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18 giugno 2020
Ci lega a questi vini e a certe persone un legame affettivo solido, di quelli con una forte persistenza, lo ammettiamo; un attaccamento capace di superare il tempo e le difficoltà, grazie a radici profonde e l’orgoglio di appartenere a una terra perennemente sospesa, talvolta avara di prospettive ma pur sempre generosa e matrigna…

Lo diciamo senza timore di essere smentiti: è tempo che anche Salvatore Martusciello torni al centro dei Campi Flegrei. Con Gilda, sua moglie, hanno ripreso il filo della lunga storia famigliare e dopo la ripartenza con il Gragnano e l’Asprinio sono tornati a produrre i vini flegrei, il Piedirosso e la Falanghina, entrambi con l’etichetta Settevulcani.
Proprio il comprensorio puteolano della denominazione vive un grande momento di rilancio vitivinicolo, dalle coste del vallone di Toiano¤ e del Lago d’Averno¤ alle colline di Cigliano¤ e dello Scalandrone¤, ricche di lapilli dove emergono stupende vigne rigogliose, baciate dal sole, così suggestive da rimanerci a bocca aperta, consegnateci da una tradizione millenaria e da una vocazione unica e rara finalmente interpretate con sapienza e rispetto. Senza dimenticare le coste di Agnano¤, a ridosso del vulcano Solfatara, Monterusciello¤ e Cuma dove, proprio all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei e poco più in là, verso l’interno, Salvatore coltiva e produce le uve che danno vita ai suoi vini persistenti e vulcanici!
Non smetteremo mai di ricordare che ci troviamo all’interno di una immensa caldera in stato di quiescenza con numerosi crateri e vulcani sparsi su tutto territorio, a nord-ovest di Napoli. Qui, su questi terreni bruni e largamente sabbiosi le vigne conservano ancora il piede franco*, una vera rarità per il vigneto italico; la fillossera, l’afide che distrusse l’intera viticoltura europea tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 del secolo scorso, qui muore per asfissia, quindi le viti sono allevate, si può dire, praticamente come duemila anni fa, cioè sulle proprie radici (franco di piede, di dice) contrariamente a gran parte del resto d’Italia e d’Europa dove precauzionalmente invece è necessario innestarle su una radice americana resistente alla fillossera.
Del valore assoluto di queste peculiarità, della bontà dei frutti di questa terra ne abbiamo avuto ancora una significativa conferma davanti a questa splendida Falanghina Settevulcani duemiladiciotto, caratterizzata da grande spontaneità e tratteggiata da una invidiabile freschezza gustativa, un bianco dalle spiccate virtù minerali ed estremamente versatile a tavola.
Nel bicchiere ci è arrivato un vino dal colore paglierino tenue, con un profilo olfattivo subito invitante, dapprima floreale, poi sostenuto da frutta appena matura, dai fiori di agrumi alla ginestra, dall’albicocca al cedro. Dal sorso asciutto e sinuoso, agile e fedelissimo alla tipologia, tipicamente territoriale e dal finale di bocca tonico e piacevolmente sapido, senza alcuna ostentazione se non la spiccata acidità e quella sensazione salina che tanto serve sulla buona cucina territoriale!
Leggi anche Piccola Guida Ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.
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(*) Piede franco, non innestata su vite americana Qui.
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Tag:campi flegrei, falanghina, gilda guida, grotta del sole, piede franco, piedirosso, salvatore martusciello, settevulcani, vini di persistenza
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11 giugno 2020
Ogni tanto torniamo da queste parti, con gran piacere, poiché è quantomeno apprezzabile che un’azienda, nonostante faccia registrare volumi produttivi importanti – sono ormai circa 3.000.000 le bottiglie prodotte qui a Bolognano ogni anno -, sappia conservare un altissimo profilo qualitativo sul primo come per l’ultimo vino che passa dalla sua cantina.

Il Tralcetto di Zaccagnini è certamente il vino della memoria, le origini di quel legame indissolubile con la Terra Madre, qui nella sua versione Cerasuolo d’Abruzzo duemiladiciannove è tenue nel colore e sottile nel piacere della beva, con quel timbro rosa cerasuolo bello, luminoso e invitante.
Non è di quei vini dove ricercare ampiezze e verticalità, anzi, è di quei rosati da bere giovane, or ora e tutto d’un sorso, lasciandosi confortare da quelle sue deliziose sfumature floreali e fruttate che ne accompagnano la secca bevuta, la sottile e fresca scorrevolezza al palato. Un vino semplicemente buono, rinfrancante!
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Tag:cerasuolo d'Abruzzo, il vino del tralcetto, montepulciano d'abruzzo, tralcetto, zaccagnini
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4 giugno 2020
Furono probabilmente i greci, sempre loro, a piantare per primi la vite sulle pendici dei Monti Lattari, in Penisola Sorrentina, in provincia di Napoli e ad insegnare ”come si fa” agli Oschi, gli antichi abitanti di queste zone interne impervie e brulle ma fertilissime per via delle eruzioni vulcaniche.

Poi ci hanno pensato i Romani a darne slancio, grandi estimatori del vino prodotto da queste parti sui Lattari, allora parte integrante dell’Ager Stabianus, dove nelle numerose ville rustiche riportate alla luce la coltivazione della vite era la principale attività. Il vino di queste terre è sempre stato ricercato per la sua immediatezza e bontà, gradito per la freschezza gustativa, assai apprezzato per la bevibilità, così quando a metà del ‘900 i commercianti napoletani e in particolar modo i Massari gragnanesi impeganti nella “trafica del vino*“, ovvero l’acquisto del vino novello portato poi a Napoli nelle botti su grandi carri, cominciarono a farne vanto commerciale il successo fu incredibile e popolare, una fortuna che a fase alterne possiamo dire continua tutt’oggi.
Pochi possono vantare una conoscenza di questo territorio, dei siti, delle uve, dei vignaioli come la famiglia di Salvatore Martusciello, da oltre trent’anni impegnata nella coltivazione, produzione e commercializzazione di vini dei Campi Flegrei, dell’Agro aversano e di qui, provenienti da questo splendido areale della Penisola Sorrentina dove hanno certamente contribuito in maniera decisiva alla riscoperta, la salvaguardia e la valorizzazione di un patrimonio vitivinicolo così unico, un impegno che oggi Salvatore continua a portare avanti con maggiore determinazione e grande devozione con la moglie Gilda.
L’area geografica vocata alla produzione del vino doc Penisola Sorrentina si estende in una zona circoscritta dell’Appennino Campano lungo le pendici dei Monti Lattari, partendo da Castellammare di Stabia e tutto intorno sino a Punta Campanella, abbracciando praticamente tutta l’area della costa Sorrentina e il suo ”interno” in provincia di Napoli, attraversando diversi comuni come Gragnano¤ – città conosciuta in tutto il mondo per la pasta ma anche patria del famoso vino frizzante celebrato da Totò in ”Miseria e Nobiltà” -, Pimonte e, per la sottozona Lettere, i territori dei comuni di Lettere, Casola di Napoli e, in parte, il territorio di Sant’Antonio Abate, un’area dove vengono coltivate principalmente Aglianico, Piedirosso, Sciascinoso (Olivella) ed altre numerose varietà locali a bacca rossa e bianca che entrano a pieno titolo nella produzione dei vini di queste zone.
Il Lettere Ottouve duemidiciannove di Salvatore Martusciello è davvero un inno alla gioia a tavola, con quel colore porpora e la sua spuma violacea così stuzzicanti, con un ventaglio di profumi deliziosi ed invitanti di piccoli frutti rossi e neri carnosi, la piacevolissima freschezza del sorso come manifesto della convivialità, una vivacità gustativa intensa e tratteggiata in punta di rosso a grandi caratteri, per restare ben impressa ma solo per il tempo necessario, capace di donare ad ogni sorso un raggio di sole, una sferzata di gusto, la piena soddisfazione!
*Leggi di più sulla ”trafica del vino” Qui.
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Tag:aglianico, campi flegrei, gilda guida, gragnano, lettere, ottouve, penisola Sorrentina, piedirosso, Salvatore Martusciello Wines, sciascinoso
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29 Maggio 2020
L’autenticità della cucina irpina e della vera pizza napoletana. Pizze a metro, braceria a legna a vista, specialità irpine, così presentano la loro proposta i gemelli Marco e Luca Pragliola ai loro clienti.

Il locale, con anche uno spazio all’aperto, è proprio lungo la strada intercomunale tra Manocalzati e San Potito Ultra, facilmente raggiungibile per chiunque si trovasse in zona per una passeggiata fuori porta o per lavoro in terra d’Irpinia. Uno di quei posti dove la gente si riunisce soprattutto nel fine settimana, quando vanno in scena anche le uscite famigliari o i classici festeggiamenti occasionali. Vi si servono menu tradizionali ben eseguiti e a buon prezzo, con buone materie prime, carni perlopiù locali, piatti gustosi e abbondanti e, non ultima, una buonissima pizza, il fiore all’occhiello della proposta in carta, anche da asporto.
Desiderosi di provarne di diverse ci siamo cimentati nelle classiche napoletane: gli impasti sono molto buoni, prevedono l’uso di un pre-impasto (Biga) e almeno 48 ore di lievitazione, risultando così più leggeri; nota di colore, qui vige la regola del cornicione alto e soffice. Molto saporita ci è parsa la Marinara, con del Pomodoro di buonissima qualità e il resto dei condimenti anche. Scioglievole nell’impasto e profumatissima, decisamente una spanna sopra, la Margherita, che abbiamo chiesto con la Mozzarella di Bufala Campana Dop; meritevole di particolare attenzione la ”nostra” ricercatissima 4 Stagioni, qui presente in menu sin dall’apertura nel 2014: con Pomodoro e Fior di latte di Agerola, Salame irpino, Prosciutto cotto, Champignon e Carciofini sott’olio, Olive nere, Olio extravergine di oliva e Basilico fresco.
Dai Gemelli
Ristorante – Braceria – Pizzeria
Via Selvatico, n.1 (1,77 km)
83050 San Potito Ultra (AV)
Cell. 393 232 0248
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Tag:4 stagioni, Dai Gemelli, Luca Pragliola, Marco Pragliola, pizza 4 stagioni, pizzeria, Ristorante Braceria Dai Gemelli, San Potito Ultra
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22 Maggio 2020
Dal 16 Giugno proseguono gli appuntamenti #sommelierathome con ASPI, con 3 interessantissimi incontri sulla Campania, i suoi territori e i suoi vitigni, con alcuni tra i più apprezzati protagonisti del vino e il nostro Angelo Di Costanzo.

