I racconti del vino| Benvenuti a Parigi!

25 gennaio 2013 by

Tutto il complesso si estendeva su circa 20.000 metri quadrati, la proprietà vera e propria a poco meno della metà; che si fosse costruito ampiamente dentro pure a un’area di proprietà demaniale era per don Franco un mero dettaglio, un non problema, che sì, lo costringeva a qualche salto mortale tra un ufficio tecnico comunale l’altro, e il tribunale, ma per quanto il gioco fosse duro e certi balzelli quasi insostenibili gli sembrava ancora valere la candela. 

Si era fatto da solo, amava ripetere, aveva fatto tutto da solo sin dall’inizio. Figlio di un manovale dell’agro aversano aveva sin da piccolo accompagnato il padre nei suoi lunghi e faticati viaggi di lavoro, dai primi colpi di martellina nei cantieri – spesso abusivi – di sparuti paesini del casertano, ai solai “gettati” per la prima volta in pieno giorno, alla luce del sole al Nord e al Centro Italia. Lodi, Biella, ma soprattutto Modena, Reggio Emilia, Ferrara quando si affogava la monotonia e la malinconia domenicale con abbuffate di Salama da sugo e bevute epocali di Lambrusco Amabile. 

Un sottoscala qua, un appartamento e una mansarda là, poi un palazzo, quindi un parco, infine il botto, la svolta, la lottizzazione a fine anni ottanta di un bel pezzo di provincia del basso Lazio. I soldi veri, tanti, tantissimi, accolti stavolta a colpi di Veuve Cliquot! 

A quarantatre anni, dopo venti passati con la schiena curva a piegare acciaio e tagliare pietre, a dormire nel furgone di papà, con la casa sempre troppo lontana per ritornarvi, decide di mollare tutto e farsi una vita tutta sua. Così lascia l’impresa di famiglia che nel frattempo il padre aveva diviso tra i tre fratelli e i due generi; a lui che si tirava indietro un gran bel gruzzoletto di buonuscita. Speso tutto per tirare su con la moglie Nunzia questo popò di ristorante, Villa Eden, e gettare così le fondamenta anche al futuro delle due figlie Kirsten e Sharon, ormai maggiorenni. 

Da qualsiasi direzione ci passavi sulla statale Domiziana non potevi non notarla Villa Eden. Prima di finirci a lavorare, quelle poche volte, un giorno ci volli entrare per vederla da vicino. L’ingresso era imponente, un cancello tubolare alto almeno tre metri recava al suo centro, perfettamente diviso in due, la scena del peccato originale, con Adamo che porge ad Eva la mela appena colta dall’albero. Sopra le loro teste qualcosa che doveva assomigliare ad uno stemma di famiglia, poco comprensibile per la verità. Una grande piazza in porfido accoglieva gli ospiti, qua e là palme e cycas di ogni dimensione, al suo centro una enorme fontana in tufo e marmo grigio con due delfini appena sovrapposti che saltavano incrociandosi. 

Di là della fontana un lungo colonnato orizzontale anticipava il ristorante: tre gli ingressi, di cui uno ampio, sopraelevato da due rampe di scale curve che si allargavano prima di ricongiungersi, con al centro un’altra fontana, stavolta però a cascata. Giungeva alla sala Grande, quella da 300 posti. Capitelli ovunque, specchi grigi e stucchi in bassorilievo bianchissimi rilanciati da iperboliche controsoffitte, impreziosite da lampadari a goccia “schicchissimi”. Ricordo la prima sera che ci lavorai, era fine luglio, tutto illuminato sembrava di stare a Las Vegas; più che le gambe la stanchezza prendeva gli occhi tanto erano sfavillanti le luci. 

C’era di tutto a Villa Eden, anche se non tutto valorizzato a dovere. Il core buisness rimaneva il ristorante con le sue 230/260 cerimonie l’anno tra matrimoni, comunioni, ricorrenze varie. Alle sue spalle un ampio parcheggio diviso in due aree, con quattro ingressi per circa 250 posti auto. Una piscina Olimpionica, semi coperta, due campi da tennis, uno di calcio a 5; e ancora, due grandi locali che davano su una strada secondaria che affiancava il complesso, con sala giochi, bar e pizzetteria al taglio; e poi ancora, verso gli uffici, una esposizione permanente di bomboniere e regalistica varia di cui si occupava in prima persona la signora Nunzia con le figlie. Quindi tre comode camere a disposizione degli ospiti nella confinante villa-palazzina dove al secondo e terzo piano ci abitava don Franco con i suoi. C’era proprio tutto. 

Le sale erano sostanzialmente 3: la sala Grande al piano superiore, Kirsten e Sharon al piano strada; ma debitamente sezionate, col sistema di pannelli a specchi elaborato dal patròn diventavano 5 o 7 a seconda delle esigenze. Certo era che in concomitanza don Franco preferiva avere in casa solo un matrimonio per volta. Per comunioni e battesimi non c’era problema, una domenica fu capace di metterne 5 assieme per quasi 400 coperti. Il matrimonio no, quella sala andava vissuta a pieno, senza stress: “chi mangia qua deve sentirsi un Re, i sapori lo devono far innamorare e quando alza il mio calice di fallanghina deve stare convinto di sorridere alla vita” ripeteva ai promessi sposi, che accompagnava personalmente in giro per la struttura durante le visite. 

Uno, una volta, passeggiando nel viale che dal ristorante conduceva alla piscina, luogo memorabile per le foto degli sposi, usò domandargli come avessero fatto a pensare di costruirgli dei tralicci per l’alta tensione giusto in mezzo la sua proprietà, con quei grossi cavi elettrici così vicini alle loro teste. Gli disse di godersi la visita, se ne uscì con un “guardate llà che tramonto guardate…”, ma anche che la risposta gliela avrebbe data la sera del loro matrimonio, quando avessero scelto di onorarlo, con una sorpresa tutta per loro. 

Qualche mese più tardi, era appena settembre, al termine della serata don Franco si prese lo sposo sotto il braccio, con la sua bella e li invitò a seguirlo in terrazza, quella che dava sul viale della piscina. “Vi devo una risposta a voi due – gli disse, col sorriso stampato in faccia -, quel giorno non avreste compreso, venite qua: don Franco ama i suoi ospiti… benvenuti a Parigi!”. 

La notte prima aveva fatto arrampicare qualcuno dei suoi sopra uno dei tralicci dell’alta tensione intorno ai quali aveva costruito abusivamente l’ultimo pezzo del parco della piscina; lo fece imbrigliare di led e lucine colorate blu e rosse. Per un attimo sembrò davvero di vedere la Tour Eiffel nella campagna di Giugliano. Incredibile, ma vero!

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata

Te lo consiglio io un Fiano di Avellino, prendi ad esempio il Refiano 2011 Tenuta Cavalier Pepe

23 gennaio 2013 by

Continuerò a preferire tra i bianchi di Milena Pepe il suo Bianco di Bellona, coda di volpe dai vigneti di proprietà a Carazita, sul versante sud di Luogosano. Un bianco in terra di Taurasi spesso sfrontato e mai banale.

Milena Pepe con il suo Refiano 2011 - foto A. Di Costanzo

Negli ultimi anni, come forse è più giusto che sia, non so – ultimamente sono davvero confuso, ci rimango talvolta addirittura male su certi pregiudizi -, tutti preferiscono stare sul carro dei vincitori, sicché di quasi tre milioni di bottiglie di fiano di Avellino in giro ogni anno, cassa più cassa meno, sembra si guardi ormai solo a quelle dei cosiddetti piccoli artigiani, e si scrive solo di loro, o quasi.

Così va a finire, per assurdo, come il fatto che tutti ormai sembrano possedere solo vigne sopra i 600mt s.l.m., che chi, non avendo vigne di proprietà in determinate aree e compri le uve limitandosi a vinificarle, sembra dover subire sistematicamente poca considerazione da parte della critica, nonostante lavori con grande impegno, abnegazione e tiri fuori costantemente vini di ottima fattura e rappresentazione territoriale. 

Non basta? Ok, è vero. Piccolo è meglio. Tuttavia non è sempre così. Non sono il paladino di nessuno, e non ho da difendere nessuna posizione di rendita, scrivo di ciò che bevo, che mi colpisce o piace, che il più delle volte mi cerco, mi capita a tiro e vale la pena far sapere che è buono; talvolta più che buono, un ottimo affare. Come questo Refiano 2011 della Tenuta Cavalier Pepe¤. 

Lo troverete in splendida forma, intrigante, snello, slanciato. Il colore è paglierino con ancora nuances verdoline sull’unghia del vino nel bicchiere. Viene fuori subito con grande energia, il naso si smarca immediatamente, verticale, iodato, sulfureo. Sa di pietra bagnata e pomice ma basta poco che vira, molto lentamente a dire il vero, accennando sentori aromatici agrumati e tostati di più chiara lettura varietale. Il sorso è assai fresco, sgraziato, decisamente secco ma ben fluido in bocca grazie ad una perfetta fusione dell’acidità con la matrice sapida del vino. Un vino ben elaborato, senza mancanze e con, tra l’altro, un buon potenziale evolutivo nei prossimi anni.

Vittoria, Il Frappato 2010 di Arianna Occhipinti

21 gennaio 2013 by

Ritorno sempre volentieri su certe bottiglie, così come vale la pena fare quando delle etichette continuano un progressivo slancio in avanti offrendo ogni volta, ad ogni nuovo millesimo nuove e stimolanti indicazioni sul varietale ma soprattutto sulla crescita della qualità del lavoro messo in campo da tutta un’azienda.

Sicilia Il Frappato 2010 Arianna Occhipinti - foto L'Arcante

Non v’è dubbio che il frappato sia da sempre un vitigno assai nelle mie corde. Dona di sovente vini estremamente riconoscibili, freschi e quando lavorati nella giusta dimensione – senza sovrastrutture inutili -, dotati di una identità molto precisa, un’impronta territoriale davvero inconfondibile. Tra l’altro di grande duttilità a tavola riuscendo, talvolta a mani basse, in quello che molti azzardano come un matrimonio infelice, coniugare cioè abbinamenti di pesce ai vini rossi. 

