Comunicare il vino, ovvero di cataloghi ed etichette bugiarde e sorrisi a denti stretti

14 gennaio 2010 by

Leggendo questo post  su  intravino mi sono ritornate alla mente le matite colorate con le quali la mia amata maestra alle elementari, la straordinaria Pina Buzzurro, era solita correggere i compiti in classe. Un colore per ogni tipo di errore, una diversa tonalità a seconda della sua gravità: il giallo ed il verde per quelli meno gravi, dettati magari dalla distrazione o dalla fretta di scrivere, il rosa, l’arancione per quelli da tenere in mente, da non ripetere, il rosso ed il blu a sottolineare quelli più gravi, quelli, diciamo così, imperdonabili, sui quali lavorare duramente e guai a ripeterli. Non di rado mi capita di ringraziare il cielo per averla avuta, una maestrina così.

L’errore è comunque sempre in agguato, guai ad ergersi a maestro della lingua e della grammatica, anzi, personalmente non posso che elogiare continuamente chi riesce a mantenere una certa “pulizia” di linguaggio, soprattutto grammaticale, lontana da quell’influenza popolana che proprio la velocità comunicativa del web ha costantemente attaccato rendendola spesso anacronistica. Il vino, il suo mondo, fa proprio della comunicazione, specializzata, settoriale, una sua arma irrinunciabile per arrivare al consumatore finale: riviste specializzate, almanacchi, guide ma anche eventi, incontri di degustazione che servono sempre (quasi) a far crescere attenzione ed attese su di una azienda, di un vino, di un territorio.

Qui con le parole si gioca tanto, la comunicazione è divenuta indispensabile, tutto, perchè puoi fare anche il miglior vino possibile ma se non lo sai comunicare rimarrà sempre misconosciuto o peggio, incompreso. Pertanto le bottiglie, le etichette, le loro retro, le brochures assumono un valore aggiuntivo importante e le fiere, i saloni del vino, le aste divengono sempre più palcoscenici fondamentali dove esaltare il proprio progetto, l’idea, il prodotto: attenzione però, da evitare assolutamente etichette bugiarde e lo scaturire di sorrisi a denti stretti.

Perchè? Perchè ci si ritrova talvolta tra le mani etichette e brochures bugiarde, pensate e soprattutto scritte da mani assolutamente a digiuno della materia, spesso quindi, con il “degustabolario” alla mano e con gli occhi chiusi, per non dire delle false verità che sembrano poi non avere più fine, tramandate di generazione in generazione diseducando, confondendo, distraendo sino all’inganno il consumatore finale.

Questa, in poche righe, la mia esperienza: ai primi tempi, alle richieste di alcuni clienti, di una buona bottiglia di Falanghina rossa piuttosto che all’insoddisfazione di trovare Taurasi solo rosso, sorridevo; Il giorno in cui svelai, tra le altre cose, la verità nascosta sul Fragolino qualcuno rimase interdetto, come quando iniziò ad essere ben chiaro il concetto che bere in uno stesso pasto vino bianco e rosso non era di per sé certezza di rimanere ubriachi o di cadere in stato confusionale.

In seguito, con pazienza, attenzione, sfatammo anche alcuni falsi miti come quello dell’ Asprigno d’Aversa o del Prosecco come sinonimo di spumantino scemo e potemmo così iniziare, tra le altre cose, a percorrere altri sentieri, come per esempio a discernere il Nobile di Montepulciano dal Montepulciano d’Abruzzo ed il Tocai friulano dal Tokaji ungherese. Venne poi il tempo di sviscerare le differenze clonali tra i sangiovesi Brunello, Morellino e Prugnolo, tra le varie anime del Nebbiolo della valtellina, di Barolo o di Barbaresco sino alla corretta pronuncia del “Ghevurztraminar” e dell’impronunciabile, per qualcuno, Quarz d’ Sciome.

Ecco, possiamo ritenerci soddisfatti di aver fatto un buon lavoro, non senza sbavature, ma il confronto ci ha sempre portato benefici, siamo per questo arrivati abbastanza lontani, e visto delle belle, non sufficienti però, evidentemente, a farci smettere di sorridere di fronte, ancora oggi, ad etichette bugiarde e strafalcioni di ogni genere, ai vini bianchi aromatici e leggeri e rossi fruttati per antonomasia, eleganti e fini per tradizione e, caratteristica tipica soprattutto dei vini rossi, quasi sempre corpulenti e robusti per vocazione, come il loro abbinamento con arrosti e cacciaggione.

Allora di cosa ci meravigliamo se un Richebourg di Madame Lalou Leroy diviene per magia un Rich Bourg Le Roi (un ricco borgo da re!!)? E’ vero, a certi livelli di conoscenza è complicato arrivarci, ma almeno una casa d’aste che sta per battere bottiglie per un valore complessivo a cinque-sei zeri non dovrebbe esimersi dal pagare quattro soldi ad un sommelier qualunque per tentare di descrivere esattamente i vini in catalogo, anche perchè, magari, queste bottiglie saranno pure capitate per sbaglio, per eccesso di vanità, per puro pavoneggiarsi nelle cantine del fu riccone di turno, ma chi le dovrà acquistare, quantomeno dovrà essere consapevole di stare spendendo cifre blu sorridendo alla leggerezza o alla rabbia.

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Album: a caccia di emozioni, da condividere

13 gennaio 2010 by

Monte di Procida, Piedirosso Sorbo Rosso 2006

11 gennaio 2010 by

Monte di Procida nell’immaginario collettivo è sempre stata terra di partenza, qualche volta luogo di ritorno. Gli annali sono pieni zeppi di riferimenti che raccontano di intere famiglie che hanno lasciato questo piccolo comune dei Campi Flegrei per raggiungere mete lontane, gli Stati Uniti, il Canada, il Sud America, facendovi ritorno solo dopo lunghi anni trascorsi in terra straniera, qualificando ed ampliando l’offerta gastronomica di questi paesi aprendo  pizzerie, pub e ristoranti più o meno di cucina tradizionale.

Monte di Procida, va ricordato a chi non lo sapesse, annovera anche il merito di contribuire alla formazione della marineria più esperta in forza nelle compagnie multinazionali di shipping che solcano i mari di tutto il mondo, che qui sanno di poter trovare mano d’opera esperta ed impavida che porta nel proprio dna un legame fortissimo con il mare. Così, appena un anno fa, introducevo la piacevole degustazione del Piedirosso dei Campi Flegrei 2006 base sul wineblog di Luciano Pignataro; vino nel quale Gennaro Schiano, giovane patron di Cantine del Mare, anche con l’iniziale aiuto di Pasquale Massa, ha fortemente creduto, sin dall’inizio nel 2003, guardando al futuro viticolo di questi pochi vocatissimi ettari strappati letteralmente al mare lungo i pendii scoscesi del piccolo comune flegreo che guarda il mare del canale di Procida.

Per definizione vi è convinzione generale che nei Campi Flegrei, oltre all’areale del lago d’Averno e della Collina dei Camaldoli, proprio il territorio a ridosso delle coste e soprattutto nel comune di Monte di Procida fosse, per elezione, il miglior terroir possibile per questo vitigno; ma la storia della nostra terra ci ha lasciato notizia che proprio qui, per primo, è stato negli anni sistematicamente abbandonato a favore della coltivazione della sola Falanghina e in generale di vitigni di minore valore storico ma certamente di più alte rese commerciali: trebbiano, barberamontepulciano su tutti (continua a leggere qui sapere tutto sul piedirosso flegreo).

Il Piedirosso dei Campi Flegrei Sorbo Rosso 2006 nasce, con queste premesse, da una riserva di poche bottiglie stipate proprio per valutarne integrità e longevità nel tempo, con la promessa di rilanciare una vocazione spergiurata da molti e timidamente riproposta da Cantine del Mare già con il vino base dello stesso millesimo di cui sopra la mia passata recensione; Il vino si presenta con un bel colore rosso rubino, con una piccola nuances granata sull’unghia, di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è inizialmente interessato da una sottile nota eterea, poi tostata, ha bisogno di qualche minuto per aprirsi e concedersi su piacevoli sensazioni varietali quasi sempre essenziali ma mai secondarie in un vino come il piedirosso flegreo: note floreali di petali di rosa rossa e geranio passite, frutti rossi surmaturi e terra bagnata.

Un vino certamente fine, di discreta complessità, in bocca è secco, caldo ed abbastanza morbido, l’assenza di un tannino pronunciato, mai nelle corde del nostro per e’ palummo, lascia spazio ad una beva gradevole e lungamente fresca, sorretta da buona vena sapida, equilibrata e per giunta armonica. Su Polpettine fritte di alici, mandorle e capperi o magari, per chi ancora sa cosa significano, sulla zuppa di “paparelle”.

Montemarano, Cinque Querce 2005 di Molettieri

10 gennaio 2010 by

In principio era Mastroberardino, poi alcune altre venute fuori poco dopo i primi anni novanta, quando, mentre a Milano si tiravano le cuoia alla prima repubblica, e si faceva la storia, proprio in quell’Irpinia appena spodestata da Roma, un po’ della sua storia viticola, ferma sino ad allora al palo, iniziava finalmente a cambiare registro; Sbocciavano così, come fiori a primavera, aziende come Feudi di San Gregorio, Antonio Caggiano, Terredora e tante altre piccole realtà, sino ad allora remissive e praticamente sconosciute ai più. Salvatore Molettieri era tra queste ultime, produceva uva ma non aveva i mezzi per poterla vinificare ed imbottigliare in proprio, pertanto la vendeva alle principali aziende campane. Nel 1995, dopo alcuni anni di duro lavoro e con l’ingresso in azienda del figlio enologo Giovanni prende il via quella che è diventata in poco più di dieci anni una delle più importanti realtà vinicole della nostra la regione. L’Aglianico Cinque Querce, è per definizione dello stesso Salvatore, il suo giovane Taurasi: “in effetti la vigna da cui nasce è la stessa, quel vigneto Cinque Querce allocato in Montemarano tra le contrade Musanni e Iampenne, con piante dell’età media di 15 anni, dove negli anni di reimpianto in reimpianto si è intensificata la concentrazione di ceppi allevati, sino ai 3500 per ettaro attuali, per consentire rese più basse ma di maggiore qualità.

Da questa vigna nascono tre vini, l’aglianico base propriamente detto ed i due Taurasi e Taurasi Riserva. Di questi ultimi due mi sono rimaste memorabili alcuni millesimi bevuti in passato, in particolare il 1988, il 1994, il 1999, il 2001 ed il Riserva 2001 ed il 2003, tutti su livelli espressivi di grandissimo rilievo e di particolare slancio emotivo. Ma veniamo al vino nel bicchiere, il colore è inchiostro, impenetrabile, di buona compattezza e vivacità. Il primo naso esprime intensità e profondità, alterna sensazioni fruttate a sentori floreali passiti e sensazioni eteree. Si percepiscono nitidamente amarena in confettura e ginepro, garofano, spunti olfattivi di note di resina, spezie fini e cacao in polvere. In bocca è pieno, secco ed abbastanza morbido, di buona sapidità, il tannino è manifesto setoso e avvinghiato dall’ inizio alla fine della beva da una buona carica glicerica. Decisamente sorprendente, un vino di razza, ancora polposo di frutto e vibrante di gusto, in piena evoluzione, da bere con grande piacere con piatti di carne e formaggi anche lungamente stagionati.

I vini della Campania, qui tutti gli indirizzi utili

9 gennaio 2010 by

Ci sono arrivate numerose mail, soprattutto lo scorso fine settimana, evidentemente da fuori regione, che ci chiedevano dove e come cercare una valida guida ai vini della nostra regione Campania. Buona parte del merito di tante richieste è senz’altro imputabile alla straordinaria visibilità acquisita da questo blog grazie agli amici di Dissapore ed Intravino che hanno tenuto, nei primi giorni dell’anno, lungamente in home il nostro articolo sulle bollicine campane (circa 80 visite uniche al giorno per tutta la settimana a cavallo del capodanno). Ebbene, oltre che invitare tutte queste persone a continuare a seguirci con la speranza di dare loro sempre delle buone dritte sul nettare delle nostre terre, gli abbiamo segnalato, qualora riuscissero ancora a trovarne qualcuna in giro, un classico, ormai, dell’editoria nostrana a cura dell’amico Luciano Pignataro, edizioni l’Ippogrifo, uscita in libreria qualche tempo fa (2007) ma a tutt’oggi l’unica opera di riferimento per avere tra le mani tutti gli indirizzi utili.   

