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Campi Flegrei, il vino che verrà

24 novembre 2011

Ho trascorso buona parte degli ultimi dieci giorni a camminare vigne e cantine qui nei Campi Flegrei. Un bel giro, di ritorno da Capri, per ritrovare vecchi amici, salutarne con piacere dei nuovi e toccare con mano ciò che di bello e nuovo il territorio avesse da esprimere. Piacevoli chiacchiere che unite alle belle passeggiate tra le vigne, alcune di notevole suggestione, ci hanno poi ricondotti in cantina, a cogliere, direttamente dalle vasche, le prime impressioni sulla vendemmia 2011 appena alle spalle.

Si è scritto e detto che in Campania, in via generale, si sia avuta una vendemmia caratterizzata per lo più da alti e bassi, con punte di eccellenza in alcune zone ormai notorie, vedi l’alto casertano, il taurasino, il Cilento, ma anche da risultati non trascurabili in altre microzone di altissima vocazione, come in costiera – per esempio a Tramonti – o a Roccamonfina. In definitiva però va registrandosi un’annata abbastanza difficile da leggere, che a detta di molti enologi saprà riservare sì buone chances ma solo se ben interpretata dal punto di vista tecnico. Ecco, l’aspetto tecnico, quello talvolta fondamentale, altre volte meno.

“In vigna – secondo assoenologi Campania -, sono risultate fondamentali, nella caratterizzazione dei singoli risultati, la gestione viticola e delle operazioni in verde come la palizzatura e la sfogliatura nonché la scelta della data di raccolta in relazione all’obiettivo enologico ed alle possibilità dei singoli vitigni”. Si aggiunge inoltre, nel comunicato diramato pochi giorni fa, che “in cantina un’oculata gestione delle temperature di fermentazione dei mosti da uve bianche, ricche di elementi nutritivi in relazione alla primavera abbastanza benevola, ha permesso buoni risultati con i vitigni più nobili. Per le uve rosse è risultata fondamentale la scelta delle metodiche di macerazione delle bucce per l’estrazione mirata e misurata degli abbondanti composti polifenolici”.

Già, perchè se questa vendemmia è risultata abbastanza omogenea, a fare la differenza sarà il manico, chi dunque ha ben inquadrato cosa si è colto dalle piante e come meglio intervenire in cantina; chi sa insomma cosa fare, con uve o certamente surmature o, per contro, vendemmiate precocemente per non averle. Si dovrà ad ogni modo fare i conti con la propria esperienza.

Detto questo, per quanto riguarda i Campi Flegrei, credo si palesi anche qui una certa eterogeneità qualitativa, soprattutto per i vini bianchi; questa è la mia prima sensazione venuta fuori dagli assaggi di questi giorni. La materia è interessante, con punte di ottimo livello qualitativo, ma ho avuto l’impressione che non ci dobbiamo aspettare vini di particolare profondità, ed eleganza, bensì ben inquadrati sulla tenue spinta olfattiva e la solita, caratterizzante, consueta bevibilità.

Fatte salve giusto una/due cose piuttosto interessanti, pensate da chi ha deciso per macerazioni un po’ più lunghe ma soprattutto da chi ha saputo leggere molto attentamente ognuna delle sue vigne, mi verrebbe da dire ognuno dei propri filari, grappolo su grappolo. E agire di conseguenza in cantina. Poi si sa, i lieviti, le correzioni dei mosti, possono – laddove non si hanno tanti scrupoli – dare una mano, ma alla lunga il risultato lascia il tempo che trova se non ben supportato da un corredo più complesso. Accontentiamoci quindi, ma non escludiamo anche piacevoli sorprese.