Durante gli incontri verrà degustato un vino che rappresenta le tipicità del vitigno o del territorio oggetto della lezione, con l’intervento in diretta anche del produttore. L’iscrizione da diritto a:
– 3 incontri sulla Campania
– 3 bottiglie comodamente a casa tua
– Streaming con il sommelier Angelo Di Costanzo e 3 produttori
– Attestato di partecipazione al termine del minicorso
– Uno speciale gadget ASPI per ogni partecipante

16 Giugno – ore 20.30 – I Campi Flegrei, dove nascono i vini del vulcano. Alla scoperta di una delle aree viticole più suggestive della provincia di Napoli, dove nascono vini particolarmente autentici prodotti su sabbie vulcaniche e da vigne a piede franco, in un contesto di grande valore storico e culturale. Degustazione di Falanghina Campi Flegrei Settevulcani con il produttore Salvatore Martusciello.

23 Giugno – ore 20.30 – Falerno del Massico, duemila anni di storia sulla bocca di tutti. Il grande vino della provincia di Caserta, che può essere senz’altro annoverato come il primo vino doc della storia. Un viaggio immersi in un territorio unico e particolare, dalle tante anime. Degustazione di Falerno del Massico Ariapetrina di Masseria Felicia con la produttrice Maria Felicia Brini.

30 giugno – ore 20.30 – Il Greco di Tufo, il grande bianco dell’Irpinia. Caratteristiche di un territorio straordinario, situato nel cuore dell’Irpinia e di un vino prodotto in soli 8 comuni del circondario di Tufo da cui la docg prende il nome, un vino moderno e proiettato nel futuro. Degustazione del Greco di Tufo Cutizzi di Feudi di San Gregorio con il produttore Antonio Capaldo.
Non perdete questa occasione di avere un sommelier ed un produttore a casa vostra, fate domande, soddisfate le vostre curiosità affidandovi ai professionisti per il migliore approccio al vasto e meraviglioso mondo della Sommellerie italiana.
Iscrivendovi a questo percorso alla scoperta dei territori e dei vini della Campania riceverete comodamente a casa le tre bottiglie che degusterete insieme, in diretta, con il sommelier e il produttore. Questo percorso ha un costo di 85€ (75€ per i soci ASPI in regola con la quota annuale) e iscriversi é molto semplice, basta mandare una mail a info@aspi.it. Ad iscrizione confermata, vi verrà fornito il link da cui potrete seguire la diretta con l’app Zoom.
Non perdete questo speciale approfondimento sulla Campania e continuate a seguire ASPI – l’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana, sono in arrivo altri interessanti appuntamenti con gli hashtag #sommelierathome #aspi #sommelier #formazioneonline.
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Tag:antonio capaldo, aspi, aspicampania, campania, campi flegrei, falerno del massico, feudi di san gregorio, formazione, formazioneonline, greco di tufo, maria felicia brini, masseria felicia, professione, salvatore martusciello, Salvatore Martusciello Wines, sommelier, sommelierathome
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12 Maggio 2020
Petilia, l’azienda dei fratelli Roberto e Teresa Bruno si è appena messo alle spalle il suo primo ventennale dalla nascita, impegnata su più fronti irpini, coltiva Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Aglianico e Falanghina su circa 20 ettari di vigneto, tutti dislocati in aree di particolare vocazione e pregio.

E’ questo un Greco di Tufo duemiladiciotto che ci appassiona per la sua classicità, proveniente dalle vigne di Chianche, più precisamente in località di Sant’Andrea, là dove la terra è argillosa, di carattere vulcanico e ricca di minerali, dove il sottosuolo conserva perenne una particolare connotazione sulfurea.
Proviene da una vigna ben esposta a Sud-Est che in alcuni punti raggiunge i 600mt s.l.m., un vigneto piantato proprio circa 20 anni fa, vigoroso e ben ventilato. Il vino che ne viene fuori fa solo acciaio e bottiglia, con solo il tempo a misurarne l’evoluzione.
Nel bicchiere ci ritroviamo un bianco dai tratti classici, dicevamo, con un bel colore paglia appena dorato sull’unghia del vino nel bicchiere, al naso vi si colgono profumi di fiori di acacia e biancospino, ginestra, poi ancora agrumi, mela cotogna ed erbette di campo. Il sorso è leggiadro ma pieno di carattere, con 12% in volume di alcol ma tanta freschezza e armonia nella beva. Di quei Greco piacevolissimi da bere in riva al mare, davanti ai tramonti dell’isola di Procida.
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Tag:Chianche, greco di tufo, irpinia, Petilia, Roberto Bruno, Teresa Bruno
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5 Maggio 2020
Non sono tantissimi i vini bianchi italiani capaci di resistere al tempo senza subirne in maniera decisiva il peso degli anni, tra questi, di certo, è abbastanza improbabile trovarci menzione di una Falanghina dei Campi Flegrei.

Eppure non vi è territorio in Campania più dei Campi Flegrei che riesce a stupire e sa di potersela giocare ad armi pari con chiunque in questo preciso momento storico per il vino italiano, capace di tirare fuori vini sempre più autentici, snelli e agili nella beva ma anche ricchi di spiccata personalità, ancor più con qualche anno di bottiglia alle spalle. Grande merito va ad alcuni produttori che da anni lavorano duramente per migliorarsi, capaci di scrollarsi di dosso limiti colturali e vizi tecnici azzerando così stereotipi, errori e falsi miti.
Abbiamo alle spalle anni di visite, chiacchiere, approfondimenti, ripetuti assaggi, ci viene così d’obbligo avanzare l’idea che proprio la vendemmia duemilasedici da queste parti a Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Marano e sulle colline più prossime a Napoli ha per certi versi delineato uno spartiacque, una sorta di punto e a capo, una linea temporale dalla quale si è ripartiti spediti dopodiché nulla può essere più come prima, con i pro e i contro necessari, un’assunzione di piena responsabilità senza più sconti, nessuna scusa.
Un cambio di passo che qualcuno ha saputo anticipare, arduo e faticoso ma ormai ben avviato, indispensabile per non continuare a dilapidare un patrimonio vitivinicolo unico e irripetibile che aveva bisogno solo di essere approcciato con maggiore rispetto, conoscenza e capacità tecniche, dopo (troppi) anni di discontinuità e disattenzioni.
Una strada che la famiglia Di Meo cammina da tempo con grande senso di responsabilità, con Luigi ormai pienamente votato alla vigna e i figli Mattia, Salvatore e Vincenzo man mano avviati nella gestione della cantina, quest’ultimo tra i più giovani enologi campani in campo ma già con una decina di vendemmia alle spalle che gli hanno consentito di anno in anno di ”leggere” e comprendere sempre meglio tutto il potenziale delle sue vigne flegree.
Ne abbiamo piena testimonianza con un po’ tutte le etichette di La Sibilla, alcune delle quali vanno esprimendo vini flegrei tra i più buoni di sempre mai bevuti, tra queste senz’altro c’è il Cruna DeLago duemilasedici¤, verosimilmente tra i più costanti negli ultimi anni, avviato a marcare un benchmark ormai chiaro per tutto il territorio, risultato di un percorso lungo e ben definito oggi nei suoi obiettivi. Ci arriva così nel bicchiere un bianco dal colore oro cristallino, radioso, dal naso anzitutto orizzontale e complesso, pieno di sensazioni floreali e fruttate, sfumature eteree, lungamente salmastro, un corredo aromatico che richiama vento di mare e terra ardente, capace di regalare sapori che risuonano energia, un sorso puntuto e sapido, fresco e minerale, un autentico richiamo al territorio flegreo.
Leggi anche Piedirosso Campi Flegrei Vigna Madre 2013 La Sibilla Qui.
Leggi anche Falanghina Campi Flegrei 2018 La Sibilla Qui.
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Tag:bacoli, cruna delago, falanghina campi flegrei, i vini della sibilla, la sibilla, luigi di meo, vincenzo di meo
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1 Maggio 2020
Sono trascorsi poco più di dieci anni da quando nel 2009 la parola “Prosecco” è divenuta identificativa di un vino a denominazione di origine e non più della varietà di uva con la quale veniva prodotto, mentre quest’ultima ha ripreso di fatto il nome Glera, suo antesignano originario del Friuli.

