8 gennaio 2019 by L'Arcante
Scrivere e raccontare di vino e dei suoi protagonisti non può essere mero esercizio di stile, né può limitarsi alla scarna lettura delle analisi dei numeri di questa o quell’annata prodotta. Vieppiù la tentazione di provarne alcuni e pensare così di saperne su tutti, l’inciampo è dietro l’angolo, ci si perde il meglio e si corre il rischio di farsi ridere dietro.

Della 2017 si è detto praticamente tutto e il contrario di tutto: difficile, complessa, per qualcuno dannata per altri semplicemente da dimenticare. Vero è che l’annata è stata per molti particolarmente stressante, non solo nei Campi Flegrei, l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembrerebbe baciato da Dio oppure, più semplicemente, chi coltiva sapienza raccoglie saggezza.
Per la verità qualche passo falso lo abbiamo colto, eppure pare vi sia parecchio da salvare di questo millesimo che promette vini generosi e godibilissimi, che sia tanto o poco, magari anche autoreferenziale, ci basta. Questo Piedirosso duemiladiciassette riesce a rappresentare al meglio la distanza siderale che c’è tra chi fa vino e chi coltiva la terra e ne fa uva da vino, scoperchiando il vuoto da dove fuoriescono i fantasmi di chi si gratta il pancino tra una raccolta e l’altra e continua a credere che pure gli asini possano comunque volare.
La grande bellezza di questo vino sta tutta nella sua disarmante armonia espressiva: il colore rubino è netto pur se un po’ ombroso. Al naso viene subito fuori con un profumo di piccoli frutti rossi e neri, di quelli ricchi di polpa, con la buccia spessa che quando schioccano in bocca infondono dolcezza ad ogni morso, quella sensazione piacevolissima che chiude con un sottofondo che sa lievemente di terra e sottobosco, tutto molto, molto coinvolgente. Il sapore è squillante, morbido e gustoso, con un ritorno di mora e amarena scura sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi in vigna e di suo figlio Vincenzo in cantina. Da qui, dai Campi Flegrei non poteva mancare ancora uno squillo d’amore imperdibile!
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6 gennaio 2019 by L'Arcante
Si deve a taluni l’onore di aver saputo tracciare la strada, agli altri l’onere di raccogliere il testimone e sapere condurlo lontano, in alto, laddove è più facile per tutti individuarlo, ammirarlo, apprezzarne la bellezza, goderne con voluttà.
Vi sono tra questi alcuni nomi che la denominazione non può più pensare semplicemente di annoverare tra i comuni produttori ma sono in tutto e per tutto un riferimento assoluto da seguire, emulare, copiare se necessario, superare laddove possibile, per fare meglio.
Nei Campi Flegrei molto si deve alla famiglia Martusciello di Grotta del Sole, per oltre vent’anni hanno fatto la corsa praticamente su se stessi, si sono però rivelati apripista e lepre di tutto rispetto tirando la volata a fine anni ’00 a molti di coloro i quali oggi sono protagonisti proprio grazie anche al lavoro enorme dei fratelli Angelo e Gennaro Martusciello.
Fortunato e bravo invece chi già allora è venuto dopo, da Michele Farro in poi, prima che Gerardo Vernazzaro, forse primo vero spartiacque generazionale nella storia vitivinicola dei Campi Flegrei, mettesse mano oltre che in cantina anche (e soprattutto) in vigna, dove in effetti tutto nasce. Gerardo sin dai suoi esordi a Cantine Astroni gioca e vince la sua partita qui, in campagna, spingendo l’azienda di famiglia, quella dei Varchetta, a rivedere completamente, dopo i protocolli enologici in cantina, anche l’approccio con l’uva e prim’ancora con la vigna.
Se oggi ci godiamo nel bicchiere questo Vigna Astroni duemilaquindici¤ così in splendida forma gran merito va soprattutto a quanto fatto in campagna negli ultimi 10 anni con la cura maniacale del vigneto, l’attenzione alla terra dove affondano le radici delle piante, rieducata lentamente alla sostenibilità con potature mirate, i necessari diradamenti, quegli interventi misurati sull’intero ciclo biologico annuale della vite e non solo all’occorrenza o per urgenza: insomma intervenire prima, con ragionevolezza, per intervenire meno.
Il frutto che arriva in cantina è sempre integro, da maneggiare con cura ed attenzione e da “lavorare” il meno possibile. Ne viene fuori così un vino pienamente espressivo, prorompente nella sua vivacità gustativa; un bianco dal naso intrigante, orizzontale, che va in profondità e suggerisce frutta polposa e sentori di macchia mediterranea, con sobrie e definite note iodate. Il sorso è fresco, sapido e minerale, giustamente caldo, non del tutto definito, perciò continuamente coinvolgente.

Così l’enologo si è spogliato di quanto non necessario e si è fatto nel frattempo viticoltore tout court, rimanendoci, con nostra grande soddisfazione, consegnandoci così l’essenza del suo pensiero di anni di studio e di duro lavoro. Di tutto ciò ce ne dà piena testimonianza il Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli duemilaquindici, un rosso dalla forte impronta vulcanica che agli appassionati più attenti ricorda subito bottiglie prodotte lontano migliaia di chilometri da questi pochi ettari terrazzati sopra Napoli ma che in realtà non vuole rappresentare niente di questo o quel vino ma solo quel che il varietale e questa terra sospesa sanno esprimere quando giustamente coniugati all’unisono, ovvero un rosso del tutto originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, dal naso allettante e seducente, pronunciato su toni scuri e dal sorso austero e sottile ma allo stesso modo coinvolgente, pieno e gratificante.
Abbiamo seguito sin dall’inizio l’apologia di queste etichette, della Falanghina Vigna Astroni e del Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli di Cantine Astroni apprezziamo soprattutto la capacità evocativa, sono bottiglie che sintetizzano perfettamente un percorso lungo dieci anni, svincolate da logiche commerciali ma soprattutto “godibili” immediatamente senza costrizioni temporali o necessità di abbinamento: le stappi e ne godi, ogni occasione è buona e malauguratamente ti sfuggano dalle mani per qualche tempo le tieni in “cantina” e ne apprezzerai ancor più l’evoluzione.
Il fuoco sotto e sopra le mura di cinta del cratere degli Astroni non è un titolo tirato via dal cilindro a caso, è l’essenza, l’anima di questa terra che pulsa, continuamente, è la giusta rappresentazione di un giovane viticoltore che superati i 40 anni si avvia con la giusta maturità ad affrontare le prossime venti/trenta vendemmie nel tentativo di superare se stesso e laddove possibile, fare meglio, anche perché ne siamo certi, qui in questo territorio di cose da fare ce ne sono ancora tante e non tutto il reale valore di questi vini è da considerarsi disvelato. Anzi!
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4 gennaio 2019 by Angelo Di Costanzo
Nelle ultime settimane abbiamo passato in rassegna un bel po’ di assaggi delle ultime annate prodotte dalle nostre parti qui nei Campi Flegrei, dobbiamo dire in larga parte tutti i vini si sono rivelati davvero molto interessanti e proiettati nel futuro con l’approccio giusto per franchezza, freschezza e leggerezza espressiva. Non mancano certo piccoli capolavori¤, ma questi solo il tempo li rivelerà del tutto. E’ proprio il caso di dire che stanno tutti bene.

Di alcuni ve ne abbiamo già dato conto¤, e non può che farci piacere notare come certi nomi¤ apparentemente sottovalutati negli ultimi anni, vadano rapidamente recuperando lustro e ritornino in mente anche alla critica più gettonata, ne siamo molto felici, ciò non può che fare bene al racconto di un territorio straordinario che ultimamente pare però un po’ avaro di nuovi protagonisti.
Nelle prossime settimane ne racconteremo delle belle, frattanto invece, tronfi di averci messo le mani tra i primi e certi di non aver mai smesso si sostenere, spronare, scrivere di tutti i produttori coinvolti ci viene quasi spontaneo far notare – lo sappiamo è un fatto di una banalità unica – come l’apprezzamento quasi unanime dei vini dei Campi Flegrei¤ non vada suscitando in nessun modo almeno un pizzico di orgoglio per le Amministrazioni e gli Enti Locali che poco o nulla fanno per la salvaguardia delle aree vocate e dei luoghi in prossimità di vigneti e cantine. Posti che dovrebbero richiamare enoturisti a frotte o quantomeno suscitare un certo rispetto ambientale ma che invece versano il più delle volte nel totale degrado ed abbandono, come dire Coscienza Ambientalista zero!
Condurre qui degli appassionati, un gruppo qualsiasi di enostrippati per alcuni è diventata una partita persa a tavolino, senza nominare tutte le difficoltà di chi deve accogliere clienti, importatori, giornalisti non senza disagio. Un territorio ampio e complesso quello flegreo, ne riconosciamo le difficoltà, il più delle volte definito odiosamente da molti “un conurbio suburbano”, cela però anche bellezze e paesaggi suggestivi e struggenti, spesso misconosciute persino da chi ci vive figuriamoci cosa ne possa sapere chi lo visita e ne subisce superficialità e disinteresse pubblico. Peggio è, talvolta, intorno a quelle cosiddette ”vigne metropolitane” che dovrebbero rappresentare oasi di cultura e valori da preservare ad ogni costo, degli avamposti a salvaguardia di un patrimonio dal valore inestimabile ma che, ahinoi, rischiano di divenire spot di propaganda e niente di più. Questo non va per niente bene!
Senza andare troppo in là sognando modelli tipo “La Strada del Vino dell’Alto Adige¤” ci sentiamo in dovere di ricordare a questi signori Amministratori e rappresentanti di Enti Locali che ci sono voluti oltre vent’anni di grandi sacrifici in vigna e in cantina per portare in bottiglia vini degni di raccontare una storia credibile, dalle origini fortissime e uniche, i protagonisti di questa lunga maratona li conosciamo tutti, dalla famiglia Martusciello¤ ai vari Varchetta, Babbo, Farro, dai Palumbo ai Quaranta, Zasso o i Carputo sino agli ultimi Moccia¤, Di Meo¤, Schiano e Fortunato, ecco non lasciamoli soli, mai più soli.
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20 dicembre 2018 by L'Arcante
Non abbiamo certo bisogno di rifilare una nuova classifica dalla quale tirare per i capelli i vini più buoni da servire in tavola durante le festività di Natale e l’ultimo dell’anno. Anche perché, nel frattempo, di guida in guida, classifica dopo classifica di bottiglie da parte se ne sono messe talmente tante aspettando l’occasione giusta che quando arrivano le Feste regna sovrana la confusione e si finisce il più delle volte sul ”o la va, o la spacca”.

