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Ciao Carlo

8 dicembre 2016

Carlo Numeroso, I Borboni - foto A. Di Costanzo

La chiesa gremita di gente a Lusciano, oltre modo piena, sino al piazzale antistante dove si è sistemato chi non è riuscito a trovare posto all’interno. Parenti, amici e tantissima gente comune, moltissimi gli amici produttori e addetti ai lavori che non hanno fatto mancare partecipazione, affetto e vicinanza alla famiglia tutta.

Un sentito, caloroso ed accorato ultimo saluto a Carlo Numeroso, Principe dell’Asprinio d’Aversa prematuramente scomparso, tra coloro a cui si deve la conservazione ed il rilancio della viticoltura in queste terre, di questo autentico e prezioso vino della provincia di Napoli e Caserta, amato dal popolo eppure capace di appassionare i più grandi cultori della vigna e della tavola italiana, da Soldati a Veronelli.

Da noi tutti ancora un abbraccio ai figli, alla moglie e tutta la famiglia Numeroso.

L’Alberata aversana¤.

Piccola Guida all’Asprinio d’Aversa¤.

Lusciano, I Borboni¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Champagne Days al San Gregorio Ristorante

3 dicembre 2016

Champagne Days al San Gregorio Ristorante

Une eau de roche est claire, limpide, cristalline, comme si la source d’eau sortait tout droit du cœur de la montagne, pure, sans aucune pollution. L’expression “être clair comme de l’eau de roche”, qui exclut l’eau de pluie ou les eaux douces de cours d’eau, indique une excellente transparence dans les propos.

Chiaro, puro, cristallino, come acqua di roccia. Questo è il valore aggiunto da ricercare in uno Champagne perché sia immediatamente piacevole. Così è, pienamente espressiva e godibile, la cuvée Brut Réserve Boizel, da Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier. A dicembre, per chi vola da Napoli, al San Gregorio Ristorante, Champagne Days!

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San Gregorio Ristorante

Aeroporto Internazionale di Napoli

V.le F. Ruffo di Calabria 80144 Napoli

Tel. +39 0810199367

Champagne Boizel

46 avenue de champagne

51200 Epernay

www.feudi.it

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© L’Arcante – riproduzione riservata

Il respiro del vino

21 ottobre 2016

il-respiro-del-vino-luigi-moio-mondadori

[…] Il profumo forse è l’aspetto sensoriale più straordinario del vino, perché è anche il linguaggio della sua composizione, della sua storia, delle sue tradizioni, dei territori in cui nasce e dei microclimi che ne accarezzano i giorni. Il vino è la sintesi sorprendente dei profumi di tutto ciò che ci circonda, perché ha nella sua natura più profonda le tracce della terra, dei fiori, dei frutti, delle spezie, del mare, della montagna, del vento, della luce e di tante altre cose che nobilmente rappresenta. (Luigi Moio)

Questo libro – non ho il minimo dubbio -, diverrà presto un best seller! Mi sento davvero fortunato di aver condiviso con Luigi, il prof. Luigi Moio¤, tante chiacchiere e bevute in questi ultimi anni che mi hanno insegnato tanto e aperto ad un approccio al vino e al suo mondo estremamente significativo.

Il Respiro del Vino

”conoscere il profumo del vino per bere con maggiore piacere”

Luigi Moio, 2016 © Mondadori

© L’Arcante – riproduzione riservata

Carinola, Falerno del Massico rosso Rampaniùci 2010. Il gioiellino di Giovanni Migliozzi

1 ottobre 2016

E’ sempre piacevole ritornare su certi vini, seguirne la crescita, rileggere le impressioni e le suggestioni che ha saputo regalare negli anni. Senza perdersi mai del tutto di vista.

falerno-del-massico-rampaniuci-2010-viticoltori-migliozzi-foto-larcante

Rampaniùci è una collina celata da una trama di fitta boscaglia apparentemente ineludibile, dove ci si arriva attraversando un labirinto di anfratti sterrati che scorrono paralleli alla strada comunale di Casale di Carinola che, in località “le Forme”, all’improvviso, sbuca proprio ai piedi dell’altura.

Il reimpianto della vigna è stato completato nel 2005, cinque ettari praticamente a corpo unico –  una vera rarità per l’areale – perfettamente integrati nel paesaggio e che nulla hanno tolto allo splendore del fittissimo bosco di querce che li cinge tutto intorno. Lungo la salita dimorano le piante di primitivo, circa un ettaro di terra tufacea e ricca di scheletro e rocce affioranti. Poco più su, l’aglianico e il piedirosso: il primo guarda a sud, il secondo, che occupa però una densità inferiore dei quattro ettari rimanenti dell’impianto, punta il Monte Massico, verso nord/nord-est. Qua il terreno è più frammisto, composto comunque in gran parte da tufo e rocce minerali.

Rampaniùci è il Falerno del Massico rosso di Giovanni Migliozzi, caso raro per la denominazione per l’utilizzo dell’uvaggio di tutti e tre i varietali a bacca rossa rappresentativi dell’areale: primitivo, aglianico e piediorsso. Il 2010 è forse tra i più riusciti.

Quando hai frutti così in cantina ci devi mettere poco altro di tuo, perolopiù attenzione e tanto tanto rispetto. Così lavora Fortunato Sebastianot¤, e vince a mani basse. Davvero molto buono il duemiladieci, pare aver raggiunto pienezza espressiva e maturità: ha un naso estremamente intenso e persistente, ricco di nuances e sensazioni complesse di frutta, spezie, balsami. Il sorso è caldo e avvolgente, di gran carattere. Ha spessore e fragranza, corpo e bevibilità. Un signor Vino!

Rampaniùci, la terra promessa al Falerno¤.

Piccola Guida al Falerno del Massico¤.

Falerno del Massico, le tante anime dell’Ager Falernus¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Agnanum, il “vin de garage” di Napoli

25 settembre 2016

Con il termine “garage wine”, “vin de garage”, si identificano generalmente micro produzioni. Sono bottiglie prodotte in un numero talmente esiguo che ci starebbero, per l’appunto, in un garage. Talvolta sono vini cult, per questo introvabili e prodotti perlopiù solo nelle migliori annate.

Agnanum-Raffaele-Moccia-foto-larcante

Gli echi del movimento “garagiste” negli ultimi dieci anni si sono di molto ridimensionati eppure Raffaele Moccia lo potremmo tranquillamente continuare a ben definire tale, cioè uno che fa “vin de garage”, vini prodotti in quantità tiratissime perciò considerati rari e preziosi.

Certo non oggetto di culto – o almeno non ancora –  se non per l’impagabile contributo al valore del bere bene. Scoprire dove nasce il suo vino, con quanta enorme fatica coltiva la sua terra, gestisce il vigneto, vinifica e segue con cura maniacale ogni singolo gesto è pura emozione.

Eppure non ci sta a passare per idolo, un feticcio da sbandierare – immagine iconica tanto cara a certi soloni -, Raffaele è uomo di campagna, ha scarpe grosse e pensiero fino, sa cosa vuole la sua terra: buon lavoratore, buon seme, buon tempo, poco si preoccupa di altro. Un sentimento se vogliamo semplice ma capace di farci ritornare tutti con i piedi ben piantati per terra regalandoci tra mille difficoltà vini di grande autenticità.

Agnanum-il-vigneto-nuovo-di-raffaele-moccia-foto-larcante

Non che un premio lo faccia trasalire quindi, men che meno montare la testa, tutt’altro. Agnanum ne vanta già tantissimi di riconoscimenti, pur tuttavia il TreBicchieri® appena ricevuto per il suo Pèr ‘e Palummo 2015 è un premio molto importante per lui e per tutto il territorio flegreo, per la prima volta premiato con il massimo riconoscimento da una delle più importanti Guide ai Vini d’Italia per il suo vitigno più rappresentativo. In precedenza era successo solo ai Di Meo di La Sibilla¤ ma con il loro Cruna DeLago¤ Falanghina.  

Piedirosso Campi Flegrei Agnanum 2014 - foto L'Arcante

Altro gran capolavoro tirato fuori nel 2015 è il Vigna del Pino, il cru di Falanghina prodotto in appena mille bottiglie, senza tema di smentita il miglior bianco mai prodotto da queste parti negli ultimi anni. Non è semplicemente buono a bersi, in perfetta armonia ed equilibrio nonostante la giovane sfrontatezza, è didattico e rappresentativo, celebrazione di un varietale presente in molti territori in Campania e al sud che qui nei Campi Flegrei, in certi scorci metropolitani, tende ad acquisire complessità, ampiezza e profondità impressionanti e senza sovrastrutture talvolta dettate più dal manico che dallo spessore dell’annata. E’ un vino di 12 gradi e mezzo ricco di frutto, freschezza, abbondanza di sensazioni.

