Archive for the ‘in ITALIA’ Category
13 febbraio 2012
Premessa: Barbaresco ’82 Gaja, Barolo Riserva ’82 Borgogno, Hermitage La Chapelle ’88 Jaboulet Ainé, Barolo Riserva Gran Bussia ’99, Taurasi Riserva Centotrenta ’99 Mastroberardino, Chianti Classico Giorgio I ‘01 e ’09 La Massa, Barbaresco ’02 La Spinetta, Chianti Classico Le Trame ‘05 Giovanna Morganti. E’ chiaro che in qualche modo bisognava rinfrescare il palato, sollazzare le papille, avrà pensato Nando…

Ce lo siamo detti subito, l’ho detto appena nel bicchiere: è davvero un rosso sorprendente questo Grotte Alte 2006. Del resto il nero d’Avola e il frappato sanno parlare direttamente all’anima quando ben fusi, espressivi, puliti, chiari come in questo caso, beccati, alla cieca, praticamente al primo naso, al primo sorso. Non che sia così difficile, ma qui lo cogli subito il felice tratto olfattivo, il sottile piacere della beva; e poi, molto poi riesci anche a leggerne la sfera ideologica, intima quasi di chi l’ha pensato, cullato, messo in bottiglia. Certo si dovrebbe dire che questo Cerasuolo di Vittoria è anzitutto sano: sicuramente, ma conosciamo bene, sin dai suoi primi passi, la lettera-manifesto di Arianna Occhipinti a Gino Veronelli. Ma poi?
Ecco, questo vino è soprattutto bello, e poi buono: bello nel vero senso della parola, vestito di porpora, luminoso, pieno di vivacità, quella che t’aspetti, desideri da una terra solare come la Sicilia. E poi, come detto, è buono, franco, e ha freschezza da vendere: è asciutto, saporito, mediterraneo, ci senti per esempio l’arancia rossa, e quell’acidità, quella sostanza che ricerchi da sempre nei vini di queste parti. Per troppo tempo vanamente. Una sostanza, detto fuori dai denti, mai colta prima d’ora così chiaramente in un vino di Arianna. Nulla o quasi a che vedere con le antiche velature, quelle fastidiosissime volatili alte, quelle variopinte ‘imprecisioni’ talvota sottolineate, maldestramente direi – e per la verità più da certi soloni che scrivono di vino che dalla stessa produttrice, precisiamo -, come ‘espressioni concettuali’ ma che in verità, più semplicemente, disvelavano svarioni tecnici e, se vogliamo, ancora una giovane fattiva esperienza sul campo.
Bene, e meglio quindi. Ma che la musica stesse davvero cambiando da queste parti era evidente già nelle ultime uscite dei cosiddetti secondi vini, l’SP68 e il Siccagno 2008 per esempio (ma anche Il Frappato 2009) ‘dicevano’ chiaramente che si cominciava a suonare con spartiti più chiari e, finalmente, leggibili; e l’uscita di questo splendido Cerasuolo non fa che confermarlo. Adesso però speriamo che certi ‘pipponi’ non se la prendano a male…
Tag:arianna occhipinti, biodinamica, biologico, cerasuolo di vittoria, frappato, gaja, gino veronelli, grotte alte, nero d'avola, siccagno, sicilia, sp68, vini naturali, vittoria
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10 febbraio 2012
Giusto una settimana fa (leggi qui) coglievamo l’occasione di un confronto nato così per caso per spendere due parole sull’aglianico, il nebbiolo e l’importanza di una giusta interpretazione che tenda a valorizzarne – nel tempo, non solo sull’immediato – i profili organolettici piuttosto che le velleità commerciali. Sempre per caso, è venuta fuori una quasi seconda puntata delle serie con altri due bei protagonisti…

Monforte d’Alba, località Bussia Soprana, nel bel mezzo del Barolo docg. Alla conta dei numeri Poderi Aldo Conterno mette in campo 25 ettari di vigna, una decina di vini prodotti, i classici langaroli ed una storica profonda attenzione al Re dei vini, alle sue riserve in particolar modo. Gran Bussia nasce nelle vigne Romirasco, Cicala e Colonnello – per la precisione, salvo annate particolari che ne raccomandino una diversa interpretazione, 70% della prima e il restante 30% perfettamente suddiviso tra le altre due -, dove è piantato tutto nebbiolo delle varietà michet e lampia, particolarmente adatte, si dice, al terreno di queste vigne, essenzialmente costituito da strati di sabbia più o meno compatta, di colore grigio-bruno, alternato da marne calcaree bianche e bluastre.
La vinificazione è quella classica, avviene tutta in acciaio, a temperatura controllata con macerazione delle bucce fino a 25-30 giorni, sino a fine fermentazione alcolica. Poi rovere di Slavonia, botti grandi quindi, per almeno 40 mesi. Anche qui non manca l’uso di barriques, ma solo per gli altri vini prodotti, non per i Barolo. Il Riserva Gran Bussia quindi, quando esce, per inciso, è la summa dei migliori nebbiolo raccolti in azienda. Insomma, non uno qualsiasi ma un signor Barolo.

E nei fatti ci godiamo un rosso dal bel colore granato piuttosto vivo, solo sull’unghia del vino nel bicchiere cominciano appena ad intravedersi lievi spunti aranciati. Il primo naso è un manifesto, già intriso di sentori balsamici, di sottobosco, cuoio, humus, chiede tempo soprattutto per smarcarsi da un sentore simil-vinilico, di insistente ceralacca un tantino fastidiosi; il ventaglio olfattivo però sa solo migliorare, non certo in verticale, ma riconoscimenti di pepe, di noce moscata e tabacco confermano, alla fine e nel complesso, un bagaglio varietale di tutto rispetto. Il sorso è asciutto e teso, ancora nerboruto, sapido, manca solo, forse, di quella freschezza capace di fartelo apprezzare a pieno, di quella spinta decisiva a decretarne una definitiva completezza degustativa. Nonostante gli anni. Sì perché una dozzina di anni, per un signor Barolo, non possono già essere troppi.

Centotrenta nasce per celebrare i primi 130 anni di vita commerciale della Mastroberardino; è una riserva, decisamente in linea con lo stile sobrio storicamente riconosciuto ai Taurasi di Mastroberardino, mai sopra le righe, e che raccoglie, tra l’altro, l’occasione di un’ottima annata, la ‘99, severa, acida e senz’altro di buona prospettiva, un riferimento importante per tutta l’Irpinia. Questo Taurasi prende vita dalle vigne della Tenuta di Pastanella in Montemarano, laddove da qualche anno si concentrano molti sforzi economici della storica azienda di Atripalda, e dove si stanno conducendo, proprio sull’aglianico, diverse ricerche e sperimentazioni volte a cogliere tutte le strade percorribili con questo vitigno, non da ultimo vinificazioni di “vendemmie tardive” e addirittura rossi maturi con uve in parte o del tutto botrytizzate.
Come è noto, Montemarano è tra i comuni della docg collocati più in alto, nel Versante Sud – Alta Valle della denominazione, più o meno intorno ai 500 metri, con vigne caratterizzate da terreni tendenzialmente argilloso-calcarei, lapilli vulcanici ed un ambiente pedoclimatico, nell’insieme, particolarmente vocato per l’aglianico. Tant’è, ritornando alle peculiarità del Taurasi Riserva Centotrenta, val la pena prendere nota della vinificazione con prolungata macerazione delle bucce, a temperatura controllata, e l’affinamento speso in questo caso tra barriques di rovere francese e botti, sempre di rovere ma di Slavonia, per un periodo complessivo di almeno 30 mesi. Poi solo bottiglia.

Il colore è di un bel rosso rubino, ancora integro, anche abbastanza vivace, con appena nuances granata. Il naso è lento a venir fuori, ma già dalle prime battute si colgono chiaramente sentori di viola passita, amarena e frutti di bosco in confettura, una sciorinata di soave franchezza che si arricchisce, pur lentamente, di ulteriori interessanti sfumature, note di tabacco e rimandi balsamici anzitutto. Il sorso è asciutto, attacca il palato con precisione, il tannino è ben fuso, affatto persistente, conferma infatti una certa sobrietà degustativa, senza spigolature eccessive, e una trama assai fine e piacevolmente sapida. Il finale di bocca chiude lievemente amaro. A voler cercare “il pelo nell’uovo”, anche qui manca quello slancio emozionale che ti faccia scordare del tempo passato che, nonostante alla cieca appaiano molti di meno, sono lo stesso più di dodici anni suonati.
E’ un gioco e spero si capisca, e sinceramente non so nemmeno quanto possa essere rilevante, ma diciamo che a voler tirare fuori un risultato, chiaro, in questa occasione è bene sottolineare che nessuno dei due “contendenti” ha la meglio sull’altro; quindi, per dirla con un telecronista sportivo, un bel pareggio ci sta tutto. Poi però qualcuno si domanderà del prezzo, dell’uno e dell’altro, e così tocca fare pure i conti con quanto costi, pur piccola, un’emozione (nel primo caso non proprio bruscolini).
Tag:barolo, barolo riserva, big picture, bussia, bussia soprana, centotrenta riserva, famiglia mastroberardino, montemarano, piemonte, poderi aldo conterno, taurasi, taurasi riserva 130 mastroberardino, tenuta pastanella
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2 febbraio 2012
Barolo vs Taurasi, perché no? L’idea è venuta fuori così per caso, con bottiglie aperte da quasi 24 ore e un paio d’ore ancora di piacevole discussione/confronto. Con Nando Salemme, tra amici appassionati.
E’ pur vero che vi sono tanti altri riferimenti di spessore il Langa come in Irpinia, ma dieci anni sono dieci anni, un lasso di tempo più che ragionevole per poter dire sì, il Rüncot sarà pure un Signor nebbiolo, ma questo duemilauno è praticamente arrivato alla conta con il tempo, risoluto, spogliato del tutto di quella verve solitamente riconosciutagli, in quanto Barolo, a mani basse. Nulla a che vedere con il Taurasi dei Lonardo’s. Poi vabbé, ci sarebbe da dire anche dell’altro per il confronto con quel Greppo ’99 di Biondi Santi, ma di questo magari ne riparliamo fra cent’anni!

Il Barolo Rüncot esce solo nelle annate eccezionali con il nebbiolo raccolto nell’omonimo cru in Monforte d’Alba: poco meno di due ettari – terreno di natura calcarea argillosa, ben esposto a sud – “strappati” al più grande vigneto Gavarini che, reimpiantati nel ’90, dal 1995 vengono destinati esclusivamente alla produzione di questo vino. Vinificazione classica con fermentazione di 12/15 giorni in acciaio a temperatura controllata, con rimontaggi e malolattica sempre in acciaio. Poi fino a 28 mesi in barriques nuove di rovere francese, e ancora almeno due anni di bottiglia prima di uscire.
Sulla carta è chiaramente di concezione moderna, e a leggere qua e là pare che l’azienda ci tiene proprio a sottolinearlo, così non è difficile presumere quanto “contrasto” generazionale abbia potuto creare questo vino tra padre e figlio; da un lato papà Elio, notoriamente artefice di Barolo dalla marcata impronta territoriale, vini con “carattere tipicamente monfortino”, mentre il Rüncot, da quel che ho potuto cogliere in giro, è stato voluto proprio dal figlio Gianluca, e nato essenzialmente per approcciare tutti quei palati magari incapaci di cogliere a pieno la vera natura di questi vini dai tannini duri e solitamente bisognosi di lunghi anni di affinamento per essere apprezzati pienamente.

Questo assaggio però non depone certo a suo favore. Il colore è bruno, anche cupo, con toni sfumati evidentemente aranciati. Il naso è chiaramente evoluto, imbrigliato da sentori essenzialmente terziari; e l’impronta tostata del legno è addirittura ancora evidente, dolce e slegata. Poi note di sottobosco, tanto rabarbaro, china e spezie macerate, troppo. In bocca è asciutto, anche denso, voluminoso ma il sorso appare statico, privo di guizzi, nerbo, vivacità. Di estrema serbevolezza? E’ evidente che ha bruciato le tappe, sarebbe stato interessante coglierne il profilo non appena presentato al mercato, ma non v’è dubbio che l’anima, la spina dorsale pare l’abbia lasciata altrove, magari in cantina. Peccato (anche perché costicchia!).

Del Taurasi Contrade di Taurasi 2001 val bene ricordare qualche passaggio: anzitutto che siamo proprio nel cuore del paese omonimo che dà il nome alla docg, a circa 400 metri d’altitudine dove le vigne, parte impiantate a guyot (le più giovani hanno in media 20 anni) e parte, quelle vecchie di 50 e più anni con ancora il tradizionale “starseto” taurasino, insistono su terreni di chiara origine vulcanica frammisti ad argilla e sedimenti calcarei. La poca uva raccolta, una sessantina di quintali in tutto quell’anno, è rimasta in macerazione per più di un mese, poi il vino ha fatto circa 2 anni in tonneau, quindi in bottiglia per almeno 12 mesi; senza trattamenti, stabilizzazioni e filtrazione.