Di Occhipinti rimane ancora insuperato il vivo richiamo allo splendido Grotte Alte ‘06¤, il suo Cerasuolo di Vittoria – parte frappato e parte nero d’Avola – che tanto mi è piaciuto ad ogni riassaggio durante tutto l’anno scorso. Ma il salto di qualità Arianna sembra averlo fatto definitivamente su tutta la sua linea produttiva; sono infatti ormai lontanissimi quei suoi vini degli esordi, sicuramente sinceri, veri anche, ma sempre un po’ troppo imprecisi per coglierne a pieno la bontà. Senza dubbio un cambio di marcia riuscitissimo, e questo vino, Il Frappato 2010, ne dà piena testimonianza. Un vino che qualcuno potrebbe far suonare come uno squillo d’avanguardia ma che io mi permetto di sottolineare come un piccolo gioiello di modernità. 

E’ subito molto invitante, sin dal bel colore rubino granato. Stuzzicante l’olfatto, curioso e sovrapposto, non appena ci metti il naso dentro ti si apre un mondo: certo è floreale, riconosci subito quei sentori di rosa e violetta, come pura didattica appaiono la ciliegia e la prugna, ma ciò che colpisce di questo vino è la sua capacità di farti ritornare, sorso dopo sorso, a dare attenzione ai profumi che nel frattempo virano, risaltano, spaziano in lungo e in largo ad ogni approccio.

Succede così di sentirlo un po’ incipriato, poi belloccio e facile ma anche che pizzica di noce moscata e chiodi di garofano, un continuo rimando a qualcosa di nuovo puntualmente rinfrescato da copiosi sorsi dal timbro gustativo appena tannico, molto poco alcolico, dritto e circoscritto ad una sana godibilità.

I racconti del vino| Catene

19 gennaio 2013 by

La mia prima volta fu un sabato di luglio, mi ci portò un amico incontrato quasi per caso qualche sera prima in piazza ad Arco Felice; sorseggiavo birra dalla mia lattina quando, alzando lo sguardo, lo scovai tra decine di facce avvolte in una nuvola di fumo poco dietro le scale della chiesa. Qualche minuto più tardi mi venne vicino, facemmo quattro chiacchiere, non ci vedevamo da tempo, gli dissi che avevo da poco lasciato il lavoro in Pizzeria. 

Non per altro, ma in tre mesi m’avevano messo sempre a portare le pizze mentre io volevo cominciare a stare sui tavoli, in mezzo alla gente, imparare a fare il mestiere, il cameriere; fare il porta pizze era divertente, tra l’altro nemmeno così faticoso contando il fatto che non mi toccavano compiti di sbarazzo o pulizie generali, ma ormai mi stava stretto, puntavo ad altro. 

Faceva un caldo della madonna quel giorno e sin dal mattino presto s’intuì subito che non sarebbe stata una giornata come le altre; una cappa di umidità sembrava essersi calata su quel lembo di terra, lungo la statale Domiziana, e prometteva di rimanerci a lungo. Non un alito di vento, nemmeno un sospiro dalla vicina costa. Un afa terribile, asfissiante, appiccicaticcia. 

Nemmeno il tempo di posare le borse in uno stanzino che ci chiamarono in tre o quattro per dare una mano ai facchini nel sistemare del vino appena arrivato; con Simone, il mio amico, altri due che ancora non conoscevo più un paio di sguatteri percorremmo un lungo corridoio che sembrava attraversare di netto tutto il complesso. Dietro a una porta un po’ arrugginita, che dava sul retro, l’amara sorpresa: c’era un autotreno cui stavano sciogliendo le briglie dei tendoni e sopra, stipati alla meglio, circa un paio di dozzine di pedane di Castellblanch¤. Guardai gli altri, sorrisi, cercando con gli occhi il rumore di un muletto, ma niente: “Dai guagliù, una mano ciascuno e ci passa la paura” sentii arrivare da qualche parte. Una mazzata esagerata! 

Terminammo di scaricare i cartoni alle 11 e mezza circa, dopo più di due ore di fatiche a tamburo battente. Ne ho fatto di sudate nella vita, ma quella rimane a pieno titolo tra le più incredibili. E guardandomi allo specchio, poco dopo, contavo dalla mia pure una discreta abbronzatura. 

Messa su la divisa, sbrigato un pranzo veloce durante il quale conobbi, oltre i miei compagni di sventura anche un po’ di altre persone del posto, a mezzogiorno e mezza avrei conosciuto la mia destinazione; mi affidarono alla brigata di don Pasquale, alla cerimonia per il battesimo Janniciello, 110 coperti nella “sala Palme”. Qui tenemmo il nostro briefing di pre-servizio. 

Don Pasquale era un tipo tranquillo, me ne aveva già parlato Simone che me lo dipingeva come una persona per bene, un padre di famiglia, che lavorava al comune e collaborava con la proprietà da quasi dieci anni; era, da quanto avessi capito, tra quelle persone che godevano di maggiore rispetto e fiducia nell’ambiente. “Guagliò, tu ti fai 12, 13, 14, 15, 16 e dai una mano a lei all’11; m’arraccumanno, non pensare solo ai fatti tuoi, qua più ci aiutiamo e prima finiamo. Chiaro?”. Furono le uniche parole che mi disse quel giorno, che in effetti mi rimbombarono in mente per tutto il servizio: tenevo 5 tavoli, che si rivelarono quasi 40 coperti, in più lontanissimo dalla cucina e pretendeva che dessi una mano pure alla ragazza con il tavolo dei bambini. Altro che tipo tranquillo, mi dissi. 

Il nostro servizio per fortuna andò avanti abbastanza spedito; in effetti, tenendo conto che iniziammo poco dopo le due del pomeriggio e che la nostra passava in cucina come l’ultima uscita rispetto alle altre 4 cerimonie di quel giorno, tra cui un matrimonio, non potemmo lamentarci di mettere fuori la torta appena poco dopo le otto di sera. Mi sentivo svuotato ma convinto di aver fatto un buon lavoro. Ma dopo una mezz’ora che dedicammo a mettere a posto la sala, don Pasquale ci venne a chiamare perché serviva una mano al matrimonio: i cantanti avevano finalmente terminato le loro esibizioni, così poteva finalmente uscire la torta ma bisognava ancora sbarazzare e pulire i tavoli dalla frutta. 

Eravamo affranti, stanchissimi. E dopo 12 ore di lavoro filato io stavo davvero male, tra l’altro m’erano venute due vesciche al piede destro che sentivo l’ira di Dio ad ogni passo. Ma non ne volle sapere, così lo seguimmo. 

Ci toccarono ancora due ore di lavoro, con la sorpresona della serata che rimandò ancora di un’ora il taglio della torta. Prima il siparietto di un giovanissimo Alessandro Siani¤ con i suoi sketch sguaiati ed irriverenti, regalo del fratello più piccolo di lei, e poi quello un po’ più preoccupante della madre dello sposo che, in preda ad una evidente crisi di nervi per lo scippo del figlio prediletto minacciava addirittura di buttarsi dalle scale non appena uscita sul patio.

Esibizioni esilaranti, scene grottesche, cui don Pasquale, al taglio della torta volle tuttavia mettere un cappello irreprensibile: “In alto i calici signori, che cento catene si possano spezzare ma non questo amore. Evviva gli sposi!”.

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.

Omaggio a Gillo Dorfles

18 gennaio 2013 by

Gillo Dorfles è un critico d’arte, pittore e filosofo triestino. Il prossimo 12 aprile compirà 103 anni. Tra le varie è Accademico onorario di Brera e dell’Albertina di Torino, membro dell’Accademia del Disegno di Città del Messico, nonché Fellow della World Academy of Art and Science e Dottore honoris causa del Politecnico di Milano e dell’Università Autonoma di Città del Messico. È stato insignito dell’Ambrogino d’oro dalla città di Milano, del Grifo d’Oro di Genova e del San Giusto d’Oro della sua Trieste.

Paestum Aglianico Gillo 2009 Az. Agr. San Salvatore - foto A. Di Costanzo

A lui che ancora oggi, d’estate, ama concedersi lunghe passeggiate tra i Templi ed il lungomare di Paestum, Peppino Pagano ha voluto dedicare il suo vino di punta. Un aglianico che, alla sua prima uscita col 2009, viene fuori con una tessitura impressionante, confermando il millesimo tra i più fortunati per i rossi di questo pezzo di terra cilentana. Che, invero, m’aveva già colpito positivamente con il secondo vino aziendale uscito già due anni fa, il Jungano.

Il Gillo duemilanove, impreziosito tra l’altro da un’originale etichetta disegnata proprio da Dorfles, mostra però i muscoli; alla ricchezza e voluttà del colore e del naso affianca tanta sostanza in bocca che sembra, all’assaggio, di masticarlo quasi, tanto è spesso, fitto, lungo. Stupendo il colore viola, e quel velo porpora che tinge il calice. Dei profumi ci potremmo stilare un vademecum del varietale; del sorso, copioso, carico di polpa, insaziabile, un vero e proprio manifesto, punta di diamante di tutta una tipologia. Un rosso di caratura importante che punta a sfidare il tempo ma che vuole anzitutto lasciarsi bere con soddisfazione sin da ora. E ci riesce ampiamente.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Giungano, Spumante Brut Rosé ’10 San Salvatore

15 gennaio 2013 by

Vi fosse ai giochi olimpici una categoria Triatlon per gli imprenditori, Peppino Pagano punterebbe a giocarsi il titolo sino all’ultimo colpo; su quel podio poi, ci starebbe volentieri solo sugli scalini più alti.

Spumante Brut Rosé San Salvatore

Il suo successo più evidente è da sempre quello nel ramo turistico-alberghiero. Patròn di due strutture a Paestum, il Savoy Beach Hotel¤ ed il confinante Esplanade¤, una decina d’anni fa ha cominciato ad occuparsi anche dell’allevamento di Bufale da latte. Così, negli stessi anni, si convince anche a riprendere l’attività in campo agricolo e vitivinicolo, imprese che a lungo hanno caratterizzato la storia di famiglia prima che arrivassero in Cilento dal natìo areale vesuviano. 

Senza entrare troppo nel merito, cosa che farò volentieri con calma nei prossimi giorni, dico subito che Pagano è chiaramente un personaggio sorprendente, di grande energia, vulcanico si direbbe, nonché padrone di una capacità comunicativa fuori dall’ordinario; impressionano oltretutto la scioltezza e la cognizione di causa con le quali passa dal disquisire di ospitalità, ristorazione e architettura a pratiche e normative di profilassi zootecniche piuttosto che agronomia ed enologia: “Senza curiosità e voglia di imparare, crescere, non si può fare impresa” chiosa sorridente. 