Stupire, impressionare, ancorché sembrino gli unici aspetti della faccenda non sempre risultano presupposti azzeccatissimi, e in tempo di crisi, con budget ridotti, conta infatti mettersi a ragionare di giustezza per non sprecare tempo e soprattutto denari.
Per i regali un consiglio che vale sempre oro è quello di affidarsi alle enoteche specializzate, oggi più che mai, perché al di là dei soliti stereotipi, chi è sopravvissuto a questa lunga crisi è veramente appassionato del suo lavoro e sa come si fa, quindi, ad accontentare il cliente sul serio. Inoltre, cosa di non poco conto, sempre più cantine si aprono al pubblico con la vendita diretta, un motivo in più per fargli visita, conoscere persone, toccare con mano e magari risparmiare qualche euro.
Tornando alla tavola, la sera della Vigilia ed il pranzo di Natale, come pure il cenone dell’ultimo dell’anno, rappresentano momenti di ritrovata familiarità, serenità e quiete (più o meno, ndr), aspetti questi da non sottovalutare quando si sceglie una bottiglia da portare in tavola. Nei menu delle feste, sempre ricchi ed abbondanti, vi si nascondono insidie micidiali per l’appassionato seriale: una sequela di stuzzichini, mezzi antipasti, veri antipasti, primi piatti, inframezzi, secondi, pause, dolci, coccole e ”spasso” che sembrano non finire mai e in realtà, a dirla tutta, non finiscono proprio mai. Ecco perchè tutto questo vuole vini non troppo vincolanti, che siano cioè buoni, coinvolgenti, magari piacioni ma meglio se poco impegnativi.
Ecco allora la riscossa dei bianchi giovani, gradevoli e ”leggeri” al palato: per restare in regione, hanno la meglio Biancolella, Falanghina e Coda di volpe, anche provenienti dal Vesuvio con i suoi meravigliosi Lacryma Christi, o dai Campi Flegrei, l’Asprinio d’Aversa per i palati più attenti. Per i più temerari ci scappa il Pallagrello bianco e la Forastera d’Ischia, un gradino più su conduce a pensare al Fiano e al Greco. Tra questi bianchi non male alcune uscite in versione spumante, Asprinio e Greco di Tufo per esempio soprattutto quando Metodo Classico.
Sui rossi ci piacerebbe, come spesso ripetiamo da tempo ormai, che ci possa essere un momento di forte rilancio per alcuni dei nostri vini del cuore come l’Aglianico irpino, non necessariamente nelle sue versioni più ridondanti o il Falerno del Massico rosso. Non manchino certo bottiglie di Piedirosso, meglio se dei Campi Flegrei, e qualche buon rosso da fuori regione – Etna, Vittoria in Sicilia, Conero dalle Marche, Dogliani in Piemonte, Teroldego in Trentino -, ma anche qui, come per i bianchi, prima di aprire etichette un po’ più impegnative val la pena pensarci su due volte. Così è in effetti, gira che ti rigira non è mai questo il momento indicato per tirare il collo ai “gioielli di famiglia”.
Sia chiaro, nulla e nessuno vieta di stappare bottiglie di un certo rango, un grande vino lo è sempre, purché gli si conceda un parterre adeguato e la giusta attenzione. Per farla breve, diciamo che aprire uno Chassagne-Montrachet di Girardin o Barolo Brunate-Le Coste di Rinaldi non è mai occasione sprecata purché si eviti di servirli sull’insalata di rinforzo o quando, in tavola, è tempo di Struffoli e Roccocò.
Così un consiglio chiaro e immediato sarebbe quello di bere cose semplici, interessanti certo, ma comprensibili a tutti i commensali. E giusto per rimanere sul pezzo, tanto va a finire sempre che inzuppi il Roccocò nell’ultimo bicchiere di rosso o che, sugli Struffoli, ti ricordi di quel Moscato d’Asti lasciato là sotto al mobile del salone da almeno tre quattro anni e che, puntualmente, rimetti al suo posto perché ”imbevibile”, ecco. Serene festività a tutti voi quindi, Buon Natale e che il prossimo sia, finalmente, un buon anno davvero.
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17 dicembre 2018 by Angelo Di Costanzo
Ci sono storie, vini e persone che rimangono per sempre. Abbiamo a lungo raccontato di loro qui su queste pagine, Caroline e Jan Endrik ne hanno passate tante per strappare qui in Toscana quel minimo sindacale di credibilità che si deve a chi ha stravolto la propria vita pur di inseguire un sogno.

Forse anche per questo i loro vini, il loro Brunello anzitutto, sono diventati in pochi anni dei riferimenti assoluti di questo pezzo di storia del vino naturale italiano, vieppiú per chi va alla ricerca di piccole grandi storie dentro e fuori una bottiglia.
Pian dell’Orino è collocata in uno dei posti più suggestivi di Montalcino, praticamente con vista sulla Tenuta Greppo dei Biondi Santi¤ ma ciò che rende unica questa etichetta è quell’imprinting che Caroline e Jan hanno deciso di dare ai loro vini, definitivamente puri, vivi, inconfondibili. L’ideale li tiene strettamente confinati ai rigidi protocolli naturali, in vigna la cura biologica della piantagione è maniacale, assumendo un ruolo centrale, mentre in cantina, con una manualità essenziale e moderna al tempo stesso si riesce a garantire vini che oltre ad una loro spiccata autenticità riescono, tanto il Brunello quanto i loro vini cosiddetti minori come il Piandorino e il Rosso di Montalcino, ad esprimere una integrità di quelle che rimangono ben fisse nell’immaginario tanto da regalare bevute indimenticabili.
Solo per questo di tanto in tanto vale la pena tornarci su e lasciare traccia dei loro vini, un grande esercizio per chi ama queste terre e i rossi qui prodotti che consegnano sempre esperienze di grande valore emozionale. Per questo ci siamo privati dell’ultima bottiglia di Brunello di Montalcino 2004 in cantina ma senza alcun rimorso, questi vini continuano a tracciare un solco incredibile tra i pregiudizi sul biodinamico e la perfezione stilistica dipinta da molti come irraggiungibile per i cosiddetti vini naturali. Ad avercene per farne lezione.
Un Brunello questo duemilaquattro a dir poco straordinario, l’impronta è incredibilmente vivida ed espressiva, il colore rubino non ha alcun cedimento se non una limpida trasparenza appena aranciata sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso, a quasi tre lustri di distanza è rimasto profondamente varietale con note tostate appena accennate e terziari che vengono fuori solo alla distanza, tra l’altro senza incidere particolarmente, disegnandone così un quadro olfattivo chiaro e didascalico che gli rende fascino, suggestione, notevole complessità. Il frutto ha conservato tutta la sua polposità, il sorso impressiona per equilibrio e sapidità, lunghezza ed ampiezza, nel bicchiere ritroviamo insomma una bevuta di rara autenticità.
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13 dicembre 2018 by L'Arcante
Una vera sorpresa ritrovarsi dinanzi a questa (bella) bottiglia di Zibibbo prodotta con le uve provenienti dalle terrazze intorno al Lago di Angitola, una manciata di ettari di vigne a conduzione biologica situate nell’entroterra della costa calabrese a pochi chilometri dal mare di Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia.