Altra storia mi è sembrata quella dei vini rossi, in uvaggio e non, in particolar modo il piedirosso, sicuramente in grande spolvero: teso e concentrato dove si ha avuto il coraggio – o più semplicemente l’intelligenza – di aspettare, assai espressivo in quei luoghi caratterizzati da terreni più complessi e ricchi di minerali. C’è un buon livello di concentrazione quindi, e sicuramente indubbie possibilità di evoluzione, pur augurandomi si tenda a conservare anzitutto lo spirito di un vino da lasciar bere e non che finisca, come tavolta accade, a fare da soprammobile nelle cantine sempre più affollate e impolverate; poi si sa, solo il tempo ci dirà. Da segnalare infine, le interessanti novità sul versante della d.o.c. che di recente ha subito alcune modifiche al disciplinare di produzione: molto interessante per esempio l’idea di un rosato doc Campi Flegrei. In un prossimo post tutte le novità.

Campi Flegrei, al via la VI edizione di Malazè…

10 settembre 2011

Comincia oggi, e sino al 20 settembre prossimo, la manifestazione ArcheoEnoGastronomica dei Campi Flegrei “Malazè, il cratere del gusto”.

Ma cos’è Malazè? Anzitutto, tutti i vocabolari dialettali ignoravano il  sostantivo “malazzè“. E’ di detta origine marinara e, a quanto pare, è presente soltanto a Pozzuoli, anche se le  nuove generazioni ne ignorano l’etimologia. Fino agli anni cinquanta del secolo scorso, le case e i locali a piano terra del borgo marinaro, O’ Valjone, non ancora sottoposti alle radicali trasformazioni d’uso, rispondevano a precise esigenze di vita, […] infatti erano depositi di attrezzi per la pesca e diverse abitazioni che si affacciavano direttamente sulla Darsena e verso il Porto, avevano aperture che permettevano l’ingresso delle barche. Erano questi i malazzè: “magazzino-magazzeno-malazzè”. (Raffaele Giamminelli, storico, puteolano doc)

Da qualche anno, con questo nome così evocativo – nato in un freddo pomeriggio dall’intuizione di pochi di noi appassionati sostenitori seduti intorno a un tavolo -, si invitano gli avventori dei Campi Flegrei a vivere il territorio per le sue più splendide bellezze: l’archeologia, quindi la cultura, l’enogastronomia e l’enologia. Avanti tutta quindi e buon Malazè! Per saperne di più sulla manifestazione, curata oggi da Rosario Mattera, cliccate  qui, oppure qui per scegliere a quali degli appuntamenti partecipare.

Ricchi e Poveri

20 agosto 2011

Tema scottante la ricchezza di questi tempi, soprattutto nell’ottica di come siamo abituati, irrimediabilmente oramai, a sentirci ogni giorno più poveri, e non solo in termini economici. Giustapporre questi due vini non nasce certo dall’idea di un confronto possibile, evidentemente paradossale, ma da un fugace momento di riflessione su quanto siano costretti sempre più ad emozionare certi grandi vini nonostante le aspettative volgano a loro favore e quanto invece risultino sempre più sorprendenti certi altri meno blasonati, diciamo pure inesistenti agli occhi dei più, ma di indiscusso valore territoriale, morale, evocativo.

La Baroness Philippine de Rothschild si mostra in tutto il suo splendore, icona abbondante di una ricchezza debordante, materiale, scintillante, zecchina. La sua storia, quella della famiglia, ci racconta una storia suggestiva a tratti caratterizzata da episodi implacabili; ma ciò che interessa di più a noi del blasone de Rothschild lo ritroviamo tutto in questo mezzo bicchiere offertomi da Mr Adam per avere controprova del perché sia così infinita la sua passione per Mouton e, più in generale, per i vini di questo pezzo di Bordeaux da sempre luogo d’elezione per vini di altissimo profilo.