Invero, su queste pagine trovate già qualche buon appunto a riguardo dell’azienda agricola San Salvatore¤, realtà che seguo con particolare attenzione sin dai suoi primi passi. I bianchi Trentenare e Pian di Stio¤, o il rosato Vetere¤ tanto per dire, sono quelli di cui subito raccontammo; ma ci tornerò su volentieri, per fare il punto della situazione, dopo due anni, con importanti conferme nel bicchiere, dall’aglianico a qualche buona novità; a partire da questo Spumante Brut Rosé 2010, dal gradevole colore cerasuolo tenue, intriso di piacevoli rimandi di frutta rossa e con una impronta che sa di aglianico a tutto tondo, di gran carattere ma che non vuole strafare né scimmiottare alcunché. Appena 3.300 bottiglie quest’anno, sboccate dopo 18 mesi di maturazione sui lieviti: “se tutto va bene diverranno 6.600 il prossimo anno, ma non una in più per il futuro”, precisa Peppino. Poco ma buono!     

Un po’ di Greco di Tufo Cardenio 2011 Amarano

14 gennaio 2013 by

L’azienda, va ricordato, mi appassiona soprattutto per i suoi rossi¤, in continua crescita, come tra l’altro ho avuto modo di raccontare in più occasioni su queste pagine. Come spesso accade però, per certe piccole realtà in particolar modo, non si fa mai a meno di mettere in carnet uno o due bianchi per meglio navigare le maglie del mercato.

Greco di Tufo Cardenio 2011 Amarano

Per la verità l’idea di base dei Romano¤ rimane puntare col tempo a circoscrivere il loro impegno, anche coi vini bianchi, all’interno del territorio taurasino, sino ad arrivare magari a produrre vini con sole uve di proprietà; ne è testimonianza il nuovo impianto a coda di volpe di circa due ettari proprio dinanzi alla casa di famiglia a Montemarano, poco distante da contrada Torre, di fronte le coste dei colli di Castelfranci. Frattanto però, grazie anche ai buoni consigli dell’enologo che li segue, Carmine Valentino, tra i più validi e bravi tecnici che lavorano sul territorio, si è cominciato a mettere in bottiglia fiano di Avellino e greco di Tufo conferiti rispettamente dalle zone classiche di Lapio il primo e Santa Paolina il secondo. 

L’impronta di questo greco duemilaundici è quella di un vino in forma e pronto da bere: abbastanza ricco nel colore paglierino, dal naso di ginestra e pera matura con candidi richiami di fresca camomilla. Il sorso è piuttosto sapido, colpisce per la ricca struttura sostenuta però da una discreta acidità che gli dona una beva confortevole, fluida, rotonda. Tra l’altro, manco a farlo apposta, l’ho messo in tavola con delle Pappardelle al sugo di carne e funghi champignon, un primo piatto non proprio di richiamo bianchista sul quale però se l’è cavata davvero alla grande. Uno smart buy che in cantina viene via a poco più di 6 euro.

I racconti del vino| Polvere di stelle

12 gennaio 2013 by

Mai una volta che ti prenotavano il tavolo; te li vedevi arrivare lì alla porta, ognuno col suo telefono stampato all’orecchio fregandosene altamente del fatto che a chi gli stava là intorno nulla importasse dei guaìti e delle iperboli che usavano urlare con insistenza, senza pudore, allo sportellino del loro Vip 8700: scommesse stracciate, malloppi a “muntuni” e “cummarelle” scosciate gli argomenti più gettonati. 

Gentaglia, cafoni, “tirati” i commenti più sussurrati, pure da noi stessi, che mentre trafficavamo l’ingresso rincorrendo disperati un timing accettabile per l’uscita dei primi o il rimpiazzo di un tavolo ce li ritrovavamo continuamente tra i piedi costretti a gimcane impossibili per evitarli e scansare disastri peggiori. Al sabato sera era un caos pazzesco, e loro, al solito, appena staccato il telefono aspettavano il tavolo; se ne stavano lì, sull’uscio della sala cercando con lo sguardo il loro che, sorpresi, infastiditi, non vedevano ancora pronto. 

Tra i tre, Vincenzino pareva quello meno peggio: l’aveste incontrato ad una riunione serale in Parrocchia, invischiato tra giovani attivisti della fede non sarebbe neppure passato osservato. Fisico asciutto, longilineo, vestiva sempre, debbo ammettere, con un certo buon gusto seppur fissato, troppo secondo me, con orologi neppure così preziosi ma vistosamente fuori misura per il suo polso; tanto che talvolta sembrava gli penzolasse il braccio, destro tra l’altro. Mangiava poco o nulla, il suo massimo era un Hamburger o mezza Bistecca con poche Patate fritte “…con keciap e mionesa sfusi, mi raccomando, non quelli nelle bustine, stanno piene di schifezze quelle”, diceva. Niente vino, “non sia mai…” ribadiva sorridendo al tavolo; però tracannava birra come fosse acqua liscia dopo giorni nel deserto. I conti li pagava quasi sempre lui, cash, con tagli da 50mila lire. 

Lino, detto “capuzziello”, era invece proprio insopportabile: un omone paffuto, rasato, tatuato, arrogante, sempre nervoso, collerico. Non credo di averlo mai visto vestito di qualcos’altro che non fosse la tuta da calcio. Generalmente il 50% delle conversazioni al loro tavolo era da bippare, quasi sempre però solo perché l’altro 50 rimaneva incompreso; buona parte del quale erano tutti suoi interventi. Invero non lo ricordo affatto con piacere, anzi, mi rimane però indelebile una scena, quando una sera, mentre uscivo dalla cucina, li vidi letteralmente scappare dal tavolo con lui con una tovaglia al collo e gli altri due che se la ridevano come pazzi, con ancora il mangiare in bocca; lui era blu in viso e c’era del sangue sulla tuta: s’era spezzato due denti nell’abbrancare uno stinco di maiale! Aveva scommesso di spaccargli l’osso a morsi. 

Castrese parlava molto poco, dava poca confidenza pure quando eri al tavolo a prendergli l’ordinazione; generalmente, pur con te davanti, usava chiederti le cose parlandone con Vincenzino. La comanda, praticamente, la prendevi per tutti con lui, il meno peggio. Il più delle volte la sua cena era Mozzarella, Spezzatino al curry, Agnello alla brace con Friarielli, quando c’erano e, immancabile, Pannacotta al caramello. Gli piaceva scegliere lui il vino, lo imponeva per la verità; erano quasi sempre grandi vini, bottiglie talvolta incredibili. Non che ne capisse qualcosa, se ci stavi attento infatti capitava di beccarlo nello scorrere la carta col dito appiccicato alla colonna di destra, come notai una delle prime volte che me li ritrovai in sala: “frà, sient siè, 750 milalire, ma chi ci sta qua dentro, Maradona?” domandò a Vincenzino. Ci fu chiaro a tutti, sin dalle prime battute che quello c’avrebbe svuotato la cantina di ogni ben di Dio. 

Una sera, un sabato qualunque, dopo il lavoro, ci ritrovammo come nostra abitudine a mangiare un panino sul lungomare. Erano le due e mezza di notte, più o meno. Entrando al Pub qualche tavolo in là sulla destra intravidi un viso familiare, qualcuno che ricordavo tra i nostri clienti; mi avvicinai con discrezione per salutarlo, anche perché era da un bel po’ che non si vedeva al nostro ristorante. Era Vincenzino, del resto certi orologi non si vedono in giro così frequentemente. Mi accolse con un sorriso dei suoi, apparentemente sincero quanto fragoroso, presentandomi al tavolo come un suo vecchio amico; dopo qualche battuta e la garanzia che il primo giro di birra ci veniva offerto da lui mi scappò, nell’allontanarmi, di chiedergli dei suoi due compari: dopo un paio di secondi di silenzio, svanita per un attimo la luce nei suoi occhi, senza aggiungere una sola parola mi fece, con la mano, il gesto di due colpi di pistola alla testa. 

Nell’andare via dal tavolo rimasi qualche istante basito nonostante sapessi che prima o poi a tipi come quelli certe cose del genere capitano: che peccato, pensai, proprio adesso che Castrese mi stava cominciando a bere Bordeaux

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.

Niente e nessuno ci salverà mai da cattive bevute

10 gennaio 2013 by

Su Intravino, sopraggiunta la noia nel seguire il casino in cui è sfociata l’intelligente e puntuale riflessione lanciata invece da Jacopo Cossater¤ sull’editoriale di Eleonora Guerini apparso sullo scorso numero del Gambero Rosso, ho buttato un occhio al post di Ale¤ sullo scritto di Michel Bettane¤, anche questo pubblicato sul Gambero, sempre a riguardo dei vini cosiddetti “naturali”; una disamina, una riflessione, un allarme, un invito quelli di Bettane che invero non ho mai smesso di argomentare, sottolineare e riproporre sin da quando faccio il mio mestiere e, guarda un po’, senza necessariamente alzare barricate. 

Michel Bettane, foto tratta da Bettane+Desseauve

Auguriamo sinceramente agli appassionati di vino italiano di non dover subire in futuro ciò che sta accadendo in Francia: un’invasione di cattivi vini detti “naturali”, cioè i cosiddetti “senza zolfo”, con la complicità di numerosi sommelier, enotecari e giornalisti irresponsabili. Esiste certamente una viticoltura biologica e ne siamo contenti. Il successo di questa viticoltura viene dall’osservazione e dal rispetto degli equilibri naturali della vigna e soprattutto dal ritorno alla vita biologica dei suoli, che qualsiasi agronomo serio sa essere alla base di ogni viticoltura nelle nostre denominazioni di origine. Ma non possiamo avallare i danni provocati all’immaginario degli appassionati dai cattivi vinificatori, che pretendono di fare del vino naturale senza zolfo, e che vogliono spacciare la loro “bibita” per la verità del terroir!