Un vino dalla storia particolare che vale la pena però approfondire, frattanto sappiamo che ha condotto alcuni pochi produttori ad impegnarsi a tal punto nella salvaguardia di queste terre e questa produzione tanto da farlo diventare un raro Presidio Slow Food, denominato Zibibbo di Pizzo.
Il primo tra questi a lavorarci seriamente è stato Giovanni Celeste Benvenuto, di origini calabresi ma nato e cresciuto in Abruzzo. Con una grande passione per il buon vino, appena ritornato in Calabria, dopo aver conseguito una laurea in Agraria, si è messo subito al lavoro per recuperare i pochi ettari di famiglia, una decina in tutto piantati a vigna e uliveto, per produrre vino di qualità puntando su alcune delle varietà tipiche del posto, tra le quali Greco Nero e Calabrese, ed altre tra cui anche lo Zibibbo. In Calabria lo Zibibbo sino ad allora veniva generalmente autorizzato solo come uva da tavola o al massimo per farne vino passito. Tra un ricorso e l’altro è stato lui il primo a poterne fare anche un vino secco, come del resto già avveniva da sempre in Sicilia.
Benvenuto 2017 è un bianco profumatissimo, inconfondibile per il suo tratto aromatico e spiazzante per il sorso secco e il corpo nerboruto. Va detto che a primo acchito non è un vino proprio semplice da abbinare a tavola ma vale la pena provarlo e raccontarlo, al naso diverte ed invita a giocare con i riconoscimenti (bergamotto, pesca, sandalo) ogni sorso poi non lascia certo indifferenti, magari una struttura alcolica meno pronunciata – il duemiladiciassette ha 14% in etichetta! – potrebbe aiutarlo ad incontrare maggiore apprezzamento tant’è rimane una pietra miliare da salvaguardare e consegnare in mani davvero appassionate.
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12 dicembre 2018 by Angelo Di Costanzo
I produttori di questa doc siciliana si contano perlopiù sulle dita di una mano, Giovanni Scarfone con i suoi 7 ettari di proprietà di cui due e mezzo vitati si è guadagnato negli ultimi 10 anni una posizione di primissimo livello con i suoi vini, annata dopo annata sempre precisi e pienamente espressivi del terroir messinese di provenienza.

L’areale del Faro doc si estende sulle colline e lungo le coste che si affacciano sullo Stretto di Messina, in un territorio ventilato, luminoso e particolarmente vocato per le varietà Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nocera prevalentemente utilizzate negli assemblaggi, alle quali eventualmente si possono aggiungere Nero d’Avola (Calabrese), Gaglioppo e Sangiovese, da soli o congiuntamente. I vini qui prodotti richiamano alla mente quelli del vicino comprensorio dell’Etna, sono forse talvolta meno profondi e complessi di questi ma hanno eleganza da vendere.
Il Faro di Bonavita viene fuori da una vigna ad alberello con alcuni ceppi che arrivano a 60 anni, piantata su suoli ricchi di argilla e tufi calcarei. Il vino matura generalmente per un anno e mezzo in tini troncoconici di rovere da 30 hl, poi una volta in bottiglia vi rimane almeno sei mesi prima di arrivare sul mercato.
Questo duemilaquindici è una gran bella versione, è stato davvero avvincente l’approccio al bicchiere poiché ci siamo ritrovati praticamente lanciati in una degustazione alla cieca e l’abbiamo colto quasi al primo colpo, così affascinante il colore, così franco e caratterizzato da toni scuri il naso, con sentori di prugna e nuances aromatiche di macchia mediterranea. E l’annata calda sembra non aver interferito in alcun modo con il taglio gustativo: il sorso è sottile e invitante, slanciato ed elegante, con un finale di bocca davvero saporito e appagante. Non una sorpresa, di grande soddisfazione!
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10 dicembre 2018 by L'Arcante
Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso com’è dal Taburno da un lato e dal Matese dall’altro, con paesaggi bellissimi tratteggiati in larga parte da campi d’olivo e moggi di vite e qua e là da case di campagna vecchie e nuove.

A camminare queste strade di campagna si respira subito la ruralità di questi luoghi, vissuti da persone straordinarie con un legame molto profondo con questa terra, la città è a pochi chilometri ma rimane là, da raggiungere solo quando è veramente necessario, mentre la vita scorre lenta e indaffarata con i contadini che scorrazzano sin dalle luci dell’alba su e giù per i campi della zona a faticare la terra, coltivare la vigna, seminare il futuro.
Quella di Peppe Mancini e Manuela Piancastelli è una storia¤ che non smetteremo mai di raccontare, ancor più davanti a bottiglie come queste che seppur siano diventati ormai un grande classico della migliore produzione campana, riescono ogni volta a conquistare e colpire per fascino, sostanza e finezza.
Il “Vino Pallarello” e il “Vino Spumante di Pallagrello” venivano annoverati sin dai primi del Novecento negli annali storici di questi luoghi, prima di finire nell’oblìo e rischiare seriamente di scomparire quando, nei primi anni novanta, proprio Peppe Mancini, prima con Vestini Campagnano¤ poi con Terre del Principe¤ si impegna per il suo recupero in vigna, la rinascita e la valorizzazione ampelografica e vitivinicola.
Un po’ avara l’annata duemiladiciassette dalla quale sono state tirate via appena una manciata di bottiglie di questo cru, all’incirca 4.500, un vino che a distanza di poco più di un anno dalla vendemmia si esprime in maniera essenziale ed efficace. Il primo naso sa di fiori bianchi e note esotiche, di glicine e gelsomino, poi lentamente vira su note di albicocca e buccia d’agrumi, quindi sentori di macchia mediterranea. Il timbro gustativo è moderno e vivace, il sorso è sottile ma teso e fresco, agile e godibile, dal finale di bocca sapido e minerale. Un sorso tira un altro e un altro ancora. Forse non una versione delle più ricche per il Pallagrello bianco Le Sèrole, l’annata è stata quella che è stata, ma senz’altro tra le più godibili già nell’immediato. Poi si sa, le sorprese memorabili¤ con i vini di Terre del Principe non mancano mai!
Leggi anche Terre del Principe, la favola del Pallagrello¤.
Leggi anche Terre del Principe e le terre di Castel Campagnano¤.
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9 dicembre 2018 by L'Arcante

Da poco più di due mesi alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare alcune tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Serie A¤ e Champions League¤.
Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.
#5 David Ospina e il Lacryma Christi del Vesuvio rosso Vigna Lapillo 2014 di Sorrentino Leggi Qui.
#6 Allan Marques Lourerio e il Casavecchia Centomoggia 2013 di Terre del Principe Leggi Qui.
#7 Marek Hamsik e il Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2004 di Quintodecimo Leggi Qui.
#8 Arkadiusz Milik e l’Ischia Forastera 2017 di Antonio Mazzella Leggi Qui.
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8 dicembre 2018 by L'Arcante
Per gli appassionati della tipologia Vorberg è certamente un’etichetta di riferimento assoluto; un vino, quale che sia il millesimo che si va descrivendo, di sovente descritto come ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva” come se per i vini di Terlano non vi fosse mai possibilità di una benché minima curva di decadimento.

E’ quel che si dice ‘un vino di montagna’ il Pinot Bianco Riserva Vorberg¤ di Terlan. Le uve provengono tutte dalle vigne del versante meridionale del Monzoccolo, nel pieno del territorio DOC di Terlano, vigne piantate su clivi e terrazzamenti posti tra i 350 e 950 metri s.l.m., di età media tra i 20 e i 40 anni.
Il pinot bianco (o Weißburgunder) dà generalmente vini non subito amatissimi dal grande pubblico, talvolta un po’ troppo ‘verdi’, per non dire bruschi, asprigni quasi, ma il Vorberg gioca in un’altra categoria. L’impronta è tipicamente varietale ma la sostanza ci consegna un vino che tende ben oltre le prime avvisaglie di verticalità, il sorso pungente, la freschezza gustativa: vi è molto, molto di più nel bicchiere.
C’è infatti da dire che i vini di Terlano danno il loro meglio con un po’ di anni di maturità e questo duemilasedici ne offre parecchi di spunti in questa direzione. Se il primo sorso è infatti apparentemente scarno, perché baldanzoso e rinfrescante, il naso è subito variopinto, balsamico e gioviale ma il corredo aromatico pian piano si arricchisce anche di note fruttate di agrumi, sentori di miele e mandorla, pietra focaia, così il finale di bocca, che rimane estremamente piacevole ma ricco di energia, acidità, nerbo.
E’ insomma un vino che possiede grande personalità e lunghezza, non abbiamo dubbi che tra qualche anno ce lo ritroveremo sicuramente ”ancora giovane, lontano dalla piena maturità espressiva”. E ne potremo ancora lasciare traccia a futura memoria.
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3 dicembre 2018 by L'Arcante
Un po’ di anni fa, tra il 2010 e il 2011, ci lanciammo con una certa dedizione alla scoperta degli enologi campani e di coloro i quali in qualche maniera risultavano avere radici forti in regione. Tra i molti intervistati in quel periodo vi erano alcuni del tutto misconosciuti alla scena enologica nostrana, l’idea era quella di dare visibilità a volti nuovi ma soprattutto parola a quei giovani che si apprestavano a ricevere il testimone da chi li aveva preceduti con l’arduo compito di continuare il lavoro straordinario fatto ma soprattutto rilanciare e dare ancora più lustro ai vini territoriali campani ed in particolare quelli da vitigno autoctono e provenienti da denominazioni storiche.