Agnanum-falanghina-campi-flegrei-2015-Raffaele-Moccia - foto L'Arcante

Il vino si sa è un progetto di lunga proiezione, non a caso Raffaele ha da poco ripreso alcuni terrazzamenti lungo tutto il costone che cinge l’Oasi del Parco degli Astroni di proprietà di alcuni parenti strappandoli così all’abbandono. Qui, dove tra un paio d’anni si riprenderà a raccogliere Piedirosso e Falanghina, sono stati rinvenuti, tra gli altri, alcuni ceppi centenari di diverse varietà misconosciute su cui presto partiranno progetti di ricerca e micro vinificazioni adhoc per trarne insegnamenti e prospettive. Tanto vale l’uomo, tanto vale la sua terra. Aspettiamoci quindi grandi cose, magari qualche buona bottiglia in più. 

Campi Flegrei Per ‘e palummo Agnanum 2014¤.

L’uva e il vino di Raffaele Moccia¤.

Falanghina Vigna del Pino 2006 Raffaele Moccia¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Monte di Procida, della Falanghina Campi Flegrei di Cantine del Mare e due tre cosette da ricordare

18 settembre 2016

È un bel momento magico per questo territorio e per i vini dei Campi Flegrei¤, risultato di un duro lavoro cominciato anni fa con non pochi alti e bassi e tanti protagonisti alle prese con scelte talvolta condivisibili altre volte meno.

Cantine del Mare - foto L'Arcante

Non sono mancati passi falsi, cambi di rotta, un po’ di confusione. Non a caso per almeno una decina di anni si è fatta enorme fatica ad imbroccare la strada giusta; non a caso l’areale contava due, forse tre riferimenti che valesse veramente la pena seguire. Alcuni si limitavano a girargli intorno senza mai però tirar fuori fino in fondo una propria idea precisa di vino. Poi c’era chi lavorava sodo¤.

A metà anni duemila, a 10 anni dalla doc ottenuta nel 1994¤, a chi già sulla breccia da anni e in qualche maniera portabandiera del territorio flegreo si sono affiancati nomi nuovi e piccoli artigiani del vino che lentamente hanno saputo dettare i tempi di un’impronta territoriale propria, uno stile ogni anno sempre più riconoscibile e apprezzato trasversalmente da bevitori appassionati e professionisti della degustazione, la cosiddetta critica di settore.

Gennaro Schiano - foto A. Di Costanzo

Tra questi val bene ritornare su Gennaro Schiano e la sua Cantine del Mare. Gennaro ha saputo con caparbia insistenza ripartire dalle origini, è riuscito in pochi anni ad allargare le fila della piccola azienda agricola di famiglia nei pressi della cantina di via Cappella a Monte di Procida acquisendo poi meravigliose vigne nelle zone tra le più vocate del comprensorio Bacoli-Monte di Procida e Cigliano a Pozzuoli.

Andare in vigna con lui significa camminare per luoghi di grande fascino e ricchi di storia antica: il Belvedere al Fusaro e l’Anfiteatro (o Stadio) sulla Panoramica a Monte di Procida sono posti da colpo a cuore, vigne di incredibile suggestione vista mare. I suoi vini cominciano finalmente ad esprimersi con una certa continuità di profilo e tipicità, segno questo di equilibrio raggiunto anche in cantina.

Botte di castagno, Cantina del mare foto A. Di Costanzo

Il suo Piedirosso ha trovato da tempo una più che discreta quadratura, l’ultimo assaggio del 2013 ha confermato la pienezza espressiva che lo caratterizza da sempre, offre un gran bel naso e un sorso sempre appagante; tra l’altro, prove alla mano, è capace di attraversare il tempo con una certa disinvoltura come dimostrano i diversi riassaggi di annate passate come la 2003, ancora in forma smagliante. Qui forse vale molto il fatto di poter contare su vigne e uve provenienti da areali flegrei collocati su più fronti, terreni diversi, esposizioni e microclimi differenti.

A questo giro però è la Falanghina¤ 2015 che ha pienamente convinto della tanta strada fatta. Assaggiata la prima volta lo scorso Maggio mostrava una vivacità incredibile sorretta dalla tessitura fine e minerale di sempre. A distanza di mesi, oggi, è decisamente in rampa di lancio, si distende con fierezza ed offre una complessità di beva di grande equilibrio e soddisfazione. Sa profondamente di questa terra di mare. È quel vino da bere adesso e per i prossimi tre-quattro anni con sempre maggiori aspettative. Non c’è che dire: Monte di Procida, “Hoc vinum optimum est”. E Gennaro Schiano è senz’altro il protagonista.

Monte di Procida, Cantine del Mare¤.

Monte di Procida, Falanghina 2003 Cantine del Mare¤.

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Pozzuoli, Campi Flegrei Piedirosso Riserva Pape Satàn 2012 Cantine dell’Averno

11 settembre 2016

Il lago d’Averno è un cratere vulcanico spento, nato più o meno 4.000 anni fa, coperto oggi da acque immote e scure; le ripide pareti che lo circondano sono coperte da boschi mentre quelle a pendenza dolce sono occupate da frutteti e vigneti, questi ultimi in parte terrazzati. Luoghi di particolare fascino, che quando sono in fioritura, nel loro pieno splendore, offrono un colpo d’occhio impagabile.

Pape Satan 2012 Cantine dell'Averno - foto Angelo Di Costanzo

Su queste sponde Emilio e Nicola Mirabella, due fratelli, un po’ alla volta hanno rimesso a nuovo un vecchio cellaio, comprato i ferri del mestiere e messo mano alla vigna di famiglia: poco più di un ettaro e mezzo, a piede franco, quasi tutto a per ‘e palummo con viti tra i 40 a i 60 anni d’età; fanno anche falanghina, perlopiù conferitagli dalle vigne confinanti di alcuni parenti. Comunque tutto lì intorno al lago. Per poco più di 4.000 bottiglie inclusa questa Riserva.

Il 2010 il debutto, ne abbiamo scritto puntualmente qui¤ e qui¤. La vendemmia è svolta rigorosamente tutta a mano, spesso a causa delle particolari condizioni climatiche con passaggi ripetuti tra il lungolago, in contrada Canneto, e i terrazzamenti che si arrampicano fin su via Strigari, con vista sulle rovine del Tempio di Apollo.

Pape Satàn 2012 è il primo per ‘e palummo Riserva messo in bottiglia da Cantine dell’Averno. Millesimo generoso quello, che ci ha già regalato piacevoli scoperte qui nei Campi Flegrei, il Vigna Madre¤ di La Sibilla su tutte. Emilio e Nicola ne hanno fatte poco più di un migliaio di bottiglie, una prova di affinamento in botte grande di rovere di Slavonia per capirne il potenziale (o il limite) di questo suggestivo piccolo fazzoletto di terra.

I primi assaggi, circa un anno fa, in tutta onestà sembravano scoraggiare questa strada: già carnoso per i suoi tredici gradi e mezzo, più che sgraziato, preoccupava per una sovrastruttura inaspettata notoriamente impropria al piedirosso, soprattutto flegreo. Ma come sempre accade quando si è ai primi passi è solo questione di tempo, pazienza e di un poco più di esperienza.

Il colore è fitto e il naso ben centrato, del passaggio in legno appena una fugace nota tostata, è maturo ma sempre molto invitante. Il sorso oggi è piacevole e morbido, ha digerito del tutto le ingerenze iniziali e regala una beva polputa e gratificante. Merita assoluta attenzione, ci aspettiamo perciò grandi cose dal 2013 già in bottiglia. Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il grido di Arianna

10 settembre 2016

Arianna Occhipinti

Raccogliamo l’invito di Arianna Occhipinti lanciato sul suo profilo Facebook nel rilanciare il suo grido di denuncia. È per la verità una situazione che accomuna molte realtà soprattutto del nostro sud, su più fronti vituperato e sfregiato spesso abusato per poi essere abbandonato a se stesso da una classe politica e dirigente sempre più assente e distante dalla realtà del paese. Istituzioni e classi dirigenti chiuse nelle maglie di una macchina abominevole e impenetrabile, che impone, pretende e prende senza mai sentirsi in dovere di darne conto. La verità però è che non si può più pensare di cavarsela così, scaricando su altri una responsabilità così grande; ognuno di noi, sempre, deve fare la sua parte. Ognuno, fino in fondo! (A.D.)

Io non ce la faccio più a vedere il mio territorio devastato dalla spazzatura, ogni angolo, ogni ciglio di strada, di fronte una vigna, di fronte un campo di grano, di fronte un giardino, di fronte lo sguardo disarmato di chi ama questa terra. Mi sono sempre chiesta se parlare male del mio territorio fosse controproducente, io che su questa terra faccio vino, vino di Vittoria, città di questa meravigliosa Sicilia che evoca sole, mare, ulivi, case di pietra e agricoltura. Ebbene ora qui la situazione è insostenibile, agricoltori che abbandonano, pecorai che conquistano terre, bruciando tutto, rompendo quei pochi muretti a secco ancora rimasti, cittadini incivili che scaricano immondizie, dentro e fuori città, calcinacci, plastica, polistirolo, elettrodomestici in discariche a cielo aperto e sui cigli delle strade, bottiglie che escono dai finestrini. Reti di materassi a chiudere il contorno delle case, come fossimo mandrie di pecore.
Macerie umane.
Un quadro di terrore e inciviltà che spegne giorno dopo giorno chi questa terra la Ama e vuole scoprirla, sognandola da km e km di distanza come Magica. Ebbene questo post serve anche per liberarmi di un peso, di un pensiero che mi attanaglia da mesi, di un senso di responsabilità che non posso fare più finta di ascoltare:
Non posso più parlare bene di tutto ció che mi circonda.
Non posso più dire che abbiamo una storia millenaria, perché non è più così.
È del nostro presente ora che dobbiamo occuparci.
Questi luoghi sono stati distrutti da gente che non ama, che non vede, che non respira, che non ridarà mai ai suoi figli, una terra migliore di come l’hanno trovata.
Aiutiamoci insieme a ripulirci, a ripulire.
Fate circolare questo messaggio. Spero servirà a qualcosa.

