Suvereto, Redigaffi ovvero mister Merlot

4 aprile 2010 by

Qualcuno non ama merlot, qualcun altro non fa niente per nascondere di odiarlo proprio, io stesso mi ritrovo spesso a discutere con amici ed ospiti sull’opportunità o meno di banalizzare certi vini “tagliandoli” con il merlot o storpiare certi territori piantando ettari di uvaggi bordolesi con il solo intento di seguire mode e onde più o meno lunghe del mercato del vino, soprattutto internazionale.

Il Redigaffi di Tua Rita, quantomeno può aiutare a capire che se di merlot vogliamo parlare (e bere) certe bottiglie dobbiamo andare a cercare, inevitabilmente. La storia ci dice che l’azienda nasce come “buen retiro” per Virgilio Bisti e Rita Tua che nel 1984 decidono di ritirarsi in un luogo tranquillo dove trascorrere gli anni della pensione coltivando la terra, la loro grande passione, scegliendo questo piccolo pezzo di maremma toscana in località Notri, a Suvereto. La tenuta si estende su circa 22 ettari di cui 12 a vite già in produzione proprio dal 1984, anno dei primi impianti di cabernet sauvignon e merlot; gli impianti sono stati strutturati in maniera molto fitta sullo stile bordolese ed infatti le varietà coltivate sono perlopiù, oltre a quelle già citate, il cabernet franc e lo chardonnay nonchè syrah e l’autoctono sangiovese. I tratti caratterizzanti del terroir sono innanzitutto la vicinanza del mare ed il composto dei terreni che sono di medio impasto, argillosi e ricchi di microelementi come ferro e zinco che contraddistinguono tutti i vini di Tua Rita in particolar modo proprio il Redigaffi. L’azienda è seguita dall’ enologo Stefano Chioccioli

Toscana rosso Redigaffi 2003 Annata certamente calda che se da un lato aiuta nel concedere maggiore rotondità (oltre quanto aspettato per il vino rotondo per antonomasia) dall’altro non rappresenta certo un presupposto ideale per concedergli la giusta spina dorsale per durare nel tempo. Il colore è di un bellissimo rubino vivace, consistente e poco trasparente. Il primo naso è immediatamente maturo, dolce, insistente su note di confettura di frutta rossa e nera, poi nuances balsamiche che si rincorrono tra sentori di liquerizia e rabarbaro. A tratti, ma evidenti, le note iodate, a conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, di una appartenenza certa, quell’espressione particolarmente minerale tra le poche in Toscana a poter essere immediatamente riconducibile all’areale di Suvereto. In bocca è secco, un vino ricco di piacevoli spunti degustativi: l’ingresso al palato è ampio e profondo, il tannino praticamente dissolto, piacevolissima mineralità a sostegno di un frutto voluttuoso, caparbio, presente. Un vino certamente dalle spalle larghe, da stappare almeno un paio d’ore prima del servizio e da accostare a piatti importanti o a formaggi particolarmente decisi, chissà se il guru Robert Parker oltre che assegnargli 95/100 ne abbia previsto la longevità. 

Toscana rosso Redigaffi 2002 Contrasti, ecco il leit motiv per questa mini-verticale del rosso di punta di Tua Rita. Due millesimi profondamente diversi, con tratti caratteriali in congiunzione, guai se non ve ne fossero, ma pur sempre lontani da una augurabile soluzione di continuità: il colore rimane rubino, appena una spanna meno vivace ma integro ed invitante allo stesso modo del precedente, il vino è consistente e poco trasparente. Il primo naso ha tratti caratteriali immediatamente differenti dal precedente: il frutto marca presenza ma rimane defilato, vengono subito fuori una deliziosa trama speziata e sentori terziari gradevolmenti fusi a note salmastre, a tratti espressamente iodate. Un profilo alfattivo certamente meno orizzontale del precedente, ma comunque di carattere, giocato su quella eleganza che ci si augura di riuscire ad esaltare in assenza di tratti caratteriali primari come forza e voluttuosità varietale, quantomeno capace di rinnovare l’entusiamo anche in una annata definita minore visto l’andamento climatico da “annus orribilis”. In bocca è secco, meno “alcolico” del precedente, la percezione al palato è di un vino più equilibrato, come detto meno possente, più docile delle aspettative. Quando si dice: si fa presto a dire merlot

Douro, preziose son le gocce di Porto

3 aprile 2010 by

Il Porto, o vino di porto, è un vino liquoroso portoghese prodotto esclusivamente da uve provenienti dalla regione del Douro, nel nord del Portogallo, sita a circa 100 chilometri a est della città di Porto, tra le quali la Touriga Nacional, Touriga Francesa , Tinta roriz, Bastardo. La peculiarità maggiore del porto, oltre al clima in cui maturano le uve, è la sua fermentazione incompleta, fermata (mutizzata) ad uno stadio iniziale tramite l’aggiunta di alcol vinico, ottenuto da distillazione del vino contenente circa il 77% di alcol. In questo modo il vino risulta naturalmente dolce – a causa del residuo zuccherino derivante dall’uva che i lieviti non hanno potuto trasformare interamente in alcool perchè inibiti dalla concentrazione elevata di etanolo che può raggiungere livelli compresi tra il 18 e il 22%. Sono noti sette tipi fondamentali di vino di porto: le categorie base, bianco, ruby e tawny, poi i tipi più pregiati, Tawny invecchiato (aged tawny può essere commercializzato dopo 10 anni di invecchiamento, fino a 40), Colheita, LBV (Late Bottled Vintage), e Vintage, in assoluto il più pregiato. Il vino di porto è tradizionalmente un assemblaggio, tra uve provenienti da diversi vigneti, vinificate con tecniche differenti, di diverse annate; tuttavia un nuovo tipo di prodotto detto Single quinta (proveniente da una sola tenuta), ha conosciuto un successo crescente negli ultimi anni.

Porto bianco: è prodotto esclusivamente da uve bianche ed invecchia in grandi botti di legno di quercia, da oltre 20.000 litri. È un vino tipicamente giovane e fruttato ed è l’unico vino di porto classificato per grado di dolcezza. Esistono pertanto bianchi secchi, semi-secchi e dolci. Per via delle sue modalità di produzione, il porto bianco catalogato come “secco” non è mai completamente secco e conserva sempre parte della sua dolcezza iniziale.

Porto Ruby: sono vini rossi ed anch’essi invecchiano in grandi botti. Per via del poco contatto con il legno – dovuto al basso rapporto superficie/volume – e della scarsa ossidazione, essi conservano a lungo le loro caratteristiche iniziali. Sono generalmente vini molto fruttati, dal colore rubino intenso e sapore di frutti rossi (frutti di bosco e prugna, per esempio), con le caratteristiche dei vini giovani.

Porto Tawny: sono vini rossi prodotti con le stesse uve dei ruby, ma invecchiano in botti grandi solo per due-tre anni, dopo i quali vengono travasati in piccole botti da circa 550 litri. In queste botti il contatto con il legno e, tramite esso, con l’aria è maggiore; i tawny “respirano” di più, ossidandosi e invecchiando più rapidamente dei ruby. In questo modo perdono nel tempo il colore originale rosso rubino per assumere una tonalità più chiara, ambrata, e sapore di frutta secca, tipo noci o mandorle. Con l’invecchiamento, i tawny guadagnano ulteriormente in complessità aromatica, rinforzando il sentore di frutta secca ed acquisendo sapori che vanno dal tostato al caffè, al cioccolato, al miele. Nei tawny molto vecchi il colore rosso iniziale va scomparendo e passa da tonalità castane-dorate al color ambra. All’opposto, il porto bianco – normalmente giallo pallido quando giovane – col tempo tende a scurire diventando giallo-dorato e giallo-castano. Vi sono vini di porto bianco che data la loro età hanno assunto un colore ambrato tale da poter essere confusi per colore con tawny altrettanto vecchi.

Porto Vintage: di gran lunga i porto più pregiati, prodotti con uve di una singola annata, invecchiati inizialmente in botte per poi essere sottoposti ad un secondo invecchiamento in bottiglia. Il prestigio di tale tipologia è dato da un insieme di fattori, non ultimo la qualità delle uve raccolte, che, come nel caso di alcuni grandi vini italiani, qualora non raggiunga un alto standard non verranno impiegate per la produzione dei Vintage, ma solo per vini di qualità inferiore: in quella annata, quindi, non verrà prodotto alcun Vintage. Il vino, per raggiungere la completa maturazione, necessita di lunghissimo invecchiamento: secondo alcuni produttori non andrebbe bevuto prima dei vent’anni, raggiungendo in molti casi età ben più mature. Alcuni produttori selezionano uve di una sola vigna, in questo caso il vino sarà un Porto di “Quinta unica”, considerato ancora più pregiato del semplice Vintage.

Leonforte, Lenticchia Nera di Enna

2 aprile 2010 by

E’ un’antica cultivar tipica della provincia di Enna, molto apprezzata fino agli anni ’50. Dal dopoguerra in poi però la sua produzione si è via via abbandonata, complice la politica agricola comunitaria, ma soprattutto l’avvento di nuove cultivar più resistenti, più produttive e la cui produzione era possibile massificare e  meccanizzare con evidente abbassamento di costo di produzione.

In tutto questo arco di tempo la lenticchia nera ha rischiato seriamente di scomparire per sempre, ed è stata prodotta in quantità molto variabili e comunque mai al di sopra dei 100-400 kg/ l’anno. Nel 2002, l’azienda Agrirape di Enna, fortemente motivata a recuperare la produzione di questo antico legume locale è riuscita a scovare qua e la nella provincia ennese appena 800 grammi di sementi per ristrutturare il reimpianto ed avviare un più degno collocamento sul mercato, quantomeno regionale!

La coltivazione è estremamente laboriosa e come nelle migliori salvaguardie dei prodotti in via di estinzione non mancano notevoli difficoltà burocratiche per implementare la filiera produttiva. Le tecniche colturali, oltretutto, sono svolte tutte manualmente, soprattutto a causa del portamento della pianta stessa, dallo stelo cortissimo e praticamente strisciante, quasi a contatto col terreno. Per questo motivo non è possibile meccanizzare la raccolta. di conseguenza anche tutte le operazioni che seguono la raccolta devono essere svolte necessariamente a mano o, quantomeno, con metodi che non ammettono proroghe all’antica tradizione contadina siciliana.

Da un punto di vista alimentare, la Nera di Enna è un legume che contiene rispetto alle normali lenticchie, una maggiore percentuale in proteine e fibra e un minore contenuto in grassi, pur conservando tutte le peculiarità gastronomiche che la rendono particolarmente duttile in molte preparazioni di cucina, come piatto principale (ad esempio zuppe) o in abbinamento a secondi di particolare pregio, siano essi di carne che di pesce; A margine, è certamente apprezzabile anche l’effetto visivo che concede questo prodotto, che se utilizzato con equilibrio può rappresentare un ottimo viatico per rendere un piatto visivamente più invitante.

Per maggiori informazioni, contattate l’azienda grazie alla quale mi è stato possibile parlarvi di questo prodotto davvero particolare ed interessante:
Azienda Agricola “Agrirape” di Manna Angelo
Corso Umberto 556 – 94013 Leonforte (En)
e-mail: info@agrirape.it Tel.: 0935 904862

C’è del nuovo a L’Olivo, i piatti di Oliver Glowig

31 marzo 2010 by

Veduta panoramica al tramonto del golfo di Napoli dalla terrazza de L’OLivo

Ci siamo, domani mattina apriamo le porte ai primi ospiti del Capri Palace Hotel&Spa; Una settimana intensa di lavoro per preparare un avvio di stagione a quanto pare già scoppiettante per quella che si prefigura come una estate piena di impegni e grandi prospettive di crescita. Cantina, carte dei vini, ordini, organizzazione, varie ed eventuali non hanno certo mancato di darci grattacapi, ma pare essere ad un buon inizio; Come la prova dei piatti durante il briefing di quest’oggi, circa una quarantina tra quelli storici e quelli nuovi: all’approccio alcuni di questi mi sono apparsi davvero molto interessanti, nella loro lineare espressione tradizionale, anche campana, votata alla condivisione internazionale, come nello stile, strano ma verissimo, e dell’inventiva di Oliver Glowig. Attendiamo il confronto con i nostri ospiti, nel frattempo ne presentiamo qui alcuni di questi che vi passeremo di volta in volta: la stagione è lunga, il lavoro è tanto, ma cercherò di non mancare all’appuntamento con il Diario Enogastronomico.

Quaglia con fois gras, asparagi ed uova di quaglia; (n.b.:la foto è solo rappresentativa dell’idea della ricetta, è stata rubata durante le prove di alcuni giorni fa, non vi sono per esempio, le uova di quaglia che sono sostituite da piccoli fiocchi di ricotta, ndr) E’ un piatto dalle ottime consistenze, ha una preprazione laboriosa e meticolosa, coniugata con il fois gras per dargli il giusto respiro internazionale. Una bella sfida l’abbinamento, per scoprire il quale non resta che passare dalle nostre tavole.

Ingredienti per 4 porzioni:

  • 4 quaglie disossate di media grandezza
  • 4 pezzi di foie gras da 15 grammi
  • 12 uova di quaglie
  • 12 punte di asparagi verdi
  • fondo di pollo
  •  Per la farcia:
  • 500 g  petto di pollo
  • 1 albume
  • 5 g sale
  • 100 g panna fresca
  • sale e pepe q.b.
  • 10 g Cognac
  •  Per finire la farcia:
  • 30 g scalogno tritato
  • 30 g sedano tagliato a brunoise  (tocchetti quadrati piccoli, tutti uguali, ndr)          
  • 30 g carote tagliate a brunoise  
  • 30 g zucchine tagliate a brunoise  
  • ½ spicchio d’aglio
  • 8 g funghi porcini secchi
  • 5 g crostini di pane
  • 200 g farcia di pollo
  • 20 g burro
  • foglie di spinaci sbollentate q.b.
  • Preparazione:
  • della farcia:– passare i petti di pollo nel tritacarne e condire con panna, sale, pepe, albume e Cognac, congelare per almeno 12 ore in un contenitore, chi possiede il Pacojet ne avrà in dotazione alcuni. Coprire la farcia fine al bordo con panna fresca e passare due volte al Pacojet, setacciare quindi il composto ottenuto e condire con sale e pepe.
  • Per finire la farcia: rosolare le verdure in burro e aggiungere i porcini tritati, successivamente mischiare il tutto con la farcia ed aggiungere i crostini; Avvolgere il foie gras nelle foglie degli spinaci.
  • Per finire le quaglie: aprire le quaglie disossate, condire con sale e pepe, stendere la farcia e mettere il fegato al centro e chiudere le quaglie e legarli aiutandosi con la carta alluminio, condire quindi con sale e pepe; A questo punto procedere alla rosolatura delle quaglie, aggiungere un pezzettino di burro e finire la cottura al forno a 180 °C per 10 minuti, a parte sbollentare gli asparagi e le uova di quaglie che completeranno l preparazione.

Per il servizio: tranciare ogni quaglia con un taglio centrale obliquo e posizionarle in un piatto piano bianco, porre tutt’intorno gli asparagi sbollentati e le tre uova cotte a bassa temperatura “a decorazione”, completare il piatto con un filo di fondo ridotto sparso tutt’intorno alla preparazione.

Ricetta di Oliver Glowig, executive chef del Capri Palace Hotel & Spa

Ti lascio una canzone, dolce melodia…

30 marzo 2010 by

Urlatori è il nome attribuito dalla stampa italiana dell’epoca a una corrente canora che ha segnato una stagione musicale relativamente breve nel nostro paese, all’epoca del boom economico, fra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. La cifra stilistica di questa sorta di tecnica interpretativa, favorita dal diffondersi dei primi juke-box, era data da una voce ad alto volume, espressa in maniera disadorna e priva degli abbellimenti tipici del canto “melodico”.

Il termine era mutuato dal vocabolo di lingua inglese shouter (appunto, urlatore) che etichettava fin dalla fine degli anni quaranta star del rock statunitense come Howling Wolf (il Lupo solitario poi ricordato in American Graffiti) e Joe Turner, rispettivamente icone del nuovo sound nascente, che mescolava il boogie-woogie bianco alla durezza ritmica del blues di matrice nera, così come veniva praticato a Memphis o a Kansas City. I maggiori esponenti degli urlatori, prevalentemente collegati a etichette con sede a Milano, a quel tempo capitale del mercato discografico, furono cantanti all’epoca molto giovani, destinati – sia pure in misura diversa – a percorrere carriere di successo, come Tony Dallara, Joe Sentieri, Adriano Celentano, Clem Sacco (ve lo ricordate?), Ricky Gianco, Giorgio Gaber, Gene Colonnello, e, fra le voci femminili, Betty Curtis, Jenny Luna, nonché Mina, poi divenuta celeberrima com’è.

Ci fu, in quel tempo, una polemica che fece particolare scalpore, creata e amplificata ad hoc dalla stampa dell’epoca, che contrapponeva gli urlatori agli interpreti della melodia all’italiana (vedi Claudio Villa, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, ecc…). Negli anni in cui prendeva campo anche in Italia la musica rock, diventata fenomeno di costume con Elvis Presley, Claudio Villa fu uno dei pochi a capire che l’unico modo per combattere l’offensiva dei cantanti della nuova ondata era quello di usarne gli stessi mezzi di propaganda: questa fu la funzione dei fan club del “reuccio” e dei suoi atteggiamenti provocatori che a lungo fecero notizia in quegli anni.

Il fenomeno degli urlatori faceva pensare a una rivoluzione in atto del gusto e del mercato che coinvolgeva autori, arrangiatori, editori e cantanti. Così non è stato, appena qualche anno dopo, gli urlatori lasciano il posto, grazie anche all’avvento della british invasion e il conseguente arrivo in Italia di gruppi pop la cui musica era ispirata a quella dei Beatles, ad artisti che sarebbero stati, di lì in avanti, etichettati come rocker o cantanti beat: ad esempio, Gianni Pettenati e Patty Pravo fra i solisti, e The Rokes, Equipe 84, Camaleonti, Dik Dik tra i gruppi.

