1 Maggio, Ottantuno rose per mia madre

1 Maggio 2012 by

La forza,
il coraggio,
l’amore,
gli anni, 81 oggi, nulla hanno cambiato.
 
Avrai fatto anche tu bellissimi sogni,
avrai avuto anche tu dei grandi desideri,
avrai avuto anche tu delle speranze,
 
tutto, proprio tutto, messo via da qualche parte per i figli,
solo e sempre per la famiglia.
 
Oggi è per te,
Buon compleanno mamma!
 

Stop al TCA, c’è un tappo contro il “sentore di tappo” anche per le migliori bollicine d’autore!

27 aprile 2012 by

Roba da non credere! E’ quasi un anno che volevo segnalarvi sta cosa, poi tra un post e l’altro mi era proprio sfuggita; fortuna ha voluto che mi sono nuovamente imbattuto in una delle bollicine che più mi piacciono…

Il tappo nella foto è quello di un Brut Rosé Collezione 2005 di Cavalleri, splendido Franciacorta da pinot nero e chardonnay di cui avrò tempo di raccontarvi. Ciò che mi ha subito incuriosito invece è quella guarnizione di gomma incastonata proprio al centro dell’ultima lamella di sughero, quella a contatto con il vino: funge praticamente da barriera contro la contaminazione da tricloroanisolo, quella sostanza cioè che conferisce al vino il cosiddetto “sentore di tappo”.

Il rischio naturalmente non è del tutto azzerato, ma l’azienda mi ha confermato che da quando vengono usate queste guarnizioni il fenomeno si è fortemente ridotto, soprattutto per quei prodotti – come le riserve – destinati solitamente ad elevazioni prolungate a contatto col sughero. Cavalleri lo ha sperimentato per la prima volta otto anni fa e lo ha adottato definitivamente su tutti i suoi “Collezione” a partire dal millesimo 2004 (in vendita dal 2009).

Per la cronaca, si tratta di un brevetto francese dell’azienda Barangé, utilizzato tra l’altro da oltre un decennio anche da note maison della Champagne.

The era of the sommelier as “Delphic Oracle” is over, lo dicono a Talia Baiocchi* su “Eater”

19 aprile 2012 by

L’amico sommelier e giornalista Andrea Gori (da Burde) mi segnalava iersera questo articolo apparso su “Eater”, il giornale on line di Talia Baiocchi. Il pezzo, “The Era of the Sommelier as Delphic Oracle Is Over” è interessante e descrive chiaramente la nuova veste del sommelier moderno, non più semplicemente un Oracolo ma un vero comunicatore a 360°. In home page c’è una mia foto – l’hanno scovata Flickr -, è la prova di decantazione al concorso “Primo Sommelier della Campania vinto nel 2008! 

“People are no longer looking for the best wine, they’re looking for the most distinctive wine,” says Levi Dalton, sommelier at Boulud Sud in New York City. While that may just sound like semantics, it’s actually the single most significant development in the diner-sommelier relationship over the past 20 years. 

Raj Parr, the wine director for the Michael Mina group and the co-author – along with Jordan Mackay – of Secrets of the Sommeliers said that in 1996, when he first started as a sommelier it wasn’t about anything but what the guest wanted. Now, he says, the sommelier is less of a steward and more of an ambassador. Sommeliers are no longer just there to give the diner what they are familiar with; they’re there to expose them to something they probably wouldn’t have discovered on their own.

Qui l’articolo per intero pubblicato lo scorso 17 Aprile. 

*Talia Baiocchi is Eater’s Wine Editor. Find her on Twitter at @TaliaBaiocchi and over at “Eater NY” where she covers the treacherous world of New York wine lists via her Decanted column.

Furore, Ravello rosso Riserva ’07 Marisa Cuomo

17 aprile 2012 by

Leggi Marisa Cuomo e pensi subito all’ennesima recensione del suo Fiorduva. Ed invece no. Tra l’altro, almeno per quanto mi riguarda, sono almeno quattro/cinque anni che gli preferisco – di gran lunga – il Furore “base”: si mostra, anche quando con un paio d’anni alle spalle, decisamente più fresco, dinamico, imprevedibile, in particolar modo al palato.


E’ bene però fare un paio di precisazioni. Oggi l’azienda è senza dubbio tra le più conosciute e riconosciute della regione, ormai le bottiglie di Marisa e Andrea Ferraioli svettano meritatamente nell’olimpo dell’enologia italiana. E gran merito è senz’altro del loro Furore bianco Fiorduva che ha contribuito senza dubbio alcuno a spostare definitivamente l’attenzione ai vini bianchi italiani quaggiù alle nostre latitudini: altro che Collio e chardonnay langaroli. A questo va aggiunto poi il contesto che ne alimenta il mito: appare quasi incredibile che su queste rocce si facciano vini di tale suggestione, si è cioè talmente pazzi da coltivare vigna strappandola letteralmente alla montagna e ai dirupi e gli strapiombi sul mare della Costiera. Sì perché le vigne da queste parti vivono praticamente sdraiate sulle rocce a picco sul mare. Bene quindi l’azienda, ma decisamente straordinario il territorio!

Il circondario se vogliamo è anche abbastanza circoscritto, rimane però molto complicato e disagevole spostarsi anche da una sola vigna all’altra proprio per le particolari condizioni ambientali in cui si fa viticoltura. Ecco perché si parla di Vini Estremi. Poi ci sono i varietali, taluni assolutamente unici, altri praticamente rinvigoriti proprio da questo terroir così straordinario. Pensate ad esempio ai bianchi fenile, ginestra e pepella; il primo è un vitigno che dona vini di rara eleganza, ma necessità di cure maniacali a causa della sua particolare sensibilità alle muffe. La ginestra, spesso confusa ed associata alla più conosciuta falanghina per la sua abbondanza colturale trova qui, in Costa d’Amalfi, una particolare integrità olfattiva che sa, appunto, di ginestra. La pepella invece rappresenta la memoria storica del territorio: poche vigne, piuttosto vecchie ma di estrema funzionalità all’assemblaggio finale dei vini.

Poi ci sono i rossi, c’è anzitutto il piedirosso o per’ e palummo, così chiamato dal rosso dei pedicelli degli acini che richiama il colore vivo delle zampette dei colombi. Sappiamo bene come va col vitigno (leggi qui), eppure certi vini qui in costiera montano caratteristiche davvero incredibili. Vale la pena poi ricordare lo sciascinoso, o il tintore di cui spesso ho già raccontato su queste pagine (ad esempio qui) e del tronto, altra varietà locale spesso però sovrapposta al più tradizionale aglianico.

Ma veniamo a questo bel rosso, insolito da trovare sulle carte ma senza dubbio fortunato e raccomandato con gran piacere. L’idea è quella di valorizzare l’intero territorio delle sottozone della Costa d’Amalfi, così dalle uve raccolte nei comuni di Ravello e Scala, dai migliori grappoli e quando l’annata lo consente, nasce questa questa Riserva. Da un punto di vista strettamente colturale cambia ben poco, le uve rimangono il piedirosso e l’aglianico per il 70% e 30%, la differenza sostanziale con il Furore rosso Riserva sta nell’affinamento, laddove per questo Ravello rosso Riserva infatti vengono, per scelta, utilizzate solo barrique nuove di media tostatura. Pur pagandone sull’immediato una qualche insistenza boisé di troppo, debbo dire che alla lunga – l’ho riassaggio oggi dopo un anno e mezzo dalla sua commercializzazione, ndr – viene fuori un varietale abbastanza ben definito e di gran piacere degustativo.

Il colore conserva una splendida veste rubino-granata con ancora qualche sfumatura porpora. Il naso è intenso, piuttosto ampio ed intriso di note floreali e confettura di prugna e piccoli frutti neri; l’accompagnano poi note di caffé appena macinato e brevi sussulti un po’ salmastri e un po’ terragni. In bocca è asciutto, forse brevilineo ma decisamente appagante. Non punta certo a scolpire il palato, è evidente, ma la beva, al secondo e poi al terzo passaggio regala ogni volta un sorso invitante e ben risoluto, di finissima fattura e lauta piacevolezza gustativa. Io lo riberrei, anche subito.

Alezio, Spumante Brut Rosè Rosa del Golfo

16 aprile 2012 by

Ci siamo riempiti la bocca coi rosati della famiglia Calò di Alezio, senza dubbio tra le più valide aziende vitivinicole pugliesi e tra le più brillanti sulla tipologia da almeno 40 anni.

Il Salento, il negroamaro, un territorio collinare di particolare vocazione intriso di argilla e ferro, il clima temperato, le vigne storiche: tutti elementi che fanno la differenza e che, all’unisono, si sentono tutti nel Rosa del Golfo come nello splendido Vigna Mazzì, i due rosati tra i più amati dagli italiani (cit.); ma anche, sorpresa delle sorprese, in questo nuovo delizioso spumante rosé per il quale si rischia davvero la dipendenza.