#vittoriacittapulita

Arianna Occhipinti, Il Frappato 2010¤.

Arianna Occhipinti, Grotte Alte¤.

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L’imbucato consapevole

8 settembre 2016

”…Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. E ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”. [© 2013 Jep Gambardella, La Grande Bellezza]

la-grande-bellezza

C’è una sovrabbondanza di astanti, appassionati, sommelier et similia, degustatori serali, bloggers, qualche piccolo giornalista che, ancora oggi, fanno fatica a ben comprendere che non se ne può più di imbucati e scrocconi agli eventi, molti dei quali messi su con grande sacrificio e auto-tassandosi, caricandosi così impropriamente di costi altrimenti insostenibili. Mecenati sì, fessi no.

#ForzaCampiFlegrei

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Le ragioni del bere vino blu

2 settembre 2016

C’è stato un periodo di gran fermento per gli appassionati di vino, quando si ragionava su tutto e ci si faceva domande profonde, talvolta delle più improbabili epperò precise, quesiti che richiedevano risposte plausibili e circostanziate: il terreno, l’altitudine, varietali autoctoni o alloctoni? E poi rese per ettaro, portainnesto Paulsen o Ruggeri, tostatura delle doghe usate per le barriques, di primo, secondo o terzesimo passaggio, il sughero o il silicone, e bordolese quale? A spalla alta, tronco-conica. Vieppiú sul colore, le sfumature, le ragioni dell’ananas ed il miracolo minerale, la ricchezza e la profondità degli abissi marini. In pianura, sulla costa come in montagna. Il prezzo, eh… il prezzo, il mondo di mezzo. Per non parlare della comunicazione, l’immagine, il brand. Il successo di vendite!

Poi, sembra, un lento declino: pare vadano via solo le bolle, e il vino vegano, e mò, peggio, blu. Mi sa che qualcosina non ha funzionato, e qualcuno – non noi, sia chiaro – non ha fatto bene il suo lavoro, evidentemente.

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Pozzuoli, domenica 4 settembre lo stato dell’arte nei Campi Flegrei

3 agosto 2016

Locandina campi Flegrei

 

Villa Avellino Residenza Storica
Via Carlo Rosini, 21
Pozzuoli-Napoli

Informazioni e prenotazioni:

Tel. 3496936357 – consorziocfic@gmail.com

 

Le Strade del vino dei Campi Flegrei¤

Io amo|Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤

Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #1 e #2.

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Qui Campi Flegrei|Settevulcani, l’anima flegrea di Salvatore Martusciello

30 luglio 2016

C’è un momento nella vita in cui si ha bisogno di fermare tutto e ragionare. Subito dopo può accadere di cambiare strada, oppure, di ripartire più forti di prima. Mancava un pezzo di strada alla nuova mappa del territorio flegreo, diciamo mancava quel bel pezzo che conduce alle origini, dove tutto ebbe inizio. C’è chi ce lo ricorda, a suon di piedirosso e falanghina!

Settevulcani Piedirosso dei Campi Flegrei 2015 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Un po’ come quei grandi puzzle mancava qualche tassello, di quelli centrali, simili a molti ma i soli perfettamente calzanti lo spazio vuoto. Bene quindi che Salvatore e Gilda riprendessero a fare quello che assieme a tutta la famiglia Martusciello hanno sempre fatto con grande slancio e passione in Grotta del Sole¤, non solo per i Campi Flegrei, negli ultimi trent’anni.

Così dopo il Gragnano¤, l’Asprinio¤, il Lettere, ecco PiedirossoFalanghina. Sono questi i vini che hanno accompagnato il successo della cucina napoletana e campana in Italia e nel mondo, vini di sovente sottovalutati forse perché immediati, freschi e di grande popolarità, tenuti talvolta fuori dalle guide più per sciatteria dei relatori che per mancanza di riferimenti di pregio. Un vero rompicapo certe volte, sono comunque sopravvissuti alle mode e alle fisime dei ben pensanti ed oggi godono con grande soddisfazione di più ampio consenso e successo commerciale.

Settevulcani Falanghina dei Campi Flegrei 2015 Salvatore Martusciello - foto L'Arcante

Falanghina dei Campi Flegrei Settevulcani 2015 ha una gran verve e invero non poteva essere altrimenti visti i precedenti storici, in questo senso credo sia stato un po’ come ritornare in bici. Ha freschezza da vendere, è agrumato, floreale, puntuto, dal sorso sottile e spigliato. Sembra argomento trito e ritrito ma diversi territori campani e del sud stanno puntando forte su questo vitigno per la grazia e l’immediatezza dei vini, ma il nerbo più verace rimane del tutto appannaggio di quello flegreo.

Piedirosso dei Campi Flegrei Settevulcani 2015 sin dal primo sorso riporta subito in mente l’impronta polputa e piacevolissima dei rossi vulcanici a base piedirosso. Proprio questa etichetta rappresenterà per Salvatore e Gilda la sfida più importante per i prossimi anni. Il piedirosso vive un momento magico, è sulla bocca di tutti e quello coltivato qui nei Campi Flegrei sembra avere grandi margini di crescita sul mercato perché tra i pochi a caratterizzarsi per un territorio così unico ed irripetibile e vini così profondi eppure di grande immediatezza.

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L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

Un ricordo di Gennaro Martusciello¤.

Montegauro 1997, la storia nel bicchiere¤.

Io amo, Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Scauri, lunedi 11 luglio c’è Falerno Première

3 luglio 2016

L’estate porta con se sempre uno spirito nuovo, ecco una gran bella iniziativa da non perdere per tutti gli appassionati di vino!

Falerno Première

Si chiama Falerno Première, è un progetto nuovo e ambizioso, che prende le mosse dalle esperienze di questi anni di Andrea Polidoro spesi in giro per il mondo tra aziende, manifestazioni, fiere, appuntamenti enogastronomici, degustazioni.

Falerno Première si terrà lunedì 11 luglio sulla Spiaggia dei Sassolini di Scauri, l’intento è arrivare alla prima edizione della presentazione in anteprima delle annate di Falerno alla maniera dei grandi rossi italiani, manifestazione che avrà luogo al Castello Ducale di Sessa Aurunca nel febbraio 2017.

Su invito, è riservata a giornalisti, sommelier, operatori del turismo e della ristorazione, professionisti del mondovino, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni dell’agricoltura.

Ci troverete Masseria Felicia¤, Villa Matilde¤, Nicola Trabucco, Gennaro Papa¤, Cantina Zannini¤, Bianchini Rossetti¤, Regina Viarum, Fattoria Pagano. Un territorio straordinario, persone, aziende e vini da sempre nel cuore e ampiamente raccontati su queste pagine. Save the date!

Per informazioni e accrediti: andrea@mareincantina.it

Qui l’evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/271282173229716/

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Falerno del Massico, le tante anime sulla bocca di tutti¤

Io amo|Piccola guida al Falerno del Massico¤

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Campi Flegrei, dove eravamo rimasti

6 giugno 2016

C’è del nuovo nei Campi Flegrei, una bella ventata di freschezza nel panorama enoico della regione, un brivido che punta a scuotere gli animi che da qualche tempo sembravano un poco assopiti, come rassegnati ad un campionato perlopiù di metà classifica.

Tenuta Camaldoli, Campi Flegrei - foto Cantine Astroni

Eppure, da più parti, mai come negli ultimi 4/5 anni non sono mancati apprezzamenti ed attenzioni su molti vini bianchi qui prodotti oltre naturalmente su certi piedirosso, vino che sta vivendo un vero e proprio momento d’oro, salutato con sempre maggiore rispetto non solo dagli appassionati ma soprattutto dai professionisti del vino.

E’ un nuovo corso? Ci crediamo fortemente,  l’auspicavamo e rivendicavamo con forza da un po’ – leggi qui¤ e qui¤ -; quello flegreo è un territorio davvero unico e suggestivo dove nascono vini di grande valore storico, culturale ed emozionale, caratterizzati da profili organolettici invidiabili, oltre che estremamente funzionali con la cucina di tutti i giorni. Una rivincita bella e buona.