Tra questi ci ricordiamo di una giovanissima Benny Sorrentino¤, da poco laureata alla facoltà di agraria di Portici (nel 2006, ndr) e all’epoca unica enologa campana a smanettare in vigna e cantina. Benny arrivava da un’ importante esperienza formativa presso il Centro Ricerche per l’Enologia di Asti quando nel 2008, a Torino, prese la specializzazione in scienze viticole ed enologiche prima di fare ritorno a casa e prendere per mano l’azienda di famiglia con la sorella Maria Paola ed il fratello Giuseppe, una proprietà di circa trenta ettari nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio votati principalmente alla coltivazione di uve bianche Caprettone, Catalanesca e Falanghina e Piedirosso ed Aglianico a bacca rossa.
Qui, al centro di tutto anzitutto il Lacryma Christi del Vesuvio, una tipologia di vino che viene ottenuta da differenti tipi di varietà distinte sia per il bianco che per il rosso. Varietà che devono essere studiate e seguite a lungo ed attentamente per poterne migliorare la coltivazione, esaltarne le peculiarità ed affinare quindi la qualità dei vini che vi si ottengono. Per fare ciò è necessario conoscere profondamente l’areale, il suolo, il clima e cercare quelle “combinazioni” giuste per raggiungere il loro massimo equilibrio. Un approccio dispendioso, in particolar modo per chi si approccia al Vesuvio non vivendolo costantemente, un investimento programmatico che richiede tempo, conoscenza e supporti tecnici all’altezza.

Anche per questo non siamo affatto sorpresi di ritrovarci oggi dinanzi a bottiglie così espressive e coinvolgenti. Abbiamo in passato già raccontato dello splendido lavoro fatto con il Vigna Lapillo rosso¤, il cru da Piedirosso in larga parte con un piccolo saldo di Aglianico, un gran bel vino che esprime ogni volta freschezza e complessità molto interessanti, tratteggiato da una precisa identità territoriale e buona progressione. Ci ritorniamo oggi con due assaggi davvero invitanti. Il primo è il 7 Moggi 2017, un Vesuvio Piedirosso da uve biologiche preciso ed implacabile per chi va alla ricerca di vini rossi leggiadri e gustosi, c’è dentro questa bottiglia una lettura dell’annata intelligente e facile da cogliere.
Di altra preziosa stoffa il Lacryma Christi bianco Vigna Lapillo 2016, da Caprettone con un piccolo saldo di Falanghina, vino caratterizzato da grande bevibilità, dal naso intriso di note olfattive invitanti e coinvolgenti di fiori gialli e frutta polposa, ha sapore asciutto, avvolgente e pronunciato sul finale di bocca che dà piacevole freschezza e sapidità da vendere.
Leggi anche Chiacchiere Distintive: Benny Sorrentino¤.
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1 dicembre 2018 by L'Arcante
Siamo abituati a intendere il Verduzzo per quelle sue dolci e straordinarie espressioni passite, di sovente ci rappresenta vini finissimi, talvolta ricercatissimi se non rari, nettari che finiscono in piccole bottiglie che conservano dietro certe etichette memorie storiche di tradizioni, persone e territorialità.

Merita altrettanta attenzione questa bottiglia de I Clivi, davvero sorprendente. Un Verduzzo però secco, un bianco dalla forte personalità molto interessante che a tavola, soprattutto con certi abbinamenti potrebbe darla a bere a molti e tenere alla dovuta distanza anche qualche etichetta delle più blasonate.
Siamo in un territorio di confine, a cavallo tra le colline di Udine e Gorizia, nel bel mezzo di quella sottile linea che attraversa e divide i Colli Orientali del Friuli dal Collio (Goriziano). Qui i terreni sono formati sostanzialmente da marne e rocce sedimentarie di origine marina, strati di argilla e frazioni calcaree, qui le radici delle viti vecchie di 60 e 80 anni tendono a scavare strati più profondi di queste marne contribuendo a donare alle uve, quindi ai vini, grande personalità e carattere.
Sono 12 gli ettari lavorati tutti a conduzione biologica certificata, piantati perlopiù a bianco con le varietà storiche di quest’area viticola: Ribolla, (Tocai) Friulano, Malvasia Istriana e, appunto, Verduzzo. Unica eccezione una manciata di filari di Merlot, varietà internazionale ma praticamente qui presente da sempre. Niente legno, tutti i vini vengono lavorati esclusivamente in acciaio prima di finire in bottiglia. Se ne fanno generalmente 50.000 bottiglie l’anno.
Dicevamo di un bianco sorprendente, lo è! Il colore è paglierino luminoso e cristallino, il naso offre subito l’idea precisa di vino che stiamo approcciando: è insolito, ampio e complesso, buccioso e balsamico, con rimandi dolci e sentori di erbette di montagna. Il sorso è invece secco, stimolante, assai fresco e sapido, sensazione minerale che ritroviamo ancor più evidente e avvolgente al secondo calice. Vino molto buono, inusitato e territoriale. Da provare assolutamente.
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28 novembre 2018 by L'Arcante
Siamo ancora capaci di stupirci davanti ad una bottiglia di Chianti Classico? Per la verità non sempre, diciamocelo, a meno che l’etichetta non sia di quelle ”sicure” e riconosciute. Era il 1967 quando Giovanni Carlo Sacchet ed Antonio Mario Zaccheo fondarono Carpineto a Dudda nei pressi di Greve in Chianti.

Non un’impresa da poco in quel tempo provare ad imporsi da temerari misconosciuti in un territorio con una storia vitivinicola così profonda e radicata a tradizioni familiari secolari, vieppiù se oltre alla volontà di affermarsi nel Chianti Classico l’intento dichiarato era di puntare anche ai vicini territori storici di Montepulciano e Montalcino. A distanza di cinquant’anni la sfida sembrerebbe più che vinta.
Molto buono il Chianti Classico Riserva duemilatredici, uno di quei rossi austeri e dal sapore moderatamente conservatore capace di infondere piacevolezza e al tempo stesso evocare l’essenza e la sostanza di certi luoghi che non ci si stancherebbe mai di camminare. Le uve, perlopiù Sangiovese e Canaiolo, provengono dalle terre dell’Appodiato di Dudda, in Greve in Chianti, 8 ettari che rappresentano solo una parte delle tenute storiche aziendali nell’areale chiantigiano. Appodiato*, all’epoca degli Stati Pontifici era definita una frazione del territorio comunale (facente capo a un villaggio) retta da un priore locale, o da un sindaco, che godeva di alcune piccole autonomie come per il comunello toscano e modenese, ente che scomparve definitivamente nel novembre 1859.
Duemilatredici dal colore rubino intenso, appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere, ha un naso fine e invitante, viene da dire pienamente espressivo della tipologia, si colgono nitidi alcuni sentori tipicamente varietali, note fruttate e rimandi speziati: viola, lampone e amarena, lievi note di vaniglia. Il sorso è secco ma avvolgente, il tannino è vivido ma morbido, il finale di bocca è persistente, armonico e caldo, tutte caratteristiche queste che contribuiscono ad una bevuta piacevole e rassicurante.
* Credits Treccani.it
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25 novembre 2018 by Angelo Di Costanzo
Sono quattro grandi classici italiani, senza dubbio tra i comfort wines¤ di maggiore successo che non dovrebbero mai mancare nelle carte dei vini di Osterie, Wine Bar e Ristoranti. Valpolicella Ripasso, Rosso di Montalcino, Barbera d’Alba, Langhe Nebbiolo, di queste ecco alcune etichette imperdibili tra gli ultimi assaggi.

Valpolicella Ripasso Superiore Campo Ciotoli 2015 I Campi. Vi abbiamo raccontato qualcosina dell’azienda scrivendo del loro Soave Campo Vulcano¤, lasciamo così traccia anche di quest’altra etichetta secondo noi molto ben riuscita. Da uve Corvina e Corvinone in prevalenza, poi Rondinella e Croatina. Un grande classico da queste parti il Ripasso¤, vino di grande successo di cui un po’ si sono perse le tracce, il Campo Ciotoli 2015 di Flavio Prà ci è parsa una buona espressione dandoci l’impressione di trovarci davanti ad una bottiglia di spessore e ben fatta, dalla discreta personalità e caratterizzazione, con una buona intensità olfattiva, ampiezza dei profumi e tanta piacevolezza di beva, tutto quanto essenziale per i rossi della tipologia. Uno di quei vini ‘’da conversazione’’ che ogni Osteria e Wine Bar non dovrebbero mai farsi mancare in carta, da suggerire e sbicchierare su sformati di verdure e carne, timballi di pasta al forno, taglieri di salumi.

Rosso di Montalcino 2016 Baricci. Non è proprio il nostro modello di Rosso di Montalcino che generalmente preferiamo meno corpulenti e tendenzialmente più acidi che tannici, ci rendiamo conto però che la buona annata, particolarmente ‘’ricca’’, ha reso la vita difficile un po’ a tutti da queste parti costringendo molti a fare i conti con un millesimo potente e vini sin dai primi assaggi pronti seppur un tantino ‘’carichi’’. Il duemilasedici di Baricci è un Rosso con tanta materia e senza dubbio lunga vita davanti. Ci è parso un vino polposo e gratificante, uno di quei rossi che riempiono la bocca, da spendere principalmente su arrosti impegnativi oppure in abbinamento a caroselli di formaggi a pasta dura¤ (anche erborinati) di lunga stagionatura.