Il colore è ancora vivissimo, rosso rubino concentrato, solo appena granato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è incredibile, intenso, verticale, ampio, con ancora evidenti ed invitanti sentori fruttati di ciliegia e prugna rossa, e arricchito da sfumature di frutta secca, note tabaccose e speziate. In bocca è un portento, dopo più di dieci anni t’aspetti un liquido armonico e sopito, ti arriva invece una sferzata di frutta e mineralità irresistibili; il tannino è sfuggente, ovvero perfettamente integrato col corpo del vino, non del tutto invece l’acidità, ancora tesa, vibrante e asciugante. Mi piace pensare a questo vino come modello di riferimento, magari non in assoluto, ma senz’altro decisivo come rappresentazione del terroir taurasino.
Per farla breve, senza scadere in banali campanilismi, è che, laddove ce ne fosse ancora bisogno, non appena ci metteremo ben in testa qual potenziale inespresso ha il nostro straordinario aglianico, e il Taurasi, non vi sarà più timore reverenziale che tenga, e con qualunque altro grande vino vi venga in mente. E questioni tipo misconoscenza, sottovalutazione, emulazione, saranno solo un banalissimo ricordo, “fesserie” come si dice dalle nostre parti.
Questo pezzo esce anche su www.lucianopignataro.it.
Tag:aglianico, barolo, barriques, cantine lonardo, contrade di taurasi, elio grasso, gianluca grasso, monforte d'alba, nebbiolo, starseto taurasino, taurasi
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1 febbraio 2012
Quando ti passano migliaia di bottiglie l’anno tra le mani potresti certamente vantarti quantomeno di vederne tante, e “darla a bere” come e quando vuoi. Però va da se che oltre il banale esercizio di autocelebrazione – niente male, no? – ciò che fa la differenza, sempre, non è tanto il numero quanto la qualità delle bottiglie che maneggi, che decidi poi di raccontare, e che, soprattutto, trovano conferme.

Non so se l’avete già dimenticato, ma c’è stato un momento, più o meno una decina di anni fa, che vide il nero d’Avola sbancare ovunque. Un successo incredibile, tale che a Napoli, come a Milano o Roma, per qualche anno in tutte le Osterie, Winebar ma anche nei ristoranti di rango, non si beveva altro, sempre e solo “nero siciliano”, fiumi di nero d’Avola, dai 3 ai 5 euro al litro, dai 2 agli 8 a calice, dai 10 ai 50 euro a bottiglia e, chiaramente, per vini non sempre all’altezza. Ma tant’è che si vendeva.
Un fenomeno inarrestabile, che appariva impossibile, ma tale era il successo di questo vino che dal niente, ogni anno, dalla Trinacria, venivano fuori aziende come funghi; e aziende venete, per dirne una, invece di continuare a comprarlo sfuso – per “tagliare” per esempio i loro Valpolicella, se non certi Amarone -, odorando l’affare, si industriarono subito per etichettarlo così com’era, made in Sicily, investendo talvolta direttamente sull’isola acquisendo marchi se non intere tenute agricole. E tale era il successo di questo vino che addirittura pure certe aziende campane – cose mai viste prima, o quasi -, per vendere per esempio Taurasi, non battevano ciglio alle richieste di importatori americani o di Singapore che chiedevano di ricevere con l’austero e fine aglianico irpino anche una o due pedanine di nero d’Avola. “No problem, my friends. Il confine del resto è un pezzetto di mare, è comunque south Italy!”.

Poi, come accade alla fine di un incanto, tutto s’è ridimensionato, lentamente fermato, sino a inchiodarsi. La colpa? Si certo, la crisi, il mercato, la legge dell’imponderabile. Ma più hanno potuto l’incoscienza, la cabernetizzazione o merlotizzazione che si voglia, e soprattutto una mal celata incapacità di dare subito a questo vino una propria identità precisa, un profilo autentico, un’anima, che non fosse solo il fascino di “una botta e via”, replicato a mo’ di bevanda, un semplice ingrediente, quasi con la stessa inerzia con la quale si produce cola. Ciò che in effetti pare riproporsi, se qualcuno non se ne fosse già accorto, sempre in Sicilia, pur con dimensioni (al momento) ridotte, con questa storia dei vini dell’Etna in salsa bourguignonne.
Ma tutto questo bailamme avrà pure avuto un senso? Certo che sì. Anzitutto ha contribuito a un rilancio della viticoltura siciliana, una rinascita, se così la vogliamo chiamare, auspicata e sentita, dove ognuno, nel bene e nel male, ha avuto modo di esprimere la propria idea di vino. E naturalmente poi, il suo destino.
Detto ciò ritorno volentieri su Gulfi e i vini di Salvo Foti, e l’occasione, imperdibile, è questa bella bottiglia di rosso, indubbiamente una delle più autentiche facce del nero d’Avola di queste terre, della Val Canzeria, a Chiaramonte Gulfi. Il Nerojbleo 2007 si fa qui, su 4 ettari di vigna con esposizione est-ovest e una densità di impianto che quasi da sola suggerisce come la famiglia Catania ha ben inteso il suo impegno nel vino: circa 9.000 (!) le viti piantate per un ettaro, con il risultato, in vendemmia, di appena una manciata di grappoli per ceppo. Il colore è materia viva, di un rubino vivace con ancora con nuances porpora sull’unghia del bicchiere. Il timbro olfattivo è immediato, affascinante, subito intrigante: vinoso, balsamico, di respiro mediterraneo. Il primo naso suggerisce piccoli frutti come mirtillo e ribes nero; ma si aggregano anche note di arancia rossa e delicate sensazioni di erbe officinali, un sottile speziato e una distinta nota iodata, quasi salmastra. Il sorso è asciutto e mai pesante, tutt’altro: il vino entra in bocca succoso, con nerbo acido ben teso e un tannino praticamente diluito; avvincente il finale di bocca, lungo e piacevolmente sapido.
Tag:calabrese vitigno, chiaromonte gulfi, nero d'avola, nerojbleo, ragusa, rossojbleo, salvo foti, sicilia wines, sicily, val canzeria, vito catania
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18 gennaio 2012
Il nome dell’azienda deriva dalla pietra miliare che indicando la dicitura “ad quartum” ricorda il quarto miglio Romano tra la città di Pozzuoli e l’attuale Quarto, lungo quella che era l’antica via Consolare Campana che collegava Pozzuoli a Capua.

Ho conosciuto Ciro Verde lo scorso dicembre in occasione della degustazione che avevo pensato e organizzato in collaborazione con alcuni amici sommelier, anche se l’azienda l’avevo già intercettata da tempo in numerose altre degustazioni; ebbene, chiacchierandoci su però mi sono accorto che aveva proprio ragione lui: è vero, non ne avevo ancora mai scritto.
L’occasione è questa deliziosa falanghina, devo dire molto ben riuscita, che oltre a regalare piacevoli sensazioni degustative, un po’ mi rassicura sull’impegno in atto di riportare il territorio a quell’antica vocazione agricola, e vitivinicola, per troppo tempo scordata e, ahimè, sfuggita letteralmente di mano a molti da questi parti, a favore di una delle più forti ed invasive speculazioni edilizie in atto. Il vino di Ciro è davvero un bel bianco, dal colore paglierino carico, con un naso subito maturo, che offre sentori di frutta a polpa gialla, pesca e albicocca. Molto gradevole anche il lieve ritorno dolce di miele di millefiori. Al palato è asciutto, infonde buona tensione gustativa per tutta la bevuta. Solo sul finale di bocca ritorna appena troppo “caldo”, che se vogliamo confonde, ma in realtà non fa altro che confermare la discreta acidità della falanghina di queste terre sovrastata qui dall’ottimo frutto ben maturo.

E già che ci sono, mi prendo la libertà di segnalarvi anche un’altro vino, diciamo diversamente interessante, quale mi è parso Il Macchia bianco 2007; prodotto anch’esso con sole uve falanghina dei Campi Flegrei, è però figlio di un progetto particolare che, come abbiamo già avuto modo di raccontare su questo blog scrivendo di altri, volge a verificare tutto il potenziale espressivo di questo straordinario vitigno.
Nasce infatti anzitutto da una maniacale selezione addirittura di acini, poi subito dopo la tradizionale cernita e vinificazione, il vino base viene lasciato lungamente macerare con le bucce, quindi affinato tra acciaio e bottiglia per diversi mesi prima di essere commercializzato. Qui almeno tre anni. Ha un colore praticamente oro, con un naso buccioso e intriso di note balsamiche e speziate, di zenzero in particolar modo. Il sorso, nonostante l’evidente risolutezza, è ancora integro ed espressivo. Se vi va, fateci un salto in cantina, non è difficile da trovare, e Ciro Verde, ormai dedito completamente all’azienda di famiglia, sarà davvero felice di raccontarvi dal vivo quest’altro bel pezzo di viticoltura dei Campi Flegrei.
Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.
Tag:campi flegrei, ciro verde, degustazione falanghina campi flegrei, falanghina dei campi flegrei, famiglia verde, il IV Miglio, l'arcante, quarto, quarto flegreo, sommelier
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16 gennaio 2012
Tra le le fortune che mi ritrovo, l’ho sempre detto, vi è senz’altro quella di avere stimate amicizie un po’ in giro ovunque. Il vino poi si sa, è un gran collante, un bene prezioso, così come certi “regali”!

Colgo al volo l’occasione per buttare giù due righe su questo assaggio quantomeno “particolare” e assai degno di nota, a parer mio; il tazzelenghe, per chi non ne sapesse, è un vitigno autoctono friulano, originario per lo più della zona collinare di Buttrio-Cividale in provincia di Udine. Non uno dei più conosciuti evidentemente, ma non per questo, laddove coltivato con coscienza, meno apprezzabile di altri; tra l’altro è notorio come in Friuli, forse più che altrove, si sia avuto in poco più di cinquant’anni una tale grande integrazione dei cosiddetti vitigni internazionali da caratterizzarne profondamente tutta la mappatura ampelografica regionale, e non senza un grande consenso, sia di critica che di appassionati. Tant’è però che dopo un periodo di oblìo piuttosto lungo, che ha caratterizzato un po’ tutta la storia della maggior parte dei vitigni a bacca rossa friulana, il tàce-lenghe, il taglia-lingua per dirla con il dialetto friulano (data l’elevata tannicità) è stato ripreso e coltivato con continuità e con ottimi risultati. E questo di La Viarte pare esserne sicuramente un buonissimo esempio.
Questo C.O.F. Tazzelenghe 2007 è sicuramente un rosso di grande impatto, di quelli senza “mezze misure” si potrebbe dire. Bello il colore rubino concentrato e vivace, come interessante e verticale il naso, subito espressivo e ricco di sentori e sfumature fruttate e balsamiche; dalle imminenti note di lampone e prugna si vira subito su sensazioni olfattive decisamente più “impegnative”, che rimandano all’inchiostro, alla terra bagnata e al sottobosco. L’annata – la ricorderete, una di quelle dichiarate tra le più calde del decennio 2000-2010 -, ne favorisce senz’altro una maggiore complessità olfattiva, contribuendo anche ad arricchirne sensibilmente lo spessore e la “godibilità” del sorso, mascherando (ma non troppo) quella classica velleità acido-tannica di cui si racconta, senza però sminuirne minimamente l’austerità tipica che lo contraddistingue da altri vini.
Il taglio degustativo però, in definitiva, preso così com’è, non è sicuramente dei più facili, o quantomeno a misura di palati delicati: l’ingresso in bocca è asciutto e austero, non proprio tagliente come promette il nome, ma giù di lì senz’altro; ha gran carattere e un sapore succoso, affatto legnoso, chiaramente tutto da domare, di nerbo e con un tessuto tannico importante, di forte personalità. Ecco, è certamente uno di quei vini che o ami o odi, però a tavola, su certe pietanze (brasati, paste sugose, zuppe grasse) si lascia apprezzare divinamente.
Tag:buttrio, cividale, cormons, durezze del vino, friuli, la viarte, tazzelenghe, tazzelenghe 2007 la viarte, vitigni autoctoni friulani
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12 gennaio 2012
Non bevevo il Casalferro di Barone Ricasoli da alcuni anni; l’ho sempre amato questo vino, pur nella sua dichiarata veste internazional-chiantigiana non proprio irresistibile ai più. E dal ’94, praticamente al suo debutto, ad oggi – memorabile il ‘99, ma anche il 2000 – non me ne son persi poi così tanti; però mi duole ammetterlo che era da un bel po’ che mancava ai miei taccuini.

Così quando l’ho colto sulla carta di Palazzo Petrucci, l’altra sera a cena a Napoli, non ho avuto dubbi su cosa proporre ai mie commensali. Ero tuttavia indeciso fra il 2006 e il 2007, e il fatto che quest’ultimo fosse addirittura diventato nel frattempo 100% merlot ci ha incuriosito ancor di più: “eh si, il 2007 è giusto la prima annata tutta merlot”, ci confermava il bravo Ciro Potenza, sommelier del bel locale napoletano di Piazza S. Domenico Maggiore. Si sarà completato il percorso, mi sono detto. Proviamolo!
Si perché il Casalferro, nato che era sangiovese in purezza, è stato poi sempre “giocato” sul binomio sangiovese/merlot, con il primo varietale a farla da padrone per almeno ¾ dell’uvaggio. E proporlo come un merlot in purezza mi sa tanto di un segnale volto a grandi ambizioni, puntate decisamente in alto, all’inseguimento magari di certi miti consolidatissimi, come il Masseto de l’Ornellaia o il Redigaffi di Tua Rita (di quest’ultimo leggetene qui, se vi pare), tanto per citarne un paio. Leggo che le uve provengono sempre da quell’unica parcella di terreno caratterizzato per lo più da arenarie calcarifere ed alberese, situata intorno ai 400 metri sul livello del mare proprio a ridosso di Gaiole in Chianti.