Ai numerosi lettori di questo blog, più di 15000 in appena quattro mesi, questo post risulterà quantomeno fuori tema, “off topic” come amano dire certi blogger più affermati ed affamati di blogosfera: è un piccolo omaggio alla tradizione centenaria della musica popolare in Italia, che ha visto, forse, il suo più alto gradimento proprio negli anni più laboriosi e virtuosi che ha vissuto il nostro bel paese, anni di duro lavoro, spesso sommesso, indirizzati ad affermare per ognuno il proprio ideale di vita, sociale e professionale, pur rimanendo nell’assoluto rispetto dei ruoli. E’ anche, poco velatamente, un invito ad abbassare i toni,a quanto pare un tantino “alticci” nelle utlime settimane, dal caso striscia in avanti sino ai presunti striscianti seguaci di poliphemo, del tipo grande e grosso nella sua “caverna”, meno tra la gente comune quando diviene piccolo e defilato. Anche perchè, come ampiamente raccontato, storia alla mano, gli urlatori hanno avuto vita breve, chi seppe gestire al meglio il proprio talento ebbe grandi opportunità di crescita ed affermò naturalmente stili e proposte, divenute nel tempo patrimonio della nostra musica, Mina e Celentano su tutti; Gli altri, a parte l’istrionico Gaber, hanno poi consumato il resto della loro vita professionale tra comparsate e festival di Sanremo “per buon cuore degli organizzatori” sino a rimanere vagabondi nel dimenticatoio.

Ecco perché dico: abbasso gli urlatori! Nel vino come nella musica, abbiamo bisogno di melodie e non di isterismi galoppanti da frustrazione cronica dilagante, ed incipiente; Oltretutto, ma questa è solo una nota a margine, taluni urlatori, come hanno dimostrato i fatti, di talento, manco alla Gianni Pettenati, assolutamente niente, non pervenuto; Io, dal canto mio, scusate il gioco di parole musicale (sono pure stonato), di Claudio Villa possono ritenermi un esimio ammiratore, ma sono assolutamente poco incline alla sua epocale ficcante vocazione propagandistica, pertanto, e qui chiudo questo post, posso affermare con certezza che certi ritornelli, seppur piacevolmente orecchiabili, alla lunga possono stancare; Ecco perchè, per quanto amaro possa essere il boccone, buttiamolo giù, gridiamo abbasso gli urlatori, loro se ne faranno una ragione (forse) e noi, beh, almeno sapremo cosa ci abbiamo bevuto sopra.

Neumarkt, è Gottardi e non è secondo a nessuno

29 marzo 2010 by

Ci risiamo, gira che ti rigira ricado sul Pinot Nero, e ritorno, volentieri, sulle trasparenze del Blauburgunder di Mazzon di Bruno Gottardi; l’azienda è forse la più giovane del vocatissimo areale atesino ad essersi guadagnato l’accesso nell’olimpo dei migliori produttori di Pinot Nero fuori dalla storica patria di origine, oltre cioè quei confini di quel luogo sacro e di difficile (per qualcuno impossibile) emulazione che rimane la Borgogna.

Vado a naso, ovvero a memoria, nell’ultimo anno questo 2006 l’avrò bevuto almeno due-tre volte: mai fuori dalle righe, composto, in crescendo, un vino-frutto incredibile; Un plauso al varietale, uno all’areale, qualcuno di più all’interprete. Sì, perchè trattasi di un grande interprete, quel Bruno Gottardi che è sceso dal nord, pare esserci un nord anche per il profondo nord, per mettere su, proprio ai piedi di Neumarkt, un piccolo gioiello di viticoltura-scuola, da subito entrata nella memoria dell’appassionato come esempio di sensibilità superiore all’esaltazione di quel che molti chiamato semplicemente “terroir”!

Gli annali dicono che è 1986 quando Bruno Gottardi decide di rispolverare le origini alto atesine rilevando a Mazzon poco più di 6 ettari di vigne da destinare alla sua più grande passione, il mito borgognone ed il Pinot Noir come sua unica, immensa, inarrivabile espressione. Gli anni di duro lavoro nella rivendita austriaca di vini e liquori di famiglia gli hanno consentito di affinare un naso ed un palato sopraffino ed i lunghi viaggi in giro per il mondo gli sono serviti per confrontare le varie anime, tra le poche superbe scoperte, capaci di colpire il suo immaginario di idealtipo borgognone. Mazzon il punto di arrivo, prima di lui già piccoli e grandi “pasionari”, con lui uno in più a tirare le fila di esperienze sensoriali tra le poche raccomandabili ad occhi chiusi e tra le pochissime indimenticabili.

Il Blauburgunder 2006 esprime un colore soavemente rubino-granato, trasparente; Il naso è lontano dall’esprimersi immediatamente, è come se avesse bisogno di distendersi, sgranchire le note olfattive: fiori secchi e frutta rosso sangue, poi spezie fini e note balsamiche dolcissime. In bocca è pura seta, di qualità estrema, il tannino tace, l’acidità se la spassa, così si confondono infondendo equilibrio ed ampio respiro alla beva. Cosa aggiungere, un piatto asciutto, formaggio, o un filetto appena scottato con un rametto solo di origano fresco e del buono olio extravergine di oliva. Excelsus!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Montepulciano, pur sempre Nobile La Braccesca

27 marzo 2010 by

Il primo documento storico in cui si fa cenno ai vini di Montepulciano è dell’anno 789 e già questo la dice lunga sull’indubbio valore dei vini prodotti in questo areale, un prestigio sempiterno che si perde nella memoria del tempo e che si ripete ad ogni vendemmia constantemente; Negli anni a venire furono soprattutto i Medici a decretarne ed incentivarne il successo durante l’epopea che vide Firenze opporsi a Siena, in quell’epoca infatti Montepulciano appoggiò la prima schierandosi di fianco ai Medici. A fine ottocento, solo il successo del Chianti nel mondo ne oscurò il florido commercio, non però la fama di vino di grande qualità e potenziale d’invecchiamento, seppur, a dire il vero, di anno in anno il Nobile di Montepulciano è stato relegato in secondo/terzo piano dalla crescita, oltre che del Chianti,  del ben più famoso Brunello di Montalcino nonchè dell’onda dei SuperTuscans. La denominazione è docg del 1981, già doc del 1966, una delle prime in Italia, è stata rivista negli ultimi anni, non senza strascichi polemici e nostalgici, per fare “posto” all’incremento della piantagione di vitigni internazionali che qui come nella vicina Cortona ha per molti significato una grande opportunità di conquistare fette di mercato internazionali sino ad allora poco esplorate, e la famiglia Antinori non è stata certo a guardare, tanto che oggi la tenuta de La Braccesca rappresenta in tutto e per tutto una delle realtà più importanti nonchè di riferimento sia per il Nobile che per la giovane produzione della vicina doc di Cortona.

La tenuta si estende su 342 ettari , di proprietà dei conti Bracci, da cui il nome La Braccesca, è stata acquisita dalla famiglia Antinori nel 1990 :  circa 240 gli ettari a vigneto, 80 ricadenti nel comune di Montepulciano, in zone vocatissime quali Gracciano, Santa Pia e Cervognano, perlopiù piantato a Prugnolo Gentile (clone locale di Sangiovese) e 160 ettari, di altre varietà a bacca rossa di origine internazionale, su tutte il Syrah oltre che pochi filari di Merlot ricadenti nella denominazione di Cortona. Di tutti i vini qui prodotti, oltre al corpulento e voluttuoso Bramasole, nonostante negli anni lo stile e la crescita qualitativa non hanno mancato di consegnare annate preziose, quello che mi rimane sempre più affascinante da bere e seguire in evoluzione è il Nobile di Montepulciano “base”, di taglio certamente nuovo se non del tutto “innovativo” nonchè controculturale con quel 20% di merlot, ma sempre fine esempio di compostezza ed equilibrio, elementi sempre sfiorati ma mai pienamente espressi dagli altri rossi della tenuta. L’occasione per ribadire questa preferenza è questo Nobile 2004, bevuto appena qualche giorno fa e confrontato, alla lontana, con le degustazioni effettuate in cantina lo scorso Febbraio: un vino dal colore perfettamente integro, limpido e consistente. Naso certamente maturo, frutta in confettura e note balsamiche, ma anche, in bocca in particolar modo, legno perfettamente integrato al frutto, tannino ed ecidità sottobraccio a consegnare grande piacevolezza di beva. Sbicchierare questo vino oggi vorrebbe dire conquistare anche il palato più remissivo per i vini, pur Nobili, di questa parte di gran Toscana. Cercate, provate, e riferite!

Tramonti, verticale storica Monte di Grazia rosso

22 marzo 2010 by

Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile! E’ una promessa che ho fatto a me stesso, che ho maturato negli anni, che ho consegnato, spero nella maniera più chiara possibile, attraverso i miei scritti: un approccio al vino, sano, condiviso, meticoloso, fruibile, che continuerò a sviluppare in tutti gli anni a venire.

Credo nelle belle persone che ho incontrato sulla mia strada, camminando vigne e girando cantine, stappando e assaggiando (tantissime) bottiglie, correndo (tanto di più) tra i tavoli dei ristoranti dove ho avuto la fortuna di lavorare rincorrendo clienti dei più diversi e, grazie a questi e ai loro buoni consigli, tante belle esperienze raccolte in giro, utili ad insegnarmi come stare al mondo, in questo mondo del vino che mi appassiona sempre più e che rispetto sempre di più.

Credo nei cronisti del vino, non nei guru, guardo con attenzione, talvolta con ammirazione e rispetto agli “industriali del vino”, quando per industriali s’intendono due, tre, a volte cinque/sei generazioni di viticoltori; e credo nei loro vini, sani, puliti, acquistabili e che sono stati, indiscutibilmente, da esempio e modello, anche di contrasto, per tanti produttori nati successivamente: ci pensate ad una Irpinia senza Mastroberardino o ai Campi Flegrei senza Grotta del Sole, alla Toscana senza gli Antinori o i Frescobaldi, la Sicilia senza i Planeta? Credo infine nella biodiversità, ma non quella che ci hanno voluto propinare, strumentalizzandone il senso, con tutte le sigle del mondo e le fisime del momento, biodinamico e controculturale compresi, bensì quella che rispetta l’originalità e ne preserva l’autenticità riconoscendo tutti i limiti ad essi legati, piccole produzioni comprese. Stiamo sempre parlando di vino, o no?

Il Monte di Grazia rosso di Alfonso Arpino è un esempio lampante di ciò che può essere, in maniera disarmante, il prodotto di un terroir specifico, di un uva, ai più misconosciuta, eppure non viene prodotto su Marte, o grazie alla luna, e nemmeno usando corni e bicorni, solo amore per la propria terra, intraprendenza tecnica indispensabile e tanta tanta passione.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2003 L’inizio di tutto. Si potrebbe presentarlo come un gioco, un hobby da puro “garagiste”, o più semplicemente come un (in)cosciente tentativo di dare libero sfogo ad una propria idea di coniugazione dell’amor per la propria terra, fattostà che dalle vigne secolari di Madonna del Carmine parte con il raccolto 2003 l’avventura di Alfonso Arpino-vigneros: appena 3 dame da 54 litri, per allietare le domeniche del sempre austero inverno o come spesso è accaduto, da offrire agli amici più stretti. L’annata la si ricorda in generale per l’andamento piuttosto siccitoso nonchè per il tremendo caldo agostano, ma qui a Tramonti, per il tintore in particolare, è stata un’ottima annata: uve sane, ricche di frutto, giunte a piena maturazione senza particolari problemi. Il colore è affascinante, pare di un Taurasi della prima ora, decisamente virato su note granato-aranciate e limpido. Il vino possiede ancora una decisa consistenza, ne è testimone la poca trasparenza. Il naso appare inizialmente esile, e non ha, per tutta la sessione di degustazione, espresso particolare complessità, ma il varietale è pienamente riconoscibile, il timbro speziato è nitido, sottile ma continuo come i sentori di frutta secca e terra che si presentano man mano che il vino è rimasto nel bicchiere. In bocca è secco, l’ingresso è caldo e piuttosto compatto sino alla deglutizione, ha conservato un buon equilibrio gustativo e solo sul finale viene fuori una nota lievemente amarognola. Un vino sicuramente evocativo.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2004 Annata difficile, particolarmente fredda, disarmonica come poche prima e nessuna dopo, uve con acidità senza freni e poco e nulla da contraltare. Colore tendente al granato, trasparente, quasi nebbioleggiante. Naso subito terziario, etereo, note smaltate, resinose, alla lunga anche note di cuoio ed il sempre presente speziato di pepe nero. In bocca è particolarmente asciutto, secco e caldo, tannino e acidità quasi a rincorrersi e del frutto poca corrispondenza, solo sul finale di bocca si aggiunge una nota lievemente minerale . Il vino meno espressivo della batteria, che di qui alla fine mostrerà note davvero esaltanti di un uva, il tintore, e di un vino, il Monte di Grazia rosso dal futuro certamente, per così dire, roseo.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2005 Di nuovo una annata con temperature al di sopra della media, non certo alla stessa stregua del 2003 ma comunque calda. Il vino ha conservato una espressività encomiabile, il colore è rubino, è limpido e consistente. Il naso si esprime subito su note floreali ma soprattutto di frutta matura, delizioso il sentore di ciliegia ed amarena sottospirito e di piccoli frutti neri che si lasciano il testimone continuamente. Poi l’imprinting aromatico-speziato, un rincorrersi di sentori di pepe e di sottili note di origano. In bocca è secco, caldo, senza dubbio di buona struttura, il sapore pare accompagnato da decisa freschezza, con il frutto sempre in primo piano, lungo e persistente. Si potrebbe dire, come accennato, che proprio questa sia l’annata di riferimento per godere pienamente dell’idea di vino di Alfonso Arpino, un millesimo utile per chiudere il breve ciclo di sperimentazione e per aprire quella che sarà la chiave di lettura di ognuna delle vendemmie future, il territorio e l’uva prima di tutto, con l’uomo a fare la sua parte, integrante, fondamentale, per preservare la biodiversità del primo e l’integrità della seconda.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2006 Tappa fondamentale per prendere coscienza dell’esperienza vissuta sino ad oggi in azienda, ma più in generale per tutto l’areale. Si inizia a percepire con maggiore interesse quel che di buono arriva dalle vigne di Tramonti e del suo tintore, anzi del suo Aglianico tintore. Gaetano Bove di Tenuta San Francesco inizia a far parlare di se e dei suoi vini, lui ha personalità da vendere ed i suoi vini eleganza sorprendente, il suo Per Eva su tutti, gli Apicella poco più in là raccolgono i primi (veri) consensi con il loro A’Scippata, vino misconosciuto ai più ma già un must per i frequentatori dei locali top della costiera; Gigino Reale tira fuori il suo secondo millesimo ma a tutti gli effetti il suo primo vero tintore Borgo di Gete, Alfonso Arpino consegna ai pochi, fedelissimi amici-clienti questo bellissimo vino che inizia ad esprimere in tutto e per tutto il carattere proprio di un territorio e di un uva straordinari, confidando in uno scenario futuro sempre così preservato e garantito. Il colore è rosso rubino vivace, appena un unghia violacea, limpido e poco trasparente. Il primo naso è molto fragrante, davvero interessante: floreale e fruttato in primo piano, ma al contempo sentori di lieve evoluzione e terziarizzazione, puliti, franchi, non senza quindi finezza ed eleganza. Frutta a polpa rossa macerata, poi pepe, onnipresente, poi ancora note balsamiche, sentori di cuoio e resina. In bocca è secco, caldo, di eccelsa freschezza e piacevolezza di beva da vendere, sapido. Da ricordare e rivangare ogni qual volta si è in cerca di un confronto (qui una precedente degustazione).

Monte di Grazia rosso Campania igt 2007 Tanto lavoro per evitare surmaturazione delle uve, poco tempo per verificare i possibili rischi di un’annata ancora una volta piuttosto calda, ma alla fine si è comunque ottenuto un buon risultato di integrità di frutto e complessità del vino. Il colore è rosso rubino, vivace, abbastanza consistente. Il primo naso è subito ampio e complesso, floreale e fruttato innanzitutto, poi tenui strascichi vegetali: come detto nonostante l’annata calda avrebbe dovuto consegnarci un vino succoso e dolce, si è tirato fuori un nettare delizioso e particolarmente equilibrato in tutte le sue sfumature, ne è testimone il gusto, che ha conservato un nervo acido discreto, un tannino sottile e ficcante, capaci di garantirgli uno spessore per niente scontato, rivolto certamente alla morbidezza ma preservando una beva fluida, briosa, a tratti copiosa ma non stancante. Ecco la mano dell’enologo, non la supposizione della conoscenza ma il polso della situazione, l’istinto di chi non ama fermarsi di fronte alle difficoltà.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2008 Il Tintore di Tramonti è una varietà certamente particolare, e senza dubbio, preservandone al meglio le peculiarità, senza cioè cadere in quel vortice vizioso di voler piacere, per forza, a tutti, non mancherà di ritagliarsi un ruolo di primo piano sul mercato dei vini rossi campani e del sud Italia in generale. Il tintore però si accompagna di tanto in tanto ad un’altra varietà rossa tradizionale indigena, localmente chiamata O’Muscio, un uva certamente meno nobile, anzi, a sentirne parlare, del tutto sconsiderata, ma che in effetti, ci dice Alfonso Arpino, può avere, soprattutto in certe annate piuttosto fredde, un ruolo importante nel gioco degli equilibri acidi del vino. Ha buccia sottile, frutto lieve ma finissimi profumi e difficilmente sviluppa gradazioni alcoliche importanti, materia viva insomma per stemperare le velleità, soprattutto gustative, del tintore. Il primo naso è vinoso, frutto macerato in primo piano, anche una sottile nota vegetale, foglia di pomodoro, poi però riprendendolo a debita distanza si apre su note certamente più complesse, inchiostro, sentori quasi ematici, ed animali, cuoio. In bocca è secco, il timbro gustativo è prorompente, caldo e profondo, scivola in bocca con una certa persistenza gustativa, freschissimo, minerale, molto piacevole. Da segnare in agenda!