La Guida completa ai vini della Campania, aggiornata al 2006 contiene questi numeri: 58 aziende a Napoli, 68 in Irpinia, 60 nel Sannio, 30 nel Casertano e 30 del Salernitano. I vini più importanti sono descritti a più mani, alcune verticali storiche, come il Fiano di Vadiaperti, il Taurasi Macchia dei Goti di Caggiano, il Radici di Mastroberardino, il Montevertrano, il Fiano di Marsella,sono raccontate e fissate nella storia vitivinicola campana. Ogni azienda è stata visitata personalmente dall’autore prima di entrare nella guida. In appendice i ristoranti più importanti, i wine bar, l’elenco ufficiale dell’Ais e di Assoenologi. Infine le bottiglie dell’Arca: 142 etichette scelte per riporle nella cantina ideale del vino campano secondo il gusto e le suggestioni dll’autore. Elemento da non trascurare, la guida è sponsor free, cioè non basa il proprio budget editoriale su nessun contributo privato o pubblico, niente pubblicità dirette o indirette (vedi acquisto copie concordato prima della stesura). L’autonomia di giudizio è garantita dall’investimento editoriale perché questo lavoro è stato pensato per i lettori e gli operatori del settore in una fase in cui la critica enologica sta subendo un profondo ripensamento. Ogni scelta, ogni valutazione, ogni indicazione, è il frutto di una scelta consapevole dell’autore e dei giornalisti che hanno partecipato all’impresa.

Chi vuole acquistarla può provare, per spedizione, a trovarne ancora qualche volume scrivendo a info@edizionidellippogrifo.it o telefonando all’editore Franco Ciociano (347.0503455 e 081.5177000).

Formaggi d’Italia, il Caciocavallo Podolico

9 gennaio 2010 by

Il caciocavallo è il simbolo di una tradizione casearia tipicamente meridionale. Nasce infatti da quella tecnica detta “a pasta filata” che soprattutto nel sud Italia si è sviluppata e messo a punto nei secoli, per garantire conservabilità e salubrità ai formaggi di latte vaccino. La cagliata, ottenuta mediante riscaldamento e coagulazione del latte, subisce una seconda cottura, sino a che diventa elastica e può essere così manipolata senza rompersi. Le mozzarelle, le scamorze, i provoloni e naturalmente i caciocavalli sono tutti formaggi ottenuti con questo specifico metodo di lavorazione.

Il Caciocavallo Podolico è un formaggio che si presta tranquillamente anche stagionature particolarmente prolungate, soprattutto con pezzature grandi (per esempio da 4 a 8 kg) le quali possono arrivare perfettamente integre anche a quattro, cinque anni di affinamento. In tal caso al gusto offrono una complessità straordinaria, una gamma di aromi che solo un latte di eccellenza come quello degli animali Podolici bradi può garantire.

E’ il classico prodotto che da solo rappresenta una portata unica, mai stucchevole e che conquista ad ogni morso, saporito, dal carattere inconfondibile e degno compagno di grandi vini. Qualcuno, nel servirlo, preferisce mitigarne la forza gustativa accompagnandolo a miele di castagno o di sulla, abbinamento che si può anche definire egregiamente equilibrato, ma che naturalemente rischia di non lasciare apprezzare al meglio la ricchezza organolettica di questo straordinario prodotto.

Il Caciocavallo Podolico è particolarmente pregiato e si produce con il latte di una razza specifica chiamata appunto, Podolica, ancora presente sull’appennino meridionale. Un tempo, questa era la razza dominante nel nostro paese, oggi, soprattutto dopo decenni di strenua ricerca di sovraproduzioni standardizzate ed allevamenti intensivi si è ridotta a circa 25.000 esemplari, divenendo un patrimonio da salvaguardare e le ragioni principali sono essenzialmente due: produce poco latte (anche se di straordinaria qualità) e, per la sua caratteristica rusticità, deve essere allevata allo stato brado o semibrado, mal prestandosi quindi ad uno sfruttamento intensivo.

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E… se il cliente mi chiede vino Kosher?

8 gennaio 2010 by

Il periodo di lavoro appena trascorso a Capri mi ha spesso messo a confronto con richieste di vino Kosher, occasioni, quelle, per saperne qualcosa in più sulla particolare procedura grazie alla quale certi vini possono ottenere la certificazione dal Rabbinato d’Israele per essere poi consumati dagli avventori ebrei.  

La premessa è che il vino, nella sua sacralità e nel suo contenuto di potenzialità nascosta che si trasforma in atto, richiama la mente all’idea della Creazione, con l’insieme di leggi naturali e sacerdotali destinate all’umanità in genere ed il popolo d’Israele in particolare. Per questo la preparazione accurata eseguita anche manualmente da ebrei osservanti è l’unica garanzia di un uso moderato e sobrio che riconduce l’uomo della gioia del cuore secondo il verso dei salmi “il vino farà gioire il cuore dell’uomo” nell’eseguire la volontà del creatore.

Proprio per questi motivi ogni operazione manuale ed ogni spostamento mosto/vino deve essere eseguita da ebrei osservanti che collegheranno i tubi necessari ed azioneranno pompe, valvole e raccordi su indicazione del tecnico di cantina. Ogni eventuale operazione eseguita da altri comprometterebbe l’intera vasca di produzione; Per evitare intromissioni è necessario quindi sigillare con 2 segni in alto ed in basso con piombi e firma.

Durante le fasi della produzione è importante che tutti gli impianti in metallo o vetroresina siano precedentemente lavati con acqua bollente; Le parti di raccordi in gomma, qualora già in uso in cantina da diverso tempo, vanno procurate nuove. Il personale ebraico entra in scena sin dall’operazione di spremitura delle uve, per ribaltare il camion e far pervenire le uve nella coclea, azionare le pigiatrice e diraspatrice e le pompe che dirigono il mosto nel tino. A questo punto, le bucce ed i semi vengono chiusi e sigillati per essere portati in distilleria dopo aver bollito l’impianto. I prodotti che ne derivano da questa catena sono oramai considerati Mevushal (vino cotto), quindi da questo momento può essere toccato da ogni operatore purchè ad ogni travaso o altra operazione successiva sia presente l’autorità Rabbinica. In fase di lavorazione del vino è permessa l’immissione di:

  • anidride solforosa S02;
  • zuccheri, purché controllati in forma di mosto concentrato, solo se certificato, generalmente molto difficile reperirlo in Italia;
  • aggiunta di saccaromiceti controllati dal Rabbinato francese, tipo Kl Lavine o prodotti certificati Isecco;
  • bentonite;
  • la bollitura e la cottura, sono fasi necessarie visto che trasformano la qualità del prodotto rispetto agli addetti professionali e tecnici, che solo dopo questa fase possono intervenire manualmente. La recente esperienza vinicola prevede di collegare un pastorizzatore ad un refrigeratore così il vino passa in poco più di 4 – 5 secondi alla temperatura di 86 Celsius per essere immediatamente raffreddata a -4 C. Tale procedura garantisce un mantenimento delle qualità organolettiche del prodotto senza perdita di aroma e profumo.

Durante la fase di filtraggio è necessario per poter avere il prodotto Kasher Le Pesach, controllare che i filtri in cellulosa non contengano amidi o derivati da altri cereali. La maggior parte di filtri in commercio se certificati rispondono a questi requisiti. Dopo una preparazione e pulizia dell’impianto è possibile imbottigliare in bottiglie nuove e pulite secondo la normale procedura. La norma ebraica richiede che vi siano tre segni di riconoscimento della specificità del prodotto:

  • l’etichetta
  • eventuale retroetichetta o in alternativa capsula termica
  • tappo con segno di riconoscimento o marchio del Rabbinato.

Nell’etichetta dovrà apparire inoltre il nome del Rabbino che ha eseguito il controllo e che rilascia il certificato. Tale etichetta può anche essere eventualmente applicata sulle scatole d’imballaggio. Sarà l’Autorità Rabbinica a rilasciare ogni volta il numero di etichette o tappi necessari all’operazione. Tutta la produzione annuale sarà accompagnata da un certificato originale registrato presso il Rabbinato Centrale d’Israele che ne garantisce l’esportazione.

Tra le più rinomate etichette del panorama enologico modiale dei vini Kosher, oltre ai marchi storici Israeliani Domaine Du Castel, Dalton, Galil Mountain, Yarden, Barkan, Ella Valley, Noah-Hevron Heights, Tanya non mancano alcune etichette italiane di aziende anche di enorme spessore come la nostra Feudi di San Gregorio (molto buono l’Aglianico Rosh ed il Fiano di Avellino Maryam) ed altre come la romana di Zagarolo Federici, la marchigiana Azienda Agricola Degli Azzoni Avogadro Carradori oltre che le californiane Baron Herzog e Covenant.

Isola di Ponza, Il “Tavel” 2008 di Punta Fieno

7 gennaio 2010 by

Nell’ultimo numero di deVinis¤, la rivista ufficiale dell’associazione italiana sommeliers, compare il bell’articolo scritto dall’amica sommelier Michela Guadagno sull’evento che abbiamo realizzato lo scorso 17 ottobre presso il prestigioso Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri sui vini delle piccole isole del sud. In quell’occasione proponemmo in degustazione, ad una platea particolarmente edotta, alcuni tra i migliori vini prodotti nelle isole di Ischia, della stessa Capri, della splendida Pantelleria e di Ponza. Il risultato fu davvero sorprendente e tra i vini più interessanti ne venne fuori proprio quello prodotto sull’isola tanto amata da Strabone, il Fieno bianco 2008 delle Antiche Cantine Migliaccio, del quale potete trovare ampia descrizione storica ed organolettica sul sito di Pignataro¤ attraverso il racconto di Marina Alaimo¤ e di Michela Guadagno¤.

Antiche Cantine Migliaccio sopravvive esclusivamente grazie al forte legame che Luciana Sabino ed il marito Emanuele Vittorio nutrono per l’isola di Ponza ed in particolare per questo lembo di terra, in località Punta Fieno, che conserva un fascino incontaminato unico e raro in un isola da sempre depredata della sua vocazione rurale e naturalistica per fare posto al cemento delle case vacanza ed alle speculazioni dei burini arricchitisi con esse.  Appena 2 ettari di vigna allevati grazie ad un lungo lavoro di restauro di muretti a secco, abbarbicati su per la piccola collina che lega la splendida Chiaia di Luna al Faro,  raggiungibile esclusivamente attraverso una stretta mulattiera e con almeno 40 minuti di cammino che durante le estati più calde possono portare a dover sopportare temperature anche vicine ai 40-50 gradi.

Il Fieno Rosato nasce con l’intenzione di verificare le qualità tangibili delle uve rosse allocate in zona, piedirosso soprattutto, ma anche guarnaccia, montepulciano, barbera, tutti vitigni trapiantati sull’isola, in via sperimentale, dai vari contadini succedutisi nella conduzione dei vigneti nei decenni precedenti l’avvento della famiglia Migliaccio; uve, tutte, non certamente favorite da una condizione pedoclimatica davvero particolare, dato lo stress, soprattutto idrico, a cui sono sottoposte nel periodo di piena maturazione ed in prossimità dell’epoca vendemmiale. C’è da aggiungere a tutte queste, l’enorme difficoltà che si vive ad ogni raccolto, dato i mezzi tecnici a disposizione davvero essenziali a causa dell’ubicazione delle vigne e delle enormi difficoltà di strutturare il loco una vera e propria cantina, in effetti un piccolo cellaio restaurato, non senza ingenti sacrifici, dove grazie a piccoli fermentini trasportati addirittura in elicottero (!) comunque avviene tutta la fase di raccolta e vinificazione, in condizioni, per così dire, primitive.