Bello il colore, di un rubino porpora assai fitto, mentre il naso è subito un fiume in piena di sensazioni balsamiche che rincorrono aromi di frutta rossa polposa, sottobosco e spezie finissime; molto particolari – e caratterizzanti ovviamente, poteva essere altrimenti? – certe note “animali” e spunti iodati, quasi ferrosi. E se il ventaglio olfattivo è prorompente, ancor più lo è il palato: l’annata calda pare incidere più sulla complessità olfattiva che sulla risolutezza del sorso, per niente “rotondo” come ci si possa immaginare sulla carta; anzi, siamo dinanzi a un vino con un nerbo acido-tannnico impressionante, di gran spessore, con un frutto croccante e chiaramente disadorno di ammiccamenti inutili, sgraziato e pieno, e con un finale di bocca assai lungo e gratificante. E’ giovane sì, sicuramente, ma offre comunque un gran bel bere. Mi verrebbe da aggiungere “da non perdere di vista”, ma questo assaggio è una sberla di quelle che non si dimenticano certo facilmente!
Tag:barone ricasoli, bettino ricasoli, casalferro, casalferro 2007, ciro potenza, gaiole in chianti, lino scarallo, merlot 100%, merlot in purezza, palazzo petrucci
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6 gennaio 2012
Un claim che ha fatto storia recitava: “quante storie può raccontare un vino? Talvolta una storia d’amore lunga 50 anni…”. Beh, non fa una grinza.

Quella con in etichetta il 2010 è la ventiseiesima edizione di questo storico bianco siciliano, uno di quei vini con il quale sei sempre sicuro di fare centro. Più di un quarto di secolo di storia a testimonianza di una bontà lanciata sul mercato per celebrare le nozze d’oro, appunto, del conte Giuseppe Tasca d’Almerita con la sua signora; era il 1984, poteva sembrare una delle tante trovate estemporanee che talvolta, a certi livelli, accadono. Era invece l’inizio di un sodalizio forte, sempre più rappresentativo e che oggi racconta candidamente un piccolo pezzo di preziosa storia enologica isolana. E lo fa con la stessa grazia a tutto il mondo.

Ho la fortuna di conoscere piuttosto bene l’azienda, e di certo nonostante le tante referenze, non sono pochi i vini che si possono tranquillamente raccomandare. Il Nozze d’Oro però è una garanzia assoluta, e quando così ben interpretato, così espressivo, vale assolutamente la pena non perderselo. C’è spesso stata confusione sulla sua composizione varietale, nonostante l’azienda si ostinasse a definirne un profilo del tutto autoctono, pur se a molti di difficile lettura. Certo che con gli anni, ormai, si parla tranquillamente di varietà Tasca, quella originale selezione clonale di sauvignon blanc arrivata li a Regaleali nel dopoguerra e perfettamente adattatasi al terroir e al microclima della tenuta tanto da perdere alcune delle peculiarità tipiche del sauvignon originario per acquisire caratteristiche aromatiche del tutto particolari. Con essa, l’inzolia, altro vitigno da sempre considerato tipico dell’areale.
Il colore paglierino è molto invitante, direi luminosissimo. Il primo naso è pimpante di fiori di zagara, bosso e salvia, ma il corollario si arrichisce quasi subito anche di piacevoli rimandi agrumati. Poi vengono fuori note olfattive lievemente più dolci, di mela limoncella, frutto della passione e una discreta eco di macchia mediterranea. Il sorso è asciutto e sobrio, posato su buon nerbo acido che ne suggerisce una beva sottile ed efficace. E’ un vino che potremmo pure definire di facile lettura, ma assai franco e piacevole, e che ben si abbina a di tutto un po’ della classica cucina marinara; ha attraversato il tempo il Nozze d’Oro, le tendenze, le mode, trovando però sempre una sua dimensione ideale, e forse, proprio con questo fortunato millesimo, quei 12 gradi e mezzo giusti per colpire, ancora una volta, direttamente al cuore senza far male alla testa. Davvero un piacevole ritorno.
Tag:giuseppe tasca d'almerita, inzolia, nozze d'oro, sauvignon blanc, sicilia wines, tasca d'almerita, tenuta regaleali, varietà tasca, white wines from sicily
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5 gennaio 2012
Che strano verrebbe da dire, proporre un bianco del genere in un momento di mercato come questo, dove un’attenta lettura dei gusti e delle tendenze consiglierebbe leggerezza e sobrietà; in particolar modo quando si tratta di vini bianchi.

Il Donna Filomena 2010 di Masseria Falvo è tutt’altro, per contrapposizione è un vino bianco corpulento e “grasso”, come verrebbe da dire saggiandone attentamente la gran materia prima. Un bianco assolutamente inaspettato, poderoso, dal colore luminoso e con un ventaglio olfattivo incredibile, fulgido, pimpante, profondo, dove ci puoi riconoscere di tutto un po’, laddove ficcandoci bene il naso un degustatore con un minimo di allenamento non la smetterebbe più di tesserne le lodi: per fittezza, intensità e variopinta descrizione organolettica, sino a perderci la testa. E poi carattere, tanto, da vendere, spalle larghe 14 gradi e mezzo ma ossute e calibrate da una tessitura da far invidia a un signor vino rosso, come in realtà parrebbe di bere alla cieca.

Un gran bel risultato, che arriva da un lento e attento recupero di un pezzo di viticoltura calabrese nel cuore del parco del Pollino, a Saracena, nel cosentino. Quella Saracena già conosciuta ai più grazie a quel moscato tanto amato quanto per troppo tempo misconosciuto. Così i fratelli Falvo, tra le mille risorse messe in campo sul territorio – è notoria la loro storia imprenditoriale -, si sono dati da fare per rimettere in moto anche questo piccolo ma fondamentale pezzo di storia agricola locale: 26 ettari piantati per lo più con varietali autoctoni senza però perdere di vista quel poco di buono che arriva dalle esperienze ampelografiche altrui. Così con i più classici rossi gaglioppo e greco nero e i bianchi guarnaccia e malvasia, si è piantato anche qualche filare di traminer che a queste latitudini, come avvenuto per esempio in Basilicata, ha già espresso risultati più che buoni.
In definitiva, Masseria Falvo è una bella realtà di cui sicuramente sarà bene non perdere traccia, tra l’altro è guidata in cantina dal “nostro” bravo Vincenzo Mercurio; i vini sin qui saggiati dicono chiaramente che si fa sul serio, e si guarda lontano; molto buono per esempio anche il loro bianco “base” Pircoca 2010, giocato più o meno sulla stessa composizione varietale ma con un timbro degustativo decisamente più immediato e leggero. Poi il Milirosu, delizioso Moscato di Saracena, quadrato e avvincente come solo certi vini da meditazione sanno essere; ma di questo val la pena attendere qualche tempo per leggerne.
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Tag:calabria, cosenza, donna filomena bianco masseria falvo, ermanno falvo, famiglia falvo, gaglioppo, gruppo falvo, guarnaccia, masseria falvo, moscato di saracena, parco del pollino, saracena, vincenzo mercurio
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4 gennaio 2012
Non è mai troppo tardi per godere di un fresco Cerasuolo d’Abruzzo, della sua franchezza e della sua sottile, infinita bevibilità; ancor più quando questa è accompagnata da un sorso ricco di frutto polposo e spigliato.

Ci appassionano ormai da sempre, profondamente, le immense e opulenti versioni di Valentini, che sembrano non avere assolutamente età, regalandoci anno dopo anno insistenti emozioni degustative, ogni volta diverse e più complesse. Talvolta tuttavia non è un male concedersi assaggi meno ragionati, complessi ed articolati come spesso capita dinanzi a uno qualsiasi dei bicchiere di vino della storica azienda di Loreto Aprutino, oggi egregiamente condotta da Francesco Paolo Valentini.
Tant’è, nelle scorse settimane ho avuto la possibilità, a più riprese, di saggiare praticamente tutti i vini di un’altro baluardo della produzione enologica abruzzese, la Cantina Zaccagnini di Bolognano, oggigiorno uno dei marchi italiani più solidi sul mercato del vino, soprattutto americano. Tra le venti e più referenze passatemi per mano, non sono certo mancate piacevoli esperienze e, al di là delle splendide versioni di montepulciano e trebbiano d’Abruzzo della linea San Clemente, di cui non farò mancare riscontro, ho molto apprezzato anche alcuni bianchi cosiddetti “base” e questo splendido cerasuolo, a conferma di quanto un’azienda per essere grande davvero, nonostante sia dedita a numeri importanti – sono circa 1.200.000 le bottiglie qui prodotte ogni anno -, debba conservare un altissimo profilo qualitativo sul primo come per l’ultimo prodotto che passa dalla sua cantina.
Il Myosotis 2010 è decisamente una bella versione di cerasuolo d’Abruzzo, franco e immediato com’è, pur nel tentativo, attraverso una più complessa esecuzione, di offrire una interpretazione un tantino più vivace e ampia del solito. Poco più di 6.000 le bottiglie prodotte ogni anno dalle sole vigne di Bolognano, in contrada Pozzo, su terreni argillosi calcarei con esposizione a sud. Le uve montepulciano, una volta giunte in cantina, vengono cernite e pigiate in maniera soffice; attraverso un veloce processo di criomacerazione e pressatura sottovuoto vengono preservati gli aromi varietali di rosa canina, lampone e melograno; quindi, con una breve fermentazione, fissato il bel colore ciliegia porpora; in gennaio, le masse finiscono in botti di rovere dove ci rimangono per non più di 3 mesi; è qui che il vino assume quel ricercato profilo di maggiore spessore, incisivo più sull’elegante espressione olfattiva che, come talvolta può accadere, sulla sobria rotondità del sorso, che invece risulta asciutto, polposo e, come sottolineato in apertura, spigliato. In definitiva, un bel vino fine e rotondo ma assolutamente non banale.
Tag:abruzzo, bolognano, cantina zaccagnini, marcello zaccagnini, montepulciano d'abruzzo, montepulciano d'abruzzo cerasuolo, myosotis cerasuolo, myosotis zaccagnini
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3 gennaio 2012
Sarò sincero, il “friulano”, o “tocai friulano” che si ricordi, non ha mai avuto un grande ascendente su di me e, pur rispettando assolutamente la validissima tradizione di qualità, sono certo di aver raramente avuto tali grandi esperienze degustative da meritare particolare attenzione.

Va così che ti capita a tiro un La Vila 2009 di Lis Neris, ultimo nato dal genio indomabile di quel vigneron di nome Alvaro Pecorari; ci pensi un po’ sù e alla fine decidi: vabbé, questo friulano continua a non pigliarmi pe’ niente, però questo vino val la pena raccontarlo lo stesso. L’azienda, tanto per presentarla brevemente su queste pagine, si trova proprio nel cuore di una delle più suggestive aree viticole del Friuli, fra il confine sloveno a nord e la riva destra del fiume Isonzo a sud, in località San Lorenzo Isontino in provincia di Gorizia.
Le vigne, più o meno 60 ettari, si distendono lungo il fiume da nord a sud in tre ben distinte microzone: proprio intorno al comune di San Lorenzo dove, essendo il microclima più fresco, sono stati concentrati gran parte delle vigne a bacca bianca, mentre poco più a sud, tra Corona e Romans – dove l’areale di pertinenza viene considerato tendenzialmente più caldo -, si è optato per le varietà rosse. Tranne che per la vigna dalla quale viene fuori questo bianco, un sito dove la vicinanza al fiume gli garantisce una buona e costante ventilazione favorendo una lenta e piena maturazione del friulano.

Il varietale – quel tocai friulano divenuto poi per molti (ma non per tutti) friulano e basta – non tutti forse lo sanno, ma in realtà altro non è che sauvignonasse, come ben dimostrato dalle ricerche dell’Istituto Sperimentale di viticoltura di Conegliano. Sauvignonasse che in Francia, nella Loira per essere più precisi, laddove ancora viene coltivato è considerato addirittura un vitigno minore, quando non di basso profilo e spesso “spacciato” per sauvignon (come avviene per esempio anche in Cile, dove è largamente diffuso) nelle versioni meno pretenziose di certi vini che danno solo la parvenza dei più nobili Sancerre e/o Pouilly.
Non a caso, e forse non senza una buona ragione, lo stesso Mario Fregoni, non uno qualunque, a suo tempo, ancor prima della sentenza della corte europea che sanciva il divieto dell’utilizzo da parte dei produttori friulani del nome “tocai” in etichetta, si è sempre schierato a favore dell’utilizzo del riconosciuto varietale sauvignonasse in sua sostituzione, così dal liberare i produttori friulani una volta e per tutte anche dalle solite critiche internazionali oltre che da ulteriori confusioni ampelografiche e vivaistiche, vista la larga diffusione sul territorio e, soprattutto, l’impellenza di rilanciare, praticamente da zero, un vino che nonostante tutto continua a coprire una superficie vitata di circa 7.000 ettari nel solo nord est d’Italia.
Ma tant’è, ritornando a noi, che il 2009 da queste parti è stata una vendemmia abbastanza anticipata rispetto alle consuetudini, con temperature talvolta elevate che hanno accompagnato buona parte di tutta la vendemmia. Il risultato alla fine è comunque più che convincente, soprattutto per un vino praticamente all’esordio: nell’insieme esprime buona struttura, avvolgente e ben integrata, ed una palese freschezza congiunta a persistente e calibrata sapidità; la prolungata maturazione tra acciaio e legno sulle fecce fini poi ne definisce un bel colore paglierino carico ed un naso buccioso e varietale, intriso di note fruttate mature e dolci e continui rimandi salmastri. Il sorso è asciutto e compatto, di spessore, ci si potrebbe azzardare anche nel dire “grasso” per la gran materia espressa, pur sostenuto da vivida acidità. Complessivamente fa registrare una bella prova d’assaggio, e in soldoni nemmeno particolarmente impegnativa, quindi da raccomandare senz’altro. A chi piace il friulano naturalmente.
Tag:alvaro pecorari, cormons, friulano, friuli venezia giulia, iacot, Istituto Sperimentale di viticoltura di Conegliano, la vila, lis neris, mario fregoni, san lorenzo isontino, superwhites, tocai friulano, tokaji
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1 gennaio 2012
Ci sono sempre piacevoli sorprese qui al sud, così quando meno te l’aspetti ecco un bel bianco calabrese a farti sgranare gli occhi e pensare che sì, non è mai troppo tardi per rinascere.

