi chi punta al Piemonte e ai suoi Barolo e Barbaresco, chi si affida invece al calore avvolgente del più classico degli Amarone e chi, in larga maggioranza e forse meno pretenziosi, s’accontenta e gode davanti al solito bicchiere di Ribolla, Soave, Verdicchio oppure di Barbera, Valpolicella, Morellino di Scansano che ne so di Piedirosso, oppure Aglianico, Primitivo, Nero d’Avola.

Vini, in particolare questi ultimi, che continuano ad essere tra i più consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con successo soprattutto al calice, sicuramente perché economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. E’ questa una mezza verità che andrebbe sicuramente indagata e spiegata meglio, eppure proprio questi vini sembrano quasi completamente spariti dai radar di chi beve, racconta, suggerisce il vino da cercare, comprare, bere. Perché?

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Ustica, Grotta dell’Oro 2017 Hibiscus

29 ottobre 2018 by

Hibiscus¤ è una bellissima realtà sull’Isola di Ustica di proprietà della famiglia Longo da tre generazioni, fu negli anni settanta che Nicola provò con tenacia a dare un futuro al vecchio palmento di famiglia ora destinato ad uno splendido agriturismo di circa 10 ettari pienamente immerso nella natura suggestiva isolana tra scenari brulli e coltivazioni verdeggianti.

Hibiscus 2017 Grotta dell'Oro - foto L'Arcante

Oggi l’azienda è nelle mani della figlia Margherita e del suo compagno Vito che proseguono con risolutezza la conservazione di un pezzo di territorio unico qui a Ustica, luogo che ci rievoca immediatamente una ferita ancora aperta nella storia del nostro paese ma che in fondo non ha mai smesso un giorno di continuare a vivere nella normalità più assoluta, secondo cultura, tradizioni ed origini qui assolutamente ben radicate.

Tutto avviene tra le Contrade Spalmatore e Tramontana, qui la terra è di origine vulcanica, di medio impasto, composta perlopiù da argilla e sabbie, i vari appezzamenti sono praticamente tutti affacciati sul mare che da qui dista non più di 200 metri, oltre una complessa cintura di muretti a secco tirati su con gran fatica, un po’ per rendere i terreni meglio coltivabili, un po’ per difenderne le colture a mo’ di frangivento.

Dono prezioso di questa terra sono ad esempio le lenticchie di Ustica Presidio Slow Food®. Mentre nei tre ettari di vigneto a guyot sono piantate perlopiù varietà autoctone siciliane: catarratto, grillo, inzolia e zibibbo che danno vita a tre vini bianchi tipicamante usticesi, profumati, sottili, sapidi; mentre il nero d’Avola, con il merlot, danno vita all’unico rosso aziendale. Stiamo parlando di viticoltura isolana, che desta sempre grande fascino e suggestione, alle prese con mille difficoltà come abbiamo imparato nei numerosi passaggi a Capri¤ e sull’isola di Ponza¤, dove i vini sono necessariamente caratterizzati da una sorta di irripetibilità che li rende praticamente unici. Ustica non è da meno, non a caso Hibiscus è l’unica cantina a vinificare sull’Isola grazie ad una lenta e graduale modernizzazione della cantina avviata a fine anni ’90.

Sono poco più di di 13.000 le bottiglie prodotte tra le quali questo delizioso vino bianco secco da uve Zibibbo. Il Grotta dell’Oro 2017 è caratterizzato da uno splendido colore paglierino, ha un primo naso immediatamente gradevole, avvenente, richiama subito note dolci e ammiccanti, poi evoca sentori di agrume e fiori di zagara, di rosa ed erbette aromatiche. Il sorso è secco, scivola via asciutto ma sul finale di bocca ripropone quella dolce sensazione di moscato che tanto fa piacere al naso. Da servire freddo, anche freddissimo, da bere magari affacciati sul mare di Ustica che chissà forse per una volta, almeno una volta, volgendo lo sguardo all’orizzonte possa evocare solo buoni pensieri senza lasciare quel solito non so ché di amaro in bocca.  

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Il vino in pizzeria, ce ne faremo una buona ragione

27 ottobre 2018 by

Il successo della pizza è inarrestabile, negli ultimi 4/5 anni si è assistito ad un exploit incredibile che sembra portarsi dietro tra gli altri alcuni ”effetti collaterali” molto positivi, tra questi una crescita propulsiva del consumo consapevole del vino che in alcuni nuovi locali diviene addirittura protagonista assoluto scalzando per alto gradimento due storici abbinamenti come birra e cola.

L'Ortolana d'autunno dei F.lli Salvo - foto tratta dal web

L’Ortolana d’autunno dei F.lli Salvo

Si vanno così a delineare nuovi equilibri commerciali nel canale Ho.Re.Ca che nei prossimi anni promettono numeri ancora più importanti. A maggior ragione abbiamo assistito ad un fatto storico non trascurabile: il vino è riuscito dove non è riuscita la birra! Per anni infatti ci si è chiesto perché la birra, in particolar modo quella artigianale, facesse così fatica ad uscire da pub e pizzerie e ”scardinare” le resistenze della ristorazione di qualità, entrare cioè nelle carte dei ristoranti, fossero pure non necessariamente stellati. Ebbene, dopo vani tentativi, nonostante ingenti investimenti la loro presenza è rimasta timida e dimessa. Non è così per il vino in pizzeria che va invece molto forte, ritagliandosi sempre più spazio nonostante richieda investimenti considerevoli visto il più alto costo medio del prodotto, l’indispensabile formazione specifica del personale, una rotazione continua del capitale in cantina. 