Barbera d’Alba 2015 Rizzi. E’ di quelle bottiglie da non far mai mancare in casa, rosso dai profumi e sapori d’un tempo che fu eppure sempre contemporanei nonostante le mode e le fisime del momento. Esprime un bel colore rubino dalla chiara vivacità, ha un naso fruttato e lievemente speziato, richiama alla mente anzitutto sentori di piccoli frutti neri, mora, poi prugna, al palato il sorso è asciutto e vivace, piacevolmente caldo. Con l’autunno, quando le cucine soprattutto alla domenica si riempiono di profumi di carni al sugo o stufate in umido, ecco il vino da berci su.

Langhe Nebbiolo 2016 Giuseppe Cortese. I vini di Giuseppe Cortese sono sempre un buon affare per chi desidera avvicinarsi ai vini di Langa senza doversi per forza svenare con vari Barolo o Barbaresco, vini questi senz’altro prelibati ma che si sa hanno sempre bisogno di un po’ di anni di affinamento per esprimersi al meglio. E giovani Nebbiolo facili da bere se ne trovano diversi sul mercato anche se talvolta al di là della scritta in etichetta vi è davvero poco in bottiglia che sappia coniugare ed evocare quei territori nella maniera giusta ed originale. Ecco quindi tra le varie etichette raccomandabili una da non farsi scappare assolutamente. Un Nebbiolo di finissima fattura, proveniente dalle vigne più giovani dello storico cru di Barbaresco Rabajà, vino sottile e invitante, dal colore rubino aranciato e dal naso intriso di sensazioni floreali e fruttate, di rosa, arancia rossa e sottobosco, dal sapore asciutto ed efficace, appena astringente sul finale di bocca, davvero un bel vino da non farsi mancare in cantina. Polenta e salsiccia, Schiaffoni con la Genovese, Agnello al forno con patate.
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Tag: barbera d'alba, baricci, flavio prà, giuseppe cortese, i campi, langhe nebbiolo, ripasso, rizzi, rosso di montalcino, valpolicella
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21 novembre 2018 by L'Arcante
Riesling¤, Kerner¤ e Sylvaner sono varietà che generalmente non lasciano molto scampo ad interpretazioni estemporanee. Sanno essere infatti straordinarie e sorprendenti solo quando ”lette” al meglio sia se vinificate da sole oppure, come in questo caso, sfida delle sfide, messe assieme in un’unica bottiglia: da qui nasce Private Cuvée di Andreas Huber.

Esce per la prima volta con l’annata 2014, l’idea del viticoltore ed enologo altoatesino, un vero specialista su questa tipologia di vitigni, puntava a consegnare agli appassionati un vino che andasse oltre i confini varietali capace di esprimere al meglio tutto il potenziale di queste sue splendide vigne nel cuore della Valle Isarco, 8 ettari nel comune di Novacella che si arrampicano da 600 metri fino a 820 metri sul livello mare.
E’ questo un territorio di montagna di confine, l’areale qui alterna scisti quarziferi a graniti e ardesie di origine morenica, in un contesto microclimatico davvero peculiare caratterizzato da forti escursioni termiche, tutti elementi che contribuiscono in maniera decisiva a disegnare vini suggestivi e particolari. Da qui il pensiero di creare una cuvée che rappresentasse al meglio per gli anni a venire la storia di questa piccola realtà che in qualche maniera nella storia ci è già: è stata proprio la famiglia di Andreas Huber, con il pro-zio Josef, ad aver introdotto qui in valle alcune di queste varietà internazionali tra le quali proprio il Kerner, avendone intuito tra i primi la capacità di adattamento e la qualità produttiva.
Private Cuvée 2016 viene fuori dall’assemblaggio di Riesling e Kerner che vengono gestite però esclusivamente in acciaio, e Sylvaner che viene invece tenuto per circa sei mesi in legno grande. Da qui la cuvée, che rimane in bottiglia per ancora un periodo minimo di 6 mesi. Il risultato nel bicchiere è avvincente, il vino ha uno splendido colore paglierino, è cristallino, il naso è superbo e complesso, variopinto di note floreali e balsamiche, sottili rimandi boisè ed officinali, vi si riconoscono tra gli altri sentori di sambuco e rosa, frutta bianca e spezie fini; il sorso è anzitutto caratterizzato da piacevole freschezza, l’impronta acida non sovrasta però la materia succosa, anzi, ne tratteggia in maniera essenziale la bevuta donandogli vivacità ed equilibrio, il finale di bocca è sapido, gustosissimo!
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Tag: andreas huber, kerner, novacella, pacherhof, private cuvée, riesling, sylvaner
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20 novembre 2018 by L'Arcante
Etna, Vesuvio, Campi Flegrei, Soave. Non sappiamo se sia corretta questa precisa sequenza con la quale si tende generalmente a voler indentificare in Italia quei vini provenienti da aree (di origine) vulcaniche tant’è che oggi parlare di vini dei vulcani è talmente di moda che il rischio di cadere nella banalità è dietro l’angolo.

Di certo da queste parti nei territori del Soave si sta facendo un gran lavoro di ricerca e monitoraggio che ha già conseguenze molto positive sulla filiera e per quei produttori che nel frattempo hanno saputo far tesoro di questo prezioso ”bonus” consegnato loro dalla natura, lavorandoci su duramente e bene in vigna e in cantina.
Qui i suoli di alcune aree sono caratterizzati da basalti scuri vulcanici, le terre pregne di minerali tufacei anche se in realtà queste colline presentano una grande diversità di terreni che includono sabbie gialle, terreni bianchissimi calcarei di origine marine, altri terreni frammisti. Questo significa che i vini a carattere ”vulcanico” sono facilmente circoscrivibili ad una provenienza precisa e che soprattutto in annate particolari come la duemiladiciassette sanno distinguersi nonostante un andamento climatico stagionale davvero particolare che ha visto, tra le altre, maturazioni repentine concluse in poche settimane che da un lato hanno concesso a molti di portare a casa il risultato ma dall’altro hanno consegnato agli annali vini perlopiù nella media, con pochi sussulti e solo in alcuni casi capaci distinguersi per personalità.
Anche per questo ci è piaciuto il Campo Vulcano 2017 di Flavio Prà, certo non altezza delle precedenti uscite ma comunque presente tra quelle bottiglie capaci di conquistarsi approvazione. Siamo nella zona Classica delle colline di Monteforte d’Alpone, Campo Vulcano è prodotto da Garganega e Trebbiano di Soave. L’impressione è di trovarci davanti ad un calice di un vino di spessore e dalla forte personalità territoriale, caratterizzato da una buona intensità olfattiva, ampiezza e corredo aromatico di rango. E’ un bianco fragrante, al naso si colgono gradevoli note di cedro e camomilla poi sentori di mango e papaya. Il sorso possiede discreta tensione gustativa, è in perfetta armonia espressiva, l’assaggio è invitante, pieno, saporito, dal finale piacevolmente tondo. Vulcanico e Soave!
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Tag: campo vulcano, flavio prà, garganega, i campi, soave
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16 novembre 2018 by L'Arcante
Con dispiacere ci eravamo persi qualche ultimo passaggio di questo particolare vino bianco campano prodotto là nelle campagne di Taurasi. Ché a dirla tutta manco ci aspettavamo un ritorno al passato così efficace da farci addirittura venire un senso di colpa così vivo tale da colpirci nell’orgoglio, quasi.