Cominciamo così il racconto di questo nuovo anno insieme con un bell’esempio di rilancio rurale, Masseria Falvo 1727, recuperata dall’abbandono e rimessa a nuovo con caparbietà dai fratelli Piergiorgio, Ermanno e Rosario Falvo dell’omonimo storico gruppo imprenditoriale calabrese, convinti che si potesse rinverdire una parte dell’antica tradizione di famiglia e recuperare con essa un suggestivo pezzo di viticoltura calabrese lì nel cuore del Parco del Pollino, nei dintorni di Saracena, nel cosentino: 26 ettari di vigneto coltivati in regime biologico su terreni tendenzialmente argillosi, a tratti di natura calcarea, alternati a terre rosse e coriacee. L’idea è stata sin da subito di puntare sui vitigni autoctoni calabresi, senza però tralasciare quelle valide opportunità offerte da alcuni varietali bianchi capaci di esprimere buoni vini anche da queste parti, avvalendosi tra l’altro delle sapienti mani di Vincenzo Mercurio in cantina. Così con il magliocco, qui detto lacrima del Pollino, il gaglioppo e il greco nero, oltre alla guarnaccia bianca e il moscatello di Saracena si è pensato di mettere giù qualche filare per esempio di traminer.

Pircoca è il nome di questo bel bianco duemiladieci prodotto appunto con guarnaccia e un saldo di traminer, un uvaggio calabro-altoatesino che a molti può risultare un azzardo alquanto inusuale, e in verità lo è, ma che senz’altro ha colto nel segno: un esordio più che convincente per un vino invitante con un fragrante e avvincente corollario di profumi, vinosi, floreali e fruttati molto coinvolgenti; il naso è fulgido di note di gelsomino, agrumi, pesca e pera, con un timbro minerale decisamente persuasivo. In bocca è asciutto, il sorso stilla gradevolissimi rimandi fruttati, e infonde freschezza e gradevole sapidità. Decisamente a lungo.
Per quel che riguarda la guarnaccia bianca prometto di ritornarci a breve, il Donna Filomena, il loro cru, mi ha ancor più colpito tanto da convincermi in una più ampia e meditata attenzione; in merito al traminer invece, non lasciatevi spiazzare dalla consuetudine perché anche a queste latitudini, in particolar modo su questi terreni, pare esprimere risultati davvero eccellenti; soprattutto quando lavorato di fino e impiegato come varietale migliorativo. Non a caso anche in Basilicata (leggi qui) sta facendo registrare risultati assai interessanti. Frattanto godetevi questo primo delizioso consiglio per gli acquisti: un bianco insolito e gradito, dove un sorso chiama l’altro e i dodici gradi e mezzo sono calibratissimi; va via d’un soffio come aperitivo, mentre in tavola non fa nemmeno in tempo ad arrivarci. Potete fidarvi.
Tag:donna filomena masseria falvo, ermanno falvo, gruppo falvo, guarnaccia, masseria falvo 1727, moscato di saracena, piergiorgio falvo, pircoca 2010 masseria falvo, rosario falvo, saracena, traminer, vino bianco calabria
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21 novembre 2011
E di quattro chiacchiere distintive con Raffaele Moccia¤. Un assaggio può evocare tante belle sensazioni, soprattutto quando condiviso con una persona deliziosa come Raffaele, viticoltore in Agnano, alle porte di Napoli. Sono tornato a trovarlo, mancavo di venirci da due-tre anni, non molti – o forse troppi, chissà -, eppure il tempo qui appare immutato, lento e prezioso com’era. Com’è.

Rompiamo subito il ghiaccio: Raffaele, ci ricordi chi sei, e come nasce Agnanum¤? Niente di complicato: sono un vignaiolo, ma anche un allevatore, soprattutto un padre, e a meno di 50 anni, pure nonno! Vabbè… mio padre ha piantato la vigna qui su per la collina alla fine degli anni sessanta. A cinque anni la mia prima vendemmia e contemporaneamente aiutavo i miei con l’allevamento degli animali. Ne ho spalato di m…a!. Poi nel 2002 la prima imbottigliata. Agnanum¤ è il primo nome che mi è venuto in mente.
Caspita, 2002-2011. Siamo al decennale. Dieci vendemmie sono da celebrare? E’ una buona idea. Pensa tu cosa fare e fammi sapere. Le bottiglie ce l’ho.
Qualcosa è cambiato, dico qui in cantina? Beh sì, abbiamo messo un po’ di cose a posto, comprato qualche piccolo tino in acciaio per serbare meglio i vini. Adesso riesco a vinificare tutte e tre le vigne separatamente. Per il resto poco o nulla. Sono e rimango un artigiano.
Ci spostiamo in campagna. Con una Smart ci arrampichiamo su per la collina. Il maltempo degli ultimi giorni ha reso praticamente impossibile girare motorizzati. Decidiamo così di proseguire a piedi, una scalata in piena regola. Adesso non si sente più nemmeno il rumore di una sola auto nonostante là sotto scivoli via un bel pezzo della tangenziale di Napoli.

In vigna, come siamo messi in vigna? Con qualche reinnesto, tra le piante morte per qualche motivo, e quelle rimaste bruciate dagli incendi che di tanto in tanto hanno investito la zona, siamo oggi a quattro ettari pieni; il vigneto si può dire che ha una età media di quarant’anni. Più i nuovi impianti, lassù “sopra il bosco”, circa 400 nuove viti sul limitare del cratere degli Astroni.
Tornare qui è sempre bellissimo. E’ vero. Respira, tira su, questo è ossigeno allo stato puro, ha un sapore difficile da trovare là sotto. Ho terminato di raccogliere il 2 novembre scorso. Prima la falanghina, il 30 e il 31 ottobre, poi il per ‘e palummo. Al di là di quel muro c’è il Parco degli Astroni, un posto magnifico, per niente valorizzato; un bosco naturale tra i più vecchi d’Europa. Qualcuno ancora oggi vi s’intrufola dalle mie vigne a caccia di funghi. E qualcos’altro.
Raffaè, come vedi questa situazione di mercato? Ci difendiamo, con molte difficoltà. La doc è molto inflazionata, la stanno massacrando, ed è un peccato, per lavoro che c’è da fare è davvero un peccato. Certi vini meriterebbero ben altro. Sinceramente non riesco a capire come si faccia a proporre certi prezzi; è palese che altri non hanno speso fatica in campagna, dedicato abbastanza tempo alle proprie vigne. E’ indubbio che comprare e rivendere uva o addirittura vino bello e fatto rende economicamente molto meglio che spezzarsi le reni ogni giorno.
Spiegati meglio. Il mio vigneto è tutto qui, su per la collina; faccio tutto a mano, piantare, curare, raccogliere; e scavare canali per l’acqua, il continuo sovescio, tutto il ciclo naturale della campagna insomma. Io dico che i costi in cantina possono più o meno essere omogenei, fatte le dovute proporzioni; in campagna però c’è da buttare il sangue, io il vino lo faccio con la mia uva, coltivata nella mia terra.
Un vignaiolo a tutto tondo. Non potrebbe essere altrimenti. Guarda, se non fossi continuamente in campagna certe cose scapperebbero di mano; con tutta l’acqua caduta nei giorni scorsi per esempio, se non avessi scavato per tempo questi canali, sai dove avremmo rincorso questa vigna? Qui adesso mi tocca rimettere a posto, riportare le terrazze a un giusto livello. Il terreno qui è talmente povero, sciolto, che dopo certi disastri si rischia che l’acqua si porti via anche le piante.
Torniamo in cantina, e dopo un breve ma meditato passaggio tra le vasche, ad assaggiare “i vini nuovi”, ci accomodiamo nell’ampia sala degustazione nelle immediate adiacenze della cantina; un luogo spartano e rustico, ma accogliente, seppur in questo momento un tantino impicciato dai lavori in fermento in cantina per la vendemmia appena alle spalle. Qui Raffaele conserva almeno un centinaio di bottiglie di tutte le annate prodotte, sin dalla prima duemiladue. Apriamo un Vigna del Pino 2006, falanghina passata in legno ed affinata almeno due anni in bottiglia.

Come è andata la vendemmia 2011? Non male; come ti ho detto ho terminato da poco, sono riuscito a rispettare i miei tempi, quella della mia vigna. Vendemmiare il 2 novembre quest’anno per molti sarebbe stato disastroso. Qui è andata così.
Poca uva o che? Quella necessaria, la migliore possibile. Appena 20 quintali di per ‘e palummo, più o meno 50 di falanghina.
Là dentro che c’è? Qui ci metto parte della falanghina raccolta nella vigna più bassa, quella subito a ridosso della cantina, e tutte quelle poche cassette delle uve da sempre in vigna, piantate da papà come si faceva una volta, e che tu conosci bene: la gesummina, la catalanesca e un poco di biancolella e coda di volpe. Ci faccio l’igt.
Con Gianluca Tommaselli come va? Ho deciso per la continuità. Maurizio De Simone è stato un passaggio indispensabile per inquadrare bene il lavoro da fare, pur tra le mille difficoltà avute. Lui è un uomo di pancia, grande enologo ma prima ancora una grande persona. Gianluca è un tecnico, si muove bene, sa cosa fare, come seguirmi, e fin dove si può spingere. Poi, come è ovvio che sia, decido io.
Continua a dire la sua questo vino, ancora dopo più di 5 anni? Sei tu l’esperto. Però si, sono molto felice quando li riassaggio e riesco, evocandone la travagliata genesi, ancora a sentire la mia uva. E’ una sensazione molto bella.

In effetti sì, questo Vigna del Pino 2006 conserva ancora una certa espressività. Il colore è ben definito, oro, limpido e cristallino. Il naso conduce ancora al varietale, però buccioso, polposo, cremoso quasi. Piacevoli le note di uva spina ed albicocca che si sovrappongono senza confondersi; chiude con un finale ammandorlato e di zenzero candito. In bocca è secco, gode ancora di buona freschezza nonostante l’età, ma colpisce ancor più la soave rotondità che infonde lungamente al palato, ricca e persistente; particolarmente incisivo il timbro minerale che regala un sorso vibrante e sapido. Inaspettato.
Mentre parliamo, tra un assaggio e l’altro, gli arriva una telefonata: è una promoter di un noto Magazine settimanale; lo tiene al telefono non poco, lui interloquisce con una certa disponibilità, la sua, quella di sempre; dall’altro capo del telefono – adesso in viva voce – sento proporgli un paio di uscite sulle proprie testate e in più un passaggio sull’omonimo canale tematico satellitare, alla modica cifra di 1000,00 euri + iva. Lui è sibillino, non se lo può permettere, ringrazia e rimanda alla prossima; poi mi fa un gesto come a dire “ma c’è ancora chi ci crede a ‘ste cose?” Sorridiamo…
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14 novembre 2011
Passaggio breve, ma interessante, su una etichetta da tempo messa lì in agenda. Un vino di quelli “naturali”, ma non uno qualunque. Scettico, ma su cosa? Ma sì, perché sono ancora e sempre più convinto che un vino debba sapermi conquistare anche con la sua finezza, non certo stereotipata, omologata come si dice, ma a suo modo palese. Però talvolta può non essere così decisivo.

Angiolino Maule è uno dei fondatori di VinNatur, l’associazione che riunisce vignaioli da tutto il mondo che intendono difendere l’integrità – così la storia, la cultura, l’arte – del proprio territorio traendo ispirazione anzitutto da una profonda etica ambientale. Dalla Campania per esempio vi aderiscono aziende come Il Cancelliere e Cantina Giardino, giusto per citarne due. Produrre vino naturale significa per questi vignaioli, agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando attraverso la sperimentazione, l’utilizzo di agenti invasivi e tossici di natura chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina.
La Biancara è la sua creatura, 12 ettari nei dintorni di Gambellara, nel vicentino, di cui 9 di proprietà, più 3 in affitto. Vigne perlopiù a garganega, il vitigno più diffuso nell’areale, quello storico, con il quale vengono prodotti tre vini bianchi secchi (il Pico è uno di questi) e uno passito, il tradizionale Recioto. Poi due rossi a base merlot. In verità sarebbe in sperimentazione anche un Vin Santo, tentativo, condiviso, di recuperare una delle più antiche vocazioni del disciplinare locale. Berremo.
Il Pico 2008 è prodotto da sole uve garganega, da vigne collocate tra le località Faldeo, Monte di Mezzo e Taibane, luoghi situati tutti in alta collina e in aree di chiara origine vulcanica. E’ un bianco fermentato per circa due giorni in tino aperto, con tutte le bucce e a temperatura ambiente. Successivamente finisce la fermentazione in botte grande da 1500 litri dove ci rimane anche per tutto il periodo di affinamento, sulle fecce fini, più o meno dodici mesi, prima di passare in bottiglia; senza trattamenti, ne filtrazioni e con zero solfiti aggiunti.
Vino dal colore decisamente caratteristico, pare oro, tendente all’antico, non proprio limpido – non potrebbe essere altrimenti – e di buona consistenza. Il naso è molto interessante, e va oltre, molto oltre la pungente intensità bucciosa tipica di vini del genere; vengono fuori col tempo note olfattive molto invitanti, talune spiazzanti ma assai piacevoli: frutta e agrumi canditi che si fanno sentori speziati, pera matura e cedro, quindi zenzero caramellato. A tratti quasi ferroso. Il sorso è asciutto, intenso e di ottima persistenza, un bel bere, assai saporito, infonde al palato pienezza gustativa, piacevole rotondità prima di chiudere con un certo guizzo ricco di freschezza e persistente mineralità.
Tag:angiolino maule, cantina giardino, garganega, il cancelliere, la biancara, pico, recioto di gambellara, sassaia, veneto, vini bianchi, vini naturali, vinnatur, zero solfiti, zonin
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12 novembre 2011
Viticoltore o vignaiolo? “Viticoltore è colui che coltiva la vigna come un pataticoltore coltiva e produce patate, o come un frutticoltore produce la frutta. Quella del vignaiolo è una figura anche filosofica (il termine è stato coniato dal grande Gino), con l’obiettivo che il frutto del lavoro nel campo finisca nella propria cantina e che questa lo metta in condizione di portare il gusto della sua terra in giro per il mondo. Il vignaiolo quindi è un artista, o colui che sogna; il viticoltore è un imprenditore…” (da “Ventuno Vignaioli”, di Umberto Stefani – Ed. L’Obliquo 2009).