Va detto per onestà che il vino in pizzeria c’è sempre stato, difficile smentirlo, vero è che non è mai stato così protagonista come pare diventarlo oggi. Tre anni fa se ne parlò approfonditamente nel libro di Francesco Aiello ”Sorbillo – la pizza di Napoli”¤ dove proprio il nostro Angelo Di Costanzo affrontò con attenzione e profondità l’argomento dell’abbinamento pizza e vino così concludendo: ”le scelte dell’abbinamento ideale vanno sempre studiate e misurate, e non buttate lì a caso giusto per compiacere o compiacersi”. Vino e pizza sono quindi da intendersi un’accoppiata vincente sempre, purché ragionata (!), non fosse altro per quel che rappresentano da un punto di vista storico, culturale e territoriale in Campania, in Italia e nel mondo.

Salvatore Salvo - foto tratta dal web

Salvatore Salvo nella Pizzeria alla Riviera di Chiaia

Anche per questo ci sentiamo quasi in dovere di evidenziare ed apprezzare il grande lavoro portato avanti da Francesco e Salvatore Salvo¤, senza dubbio tra i primi a dare impulso a questa sorta di nouvelle vague che quasi impone in pizzeria una visione diversa e più articolata sull’argomento. Un pensiero seminato e ben coltivato a San Giorgio a Cremano, nella loro prima storica sede ed oggi rilanciato con maggiore impulso nella nuova confortevole dimora di Palazzo Ischitella nel centro di Napoli, alla Riviera di Chiaia.

Un investimento importante che all’occhio più attento non sfugge, figlio di un duro lavoro di meditazione, analisi giuste, scelte oculate tese soprattutto a disinnescare la tentazione di strafare che è là, sempre in agguato pronta a trasformare un’intuizione acuta in un tentativo stucchevole e pretestuoso. Qui tutto ha un senso più compiuto perché cammina pari passo con la loro storia recente, la tradizione di famiglia, la ricerca continua su materie prime, qualità degli impasti, manualità artigianale di chi sta dietro al banco, davanti ai forni e nelle cucine e, non ultimo, in sala in mezzo alla gente. Ecco, così del vino in pizzeria ce ne faremo una buona ragione, tutta da godere.

Pizzeria Francesco&Salvatore Salvo – Riviera di Chiaia, 271 – Napoli – Tel. 081 3599926

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Segnalazioni| Il vino raccontato ai tifosi

27 ottobre 2018 by

Il Napolista

Da qualche settimana sul giornale on line ilNapolista c’è una nuova rubrica ”Un Calciatore, Un vino” a nostra firma; proviamo a raccontare il vino buono, quello autentico e che ha qualcosa da dire, ai tifosi del pallone.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno. Se vi va, seguiteci¤!

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Il (tuo) vino tra web, social, Influencer

18 ottobre 2018 by

Vi è una sovrabbondanza di personaggi che vanno peregrinando con velleità da influencer del vino a destra e a manca. Non sono (tutti) giornalisti, né wine blogger, ché tra questi gli scappati di casa si conoscono ormai tutti e sono riconoscibili ad occhi chiusi.

Sapevamo che tecnicamente è influencer quella persona in grado di influenzare scelte d’acquisto, politiche o decisionali di altre persone; gode, pertanto, nella vita reale o in quella virtuale, di autorevolezza ed è riconosciuta come esperta di un determinato argomento.

Queste sono invece generalmente persone che si fanno notare per il loro comportamento singolare, che raccontano come originale e bizzarro e per questo si ritengono seguitissimi. Hanno di solito frequentato o appena terminato qualche livello di corso per sommelier – che mettono ben inciso nel loro profilo -, hanno meno di trent’anni ma si sentono decisamente dei millennials, tendono infatti a mescolarsi tra loro, pare per distinguersi. Mah…

Godono certamente di bella presenza, magari hanno quattro soldi e li spendono tutti per vanità, non hanno problemi a mostrarsi sui loro profili social eleganti, piene di fascino sino all’ammiccante quando indossano certi abitini succinti, oppure aggressive e fatale, a seconda della bottiglia di vino che indossano e che mostrano alla stessa stregua dell’ultima giacca prêt-à-porter duemiladiciassette, di una borsetta griffata, un monile di bigiotteria. Bottiglia rigorosamente tappata. Con giusto tre quattro parole copiate ed incollate dal sito web dell’azienda che gliele ha fornite.

Il vino è senza dubbio altro. Senza scomodare Soldati¤ o Veronelli¤, in una bottiglia c’è la storia di una terra, della sua uva, di coloro i quali ci faticano per raccontarceli. Ci sono anni di duro lavoro, talvolta 10, 50 e passa vendemmie (!), pensieri e patemi, fallimenti e successi. Ci sono insomma emozioni che certi bicchieri di vino non bastano, figuriamoci un selfie. Mi fa rabbrividire solo il pensiero che tutto questo possa sentire il bisogno di questo (nuovo) modo di comunicare, fosse solo anche l’ultimo dei tentativi rimasti per rendere il vino ed il suo consumo più popolare e consapevole.

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Un lustro fa

17 ottobre 2018 by

Mamma mia che giornata memorabile quel 17 Ottobre del 2013! L’avessero voluta scrivere così avvincente la sceneggiatura di una giornata del genere non ci si crederebbe, giuro.