Ciononostante mi ritrovo nel bicchiere un bel vino dal colore rosa tra il ramato ed il cerasuolo, per intenderci, appena una spanna sotto il chiaretto, di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso va lasciato scivolare via poichè conserva una lieve nota di riduzione che con una giusta ossigenazione, due-tre minuti al massimo, va via lasciando spazio a sottili e gradevoli sentori floreali e fruttati. Note di petali di  rosa e geranio, ma subito dopo mora rossa e melograno. Caratteristiche distintive di un vino di difficile concepimento ma dal risultato encomiabile viste le difficoltà attraverso le quali nasce.

In bocca è secco, abbastanza caldo, una discreta acidità maschera bene il buon tenore alcolico che comunque raggiunge i 12 gradi e mezzo. La beva risulta gradevole ed il finale di bocca è piacevolmente ammandorlato. Da bere fresco ma non freddo, su pietanze saporite di mare ma anche su carni bianche al sugo, coniglio o pollo ruspante su tutte. Rimuginando, cercandone similitudini, mi è venuto in mente il Tavel,  tradizionale e classico rosè d’oltralpe prodotto nella a.o.c. omonima a sud della Valle del Rodano, vino emblematico di come i vini rosati possano essere amati ed apprezzati in tutto il mondo non solo come vini dal consumo veloce (di annata, per meglio capirci) ma anche da saper e poter aspettare per qualche anno prima di berli. Ecco, a volte, sacrificando mediocri vini rossi si possono tirare su, senza fasciarsi la testa e senza alzare troppo il tiro, piacevoli e rari vini ramati.

Il Sommelier, tecnico professionista del vino

7 gennaio 2010 by

Il sommelier professionista è una figura professionale altamente qualificata che non può mancare nei ristoranti di alto livello, nelle enoteche e in genere in tutti quei locali dove si offre una qualità di food&beverage e servizi di categoria elevata. Si occupa innanzitutto di selezionare i vini, acquistando quelli che più ritiene più idonei da proporre ai clienti tenendo conto di diversi fattori decisivi: la qualità dell’ambiente in cui opera e la sua clientela, l’originalità e l’autenticità dei prodotti selezionati, e di questi ultimi, la loro bontà espressiva e possibile commercializzazione, l’interazione con la propria offerta di food, la profonda conoscenza del mercato e dei suoi andamenti; mai assoggettando in maniera autarchica le richieste dei clienti alle proprie fisse o ai soli fini della sterile vendita.

I vini prescelti, eventualmente con i distillati ed i vini speciali, vengono descritti in modo dettagliato sulla carta, che deve risultare chiara, articolata in maniera risoluta e di facile consultazione. Da evitare enciclopedie, peggio a volumi, e sfoggio di personalismi altamente (banalmente) didattici, quasi sempre indigesti ai fini di un giusto risultato e che spesso non fanno altro che complicare la vita (la giusta scelta) all’avventore di turno. Piuttosto pensare di aggiornarla continuamente o magari stupire il proprio cliente con proposte di vini fuori carta da raccomandare e raccontare in maniera appassionata e convincente.   

Tutto ciò necessita da parte del sommelier professionista una profonda ed articolata conoscenza del proprio lavoro e del mondo in cui opera, sia esso enologico che gastronomico. Questi ha basi di conoscenza enologica e merceologica di spessore, consolidate in anni di studio e specializzazione, in viaggi alla scoperta di realtà nuove ed avvincenti e confronti in aziende, fiere ed eventi; quindi, degusta continuativamente i vini ed è sempre costantemente aggiornato sulle novità di mercato, sia esso locale che internazionale, carpendo e magari anticipandone le tendenze.

Pertanto oltre a confrontarsi costantemente con gli altri reparti interni alla struttura dove opera, (cucina, bar ecc…) sia esso un ristorante, winebar, albergo, enoteca, deve saper gestire il settore beverage anche interagendo al meglio con gli input che gli arrivano dall’esterno, gestendo i rapporti con i produttori o suoi rappresentanti e con gli stessi professionisti del settore in cui opera (colleghi sommeliers, ristoratori, manager), in entrambi i casi la sua competenza deve essere tecnica, puntuale e precisa. Continua…

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Sorbo Serpico, l’alto aglianico 2004 dei Feudi

6 gennaio 2010 by

Aglianico, aglianico, aglianico. Si sprecano gli elogi e gli applausi ai pregi del più prezioso dei vitigni a bacca rossa campani e forse di tutto il sud Italia. Si sprecano, alla stessa stregua degli encomi, i tentativi di carpirne e discernere le peculiarità attraverso vini esemplari avendo come riferimento oggi questo, domani quello: di clone in clone, di areale in areale, di vino in vino sino all’azienda di turno, all’etichetta del giorno. Un dato è certo, è un grande vitigno che può dare grandi vini con aspettative di lunga vita ma non bastano, ad oggi, le vendemmie vissute per poterne trarre il dado certo di quale sia la migliore strada, in assoluto, percorsa, ne tantomeno l’unica da imboccare. Tuttalpiù, divergenze importanti per risultati unici.

In principio fu Serpico, tra i pochi, primissimi vini a reinterpretare il modello aglianico di Taurasi in Irpinia, non entrando volutamente nel disciplinare d.o.c.g. per offrirsi prontamente al mercato e già (più o meno) dopo 14 mesi di barriques e poco più di sei mesi di affinamento in bottiglia. Quali e quanti dopo? Tanti, ma più che altro fini a se stessi, utili senz’altro a rinfoltire i grami listini aziendali ed a specchiare le ambizioni di rappresentanti manolesti, molto poco funzionali, a ragion del vero, a quel percorso di zonazione vitivinicola tanto necessario e caro a molti, oggi, quanto più semplice da intuire (ed assolutamente disatteso) in quel tempo.

Un grande rosso in lenta ma costante crescita qualitativa, qui nel millesimo 2004 davvero in grande spolvero, soprattutto ai fini di una propria e specifica  caratterizzazione stilistica. Si sono susseguiti, negli anni, altri esempi e cloni di una idea diversa di aglianico irpino capace di svestire l’etichetta “Taurasi”, per qualcuno sempre troppo fedele a se stessa per poter ambire a mete e mercati più preziosi e di più ampio respiro internazionale. Ma il Serpico rimane ancora un modello inarrivabile nonostante qualcuno dalla memoria più ferrea ricorderà le difficoltà iniziali di questo vino, accolto sul mercato con tanta curiosità quanto scettiscismo:  siamo, calendario alla mano, nel 1995, siamo, non a caso aggiungo io, ancora in epoca di sfide e scommesse con Luigi Moio in regia, che lascerà a distanza di qualche mese (suo malgrado), il posto a Riccardo Cotarella. Il colore, a distanza di cinque anni, è rubino vivace, praticamente impenetrabile. Il primo naso è teso su di un ventaglio olfattivo davvero complesso: fruttato, floreale, balsamico, in primo piano ciliegie nere, viola passita, liquirizia. Dopo poco si capisce la grandezza di questo piccolo gioiello enologico: l’effluvio delle note olfattive continua su sentori speziati di coriandolo, di pelle animale, terra bagnata, sempre costantemente fini ed eleganti. In bocca è secco e caldo, possiede una quadratura acido-tannica sorprendente ed eccellente: durezze e morbidezze in perfetta fusione ed armonia, per un vino da godere oggi mentre scorre nel bicchiere piuttosto che tra un decennio almeno. Da aprire tempestivamente per goderne al meglio del frutto, almeno un paio d’ore prima, servire in calici ampi e su piatti di grande carattere e succulenza e/o aromaticità: su tutti, agnello arrosto e mozzariello (appena piccante) alla brace.

Diario di una Bevuta, tutte le date di Gennaio

6 gennaio 2010 by

 

DIARIO di una BEVUTA, ecco il programma settimanale di questo primo scorcio 2010 anch’esso da vivere all’insegna del grande vino da conversazione (come è stato per lo scorso mese di novembre), quel vino cioè capace di raccontare se stesso attraverso ogni singolo sorso. Luoghi, persone e memorie che fanno di alcuni vini grandi ed esclusivi nettari d’autore.
  • SABATO 9 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Contea di Sclafani Rosso del Conte 2003 Tasca d’Almerita
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
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  • LUNEDI’ 11 GENNAIO ore 19.30 – 21.30
  • Group Wine Taining  – blind panel test –
  • ticket di partecipazione: da definire 
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  • GIOVEDI’ 14 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2004 Tenuta Lodola Nuova
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  • SEGUE: AMICI DI BEVUTE – PerCorso di Degustazione
  • VENERDI’ 15 GENNAIO ore 20.30
  • Con GROTTA DEL SOLE al TIFF PizzaCaffè di Pozzuoli
  • ticket di partecipazione di €ur 40,00 
  • more info:  TIFF Pizza Caffè 081 855 54 95
  • oppure 081 804 25 66
  •  
  • SABATO 16 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Aglianico del Vulture Don Anselmo 2005 Paternoster
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  • GIOVEDI’ 21 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Brunello di Montalcino 2003 Tenute Silvio Nardi
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • VENERDI’ 22 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Saint Estephe 2000 Chateau Phelan Segur 
  • ticket di partecipazione di €ur 16,00
  • SEGUE: AMICI DI BEVUTE – PerCorso di Degustazione
  •  
  • SABATO 23 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Torgiano rosso Riserva Rubesco Vigna Monticchio 2003
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • GIOVEDI’ 28 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Toscana rosso Giorgio I 2006 Fattoria La Massa
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • VENERDI’ 29 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Roccamonfina rosso Gladius 2006 Tenute Adolfo Spada
  • ticket di partecipazione di €ur 10,00
  • SEGUE: AMICI DI BEVUTE – PerCorso di Degustazione
  •  
  • SABATO 30 GENNAIO ore 19.30 – 20.30
  • Langhe rosso Darmagi 2001 Gaja
  • ticket di partecipazione di €ur 18,00
conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo

Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile.

Ariano Irpino, caccia alla Volpe… Rosa

6 gennaio 2010 by

Alla domanda cosa rende un uomo libero, io rispondo sempre, i suoi sogni! Una frase fatta? Non mi interessa risultare scontato e nemmeno conoscere chi l’abbia detta prima, so solo che suona bene, è da effetto ma soprattutto rende subito l’idea della personalità di chi ci crede.

Da bambino nutrivo sempre un certo rancore quando mi facevano giocare in porta, ma lo facevo sempre con grande impegno sognando di imitare, nonostante tifassi Napoli for ever, l’uomo ragno Zenga, tanto che nel tempo, i risultati obbligarono i miei amici a chiedermi di fare prima il difensore, poi l’attaccante sino a quando fui io a decidere, se avessero voluto schierarmi tra le loro fila, di fare il regista e dettare i tempi di gioco. Come calciatore non sono andato tanto lontano, tuttavia ho sempre pensato di non dare tutto per scontato e fare ogni cosa nella mia vita con impegno e dedizione profonda.

Così con i vini di Cantina Giardino, ai quali non posso certo dire di essermi avvicinato con grande entusiasmo. E’ vero, c’era di che raccontare: vini naturali, che sull’onda del fenomeno (mai poi tanto fenomeno) biodinamico per un tempo sembravano poter sconvolgere ogni cosa in materia di vino. C’era e c’è insistente, il grande progetto culturale, qualcuno ci aggiunge a ragion del merito, filosofico, che vede impegnati a vari livelli l’enologo Antonio di Gruttola che ho avuto il piacere di conoscere ad un bellissimo laboratorio proprio sui vini naturali che ci inventammo nel 2007 con l’Ais Napoli a Bacoli, poi Daniela e Davide De Gruttola e non ultimi Pasquale Giardino ed Antonio Corsano, ma in alcuni vini poi nel bicchiere, a dirla tutta, di ciccia ne intravedevo davvero poca, soprattutto in quei primi Fiano Gaia e Greco Adam, mentre a destarmi entusiasmo furono da subito i due Aglianico, il Nude ed il Drogone, davvero gradevole il frutto del primo, impressionante a tutto tondo il secondo.