E’ bene ricordare infatti che da quel preciso momento storico è vino Prosecco quello che proviene esclusivamente da un’area di produzione geograficamente collocata nel nord-est italiano, lungo i territori che attraversano diverse province a cavallo delle regioni Veneto e Friuli, all’interno dei quali insistono, a livello piramidale, più denominazioni di origine che ne certificano la qualità: alla base di questa piramide c’è la Doc Prosecco, cui segue la Doc Prosecco Treviso, la Docg Asolo Prosecco che ancor più ne circoscrive la produzione in un’area specifica di 19 comuni attorno ad Asolo, nel trevigiano, sino ad arrivare alla Docg Conegliano Valdobbiadene Superiore che identifica i vini prodotti nei 15 comuni dell’area storica del Prosecco al cui apice c’è la Docg Valdobbiadene Superiore di Cartizze.
Seppure a molti appaia complicato questo giro di denominazioni è abbastanza chiaro coglierne l’intento del legislatore: fintanto che “Prosecco” indicava un vitigno e non una zona di produzione, sarebbe stata inefficace qualsiasi prova di tutela (vedi la diatriba tra Tokaji ungherese – denominazione – e Tocai Friulano – vitigno), vi era quindi la necessità di salvaguardare il prezioso aspetto storico e culturale delle aree più vocate – oggi le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene sono Patrimonio dell’Umanità Unesco -, senza però trascurare il valore economico delle grandi estensioni produttive di pianura che hanno di fatto contribuito a rendere il Prosecco una delle produzioni enologiche italiane più famose nel mondo, tanto da entrare di diritto anche nel vocabolario Merriam-Webster’s Collegiate Dictionary¤, uno dei più importanti vocabolari ufficiali degli Stati Uniti.
Tra i tanti protagonisti di questa lunga cavalcata c’è sicuramente Giuliano Bortolomiol, tra i primi nel secondo dopoguerra a raccogliere l’eredità dei pionieri, ad intuire il valore di spumantizzare un Prosecco brut e sin dal principio convinto sostenitore dell’utilizzo del metodo Charmat nella produzione dei suoi vini. L’azienda, fondata nel 1949, è guidata oggi dalle figlie Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana che sin dal 2001, sono passati quasi vent’anni, hanno avviato una progressiva conversione vitivinicola e una profonda ristrutturazione aziendale con al centro il ”Parco della Filandetta”, una splendida area ricavata dal restauro di un’antica filanda nel cuore di Valdobbiadene che riunisce al suo interno la cantina di vinificazione, spazi per la degustazione ed un vigneto biologico. Uno scatto verso il futuro nel segno della memoria e dei valori storici del territorio.
Un segno distintivo di questo percorso di qualità ci è parso l’Audax Zero.3, vino della Collezione Tradizionali, millesimo duemiladiciannove; nel bicchiere ci arriva un Prosecco molto interessante, dal colore giallo verdolino brillante, con bolle mediamente fini e dal profumo invitante e delicato. Prodotto con uve Glera in purezza, 12% di alcol in volume in etichetta, ha un naso lievemente aromatico, un po’ ”verde”, va sull’erbaceo ma è capace di consegnare anche delicati sentori di fiori d’arancio e frutta a polpa bianca; in bocca è secco, il contenuto zuccherino è infatti ai minimi, ma nessuna forzatura eccessiva, è certamente armonico per la tipologia e anzi, pare garantire tanta piacevole freschezza, un extra brut che ci regala un sorso di autentica leggerezza.
Leggi anche Il Prosecco biologico Ius Naturae di Bortolomiol Qui.
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Tag:bortolomiol, cartizze, giuliano bortolomiol, glera, le colline del prosecco patrimonio unesco, prosecco, valdobbiadene
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28 aprile 2020
Sono in dirittura di arrivo con le nuove etichette, il vino era pronto da qualche mese e dopo i ripetuti assaggi di queste settimane ci sentiamo di affermare che è buono come e più di prima; la nuova veste delle bottiglie è una ventata di freschezza che potrà solo fare bene alla piccola realtà montese di Alessandra e Gennaro Schiano.

Dopo l’ultimo buonissimo risultato alle prese con un’annata certo non facile da leggere come la duemiladiciassette, Gennaro si è finalmente convinto di dare una precisa identità al vino proveniente dalle sole uve coltivate nello splendido vigneto anfiteatro di Monte di Procida, in località Torre Fumo, sulla via Panoramica del comune flegreo, luogo a dir poco suggestivo dove il mare è praticamente lì, a due passi oltre la scarpata, dove la vigna gode di un microclima eccezionale con venti che spazzano costanti il Canale di Procida contribuendo ad arieggiare il catino di tufo giallo napoletano, sabbia e pomici intorno al quale insistono i terrazzamenti coltivati prevalentemente con Falanghina.
Torrefumo duemiladiciotto nasce proprio qui, come ben rappresenta la nuova bella etichetta d’artista, ha vivacità gustativa da vendere, è un bianco invitante e fine, minerale, senza dubbio tra le migliori interpretazioni di Falanghina tirate fuori da Gennaro negli ultimi anni.
E’ un vino certamente varietale e già ben definito, che regala però suggestioni marine e tratti balsamici molto gradevoli preparandoci ad un assaggio fresco, giustamente puntuto e saporito. Il primo naso è sottile ma già offre chiare sensazioni di frutta e tratti mediterranei molto chiari, profuma di agrumi, sorbe, nespola e biancospino. Il sorso è puntuto, giustamente sapido, sa pienamente di questa terra carezzata dal mare. Qualche tempo ancora in bottiglia gli consentirà solo di ben maturare e mettersi in prima linea per tirare la volata ai piccoli grandi vini già in marcia per il futuro di questo territorio!
Leggi anche Le vigne e il vino di Gennaro Schiano Qui.
Leggi anche Nessuna scusa, niente sarà come prima Qui.
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Tag:anfiteatro, campi flegrei, cantine del mare, falanghina, gennaro schiano, monte di procida, torrefumo
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25 aprile 2020
Di Asprinio d’Aversa se ne parla sempre troppo poco, mentre l’esperienza degli anni passati ci è servita per capire che quel suo gusto così spiccato e originale ha invece una marcia in più, davvero originale, unico e particolare!

Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola – Ducenta, Villa di Briano, Villa Literno in provincia di Caserta e Giugliano, Qualiano e Sant’Antimo in provincia di Napoli sono i 22 comuni dove è possibile produrre l’Asprinio d’Aversa doc, denominazione istituita nel luglio ’93 per disciplinare la produzione di un bianco fermo e ben due tipologie di vino spumante, un metodo Martinotti (charmat lungo) e un Metodo Classico. In etichetta, quando le uve provengono esclusivamente da viti maritate, è ammessa la dicitura “alberata” o “da vigneti ad alberata”, antico e suggestivo metodo di allevamento della vite di orgine etrusca.
Vi sono varie versioni sull’origine di fatto dell’alberata. Di certo c’è l’intuizione degli Etruschi di “maritare” la vite rampicante a dei tutori, in questo caso “vivi”, trattandosi di alberi, in particolare di pioppi. Poi varie annotazioni più o meno certe si sono aggiunte al contorno storico-culturale dell’Agro aversano, a partire dall’assunto che da sempre questi territori, per la loro estensione, erano interessati da una miriade di coltivazioni, nella maggior parte dei casi ben più redditizie dell’uva; tra queste la canapa, che raggiungendo altezze variabili, non ha mai contribuito a creare condizioni favorevoli ad una coltivazione promiscua con la vite se non in maniera limitata.
Inoltre, il notevole frazionamento delle colture presupponeva che l’Asprinio venisse coltivato perlopiù per il fabbisogno familiare resistendo proprio solo grazie alle alberate, poiché sviluppandosi in altezza non sottraeva terreno prezioso ad altre colture stagionali. Colture delle più differenti che nel tempo si avvicendavano nei fondi e che in certi periodi dell’anno traevano beneficio dalla loro presenza in caso di particolari condizioni meteo, si pensi all’ombra in caso di solleone o come difesa dal vento che qui, non avendo particolari rilievi sulla sua strada, arriva forte e deciso dalla vicina costa, distante appena una quindicina di chilometri.
Resta ovvio che in principio se ne ottenesse un vino bianco di sostentamento, spesso sgraziato, dal colore tenue e dal sapore particolarmente aspro, più utile come vino da taglio che a bersi da solo. Un quadro organolettico certamente migliorato grazie ad una maggiore consapevolezza nella gestione dell’alberata, finalmente percepita come un valore da salvaguardare, una testimonianza storica per tutto il territorio, e all’introduzione di nuovi metodi di allevamento della vite, con nuovi impianti, ma soprattutto con l’arrivo nelle cantine della moderna tecnologia, via via capace di ”domare” le asperità più accentuate del varietale senza però disperderne il carattere autentico dei vini.
Così il vino, pur restando di colore tenue, almeno in gioventù, caratterizzato da profumi lievissimi, di fiori gialli, di mela e agrumi, ha saputo conquistarsi un nutrito numero di appassionati alla ricerca di un gusto leggero e fresco, contraddistinto da puntuta acidità, mai appesantita da alcol e sovrastrutture inutili, proprio come sa regalare un sorso di Asprinio, tra i pochi varietali caratterizzati da un’elevata acidità fissa, dovuta al considerevole contenuto di acido malico, che ne fa, oltretutto, un’ottima base anche per la produzione di spumanti di qualità.
Con queste premesse è da lodare il grande lavoro della famiglia Numeroso che ha saputo ben conservare le sue poche alberate, affiancandovi negli anni nuovi impianti sperimentali con sistemi di allevamento alternativi, sino ad individuarne uno, il sylvoz, su cui puntare per dare nuovo slancio alla produzione di Asprinio in terra aversana. Da allora sono trascorsi oltre trent’anni, nel frattempo uno dei cugini Numeroso, l’indimenticato Carlo¤, ci ha prematuramente lasciati nel 2016, ma nelle loro vigne a piede franco appena fuori Lusciano, circa 2 ettari coltivati sul versante napoletano della dop Asprinio d’Aversa, in località Santa Patena, nel comune di Giugliano, fioriscono ogni anno, proprio in questi giorni di primavera, i germogli di uno dei più suggestivi vitigni bianchi campani.
Vite Maritata duemiladiciannove bevuto quest’oggi, in questa giornata particolare, vuole essere proprio un omaggio alla rinascita, un atto di riverenza a quest’antica vocazione, a un territorio che non smetteremo mai di raccontare. E’ un vino bianco dal colore paglia, il naso consegna profumi di fiori bianchi, agrumi, frutta a polpa bianca, macchia mediterranea. Il sorso è invece teso e vibrante, chiaramente sfrontato, tra un paio di mesi saprà essere ancor più godibile, giammai equilibrato ma con un frutto più chiaro e meno scomposto, con quel sapore asciutto, vivace, finanche citrino di cui sa farne ampiamente virtù. Viva l’Asprinio!
Leggi anche Lusciano, Vite Maritata 1998 Qui.
Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini Asprinio d’Aversa Qui.
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Tag:alberata, alberata aversana, asprinio, asprinio d'aversa, carlo numeroso, i borboni, lusciano, vite maritata
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10 aprile 2020
Ad Arles van Gogh aveva scoperto la luce, la potenza del sole, l’importanza del giallo capace di esprimere nei suoi dipinti tutta la profondità della sua arte. Ad Arles, nella sua ”La camera di Arles¤” dell’ottobre 1888, Vincent van Gogh allenta finalmente le briglie della sua abilità tecnica lasciando vibrare tutto il suo straordinario talento: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo colori in armonia. Ed è proprio qui che il suo giallo diviene davvero particolare, un giallo unico, preludio del rosso, il Giallo d’Arles…