Realizzato secondo il metodo classico, con la seconda fermentazione che avviene quindi in bottiglia, rimane sui lieviti per almeno 24 mesi. La liqueur è preparata col vino base del Vigna Mazzì, il loro negroamaro rosato affinato in legno. Il prodotto finale non subisce dosaggio, magari solo un rabbocco dopo la sboccatura. Il risultato? Molto invitante, già dal colore, rosa tenue ma assai brillante. Il perlage non gode di particolare intensità però è piuttosto fine e di buona insistenza. Così anche la spuma. Il naso è molto delicato, soffre inizialmente del classico “effetto primordiale”, sa cioè di crosta di pane e ancora minimamente di lievito, ma tutto svanisce in poco più di un attimo; arrivano quindi sentori di petali di rosa, lampone e mora, chiaramente riconoscibili già al primo naso e caratteristici del varietale predominante, il negroamaro appunto (il saldo è chardonnay). In bocca è secco ma invita a sorsi copiosi, non impone carattere richiamando particolare serbevolezza ma bensì bevibilità e morbidezza estrema. Tiene molto bene diversi abbinamenti, in particolar modo con carpacci o crudi di pesce più in generale; ha tra l’altro un tenore alcolico nella media della tipologia, pertanto in due la bottiglia scivola via che nemmeno te ne accorgi. O quasi.

Termeno, Lagrein 2011 Cantina di Termeno

15 aprile 2012 by

Alcuni scritti ampelografici riportano che è quasi certo che “lagrein” derivi da Lagara, colonia della Magna Grecia famosa per un vino, il Lagaritanos. Del lagrein sono generalmente riconosciuti due biotipi abbastanza difformi nella dimensione del grappolo: quello a grappolo corto ed uno a grappolo lungo, tra l’altro con caratteristiche organolettiche abbastanza diverse. Nelle zone cosiddette più tipiche, si ottengono sostanzialmente due tipologie, il rosato (Lagrein Kretzer) e quello scuro (Lagrein Dunkel). In entrambi i casi il risultato è quasi sempre al di sopra delle aspettative.

Tramin o Cantina di Termeno è senz’altro tra le cantine sociali altoatesine di più antica tradizione viticola; sono 270 i soci, sparsi qua e là tra Termeno, Ora, Egna e Montagna, territori tra i più vocati dell’Alto Adige su una superficie totale di circa 230 ettari. Molti ricorderanno magari il loro meraviglioso Terminum, un vino dolce tra i migliori in Italia o forse il Nussbaumer, altro piccolo gioiello di gewürztraminer vera e propria bandiera di queste terre.

Ogni qualvolta mi trovo dinanzi a un vino di queste zone mi ritorna in mente una frase, lapalissiana, di Giovanni Puiatti; si parlava di vini bianchi, della frenata subita negli ultimi anni dai bianchi friulani a favore dei vini altoatesini: “Il Friuli ha cominciato a fare i conti con le proprie convinzioni, i propri limiti commerciali, non appena in Alto Adige hanno deciso di sbarcare sul mercato italiano”. “E’ stato subito un bagno di sangue”. Non ha certamente torto, anzi. La qualità anzitutto, indiscutibile, ma soprattutto il rapporto prezzo-qualità, talvolta decisamente inarrivabile.

Probabilmente, ma molto in generale, i vini dell’Alto Adige mancano ancora di quella profondità, longevità ampiamente riconosciuta a mani basse ai classici friulani, ai bianchi soprattutto, ma in quanto ad altro (pulizia espressiva, franchezza varietale, bontà gustativa) siamo veramente su livelli di assoluta eccellenza.

E parlando di rossi magari questo Lagrein Dunkel 2011 è giusto quel rosso domenicale da spendere a tavola senza pensarci su più di tanto: dal colore purpureo, con un naso vinoso, floreale di viola e fruttato di mora, solo appena speziato; il sorso è asciutto e ben inquadrato, disinvolto, senza particolari briglie, insistenze tanniche o sferzate acide. Mettiamola così, ma non facciamolo sapere a quel geniaccio di Willi Sturz, non sarebbe affatto d’accordo: un rosso di facile approccio, di estrema pulizia olfattiva, franchezza varietale e bontà gustativa, appunto. Però non abbiate timore di beccare una bottiglia di due o più anni. Vi racconto del duemilaundici appena in cantina, ma non ho resistito a confrontarlo subito col 2010; poi, con altre intenzioni però, con un Riserva Urban 2006. Davvero sorprendente il lagrein di Tramin, e i primi due mai sopra i 10 euro in enoteca!

Detto, fatto!

12 aprile 2012 by

Lo dicevo ieri su facebook: orgoglio, finalmente senza pregiudizio. Dopo tre anni di duro lavoro e fine cesellatura (cit.), la Carta dei Vini della Campania – qui a L’Olivo – ha ufficialmente più referenze della Toscana (101 a 99). E così, pur crescendo, sarà sempre.

Un lavoro iniziato nel 2009, promosso dalla proprietà e deciso con l’amico e collega Giovanni Guida con il quale ho condiviso due splendide stagioni insieme e continuato ostinatamente per garantire agli ospiti dei nostri ristoranti oltre ad una cucina d’autore, espressa a più livelli, anche una proposta vini che sapesse dare ampio spazio e lustro non solo alle splendide bottiglie delle varie regioni italiane, Piemonte e Toscana in testa – al solito, appunto -, ma anche, soprattutto, allo straordinario patrimonio varietale regionale campano. Oggi posso dirlo, finalmente ci siamo, la mia terra è protagonista assoluta.

I numeri della cantina¤? Bene, giusto qualcuno: 850 etichette (più un centinaio fuori carta), qualcosa come 9.000 bottiglie, 88 vini al bicchiere (60 vini dolci, praticamente tutti quelli in carta sono proposti anche al calice), una trentina gli Spumanti, 75 Maison di Champagne, 25 rosati italiani, 150 e più referenze tra francesi ed esteri in generale, una sessantina i vari formati speciali tra mezze bottiglie, magnum, doppi magnum e jeroboam). Si riparte quindi, è (quasi) tutto pronto!

Montevetrano, Turandea 2007 Tiziana Marino

10 aprile 2012 by

L’anno scorso ne avevo comprato qualche bottiglia – duemilasette e duemilaotto -, lasciandole però in cantina a riposare, “en vieillissement” (o élevage) come dicono i francesi. Le avevo messe lì con la promessa di metterle in carta quest’altro anno; così è stato. Che bella rivelazione.

Poco più di due ettari di vigna sotto il Castello di Montevetrano, tutti ad aglianico. Sì, avete letto bene, siamo proprio lì a due passi da quella splendida azienda che tutto il mondo già conosce e ci invidia da tempo, Montevetrano di Silvia Imparato. E tutto cominciò un po’ così, seguendo proprio le tracce della “Silvia nazionale”, con l’idea però di rinunciare all’ormai noto blend internazional-regionale perseguendo invece la valorizzazione del solo autoctono aglianico.

Così le vigne sono state lentamente convertite: via la barbera, via il montepulciano, mentre la conduzione è rimasta sempre la stessa, fedele all’idea di una agricoltura sana e naturale già patrimonio della famiglia Marino da almeno un paio di generazioni. In cantina arriva Fortunato Sebastiano, l’enologo paladino della vigna viva che dopo la prima vinificazione del 2006 ha sin da subito la sensazione di trovarsi tra le mani qualcosa di veramente interessante; difficile che sia un caso con tanta cernita in pianta, vinificazione accorta, fermentazioni lunghe e legni grandi di 7 e 5 ettolitri. Niente filtrazioni e bassissimo contenuto di solfiti. Questo è Turandea 2007, il nuovo grande rosso campano da non perdere.

Bellissimo vino, già il colore ti conquista per vivacità e luminosità. Poi il naso: intenso, sferzante con quei sentori di visciola, mora di rovo e arancia rossa che si rafforzano con la sinuosità di sottili note balsamiche, pepe nero e nuances dolci di tostatura e legno di sandalo. Un tutt’uno di una freschezza e di una eleganza davvero ammirevoli. Il sorso è di rara piacevolezza, succoso, teso, deliziosamente fresco e gratificante, con un continuo ritorno di frutto che sospinge freneticamente a riprenderne il calice tra le dita. Un rosso, quello di Tiziana, appena sbocciato ma con ancora parecchio tempo davanti, che rifugge sovrastrutture e cose incomprensibili del genere e conferma l’enorme potenzialità di questo pezzo di terra continuamente da scoprire e raccontare.

Supertuscan tra passato, presente e (poco) futuro

9 aprile 2012 by

Non che siano mancati argomenti, anzi, come inizio non poteva andare meglio. Più degli altri anni però durante questa “apertura” di stagione m’è mancato quel poco di tempo in più per potervi raccontare subito le prime bottiglie passatemi per mano: priorità all’attenzione a certi dettagli, alcune novità, gli ingranaggi da oliare e un programma di eventi enogastronomici decisamente coi fiocchi¤. Poi… l’abiocco! 🙂

Insomma, uno start up di gran soddisfazione ma parecchio impegnativo. Ancora qualche giorno di pazienza quindi e L’Arcante riprenderà a consegnarvi cose buone (nuove) dal mondo del vino con la solita frequenza; frattanto “copioincollo” dai primi appunti e vi consegno un paio di assaggi notevoli di cui vale la pena scrivere almeno qualche riga; il primo è l’Acciaiolo ’97 di Castello d’Albola¤: gran rosso, una garanzia, dal colore ancora vivace e dal naso estremamente fitto e verticale, in splendida forma. Si certo, annata fortunata quella, verrebbe da dire “impressionante”, ma giuro che non me l’aspettavo ancora così profonda: il sorso è integro, ancora vibrante e ricco, puntuto e avvolgente, decisamente “fresco” ed invitante, sorprendente!

