Archive for the ‘DEGUSTAZIONI VINI’ Category

Terzigno, Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2012 Villa Dora

11 ottobre 2014

L’azienda¤ è nel cuore del parco nazionale del Vesuvio, uno dei luoghi magici di questa nostra amata Campania Felix, con vigne che godono di un terroir unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica – pomici e lapilli qui abbondano, le terre sono scure come la notte -, importanti escursioni termiche ed uve, tutte autoctone, che danno vini sorprendenti e difficilmente ripetibili altrove.

Lacryma Christi del Vesuvio Vigna del Vulcano 2012 Villa Dora - foto L'Arcante

Vincenzo Ambrosio è tra le migliori persone per bene sbarcate nel mondo del vino negli ultimi vent’anni, imprenditore di successo che non ha mai smesso in questi anni, anche in quelli più duri ed incomprensibili dei primi passi di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ha dovuto lottare – più o meno in ordine degli accadimenti, ndr – con tutta una serie di luoghi comuni che qualunque persona per bene con algido ragionamento avrebbe preso come un invito a lasciar perdere.

La poca esperienza in materia, il circo degli avvoltoi del tornaconto, l’ambiente poco abituato a certi slanci, un mercato in perenne crisi, la diffidenza, l’incomprensione, i critici con la pistola fumante, le carezze del Diavolo. Sarà banale, ma chi di questa famiglia ne sa qualcosa¤, chi ha camminato queste vigne, odorato questa terra, chi si è sporcato le mani con questi vini sa che è prevalso il cuore e ha vinto, con quel sentimento mai passito che sta già tutto nel nome dell’azienda, Villa Dora¤.

Il successo di questo bianco non è misurabile coi Diplomi di merito appesi alle pareti dell’ufficio di rappresentanza, non è visibile con il nome stampato a colori sulla Guida ai vini del momento e nemmeno con la classifica imperdibile del fenomeno di turno; il successo del Vigna del Vulcano sta negli occhi della gente, nella contentezza dei loro occhi, nel bicchiere sempre pieno, nelle bottiglie vuote, finite, che poi si passano per mano per capire chi, come, dove.

Perché in fondo è vero, sino a quando non li bevi non si è mai pienamente convinti che da quelle parti possano venire fuori vini così veri, autentici, unici. Quando giovane, stizzito e fresco come questo splendido 2012, tredici gradi di puro godimento, oppure quando maturo, di cinque, sei, dieci anni e ancora in splendida forma (in giro qualche bottiglia se ne trova ancora). Vesuvio, coda di volpe, falanghina, amore: nel nome delle forti emozioni!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Capri, di Andrea Koch, Scala Fenicia e la prima storica verticale del suo Capri bianco

23 settembre 2014

Andrea Koch continua a dividersi tra Capri e Berlino dove vive con la sua compagna e suo figlio, cerca comunque di stare qui cantina quanto più gli riesce mentre il suo fidato Giggino continua a controllare che in vigna tutto vada per il meglio.

Andrea Koch - foto L'Arcante

Torno volentieri a Scala Fenicia¤, tre anni dopo, ad una settimana dalla vendemmia 2014, la quinta per quella che rimane tutt’ora l’unica etichetta in circolazione della rinata doc Capri bianco. Ritorno con piacere ai profumi di terra e salsedine che impregnano questo moggio di vigna, appena quattro pezze* perlopiù piantate a pergola e spalatrone puteolano dove si arrampicano qua e là un po’ di biancolella, qui detta san nicola, piedirosso, falanghina e ciunchese, quest’ultimo più comunemente riconosciuto come greco.

Di nuovo nella suggestiva cantina dove tutto è piccolo e ridimensionato: una porticina conduce alla stanza dove campeggia l’antico frantoio con mole a pietra, una minuscola pressa pneumatica, piccoli tini in acciaio costruiti su misura su indicazioni dell’enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi. Poco altro, null’altro.

Biancolella, Falanghina, Greco (Ciunchesa) - foto L'Arcante

Ritorno così alle prime bottiglie qui prodotte e finalmente posso anche tracciarne una prima storica verticale in quattro annate francamente sorprendenti e pienamente espressive. Il bianco di Andrea è composto da ciunchese al 50%, san nicola 30% e per il restante 20% falanghina; fa solo acciaio e qualche mese in bottiglia.

Capri bianco 2010. Il colore si è appena ingiallito ma conserva chiarezza e pulizia. Lo stesso fa il naso, appena maturo, sa di albicocca e ginestra. Il sorso è piacevole, ha smesso un po’ di freschezza ma gode comunque di una buona verve.

Capri bianco 2011. Il colore è preciso paglierino, appena verde sull’unghia del vino nel bicchiere. Invitante il naso, a tratti erbaceo e mentolato. Il sorso è sbarazzino, sapido, carezzevole e vivace.

Capri bianco 2012. In perfetto stato di grazia, il colore è paglierino e cristallino, il naso di gran lunga il migliore dei quattro, pienamente espressivo. Alle note varietali vi si aggiunge un tocco quasi officinale ed una nota candita molto avvenente che ne accentua la piacevolezza. In bocca è fresco e sapido, un sorso tira l’altro. Molto buono.

Capri bianco 2013. Ha i giorni contati, nel senso che le scorte di magazzino sono agli sgoccioli. E’ la sintesi del duro lavoro di tutti questi primi anni, il quadro comincia ad essere un po’ più chiaro, in vigna come in cantina, così il vino se ne giova enormemente. Un vino franco ed immeditamente riconoscibile, puntuto e malandrino.

Verticale 2010-2011-2012-2013 Capri bianco Scala Fenicia - foto L'Arcante

Il vino di Andrea è pronto quindi a varcare i confini isolani nonostante le quantità davvero irrisorie – appena 3200 bottiglie – non aiutano certo la sua distribuzione, complice anche la cecità di alcuni operatori incapaci di vedere in una operazione del genere qualcosa che va oltre i semplici margini di guadagno economico; trovo davvero un peccato non portare in giro, magari solo in certi posti, bottiglie che fanno onore allo splendore dell’Isola Azzurra senza banali stratagemmi commerciali, non quindi un souvenir qualsiasi da scordare su una mensola impolverata ma bensì da mettere in tavola con la cucina di mare più tradizionale o da bere a secchiate come aperitivo. Venite gente e bevetene tutti!

*così vengono chiamate localmente le terrazze con muretti a secco.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Serralunga d’Alba, Barolo Lazzarito 1993 Fontanafredda. Una bottiglia indimenticabile!

18 settembre 2014

Poco più di otto ettari di nebbiolo collocati in una conca naturale che arriva a circa 400 metri slm, con una esposizione sud/sud-ovest ed un profilo territoriale unico, con terreni poveri di materia organica e di origine sedimentaria marina e ricco di marne calcaree biancastre.

Barolo Lazzarito 1993 Fontanafredda - foto A. Di Costanzo

Gran vino il Lazzarito¤ 1993. Grandissima esperienza pei sensi. Il colore è granato, appena aranciato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il primo naso è già finissimo, ci prendi subito sottobosco, finocchio selvatico, fiori e foglie secche; poi ancora polvere di caffè e note più dolci molto delicate, quasi sussurrate, di china e liquirizia.

Il sorso è gioviale e coinvolgente, una sferzata di entusiasmo, ha una trama sottile ma ben definita, vibrante, con ancora un tannino asciugante ed una certa tensione acida. Una bottiglia sorprendente, forse inaspettata, sicuramente tra i Barolo più convincenti di questa stagione. Indimenticabile!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Peschiera del Garda, Amarone Classico della Valpolicella Riserva Sergio Zenato 2006

16 settembre 2014

Pur non convincendomi mai del tutto devo ammettere che la Ripassa di Zenato rimane un vino estremamente funzionale in certe realtà, una tipologia che ha dato e continua a dare a molti la possibilità di ammortizzare la tranvata della crisi dei consumi.

Amarone Riserva Sergio Zenato - foto A. Di Costanzo

Etichetta simbolo che ha spinto molti ad avvicinarsi alla Valpolicella con un piglio diverso, da almeno vent’anni buona garanzia per quei ristoratori in cerca di bottiglie che si vendono perlopiù da sole e con una battuta di cassa, anche al calice, sempre molto conveniente. Un vero successo per i Zenato che talvolta ha rischiato persino di offuscare il loro Amarone¤ ‘base’. Non così invece per quanto riguarda le Riserve. Questo qui ad esempio è un vero campione, ma di quelli capaci di farti veramente saltare dalla sedia.