In generale quindi, la mia idea era di vini certamente espressione profonda di una voluttà territoriale possibile, ma difficili, soprattutto appena superata la comprensione intellettuale prima dell’approccio gusto-olfattivo. Vini evoluti e a tratti forzati, contrariamente alla naturale lentezza che invocavano; in sintesi, soprattutto i bianchi, li ritenevo vini che più che complessi li recepivo come complicati, ermetici, soprattutto in virtù delle aspettative varietali in materia di fiano e greco.

Curioso invece e a tratti sensazionale questa coda di volpe rossa, vitigno praticamente scomparso se non tra i giardini davanti casa dei contadini avellinesi più attempati, dove resistono vigne anche di oltre 60 anni che l’azienda con sapiente e maniacale cernita segue e ne ritira le uve, vinificandole con una breve criomacerazione e una successiva fermentazione su lieviti endogeni. Risultato? Circa 400 bottiglie prodotte a sottolineare – se ce ne fosse stato bisogno – l’anacronistico non-buisness e, non ultimo, un gradevolissimo rosato di grande empatia.

Esaltante riprovare il Volpe Rosa 2004 a distanza di due anni dall’ultima bevuta ed ancora più esaltante ritrovare un vino, dopo cinque anni ancora più integro ed affascinante di prima. Colore rame vivacissimo con piccole sfumature aranciate, cristallino. Il primo naso è un effluvio di sensazioni floreali passite, garofano, poi di agrumi canditi, buccia di mandarino, pera williams. Poi ancora china rossa, e sottile nota caramellata, dolce e profonda. In bocca è secco, ha conservato una trama fitta di acidità con un finale di bocca davvero gradevole e corroborante. Un vino davvero interessante, piacevole, infinito, che al cospetto di un Rosato di Ama 2007 di Castello di Ama ed un blasonato Rosato Tenuta Greppo 2005 Biondi Santi li ha messi tutti e due in fila con un sol colpo… di coda naturalmente!!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Sant’Agata de’Goti, il Gotico 2007 di Ciervo

5 gennaio 2010 by

Si scrive Sant’Agata dei Goti ma si legge, per molti, Mustilli. Il gran lavoro portato avanti negli anni, con grande sacrificio ed ostinazione dall’ing. Leonardo e Marilì, proseguito poi nel tempo dalle tenaci e solari Paola ed Annachiara, hanno senza dubbio contribuito in maniera decisiva alla nascita ed alla crescita di un terroir sempre troppo poco appariscente sulla scena enologica campana, pur essendone, da un punto di vista volumetrico, l’areale regionale di maggiore interesse vitivinicolo. Un primato costantemente subìto come fardello piuttosto che elogio alla nobile arte enoica qui conosciuta e praticata con successo sin dai tempi dell’antica Saticula e sempre commista alle molteplici attività produttive del luogo. Il riscatto è alle porte, e passa soprattutto da vini come questo Gotico 2007 della famiglia Ciervo, dallo straordinario rapporto prezzo-qualità, che lo vede collocarsi nelle enoteca, in vendita al pubblico, a poco più di 4 euro e 50. Negli assaggi di dell’ultimo scorcio del 2009, solo il Gallicius Aglianico di Adolfo Spada mi ha colpito così piacevolmente tra i vini rossi di questa fascia di prezzo, sempre più un riferimento indispensabile per i rivenditori specializzati per uscire fuori da questo stato di catalessi economica venutosi a creare negli ultimi anni, quantomeno per scongiurare il ritorno, insopportabile per molti, soprattutto per coloro che se l’erano allegramente lasciato alle spalle appena pochi anni fa, del pur redditizio mercato del vino sfuso.

Nasce da vigne di aglianico ed una piccola percentuale di merlot, allevate a spalliera con una media intensità d’impianto, circa 3500 piante per ettaro esposte a sud, sud-est, allignate da tempo intorno alle colline di Sant’Agata de’Goti. In vinificazione si predilige l’utilizzo del solo acciaio con una fermentazione a temperatura controllata, intorno ai 25°, ed un tempo di macerazione bucce-mosto mai inferiore ai 20 giorni, per garantire una estrazione lenta, controllata e non troppo spinta.

Ne viene fuori un vino dal colore deliziosamente vivo, rosso rubino con sfumature violacee, di buona vivacità e poco trasparente. Il primo naso è una sventagliata di frutto e vinosità, mora, lampone e rosa rossa, lentamente vengono fuori anche note vegetali e balsamiche, gradevoli, fini. In bocca è secco, caldo, di buon corpo, discreto e delicato il tannino che scorre sulle papille gustative, durante la beva, senza lasciare tracce ruvide o tendenzialmente amare. Ottimo anche il finale di bocca, fruttato, pulito ed equilibrato, con una piacevole sensazione di nuovo balsamica che richiama la buona fittezza dell’aglianico ed una armonia complessiva esemplare, tipica del merlot. Un vino facile, senza ombra di dubbio, ma ogni tanto non è male tenerne a portata di mano uno o due di riferimento, soprattutto per rinsavire la voglia di bere bene e spendere appena una manciata di euro, in questo caso davvero pochi, e mai investiti così bene!

Dieci bollicine campane per festeggiare il 2010

31 dicembre 2009 by

Diciamolo francamente, che il 2009 se ne vada pure a quel paese, tanto arriva subito il 2010. Ogni fine anno coincide con i bilanci, le riflessioni, gli auspici mancati e quelli futuri, le delusioni da allontanare al più presto e le aspettative più vive che mai.

Personalmente, ormai è di dominio pubblico, tra gli amici, ho chiuso col botto: mi è nata una figlia, quasi sotto l’albero, che appena avrò realizzato del tutto cosa significhi, mi renderò conto del da farsi. Nel frattempo avevo cambiato casa, mi sono cercato un nuovo lavoro, ho sviluppato meglio una non precisata coscienza di scrivere e raccontare la mia passione per il vino e per il mondo che gli gira intorno. Tutto nel 2009. Che anno è stato? Di grande sacrifici, a tratti immani, mai ostentati, come lo saranno i prossimi a venire, ma non ci voglio pensare oggi, lo farò da domani, stasera, nel frattempo, ci voglio prima bere su, bollicine naturalmente, campane se preferite. Queste, quelle che mi sono passate per le mani quest’anno e che ritengo opportuno segnalare:

Selim spumante 2008 De Conciliis, da uve fiano, aglianico e barbera. La risposta cilentana alla manìa di Bruno De Conciliis di non lasciare nulla di intentato. La terra al centro di ognuna delle sue intuizioni, la sua terra, le sue vigne, le sue passioni, il suo modo di esprimerle. Giallo paglierino brillante, bellissima la veste cromatica intrisa di bollicine sottili e costanti. Naso delizioso di frutti dolci, pera, ananas e mango su tutti. Asciutto, rinfrancante, con una bella acidità in primo piano ma mai invadente, finale di bocca giustamente sapido. Con frittura di calamari.

Dubl Falanghina spumante 2006 Feudi di San Gregorio, probabilmente la migliore edizione di sempre, continuando ad essere senza ombra di dubbio la migliore interpretazione spumante delle tre realizzate dalla solida azienda di Sorbo Serpico. Più del Dubl Greco 2005, irreprensibile nella sua evoluzione-involuzione e molto di più del Dubl Aglianico, del quale si ha ancora poca percezione della sua collocazione stilistica. Paglierino brillante, di spuma greve ma dai profumi fitti e gradevoli, eleganti; Di buona acidità, minerale e di gradevole beva. Sul polpo all’insalata.

Asprinio d’Aversa brut Grotta del Sole, il vino da non farsi mai mancare a casa. Del vitigno e del vino che ne nasce se ne parla sempre troppo poco, del grande lavoro di valorizzazione messo in atto dalla famiglia Martusciello ancor di meno, eppure a chiedere in giro, fuori regione, questo vitigno lo si conosce quasi esclusivamente grazie a loro. Io rimango fortemente legato alle interpretazioni passate, più dure ed aspre di quella di oggi, legata, molto, alla crescente domanda di bollicine facili, tendenti quindi più all’extra dry che al brut. Rimane un gran bel vino, verdolino brillante, con una spuma elegante e sofficissima, dalle bollicine sempre più fini. Un naso erbaceo, floreale di glicine; In bocca naturalmente secco, piacevolmente ammandorlato. Sulle “pizzelle di ciurilli”.

Cabrì Fiano spumante 2007 I Favati, perché una volta con il Fiano di Avellino si producevano anche delicati e sinuosi vini frizzanti e spumanti, a conferma di quale ecletticità abbiano i vitigni campani, tanta almeno quanta ne dimostrano i viticoltori a seconda dell’andamento del mercato. Il Pietramara rimane il vino che più mi piace di Giancarlo e Rosanna, ma ripenso con piacere alla leggerezza che riesce a donare il Cabrì 2007: giallo paglierino maturo ma brillante, spuma fine e bollicine costanti e mediamente fini; Sentori dolci, profumi di mandorla e gelso, poi di fieno, in bocca asciutto, gradevole, pacatamente sapido con un finale lievemente amarognolo. Sui cannolicchi crudi.

Montesolae Aglianico Rosè spumante s.a. Colli Irpini. Sono rimasto sempre piacevolmente colpito dalla costanza con la quale l’azienda Montesolae replicava il successo del suo fiano frizzante Ilios, che devo dire, in certi luoghi di mare, con certe cucine tradizionali ci andava davvero a braccetto, zuppe di pesce in primis. La curiosità con la quale mi sono invece avvicinato a questo spumante è la stessa che ti prende quando non hanno null’altro da offrirti con le bollicine: della serie “va bene, proviamo”. Il colore è molto gradevole, rosa chiaretto con una spuma delicata e fine. Le Bollicine risultano un po’ grossolane ma sono abbastanza intense. Il naso è delicato su note di rosa canina, lamponi e fragole, in bocca è secco, di buona freschezza e lievemente astringente pur rimanendo abbastanza armonico. Sul capitone fritto.

Malazè Falanghina spumante s.a. Cantine Babbo, con il quale abbiamo festeggiato, lo scorso venerdì 4 Dicembre il bel percorso enologico maturato da Vincenzo Mercurio. Prodotto da uve Falanghina dei Campi Flegrei viene lavorato con il classico metodo di fermentazione in autoclave, segue la scia, di cui sopra, dell’esigenza di bollicine facili e gradevoli al palato come al naso: quale vitigno più della falanghina verace riesce ad essere così persuasivo? Nessuno. Eccolo nel bicchiere, paglierino con riflessi ancora verdolini, bollicine abbastanza fini e di grana compatta, naso delicato di frutta a polpa bianca e di fiori appena sbocciati, di mela golden e mimosa su tutti. In bocca è secco ma non troppo, freschezza da vendere e minerale quanto basta, corroborante e per niente invadente. Sulle cappesante scottate agli agrumi.

Brezza Flegrea Falanghina spumante s.a. Cantine del Mare, prodotto con metodo charmat, si presenta con un bel colore giallo paglierino, brillante con una spuma delicata ed abbastanza persistente, le bollicine sono abbastanza fini. Il primo naso è improntato soprattutto su note erbacee, poi vengono fuori sentori agrumati e sottili frutti tropicali, è certamente intenso e di qualità assolutamente fine. In bocca è secco, non invadente nella sua vivacità, giustamente acido ed estremamente godibile nella beva anche grazie ad una nitida e gradevole sapidità. Sulla polpa di granzeola bollita con aggiunto un filo di olio extravergine di oliva.

Astro Falanghina spumante brut s.a. Cantine Astroni, dopo la famiglia Martusciello, da sempre impegnata nella spumantizzazione dell’asprinio, i Varchetta sono stati i primi, tra le aziende flegree a proporre bollicine d’autore, credendo nel potenziale della falanghina come vitigno base per uno spumante. Il colore giallo è paglierino vivace con riflessi tendenti al verdolino, le bollicine sono abbastanza fini e mediamente intense. Il primo naso è essenziale su note floreali e fruttate, si riconoscono gelsomino e fiore d’arancio, pesca e lievi note minerali. In bocca è secco, gradevolmente fresco, gode di una buona struttura acida e piacevole sapidità che rende il finale lungo e piacevole. Sulla bruschetta con le alici e pomodori cuore di bue.