Di proprietà della famiglia Zonin¤, Castello d’Albola è a Radda in Chianti, su per le splendide colline chiantigiane; 850 ettari di cui circa 160 a vigneto frazionato in tanti piccoli cru tra cui spiccano Montevertine, Crognole, Solatio, Ellere e Acciaiolo, appunto. Quasi il 90% delle superficie vitata è occupata dal sangiovese, poi cabernet sauvignon, chardonnay e canaiolo.

Rimanendo da queste parti, intendo in Toscana, due facce della stessa medaglia  e convincenti per metà: Le Serre Nuove 2004 e Ornellaia 2008 di Tenute dell’Ornellaia¤. Il primo, second-vin dell’azienda-mito bolgherese è nato nel ’97 per dare manforte al più blasonato Bolgheri Superiore: vi finisce infatti, solitamente come prima ricaduta, tutta l’uva ritenuta non adatta per l’Ornellaia. Sin dal colore è evidente che vive ancora una splendida stagione, è in perfetto equilibrio degustativo e laddove necessario non avrei dubbi che sarebbe il meglio da offrire a coloro i quali vanno in cerca di un bordolese toscano da cogliere a pieno e nell’immediato: al naso è fulgido, soave, asciutto in bocca. Il sorso è risoluto, composto ma con un ritorno felice e ancora pimpante, di buona stoffa e profondità. Non sarà magari il vino della vita ma ne mette parecchi in fila, anche di più blasonati, pure volendo fare due conti in casa propria.

Il secondo, dal curriculum certamente invidiabile, m’è parso invece in questa versione un tantino troppo sovraestratto, e pur vestito da uno splendido colore e da un naso incalzante – amaroneggiante – ne ho colto un sorso sostanzialmente eccessivo, surmaturo e debordante; non vorrei dirlo ma già al secondo sorso fa registrare un attacco piuttosto invadente, monocorde, quasi stancante. Paga probabilmente ognuno dei 15 gradi d’alcol (onestamente troppi).

La Dolce Vite del Ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel, tutti gli appuntamenti del 2012

7 aprile 2012 by

Come ogni anno si rinnova la tradizione degli eventi enogastronomici al Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri; anche quest’anno vogliamo stupire e crescere, così non ci faremo mancare proprio nulla, emozioni comprese!

Si apre il 18 maggio, come sempre con un’azienda campana e Feudi di San Gregorio ci è sembrata una scelta di assoluto valore. Poi si fa un passaggio in langa, dal Piemonte arriverà una storica verticale di Barolo Borgogno; quindi un tuffo nel meraviglioso mondo delle bollicine d’autore con la Maison Pommery di Reims e una carrellata di cuvée e millesimi da non credere. E con un ospite d’eccezione, Annie Feolde dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze!

Poi un salto nel profondo Sud, con Tasca d’Almerita e il sole di Sicilia, mentre per la chiusura di stagione s’è pensato ad un altro gioiello della viticoltura regionale campana: l’azienda Terredora della famiglia Mastroberardino.  Questo in sintesi il programma, seguiranno naturalmente gli opportuni aggiornamenti: 

  • Venerdi’ 18 maggio 2012
  • Feudi di San Gregorio – Sorbo Serpico, Campania.
  • Chef: Paolo Barrale del Marennà di Sorbo Serpico, Avellino.
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  • Venerdì 15 Giugno 2012
  • Borgogno – Barolo, Piemonte. 
  • Chef: Ugo Alciati del Ristorante Guido a Pollenzo, Cuneo.
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  • Venerdì 13 Luglio 2012
  • Pommery – Reims, Champagne. 
  • Chef: Annie Feolde, Ristorante Enoteca Pinchiorri, Firenze.
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  • Venerdì 14 settembre 2012
  • Tasca d’Almerita – Sclafani Bagni, Sicilia.
  •  Chef: Riccardo Di Giacinto, Ristorante All’Oro, Roma.
  • Venerdì 5 Ottobre 2012
  • Terredora – Montefalcione, Campania.

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Per informazioni dettagliate e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri – ITALIA
Phone: (+39)081 978 0225
Fax: (+39) 081 978 0593
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com
 

Sui vini naturali, convenzionali, i consumi

6 aprile 2012 by

Un paio di settimane fa, un giornalista, caro amico e fine connoisseur, mi chiedeva cosa avessi da dire sull’argomento vino naturale-biodinamico-convenzionale e, più in generale, sulla comunicazione, dandogli magari indicazioni della reale percezione dei clienti a riguardo.

Frattanto c’è stato Vinitaly – un successo, mi dicono -, dove al suo interno, per la prima volta, si proponeva ViViT, il primo salone delle produzioni enologiche da agricoltura biologica e biodinamica: si racconta sia stato un successone (qui)!

Ebbene, sono ormai anni che si parla dell’argomento, di contrapposizioni tra produttori “convenzionali” e quelli cosiddetti “naturali” e/o biodinamici; la mia opinione è che ancora oggi, nonostante ne siano passati di vini nei calici, insiste ancora troppa approssimazione e le tante, numerose sigle che fanno da corollario al movimento non aiutano certo a chiarire bene la faccenda. Tutt’altro (leggi qui).

Anzitutto non è certo con l’estremizzazione delle idee produttive – della serie questo è, se vi pare! -, che si fa il bene del consumatore, ancora lontano dal sapersi orientare. E poi basta, ormai si assiste a un continuo nascere di comitati, movimenti, associazioni, talvolta senza capo ne coda, uno straccio di codifiche, men che meno certificate, e che nell’idea di unire le forze, le idee, lentamente stanno dividendo l’Italia del vino in un puzzle sempre più complicato da cogliere, comporre, comprendere.

Personalmente sono convinto che questioni come la salvaguardia della terra, dell’ecosistema, della naturalità di certi prodotti, quindi anche il vino, siano argomenti cari a molti, non solo ai vinoveristi o giù di lì, così la mia carta dei vini si racconta da sola, proponendone sì svariati punti di vista ma senza necessariamente schierarsi; ché, secondo me, risulterebbe tanto banale quanto controproducente. Oltre che inutile.

Da un argomento all’altro. Il dato allarmante piuttosto, quello che dovrebbe far riflettere profondamente, è che oggi il vino in Italia si consuma sempre meno, ed è su questo calo dei consumi che tutti dovremmo darci una mossa e cercare di capire come rimediare; è vero, la crisi ha un peso enorme, ma è indubbio che negli ultimi vent’anni siano stati commessi errori enormi, in qualche caso disastrosi che hanno recato solo danno al comparto vitivinicolo: uno fra i tanti è che si produce tanto, troppo e non sempre con giusta coscienza, sia essa convenzionale o non (di cose imbevibili in giro ci sono dell’una e dell’altra parte). In Italia, nel mondo, ormai si fa vino ovunque, lo fa chiunque e praticamente con qualsiasi cosa fermenti e produca un liquido di un qualche colore.

Per non parlare poi di quanto se ne parla: decisamente tanto, tantissimo ma sempre più spesso con un linguaggio “chiuso”, fatto da e per pochi eletti maestri degustatori. Un gran parlare, un giro virtuoso di penne talvolta finissime, in preda al “celolunghismo” acuto, che non si capisce mai se scrivono per la gente che sperano di incuriosire o più semplicemente per compiacere il proprio collega, se non addirittura l’antagonista, con scritti talvolta di una ricercatezza stilistica impeccabile, d’altri tempi, dall’effetto assicurato ma proprio per questo, secondo me, sempre una spanna lontani dalla realtà che viviamo, da un sistema che è lì che annaspa ma che continua a pensare, ad esser convinto che ancor oggi basta comprare una pagina sul quotidiano nazionale per far preferire il proprio Chianti tra le centinaia di etichette in giro.

Montemarano, Campi Taurasini Malambruno 2008 Amarano: l’aglianico sopra tutto!

26 marzo 2012 by

Chi segue le vicende aglianiciste avrà notato quanto fossero trasversali – per non dire contrastanti – diversi giudizi sui Taurasi passati in rassegna durante la scorsa edizione di “Taurasi Vendemmia 2008”. Una delle voci critiche più ricorrenti nei giorni a seguire le varie degustazioni sottolineava quanto certi vini soffrissero ahimè ancora troppo l’incidenza – leggi uso eccessivo – del legno. Ecco, l’incidenza del legno.

Così durante i miei giri da quelle parti ho pescato qua e là un po’ di bottiglie duemilaotto non Taurasi, denominate Campi Taurasini o tuttalpiù prodotte in quelle zone da chi certamente non lesina qualità sui suoi secondi vini, garantendo, pur con etichette sostanzialmente di ricaduta, una qualità assoluta di materia prima e serietà produttiva.

Lo scopo? Verificare quanto con una minore “contaminazione” del legno (generalmente 9-12 mesi al massimo) si potesse avere del millesimo un quadro organolettico ancor più chiaro e prospettico. Debbo dire che non sono mancate delle belle sorprese, e con un po’ di pazienza spero di potervele raccontare tutte, soprattutto in virtù di quanto vini come questo Malambruno 2008 di Amarano riescono ad offrire, a prezzi estremamente onesti ed alla portata praticamente di tutti, delle gran belle esperienze degustative; quantomeno per chi va alla ricerca di una certa specificità di gusto ed armonia di beva. Qui, quasi impagabile.