Uve corvina, rondinella e l’immancabile sangiovese selezionate dalle vigne più vecchie intorno a Sant’Ambrogio di Valpolicella. La Riserva Sergio Zenato 2006 nasce dalla solita grande attenzione in vigna ed un lungo appassimento in fruttaio, poi ancora almeno 4 anni in botti di Slavonia.

Il colore ha una bellissima foggia violacea, porpora sull’unghia del vino nel bicchiere, vivace e intensa. Il naso è intriso di frutta polposa, spezie, balsami. Sa di arancia sanguinella, ciliegia, visciola, confettura di gelsi, con rimandi a caffè, tabacco, crema al cioccolato. Il sorso è spigliato, che sia caldo e avvolgente te lo aspetti, ci mancherebbe, ma qui c’è molto di più di quanto conosciuto dell’Amarone: è fitto ma senza sovrastrutture, ha grande spessore ma una sorprendente tensione gustativa. Una freschezza incredibile, tra i migliori assaggi dell’anno!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Il nero d’Avola è morto, il nero d’Avola è vivo. Il Santa Cecilia 1999 di Planeta ci dice qualcosa…

10 settembre 2014

I ricordi vanno ai primi anni del duemila, di nero d’Avola ne erano già piene le enoteche ed i ristoranti, sulle riviste specializzate otto pagine di pubblicità su dieci erano appannaggio di aziende siciliane. Un fenomeno in piena espansione, un’inarrestabile successo del vino italiano.

Sicilia rosso Santa cecilia 1999 Planeta - foto A. Di Costanzo

Così gli anni a seguire. L’Italia e il mondo avevano riscoperto il piacere di bere vino tutti i giorni, fioccavano i Wine Bar, non ve n’era uno che non ne offrisse almeno un paio al calice. Mettici che il nero d’Avola a dispetto dei ben più noti vini italiani presenti anche nei supermercati riusciva ad offrire una così vasta fascia di prezzi che il gradimento popolare era assoluto. C’era di che godere già a tremila lire. Sotto le sei/settemila lire ti portavi a casa un successo assicurato, con dieci/dodicimila lire ti prendevi, anche al supermercato, il top di gamma. A cena con gli amici non sbagliavi un colpo, quando toccava a te portare il vino con una bottiglia di queste o Cusumano, Morgante, Donnafugata – giusto per citarne qualcun’altra – facevi cappotto garantito!

E con l’euro, parlo dei primi due-tre anni, il cambio rimaneva comunque favorevole. Poi però alcune cose sono cambiate repentinamente: il peso della crisi, i consumi del vino in Italia sono continuati a scendere, la gente ha cominciato a guardare al vino con un approccio un po’ più snob, l’avvento del web ed il vino che diviene faccenda seria (faccino preoccupato), per espertoni insomma; nel frattempo un po’ tutti sono diventati sommelier in cerca di durezze, acidità, lenta maturazione e ‘solo vini bioqualchecosa’ così il nero d’Avola ha finito per perdere appeal proprio là in quella fascia di consumatori ‘trendy¤’ che l’aveva lanciato nell’olimpo del vino italiano per almeno una decina di anni.

Certo taluni produttori c’hanno messo del loro proponendo vini per tutte le stagioni, alcune promo in certi momenti dell’anno erano una martellata sui denti più che un aiutino commerciale. Tant’è, un po’ tentando la fortuna, un poco l’azzardo, soprattutto all’estero, alcuni hanno subìto il tracollo finendo per scomparire letteralmente dalle cronache enoiche rimanendo da soli col cerino in mano e con la cantina piena.

Ma effettivamente cosa si sa di questo splendido varietale siciliano? Si siciliano, sfatiamo anzitutto il luogo comune che si tratti di un vitigno di origine calabrese come erroneamente riportato da molti. Si sa che già nel 1500 vi è notizia di un vino detto calavrisi, ‘coltivato nell’agro di Catania, vino fatto con uve dall’acino rotondo’. Ma calavrisi, poi italianizzato in calabrese non dice correttamente delle sue origini. Tracce sull’evoluzione linguistica locale conducono a che certe uve venute da Avola, che oggi sono conosciute come nero d’Avola appunto, si diceva fossero scese da Avola, cioè ‘calate da Avola’, quindi: Calau Avulisi, divenuto poi Calaurisi e nei passi successivi Calavrisi, Calabrisi, Calabrese. Quindi dal vitigno originario da Avola, diviene nei secoli calabrese, per semplice assonanza, tipica dell’evoluzione linguistica.

Retro Santa Cecilia 1999 Planeta - foto L'Arcante

Il vitigno viene considerato particolarmente adatto all’invecchiamento, un riscontro potremmo averlo solo nei prossimi anni quando si cominceranno a stappare – con una certa continuità – bottiglie di 15/20 anni. Un po’ come si auguravano i Planeta nelle loro prime retro del Santa Cecilia, quando avvicinavano con un certo moto di orgoglio il nero d’Avola ai ben più noti nebbiolo e sangiovese (Barolo e Brunello, ndr). Eppure la sua tipicità che lo rende da sempre facilmente riconoscibile rimane la sua giovane freschezza, che non vuol dire ‘d’annata’, sia chiaro, ma riconducibile a vini dal colore rosso sempre molto pronunciato immediatamente riconoscibili, invitanti, suggestivi, che sanno di frutta rossa (prugna e mora), che hanno sì toni balsamici ma tannini morbidi, dolci si dice.

Poi certo c’è la prova del tempo, e andiamoci allora indietro negli anni. E cominciamo proprio con una delle più apprezzate etichette in giro, il Santa Cecilia dei Planeta¤, vino che nasce proprio nelle terre storicamente riconosciute tra le più vocate per il nero d’Avola in Sicilia, tra i comuni di Noto e Pachino nel siracusano. Qui nel 1998 la famiglia Planeta comprò la Tenuta Buonivini¤, 51 ettari tutti votati al nero d’Avola e il moscato bianco. Qui, per dire, nasce il Santa Cecilia ed il loro Moscato di Noto (dolce e passito).

Tenuta Buonivini Planeta - foto Planeta.it

Terreni bianchi, perlopiù calcarei, con frazioni di scheletro abbondante e di piccole dimensioni, una tessitura fine con frazioni argillose anch’esse di colore chiaro. Impianti fitti manco a dirlo, tanta selezione in vigna ed una cantina più che all’altezza.

La ’99 è stata la terza annata prodotta di questo vino. Diciamo subito che siamo di fronte ad una splendida bottiglia, il sughero è perfetto, nessun cedimento, il colore rubino è cangiante, appena più sfumato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è allettante e suggestivo, un baule di esperienze vissute: è preciso e minuzioso di frutta e aromi balsamici, di un floreale passito e spezie fini; sa di composta di prugna e ciliegia, mirto, cioccolato, polvere di caffè. Il sorso è caldo, avvolgente, polputo, ha ancora tanta roba per deliziare il palato; non sorprenda la bontà del sorso nonchè la piacevolissima bevibilità, un piacere atteso quindici anni come nulla (o quasi) fosse cambiato. Il nero d’Avola di Planeta è decisamente vivo!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Taurasi Vigna Andrea 2002 Romano Clelia, l’altra splendida faccia della medaglia dei Colli di Lapio

6 settembre 2014

A proposito di aglianico e Taurasi cominciano a venire fuori spunti sempre molto interessanti anche dalle piccole cantine sparse qua e là in Irpinia.

Taurasi Vigna Andrea 2002 Colli di Lapio Romano Clelia - foto L'Arcante

Grazie all’esperienza magistrale della famiglia Mastroberardino¤ sappiamo di poter contare su grandi bottiglie e siamo convinti, più o meno tutti definitivamente, del grande valore dell’aglianico e del Taurasi, vino che attraversa il tempo con lentezza senza cedere però un solo grammo di personalità ed autenticità. Anzi.

Una sicurezza talvolta vacillata dinanzi a bottiglie un poco fuorvianti, sono piene le cronache di Anteprime¤ dove gli assaggi spesso rivelavano puntualmente mani poco esperte se non addirittura un eccesso di sicurezza sfociato però in bottiglie banali senz’anima e futuro. Vi è tuttavia una schiera di produttori di riferimento ormai consolidata ed affidabile, per storia, tradizione, capacità, impronta: Colli di Lapio¤ ad esempio.