Ad ognuna la sua Leopolda, si potrebbe dire. Ebbene non ci sarei nemmeno dovuto essere là quel giorno e di ragioni ne avremmo avute, almeno una, importantissima. Eppure c’ero, ci siamo stati. Verso mezzogiorno, ad una manciata di minuti di distanza, mentre a Napoli Lilly¤ entrava in sala parto per dare alla luce Alessia, io mettevo piede là su quel palco a Firenze.

C’è da chiederselo, penso anche giustamente, se fosse dovuto andare proprio così:”Ma come, tua moglie entra in sala parto, nasce tua figlia e tu vai, te ne vai alla premiazione de L’Espresso?” Beh, forse sì, non fu per niente semplice scegliere, capire cosa fosse giusto fare in una situazione del genere. Ci pensammo tanto, ragionato e così decidemmo: questione di rispetto!

Si, rispetto, una parola che pare scomparsa dal linguaggio e dal comportamento di molti, soprattutto nel nostro mondo di Cucina e Sala. Quel rispetto che pare mancare a molti ”giovani” scalpitanti che proprio non si capacitano perché non gli venga riconosciuto (subito) quanto sono convinti di valere (secondo loro sempre un punto o due in più di quanto vengono valutati). Già, i punti, sembra che tutto alla fine si riduca a una rincorsa ai puntiai virgola 5, le Stelletelle. Macché…

Ecco, quel giorno a Firenze ci sono andato per rispetto, per chi volle ch’io fossi là quel giorno ma soprattutto per chi aveva permesso in tutti quegli anni di costruire passo dopo passo (anche) quel momento indimenticabile. Rispetto per tutti, a maggior ragione per la mia Lilly che quei passi li aveva tutti camminati con me. E un po’ anche per me stesso che, lasciatemelo dire, m’ero fattoun mazzo grosso così pe’ ll’avé!”¤.

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Se vi va qui sotto trovate alcune delle cose uscite qua e là in giro che raccontano quell’evento del 17 Ottobre 2013 alla Stazione Leopolda di Firenze. E per chi è su Facebook, c’è anche un Video (qui il link¤) opera dell’amico del cuore Pino Esposito¤.

L’Espresso ¤ – Luciano Pignataro ¤ – Il Mattino ¤

Gambero Rosso ¤ – Identità Golose ¤ – Dissapore ¤

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Lusciano, il 27 Ottobre c’è Dintorni d’Asprinio

12 ottobre 2018 by

L’Asprinio piace, piace un sacco, difficile confonderne il gusto così spiccato: ha una marcia in più, davvero originale, unico! Inebriante nelle versioni spumante resta degno compagno di tutto un pasto nella versione ferma.

Certo bisogna lavorarci un po’ su, soprattutto saperlo comunicare meglio di adesso e bene, visto che ai più è praticamente sconosciuto. Anche per questo non potevamo non dare spazio a questa bella iniziativa dell’Ais Caserta che speriamo abbia il successo che si merita.

Dintorni d’Asprinio è un viaggio, un approfondimento vero nei territori dove da sempre è allevato uno dei vitigni più amati e discussi degli ultimi anni e dove un patrimonio di conoscenze vitivinicole è ancora oggi a rischio di scomparire.

Per Informazioni: eventi.aiscaserta@gmail.com

Leggi anche L’Alberata aversana¤.

Leggi anche anche Piccola Guida all’Asprinio d’Aversa¤.

Leggi anche Lusciano, I Borboni¤.

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TREBICCHIERI® 2019, premiato il Campi Flegrei Falanghina Vigna Astroni 2015

10 ottobre 2018 by

E’ una splendida notizia quella che giunge agli appassionati tutti! La prestigiosa Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso¤ ha assegnato allo splendido bianco di Cantine Astroni¤ il TreBicchieri® 2019.

Un grande traguardo per Gerardo Vernazzaro¤, amico di tante bevute e spesso ospite su queste pagine con i suoi brillantissimi post, ancor più un premio di enorme valore per tutta la famiglia Varchetta e per il territorio flegreo che ancora una volta vedono premiato il grande lavoro di rilancio in atto che non smette, con piccoli ma significativi passi, di stupire e conquistare consensi. Bene, bravi e avanti con forza!

Leggi anche Le Strade del Vino dei Campi Flegrei¤

Leggi anche Chiacchiere Distintive, Gerardo Vernazzaro¤

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TREBICCHIERI® 2019, premiato il Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2013

10 ottobre 2018 by

Piano di Montevergine Taurasi Riserva

C’è, oltre al presente, una storia personale molto forte che ci lega a questa etichetta e all’azienda, storia che ha radici antiche e ben salde. Le prime grandi bottiglie che abbiamo stappato e raccontato sono state di Taurasi¤ docg, e se ci siamo appassionati a questo straordinario vino un po’ è anche merito del Piano di Montevergine di Feudi di San Gregorio, da sempre tra i migliori rossi campani e grande ambasciatore dell’Aglianico nel mondo.

Alcune sue splendide uscite sono impresse negli annali e ricordate perché capaci, come e più di altre bottiglie, di attraversare il tempo e raccontare in maniera autentica e profonda il grande territorio Irpino.