Il Greco di Tufo è forse il vino bianco più rappresentativo della Campania, tra i primi, già negli anni ’70 a fregiarsi della doc e a varcare la soglia regionale e sbarcare così in tutto il mondo. Tutto nasce in un territorio abbastanza circoscritto in provincia di Avellino, siamo in Irpinia, dove sono infatti solo 8 i comuni ammessi alla produzione del Greco di Tufo: oltre a Tufo, che dà anche il nome alla denominazione, oggi docg, vi rientrano Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni.
Il protagonista è quindi il Greco, un vitigno abbastanza complicato da coltivare ma soprattutto di difficile gestione in cantina: ha generalmente un grappolo compatto, buccia sottile, un ciclo vegetativo piuttosto lungo, nulla di più complesso da gestire in vigna soprattutto con le attuali condizioni climatiche estremamente variabili che sembrano promuovere attacchi parassitari, muffe e deficit di maturazione dell’uva. Che poi da molti tecnici viene considerato un rosso vestito di bianco, per la cura e le attenzioni che richiede anche in vinificazione, con mosti sempre molto ricchi, contraddistinti da spiccata acidità, generalmente caratterizzati da un colore cupo che varia tra il bruno e il marrone, peraltro particolarmente sensibili all’ossigeno e alle filtrazioni che già di loro incidono considerevolmente nella piena salvaguardia del patrimonio organolettico di un vino.
Anche per questo molti vini vengono generalmente vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, così da limitare le movimentazioni delle masse in cantina e preservarne così, il più a lungo possibile, soprattutto l’integrità aromatica e la freschezza gustativa a discapito forse di operazioni che ne favoriscano la struttura e magari un più ampio potenziale espressivo. Una visione questa che non ci sentiamo certo di condannare, che ha però indubbiamente tenuto a freno per molti anni il reale potenziale di questo vitigno e questo straordinario territorio lasciando nel tempo emergere altre varietà e altri vini bianchi campani che si sono poi velocemente imposti sul mercato.
Pensiamo al successo, a tratti abbagliante, del Fiano di Avellino, vino che ha vissuto con grande slancio due decenni pieni di successi, tra gli anni novanta/duemila e poi, ancora, in quelli successivi il duemiladieci, allargando di parecchio la sua ombra proprio sul Greco, non fosse altro per la contigua provenienza territoriale irpina; più recentemente, per citarne ancora uno di esempio, anche la Falanghina ha saputo ben affermarsi, con i numeri del Sannio e la tipicità dei Campi Flegrei, sottraendo anche in questo caso fette di mercato un po’ a tutti gli altri vini bianchi campani sulla scena.
Ma il Greco sa essere molto altro, se appare infatti timido e dimesso nei suoi primi anni, con buone velleità evolutive per 4/5 anni, diviene praticamente immortale quando viene interpretato al meglio, a partire certo dalla vigna, non senza passare però da una fase di lavorazione che richiede accortezza, conoscenza e mezzi tecnici in cantina affinché a finire in bottiglia ci arrivi solo il meglio, tirando fuori così vini con profumi ampi e suggestivi e un sapore intenso e sempre coinvolgente, dal respiro originale, profondamente gratificante nella beva, proprio come ci ha abituato, tra gli altri, anche Luigi Moio nelle sue raffinate ”letture”, ogni anno sempre più affascinanti e stimolanti.
Questo di Quintodecimo è un vero e proprio Cru prodotto con le uve provenienti dalla tenuta del Giallo d’Arles di Tufo, 12 ettari piantati tutti a Greco, allevati a Guyot, da dove ci sembra venire fuori, con questo duemiladiciotto, una delle più autentiche loro versioni di Greco di Tufo degli ultimi anni; un vino dal colore luminoso e invitante, che sa di pesca gialla e pompelmo, di caprifoglio e citronella, dove emergono perentorie il frutto e il territorio, proprio grazie alle abilità tecniche¤, la profonda conoscenza del territorio e del varietale, l’uso intelligente e misurato del legno, che consentono a Moio di portare in bottiglia tutta l’anima e l’energia di questo pezzo d’Irpinia, intessuti, potremmo dire, senza più puntini, niente più tratteggi, nessuna sovrastruttura ma solo grande armonia, come fossero un lungo e prezioso filo ritorto del bisso!
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4 aprile 2020
‘’Vitigno o Denominazione’’? Il territorio flegreo è da sempre ben inteso come la culla della Falanghina e del Piedirosso, due varietali autoctoni straordinari che qui assumono caratteristiche e tipicità così uniche tanto dall’essere irripetibili altrove; vitigni per questo giustamente in primo piano anche sulle etichette che tutti abbiamo ormai imparato a conoscere ed apprezzare.

La risposta è come sempre nelle bottiglie, come prova a raccontarci anche quest’ultima uscita di Vigna del Pino duemiladiciassette di Raffaele Moccia, un bianco suggestivo e coinvolgente nonostante l’annata particolarmente difficile da queste parti, con un andamento altalenante, finanche siccitosa e avara di frutti, che ben rappresenta però tutto lo straordinario potenziale espressivo ed evolutivo del vitigno ma anche, soprattutto, i tratti caratteriali di un territorio unico ed eccezionale e quelli del vignaiolo flegreo che strenuamente lotta in difesa della sua terra.
L’azienda è a due passi dal centro metropolitano di Napoli, oggi con 13 ettari di vigne che accostano l’oasi naturale del Cratere degli Astroni, vigne vecchie di 40 e 60 anni e nuovi impianti che dal versante napoletano si allungano sino alle Coste di Agnano che affacciano sul mare nel comune di Pozzuoli. La terra qui è sottile e sciolta, profondamente caratterizzata da lapilli e sabbie vulcaniche, elementi questi che ritroviamo a più livelli nella composizione organolettica dei vini flegrei, in quelli di Raffaele Moccia in particolar modo.
Vigna del Pino rimane il suo piccolo capolavoro, un cru di Falanghina prodotto in appena un migliaio di bottiglie. Il duemiladiciassette è un bianco buono a bersi subito, celebrazione di un varietale presente in molti territori in Campania e al sud ma che proprio qui, nei Campi Flegrei, in questi scorci metropolitani dove la terra è matrigna e ardente, e si avvantaggia della vicinanza del mare, regala vini che sembrano conquistare significativa complessità, ampiezza e profondità gustativa particolarmente distintive.
Nel bicchiere ci arriva un vino bianco dal colore giallo paglia luminoso, fitto al naso, largo in bocca. Un vino ricco di frutto, pieno di maturità espressiva, vi si colgono anzitutto profumo di gelsi e albicocca matura ma anche sensazioni più sottili di macchia mediterranea, zenzero e pietra focaia. Il sorso è deciso, potremmo definirlo sgraziato, a suo modo però pienamente riconoscibile e gratificante, fresco e piuttosto sapido. Vitigno o Denominazione quindi? La risposta di Raffaele Moccia, la sua verità, è nell’ultimo bicchiere di Vigna del Pino 2017 di Agnanum.
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28 marzo 2020
L’areale della doc Falerno del Massico ha ”confini” ben chiari al giorno d’oggi, pur tuttavia non è affatto semplice riassumerne per intero una zonazione efficace di tale distretto senza entrare a fondo nelle maglie di un territorio eterogeneo che, oltretutto, gravita attorno al massiccio del Monte Massico facendo sì che si passi da terreni pedemontani a luoghi collinari – con tutte le implicazioni pedoclimatiche del caso -, sino ad arrivare letteralmente al mare.

Quando siamo arrivati qui la prima volta, ormai dieci anni fa, con Tony tra le prime cose che abbiamo fatto subito dopo le presentazioni di rito è stato raggiungere immediatamente le sue vigne, in particolare quelle sulla collina di San Paolo, a Carinola; un luogo di una suggestione unica, non solo perché si annovera negli annali che fu proprio questa una delle ultime tappe del Santo martire sulla via per Roma, ma anche perché in quel preciso questo momento della stagione, era novembre del 2010, il vigneto, con i suoi filari imbruniti e rossicci offrivano un bellissimo colpo d’occhio di colori, assolutamente imperdibile! Come se non bastasse, rimanemmo rapiti da un panorama sull’orizzonte infinito, che in quei giorni tersi si apriva alla vista addirittura delle isole del golfo, Ischia ma anche Procida e Ventotene.
A Carinola e nei suoi dintorni oggi insistono 26 ettari coltivati con Aglianico, Piedirosso e Falanghina, qui il vigneto sembra essere più omogeneo rispetti agli altri comuni della doc, piantato perlopiù su tufo e argille; di questi sono 4 gli ettari di proprietà della famiglia Rossetti che è qui da oltre tre generazioni, l’azienda produce Falerno del Massico con solo uve di proprietà provenienti in larga parte proprio dal rilievo di San Paolo, nel comune di Casale di Carinola.
I protagonisti di questa bella storia di resilienza sono Tony Rossetti e l’instancabile Zio Francesco, artefici dell’ultimo rinnovamento aziendale oggi alle prese con la loro attività con una filosofia semplice e chiara: produrre vini di qualità nel pieno rispetto del territorio, con interventi misurati e sostenibili in vigna ed un lavoro accorto ed essenziale in cantina nelle varie fasi di produzione. Una cantina piccola e suggestiva dove, tra le altre, Tony ama conservare oltre alle sue bottiglie anche un piccolo archivio storico di altri produttori dell’Ager Falernus, a memoria futura.
Tornando ai vini, i pochi filari di Falanghina danno vita oggi a un Falerno del Massico bianco giovane e persuasivo, caratterizzato da profumi tenui e varietali e dal gusto asciutto e sapido, da apprezzare proprio adesso in questa sua veste sfrontata. Non ricordiamo invece di questo Falerno del Massico rosso 1880 una versione così franca e priva di qualsivoglia sbavatura come la duemilasedici, in cui spiccano il frutto, la vivacità e la gradevole acidità che infondono il palato di una piacevole sensazione di bontà e freschezza gustativa; è un rosso in piena rampa di lancio, in grande forma, dal colore rubino vivace e un naso fierissimo, pieno di sottili rimandi floreali e fruttati che fanno dei due varietali Aglianico e Piedirosso espressione unica di questa meravigliosa terra di Falerno!
Leggi anche Casale di Carinola, il sogno di Tony Rossetti Qui.
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26 marzo 2020
E’ un territorio straordinario quello dentro e tutto intorno il Parco Nazionale del Vesuvio¤, è un concentrato di ricchezze naturalistiche, storia della vulcanologia, paesaggi mozzafiato, coltivazioni secolari e tradizioni che rendono l’area vesuviana uno dei luoghi più affascinanti e tra i più visitati al mondo.