Il fiano di Avellino¤ di Clelia Romano ce l’abbiamo tutti sulla bocca, da almeno tre lustri tra i più autentici e fedeli rappresentanti di questo meraviglioso bianco ma soprattutto del terroir lapiano. Non tutti sanno però che queste terre, oggi gettonatissime per il fiano un tempo erano perlopiù votate all’aglianico che ricopriva buona parte della superficie vitata dell’area prima di venire lentamente soppiantato dal fiano, che aveva, con il greco di Tufo, più appeal e mercato soprattutto sul vicino mercato napoletano.

Lapio terra di Taurasi quindi. L’altitudine, il suolo argilloso, le escursioni termiche, elementi fondamentali che uniti alla tradizione familiare ed alla capacità di un grande enologo esperto come Angelo Pizzi hanno consegnato agli annali sempre buone bottiglie di rosso; certo vini austeri, da aspettare, caratterizzati da grande tensione gustativa più che piacevolezza del frutto, per questo forse un po’ fuori tema soprattutto con certe mode e tendenze contemporanee.

Il tempo però riequilibra tutto, rende onore alle scelte, premia la lungimiranza, esalta il manico; così anche in annate ‘minori’ consente di tirare fuori il meglio. Un Taurasi il 2002 di Colli di Lapio dove a predominare è la terra, le note balsamiche, la liquirizia, la menta. Il sorso è teso, carico di energia ma senza ammiccamenti, non una piega, elegante e severo. Il frutto è un po’ diluito ma rimane di grande eleganza, anima autentica, con la tipica chiusura sferzante amarognola dell’aglianico sul finale di bocca. Sospeso nel tempo, ce ne fossero di bottiglie così!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Reims, Champagne Dom Ruinart 1996

29 agosto 2014

Ci sono serate in cui basta la compagnia di un buon amico a sollevarti dalla grande fatica di una normale giornata di lavoro. Se poi questo amico reca con se una bottiglia di Dom Ruinart 1996 il cielo di Capri sopra la testa da luccicoso diviene incredibilmente brillante.

Dom Ruinart 1996 - foto A. Di Costanzo

Viaggiava lentamente verso il ventennio questa bottiglia, piccolo capolavoro di chardonnay. Diciamo che non fa una piega nonostante i 18 anni sonanti. E che naso che ha: esuberante, preciso, invitante, sa di menta e anisette, poi fiori gialli, mandorla, con un accenno appena salmastro.

Il sorso è cremoso, forse meno sferzante di quanto ci si aspetti da una cuvée in larga parte selezionata da grand crus della Cote des Blancs ma pieno e calibrato, vivace, senza alcuna spiacevole nota ossidativa che ad una certa età pare sempre in agguato. Proprio una bella bevuta. E che bella persona che è Pino, che bella l’amicizia¤!’

© L’Arcante – riproduzione riservata

Oakville, Napa Valley Chardonnay ’12 Far Niente

20 agosto 2014

Stiamo parlando di una delle più importanti aziende americane, tra le prime a piantare vigne in Napa Valley sin dal 1885.

Napa Valley Chardonnay Far Niente 2012 - foto A. Di Costanzo

Un’azienda florida e già conosciutissima ad inizio secolo scorso che a causa del proibizionismo dovette chiudere i battenti e vedere sciupate le vigne di proprietà, poi reimpiantate a fine anni settanta dalla famiglia Nickel che ne detiene attualmente la proprietà.

I vini di Far Niente¤ non sono proprio così a portata di portafogli, il loro Cabernet Sauvignon¤ ad esempio ha un prezzo assai improbabile per il nostro mercato, stiamo parlando di circa 90 euro franco cantina – e per la verità nemmeno mi ha convinto così tanto -, mentre questo Chardonnay¤ pare avere già più chance di appassionare pur collocandosi in una fascia di prezzo comunque abbastanza alta per la media europea, qui siamo sui 40 euro sempre franco cantina.

Ad ogni modo il 2012 mi è parso davvero molto buono, senza alcun dubbio tra i più buoni chardonnay che abbia mai provato proveniente da quelle parti, tra i pochissimi con una spinta tale, un senso di compiuta eleganza e sostanza da rimandare a vini come quelli che nascono ad esempio in Francia.

La cremosità ed il boisè sono appena accennati, il primo naso ha un gran frutto che si arricchisce via via con note piacevolmente dolci. Buccia di mandarino, melone, ma anche ananas, sono chiarissimi, così come un profumato sentore di felce. Il sorso ha una gran progressione, conquista e convince sorso dopo sorso.

Penso alle migliaia di bottiglie sparse nel mondo che in qualche maniera tentano di riportare alla mente terre e vini di Borgogna; alla cieca, in questo caso, non sarebbe poi così da sciocchi avvicinarlo a un ben più quotato bianco di Puligny, per dirne una.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Arezzo, Chianti Gratena 2013 Fattoria Gratena

22 luglio 2014

Etichetta pressoché sconosciuta in Italia ma che invito seriamente a ricercare e bere. Davvero buona questa bottiglia, sorprendente, fresca, goduriosa, un Chianti come non ne avrete mai assaggiati prima.

Chianti Gratena 2013 Fattoria di Gratena - foto L'Arcante

Lasciate altrove strani pensieri su uvaggi, assemblaggi, sovrastrutture, questo qui è un vino grandioso nella sua semplicità più assoluta. Un sangiovese in purezza da filari a conduzione biologica in provincia di Arezzo, 180 ettari di ulivi secolari e vigne di 40 anni piantati tra la Val di Chiana e quella dell’Arno.

Il Chianti Gratena mi rimette in pace con una delle denominazioni più bistrattate che abbiamo in Italia, dietro la quale si nascondono centinaia e centinaia di magre delusioni e vini il più delle volte banalissimi ma, per fortuna, a quanto pare, ancora capace di sorprendere e conquistare.

Buonissimo il 2013, il colore porpora è di grande vivacità, il naso è scalpitante, polposo e pieno di verve, non ne sentivo di così interessanti in un Chianti da anni, di sovente sempre troppo acerbi o troppo cotti, o peggio inutilmente boisé e stanchi.

Qui c’è la viola – ve la ricordate la viola nel sangiovese? -, tanta frutta, arancia sanguinella, melograno, mora, ribes. Il sorso è pieno di soddisfazione, secco e ben bilanciato, fresco e sapido, snello e avvolgente, piacevolissimo e risoluto. La bottiglia va via che manco te ne accorgi. Mi mancavi Chianti.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Anacapri, il Caposcuro bianco di Alessandra Gallo

21 luglio 2014

Siamo ad Anacapri, qui a due passi dal Capri Palace, lungo la dorsale del Monte Solaro che vede scorrere la seggiovia su e giù per l’imponete monte che domina l’Isola Azzurra.

Caposcuro 2013 - foto A. Di Costanzo

Una piccola vigna da dove si gode un panorama mozzafiato, con la baia di Sorrento ad un palmo dal naso e più in là il Vesuvio, Napoli, le altre isole del golfo; una cartolina carica di suggestione, filari dove c’è dentro un po’ di tutto: falangina, greco, biancolella, piedirosso, aglianico. Una piccola vigna che lentamente rifiorisce e ritorna al suo antico splendore grazie alla volontà della giovane Alessandra Gallo. Il suo bianco è un uvaggio di falanghina e greco, ha un naso tipicamente minerale, dal timbro salmastro con rimandi alla frutta matura a polpa gialla, sa di pesca ed albicocca. Il sorso è sgraziato ma di buon equilibrio tattile, di facile beva, gradevole e succoso.

Certo ci sono ancora tante cose da mettere a posto, l’idea però è buona, mi piace e spero possa continuare sulla strada della qualità, puntare magari alla doc¤ ma prima è lecito fare due conti con la storia e con la realtà. Fare vino a Capri non è cosa da poco, qui ad Anacapri poi ancor di più alla luce di costi di gestione della vigna elevatissimi e della evidente poca disponibilità di uva e bottiglie che rendono assolutamente impraticabile una qualsiasi strategia ‘industriale’. Piccolo ed artigianale quindi, per forza, il valore di queste bottiglie rimane impagabile, ecco perché Caposcuro, come Joaquin¤ dall’Isola prima e Scala Fenicia¤ poi vanno supportati e spronati.