Un Pauillac 2004 strepitoso, non c’è che dire: colore rubino vivo, denso, quasi impenetrabile. Il naso è ampio, caldo, considerevole, a tratti ridondante di quei piccoli frutti rossi e neri talvolta stancanti altre volte immancabilmente attesi, desiderati, quasi rapiti; in bocca è consistente, copioso, fastoso, grasso, intenso, oltremodo largo, opulento, polposo di un frutto infinito, notevole, pieno, sontuoso mi verrebbe da dire. Ci sta tutto. L’attacco al palato è calorico, il vino ha parecchio spinta e non lo nasconde, esprime freschezza e tannino incisivi e voluttuosi, il ritorno gustolfattivo poi è elegante e raffinato: come te lo aspetti. Il finale di bocca chiude saporito, sfarzoso, soffice quanto basta e squillante quanto lo hai potuto solo immaginare, succoso, carezzevole. Un rosso pregnante, roba da ricchi insomma, mica male!

Raffaele Moccia¤ è invece una persona semplice, allevatore e vignaiolo nei Campi Flegrei. Le sue mani, segnate dal lavoro quotidiano in vigna, sono l’unico biglietto da visita che sa offrire all’avventore di turno. Quell’aria sorniona poi, che non riesce mai a svestire, rimane uno dei tratti più belli della sua personalità forgiata da grande fierezza e lucida caparbietà.  Un uomo d’altri tempi.

Il Per ‘e palummo dei Campi Flegrei Agnanum 2010 è uno dei più buoni rossi mai usciti dalla piccola cantina di Raffaele: austero, disadorno da ammiccamenti inutili e sovraestrattivi, scevro da ogni maquillage che ne confonda l’origine, l’essenza, l’espressività. C’ha messo un po’ ad uscire il duemiladieci, le solite cavolate burocratiche della doc – unito ad un colpevole ritardo del produttore nel consegnare i campioni per le varie commissioni d’assaggio – ne hanno coscritto la commercializzazione a fine giugno quando invece molti clienti – taluni puntando anche i piedi – ne sollecitavano la pronta consegna già in maggio, a causa soprattutto delle numerose richieste ricevute. Invero, male non fa ai vini di Raffaele uscire qualche mese più tardi in là sulla stagione, ma essere una piccola azienda, che fa poche, pochissime bottiglie, talvolta rappresenta tanto un pregio quanto un limite difficile da comunicare e, peggio, far comprendere.

Il colore è chiaramente rubino vivace, appare magro e trasparente nel bicchiere, nudo, così come la terra pare averlo consegnato nelle mani del vignaiolo. Il primo naso è avaro, ma gli basta giusto un giro di orologio per mostrarsi in tutta la sua franchezza, spoglio di nuances carnose e gliceriche e guarnito di frutta a polpa croccante, succosa ed invitante. In bocca è spicciolo ma non approssimativo, stiracchiato su di un equilibrio dolcissimo tirato tutto tra fresca acidità e insistente vinosità, misurato, composto, efficace. In tempo di crisi, poveri noi, per bere bene senza sentirsi più di tanto in colpa!

Campania Rosato Pedirosa 2010 La Sibilla

14 agosto 2011

Così ci fermiamo per qualche settimana. Poche, non abbiate timore, giusto il tempo di ricaricare le batterie e riorganizzare le idee, tante e in continuo fermento, per garantirvi al meglio una informazione libera e, come avviene in questa rubrica, poche ma essenziali pillole di cultura enogastronomica.

Per l’occasione – è tempo di vacanza, di leggerezza – scelgo quindi di proporvi un vino di facilissima lettura, un rosato, cogliendo tra l’altro l’occasione per riparlarvi di una delle aziende più slow dei Campi Flegrei che mi sta particolarmente a cuore: La Sibilla della famiglia Di Meo.

Il vino, il Pedirosa, è nato qualche anno fa quasi per gioco, e nemmeno potuto replicare ad ogni vendemmia; del resto non tutti gli anni si può produrre tutto, seguendo quei rigidissimi canoni di qualità imposti non certo dal mercato quanto dalle scelte anzitutto agronomiche e quindi produttive fatte dalla piccola cantina di Luigi Di Meo & famiglia: poco – e quando capita anche pochissimo – ma buono, anzi buonissimo! Del resto si sa, il vino rosato o è un miscuglio di tutto ciò che non convince al momento della raccolta dell’uva, o è, come in questo caso, il fiore all’occhiello – magari partorito da vigne giovani ed esuberanti – che fa splendere l’intera gamma di vini capace in tutto e per tutto, come pochi altri in ambito flegreo, di esprimere in tutta franchezza l’essenza di un territorio unico ed irripetibile.