Giusto per chi non lo sapesse, l’areale Campi Taurasini indicato su certe bottiglie come sottozona della doc Irpinia rientra praticamente, fatte salve alcune poche altre località, nell’intero territorio protagonista della stessa docg Taurasi: quindi Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, San Mango sul Calore, Sant’Angelo all’Esca, Taurasi, Torre le Nocelle, Venticano con in più Chiusano San Domenico, Grottaminarda, Gesualdo, Nusco, Melito Irpino, Torella dei Lombardi e Villamaina. E come detto, chi decide di farlo, sa di dover garantire massima espressività, talvolta nemmeno tanto lontana da certi Taurasi.

Dell’azienda ne ho già raccontato ampiamente qui, conquistato dai suoi Taurasi nerboruti e sapidi, così vado sottolineandovi ancora solo quanto valga la pena stappare quest’altro loro rosso. Ricco il colore, rubino limpido e vivace, e ricco il quadro olfattivo, ampio ed insistente su deliziose note di frutta matura: amarena, mora di rovo, prugna; poi lievi note tabaccose e di cioccolato. Il sorso è invitante, succoso, asciutto, sapido e persistente, centrato sul frutto, una sottile venatura tannica e sostenuto di giustezza dai 13 gradi d’alcol. Del legno nessuna traccia, perfettamente “digerito”, con il millesimo che si conferma in grande spolvero e ci consegna un rosso davvero imperdibile, quadrato e di gran valore: appena 6 euro e cinquanta franco cantina. Un affarone!  

Frasso Telesino, Greco 2010 e Piedirosso 2010 Cautiero: naturali, biologici ma… anche buoni!

22 marzo 2012 by

Di qui a qualche giorno ne racconterò più diffusamente, frattanto mi preme cominciare a segnalarvi due ottimi assaggi, questi due vini di Fulvio Cautiero, giovane produttore con la moglie Imma in quel di Frasso Telesino, piccolo comune nel cuore del Sannio doc.

L’azienda Cautiero conta nel complesso poco più di 4 ettari di vigna, tutti a regime biologico certificato, con impianti moderni di diverse varietà tra le quali non mancano l’aglianico (cloni “taurasi” e “vulture”) e il piedirosso, ma anche fiano, greco e falanghina. I grandi classici insomma. La cantina è minuta ma ben attrezzata: v’è una piccola pressa, qua e là dei fermentini termo-condizionati in acciaio e legni di vario genere e grandezza stipati in un ambiente a misura d’uomo, pulito, funzionale.

Conosco Fulvio da qualche tempo, 3 forse 4 anni. Mi venne a trovare un tardo pomeriggio con in mano un paio delle sue bottiglie (leggi qui) , frutto del suo primo raccolto, la sua prima vinificazione per conto proprio. Tralasciando l’indimenticabile siparietto sulle etichette di allora, diciamo un tantino kitsch, fu però subito una piacevole scoperta; lo incoraggiai, sentivo che andava fatto, quei vini avevano tanto di buono: mi parvero subito netti e, a tratti soprattutto l’aglianico, ruvidi come non ne sentivo da tempo, eppure estremamente originali, profondi; subivano però inevitabilmente il pregiudizio della provenienza, quel mare magnum del Sannio Beneventano quasi mai considerato come si deve, incompreso e, ahimè a torto, sempre troppo poco attenzionato.

Così ritrovo anche questi due vini. Il primo, un greco duemiladieci, di vibrante complessità gustativa, da far invidia se vogliamo anche a taluni di provenienza irpina; il colore è paglierino scarico, il naso è sottile e sfuggente eppure ricco di sfumature floreali e fruttate: di tiglio, camomilla, pera. Il sorso è asciutto e nervoso, ha carattere da vendere ed è un gran piacere cercarlo mentre il vino ti scivola via, imprevedibile, sulle papille. Sapido ma non risoluto.

E molto buono ho trovato anche il piedirosso, dello stesso anno e come il greco messo in bottiglia senza filtrazioni e solfiti aggiunti. Paga dazio forse in limpidezza ma il colore è di un bel rubino netto e vivido. Il naso è delizioso, varietale nel senso più espressivo del termine, con toni fruttati e floreali e si arricchisce di finissime sfumature boisé grazie al misurato passaggio in legno (tre mesi in carati piccoli e di terzo passaggio). Il sorso è asciutto e di buona consistenza, incentrato sul frutto e sorretto da una ragionevole trama acida. Lungo e rinfrancante. Dei prezzi non ne parliamo nemmeno…

Vinitaly, di qua e di là dello stand. Immagina, puoi!

19 marzo 2012 by

Approccio, con nonchalance.

Di là: “Buongiorno. Salve, è possibile..?”
Di qua: “Ma certo: ha qualche preferenza? Cosa preferisce assaggiare…”
Di là: “Guardi personalmente vi seguo da sempre, mi piace da impazzire il vostro bianco di punta…”
Di qua: “Grazie, grazie. Cosa dice, vuole provare anche qualcos’altro o le servo direttamente quello?”
Di là: “Guardi, va bene, proviamoli. Ma solo i bianchi. Sa, sto facendo il giro dei bianchi adesso, ho appena finito con le bollicine. Non vorrei appesantire il palato.”

Preamboli, con determinazione. 

Di qua: “Bene, ecco questo è il nostro vino base. Lei già ci conosce quindi, è mai stato dalle nostre parti?”
Di là: “Mmm, si, si, m…mm. Beh no, proprio dalle vostre parti no, però conosco bene il territorio. Sa, ai corsi l’abbiamo studiato per bene.”
Di qua: “Ah, perché lei è sommelier?”
Di là: “Eh si, secondo livello Ais. A Roma, ha presente?”
Di qua: “(Caspita!) Cosa ne pensa? Non perché sia mio, ma sa, io a questo vino ci sono proprio affezionata, lo trovo molto fine, fresco e di gran lunga sapido. Magari avrà letto, ha avuto un sacco di buone recensioni.”
Di là: “Beh, ecco, in effetti c’ha ragione: fine è abbastanza fine. Abbastanza fresco. E lo trovo anch’io abbastanza minerale!” “Ma fa legno grande, tonneau?”
Di qua: “No, no. Questo fa solo acciaio. Preferiamo esaltare la freschezza.”
Di là: “Ah, strano. Mi pareva avere qualcosa, una certa nota, un sentore di…”
Di qua: “Eh si, è vero, ce lo dicono in molti, ma quello è il varietale; lì da noi è molto espressivo!”
Di là: “Complimenti! Non lo facevo così complesso…”.

Approfondimenti. 

Di qua: “Grazie. Qui invece facciamo un lavoro diverso, adesso sentirà: vendemmiamo un po’ più tardi, sgrondando acino su acino e il vino fa fermentazione…”.
Di là: “Legno piccolo immagino, barriques. In effetti c’ha proprio un bel naso, qui si sente proprio che c’ha un marcia in più.”
Di qua: “Non per sottolinearlo, ma quello che facciamo noi in zona non lo fa nessuno. Anche perché nessuno ha le vigne come le nostre. Come lei saprà da noi è tutto naturale. Poi noi usciamo dopo quasi due anni con questa etichetta. Non sa che sacrificio, nessun’ altro lo fa! Non le dico certe recensioni, i giornalisti sono impazziti per questo vino.”
Di là: “Immagino. Anche qui c’è una bella mineralità. Sarà il terreno che è proprio minerale da quelle parti? E poi la barriques… Io lo sento proprio armonico.”
Di qua: “Beh, sì. E pensi che questo deve ancora finire in bottiglia. Il nostro enologo poi è molto bravo. Lui sa bene come fare a preservarla. Conosce  molto bene il territorio.”
Di là: “Ah bene”.

Ebbrezza.

Di qua: “Questo qui invece è…”
Di là: “Non me lo dica: e lui?”
Di qua: “Eh sì, è proprio lui: ci sta dando grosse soddisfazioni. L’hanno premiato persino a Berlino e in Canada. Qui cerchiamo davvero di esaltare al meglio le caratteristiche del vitigno, del territorio, della tradizione.”
Di là: “E’ lui, è lui. Gran bouquet e… m..mm. Che mineralità, che armonia! Qua sempre legno grande vero?”
Di qua: “Come lei ben saprà parte in acciaio e parte in barriques, di media tostatura e di secondo passaggio.”
Di là: “Ma certo, certo. Era che, quasi mi confondevo. L’ho detto, è il mio preferito.”  

Distacco, esalazioni, promesse.

Di qua: “Bene. Che dice, le faccio assaggiare anche altro? Vuole provare i nostri due rossi?”
Di là: “No guardi, lascio spazio agli altri. Tornerò più tardi. Sa, non vorrei appesantire il palato. Complimenti davvero, bella linea di prodotti!”
Di qua: “Ma si figuri. E se viene giù dalle nostre parti ci venga a trovare…”
Di là: “Senz’altro.”
Di qua: “Ci conto.”
 