Anacapri, Vigneto Solaria - foto V. Vanacore

Se ci penso appena 5 anni fa sull’isola c’era il vuoto, gran parte delle vigne erano praticamente abbandonate a loro stesse e l’intero sistema praticamente inghiottito e in balìa dell’improvvisazione e della speculazione di gente poco avveduta ed affamata solo di facili affari.

Dopo 5 anni¤, in attesa del sospirato rilancio della storica cantina Tiberio¤ di Anacapri – con più di cento anni di storia alle spalle, ndr -, salutiamo il vino di Alessandra Gallo del Vigneto Solaria con viva soddisfazione, è la terza azienda in pochi anni che si affaccia al mondo del vino per salvaguardare e rilanciare la viticoltura¤ caprese. Certo, con le soddisfazioni non si mangia, però che bello vedere tanto entusiasmo!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Credits: Vigneto Solaria slideshow¤, foto V. Vanacore

Franciacorta Dosaggio Zero Arcari+Danesi

6 luglio 2014

Continuo a pensare che le versioni ‘Dosaggio Zero’ rappresentino un approccio davvero interessante per chi volesse andare un po’ più in là nella scoperta dei reali valori in campo oggi in Franciacorta.

Franciacorta Dosaggio Zero Arcari + Danesi - foto L'Arcante

In giro di Arcari+Danesi da Gussago se ne parla già da un po’ di tempo: l’idea, il progetto, i vini sono un insieme che unisce, divide, conquista, fa discutere. Per svariate ragioni. La mia impressione dopo questo primo assaggio è che abbia colto nel segno: apre un confronto, lascia aperto un uscio dal quale affacciarsi curiosi per sbirciare cosa accade in Franciacorta al di là del pregevole lavoro delle più importanti aziende che già conosciamo.

Non sono moltissime le bottiglie in giro ma vi assicuro che sono di assoluto valore, un numero sufficiente per lasciare una traccia ben visibile agli appassionati più attenti ed esigenti.

Fanno un Satén e questo qui, un Dosaggio Zero 100% chardonnay dalle bollicine fini, con un naso tenue ma integro e caratteristico: sa di agrumi, fiori gialli, è minerale, lievemente mellifluo, con sentori balsamici. Il sorso è di gran lunga tra i più interessanti in circolazione, è gustoso, polputo, sapido, lunghissimo e fresco. Insomma, parecchio convincente.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Barolo, il Brunate-Le Coste 2009 di Rinaldi

13 giugno 2014

Ci sono bottiglie che ti entrano prepotentemente nella memoria e che non ti levi più dalla testa, il Brunate-Le Coste di Beppe Rinaldi ad esempio.

Barolo Brunate - Le Coste 2009 Rinaldi

L’inverno di un paio d’anni anni fa, a La Ciau del Tornavento¤ a Treiso, durante una cena di lavoro con Rossana Gaja mentre in tavola girava il ben di Dio una bottiglia tra le tante ci colpì tutti in maniera disarmante: era il Barolo Brunate-Le Coste 2006 di Beppe Rinaldi.

Fu poi una faticaccia recuperare qualche bottiglia in giro, da qualche tempo invece grazie ad un amico comune, finalmente sono riuscito a mettere in carta almeno il 2009. Mi spiegò Marta che la scelta di fare Barolo unendo le uve dei due cru non è una novità, qualcuno la chiama ‘prudenza contadina’ ed in effetti a sentirne il bicchiere ci sta tutto. Un vino di rara eleganza, chiaramente ai suoi primissimi passi ma già contraddistinto da un certo equilibrio e da una incredibile personalità.

Bottiglie che se le dimentichi in cantina diventano immortali, se le apri, indimenticabili. Comunque vada sarà un successo!

Per approfondire l’argomento vi suggerisco di leggere questo splendido report pubblicato qualche tempo fa su nonsolodivino.com¤, il blog degli amici di rete Stefano e Giorgio.

© L’Arcante – riproduzione riservata

 

Lapio, Campania Fiano Oi nì 2011 Tenuta Scuotto

10 giugno 2014

Irpinia terra di grandi vini. Da queste parti le novità sono sempre dietro l’angolo, un fermento positivo che continua ad arricchire una proposta bianchista sempre più interessante e trasversale.

Campania Fiano Oinì 2011 Tenuta Scuotto - foto A. Di Costanzo

Oi nì 2011 è un bianco dalla struttura importante, un fiano di Lapio di grande estrazione, direi sorprendente, dal naso molto avvenente, tanto verticale quanto ampio. Il frutto è bello dolce e dal contorno piacevolmente balsamico. Più sta nel bicchiere più convince.

Il sorso è pieno, rotondo, appagante. Certo 14 gradi e mezzo non sono pochi; non che non sia agile, l’acidità è puntuta ed il palato attento la coglie a pieno, ne sorregge anche bene la beva, ciononostante l’insidia del ‘kappaò’ tra il secondo e terzo bicchiere rimane in agguato e rischia di far passare in secondo piano tutto il buono che c’è invece in questa bottiglia.

Siamo comunque di fronte ad un’altro giovane campione¤ da allevare con pazienza e seguire con attenzione nei prossimi anni, sin dalle prossime uscite. E’ una vendemmia tardiva, non so quanto volutamente ma è fuori dalla docg, esce infatti come Campania Fiano igt.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Radda in Chianti, Le Pergole Torte ’95 Montevertine

9 giugno 2014

Quando apri una vecchia bottiglia di Pergole Torte sei certo di cosa ci troverai dentro, cosa ti aspetta, forse per questo quando la bottiglia non è fortunata, capita eh, la delusione che monta è doppia.

Toscana rosso Le Pergole Torte 1995 Montevertine - foto A. Di Costanzo

Mi è successo tempo fa e ne ho scritto¤. Come va scritto e sottolineato quanto questo ’95 merita di stare tra i migliori sangiovese mai bevuti prima: perfetta incarnazione chiantigiana. I suoi vent’anni consegnano al bicchiere una esperienza più rara che unica.

Anni complicati i ’90, un periodo dove la tentazione ‘internazionale’ ha preso in castagna un po’ tutti da quelle parti, non solo a Radda, bruciando fior fior di vini anche solo per trenta denari. A difesa dei bastioni in tanti, qui a Montevertine c’era la storia, gente che l’ha scritta e l’ha difesa strenuamente: Sergio Manetti, Giulio Gambelli, Bruno Bini, per dire. Risultato? Un sangiovese fuori dal tempo, mai urlato, autentico, da aspettare e rispettare. Soprattutto rispettare.

Un Pergole Torte ’95 dalla forte connotazione territoriale, con un filo di frutta ancora in evidenza, erbaceo e speziato, terroso; dal nerbo posato, giustamente acido, con un tannino ancora pulsante ma dal sorso sottile e affilato, che sul finale regala un ritorno piacevolmente secco. Un grande vino!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Napoli, Piedirosso Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli 2011 Cantine Astroni

6 giugno 2014

Non tenete conto di questa recensione, Gerardo¤ è un caro amico e l’azienda è una di quelle ‘molto’ presenti su queste pagine data la mia assidua frequentazione con lui. 🙂

Piedirosso Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli 2011 Cantine Astroni - foto A. Di Costanzo

Ne scrivo solo per lasciarne traccia e ricordarcelo quando, tra qualche anno, cominceranno a ‘premiare’ finalmente coloro i quali si stanno facendo un mazzo tanto così per ridare slancio e dignità ad uno dei vini più interessanti in circolazione e ad uno dei territori vitivinicoli più suggestivi in Campania per storia, vocazione e fermento: i miei Campi Flegrei¤.

Una corsa contro il tempo e i tempi cominciata 20 anni fa anzitutto dalla famiglia Martusciello¤ e strada facendo seguita con sempre più entusiasmo tra gli altri¤ anche dalla famiglia Varchetta.

Questo vino l’ho visto nascere, ho visto Gerardo scegliersi i chicchi d’uva che arrivavano in cantina dalle vigne Colle Rotondella e Tenuta Camaldoli uno ad uno, l’ho visto rincorrere come un pazzo le lancette mai a posto, certe sere piegarsi distrutto per rompere a mano ‘il cappello’ nel tino di ciliegio, quell’unico tino tronco-conico dove c’è rimasto per ben 65 giorni prima di finire, non filtrato, in bottiglia. Si e no 1000 bottiglie, un gioco da ragazzi insomma, ma buono come l’olio sul pane.