I loro prodotti si riconoscono facilmente: i vini rossi puzzano, e tutti i vitigni e i territori finiscono per somigliarsi perché i cattivi lieviti indigeni con i quali sono realizzati, così avidi di cannibalizzare quelli buoni se il vinificatore li lascia fare, sono gli stessi in tutto il pianeta, i loro colori sono torbidi e instabili e mostrano una presenza eccessiva di gas carbonico che dà l’impressione di vino incompiuto. I vini bianchi sono – se possibile – ancora più cattivi: più o meno ossidati fin dalla nascita, e dunque nati morti, ne viene “gestita” a posteriori la decomposizione! Restiamo a bocca aperta davanti all’ingenuità di tanti ottimi chef che ormai non propongono nient’altro nelle loro carte dei vini, quando sono così attenti ai loro piatti e sarebbero i primi a essere desolati di proporci dei prodotti avariati! Che sia chiaro, alcuni dei più grandi vini del pianeta provengono da una produzione d’ispirazione biologica, ma chi li produce, cosciente delle loro responsabilità, perfeziona continuamente le loro vinificazioni con strumenti moderni e puliti, dalle presse ai serbatoi. Nelle denominazioni meno prestigiose poi ci sono decine di vignaioli rispettosi del suolo, della vigna, dell’uva e del vino, ma curiosamente si vedono in giro solo i produttori “spacconi”, che parlano meglio di quanto agiscano e i furbi, eccellenti manipolatori d’opinione, spesso amici degli enotecari e dei distributori. Sono molti allora i giovani ristoratori che diventano delle facili prede!

Tocca quindi ai clienti di fargli notare che quello che credono essere un vino più vicino alla “natura” non è altro che un vinaccio senza interesse se non quello di non far venire il mal di testa. Con la fortuna e della perseveranza è possibile produrre senza aggiunta di zolfo dei vini da bere giovani e sul luogo di produzione, dei vini semplici e fruttati molto piacevoli, ma allora si devono conservare in una cantina fresca e soprattutto non farli viaggiare! E per ogni cuvée riuscita, il vignaiolo si ritroverà con due o tre completamente sbagliate. Ma chi può permettersi di non venderle e assumersi la responsabilità dei propri errori?

Ora mi chiedo, dato per acclarato che niente e nessuno ci salverà mai da cattive bevute, e che questo non ce l’abbiano mai garantito nemmeno i cosiddetti vini convenzionali, ma è davvero così complicato che i vini naturali, oltre ad essere tutte quelle belle cose che raccontano di voler essere, siano anche semplicemente puliti e buoni da bere per tutti?

credits: Intravino¤, Gambero Rosso¤, Michel Bettane¤.

Taurasi Riserva Primum 2006 Guastaferro

10 gennaio 2013 by

Difficile immaginare cosa potesse essere oggi Taurasi se si fosse cominciato a fare sul serio col vino un po’ di anni prima. Quanti? Beh, magari quindici, vent’anni prima che ci si accorgesse dell’enorme patrimonio che rappresentano quel territorio, i suoi vini, per il mondo del vino, sotto le luci della ribalta solo da poco più di una quindicina d’anni.

Taurasi Riserva Primum 2006 Guastaferro

Senza scomodare avi e generazioni che si racconta facessero viticoltura da sempre (e non vini di qualità come siamo tutti d’accordo di saper riconoscere oggi) o urtare la suscettibilità di qualche nome storico, di grandissima levatura certo ma che giocavano il campionato praticamente da soli, oggi potremmo contare dalla nostra tanti elementi in più da poter rilanciare ai quattro venti; non ultimo, ad esempio, che bottiglie come queste siano realmente capaci di attraversare il tempo nonostante le angustie di un’annata, a quanto pare, non proprio favorevole.

Annata complicata la duemilasei, “calda, capricciosa, eterogenea, con i migliori potenti e nervosi, da aspettare” per dirla con l’almanacco di “Taurasi Vendemmia¤” sottomano. Una di quelle che convince i più a non farne un Riserva costringendo invece i migliori, quelli cioè con vigne ed uve in zone particolarmente vocate e numeri con al massimo tre zeri, a dare valore aggiunto, slancio al loro peggior difetto: l’incapacità, o l’impossibilità di affidarsi a giochi di prestigio in vigna e soprattutto in cantina. 

E il Primum¤ Riserva 2006 di Raffaele Guastaferro¤ (10 ettari a Piano dell’Angelo a Taurasi) svela addirittura quanto sia inutile tentare la natura, sovrapporle un manico eccessivo, facendo delle sue piccole imperfezioni – una volatile un po’ alta, il timore dei 15 gradi in alcol, un naso non proprio finissimo – un pregio assoluto che esaltano invece il varietale, un grande frutto, sempre al centro dell’attenzione ed una bevibilità incredibile per un vino di tale estrazione, sostenuta da una freschezza invidiabile, tannini docili ed una sapidità di finissima levatura.

La Pizza| Tre formule per la felicità

9 gennaio 2013 by

La formula della felicità è molto semplice: versate l’acqua tiepida in una boule, scioglietevi il lievito, aggiungetevi un cucchiaino di zucchero, due cucchiai di olio extravergine d’oliva e, lentamente, tutta la farina con una manciata di sale; lavorate sino a che l’impasto non avrà assorbito tutta l’acqua. Trasferitelo quindi su un piano da lavoro ed impastate energicamente. Lasciate riposare l’impasto, ben coccolato, al calduccio, per tre ore almeno.

Cipolla Rossa di Tropea - foto A. Di Costanzo

Quando è il momento tagliatevi i panetti necessari e stendeteli per bene nei “ruoti” (teglie) precedentemente passati con dell’olio. Condite a piacimento le pizze e mettetele di volta in volta in forno caldo a 200°. I tempi di cottura variano naturalmente da pizza a pizza ma vi basterà uno sguardo per capire quando è il momento di tirarle via dal forno.

Ingredienti per 4/6 persone:

  • 1,5 kg di farina 00
  • 90 cl di acqua
  • 2 lieviti (ne basterà 1 e mezzo)
  • Olio extravergine d’oliva
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • Sale e pepe q.b

Pizza con olio e pomodorini Datterino - foto A. Di Costanzo

Per la pizza nel ruoto all’olio e pomodoro

  • 250 gr conserva pomodorini Datterini
  • da berci su uno o due freschi calici di Asprinio d’Aversa¤.

Pizza con patate e cipolla rossa di Tropea - foto A. Di Costanzo

Per la pizza con patate, provola e cipolla rossa di Tropea

  • 3 patate di media grandezza
  • 1 cipolla rossa di Tropea
  • provoletta di Agerola affumicata
  • un rametto di rosmarino
  • da berci su un delizioso calice di vino rosato, magari spumante¤.

Pizza con peperoni gialli e rossi, mozzarella, olive nere - foto A. Di Costanzo

Per la pizza coi peperoni

  • 150 gr pomodori pelati
  • 2 peperoni rossi, 2 gialli arrostiti e spellati
  • 250 gr mozzarella (asciugata in frigo)
  • 100 gr di olive nere denocciolate
  • ci sta bene un aglianico del Vulture¤, ma anche il Gioviano¤.

Solo in questo caso suggeriamo di aggiungere la mozzarella, tagliata grossolanamente, solo poco prima che termini la cottura della pizza così che rilasci pochi liquidi e risultare filante.

I racconti del vino| Lucy

8 gennaio 2013 by

Le piaceva tanto il tavolo 2, quello che dalla veranda dà direttamente sull’ingresso; non credo lo scegliesse per farsi vedere, mettersi in vetrina, mostrarsi. Anzi. Ricordo però che le piaceva tanto la particolare luce che poco dopo mezzogiorno s’incrociava proprio in quel punto della sala esterna, riflessa dalle grandi vetrate e filtrata, resa tiepida, dai vetri spessi della porta-finestra scorrevole. 

Arrivava quasi sempre un quarto dopo le 12. Sapeva di essere in anticipo ma quella mezz’ora prima di pranzo le serviva per mettere a suo agio chi l’accompagnava. Uomini d’affari principalmente, quasi mai amici, come pochi i personaggi dello spettacolo, e comunque di quelli poco conosciuti. Ricordo una volta un tizio assai infastidito dai miei sorrisi rivolti al tavolo durante la presa della comanda; non ebbe a farmi la scortesia di dirmelo chiaramente, ma era evidente che gli dava un poco di prurito la confidenza con la quale lei si rivolgeva a me raccomandandosi di portare in tavola il meglio che potessi. Seppi qualche mese più tardi chi fosse quel tizio, fu lei a rivelarmelo: un grande attore di prosa, poco conosciuto ai più ma che vantava illustri partecipazioni ad opere piuttosto importanti nonché collaborazioni con registi di fama internazionale. S’irritò perché non riconosciuto, mica per altro. 

Vestiva sempre in maniera sobria. In effetti non ricordo di averla mai vista scollata o con una gonna sopra le ginocchia; o forse sì, magari una volta o due ma sempre senza dare troppo nell’occhio. Blu il suo colore preferito, almeno credo. E blu erano anche i suoi occhi, luminosissimi, profondi, perfettamente centrati su quel viso dalle linee nordiche con qualche lentiggini sottopelle qua e là. Bruni i capelli, lunghi e sciolti, non un filo di trucco se non un po’ di matita chiara qualche volta, poco rossetto. E un neo, poco distante dalle labbra e leggermente spostato verso la guancia sinistra. Insomma, chi l’accompagnava non aveva nessun motivo per distogliere l’attenzione dal tête-à-tête, nessuna distrazione se non quando gli presentavamo i piatti in tavola. 

E sobrio era di sovente il pranzo. Le piaceva poter scegliere tanti piccoli assaggi, piatti fatti con pochi ingredienti ma di sapore, caratteristici. Non poneva divieti, ricordo solo che non amasse particolarmente il riso ed il prezzemolo, soprattutto cotto, anche se tritato finemente e saltato con la pasta. Le si impicciava tra i denti, diceva: “è odioso!”. Invero una volta se ne uscì col riso come contorno al petto di pollo scottato alla brace. Rimasi perplesso, convinto di conoscere le sue preferenze; ma era solo una cortesia verso chi l’accompagnava, un grosso imprenditore del vercellese. Avesse potuto avrebbe mangiato carciofi e pane e melanzane sott’olio a tutte le ore. Adorava qualsiasi zuppa, in stagione sceglieva volentieri delle vellutate di verdure. Impazziva per la pasta e patate, ogni tanto una mezza porzione di paccheri alla genovese, un assaggio di calamaretti spillo fritti, il sarago arrostito, il pollo; e tante insalate, con tutto un po’. Nessuna concessione al dolce, sì al gelato, vaniglia tutta la vita. 

Il vino, nonostante ne capisse abbastanza, preferiva lasciarlo scegliere agli altri. Poche volte l’ho vista bere con sufficienza pur se talvolta sapevo coglierne l’insoddisfazione. Diceva ad esempio che lo Champagne non andava bevuto a tavola: “un piacere così sottile meritava un ambiente ed atmosfere più intime – sottolineava -, candele dappertutto ed un lento lasciarsi andare”. Ci teneva a far assaggiare i nostri vini, così talvolta lasciava fare a me; chiedeva solo, quando mi lasciava consigliare un vino al tavolo, di tenermi su bottiglie poco complicate, con poco legno e prodotte da persone sincere, che facessero quel che facevano con amore e passione, non solo per campare, o per fuggire da qualcosa o qualcuno. 