Una crescita che non abbiamo mai scordato di spronare e seguire con attenzione, che può contare su solide radici ed un repentino cambio generazionale in atto che ha saputo rifarsi velocemente dei molti errori del passato, superando l’ostinazione di smarcarsi sino all’isolamento, rivedere seriamente la conduzione della vigna e molte pratiche di cantina in molti casi fuorvianti, favorendo così colture più sostenibili e protocolli sempre più alleggeriti a tutto favore di vini finalmente espressivi più delle varie anime del territorio che del manico del consulente. E i bicchieri ”parlano” chiaro.

Più in là scriveremo con maggiore dovizia dei rossi flegrei, per il momento ci piace sottolineare quanto tra i bianchi il risultato su alcuni recenti assaggi sia davvero incoraggiante: i vini hanno profili ben definiti, alcune bottiglie sono davvero coinvolgenti.

Vigna Stadio, Campi Flegrei - foto Cantine del Mare

Falanghina Campi Flegrei 2015 Michele Farro. Vino sempre di grande pulizia ed equilibrio quello di Michele¤. Dal naso invitante tutto giocato sull’erbaceo e la frutta a polpa bianca, melone e pesca, colpisce la prossimità al cru aziendale, il Le Cigliate; ha sorso sottile e teso, mai così appagante.

Falanghina Campi Flegrei Sintema 2015 Cantine Babbo¤. Una bella sorpresa il bianco della piccola azienda di Tommaso Babbo, tra le prime a mettere in bottiglia vino d.o.c. Campi Flegrei. E fa piacere che il lavoro di cantina giri adesso tutto intorno alla giovane enologa Alessia, figlia di Tommaso, che ha pienamente preso le redini in mano raccogliendo il testimone da Vincenzo Mercurio. Naso suggestivo ed invitante, sorso fresco e caratterizzato da spiccata vivacità gustativa. Immediato e di gran gusto.

Falanghina Campi Flegrei 2015 Cantine del Mare. Il lavoro di Gennaro Schiano non lo scopriamo certo oggi, lavora vigne stupende¤ e certe sue bottiglie¤ sono capaci di reggere il tempo in maniera stupefacente! La falanghina, croce e delizia della piccola azienda di Monte di Procida, si è scrollata di dosso qualche piccola imprecisione del passato e ci dà oggi un vino estremamente varietale e minerale. Ci senti il mare dentro.

Falanghina Campi Flegrei Colle Imperatrice 2015 Cantine Astroni¤. È il suo momento migliore, ha messo alle spalle la timidezza dei primi mesi in bottiglia che un po’ lo imbrigliavano, adesso scorrazza nei meglio bicchieri ‘capelli al vento’. Sottile e sapido.

Falanghina Campi Flegrei Vigna Astroni 2014 Cantine Astroni. Ci ha lavorato un po’ Gerardo¤ per trovarci una prima quadratura. Certo l’evoluzione del vino non è una scienza esatta, sarà quel che sarà, oggi quello che ti lascia finire la bottiglia in 2 è la complessa avvenenza del naso (ampio, varietale, parecchio coinvolgente) e soprattutto la succosa piacevolezza del sorso. Tradotto: il primo bicchiere ne richiama subito un altro e un altro ancora. E’ saporito e solare.

Falanghina Campi Flegrei 2014 Agnanum. Raffaele¤ ama firmarle le sue bottiglie, così chi le beve sa chi ne racconta la storia; sì, perchè una bottiglia di Agnanum è ognuna una storia, il racconto di un anno, di un pezzo di terra, la fatica dell’uomo che la lavora. Al naso ci senti il profumo del cratere, la sabbia vulcanica dove affondano le radici della vigna. Il sorso è una spremuta d’uva delle coste d’Agnano, nettare succoso e tonico. Vino bianco essenziale e profondo.

Falanghina Campi Flegrei 2014 Cantine dell’Averno. È la strada giusta quella intrapresa da Nicola ed Emilio Mirabella, sono vini molto territoriali quelli di Cantine dell’Averno¤, magari non proprio facilissimi per qualcuno di prima mano, ma godono di un’impronta varietale calda e polposa. Una manciata di bottiglie da una delle più belle vigne flegree nel cuore del Lago d’Averno¤.

Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

A bocca asciutta

5 giugno 2016

Il fatto è questo: sembra che la gente abbia ripreso ad uscire. Pian pianino, pur facendo due conti stretti stretti pare abbia riscoperto il piacere di stare fuori casa, spostarsi anche per cinquanta chilometri per un piatto di pasta o una pizza fritta anziché rincoglionirsi davanti alla tele.

E in effetti i ristoranti e le pizzerie tornano ad essere ”sempre pieni”, un segnale importante in un momento economico che continua ad essere di difficile lettura e che però ci consegna una opportunità  davvera straordinaria per la nostra tavola: in Italia non si è mai mangiato meglio come negli ultimi anni e questo è un dato di fatto, e mai così tanti grandi protagonisti primeggiano contendendosi lo scettro di migliore dei migliori.

Cuochi e Pizzaiuoli vere Stars, magari tra un po’ toccherà a camerieri e sommelier, chissà. Affascinano un po’ un meno, ma ancora per poco. Il passaggio del testimone è nell’aria. Fioccano così rassegne, eventi, feste, congressi, showcooking, galà di presentazione di guide, pillole quotidiane se non intere trasmissioni in TV, reality, masterchefs vari sulla payTV. Passerelle un tempo elite per pochi ora menate fighissime consentite un po’ a tutti basta che abbiano una giacca bianca e un po’ di aria da friggere!

Ma qual è il genio tutto italiano dinanzi a tutto questo ben di Dio? Si svuotano i ristoranti e le pizzerie (sempre pieni) dei loro grandi protagonisti per portarli in giro per rassegne, eventi, feste, congressi, showcooking, galà di presentazione di guide, pillole quotidiane se non intere trasmissioni in TV, reality e masterchefs vari sulla payTV. Spettacoli un tempo elite per pochi ora invece a portata di click, addirittura on demand comodamente seduti sul divano, davanti alla tele a nutrirsi di aria fritta!

È vero, è un pensiero forse un poco malato questo, uno stillicidio che sa di beffa dal sapore dolce amaro, oppure è solo quello che sta succedendo, una sovraesposizione che rischia di lasciarci come al solito a bocca asciutta.

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San Paolo di Tufo, Greco di Tufo Vigna Cicogna 2012 Benito Ferrara

2 giugno 2016

Sergio e Gabriella Ferrara non hanno mai rincorso copertine, i loro vini però non hanno mai smesso di conquistare posizioni e alto gradimento.

Greco di Tufo Vigna Cicogna 2012 Benito Ferrara - foto L'Arcante

L’azienda è a Tufo, in località San Paolo, una pietra miliare della denominazione, a cui si sono aggiunte da qualche anno altre vigne in conduzione tra Montemiletto e Lapio dove vengono fuori l’aglianico e il Taurasi “Quattro Confini oltre a una discreta produzione di Fiano di Avellino. Il vero fuoriclasse rimane però il Vigna Cicogna¤, che non smette mai di stupire annata dopo annata divenuto ormai più di un riferimento assoluto per la tipologia.

Il greco è sempre stato padrone delle tavole napoletane, più del fiano il cui successo è molto più recente; è un varietale complesso da gestire, soprattutto in cantina ma che dà vini dalla forte personalità, apparentemente disadorni nei primi anni in bottiglia quanto velleitari nei successivi quattro/cinque, sino a divenire praticamente immortali, come sospesi nel tempo.

Il Vigna Cicogna 2012 fissa nella memoria un millesimo davvero fortunato per l’Irpinia, annata dal grande potenziale evolutivo per i bianchi, non a caso celebrato anche su queste pagine con greco di Tufo di grande spessore come ad esempio il Giallo d’Arles¤ di Quintodecimo nonchè con il racconto della nascita di grandi progetti di ricerca come Feudi Studi¤lanciato proprio prendendo spunto da quell’annata così solare ed asciutta di grande prospettiva.

A suo modo l’azienda di Tufo ne ha fissato la memoria con una versione magnum delle più stupefacenti: vino dal colore giallo oro, limpido, vivo e consistente. Naso avvincente, varietale, puntuto, dal timbro fruttato di mela cotogna e rimandi balsamici, dal sorso asciutto e caldo, con una spiccata vivacità gustativa e di una freschezza riappacificante. Quanto messo via in cantina non teme affatto il tempo avanti a sè!

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Pozzuoli, Piedirosso dei Campi Flegrei Pro-Polis 2011 Contrada Salandra

23 Maggio 2016

Mai il piedirosso ha ricevuto tante attenzioni come negli ultimi 4 o 5 anni e mai così tanti appassionati e addetti ai lavori appaiono letteralmente innamorati ogni giorno di più di questo straordinario rosso finalmente apprezzato in tutto e per tutto quel che rappresenta per storia, tradizione, vocazione e bontà!

Piedirosso dei Campi Flegrei Riserva Pro-Polis 2011 Contrada Salandra - foto L'Arcante

Per tanti anni misconosciuto e relegato ai soli confini metropolitani nonostante le origini antichissime del varietale ed un ruolo da prezioso co-protagonista riconosciutogli in molte denominazioni campane di forte richiamo territoriale come Taurasi, Falerno e Vesuvio su tutte. E naturalmente Campi Flegrei¤ di cui è invece padrone indiscusso. Apologia silente capace oggi di mettere tutti d’accordo.