Vini che anche nelle annate più austere sanno esprimere complessità e vivacità organolettica, sostanza e finezza sorprendenti. Vieppiù per un duemilatredici tutto da incorniciare, che dopo il Taurasi ”base” premiato l’anno scorso coglie nuovamente il TreBicchieri®¤ con il Piano di Montevergine Riserva 2013. Ad Maiora Semper!!

Leggi anche Piano di Montevergine Taurasi Riserva 2004¤

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Appiano, Alto Adige Pinot Bianco In der Låmm 2015 Weingut Abraham

8 ottobre 2018 by

C’è stato un tempo in cui una certa tipologia di vini bianchi scuotevano gli animi di appassionati e professionisti di ogni genere e settore della filiera  enoica coinvolgendoli repentinamente in un turbinio di sensazioni, opinioni e prese di posizioni in qualche caso eccessive; punti di vista talvolta comprensibili, altre meno, da un lato il pensiero libero e dall’altro le barricate tese sostanzialmente ad alzare barriere ideologiche che hanno ottenuto come unico risultato l’allontanamento di molti dal bere vini macerati.

Pinot Bianco 2015 Weingut Abraham

Vi è stata indubbiamente un poco di confusione, alcuni produttori mossi forse dalla troppa voglia di fare, si sono spinti nel seguire pedissequamente protocolli non sempre replicabili dappertutto o comunque non idonei a tutte le varietà menzionate nell’elenco delle uve da vino. Lo abbiamo visto, giusto per restringere il cerchio, anche dalle nostre parti qui in Campania con alcuni bianchi che hanno subìto tentativi talmente velleitari da sfociare in copie caricaturali di se stessi, con vini sostanzialmente sovraestratti, pesanti, addirittura ostici da bere; vini passati per cru quando non “da una vigna unica”, esempio di cosa si potesse fare con il varietale lavorandolo in un certo modo, spingendo in là l’asticella: ecco, ce lo saremmo volentieri risparmiato, una deriva stilistica per fortuna rientrata.

Di tutt’altro respiro questo splendido Pinot Bianco 2015 di Martin e Marlies Abraham prodotto dalle uve provenienti dal vigneto In der Låmm nel comune di Appiano, a circa 500m s.l.m.. Vigneto di circa 60 anni allevato su tradizionali pergole le cui radici affondano in un terreno composto da morene dell’ultima glaciazione, miste a pietrisco vulcanico e ricco di minerali di porfido e quarzo.

Vino di grande sostanza, sin dal colore paglierino carico e tendente all’oro più luminoso. Il naso è carico di piacevoli sensazioni floreali e fruttate, fiori bianchi e mela ben matura, erbette officinali e balsami. Il sorso è pieno e rotondo, appagante e godurioso, la lunga macerazione delle bucce dona grande complessità al frutto senza però sovrastarne qualità e freschezza, nonostante i 14° gradi in etichetta facciano immaginare tutt’altra bevibilità. Non vi è dubbio che vi è dietro questo vino un grande lavoro di selezione in vigna e tanta esperienza e massima attenzione in cantina. Una bella esperienza!

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Quarto, della Falanghina dei Campi Flegrei Collina Viticella 2017 Carputo e non solo

6 ottobre 2018 by

Siamo a Quarto, territorio che a torto non ha mai goduto di una particolare considerazione in ambito vitivinicolo, ma nei pressi della ‘’Montagna Spaccata’’ sull’Antica via Consolare Campana costruita dagli antichi Romani per collegare il porto di Puteoli a Capua, proprio sul confine naturale che la divide da Pozzuoli da un lato e da Napoli (Pianura) dall’altro, c’è una collinetta particolarmente vocata che domina tutta la piana quartese. Da qui, in lontananza, si colgono chiaramente Capo Miseno e buona parte del golfo di Pozzuoli.

Pèr 'e Palummo dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini

Pèr ‘e Palummo dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini

La Collina di Viticella passa dai 50m s.l.m della via omonima ai poco più di 150m s.l.m., niente di particolare si direbbe eppure nella sostanza questo lembo di terra tufacea dà uve particolarmente caratteristiche e segnate da profonda pienezza e fragranza gusto-olfattiva.

Il vigneto conta all’incirca 10 ettari tra vigne vecchie di 25/30 anni piantate con sistemi tradizionali e alcuni nuovi impianti più recenti, vi è perlopiù falanghina ed in parte pèr ‘e palummo¤ – così come si preferisce ancora raccontare quest’ultimo -, coltivato quasi esclusivamente nella parte alta della collina e che generalmente viene vinificato con le altre uve piedirosso provenienti da altre parcelle del circondario che assieme danno vita all’unico rosso flegreo prodotto dall’azienda. Piedirosso 2017 che conserva tutta la sua piacevole verve fruttata e floreale al naso e paga forse un po’ di ritardo di maturazione al palato, il sorso rimane affabile e gradito ma un tantino acerbo, contrapposizione che nulla toglie alla qualità del vino ma che forse dà troppa vivacità alla degustazione.

Falanghina dei Campi Flegrei Collina Viticella 2017 Carputo Vini

Falanghina dei Campi Flegrei Collina Viticella 2017 Carputo Vini

Eccolo nel bicchiere il Collina Viticella 2017 dei Carputo¤, ad un anno dalla vendemmia, in tutta la sua freschezza e pienezza gustativa. In questa bottiglia vi finisce solo una parte del raccolto in collina che viene vinificato separatamente e tenuto in serbatoi diversi prima dell’assemblaggio finale. Siamo fortunati a provare una delle ultime bottiglie in circolazione dell’annata duemiladiciassette, millesimo complicato che ha dato vita ad un bianco un po’ sopra le righe già conosciute in precedenza ma pur sempre caratterizzato da un quadro di degustazione pieno di fascino e sostanza.