Intervallo. Solide radici

18 marzo 2012 by

Ci risiamo, voi là, io di qua…

15 marzo 2012 by

Se ne parla già da un po’, molti amici produttori si sono premurati di sapere se ci fossi o meno. Altri, come spesso accade, non hanno fatto mancare un invito, una telefonata, anche giusto per un saluto. Purtroppo, dico purtroppo, anche quest’anno si passa la mano, il lavoro, per fortuna, incombe… 

In giro, come sempre d’altronde, se ne leggono di tutti i colori: giornalisti offesi, qualcuno addirittura sceriffo, blogger snobbati, produttori impettiti, vignaioli-diversamente-produttori preoccupati dalla svolta (anche)naturista della fiera, e ancora sommelier spaesati, appassionati bistrattati, prodi degustatori che lisciano i bicchieri. Che fare, quindi?

Beh, al Vinitaly val sempre la pena andarci, almeno sino a quando non ne puoi proprio più. Mi spiego meglio. Con l’entusiasmo del novizio quei giorni di fiera sono come aprire il rubinetto di casa e scegliere di bere traminer, cococciola, fiano o guarnaccia, o meglio ancora Barolo, Taurasi, Nero d’Avola o Brunello di Montalcino. Insomma, un po’ come fare zapping al gargarozzo col telecomando. Però poi passano gli anni: uno, due, tre, cinque, dieci Vinitaly, magari un anno sì e un anno no. Ogni anno alla ricerca di qualcosa di nuovo, magari diverso, che non sempre trovi; così quel rubinetto pensi vada cambiato, anche perché nel frattempo hai imparato a girarla davvero l’Italia del vino, scovare cantine, conoscere persone, bere tanto altro insomma, e può capitare quindi di trovare addirittura stancante persino prenderlo solo in mano quel telecomando.

Allora, consigli? No, non ne ho, la fiera del vino di Verona è lì, dal 25 al 28 Marzo. Ci sono, mi dicono, tante belle novità, c’è per esempio OperaWine, o ViViT, il padiglione che racchiude le produzioni enologiche da agricoltura biologica e biodinamica. Tanta carne al fuoco insomma. Poi mi raccomando, fatelo un salto in Campania, saggiatene più che potrete. Dove? Chi? No, non vi faccio il nome di questo o quello, vale quasi sempre la pena, talvolta di più. Anzi, fossi in voi almeno una giornata, dico una giornata da spendere in Campania (o inseguendo le aziende campane sparse qua e là) la spenderei. Non ve ne pentirete, statene certi. Bon voyage…

Montemarano, il territorio, un po’ di storia, un vino: l’aglianico Gioviano 2008 de Il Cancelliere

12 marzo 2012 by

Il territorio è di antica vocazione, dopo Taurasi, e subito prima di Paternopoli, il vigneto ad aglianico più grande d’Irpinia: 161 ettari iscritti all’albo suddivisi tra 116 conduttori, con vigne prevalentemente esposte a nord, con terreni compositi – sostanzialmente argillosi ma ricchi di scheletro e lapilli vulcanici – ed altimetrie che variano dai 400 agli 800 metri, praticamente come fare un salto dal paradiso direttamente all’inferno.  

Un gran peccato aver cominciato a goderne i frutti così tardi. I miei primi ricordi vanno alla prima metà degli anni novanta, quando la parola “Montemarano” cominciai a leggerla su qualcuna delle vecchie bottiglie di Taurasi dei Mastroberardino, che poi, molto poi, imparai non essere una consuetudine ma vera e preziosa rarità per i vini dell’epoca; solo che a quel tempo certe bottiglie, capitate lì sicuramente per caso, quando non finivano scolorite e impolverate sulle mensole del bar della Pizzeria Serapide dove prestavo le mie prime esperienze tra cucina e sala, di sicuro sarebbero andate allungate al meglio con la Coca-cola. Venti, forse ventidue anni fa, altri tempi.

Non più tardi di cinque/sei anni dopo cominciai a capire dove realmente si trovasse Montemarano. Lavoravo adesso a La Fattoria del Campiglione, sempre a Pozzuoli – una gran cantina tra le mani e bella gente a cui dare da bere -, di tanto in tanto mi capitava di ascoltare alcuni clienti confabulare tra loro su quanto si stava bene, e pagava poco, al Gastronomo, un certo ristorante tipico proprio di quelle zone. Il Gastronomo, a Montemarano dicevano. “Ci devi andare Angelo, ci devi andare mi ripetevano, per te che ami il vino poi…”. “Fanno una cucina sana, di territorio, semplice, e c’è in cucina un giovanotto niente male che fa dei primi buonissimi”. Chissà mi domandavo io, ci capiterò prima o poi (vedi qui).

Tant’è, tornando a noi, e al vino, i ricordi si fanno certamente più loquaci con le primissime bottiglie maneggiate di Salvatore Molettieri: l’aglianico base – ve lo ricordate quanto erano sorprendenti le prime uscite? -, ma anche i Taurasi, il ’94, ’96, e poi a seguire quelli che hanno segnato definitivamente il passo, il ’99, ’00 e ’01 su tutti; stiamo parlando più o meno di una dozzina d’anni fa. Eh si, Molettieri, indubbiamente è toccato a lui fare da apripista, Montemarano l’ha fatto conoscere alla critica, cominciato ad imporlo come un indirizzo nuovo e diverso da quel di Atripalda, Sorbo Serpico o contrada Sala a Taurasi, giusto per citarne qualcuno di quelli più conosciuti all’epoca.

Poi, come spesso accade, negli ultimi dieci anni sono arrivati tanti altri, così anche i Romano, con una storia agricola solida che rimanda addirittura alla fine dell’800, ma che vede solo nel 2005 il compimento vitivinicolo definitivo, con i primi imbottigliamenti per conto proprio; nasce allora infatti Il Cancelliere, prendendo spunto dal soprannome di Soccorso Romano e in ricordo di suo nonno, come lui riconosciuto tale “o’ cancelliere”.

Il Gioviano è il loro primo vino, da sempre considerato un gran bel vino, dal rapporto prezzo-qualità ineccepibile, di quelli che difficilmente dimentichi di aver bevuto; e questo duemilaotto, probabilmente il migliore di sempre, quasi a voler far paio con lo splendido Taurasi Nero Né (leggi anche qui) della stessa annata, che arriverà però sul mercato solo il prossimo inverno, si mostra in tutto il suo splendore degustativo, dal primo all’ultimo sorso, esaltando tra  l’altro un millesimo all’epoca preso con le molle ma ogni giorno più apprezzato di quanto se ne pensasse appena raccolto.

Ma a dare un valore aggiunto a tutto sono proprio loro, i Romano, che splendide persone! E che meravigliosa persona è Soccorso: parlarci, starci dietro nei ricordi è uno spasso, verace, fiero, ironico e ruspante, proprio come te lo aspetti; lui preferisce occuparsi della vigna, sette splendidi ettari di aglianico che girano tutto intorno casa, e quasi non ne vuole sapere cosa accade in cantina, dove tra l’altro Antonio di Gruttola pare metterci più l’anima che le mani, limitandosi ad osservare ciò che accade piuttosto che ad intervenire.

Il segreto? Uve sanissime, solo lieviti naturali, macerazioni per almeno una ventina di giorni, legni, piccoli e grandi generalmente già usati, talvolta anche di terzo passaggio. E pensate che sino ad un paio d’anni fa qui si lavorava ancora col torchio, sostituito solo di recente con una più moderna e funzionale pressa pneumatica di ultima generazione. Il colore di questo duemilaotto è un bel rubino carico, nerastro, eppure vivo e luminoso; il naso è un susseguirsi, piacevolissimo, di riconoscimenti di frutti neri, spezie, balsami, tabacco, cuoio, terra. In bocca è secco, avvolgente, caldo, succoso, ha discreta acidità ma ancor più un tannino di spessore, eppure ben fuso, disteso, tutt’uno col corpo del vino. Insomma, un grande rosso quotidiano, decisamente imperdibile.

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.

San Mango Sul Calore, segnatevi in agenda anche l’Aglianico i.g.t. 2009 di Antico Castello

11 marzo 2012 by

Non v’è dubbio che in un momento economico così “particolare” certi vini aiutino e come, quantomeno a continuare a bere bottiglie di buona qualità a prezzi molto contenuti, diciamo pure“popolari”!

Così questo aglianico di Antico Castello si merita, per quanto mi riguarda, una menzione assai speciale tra le piacevoli novità del momento da scovare in Campania. Un vino come questo, che fa solo acciaio, dal naso estremamente varietale, pulito, invitante ed un sapore così unico, vibrante, succoso, fresco merita assolutamente un posto nella vostra agenda. E pensate che in cantina viene via con appena 4 euro circa la bottiglia.

Tra l’altro non sarebbe male farci un salto a Poppano, nei pressi di San Mango sul Calore ad Avellino, magari in primavera, per godere della natura che circonda l’azienda dei Romano, della bella cantina e anche – oltre agli ottimi Taurasi – di alcuni altri prodotti molto particolari, che si possono dire senz’altro tradizionali e locali e che Francesco e la sorella Chiara hanno deciso di non lasciare disperdere: il Vino Cotto* per esempio, prodotto con il mosto concentrato del loro aglianico, o l’Amarenico, un liquore a base di aglianico ed amarene davvero delizioso (una sorta di Ratafià) o ancora l’acquavite di fichi che dicono distillata con fichi di produzione propria.

* Antica e suggestiva la tradizione in Irpinia, leggi qui.