Una denominazione di appena vent’anni quella flegrea caratterizzata però da una storia antica unica ed affascinante, che da sola vale il viaggio per vigne e cantine sparse sul territorio tra la costa, le colline baciate dal sole, i laghi e vecchi e nuovi crateri. Luoghi dove l’uva e il vino si mischiano continuamente al Mito e alle contraddizioni del nostro tempo. Una doc che molto deve al lavoro della famiglia Martusciello¤ e che oggi vanta numerosi interpreti ognuno dei quali capace a suo modo di essere un riferimento di qualità, proprio come Peppino Fortunato.

Qui, una quindicina di anni fa, tra la costa vicino Cuma e Licola Peppino ha preso a fare vino riportando a nuova vita un vecchio vigneto di famiglia di circa due ettari piantato a metà anni ’90. Oggi sono circa 4 e mezzo gli ettari, in tutto 18.000 bottiglie divise tra falanghina e piedirosso. I suoi vini, quelli di Contrada Salandra¤ hanno sempre un profilo organolettico austero, sono vibranti di personalità, minerali e ricchi di tensione gustativa, sono generalmente vini ”da aspettare” quindi poco avvezzi alle necessità di mercato tant’è che entrambi vengono abitualmente commercializzati dopo almeno un anno o due di affinamento in bottiglia.

Pro-Polis 2011 va ben oltre questi precetti, è un cru di per ‘e palummo che celebra a suo modo un millesimo¤ di particolare pregio qui nei Campi Flegrei; annata straordinaria che ci ha già regalato ad esempio il Vigne Storiche¤ di Vincenzino Di Meo e lo splendido Tenuta Camaldoli¤ di Gerardo Vernazzaro.

Un anno, il 2011, che ha visto tra l’altro riscrivere parte della denominazione¤ con l’introduzione nel disciplinare di alcune novità importanti, tra le quali la creazione della doc Campi Flegrei bianco e rosso proprio in virtù di una più ampia visione produttiva che guardi con maggiore attenzione alle mille peculiarità del territorio più che alla coltura varietale spesso relegata ufficialmente al solo binomio falanghina-piedirosso, una grande sfida per i prossimi anni. 

Un piedirosso quello di Peppino dal colore rubino scuro, dal naso inizialmente timido ma che si eleva su sentori ciliegiosi, balsamici e speziati, di incenso e polvere. Rigoroso al palato, si distende con estrema franchezza varietale, regala una beva piacevole, vivace e rotonda sul finale di bocca appena asciutto. Da bere adesso non senza la curiosità di ritrovarlo fra dieci anni, affermazione questa che appena 4/5 anni fa poteva suonare per molti come una vera e propria bestemmia, ma per fortuna i tempi cambiano.

Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #1¤.

Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #2¤.

Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

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Boscotrecase, giovane e di belle speranze il Lacryma Christi rosso 2015 di Cantine Matrone

19 Maggio 2016

Una piccolissima produzione di un bianco ed un rosso dal Vesuvio che si farebbe bene nel seguire con attenzione nel prossimo futuro.

 Lacryma Christi del Vesuvio rosso 2015 Territorio De' Matroni - foto L'Arcante

Nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio¤ i cugini Andrea e Francesco Matrone¤ hanno ripreso a coltivare la vigna del “Territorio de’ Matroni”¤. Poco più di due ettari per cinquemila bottiglie in tutto, un Lacryma bianco e un Lacryma rosso. 

Il bianco 2015 ha una buona forgia, è cristallino, tenue e fine al naso, forse un poco impreciso sul finire di bocca che pare insistere sulla mandorla amara. Ha però una buona profondità e corpo. Da uve caprettone, falanghina, greco e altre varietà vesuviane. Val bene aspettarlo magari in annate meno generose.

Più di una segnalazione merita invece il Lacryma Christi rosso 2015, perlopiù piedirosso con un saldo di aglianico e sciascinoso. Appena stappato, l’approccio soffre un po’ il legno (tonneau), lo cogli al primo naso e ai primi sorsi ma alla distanza viene fuori invece un bel rosso invitante e sbarazzino, dal naso intenso, ricco di frutto e rimandi balsamici. Il sorso è goloso, polputo, fresco e sapido, avvolgente e significativo. Una piacevole scoperta, giovane e di belle speranze!

L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

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Cortaccia, del Pinot Nero Turmhof 2014 di Tiefenbrunner e ancora sulle chiusure alternative

4 Maggio 2016

Continuo a sostenere che la chiusura con tappo a vite¤ viene ancora sottovalutata, a torto, da molti produttori italiani convinti che le bottiglie perdano con il tappo in sughero, in qualche maniera, anche il loro fascino.

A. A. Pinot Nero Turmhof 2014 Tiefenbrunner - foto A. Di Costanzo

Certo non è semplice divincolarsi dalla inerzia della storia, che pur in qualche caso rimane comprensibile: il blasone di certi vini ad esempio merita quantomeno il rispetto dell’osservanza, ma per certe altre tipologie o bottiglie d’annata invece faccio proprio fatica a cogliere il senso dell’ostinazione che vede continuare ad accettare di perdere bottiglie ”di tappo”¤ anziché orientarsi con tutta sicurezza su chiusure alternative, tra l’altro sempre più ”disegnate” a misura di bottiglia. Parlo ad esempio di certi bianchi e rosati giovani ma anche di vini rossi destinati ad un consumo entro i 3/4 anni dall’uscita sul mercato.

Da queste parti invece certe problematiche le hanno superate da tempo. Tiefenbrunner¤, non proprio una cantina qualunque, quelli del Feldmarshall¤ per intenderci, da tempo adotta chiusure a vite offrendo quindi una ulteriore garanzia di qualità agli appassionati. Ancor più apprezzabile quando per una ragione o per un’altra non si beve tutta la bottiglia a tavola e quindi la si può tranquillamente portare via con se e finirla con calma quando si vuole, anche diversi giorni dopo l’apertura, come in questo caso.

Sorpresa delle sorprese, ma forse non più di tanto, qualche giorno dopo questo splendido pinot nero si è rivelato in tutta la sua pienezza con maggiore complessità e piacevolezza e sorso dopo sorso, ha ridato giusto valore alla sua scelta quasi obbligata viste le mancanze della carta; in prima istanza infatti il Turmhof 2014 ci è parso timido e nervoso, reticente e circoscritto al naso quanto non proprio convincente ai primi sorsi. La bottiglia, là al ristorante, è rimasta poi per tutto il tempo a tavola complice però anche l’intima convinzione di aver forse sbagliato vino per quel pasto. Tant’è, dopo il conto, abbiamo chiesto il tappo, l’abbiamo richiusa e ce la siamo portata via.

Qualche giorno dopo ci sono tornato su ed il vino era completamente diverso. Si era come schiuso, concedendosi con tutto il suo carattere austero e terragno, intenso e avvolgente. Il naso veniva fuori con sentori fruttati ma soprattutto spezie, sottobosco, accenni balsamici. Una impronta territoriale franca e riconoscibile. Il sorso fresco e lungo ha fatto il resto, inciso da una appagante cifra minerale, sfrontato e con la giusta tensione gustativa.

L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

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Il gelo in Borgogna, un colpo al cuore!

30 aprile 2016

Nelle scorse giornate del 26 e 27 Aprile delle gelate inaspettate hanno fatto un bel po’ di disastri nelle vigne di molte aree dell’Europa continentale, alcune di queste aree hanno subito perdite ingenti, in certe zone sino al 100% del raccolto 2016 nemmeno sbocciato, come in Stiria in Austria.

Veglia notturna per le gelate in Borgogna - foto Bourgogne Libe

Anche in Italia si sono registrati problemi, in alcune zone più di altre come in Abruzzo, Molise, Toscana e Liguria ad esempio, e anche qui in Campania, in alta Irpinia, dove però sembra ancora presto per fare un bilancio dei danni.

Non si può dire la stessa cosa per la Francia, in particolar modo per alcune aree tanto care un po’ a tutti noi, in Loira e Provenza e ancora in Champagne e Borgogna, da Chablis a Meursault dove tra le varietà più colpite proprio lo chardonnay, notoriamente precoce ma anche nei comuni più a sud e per il pinot noir di prestigiose appellations come Volnay e Pommard. Qui le prime stime raccontano di danni tra il 60 e l’80% del raccolto 2016. Scontata e sentita la vicinanza a tutti i vigneron d’oltralpe.

Una delle rappresentazioni del momento che più mi ha colpito è questa foto scattata in Svizzera, nel Cantone dei Grigioni dove, proprio come in Borgogna, i viticoltori hanno trascorso notti insonni vegliando le vigne con piccoli fuochi per riscaldare le piante e scongiurare così il gelo.

Immagine che ha fatto il giro del mondo con la quale ripropongo un commento di François Despierre di Bourgognelive.com sul particolare momento francese. Da qui il nostro invito è di tenere duro e guardare avanti con forza e coraggio, Allez mes amis!!