Una volta, rimasta sola al tavolo per qualche minuto perché lui fuori al telefono, l’ho vista stringere con forza il calice e fissare il vuoto con malinconia; ebbi l’impressione che stesse per piangere. Mi avvicinai facendo finta di niente, con la scusa di tirare via il cestino del pane: le chiesi se andava tutto bene, mi rispose che sì, che era tutto a posto. E regalandomi un sorriso grosso così aggiunse che quel rosso era il più buono che avesse mai saggiato prima.

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.

Farra di Soligo, Profeeling Brut Marchiori

6 gennaio 2013 by

In effetti non ci sarebbe neanche da discutere su una bottiglia del genere capace di accompagnare allegramente e benissimo tutto un pasto; se non fosse che ogni volta sull’argomento prosecco si aprono scenari di discussione che sembrano non avere fine.

Valdobbiadene Prosecco Superiore Brut Profeeling Umberto Marchiori - foto A. Di Costanzo

A dirla tutta l’ottimo Profeeling Brut di Umberto Marchiori c’entra davvero poco con tutto il casino¤ che sembra puntualmente tornare a galla quando ci si imbatte nel mare magnum¤ della tipologia “Prosecco”¤; anzi, segnatevelo per bene sul taccuino: è un Valdobbiadene Superiore assai gradevole, lieve nel colore e nei profumi, che appena versato regala almeno 3 centimetri di spuma e a fatica gli stai dietro tanto è bevibile, vivace, appena secco e un poco sapido. Per tutto il resto c’è tempo per capirci qualcosa, basta volerlo.

Vigna Piancastelli 2005 Terre del Principe

3 gennaio 2013 by

Un formato speciale di 12 litri che se ne stava lì da più di quattro anni a ricordarmi una delle piacevoli soddisfazioni che mi ha regalato questo mestiere, vincere nel 2008 il titolo di Primo Sommelier della Campania.

Angelo Di Costanzo - foto L'Arcante

Icona ingombrante, quasi impossibile conservarla alla giusta maniera, con un paio di traslochi sul groppone, non s’aspettava che l’occasione giusta per farla fuori. E venne il giorno lo scorso 30 dicembre, quando l’abbiamo condivisa, bicchiere più bicchiere meno, con una cinquantina di persone in occasione della prima Festa del Clan®¤. 

Si tratta di pallagrello nero e casavecchia della vigna omonima “Piancastelli” in località Beneficio a Castel Campagnano. E’ il vino di Manuela¤, nel senso che è il suo prototipo: un rosso di caratura importante, grande struttura, non necessariamente votato al lungo invecchiamento perché destinato ad un consumo diciamo sul breve. Così nasce il Vigna Piancastelli, da grappoli selezionati uno ad uno, con una piccola percentuale lasciata addirittura appassire in pianta. Poi legno, nuovi e francesi, con tanti mesi di affinamento in bottiglia, all’incirca diciotto. 

Cosa raccontarvi? Lasciando stare parole troppo impegnative – non eravamo certo in una condizione ambientale assai favorevole ad una degustazione tecnica -, a quanto pare è piaciuto tanto; invero spiazzando molti, che nemmeno immaginavano si potesse osare tanto col pallagrello¤ e il casavecchia¤. Dalla sua, nonostante le ambasce di una conservazione non proprio ortodossa, sicuramente il formato speciale che l’ha aiutato a preservarsi al meglio; trovarlo però così pimpante ci ha rinsavito un po’ tutti: addirittura ancora vinoso, dal naso invitante, ben centrato sul frutto in molte sue declinazioni e sfumature (mirtillo, prugna ma anche melissa e tabacco), senza una sbavatura, con un sorso di spessore, teso e avvolgente e con un finale sì morbido ma piacevolmente setoso e ammiccante. Adesso non mi rimane che portarmi via quel titolo dalla bottiglia, con l’etichetta, bellina, firmata quell’anno da Giovanna Picciau.

Segnalazioni| Dice Luigi Moio su Civiltà del bere

3 gennaio 2013 by

Luigi Moio ha rilasciato una breve intervista a civiltadelbere.com. Mi permetto di segnalarvela perché, come sempre, certe pillole di saggezza contribuiscono molto a comprendere meglio quanto nel vino progettualità, lavoro ed abnegazione siano segnali distintivi senza eguali.

civilta_del_bere

“Un grande vino deve invecchiare lentamente e durare a lungo. Terziarizzazione e successivo decadimento devono avvenire il più tardi possibile. Il decadimento di un vino porta alla sua omologazione, mentre il suo picco evolutivo coincide con la sua massima differenziazione. Questo comporta da parte del produttore la volontà di affrontare una sfida costosa, una precisa filosofia vitienologica. Per favorire questa lenta evoluzione occorre partire da uve sanissime, caratterizzate da elevati precursori aromatici. Inoltre le uve, al momento della raccolta, devono presentarsi in perfetto equilibrio biochimico”.

Qui tutta l’intervista a cura di Roger Sesto¤.

Aglianico del Vulture 2009 Feudi di San Gregorio

2 gennaio 2013 by

Accade che sia proprio questo l’aglianico indispensabile in tavola su certi piatti. Quel rosso immediatamente godibile, senza spigolature accentuate o toni boisé eccessivi che nascondano la bella trama tutta tirata sul frutto e la gradevolissima bevibilità.

Aglianico del Vulture 2009 Feudi di San Gregorio

Invero non so di preciso cosa stia accadendo di nuovo o di importante da quelle parti, manco dal Vulture da almeno tre/quattro anni; echi più o meno frequenti però raccontano di una continua crescita per certe piccole etichette, ormai un riferimento, e della costanza qualitativa di tanti altri nomi storici della denominazione; eppure pare che molte cantine siano in sofferenza, sembra che il comparto soffra maledettamente proprio la distanza culturale che va dividendo la vecchia dalla nuova generazione di produttori vulturini. Una confusione che il mercato sembra digerire molto poco. 

Feudi di San Gregorio¤ qui c’è già da un po’ di anni e il progetto di sviluppo sul territorio, dopo un po’ di raffreddamento sul concept Vigne di Mezzo e vari ripensamenti sulla destinazione della Locanda del Palazzo¤ a Barile, sembra invece essere ripartito alla grande; ben oltre l’acquisizione della piccola cantina Basilisco, sempre a Barile¤. Segnali incoraggianti arrivano da questa bella interpretazione dell’aglianico del Vulture, un “base” in giro da un paio d’anni con una etichetta sì vivace ma improntata sullo stile classico aziendale cui eravamo abituati da un po’: un 2009 ben riuscito, assai invitante, fresco e sapido. Molto sapido.

Un rosso decisamente convincente, che non stravolgerà certo le vostre prospettive sulla tipologia ma che, a poco più di 10 euro sugli scaffali, riserva un invito molto preciso a non abbandonare l’idea che da queste parti si conservi un potenziale qualitativo enorme, che ha solo bisogno di inquadrare bene cosa rappresentare sul mercato del vino mondiale: continuare ad essere serbatoio sottostimato o puntare alla finissima gioielleria? Come sempre la verità sembrerebbe trovare risposte allettanti giusto nel mezzo.

Il primo post dell’anno

1 gennaio 2013 by

Siamo sopravvissuti alle feste, ne usciamo vivi e già questo dovrebbe farci strare allegri e ben sperare per questo nuovo anno che abbiamo appena cominciato a camminare; leggo in giro di tanti buoni propositi, bene, a me, sul tema vino e cibo, mi saltano in mente una o due cose così…

Primate

Di vino c’è sempre più tanta roba in giro, buoni e cattivi a non finire, mi auguro piuttosto un approccio molto meno snob da parte di tutti. Sì, perché talvolta si è andati oltre, è vero, e mi sta bene un richiamo alle origini, a certe cose semplici; ciononostante trovo inverosimile, per quanto davvero snob, mettere tra i propri migliori assaggi dell’anno “quel memorabile” vino sfuso, sia pure di quel Valentini da Loreto. Ed è ancora più snob – sottolineo – farlo mettendo le mani avanti. Perché va bene darsi una regolata, ma non esageriamo, per piacere. 

Non frequento e non mi piace Masterchef¤. La cucina, cuochi, camerieri e sommelier come Soap, veline e tronisti? No, per favore no. Poi si sa, un ristorante è più e molto altro che una trasmissione televisiva, ahimè però solo sino a quando non ci finisci dentro a fare la star. E’ un po’ come tenersi fra i denti la fortuna di questo o quello “solo perché conoscerebbe quel tale o è amico del giornalista”; poi succede che quel tale, o quel giornalista, te lo ritrovi alla tua tavola e diventa pure amico tuo. 

E a proposito di Guru e affini: guardate che non sono Dio, ma se ci credete così ciecamente non dite poi in giro, vi prego, che è tutta colpa loro!

Intervallo. La Festa del Clan

29 dicembre 2012 by

La Festa del Clan

Repetita iuvant

26 dicembre 2012 by

Dico a voi appassionati, professionisti, fanatici, capiterà pure a voi di stare in tavola con commensali curiosi della vostra passione e dover ritornare di tanto in tanto su “ma che bello il vino, ma come si fa a capirci qualcosa?”; bene, facciamo così, facciamogli vedere, ancora una volta, come si fa.

Rookie

Anzitutto riempiamo il bicchiere per circa un terzo e puliamoci tutti la bocca con un boccone di mollica di pane o, se preferite, un cracker non salato. Alzate il calice all’altezza degli occhi, guardateci poi dentro, piegatelo, cercando laddove ci sono, tutte le sfumature del colore (è vispo o è spento, è luminoso o cupo?). Alla vista soffermatevi sulla limpidezza, il colore del vino, la vivacità¤, cercatevi magari indicazioni sull’età, la ricchezza, il corpo (è concentrato o l’attraversa la luce?). 

All’olfatto prendete tempo, buttateci il naso dentro per pochi secondi e, senza esagerare, se necessario tornateci su più volte durante l’assaggio; non bisogna trascurare la benché minima sfumatura se desiderate coglierne tutta l’anima, o fare un’attenta valutazione di ciò che avete nel calice. Fategli fare magari un paio di giri, la percezione di certi profumi si esalta facendo roteare il vino sulle pareti del bicchiere. Mettetevi alla prova, suvvia, cosa ci trovate? Sa di fiori, di frutta¤, vi ricorda qualche odore in particolare? Provateci, cercate poi di fissarlo bene in mente, non abbiate timore, altrimenti non imparerete mai. 