Muffin

11 marzo 2012 by

Ingredienti:

  •  300 gr farina “00”
  • 150 gr zucchero
  • 150 gr latte intero
  • 60 gr burro
  • 2 uova
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • un pizzico di sale
  • marmellata di albicocche o del cioccolato fondente al 60% in gocce
  • una dozzina di pirottini

Preparazione:  riscaldate a parte il latte e nel frattempo, in una boule di acciaio, con una frusta  lavorate il burro con lo zucchero e le due uova intere; aggiungetevi adesso il latte tiepido, quindi la farina ed il pizzico di sale, infine la bustina di lievito, continuando a rimestare energicamente sino ad ottenere un impasto denso ed omogeneo.

Riempite i pirottini con un cucchiaio abbondante di impasto – vanno bene anche degli stampi classici in alluminio, purché imburrati e infarinati per bene -, ponetevi al centro un cucchiaino della farcia desiderata, della marmellata di albicocche o del cioccolato in gocce per esempio, quindi ricoprite con un altro cucchiaio di impasto e così via. Lasciate riposare qualche minuto e mettete poi in forno già caldo a 180° per circa 20 minuti.

Carta canta

10 marzo 2012 by

Prendo spunto dal post di Jacopo sul suo Enoiche Illusioni. Me l’ero perso, ma solo perché ero in giro a bere aglianico qua e là, in cerca di persone, conferme, buone nuove, cose del genere insomma.

Non che ci sia da stupirsi più tanto – o forse si? -, però è indubbio che non mi capitava da tempo vederne una così. E non è che frequenti solo posti infiocchettati. Diciamocelo una volta per tutte: la carta dei vini o ce l’hai oppure lascia stare. E non mi dite che siamo alle solite, che siamo noi a menarla, non è che vi si chiede un lavoro certosino, quello va bene lasciarlo ai fissati, come me per esempio. Però cavolo, un po’ di attenzione!

Non è necessario metterci per forza tutto: la foto dell’etichetta, la denominazione, quando c’è la sottozona o il cru, il nome del vino, l’azienda, i vitigni, l’annata, magari indicazioni tipo “organic wine” o quando, in caso di verticali, sia nel frattempo cambiato qualcosa (uvaggi, denominazioni ecc.). Queste sono cose complicate, talvolta addirittura pesanti se non opportunamente supportate.

Basta riportare in carta – semplicemente – ciò che c’è scritto in etichetta: denominazione, quando c’è il nome del vino, l’azienda, annata e prezzo. Possibilmente scritti correttamente.

Montemarano, dopo l’anteprima ottime conferme dal Taurasi Principe Lagonessa 2008 di Amarano

9 marzo 2012 by

E’ proprio il caso di dire che in mezzo scorre il fiume, il Calore, al di là del quale c’è Castelfranci. Siamo a Montemarano, con Taurasi il vigneto ad aglianico più grande d’Irpinia, e senza dubbio alcuno uno dei grand cru per eccellenza della denominazione, dove il vitigno ha da sempre una marcia in più.

E qui c’è Amarano, una delle ultime venute fuori, nel 2004, e già tra le prime coi suoi vini, il Taurasi Principe Lagonessa anzitutto. L’azienda è per la verità in continuo divenire – diciamo pure un cantiere aperto -, ma le premesse per fare cose buone ci sono tutte; anzitutto il vigneto, di più o meno 12 anni e collocato, come detto, in uno degli areali più vocati di tutta l’Irpinia, proprio nel mezzo di contrada Torre, a Montemarano per l’appunto. E proprio qui dopo i primi timidi passi si è anche riusciti a ricavare una funzionale sede di vinificazione ed imbottigliamento, in uno dei capannoni dell’altra azienda di famiglia che si occupa però di edilizia e macchine agricole. I legni invece sono ancora alloggiati nella “cantina” di casa, un tempo la tavernetta di mamma Lucia, da qui distante un centinaio di metri e dove tra l’altro insiste anche un altro bel pezzo di vigna, in parte ad aglianico e parte, circa due ettari, di recente conversione e che verranno invece destinati alla coda di volpe, rinvigorendo quindi quell’antica vocazione locale che voleva questo vitigno, prima di qualsiasi altro, come contraltare al rosso irpino per antonomasia. 

Poi vabbé, c’è l’entusiasmo di Adele Romano, ragazza in gamba, una laurea in economia, una passione per le letture romantiche e la pazza idea che sì, tra un biberon e l’altro si poteva fare anche questo. Ha convinto così il papà a seguirla in questa avventura, tanto che Michele nel ’99 è dovuto volare sin negli Stati Uniti per andare a comprare i terreni da un tizio di Castelfranci che se n’era andato là qualche anno prima. Ancora oggi le difficoltà continuano ad esser tante, e in tutta onestà i tempi sono quelli che sono, non aiutano certo a facili entusiasmi, però lo scenario è suggestivo, la materia prima in cantina indiscutibile e le idee cominciano anche a convergere su obiettivi più concreti e razionali, come concentrarsi sull’aglianico, il Taurasi e magari coda di volpe, senza troppi altri grilli per la testa per inseguire un mercato che in fin dei conti è ancora tutto da scoprire.

Gli assaggi, ci mancherebbe, confermano in tutto e per tutto il grande spessore dell’aglianico di queste terre: nerboruto, voluttuoso, fitto. E il naso di questo 2008, tra l’altro ancora da imbottigliare – uscirà solo in autunno -, fatte salve le inevitabili tracce di legno che ancora lo carezzano, è un manifesto implacabile, intriso di sentori di frutta ed estremamente varietale, con quella nota succosa di amarena che alleggerisce, e bene, prospettive certamente ancora più profonde, voluttuose, in piena evoluzione; un ventaglio olfattivo sfrontato, che conserva addirittura una certa vinosità, fresco e vibrante, che accompagna anche il sorso, asciutto, copioso, di notevole sapidità. Caratteristica che si coglie ancor oggi, con disarmante semplicità, in tutti i Taurasi di Amarano, dal 2004 – l’esordio, ancora ossuto e polposo -, sino al 2010 appena in botte. Insomma, la scoperta è felice e saprà farsi conferma. Noi glielo auguriamo di tutto cuore!

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.

San Mango sul Calore, Taurasi ’08 Antico Castello

7 marzo 2012 by

Questa dei Romano è una storia moderna, scritta con la ferma volontà di creare praticamente da zero un’impresa vitivinicola che potesse dare lustro alle proprie origini agricole ma soprattutto al proprio territorio.

Un modello di fare vino, viticultura, se vogliamo abbastanza comune negli ultimi anni, molto contemporaneo e non sempre a buon fine; eppure, se tanto mi da tanto, che ben vengano storie come queste. Del resto poi, per come hanno ridotto “il sistema” negli ultimi vent’anni, fare vino pare diventato davvero un’impresa per pochi, altro che poesia della terra e due cuori e una capanna, qui bisogna saperci fare, e bene.

Ma il mondo del vino continua ad avere il suo fascino infinito, che si sa essere molto altro ancora, così sempre nuovi protagonisti vi si affacciano con grande entusiasmo e voglia di fare. E’ per questo che mi ha fatto molto piacere conoscere Francesco, un giovane ingegnere che con la sorella Chiara ed il supporto della famiglia tutta si sono messi in testa di fare vino – e che vino! -, a San Mango sul Calore. Dove, vi starete chiedendo? Eh si, è vero, negli ultimi 15/20 anni abbiamo a fatica imparato – perché l’abbiamo imparato, non è vero? -, dove sta Taurasi e cosa sia un Taurasi. Poi, dopo anni di croniche incomprensioni si è cominciati finalmente a cogliere addirittura certune differenze e – guarda un po’ – che non era mica tutto solo Mastroberardino e Feudi di San Gregorio, c’era dell’altro, e talvolta anche di più buoni. Sicché adesso tocca imparare pure dove sta San Mango sul Calore e, non crederete alle vostre orecchie, della ridente località Poppano, dove stanno vigneti e cantina di Antico Castello.

Tutto ha avuto inizio nei primissimi anni novanta, con appena due ettari di vigna in località S. Agata, poi pian piano la cosa s’è fatta seria e si è arrivati agli 8 ettari di oggi, di cui 5 ad aglianico. Nel 2006 invece la realizzazione della cantina: a misura d’uomo, accorta, funzionale, tecnologica affidata nelle mani di Carmine Valentino; nel 2008 la scelta di piantare fiano e greco, nelle immediatezze dell’azienda, rinunciando sì alle docg (Lapio, per esempio, è a pochissimi chilometri da qui, ndr) ma confidando di valorizzarne una possibile originalità territoriale; i 2011 appena nelle vasche, ci diranno quanto vale questa scelta, voluta fortemente anziché continuare a comprarne da terzi.

Personalmente ne seguivo le vicende da circa tre anni. Ho bevuto il loro primo vino all’Anteprima Irpinia a Taurasi, nel 2010; poi l’anno dopo, sempre al Castello Marchionale, il 2007; lo scorso gennaio invece, a Montemiletto, l’ultimo presentato, questo, un 2008 davvero splendido. Un crescendo assoluto. Era doveroso quindi capire, fargli visita, magari raccontarne. Inutile stare a sottolineare che il progetto è serio ed ambizioso, e ancor più inutile sarebbe rifarsi ostinatamente a radici antiche o storiche vocazioni: qua prima di Antico Castello c’era solo un posto di merito nella docg, null’altro, e manco una goccia di Taurasi s’era mossa prima da San Mango. Oggi c’è invece una bella realtà, che tira fuori da queste terre un vino di spiccata personalità, dal naso estremamente varietale, elegante e dal sapore asciutto, austero, fitto, marcato da una mineralità incredibile e prospettive evolutive enormi. A 10 euro franco cantina!