“Quel contraste entre la beauté des photos et l’angoisse des vignerons qui ont passé plusieurs nuits à veiller sur leur trésor ! Pour l’avoir vécu à leur côtés ces photos reflètent bien ces nuits surréalistes […] la beauté des images et la dure réalité derrière, car tout le monde dans les vignobles de Bourgogne, de Loire, de Champagne, de Cognac et même de Provence n’a pu malheureusement éviter l’attaque du gel sur les jeunes bourgeons”.

”On connaitre la semaine prochaine un premier bilan officiel des dégâts mais à la vue des nombreuses photos postées cette semaine et des commentaires des vigneron(nes), cela risque d’être important”.

“On ne peut qu’être admiratif face à toutes ces personnes qui chaque année confient leur travail à la nature qui décide elle seule de donner ou de prendre”.

François Despierre, Bourgogne live¤.

Foto Silvain Ross, tratta dal web.

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Intervallo| DUBL ESSE

23 aprile 2016

DUBL ESSE Vino Spumante di Qualità Metodo Classico - foto L'Arcante

Il tempo è un valore importante, la tenacia e la ricerca di spostare continuamente l’asticella fa, con merito, tutto il resto. Il greco è un vitigno straordinario, è autentico, ha un gran potenziale e dà generalmente vini di struttura, voluttà e tensione da vendere, con quel ‘talento’ e quella capacità evolutiva che poche altre varietà autoctone italiane possiedono.

Tutte caratteristiche che un buon metodo classico nostrano pretende. Qui dosaggio* zero, cioè quella grande famiglia di vini spumanti¤ di qualità cui appartengono alcune tra le migliori¤ bolle italiane e che tanto piacciono ai grandi appassionati.

Da queste parti potremmo essere tacciati di essere di parte quindi poche sciorinate, bevetene e raccontatelo in giro!

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*Dosaggio o dosage è quella pratica prevista per i metodo classico prima dell’imbottigliamento definitivo con cui viene aggiunto dopo la sboccatura a ciascuna bottiglia un vino della stessa partita anziché lo sciroppo di dosaggio, quello che i francesi chiamano ‘liqueur d’expédition’, una miscela che può contenere dello zucchero, del distillato invecchiato e/o del vino di annate precedenti. La funzione del dosaggio serve generalmente ad addolcire un vino che ha scarso residuo zuccherino, quindi con un’acidità molto elevata, contribuisce inoltre a conferire allo spumante quelle sfumature aromatiche e di gusto caratteristiche. Quando invece il rabbocco avviene col solo spumante della stessa cuvée abbiamo, appunto, un Dosaggio zero, o Brut nature o Pas dosè.

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Lacryma Christi del Vesuvio rosso Vigna Lapillo 2013 Sorrentino

4 aprile 2016

Il Vesuvio conserva un fascino inarrivabile agli occhi dell’appassionato di vino, non solo per la storia che serba in sè un territorio così ricco di riferimenti ancestrali ma anche e soprattutto per lo scenario davvero poco comune dove si sviluppa una viticoltura che definirla eroica è dir poco.

Vesuvio Lacryma Christi rosso Vigna Lapillo 2013 Sorrentino - foto L'Arcante

In queste terre non mancano esempi di grandi famiglie e piccole imprese che, ognuna a suo modo, ne ha tratteggiato oltre ai canoni commerciali anche un significato di rivalsa importante e per lungo tempo dormiente. Tra queste senz’altro la famiglia Sorrentino¤, dacché ricordo io sempre più protagonista della scena enoica vesuviana negli ultimi 25 anni. Circa 30 ettari di proprietà e vini sempre pienamente rappresentativi delle varietà locali e dell’anima autentica di questo pezzo di terra del napoletano.

E questo rosso, da piedirosso in larga parte con un piccolo saldo di aglianico ne è portabandiera: un gran bel sorso che esprime freschezza e complessità molto interessanti, tratteggiato da una precisa identità territoriale e buona progressione. Un piedirosso, è proprio il caso di dire, vulcanico! Dalle note terragne e fruttate, balsamiche e minerali, dal sapore asciutto, avvolgente e pronunciato.

Non necessariamente un Lacryma Christi rosso da invecchiamento, ma la buona tensione gustativa e l’incipit speziato e balsamico rivelano un vino capace di evolvere nel tempo con essenzialità e personalità. Senza perdere alcuna delle caratteristiche basilari di riconoscimento che, anzi, vengono esaltate dall’affinamento in legno, in questo caso tonneaux. Il Vigna Lapillo rimane un riferimento assoluto per la denominazione. Poco più di 14 euro a scaffale.

Qui¤ la bella intervista a Benny Sorrentino di qualche anno fa.

L’Arcante raccomanda Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme¤.

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Appuntamenti in agenda | Benevento, dal 29 marzo al 3 aprile torna Campania stories

7 marzo 2016

Nuovo capitolo del racconto della Campania del vino: come ogni anno le ultime annate dei vini prodotti nelle principali denominazioni campane saranno protagoniste dell’edizione 2016 di Campania Stories.

Castelvenere

Così fa sempre piacere dare spazio alle attività di Miriade & Partners. Torna infatti dal 29 Marzo al 3 Aprile 2016 Campaniastories e lo fa con i più autorevoli rappresentanti della stampa specializzata nazionale ed internazionale e centinaia di vini in degustazione, tutorial per la stampa, visite in azienda, cene in ristoranti d’eccellenza delle cinque province campane, momenti dedicati alle aziende e, per operatori e appassionati, seminari e il tradizionale momento conclusivo dell’evento, il Campania Stories Day, in programma lunedì 4 Aprile 2016.

Le attività di presentazione e degustazione dei vini rossi e dei vini bianchi saranno concentrate in un’unica tappa a Benevento, presso UNA Hotel “Il Molino”, location dal forte valore simbolico, legato ai drammatici eventi atmosferici dell’ottobre scorso che hanno significativamente danneggiato le attività agricole del Sannio, senza però minare passione e impegno delle aziende dell’area. Un motivo in più per esserci!

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Il gelato nel piatto

29 febbraio 2016

L’argomento non è di quelli che toglie il sonno la notte però in molti, come si dice… lo tengono qua! Da almeno un lustro va avanti una tendenza sempre più esasperata nel produrre dessert variamente composti (e scomposti) con presenza di gelato dai gusti sempre più esotici. Perché?

Carretto Gelato - foto tratta dal web

Diciamolo subito: da meri appassionati, fosse pure banalmente golosi, un buon dessert – quel qualcosa più comunemente conosciuto come ‘dolce’ nonostante sarebbe opportuno svincolarlo definitivamente dagli zuccheri, talvolta eccessivi -, preferiremmo sceglierlo da una proposta quanto più essenziale possibile nonché presentato nel rispetto di quanto dichiarato in menu.

Sempre più spesso invece, a conclusione di un ‘degustazione’ oppure di un più facile ‘due portate’, con l’idea di concedersi un dessert pare addentrarsi in territori pericolosi e sconosciuti ai più da cui non si sa mai come uscirsene; luoghi talvolta poco battuti dagli stessi chef e pasticceri tanto da non avere più notizie del loro ritorno.

Invero, taluni¤, senza necessariamente esser dei gran maestri¤, possono raggiungere risultati fenomenali, capaci cioè di rendere indimenticabili un pranzo o una cena anche solo giocando con dei petit fours, tuttavia sembra chiaro, avendo abbondantemente messo alle spalle l’epoca delle destrutturazioni che coloro i quali continuano a cimentarsi (ostinatamente) in ardite composizioni e scomposizioni lo facciano più per nascondere qualche limite che per fare sfoggio di particolari abilità o inventiva.

E la storia del gelato, proposto ormai con un po’ di tutto e sopra tutto, spesso con la giustificazione di donare freschezza al piatto (?), pare pensata, verrebbe da dire, più come un goffo tentativo di trompe-l’oeil¤ che per celebrare un Maître pâtissier mancato!

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Last good news | Da Capodichino al mondo, nasce la San Gregorio Ristorazione

7 febbraio 2016

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C’era una volta il panino alla buona, ordinato al volo prima del viaggio oppure appena scesi dall’aereo. O al massimo un’insalata, per restare leggeri e non perdere tempo. C’era una volta, almeno all’aeroporto Capodichino di Napoli. Perché oggi di sicuro non è più così, soprattutto da quando il food express riesce a declinarsi con la qualità delle materie prime e l’alta cucina, sotto l’egida di un grande chef stellato…

Qui¤ l’articolo completo su Campania Stories a cura di Diana Cataldo.

“Our territorial identity is undoubtedly a distinguishing point of this project – explains Angelo Di Costanzo, Food & Beverage Manager of San Gregorio Ristorazione – as it refers to international customers, mainly at the airport. At San Gregorio we match the takeaway catering with quality restaurant made up of Mediterranean food, an internal kitchen and a lab, processing food from breakfast to after dinner, while at Dubl Bar people can enjoy our bubbling wines to cold dishes, light lunch and happy hour, while passing through the gate in a refined and quiet place.”

Qui¤, sempre su Campania Stories, la versione in inglese a firma di Alessia Canarino.