Monte di Grazia rosso Campania igt 2009 – campione da vasca – Lo scenario che si apre agli occhi dal porticato del casale di Monte di Grazia è di una suggestione incredibile, da qui si riesce a vedere, a 360° tutta la conca di Tramonti e nelle giornate normali, senza cioè la nebbia fitta che ci ha accompagnati per tutto il giorno, il mare blu della Costa d’Amalfi. Questa è la seconda casa di Alfonso Arpino, dalla fine della vendemmia, ogni anno, ci trascorre tutto il tempo libero dalla sua opera di medico condotto del paese, tra fermentini, pompe e le poche botti che si è riusciti ad incastrare nei piccoli locali ricavati nel vecchio cellaio al pian terreno. Come dire, non v’è “vin de garage” senza un vero e proprio garage! Il colore è nero-viola, puro inchiostro, praticamente impenetrabile. E’ curioso sapere, e ciò la dice lunga sulle peculiarità del tintore, che nonostante le raccomandazioni profuse dall’enologo Gerardo Vernazzaro, Alfonso (giura di essersene dimenticato) non ha inoculato il mosto con i ceppi di lievito per lui selezionati, pertanto, il vino così come lo peschiamo dalle vasche, ci arriva, si potrebbe dire, direttamente dalla vigna franco da ogni condizionamento “esterno”. Il naso è un effluvio di frutta macerata, poi sempre pepe nero, ma composto, integro, molto affascinante e suggestivo. In bocca si fa fatica a tenerlo a bada, è preponderante nella sua veemenza acido-tannica ma non potrebbe essere altrimenti in questa fase, buonissima materia prima e a detta anche dei convenuti, gran bella prospettiva!

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Trento, il Maximum Rosè secondo Ferrari

21 marzo 2010 by

E’ domenica di primavera, una delle prime, di domenica intendo, accompagnata dal sole alto e abbastanza caldo; Decidiamo con Lilly di uscire per una passeggiata, premono però anche alcune esigenze, su tutte, quella di comprare il latte per la nostra piccola e dolce Letizia, che a quanto pare piuttosto che fare la corsa ai suoi mesi sembra rapita da quella di sedersi a tavola con noi al più presto: furbetta di una neonata, mangiona!

Rientriamo a casa poco prima delle una, abbiamo fatto il giusto necessario, l’essenziale, rientrando ci siamo fermati dai “due guaglioni”, piccola pescheria nel bel mezzo del bivio di Quarto, per comprare delle vongole veraci, una seppia di buone proporzioni (ci dicono di mare) prima di avviarci verso casa.  Non è certo “il pranzo della domenica”, il tempo è a dir poco tiranno, ma sicuramente l’ennesima volta in cui la capacità di organizzarne uno in pochissimi minuti non è da far passare in secondo piano, e non di meno la fortuna di avere a portata di mano sempre (o quasi) la giusta bollicina per l’occasione. Cosa si beve? Ferrari, Trento Maximum Rosè brut. Che buono!

 Nasce da una accurata selezione di sole uve di proprietà Pinot Nero (60%) e Chardonnay (40%) coltivate su per le colline nei dintorni di Trento in vigne con dislivelli sino ai 300-600 metri esposte a Sud-Est e Sud-Ovest; La raccolta, per quanto possa essere intesa un’azienda dai volumi industriali come la Cantina Ferrari, è assolutamente manuale e ricadente, generalmente, nella seconda metà  di settembre. E’ un vino che attraversa una fase produttiva abbastanza complessa, sono infatti crica 36 i mesi passati in maturazione sui lieviti, selezionati. Il risultato è un colore sinceramente non particolarmente brillante, il rosa espresso infatti pare quasi anticato, però le bollicine sono fini ed abbastanza persistenti.

L’approccio olfattivo è molto interessante, onestamente più di quanto ci si aspetti, l’ impressione immediata infatti è di un vino particolarmente elegante, floreale, fragrante, intenso e persistente, sentori (classici) di maturazione sui lieviti ma anche di piccoli frutti di bosco rossi e neri, un naso complessivamente vivace ma non aggressivo, esaltato da un alone di fresche note balsamiche, riconcilianti con un gusto asciutto, particolarmente fresco e persistente, e caratterizzato da un finale di bocca piacevole, amarcord di frutta secca e sentori di fragola caramellata.

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Healdsburg, Alexander Valley Pinot Noir 2006

18 marzo 2010 by

Quando hai un “modello” piuttosto che assuefarti alle sue facili reiterazioni devi ricercare la sua massima espressione, o le tante che si possono cogliere in giro, anche fosse nel mondo. Così quando ho deciso che “il mio vino” sarebbe stato il Pinot Noir è iniziata la mia rincorsa, non verso la ricerca della perfezione, semmai ne esista una al di fuori della Borgogna e in quello stretto lembo di terra chiamato La Tache, ma alla scoperta della sua più alta considerazione ed interpretazione, identità possibilmente precise, certamente diverse, ma reali espressioni di un luogo, di una vigna, di un vigneron, e quando sono stato fortunato, di una singola bottiglia!

Ecco che entrano in corsa gli amici, quelli veri, quelli che sanno che più dell’orologio o del borsellino Louis Vuitton (chissenefrega!) può una buona bottiglia del beneamato noir, fortuna mia li vuole, questi cari, superbi Amici di Bevute, sparsi qua e là nel mondo, o quantomeno capaci di girare (tanto e più di me) luoghi da vigne fantastiche o città dalle enoteche da sogno.

Alexander Valley Vineyards nasce nel 1962, quando vengono piantate nel vigneto le prime marze,  come consuetudine, di Cabernet Sauvignon, poi qualche anno più tardi, nel 1975 viene costruita la cantina e via via diversificato il vigneto. La storia ci consegna l’epopea di Cyrus Alexander che sarà in tutto e per tutto “deus es machina” di un successo rinnovato ogni anno ad ogni vendemmia nonché artefice promotore della denominazione che oggi porta in giro per il mondo con i vini dell’omonima azienda, passata nel frattempo nelle mani della famiglia Wetzel. Siamo in California, nella omonima AVA interna alla Sonoma County, per intenderci, ad una ventina di chilometri dalla vicina Napa Valley, senza dubbio una delle regioni viticole più famose al mondo.

Il vino è di un colore bellissimo, rubino con accenni tendenti al granato sull’unghia, trasparente ma non troppo. Il primo naso è intenso e particolarmente complesso, finissimo, franco, pare infinito. Si succedono profumi floreali e fruttati, poi speziati, balsamici, minerali: rosa e viola, lamponi e mora, cannella e liquirizia, grafite, un susseguirsi di sensazioni prima lievi, poi fragranti, ma per tutto il tempo costantemente presenti, non una semplice ascesa ma una persistenza nitida, un timbro olfattivo preciso, lineare, perfettamente integrato. In bocca è secco, certamente caldo e non fa niente per nascondere i suoi 14 gradi, acidità, tannino e glicerina fuse all’unisono, ma non si può dire certo ovattato, in poche parole, non è per niente “americanizzato”, il legno, rovere francese nuovo e di primo e secondo passaggio, è ben dosato, quasi impercettibile nella sua percezione gustativa, onestamente, un gran bel vino. Bevuto con altri Amici di Bevute alla tavola di Sud, un venerdì di passione, gourmet, con un piatto di Fettucce con coniglio alle olive nere e spolverati di mandorle: da applauso, entrambi ovviamente!

Nota a margine: negli Stati Uniti, sugli scaffali intorno ai 25 $, se non è questo un affare!

Mesnil-sur-Oger, Il Clos ’98 di Krug

17 marzo 2010 by

Il marchio Krug è sinonimo di prestigio, rara eleganza, inarrivabile succulente piacere della gola; può più una flute di champagne Clos du Mesnil che mille letture di esperti, masters of wine o millantati tali per comprendere l’essenza del messaggio che un vino del genere vuol lanciare, insidiare, lasciar comprendere, anche dal più comune dei mortali in cerca di brividi di gola: è la leggerezza.

Leggerezza necessaria per godere al meglio e sino in fondo di un vino, per coglierne il piacere di beva più alto, per rimanere conquistati da tutti gli aspetti di una analisi gusto-olfattiva ed analitico-descrittiva. Ci sono Champagne che brillano per colore e perlage, per la finezza, persistenza delle bollicine, altri per complessità di profumi, verticalità, e per consistenza di palato, ci sono taluni a volte che esaltano una grassezza di gusto imponente, quasi spiazzante. Ebbene, il Clos ne riassume, concentrando, esaltando, imponendo, ognuna di tutte queste caratteristiche traducendole però, consegnandole all’avventore anche meno educato, con uno stile inconfondibile, leggiadro, ficcante, deliziosamente sorprendente. Insomma, un grandissimo vino!

Clos du Mesnil nasce da una meticolosa selezione di chardonnay 100% di appena 2 ettari di proprietà nella Cote des Blancs tutti intorno al comune di Mesnil sur Oger, negli anni divenuto il Grand Cru più ricercato e prezioso di tutta la Champagne, e grande merito di questa affermazione è certamente legato indissolubilmente alla maison Krug. L’areale è suddiviso in 15 parcelle che vengono seguite passo passo sino alla vendemmia distintamente in maniera da rappresentare ognuna di esse una espressione propria dell’eterogeneità dei vari microclimi presenti sul territorio.

Lo stile è quello fortemente imposto dal terroir, le circa 250 degustazioni che supera questo vino prima dell’assemblaggio finale non sono altro che l’espressione della sua grandezza, della sua grande capacità di evoluzione nel tempo, il Clos du Mesnil infatti, sin dalla sua acquisizione era destinato a “fortificare” le cuvèe degli altri champagne di casa Krug, la Grande Cuvèe in particolare, ma già dai primi approcci Henry e Remy Krug con il loro papà si resero conto di una straordinaria materia prima tale da stravolgere gli equilibri prestabiliti. Nasce così uno dei vini più ricercati e desiderati di sempre, per molti il mito fatto bollicine!

Il ’98 è stata una annata piuttosto calda in Champagne tale da lasciar pensare di non assemblare il Clos ma di destinarlo alle altre cuvèe; Krug è forse la maison meno avvezza a millesimare i suoi vini a meno che non si paventino risultati di eccellenza straordinari, solo quattro infatti le vendemmie da cui sono nati vini millesimati negli anni novanta, il ’90, il ’95, il ’96 ed appunto il ’98. Il colore è scintillante, paglierino compatto con bollicine tutte in fila finemente, persistenti. Il primo naso è dolcissimo, di quelli da rimanerci le narici natural durante, sottili sentori di crema pasticcera, burro di cacao, cioccolato bianco cremosissimo, vaniglia, intensissimo e finissimo. In bocca è secco, piacevolissimo, l’acidità è palpabile ma ben distribuita, a tratti masticabile, la godibilità di questo champagne è da manuale, una bevibilità straordinaria nonostante una spina dorsale importante.

Un vino di cui innamorarsi, purtroppo non sempre alla portata, anzi tutt’altro, ma certamente indelebile nella memoria degustativa tale da sconvolgere i precedenti, creandone dei nuovi! Da bere fresco, non freddo, in calici da vino tradizionali, su tutto quello che merita la vostra attenzione!

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Quando le bollicine fanno (fare) ohh… è Krug!

12 marzo 2010 by

Calma, calma, lo ammetto subito, ho sbagliato abbigliamento, ma volendo cadere, per così dire, in piedi, mettiamola così: la voglia di essere immortalato con Olivier Krug, con in mano un bicchiere di Collection Millesime brut 1982 e inneggiare al “campione!” pur essendo rimasto senza parola è cosa da pochi, ed era oltretutto, il minimo che potessi fare per sua maestà Krug! Che dite, ne esco..?

L’evento è stato, mediaticamente parlando, uno di quelli passati un po’ sommessamente; la maison ha invitato alcuni clienti da tutto il sud Italia per condividere con loro le più preziose delle bollicine di casa Krug e con l’occasione presentare la nuova distribuzione, che dopo l’uscita di scena di Antinori è passata completamente nelle mani della proprietà LMVH, per intenderci stesso canale Moet Hennessy; Per l’occasione ha scelto come location la Città del Gusto di Napoli e la cucina del giovane, e aggiungo bravo, chef Nicola Miele affidando poi la cabina di regia ad alcuni “pezzi da novanta” del gruppo servizi dell’Ais Napoli, che devo dire, hanno dato dimostrazione di come la professionalità del sommelier è fondamentale per esaltare al meglio certi appuntamenti di degustazioni.

Tutto ha inizio nel lontano 1843 grazie al fondatore Johann-Joseph Krug ma sembra, dalla leggerezza e dalla pervicacia delle parole di Olivier, che sia passato pochissimo tempo e che si stia ancora cercando quel mito, per molti già affermato, fine ultimo della costante ricerca della complessità e del valore aggiunto di ognuna delle bottiglie di questo straordinario champagne. “Ognuna di queste bottiglie non vuole essere fine a se stessa e non vuole ricalcare ogni anno il millesimo o la cuvèe dell’anno precedente, non ci siamo mai preoccupati di ripeterci, solo di dare la più alta valorizzazione al millesimo raccolto ed alla materia prima che ci ha consegnato”.  Ogni anno, ci racconta, si ritrovano col papà Henry e con lo zio Remy, assieme ad alcuni degli chefs de cave della maison, ad assaggiare mediamente 1600-1800 vini base per far fronte costantemente alle evoluzioni dei vini base raccolti o in affinamento-invecchiamento in cantina. Solo le microvinificazioni d’annata sono almeno 250 per vendemmia, vigna per vigna, parcella per parcella, in alcuni casi, come Clos du Mesnil, di filare in filare, poi si passa alle riserve custodite nelle caves, e tutto questo almeno due-tre volte durante tutto un anno: un lavoro maniacale, mastodontico, ma necessario per portare in bottiglia l’essenza dell’eccellenza che solo la terra di Champagne sa offrire, ormai da almeno 6 generazioni.

La tavola è preparata per bene, essenziale ma curata, il maitre con i suoi commis puntuali e disponibili, il pranzo è un susseguirsi di portate eccelse, ottimo l’amuse bouche di baccalà, particolarmente buono la scacchiera di Tofu con la cappasanta, delizioso il tortello di seppia; Avrei, sinceramente, solo evitato la commistione maialino-fois gras-astice del secondo, davvero azzardato, poco grato ad ognuno dei sapori. Il servizio dei vini, come detto, senza una grinza, anzi le temperature dei vini sono state millimetriche, fondamentali per cogliere ognuna delle sfaccettature carpite nei vini. Ma i vini? Beh, passabili, Overture con Clos du Mesnil ’98, poi in sequenza Krug Vintage ’98, Krug Grande Cuvèe e a chiudere, credevamo, Krug Rosè. Ai saluti finali il colpo a sorpresa, Krug Collection brut 1982, ma di questi profumi e sapori ne leggerete solo tra qualche giorno, rimanete sintonizzati!!

Gete di Tramonti, il Tintore di Gigino Reale

12 marzo 2010 by

“Mitico volto di un’essenza divina, nobile pianta, tutore della memoria, con i suoi lunghi tralci e gli alti festoni ricama le arcaiche trame del tempo”.

Basterebbero queste poche parole per descrivere la particolare suggestione che si prova una volta giunti in questo pezzo di terra strappato letteralmente alla montagna, intriso di vigne centenarie che rincorrono se stesse in un vortice a raggiera senza soluzione di continuità; Ho provato, con l’amico Gerardo Vernazzaro a seguirne qualcuno di questi tralci, ai primi quattro-cinque metri ci siamo fermati, e guardandoci negli occhi, con la pioggia battente sul viso, avremmo potuto pure piangere di sano stupore, nessuno dei convenuti se ne sarebbe accorto, ed invece abbiamo riso, come dei bambini irrequieti, di fronte ad una scoperta eccezionale, un museo antropologico della viticoltura, vivo, con in seno tutto ed il contrario di tutte le regole imposte dalla moderna vitienologia: qui termini come sesti d’impianto, densità dei ceppi e varie forme di allevamento sono del tutto fuori dall’ordinario!

Così affacciato dal muretto della statale per Gete sono rimasto rapito dal paesaggio: alla mia sinistra, poco sotto la sottile nebbiolina all’orizzonte, il mare di Amalfi, e qui di fronte, lungo tutto il costone che gira intorno sino ai boschi del valico di Chiunzi i pochi ettari di vigna abbarbicati sui pendii scoscesi assoggettati solo all’imponenza della montagna ed al corso del tempo: che spettacolo, da mozzare il fiato!

Il borgo di Gete è una piccola frazione di Tramonti, qui la famiglia Reale è storicamente conosciuta per l’Osteria omonima e per il forte legame che da diverse generazioni li lega alla terra ed alla viticoltura in particolare. Nasce così dopo anni di sperimentazione, che in verità possiamo sintetizzare nella storica mescita in Osteria, la formale valorizzazione della propria produzione, in particolare del Tintore, una varietà tipicamente locale, che possiede tratti caratteriali davvero unici: i grappoli sono generalmente conici e spargoli, propongono quindi pochi acini ma godono di una buona maturazione, favoriti certamente all’ottimo microclima capace di farli resistere per lungo tempo sulle piante senza nemmeno il pericolo di essere attaccati da muffe o che altro, addirittura sino ai primi di novembre, quando avviene generalmente la vendemmia.

Il vino che ne viene fuori è senza ombra di dubbio un esempio di biodiversità estremamente interessante e la cosa più sorprendente è che nonostante i pochi ettari dell’areale e solo quattro interpreti al momento (Apicella, Reale, Monte di Grazia e Tenuta San Francesco) quest’uva è già capace di esprimere vini con livelli di complessità ed unicità sorprendenti, conservandone, quasi gelosamente, in ognuna di queste interpretazioni, una spina dorsale di tal pregio comune a pochissimi altri vini rossi in Campania.