Falanghina spumante extra dry s.a. Cantina del Taburno, è sul mercato da appena un paio di anni ed è il segnale di come questo vitigno sia fortemente preso in considerazione come base per vini spumanti, quantomeno per tentare di contrapporlo allo strapotere commerciale che anche nella nostra regione ha il prosecco, non solo di Valdobbiadene. Mossi proprio da questo scatto d’orgoglio molte aziende campane si sono attrezzate in questa direzione ed una delle versioni metodo charmat più riuscite è proprio questo delizioso spumante del Consorzio Agricolo Provinciale di Benevento. Di colore giallo paglierino, è brillante e con una spuma fine ed abbastanza persistente. Il naso è avvinghiato su note fresche di frutti a polpa gialla e lievi sentori di frutta secca. In bocca è secco, abbastanza caldo, di buona acidità e mineralità, di beva scorrevole con un finale morbido e risolutivo. Da spaghettone alle vongole veraci, il buon corpo gli rende più sostanza di quanto si pensi.

Nyx Moscato spumante dolce s.a. I Vini del Cavaliere, ma potrei tranquillamente dirne ancora uno citando il delizioso Lacryma Christi spumante dolce s.a. Grotta del Sole, solo per ribadire il concetto che è possibile berne di tutti i gusti, in questo caso dolci, se si ha la pazienza di cercare e la voglia di premiare lo sforzo che molte aziende campane hanno fatto negli ultimi anni per dare forma e sostanza a vini spumanti (secchi e dolci) di qualità senza per forza scimmiottare una tradizione sicuramente più appannaggio di altre regioni italiane. Il Nyx è prodotto da uve moscato bianco, siamo nell’areale di Capaccio-Paestum, in Cilento dove come in Basilicata si sta cercando di recuperare l’interesse verso questo tipo di vitigno e di vino. E’ un vino delicato, giallo paglierino con riflessi verdolini, la spuma è molto intensa e cremosa, le bollicine sono abbastanza fini seppur evanescenti. Il naso è tutto incentrato sulle note aromatiche dolci, ma anche fruttato di mela verde, floreale di tiglio ed acacia. In bocca è dolce, giustamente equilibrato da una gradevole sapidità che non lo rende pertanto stucchevole. Su tutto quello che viene in mente di mettere in tavola dopo il cenone, “…seule pour parler”!

I nostri migliori auguri per un sereno Nuovo Anno 2010

31 dicembre 2009 by

Denver, Colorado Cabernet Franc 2001

30 dicembre 2009 by

Spero Winery nasce nel 1996 quando June, moglie di Clyde Spero eredita un piccolo appezzamento di terra proprio a ridosso di Denver. Si decide, piuttosto che costruire immobili, di piantare un vigneto con la prospettiva di mettere su, nel tempo, una vera e propria azienda vitivinicola, ripercorrendo in qualche modo le tracce storiche della tradizione familiare paterna. La prima vendemmia arriva nel 2000, ed ai primi assaggi, tutto fa pensare a che si sia fatto un gran bel lavoro. I vini base risultano di particolare pregio, le uve selezionate, perlopiù vitigni internazionali mostrano di avere fittezza di aromi e carattere da vendere, pertanto la via maestra è imboccata.

La storia della famiglia Spero è per certi versi la stessa di tante famiglie italiane che agli inizi del secolo scorso hanno lasciato il nostro paese in cerca di fortuna negli Stati Uniti; Tutto nasce da Gaetano Spero, originario di Potenza, che ha appena 13 anni quando assieme a due amici, anch’essi poco più che adolescenti sbarca a Nuova York, con appena 5 dollari in tasca. Inizia qui il lungo viaggio che lo porterà ad attraversare praticamente tutti gli stati confederati dall’east coast sino in Colorado, dove grazie all’aiuto di alcuni lontani parenti che l’avevano preceduto, riuscirà a trovare lavoro in una miniera di carbone. Come da manuale, con il passare degli anni sono tante le ricorrenze e le tradizioni attraverso le quali si cerca di conservare un forte legame con le proprie origini, e Gaetano, le sue origini vulturine le vuole conservare seriamente tanto che lo portano di anno in anno, tra le altre cose, a produrre, in proprio, discrete quantità di vino (da uve internazionali) per il consumo familiare. Fare vino è un’arte che sa bene come interpretare: scegliere le uve, valutarle, vinificarle nella giusta maniera vengono affrontati con una tale perizia e maestria tanto da dover in più di una occasione rifiutare interessanti proposte di avviare una seria commercializzazione avanzategli da diversi amici-rivenditori locali. Clyde Spero, non ha fatto altro, qualche anno più tardi, che riprendere le fila di questa tradizione e la bontà dei suoi vini ne sono oggi tangibile testimonianza.

Il Cabernet Franc (conosciuto in giro per il mondo anche con i nomi Bouchet, Breton, Carmenet, Grosse-Vidure) predilige ambienti pedoclimtici freddi, è una varietà apprezzatissima se vinificata in uvaggio, soprattutto con il cugino Cabernet Sauvignon, che tende generalmente a stemperarne molto le sue note varietali soprattutto erbacee e vegetali, che ne fanno per questo un vitigno poco ambìto alla lavorazione più o meno al 100% (fatte le dovute eccezioni, una su tutte il mitico Chateau Cheval Blanc di Saint Emilion che è, per gran parte, proprio Cabernet Franc).

Nel bicchiere un vino rosso rubino con unghia granata appena accennata, è vivace e per niente trasparente. Il primo naso è molto invitante, appare subito intenso e complesso, fine; subito note di frutti rossi e fiori secchi, si riconoscono su tutti, sentori caramellati di lampone e amarena, poi lavanda, noce di cocco, poi ancora note balsamiche di liquerizia, cuoio. In bocca è importante, materico, profondo: è secco, molto caldo, possiede discreta acidità e poco tannino, scorre via in una beva di corpo, quasi robusta, con un finale di buona sapidità ed armonia. Un vino quasi masticabile, dal finale dolcemente equlibrato e lungamente piacevole. Da servire, dopo un’attenta ossigenazione, in ampi calici di cristallo per esaltarne tutte le sfumature organolettiche, su piatti importanti, bolliti come “dio comanda” o maialino cotto a bassa temperatura, piatti insomma di buona grassezza e succulenza da vendere, anche con intense aromaticità.

Formicola, Casavecchia 2008 Vigne Chigi

29 dicembre 2009 by

Formicola è un piccolo comune campano, in provincia di Caserta, con circa millequattrocento anime per quasi 600 famiglie. Per dargli una collocazione geografica, è bene riportare che sorge fra il Monte Maggiore e i colli della Callicola, nell’area montana che separa la bassa valle del Volturno da quella alta. L’origine etimologica del suo nome deriva con ogni probabilità da piccola forma, ossia un canale artificiale, con il suffisso diminutivo -icola. Altre ipotesi conducono all’ebraico Fhor-michol, ossia ruscello bollente, in riferimento a delle possibili strutture termali ritrovate in rovina, ma quest’ultima ha, a tutt’oggi, pochi riscontri plausibili.

Del casavecchia ne abbiamo già parlato ampiamente raccontandovi la bella favola di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini, ma ricordarne un po’ di storia antica, in una realtà rurale così in piena evoluzione non fa mai male. Il Trebulanum, come ci dicono gli scritti antichi, era il vino dei soldati, non ci sono tuttavia conoscenze certe sull’origine del vino casavecchia, esiste solo una leggenda tramandata tra i contadini che ne fa risalire la scoperta in un vecchio rudere, “’a casa vecchia”, appunto. Lì fu rinvenuto agli inizi del ‘900 un vecchio ceppo di circa 1 metro di diametro sopravvissuto sopra ogni probabilità alle epidemie di oidio e fillossera dell’800. Di qui la sua propagazione, che avvenne attraverso il taglio e l’impianto di talee così come descritto con “l’antico metodo della propaggine”, da Columella, con l’interramento cioè di un tralcio di vite finchè non sviluppa radici proprie.

Il casavecchia ha un grappolo di una forma cilindrica con più ali, è spesso molto spargolo e quindi più facilmente resistente alla peronospora e alla botrytis; è generalmente un vitigno molto vigoroso ma di scarsa produzione, condizione naturale grazie alla quale non c’è mai stato bisogno di indurre i contadini ad interventi o potature particolarmente drastici in vigna per ridurre le rese, visto che, come sappiamo, questi sono sempre poco avvezzi nell’accettare limiti, diciamo così, sovranaturali. La natura, quindi, ci ha pensato da sé, infatti è molto difficile riscontrare in colture di casavecchia rese che superino i 60 ql per ettaro.

Vigne Chigi, di proprietà della famiglia Chillemi, si è affacciata da poco sul mercato del vino, e come tutte le nuove aziende ne avrà di vendemmie davanti con le quali confrontarsi e quindi forgiare una solida esperienza produttiva: la materia prima, c’è da dirlo, è certamente di buona qualità e fittezza, ho bevuto, tra gli altri, un solido pallagrello bianco 2008, di buona esecuzione ma tendenzialmente troppo “caldo e robusto” per poter, alla lunga, sostenere tutto un un pasto. Da rivedere, quindi, nelle prossime uscite.

Il loro casavecchia 2008 invece, da pochissimo messo in bottiglia, è un vino dal bel colore rubino con netti riflessi violacei e mediamente consistente. Il primo naso è subito fruttato e lievemente floreale, poi speziato. Si riconoscono piacevoli sentori di piccoli frutti di bosco, di prugna e ciliegia, spezie fini. In bocca è secco, abbastanza caldo, con una buona freschezza ed un tannino abbastanza greve, poco sensibile, con una beva, quindi, equilibrata e piacevolmente legata ad una discreta sapidità. Non certamente un vino che possa durare nel tempo, ma giustamente pronto da bere adesso, con primi piatti al sugo di carne e pomodoro ma anche con calde zuppe di legumi e carni di maiale. Piccoli vitigni crescono, lasciamogli il loro tempo.

Maytag, the famous blue cheese from Iowa

29 dicembre 2009 by

Ci sono amici che ti porteresti dietro per tutta la vita, persone con le quali sai di poter condividere tutto dal mattino alla sera.

Sono quelle persone che magari ti capitano per caso nella tua vita, inaspettatamente, e che dal primo momento che ci entrano, non li faresti uscire più. Dalle prime parole che ci scambi, dalla prima bevuta assieme  ti fanno pensare positivo, ti fanno vedere la vita con un angolazione diversa, tanto diversa dalla tua quotidianità che pare sconvolgerla, ed invece è proprio quello di cui avevi bisogno per apprezzarla meglio. Sono questi Steven G. Mally e Tammy Bernice, il primo, ingegnere aeronautico originally made in Wichita (Kansas) e la seconda, from Colorado “with a crazy wine passion”, dal sangue autenticamente basilisco che non mente, generata dal papà Clyde, figlio di Gaetano (!), di chiare origini potentine, che a Denver in Colorado, caso della vita, produce vino dal 1996 nella sua azienda vitivinicola Spero winery di cui presto pubblicherò alcune schede (qui il loro Cabernet Franc) di degustazione di vini davvero sorprendenti. Ecco, io sono loro amico e li porto nel cuore.

Maytag è a Newton, Iowa. E’ una tradizionale Dairy Farm, che produce in proprio latte e formaggi sin dagli anni trenta, cercando sin da allora di dare costante vigore qualitativo alla già importante domanda del mercato caseario locale. Seguendo questi auspici si avviarono profonde e serie ricerche su come produrre un formaggio che potesse in qualche modo rappresentare una unicità assoluta sia localmente che successivamente a livello confederale. Nacque così, in collaborazione con l’università dell’Iowa State un percorso di attenta sperimentazione che portò nel 1941 alla nascita del Maytag Blue Cheese, divenuto poi, in pochissimi anni, il formaggio erborinato americano da latte vaccino più famoso al mondo.

Il Maytag è un formaggio a pasta più o meno semidura, a seconda della stagionatura, prodotto con latte vaccino e mediante una lavorazione esclusivamente manuale, attraverso fermentazione presamica e successivamente inoculato del penicillium roqueforti che in fase di affinamento, dai sei agli otto mesi minimo, sprigionerà le nobili muffe dell’erborinatura che gli conferiscono profumi ed aromi davvero unici ed irripetibili. L’ho scoperto proprio grazie a Steve e Tammy, e loro appena possono me ne mandano un po’ dagli states.