Eh sì, perché noi al Grecomusc’ ci siamo appassionati sin da subito e su queste pagine chi volesse trova tanta narrativa su questo vino e la sua storia. Si sta parlando di una varietà coltivata come dicevamo perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, entrambi in provincia di Avellino, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’. Storicamente si sapeva che il Greco Moscio (o Roviello bianco) fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche già nel 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà più redditizie, specialmente Fiano e Greco, presumibilmente a causa della sua precocità e quindi destinato così all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, talvolta a piede franco, piantati più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per precisi fini produttivi.
Qui il grande merito della famiglia Lonardo e del gruppo di lavoro che con a capo Giancarlo Moschetti hanno saputo portare avanti ricerca e sperimentazioni per la salvaguardia, il recupero ed il rilancio di questa produzione da annoverare quindi tra le più preziose della nostra tradizione vitivinicola regionale.
Ci torniamo su con colpevole ritardo, dicevamo, anche se l’ultima annata passata nei calici, un’anteprima della duemiladieci¤, destò qualche perplessità nonostante fosse buonissimo e qualche tempo dopo elogiato e pluripremiato da diverse Guide ai Vini d’Italia. Era il dicembre 2011, eravamo certamente felici ma anche un po’ confusi. Dopo l’esordio in legno con la 2007, dalla 2008 in poi niente più passaggio in legno per questo vino che con la 2010 passava nelle mani dell’ottimo Vincenzo Mercurio che subentrava in cantina a Maurizio De Simone. Anche il manico si sa ha la sua incidenza, è indubbio che la “pulizia” espressiva soprattutto al naso derivasse da un opera certosina dell’enologo Mercurio che in questo è un gran maestro, indiscutibile, mentre De Simone rimane uno che ama “scavare” nell’anima di certe uve, certi terroir senza mezze misure. Però delle due l’una, e questa doppia faccia del vino spiazzava un po’ tutti.
Grecomusc’ duemilaquindici ci ha subito riportato alla memoria quelle bottiglie, ci ha scaraventati indietro nel tempo riportandoci ai primi Grecomusc’, quelli temerari, con quel suo naso sfrontato e imperfetto e il sorso spavaldo e sgraziato di chi è là nel bicchiere per raccontarsi e non necessariamente per piacere. Un naso ampio, maturo ed etereo, una bevuta dal sapore succulento e stuzzicante. Il nome, Burlesque, non è da cogliere nella sua accezione di genere avvenente e sensuale ma più che altro, quindi, come un riferimento al teatro satirico, parodistico, quasi a sottolineare la distanza siderale tra certi bianchi storici e in qualche maniera monumentali del territorio da questo piccolo e (non più) anonimo bianco taurasino (!) che sa, invece, di saperla parecchio lunga.
Leggi anche Verticale Storica Grecomusc’ di Cantine Lonardo Qui.
Leggi anche Grecomusc’ 2008 di Cantine Lonardo Qui.
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Tag: burlesque grecomusc', cantine lonardo, grecomusc', sandro lonardo, taurasi
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13 novembre 2018 by L'Arcante
Abbiamo sempre avuto grande rispetto per Antoine Gaita¤, personaggio incredibile che in appena 20 anni, prima di lasciarci nel 2015 a soli 60 anni, crediamo abbia dato al vino Irpino davvero tanto, in particolare al Fiano di Avellino, contribuendo in maniera decisiva con le sue bottiglie (anzitutto) di Vigna della Congregazione a ridefinire la mappatura dei grandi vini bianchi campani e italiani.

Con Guido Marsella fu tra i primi ad insistere sulla necessità per il Fiano di uscire sul mercato più tardi, almeno un anno dopo la vendemmia, sicuro che i suoi vini ne avrebbero tratto solo giovamento. Siamo a fine anni ’90 e certe sue bottiglie con questo nuovo approccio commerciale avrebbero disvelato al mondo degli appassionati quanto fossero profondamente sottovalutati prima di allora alcuni aspetti caratteristici del varietale e del territorio di provenienza, in questo caso Montefredane, a tutti gli effetti un Grand Cru del Fiano di Avellino.
Dinanzi alle bottiglie, calici alla mano così era, così è stato negli anni tanto che ancora oggi Vigna della Congregazione è da considerarsi etichetta di riferimento assoluto, alcune sue uscite sono per complessità ed equilibrio gustativo vini straordinari eppure capaci di regalare in degustazione virtuosismi incredibili di verticalità e grassezza senza mai risultare stucchevoli o pesanti.
Un ventennio vissuto tutto d’un fiato in cui certo non sono mancati ripensamenti, l’onda lunga del bianco in legno anche qui c’ha messo la sua bandierina ma tutto si è dissolto per fortuna velocemente, riconsegnando al varietale e al terreno il grosso delle responsabilità che in cantina Antoine si obbligava a vivere da puro artigiano, ragionando sul tempo per raggiungere l’equilibrio e la profondità che immaginava per i suoi vini che desiderava volitivi, pieni e slanciati, di grande avvenenza e piacevoli da bere ma estremamente territoriali, profondi, pieni di energia e in grado di giocarsela con qualunque altro grande bianco.
Clos d’Haut viene fuori per la prima volta nel 2014, poco prima della sua scomparsa, si tratta nella sostanza delle cose di una selezione delle uve provenienti dalla sommità della collina meridionale di Montefredane, a circa 500 metri s.l.m. dove i terreni sono più sciolti rispetto a quelli argillosi della Vigna della Congregazione.
Dobbiamo dire di un duemiladiciassette piacevolissimo, invitante e seducente al naso quanto caratterizzato da particolare freschezza, sapidità ed avvolgenza al palato. E’ incredibile quanto sia facile tirarvi fuori chiarissimi riconoscimenti di nespola ed albicocca, di solito un po’ forzati in certe degustazioni ma qui espressi in maniera quasi disarmante, così come i sentori di mango e ananas subito sospinti da gradevoli note balsamiche e fumé. Il sorso è franco, sapido, avvolgente, regala una bevuta decisamente ben al di sopra dei canoni di un’annata non proprio felicissima per la denominazione.
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10 novembre 2018 by L'Arcante
Sembra ieri quando assaggiammo per la prima volta i vini di Imma e Fulvio Cautiero nel 2007, sono passati più di dieci anni durante i quali nonostante le nostre strade abbiano preso direzioni diverse non ci siamo mai persi di vista. Pur senza scriverne non ci siamo certo fatti mancare qualche assaggio ma è bello ritrovarci a raccontarne proprio oggi una 2017 che per certi versi ci ricorda un po’ quei primi timidi passi nel mondo del vino!

Siamo a Frasso Telesino, piccolo comune perlopiù sconosciuto di poco più di 2000 anime all’interno del comprensorio ”Taburno Camposauro” in provincia di Benevento, dove Fulvio ha ripreso per i capelli – si fa per dire – la vocazione di suo nonno Giovanni, contadino e viticoltore per passione, proseguendo con la moglie Imma un progetto intelligente e di lungo periodo dando così seguito ad una tradizione famigliare che rischiava di smarrirsi tra le maglie dell’abbandono delle campagne. E’ lui oggi ad occuparsi di un po’ di tutto, tanto in campagna e in vigna quanto in cantina dove l’affianca il bravo ed esperto enologo Alberto Cecere che ben conosce l’areale ed i vini qui prodotti.
Il territorio da queste parti tende generalmente a nascondere più che a rivelare, conduce quasi ad allontanare più che ad andare incontro, accogliere, ciononostante i vini di Cautiero, seppur con lentezza non fanno fatica a distinguersi nitidamente nel mare magnum di una denominazione che rimane a tutti gli effetti la più vasta in regione per produzione proprio della Falanghina.
Fois duemiladiciassette è un bel bere, nonostante l’annata non deponga certo a suo favore in termini di freschezza e verticalità regala tuttavia una bevuta davvero interessante. Il vino ha un gradevole colore paglierino pieno ed un primo naso ”furbacchione” ed aperto, subito floreale poi fruttato, si colgono sentori di ginestra e pesca, poi accenni balsamici; il sorso è secco e appagante, piacevole, diciamo che manca di quella profondità delle migliore annate tra le quali ricordo una buonissima 2013, ma ci sta, l’annata è stata quella che è stata, siccitosa, calda, parecchio precoce, tuttavia bottiglie come queste, a poco più di 8 euro a scaffale in enoteca sono da considerarsi un vero e proprio affare con un rapporto qualità-prezzo-felicità assolutamente non trascurabile.
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Tag: cautiero, falanghina del sannio fois, fois, frasso telesino
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9 novembre 2018 by L'Arcante

Da poco meno di un mese alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana raccontiamo le buone etichette campane prendendo spunto dai profili dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Serie A¤ e Champions League¤.
Questi che seguono sono i primi articoli pubblicati che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.
#1 Adam Ounas e l’Asprinio d’Aversa Trentapioli di Salvatore Martusciello Leggi Qui.
#2 Raul Albiol e il Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2012 di Feudi di San Gregorio Leggi Qui.
#3 Kalidou Koulibaly e il Falerno del Massico rosso Maiatico 2013 di Michele Moio Leggi Qui.
#4 Marko Rog e il Campania bianco Monte di Grazia 2015 di Alfonso Arpino Leggi Qui.
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4 novembre 2018 by L'Arcante
Come per i Comfort Food ovvero quei cibi a cui ricorriamo per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici così vi sono i Comfort Wines, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, che riportano talvolta con malinconia ad un tempo che fu.

Senza scomodare i cugini francesi e lo Champagne, di cui tutti ma proprio tutti sono diventati connaisseurs raffinés e ghiotti consumatori a tutte le ore, ad ognuno le sue etichette del cuore: c’è chi punta dritto su vini corposi, morbidi e lussuosi come i Supertuscans oppure, rimanendo da quelle parti tra le province di Siena e Firenze, preferisce i toni più austeri garantiti da certi Chianti Classico o Brunello; c’è poi chi punta al Piemonte e ai suoi Barolo e Barbaresco, chi si affida invece al calore avvolgente del più classico degli Amarone e chi, in larga maggioranza e forse meno pretenziosi, s’accontenta e gode davanti al solito bicchiere di Ribolla, Soave, Verdicchio oppure di Barbera, Valpolicella, Morellino di Scansano che ne so di Piedirosso, oppure Aglianico, Primitivo, Nero d’Avola.
Vini, in particolare questi ultimi, che continuano ad essere tra i più consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con successo soprattutto al calice, sicuramente perché economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. E’ questa una mezza verità che andrebbe sicuramente indagata e spiegata meglio, eppure proprio questi vini sembrano quasi completamente spariti dai radar di chi beve, racconta, suggerisce il vino da cercare, comprare, bere. Perché?
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29 ottobre 2018 by L'Arcante
Hibiscus¤ è una bellissima realtà sull’Isola di Ustica di proprietà della famiglia Longo da tre generazioni, fu negli anni settanta che Nicola provò con tenacia a dare un futuro al vecchio palmento di famiglia ora destinato ad uno splendido agriturismo di circa 10 ettari pienamente immerso nella natura suggestiva isolana tra scenari brulli e coltivazioni verdeggianti.