Questa la piacevole verticale storica organizzata per noi da Gigino Reale e suo fratello nella calda ed accogliente sala dell’Osteria Reale. Il Tintore Borgo di Gete nasce dalle vigne “Cardamone” e “Diana” piantate proprio a ridosso della borgata di Gete di Tramonti; Sono ceppi risalenti agli inizi del secolo scorso, piantati quindi tra il 1920 e il 1929, su piede franco e con esposizione ovest, nord-ovest. La vendemmia è generalmente svolta ai primi di novembre, il vino dopo una macerazione più o meno di quindici giorni in acciaio trascorre circa 18 mesi in botti di rovere ed almeno un anno in bottiglia prima della commercializzazione. Tutte le bottiglie sono state aperte a tempo debito, il 2008 invece è un campione prelevato dalla botte, il 2009 dalla vasca.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete  2005 Il colore è rubino con sfumature violacee, senza dubbio poco trasparente, indice di una buona materia estrattiva. Il naso è subito terziario, quindi caratterizzato da sentori che si sono sviluppati in bottiglia nel tempo limando i tratti caratteriali del varietale, pur non snaturandone l’imprinting. E’ intenso e complesso, subito speziato, tostato, etereo, vengono fuori uno dietro l’altro pepe nero macinato, caffè, corteccia. In bocca è secco, l’impatto gustativo rimane importante anche se di frutto, in senso stretto, ne rimane ben poco: è secco, con una acidità un tantino eccessiva e spinta anche da un tannino un po’ sovrastante, ne soffre la sapidità e l’equilibrio di bocca. Su piatti molto grassi o con notevoli succulenze.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2006 Il colore è senza soluzione di continuità, rubino netto, bello vivo, il vino è concentrato e scorre nel bicchiere con una precisa densità. Il naso è estremamente pulito, in prima battuta non si offre particolarmente complesso, ma la bellezza del tintore, carpita dagli assaggi comparati di oggi, sembra essere proprio quella di celare il proprio ventaglio olfattivo a chi non lo sa aspettare. Dapprima fruttato, polposo, sentori di piccoli frutti rossi e neri, mora, susina, poi di nuovo l’elegante speziato, più fine del precedente, sottile e persistente, che lascia di volta in volta il primo piano anche a frutta secca e sentori balsamici. In bocca è intenso, un vino deciso, strutturato, maturo, estremamente godibile; Il tannino pare risoluto, il nerbo acido è alla mercè della carica glicerica e se ne giova la beva, un vino ossuto ma voluttuoso, una vera goduria di vista, olfatto, gusto. Sul piccione, trovandone a proprio piacimento la variazione sul tema!

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2007 Dal colore rosso rubino, qui molto concentrato, come l’inchiostro, praticamente intransigente alla trasparenza. Il naso è spiazzante, probabilmente ad effetto dell’annata decisamente più calda delle precedenti: è subito dolce, maturo, iodato. Appena dopo un soffio di ciliegia, vengono fuori in prima battuta note salmastre di cappero salato, poi sfumature balsamiche, liquerizia e ancora caramello, non senza la nota pepata, onnipresente. In bocca è secco, l’impatto gustativo è importante, del tintore tutto si può dire tranne che generi vini esili e beverini, e nel vino dei Reale la consistenza sembra essere una costante imperdibile. Anche qui il tannino è ben integrato ad un frutto polposo costantemente in primo piano per tutta la degustazione, la beva è sostenibilissima, accattivante e lascia il palato costantemente rinfrancato.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2008 Il colore viola è da manuale ma possiede una franchezza stupefacente, appare scontata come battuta, ma vi si potrebbe davvero dipingere una tela intingendovi il pennello nel bicchiere. Il naso è intensissimo e complesso, giocato tutto su sentori floreali e di piccoli frutti neri e rossi appena premuti: appena dopo una nitida sensazione di vinosità vengono fuori rosa rossa e viola, poi ribes, mirtillo, mora e senza farsi attendere oltre, il pepe in grani: note fittissime e deliziose. In bocca è secco, piuttosto caldo, decisamente lungo, intrattiene il palato con una trama gustativa appetibile e sostenibile. Buona la freschezza, l’acidità pare non potersi esprimere oltremodo che giustamente fusa al tannino e all’alcol. Qui riconosco la mano di Fortunato Sebastiano, e forse posso anche tranquillamente ammettere che è il vino che più mi ha impressionato in questa batteria, per la prontezza di beva ma anche per il carattere decisamente superiore ai millesimi precedenti, nonostante il 2006 non mi sia certo indifferente.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2009 Difficile trarre un profilo degustativo di un vino del genere in questa fase, ancora in vasca e con tanta strada ancora da fare verso la sua stabilizzazione. Il colore è il timbro del varietale, particolarmente consistente, il naso è freschissimo di polpa, propone ancora tracce di frutta macerata, quasi spiritoso. In bocca è tangibile una certa integrità di frutto e di consistenza acido-tannica, sicuramente una buona materia prima, un punto di partenza inossidabile per un vino senza ombra di dubbio da tenere nella più alta considerazione tra quelli della nostra meravigliosa Campania.

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Tramonti, Monte di Grazia Rosato 2009

11 marzo 2010 by

Diciamoci la verità, non abbiamo scelto la giornata perfetta per venire a scoprire Tramonti! La suggestione però era tanta, la voglia di venire a camminare queste vigne ultracentenarie incommensurabile; Le continue telefonate con Gerardo Vernazzaro per tastare il polso della situazione potevano far tranquillamente presagire un appuntamento mancato, ed invece no, ne è venuta fuori una giornata memorabile, e non solo per le “quintalate” di vento, freddo e pioggia che ci siamo beccati, ma per lo scenario fantastico in cui ci siamo immersi, per le persone che abbiamo incrociato, per i luoghi che abbiamo camminato e non di meno per i vini, alcuni superlativi, che abbiamo assaggiato.

Monte di Grazia è il piccolo eremo di Alfonso Arpino, medico condotto di Tramonti che ha trovato in questo piccolo casale la chiave di volta della sua vita futura, la profusione dell’amore per la sua terra ripagata dai frutti che essa genera e gli offre di anno in anno, con le stesse viti centenarie che ha avuto il coraggio di preservare invece che estirpare, come i primi enotecnici a cui chiese consulenza nel 2000, gli consigliarono. E’ persona dotta, nei suoi occhi la semplicità disarmante di chi sa ascoltare, nelle sue parole il linguaggio breve di chi ha conoscenza e la sa confrontare, Alfonso Arpino sa aspettare. E’ stato così che ha incontrato Gerardo Vernazzaro e l’ha convinto a seguirlo a Tramonti. Gerardo, per chi lo conosce, non ha freni, è un giovane metropolitano, dinamico, è tecnico preparato e curioso, quando non è assorbito totalmente dal lavoro tra vigne e vasche in Cantina Astroni – suo il grande merito per la crescita qualitativa dei vini negli ultimi anni, assolutamente indiscutibile, anche dai soloni dal curriculum lungo dalla testa ai piedi – è in viaggio tra le pergole in Trentino o immerso nei filari a Guyot del Collio (“i migliori bianchi d’Italia si fanno qui, ed io aggia capì”, mi ripete continuamente).

Così un giorno Alfonso si presenta da lui in cantina, gli porta un paio di bottiglie di tintore e gli chiede un giudizio. Dopo qualche settimana si risentono, l’enologo è rimasto incuriosito dai vini bevuti ma ammette di non essere preparato sul varietale per potergli indicare la retta via; Il dottore non fa una grinza, lo ringrazia, ma lo invita, prima di rinunciare del tutto, ad andarlo a trovare a Tramonti, a camminare con lui la vigna di Madonna del Carmine: “Non esistono parole per descrivere quel momento, è come se avessero offerto ad un bambino la possibilità di giocare all’infinito con il suo giocattolo preferito, mi lacrimavano gli occhi dalla gioia di ciò che vedevo”. Così pare quadrare il cerchio, la musicalità melodica, soave, solo a tratti ondeggiante, del progetto del dottore Arpino si arricchisce di quel carattere necessario, di quel jingle fondamentale per raggiungere una orecchiabilità maggiore, che tradotto in vino è vivacità espressiva, in costante crescita, che soprattutto nel Monte di Grazia rosso (di cui racconterò a breve) è quasi danzante negli ultimi millesimi, 2008 e 2009 in particolare.

Il Rosato 2009 invece è l’arma dolcemente letale per rimanere poi rapiti dalla profonda mineralità del bianco e dalla croccantezza del rosso di cui sopra. Nasce da uve tintore e solo in piccola parte con aggiunta di piedirosso e o’muscio; Quest’ultima è una varietà tipica locale a bacca rossa, di profilo molto tenue, dalla buccia praticamente inconsistente e capace di gradazioni alcoliche molto limitate, viene utilizzata, storicamente, soprattutto per stemperare la veemenza acido-tannica del tintore, e nel caso di questo rosato, ci riesce davvero alla grande. Il primo naso è fragrante di fiori e piccoli frutti, quando si racconta dei sentori di rosa canina e lampone si potrebbe pensare, in futuro, a questo vino per insegnarne gli archetipi. Non lascia scampo anche in questa versione molto light la sottile nota pepata caratterizzante l’uva rossa di Tramonti, viene fuori però in maniera molto elegante, a latere di un bouquet affascinantissimo, solo dopo un’attenta ossigenazione; I bocca è secco, piacevolmente caldo, i 13 gradi (e venti) sono perfettamente in equilibrio con la trama acida, palato finemente minerale, corroborante e rinfrancante, per tutta la beva, sulla fine della quale ritorna una nota di frutto estremamente gradevole e persistente.

Ecco cosa cerco quando, lo ammetto, solo di rado, ho voglia di bere un rosato, ecco però cosa consiglierei di non far mancare mai in cantina per conquistare l’avventore di turno voglioso di semplicità ma con fascino, per colpirlo magari nell’immaginario raccontandogli di una terra, un uva e persone straordinarie proponendogli un vino delizioso del quale, statene certi, non potrà che conservare un ottimo ricordo. Provate ad immaginarlo anche sul più semplice dei piatti di Alfonso Caputo della Taverna del Capitano seduti in veranda sul mare di Marina del Cantone, siamo forse troppo campanilisti?

Questo vino è il nostro vino rosato dell’anno.

Tramonti, suggestioni invernali… a primavera!

10 marzo 2010 by

Nonna Lucia, madre di Luigi (co-fondatore con Gaetano Bove di Tenuta San Francesco) intenta con la raccolta della Pepella, una delle tante donne della vigna a cui si deve forse la conservazione della viticoltura qui a Tramonti. Sino a pochissimi anni fa da qui si partiva per emigrare per mete più fortunate, spesso oltreoceano, e difficilmente si ritornava. Ecco che la vigna come gli allevamenti di bovini divenivano lavoro per le donne e gli anziani in particolare, molto restii a lasciare la loro terra di origine. (foto di Gaetano Bove)

Arriviamo con la nebbiolina e con una incessante pioggia, sarà così per tutta la giornata. Un tempaccio però che nulla toglie alla suggestione di un territorio straordinario come quello di Tramonti, ed alla bontà delle persone che poi abbiamo incontrato.

Località Madonna del Carmine, uno dei tralci ultracentenari di tintore nella vigna di Alfonso Arpino, Monte di Grazia. E’ incredibile la sostanza di un ceppo che in qualsiasi altro posto del mondo avrebbero estirpato da tempo, non qui, non dove sono patrimonio storico inestimabile.

Gete. Veduta dai filari della famiglia Reale, anche qui abbiamo incontrato persone di grande disponibilità, e bevuto il rosso Borgo di Gete di Gigino Reale, un grande vino, dal valore simbolico e dal grande fascino gustolfattivo. L’impegno comune è quello di ritornare a primavera inoltrata per pranzare all’Osteria, che ci dicono avere una cucina di grande qualità.

A Tramonti sotto l’acqua e col vento…in faccia!

10 marzo 2010 by

Metti un giorno a Tramonti, alcuni Amici di Bevute a camminar le vigne, a caccia di tintore. Non pensate però di ritrovarvi col solleone e con la sottile brezza della vicina Costiera Amalfitana a rinfrescarvi dal caldo: abbiamo preso tanta di quell’acqua e di quel freddo che nemmeno il capitano Findus se li può sognare!

Valichiamo il passo di Chiunzi in perfetto orario, sono circa le dieci e mezzo quando ci incontriamo a Tramonti; Lungo il viaggio, in macchina, con l’enologo Gerardo Vernazzaro abbiamo cercato di fare il punto della situazione, un preambolo necessario a prepararci all’incontro con un luogo e con dei vini necessariamente da vivere e bere qui per rendersi conto pienamente del valore e del significato che portano dentro di loro. Arriviamo a Tenuta San Francesco verso le undici, ci accoglie Gaetano Bove, inizia a piovere a dirotto, si alza un vento freddo, gelido e ficcante, ci spostiamo nella piccola cantina dove il mentore del Per Eva ci racconta la sua storia, la sua vocazione fortemente motivata da origini indelebili e del progetto dell’azienda che senza dubbio sarà in futuro il passpartout per far arrivare Tramonti ed i suoi vini in tutto il mondo. Riusciamo, dato i tempi strettissimi, a “sentire” solo due vini curati dall’enologo Carmine Valentino, che nel frattempo ci ha raggiunti nella piccola bottaia. E’ Iss 2007, tintore in purezza che uscirà però sul mercato solo dopo l’estate ed il 4 spine 2007. Non possiamo, ahinoi, accettare l’invito di Gaetano a rimanere a pranzo, ci aspetta di lì a pochi minuti, Gigino Reale a Gete.

Arriviamo così all’Osteria Reale, Luigi detto Gigino ci aspetta con il fratello nell’accogliente sala del ristorante di famiglia preparata per l’occasione per intrattenerci (finalmente al caldo) per la verticale del suo tintore, fuori continua a piovere, a tratti a neve, ed il freddo è ancora più incisivo data l’altitudine. Il senso dell’ospitalità che amano profondere certe persone è impagabile, come il senso di un vino, il Borgo di Gete che è un patrimonio affettivo prima che storico di uno dei luoghi più suggestivi della Costa d’Amalfi.

Così lo abbiamo inteso condividendolo con due persone eccezionali, e Gigino in particolare ci è apparso una di quelle persone che non smetteresti mai di invitare a casa tua, tale è la sua spontaneità, tale la sua capacità di interazione che da Tramonti e dal tintore ci siamo ritrovati all’improvviso persi tra Silvia Imparato, i giornalisti e finti tali e le poche regole che non debbono mai mancare nei rapporti umani, tra cui il rispetto delle persone innanzitutto. Così tra l’ottima mineralità dell’Aliseo e l’occhietto ammiccante del Cardamone ci siamo deliziati con tutte le annate dal 2005 al 2009 del Borgo di Gete, tracciando una prima linea caratteriale, a dir poco sorprendente, di questo intrigante vitigno autoctono di Tramonti tutto da scoprire.

Abbiamo certamente sforato con i tempi, ma poco importa, ci lasciamo Gete alle nostre spalle e ritorniamo giù per andare a dare una occhiata alla cantina Monte di Grazia di Alfonso Arpino, lungo la strada una sosta, doverosa, al vigneto “Madonna del Carmine” dove è letteralmente “da lacrime” ammirare le decine di viti ultracentenarie di tintore che s’intrecciano a raggiera a disegnare un paesaggio fantastico, certamente fuori da ogni regola vitivinicola sostenibile e fuori da ogni esperienza-ricordo vissuti sino ad oggi. Continua a piovere a dirotto, continua a fare un freddo tagliente, sembra quasi che il tempo ci metta alla prova. Risalire però quest’altro lembo di costone ci lascia ammirare una cartolina di una suggestione unica, adesso la vista sull’areale è praticamente assoluta, l’acqua ha reso incredibilmente splendente il verde delle colture di sovescio che riluccicano ai piedi dei grossi tralci di vite che disegnano traiettorie apparentemente senza mete ma che invece consegnano un colpo d’occhio, geometrico, folgorante, inimmaginabile.

Vorrei poter conferire con il sindaco di Tramonti per lasciargli capire, se ce ne fosse mai bisogno, dell’inestimabile patrimonio che si ritrova tra le mani la sua comunità e sensibilizzarlo invece, urgentemente, anche costringendolo in qualche modo, a rimuovere l’ammasso di ferraglie (materiale di risulta, auto dismesse, baracche) che fanno da sfondo, ahimè, a tutto questo bel vedere. In cantina Gerardo Vernazzaro, con cui abbiamo messo su questo appuntamento, ci lascia assaggiare l’ultima vendemmia dei vini di Alfonso, dapprima il freschissimo Monte di Grazia bianco, poi il delizioso rosato ed infine il tintore, davvero impressionante in questa fase il colore inchiostro, il naso variegato e l’imprinting gustativo semplicemente superbo.

Ci spostiamo poi a casa degli Arpino, nel centro storico di Tramonti dove ci attende la signora Anna, col focolare acceso ed alcune prelibatezze che però mangeremo solo dopo la storica verticale di Monte di Grazia rosso, dalla primissima annata 2003 sino all’ultima già in bottiglia, il 2008, che avrà però ancora un paio di anni da maturare prima di vedere la via del mercato. Tutto questo però è un’altra storia, che riprenderò a breve.

Un ringraziamento agli Amici di Bevute che ci hanno seguito, con Gerardo Vernazzaro, in questa bella avventura piovosa, fredda ma forse proprio per questo particolarmente suggestiva, unica nel suo genere (speriamo!). Un ringraziamento infinito a Gaetano Bove e alla sua famiglia, al grande Gigino Reale (!) e al dott. Alfonso Arpino, la moglie Anna e la figlia Olivia: certe volte riusciamo ad essere molto rumorosi, ma solo con le persone che stimiamo particolarmente!