Un formaggio erborinato davvero particolare: le forme, di solito sui 500gr, vengono vendute preventivamente sezionate e confezionate sottovuto per ogni singolo spicchio, cosicchè da consentire un consumo lento senza intaccare la qualità complessiva della pezzatura; possiede e conserva tutta la fragranza e la sottigliezza del latte vaccino, caratterizzato da una grassezza importante ma non invadente, l’erborinatura è molto fine, aromatica ma non stucchevole. Da mangiare accompagnandolo con piccola frutta secca, pane cafone tostato e note dolci di miele di sulla, da abbinare a spumanti Metodo Classico mediamente maturi, meglio se prodotti da vini base da uve a bacca rossa vinificati in bianco o anche vini rossi leggeri vivaci e profumati del tipo Bonarda, Lambrusco ed il mitico ed inarrivabile Gragnano della penisola sorrentina.

Spaghettoni con zuppa forte, L’Olivo 2007

29 dicembre 2009 by

Ingredienti per 4 persone:

  • 240 gr di spaghettoni;
  • olio extravergine di oliva;
  • sale;

Per la zuppa forte:

  • 2 cipolle;
  • 4 spicchi d’aglio;
  • 50gr di strutto;
  • 5 foglie di alloro;
  • 1kg di frattaglie di maiale (polmone, cuore, milza, trachea);
  • 50gr di concentrato di peperoni piccanti;
  • 500ml di passata di pomodoro;
  • sale e pepe;

Ancora, per completare la preparazione:

  • 50gr di yogurt;
  • 100gr di crostini di pane cafone;
  • 1 spicchio d’aglio;
  • 2 rametti di timo;
  • 4 peperoncini per la decorazione;
  • Maggiorana per la decorazione;
  • 300gr di salsa di pomodoro;
  • olio extravergine di oliva;

Per la preparazione: In primis, la zuppa: tagliate le cipolle a brunoise e rosolatele metà con 2 spicchi d’aglio e un poco di strutto. Aggiungete poi lo strutto restante, 3 foglie di alloro e le frattaglie lasciando soffriggere per circa 40 minuti. Lascaite successivamente raffreddare le frattaglie nello strutto e tagliatele a dadini. Soffriggete di nuovo il tutto con le cipolle, l’aglio e l’alloro rimanente, il sale ed il pepe, unendovi anche il concentrato di peperoni piccanti e la pasata di pomodoro. Lasciate cuocere sino a che la zuppa non risulterà particolarmente densa.

A parte lessate la pasta in abbondante acqua salata, scolatela e mantecatela con solo un poco di acqua di cottura ed olio extravergine. A questo punto passate alla composizione del piatto dove ognuno degli ingredienti avrà un ruolo da protagonista e tutti assieme esalteranno questa antica e sostanziosa ricetta napoletana. Versate un cucchiaio di yogurt tiepido al centro di ogni piatto (opportuno bianco o dai colori chiari, ne gioveranno i bellissimi colori della preprazione), e componetevi sopra la pasta. Pressate la zuppa forte in uno stampino di circa 5 cm di diametro e adagiatela sopra gli spaghettoni. Completate il piatto con la salsa di pomodoro, un filo di olio extravergine, i crostini di pane cafone precedentemente tostati in olio, aglio, timo, peperoncino e maggiorana.

Ricetta di Oliver Glowig, Executive Chef del ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri (ricetta presente nel libro “Arte e gusto a Capri” edito da Gribaudo).

 

Napoli, Refettorio di Ostetrica del II Policlinico

28 dicembre 2009 by

“Gli antipasti tendono tutti al beige”. “Molte verdure, perché le si possa mangiare, dovrebbero passare in una centrifuga. Sono tutte bagnate”. “Non oso pensare dove sono state saltate le patate che accompagnano il pollo. L’ultima cosa che direi è una padella”. “Le infermiere sono di grande aiuto. Se essere d’aiuto significa tirare il menu attraverso la porta, come fosse un pezzo di carne lanciato tra le fauci di un leone”. “Se mi vengono offerte delle alternative? Sì, posso scegliere 3 alternative altrettanto orrende”.

Così un giornalista inglese del “The Sun” racconta le avventure di “Traction Man”, un paziente inglese che in circa 22 settimane di ospedalizzazione ha tirato fuori una vera e propria guida ai refettori ospedalieri inglesi. La sua storia sta facendo il giro del mondo e su dissapore Massimo Bernardi ne ha raccolto le fila raccontadone alcuni particolari interessanti. Io, mosso più che altro “dal non so che cavolo c’entra ma mi piace raccontarvelo”  vi lascio traccia dell’esperienza di Lilly, alias Ledichef, neomamma della dolcissima Letizia e appena dimessa dalla degenza post-parto nel reparto di Ostetrica del U.O. Policlinico II di Napoli, ai quali medici ed infermieri tutti, desidero manifestare ancora, pubblicamente, la mia stima più profonda per il loro operato altamente professionale, umanamente attento e seriamente scrupoloso.

Questo il pranzo previsto dal menu Dieta P del 26.12.09, che è bene precisare viene curato da un’azienda leader a livello nazionale per i servizi di ristorazione collettiva. Viene servito verso le ore 12.30, la mise en place è essenziale, doverosamente uso e getta, opportunamente sottovuoto ed il tutto presentato su vassoi in plastica dura (un po’ usuraticci, a dire il vero); l’aspetto delle pietanze è sintetizzabile nell’abbastanza presentabile, di routine in questi casi, e decisamente franco per quanto concerne il riconoscimento delle stesse: per la serie, “chell’è”! Il primo piatto è un consommè a base di sedano, carote, patate e pomodori pelati suggellato da una deliziosa pastina bianca, stelline (ma ine ine) en passant, cioè lì molto incidentalmente! Il secondo, roast-beef di 1° taglio agli aromi (alpini, aggiungerei io) all’olio extravergine di oliva: la carne è oltremodo magra, un po’ fibrosa e priva della necessria succulenza, della serie: “s’adda magnà, a criatura s’adda nutrì“! Per finire una delicatissima vellutata di zucchine, leggera, poco sapida (per niente), tendenzialmente amarognola, piatto poco appetibile ma certamente utile alla causa, nel senso “capisci a mme“!

Insomma, mentre in giro andavano in scena i fervidi preparativi per il cenone della vigilia, si dibatteva tra le altre cose sulla opportunità o meno dell’alice salata nell’insalata di rinforzo e si litigava su cosa servire prima se il panettone o gli struffoli, questo era l’andazzo, più o meno, della treggiorni post-parto della nostra Ledichef; in questo caso, coraggiosa come non mai, ha calato il classico velo pietoso su questo passaggio, assolutamente salutista ma indubbiamente anti-gourmet, chiosando stamattina, mentre ci lasciavamo alle spalle l’ospedale, con una frase per noi “Amici di Bevute” divenuta un must: “Adda venì Baffone“!

Arvier, un Enfer très suitable

27 dicembre 2009 by

Pensi al profondo nord ed immagini paesaggi dai colori chiari, pastello, spesso grigi quando non innevati e bianchissimi. Vuoi pensare ad un vino del profondo nord e scegli subito un bianco, magari aromatico, abbastanza fresco, bello sapido, magari anche più o meno beverino: ma quanti ne hai già bevuti di così? Allora ti fermi un attimo e sforzando le meningi tiri fuori un rosso: ecco! Andrebbe bene anche un rosso, un Lagrein, un Teroldego, una Schiava, esagerando a fare il sofisticato ti arriva alla mente un Refosco, un nerbato Tazzelenghe, il Terrano. Ok, lasciamo stare il dito sulla carta, lasciam perdere cosa vuole chi e tiriamo in ballo l’intuizione del sommelier: scelga lei, ma che sia un rosso interessante! Ti fai aprire la bottiglia, naturalmente alla cieca, e comincia il gioco dei sensi: c’è da divertirsi, quasi sempre, non ci azzecchi mai, quasi sempre!

La storia: l’Enfer d’Arvier è stato tra i primi vini valdostani ad ottenere la Denominazione di Origine Controllata, nel 1972. I vigneti da cui trae origine si estendono lungo l’areale comunale di Arvier, prevalentemente sulla sponda sinistra della Dora Baltea. Lo scenario che si staglia con i terrazzamenti che si inerpicano fino alla base dei pendii rocciosi sovrastanti è formidabile, pensare che qui si fa’ viticultura è pensare di amare la propria terra sopra ogni limite comprensibile. Qui la vallata costituisce un anfiteatro naturale, la vite si sviluppa in un ambiente pedoclimatico davvero particolare: l’altitudine, le forti escursioni termiche, la composizione dei terreni e poi il sole, che soprattutto d’estate è costantemente alto e caldo tanto da dare a tutta la vallata l’appellativo, appunto, di “inferno”. Qui nasce la Coopérative de l’Enfer (Coenfer) nel 1978, pochi anni dopo l’istituzione della d.o.c., che riunisce circa 90 soci conferitori e gestisce tutt’oggi tutta l’attività vitivinicola dell’areale inclusi l’imbottigliamento e la commercializzazione.

Il vino: Il “Clos de l’Enfer” viene prodotto solo nelle migliori annate e raggiunge una produzione di circa 40 mila bottiglie, tante quante servono perlopiù per il mercato locale che soprattutto in estate, con l’arrivo dei vacanzieri che scelgono la montagna al mare ne aumenta smisuratamente la domanda. L’Enfer 2006 è realizzato per l’85% da uve Petit Rouge e da altri vitigni per il 15%: Pinot Noir (varietà internazionale tra le più coltivate  assieme alla Chardonnay), Vien de Nus, NeyretMayolet tutte allocate all’interno del comune di Arvier. Il vino ha un bellissimo colore rosso rubino, vivace e poco trasparente. Il primo naso è intenso su note fruttate mature ed in confettura, poi leggermente balsamico, speziato, etereo. Vengono fuori lentamente note di mora selvatica, mirtillo, liquerizia e smalto. In bocca è secco, di corpo importante, il tannino è mascherato da una buona carica alcolica (scopriremo poi, 14,50%), comunque non risulta particolarmente incisivo, il vino gode di una media freschezza e di buona sapidità. In primo piano, anche in bocca rimane il frutto, sempre in buona evidenza e disteso su di un euquilibrio gustativo complessivo abbastanza armonico anche se la beva chiude con una nota lievemente amarognola. Un vino rosso di corpo, da aprire e bere (con parsimonia), invitante, immediato, piacevole, da accompagnare a carni arrostite anche aromatizzate, anche se non troppo succulenti oppure a formaggi mediamente stagionati (Petit Tomme Valdotaine).

Il Sommelier, questo (s)conosciuto…

27 dicembre 2009 by

Nelle ultime settimane ci sono arrivate  numerose richieste e segnalazioni che abbiamo valutato con attenzione e a cui speriamo di dare nei prossimi post risposte esaustive ed avanzare opportune utili osservazioni. E’ partita infatti questa nuova rubrica Professione Sommelier. Ebbene, senza troppi preamboli personali, iniziamo a qualificare formalmente la figura professionale del Sommelier che, nell’ambito strettamente operativo, una volta terminato il percorso formativo (sia esso di scuola A.i.s., F.i.s.a.r. ecc…) deve dimostrare costantemente di avere questi requisiti fondamentali.

Classe e stile: ovvero modi e gusti signorili, sintesi di eccellenza professionale raggiunta.

Cultura e spirito di osservazione: non solo strettamente legata alla propria professione.

Dinamismo: spirito di iniziativa, vitalità, costanza.

Umiltà: la consapevolezza delle proprie capacità professionali vanno suggerite e rese disponibili, mai esaltate e sbandierate.

Conoscenza e capacità di applicazione: in sintesi l’operatività vera e propria della propria formazione professionale, delle tecniche e delle regole del servizio di sala, della tecnica di degustazione nonchè delle nozioni generali fondamentali riguardanti la viticultura, l’ enologia, la geografia e legislazione vitivinicola.