Basterebbero queste poche righe per descrivere al meglio questo vino, questa persona, la sua amata terra, i colli tortonesi. E basterebbero, credetemi, appena un paio di sorsi di questo Derthona bianco 2009 – solo il suo “vino base” -, per rendersi conto che se c’è qualcosa che vi siete persi negli ultimi anni e qualcuno (leggi qui) ve lo ha fatto notare rimproverandovi, beh, dategli ragione piena e godetevi il momento, promettendovi e rassicurandolo di recuperare quanto prima.
Si è detto e scritto già tanto di Walter Massa e dei suoi vini, della sua fatica nel riaffermare il timorasso in una terra da sempre vocata e destinata alla barbera o al più gentile cortese, e comunque a fare da comparsa sul panorama vitivinicolo piemontese; righe, pagine, articoli interi per ribadire, rilanciare, l’idea folle – ma non troppo – di un vignaiolo che più che far parte della storia enoica locale, l’ha voluta scrivere la storia. Anzi, riscriverla.

Una varietà, il timorasso, praticamente abbandonata a se stessa sino ad allora. E’ il 1987. Si portano in cantina i frutti di quelle poche piante salvate dai reimpianti in atto in azienda. Danno un buon vino, un risultato interessante, da tenere d’occhio, per distinguersi, per offrire ai propri clienti una rinnovata visione bianchista del terroir tortonese; se vogliamo unica. E i clienti sembrano apprezzare quello sforzo. Così nel ’90 viene piantato il Costa del Vento, il vigneto da dove nascerà il primo dei due cru aziendali. L’altro è Sterpi. Oggi l’azienda ha circa 10 ettari piantati con timorasso, per una proiezione totale, quando cioè tutte le vigne saranno produttive, di circa 50.000 bottiglie l’anno.
Il Derthona è il terzo vino di Vigneti Massa, prodotto con uve provenienti da quattro vigne diversamente esposte sul territorio più le “teste” e le “code” dei due cru aziendali; da quel che ho potuto cogliere dalle varie letture sul varietale, il timorasso è un vitigno per niente facile da allevare, e va gestito al meglio: la pianta è piuttosto vigorosa, e rampicante, e ai frutti, in tempo di vendemmia, bisogna stargli continuamente dietro per non perderseli per strada. Tanta attenzione quindi in vigna ma soprattutto in cantina. Walter Massa, pur non escludendo sperimentazioni con il legno, al momento lavora tutti i suoi vini allo stesso modo tra acciaio e bottiglia, con un percorso lungo almeno 14 mesi prima della loro commercializzazione. Di questo bianco 2009 bellissimo il colore, paglierino intenso e cristallino. Il primo naso è espressivo di fresche note di pompelmo rosa, glicine e gradevoli accenni di camomilla.
Col trascorrere del tempo, nel bicchiere si colgono anche piacevoli ed invitanti sfumature minerali, terziarie, come quella vena idrocarburica, tipica – si dice – del varietale, ma che qui è delicata, quasi sediziosa, e non pungente e volgare come in altri timorasso saggiati in precedenza (leggi un 2006 di La Colombera, ndr). In bocca si palesa ricco, offre un approccio più che fresco, quasi citrino, ma pulito, lineare, invitante. Regala un sorso indomabile, dal primo all’ultimo che vi concederete. Verrebbe da dire che è quasi “capace di creare dipendenza!”. Quasi.
Tag:colline tortonesi timorasso, costa del vento, derthona, l'obliquo, piemonte wines, sterpi, timorasso, umberto stefani, vigneti massa, walter massa, white wines from piemont
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7 novembre 2011
L’azienda non ha certo bisogno di presentazioni. Il nome di per se è altisonante quanto basta, talvolta pure ingombrante; in quegli anni poi, mi riferisco ai primi anni ‘90 – che ve lo dico a fare! –, al cameriere bastava solo sussurrare Mastroberardino (ovvero mastro bernandino, ndr) per provocargli quel “non so ché” di suggestione: “vedo che il signore ne capisce, eh?.

Il vino, questo millesimo, non ha nessuno o quasi con cui confrontarsi, così per i tanti anni indietro e qualcun’altro ancora dopo; nessun termine di paragone, nessuna trama da seguire, nessuna rappresentazione identitaria da sfoggiare che non fosse una precisa idea di vino destinata a camminare le strade del mondo. E chi scriveva di vino all’epoca, ancora giusto quattro gatti, non sentiva nessuna necessità di preoccuparsi che fosse o no prodotto in quantità “industriale”, e men che meno se arrivasse da una viticoltura naturale, bioqualchecosa o altro del genere: era un Taurasi di Mastroberardino, e quel nome (non del vino sia chiaro – “Taurasi dove?” -, ma dell’azienda!) bastava da solo perché fosse una garanzia.
Un nome già unico, già storia quindi, e continuamente proiettato a scriverla la nuova storia vitivinicola campana: pochi sanno per esempio che fu proprio Mastroberardino, intorno ai primi anni ’70, ad introdurre in Italia l’impiego di colture selezionate di batteri malolattici. E in quegli stessi anni poi, più che la convinzione dell’utilizzo di solo legno grande, rovere di Slavonia e castagno per la precisione (la barrique arriverà solo qualche anno più tardi, negli anni ’90), poté l’introduzione in cantina del freddo per controllare le temperature nel corso delle fermentazioni; uno scatto in avanti per l’epoca impagabile, una conquista assoluta per l’enologia. Curioso pensare invece come oggi tutto ciò suoni quasi come una condanna per chi ama ostinatamente ribadire di fare tutto in maniera naturale e a temperatura ambiente!

L’ottantasei segna un momento importante per l’azienda di Atripalda, l’inizio del progetto “Radici”, risultato di una ricerca lunga e accurata riguardante esposizioni, composizione chimico-fisica e giacitura di tutti i terreni coltivati direttamente dalla proprietà, con l’aumento importante della densità di piante/ha e l’introduzione massiccia di impianti moderni “a spalliera” che andavano sostituendo il tradizionale, suggestivo ma vetusto sistema a raggiera avellinese, tipico soprattutto dell’areale taurasino. Ciò consentiva ai “Mastro” di riuscire a gestire meglio il nuovo parco vigne, le differenze sostanziali dovute sia alle caratteristiche pedoclimatiche che all’incidenza dell’annata, così da poter intervenire più efficacemente sulla filiera di trasformazione, dalla vinificazione all’invecchiamento; una zonazione ante litteram si direbbe.
Un assaggio per certi versi controverso, ma decisamente interessante. Un Taurasi dal colore granato con spiccata tendenza all’aranciato sull’unghia, che conserva però una buona compattezza. Il primo naso è “sporco”, quasi allontana e nonostante le due ore abbondanti concessegli viene da pensare che abbia poco o nulla ancora da offrire. Invece alla distanza viene fuori, sicuramente troppa l’attesa per chi volesse goderne una sera a cena grazie all’amico di turno (a meno che questi non abbia avuto cura di stapparlo in mattinata!), però ne vale veramente la pena. Il giorno dopo infatti il quadro olfattivo pur se scomposto ritorna particolarmente interessante: intriso di terra, humus e torba; del frutto in quanto tale nulla più o quasi, giusto qualche nota spiritosa, un tono caramellizzato, e solo parvenze di note tostate e accenni speziati. Dove però colpisce è al palato: intenso, copioso, dritto; c’è ancora tanta materia, spogliata (ma non del tutto) di quel nerbo a cui fedelmente ci si rifà quando si vuole parlare di Taurasi vecchia maniera, ma sottile, fugace, appagante. Il sorso è pulito, scivola via sulle papille gustative che è una bellezza, disincantato, setoso quasi, in perfetto stato di conservazione. Chissà a quell’epoca cosa ne pensavano gli amerrecani di questo vino?
Questa recensione esce oggi anche su www.lucianopignataro.it.
Tag:aglianico, campania, etichette storiche taurasi, mastroberardino, mirabella eclano, piero mastroberardino, radici, taurasi, vini rossi di taurasi
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5 novembre 2011
La storia di Casa E. di Mirafiore (E. sta per Emanuele, ndr) è piuttosto lunga, un tantino travagliata, e complessa. Una storia però affascinante, che non manca di raccontare di personaggi di primissimo piano, addirittura Re e Regine, di “preferite” e titoli nobiliari riparatori; e poi principi – tali e presunti – e fratellastri in arme; e ancora di vigne, vino, spartizioni, odio, vizi capitali e virtù smarrite.

Per farla breve, quanto all’azienda, c’è un vecchio listino del lontano 1897 che ne certifica l’antica e preziosa origine; poi il passato si fa grande, prestigioso, quasi ingombrante, culminando in anni di massimo splendore commerciale sino al 1918. Da qui però un lento ed inesorabile declino, fino al totale smarrimento, più o meno sul finire degli anni trenta. Poi, per settantasette anni filati niente più, nemmeno un sussulto, sino a quando Oscar Farinetti, Mr. Eataly, non s’è messo in testa di riprendersi il marchio dai Gancia che nel frattempo ne avevano acquisito la proprietà.

La storia dei Mirafiore è da sempre legata a Fontanafredda, e proprio qui finalmente rinasce. Il progetto è ambizioso, destinare al marchio Casa E. di Mirafiore i vini che nascono dalle sole vigne di proprietà dei Tenimenti. Magari quelle più vecchie e meglio esposte. L’intenzione è di fare vini dal profilo austero, territoriale come si dice, e quanto più figli dell’annata e del terroir, senza quindi particolari interventi in cantina se non quelli strettamente necessari per la produzione: niente lieviti selezionati, solo fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni e affinamenti mirati alla salvaguardia dell’integrità del frutto piuttosto che alla definizione di un gusto omologato. E solo legni grandi, come si faceva un tempo, per vini che vanno a ricercare proprio nel passato il loro futuro possimo.

Ciò che mi è piaciuto di più di questo nebbiolo, di questo Barolino, è proprio la viva espressività, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Non posso definirmi un finissimo connosseurs dei nebbiolo di langa, ma in questo vino mi è sembrato di leggere buonissime impressioni di un vitigno mai semplice da maneggiare, interpretare; e mai banale, non di facile lettura insomma. Il 2008 è la sua prima uscita assoluta, e offre di se un bel colore granato con nitidi riflessi rubini. Il naso è ricco, dapprima con un salto fruttato e poi subito spezie dolci e note tostate. Si colgono nitide la prugna e la noce moscata, poi sentori di tabacco, polvere di caffè e una piacevole nota cioccolatosa che accompagna il primo sorso. In bocca è secco, l’impressione è notevole, un po’ scomposto ma l’attacco tannico è importante e nobile, pulito, avvolgente, con un retrogusto balsamico avvincente e assai persistente. Non è un vino per tutti i palati, ma di certo un ottimo biglietto da visita per chi vuole scoprire cosa bolle di nuovo in pentola da queste parti. Bentornato a casa blasone!
Tag:barolo, casa e. di mirafiore, casa gancia, eataly, emanuele di mirafiore, fontanafredda, gancia, la bella rosina, langhe nebbiolo mirafiore, nebbiolo, oscar farinetti, serralunga d'alba
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23 ottobre 2011
Uno dei luoghi più suggestivi e vocati alla viticoltura nei Campi Flegrei è senza dubbio quello che in molti chiamano “O’ Scalandrone” (via Scalandrone), ovvero quel bellissimo costone che si erge dalla piana del lago d’Averno e si apre sul Lago Fusaro e quindi sul mare della vicinissima costa cumana.

Qui, in un ambiente pedoclimatico davvero unico e favorevole, da una quindicina d’anni cresce e matura l’azienda Cantine Babbo. Tommaso, la sua famiglia, hanno radici forti sul territorio, tra l’altro i Babbo sono anche apprezzati ristoratori di lungo corso, e proprio grazie a questa attività ultradecennale non hanno mai smesso di coltivare la terra, l’orto, per garantirsi e garantire ai propri avventori sempre materie prime di pregiata qualità. Così anche la vigna ha avuto il suo ruolo decisivo nella storia famigliare; pochi ettari, piantati perlopiù con falanghina e piedirosso, ma abbastanza da spingerli nel 1996 a strutturarsi in maniera tale da poter anche vinificare e commercializzare i loro vini. La cosiddetta filiera corta.