Tramonti, Amici di Bevute a caccia di Tintore

6 marzo 2010 by

Amici di Bevute

professional

Martedì 9 Marzo, ore 9,30

una giornata a Tramonti a caccia di Tintore

Con gli amici Gerardo Vernazzaro e François Di Domenico abbiamo pensato ed organizzato questa giornata evento dedicata gli amici sommeliers di alcuni tra i più prestigiosi ristoranti della Campania, a caccia di Tintore (e dei vini bianchi) di alcune delle più piccole realtà vitivinicole della Costa d’Amalfi più alta, da promuovere e comunicare con maggiore cognizione di causa anche (soprattutto) in quei luoghi, spesso vetrine internazionali, dove questi vini alcune volte possono soffrire di poca visibilità anche per le sole questioni legate alla loro pronta reperibilità. 

E per questo che abbiamo chiesto a Gaetano Bove dell’azienda agricola San Francesco, Alfonso Arpino dell’azienda agricola Monte di Grazia  e Luigi Reale dell’azienda omonima situata nel fascinoso Borgo di Gete, di aprirci le porte delle loro cantine e farci assaggiare i nettari prelibati di questo piccolo lembo di terra letteralmente strappato alla montagna dove si coltiva una viticoltura a dir poco eroica.

L’evento è completamente gratuito, per chi ancora volesse accreditarsi (solo sommelier professionisti) può farlo inviandoci una mail a larcante@libero.it con nome, cognome e luogo dove si presta la propria professione. Muoveremo con mezzi propri, seguirà nel primo pomeriggio, per chi lo volesse, pranzo informale all’Osteria Reale di Tramonti. 

Comucare il vino, con tutto l’amore possibile! Conoscendo, si può.

Angelo Di Costanzo

Bar-sur-Seine, Champagne cuvée “D” Devaux

5 marzo 2010 by

Da buon napoletano, a sentir parlar di vedove non può che farmi rabbrividire. Da discreto sommelier (così dicono) però, mi sono abituato al tema, non fosse altro che per certe straordinarie bottiglie della più famosa delle vedove del vino, la prestigiosa Grande Dame Cliquot-Ponsardin, che negli anni mi sono passate tra le mani. A quanto pare però le veuves nel mondo del vino, dello champagne in questo caso, sembrano continuare a mietere successi, allegramente, ottenendo spesso, come appare, anche risultati eccezionali.

Nel 2006, quando ho incontrato per la prima volta questa etichetta sulla mia strada ero molto scettico, è già difficile scardinare le mie convinzioni in materia di bollicine d’autore, figuriamoci poi con uno champagne, misconosciuto com’era, e mai sentito prima di allora; Ma il fascino della scoperta e del confronto hanno sempre un certo peso nel convincermi all’approccio con un vino, così dopo un giusto tempo di meditazione mi sono avvinghiato alla flute, piuttosto assetato, scoprendo, devo ammetterlo, una piacevole sorpresa. L’occasione in verità era delle più propizie, un pranzo (in)formale domenicale alla tavola di Sud dove “les patronnes” Marianna Vitale e Pino Esposito mi hanno concesso l’opportunità di portarmene un paio di boccie da condividere con i miei ospiti. Ebbene, la Cuvée “D” si è rivelato un gran bel vino, uno Champagne davvero degno di nota e senz’altro meritevole di essere annoverato tra le più piacevoli delle esperienze “brillanti” di questo inizio anno.  

Un colore splendente, giallo oro vivace, dalle bollicine fini ed intensamente persitenti; All’olfatto, il primo naso si è dapprima offerto su note di lievito e di crosta di pane, poi aprendosi ci ha regalato sensazioni estrememente eleganti e gradevoli di agrumi, frutta secca, nocciola, polvere di caffè. Un ventaglio olfattivo eccitante e costantemente persistente, sublime, di qualità decisamente superiore.
In bocca un soffio di freschezza, si apre secco, abbastanza caldo, a tratti citrino prima di congedarsi con una vena decisamente cremosa, avvolgente, finissima, quasi vellutata, chiudendo con una piacevolissima sapidità. E’ uno champagne importante, esaltato da piatti altrettanto importanti, giocati su ingredienti di sostanza ma proposti con grande equilibrio e leggerezza: l’abbiamo sorseggiato, in sequenza, con Polpo e Polpessa croccanti su insalata di puntarelle (!), poi sulla cheese cake di baccalà (già divenuto un classico) ed infine sulle succulenti linguine con porri e salsiccia pezzente (da non perdere!). Marianna non poteva che deliziarci, proponendoci, tra gli altri, alcuni dei suoi ultimi piatti, ma la signora vedova Devaux non poteva rallegrarci con meglio!

Note: la Cuvée “D” di Devaux è uno Champagne prodotto con Uve Pinot Noir al 65% e Chardonnay per il restante 35% e mai “sboccato” prima dei 5 anni prima della commercializzazione. E’ Distribuito in Italia da MG-Villa Sandi, costa, in enoteca, sui 60 euro.

Chiacchiere distintive, Francesco De Franco

4 marzo 2010 by

Pozzuoli, Abraxas, ore ventuno in punto. Aspettiamo seduti nella piccola e calda veranda che affaccia sul giardino, di lì a pochi metri, oltre la staccionata, a perdita d’occhio la veduta sul lago d’Averno e sul monte Barbaro; Le luci della sera uniformano il panorama e disegnano una visuale in chiaroscuro particolarmente affascinante, suggestiva, evocativa, niente a che vedere con lo scempio urbanistico, lampante alla luce del sole, avviato e lasciato declinare a più non posso negli ultimi trent’anni da amministratori biechi e strafottenti, e senza praticamente fine.

Francesco De Franco è un giovane calabrese, architetto, che con la moglie Laura, friulana ed operatrice culturale hanno deciso di mettersi tutto alle spalle per ripartire da zero, dalla madre terra e dai sogni di entrambi, in una parola, riscoprire la lentezza, quel moto naturale della vita vistosi negli ultimi anni sopraffatto da ritmi, assolutamente inconciliabili, della moderna ricerca del tutto e subito. L’inizio di tutto è l’origine, così nelle origini (in questo caso di lui) hanno creduto di ritornare e ripartire,  scoprendosi vignaioli, si spera ‘A Vita!  

Giovane, architetto affermato, in giro per luoghi così suggestivi e notoriamente vivibilissimi come Firenze, Padova, San Marino: perché si decide di ritornare a Cirò, a fare vino? Quello che per molti è apparso così controcorrente per me, per noi, è stato banalmente semplice. Quando si parla delle radici, spesso si tende a semplificare un concetto certamente complesso e profondo, oppure all’opposto, lo si banalizza riducendolo al senso di incapacità, riferito spesso a noi italiani, del sud in particolare, di essere cittadino del mondo. Beh, io cittadino del mondo ci sono stato, ho viaggiato molto, ho vissuto per tanti anni in giro, e ti posso assicurare che non c’è più bel posto che la propria terra, sentirsi cioè cittadino, del mondo, a casa propria.

Bene, ma qual è stata la molla che ti ha fatto scegliere di tornare a casa piuttosto che continuare la tua vita? Ci sono due aspetti: uno più concettuale che è la ricerca della lentezza, di una vita con ritmi più in armonia con la natura. Ho riflettuto molto sul concetto di tempo partendo dai testi sulla cronofagia della società industriale del Prof. Ilio Adorisio, illustre cirotano docente alla Sapienza di Roma, purtroppo scomparso precocemente. Ho sempre dato molto peso ai rapporti umani e sono arrivato alla convinzione che la lentezza sia l’unico modo per potersi godere gli amici e la vita.

Il secondo aspetto, più viscerale, è l’attaccamento a questa terra che ti porta ad esserci sempre anche quando ti allontani per molto tempo. Una sorta di marchio che ti segna per sempre, una condizione dell’anima. Non è solo la mia storia ma di molta gente emigrata. Ho vissuto a Firenze, S. Marino e Padova ma sono sempre tornato per organizzare eventi artistici e culturali per promuovere le tradizioni locali e la tutela ambientale.

Cirò, il vino. Per molti è stato il vino-ricordo delle vacanze in Calabria, per contro per alcuni un grande business, per i guru del vino italiano, negli ultimi vent’anni la promessa mancata dell’enologia del sud. Tu ci credi molto, perché? Perché è la mia vita, il vino della mia famiglia, della mia terra, della mia infanzia. Ho creduto opportuno riportare in auge una tradizione che ci portiamo dentro da sempre; Quando ho iniziato avevo paura di dover fare interventi drastici e di non essere compreso, ma  così non è stato, addirittura ho quasi rimpianto di alcuni interventi di espianto che sono stati eseguiti in vigna prima del mio avvento. Poi non è mica vero che in passato si è lavorato male, o almeno non sempre, per quanto mi riguarda ho conosciuto tanti vecchi vignaioli, contadini che sanno bene come lavorare in vigna. Sono convinto che c’è tanto da fare, ma soprattutto sul cambiare la mentalità, l’approccio sociale e culturale, il modo di intendere il nostro vino e la nostra terra.

Qual è il tuo idealtipo di Cirò, esistono esempi precedenti a cui ti rifai? Il mio idealtipo non è riferito ad un unico Cirò ma ad una molteplicità di Cirò che deriva dalle diversità che caratterizzano il territorio Cirotano. All’interno della zona DOC esistono le colline argillose marnose che fiancheggiano la valle del Lipuda con esposizione nord e sud, i terrazzi che dominano Punta Alice costituite da terre rosse, le pianure costiere affacciate direttamente sul mare, insomma condizioni microclimatiche e pedologiche che possono produrre Cirò molto diversi. In definitiva perseguo la cultura del cru nel rispetto comunque delle caratteristiche varietali del Gaglioppo.

Cosa pensi del tentativo messo in campo qualche tempo fa di cambiare la denominazione? Sono contrario alla modifica del disciplinare per come è stata proposta. Al riguardo la mia posizione è stata molto chiara, riportata sul nostro blog ed esposta pubblicamente nell’assemblea del consorzio e in alcune riunioni preliminari. Non sono un amante dei disciplinari, penso che musealizzino una realtà che è comunque in continua evoluzione, in linea di principio quindi non rigetto a priori possibili modifiche al disciplinare vigente. Per me l’aspetto culturale è prioritario e riguarda sostanzialmente la nostra identità di calabresi e cirotani. Solo l’idea che si possano utilizzare varietà non calabresi o addirittura internazionali è assurda, aberrante e poco rispettosa della storia e dell’identità di tutto il territorio cirotano, senza considerare poi i risvolti negativi rispetto agli aspetti tecnici e di mercato.

In passato, nelle nostre vigne, oltre al Gaglioppo esistevano varietà locali (Greco Nero, Lacrima, Mparinata, Malvasia nera), quantitativamente minoritarie, che davano maggior complessità al Cirò e sopperivano in parte alle problematiche legate al colore del Gaglioppo. Un modello questo facilmente applicabile e coerente con la nostra storia viticola. Secondo me è stata un’occasione persa, si poteva puntare molto più in alto e pensare alla richiesta della DOCG, prevedendo una riduzione significativa delle rese per ettaro, l’esclusione dei vigneti di fondovalle posti su terreni alluvionali e la possibilità di utilizzare in piccola percentuale altre varietà locali. Tutto questo avrebbe portato un sicuro e proficuo ritorno per l’immagine e la qualità del Cirò.

Mi dici della bravura di alcuni contadini che hai conosciuto una volta tornato in Calabria, ma i giovani calabresi, oltre la tua esperienza, intravedono nell’agricoltura un futuro possibile? Siamo in un momento cruciale, molti anziani lasceranno la vigna senza un ricambio generazionale e c’è il pericolo che si perdano molte conoscenze sulla nostra viticoltura. Quasi tutte le famiglie posseggono un vigneto ed esiste nel cirotano una cultura viticola, un saper fare legato alla viticoltura che rappresenta un vero e proprio patrimonio culturale che ci caratterizza rispetto al resto della Calabria. Negli ultimi anni a Cirò sono nate molte cantine di giovani viticoltori. La vendita delle uve non è più remunerativa e l’unica prospettiva possibile per la sostenibilità della viticoltura cirotana è quella della trasformazione del prodotto. Secondo me la via da seguire per noi piccoli produttori è quella di proporre vini con personalità che raccontino la propria storia, senza imitare i modelli industriali delle grandi cantine storiche del cirotano.

C’è chi dice che i vini biologici non esistono, non si possono fare, tu cosa ne pensi?Il vino biologico esiste se il vino è fatto in vigna piuttosto che in cantina. Questo è il presupposto principale. Come ti ho già detto non sono amante dei disciplinari e delle certificazioni. Fare viticoltura biologica e vino da uve biologiche significa per me avere un atteggiamento mentale e culturale che supera i dettami dei disciplinari. Quindi possiamo anche essere certificati, ma se nel nostro agire quotidiano di viticoltori, non abbiamo un atteggiamento critico e responsabile verso l’ambiente, per me non si fa viticoltura biologica. Anche in cantina, indipendentemente dai disciplinari, si deve avere un rispetto verso la materia prima. Non si può pensare di poter smontare e rimontare un vino per raggiungere determinati parametri analitici-sensoriali e poi applicare il bollino biologico.

E la biodinamica, qual è il tuo pensiero in merito? Sono due anni che seguo corsi di biodinamica tenuti da Agribio a Cissone in Piemonte ed ho avuto modo di conoscere le esperienze di uomini e donne che da tempo praticano la biodinamica in vigna. Appena c’è un corso interessante salgo sul treno a Cirò e 14 ore dopo sono ad Asti.

Della biodinamica mi interessa molto la visione olistica del “sistema vigneto”, inteso come un unico e complesso organismo vivente che considera il suolo, le piante e l’ambiente circostante in connessione con il resto dell’universo. Non sono interessato ad applicare una “ricetta biodinamica”, al momento cerco di acquisire una sensibilità per ascoltare questo sistema complesso. Non utilizzo i preparati biodinamici ma il mio atteggiamento e la mia pratica agricola sono cambiati da quando ho approfondito la conoscenza della biodinamica.

Il sud soffre atavicamente di debolezza nel fare sistema, come siete messi lì a Cirò? Male, veramente male. C’è molta amarezza quando ragiono su questo aspetto. Ognuno di noi grande o piccolo che sia, viticoltore o produttore di vino lavora tantissimo e cerca di dare il massimo, ma va solitario per la sua strada con una dispersione di energie enorme. Prova ne è la mancanza di cantine cooperative di piccoli viticoltori o il fatto che il maggior produttore di Cirò è fuori dal consorzio di tutela. Come hai giustamente evidenziato nella domanda, è una situazione atavica che dipende da un limite culturale generale e non dall’azione dei singoli. Penso che nessuno abbia una ricetta pronta per risolvere il problema, ma un primo passo potrebbe essere quello di prendere atto di questo nostro limite piuttosto che scaricare le responsabilità verso l’esterno. Da qui può iniziare un percorso che può essere vantaggioso per tutti.

Ringrazio Francesco per la bella chiacchierata, ho conosciuto una gran bella persona. Ho già avuto modo di esprimermi a riguardo del suo Cirò rosso Superiore ‘A Vita, aspetto con attenzione di riassaggiarlo tra qualche tempo per trovare conferme, ma soprattutto sono curioso di bere l’altro suo vino, il Cirò riserva, che però uscirà il prossimo anno. Tutto arriva a chi sa aspettare!

Chiacchiere distintive: Federica Amicone, x-factor e tanto pedalare (ma tanto per davvero)!

2 marzo 2010 by

Strade infinite, illuminate a giorno, neon intermittenti incandescenti, coloratissimi. Vetrine tirate a lucido quasi a non notarne le traprarenze, borse a tracollo, griffatissime, dell’ultima collezione. Prime attrici lastricate di phard e rimmel, tronisti apparecchiati per il macello e trame idiote almeno tanto quanto i 7 euro spesi per entrare a vedere tutto sto fumo per gli occhi. E’ solo un flashback dei tanti film che abbiamo ingoiato tutto d’un fiato, scenografie fatte di cartone e lustrini e pagliettes buoni giusto per un’ora e un quarto, il tempo medio di finire, lentamente, il cappello ricolmo di popcorn, la coca-cola tirata su con la cannuccia e i sogni di successo di qualcuno. E invece, c’è ancora qualcuno che sa di dover pedalare, a lungo, molto, per realizzare il suo di sogno, fatto di pura normalità, di semplice serenità, possibilmente in campagna, specie se tra le vigne. Correndo lo insegue, se l’è visto quasi scippare di mano, l’ha ripreso per i capelli, non acciuffato del tutto, ma ne riesce ancora a sentire la presenza, lo nutre, ci passa del tempo a forgiarlo, aspettando e pedalando (tanto), non una lamentela.

Federica Amicone è una giovane romana di trent’anni, enologa ed integrata con piene responsabilità nello staff AntinoriCastello della Sala (dove coadiuva il direttore in loco Massimiliano Pasquini) e a La Braccesca; Merita questo spazio perchè credo che giovani professioniste come lei abbiano qualcosa da raccontare, e non solo il proprio ruolo, se vogliamo ancora marginale ma certamente di prestigio, lavorando in una delle aziende più rinomate al mondo e con a capo Renzo Cotarella, ma l’esperienza, il duro lavoro che l’hanno portata negli ultimi 6 anni a girare praticamente l’Italia intera di azienda in azienda, di laboratorio in laboratorio, a farsi le ossa sul campo, per capire, comprendere tutte le sfumature che ogni terreno, uva, microclima può caratterizzare questa o quall’uva e questa o quell’azienda.