Ecco spiegato in poche parole il Pedirosa, duemiladieci per l’occasione: per ‘e palummo dei Campi Flegrei vinificato sapientemente in bianco, cioè con una brevissima macerazione a temperatura controllata del mosto sulle bucce, così da estrarre dalla massa solo il cuore pulsante, l’anima più sbarazzina e fragrante che concorre a farne, senza ombra di dubbio, uno dei vini rosati più riconoscibili in riferimento al varietale; al naso offre un bouquet rispettoso dei cardini classici del vitigno e della tipologia, inizialmente soave poi man mano più ampio e complesso: floreale passito, fruttato dolce e minerale, quasi sulfureo; al palato, la beva è carezzevole, giustamente secca, breve ma efficace.

Un vino rosato delizioso, facile come detto, immediato e dissetante, da spendere freddo sulla più gustosa delle zuppe di pesce del golfo, o così, d’emblè, per brindare alla prossima ambìta meta in riva alla spiaggia più bianca e suggestiva nei vostri desideri. Chi volesse un qualche riscontro, ne trova traccia sul web anche qui, ad opera della brava sommelier Sara Marte e ancor prima qui, in un nostro precedente post. Quindi, buone vacanze a tutti e, mi raccomando, portate un po’ della vostra terra flegrea in vacanza con voi.

Come detto, Pozzuolidice si ferma per qualche settimana per ritornare, perentorio, verso i primi giorni di settembre; con il rosato di piedirosso prodotto da La Sibilla di Bacoli, come sempre troverete una ricetta imperdibile affidata stavolta ad un ospite d’eccezione, Francesco Spagnuolo del Ristorante Morabianca di Mirabella Eclano (Av).

La Falanghina dei Campi Flegrei e i dieci vini da non perdere… refresh your mind, right now!

2 agosto 2011

Il vino dell’estate? Forse. Di certo c’è tutto un mondo da scoprire dietro ognuna di queste etichette; storie di una terra straordinaria, di persone che credono in quello che fanno ma soprattutto in quello che hanno da raccontare attraverso i loro vini. Ringrazio Luciano Pignataro per avermi chiesto di scrivere queste righe, da prendere essenzialmente come sintesi delle bevute più significanti di questa stagione di lavoro.

Nessuna classifica – come del resto son certo vi sia qualcuno dimenticato tra gli appunti -, ma solo un modo come un altro per ribadire quanto la mia terra, i Campi Flegrei, continui ad esprimere vini che meritano sempre più di essere bevuti più che raccontati. Infine un invito ai produttori, soprattutto ai “piccoli”, naturalmente senza la pretesa di essere ascoltato: specializzatevi, e puntate il mercato in senso verticale, non in orizzontale…

Nel pezzo, on line qui sul sito di Pignataro, si parla della Falanghina dei Campi Flegrei Agnanum ’10 di Raffaele Moccia, del Coste di Cuma 2009 di Grotta del Sole, della Falanghina Grande Farnia ’10 di Antonio Iovino; poi di Colle Spadaro, Cantine Astroni e di Cantine Di Criscio,  CarputoCantine del Mare, Michele Farro, senza dimenticare, dulcis in fundo, lo strepitoso Passio 2007 di La Sibilla.

Falanghina dei Campi Flegrei ’10 Colle Spadaro

3 luglio 2011

Camminare i Campi Flegrei, la nostra terra, è un esercizio che pare mancare a molti, diciamocelo francamente; badate bene però, dico camminare, con i piedi ben saldi per terra, e non girare magari in auto come qualcuno spesso preferisce fare. Ma se proprio ne siete schiavi, dell’auto intendo, vi do una dritta da non mancare, nemmeno difficile da verificarne la giustezza.