San Gregorio Ristorante
Aeroporto Capodichino – Napoli
Area imbarchi (primo piano)
Dalle ore 5.00 alle ore 21.30

Dubl Bar
Aeroporto Capodichino – Napoli
Boarding area – Gate 13 (piano terra)
Dalle ore 7.00 alle ore 21.30

San Gregorio Wine Bar
Vulcano Buono (piano terra) – Nola (Napoli)

http://www.feudi.it
http://www.dubl.it

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L’anno che verrà nel segno del rispetto!

31 dicembre 2015

Non saprei dirlo con certezza ma credo di stare cambiando. Non è che la cosa mi turbi particolarmente, forse proprio il fatto di non esserne certo mi rassicura e mi tiene in qualche maniera al riparo dal rischio shock; eppure, a quarant’anni suonati, un lieve ma continuo formicolìo c’è, lo sento.

Respect

Il lavoro, il vino, il cibo letti da qui, oggi, hanno tutta un’altra prospettiva. Migliore o peggiore? Un po’ e un po’. Certo il lato peggiore non fa molta fatica ad emergere. E se in qualche maniera prima ci facevo meno caso quel che adesso mi appare assurdo è la continua mancanza di rispetto che in molti continuano a perpetuare sull’argomento.

Fioccano i maestri di sala, si staccano continuamente nuove tessere per sommelier, in cucina non ne parliamo nemmeno manco ci voglio entrare, di vino e di cibo siamo tutti diventati grandi esperti e soprattutto superbi comunicatori del buono, pulito e in qualche maniera giusto!

Non ci resta che piangere verrebbe da dire, oppure, più semplicemente, darsi da fare per rispolverare il più nobile dei sentimenti: il rispetto. ‘Quel sentimento – come recitano i dizionari – che porta a riconoscere i diritti, il decoro, la dignità e la personalità stessa di qualcuno, e quindi ad astenersi da ogni manifestazione che possa offenderli’.

Rispetto è quindi anche comportarsi in modo da non offendere il proprio onore, la propria dignità e personalità e, parimenti, quella degli altri, non approfittando ad esempio della loro eventuale debolezza. Rispetto è comportarsi con la dovuta educazione.

credit: treccani.it

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Lettera a un Sommelier

18 dicembre 2015

Da qualche tempo penso sempre che dovrei fare una chiacchierata o più chiacchierate con te. Un po’ perché mi ha sempre colpito quella parte schietta e diretta che hai con l’approccio a questo lavoro, un po’ perché, ci sta poco da fare, guardi sempre alla sostanza delle cose.

Era un sommelier

Mi ha sempre colpito quel guardare oltre quel velo, che tu stesso definisci patinato, che avvolge il tema della cucina e della ristorazione degli ultimi anni e, come te, sono convinto che alla fine l’unica cosa reale e di sostanza che resta, tolto il velo, sia il lavoro.

Il lavoro che diventa pietra sulla quale costruire il legame tra collaboratori, fornitori, clienti, proprietari e che oggi secondo me è l’unica cosa da guardare se si vogliono valutare successi, o meno, del proprio lavoro.

E allora andiamo al sodo: ma quanto è complicata questa “faccenda” del sommelier? Più che complicata però forse vorrei dire onesta.

Si onesta. Perché più cerco di capirci qualcosa del mondo del vino, e così pure del mondo della cucina, più ci vedo meno chiaro. Forse sarà proprio per quella patina, spesso travestita da ignoranza (nel senso della non conoscenza) che dilaga anche tra chi oggi si descrive con le frasi “sono un esperto”, “sono un conoscitore”, “sono un collega”, “sono un appassionato”, fino alla mitica frase da leggere in stile fantozziano “sono uno che gira molto”Personaggi che si infiltrano in ogni posizione, oggi sono critici, blogger, scrittori, giornalisti, recensori, ma la cosa che mi desta più ansia e che oggi siano anche proprietari o gestori di locali convinti che tenere in bella mostra le bottiglie novità dell’anno (decise poi da blogger, giornalisti, associazioni di bevitori etc.) faccia la differenza.

Io non ci capisco quasi niente di vino e cerco di ampliare la mia conoscenza con calma, con prove, portandomi dietro un po’ delle mie esperienze in altri campi e, ancora oggi, a volte non riesco a capire come facciano, seduti a un tavolo a dire che alcune bottiglie siano buone, buonissime o ad arrivare a quella frase che odio istintivamente, quando, presi da pareri totalmente diverse dai propri commensali, sento ripetere: “si però ha quel qualcosa che…”.

Ne ho viste di persone aprire bottiglie diversissime da quelle provate prima, ne ho condivise altre che avevano aspetto, sapore, odore differenti da quelli che ricordavo e ho visto troppe persone elogiarne pregi inesistenti.

Se però il lavoro di sala e quello del sommelier è anche quella di travasare una parte della propria conoscenza con modalità limite, vicine a quelle di uno psicologo, oltre a portare i piatti o a riempire un bicchiere, se questo è vero allora la domanda è semplice: dove va a finire l’onestà dovuta al proprio lavoro senza il dovere di preservare un piacere ai propri commensali, legato al diritto di rispettare la propria professionalità, gli anni di studio e di lavoro?

E non inserisco in questo computo i casi limite che possono presentarsi in sala come, il finto saccente che vuole far bella figura con la ragazza, o quello al quale a tavola viene sempre consegnata la carta dei vini perché casomai ha tutte le bottiglie su Vivino e quindi qualche parola in più l’ha letta, il riccone che compra la bottiglia costosa e che quindi deve per forza essere ottima, o i partecipanti ai corsi che quindi diventano immediatamente esperti.

Parlo di quell’universo di clienti aperto ma a volte chiuso a riccio rispetto a un mondo che effettivamente si pone troppo lontano sopratutto raccontando palle su palle. Parlo di quel mondo aperto, che poi è anche quello che ci permette di lavorare e di campare del nostro lavoro, al quale dovremmo più rispetto e al quale potremmo spalancare le porte verso un mondo bello fatto di luoghi, terre strappate alla cementificazione, di vite agricole senza le quali tutto il resto sarebbe inesistente.

Quanto di questo sparisce ogni volta che si versa un bicchiere a tavola? Quando ci si riunisce a tavoli di degustazione dove nessuno ha il coraggio di dire che un vino ha certi limiti, se nessuno riesce a riconoscere se il prodotto arrivato in tavola è differente rispetto all’idea che ne aveva il produttore inizialmente?

Ecco uno dei punti dolenti più importanti, la conoscenza di un prodotto. Quante volte ho visto cambiare un vino in bottiglia? Quante volte i trasporti inadatti, la cattiva conservazione nei luoghi di vendita altera il prodotto che portiamo a tavola? E com’è possibile senza conoscerne il punto di partenza, l’idea del produttore, fare commenti su un prodotto che si millanta di conoscere?

Considerato che annate diverse ne possono cambiare il profilo, che produttori cambiano idee mentre approfondiscono anche loro la conoscenza del loro vigneto e del loro vino, mentre vanno e vengono le mode della morbidezza, dell’acidità etc… che fine fa l’onestà di chi fondamentalmente vende un prodotto legato a quella di un’esperienza gastronomica, di una serata da ricordare, di un regalo per una sera soltanto, di qualcosa legato al piacere che non sia solo quello della quantità, che si sposti verso la qualità e anche al sapere?

Ma poi? Ma quante vole lo dovete sbacchettare sto decilitro di vino nel bicchiere per dire che lo volete ossigenare? Ma quanto ossigeno può entrare in un decilitro di vino? Quale processo di fissione nucleare pensi possa mettere in moto il tuo gesto per far prendere aria a uno sputo di vino? Ore e ore a rigirare calici e a fare finta che ad ogni giro esca fuori quella nota in più che ormai sarà quello che stai mangiando? Senza parlare dei mal di testa che mi vengono quando vedo sbacchettare per ore e ore le bollicine e poi sentire parlare di metodi per ottenere perlage non aggressivi e che si sentono proprio nel bicchiere che da ore sbacchetti tanto da sfiatarlo!

Se a questo ci metti che sembra diventato impossibile poter fare un corso di sommelier se non sei avvocato, ingegnere, casalinga disperata, o qualsiasi altra cosa che non sia lavorare in un ristorante, se a questo ci metti il mercato a volte a senso unico costruito su case che imboniscono rivenditori e rappresentati, che imboniscono ristoratori e proprietari di locali che alla fine sembra che vendiamo tutti le stesse cose, senza che nessuno conosca un fazzoletto di terra dove ha scoperto un vino che gli si è legato al cuore, un produttore che si sporca le mani e ti trasmette il vero senso della terra, senza essere ambasciatori di un territorio di un’idea, di un cammino… dimmi tu: ma quanto è complicata sta “faccenda” del sommelier? (G. d. V.)

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Roma, il 14 e 15 novembre Vignaioli di Langa

2 novembre 2015

‘Non mi stanco mai di viaggiare nei territori del Piemonte alla ricerca di gusti ed emozioni che queste terre continuano a regalare con vini straordinari, tipici ed unici e sempre differenti tra loro.’