Giovane trentenne, loquace, romana: penso al Grande Fratello e all’Isola dei Famosi mentre tu ti strappi i capelli nel silenzio assordante di Castello della Sala; Ma che ci fai qui? Sinceramente avendo saputo che arrivavano 6 clienti professionisti da Capri mi aspettavo dei fighetti neri di lampada, visto che siamo a Febbraio, col mento alto e tutti un po così, frù frù…

Ok, l’approccio è giusto, ma come ci sei finita qui? E’ il mio lavoro, la mia passione, spero il mio futuro. Se vuoi avere un rapporto viscerale con la terra ci devi stare con i piedi ben piantati dentro, non puoi accontentarti della gita fuoriporta o del week-end in agriturismo. Ho sempre avuto un forte legame con la natura e con l’agricoltura in particolare. Ho avuto modo di conoscere i Cotarella studiando gli ultimi anni di enologia a Viterbo dove era distaccata la facoltà diVelletri. Da allora non li ho più mollati.

Subito il meglio si direbbe? Certo che sì, ma è stato solo l’inizio di un grande viaggio, grazie a loro ho potuto scoprire e conoscere realtà importanti e vivere tutte esperienze di spessore: prima Falesco dove ho mosso i primi passi, poi ho rincorso il sole per molti mesi, in Sicilia dai Rallo di Donnafugata, poi in Campania, ad Avellino dai Feudi di San Gregorio, in Puglia prima a Tormaresca e poi a Coppadoro.

Cavolo, enologa con la valigia. Di solito di un calciatore che cambia tante squadre nella sua carriera o si dice un gran bene o che è una mezza calzetta. Tu come ti vedi? Macinare chilometri per un enologo è importante, è sinonimo di scoperta e conoscenza, di confronto ed esperienza. Credo che tra vigne, cantine e laboratori di averne viste tante e di aver capito tanto, ma soprattutto di aver ancora molta strada da fare.

Quindi non ti fermi in Antinori per molto? No no, credo proprio che basti così. Lavorare con questa famiglia è il meglio che ogni giovane enologo può aspettarsi, crescere e maturare con persone come quelle che circolano tra le straordinarie tenute del Marchese Piero e famiglia è qualcosa di impagabile. Difficile intravedere il meglio oltre questo.

Prima di adesso Lazio e Umbria, poi Campania, Puglia e Sicilia: hai trascorso gli ultimi anni praticamente a rincorrere il sole . Dove e perchè ti sei trovata meglio? L’eperienza in Donnafugata è stata memorabile, davvero una bellissima realtà e dei gran vini. La Sicilia poi è una terra fantastica, indelebile nella memoria. Ho imparato molto anche dai Feudi, soprattutto a stare dietro ai tempi, visto l’ampia produzione ed il numero elevato di controlli che facevamo quotidianamente, in certi momenti veri e propri tour de force.

Federica e la famiglia, come hai conciliato tutto questo “camminare le vigne” con la famiglia, gli affetti? Indiscutibilmente ci sono delle rinunce da fare, ma in verità quando mi trovo bene dove lavoro, faccio cioè, ciò che mi piace nelle migliori condizioni, ci penso poco. Devo molto ai miei che mi hanno sempre sorretta ed incoraggiata, ed oggi al mio fidanzato con il quale condivido la passione per l’enologia.

E con il quale vorrai creare una famiglia; Come si conciliano sogni e bisogni? E’ dura lo so, ma ognuno rincorre il proprio ideale di felicità, basta mantenere i piedi ben piantati per terra. I tempi sono quelli che sono, il lavoro è tosto, ma gratificante: sento spesso voci di chi fa tutt’altro per mestiere e si lamenta della propria posizione, dello stipendio, dei sacirifici. Io penso solo a guardare avanti, a camminare la mia strada convinta che chi lavora bene prima o poi raccoglierà i frutti desiderati. Non mi spaventa certo il sacrificio; A volte sono talmente presa che non mi rendo conto nemmeno se il sole è ancora alto o è già calato, mi preoccupo solo se il lavoro l’ho terminato bene o no! Poi magari verrano momenti in cui le priorità saranno altre, vedremo.

Ultime chiacchiere: Antinori possiede anche Prunotto, del Piemonte non me ne hai proprio parlato eppure per molti è il centro del mondo enoico italiano; E poi, mi dici il tuo vino preferito? A nord di Firenze inizia a fare troppo freddo, credo non faccia per me, però non si sa mai. In merito ai vini, escludendo il marchio Antinori che proprone grandissimi prodotti, come ho detto, vedo nelle mie corde la Sicilia: Chiarandà del Merlo tra i bianchi, Milleunanotte for ever, ne berrei a vagonate, come lo Champagne!

Spesso si è abituati a ricercare “attori” di prim’ordine per le interviste, è giusto invece di tanto in tanto dare voce a chi come Federica Amicone sta lavorando duramente per accreditarsi alla corte di una delle aziende del vino più importanti al mondo dopo aver maturato già diversi anni in giro per vigne e cantine di tutta Italia o quasi. Ci ha accolto a Castello della Sala con grande garbo e disponibilità, ci ha accompagnato per due giorni, sino a La Braccesca in Montepulciano, con grande professionalità e senso di appartenenza. Leggendo questo post arrossirà senz’altro, io invece, augurandogli in bocca al lupo, spero che non gli costi il confino nelle langhe piemontesi!

Casale di Carinola, ancora Falerno del Massico: il rosso Riserva Saulo 2006 di Bianchini Rossetti

27 febbraio 2010 by

Giuro non è una mia fissa, ma pare che ultimamente mi capitino a tiro solo Falerno del Massico, e tutti molto interessanti, che vale la pena raccontare: ecco quindi, dopo il Rampaniuci dei Migliozzi, il Campantuono di Papa ed il colpo al cuore dell’Etichetta Bronzo di Maria Felicia Brini, una nuova ed interessante realtà da seguire con attenzione, l’azienda Bianchini Rossetti; qualcuno un po’ più agè parlerebbe di “vin de garage” alla maniera campana, io non posso non riconoscere che l’esigua produzione di numero di bottiglie, di questo millesimo appena mille, renderà questo Saulo Riserva 2006 praticamente una meteora visibile a pochi.

Siamo a Casale di Carinola, più precisamente in località San Paolo, la collina cioè dedicata al santo che si dice ebbe qui a fermarsi prima del suo ultimo viaggio verso Roma: “saulo” infatti, tradizione vuole, sta proprio per S. Paolo. Le vigne di aglianico e piedirosso, circa quattro ettari in tutto, sono state reimpiantate durante i primissimi anni del duemila, con un sesto d’impianto molto fitto (circa 5200 piante per ettaro) ed una resa stimata di anno in anno intorno ai 50-60 quintali. Pochi i numeri, come detto, ma sicuramente votati alla qualità, da sottolineare anche la scelta, comune a pochi altri sino ad oggi, di denominare il vino con la dicitura riserva, valorizzando un altro aspetto della d.o.c. Falerno del Massico rosso previsto qualora il vino riposi minimo tre anni di cui uno in legno.

Avevo già avuto il piacere, della stessa azienda, di bere il Falerno del Massico rosso Mille880, sarebbe a dire il loro vino base, trovandolo una esecuzione davvero sincera e piacevole di un marriage ben riuscito di aglianico e piedirosso. Un vino dal colore molto invitante, rubino con piccole venature violacee e dal naso incentrato su note dapprima vinose e floreali poi fruttate e lievemente terziarie, espressione nitida di una particolare godibilità dell’aglianico di queste parti e di una più che lodevole finezza olfattiva del piedirosso. Insomma, un vino di buona struttura, non sovraestratto e che concede una chiave di lettura tesa più alla sottile piacevolezza del palato che alla debordante opulenza della gola.

Il Saulo Riserva invece è un vino più materico, già dal colore quasi inchiostro, vivace ma praticamente impenetrabile dalla luce. Il primo naso è appena caratterizzato da un sentore di rovere dolce, ma bastano pochissimi secondi ed appena una paio di vortici nel calice per lasciarlo sfumare. L’imprinting è decisamente fruttato, di quelli rossi e neri maturi, polposi e dolci. Nitidamente si sovrappongono ciliegia, amarena, mirtillo, poi note appena tostate, balsamiche, fini e gradevolissime. Sul finale una nota di liquerizia e tabacco. In bocca, rispetto al Mille880, è un altro bere, avvolge da subito il palato con una trama di frutto intensa e persistente, quasi masticabile, lunga e godibile sino alla deglutizione; richiama subito un secondo sorso, di tannino solo una labile e gradevole percezione, sottile, solleticante, alla mercè di una freschezza tangibile e piacevole sino ad una cortese sapidità.

Un gran bel bere, dal primo all’ultimo sorso, a volergli trovare un difetto gli si potrebbe imputare magari di non avere una spina dorsale di tal spessore da promettere lunga vita, ma di un vino che si offre oggi con una tale prontezza di beva, così godibile, rinfrancante e per niente scontata, non si può che parlarne un gran bene. A chi ne riuscisse a godere, appena sarà in commercio tra qualche settimana, consiglio di provarlo su dei Fusilloni con ragù di cinghiale ed appena una manciata di Conciato Romano. A Tony Rossetti e a suo zio Francesco Bianchini un solo suggerimento, di continuare a perseverare nel loro intento di ritagliarsi un giusto spazio nella produzione di qualità di Falerno del Massico, a patto però di proseguire su questi valori di personalità, specializzazione ed originalità, in una parola: biodiversità. 

Cirò Marina, ‘A Vita di Francesco De Franco

26 febbraio 2010 by

Inutile nasconderlo, ci vuole un gran coraggio. Francesco e Laura, lui calabrese, lei friulana, lui architetto, a San Marino, lei operatrice culturale.

Due mondi complessi, spesso tanto distanti quanto facilmente sovrapponibili l’uno all’altro, due persone però che hanno un senso comune di responsabilità verso la natura eccezionale, che li porta in poco tempo a decidere di rivedere tutti i progetti della loro vita per dedicarsi completamente alla vigna, in Calabria, in una delle aree certamente più vocate della viticoltura italiana ma atavicamente legata ad una percezione di qualità molto labile, oltremodo offensiva per un territorio di straordinarie qualità naturali, storiche e culturali come questo lembo di terra tra la Sila e lo Jonio.

L’azienda è a Cirò Marina, in località Muzzunetto, 8 ettari di vigna piantati ad alberello, di età media tra i 30 ed i 40 anni e condotti interamente con sistema di agricoltura biologica: niente prodotti di sintesi per i trattamenti, nessuna concimazione, solo sovesci primaverili e tanta particolare attenzione in tutta la fase produttiva; grappoli ognuno dei quali trattati come figli di un padre che li ritrova dopo mesi di lontananza! Qui il terreno è argilloso-calcareo con esposizione a nord-ovest e gode di una particolare favorevole incidenza di escursioni termiche (nonostante i soli 100m sul livello del mare, da qui a vista d’occhio) tra giorno e notte che conferiscono alle uve gaglioppo, in piena maturazione prima della vendemmia, ottime concentrazioni di aromi primari. In cantina solo fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e senza aggiunta di enzimi, decantazioni naturali e limitato utilizzo di solforosa, questo vino in particolare ha svolto una macerazione sulle bucce di sei giorni ed è rimasto in affinamento esclusivamente in acciaio prima di essere imbottigliato.

Il Cirò rosso Superiore ‘A Vita 2008 di Francesco e Laura è un gran bel vedere, ha un colore assai invitante, rosso rubino-granata di una tonalità splendente, trasparente, direi tanto esemplare come pochi negli ultimi vent’anni prodotti con questa denominazione, dove nonostante la “franchezza visiva” fosse un tratto distintivo del vitigno, di questo territorio, si è forzatamente cercato di coprirne la trasparenza con artefizi o tecnicismi fuori da ogni logica di valorizzazione e dentro ogni illogica idea di omologazione. Il primo naso è affascinante, sfumata la primaria nota vinosa che attacca le narici viene fuori un quadro aromatico molto invitante, intrigante e gradevole, floreale, fruttato, lievemente speziato: subito note di rosa e lampone, poi amarena, ribes, infine sottili sfumature di mirto e alloro, note iodate. In bocca è sicuramente ricco, avvolge il palato e mi convince di stare bevendo un ottimo Cirò, sicuramente buono come pochi altri negli ultimi anni. Dalle parole di Francesco avevo intuito, oltre al grande amore per la sua terra anche le notevoli aspettative che nutre nei confronti dei suoi due vini prodotti, questo e la riserva, in invecchiamento, che arriverà quindi solo tra qualche tempo. In bocca è secco, caldo, a tratti prorompente, ben legato ad una sapidità sgusciante e avvolgente il palato. 

L’unico elemento che non mi ha del tutto convinto in questo vino è la fittezza dell’acidità e del tannino, meno espressiva, tangibile, rispetto alle mie aspettative, di quanto cioè avuto notizia nella disquisizione tecnica di entrambi i vini prodotti. L’opulenza alcolica pare un po’ sovrastante le durezze, che dovrebbero in effetti garantirgli equilibrio e non di meno lunga vita, se lunga vita pretendiamo da un vino-frutto (una delle poche volte che questa sorta di scrabble grammaticale ha davvero senso) così irrimediabilmente affascinate alla sua prima annata di produzione, per’altro ad un prezzo, 10 euro in enoteca, abbastanza alla mano. Opportuno servirlo ad una temperatura non superiore ai 14-16 gradi, valido compagno di una bevuta serale settembrina a base di amici e racconti post-vacanza, storie di luoghi, profumi e colori chiari e splendenti, proprio come le spiagge di ghiaia ed il mare da Cirò Marina a Torre Melissa.

Chiacchiere distintive, Terenzio Medri

23 febbraio 2010 by

Servono poche parole a dettare il profilo di uomo e di un professionista che stimi, per la sua persona in primis ma anche per il lavoro istituzionale e di comunicazione che sta portando avanti per promuovere sempre più la professionalità nel mondo della sommellerie italiana. Ho incontrato Terenzio Medri più volte in questi miei primi dieci anni di ais, lo scorso ottobre in particolare, durante l’evento organizzato con l’amica e collega Michela Guadagno a Capri, abbiamo avuto modo di interloquire profondamente su alcuni temi che abbiamo scoperto essere molto a cuore ad entrambi: le qualità umane e professionali di chi svolge un ruolo istituzionale in ambito associativo, il sommelier sempre più come professionista specializzato, il  sud e l’unica via di crescita possibile, il turismo e le attività ad esse correlate. La settimana scorsa abbiamo ripreso questi argomenti, poche chiacchiere ma distintive come sempre, che vi propongo con la stessa sincerità e naturalità con la quale le abbiamo affrontate.

Come nasce la passione per il vino e per la sommellerie da parte del presidente Terenzio Medri? La mia passione per il vino e la sommellerie nasce insieme a quella per il turismo. Ho sempre lavorato nel settore alberghiero e sono convinto che l’enogastronomia sia una delle colonne portanti dell’industria dell’accoglienza. Cosa sarebbe il turismo in Italia senza quel patrimonio inestimabile di vini e di specialità tipiche del nostro Paese?

Quali sono le motivazioni oggi che debbono spingere un giovane professionista del settore enogastronomico a specializzarsi attraverso l’Ais? Ciò che offre la didattica della nostra associazione è riconosciuto da tutti. L’enogastronomia è un mondo in continuo divenire e richiede un costante aggiornamento. Sappiamo però che il solo studio sui libri non basta, ma è necessario viaggiare, ricercare, scoprire. Ecco, noi all’Ais offriamo gli strumenti fondamentali per intraprendere questo lungo viaggio. Dopo i nostri corsi i sommelier hanno una visione completa dell’enogastronomia, ma anche la consapevolezza che per continuare a imparare dovranno darsi da fare personalmente con impegno e applicazione. E dopo i corsi le innumerevoli attività e iniziative proposte dall’Ais danno la possibilità di continuare ad apprendere, perché quando si parla di vino non si è mai finito di imparare!

Qual è la strada da seguire per promuovere al meglio il vino italiano nel mondo? Quello che stiamo facendo ormai da diversi anni con la Worldwide Sommelier Association vuole essere il nostro biglietto da visita oltre i confini italiani. Il sommelier prima di tutto deve essere un bravo comunicatore e per riuscire a persuadere il proprio interlocutore deve essere lui prima di tutto convinto di ciò che racconta e preparato sulla materia.  Certo che la qualità dei prodotti nostrani facilita il compito dei sommelier, ma è pur vero che in un momento di crisi economica bisogna anche sfidare mercati che offrono prodotti meno costosi. Il compito del sommelier è quello di far capire al suo interlocutore che la scelta più giusta non è quella di “spendere meno” bensì di “spendere bene”.

Sono sicuramente importanti quegli eventi internazionali che periodicamente organizziamo per offrire grandi vetrine ai nostri produttori. Ma resto del parere che richiamare turisti nel nostro Paese, con la storia, la cultura e l’arte che abbiamo da offrire, rappresenti la migliore pubblicità per i nostri prodotti enogastronomici. Chi lavora nella ristorazione avrà assistito allo straniero di turno che rientra a casa con in valigia la bottiglia scoperta a cena da noi. E state certi che sarà lui stesso nel proprio Paese il primo a consigliare quel vino ad amici e parenti!

Inutile chiederLe dei nomi, ma secondo il presidente dell’Ais quali possono essere i vini maggiormente utili ad un’Italia del vino vogliosa di rilanciarsi e conquistare i mercati del mondo, quali caratteristiche debbono avere? La nostra penisola ha ricchezze incredibili. Eppure spesso si appiattiscono le grandi particolarità della nostra enogastronomia in direzione di gusti standardizzati imposti dal mercato. Quello che mi sento di dire è che per battere i nostri concorrenti sul fronte internazionale dobbiamo avere il coraggio di mantenere quelle tipicità che ci caratterizzano. In questo senso, apprezzo il lavoro instancabile di tanti produttori italiani che contro tutto e tutti continuano a valorizzare i vitigni autoctoni, alcuni dei quali semisconosciuti. Ecco, il compito di noi sommelier è quello di sostenere queste battaglie e di rendere noti anche questi vini che ingiustamente passano in secondo piano.