E’ questa la culla del Lacryma Christi del Vesuvio, dell’uva Coda di volpe e della Falanghina, della Catalanesca e del Piedirosso, dello Sciascinoso e dell’Aglianico. Qui, a Terzigno, ai piedi del parco del Vesuvio, la porta sul vulcano tra i più visitati al mondo, c’è Villa Dora, l’azienda fondata dalla famiglia Ambrosio nel 1997 che sin dai suoi primi passi ha sempre confidato nel valore assoluto della salvaguardia del proprio territorio e consegnato nelle mani del tempo i suoi vini per lasciarne disvelare, con lentezza, con efficacia, la più alta espressione enologica.
Un’oasi di otto ettari di vigneto di età media di 30 anni e cinque di oliveto con alberi di quasi cento anni, non lontana dalla costa tirrenica che da qui è distante appena una dozzina di km; i terreni godono di esposizioni che volgono a sud-ovest e in alcuni punti raggiungono altitudini sino ai 250 mt s.l.m., circondati da una cornice di pini secolari, ginestre, giardini con rose e piante ornamentali, con tutto intorno un fitto corollario di arbusti e macchia mediterranea.
Le vigne qui si avvantaggiano tra l’altro di un’ambiente a dir poco unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica dove pomici e lapilli abbondano e dove le terre sono scure come la notte, dove insistono importanti escursioni termiche e le uve, tutte autoctone, vengono gestite con rigidi protocolli biologici e danno vita a vini originali, difficilmente ripetibili altrove, particolarmente longevi e ricchi di personalità.
Ne è testimonianza questo splendido Vigna del Vulcano duemilaquattordici, così giovane, vibrante e fresco! Non sorprende infatti il colore, oro puro, luminoso, con ancora acceni paglia sull’unghia del vino nel bicchiere; il naso ha bisogno di un po’ di tempo per rivelarsi del tutto ma il quadro olfattivo che ne viene fuori è affascinante e prezioso: fiori, frutta, erbette, spezie fanno da controcanto ad un sorso sottile, caldo e al tempo stesso intriso di freschezza, vi si colgono piacevoli rimandi a ginestra, corbezzolo, camomilla, albicocca, zenzero, polvere lavica, mentre in bocca si fanno subito largo sensazioni gustative che palesano stoffa e carattere minerale. Più che di Coda di Volpe e Falanghina è quanto mai opportuno raccontare di territorio, anzi, del Vesuvio!
Leggi anche Terzigno, Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 Villa Dora Qui.
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25 marzo 2020
Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Il Chianti Gratena in tal senso è una piacevole conferma e ci piace l’idea di collocarlo di diritto tra questi vini sicuri da non farsi mai mancare, etichetta che ci rimette in pace con una delle denominazioni più bistrattate che annoveriamo in Italia, dietro la quale si possono nascondere talvolta magre delusioni e bottiglie il più delle volte scontate e prive di quella riconoscibilità, di quel carattere autentico che ci si aspetta invece da una denominazione dalla grande storia, famosa in tutto il mondo per il suo territorio straordinario pur nella sua estrema eterogeneità. Per fortuna, ci viene da dire, riesce ancora a sorprendere e a conquistare.
Qui siamo a Gratena, nel comune di Pieve a Maiano, in provincia di Arezzo, in area Chianti docg. L’azienda è biologica dal 1994, stiamo parlando di 180 ettari di cui 17 a vigneto e 1600 olivi tutti gestiti in maniera sostenibile e quanto più naturale possibile, con concimazioni con letame, trattamenti con solo rame e zolfo, vendemmia esclusivamente manuale. Di questa splendida realtà ne abbiamo scritto, tra i primi, già qualche anno fa¤, rimanemmo particolarmente colpiti proprio da questa etichetta annata duemilatredici: un rosso tanto sincero quanto disarmante, con tanta frutta già al primo naso e un sorso pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, morbido e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo da bere.
Ci siamo tornati su con questo duemiladiciassette e la netta sensazione di qualità del vino nella bottiglia emerge nuovamente sin dall’approccio nel bicchiere: il colore rubino è appena un po’ più scuro, il naso è subito invitante, ricco di sensazioni fruttate e floreali, pieno di verve, piccole sfumature, vi si coglie la viola, il melograno, la mora, il ribes. Il sorso è avvolgente, asciutto, lievemente tannico e di buon corpo, l’annata calda e siccitosa ne tratteggia un profilo gustativo di maggiore spessore senza però privarlo di agilità e freschezza.
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21 marzo 2020
Sono giorni di particolare apprensione quelli che stiamo vivendo tutti, in larga parte ”reclusi” in casa in attesa che il tempo scorra veloce e che le buone notizie lascino presto immaginare un lento ritorno alla vita di sempre.

Ci sono ovviamente le dovute eccezioni, c’è chi negli ospedali è impegnato in prima linea da settimane nel combattere l’emergenza, chi invece non ha smesso di lavorare nemmeno un minuto per continuare a garantire i servizi essenziali per le comunità di tutto il paese come la produzione di beni di prima necessità, i servizi di assistenza e sicurezza, la logistica, per citarne solo alcuni senza i quali anche questo lento scorrere della vita al tempo del coronavirus diverrebbe di fatto impossibile.
Ciò detto, tornando a ciò che più ci appassiona e ci tiene in collegamento con queste pagine, anche in questo momento di disorientamento non bisogna perdere di vista che la coltivazione della vite e la produzione di vino hanno un calendario che in qualche maniera va seguito e rispettato anche in questo periodo segnato da non poche difficoltà.
Con Gennaio alle spalle, quando generalmente gran parte del lavoro in cantina con le fermentazioni e i processi di analisi sono superati e le prime potature in vigna ben avviate, sono proprio i mesi di Febbraio e di Marzo a divenire centrali per tutto il proseguio dell’anno.
In Febbraio, a cavallo della fine del mese, si completano in vigna le potature mentre in cantina c’è sempre gran fermento tra le vasche, dove i vini da bersi giovani terminano per gran parte le fasi della produzione mentre Cru e Selezioni sono alle prese con la definizione delle masse e ancora travasi. Altro tema sensibile in questo particolare momento dell’anno è quello della colmatura, pratica che riguarda principalmente i vini in affinamento in legno. Con il freddo infatti c’è una chiara contrazione del vino nelle botti esponendolo quindi al rischio di ossidazioni, evenienza a cui si rimedia colmando lo spazio vuoto fra la botte e la superficie del vino, attività che in alcuni casi, in particolari condizioni ambientali, può avvenire anche più di una volta a settimana.
A Marzo chi lavora in vigna sa che è questo il momento ideale per piantare nuove talee, tra l’altro proprio con la primavera riparte un lavoro programmatico della cura del vigneto per prepararlo al meglio alla ripartenza del ciclo annuale della vite. In cantina si procede invece all’imbottigliamento dei primi vini che andranno al debutto sul mercato da qui a poco, sono soprattutto vini da bersi giovani e in qualche caso gli spumanti metodo classico che hanno terminato il loro lungo percorso in bottiglia prima della sboccatura.
In Aprile, in qualche caso, vi può essere già un primo intervento di potature verdi in vigna, laddove vi siano germogli che si preferisce ‘’mettere giù’’ perché magari segnati da gelate notturne. In cantina si lavora invece alacremente nella gestione dei travasi per i Cru e le Selezioni mentre si terminano anche gli ultimi imbottigliamenti dei vini da bersi giovani e, si spera, soprattutto in questo momento di insopportabile sospensione temporale, che l’area commerciale dell’azienda torni alle prese con la gestione dei numerosi ordini di vendita da evadere.
Ci fermiamo per il momento qui, perché ci auguriamo sinceramente che superato questo brutto momento tutto possa ripartire regolarmente e in fretta: #andràtuttobene.
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19 marzo 2020
L’International Taste Institute¤ è il leader mondiale nella valutazione e certificazione di alimenti e bevande di consumo da parte di professionisti. L’istituto accompagna migliaia di aziende in tutto il mondo nel migliorare la qualità dei loro prodotti rilasciando la rinomata certificazione Superior Taste Award.

C’era anche Angelo Di Costanzo tra i professionisti invitati dall’International Taste Institute di Brussels per il raduno internazionale previsto questo fine marzo prossimo, un invito per la verità atteso da tempo a cui però non si è potuto dare seguito a causa dell’emergenza covid-19.
L’istituto, con sede a Brussels, può vantare una rete multiculturale di appassionati di cibo che lavora a stretto contatto con alcuni dei migliori Chef e Sommelier del mondo. Fondato nel 2005, il Taste Institute sta crescendo rapidamente e sono ormai innumerevoli le aziende alimentari provenienti da più di 100 paesi del mondo, delle più diverse categorie di alimenti e bevande, che scelgono di misurarsi con questa prestigiosa certificazione di qualità.
I prodotti sono testati da un nutrito gruppo di esperti del gusto e membri delle più prestigiose associazioni di chef e sommelier di tutto il mondo, sono infatti solo 200 i membri della giuria che vengono accuratamente selezionati in base alla loro preziosa esperienza nella degustazione sensoriale e al proprio curriculum vitae professionale. Stiamo parlando di esperti di Food&Beverage, competenti Sommelier e Chef di ristoranti prestigiosi con stelle Michelin provenienti da oltre 20 paesi del mondo tra cui la Spagna, la Francia, l’Italia, il Portogallo, il Belgio e i Paesi Bassi.
Angelo Di Costanzo è nato a Pozzuoli e vive nei Campi Flegrei. Il Sommelier puteolano, professionista dal 2001, vanta una lunga formazione professionale con una solida e qualificata esperienza maturata sul campo: è stato Miglior Sommelier della Campania nel 2008 e nello stesso anno ”Spilla d’argento” Charme Sommelier, più volte in concorso al Trofeo Miglior Sommelier d’Italia è stato per anni Head Sommelier del prestigioso Capri Palace Hotel&Spa¤. Eletto Sommelier Italiano dell’Anno per la Guida L’Espresso 2014¤, dal 2015 è Manager¤ e Wine Specialist presso San Gregorio Ristorazione, società del gruppo Feudi di San Gregorio. E’ membro della sezione campana di ASPI¤, la prestigiosa Associazione della Sommellerie Professionale Italiana, con la quale è particolarmente attivo nelle attività di divulgazione professionale e formazione delle nuove leve di professionisti.
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16 marzo 2020
Sabino Loffredo l’inafferrabile, i suoi vini bianchi, quelli di Pietracupa, ci sono e non ci sono; il Cupo, vino bianco straordinario che ad ogni millesimo diviene capace di superarsi e che va assumendo le sembianze di una di quelle etichette-mito tanto rare e ricercate a tal punto dal costringerti a non berle per non ”sprecarle”.