E’ quindi necessario fare piccoli sorsi ma al contempo non perdersi in troppi rivoli; una piccola quantità di liquido in bocca permette la percezione del gusto vero e proprio, ma anche avere conferme del profumo, attraverso le vie retronasali della bocca. Cercate di spostare il vino in bocca in tutta la cavità orale, in modo da sollecitare tutte le papille gustative della lingua. In questa fase si percepisce una prima sensazione d’attacco (è secco, magari pungente, alcolico ecc…) una variazione continua di gusto¤, l’evoluzione ed infine il retrogusto, quando il vino ha lasciato la bocca. E poi ancora un piccolo sorso, per un ultimo esame in bocca, prima di deglutirlo. 

Ecco, non è necessario essere dei maghi, degli espertoni, se un vino non vi ha convinto dopo tutto potete ancora concedergli un’altro assaggio; ma un vino che ha qualità, stoffa, carattere, al di là che sia o no nelle vostre corde a questo punto vi avrà già conquistato. Oppure no. Adesso però sapete come fare a riconoscerlo, quello buono¤, e non vi resta che provare, provare e riprovare e, mi raccomando non solo a Natale o all’ultimo dell’anno.

Segnali per il futuro (nuovo listino prezzi)

20 dicembre 2012 by

Fine anno vuol dire anche guardare con entusiasmo al nuovo che arriva; nessuna novità rilevante da segnalarvi se non che L’Arcante, quest’anno cresciuto in maniera esponenziale, con nostra grande soddisfazione, continuerà la sua marcia epistolare come al solito, con lo spirito e la curiosità che ci accompagnano da tre anni e la sincerità che ci lascia raccontare le nostre esperienze col vino e col cibo con tutto l’amore possibile.

L'Arcante 2013

Invero qualcosina di nuovo lo stiamo già facendo da qualche settimana, avrete notato infatti che le immagini, ormai quasi tutte originali, sono sempre più numerose e chiare, soprattutto per quanto riguarda il lavoro di Lilly¤ in cucina. C’è sempre però da migliorarsi: così, sin da ora e nei prossimi post, per rendere ancora più scorrevole la lettura potreste ritrovarvi talvolta dinanzi a questo simbolo – ¤ segnalato in grassetto subito dopo una parola: non è altro che l’invito ad aprire un link correlato all’articolo che state leggendo.

Quasi dimenticavo. Qui di seguito, per fugare ogni dubbio, eccovi un aggiornamento al 2013 del nuovo listino prezzi con ulteriori parole che entrano a far parte del carnet a disposizione degli operatori del settore. Ci teniamo a sottolineare di aver ribassato notevolmente il costo dei termini “buono, buonissimo” per venire incontro alle tante richieste pervenuteci. Diciamo che è l’unica concessione che ci sentiamo di fare al libero mercato e agli ormai tantissimi competitors, che poi si sa, la trasparenza è la nostra formula vincente! 

  • Intenso e persistente (in coppia o singolarmente): €ur 2,80 + iva.
  • Azienda modello: €ur 4,50 + iva.
  • Buono, buonissimo: €ur 1,50 + iva. anziché €ur 4,40 + iva
  • Equilibrio, e. magistrale: €ur 3,00 + iva più €ur 3,50 per magistrale.
  • Ficcante: €ur 2,60 + iva.
  • Manico pregevole: €ur 2,90 + iva.
  • Monumentale, vino m.: €ur 6,80 + iva.
  • Raro, rarità: €ur 5,85 + iva.
  • Splendido: €ur 4,10 + iva.
  • Unico: €ur 5,80 + iva. 

Come sempre il dizionario completo con tutti i termini e le valutazioni relative è a vostra disposizione contattandoci privatamente su larcante@libero.it.

L’Ottovolante a colazione

19 dicembre 2012 by

E’ un dolce buono e veloce da preparare, il nostro Ottovolante con cui ripartire alla grande ogni mattina a colazione. Per tutti, più semplicemente, è una classica “Torta zebrata” ma quella di Lilly, si sa, non è una qualunque.

L'Ottovolante, by Lilly Avallone - foto A. Di Costanzo

 Ingredienti:

  • 300 gr farina 00
  • 4 uova intere
  • 250 gr zucchero
  • 200 ml olio di semi di girasole
  • 250 ml latte intero
  • 1 lievito per dolci
  • 3 cucchiai di cacao in polvere
  • burro (per imburrare lo stampo)
  • vanillina

Potreste tranquillamente utilizzare una classica “frusta” a mano per mescolare tutti gli ingredienti ma per rendere il lavoro più agevole e veloce è preferibile attrezzarsi con uno sbattitore elettrico, anche perché così l’impasto risulterà meglio amalgamato e fluido, per questa ricetta essenziale più che mai. 

L'Ottovolante di Lilly Avallone - foto A. Di Costanzo

Preparazione: mettete in una boule le uova, lo zucchero, la vanillina e lavorate con lo sbattitore a velocità costante, basteranno 2 – 3 minuti. Quando l’impasto è montato, continuando a lavorarlo, unitevi l’olio di semi, poi la farina, quindi il latte, infine il lievito. Serviranno a questo punto ancora 1 o 2 minuti per finire di amalgamare per bene il tutto.

L'Ottovolante, le fette zebrate - foto A. Di Costanzo

Provvedete a questo punto a separare in una seconda boule metà dell’impasto; in una delle due aggiungetevi il cacao e mescolate per bene sino a renderlo scuro e ben fluido. Frattanto imburrate lo stampo scelto e cimentatevi nel comporre il vostro Ottovolante versandovi, alternandoli a strati (come seconda nelle foto), tutto l’impasto chiaro e scuro. Portate il forno a 180° e infornate per circa 30 minuti.

L’effetto che otterrete è proprio questo qui: un Ottovolante con cui partire alla grande a colazione ed una torta buona, soffice e… zebrata!  

Vini che servono a Natale

18 dicembre 2012 by

Non è mica sempre necessario stilare una classifica di quali siano i vini migliori o i più buoni da servire in tavola durante le festività di Natale e l’ultimo dell’anno. Quest’anno dai, fatela facile…

Auguri

Invero talvolta basterebbe pensare a quali servano effettivamente in giorni durante i quali tutti rincorrono la migliore bottiglia possibile solo ed esclusivamente in funzione del prezzo e del blasone che si portano dietro; stupire ed impressionare sembrano gli unici aspetti della faccenda, facendo cadere la scelta su idee non sempre azzeccate purché funzionali alla sorpresa. Ma in tempo di crisi, e con budget ridotti, val bene ragionarci su per non sprecare tempo e soprattutto denaro. 

Per i regali qualche buon consiglio ve l’abbiamo dato qui, ma ci ritorno su volentieri col dirvi che per gli acquisti giusti affidatevi alle enoteche specializzate, oggi più che mai, perché al di là di congetture e stereotipi, chi sopravvive a questa crisi è veramente appassionato al suo lavoro e sa come si fa, come accontentarvi sul serio. Inoltre, altra arma a vostro favore, sempre più cantine si aprono al pubblico con la vendita diretta: un motivo in più per fargli visita, conoscere persone, toccare con mano e magari risparmiare qualche euro. 

Tornando alla tavola, la sera della Vigilia ed il pranzo di Natale, come pure il cenone dell’ultimo dell’anno, rappresentano momenti di rara familiarità, ricerca di serenità e quiete; un aspetto questo da non sottovalutare nello scegliere cosa mettere in tavola, che non disdegna un poco di distrazione, un approccio, tanto per dire, facile e disinvolto. Una leggerezza che non troviamo certo nei menu delle feste, con una sequela di stuzzichini, quasi antipasti, antipasti, primi piatti, inframezzi, secondi, pause e dolci e coccole che sembrano non finire mai e che, in realtà, non finiscono proprio mai. Tutto ciò vorrebbe, esige, vini non troppo impegnativi.

L'Abbondanza

Ritengo infatti questo periodo fortemente a favore di bianchi giovani, gradevoli e leggeri al palato: della buona falanghina¤ o coda di volpe, l’asprinio¤ per i più audaci, tanto per pescare in Campania dove però non bisogna dimenticarsi di certi fiano di Avellino e greco di Tufo sempre interessantissimi. Io però, tra i bianchi, quest’anno metterò in tavola i primi, alcuni anche in versione spumante. 

Sui rossi confido in che sia un momento di rilancio per uno dei miei vini del cuore, il Taurasi¤, anche se per cosa e quanto si mette in tavola soprattutto il giorno di Natale mi sento di propendere più per certi Falerno del Massico¤ che per il rude aglianico taurasino. Non mancheranno certo bottiglie di Piedirosso dei Campi Flegrei¤, e qualche buon rosso da fuori regione ma, anche qui, come per i bianchi, prima di aprire etichette un po’ più impegnative ci penserò due volte. Così è in effetti, gira che ti rigira non è mai questo il momento indicato per tirare il collo ai “gioielli di famiglia”. Per lo Champagne¤ sto ancora a pensarci. 

Cioè, sia chiaro, nulla vieta di stappare Signore bottiglie, un grande vino lo è sempre, purché gli si conceda un parterre adeguato e la giusta attenzione. Per farla breve, diciamo che aprire un Puligny-Montrachet¤ o un Brunello Riserva¤ di Soldera non è mai occasione sprecata purché non serviti sull’insalata di rinforzo o quando, in tavola, è tempo di noccioline americane, il cosiddetto “spasso”!

Vino vecchio 

Così un consiglio chiaro e immediato sarebbe quello di bere cose semplici, interessanti certo ma comprensibili a tutti i commensali. Tanto va a finire sempre che inzuppi il Roccocò¤ nell’ultimo bicchiere di rosso e che, sugli Struffoli¤, ti ricordi di quel Moscato d’Asti lasciato là sotto al mobile del salone da almeno tre quattro anni. Naturalmente inopportuno. E che rimetti al suo posto perché sicuramente imbevibile. 

Serene festività a tutti voi quindi, buon Natale e che il 2013 sia, finalmente, un buon anno davvero.