Oggi l’azienda è nelle mani della figlia Margherita e del suo compagno Vito che proseguono con risolutezza la conservazione di un pezzo di territorio unico qui a Ustica, luogo che ci rievoca immediatamente una ferita ancora aperta nella storia del nostro paese ma che in fondo non ha mai smesso un giorno di continuare a vivere nella normalità più assoluta, secondo cultura, tradizioni ed origini qui assolutamente ben radicate.
Tutto avviene tra le Contrade Spalmatore e Tramontana, qui la terra è di origine vulcanica, di medio impasto, composta perlopiù da argilla e sabbie, i vari appezzamenti sono praticamente tutti affacciati sul mare che da qui dista non più di 200 metri, oltre una complessa cintura di muretti a secco tirati su con gran fatica, un po’ per rendere i terreni meglio coltivabili, un po’ per difenderne le colture a mo’ di frangivento.
Dono prezioso di questa terra sono ad esempio le lenticchie di Ustica Presidio Slow Food®. Mentre nei tre ettari di vigneto a guyot sono piantate perlopiù varietà autoctone siciliane: catarratto, grillo, inzolia e zibibbo che danno vita a tre vini bianchi tipicamante usticesi, profumati, sottili, sapidi; mentre il nero d’Avola, con il merlot, danno vita all’unico rosso aziendale. Stiamo parlando di viticoltura isolana, che desta sempre grande fascino e suggestione, alle prese con mille difficoltà come abbiamo imparato nei numerosi passaggi a Capri¤ e sull’isola di Ponza¤, dove i vini sono necessariamente caratterizzati da una sorta di irripetibilità che li rende praticamente unici. Ustica non è da meno, non a caso Hibiscus è l’unica cantina a vinificare sull’Isola grazie ad una lenta e graduale modernizzazione della cantina avviata a fine anni ’90.
Sono poco più di di 13.000 le bottiglie prodotte tra le quali questo delizioso vino bianco secco da uve Zibibbo. Il Grotta dell’Oro 2017 è caratterizzato da uno splendido colore paglierino, ha un primo naso immediatamente gradevole, avvenente, richiama subito note dolci e ammiccanti, poi evoca sentori di agrume e fiori di zagara, di rosa ed erbette aromatiche. Il sorso è secco, scivola via asciutto ma sul finale di bocca ripropone quella dolce sensazione di moscato che tanto fa piacere al naso. Da servire freddo, anche freddissimo, da bere magari affacciati sul mare di Ustica che chissà forse per una volta, almeno una volta, volgendo lo sguardo all’orizzonte possa evocare solo buoni pensieri senza lasciare quel solito non so ché di amaro in bocca.
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Tag: grotta dell'oro, hibiscus, moscato d'alessandria, sicilia, sicilia wines, ustica, zibibbo
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27 ottobre 2018 by Angelo Di Costanzo
Il successo della pizza è inarrestabile, negli ultimi 4/5 anni si è assistito ad un exploit incredibile che sembra portarsi dietro tra gli altri alcuni ”effetti collaterali” molto positivi, tra questi una crescita propulsiva del consumo consapevole del vino che in alcuni nuovi locali diviene addirittura protagonista assoluto scalzando per alto gradimento due storici abbinamenti come birra e cola.

L’Ortolana d’autunno dei F.lli Salvo
Si vanno così a delineare nuovi equilibri commerciali nel canale Ho.Re.Ca che nei prossimi anni promettono numeri ancora più importanti. A maggior ragione abbiamo assistito ad un fatto storico non trascurabile: il vino è riuscito dove non è riuscita la birra! Per anni infatti ci si è chiesto perché la birra, in particolar modo quella artigianale, facesse così fatica ad uscire da pub e pizzerie e ”scardinare” le resistenze della ristorazione di qualità, entrare cioè nelle carte dei ristoranti, fossero pure non necessariamente stellati. Ebbene, dopo vani tentativi, nonostante ingenti investimenti la loro presenza è rimasta timida e dimessa. Non è così per il vino in pizzeria che va invece molto forte, ritagliandosi sempre più spazio nonostante richieda investimenti considerevoli visto il più alto costo medio del prodotto, l’indispensabile formazione specifica del personale, una rotazione continua del capitale in cantina.
Va detto per onestà che il vino in pizzeria c’è sempre stato, difficile smentirlo, vero è che non è mai stato così protagonista come pare diventarlo oggi. Tre anni fa se ne parlò approfonditamente nel libro di Francesco Aiello ”Sorbillo – la pizza di Napoli”¤ dove proprio il nostro Angelo Di Costanzo affrontò con attenzione e profondità l’argomento dell’abbinamento pizza e vino così concludendo: ”le scelte dell’abbinamento ideale vanno sempre studiate e misurate, e non buttate lì a caso giusto per compiacere o compiacersi”. Vino e pizza sono quindi da intendersi un’accoppiata vincente sempre, purché ragionata (!), non fosse altro per quel che rappresentano da un punto di vista storico, culturale e territoriale in Campania, in Italia e nel mondo.

Salvatore Salvo nella Pizzeria alla Riviera di Chiaia
Anche per questo ci sentiamo quasi in dovere di evidenziare ed apprezzare il grande lavoro portato avanti da Francesco e Salvatore Salvo¤, senza dubbio tra i primi a dare impulso a questa sorta di nouvelle vague che quasi impone in pizzeria una visione diversa e più articolata sull’argomento. Un pensiero seminato e ben coltivato a San Giorgio a Cremano, nella loro prima storica sede ed oggi rilanciato con maggiore impulso nella nuova confortevole dimora di Palazzo Ischitella nel centro di Napoli, alla Riviera di Chiaia.
Un investimento importante che all’occhio più attento non sfugge, figlio di un duro lavoro di meditazione, analisi giuste, scelte oculate tese soprattutto a disinnescare la tentazione di strafare che è là, sempre in agguato pronta a trasformare un’intuizione acuta in un tentativo stucchevole e pretestuoso. Qui tutto ha un senso più compiuto perché cammina pari passo con la loro storia recente, la tradizione di famiglia, la ricerca continua su materie prime, qualità degli impasti, manualità artigianale di chi sta dietro al banco, davanti ai forni e nelle cucine e, non ultimo, in sala in mezzo alla gente. Ecco, così del vino in pizzeria ce ne faremo una buona ragione, tutta da godere.
Pizzeria Francesco&Salvatore Salvo – Riviera di Chiaia, 271 – Napoli – Tel. 081 3599926
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Tag: angelo di costanzo, Francesco e Salvatore salvo, l'ortolana, pizza, vino, vino in pizzeria
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27 ottobre 2018 by L'Arcante

Da qualche settimana sul giornale on line ilNapolista c’è una nuova rubrica ”Un Calciatore, Un vino” a nostra firma; proviamo a raccontare il vino buono, quello autentico e che ha qualcosa da dire, ai tifosi del pallone.
Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno. Se vi va, seguiteci¤!
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Tag: ilNapolista, serie A, ssc napoli, Un calciatore Un vino
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18 ottobre 2018 by Angelo Di Costanzo
Vi è una sovrabbondanza di personaggi che vanno peregrinando con velleità da influencer del vino a destra e a manca. Non sono (tutti) giornalisti, né wine blogger, ché tra questi gli scappati di casa si conoscono ormai tutti e sono riconoscibili ad occhi chiusi.

Sapevamo che tecnicamente è influencer quella persona in grado di influenzare scelte d’acquisto, politiche o decisionali di altre persone; gode, pertanto, nella vita reale o in quella virtuale, di autorevolezza ed è riconosciuta come esperta di un determinato argomento.
Queste sono invece generalmente persone che si fanno notare per il loro comportamento singolare, che raccontano come originale e bizzarro e per questo si ritengono seguitissimi. Hanno di solito frequentato o appena terminato qualche livello di corso per sommelier – che mettono ben inciso nel loro profilo -, hanno meno di trent’anni ma si sentono decisamente dei millennials, tendono infatti a mescolarsi tra loro, pare per distinguersi. Mah…
Godono certamente di bella presenza, magari hanno quattro soldi e li spendono tutti per vanità, non hanno problemi a mostrarsi sui loro profili social eleganti, piene di fascino sino all’ammiccante quando indossano certi abitini succinti, oppure aggressive e fatale, a seconda della bottiglia di vino che indossano e che mostrano alla stessa stregua dell’ultima giacca prêt-à-porter duemiladiciassette, di una borsetta griffata, un monile di bigiotteria. Bottiglia rigorosamente tappata. Con giusto tre quattro parole copiate ed incollate dal sito web dell’azienda che gliele ha fornite.
Il vino è senza dubbio altro. Senza scomodare Soldati¤ o Veronelli¤, in una bottiglia c’è la storia di una terra, della sua uva, di coloro i quali ci faticano per raccontarceli. Ci sono anni di duro lavoro, talvolta 10, 50 e passa vendemmie (!), pensieri e patemi, fallimenti e successi. Ci sono insomma emozioni che certi bicchieri di vino non bastano, figuriamoci un selfie. Mi fa rabbrividire solo il pensiero che tutto questo possa sentire il bisogno di questo (nuovo) modo di comunicare, fosse solo anche l’ultimo dei tentativi rimasti per rendere il vino ed il suo consumo più popolare e consapevole.
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Tag: influencer, social, web, wine influencer, wineblog
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17 ottobre 2018 by Angelo Di Costanzo
Mamma mia che giornata memorabile quel 17 Ottobre del 2013! L’avessero voluta scrivere così avvincente la sceneggiatura di una giornata del genere non ci si crederebbe, giuro.