Se sono infatti da annoverare come una rarità assoluta i tredici gradi e mezzo in etichetta, esempio di come questa vigna sappia distinguersi nettamente in un territorio così frammentato ed eterogeneo, non siamo lontani dai canoni di pulizia e nettezza olfattiva, dalla sua solita complessità dei profumi floreali e fruttati e dalla puntuta freschezza che ne accompagna costantemente ogni sorso, tutto a favore della grande bevibilità del vino!

Falanghina dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini

Falanghina dei Campi Flegrei 2017 Carputo Vini

Del resto non bisogna mai dimenticare quale sia il ruolo principale del vino a tavola, il suo essere funzionale a tutto un pasto completo e non (solo) ad una singola portata: l’abbinamento cibo-vino infatti è una voluttà, pur nobile, che poco appartiene alla nostra cultura enogastronomica che vuole spesso – addirittura lo impone talvolta -, vini mediamente leggeri e poco impegnativi che vadano ad accompagnare certi piatti più che a sostenerli.

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Limoni amari igp

29 settembre 2018 by

L’allarme è stato lanciato da tempo e molte autorevoli voci ne hanno ripreso le grida cercando di capire le ragioni del sistematico abbandono delle colture con l’intento di spronare e aiutare a confrontarsi per trovare delle soluzioni, una via condivisa per la salvaguardia non solo di un comparto economico ormai in piena crisi ma di un territorio che rischia molto di più di qualche conto corrente in rosso!

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Limoneti in Costa d’Amalfi

Il progressivo abbandono dei limoneti, in particolar modo dei terrazzamenti più fitti e scoscesi comporta sostanzialmente il crollo dei muretti a secco alimentando così il rischio di frane che soprattutto in certi angoli della Costiera Amalfitana può risultare fatale soprattutto durante il lungo inverno con il rischio che pioggia e fango possano avere effetti devastanti per alcune località in particolare.

Le ragioni sono presto spiegate: molti degli agricoltori locali hanno ormai raggiunto un’età media di 60/65 anni e non vi è traccia del tanto agognato ricambio generazionale, ciò non favorisce certo una visione prospettica positiva. I giovani si sa preferiscono andare via in cerca di fortuna e chi resta, per mille ragioni, pare accontentarsi di lavorare nel turismo o nella ristorazione, anche solo come stagionale pur di non levare le tende. A questo, come si è detto, vi si aggiungono tutte le difficoltà evidenti del comparto che di certo non aiutano: il commercio dei limoni è diventato sempre più difficile, depredato del suo valore di autenticità di territorio ed origine a favore delle numerose varietà importate da altre nazioni e per giunta a molto meno.

A conti fatti ”Sfusato di Amalfi¤” e ”Limoni di Sorrento¤” rischiano seriamente di rimanere piacevoli rimandi letterari e nient’altro, tutto infatti sembra prendere un sapore decisamente amaro!

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Soave Classico Vigneti di Carbonare 2016 Inama

23 settembre 2018 by

A parlar di vino quando si pensa ad un suolo vulcanico la mente va immediatamente all’Etna o al Vesuvio, magari qualcuno tra gli appassionati più attenti si ricorda del Vulture e dei nostri Campi Flegrei con le isole del golfo di Napoli, infine, forse, all’areale di Soave¤ nel veronese.

Il tema negli ultimi anni ha assunto grande valore dal punto di vista del racconto e della comunicazione del vino tant’è che proprio da queste parti non se lo sono fatti dire due volte calcando spesso la mano su certe caratteristiche della natura del terreno di quest’area che in qualche maniera contribuiscono a donare ad alcune etichette profili organolettici davvero interessanti.

Anche per questo abbiamo sempre seguito con molta attenzione i vini di Stefano Inama¤, capace di produrre bottiglie ogni volta di grande qualità e spessore: è suo il grande successo del Sauvignon Vulcaia Fumè ma sono molto noti a chi ama bere bene anche i Soave Vigneto du Lot e Foscarino e i rossi ‘’internazionali’’ dei Colli Berici tra cui Bradisismo e il Merlot Campo del Lago.

Non potevamo quindi mancare di provare alla sua prima uscita il ”Vigneti di Carbonare” duemilasedici, probabilmente il Soave Classico che punta ancor più a segnare la distanza siderale tra i suoi vini sempre verticali, sapidi e complessi da quelli prodotti nel resto del territorio del nord-est veneto; non a caso, immaginiamo, si è scelto di produrlo lavorando esclusivamente con acciaio e bottiglia senza passarlo per i legni come invece avviene per i precedenti succitati.

Il vino ha un bel colore paglierino carico, il timbro olfattivo è immediatamente piacevole e fragrante, perlopiù incentrato su frutta a polpa bianca e macchia mediterranea ma non mancano lievi note agrumate e sfumature balsamiche. Il sorso è pieno, fresco e accattivante, gustoso e sapido, l’abbiamo bevuto con gran soddisfazione con la Ventresca di tonno scottato di Pasquale Torrente al Convento di Cetara.