Oltre il manico dell’uomo vi è poi l’Irpinia, il Fiano di Avellino, Montefredane; mai il concetto di terroir poteva meglio manifestarsi in una singola bottiglia, mai quell’incrocio di condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica ed il clima permettono la realizzazione di un vino dalle caratteristiche così uniche come nel caso del Cupo di Pietracupa, l’azienda di Montefredane con poco più di 7 ettari di vigna dai quali provengono ogni anno poco più di 40.000 bottiglie di Fiano, di Greco¤ (quest’ultimo dalla proprietà di Santa Paolina) e una manciata di Taurasi.
A Montefredane, comune di poco più di 2000 anime in alta Irpinia, hanno vigne alcune piccole e grandi realtà del territorio irpino, come Villa Diamante¤, Traerte-Vadiaperti e Feudi di San Gregorio¤, solo per citarne alcune; terra straordinaria per il Fiano¤, di grande vocazione vitivinicola, le vigne qui crescono ben oltre i 400 metri s.l.m., arrivando in alcuni punti sino ai 600 metri, con esposizioni ben ventilate e soggette a forti escursioni termiche; qui, inoltre, i suoli sono perlopiù argillosi e in larga parte più ricchi di rocce e calcare rispetto a quelli di altri famosi areali storici della docg come ad esempio Lapio o Cesinali e Santo Stefano del Sole, a maggiore connotazione vulcanica.
Una caratteristica questa che contribuisce a dare ai vini di Montefredane alcuni tratti distintivi ben precisi: sono anzitutto vini particolarmente suggestivi e longevi, talvolta sui generis, tanto dal costringere alcuni produttori, in certe annate, a dover deliberatamente rinunciare alla docg perché i vini, certe interpretazioni, non rispetterebbero appieno i canoni standard definiti dalle commissioni di assaggio della denominazione, proprio come in questo caso del Cupo che reca infatti in etichetta la menzione Campania bianco igt.
A grandi linee possiamo affermare che l’annata duemilatredici sia stata fresca e tardiva, ben inteso tra le migliori dell’ultimo ventennio da queste parti, se vogliamo di impronta classica, con vini destinati a grande longevità e una progressiva evoluzione in bottiglia tutta da scoprire.
Non a caso il Cupo duemilatredici è un vino bianco ricco, dal colore intenso e avvenente, con un naso portentoso, ampio e complesso, puro e fine, al palato morbido ma pieno di stoffa pulsante, intessuto di freschezza e mineralità. Si fanno largo sentori tostati, finanche fumé che fanno da corollario ad un quadro olfattivo tratteggiato da frutta a polpa bianca e da erbette balsamiche (menta, timo, salvia), con un sorso pieno di sostanza, vigoroso, un finale di bocca lungamente sapido.
Perchè la Borgogna? Perché non a caso il concetto di terroir trova massima espressione proprio là in Borgogna, dove da generazioni si tramanda il mito, dove le differenze, talvolta millimetriche, le fanno i Climat prima che l’uva o il manico. Non a caso questo vino, per la sua integrità, la purezza e il suo rigore, emerge con forza anzitutto in tutta la sua fenomenale impronta territoriale. Eh sì, proprio come in Borgogna, a Montefredane, nascono grandi vini!
Leggi anche Il Cupo 2010 di Pietracupa è un grande vino! Qui.
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10 marzo 2020

Il nostro futuro, il futuro dell’Italia è nelle nostre mani. E’ necessario che ognuno faccia la sua parte, rinunciando a qualcosa per il bene della collettività. In gioco c’è la nostra salute e quella dei nostri cari, #iorestoacasa, fermarsi per qualche giorno, sino a quando sarà necessario è un gesto di grande responsabilità e segno di profondo senso civico. E’ necessario fermarsi per ripartire più forti di prima!
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5 marzo 2020
E’ un lavoro sartoriale quello che Gerardo Vernazzaro prova a condurre in porto con questa nuova etichetta, ”ritagliando” e ”imbastendo” gli ultimi 10 anni di esperienze in vigna e in cantina con questa bottiglia di Campi Flegrei bianco Tenuta Jossa duemiladiciotto.

Il racconto liquido che ne viene fuori è un viaggio emozionale nel recente passato che si chiude con un salto repentino nel futuro presente; nel bicchiere ci arriva ogni solco tracciato in vigna, il calore delle mani segnate dal freddo, l’emozione dell’ultimo raccolto, la fatica dei travasi, i millimetrici passaggi in anfora, poi defluiti in bottiglia, ogni prova d’assaggio, le cui distrazioni, gli errori e i ripensamenti si rivelano chiari e ben definiti consegnandoci una testimonianza viva e coinvolgente ad ogni sorso, un insieme di valori che sapranno, ne siamo certi, disvelare tutto il reale potenziale ancor più nei prossimi anni a venire.
Tenuta Jossa, questo il nome del vino, è anche una novità assoluta per la denominazione che troveremo sul mercato tra qualche settimana e che ci pregiamo di presentarvi con piacere nella sua veste definitiva dopo i ripetuti assaggi degli ultimi mesi¤. Su questo vino Gerardo Vernazzaro¤ ci sta lavorando con grande attenzione da diversi anni, come dicevamo; l’impianto da cui proviene è di 3 ettari – ripreso a matita in etichetta –, la metà piantati a bacca bianca e risale al 2011, allocato lungo la strada comunale che dal quartiere Pianura conduce fin su alla collina dei Camaldoli, a due passi dal centro metropolitano di Napoli, da qui si gode di un affaccio sul mare e le isole del golfo a dir poco mozzafiato.
Il vino è composito di Falanghina al 90% e per la restante parte da altre varietà autorizzate dalla doc Campi Flegrei bianco (perlopiù Fiano, ndr), denominazione rivista con alcune modifiche al disciplinare introdotte a partire dall’annata 2011 ma che in realtà, ad oggi, non era mai stata ”utilizzata” in precedenza da altre aziende flegree; la molteplice composizione varietale contribuisce ad accentuarne la verticalità e l’ampiezza del quadro olfattivo senza tradire però la solita tipicità vulcanica che ne caratterizza profondamente il profilo organolettico. Tenuta Jossa è un vino subito invitante e finissimo nei profumi, sa di agrumi, mela, felce, al palato è secco e ben sostenuto dalla freschezza, giustamente sapido nel finale di bocca. Siamo certamente di fronte ad un sensibile scatto in avanti per l’azienda napoletana e ad una grande ”nuova” opportunità per il territorio flegreo.
Leggi anche Ci mancava solo lo Strione 2009 di cantine Astroni Qui.
Leggi anche Falanghina Strione di Cantine Astroni Qui.
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3 marzo 2020
“In considerazione della rapida evoluzione della situazione internazionale che genera evidenti difficoltà a tutte le attività fieristiche a livello continentale, Veronafiere ha deciso di riposizionare le date di Vinitaly, Enolitech e Sol&Agrifood dal 14 al 17 giugno 2020, ovvero nel periodo migliore per assicurare a espositori e visitatori il più elevato standard qualitativo del business”.

Così Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere in chiusura del Consiglio di amministrazione della Spa, riunitosi oggi. “Vinitaly, insieme ad OperaWine – ha proseguito il direttore generale –, si svolgerà quindi in un contesto temporale in cui grandi eccellenze del made in Italy, quali Cosmoprof e Salone del mobile, per esempio, avranno il compito di rilanciare con forza l’attenzione dei mercati internazionali e l’immagine dell’Italia. In questo frangente ringraziamo le aziende per la fiducia che ci stanno dimostrando”.
La decisione è stata frutto di un’attenta analisi dei dati disponibili oltre che dell’ascolto delle posizioni degli stakeholder del mercato, incluse le principali associazioni di settore: Unione Italiana Vini, Assoenologi, Federvini, Federdoc, Federazione vignaioli indipendenti e Alleanza delle Cooperative settore vitivinicolo. “Lo spostamento a giugno di Vinitaly e di altre importanti manifestazioni internazionali nelle città di Milano e Bologna – spiega Maurizio Danese, presidente di Veronafiere – è un segnale che il made in Italy scommette su una pronta ripresa economica nei settori chiave del sistema-Paese. Auspichiamo quindi che il nuovo calendario fieristico nazionale possa generare una rinnovata fiducia ed essere strumento con cui capitalizzare la ripartenza del nostro Paese”.
Veronafiere attiverà una task force per assistere i propri clienti in ogni ambito necessario alla riorganizzazione delle manifestazioni posticipate e in stretta collaborazione con le associazioni di riferimento predisporrà tutte le azioni di incoming necessarie a garantire la presenza di buyer e operatori professionali qualificati. Sulle nuove date, inoltre, Confcommercio Verona e Cooperativa Albergatori veronesi hanno espresso massima disponibilità per favorire lo spostamento delle prenotazioni.
Nel 2021 Vinitaly sarà in calendario nelle sue date consuete (18-21 aprile); date che sono frutto dell’accordo con l’Union dei Grandi Cru di Bordeaux (UCGB) col quale dal 2013 c’è un accordo nato per incontrare le esigenze dei protagonisti del mondo del vino, buyer e stampa internazionale in particolare.
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25 febbraio 2020

ASPI MASTERCLASS FEUDI STUDI – FEUDI DI SAN GREGORIO
IL TERRITORIO PRIMA DI TUTTO!
Con Pierpaolo Sirch
Pozzuoli, 24 Marzo 2020
FeudiStudi è lo straordinario progetto di ricerca di Feudi di San Gregorio fortemente voluto da Antonio Capaldo che prova a raccontare ‐ con scelte di vinificazione e di affinamento senza compromessi commerciali da parte di Pierpaolo Sirch ‐ la ricchezza dei vigneti aziendali più espressivi, selezionati ogni anno fra i 700 vigneti di proprietà in base alle caratteristiche dell’annata.
Sono vini unici, prodotti in tiratura limitata (ca. 2.000 bottiglie) e non destinati ai canali commerciali tradizionali messi in bottiglie esclusive, ri‐edizione delle prime bordolesi del XVII secolo; tutto nasce due vigneti iconici di Fiano e negli anni seguenti sono stati individuati anche vigneti particolari di Greco e Aglianico.
La Masterclass, condotta da Pierpaolo Sirch e Angelo Di Costanzo si terrà presso Villa Eubea, a Pozzuoli, a partire dalle ore 19.00, è aperta ai soci ASPI e a tutti i professionisti e gli appassionati. Il costo per la partecipazione, codice MC2, è di 40 euro p.p. – 35 euro per i soci ASPI.
L’iscrizione può avvenire direttamente in sede o previa prenotazione via mail allegando copia del bonifico bancario intestato ad ASPI – IBAN IT 43 J 03111 5573 0000000010627 con la causale MC2 e cognome e nome. E’ indispensabile la prenotazione.
ASPI CAMPANIA
via Monte di Cuma 3, Pozzuoli (NA)
Tel. 081 804 6235 ‐ mail: napoli@aspi.it – campania@aspi.it
Leggi anche La prima recensione del progetto FEUDISTUDI Qui.
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Tag:angelo di costanzo, ASPI Campania, feudi di san gregorio, feudi studi, pierpaolo sirch, sorbo serpico
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18 febbraio 2020
E’ l’amplesso del manuale del sommelier, la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi beve e scrive di vino: un vino rosso dalla grande storia, ampio, gaudente e dal finale lungo almeno quanto il nome che reca in etichetta, un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: momento epico, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo e che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia già tutto scritto.