L’ho visto nascere e ci credo, vedo nel lavoro dentro questa bottiglia tanta energia positiva e tanti spunti per il futuro. Un piedirosso finalmente libero di volare, come molti negli ultimi anni lontano dal cono d’ombra dell’aglianico ma nuovo, dal taglio decisamente moderno, che non ha bisogno di ciccia, un vino vivo, dal naso anzitutto orizzontale, concentrico, sottile e ficcante, immediato ma profondo, dal sorso giovane e arguto al tempo stesso. Anzi, astuto.

Ecco, magari non tenete conto di questa mia sviolinata per quello che reputo sì un amico ma anche uno che nel suo mestiere di enologo è davvero in gamba, sa il fatto suo, però voi il vino assaggiatevelo lo stesso, sentite a me, anzi, sentite a lui. Io ve l’ho detto!

1994-2014 20 anni dalla doc Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Rovereto, Pinot Nero 2010 Elisabetta Dalzocchio

3 giugno 2014

A dirla con tutta sincerità ultimamente faccio uno sforzo enorme anche solo a tirare le fila di una recensione degna di questo nome. La testa è altrove, un giorno per una ragione un giorno per un’altra.

Vigneti delle Dolomiti Pinot Nero 2010 - Elisabetta Dalzocchio, foto A. Di Costanzo

Fortuna che c’è il pinot nero, mi verrebbe da dire, un bene di rifugio non certo per stipare grana – ad avercela quella! – ma quantomeno utilissimo a rilassare i nervi tesi e rasserenare l’animo.

I vini di Elisabetta Dalzocchio mi sono sempre piaciuti, certo sono difficili da raggiungere, non sempre disponibili quantomeno per me che sono costretto a programmare i miei acquisti talvolta con largo anticipo altre con colpevole ritardo, il suo pinot nero però è sempre degno di attenzione ed ammirazione che merita di essere rincorso.

Un piccolo gioiello per grandi appassionati. Chi l’ha veduta dice che l’azienda è di una suggestione notevole, circondata da montagne, boschi di querce e piante di conifere, immersa in un ambiente unico. Poco più di due ettari, una manciata di bottiglie, quattro, forse cinque sorsi e via, finito.

Il naso quasi mai dice tutto subito, anzi, qui su questo 2010 pare giocare a nascondino, dispettoso e frugale. Si smarca continuamente, almeno però ti lascia cogliere il meglio delle sue innumerevoli sfumature, un po’ varietali ma soprattutto dall’impronta fortemente identitaria: sa di queste terre, di sottobosco, erbe officinali, té nero, di mandorla. Il sorso ha spessore e grande matrice, spiega un lunghissimo tempo avanti e chiede pazienza, il che rende questo assaggio solo un primo piccolo consiglio per gli acquisti. Di certo non ve ne pentirete!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Neumarkt, Pinot Nero Riserva ’10 Brunnenhof

12 Maggio 2014

L’area di Mazzon è da tutti considerata la migliore zona per il Pinot Nero in Italia. Un luogo certamente unico, siamo tra i 300 e i 450 metri d’altitudine, sul versante sinistro dell’Adige che dà vita a vini soprendenti.

Alto Adige Pinot Nero Brunnenhof 2010 - foto Angelo Di Costanzo

Qui l’ambiente pedoclimatico è davvero particolare: la cima di Prato del Re al mattino tiene ombra su tutta l’area così il sole ci mette un poco più di tempo a dissipare la frescura notturna. Alla sera invece, quando il fondovalle è già in ombra, da queste parti il sole e la luce la fanno ancora da padroni. Insomma, un microclima incredibile!

Kurt Rottensteiner ha le idee molto chiare e alle spalle una solida tradizione familiare; l’azienda è un piccolo gioiello di sostenibilità ambientale, i suoi vini sono ‘vivi’ ed in continua evoluzione. Qui l’uva viene da Dio, appare più difficile sbagliarlo il vino che non farne un grande rosso!

Questo riserva 2010 mi ha riportato alla mente l’impressionante timbrica di alcuni Morey-Saint-Denis¤, dove il frutto è solo uno degli elementi perfettamente coniugati. Il vino ha bisogno di un po’ di tempo, offre però una verticalità stupenda, dapprima con uno slancio varietale impressionante, poi, man mano, aprendosi a note e sentori molto particolari come la lavanda e il gesso. Il sorso è importante, austero e pungente, sul finale di bocca piacevolmente balsamico.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Villeneuve, l’Arline di Giorgio Anselmet

10 Maggio 2014

Arline Anselmet - foto A. Di Costanzo

L’Arline è solo una delle chicche di questa piccola cantina Valdostana, bianco dolce – o da meditazione come si usa dire più in generale – da Pinot Gris al 50%, Muscat di Chambave e Gewurztraminer, per qualche tempo affinato in rovere.

Colpisce la freschezza che ritorna sul finale di bocca, dal carattere quasi salino, da passito mediterraneo, con quei sentori un po’ agrumati un po’ melliflui che riportano alla mente Pantelleria e Samos. Siamo però in alta montagna, intorno ai mille metri, a un passo dal cielo.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Erbusco, Franciacorta Rosé Riserva Cuvée Annamaria Clementi 2005 Ca’ del Bosco

24 aprile 2014

C’è una rivoluzione in atto nemmeno troppo silenziosa che riguarda un bel pezzo del mercato del vino italiano di domani, quello delle bollicine.

Franciacorta Annamaria Clementi Rosè 2005 Ca' del Bosco - foto A. Di Costanzo

Parola di cui faccio subito ammenda, guai infatti a semplificare così banalmente certe grandi bottiglie di Franciacorta come nel caso dell’Annamaria Clementi Rosé 2005¤ di Ca’ del Bosco. Un rosé incredibile per freschezza e vivacità, pinot nero in purezza stretto da una mineralità sottile ma molto incisiva ed un frutto succoso e vibrante come pochissimi altri prima d’ora, con in più un connubio ineccepibile di suggestioni e sostanza.

L’equilibrio nell’utilizzo dei legni in fase fermentativa, 7 lunghi anni di maturazione, un dosaggio accurato, fanno di questa Riserva rispolverata solo da qualche anno un piccolo gioiello, subito tornata ai vertici delle migliori etichette italiane e molto apprezzata anche dalla clientela internazionale notoriamente propensa quasi esclusivamente agli Champagne.

Mi viene da dire che quel mago di Stefano Capelli comincia a raccogliere meritatamente i frutti di anni ed anni di impegno e ricerca che in Ca’ del Bosco per la verità non si sono mai fatti mancare tanto dal brevettare un nuovo ed unico sistema¤ di vinificazione che prevede, sin dall’arrivo delle uve in cantina fino all’imbottigliamento in atmosfera controllata, un processo di lavorazione a dir poco ambizioso e di straordinario impegno professionale; un processo che consente oltretutto di ridurre poi al minimo anche l’aggiunta di solfiti. Altro che metodo ancestrale!

Feudi Studi, Fiano di Avellino Cerza Grossa 2012 e Fiano di Avellino Contrada Arianiello 2012

26 marzo 2014

Feudi Studi – Fiano di Avellino – è il primo (doppio) raccolto degli ultimi dieci anni di ricerca e sperimentazione in Feudi di San Gregorio¤.

Feudi Studi Fiano di Avellino - foto A. Di Costanzo

Un lavoro fortemente voluto anzitutto da Antonio Capaldo e curato in prima persona da Pierpaolo Sirch con il suo staff. Ricerca e sperimentazione sui varietali tradizionali piantati nelle oltre 700 diverse vigne¤ di proprietà dell’azienda di Sorbo Serpico che, ogni volta, non necessariamente ogni anno, produrranno un vino figlio della migliore selezione possibile di uve ‘con scelte di vinificazione e di affinamento senza compromessi commerciali’. 

Questo primo passaggio, annata 2012, ha portato a circa duemila bottiglie di Fiano di Avellino che saranno collocate fuori dai canali commerciali tradizionali; una scorta minima cui vanno aggiunte altre seicento destinate però a rimanere in cantina come memoria storica. Queste che seguono sono le mie prime impressioni dopo gli assaggi praticamente in anteprima ancor prima della presentazione ufficiale del progetto ‘Feudi Studi’ che avverrà il prossimo 31 marzo in cantina a Sorbo Serpico. Seguiranno uno con l’aglianico di Taurasi 2010 – ora in affinamento -, forse uno con il greco di Tufo appena raccolto nel 2013.