Antico Castello è un fenomeno da tenere d’occhio, per qualcuno anche inspiegabile essendo fuori dalle solite rotte, eppure è lì, nel bicchiere che chiede solo di essere saggiato. Poi aggiornare il navigatore verrà naturale, perché vorrete anche voi capire, cercare, raccontare.

Intervallo. Segnali dall’Irpinia

7 marzo 2012 by

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Ciambella allo yogurt con gocce di cioccolato

4 marzo 2012 by

Ingredienti:

  • 4 uova
  • 300gr farina “00”
  • 100gr frumina (farina di frumento)
  • 250gr yogurt bianco dolce
  • 250gr zucchero
  • un pizzico di sale
  • 100gr di cioccolato a gocce
  • 150ml olio di semi di girasole
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • zucchero al velo

In una boule d’acciaio apritevi le quattro uova intere, unitevi lo zucchero, il pizzico di sale e rimestate energicamente sino ad ottenere un composto ben amalgamato, quasi spumoso. Aggiungete a questo punto, lentamente e continuando a rimestare, tutti gli altri ingredienti: l’olio di semi, lo yogurt bianco, entrambe le farine. Solo in ultimo la bustina di lievito ed infine le gocce di cioccolato.

Versate l’impasto in uno stampo per ciambella, opportunamente imburrato e infarinato. Portate il forno a 180° – deve essere ben caldo -, quindi infornate. Per una cottura ottimale serviranno circa 40 minuti. Appena un paio di giri di lancette d’orologio invece per vederlo sparire dalla tavola! 

Chianti Classico Riserva La Selvanella 2003 Melini

4 marzo 2012 by

145 ettari di proprietà, cinquanta dei quali nel comune di Radda in Chianti, uno dei migliori cru della zona classica. Dieci sono dedicati esclusivamente a questo vino, tra i primi Chianti a portare in etichetta la menzione della vigna, una felice intuizione seguita poi negli anni da tanti altri.

E’ vero, Melini è un colosso di quelli che tirano fuori dalle proprie cantine milionate di bottiglie, ciononostante però non manca di una solida tradizione e qualche buona chicca come, quando esce, un Vin Santo Occhio di Pernice sui livelli dei migliori e questa Riserva, che non perde un colpo nemmeno con le cannonate, etichetta storica di sicuro approdo per chi desideri saggiare, senza svenarsi, un grande Chianti Classico. 

Ne conservo, da vero afeçionado come sono, diverse bottiglie di più annate, nonché ancora alcuni magnum. E proprio tra questi ultimi mi è capitato finalmente di tirarne il collo a qualcuno: uno sfortunato ‘95, ahimè di tappo, e un 2003, oggetto di questa recensione, rivelatosi invece vino davvero splendido, e in ottima forma. Colore rubino con appena accennate sfumature granato e ben luminoso; il naso è lento a svelarsi, ma non disattende i buoni propositi, con sentori di viola passita, ciliegia matura, tabacco.

Dopo qualche tempo in caraffa l’intensità olfattiva regala anche sentori più intriganti di grafite, cacao, caffé appena tostato e cuoio bagnato. Un ventaglio maturo ed affascinante. In bocca mostra ancora buonissima stoffa, una certa freschezza, con tannini ancora insidiosi ed un sorso gradevole che chiude morbido e sapido. E’ sempre piacevole trovare conferme nonostante i tanti anni, quasi dieci, di questa etichetta, che rimane, come detto, un porto sicuro dove riparare nel mare magnum dei Chianti Classico.

Guudniùs, Barbaresco Cascina Roccalini ’07 e ’08

2 marzo 2012 by

Trovo interessante segnalarvi questo vino, che ad esser buono è buono, di gran materia, con un bel naso “dolce” e verticale ed un sorso di un certo spessore, a tutto tondo; però stateci attenti, “à consommer avec modération” dicono i francesi: 14 gradi e mezzo in alcol il 2007 e 15 (!) il 2008, non so se mi spiego…

Leggo che Cascina Roccalini ha sempre conferito le uve a Bruno Giacosa, almeno fino al 2004, quando Paolo Veglio cominciò a pensare che era arrivato il momento di andare per la sua strada ed iniziare a vinificare in proprio. Già questo la dice abbastanza lunga sulla qualità, sia delle uve che della vigna. La cantina, distribuita in Italia da Les Caves de Pyrene, è molto piccola e con una produzione media che non arriva alle diecimila bottiglie l’anno. Chi l’ha conosciuto, dice che Paolo Veglio è uno di quelli decisi a fare le cose per bene, profondamente innamorato di quello che fa e dal futuro sicuramente luminoso. Prendiamoci tutto per buono e vediamo, di qui a qualche anno, cosa ne viene ancora fuori.

Il Barbaresco Roccalini 2007 ha gran stoffa, un bel colore rubino, vivace e un naso piuttosto fine, elegante, pure variopinto. In bocca è asciutto, nerboruto, con buona tessitura ed una sana corrispondenza del frutto; come anticipato in apertura è un rosso di gran corpo, che si giova di una buona acidità e di un sorso abbastanza sapido. Un pelino più fitto il 2008, dal colore leggermente più carico ma anch’esso luminoso ed invitante. Il primo naso soffre ancora di una certa insistenza del legno, ma grosso modo non manca di centrare il varietale, e con discreta eleganza; Il sorso è copioso, ha spessore e si sente, qui però forse un po’ troppo. La bocca infatti è come ammantata dal vino, e dopo il secondo bicchiere si fa quasi fatica a digerirne la carica alcolica, così vigorosa e prorompente nonostante una buonissima acidità ed una carica tannica invidiabile.

Non ci resta che attendere fiduciosi che il tempo ci consegni altre annate da saggiare, confrontare ed un po’ più di esperienza a Paolo per inquadrare meglio quale strada vorrà perseguire. Per il momento però val la pena e come provarli i suoi vini, non fosse altro per il prezzo, qui più o meno sui 20 euro in enoteca. Quasi un affare!

Un piatto, il suo vino. Fatene il vostro gioco…

29 febbraio 2012 by

Da un lato un piatto, un bel piatto di pasta che concettualmente si potrebbe tranquillamente definire trasversale: povero ma ricco, appetibile e pieno di sostanza, profumato, fresco, alleggerito, saporito il giusto. L’intuizione è terragna, che più semplice non potrebbe essere, coi porri e la salsiccia “pezzente”; un connubio pensato bene, riuscito e mantecato meglio, ingentilito con giustezza da quel richiamo al mare, che sa di fasolari, ma non necessariamente. Buono a sapersi, tra i piatti cult in carta a Sud come probabilmente lo diventeranno anche questi nuovi appena segnalati sul suo sito da Luciano Pignataro, tra i quali consiglio vivamente di non mancare il cous cous di soffritto su crema di cipolla, yogurt e paprika.

Nel bicchiere invece il primo Nastro Rosa* doc per i Campi Flegrei. Il primo rosato 2011 bevuto, s’intende, provato giustappunto l’altra sera a cena da Pino e Marianna. Un piedirosso dal bel colore rosa tenue, luminoso e vivace, col “naso” evidentemente ancora imbrigliato dallo stress da vasca ma un sapore, asciutto, vivido, minerale, sapido, già determinato a conquistarsi tutti i palati più gentili, sbarazzini, assetati di territorio; “senza pensarci troppo su però – come ci tiene a sottolineare l’amico Gerardo Vernazzaro, enologo a Cantine Astroni -, le chiacchiere conserviamocele per altri vini, magari proprio per quelli di cui tra l’altro tanto più si parla e sempre meno se ne bevono”.

Allora, questi gli elementi, accontentiamoci e fatene pure il vostro prossimo gioco di abbinamento cibo-vino, senza esagerare naturalmente, tanto ci sarà sempre uno che ne saprà più di voi! 

* non avendo ancora scelto un nome definitivo – il vino tra l’altro uscirà solo a metà aprile prossimo -, mi sono permesso, con “Nastro Rosa”, di avanzare un mio piccolo suggerimento agli amici Gerardo ed Emanuela per il loro primo rosato doc Campi Flegrei firmato Cantine Astroni. 

Un ricordo di Gennaro Martusciello, e un sorso di Falanghina Coste di Cuma 2010 Grotta del Sole

27 febbraio 2012 by

Avevo un nodo in gola, e come non potevo: dispiaciuto, commosso, rattristito per la scomparsa di una persona così cara e stimata. Avevo però necessità di rifletterci un po’ su, capire se fosse realmente importante ch’io scrivessi due righe, un pensiero. Così quasi senza pensarci mi son ritrovato a bere nuovamente questo splendido bianco flegreo.