Conoscenza delle migliori e moderne tecniche di gestione di cantina, pertanto know-how finanziario del mercato del vino e del suo andamento periodico, ma anche organizzazione di un budget, approvviggionamenti e stesura della carta dei vini.

Comunicazione, elemento quest’ultimo fondamentale per esaltare al meglio tutte le qualità sino a qui espresse, da gestire con estremo equilibrio e perizia. Parlare più di una lingua straniera, aggiornarsi costantemente, partecipare ad eventi e seminari di degustazione, visitare le aziende vitivinicole aiuteranno ad accrescere sensibilmente la propria cultura e la capacità di relazionarsi con il proprio mondo operativo.

Altri requisiti indispensabili per il raggiungimento da parte del Sommelier di un eccellente risultato sul lavoro sono: intelligenza viva e pronta, tatto, cortesia, buona memoria, puntualità e precisione, padronanza si se stesso, contatto umano, intuito psicologico, ambizione ed attitudine al comando; questi ultimi requisiti, tra i quali l’ambizione e l’attitudine al comando sono fondamentali per quel Sommelier che aspira a raggiungere obiettivi professionali massimi, ed esprimerli, sempre, con umiltà e tatto significherà essere già all’80% dell’opera. 

Il vino, come servirlo (spiegato facile)

26 dicembre 2009 by

Qual’è la successione dei vini da tavola? La successione dei vini a tavola è strettamente correlata a quella dei piatti che verranno serviti. Per semplificare le cose potremmo dire che sia cibi che vini dovrebbero essere serviti seguendo un ordine crescente di complessità di struttura e aromi. Cominciare cioè con pietanze semplici e più leggere, accompagnate dal giusto vino, proseguendo poi con piatti e vini sempre più strutturati e robusti: si parte da vini giovani e leggeri per arrivare a vini più invecchiati e complessi. Una domanda sorge spontanea: quanti vini vanno serviti durante un pranzo?  Beh, in effetti potremmo pensare che per un pranzo (o cena naturalmente) non molto impegnativo due vini possono essere più che sufficienti, mentre per pranzi più importanti, che prevedono magari pietanze anche abbastanza diverse tra loro, possiamo utilizzare anche più di tre o quattro vini diversi sino al dessert.

Anzitutto sfatiamo la vecchia credenza che diceva che mischiare vini diversi per colore e tipologia possa essere dannoso per la salute o possa far ubriacare di più. L’unico danno alla salute può essere provocato soltanto dall’abuso nelle quantità di vino, non certo dal cambiare la tipologia nello stesso pasto. Una sequenza ideale di come proporre i vini a tavola deve tener conto che: i vini spumanti secchi o brut precedono generalmente i vini bianchi secchi leggeri, a questi succedono i vini bianchi più corposi (o che abbiano fatto per esempio un passaggio in botte), i vini rosati, i vini rossi giovani, i vini rossi mediamente affinati (non necessariamente in legno), i  vini invecchiati e passati in legno, i vini dolci (moscati e passiti), i vini liquorosi.

A che temperatura vanno serviti questi vini? La giusta temperatura di servizio di un vino è una componente fondamentale da rispettare se si vuole gustarlo al meglio. Generalmente infatti una temperatura troppo elevata per un vino bianco comporta una discreta perdita della percezione di freschezza in bocca ed un’eccessiva esaltazione dell’eventuale alcolicità; per contro, una temperatura troppo bassa in un vino rosso ne appiattisce notevolmente gli aromi e non ci fa avvertire l’armonia dei sapori. Ecco pertanto, in sintesi, quali sono le giuste temperature di servizio dei vini per meglio esaltare le qualità dei vini da servire in tavola:

  • Spumanti 8-10 gradi (alcuni vini, specialmente se solo frizzanti e leggeri, anche 6 gradi);
  • Vini bianchi 10 gradi;
  • Vini bianchi più strutturati 10-12 gradi;
  • Vini rosati 10-12 gradi;
  • Vini rossi vivaci o novelli 12-14 gradi;
  • Vini rossi giovani, anche quando non particolarmente tannici 14 gradi;
  • Vini rossi mediamente invecchiati, maturi e/o di grade struttura 16 gradi;
  • Vini liquorosi o da dessert 8-10 gradi (fatta eccezione per alcune tipologie speciali come Porto, Marsala, Madeira con particolare invecchiamento che richiedono una temperatura più elevata).

Ci lasciamo con ancora una domanda: quale il miglior bicchiere per il servizio? Molto spesso si tende a sottovalutare l’importanza del bicchiere nel quale degustiamo un vino. E’ invece indispensabile scegliere con attenzione il contenitore all’interno del quale servirlo, il calice, per esempio, nelle sue varie forme e dimensioni, è assolutamente prezioso per esaltare al meglio le caratteristiche organolettiche di questo o quel vino. Le caratteristiche di base che devono avere tutti i bicchieri da degustazione sono una forma a calice, appunto, più o meno panciuta, con uno stelo mediamente lungo. Caratteristiche queste che variano a seconda della diversa tipologia dei vini cui i bicchieri sono dedicati ma, in generale, devono tutti avere queste tre caratteristiche di base.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Banditella, Bella Marsilia 2007 PoggioargentierA

24 dicembre 2009 by

Poggio Argentiera è Gianpaolo Paglia, agronomo di origini maremmane, e Justine Keeling, marketing manager inglese che cominciano nel 1997 a produrre morellino partendo da appena 6 ettari di vecchi vigneti.

Oggi l’azienda di Gianpaolo e Justine è una realtà sotto gli occhi di tutti e che dovrebbe essere da esempio per molte piccole e medie aziende italiane e moltissimi imprenditori del vino che pensano di campare di rendita su ciò che è stato fatto in passato dagli avi (spesso nulla) sulle terre dove oggi campeggia il loro trono. Dinamicità ed autenticità sono invece i tratti caratteriali che più risaltano attraverso i loro vini, tra i quali mi sono piaciuti particolarmente il bianco Bucce, il ciliegiolo Principio (prodotto con il vignaiolo Antonio Camillo) e fresco di bevuta proprio questo Bella Marsilia.

Poggio Argentiera attualmente è composta da due poderi entrambi situati in Maremma ma con peculiarità microclimatiche differenti: Il Podere Adua si trova proprio in prossimità del Parco Naturale della Maremma, quasi di fronte ad Alberese dal quale dista circa 3 km in linea d’aria. Il mare di Marina di Alberese si trova a circa 6 km e l’altitudine è quasi al livello del mare. I terreni qui sono prevalentemente sabbiosi e limosi, con poca argilla e poca sostanza organica. il Podere Keeling invece si trova nella zona collinare a nord del comune di Scansano, nel versante che guarda la montagna amiatina, qui i terreni sono ricchi di scheletro, di medio impasto e tendenzialmente argillosi. L’altidudine arriva sino a 250 m slm con esposizione a nord, nord-ovest, pertanto gode di un clima sicuramente più fresco.

Il Bella Marsilia nasce da uve sangiovese per l’85%, ciliegiolo per il 10% ed alicante al 5%,  tutte allevate all’interno del Podere Adua in prossimità della costa tirrenica nel comune di Alberesa, in provincia di Grosseto. Il colore è molto bello, rosso rubino, vivace e poco trapsarente, il vino scorre nel bicchiere quasi materico, di buona consistenza. Appena aperta la bottiglia e versato il primo calice, ho avuto, alla primissima sniffata, una netta sensazione di terra bagnata, di lignite, molto intrigante che però con la giusta ossigenzaione è svanita. Il primo naso invece è “maremmante”, come direbbe, forse, lo stesso Gianpaolo, intenso e complesso aggiungo io, su note fruttate di confettura, ciliegia nera ed amarena spiritosa. Il bouquet è teso e aereo, costantemente echeggiante note fruttate e via via floreali, poi vegetali, rimanendo sempre lineare e fine.

In bocca è secco, dona subito una sensazione di importanza e consistenza: frutto ancora in primo piano, sorretto e spinto da una buona acidità ed un tannino equilibrato e nobile, i primi sorsi risultano così corroboranti da dover stare attenti a non lasciarsi andare, la spalla alcolica c’è e si fa sentire di lì a poco, soprattutto nel finale dolce e caldo. Un vino che fa della piacevolezza una sua arma vincente, è avvenente al naso come invitante nel colore e nella beva, un vino ideale per bere bene senza troppi taccuini a portata di mano, solo buoni ricordi di una piacevole bevuta. Da servire in calici medi per esaltarne la complessa piacevolezza olfattiva, io l’ho bevuto su due costatine di maiale scottate in padella con sale e pepe, ieri sera, dopo 42 ore di non stop. Stamattina mi sono svegliato come un angioletto con un sorriso splendente!

E’ arrivata Letizia, nel suo nome la nostra felicità

23 dicembre 2009 by

E’ dolce, forte e vera, come il pensiero di un amore, profondo, il solo, vissuto tutta una vita. Benvenuta…

 

Volterra, a ruba le Cene Galeotte!

21 dicembre 2009 by

Non siamo, ahinoi, molto attenti alle numerose iniziative che vanno in scena in giro per l’Italia che non ci vedono direttamente impegnati,  ma non potevamo non segnalare il successo che sta’ riscuotendo la manifestazione “Cene Galeotte” in corso a Volterra, in provincia di Pisa che vede impeganti chef di rinomata fama ed esperienza e, tra gli altri, il prossimo 22 Gennaio tutta la Famiglia dell’amico Andrea Gori, sommelier informatico, di Trattoria Da Burde di Firenze.

CENE  GALEOTTE, sono serate gastronomiche per la campagna di soliderietà  “IL CUORE SI SCIOGLIE” della Casa di Reclusione di Volterra, FORTEZZA MEDICEA.
Le cene sono dirette da chef di fama realizzate e servite dai detenuti del carcere di Volterra. L’intero ricavato si trasformerà in adozioni a distanza di bambini del Sud del mondo. Per maggiori informazioni e prenotazioni collegatevi al blog di Leonardo Romanelli, ideatore e curatore assieme a Slow Food per trovare tutti ri riferimenti utili.

Venerdì 18 Settembre 2009
Cena in favore di Movimento dei Focolari – Camerun
Chef: Arturo Dori Personal  Chef Firenze
Venerdì 23 Ottobre 2009
Cena in favore di  Movimento Shalom – Burkina Faso
Chef:Famiglia Santandrea  Tenda Rossa San Casciano Val di Pesa (FI)
Venerdì 20 Novembre 2009
Cena in favore di  ARCI – Filippine
Chef: Famiglia Colzi Trattoria Mario Firenze
 Venerdì 18 Dicembre 2009
Cena in favore di  ARCI – Perù
Chef: Giovanni Mancino  Ristorante Piccolo Principe Hotel Principe di Piemonte Viareggio (LU)
Venerdì 22 Gennaio 2010
Cena in favore di Diocesi di Fiesole – Palestina
Chef: Famiglia Gori Trattoria Burde Firenze
Venerdì 19 Febbraio 2010
Cena in favore di Suore Francescane di S. Elisabetta – India
Chef: Fratelli Saporito La leggenda dei frati Monteriggioni (SI)
Venerdì 26 Marzo 2010
Cena in favore di  ARCI – Libano
Chef: Massimo Bottura Osteria La francescana Modena
Venerdì 23 Aprile 2010
Cena in favore di Progetto Agata Smeralda Brasile
Chef: Fabio Picchi Cibreo Firenze

Il Carcere di Volterra (PI) ha una compagnia teatrale della Fortezza che sotto la direzione di un regista organizza teatri e spettacoli che vanno in tournee come lavoro per i detenuti e non come permesso premio; C’è poi la scuola esterna distaccata in carcere con sezioni di elementari, medie e geometri; Organizza appunto le ‘Cene Galeotte’ che con chef e sommelier professionali e un centinaio di ospiti dentro il cortile del Mastio mediceo ricavano denaro per le adozioni a distanza; la sartoria che realizza manufatti per l’amministrazione penitenziaria e prodotti d’eccellenza. Celle singole per tutti, personalizzate e con la possibilita’ di tenere animali, pappagalli e pesci, 10 cani e in moltissimi casi computer potatili sia per i detenuti comuni che per quelli in alta sicurezza. Tutto questo per 147 detenuti a fronte di una capienza di 175 (122 comuni, 25 alta sicurezza), di cui 33 stranieri, solo 2 in attesa di giudizio, 6 tossicodipendenti e 2 sieropositivi. Il lavoro e’ garantito per una ventina all’esterno e per 97 all’interno. Tutte queste iniziative vengono realizzate dalla direzione nonostante la carenza del personale, dei 111 agenti penitenziari in organico quelli effettivamente in servizio sono solo 66. 