La strada provinciale che da Pozzuoli conduce a Pianura, oltre a rappresentare un annoso problema di viabilità intercomunale – per le buche, la scarsa illuminazione, l’immane scarico selvaggio dei rifiuti – pare meritare comunque una “curva stretta a sinistra” proprio poco prima di entrare sul lungo vialone che taglia in due il popoloso quartiere napoletano: da un lato c’è via Sartania, che lentamente, costeggiando il parco monumentale degli Astroni, discende verso Agnano, dall’altro invece gli edifici ammassati gli uni sopra gli altri che anticipano la collina dei Camaldoli.

Poco prima, dicevo, basta voltare per la collina degli Spadari, un luogo ameno, così chiamato dai romani perché qui venivano forgiate le loro spade, un lembo di terra dove lentamente la campagna cerca di rifarsi sugli abusi edilizi subiti.

Qui Ciro Riccio, detto Giro e’ schiass per le genuine guance rosse in viso, iniziò nel 1952 a piantare, tra un seminato e l’altro, viti di falanghina e di per’ e palummo; oggi a condurre l’azienda c’è il genero Luca, che con sua figlia Maria si occupano a tempo pieno sia della cantina che dell’azienda agricola; qui, infatti, insiste anche un piccolo allevamento di maiali e di animali da cortile, oltre che una sana coltivazione di verdure e pomodori che finiscono puntualmente in conserve dal sapore antico. Elementi questi che contribuiscono certamente a stuzzicare ancor più la curiosità dell’avventore.

Bene. Tornando al vino, le bottiglie prodotte dalle sole vigne di proprietà sono poco più di 15.000, ognuna testimonianza di una promessa di continuità fatta a suo tempo a papà Ciro, nonché di un legame indissolubile con la propria terra anche per le nuove generazioni. Dei vini di Colle Spadaro mi piace anche il piedirosso, sbarazzino, pulito, franco, proprio come questa falanghina: un bianco sincero, devo ammettere continuamente una sorpresa con i suoi 12 gradi e mezzo in perfetta armonia con una giusta acidità e maturazione del frutto.

Una falanghina proprio deliziosa, vestita col suo colore più classico, giallo paglierino con chiare nuances verdoline, cristallino e pieno di fascino; il primo naso non è ampissimo – ma quale falanghina flegrea ne è capace? -, è però efficace e di sostanza; vi si riconoscono, nitidi, sentori di fiori bianchi e di frutta a polpa bianca, mela verde e pera, poi uno sbuffo che tende all’agrumato. Palato asciutto, freschissimo e di ottima sapidità, forgiato da quella mineralità classica e ad ogni assaggio nuova che caratterizza quasi tutti i vini flegrei. Il classico bianco da spendere all’aperitivo o magari durante quelle cenette informali, tra amici, quando il vino pare non bastare mai.

Questo articolo è appena uscito sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove troverete, tra l’altro, anche una nuova gustosa ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Questa settimana ritorniamo inoltre a rendervi conto del significato della nostra valutazione in “stelle” dei vini proposti.

Terzigno, di Villa Dora e del suo ultimo Lacryma Christi del Vesuvio, il Rosato Gelsorosa 2010

17 giugno 2011

Strano il destino del Lacryma Christi del Vesuvio, un vino conosciuto ed amato in tutto il mondo, icona – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è azienda campana, di quelle che contano, numeri alla mano, che non ne ha in listino almeno una referenza: è un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva anche ad indirizzo dell’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, ai turisti tout-court, si vende da solo.

E’ però una denominazione decisamente in sofferenza, da tempo ormai. Soffre, manco a dirlo, soprattutto la produzione di qualità, quella fatta dai piccoli viticoltori, o da coloro che hanno scelto di fare, sul Vesuvio, buona viticultura e vini fini anziché vendere carta straccia ed avallare così cisterne che dal Sannio-Beneventano corrono a rimpinguare le casse dei cosiddetti mediatori, talvolta con vini belli e fatti, altre volte con uve che… manco a dirlo; in ogni caso, in tempo di vendemmia, sono loro a dettare legge; una legge, inutile sottolinearlo, spietata.