Oggi l’azienda è nelle mani di Tommaso, che cosciente della necessità di proporre un salto di qualità ai suoi vini, oltre che convertire lentamente le vigne vecchie con impianti nuovi e moderni, ha chiamato in cantina uno dei più validi tecnici campani sulla scena, quel Vincenzo Mercurio già apprezzato alla Mastroberardino di Atripalda, e oggi protagonista di una ascesa inarrestabile sulla scena enologica tanto da portarlo frequentemente in giro per il mondo come consulente di diverse e prestigiose aziende vitivinicole e al fianco di veri e propri luminari della materia.
Il risultato, in appena una manciata di anni è già palese e incoraggiante; questo vino infatti ne esce con un profilo del tutto soddisfacente, anzitutto sul piano della franchezza e della compostezza gustativa che in quanto a falanghina dei Campi Flegrei continuano ad essere elementi di riferimento assoluti per la tipologia e come non mai apprezzati ultimamente da larga parte dei consumatori quotidiani di vini bianchi. Il naso non è certamente ridondante, ma finemente agrumato ed erbaceo, il sorso è franco, secco, di buon corpo pur rimanendo lineare e gradevolmente vivace. Convince in particolar modo per la sostenuta sapidità che fa di questo vino un ottimo compagno di bevute in leggerezza.
Questa recensione è stata pubblicata questa settimana su Pozzuolidice, il quindicinale di informazione libera dei Campi Flegrei. Oltre a questo vino, abbiamo dato spazio, come è nostra abitudine, anche ad una ricetta d’autore (vedi qui) firmata dall’amico Andrea Migliaccio, chef del Ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri.
Tag:babbo tommaso, campi flegrei, cantine babbo, falanghina dei campi flegrei, pozzuoli, sintema, via scalandrone, vincenzo mercurio
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21 ottobre 2011
Stanotte ho dato un’occhiata lì fuori affacciandomi alla finestra; poi, per niente convinto della vista – cercavo le stelle, avevo a tiro solo rami di querce -, mi sono deciso a scendere giù; ho passeggiato qualche minuto, mi sono seduto su una panchina, ci sarò stato mezz’ora, quanto è bastato a far pace con la mia anima (mentre dal nulla sbucava un cervo!).

Il bianco Montanaro di Giulio Bongiovanni è molto più di un intruglio che ricorda il Vermouth – ricordate? E’ quel vino liquoroso ottenuto miscelando vini bianchi secchi, solitamente dal sapore neutro, con alcol puro, zucchero, assenzio ed altre piante aromatiche -, quello di una volta però, quello che aveva come base il miglior vino moscato e che faceva scintillare gli occhi già solo al primo sorso. Fu Ippocrate, il padre della medicina, tra i primi ad aromatizzare il vino con l’assenzio, aggiungendovi zucchero e alcol puro per renderlo ancora più dolce, quindi morbido diremmo oggi noi, e inebriante. Lui era solito utilizzarlo per purificare il corpo dei suoi pazienti, come vermifugo, ma vista l’euforia che manifestava la bevanda ed il suo gusto piacevole, ben presto questo intruglio divenne liquore pregiato, e nei secoli a venire destinato a palati sempre più raffinati.
Della ricetta tradizionale del Vermouth si conoscono più o meno i principali aromi utilizzati: di sovente genziana, zenzero, vaniglia, assenzio, maggiorana, melissa, timo, salvia, luppolo, sambuca, camomilla, finocchio, zafferano, melograno, garofano o chiodi di garofano, ma come la storia racconta ognuno ha poi maturato negli anni una propria unica ed irripetibile ricetta. Nel bianco Montanaro, tra i pochi “segreti” rivelati, oltre a recuperare il moscato come vino base, c’è che le erbe e le spezie non vengono lasciate in infusione diretta – cioè immerse nell’alcol -, ma in maniera indiretta, in sospensione; ovvero, in un contenitore con chiusura ermetica vengono poggiate su di una griglia e di tanto in tanto irrorate con l’alcol che, per caduta, viene raccolto alla sua base. Così per almeno 40 giorni. Altro segreto poi, lasciare i contenitori al sole al mattino e rimetterli al fresco in cantina alla sera.

Il risultato? Un vino delizioso e ammaliante, dal colore canarino luminoso. Al naso è fulgido, intensamente aromatico, officinale, speziato, finemente ammandorlato. Il sorso è asciutto, e nonostante il buon tenore alcolico e l’aggiunta di zucchero risulta assai fresco e avvolgente, anche se rotondo e caldo, efficace e piacevolmente secco sul finale di bocca. Un vino davvero adorabile, bevuto così freddo come l’ho apprezzato io rimane formidabile pure da solo, quando servito come aperitivo; ancor più se, con un pizzico di fantasia, un po’ di estro, giustamente miscelato ad una bollicina d’autore. Chissà che non sia da spingere come una buona idea…
Tag:aperitivo con vermouth, bianco montanaro, fontanafredda, gallo d'alba, giulio bongiovanni, ippocrate, langhe, moscato, piemonte, serralunga d'alba, vermouth, vini aromatizzati
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20 ottobre 2011
Chiariamo: tre giorni sono pochi – pochissimi – per cogliere tutte le sfumature che questa straordinaria terra sa offrire di se. Per questo, presto – molto presto – vi tornerò ancora; mi si è aperto un mondo davanti che sento valga seriamente la pena d’esser camminato, ovunque mi porti…

Ma cosa si può raccogliere in soli tre giorni? Beh, anzitutto i colori: siamo stati davvero fortunati, mai in ottobre il tempo è stato così clemente, con quell’aria quasi agostana che ci ha accolti a Barolo e ci ha fatto sentire subito a nostro agio, così come nella splendida Serralunga d’Alba. Ma c’è dell’altro, molto altro. Le colline tutt’intorno, un paesaggio splendido; qui si rischia davvero di lasciarci l’anima; solo a Vosne-Romanée ho provato la stessa unica sensazione di sentirmi in “un altro mondo”. Ma la dolcezza delle linee, ben definite, che si stagliano continuamente all’orizzonte non hanno nulla o quasi a che vedere con la pur amatissima Borgogna.
Qui, più che la mano di Dio ha potuto la fierezza dell’uomo, capace, pur tra mille difficoltà – nonostante qualche intuizione a dir poco esecrabile -, a difendere strenuamente un paesaggio finemente scolpito nella terra viva tra La Morra, Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga, giusto per citare alcuni dei comuni del circondario a portata di mano. E poi le persone, certe storie, con alcuni dei loro vini assolutamente indimenticabili, tali da riempire decine e decine dei prossimi post. Leggerete.

A Serralunga d’Alba un passaggio tra i più felici di questa “treggiorni in langa”, tra i filari di uno dei crus più apprezzati dagli appassionati di Barolo di tutto il mondo: Lazzarito; poco più di otto ettari collocati in una conca naturale che arriva a circa 400 m slm con una esposizione sud/sud-ovest ed un profilo territoriale unico, con terreni poveri di materia organica e di origine sedimentaria marina ricco però di marne calcaree dal colore biancastro.

Qui, Fontanafredda, proprietaria di gran parte del vigneto (poi ci sono Vietti e Germano, credo), ha la sua vigna più preziosa, che tra l’altro, col millesimo 2007 esce in questi giorni sul mercato rispolverando un altro marchio storico di queste terre, Casa E. di Mirafiore, dalle chiare origini reali e svanito durante il secolo scorso, ma pur sempre all’origine di quella che è diventata prima Tenimenti di Fontana Fredda e Barolo e Fontanafredda poi.

Ma ritorniamo al Lazzarito così com’era: non è stata un’annata eccezionale la ’96, ma l’andamento climatico di quella estate, e in settembre inoltrato, nonostante non abbia risparmiato temporali e piogge, ha comunque consegnato in tempo utile nelle mani dei viticoltori della buona uva, e chi ne ha saputo fare buon uso in cantina ha tirato fuori comunque dei piccoli capolavori. Come questo. Certo, quindici anni per un Barolo non sono per niente l’eternità, tutt’altro, e anzi i tre lustri sono forse il limite minimo richiesto oltre i quali intravedere il reale potenziale di una bottiglia; ecco perché mi sento di dire che questo assaggio si è mostrato davvero speciale, una sorpresa da fissare nella memoria, imprevedibile appunto, ed estremamente rappresentativo.

Il colore è di un bel rosso granato netto, limpido, conserva ancora una certa vivacità, addirittura sull’unghia del vino appare piacevolmente cristallino. Il primo naso è subito finissimo, è lì nel bicchiere da molto, e nette sono le note di sottobosco, finocchio selvatico, fiori e foglie secche; poi ancora funghi, tabacco e quindi note più dolci, di liquirizia per esempio. In bocca è piuttosto austero, i tannini hanno di gran lunga subito il tempo, pur conservando una loro precisa trama, sottile ma ancora ben definita, vibrante, e che offrono quindi un sorso sì caparbio ma fine e morbido al tempo stesso, quanto basta, finanche lungo e avvolgente.

Solo in certe annate si verificano “piccoli miracoli” come questi, durante la degustazione l’abbiamo apostrofato come un nebiùl didattico, di quelli bastardi, duri a morire, arduo da domare, uno di quelli che ti regala solo un’annata complessa e poco generosa come questa. A Serralunga in particolar modo. Il tempo ha saputo farne tesoro, e regalarcene ancora l’emozione.
Tag:alba, barolo, casa e. di mirafiore, emanuele alberto, fontanafredda, langhe, nebbiolo, nebiùl, oscar farinetti, serralunga d'alba, tenimenti in fontana fredda e barolo, vigna lazzarito
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15 ottobre 2011
Ci sono vini come questo che non smetterò mai di amare, bere, raccontare. E’ quel vino di cui molti amano descrivere tutto il suo corredo organolettico sintetizzandone l’esperienza con una sola parola: “franco”. Come a dire “è inesorabilmente lui, punto e basta!”.

Borgogno in Barolo è storia, vera, un tantino travagliata se vogliamo, per troppo tempo rimasta lì impolverata, messa in un angolo, in attesa di chissà che, chissa chi se ne ricordasse. E’ curioso pensare come un’azienda tra le più antiche di Langa, anno di fondazione 1761, potesse pagare un dazio così salato tanto da passare quasi inosservata agli occhi dei più che cercavano sul territorio un richiamo tangibile dell’origine di tutto; è vero, i riferimenti sono tanti, molti altri, ma l’inizio di tutto è anche qui, tra le mura antiche di questo piccolo gioiello nel pieno centro della “capitale” delle Langhe.

E l’avrà pensato anche Oscar Farinetti quando ha deciso, nel duemilaotto, di farne il fiore all’occhiello del suo regno enoico langarolo rilevandola, in chiaro affanno, dagli ultimi eredi Cesare e Giorgio Boschis per consegnarla nelle mani del figlio poco più che ventenne Andrea. Una bella sfida, accidenti! mi sono detto, “Una gran figata!”, mi ha risposto il giovane Farinetti. Ma di questo però ce ne occuperemo in un prossimo post raccontando di una straordinaria verticale di Barolo e di molto altro ancora.

Frattanto, il duemilanove è stato l’ultimo raccolto portato in cantina dai Boschis, con le mani ancora in pasta di Cesare; da li in poi sarebbe toccato ad Andrea Farinetti – studi in enologia appena terminati e tanta, tanta grinta -, guardarsi intorno e capire che direzione prendere per rilanciare un marchio e i suoi vini che godono sì di tanto blasone ma pure di enormi difficoltà sul mercato che, incredibilmente, stenta a credere talvolta anche all’evidenza più chiara: la storia qui di langa non può non tenere in giusta considerazione questa azienda.
Le uve, tutte di proprietà, sono coltivate in località Liste e Crosia, nel territorio del comune di Barolo. In cantina niente più lieviti selezionati e vinificazione tradizionale in acciaio, con una permanenza sulle bucce di circa una decina di giorni prima di passare per non meno di dodici mesi in botti di rovere di diversa grandezza (ma non barriques). Il colore è splendido, di un rosso rubino particolarmente intenso e vivace. Il primo naso è vinoso, l’imprinting voluminoso e persistente, viene fuori un frutto rosso fresco e invitante che ad ogni passaggio, dopo un po’, s’accompagna a sbuffate di viola passita e note ferrose, che richiamano in maniera ineludibile il terroir. In bocca è secco, pochi gli angoli acuti ma il sorso è ricco, succoso e di buon corpo, conserva nerbo senza affaticare la beva che rimane costantemente fluida e piacevole. Davvero buono! Con il “generale inverno” alle porte e con una tavola sempre più ricca, ecco un buon “soldato” da non far mai mancare in cantina.
Tag:andrea farinetti, barbera, barbera d'alba superiore 2009 borgogno, barolo, borgogno, eataly, langhe, nebbiolo, oscar farinetti, piemonte, vino rosso barolo
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14 ottobre 2011
Camminare per le viuzze di Barolo è davvero piacevole, più che mai in una giornata di ottobre soleggiata e calda; l’atmosfera qui pare conservare perenne pacatezza nonostante siamo in uno dei luoghi del vino più amati, conosciuti e visitati al mondo.