Feudi Studi, i vini - foto A. Di Costanzo

Fiano di Avellino Contrada Arianiello 2012. Areale tra i più vocati, Lapio, l’impianto è del 1999, poco più di mezzo ettaro a Guyot con terreno franco argilloso posto a circa 500 mt s.l.m., con esposizione a sud. Fermentazione ed affinamento solo in acciaio. Splendido il colore appena paglierino, il primo naso è tenue, timido quasi. Il sorso invece è subito pieno, fresco, gradevole, si allarga deciso e conquista il palato immediatamente. Il naso ne guadagna con un po’ di tempo speso nel bicchiere: ci si trova passion fruit, pera, fieno bagnato. E’ un lento divenire, del resto è in bottiglia da poco meno di un mese. Il gran carattere c’è! Vendemmiato il 18 ottobre 2012. 

Fiano di Avellino Contrada Cerza Grossa 2012. E’ la vigna appena ‘sotto casa’, tre ettari e mezzo, credo sia tra le più giovani piantate, nel 2002, anche qui a Guyot con esposizione ad ovest. Per intenderci, è il vigneto da cui generalmente viene fuori il Privilegio. Il colore è appena un po’ più luminoso del precedente, il naso subito invitante ed avvolgente, minerale, balsamico, mediterraneo. Sa di ginestra, menta piperita, anche qui non manca un tocco esotico ma meno pronunciato. Il sorso è sottile, teso, fresco, di grande piacevolezza sin d’ora. Fermentazione ed affinamento solo in acciaio, anche questo in bottiglia da poco meno di un mese. Vendemmiato il 12 Dicembre!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Erbusco, Franciacorta Vintage Collection Dosage Zéro 2008 Ca’ del Bosco

20 marzo 2014

Sarà che amo le spigolature, la purezza espressiva ancor quando imperfetta, sarà che mi porto dietro gli effetti devastanti dello svezzamento ad Asprinio, tant’è che assaggiando e riassaggiando i Franciacorta continuano ad essere i Dosage Zéro (o Pas Operé) a darmi quel pizzico di vibrazione in più da tenermi attaccato al bicchiere.

Franciacorta Dosage Zéro Vintage Collection 2008 Cà del Bosco - foto A. Di Costanzo

Delle cuvée di Ca’ del Bosco¤, andando oltre quel piccolo capolavoro dell’Annamaria Clementi¤, proprio questa sembra darmi maggiore soddisfazione, pienezza gustativa, profondità di beva. Un quadro organolettico che gira intorno alla frutta matura, con accenni agrumati a corredo di note mentolate e mediterranee. Un Franciacorta di notevole complessità, sartoriale mi verrebbe da dire, dalle linee marcate, cremoso quasi ma capace senza ombra di dubbio di regalare negli anni a venire molto altro.

Viene fuori in gran parte da vini base chardonnay, con partiture di pinot nero e bianco provenienti dalle vigne di Erbusco, Adro, Cazzago San Martino, Corte Franca e Passirano. Vini di altissima levatura, che proprio dalla vendemmia 2008 nascono seguendo un nuovo processo produttivo di eccezionale particolarità, brevettato da Ca’ del Bosco, sin dall’arrivo dell’uva in cantina. Uva che viene letteralmente lavata acino per acino per liberarla prima di tutto da micotossine responsabili di funghi parassiti che rischiano di attaccarvi microflora e quindi la formazione di impurità nel mosto, nei vini, nelle fecce, nelle vinacce, mentre una coppia di serbatoi volanti agevola per gravità il travaso dei mosti per evitargli stress. Qui¤ trovate comunque tutte le notizie del caso. 

Ritornando al bicchiere, il Dosage Zéro Vintage Collection 2008 è un Franciacorta di grande slancio olfattivo ma soprattutto gustativo. Con attenzione si colgono toni di ginestra, frutto della passione, mandarino, con rimandi di frutta secca, mandorla tostata, anice ed erbe mediterranee. Il sorso è fitto, teso e avvolgente, decisamente appagante. Una di quelle bottiglie che non passano inosservate. Non più semplicemente bollicine, è vero.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Barberino Val d’Elsa, è un grande Chianti Classico Riserva Il Poggio 2007 di Fattoria Monsanto

19 marzo 2014

E’ un po’ l’icona dei grandi appassionati del sangiovese Castello di Monsanto, nome che dice poco ai molti ma che rivela, con questo vino, Il Poggio Riserva 2007, uno dei più buoni e autentici Chianti Classico in circolazione nonostante l’annata non proprio delle più felici.

Chianti Classico Riserva Il Poggio 2007 Fattoria di Monsanto - foto A. Di Costanzo

Il Poggio è una vigna di poco sopra i cinque ettari, perlopiù piantati a sangiovese, circa il 90%, canaiolo e colorino che Fabrizio Bianchi¤ ha saputo negli anni affermare come uno dei cru più importanti dell’areale, tra i primi, già a metà anni ’60, a finire tal quale in etichetta.

Sorprende la vivacità del colore, quasi ancora porpora, l’imponente fragranza del primo naso tutto giocato sul frutto ben maturo, sentori di macchia mediterranea ed accenni balsamici. E’ davvero appassionante il sorso: giovane, polposo, caldo, avvolgente, teso, vibrante sul finale di bocca sapido e molto lungo. Senza ombra di dubbio tra le migliori riserve di Chianti Classico bevute negli ultimi dieci anni.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Erbusco, un giro in Franciacorta, visita a Bellavista e una sorprendente Gran Cuvée del ’98

18 marzo 2014

Bellavista non la scoprirete certo adesso, con questo post, nemmeno mi permetto di farcire queste righe di superflui elogi e complimenti vista la chiara ‘simpatia’ per quella che senza ombra di dubbio è una delle migliori realtà in Franciacorta, tra le prime a contribuire in maniera decisiva al successo delle bollicine franciacortine.

Bellavista Gran Cuvée Brut 1998 - foto L'Arcante

Ne scrivo perchè tra le tante aziende che vale veramente la pena visitare da queste parti mi mancava giusto questa (con pochissime altre); quest’anno poi c’è stata una svolta importante, storica se così si può dire. Bellavista conservava una ‘immagine’ certamente moderna ma ancora tra le più tradizionali in circolazione. Adesso invece tutto è cambiato, pare ci sia New Air On Wine¤. Una sterzata per qualcuno Pop, per certi versi radicale ma molto ragionata.  

Bellavista, Vigneto Uccellanda, la prima pressa, il Metodo Franciacorta - foto L'Arcante

Da un punto di vista produttivo ‘l’ideale, il metodo, lo stile rimangono invariati’ – ci dice Marco Tondi che ci accompagna in questa passeggiata -, ‘qui la cura delle vigne, l’esperienza in cantina, la manualità del Metodo Franciacorta vengono conservati come valori assoluti’.

Facciamo un giro ad Adro, su per l’Uccellanda; qui il vigneto, nonostante il riposo invernale offre comunque un bel colpo d’occhio, in effetti qui tutto intorno appare ordinato e curato con molta attenzione. Anche la cantina, in Erbusco, vive dell’ordine e dell’organizzazione quasi maniacale: i grandi tini d’acciaio si fanno più piccoli con le selezioni delle varie parcelle che Mattia Vezzola ritiene necessario conservare separatamente per farne in futuro preziose riserve cui attingere.

Suggestive sono pure le gallerie di affinamento che corrono sotto l’azienda dove giacciono le bottiglie prima di passare sulle pupitres per il remuage. Da notare come sulle bottiglie atte a divenire Riserva Vittorio Moretti, a differenze delle altre cuvée, viene sin da subito usato un tappo in sughero anziché il tradizionale bidule

Bellavista, Brut 2008, Rosé 2008, Pas Operé 2007 - foto L'Arcante

Questo novantotto, una delle ‘rarità’ presto disponibili sul mercato segna un po’ il confine tra quanto di buono è stato fatto sino ad oggi e quanto ci si debba invece aspettare da adesso in poi, non solo da Bellavista ma in fin dei conti da tutta la Franciacorta. Un cammino che parte da lontano, che si è fatto nel tempo storia con passo veloce e che guarda al futuro alle grandi opportunità che il mercato mondiale va sempre più riservando soprattutto alle bollicine italiane.