Soffre, quindi, soprattutto chi ha scelto di fare grandi vini – che esprimano il territorio, come si dice -, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse; lavorare la vigna così significa portare in cantina uva di primissima qualità e sapere dove mettere le mani, lavorarle come dio comanda e aspettare; sì aspettare, perché è necessario che il tempo faccia il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché la falanghina, la coda di volpe, l’aglianico ed il piedirosso di queste terre – siano essi quindi vini bianchi o rossi – abbiano la capacità di maturare il giusto tempo per arrivare a quella prontezza necessaria per essere colti nella loro essenza, e colpire nell’anima.

Ecco allora perché bere questo Gelsorosa 2010, per avvicinarsi a questa idea di viticoltura e di vino nuova e diversa, perché in questi prossimi due/tre mesi di caldo si può benissimo, bypassando l’opulenza di certi bianchi, rinunciare al tannino e alla glicerina dei rossi per ricercare, cogliere, assaporare nella freschezza e nella mineralità di questo bel rosato da aglianico e piedirosso, tutta la franchezza di un territorio che nonostante tutto riesce a guardare al futuro sempre con occhi nuovi.

Ecco, di Villa Dora, sin dagli esordi, apprezzo soprattutto la capacità di saper aspettare i suoi vini; una qualità questa – divenuta per qualche sprovveduto una costrizione acuitasi con la crisi del mercato – che ha reso i suoi Lacryma, dal bianco Vigna del Vulcano ai rossi Gelsonero e Forgiato¤, tre fulgidi esempi di come le vigne vesuviane siano adatte ad esprimere grandissimi vini capaci di attraversare il tempo con la stessa scioltezza con la quale una lama calda passa nel burro. Sono questi vini d’altri tempi, che il tempo lo sfidano, con sfrontatezza.

Bottiglie che si rivolgono ad un consumatore attento e lanciato alla ricerca di sensazioni ben determinate, alte, fuori dai soliti canoni organolettici comuni, e soprattutto fuori da ogni logica che accomuna tanti altri Lacryma nati esclusivamente per finire, perché mai nasconderlo, a fare bella mostra di se sulla mensola della cucina; bottiglie meravigliose quando con quel tratto del Vesuvio stilizzato in etichetta rievocano magari una passeggiata a Pompei o un tuffo memorabile al Faro di Anacapri, un po’ meno quando finiscono nel bicchiere, quando ci finiscono. No, i vini di Vincenzo Ambrosio e sua figlia Giovanna seguono altre strade, quelle che conducono direttamente al cuore.

Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso #2

7 giugno 2011

Una faccenda simile a quella descritta nel finale del post precedente, che vuole cioè difetti originati da una cattiva gestione del vigneto o della vinificazione nonché dell’affinamento, proposti ed insidiati nell’immaginario collettivo come tipicità, è stata per anni propinata raccontando del nostro piedirosso dei Campi Flegrei, che ha, guarda caso, una spiccata tendenza sia alla riduzione, durante le fasi di lavorazione in cantina e, se le uve raccolte non godono di perfetta maturazione, al vegetale.