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Piccola Guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei

21 settembre 2018 by

‘’Vitigno o Denominazione’’? Il territorio flegreo è da sempre ben inteso come la culla della falanghina e del piedirosso, due varietali autoctoni straordinari che qui assumono caratteristiche e tipicità così uniche tanto dall’essere irripetibili altrove; vitigni per questo giustamente in primo piano anche sulle etichette che tutti abbiamo ormai imparato a conoscere ed apprezzare.

Piccola Guida Ragionata ai vini dei Campi Flegrei

Non vi è dubbio che gran merito del successo di questi vini è anzitutto dei tanti produttori che da anni lavorano duramente per migliorarsi e scrollarsi di dosso stereotipi finalmente superati: nell’immaginario collettivo i vini flegrei erano ”falanghine grevi e facili, bianchi beverini e spesso verdi”, per altri ”piedirosso perennemente in riduzione se non con puzzette addirittura tipiche”; insomma stupidaggini del genere legate perlopiù all’ignoranza e alla superficialità con le quali ci si approcciava e si raccontavano alcuni vini. Ignoranza e superficialità dalle quali non erano esenti talune specie di esperti cronisti e sommelier che a lungo hanno preferito metterli alla berlina prima di assaporare, è proprio il caso di dirlo, l’urgenza di un repentino ritorno sui propri passi evidentemente necessario nel nome di Bacco! E come non chiudere questa breve riflessione ricordando quanto alcuni produttori stessi siano stati per anni ostinatamente impegnati più a commercializzare i fasti del passato greco-romano anziché dedicarsi ed investire tempo e denaro nel migliorare vigna e cantina.

Pozzuoli, Lago d'Averno, Vigneto Storico Mirabella - Piedirosso Campi Flegrei

Pozzuoli, Lago d’Averno

E’ stata fatta tanta strada quindi, in questa ottica ci era parsa una buona idea persino apportare alcune modifiche al disciplinare della doc, già nel 2011¤, con l’intento – ci pare di ricordare – di dare un più ampio respiro a chi avesse voluto cimentarsi in questa nuova strada terroiristica, magari un po’ troppo ambiziosa visto il richiamo alla francese, ma indubbiamente interessante e per molti versi parecchio stimolante. Dispiace constatare però che a distanza di sette anni e quasi otto vendemmie alle spalle non se ne sia ancora fatto nulla: le cantine sembrano quasi aspettarsi a vicenda, in attesa di chi muova il primo passo, eppure proprio in questo momento di grande successo per i vini dei Campi Flegrei ci potrebbero stare un po’ di variazioni sul tema. Suvvia un po’ di coraggio!

Pozzuoli. Qui la vigna è dentro e fuori la città, ha confini apparentemente invisibili e talvolta invalicabili come il vallone tufaceo di Toiano o le colline di Cigliano e dello Scalandrone ricche di lapilli. Vigne stupende, baciate dal sole, vedi quelle nel Lago d’Averno, così suggestive da rimanerci a bocca aperta, consegnateci da una tradizione millenaria e da una vocazione unica e rara. Suggestivi i filari a Spalatrone sulla salita di via Scalandrone che affacciano direttamente sul mare, luogo formidabile per il piedirosso; poi le coste di Agnano a ridosso del vulcano Solfatara e fazzoletti un po’ più allungati a Monterusciello e in zona Cuma-Licola, carezzati dalla brezza marina, in certi casi con piantagioni moderne e allevate con sistemi contemporanei.

Az. Agricola Tenuta Matilde Zasso
Via Vicinale la Schiana 31, Pozzuoli
Tel. 0818555638
http://www.tenutamatildezasso.it
info@tenutamatildezasso.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei.

Az. Agricola Mario Portolano¤
Via Toiano 12, Pozzuoli
Tel. 0818042974 – 335460637
aziendamarioportolano@virgilio.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, fuori doc Campania rosso igt Villa Teresa 6″ (Sei Pollici, ndr).

Az. Agricola Monte Spina – Antonio Iovino
Via San Gennaro Agnano 63, Pozzuoli
Tel. 0815206719
iovino.an@tiscali.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Gruccione.

Az. Vitivinicola Tommaso Babbo¤
Via Scalandrone 22, Pozzuoli
Tel. 3384887522
http://www.cantinebabbo.it
info@cantinebabbo.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Terracalda, Falanghina dei Campi Flegrei Sintema.

Cantine dell’Averno¤
Rampa Averno snc, Pozzuoli
Tel. 3381260655 – 3484950387
http://www.cantinedellaverno.it
cantine.averno@gmail.com
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Riserva Pape Satàn, Falanghina dei Campi Flegrei.

Contrada Salandra¤
Via Tre Piccioni 40, Pozzuoli
Tel. 0818541661
Rif. Dolci Qualitá Pozzuoli
dolciqualita@libero.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei.

Salvatore Martusciello¤
C.so della Repubblica 138, Pozzuoli
Cantina in Via Spinelli 4, Quarto
Tel. 3483809880
http://www.salvatoremartusciello.it
info@salvatoremartusciello.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Settevulcani, Falanghina dei Campi Flegrei Settevulcani.

Campi Flegrei - foto L'Arcante

Marano e le colline più prossime a Napoli, sino al cratere degli Astroni. L’areale più popoloso, Napoli appena fuori Napoli, ma che, inaspettatamente, cela il futuro più immediato della viticoltura flegrea; luoghi che nascondono un passato distratto che ha visto sacrificare al cemento ettari ed ettari di boschi, colture tipiche e vigne che dominavano la città a 360°, dalle terrazze dei Camaldoli alla piana di Agnano. Qui il vento è cambiato e spinge forte in poppa, l’hanno capito e ci lavorano duro piccoli e grandi viticoltori-produttori che qui vanno investendo sul futuro piantando vigna anziché colare, ancora, cemento. Alcune vigne sono dedite alla coltura biologica o comunque ad una agricoltura maggiormente responsabile e sostenibile!