Paupisi, Impeto 2007 Torre del Pagus

17 dicembre 2012 by

Impeto 2007 Torre del Pagus - foto A. Di Costanzo

A conferma di quanto appena scritto qualche giorno fa qui vi consiglio vivamente di cercare questo bel rosso di Maurizio De Simone prodotto in quel piccolo eremo di Torre del Pagus a Paupisi, in area Taburno, dove “il nostro” pare abbia deciso di mettere radici pur non rinunciando ai suoi giri di consulenza. Impeto 2007 è un gran bel aglianico, abbastanza vivace al colore, profondo, dal naso socchiuso ma nel tempo assai sorprendente, invitante e verticale quanto bastevole: in una bevuta “alla cieca” non si fa alcuna fatica a riconoscere il varietale, il frutto è ben maturo ma centrato in pieno, vispo, succoso, quasi materico ad ogni riassaggio. Del legno appena una traccia, risulta ben digerito, in bocca a tratti il tannino scalcia ancora un po’ ma non ne può dinanzi alla voluttà glicerica e al ritorno fruttato di finissima levatura che conquista lentamente ogni millimetro a disposizione del palato. E’ chiaramente in perfetta forma. 

Diciamo che è un bel esercizio per chi voglia comprendere a grandi linee l’idea che Maurizio ha dell’aglianico, con tutte le attenuanti di un’annata arida ed avida non certo di facile lettura eppure espressa in pienezza senza sovrastrutture inutili, senza strafare. Probabilmente non è di quelle bottiglie da mettere via in cantina ancora per molti anni, ma a portarla in tavola oggi si fa proprio una gran figura, credetemi.

L’Arcante Wine Award® 2012, tutti i protagonisti a cui va il nostro riconoscimento quest’anno!

11 dicembre 2012 by

Ed eccoli qua tutti i migliori protagonisti di questa stagione su L’Arcante; terre, vini, persone che ci hanno regalato tante belle emozioni da raccontare e tanti argomenti su cui ragionare e trovare un senso, la giusta dimensione alla passione, alla voglia di scoprire e capire cosa un vino possa regalare oltre l’ebbrezza. Così è se vi pare…

Il Cupo 2010 di Sabino Loffredo, Pietracupa, contrariamente al nome che si porta dietro è un vino di straordinaria luminosità ed intensità degustativa; tra i bianchi campani saggiati durante tutto quest’anno il migliore, per integrità, carattere e soprattutto proiezione nel tempo. Un riferimento assoluto, non solo campano.

 

Non v’è partita con un Vigna Mazzì 2010 così in grande spolvero. Tra i rosati italiani di spicco il vino di punta di Rosa del Golfo si conferma tra i migliori, quest’anno il più buono saggiato assieme agli altri due citati qui nelle nominations; altri due belle interpretazioni che mette però dietro di almeno due spanne per una maggiore completezza ed armonia olfattiva e gustativa, regalando, grazie anche al millimetrico uso del legno, una beva più ricca e complessa. Inconfondibile!

 

I colli friulani terre vocate per i bianchi, tradizionali ed internazionali che, si sa, sono da sempre sulla bocca di tutti e, a questo punto, Venezia Giulia patria del pinot nero italiano. Bene. Ma se nel primo caso non v’è dubbio alcuno su quanto scritto, nel secondo qualcuno potrebbe avere – a ragione – una qualche riserva. E allora non vi resta che aprire un Pinot Nero 2006 di Bressan per trovare qualche buona traccia. Magari però, senza scomodare i soliti noti sopra Mazzon qualcosa di straordinario o, più semplicemente, straordinariamente buono, l’ha messo in bottiglia pure Fulvio Bressan!

In Italia, tolto il consistente successo del Moscato e dell’Asti Spumante nella grande distribuzione si assiste ad un declino quasi costante dei consumi di “vino dolce/passito di qualità”, almeno rispetto alla produzione, sino a poco meno di dieci anni fa invece molto incoraggiante. Invero non a torto visto che, come sempre dalle nostre parti, si è pensato per anni che si potesse far tutto, anche meravigliosi passiti, con qualsiasi uva ed in qualsiasi posto e condizione climatica. Così per questo giro ci tocca pescare oltralpe il miglior vino dolce dell’anno. Un Jurançon impegnativo, raro, unico; come del resto il produttore Dagueneau.

 

Riviera Ligure di Ponente Pas Dosé Abissi 2009 Bisson. E’ un riconoscimento all’intuizione, bizzarra quanto ricercata e al progetto, ambizioso ed unico nel suo genere, ma anche e soprattutto al vino, molto particolare, anche buono, che sopravvive al clamore dell’idea e al folklore delle bottiglie con una precisa e suggestiva identità.

 

Il Corton Charlemagne 2010 di Philippe Pacalet è un bianco di straordinaria intensità.I suoi rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per distendersi ma questo qui invece è, a mio modesto parere, il suo “bianco” più buono di tutti e quindi anche il nostro straniero dell’anno. In poche, semplici, esaustive parole, c’è tanta vita qua dentro.

 

Gaja – Barbaresco, Piemonte. E’ l’esperienza dell’anno, la visita dell’anno, certamente non la sola da incorniciare o da mettere nel grande album dei ricordi, ma varcare quel portone in via Torino a Barbaresco è stato senza dubbio un momento di scoperta e di crescita importante vissuto in uno dei luoghi del vino italiano più significativo, conosciuto ed apprezzato del mondo. E poi c’è la famiglia Gaja, persone davvero eccezionali, avranno sicuramente decine di collaboratori che, in Piemonte come in Toscana, li hanno aiutati e l’aiutano a creare e rafforzare il mito, ma loro sono sempre lì, in prima linea, a rendere l’atmosfera particolarmente unica.

 

Maurizio De Simone, enologo consulente. Non è mai facile assegnare questo riconoscimento ma mai come quest’anno gli assaggi indicavano chiaramente chi fosse a meritarlo. Su questo blog, durante un anno intero passano tanti vini ma mai come quest’anno tante buone impressioni sono arrivate da vini di grande slancio e di rara integrità dove la mano di Maurizio era chiara e leggibile; basti ricordare qualche vecchia annata di Taurasi o Greco Musc’ di Cantine Lonardo o magari del vignaiolo Raffaele Moccia. Ora non ci resta che capire cosa Maurizio intenda fare da grande.

 

Giampaolo Motta di Fattoria La Massa è senza ombra di dubbio la persona del vino dell’anno. Se ve lo siete perso, leggetevi qui e qui della straordinaria esperienza vissuta a Panzano lo scorso ottobre. E appena potete, andateci lì in cantina da lui, un posto davvero unico.

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Così invece nel 2010, alla prima edizione.

Così l’anno scorso nell’edizione 2011.

Tortino di spinaci

7 dicembre 2012 by

Pochi ingredienti per una ricetta veloce e di gran gusto. Indimenticato come piatto unico che servivamo un tempo in enoteca, ci piaceva talvolta accompagnarlo con della fonduta di Bufala o con una vellutata di patate. Ma così è già tanta roba!

Tortino di spinaci by Lilly Avallone - foto A. Di Costanzo

Ingredienti per 6 porzioni: 

  • 1,5 kg di spinaci a foglie
  • 500 ml di besciamella
  • 3 uova
  • Parmigiano Reggiano q.b.
  • Sale e pepe q.b.
  • Pane grattugiato

Per la besciamella

  • 500 ml di latte
  • 50 gr farina
  • 30 gr burro
  • Noce moscata
  • Sale 

Tortino di spinaci di Lilly Avallone, la preparazione - foto A. Di Costanzo

Mondate e lavate per bene gli spinaci, sbollentateli in una pentola senza acqua ne olio. Una volta cotti, lasciateli intiepidire, poi strizzateli per bene per eliminare l’acqua di cottura in eccesso e passateli al coltello tagliandoli grossolanamente.

Preparate frattanto la besciamella: mettete in una pentola il burro, non appena sciolto unitevi la farina e, lavorando di frusta, fate amalgamare; aggiungeteci allora il latte ben caldo lavorando continuamente con la frusta sino a che la besciamella non diventi ben densa. Grattugiatevi sopra della noce moscata ed aggiustate di sale. Lasciate intiepidire per qualche minuto.

Mettete gli spinaci in una boule, salate e pepate, unitevi il Parmigiano, tutta la besciamella e, uno alla volta, le tre uova. Lavorate il tutto per bene sino ad ottenere un composto ben omogeneo. Suddividete la quantità di impasto per un numero sufficiente di stampini, imburrati e passati con del pane grattugiato. Infornate a 180° per circa 40 minuti.

Quarto, dell’Asprinio d’Aversa 2011 e dell’Extra Brut s.a. Riserva di Grotta del Sole

5 dicembre 2012 by

Non v’è dubbio che Grotta del Sole conservi un ruolo di primissimo piano quando si vanno a raccontare certi territori campani ed alcune delle più antiche tradizioni enoiche regionali. E’ così ad esempio per quanto riguarda i Campi Flegrei, come nel ricordare il valore storico di un vino simbolo come il Gragnano, ma anche e soprattutto quando si parla di asprinio d’Aversa.

Asprinio d'Aversa 2011 Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Un vino e un’uva che non sono mai mancati nel carnet dell’azienda di Quarto sin dalla sua fondazione, sui quali la famiglia Martusciello ha investito tante risorse e preteso sforzi importanti per salvaguardarne la coltura e la produzione. Un territorio vasto e poco battuto l’agro aversano ma che da sempre consegna alle tavole e ai palati più attenti un vino dalle caratteristiche organolettiche molto particolari, uniche per quanto concerne il panorama enoico nazionale; un vino di cui si parla sempre troppo poco, e del quale, ahimé, se ne beve sempre meno. Un bianco assai vivace quando giovane, come nel caso di questo duemilaundici, tenue e franco al naso come sottile e teso in bocca, ma al contempo capace di sfidare il tempo senza temerne l’angustia (leggi qui). Del resto è proprio l’asprinio che vanta una vocazione alla spumantizzazione che pochi altri varietali autoctoni italiani sanno reggere in maniera eguale.

Don Pedro de Toledo Brut & Asprinio d'Aversa Extra Brut Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Non a caso Gennaro Martusciello, enologo dalle enormi conoscenze scientifiche prima che tecniche, ne intuì il potenziale sin da subito e lo mise alla prova con il metodo champenois, come testimoniano le primissime produzioni del Don Pedro de Toledo Brut; un ardire che gli valse per molti anni lo scherno quasi di amici e colleghi che fuori regione, con i grandi industriali dello spumante italiano, erano intenti già da tempo a scimmiottare variazioni sul tema Champagne lanciati pedissequamente alla ricerca di un terroir fac-simile che, è chiaro a tutti, non è invece replicabile fuori dal quel comprensorio che va dalla Montagne de Reims a la Vallé de la Marne o la Côte des Blancs.