Opportunità che bisogna saper leggere con attenzione, affrontare preparati ma soprattutto con la giusta consapevolezza, per tener testa alle sfide senza però svalutare il grande patrimonio a disposizione sino a qui costruito. Affare complesso questo e di non poco conto.

Alma Franciacorta Cuvée Brut s.a.. Chardonnay, pinot nero, pinot bianco. E’ l’etichetta che in qualche maniera sostituisce il Cuvée brut, composto praticamente da una base di ognuna delle 107 parcelle in cui è suddiviso il vigneto Bellavista oggi pari a circa 190 ettari. Giovane, scattante, sa di pera ed ha un finale piacevolmente rotondo.

Franciacorta Brut 2008. Chardonnay, pinot nero. Il primo millesimato aziendale, un 30% della cuvée fermenta in legno. Ha un colore brillante, un naso variegato e ricco di note dolci ed invitanti. Ha un sorso fresco e particolarmente sapido.

Franciacorta Rosé 2008. Chardonanay, pinot nero. Un po’ più ricco del precedente 2007 il colore sarà molto apprezzato dagli appassionati dei saignée d’oltralpe. Anche qui una parte dell’assemblaggio ha visto legno per circa sette mesi. E’ un Franciacorta da tutto pasto, da bere magari in calici un po’ più ampi poiché regala un bouquet in continuo divenire.

Franciacorta Pas Operé 2007. Chardonnay, pinot nero. Un vino non sempre amatissimo dai più che conserva però tutta l’essenza del particolare metodo di produzione. Generalmente è anche il vino che matura più lentamente e a lungo degli altri, non a caso riesce a regalare sensazioni e piacere da veri conosseurs. Erbe mediterranee, camomilla, mela e pera confit, ha un sorso profondamente appagante. 

Franciacorta Gran Cuvée Brut 1998. Chardonnay, pinot nero. Vino sorprendente, già dal colore paglierino brillante. Le bollicine sono infinite, sottili ed eleganti. Gran naso, avvolgente, complesso, maturo ed estremamente piacevole. Sa di camomilla, miele, zenzero candito. Il sorso ha gran stoffa, è cremoso, particolarmente avvolgente e vibrante, con un allungo sapido molto importante. 

Franciacorta Extra Brut Vittorio Moretti 2006. Chardonnay e pinot nero. C’è dentro tutto il meglio dei crus di Franciacorta, da quelli di Erbusco a Nigoline, Torbiato e Colombaro. Ci si aspettano grandi cose dal lavoro che negli ultimi dieci anni si sta facendo su questa cuvée. Certo è difficile sperare in annate particolarmente ‘fortunate’ come la duemilaquattro ma forse anche per questo val bene saper cogliere le differenze che passano tra una uscita e l’altra. Il 2006 appare più pronto delle precedenti, snello e asciutto. Finale di bocca sapido ed appagante.

  © L’Arcante – riproduzione riservata

Ancora una chicca dalla Valtellina, anzi, una vera perla: l’Extra Brut di Pignola di Marco Triacca

13 marzo 2014

Non è proprio nell’ordine delle cose pensare alla Valtellina e al contempo ad uno spumante, men che meno ad un Extra Brut Metodo Classico.

La Perla, Metodo Classico Extra Brut Marco Triacca - foto L'Arcante

L’azzardo appare ancor più fuori dal comune se aggiungiamo a questa particolarità l’utilizzo per la spumantizzazione di una delle varietà autoctone più antiche di queste parti, la pignola valtellinese¤. Una varietà rossa rara, di origine piemontese – trapiantata poi in Lombardia e in Valtellina in principal modo -, in questo caso vinificata in bianco ma che, generalmente, quando vinificata in purezza dà vini rossi austeri e terragni molto interessanti ma soprattutto capaci di invecchiare a lungo e strappare consensi dai palati più fini ed attenti.

La Perla, così si chiama lo spumante (e l’azienda) che Marco Triacca¤ ha dedicato alla memoria della madre, viene lasciato maturare circa 20 mesi prima della sboccatura, non dosato, proprio per mantenerne quanto più possibile inalterate le caratteristiche del varietale. È uno spumante fresco e scattante, ha un naso fragrante e dall’impronta olfattiva principalmente floreale, fine, con rimandi a prugna gialla e frutta secca, nocciola e mandorla. Ha una bolla sottile, il sorso è piacevole, vivace, particolarmente sapido. Saranno appena 3000 bottiglie, una chicca, anzi, una  vera perla.

© L’Arcante – riproduzione riservata

La Mossa 2010 e Quattro Soli 2009, dalla Valtellina La Perla di Marco Triacca

6 marzo 2014

La Mossa 2010&Quattro Soli 2009 La Perla di Marco Triacca - foto A. Di Costanzo

Marco Triacca¤ è uno dei nomi nuovi della viticoltura lombarda. Ha cominciato nel 2009, da poco quindi, anche se il suo cognome la dice molto lunga sulla storia vitivinicola di questa terra. Questi i suoi due vini: il primo è un Valtellina Superiore di sorprendente beva, con buon frutto e buona tensione gustativa. È agile e scattante, non lunghissimo per la verità ma franco e sapido. È alla seconda annata di produzione, circa 8.000 bottiglie.

Il secondo, il Quattro Soli, è uno Sfurzat. Nebbiolo in purezza proveniente da una delle vigne¤ più belle della Valtellina, raccolto ai primi di ottobre e lasciato in appassimento sui graticci per circa 2/3 mesi. Ha grande stoffa, è giovane, vibrante, dal naso intrigante e dal sorso avvolgente e lungo. Ha polpa e note balsamiche assai invitanti, ha bisogno di tempo ma le velleità del grande vino ci sono tutte. Il 2009 è stato il debutto di Marco Triacca, di queste appena 2.000 bottiglie.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Greco di Tufo Giallo d’Arles 2012 Quintodecimo

4 marzo 2014

Ad Arles van Gogh aveva scoperto la luce, la potenza del sole, l’importanza del giallo capace di esprimere nei suoi dipinti tutta la profondità della sua arte.

Greco di Tufo Giallo d'Arles 2012 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Al di là delle innumerevoli opere dipinte in quel periodo ‘La camera di Arles’¤ dell’ottobre 1888 viene considerata dal pittore stesso ‘uno dei suoi più riusciti’ dove ‘l’abilità tecnica è assai più semplice e al contempo energica: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo colori in armonia’.

Il greco di Tufo si sa viene considerato un vitigno complicato da coltivare ma soprattutto di difficile gestione in cantina: ha generalmente un grappolo compatto, buccia sottile, un ciclo vegetativo piuttosto lungo. Che poi da molti viene considerato un rosso vestito di bianco, per la cura che richiede anche in vinificazione, con mosti molto ricchi, generalmente dal colore che varia tra il bruno e il marrone, peraltro particolarmente sensibili all’ossigeno.

Forse anche per questo molti greco di Tufo vengono vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, così da preservarne il più a lungo possibile soprattutto l’integrità aromatica. Ma il greco sa essere molto altro, timido e dimesso nei suoi primi anni, con buone velleità nei suoi successivi 4/5 anni, dacché diviene praticamente immortale.

In fondo Luigi Moio col Giallo d’Arles¤ oltre alla fissa della ‘Casina Gialla’ che finalmente potrà realizzare nella sua vigna a Tufo, sapeva benissimo, sin dall’inizio, che lentamente l’abilità tecnica¤, soprattutto saperci fare con il legno, negli anni, avrebbe naturalmente lasciato il posto all’energia varietale: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo grande armonia! E il primo assaggio è solo l’inizio, il meglio deve ancora venire.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Bacoli, Per ‘e Palummo 2004 La Sibilla. Il sapore della storia e la scoperta del tempo

26 febbraio 2014

Quanto vale una bottiglia come questa? Non ha prezzo, ovvio. E ce ne sono ancora solo quattro e non sono su piazza. Reca in fondo all’etichetta ‘CrunaDeLago’, che a quel tempo distingueva entrambe le etichette doc di falanghina e piedirosso.