Agnanum – Raffaele Moccia¤
Contrada Astroni 3, Napoli
Tel. 0813417004
http://www.agnanum.it
info@agnanum.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Agnanum, Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna delle Volpi, Falanghina dei Campi Flegrei Vigna del Pino.

Az. Agricola Quaranta
Via Pietra Spaccata, 4 Marano di Napoli
Tel. 0815875200 – 3388758162
http://www.levigneflegree.com
info@levigneflegree.com
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei Vigne di Parthenope.

Cantine Astroni¤
Strada Comunale Sartania 48, Loc. Pianura – Napoli
Tel. 0815884182
http://www.cantineastroni.com
info@cantineastroni.com
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice, Falanghina dei Campi Flegrei Vigna Astroni, Piedirosso dei Campi Flegrei Colle Rotondella, Piedirosso dei Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli.

Cantine Federiciane Monteleone
Via Antica Consolare Campana 34, Marano di Napoli
Tel. 0815765294
http://www.federiciane.it
marketing@federiciane.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei, Vsq Metodo Martinotti Flegreo¤.

Belvedere – Loc. Fusaro, Bacoli

Quarto. L’areale ha una vocazione antichissima, qui siamo in piena campagna anche se l’esplosione demografica degli ultimi decenni ha caratterizzato fortemente il territorio con piccoli e grandi insediamenti suburbani, anche per questo rimane forse il terreno meno battuto della denominazione; qui certe estati sono torride e umide, situazione questa che fa letteralmente impazzire i vignaioli di tutta la piana. Chi ha vigne anche di poco più “alte” è costretto a fare tanta selezione in campagna per riuscire a portare a casa il risultato. La collina di Viticella, piantata perlopiù con Falanghina, esprime buoni frutti, da qui infatti provengono i vini di maggiore fragranza e leggerezza e a prezzi naturalmente più che ragionevoli.

Cantine Di Criscio Quartum¤
Via De Falco Giorgio 17/A, Quarto
Tel. 0818765942
http://www.cantinedicriscio.it
info@cantinedicriscio.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei.

Cantine Il Quarto Miglio¤
Via Cesare Pavese 19 – traversa via Trefole, Quarto
Tel. 0818760364
http://www.ilquartomiglio.it
info@ilquartomiglio.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei.

Carputo Vini¤
Via Viticella 93, Quarto
Tel. 0818760526
http://www.carputovini.it
info@carputovini.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei Collina Viticella.

Vigna Stadio – Monte di Procida

A Bacoli e Monte di Procida. Terrazze e costoni scoscesi con vista mare, la vigna qui è un patrimonio straordinario, regala scenari di un paesaggio di una bellezza unica che lentamente ritorna pienamente alla natura. Resti rupestri e vigne storiche in Via Bellavista, su ai ‘Pozzolani’, ai Fondi di Baia sino in via Panoramica a Monte di Procida con filari a strapiombo sul mare; qui nascono vini bianchi con caratteristiche olfattive decisamente interessanti, con una notevole impronta sapida e capaci, tra l’altro, di attraversare il tempo con discreta disinvoltura.

Cantine Farro¤
Via Virgilio 30-36, Bacoli
Tel. 0818545555
http://www.cantinefarro.it
info@cantinefarro.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei Le Cigliate.

Cantine del Mare¤
Via Cappella IV traversa 5, Monte di Procida
Tel. 0815233040
http://www.cantinedelmare.it
info@cantinedelmare.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei, Piedirosso dei Campi Flegrei, fuori doc Spumante Brezza Flegrea brut.

Az. Agricola La Sibilla¤
Via Ottaviano Augusto 19, Loc. Fusaro – Bacoli
Tel. 0818688778
info@sibillavini.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna Madre, Falanghina dei Campi Flegrei Cruna DeLago.

Az. Agricola Piscina Mirabile¤
via Piscina Mirabile 63, Bacoli
Tel. 0815235174 – 3288068474
http://www.piscinamirabilevini.com
info@piscinamirabilevini.com
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei Vigna Mirabilis.

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Leggi anche Le Strade del vino dei Campi Flegrei¤

Leggi anche Doc Campi Flegrei¤

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Segnalazioni| Storie dal Rione Terra

15 settembre 2018 by

Il Rione Terra di Pozzuoli è stato nel corso dei secoli teatro di eventi, storici e naturali, apportanti cambiamenti importanti nella stessa morfologia dei Campi Flegrei. Nonostante ciò, esso è sempre rimasto abitato, conservando al suo interno memoria dello scorrere dei secoli.

Storie dal Rione Terra, di Gemma Russo, è una raccolta frutto di un anno di impegno della giornalista flegrea puteolana con la Pro Loco Pozzuoli¤ al Percorso Archeologico del Rione Terra. L’incontro con chi ha vissuto direttamente o indirettamente la rocca tufacea ha dato vita ad una pubblicazione con storie che dipingono la natura bradisismica della terra, l’importanza archeologica e storica, la quotidianità che non c’è più, fatta di usi e i costumi, anche gastronomici.