Il centro cittadino, piccolo borgo capitale del vino di Langa, appare al visitatore vivace ma non caotico, animato, – in alcuni momenti della giornata parecchio -, ma non chiassoso. Insomma è tutto in ordine, un elogio alla lentezza, con ogni cosa sempre al suo posto. E proprio all’ingresso di Barolo, subito a sinistra in via Roma, c’è quella che critici e appassionati, unanime, dicono rappresenti l’azienda che in tutto e per tutto esprime al meglio l’anima barolista tra le più tradizionali in circolazione: Cantina Mascarello. Cinque ettari tra La Morra e qui in Barolo – tra cui 1 ettaro in pieno Cannubi –, oggi, dopo la scomparsa del mitico Bartolo nel 2005, nelle mani di Maria Teresa. “Papà Bartolo – racconta la figlia con gli occhi colmi di orgoglio -, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, e per chi ha imparato a leggerne e seguire il modello, l’ideale, rimane un simbolo indelebile, uno strenuo difensore dell’identità barolista, senza se e senza ma”.

Forse è anche per questo che si rimane decisamente rapiti da questa bottiglia: cotanto blasone, guadagnato sul campo, coltivato in quasi cento anni di storia, pare sciogliersi dolcemente dinanzi a un bicchiere di vino che vuole essere tutto tranne che aristocratico o espressione di risoluta austerità. La freisa di Maria Teresa è tutto quello che non potrebbe mai esprimere un Barolo tradizionale, quello dei Mascarello in particolar modo: di un colore rubino porpora, fruttato e ammiccante, polposo, sottile e vivace quando non leggermente zuccherino; insomma, leggerezza e disimpegno, quelli necessari nelle lunghe chiacchierate intorno a una tavola imbandita di cose semplici e goderecce, un sorso veloce, sbarazzino, offerto dinanzi a un piatto unico e completo, come per esempio una buona pizza o un panino caldo.
Una freisa “nebbiolata” come mi racconta Maria Teresa, come si faceva un tempo in langa, ripassata per poche ore sulle vinacce del nebiolo (quello autentico si scrive con una sola b) risolvendo la fermentazione alcolica prima del dovuto lasciandovi così un contenuto residuo zuccherino tale da garantirgli una seconda fermentazione in bottiglia, utile a conferirgli vivace complessità ma senza stravolgerne compostezza e trama e, soprattutto, capace di donargli quella deliziosa immediata bevibilità altrimenti lontana nel tempo. In fondo, a rileggere la storia recente della famiglia Mascarello, questa vivacità d’animo è sempre aleggiata in casa, soprattutto in certe iniziative di papà Bartolo; un controcanto di leggerezza, talvolta audace, beffardo, addirittura anarchico se vogliamo, ma sempre fiero, e distante anni luce da certi stereotipi, politici come enologici soprattutto incalzanti negli anni novanta: chi non ricorda il “no Berlusconi, no barriques!” “gridato a viva voce” con una etichetta firmata di proprio pugno e che ha fatto storia e da eco a quel no! fermo all’innovazione che strizzava l’occhio al modello bordolese a quel tempo lontanissimo da Barolo eppure tanto costantemente inseguito. Ma questa è un’altra storia, come tanti gli altri aneddoti tutti da raccontare nei prossimi post; frattanto però godiamoci questo primo inatteso e fresco sorso di langa.
Tag:barolista, barolo, bartolo mascarello, berlusconi, cantine mascarello, freisa, freisa di chieri, freisa mascarello, langhe, maria teresa mascarello, nebbiolo, nebiolo, no barrique no berlusconi
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25 settembre 2011
L’antefatto – un mio post su facebook che vantava delle grazie e dell’ottimo rapporto prezzo/qualità di questo vino – conduce a una riflessione più o meno azzeccata sul concetto sempre troppo poco chiaro su ciò che è percepito come caro e ciò che invece risulta più semplicemente costoso. O quantomeno più costoso di altri.

Questa è una delle più riuscite operazioni glamour di Louis Vuitton, si chiama Monogram Nova Minaudière; nome piuttosto altisonante per una mini borsetta che pesa un grammo ed è grande più o meno quanto una palla da albero di natale. E’ invece – dicono -, un piccolo capolavoro d’ingegneria nonché di salatissima manodopera (?): è infatti interamente ricoperta di minuscoli Swarovski argentati e neri, incastonati a mano uno ad uno. Costa circa 35.000 dollari, quanto una bmw, con tutti i confort s’intende.

Questa cosa invece è un cannolo siciliano, creato ad hoc da Carey Iennaccaro, pasticcere italo-americano all’opera presso il ristorante Jasper di Kansas City, nel Missouri, Stati Uniti. Preparazione di finissima arte culinaria è arricchita da una collana made in Italy costellata di purissimi diamanti e lavorata dalle mani esperte del gioielliere Tom Tivol che viene servita insieme al dolce, a sua volta ricoperto di foglie d’oro commestibili. E’ servita solo su prenotazione (!), a più o meno 26.000 dollari (si sa che il prezzo della ricotta subisce forti speculazioni negli Usa). Astenersi diabetici.

Questo qui sopra, come è noto a molti, è un vigneto di asprinio “ad alberata aversana”, un modo di fare viticoltura assolutamente fuori dal tempo, consegnatoci da generazioni tanto passate che si perdono nella memoria; loro erano convinti che ne avremmo saputo fare buon uso, noi ne abbiamo contezza da qualche tempo. Da queste uve così piantate nasce un vino sottile e particolarmente acido; tanto sottile da perdersi facilmente nel bailàm dei cento e più vitigni autoctoni campani. Quanto all’acidità invece, ne ha saputo fare vanto, e ne ha tratto solo giovamento, anzi, forse l’unica ragione che l’ha strappato all’oblìo dell’estirpazione e consegnato alle borgognotte della famiglia Martusciello di Grotta del Sole.
Non a caso, molti lo ignorano – in verità pochi lo sanno -, l’asprinio metodo classico di cui vi parlo si chiama proprio Riserva Grotta del Sole, a significare, ove ce ne fosse stato bisogno, quanto valore quest’uva e questo vino abbiano per la famiglia di vignaioli flegrei e quanto abbia contato in assoluto il loro impegno per la salvaguardia di questa antica produzione campana. Sul vino c’è da dire giusto quel poco che serve leggere: ha una spuma copiosa seppur non particolarmente persistente mentre le bollicine s’infilano sottili, fini e piuttosto insistenti. Il colore marca un bel giallo paglierino carico e luminoso, brillante; il naso è pulito, fragrante, offre un bel ventaglio olfattivo sgraziato e intrigante, che chiude su note di frutta secca ed eleganti rimandi speziati. Ciò che sbanca però è il sorso, asciutto ma ricco, profondo e avvolgente, dritto ma senza spigoli eccessivi. A venderlo caro, sui 18 euro in enoteca (un metodo classico così è da incorniciare a memoria d’uomo!).
Questa recensione esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it.
Tag:asprinio d'aversa metodo classico, asprinio d'aversa spumante extra brut grotta del sole, borsetta Monogram Nova Minaudière, campi flegrei, Carey Iennaccaro, Kansas City, louis vuitton, martusciello, Missouri, pozzuoli, quarto, ristorante Jasper, spumanti campani, stati uniti, swarovski, vigneto ad alberata
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24 settembre 2011
L’azienda è, per gli annali, un piccolo gioiello langarolo, fondata in quel di Barbaresco, proprio sulla strada Rabajà, verso la prima metà degli anni cinquanta da Mario Minuto. Oggi a condurla ci sono i figli Francesco e Sergio nella doppia funzione di agronomi ed enologi.

Il Bric Balìn, da nebiùl in purezza, è tra i loro prodotti di punta, messo in bottiglia per la prima volta col millesimo ’85 e votato, sin da subito, a ricercare un nuovo modello di modernità per un vino, il Barbaresco, in quel momento stretto tenacemente nella morsa del tempo e di un mercato da sempre appannaggio esclusivo del più nobile vicino di casa Barolo. Un assaggio un tantino controverso questo appena passatomi nel bicchiere; non posso certo dire che mi sia dispiaciuto, però nemmeno che mi abbia entusiasmato particolarmente; in fin dei conti però l’esperienza si è rivelata comunque interessante, almeno sotto il punto di vista didattico. Si perché mi intrigava non poco l’idea della ricerca di un Barbaresco già in quell’epoca proiettato nel futuro, molto “moderno” visto anche l’utilizzo esclusivo di barriques – per altro sempre nuove ad ogni passaggio -; un vino dove nelle intenzioni si andava ricercando l’esaltazione del frutto piuttosto che le più complesse sensazioni eteree figlie di una terziarizzazione sempre troppo lontana da raggiungere di slancio. E a quanto pare, non attendibile.

Un Barbaresco, il Bric Balin 2000 dal colore rubino/granata con ancora evidente brillantezza e solo sottili nervature aranciate. Il primo naso è inizialmente balsamico, intriso di aromi intensi che sgomitano per primeggiare e che solo una giusta ossigenazione lascia esprimere in pieno; comunque puliti, franchi si direbbe: ecco (ancora!) quell’imponente corredo fruttato, ciliegia e prugna in confettura su tutti e quindi quel sottile quanto delizioso sottofondo di violetta. Col tempo si colgono distintamente anche note di tabacco e cacao, poi cuoio, liquirizia, pepe in grani. Il sorso è asciutto, dapprima un po’ eccessivamente spiritoso, poi fresco e ancora piacevolmente tannico. Chiude un tantino scomposto, ancora frutto e va bene, balsamico pure, ma sopra tutto una strana sensazione di granulosità che scorre il palato ad ogni sorso, come se vi fossero micro residui a stuzzicare, fastidiosamente, insistentemente le papille.
E’ necessario a questo punto un qualche assaggio di annate più recenti, per riuscire a coglierne eventuali passi in avanti della personalità, dello stile ricercato da Moccagatta con questo suo Barbaresco. O quantomeno per avere un prequel di quel che poi sarà tra dieci o vent’anni. Al momento invece, per dirla tutta, pare difficile avere contezza della longevità di questo vino dinanzi a una bottiglia che in appena dieci anni pare avere già assolto a tutti i suoi doveri. Ché non è proprio questo il limite del nuovo che avanza(va)?
Tag:barbaresco, barbaresco bric balìn 2000, bric balin, francesco minuto, moccagatta, nebbiolo, nebiùl, piemonte wines. barbaresco wines, sergio minuto, strada rabajà
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11 settembre 2011
Di certo non v’è da strapparsi i capelli, però vi posso assicurare che l’affare c’è, tanto nell’aver colto qualcosa di cui è utile avere contezza – certi vini vanno sempre raccontati – come nell’ottimo rapporto prezzo-qualità.

Oggi si parla di tintilia, un vitigno autoctono molisano poco conosciuto fuori regione – se non per una o due referenze distribuite anche oltre i confini regionali, e questa è tra le prime – ma assolutamente capace di offrivi (e garantirvi) una piacevole esperienza degustativa. Il varietale per la verità non ha origini propriamente locali, infatti vi è l’ipotesi che sia stato introdotto in Italia in epoca Borbonica, partendo quindi proprio da qui al sud sino a raggiungere finanche certe regioni del nord ovest; si sa infatti che, come tante altre varietà di origini iberiche piantate in vigna in quel tempo, si pensi ad esempio a l’alicante, o a la garnacha, certe uve richiamino sulla loro carta d’identità più che nomi propri autentici, semplici nomignoli derivati dall’etimo ispanico “tinto”, così detti per la loro particolare ricchezza in antociani e quindi per il colore rosso particolarmente concentrato dei loro vini; due esempi su tutti? Il tintore di Tramonti e il teinturier piemontese, oggi vere rarità colturali e talvolta espressioni di vini tanto unici nei loro contesti territoriali quanto irripetibili altrove. Proprio come questo Tintilia 2008 di Di Majo Norante.
Il colore è di un rosso rubino intenso, particolarmente ricco e vivace, con evidenti sfumature porpora sull’unghia. Il primo naso è molto invitante, significativo di frutti maturi e violetta; lasciato cadere l’iniziale sbuffo alcolico, prevalgono un susseguirsi molto gradevole di note aromatiche, poi carezzevoli e dolci nuances balsamiche e speziate. Mi piace godere di questo frutto sempre in primo piano: l’amarena, la prugna, e una vinosità piuttosto costanti. Il sorso è docile, succoso e persuasivo; ritornando alle disquisizioni sul varietale, è palese quanto questo vino sia distante dalle durezze – e dalla profondità, forse anche dalla longevità – del tintore e del teinturier sopra citati. Ma è evidente che proprio qui sta l’unicità di questi vini, misconosciuti, sottovalutati, eppure così autentici. Qui la beva scorre morbida, “pronta” si usa dire in questi casi, e di tannini infatti solo minime tracce, ben fuse alla complessiva struttura del vino.
Tag:alessio di majo norante, borboni, campomarino, contado, di majo norante, giuseppe meregalli, meregalli distribuzione, molise, sud italia, teinturier, tintilia, tintore di tramonti, uve tintorie, vini rossi del molise
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9 settembre 2011
Il kerner è un vitigno aromatico a bacca bianca creato intorno al 1929 da un certo August Herold, intento a risolvere la problematica di come far “sopravvivere” la vite nel dipartimento agricolo del Württemberg, in Germania.