Cosa si aspetta di trovare in una bottiglia di vino il presidente dei sommeliers italiani, perché lo sceglie? Quando scelgo un vino penso sempre al percorso che l’ha portato in bottiglia. Non intendo solo il processo di vinificazione e di affinamento in senso stretto, bensì il cammino di questo vino nella storia di quel territorio. Forse è una visione un po’ troppo romantica, ma penso che anche tu la condivida. In un bicchiere mi aspetto di trovare un racconto che non ho mai sentito, declamato con l’accento di quella località. A tutti sarà capitato di assaggiare un vino e di “non capirlo subito”… Un po’ come quando si ascolta una storia in un dialetto che si comprende a fatica. Ma proprio nel fascino di queste peculiarità risiede la ricchezza e l’unicità di quel territorio e dei suoi prodotti. E solo una volta conosciuto il territorio si apprezzeranno le sue tipicità.

Adesso un nome me lo potrebbe anche fare: il suo vino (i vini), quello che le è più piaciuto e con non farebbe mai mancare nella sua cantina personale. Con questa domanda mi metti in difficoltà perché sai che un presidente non può sbilanciarsi troppo in una direzione precisa! Devo essere “politicamente corretto”!!! Ma farò uno strappo alla regola e, anche in omaggio al grande lavoro dei produttori e dei sommelier campani, ti dico sinceramente che il Taurasi non può mancare dalla mia cantina. Un vino austero, eppure vivace e sincero, con cui magari non fai amicizia subito, ma viene difficile che te lo scordi, proprio come la gente della vostra terra lì in Campania!

L’Italia del vino, in futuro: solo grandi aziende o sempre più spazio alle piccole aziende agricole, magari a dimensione familiare? È una domanda che meriterebbe un’analisi approfondita. I grandi gruppi non possono di certo mancare dal mercato, sarebbe illusorio pensare il contrario. Quello che però voglio ribadire, anche ricollegandomi al discorso di poco fa sulla valorizzazione delle nostre tipicità, è che le piccole realtà aziendali di cui parli sono i canali privilegiati per rivolgersi al cuore delle persone. In questo senso, credo che il compito della politica, in questo momento come non mai, sia quello di favorire e incentivare queste piccole aziende, che diversamente sarebbero destinate all’estinzione.

Bordeaux, Borgogna, California, Spagna, Toscana, Piemonte, Sicilia, Campania. Tra queste, la regione per Lei storicamente più importante (e perché?) e quella dal futuro (perché?) più promettente. Hai citato territori che hanno fatto la storia del vino e che continuano a recitare, ognuno a diverso livello, ruoli da protagonista. Non si può negare che Bordeaux e Borgogna sono luoghi di “pellegrinaggio obbligato” per chi vuole lavorare nel nostro settore. Basti pensare che il termine per designare il ruolo che ricopriamo, il “sommelier”, deriva dal francese e non esiste nemmeno traduzione nelle altre lingue, tanto questa figura è legata al territorio d’Oltralpe. Direi che se parliamo di rilevanza storica dobbiamo fermarci da queste parti!

Mi sento invece di sottolineare che per il futuro la Sicilia e la Campania sono regioni fortemente accreditate per conquistare importanti porzioni di mercato. Quello che manca è un vero e proprio rilancio di immagine. Purtroppo conosciamo i motivi che frenano l’affermazione di questi territori. Il turismo mi sta particolarmente a cuore, l’ho già sottolineato, ma credo che sarete d’accordo con me se dico che bisogna investire su questo settore per affrancare definitivamente queste regioni dall’immagine negativa che spesso viene loro attribuita.

La parola Sud, presidente, cosa Le ispira immediatamente? Il sole. Quindi il calore, non solo climatico, ma soprattutto quello della gente. Insomma, lo so che molti associano al “Sud” altri pensieri, ma la mia è veramente un’immagine istantanea che mi si accende nella mente. Lo stesso sole che fa maturare l’uva e che non scalda allo stesso modo a latitudini più settentrionali.

Le indico quattro vini Campani, mi dia per favore quattro aggettivi in risposta (uno per ognuno dei vini elencati) o magari un ricordo ad uno di essi legato:

–          Fiano di Avellino: classico
–          Falanghina: elegante
–          Piedirosso: brioso
–          Aglianico: schietto

Nel ringraziarla con infinito affetto e stima, un invito o un augurio ai giovani del sud che si apprestano a diventare sommeliers o che vorranno diventarlo nei prossimi anni. Ringrazio te, Angelo, per la possibilità che mi hai dato di rivolgermi a tutti i sommelier e aspiranti tali, in particolare a tutti i colleghi campani presenti e futuri.

Il mio auspicio è che sempre più giovani maturino questa passione e intraprendano il nostro stesso percorso. Le soddisfazioni non tarderanno a giungere. E aggiungo anche un vivo incoraggiamento a voi tutti a valorizzare sempre più le ricchezze della vostra regione: spesso non trovano il giusto spazio sulle pagine dei giornali e nei servizi televisivi, ma sappiate che l’opera che potete compiere con la vostra professione vale ben più di un qualsiasi spot pubblicitario! Un caro saluto e una stretta di mano a ognuno di voi.

Terenzio Medri, presidente dell’Associazione Italiana Sommeliers, è proprietario a Cervia dell’Hotel K2 (Qui).

Castello della Sala, Cervaro ’87 da colpo al cuore

21 febbraio 2010 by

La passeggiata pomeridiana lungo i filari ci ha solo lasciato immaginare come possa essere suggestivo il vigneto di Cervaro nel suo massimo splendore di colori, ai primi di settembre; il colore bruno della terra, puntinato solo da bianchi residui fossili del Pliocene, e dei ceppi in riposo vegetativo, si discosta appena dal grigio cupo del cielo nuvoloso che si coglie all’orizzonte, eppure non riusciamo a non apprezzare l’effetto visivo provocato, a non rimanerne affascinati, i filari che si perdono a vista d’occhio in una compostezza geometrica tale da non ammettere una, dico una, sbavatura. Alle nostre spalle l’imponente “torre del rifugio” a dominare la collina del Nibbio, proprio sotto le sue mura, si spalancano le porte del meraviglioso Castello della Sala.

Il Castello è senza dubbio una delle fortezze medievali più belle d’Italia, costruito nel 1350 per Angelo Monaldeschi della Vipera è divenuto proprietà degli Antinori nel 1940. La tenuta intorno al castello si estende per circa 500 ettari di cui 170 piantati a vite e 7 ad uliveti con un dislivello che varia dai 200 ai 400 metri sul livello del mare. Vi si coltivano uve chardonnay, grechetto, sauvignon, semillon, riesling, procanico e pinot nero; l’impianto delle vigne è votato all’utilizzo del sistema a cordone speronato semplice, e tranne che per le uve del Muffato, la vendemmia è praticamente perfettamente meccanizzata. La cantina di vinificazione è stata terminata nel 2006, è grande, forse troppo, integrata con le migliori tecnologie moderne tra le quali mi hanno molto colpito lo “static draner” (una sorta di vasca refrigerata di prefermentazione) e non di meno la presenza in cantina, oltre che delle tradizionali vasche dalle taglie forti, anche di tanti piccoli contenitori di acciaio, a sottolineare e garantire la particolare attenzione profusa alle microvinificazioni delle masse non solo sui vini di maggiore pregio.

La bellissima opportunità di bere questo Cervaro della Sala ’87 è stata in verità, diciamola tutta, una vera e propria estorsione mossa nei confronti di Renzo Cotarella; le chiacchiere distintive che mi ha generosamente concesso non potevano non terminare con l’alzata nei calici di uno dei primi vini che han visto la luce sotto la sua direzione al Castello della Sala, luogo che rimane, dopo 33 anni, in tutto e per tutto il fiore all’occhiello della sua opera professionale in Antinori, oltre che un gran bel pezzo del suo personalissimo album dei ricordi, che qui, tra queste mura, pare abbia lasciato impronte indelebili e spezzoni di vita a frotte!

Il colore è giallo paglierino carico con appena accennate sfumature dorate, cristallino, e di una vivacità di colore stupefacente. Il primo naso è lieve, pulito, pare dica di aspettarlo, poi lentamente inizia a concedersi su piacevoli sensazioni di acacia, pinoli e nocciola secchi, pietra focaia, non lunghissimi ma di nitida espressione. In bocca è una esplosione di gusto, è secco, caldo, avvolgente, possiede una freschezza incredibile, pare ingoiare d’un fiato una boccata dell’aria asciutta e tagliente lasciata testè fuori le mura, alla cieca parrebbe un vino di un paio d’anni al massimo.

Forse improprio paragonarlo, come lo stesso Cotarella ha azzardato, ai migliori Corton-Charlemagne, ma se in poco più di vent’anni il risultato è questo, soprattutto se pensiamo che almeno i primi dieci sono stati spesi, non senza incoscienza, a capire le peculiarità di un territorio straordinario ma senza dubbio con poco o nulla del valore dei cugini d’oltralpe, non c’è che dire, è senza ombra di dubbio un colpo al cuore fenomenale!

Oh mamma, li mostri! Ovvero come ti scanso il timetildriinaftale, il 4etilfenolo e… l’etanale

20 febbraio 2010 by

Gli esami non finiscono mai ma soprattutto non si finisce mai di imparare abbastanza. Sinceramente non so se da oggi chi ha frequentato questo interessantissimo laboratorio sul riconoscimento sensoriale dei difetti del vino si sentirà più bravo, di certo almeno un paio delle stronzate che ci hanno voluto fortemente propinare negli ultimi anni come sentori “caratteristici”, o peggio ancora, “tipici” di alcuni vini, se ne possono tranquillamente andare a farsi benedire. E dico pure che qualcuno, avendo più o meno compreso quali siano gli errori o mancanze, spesso apparentemente banali, in cui si incorre nella produzione di un vino, correrà pure il rischio di risultare più antipatico di quanto già lo fosse, me compreso.

Ma veniamo alla cronaca, certamente impossibile da condensare in un unico post, per l’elevato numero di “campioni-difetti” analizzati e soprattutto per la fondamentale disquisizione tecnica affrontata in ogni passaggio di modulo dal bravo e coinvolgente Vincenzo Mercurio. Le basi sulle quali è organizzato il seminario prevede la degustazione “cieca” di circa 80 campioni, di due vini base abbastanza neutri, uno bianco ed uno rosso, preparati, a seconda dei moduli affrontati, con molecole che riprendono in tutto e per tutto le caratteristiche del difetto scaturente da questo o quel problema della filiera produttiva. Una fase certamente interessante è stata quella di riuscire di volta in volta a cogliere tra i campioni adulterati, in alcuni casi con soglie di riconoscimento molto basse, il vino testimone, cioè quello tal quale, nonchè in alcuni casi, la plularità dei difetti che uno o più campioni esprimessero. Da manicomio!

La prima parte del seminario è stata dedicata ai difetti derivanti dalle uve e dalla fermentazione alcolica, ecco quindi scendere in campo, tra gli altri, l’ortocresolo, l’isobutilmetossipirazine (IBMP), la geosmina e l’octenoloctenone: il primo spesso è causa dell’oidio e si manifesta con sentori medicinali, canforati, fenici, l’IBMP è la sintesi del classico sentore di peperone verde, cioè uve acerbe o comunque non giustamente mature; la geosmina provoca note ammuffite, humus, barbabietola cotta mentre l’octenoloctenone è causa della forte e spesso sgradevole sensazione di fungo. E cosa dire poi dell’acido acetico, dell’acetato di etile e dell’etanale? Se i primi sono più o meno due dei difetti capisaldi della buona formazione di ogni degustatore, l’etanale come l’acetaldeide rischiano di passare inosservati, spesso siamo portati a bollare dei vini come poco espressivi quando magari sono praticamente svaniti e basta.

Si passa ai difetti legati all’affinamento dei vini in bottiglia, scopriamo così dell’aminoacetofenone (AAP), del timetildriinaftale e del sotolone. Scorrono i vini nei bicchieri, vengono fuori le note cerose, mielose e di panno umido dell’AAP, la pungenza marcata del kerosene, che pur caratterizza in maniera assai affascinante molti vini bianchi di pregio, certi Riesling su tutti, ma che a concentrazioni elevate così come provato, diventa davvero sgradevole. Il sotolone invece non è parente del “fragolone” [:-)] seppur faccia rima sfacciata, ma bensì causa dell’eccessiva concentrazione di note caramellose e smaltate in alcuni vini stramaturi o passiti. Qualche tempo fa, ricordo di aver bevuto un pessimo Sauternes, non riuscivo a capire come potesse essere così cattivo: l’evoluzione gli aveva giocato un brutto scherzo, tutta colpa del sotolone.

Dopo l’interessante passaggio tra i “sentori di tappo”, in effetti non sempre imputabili esclusivamente ai tappi di sughero ma bensì anche a cattive condizioni ambientali dove il vino viene lavorato o riposa, abbiamo colto l’importanza di discernere il Tricloroanisolo (TCA) dal Tetracloroanisolo (TeCA), entrambi espressione di cattive partite di sughero dal Tetrabromoanisolo causato proprio da spore libere nell’aria in quegli ambienti di vinificazione o stoccaggio dei vini poco igienici.

A questo punto, dopo una necessaria pausa di ristorazione, scendono in campo i difetti legati alla fermentazione malolattica e alla maturazione in cantina, e qui è tutto un divertirsi; Si comincia con i vini bianchi con particolare inoculo di sostanze del tipo Idrogeno Solforato, Etantiolo e Metionolo ovvero uova marce (IS), cipolla, aglio, gas (ET) e per ultimo ma sicuramente primo per sgradevolezza e pesantezza, cavolfiore marcio e salinità concentratissima sino ad una netta sensazione della più pessima delle colature di alici! Poi ancora Benzaldeide, Diacetile ed Etantiolo, nell’ordine mandorla amara, colla (coccoina, ricordate?) e amaretto per le molecole del primo elemento, poi burro, cioccolato bianco e nocciola per il Diacetile, che in effetti hanno soglie di piacevolezza molto alte prima di divenire sgradevoli e pesanti. Infine le note grasse, stucchevoli sino all’acre della peggio cipolla o del latte acido, imputabili alla presenza proprio di Etantiolo o del Lattato di Etile. Si passa quindi ai campioni di vini rossi, ecco manifeste, espressive, forse le note più pesanti e sgradevoli sino a qui percepite: stallatico, animale, sterco, il famosissimo “merde de poule”, in poche parole, anzi in una parola, 4Etilfenolo, meglio conosciuto come “Brett“, accorciativo di Brettanomyces. E’ un sentore davvero sgradevole, spesso lo percepiamo in alcuni vini rossi lungamente evoluti o prodotti con lunghissime macerazioni tanto dall’essere attaccati da questo microrganismo. Qualcuno ne difende l’autenticità, che a dire il vero con una densità minima potrà anche apparire come tale, ma a patto che il vino abbia spina dorsale e frutto da lasciarlo intendere come aspetto olfattivo assolutamente secondario se non “terziario”; altro che sudore di cavallo, bleah!

Il modulo conclusivo del seminario, a questo punto, prevede due ore di intense esercitazioni: bicchieri alla mano, campioni a scorrere uno dietro l’altro a cercar di capire se il percorso intrapreso sino a qui abbia già apportato alla nostra esperienza sensoriale il giusto esercizio olfattivo. Ci vengono versati, sempre alla cieca, ventiquattro campioni tra bianchi e rossi, non tutti inoculati, e quelli adulterati possono contenere la stessa molecola ma in quantità lievemente differenti: è un gioco entusiasmante, coinvolgente, formativo. Si levano dalla sala risposte mirate, odi alla franchezza della Benzaldeide ed anatemi al Brett e parenti tali (oh mamma, li mostri!), osservazioni più che giuste, analisi critiche a tirare, alla fine, un bilancio emozionale entusiasta dell’esperienza vissuta.

Davvero bravi quelli di Vinidea a creare questo format, e molto bravo Mercurio a gestirlo; credo sia opportuno, senza falsa pubblicità, poterlo replicare all’infinito, renderlo perchè no, a disposizione dei molti appassionati e professionisti che passano attraverso i percorsi di avvicinamento o formazione professionale tra le varie fila associative (e non) del settore che se ne occupano: aiuterà senz’altro ad alzare l’asticella della qualità dei corsi.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Chiacchiere distintive, Renzo Cotarella

17 febbraio 2010 by

Sbuca dalla porta delle scale come farebbe un bambino per sorprendere gli amichetti intenti a nascondersi prima dello scoccare del fatidico “dieci”: “Scusatemi per il ritardo, sono qua!” Non si può non aspettare Renzo Cotarella, soprattutto se è in anticipo di cinque minuti, soprattutto se appena di ritorno da Udine ed in partenza per Firenze, ma va bene così, la giornata non poteva chiudersi meglio se non con quattro chiacchiere, distintive come sempre, con colui che il Castello della Sala l’ha vissuto e lo vive più di tutti e con una profondità pari a nessun altro se non, forse, al compagno di viaggio di sempre, tal Franco, capo cantiniere storico, che ha lasciato qualche tempo fa per raggiunti limiti di età “ solcando qui al Castello un abisso umano più che un vuoto professionale”.

Renzo Cotarella entra in Antinori, a Castello della Sala nel 1977, non si sa quanta più incoscienza dell’uno o dell’altro, ma il marchese Piero Antinori pare rimanere folgorato dal suo talento e dalla sua intraprendenza, tradotti poi nel tempo, in duro lavoro e notti insonne lungo quel cammino di affermazione mondiale che ha condotto ad oggi le tenute della storica famiglia fiorentina a rappresentare senza ombra di dubbio un modello vitivinicolo tra i più apprezzati ed ambiti del mondo.

Renzo Cotarella è un “modello professionale” per molti, qual è il segreto? Se la passione, l’impegno, lo studio, la dedizione, la disponibilità, l’analisi critica sono modelli a cui rifarsi, non è necessario guardare a Renzo Cotarella, ci sono tanti esempi del genere, basta valorizzarli.

Come ha fatto il marchese Piero Antinori con lei? Beh, 33 anni fa ero certamente in una posizione diversa da quella di oggi, eppure c’è stato qualcuno che ha creduto fortemente in me, la mia vita, umana e professionale è indissolubilmente legata alla famiglia Antinori.