Diciamolo subito, il Riserva Ducale Oro duemiladodici ci è piaciuto, non meno delle annate precedenti e non ha certo influito la menzione Gran Selezione che ha contribuito, se proprio vogliamo dirla tutta, solo a confondere un po’ le idee.
Così siamo andati a studiarcela e abbiamo imparato che un tempo c’era il Chianti, poi, dal 1967, la zona di produzione più antica viene meglio specificata con ”Chianti Classico”. Stiamo parlando di un’area storica più limitata, collocata fisicamente tra le province di Firenze e Siena intorno alla quale insistono poi diverse sottozone del Chianti: Colline Pisane, Colli Aretini, Colli Senesi, Colli Fiorentini, Rufina, Montalbano, Montespertoli. Tutte docg basate sul Sangiovese, previsto come minimo tra il 70% e l’80% nell’uvaggio sino all’essere utilizzato in purezza.
A questo vi si aggiungono le Riserve, quei vini cioè con invecchiamento di almeno 24 mesi e, tra i Chianti Classico con almeno 30 mesi e 13% di alcol in volume, la menzione Gran Selezione che tradotta in termini di qualità dovrebbe garantire la massima espressione possibile di questo territorio.
Cosa che questo Riserva Ducale Oro di Ruffino riesce a fare abbastanza bene, sebbene continuiamo a rimanere particolarmente suggestionati dalle versioni Sangiovese purosangue. Questo rosso nasce infatti con Sangiovese per l’80% con un saldo di Merlot e Colorino per la restante parte, uve provenienti dalle tenute di Gretole e Santedame a Castellina in Chianti. Il colore è rosso rubino con riflessi granato sull’unghia del vino nel bicchiere, il naso è subito sfrontato, ci sono rimandi alla viola e alla prugna, ancora a note fruttate di visciola e sensazioni di foglia di pomodoro e spezie dolci. Il sorso è pieno, ha tessitura importante e buon equilibro gustativo, con una interessante trama acido-tannica.
Ben presto, si vocifera, la menzione Gran Selezione potrebbe diventare marchio distintivo a disposizione di tutti i produttori del Chianti, non solo quindi per coloro i quali producono all’interno dell’area storica. Si resta a guardare quindi in attesa che accada qualcosa di inaspettato nonostante il finale sia, pare, già tutto scritto.
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Tag:Chianti Classico Riserva Ducale Oro, Gran Selezione, Gretole, Riserva Ducale, ruffino, Santedame, tenimenti ruffino
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14 febbraio 2020
C’è tanta superficialità in giro, spesso te ne accorgi al primo sorso di vino, talvolta già prima di levare il tappo, certe altre ancor prima di mettere gli occhi sull’etichetta. Poi capita di fare Oohh! Così le bottiglie di Antonio annullano qualsiasi preconcetto, quale che sia la presunzione, la convinzione con la quale credi di sapere tutto di Falerno e di Primitivo.

A Falciano del Massico si contano circa 13,5 ettari iscritti alla doc Falerno, votati prevalentemente alla produzione di Primitivo, Barbera, Piedirosso, Falanghina e Moscato e con terreni composti perlopiù di argille, crete e limo, sabbie. Qui, sul versante sud del Monte Massico, fin dal 1900 i Papa promuovono la coltivazione del vitigno Primitivo e di alcune altre varietà minori poi ammesse nel disciplinare doc nel 1988. Nel 1999 iniziano i primi imbottigliamenti e la commercializzazione del loro primo Falerno del Massico doc Primitivo, Campantuono, un rosso di grande estrazione e carattere, continuando la valorizzazione dei vitigni di proprietà coltivati sulle colline del circondario sino a circa 300 mt s.l.m..
Conclave è quindi l’altro Falerno di Antonio Papa o comunque una espressione più moderna del suo Primitivo massicano. Fa da controcanto proprio al Campantuono, se questi infatti è figlio di vecchie piante a piede franco, cloni antichi e provenienti da un vecchio sito in particolare, Conclave viene invece fuori da 3 diversi areali e da vigne messe a dimora in anni più recenti e con piante innestate su piede americano. Si tratta di piccoli appezzamenti situati a poche centinaia di metri dal cuore di Falciano del Massico, in località Pietrasbirri (1,30 ha) e più in là, verso la collina Piantagione, in località Cofanari (0,60 ha) e Santa Maria in Boccadoro (1,50 ha).
Da queste parti l’annata duemiladiciassette è stata particolarmente calda, con l’estate che ha fatto registrare temperature medie ben al di sopra delle precedenti, senonché durante la vendemmia ci sono stati ripetuti sbalzi termici e qualche pioggia che hanno contribuito a portare in cantina uve ricchissime e leggermente appassite naturalmente in pianta da due dei tre siti succitati, quelli più caldi e ventilati in collina, mentre dal sito in pianura di Pietrasbirri le uve raccolte sono risultate più turgide e snelle, tant’è si è lavorato con un raccolto per ettaro di appena 45 q.li e una resa in vino del 58%, come a dire poca roba ma di assoluta qualità e con un estratto secco sui 40 g/l.: una vera bomba! Il vino ha poi fermentato in acciaio, svolgendo un breve affinamento in tonneau prima di finire in bottiglia, senza filtraggio.
Nel bicchiere ci arriva così un vino dal bellissimo colore rubino-porpora, avvenente, profondo e suggestivo, dai profumi originali e di sapore secco, morbido, caldo, avvolgente, sapido. Ha un naso portentoso, si rincorrono sentori floreali e di piccoli frutti ben maturi, dolci sensazioni speziate e riverberi balsamici sottili ed eleganti. Sa di lamponi e more, è succoso di visciola, di cacao e liquirizia. Il sorso è secco, potente e seducente, il frutto è quasi masticabile, l’acidità, il tannino e la glicerina sono ben fusi e regalano una beva importante, decisa ma sostenibile. Un sorso di piacevolezza assoluta, mai stucchevole o stancante, un piccolo capolavoro!
Leggi anche Papa, l’artigiano del Primitivo Qui.
Leggi anche Un tempo, la storia del mio Falerno del Massico Qui.
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Tag:ager falernus, conclave, falciano del massico, falerno del massico primitivo, papa, primitivo
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11 febbraio 2020
Una bella novità in terra di Falerno che merita assolutamente di essere conosciuta, l’azienda è a Cascano di Sessa Aurunca, nel cuore dell’Ager Falernus, con il vulcano spento di Roccamonfina a nord-est e il Monte Massico a Sud-ovest.

L’azienda della famiglia napoletana Guardascione vede la luce poco più di dieci anni fa, nel 2009, con l’acquisto di 16 ettari in località Torelle, nel comune di Sessa Aurunca, ad opera di Emanuele. Era un giovane agronomo e la sua più grande passione era la viticoltura, nutriva il sogno di contribuire a rinverdire i fasti di questo straordinario territorio da oltre duemila anni sulla bocca di tutti.
Dopo la laurea in agraria inizia il suo percorso, prima affiancando Pierpaolo Sirch presso Feudi San Gregorio, poi trasferendosi per qualche anno presso l’azienda cilentana di Paola e Bruno De Conciliis, esperienze che lo aiutano nell’indirizzare il suo modello di approccio al mondo del vino: ricerca e pragmatismo in vigna, senza perdere di vista uno sviluppo eco-sostenibile e i vini prodotti come essenza del territorio di provenienza. Nel 2010 pianta così i suoi primi 2,5 ettari di Aglianico e nel 2014, dopo aver rilevato una piccola cantina nella frazione di Cascano di Sessa Aurunca, riesce a portare a termine anche la sua prima vendemmia allorché viene a mancare prematuramente all’età di soli 29 anni.
Giuliana, la sorella, a cui Emanuele ha provato a consegnare il testimone nonostante il troppo poco tempo a disposizione, ne ha subito raccolto il lascito valoriale e con grande slancio continua a metterci l’anima nel portare avanti un sogno divenuto frattanto una splendida realtà. L’azienda produce oggi circa 12.000 bottiglie di vino con uve provenienti da vigneti coltivati tutti in regime biologico proprio a ridosso del vulcano spento di Roccamonfina. Qui si punta anzitutto sul Falerno ma anche nella valorizzazione della i.g.t. Roccamonfina sotto la quale si produce una Falanghina, un rosso e un rosato sempre da Aglianico.
“É” duemilaquindici, il Falerno di Torelle non è ancora in commercio, è un Falerno rosso con Aglianico al 99% e un lungo affinamento in acciaio, legni e bottiglia, ben 60 mesi, anche per questo ha un sapore assolutamente ancestrale, dal colore rubino vivace e un naso sfrontato e guascone, con quel timbro vinoso, floreale, fruttato e speziato e un sorso sottile, fresco, polposo e saporito, finanche sgraziato nel suo incedere gustativo ma pienamente autentico.
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Tag:aglianico, Cascano di Sessa Aurunca, Emanuele Guardascione, Falé, falerno del massico rosso, Giuliana Guardascione, Roccamonfina igt, Vini Sepe
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4 febbraio 2020
Siamo a Pozzuoli, ai piedi della Collina che anticipa le ripide pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo, sul versante nord della piana di Toiano, luogo dove sorge oggi uno dei quartieri più popolati del comune flegreo.