Dopo numerosi tentativi, la chiave di volta, l’incrocio tra la schiava grossa – varietà a bacca rossa di più o meno basso profilo organolettico, conosciuta anche col nome di trollinger – e il già apprezzato e conosciuto riesling renano. Così il kerner, nome conferitogli in onore di Justinus Kerner, medico e poeta tedesco, ai quali finissimi scritti si era profondamente appassionato Herold. Oggi questo vitigno continua ad essere coltivato perlopiù in Germania, Austria, Svizzera e – limitatamente all’Alto Adige, o Südtirol – , in Italia, dove proprio in Valle Isarco e Val Venosta pare esprimere le interpretazioni migliori. Sono queste aree viticole generalmente caratterizzate da un pedoclima ben definito, piuttosto austero, che tra l’altro il varietale pare sopportare egregiamente. Il kerner infatti non ha particolari esigenze colturali, si adatta bene a qualsiasi tipologia di suoli, più del riesling, e germoglia piuttosto tardi; fa registrare oltretutto scarsa sensibilità alla peronospora e all’oidio (a meno di annate disastrose) nonché una esplicita resistenza al freddo, qui solito arrivare anche oltre i -10 °C pure in piena epoca vendemmiale.
Il Kerner Praepositus 2010 di Abbazia di Novacella è forse il meglio che si possa trovare in giro di questo vino – con quello di Strasserhof tra i miei preferiti in assoluto -, sicuramente non un bianco per tutti se non per quegli appassionati che non temono affatto l’acidità, che non la subiscono cioè come un fastidio ma piuttosto la ricercano e se la godono come pregio. Il colore è splendido, giallo paglierino vivacissimo, il naso subito particolarmente invitante, quasi pungente. Le prime sensazioni a farsi strada sono toni quasi moscati, e comunque aromi freschi, erbacei, balsamici, fruttati che lentamente si amplificano e si aprono a cenni chiaramente più dolci, insistenti: ecco venire fuori mela golden, pompelmo e mango. In bocca è secco, secchissimo direi, costantemente. Avvolge il palato in un susseguirsi continuo di sensazioni acide e minerali, un piacere quasi espettorante, irrinunciabile. Freschezza, adesso ti conosco!
Tag:abbazia di novacella, alto adige, germania, kerner, kerner praepositus, praepositus, riesling, schiava grossa, schiava grossa x riesling renano, trollinger, val venosta, wurttemberg
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8 settembre 2011
Scrivi carricante e t’immagini l’Etna, così il pensiero va subito al Pietramarina, il piccolo gioiello di Giuseppe Benanti che (mi) ha aperto questo vitigno a letture organolettiche sino ad allora inesplorate. E ogni anno sempre con maggiori attese ed attenzioni.

Carjcanti invece è il vino di Gulfi, l’azienda fondata da Vito Catania, oggi nelle mani del figlio Matteo, e portata e raccontata in giro per il mondo – con la sua “I Vigneri” – dall’enologo Salvo Foti, uno dei massimi studiosi nonché conoscitori dei vitigni autoctoni siciliani e mostro sacro dell’enologia isolana; manco a dirlo, lo stesso di Benanti.

Sull’Etna le vigne si levano dalla cenere, e si sa che qui, come forse in nessun altro posto al mondo, più che il vitigno è il microclima, particolarissimo, a contribuire in maniera decisiva a produrre vini di altissima espressività territoriale. Ma pure a Chiaramonte Gulfi, siamo in Valcanzjria, nel ragusano, 150 chilometri più a sud, pare farsi strada un ottimo clone, arrivato proprio dalle pendici del vulcano e per niente lontano da quel modello già apprezzato nei bellissimi bianchi etnei.
Il Carjcanti 2008, con un piccolo saldo di albanello, altro vitigno autoctono locale, richiama immediatamente alla mente le tracce lasciate impresse dalle precedenti vendemmie: vivida brillantezza nel colore, naso costantemente irrorato da sentori minerali e palato di grande sapidità e nerbo acido; il tutto al servizio di un fuoriclasse lanciato spedito nella rincorsa del tempo.
La Vigna Campo è per lo più caratterizzata da terreni calcareo-argillosi, impiantata ad alberello, proprio come sull’Etna – con un sistema però meccanizzato, alla borgognona – con una densità di circa 9000 viti per ettaro; il vino tendenzialmente affina parte in acciaio e parte in barrique da 225 litri e in fusti da da 500 litri. Il colore è di un bellissimo dorato acceso, il primo naso è figlio del sole, con sentori fruttati di mango e pesca e scorzette di limone, poi i profumi si distendono in ampiezza e profondità, foraggiati continuamente da reminescenze balsamiche e speziate, sentori erbacei, quindi minerali, e sul finale canditi, di infinita eleganza, finezza e acutezza. In bocca l’ingresso è deciso, spicca inizialmente per l’essenza acida tipica del varietale, ma il sorso viene subito sopraffatto dall’insistente sapidità e carezzato continuamente da morbida mineralità. Dodici gradi e mezzo di pura estasi degustativa, e senza nessuna preclusione per l’abbinamento: si può bere tranquillamente prima di tutto e, quando necessario, dopo tutto.
Tag:albanello, carjcanti, carricante, chiaramonte gulfi, etna, giuseppe benanti, gulfi, i vigneri, matteo catania, ragusa, ragusano, salvo foti, valcanzjria, vito catania
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6 settembre 2011
Il progetto Feudi di San Marzano si deve all’intuizione che ha unito nel 2003 le Cantine San Marzano a Farnese Vini, colosso abruzzese da oltre dieci milioni bottiglie l’anno che qui aveva intenzione di creare il più grande polo produttivo di vini di qualità pugliesi in regione. Oggi l’azienda produce sei milioni e mezzo di bottiglie, e cammina da sola.

Questo vino nasce ogni anno da vecchie vigne di primitivo di più o meno di sessant’anni d’età, piantate per lo più ad alberello su terreni argillosi a tessitura fine e generalmente caratterizzati da affioramenti rocciosi di natura calcarea. Poi si sa, qui le condizioni climatiche sono quelle che sono, austere sino alla criticità in certe annate, abbondanti oltremodo (pochissime per la verità) in talune altre; comunque vada, a quanto pare, vi è richiesto tanto lavoro in vigna e doviziosa cernita delle uve in cantina. O almeno così ci raccontano gli annali. Sta di fatto che l’assaggio di questo Primitivo di Manduria Sessantanni 2007 mi ha regalato quest’anno una delle più solide esperienze degustative della stagione: così invitante, affascinante, potente com’è. Un vino rosso decisamente robusto, per dirla alla vecchia maniera didattica dell’Ais. Ma c’è senz’altro di più, e tanto.
Il colore è assai avvincente, rosso/bluastro con floride nuances ancora in bilico tra il porpora e il granato intenso, praticamente impenetrabile. Il primo naso offre immediatamente nitidi sentori di classici piccoli frutti rossi e neri in confettura, ma anche interessanti spunti speziati, di tabacco e cioccolato che man mano vanno affinandosi e amplificandosi sino a definire un profilo olfattivo complesso e significativo. In bocca è poderoso, scorre energico e florido, l’imprinting è terragno, sanguigno, autentico insomma; i tannini sono soffici, superati energicamente da una struttura glicerica vigorosa e nerboruta, la beva è quindi solida, debordante, succosa, grassa ma intransigente. Nessuna traccia di legno nonostante la barrique, il frutto sopra tutto. Da bere certe sere in inverno, coccolati dalla neve.
Tag:cantina san marzano, farnese vini, feudi di san marzano, primitivo di manduria, primitivo di manduria sessantanni 2007 feudi di san marzano, puglia, taranto
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31 agosto 2011
Pensare a un vino e dire che non ha pari è più che innamorarsene, è perderci la testa. Personalmente ho sempre avuto un gran debole per i vini di Villa Russiz, una realtà decisamente incredibile che fa vini al di sopra di ogni aspettativa, qualsiasi ne bevi, i bianchi in primis.

Più del Grafin de La Tour, lo chardonnay capace di attraversare decenni senza alcun cedimento, tra i pochissimi italiani a potersi permettere passerelle oltralpe e oltreoceano, è il Sauvignon de la Tour ha catalizzare da sempre ogni mia particolare attenzione verso i vini di Gianni Menotti e la sua band. Un vino ogni anno straordinario, infinito, ma questo duemilaotto appare decisamente enorme, assolutamente oltre ogni aspettativa. Tre assaggi in un anno, ognuno più dell’altro, mi fanno pensare, offrono conferma – nonostante sia la mia una passione piuttosto nutrita sino ad oggi -, di non aver mai bevuto prima un sauvignon così entusiasmante. Da manuale.
Di un bellissimo giallo paglierino luminoso si offre ad un approccio olfattivo strabiliante; il naso è portentoso, strepitoso per eleganza e finezza, direi superlativo: inizialmente delicato, si apre ad un corollario di sentori e riconoscimenti incredibili, note erbacee e speziate che fanno da trampolino a sottili nuances vegetali e di frutti esotici e agrumi; sensazioni balsamiche di salvia e maggiorana che rincorrono peperone giallo, pesca e pompelmo. E l’immancabile passion fruit. In bocca l’attacco è disincantato, senza freni, fitto, tanto ampio quanto profondo, acidità a tutto spiano addolcita da una struttura importante, stratificata, non indifferente. Unico appunto, non ce n’è più in giro. A meno che in Fondazione non decidano di dar fondo alla cantina di Capriva dove riposano – si dice – ancora un paio di migliaia di bottiglie di duemilaotto in attesa di una possibile reimmissione sul mercato nel 2014. Mai attesa sarà più gradita!
Tag:capriva del friuli, chardonnay grafin de la tour, fondazione villa russiz, friulano, gianni menotti, ribolla gialla, sauvignon, sauvignon de la tour, villa russiz
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20 agosto 2011
Tema scottante la ricchezza di questi tempi, soprattutto nell’ottica di come siamo abituati, irrimediabilmente oramai, a sentirci ogni giorno più poveri, e non solo in termini economici. Giustapporre questi due vini non nasce certo dall’idea di un confronto possibile, evidentemente paradossale, ma da un fugace momento di riflessione su quanto siano costretti sempre più ad emozionare certi grandi vini nonostante le aspettative volgano a loro favore e quanto invece risultino sempre più sorprendenti certi altri meno blasonati, diciamo pure inesistenti agli occhi dei più, ma di indiscusso valore territoriale, morale, evocativo.

La Baroness Philippine de Rothschild si mostra in tutto il suo splendore, icona abbondante di una ricchezza debordante, materiale, scintillante, zecchina. La sua storia, quella della famiglia, ci racconta una storia suggestiva a tratti caratterizzata da episodi implacabili; ma ciò che interessa di più a noi del blasone de Rothschild lo ritroviamo tutto in questo mezzo bicchiere offertomi da Mr Adam per avere controprova del perché sia così infinita la sua passione per Mouton e, più in generale, per i vini di questo pezzo di Bordeaux da sempre luogo d’elezione per vini di altissimo profilo.
Un Pauillac 2004 strepitoso, non c’è che dire: colore rubino vivo, denso, quasi impenetrabile. Il naso è ampio, caldo, considerevole, a tratti ridondante di quei piccoli frutti rossi e neri talvolta stancanti altre volte immancabilmente attesi, desiderati, quasi rapiti; in bocca è consistente, copioso, fastoso, grasso, intenso, oltremodo largo, opulento, polposo di un frutto infinito, notevole, pieno, sontuoso mi verrebbe da dire. Ci sta tutto. L’attacco al palato è calorico, il vino ha parecchio spinta e non lo nasconde, esprime freschezza e tannino incisivi e voluttuosi, il ritorno gustolfattivo poi è elegante e raffinato: come te lo aspetti. Il finale di bocca chiude saporito, sfarzoso, soffice quanto basta e squillante quanto lo hai potuto solo immaginare, succoso, carezzevole. Un rosso pregnante, roba da ricchi insomma, mica male!

Raffaele Moccia¤ è invece una persona semplice, allevatore e vignaiolo nei Campi Flegrei. Le sue mani, segnate dal lavoro quotidiano in vigna, sono l’unico biglietto da visita che sa offrire all’avventore di turno. Quell’aria sorniona poi, che non riesce mai a svestire, rimane uno dei tratti più belli della sua personalità forgiata da grande fierezza e lucida caparbietà. Un uomo d’altri tempi.
Il Per ‘e palummo dei Campi Flegrei Agnanum 2010 è uno dei più buoni rossi mai usciti dalla piccola cantina di Raffaele: austero, disadorno da ammiccamenti inutili e sovraestrattivi, scevro da ogni maquillage che ne confonda l’origine, l’essenza, l’espressività. C’ha messo un po’ ad uscire il duemiladieci, le solite cavolate burocratiche della doc – unito ad un colpevole ritardo del produttore nel consegnare i campioni per le varie commissioni d’assaggio – ne hanno coscritto la commercializzazione a fine giugno quando invece molti clienti – taluni puntando anche i piedi – ne sollecitavano la pronta consegna già in maggio, a causa soprattutto delle numerose richieste ricevute. Invero, male non fa ai vini di Raffaele uscire qualche mese più tardi in là sulla stagione, ma essere una piccola azienda, che fa poche, pochissime bottiglie, talvolta rappresenta tanto un pregio quanto un limite difficile da comunicare e, peggio, far comprendere.
Il colore è chiaramente rubino vivace, appare magro e trasparente nel bicchiere, nudo, così come la terra pare averlo consegnato nelle mani del vignaiolo. Il primo naso è avaro, ma gli basta giusto un giro di orologio per mostrarsi in tutta la sua franchezza, spoglio di nuances carnose e gliceriche e guarnito di frutta a polpa croccante, succosa ed invitante. In bocca è spicciolo ma non approssimativo, stiracchiato su di un equilibrio dolcissimo tirato tutto tra fresca acidità e insistente vinosità, misurato, composto, efficace. In tempo di crisi, poveri noi, per bere bene senza sentirsi più di tanto in colpa!
Tag:agnanum, baroness philippine de rothschild, bordeaux, campi flegrei, chateau mouton rothschild, cratere degli astroni, de rothschild, francia, pauillac, per e palummo, piedirosso, piedirosso dei campi flegrei, premiere grand cru classé, raffaele moccia, ricchi e poveri
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