Asprinio d'Aversa Extra Brut s.a. Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Ciò che rimane allora non è che il varietale a fare la differenza, con anche tutto quello che si può fare in cantina per costruirgli intorno il vino. Ma se in cantina, tecnicamente, si riuscirebbe in qualche modo a cavare un ragno dal buco, senza un’uva di qualità, con particolari qualità s’intende, non si va da nessuna parte. Tant’è che l’asprinio, soprattutto quando spumante metodo classico, ha dimostrato nel lungo periodo, nel tempo, di comportarsi da grande vino, capace di maturare senza invecchiare, elevarsi senza disperdersi, offrire, in certe annate o cuvée, bevute davvero incredibili, per certi versi sontuose. 

Un metodo classico che fa dell’acidità un’arma inesorabile, che il tempo, dalla presa di spuma alla maturazione sui lieviti, durante l’affinamento in bottiglia, ingrassa senza appesantirlo e che, tra l’altro, ha bisogno, chiede, dopo la sboccatura, un dosaggio bassissimo quando talvolta nemmeno necessario. Così si spiega l’intensità e l’armonia dell’Extra Brut di Grotta del Sole che, nella ormai imminente sua prossima uscita, sarà nuovamente senza annata (s.a.), una cuvée di tre raccolti che vuole ancora una volta mettere l’accento sulla più autentica tra le produzioni di vino spumante in Campania. 100% asprinio d’Aversa. A noi non resta che godercelo.

Siamo tutti con Gianfranco Soldera

4 dicembre 2012 by

Ieri una brutta notizia ci ha resi tutti un po’ più poveri, tolto il fiato, lasciati increduli. Arrivava da Montalcino, luogo simbolo del vino italiano.

Gianfranco Soldera - foto A. Di Costanzo

Nella notte del 2 dicembre scorso dei malviventi – perché tali sono, altro che vandali – si sono introdotti nella cantina di Gianfranco Soldera a Case Basse aprendo tutti i rubinetti delle botti in cantina con il vino in elevazione. Sono andati persi 626 ettolitri di Brunello delle annate dal 2007 al 2012 appena raccolto. Un disastro incredibile! 

Un gesto assurdo che ha però un valore simbolico molto preoccupante per tutto l’areale, per tutti quanti i produttori di Montalcino; così mi sento di appoggiare a pieno l’invito lanciato da Carlo Macchi su Winesurf ai produttori ilcinesi tutti ed al Consorzio di Tutela per dare sin da subito un messaggio forte per non lasciar passare l’idea che il fatto, di per se gravissimo, colpisca uno solo e non tutti quanti lì a Montalcino. 

Ben vengano naturalmente altre iniziative in tal senso, Soldera sarà anche inviso a molti ma è un riferimento assoluto per il territorio quanto per gli appassionati, ma quella di Carlo di creare un’etichetta  di Brunello “Montalcino per Soldera” dove tutti i produttori mettano un certo numero di litri del loro miglior vino potrebbe essere un modo serio e concreto per far capire che quei rubinetti sono stati aperti in tutte le cantine, quelle botti vuote sono di tutti e tutti contribuiranno a riempirle.

P.S.: l’azienda ha appena messo in rete sul proprio sito questo comunicato stampa.

Addendum del 7 Dicembre: gira in rete sempre su iniziativa di Carlo Macchi di Winesurf, qui sul sito di Pignataro, l’invito ad inviare una mail al Consorzio del Brunello per sostenere l’invito a creare un Brunello “Montalcino per Soldera”; se vi va, se anche voi volete far sentire anche la vostra “voce” inviate una mail a info@consorziobrunellodimontalcino.it  scrivendo “Vogliamo il Brunello “Montalcino per Soldera”.

Aggiornamento del 18 Dicembre: come riporta il sito de La Nazione ci sono aggiornamenti importanti sulla faccenda che pare sia riferibile ad una iniziativa solitaria di un ex dipendente dell’azienda che per questo è stato arrestato. 

Lusciano, Asprinio d’Aversa Vite Maritata 1998 e Santa Patena 2011, in mezzo… sempre I Borboni

3 dicembre 2012 by

Capita una sera a cena Salvo Foti, ti viene così di scendere giù in cantina e prendere una vecchia bottiglia di asprinio da bere con lui che tanto sembra appassionarsi alla storia di questo antico quanto poco conosciuto vitigno. Ed è subito grande intesa.

Carlo Numeroso, I Borboni - foto A. Di Costanzo

Ne rimane rapito Salvo Foti, lui che in Sicilia, col carricante – altro ostico bianco ritrovato -, sta facendo cose più che egregie; ma più di tutti appare sorpreso (anche se non troppo) proprio lui, Carlo Numeroso, vigneron dalla “capa tosta” e patron, col cugino omonimo, de I Borboni di Lusciano. “Le avevamo messe via in ricordo della fondazione della cantina che si inaugurava proprio quell’anno; finalmente stavamo a casa nostra, in questa splendida struttura che abbiamo recuperato dall’abbandono di troppi anni”.

Asprinio d’Aversa Vite Maritata 1998, ben quattordici anni fa. Una vita fa che però nel bicchiere sembra appena ieri. Il colore fisso nel tempo, appena paglierino, luminoso, vivo. Quel naso poi farebbe innamorare chiunque: verticale, appena sporco d‘idrocarburi ma fluttuante, tra il minerale e la macchia mediterranea, poi delicato sino a rinvenire sentori di fiori gialli e spezie dolci. Ma con un sorso dritto, profondo, una stilettata franca e materica. Anima indolente appena adolescente, smaliziata, irreprensibile.

Gianluca Tommaselli, Carlo Numeroso, l'Asprinio 1998 - foto A. Di Costanzo

Così le idee prendono forza, il progetto si arricchisce, la memoria storica ha qualcosa da raccontare e tramandare nel tempo, oggi, finalmente, non più per caso, per riconoscenza, ma per lanciare nel futuro un messaggio che arriva da lontano, da molto lontano con una chiarezza inequivocabile, più autentico che mai, vero e unico quanto sa esserlo solo l’asprinio: non è un vino per vecchi, non è un vino da bere con malinconia, solo per ricordare il tempo. L’asprinio d’Aversa è un vino inesorabile quando giovane, fresco, incalzante, allegro ma sa pure invecchiare bene, incredibilmente bene, ricco, sfrontato, complesso e, soprattutto, maledettamente riconoscibile.

Asprinio d'Aversa Vite Maritata 2011 I Borboni - foto A. Di Costanzo

Con queste premesse è nato e si farà il Santa Patena 2011, sul mercato il prossimo aprile 2013 e che promette di essere davvero una bella sorpresa per tutti gli appassionati di bianchi di spessore e carattere; viene da circa 2 ettari di vigna coltivati sul versante napoletano della dop Asprinio d’Aversa, a Santa Patena appunto, nel comune di Giugliano; si tratta di un vigneto allevato a sylvoz, sistema già ben collaudato da oltre trent’anni nelle vigne dei Numeroso a Lusciano, da cui si sono selezionati circa 25 quintali d’uva per 15hl di vino finito: 12 gradi, con una acidità iniziale pari a 13g/l ma che poi si è ridotta ad oggi a circa 8g/l, tutto lavorato in acciaio e tutt’ora in affinamento sulle fecce fini. 

Il bicchiere dovrà attendere un po’ per rivelarsi in tutto e per tutto ma ha già tanto da raccontare, tant’è che naso, colore e sapore non spostano di una sola virgola il ricordo del varietale che qui pare farsi assai più avvincente e materico del Vite Maritata pari annata. Ciò che più mi piace però in questo momento nel confronto, è che non si possa assolutamente parlare di un mero “esperimento” ma bensì di un normale, se vogliamo coraggioso, tentativo di alzare semplicemente l’asticella qualitativa di un vino, l’asprinio, che merita sicuramente maggiore spazio nelle carte dei vini dei ristoranti e nei taccuini dei degustatori più appassionati, sia quando spumante che vino fermo.

L’Arcante Wine Award® 2012, le nominations

1 dicembre 2012 by

Come ogni anno anche per questo piccolo blog in dicembre è tempo di classifiche; cosa sia L’A.W.A. è ormai chiaro a tutti i nostri lettori: diciamo che è un piccolo riconoscimento che ci sentiamo di dare a quelle persone, a quei vini che più ci hanno appassionato durante tutto l’anno che andiamo a metterci alle spalle. Eccovi quindi le nominations per il dumiladodici; se vi va, diteci pure la vostra.

L'Arcante Wine Awards 2012 - Spot

Miglior vino bianco   

  • Brda Sauvignon Opoka 2008 Marjan Simcic
  • Irpinia bianco Cupo 2010 Pietracupa
  • Langhe bianco Alteni di Brassica 1998 Gaja 

Miglior vino rosato

  • Salento Rosato Vigna Mazzì 2010 Rosa del Golfo
  • Lacryma Christi del Vesuvio Vigna Lapillo 2011 Sorrentino
  • Alto Adige Pinot Nero Rosé 2011 Franz Haas        

Miglior vino rosso

  • Taurasi Nero Né 2008 Il Cancelliere
  • Cerasuolo di Vittoria Grotte Alte 2006 Occhipinti
  • Venezia Giulia Pinot Nero 2006 Bressan

Miglior vino dolce

  • Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco Targa 1840 Florio
  • A. A. Moscato Rosa Praepositus 2009 Abbazia di Novacella
  • Jurançon Les Jardins de Babylone 2005 Didier Dagueneau

Miglior vino spumante

  • Franciacorta Collezione Brut Rosé 2005 Cavalleri
  • Riviera Ligure di Ponente Pas Dosé Abissi 2009 Bisson
  • Trento Riserva Lunelli 2004 Ferrari – F.lli Lunelli       

Miglior vino straniero

  • Saint Estèphe 2006 Cos d’Estournel – Bordeaux, Francia
  • Champagne Cristal 1997 Louis Roederer – Champagne, Francia
  • Corton Charlemagne 2010 Philippe Pacalet – Borgogna, Francia

L’azienda/Produttore dell’anno

  • Gaja – Barbaresco, Piemonte
  • Fattoria La Massa – Panzano, Toscana
  • Occhipinti – Vittoria, Sicilia 

L’enologo dell’anno  

  • Maurizio De Simone, enologo consulente
  • Thierry Gasco, chef de cave Vranken-Pommery
  • Mattia Vezzola, enologo consulente