Bene ha fatto qui Luciano Pignataro a riprenderne, in poche chiare righe, la specchiata figura umana e professionale; aggiungo che con la scomparsa di Gennaro Martusciello si chiude dalle nostri parti davvero un’epoca: quella dei pionieri, di coloro i quali avevano come riferimento del mestiere praticamente solo se stessi, il più delle volte costretti, loro malgrado, solo a sognarlo ciò che avrebbero veramente desiderato fare in cantina, dei loro vini; più semplicemente, era necessario fare ciò che andava fatto e nel miglior modo possibile, senza troppi grilli per la testa.

Eh sì, perché quando più o meno vent’anni fa, fuori dai confini regionali, a malapena si era affacciato il greco di Tufo di Mastroberardino, qualche volta il Taurasi, a Quarto si cominciava a ragionare anche sulla falanghina e il piedirosso dei Campi Flegrei: “poveri, ma belli” venivano chiamati (e forse lo sono tutt’ora). Senza contare i primi, incontenibili successi commerciali del rilanciato Gragnano della Penisola Sorrentina o dell’Asprinio d’Aversa fermo e spumante. L’avrete letto centinaia di volte, qui come altrove, un leit motiv pedissequo, quasi stancante, che però pare non bastare mai: “la famiglia Martusciello, che tanto ha contribuito al rilancio vitivinicolo regionale e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni campani”. Certo, nei fatti però, non a chiacchiere. E senza dover rincorrere etichette evocative, battaglie bioqualchecosa, sintomatologie naturali. E Gennaro Martusciello in tutto questo, e in molto altro, ha avuto un ruolo cruciale, fondamentale.

Una persona, prima che enologo, stimatissima dall’ambiente; e pur non potendo andare oltre, non ho l’età per maggiori elogi personali – c’ho parlato troppe poche volte, molto di più coi suoi vini -, ho sempre avuto la sensazione come fosse un uomo in tutto e per tutto calato ostinatamente nella sua dimensione: un grande talento, finissimo tecnico e profondo conoscitore della materia, imbrigliato però da una realtà produttiva difficilissima e complicata, misconosciuta, sin da subito dura, talvolta talmente cruda che solo la malattia che l’affliggeva riusciva ad essere più desolante. Un uomo vulcanico don Gennaro, come la sua terra, costretto nella morsa di un malessere che l’ha accompagnato praticamente tutta la vita, segnandolo profondamente nel fisico ma non nell’intelletto, nell’invidiabile talento professionale; un uomo del sud che proprio come la sua terra ha dovuto faticare il doppio, anzi il triplo per emergere, affermarsi. Sì, perché Gennaro Martusciello un riferimento lo è diventato lo stesso, lui con tutta l’azienda di famiglia Grotta del Sole; un esempio per tanti, seguito, emulato, contrastato addirittura, ma un riferimento assoluto, per giovani e vecchie leve di enologi, ma anche di produttori, e non solo in Campania.

E così che saggiando questo Coste di Cuma 2010, oltre a saltarmi al naso bellissimi toni primaverili, con ricordi di macchia mediterranea e poi un sapore asciutto e lungamente sapido, mi ritornano perentorie le parole di Salvatore Martusciello che, lo scorso dicembre, quando mi ha dato questa bottiglia per sapere cosa ne pensassi mi fa: “siamo convinti che sia l’inizio di una nuova epoca in Grotta del Sole, questo duemiladieci del Coste pare condensare tanti degli sforzi che abbiamo fatto sulla falanghina dei Campi Flegrei negli ultimi vent’anni”. E bicchiere alla mano ne sono convinto anch’io, con poco o nulla da aggiungere se non che mi piace, con questa convinzione, pensare a quanto potesse essere felice zio Gennaro di sapere finalmente compiuto un percorso così duro lungo quasi vent’anni, grazie al quale, oltre a lui e ai suoi fratelli, nei vini dei Campi Flegrei hanno imparato a crederci in tanti, e a saggiarli, con attenzione e rispetto, in molti di più.

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.

Un riso amaro

21 febbraio 2012 by

Di là: Pronto… Buongiorno…
Di qua: Buongiorno! Mi chiamo Angelo Di Costanzo. Ho saggiato alcuni vostri vini e avrei piacere nel venire a farvi visita in cantina. E’ possibile?
Di là: Sì, si, un attimo che vi passo l’interessato… [breve attesa].
 
Di là: Pronto… Buongiorno…
Di qua: Buongiorno a voi, mi chiamo Angelo Di Costanzo. La settimana scorsa ho saggiato alcuni vostri vini e avrei piacere di venirvi a trovare in cantina. E’ possibile?
Di là: Ah, ma voi cercate la cantina? Aspettate un attimo che vedo se ci rispondono… [attesa, non proprio breve].
 
Di là: Pronto Buongiorno… chi è che parla?
Di qua: Sì, salve, buongiorno, mi chiamo Angelo. Di Costanzo. Dicevo… che qualche giorno fa ho assaggiato alcuni vostri vini e così avrei piacere nel venire in visita in cantina per conoscervi meglio. E’ possibile?
Di là: Eh sì, grazie grazie. Sentite, ma voi scrivete? Su qualche giornale, rivista, blogger (che immagino con l’h, ndr)?
Di qua: Per la verità sì, a tempo perso anche, ma…
Di là: No perché se vuole i vini glieli posso spedire: mi manda l’indirizzo e così facciamo prima.
Di qua: In verità le mie intenzioni erano altre. Ci terrei a visitarvi, conoscere l’azienda, e magari saggiarli assieme a voi i vostri vini; guardi è mia intenzione comprarne un po’ per mettervi in carta…
Di là: Ah… allora se è così dobbiamo fare quando ci sta pure l’enologo. Fa tutto lui qui…
Di qua: Bene, se lo preferisce, per me va bene. Quando possiamo?
Di là: Le faccio sapere quando è disponibile.
Di qua: Attendo sue allora, buone cose. Le lascio il mio num…
Di là: Buona giornata.

Ecco, immaginatevi adesso cosa possa essere, significare, e non per un appassionato mentecatto come me, ma per un normalissimo avventore o cliente – manco a pensarlo uno straniero, chennesò americano –, scoprire l’Italia del vino ancor oggi.

Lucera, Cacc’ e Mmitte 2009 Cantina La Marchesa

20 febbraio 2012 by

Ci sono (quasi) sempre piacevoli sorprese dietro una bottiglia di vino; e più è curiosa, diciamo “particolare”, l’etichetta o la sua storia, più è grande poi il piacere della scoperta e del racconto quando il vino è buono.

Il nome Cacc’ e Mmitte di Lucera fu scelto allorquando si decise per la doc, nel 1975, per i vini prodotti in questo bel pezzo di Puglia. Questa espressione, di chiara origine dialettale locale, ha una storia abbastanza curiosa e questa etichetta non manca di svelarla nella sua retro: dovete sapere che un tempo, qui come in tanti altri luoghi dell’Italia meridionale, la vinificazione avveniva nei cosiddetti “palmenti”, delle arcaiche strutture di produzione agricola, in pietra e calcestruzzo, di notevole rilevanza per l’economia rurale locale e, generalmente, utilizzate da più coltivatori, magari anche dello stesso latifondo. Così, in tempo di vendemmia, capitava che vi fossero tutto un susseguirsi di vari utilizzatori che, una volta portato a termine la propria di vinificazione, dovevano lasciare il “palmento” a disposizione di chi seguiva. Da qui Cacc’ e Mmitte, dove Cacc’ sta pertira fuori” il mosto dal palmento…” e Mmitte per “metti” nel palmento l’uva di chi segue…

La doc qui di per sé non è certo un vanto della produzione vitivinicola, fosse solo perché nel disciplinare, praticamente, non ci si è fatto sfuggire proprio nulla dei varietali più appetiti dagli imbottigliatori di ogni dove degli anni ’60 e ’70, dal nero di Troia al montepulciano, ma anche sangiovese, malvasia nera e bianca, trebbiano, bombino bianco e chi più ne ha, più ne metta, ma non per questo si può dire che manchino esempi di pregevole qualità e seria interpretazione territoriale. Esecuzioni cioè franche e piacevolmente suggestive, proprio come questo Cacc’ e Mmitte di Lucera 2009 di Cantina La Marchesa che, a parte un’etichetta poco felice – giocata ostinatamente sull’oro e il viola, in tutta onestà un tantino kitsch -, mi è parso senza ombra di dubbio un degno e gradito compagno in tavola.

Un rosso interessante, da quel che leggo composto in buona parte proprio da nero di Troia e montepulciano, ma anche, in piccola parte, da bombino bianco. Curioso no? Un vitigno bianco complementare a due rossi, un po’ come accadeva un tempo anche nel Chianti. Cose d’altri tempi insomma. L’assaggio invece rivela una certa vivacità tutta nostra, figlia del nostro tempo; il primo naso non è dei più immediati ma con la giusta attenzione si colgono chiare fresche note di violetta e frutta rossa, polposa, sentori di ciliegia, mirtilli, un bouquet ancora caratterizzato da una certa vinosità. Ben dosato anche il legno, assolutamente non invadente, e affatto banale, che ne tratteggia un corpo solido, rotondo e snello. E la conferma non tarda ad arrivare: il sorso è franco e vigoroso, apparentemente più dei suoi tredici gradi, e secco, caldo, scorrevole, il primo ne richiama subito un’altro. Un buon rosso dal nome sicuramente curioso, se vogliamo uno dei più autentici della mappatura enoica italiana, un souvenir quasi, però di quelli da bere e non da lasciare impolverare su di una mensola.