Storie dal Rione Terra lo puoi acquistare presso il Sedile dei Nobili sul Rione Terra di Pozzuoli il sabato e la domenica dalle ore 9 alle ore 17. Oppure, puoi acquistare una copia chiamando la Pro Loco Pozzuoli al numero di tel. 081 303 2275. Si effettuano spedizioni.

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Campi Flegrei Falanghina 2017 Cantine del Mare

10 settembre 2018 by

Seguiamo con attenzione il lavoro di Gennaro Schiano sin dai suoi primi passi mossi nei primi anni duemila. Esce per la prima volta con la 2003, non proprio l’annata migliore per esordire eppure ancora oggi, a distanza di 15 anni, quelle bottiglie di Falanghina¤ e Piedirosso restano ”vivissime” e continuano a raccontare tanto del territorio e dei vitigni autoctoni flegrei!

Gennaro continua a sporcarsi le mani in prima persona, la vigna viene prima di tutto! Il suo lungo pellegrinare sul territorio gli consente oggi di lavorare su più fronti flegrei, da Pozzuoli a Bacoli sino a Monte di Procida con la stessa fiducia. Il vigneto di Cantine del Mare ha mediamente 20/30 anni e le parcelle sono collocate su terreni spesso diversi tra loro, si va dalle grigie sabbie vulcaniche della collina di Cigliano alla Breccia Museo che caratterizza la Falesia che ricama lo strapiombo da Acquamorta a lungo via Panoramica a Monte di Procida, che affaccia direttamente sul Canale dell’Isola di Procida. Qui, in uno scenario davvero suggestivo c’è la splendida vigna Stadio – in foto -, piantata perlopiù con Falanghina che entra in questo vino in larga parte. 

L’annata duemiladiciassette è stata per molti particolarmente stressante, non solo qui nei Campi Flegrei; in effetti l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembra baciato da Dio, beneficia di un microclima straordinario: il mare è lì, a due passi oltre la scarpata, la vigna gode dei venti che spazzano costanti il Canale di Procida che contribuiscono ad arieggiare il catino naturale intorno al quale insistono i terrazzamenti. Qui, durante la notte, si registrano tra l’altro escursioni termiche importanti.

Così si spiega il buonissimo risultato con questo 2017, bianco che ha vivacità da vendere, invitante, fine e spiccatamente minerale, tra i più buoni e quadrati di sempre. Il naso è sottile e varietale, regala inoltre tratti balsamici molto gradevoli. Il sorso è fresco, giustamente puntuto, sapido, appagante. A distanza di qualche mese, oggi, è più espressivo ancora, perfettamente in equilibrio e godibilissimo, sa pienamente di questa terra di mare.

Restiamo invece fiduciosi di assaggiare nuovamente tra qualche mese il Piedirosso 2017: l’assaggio da vasca di alcuni mesi fa e quello provato in questi giorni appena in bottiglia fa molto ben sperare in un nuovo vero fuoriclasse! 

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Tramonti, il Melogna 2017 di Monte di Grazia

6 settembre 2018 by

Che luogo meraviglioso che è Tramonti! Se stai giù in Costiera a fare vacanza non puoi non farci un pensiero nel venirci a passare qualche ora a camminare le vigne, prendere un poco di frescura, magari portare via qualche buon formaggio fresco e bottiglie di vino.

Questo luogo è portatore sano di piacevolissimi ricordi, di storie di amicizia con persone speciali. Alfonso Arpino e la sua famiglia sono un grande esempio di civiltà rurale, rispetto e valorizzazione del territorio, delle varietà autoctone qui coltivate e di tutto quello che è buono, pulito e giusto da scoprire e portare con se.

Lui, medico, uomo di scienza, non smette mai di ripeterlo: ‘’non sono un contadino ma ho sempre avuto una grande passione per l’agricoltura di questi luoghi, un enorme rispetto per questa terra unica, ha permesso ch’io studiassi, era quindi necessario rendergli un pezzetto della mia vita per quanto mi ha donato!’’. Qui¤ e qui¤ raccontiamo tanto e tutto il bello che c’è da sapere su Monte di Grazia¤ e la famiglia Arpino.

Oggi ad occuparsi a tempo pieno dell’Azienda sono i figli Olivia e Fortunato ai quali Alfonso ed Anna hanno trasmesso tutta la loro straordinaria passione nel coltivare la vigna, carezzare i suoi frutti, fare il vino, raccontarlo con tutto l’amore possibile.

Sono davvero autentici i vini di Tramonti, unici e quasi irripetibili. I capricci delle ultime vendemmie hanno per questo consegnato a Fortunato, che oggi si occupa a piè mani della cantina, tante riflessioni, suggerito alcune scelte, obbligandolo a non mostrarsi timido di fronte ai protocolli ma soprattutto a non perdere mai di vista la cosiddetta ”prudenza contadina”; così nasce Melogna, raro esempio di Pop Wine per nulla scontato, una vera chicca per chi è alla ricerca di piacevoli scoperte! E’ un rosso delizioso, vivido nel colore e ammiccante al naso, molto saporito. E’ Composto in larga parte da uve Piedirosso e Tintore, con un saldo di altre varietà tipiche quali Moscio, Olivella e Sciascinoso che contribuiscono a donare al vino estrema freschezza e bevilibità. Da tenere in fresco e portare in tavola alla prima occasione, vino piacevolissimo che regala una beva succosa e leggera.

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