Erbusco, Annamaria Clementi 2002 Ca’del Bosco

21 dicembre 2009 by

La storia ci consegna questa favola: in Franciacorta, area viticola della Lombardia, nel bresciano, in una grande casa nel bosco, si stabilì verso la metà del 1965 Annamaria Clementi Zanella, madre di quel Maurizio Zanella che oggi firma con il suo nome una delle più prestigiose realtà enologiche italiane, Ca’ del Bosco.

Azienda Ca'del Bosco-Erbusco

Qui, fra le colline di Erbusco, Maurizio incomincia a coltivare la passione per vini nobili e pregiati e di lanciare la sfida, in quegli anni parecchio ambiziosa, di dare vita e sostegno ad un nuovo polo spumantistico italiano all’avanguardia.

Ca’ del Bosco oggi conduce circa 155 ettari di vigneto dislocati in otto comuni diversi della Franciacorta. Negli anni molte delle vecchie vigne sono state reimpiantate per dare vita a sistemi di coltivazione più efficienti, abbandonando i vecchi sistemi a Sylvoz e Casarsa (3 mt. x 3 mt. con piante in coppia, ovvero 2.200 ceppi per ettaro) con il più moderno Guyot (1,00 mt. x 1,00 mt., ovvero 10.000 ceppi per ettaro): nuove metodologie d’impianto che, con un maggior numero di piante per ettaro e una minor quantità di uva per pianta hanno permesso negli anni di ottenere uve di maggiore pregio e quindi vini base per i Franciacorta di qualità superiore.

L’Annamaria Clementi 2002 è di colore giallo paglierino molto intenso, di estrema luminosità, limpido sino alla brillantezza, le bollicine sono fini e molto persistenti e regalano una spuma intensa e cremosa. Il primo naso offre sensazioni immediatamente dolci, fruttate e floreali, si percepiscono nitidamente note di pesca sciroppata, di mango, poi sentori di paglia e fieno. L’ampio spettro olfattivo è molto intenso ed assolutamente di qualità fine, vengono fuori anche note sottili di agrumi e poi lentamente vaniglia e nocciola. Un naso emblematico ed avvincente. In bocca è decisamente appagante, acidità e sapidità sono fuse e profuse verso una morbidezza accattivante ed invitante alla beva.

Annamaria Clementi - foto Archivio Cà del Bosco

Un vino di pregevole intensità, integrità ed equilibrio, non mi va di sciorinare raccomandazioni sulla sua conservazione vita natural durante poiché sono convinto assertore che certe bollicine vanno gustate nello stesso momento in cui si è deciso di farle passare sul mercato, ma dimenticarla per qualche anno in cantina, per sbaglio, non ne pregiudicherebbe certo il suo valore.

La cuvèe Annamaria Clementi viene prodotta da Ca’del Bosco dal 1979 unicamente con le migliori uve di proprietà e solo nelle annate più favorevoli. Da bere su piatti particolari, lo vedrei perfettamente integrato al delizioso Raviolo di patate di Folloni con tartufo bianco Irpino di Tonino Pisaniello della Locanda di Bu di Nusco.

Monte di Procida, tira la Brezza Flegrea

20 dicembre 2009 by

Le bollicine sono certamente affare complicato, indiscutibilmente appannaggio dei cugini d’oltralpe e di poche realtà “attrezzate” italiane. Ciò non toglie che vi possano essere interpretazioni interessanti con vitigni tradizionali affascinanti che vanno a ritagliarsi tra gli appassionati avventori un piccolo spazio emozionale.

Questo vuole essere il Brezza Flegrea di Cantina del Mare, che assieme ad altre poche realtà campane ha deciso da un paio di anni di esplorare l’affollato mondo delle “bollicine autoctone” italiane, tirando fuori questa piccola chicca enologica dal comprensorio viticolo flegreo, prodotta con il vitigno falanghina e spumantizzata in quel di Valdobbiadene.

La cantina nasce nel 2003 ad opera di Gennaro Schiano e Pasquale Massa, più per una esigenza personale che commerciale, un piccolo rifugio dalla quotidiana realtà, ricavata a fatica da uno stretto e antico cellaio dell’inizio del secolo scorso con il soffitto a volta , dove sono, magistralmente stipati piccoli fermentini in acciaio, un piccolo essenziale impianto di imbottigliamento e qua e là alcuni contenitori in legno di diverso calibro con i quali si sta sperimentando il potenziale del piedirosso locale in affinamento.

Il Brezza Flegrea è prodotto con metodo charmat, si presenta con un bel colore giallo paglierino, brillante con una spuma delicata ed abbastanza persistente, le bollicine sono abbastanza fini. Il primo naso è improntato soprattutto su note erbacee, poi vengono fuori sentori agrumati e sottili frutti tropicali, è certamente intenso e di qualità assolutamente fine. In bocca è secco, non invadente nella sua vivacità, giustamente acido ed estremamente godibile nella beva anche grazie ad una nitida e gradevole sapidità. Un vino franco, sincero, che appaga una esigenza di palato di leggerezza e finezza. Ideale da aperitivo, ottimo anche a tutto pasto, da abbinare soprattutto a crostacei appena sbollentati o in umido ma anche a deliziosi soutè di tartufi di mare; da servire ad una temperatura intorno agli 8°, non necessariamente in una flute, un calice un po’ più ampio lascerà apprezzare meglio tutto il suo spettro aromatico.

Chiacchiere distintive, Sabatino Di Costanzo

19 dicembre 2009 by

Ovvero, della ruralità di cui si sentirà sempre più la mancanza e che io voglio fortemente ricordare, memoria di una infanzia vissuta con i piedi nella terra.

Buongiorno Sabatino, tutto apposto? “Eh, figlio mio, che ti devo dire, vecchio m’hai lasciato e più vecchio mi ritrovi; La pioggia qua, vedi, non vuole proprio farci lavorare…”. “Come ti sei fatto grande, ti ricordi quando con i tuoi compagnielli vi venivate a scippare l’uva dalle piante? Ah quante scoppettate vi sareste meritati!” Sabatino, tengo bisogno di due-tre tralci di vecchie viti, ne avete estirpati qualcuno a fine vendemmia? “Vieni, vieni, andiamo in campagna, statti attento a non sporcarti con la terra però, mantieniti sulla parte dura del terreno”. Sabatino mio, una delle poche cose che proprio non mi dispiace è sporcarmi con la terra, la mia terra ricca di pozzolana!

Sabatino Di Costanzo (nessuna parentela, nemmeno alla lontana) è il contadino puro, il lavoratore indefesso della terra. Pensare a lui mi riporta immediatamente alla mia infanzia, quando appena undicenne mi mandavano a comprare il vino per casa, quello “del contadino” era l’unico capace di far quadrare il bilancio e dare da bere agli assetati di tranquillità dopo una dura giornata per mare. Sabatino oggi ha più di ottant’anni, tutte le mattine alle cinque e trenta porta la frutta al mercato ortofrutticolo di Pozzuoli, la poca che gli è rimasta di coltivare dopo l’espropriazione dei terreni subita a fine anni ottanta per lasciare costruire un casermone finito e rifinito ormai da oltre dieci anni e lasciato decadere alla buona faccia dei contribuenti. “Mi avessero lasciato almeno il frutteto, sai che belle mele annurche venivano qua?” Eh si, me le ricordo le vostre mele, i magnifici mandarini, le fave dolcissime che coltivavate tra i filari di per’ e’palummo e falanghina in primavera. “Stì disgraziati, si sono mangiati in dieci anni più di 150 anni di storia e tre generazioni di contadini.

Allora dimmi, fai ancora “quello del vino, come si dice, o’ summelier? Eh si, caro Sabatino, mi avete rincorso con l’uva in saccoccia da bambino ed oggi mi ritrovo io a rincorrere le bottiglie di vino. “Eh, mio caro Angelo, ma il vino che vendi tu alla gente non è come questo, qua’ il vino lo fa’ la natura, io ci metto solo la bocca, e la mia bocca, credimi, è quella che vale!”. Sabatino mio, non ho argomenti per trattare male la vostra opinione, ma credetemi, che la vostra bocca non è la stessa mia, e quello che potete cercare voi nel vostro vino non è lo stesso che vado trovando io e qualcun altro. Un vino deve tenere qualcosa di dire!

Ci spostiamo adesso sotto il pergolato, si avvicina la Signora Concettina, la moglie, imbracciando una bottiglia di vetro chiaro con il tappo di plastica giallo, ci accomodiamo sulla panca sotto la quale arde un piccolo braciere: “Vieni qua’, senti questo che tiene da dirti”, mi sussurra mentre mi versa un abbondante bicchiere del suo piedirosso; il colore non è certo limpido ma è bello vivace, rubino netto ed anche abbastanza concentrato. Lo porto subito al naso, il bicchiere, il classico tumbler da osteria, non è certo ideale per cogliere tutte le sfumature, ma ad esser sincero poco mi aspetto di trovare. “Questo qua figlio mio, lo faccio solo per me, se lo dovessi vendere, come minimo mi dovrebbero dare quattro euri al litro, vallo a far capire a questa manica di fetienti qua intorno”.  In effetti sono sorpreso, lasciata sfumare la lieve nota volatile iniziale, viene fuori un bouquet davvero piacevole, vinoso, floreale di geranio e viola, fruttato di ciliegia polposa, berlo poi è davvero gradevole, frutto ancora in primo piano, fresco quanto basta e lievemente sapido. Nessuna nota sgradevole sul finale di bocca.

Sabatì, ma questo è davvero buono! “Allora qua parliamo e non ci capiamo, questo è solo uva, io ci metto solo la bocca!”. Però ditemi la verità, qua non c’è solo il piedirosso, e poi non mi potete certo dire che è tutta uva di qua, nella piana di Toiano il vino non riesce a raggiungere questa maturità di frutto. “E chi te lo dice, questo è dodici gradi e mezzo, e nessuna per’e’palummo a meno che non sia “trattata” ti riesce a dare di più”.  Con le mani e con gli occhi mi fa’ segno di girarmi e guardare quei quattro filari là, proprio sotto la montagna di Monte S. Angelo: “questo viene da là, è dell’anno passato, 5 damigiane e poche altre bottiglie di sciampagna, ne un dito in più, ne uno in meno. E non sempre però. Tu rispetta la terra, essa sa’ bene cosa darti!”

La pioggia ha smesso di cadere già da qualche minuto, decidiamo di salutarci, io mi porto via i miei tralci di vite vecchi ed un’altra lezioncina di cui fare tesoro. Se il tempo mantiene, con i pampini ormai tutti caduti, Sabatino potrà finalmente lavorare le sue viti in procinto del lungo riposo invernale. Potrà passare in rassegna i pali di sostegno per verificarne la stabilità, legare le viti al palo con i rametti di salice, piegare i tralci e fermarli a dovere con il fil di ferro. Attorno ad ogni pianta potrà togliere le erbacce e metterci il letame o il concime. Poi a Marzo, al risveglio della natura, si vedrà.

A lui dedico queste righe, a lui ed ai suoi fratelli Antonio, don Gennaro e Luigi che, ultrasettantenni ci hanno però lasciato qualche anno fa’; ripensando ai miei ricordi, pesco nella mia infanzia, bellissima, memorie di giornate spese a correre tra le loro “terre”, a giocare in mezzo alla campagna e fuggire rincorsi costantemente sotto la minaccia di “scoppettate” o vangate, per la verità mai ricevute, per un pallone di troppo calciato nel fienile o per una manciata di pesche, ciliegie e fave trafugate di sabato pomeriggio.