Tiziana Gallo

‘Il Nebbiolo austero ed elegante “re dei vitigni”, pur con le sue caratteristiche definite, imprime ai vini declinazioni aromatiche diverse a seconda del terreno da cui provengono e dal clima che li governa. Ed è per questo che in questa quinta edizione dei Vignaioli di Langa e Piemonte ho pensato di proporre un “focus sul nebbiolo” vinificato da produttori provenienti da altri territori, come la Sardegna, la Valle d’Aosta, la Lombardia e il Lazio fino a varcare i nostri confini e arrivare in California e stimolare cosi il palato dei più curiosi.’

‘A rendere più solida e matura la nostra esperienza gustativa saranno presenti, come già nelle precedenti edizioni, gli altri vini piemontesi che con altrettanta forza riflettono l’altra faccia di una regione che offre espressioni enoiche cosi particolari come Barbaresco, Gattinara, Roero, Boca, Bramaterra, Dolcetto, Barbera e Freisa oppure i poliedrici bianchi come il Moscato, l’Erbaluce e l’Arneis.’ (Tiziana Gallo)

Vignaioli di Langa è a Roma il 14 novembre dalle 12.30 alle 19.30 e il 15 novembre dalle 12.00 alle 20.00. Ingresso 20 euro.

The Westin Excelsior Roma
Via Vittorio Veneto 125, Roma

Tiziana Gallo +39 338 8549619 – tizianagallo@libero.it

Vignaioli di Langa info@vignaiolidilanga.com

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Benevento sottacqua, l’amore, il cataclisma e lo scuorno

22 ottobre 2015

Un angolo di Sannio - foto sanniopress

di Daniele Priori¤

Poca Italia si accorge di Benevento. Città alluvionata, in questo inizio autunno, dove l’esondazione dei due fiumi, il Sabato e il Calore, non fa nemmeno notizia o ne fa poca. Ripiegata, un po’ nascosta nel suo ruolo di città comprimaria, per niente metropolitana, tra le pieghe e le gerarchie delle notizie. Non se ne parla quanto si parlò di Firenze coi suoi letterati. Non quanto Genova coi suoi cantautori che sui frequenti nubifragi hanno scritto anche canzoni.

L’Italia attorno a Benevento invece dorme. Come le cime appenniniche che la cingono in una valle. Che sembrano una donna in sonno e così i beneventani l’hanno chiamata: la Dormiente. Italia profonda, Benevento, nel cuore della Campania. O meglio: nel cuore del Sannio. Vissuta da gente dura, come il dialetto scavato tra le montagne e il clima continentale che non ti accoglie come il vernacolo bagnato di mare e poesia che c’è a Napoli o a Salerno.

La bellezza, l’archeologia, l’arte, la storia ci sono ma nessuno si cura di metterle in luce. Come ci sono quei due fiumi di cui nessuno si è più avveduto dal 1949, quando esondarono drammaticamente, provocando morti, appena pochi anni dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e dei devastanti bombardamenti subiti, per i quali ebbe la medaglia d’oro al valore civile nel 1961. Erano quelli, persino nell’Italia profonda del Sannio, gli anni del miracolo, vero o presunto, che a Benevento e dintorni fruttarono poltrone a ministri, sottosegretari e ancora oggi a eurodeputati.

Nella vicina Telese, città famosa per le terme e per una festa di un partito rimasto in vita solo a Ceppaloni, c’è anche un lago nel quale passeggiano amabilmente famiglie di zoccole nel degrado più assoluto. Qui nel Sannio li chiamano così. Sono topi belli grossi, pantegane, che non somigliano affatto alle donnine lascive e discinte. Benevento, nome che oggi somiglia così tanto a benvenuto ma un tempo – come un po’ tutti studiammo al liceo – era Maleventum, appellativo che, già di primo acchito, non prometteva nulla di buono. La città che dopo la dominazione longobarda si ritrovò – tra mito medievale e una successiva realtà di folle caccia – infestata di streghe, molto presunte ma perseguitate davvero dai cristiani coevi e successivi, come è noto assai meno illuminati degli ultimi pagani.

Benevento città di giovani che se ne vanno, senza riuscire a spiegare al mondo il luogo dove sono nati. Studiano, crescono, lavorano da precari lontano da casa, per non tornarci se non, senza troppa voglia, un mese d’estate. Benevento come i migranti, che sono anche qui, e imparano l’italiano pieno di verbi al passato remoto che si usano qui, più che sufficienti a raccontare come da queste parti non ci sia poi tanto da fare e che dunque, anche loro, se ne vorrebbero andare via. Benevento come due ragazze che si sono innamorate tra i fiori di una serra e il latte di un golosissimo caseificio. Che cariche di sogni, verdi piante, torroncini di San Marco e mozzarelle di bufala, di tanto in tanto raggiungono Roma, così vicina e così lontana, per una notte d’amore in motel chiamato Libertà.

Il loro amore, un po’ come il corso inesorabile dei fiumi Sabato e Calore, scorre, fino a creare alluvioni inevitabili senza le dovute cure. Ma qui, l’abbiamo capito passando tra la città e la bella pietrosa provincia in cui vide i natali Padre Pio, si preferisce di gran lunga non ricordare, non pensare, non prevedere, quasi non si voglia disturbare un equilibrio apparentemente incantato e fuori dal tempo. Come per non svegliare il sonno incosciente e senza sogni della Benevento dormiente.

Si fa finta di niente per non creare inutilmente scuorno, si dice così qui. Almeno fino al prossimo cataclisma, quando a svegliarsi sarà ancora la natura. Che sia poi un fiume o un terremoto sociale poco importa. Quello che conta e conterà, purtroppo, sarà ancora una volta il sonno, in questo caso, però, del resto d’Italia, oltre Benevento, che per colpe da dare tutte alla catalessi dei sanniti, non riesce a far condividere, nemmeno sulle pagine Facebook, le tragedie del Sannio, di Benevento, della sua provincia, percepite dalla maggioranza lontanissime, quasi più di uno tsunami indonesiano. Perché troppa Italia non è mai arrivata da queste parti e mai ci arriverà. Non tanto per la profondità della valle nella quale giace Benevento ma perché nessuno, continuando a dormire, si è preoccupato di mettere neppure i segnali sufficienti sulle strade.

Credits: SannioPress

Blog fondato da Billy Nuzzolillo nel 1999

Diretto da Giancristiano Desiderio

Il Sannio è patrimonio di tutti, fate presto!

16 ottobre 2015

Con il cuore siamo tutti lì, per questo teniamo a rilanciare l’appello lanciato dal presidente del Consorzio Tutela Vini Sannio con la richiesta di aiuto per le aziende vitivinicole colpite dal maltempo in tutta la provincia di Benevento. 

Emergenza Sannio - foto La Repubblica.it

Rivolgiamo un appello al Governo, alla Protezione civile, al Prefetto, ai Comuni e altri Enti territoriali, ai Vigili del fuoco, al Genio militare e altre forze armate, alle forze dell’ordine, e a volontari per un aiuto al ripristino delle condizioni di normalità dei vigneti e delle strutture produttive delle aziende vitivinicole della provincia di Benevento, affinché possano riprendere le attività in questo particolare momento del ciclo produttivo della vendemmia e della vinificazione.

Abbiamo bisogno di aiuti immediati e di operazioni per il ripristino delle condizioni di normalità delle aziende vitivinicole della provincia di Benevento, in modo da evitare un ulteriore aggravamento dei danni subiti a causa di questa emergenza, provocata dalle forti piogge che si sono abbattute sul territorio della nostra provincia in questi ultimi giorni. Nella giornata del 14 ottobre 2015 si è verificato, nella nostra provincia, un catastrofico evento meteorico, dalle ore 22.15 del 14 ottobre alle ore 06.15 del 15 ottobre sono caduti 137 mm di pioggia, pari alla quantità di pioggia che si registra in circa un mese.

Una delle vigne sommerse - foto Corriere del Sannio

L’analisi delle stazioni meteoriche indicano, per il Sannio, una particolarità concentrata soprattutto nella fascia che va da Dugenta a Ariano Irpino, con epicentro Benevento. In particolare nel bacino che comprende il fiume Calore, il Tammaro, l’Ufita, il Miscano, il Sabato e il Serretelle, con tutti i loro tributari minori, in 8 ore è caduta una quantità di acqua di circa 60,512 milioni di mc, sviluppando una portata di circa 2101,00 mc/sec, nella sezione idraulica di Telese e Amorosi.

Un fenomeno perfettamente localizzato e intenso, e che ha causato inondazione di vigneti e di strutture di trasformazione delle uve e conservazione dei vini. Pertanto abbiamo bisogno di un intervento immediato affinché possa essere ristabilito il funzionamento, in particolare delle strutture di trasformazione, che in questo delicato momento post vendemmiale potrebbero subire ulteriori danni irreparabili. Nella speranza di un pronto accoglimento del presente appello, invio i più distinti saluti a nome degli oltre diecimila operatori della filiera vitivinicola beneventana.

Il presidente
Libero Rillo

foto: repubblica.it

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