Come cerca di fare lei oggi; A quanto ne so, in giro per le tenute tanti giovani agronomi ed enologi. Senza dubbio. La storia viticola non si può ascrivere ad un solo uomo, non basta nemmeno una generazione per vederne raccogliere i buoni frutti. I giovani, il rinnovamento sono indispensabili per dare continuità al moto della vite. In campagna, in vigna come in cantina, o nelle bottiglie, non esistono segreti da difendere, da celare, ma solo tanti da scoprirne, e solo il tempo può concedere questa opportunità, tempo che ad un solo uomo non basta mai.

Il vino del cuore? Non un vino, una terra. Ci hai camminato le vigne questa mattina, io lo faccio da trent’anni. Circa 25 anni fa eravamo con il marchese Piero in giro per la Borgogna. A cena, una sera, ordiniamo uno Corton-Charlemagne, più o meno vecchio di una decina d’anni. Ne rimasi profondamente conquistato, il marchese mi sussurrò all’orecchio, quasi in maniera disarmante, dell’impossibilità di ripetere un tale risultato dalle nostre parti. Oggi il Cervaro della Sala è il risultato della sfida raccolta quella sera, il moto perpetuo per il quale continuare la nostra strada, con lo stesso entusiasmo di allora.

Giocando fuori casa? Eravamo nella seconda metà degli anni ottanta, mi è rimasto impresso un La Tache 1978 di Romanee Conti bevuto una sera, tra amici, a Roma: una verticalità ed una profondità mai più ritrovata in nessun vino bevuto di lì in poi.

Qual è il futuro del vino secondo Renzo Cotarella, qual è la strada da seguire? Originalità, qualità espressiva. Un vino va “sentito”, non si possono tralasciare le emozioni del momento e nemmeno si possono scordare. Certi vini rimangono un puro esercizio meccanico, non hanno certo vita lunga, e senz’altro davvero poco da dire.

Banale chiederle un modello ideale a cui rifarsi, ma sottolieamolo, quale? In Antinori si è perseguito una via faticosissima ma necessaria. Oggi ogni tenuta, ogni azienda ha una propria anima, una propria cantina, un proprio staff che la vive profondamente, ne raccoglie i sentimenti e ne traduce le sensazioni. E non posso negare di pensare che sia stato un processo iniziato tardi, nonostante prima di molti altri, avremmo dovuto incamminarci, su questa strada, molto tempo prima. Ma va bene così.

L’obiettivo prossimo in Antinori? L’evoluzione stilistica. Chi ha bevuto i vini di Antinori (Tignanello, Solaia, Guado al Tasso, ndr) antecedenti al 2004 rimarrà sorpreso di ritrovare nei millesimi successivi vini di maggiore e straordinaria personalità, riconoscibilità, autenticità.

Adesso le muovo una critica, fuori dai denti: perché il Pinot Nero a Castello della Sala? Ad oggi i risultati non hanno certo fatto sgranare gli occhi e conquistato palati? Qualcuno direbbe ostinazione, altri distrazione, io so che rincorro un modello ancora lungo da venire, ma nel ’90 tirammo fuori un vino straordinario. Negli anni a venire nella tenuta del Castello abbiamo lavorato particolarmente per i bianchi, da qualche tempo abbiamo ripreso le redini anche del Pinot Nero, vediamo un po’ cosa mi dirai tra tre-quattro anni.

Ci concediamo con un caloroso abbraccio, abbiamo speso tante altre parole sulla Franciacorta, su Prunotto, sull’Orvieto, l’origine certa di cui sopra che Renzo Cotarella non ha mai trascurato lungo la sua strada, tanto che oggi, il San Giovanni del Castello della Sala è certamente uno dei migliori mai bevuti prima. Tanti buoni ragionamenti, analisi critiche, osservazioni, con la convinzione, tra una domanda e l’altra, di avergli estorto e bevuto una bottiglia del più grande vino bianco italiano di sempre, tal Cervaro della Sala 1987. Annata sicuramente minore!

Castello della Sala: terre, uomini e vini che hanno fatto la storia in Italia e nel mondo

17 febbraio 2010 by

 

Il salottino ha le luci basse, l’atmosfera è molto rilassata proprio come quando si è tra amici. Gli argomenti di discussione sono tra i più disparati, vino, cibo, mercato (ma và!) e le soluzioni ai problemi alle difficoltà espresse in questi ultimi anni, tra le più irrazionali, e non perché siamo ciucchi, tutt’altro, dobbiamo ancora metterci a tavola, ma perchè ci accorgiamo che proprio la semplicità disarmante, dei nostri buoni propositi, appare come un’arma paradossalmente lontana da ciò che in realtà si sta mettendo in campo in questi anni, per frenare l’emorragia in atto nel mondo del vino: territorialità a prezzi centrati, alta qualità espressiva, originalità innanzitutto, servizi e professionalità. Comunque, tra un bicchiere di Bramito del Cervo 2008 e dell’eterno incompiuto Pinot Nero, nel millesimo 2006, si arriva al clou della serata: ci raggiunge Renzo Cotarella, a.d. di Antinori ed in tutto e per tutto il fautore numero uno del successo e dell’affermazione di Castello della Sala, del Cervaro in particolare, come riferimento assoluto dell’enologia bianchista italiana nel mondo. Delle chiacchiere con il responsabile di tutta la produzione delle aziende della famiglia Antinori ne parlerò a breve, la cronaca di una giornata speciale in questo meraviglioso lembo di Umbria tanto vicino a questo territorio quanto suggestiva finestra sulla Borgogna si è guadagnata  priorità e mia profonda devozione.

Il primo pomeriggio lo abbiamo dedicato esclusivamente a camminare, a lungo, le vigne; Siamo stati fortunati, nonostante la temperatura rigida ci ha accompagnato un sole tiepido ma efficace a non farci flagellare oltremodo dalle lievi folate di vento gelido che tagliano in questi giorni il fondovalle del fiume Paglia, lungo il quale si estendono a perdita d’occhio i centosettanta ettari di chardonnay, grechetto, riesling, sauvignon, semillon e procanico del vigneto ai piedi del castello, tutto piantato a cordone sperato con una densità di circa 5.500 ceppi ed una resa quasi sempre al di sotto degli 80ql per ettaro. A monte invece, sulla collina terrazzata denominata “Consola”, l’impianto di Pinot Nero, sfida e ostinazione di Renzo Cotarella alla ricerca di una quadratura del cerchio ancora lontana su quello che è, senza dubbio, l’unico vino tra tutti quelli prodotti nelle tenute del Marchese Antinori, dal Piemonte alla Puglia, ancora incompiuto. Ci accompagnano in questo percorso i giovani e bravissimi Massimiliano Pasquini, direttore in loco della produzione a Castello della Sala e Federica Amicone, anch’essa enologa, che l’indomani ci aprirà anche le porte di La Braccesca a Montepulciano.

La tenuta qui in Umbria è di proprietà degli Antinori dal 1940, è collocata geograficamente giusto al centro tra Roma e Firenze, in provincia di Orvieto, ad un tiro di schioppo dal confine regionale con la Toscana. Come detto, gli ettari sono 170, una cantina di vinificazione, terminata nel 2006, perfettamente integrata nel paesaggio, con le più moderne tecnologie produttive a disposizione ed il castello con la bellissima e maestosa “torre del rifugio” che domina a perdita d’occhio tutta la tenuta a 360°, nel ventre del quale si intersecano centinaia e centinai di metri di cunicoli ed anfratti, perfettamente restaurati, che ne fanno uno dei luoghi del vino più suggestivi ed affascinanti che abbia mai camminato negli ultimi anni. Qui giacciono migliaia di bottiglie, oltre a tutte le annate prodotte nella tenuta, tutte quelle altre di maggiore prestigio, dal Solaia al Tignanello, che appena possono Piero Antinori e lo stesso Renzo Cotarella vengono a degustare per comprovarne l’evoluzione stilistica e la tenuta nel tempo: millesimi eccezionali e minori, sparsi ordinatamente qua e là nel caveau, oggigiorno introvabili in giro, assolutamente impossibili da riavere, a memoria storica liquida degli ultimi trent’anni della produzione di maggiore pregio delle tenute del marchese.

Un viaggio emozionante, evocativo di un passato nobile e laborioso e suggestivo di un presente e di un futuro straordinario, votato all’assoluta intransigenza nella ricerca della qualità, della massima espressione territoriale che un vino può donare di sé, che un bicchiere di vino possa riportare alla mente e fissare nella memoria. Camminare queste vigne, strusciare queste mura, odorare queste atmosfere non può che riappacificare l’animo, donare l’impossibile sensibilità tattile per immaginare il passato e sognare il futuro. Poi, Il Cervaro della Sala ’87 bevuto, fa tutto il resto!

Sessa Aurunca, Rosalice 2009 Masseria Felicia

16 febbraio 2010 by

Ci sono persone, prima che vini, che non smetteresti mai di raccontare per paura di non averli mai ringraziati abbastanza per il loro alacre impegno e profonda dedizione messi in campo sul fronte della salvaguardia e valorizzazione del proprio territorio.

Così non ho remore nel ritornare sulla famiglia Brini, su Masseria Felicia e sull’areale del Massico, su quella provincia casertana troppo spesso sulla bocca di tutti come valore storico e suggestivo di un’antichità florida e gloriosa ma ahimè tremendamente distante da una realtà oggigiorno troppo poco vissuta, camminata, raccontata per lasciarla divenire a tutti gli effetti pane quotidiano piuttosto che comunione della domenica.

L’azienda è a Carano, in località S. Terenzano, una piccola frazione di Sessa Aurunca, il primo comune per estensione della provincia di Caserta. Arrivarci è facilissimo, sia che sia arrivi da nord che da sud basta seguire la statale domiziana sino a Mondragone e poi risalire nell’interno, verso Sessa, oppure con l’autostrada Napoli-Roma uscendo a Capua, in meno di venti minuti vi ritroverete al cancello della famiglia Brini, dove vi accoglieranno come si accolgono gli amici a casa propria. La struttura è dei primi del novecento, il papà di Alessandro Brini la rilevò nel dopoguerra, vi era stato per tanti anni colono ed unico conduttore dei terreni. Il tempo poi ha dettato lentamente i suoi ritmi sino ai giorni nostri; La vecchia masseria è stata per tanti anni il luogo di rifugio di Sandro e della moglie Giuseppina prima di divenire il presente ed il futuro della figlia Maria Felicia, che oggi, assieme ai genitori e al marito, e al bravo enologo Vincenzo Mercurio¤ che li segue in cantina, ne cura le sorti in tutto e per tutto.

L’idea di guardare al futuro passa anche dal dare nuovo slancio e nuove prospettive ad una produzione sino ad oggi imperniata, giustamente, quasi esclusivamente sul nobile rosso tanto amato dai romani (e anche da me) addirittura in tre declinazioni: giovane (base), affinato (Ariapetrina) e, per così dire, invecchiato (Etichetta Bronzo). Oltre questi, poche sperimentazioni, nulla di stravagante, poche, pochissime bottiglie per dare libero sfogo ad uno studio approfondito sul potenziale delle varietà impiantate in azienda, un esercizio di stile sul tema autoctono che ha condotto negli ultimi tempi ad alcune riflessioni ed utili micro vinificazioni, per esempio del piedirosso in purezza (polpa viva), che resterà però bontà sublime ad uso e consumo per i vinaggi successivi ed eventuali a disposizione dei Falerno di cui sopra.

Altra intuizione, un rosato di aglianico in purezza, lasciatomi assaggiare in anteprima assoluta, in uscita nella prossima primavera e per il quale si è già scatenato il toto nome. Dal canto mio non voglio far mancare il mio supporto, suggerendo, con Rosalice, una dedica tremendamente necessaria alla dolce Alice, figlia di Maria Felicia che immagino già smanettare tra vasche e tinozze con la stessa fermezza e decisione con la quale difende i suoi spazi di gioco dalle altrui ingerenze. Nasce da una piccola parcella di vigneto ad aglianico che la scorsa vendemmia ha mostrato qualche limite di maturazione zuccherina, non però fenolica, così da offrirsi naturalmente alla vinificazione in rosa: sfoggia un colore rosa lampante, decisamente cristallino. Il naso è già pienamente espressivo, floreale suadente, frutti di sottobosco pregnanti, si apre con sentori di rosa e viola delicatissimi e poi su note di lamponi e fragola, dolcissime. In bocca è secco ed abbastanza caldo, mostra una evidente, piacevole acidità, tratto caratteriale di tutti i vini di Masseria Felicia, spalla utile ma certamente non invadente per trovare abbinamento ideale a molti dei piatti della nostra cucina tradizionale regionale, fusa ad un grado alcolico appena superiore agli undici e mezzo da conferirgli una beva decisamente scorrevole, leggera, che si lascia apprezzare anche per una discreta sapidità.

C’è poco altro da aggiungere, questo rosato non vuole certo emergere per tipicità o chissà cos’altro, e nemmeno come esaltazione di un terroir, sono ben altri i vini della famiglia Brini che hanno questo oneroso compito e a cui non smetterò mai di guardare, queste mille e dispari bottiglie serviranno più che altro per avvinare il palato prima di tuffarsi nel meraviglioso mondo del Falerno del Massico (leggi qui e qui), primitivo, aglianico e piedirosso che sia, basta che abbiano qualcosa da dire, raccontare, e non soltanto il blasone ed i fasti di un tempo florido ma, ahimè, assai lontano!

Chiacchiere di Carnevale, noi le facciamo così…

14 febbraio 2010 by

Le Chiacchiere di Carnevale - foto A. Di Costanzo

Ingredienti e dosi per 6 persone

  • 300 gr di farina
  • un pizzico di sale
  • 3 uova intere
  • 50 g di burro fuso
  • 1 litro di olio di semi di arachidi, per la frittura
  • zucchero a velo, meglio se preparato fresco

Preparazione e servizio: formare con la farina una fontana, unirvi le uova intere, il burro fuso, il pizzico di sale ed impastare sino ad ottenere un panetto omogeneo. Stendere la pasta con un matterello sino allo spessore di 2 mm, tagliare quindi le chiacchiere aiutandosi con una rotella taglia pasta; Per la frittura assicurarsi che l’olio raggiunga e mantenga costantemente la temperatura ottimale. Immergerle nell’olio e Lasciare cuocere sino ad ottenere una doratura omogenea e riporle successivamente ad asciugare su dei tovaglioli di carta, una volta raffreddate cospargetele con abbondante zucchero a velo precedentemente preparato. Per il servizio sarà utile un vassoio da presentare come centro tavola al termine del pranzo. Le chiacchiere vanno mangiate servendosi con le mani, stando attenti agli sbuffi dello zucchero a velo, sempre in agguato.

Nota bene: in questa ricetta non è previsto l’utilizzo di zucchero nell’impasto poichè rischierebbe di risultare troppo stucchevole. Chi vuole può altresì aggiungervi un bicchiere di vino bianco, ma anche in questo caso la nostra ricetta vuole essere più essenziale. Inoltre, no ad aromi sintetici.

Chiacchiere di Carnevale, particolare - foto A. Di Costanzo

Il Sanguinaccio: oggi questa parola viene utilizzata in maniera impropria per identificare essenzialmente una crema di cioccolato fondente con o senza cedro candito, utilizzata come intingolo di accompagnamento alle chiacchiere di carnevale. Un tempo, la ricetta per il Sanguinaccio era preparata con un ingrediente di base fondamentale, il sangue di maiale, che oggi, per ovvie ragioni normative igienico sanitarie non è più possibile utilizzare. Per chi volesse comunque prepararla, ecco gli ingredienti per la crema di cioccolato per 8/10 porzioni:

  • 1/2 litro di latte
  • 250 g di zucchero
  • 100 g cioccolato fondente
  • 50 g di amido
  • 100 gr cacao amaro
  • 50 gr di burro
  • 1 stecca di cannella
  • 1 stecca di vaniglia
  • cedro candito q.b.

Preparazione e servizio:

Versate lo zucchero in una pentola, unitevi l’amido e il cacao e man mano tutto il latte, rimestando lentamente. Successivamente portate la pentola sul fuoco e cuocete sino ad ebollizione avendo cura di aggiungere il burro ed il cioccolato a pezzettoni (si scioglierà più uniformemente). Lasciare raffreddare, chi lo preferisce può aggiungervi in questa fase anche del cedro candito. Da servire a parte in piccoli bicchieri dove poter intingere le chiacchiere.

San Terenzano, Masseria Felicia

13 febbraio 2010 by

Il monte Massico, versante nord (che guarda cioè il Lazio). Qui le vigne e gli oliveti di Masseria Felicia s’intrecciano continuamente, filari commisti di aglianico e piedirosso contornati da alberi di varietà leccino, sessana, itrana. Uno scenario mozzafiato.

Operai al lavoro in vigna. Piove, a tratti a dirotto, la temperatura è particolarmente bassa ma il lavoro in vigna non ammette pause. Intenti a legare i tralci lasciati sui ceppi dopo la prima potatura, pare che l’acqua scivoli loro addosso indifferentemente, pare. Traspare invece grande dedizione al lavoro.

L’ettaro e mezzo di vigna intorno alla casa della famiglia Brini. Il primo vigneto piantato da papà Sandro nei primi anni novanta. Aglianico e Piedirosso che si rincorrono nello stesso filare; E’ curioso notare le due differenti legature dei tralci, con l’aglianico tenuto linearmente stretto al filare ed il piedirosso legato più alto: la vigorosità, soprattutto nella fase vegetativa di quest’ultimo ha bisogno di maggiore spazio.

Il piccolo cellaio proprio sotto casa Brini riportato alla luce durante i lavori di restauro della casa colonica. Oggi qui vengono conservate le poche bottiglie di falerno del massico Etichetta Bronzo che si riescono a mettere via, a memoria storica di un viaggio di valorizzazione territoriale iniziato alcuni anni orsono, quasi per gioco, e divenuto nel tempo unico scopo di vita.