CrunaDeLago, vigneto La sibilla - foto A. Di Costanzo

Bastano poche parole per descrivere la splendida sorpresa di questa bottiglia. A quasi dieci anni di distanza mi sembra di ricordare proprio tutto di quell’anno, il 2004, forse per questo quando Vincenzo mi ha permesso di scegliere una bottiglia dalla piccola cantina storica non ci ho pensato su due volte. Lui, un po’ timoroso di andare così indietro nel tempo ha subito messo le mani avanti. L’ho immediatamente rassicurato: ‘guarda che di quell’anno ne ho vendute un sacco, gli ho detto, sta sicuro che papà fece un gran lavoro!’.

Campi Flegrei Per 'e Palummo 2004 La Sibilla - foto A. Di Costanzo

La grande bellezza di questo vino sta tutta nell’armonia: pure il colore lo è, un po’ ombroso, giustamente segnato dal tempo. Al naso invece viene fuori ancora tanto frutto, macerato e balsamico, dolce, con un sottofondo che sa di terra,  di china e sottobosco, ma molto latenti. Il sapore è ancora integro, affatto seduto, asciutto con un ritorno di prugna e liquirizia sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi sin dai suoi primi passi. E quell’anno, me lo ricordo come fosse ieri, ne vendemmo a secchiate!

1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei

© L’Arcante – riproduzione riservata

Bacoli, segnatevi questo: Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna Madre 2012 La Sibilla

25 febbraio 2014

La Sibilla è un vero gioiello, personalmente sono davvero felice di quanto vengano apprezzati i loro vini perché sono, è proprio il caso di dire, frutti di un duro lavoro partito nel 1997. Conoscendoli da una quindicina d’anni, avendone seguito passo passo tutte le fasi di crescita, posso dire, senza timore di essere smentito che se lo meritano proprio.

Vincenzo Di Meo - foto A. Di Costanzo

Sul prezioso lavoro in campagna di Luigi ci torneremo su più in là, adesso ci sono circa 7 ettari di vigne da governare e così come sono dislocati sul territorio, con tutte le varianti del caso, credetemi, non è impresa da poco; come vale la pena raccontarvi più dettagliatamente di tante altre belle cose che bollono in pentola e che faranno della piccola azienda flegrea sempre più un punto di riferimento senza eguali nei Campi Flegrei.

Bacoli, La Sibilla, bottaia - foto A. Di Costanzo

Mi preme invece raccontarvi subito di questo piccolo fuoriclasse che tra qualche settimana potrete anche voi avere nel bicchiere. Il Vigna Madre 2012 nasce dalle vigne storiche che dominano l’orizzonte e guardano il mare da questo promontorio di via Bellavista. Ceppi perlopiù vecchi con una età media di quasi 80 anni che da quando vengono seguiti in vigna da Luigi stanno dando uva di straordinaria concentrazione che Vincenzo, in cantina, con grande attenzione e rispetto sta interpretando alla grande facendone un bellissimo vino varietale e di grandi prospettive.

Vigna Madre 2012 La Sibilla - foto A. Di Costanzo

Il colore è splendido, ricco, purpureo. Il naso è avvenente, ci trovi subito tutta la dolcezza dell’uva pienamente matura, un bouquet vivissimo, macchia mediterranea, sentori di spezie tanto invitanti quanto sottili e piacevoli. Ha stoffa e polpa, un sorso succoso e profondo, certo un po’ di bottiglia gli renderà ancor più complessità e finezza ma così com’è mi sembra già buonissimo.

Addendum: il Vigna Madre ha vissuto una piccola anteprima l’anno scorso quando una parte del 2011 finì in bottiglia con le vesti di una pregiata selezione del ‘base’, ‘Vigne Storiche’¤ appunto, che oggi si fa bello, vestito di tutto punto e racconta quanto bel frutto e quanta profondità sa esprimere il piedirosso dei Campi Flegrei quando fatto come Dio comanda.

1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei

© L’Arcante – riproduzione riservata

Monte di Procida, sorprendente la Falanghina dei Campi Flegrei 2003 di Cantine del Mare

24 febbraio 2014

Non è facile reperire in giro testimoni come questa bottiglia, sempre più una rarità da queste parti. Tra l’altro fa il paio con uno splendido piedirosso, pari annata, del quale ho potuto godere là in cantina e del quale grazie a Gennaro vanto un’ultima bottiglia da spendere con qualche buon amico di bevute future.

Cantine del Mare - foto L'Arcante

Annata calda la 2003, perlomeno così raccontano gli annali seppur già da qualche assaggio passato non mi sembra affatto che il giudizio generale possa valere come principio assoluto. Difficoltà climatiche a cui vanno aggiunte ben più complesse difficoltà operative. È l’anno di nascita per Cantine del Mare¤, la prima vendemmia e in cantina c’è giusto l’essenziale e ben poca esperienza, con tutto quello che ne consegue quando le cose non vanno proprio come devono. Tant’è vero che, senza nemmeno troppi giri di parole, il bicchiere qui racconta molto più di quanto ci si aspettasse. Una vera sorpresa!

Gennaro Schiano da qualche anno ha abbandonato completamente i suoi passati impegni professionali e si occupa da  circa tre anni, con la moglie Sandra, solo ed esclusivamente dell’azienda di famiglia. In campagna fa gran parte del lavoro da se e basta buttare un occhio alle splendide vigne in conduzione su via Panoramica¤ a Monte di Procida o anche solo quello alle spalle della piccola cantina per avere ben chiaro quanta dedizione, cura ed attenzione ci mette.

Falanghina 2003 Cantine del Mare - foto A. Di Costanzo

Bianco che ha uno splendido colore paglierino, appena maturo sull’unghia del vino nel bicchiere. Il primo naso è concentrico su note idrocarburiche, un classico se vogliamo quando si ha a che fare con vini di una certa età dall’identità minerale così pregnante. Gli basta poco però per farsi cogliere in tutta la sua pienezza, dalla personalità così ancora viva, con accenni di camomilla, fieno, frutta secca e ginger. In bocca è asciutto, teso, affatto magro, naturalmente imperfetto sul finale di bocca ma con piena freschezza, sapido e rimandi balsamici assai gradevoli.

Ha quasi 11 anni, cavolo!, a trovarne di bianchi campani così in splendida forma. Non ne farei certo un feticcio, e nemmeno mi spingo a farne un manifesto territoriale; la falanghina dei Campi Flegrei ha una missione molto precisa e non bisogna menarsela più di tanto. Diciamo che sono di quelli che amano sorprendersi più quando la trovi un po’ per caso una bottiglia del genere che quando ti arriva tra le mani con la solfa che così debba essere. N’est-ce-pas…?

1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Un grande Classico, l’Asprinio d’Aversa Extra brut Riserva Grotta del Sole

18 febbraio 2014

Difficile trovare in giro qualcosa di simile per storia e tipicità, soprattutto quando si va alla ricerca di uno spumante metodo classico prodotto con uve autoctone.

Asprinio d'Aversa Extra Brut Riserva Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Il lavoro ventennale della famiglia Martusciello ha dimostrato che nel lungo periodo l’asprinio sa comportarsi da grande vino, è capace di maturare senza invecchiare, affinare senza disperdersi ed offrire, in certe annate, attraverso anche una meticolosa cuvée, bevute davvero profonde e coinvolgenti.

Si sa che quando il gioco si fa serio chi ha masticato più a lungo certi argomenti riesce a mettere in campo sempre la migliore esperienza. Le bollicine vanno forte ultimamente, soprattutto hanno sempre più appeal a tutto pasto e non più solo da stappare come aperitivo o di accompagno per le feste; una tendenza che ha spinto molti altri produttori a cimentarsi con la tipologia, chi con sapiente maestria chi affidandosi a terzi specializzati.

La recente sboccatura di questa cuvée propone un Extra brut dallo stile più immediato rispetto al recente passato, diciamo un segno di discontinuità, che se da un lato sottolinea la distanza dalla maturità e la complessità a cui ci eravamo abituati dall’altro strizza l’occhio al varietale, rinverdendo quei rimandi erbacei ed agrumati di solito più leggibili nel metodo Martinotti che nel Classico eppure così ancora in primo piano. Nel mezzo circa 24 mesi di attesa, l’assemblaggio di tre annate (2009/2010 e parte del 2011) e nessun dosaggio, ovvero le bottiglie una volta sboccate sono state ricolmate con lo stesso vino. Asprinio tout court quindi, per una bevuta immediata, franca e piena di freschezza.

© L’Arcante – riproduzione riservata