Sino alla fine degli anni ’60 qui era tutta campagna, vi erano perlopiù frutteti, campi agricoli votati alla coltivazione di mele annurche e arance, verdure e ortaggi, poi qua e là i coloni piantavano filari di varietà Montepulciano, Piedirosso e Trebbiano allevate con il tradizionale sistema dello Spalatrone Puteolano per farne vino di sostentamento, niente di che da un punto di vista commerciale.
Con il primo Bradisismo degli anni ’70, l’evacuazione definitiva del Rione Terra e del centro storico di Pozzuoli fu proprio questa l’area scelta per l’insediamento delle nuove case popolari che spostò qui, a partire dal 1974 e sino a metà anni ’80, gran parte della popolazione puteolana che in quegli anni si era un po’ dispersa in alloggi di fortuna tra la provincia a nord di Napoli e la fascia costiera Domitiana, sino a Castelvolturno e Mondragone in provincia di Caserta, Formia, Gaeta e Latina nel basso Lazio.
Mario Portolano¤, imprenditore napoletano lungimirante, alle prese con la prosecuzione dell’impresa di famiglia impegnata nel manifatturiero di pregio dal 1895, con attività commerciali nel centro storico di Napoli, poi a Roma e Milano, aveva investito in proprietà agricole proprio qui a Toiano, dove nel fine settimana amava trascorrere le giornate in famiglia e dedicarsi al lavoro in campagna e alla coltivazione della vite per farne vino per se e per gli amici più cari. Dopo le ultime espropriazioni, a fine anni ’80, riesce a mantenere almeno questo pezzo di terra, già Masseria Murro, per continuarci a vivere nel fine settimana e a fare vino.
Poco più di 4 ettari caratterizzati da sabbie vulcaniche e tufo giallo, piantati con ceppi di Aglianico provenienti da Taurasi e Piedirosso dei Campi Flegrei, vigne tutte ben esposte a sud con piante di almeno 30 anni, collocate su ripidi terrazzamenti che avanzano per centinaia di metri sulla Collina che anticipa le pareti di tufo giallo di Monte S. Angelo; qui, in certe estati, durante il giorno le temperature si alzano fin sopra i 35°/40° ma le vigne restano costantemente rinfrescate dal vento che arriva direttamente dal mare del golfo di Pozzuoli dopo aver spazzato praticamente tutta la conca ”entrando” dal Monte Barbaro sino a scivolare via verso Monterusciello e Licola.
Un microclima unico che contribuisce a produrre uve di grande qualità, sane e con tanta materia, in cantina arrivano mosti sempre molto ricchi che l’ottimo Gianluca Tommaselli, l’enologo che segue l’azienda della famiglia Portolano in cantina, riesce a ben interpretare alla sua maniera, con manico diligente ed essenziale, niente utilizzo del legno, solo acciaio e qualche mese di bottiglia.
Così anche a questo giro viene fuori un Piedirosso flegreo di particolare carattere, un duemiladiciotto che veste un colore rubino dal tono vivace, con un naso fitto e intriso di sensazioni floreali e fruttate dolci e invitanti, sa di violetta e piccoli frutti rossi e neri, poi un accenno speziato, il sorso è carnoso, pieno, equilibrato, regala un assaggio morbido, dal finale di bocca misurato, avvolgente e sapido. Se appena un anno fa potevamo raccontarvi di una piacevole scoperta oggi siamo certi di ritrovarci dinanzi ad una ragionevole certezza!
Leggi anche Piedirosso Campi Flegrei 2017 Mario Portolano Qui.
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Tag:campi flegrei, mario portolano, per e palummo, piedirosso, pozzuoli, rione toiano
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2 febbraio 2020
E’ un ideale, quello dell’appartenenza, che conservano un po’ tutti i produttori e i viticoltori a cui generalmente rivolgiamo la nostra attenzione, tra questi, negli anni, alcuni hanno saputo raccogliere il testimone dalla generazione precedente segnando in maniera profonda e inconfondibile il futuro dell’azienda di famiglia.

La famiglia napoletana Varchetta da quattro generazioni è impegnata ad affiancare al florido commercio di uve e vini puntuali e lodevoli investimenti in un territorio dove piantare una vigna spesso può rivelarsi impresa difficile quasi quanto programmare il lancio di una sonda esplorativa nello spazio.
Così, più o meno vent’anni fa, è nato il progetto Cantine Astroni, un cambio di passo decisivo per la famiglia ma anche, soprattutto, un nuovo modo di guardare al territorio non più in maniera passiva bensì diventandone tra i protagonisti più attivi, convertendo e piantando vigne oggi tra le più suggestive intorno a Napoli e mettendo su una cantina bella e funzionale, tecnologicamente all’avanguardia, proprio a due passi dal centro città e dalla Riserva naturale del Cratere degli Astroni¤, là dove oggi è possibile per chiunque andare e toccare con mano uno spirito nuovo fuori dai soliti luoghi comuni di una periferia altrimenti assediata dal cemento.
Proprio dalle vigne del circondario flegreo e dell’areale dei Camaldoli, da un vigneto di circa tre ettari piantati perlopiù con Piedirosso dei Campi Flegrei, provengono le uve di questo delizioso rosso, il Colle Rotondella, che pare riassumere tutto quello che un vino di questo territorio deve saper garantire in tutta la sua sfrontata giovinezza: un colore avvenente, profumi seducenti e ruffiani, una beva scorrevole e furba, non priva però del giusto carattere.
E’ un rosso tremendamente contemporaneo, decisamente didattico per chi si avvicina alla tipologia, dal colore rubino con vivaci sfumature quasi porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, con un naso estremamente varietale, vinoso, floreale di gerani e di piccoli frutti rossi e neri maturi. L’anima più tradizionale del Piedirosso flegreo qui è sorretta anche da un frutto dalle piacevolissime sfumature speziate ed una fresca tessitura gustativa abilmente interpretate da Gerardo Vernazzaro proprio grazie alla sua lunga esperienza di studio del territorio e del varietale. Il sorso è secco e morbido, dona piacere di beva che grazia il palato e un sorso che ne richiama subito un altro. Questo duemiladiciotto ci appare un vero e proprio elogio alla bevibilità¤, nonché un sincero omaggio a Napoli e alla napoletanità da parte di uno dei suoi più attenti e preparati interpreti enoici in circolazione!
Leggi anche Piedirosso Campi Flegrei Ris. Tenuta Camaldoli 2011 Qui.
Leggi anche Napoli, Cantine Astroni Qui.
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Tag:campi flegrei, cantine astroni, colle rotondella, gerardo vernazzaro, piedirosso
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29 gennaio 2020

Ci ha lasciati oggi, all’età di 91 anni, Michele Moio¤. Con la sua storia, i suoi vini, è stato un riferimento assoluto del vino campano, per tutti il papà del Falerno, grande interprete del Primitivo, suo uno¤ dei vini più amati e conosciuti dagli appassionati, il rosso Moio 57, nato sotto il segno di quella straordinaria annata nell’Ager Falernus e, con il Taurasi, tra i primi vini rossi campani a varcare i confini regionali.
Alla figlia Rosa e ai figli Bruno e Luigi che hanno continuato sulla sua strada e a tutta la famiglia Moio il nostro profondo cordoglio per la perdita di un uomo che tanto ha dato alla storia del vino campano.
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Tag:falerno del massico, michele moio, moio57, mondragone
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19 gennaio 2020
Un vino, ad ogni sorso, straordinariamente sorprendente! E’ bene dirlo subito, giusto per rendere chiara l’idea di quanto ci fa piacere lasciare traccia su queste pagine di questo vino, un po’ per noi ma anche per chi, non amando la tipologia oppure, più semplicemente, preferisce trascurarla, stia lì a pensarci ancora senza aver mai bevuto da questo calice.

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.
E’ forse il vino passito per antonomasia il Ben Ryé di Donnafugata, di certo tra i più popolari tra gli appassionati, di grande successo commerciale nonché di critica, mai confondibile con i tanti altri vini passiti prodotti a Pantelleria, la culla più vocata d’Italia per la nascita di questi meravigliosi bianchi dolci.
Va riconosciuto all’azienda di aver lavorato sempre negli anni per far sì che lo Zibibbo di Pantelleria, questa etichetta, nonostante il considerevole successo di mercato, potesse rimanere estremamente fedele ad una precisa identità territoriale prima che produttiva, un grande vino grazie al quale potersi affacciare su un mondo che rimane ancora profondamente misconosciuto, certamente lontano dal blasone dei grandi Sauternes, o di alcuni storici nettari mitteleuropei, ma che non manca di fornire come in questo caso, ancora una volta, vette emozionali e picchi di piacevolezza di notevole valore.
Il varietale, originario del nord africa, si è poi velocemente diffuso nel bacino del Mediterraneo e in particolare qui a Pantelleria grazie all’intensa coltivazione nei territori conquistati al tempo dagli arabi come uva da tavola e da essiccare. Il nome Zibibbo infatti richiama l’arabo “Zabīb” che significa, appunto, uva secca. E’ proprio qui a Pantelleria, con il suo clima caldo, siccitoso e ventoso dell’isola siciliana di origine vulcanica che lo Zibibbo, allevato ad alberello, sembra trovare le condizioni ideali per dare uva con un patrimonio di zuccheri incredibile e in grado di dare vini di finissima tessitura ma anche capaci di sviluppare profumi ed aromi caratteristici e particolarmente complessi.
Ben Ryé duemilasedici ha un colore oro-ambra luminosissimo, di gran fascino. Il naso è davvero un portento, assai intenso e persistente, ne viene fuori un quadro aromatico ricco di note e sensazioni fruttate passite, di macchia mediterranea, con sfumature eteree particolarmente suggestive che ne arricchiscono il profilo olfattivo: vi si colgono albicocca e scorze d’arancia candita, garighe e miele, accenni di cipria. Il sorso è certamente dolce, intriso però di freschezza, di lunghissima persistenza e piacevolezza. Naturalmente vocato agli abbinamenti con desserts dolci, è su alcuni formaggi (anche) erborinati che si misura alla grande in tutta la sua complessità.
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