Ad ognuna la sua Leopolda, si potrebbe dire. Ebbene non ci sarei nemmeno dovuto essere là quel giorno e di ragioni ne avremmo avute, almeno una, importantissima. Eppure c’ero, ci siamo stati. Verso mezzogiorno, ad una manciata di minuti di distanza, mentre a Napoli Lilly¤ entrava in sala parto per dare alla luce Alessia, io mettevo piede là su quel palco a Firenze.
C’è da chiederselo, penso anche giustamente, se fosse dovuto andare proprio così:”Ma come, tua moglie entra in sala parto, nasce tua figlia e tu vai, te ne vai alla premiazione de L’Espresso?” Beh, forse sì, non fu per niente semplice scegliere, capire cosa fosse giusto fare in una situazione del genere. Ci pensammo tanto, ragionato e così decidemmo: questione di rispetto!
Si, rispetto, una parola che pare scomparsa dal linguaggio e dal comportamento di molti, soprattutto nel nostro mondo di Cucina e Sala. Quel rispetto che pare mancare a molti ”giovani” scalpitanti che proprio non si capacitano perché non gli venga riconosciuto (subito) quanto sono convinti di valere (secondo loro sempre un punto o due in più di quanto vengono valutati). Già, i punti, sembra che tutto alla fine si riduca a una rincorsa ai punti, ai virgola 5, le Stelletelle. Macché…
Ecco, quel giorno a Firenze ci sono andato per rispetto, per chi volle ch’io fossi là quel giorno ma soprattutto per chi aveva permesso in tutti quegli anni di costruire passo dopo passo (anche) quel momento indimenticabile. Rispetto per tutti, a maggior ragione per la mia Lilly che quei passi li aveva tutti camminati con me. E un po’ anche per me stesso che, lasciatemelo dire, m’ero fatto ”un mazzo grosso così pe’ ll’avé!”¤.
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Se vi va qui sotto trovate alcune delle cose uscite qua e là in giro che raccontano quell’evento del 17 Ottobre 2013 alla Stazione Leopolda di Firenze. E per chi è su Facebook, c’è anche un Video (qui il link¤) opera dell’amico del cuore Pino Esposito¤.
L’Espresso ¤ – Luciano Pignataro ¤ – Il Mattino ¤
Gambero Rosso ¤ – Identità Golose ¤ – Dissapore ¤
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Tag: angelo di costanzo, firenze stazione leopolda, guida ai ristoranti d'Italia, l'espresso, leopolda, sala e cantina, sommelier dell'anno
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12 ottobre 2018 by L'Arcante
L’Asprinio piace, piace un sacco, difficile confonderne il gusto così spiccato: ha una marcia in più, davvero originale, unico! Inebriante nelle versioni spumante resta degno compagno di tutto un pasto nella versione ferma.

Certo bisogna lavorarci un po’ su, soprattutto saperlo comunicare meglio di adesso e bene, visto che ai più è praticamente sconosciuto. Anche per questo non potevamo non dare spazio a questa bella iniziativa dell’Ais Caserta che speriamo abbia il successo che si merita.
Dintorni d’Asprinio è un viaggio, un approfondimento vero nei territori dove da sempre è allevato uno dei vitigni più amati e discussi degli ultimi anni e dove un patrimonio di conoscenze vitivinicole è ancora oggi a rischio di scomparire.
Per Informazioni: eventi.aiscaserta@gmail.com
Leggi anche L’Alberata aversana¤.
Leggi anche anche Piccola Guida all’Asprinio d’Aversa¤.
Leggi anche Lusciano, I Borboni¤.
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Tag: ais caserta, asprinio, i borboni, lusciano
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10 ottobre 2018 by L'Arcante

E’ una splendida notizia quella che giunge agli appassionati tutti! La prestigiosa Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso¤ ha assegnato allo splendido bianco di Cantine Astroni¤ il TreBicchieri® 2019.
Un grande traguardo per Gerardo Vernazzaro¤, amico di tante bevute e spesso ospite su queste pagine con i suoi brillantissimi post, ancor più un premio di enorme valore per tutta la famiglia Varchetta e per il territorio flegreo che ancora una volta vedono premiato il grande lavoro di rilancio in atto che non smette, con piccoli ma significativi passi, di stupire e conquistare consensi. Bene, bravi e avanti con forza!
Leggi anche Le Strade del Vino dei Campi Flegrei¤
Leggi anche Chiacchiere Distintive, Gerardo Vernazzaro¤
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Tag: Campi Flegrei Falanghina, cantine astroni, gambero rosso, TREBICCHIERI®, Vigna Astroni, vini d'italia 2019
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10 ottobre 2018 by L'Arcante

C’è, oltre al presente, una storia personale molto forte che ci lega a questa etichetta e all’azienda, storia che ha radici antiche e ben salde. Le prime grandi bottiglie che abbiamo stappato e raccontato sono state di Taurasi¤ docg, e se ci siamo appassionati a questo straordinario vino un po’ è anche merito del Piano di Montevergine di Feudi di San Gregorio, da sempre tra i migliori rossi campani e grande ambasciatore dell’Aglianico nel mondo.
Alcune sue splendide uscite sono impresse negli annali e ricordate perché capaci, come e più di altre bottiglie, di attraversare il tempo e raccontare in maniera autentica e profonda il grande territorio Irpino.
Vini che anche nelle annate più austere sanno esprimere complessità e vivacità organolettica, sostanza e finezza sorprendenti. Vieppiù per un duemilatredici tutto da incorniciare, che dopo il Taurasi ”base” premiato l’anno scorso coglie nuovamente il TreBicchieri®¤ con il Piano di Montevergine Riserva 2013. Ad Maiora Semper!!
Leggi anche Piano di Montevergine Taurasi Riserva 2004¤
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Tag: aglianico, feudi di san gregorio, piano di montevergine, taurasi riserva, TREBICCHIERI®
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8 ottobre 2018 by Angelo Di Costanzo
C’è stato un tempo in cui una certa tipologia di vini bianchi scuotevano gli animi di appassionati e professionisti di ogni genere e settore della filiera enoica coinvolgendoli repentinamente in un turbinio di sensazioni, opinioni e prese di posizioni in qualche caso eccessive; punti di vista talvolta comprensibili, altre meno, da un lato il pensiero libero e dall’altro le barricate tese sostanzialmente ad alzare barriere ideologiche che hanno ottenuto come unico risultato l’allontanamento di molti dal bere vini macerati.

Pinot Bianco 2015 Weingut Abraham
Vi è stata indubbiamente un poco di confusione, alcuni produttori mossi forse dalla troppa voglia di fare, si sono spinti nel seguire pedissequamente protocolli non sempre replicabili dappertutto o comunque non idonei a tutte le varietà menzionate nell’elenco delle uve da vino. Lo abbiamo visto, giusto per restringere il cerchio, anche dalle nostre parti qui in Campania con alcuni bianchi che hanno subìto tentativi talmente velleitari da sfociare in copie caricaturali di se stessi, con vini sostanzialmente sovraestratti, pesanti, addirittura ostici da bere; vini passati per cru quando non “da una vigna unica”, esempio di cosa si potesse fare con il varietale lavorandolo in un certo modo, spingendo in là l’asticella: ecco, ce lo saremmo volentieri risparmiato, una deriva stilistica per fortuna rientrata.
Di tutt’altro respiro questo splendido Pinot Bianco 2015 di Martin e Marlies Abraham prodotto dalle uve provenienti dal vigneto In der Låmm nel comune di Appiano, a circa 500m s.l.m.. Vigneto di circa 60 anni allevato su tradizionali pergole le cui radici affondano in un terreno composto da morene dell’ultima glaciazione, miste a pietrisco vulcanico e ricco di minerali di porfido e quarzo.
Vino di grande sostanza, sin dal colore paglierino carico e tendente all’oro più luminoso. Il naso è carico di piacevoli sensazioni floreali e fruttate, fiori bianchi e mela ben matura, erbette officinali e balsami. Il sorso è pieno e rotondo, appagante e godurioso, la lunga macerazione delle bucce dona grande complessità al frutto senza però sovrastarne qualità e freschezza, nonostante i 14° gradi in etichetta facciano immaginare tutt’altra bevibilità. Non vi è dubbio che vi è dietro questo vino un grande lavoro di selezione in vigna e tanta esperienza e massima attenzione in cantina. Una bella esperienza!
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