I napoletani e l’apologia del piedirosso. Per lungo e troppo tempo abbiamo sentito affermare che la puzzetta del piedirosso è un tratto caratteriale tipico del vitigno, o del territorio: affatto! Il carattere vegetale poi, come detto, è riconducibile solo ed esclusivamente ad una non corretta maturità dell’uva, derivante da una non ottimale gestione del vigneto (pirazine), mentre la riduzione è dovuta dalla produzione di idrogeno solforato (uova marce) e metantiolo (acqua stagnante, straccio bagnato) ad opera del lievito, sia esso indigeno o selezionato, quando è in condizioni di particolare stress per carenza di ossigeno o per carenza di azoto. I suoli vulcanici composti principalmente da sabbie sono terreni sciolti, poveri di azoto, tale macroelemento è indispensabile per il corretto metabolismo del lievito, quindi avendo valori di azoto prontamente assimilabile (APA) bassi – in media tra 80-120 mg/l quando solitamente ne occorrono circa il doppio -, non è difficile decifrare quale fosse l’origine del male di certi piedirosso sempre troppo sospesi tra l’inferno ed il purgatorio. A questo aggiungiamoci certe pratiche enologiche che definire scorrette è poco, dalla cattiva gestione dell’ossigeno, o un eccesso di anidride solforosa in fase di ammostamento, alla noncuranza delle uve in fase di pre-lavorazione con il doppio effetto negativo di produzione di esenoli – note erbacee – e l’eccessiva produzione di feccia vegetale che tende a sottrarre ossigeno al lievito. Bisogna fare pertanto attenzione quando si parla di tipicità e soprattutto di territorio. Il territorio negli ultimi quarant’anni ha subito notevoli trasformazioni, per di più il clima è cambiato, le buone pratiche di campagna abbandonate e le stalle, quelle vere, scomparse.

Il sovescio per esempio, veniva applicato sistematicamente in tutte le vigne del circondario flegreo, e qualcuno ancora riesce a mantenere, con non poca fatica, questa tradizione; consiste nel seminare in autunno leguminose, in modo particolare favino e lupinella, per interrarle poi in primavera; un sistema naturale atto ad arricchire il terreno anzitutto di azoto, ma anche di ferro grazie alla congiunta semina del rapestone. Il letame proveniente dalle stalle, stabulato e maturato, arricchiva il suolo di sostanza organica e carbonio, aumentandone così capacità di scambio cationico (C.S.C), cioè la capacità intrinseca del terreno di rendere disponibile i macro e i microelementi all’apparato radicale delle piante. Il letame, inoltre, ripristinava ogni anno la carica batterica del suolo fondamentale per rendere “vivo” il terreno.

Anziani contadini delle mie parti di sovente mi raccontano che il vino piedirosso presentava al tempo colore rubino brillante e spesso gradazioni alcoliche sostenute e buona struttura tannica, ovviamente il tutto in zone vocate e in particolare da vini prodotti con uve da viti vecchie.

Oltretutto le temperature erano più fresche e di conseguenza anche l’acidità era più alta ed il Ph più basso, ciò era molto interessante per tutte le ricadute microbiologiche e chimico-fisiche e per la capacità del vino di tenere nel tempo. Inoltre, il mosto veniva fermentato in tini di legno aperti con grande disponibilità di ossigeno per i lieviti indigeni, aspetto di fondamentale importanza per quanto detto prima. Infine, l’affinamento, anzi, a quel tempo era un mero stoccaggio in previsione di un trasporto che avveniva generalmente in fusti di castagno e ciliegio, non certo quindi per velleità ma per necessità; tra l’altro, il ciliegio a poco alla volta andava sostituito nel corso del tempo dal castagno, a causa della sua elevata porosità e quindi incidente sulla diminuzione di quantità di vino. In ogni modo anche questi legni conferivano tipicità al prodotto.

Il castagno, se ben stagionato, conferiva struttura e probabilmente al primo passaggio anche una nota amarognola e mentolata, con il tempo di sicuro il suo contributo migliorava perché meno aggressivo e comunque restava la capacità di ossigenare il vino attraverso il cocchiume e le doghe, cosa sicuramente positiva per l’evoluzione. Il ciliegio, fintanto che è stato presente nella filiera, in perfetto equilibrio con il castagno, donava dolcezza e frutto. Oltre a queste perdite naturali che hanno definito in passato la cosiddetta tipicità del piedirosso, un forte aggravio lo si è avuto dall’introduzione dell’acciaio in cantina. Il vitigno, si può dire quindi, è vittima del mal d’acciaio. Essendo l’acciaio un contenitore inerte, non traspirante, incide notevolmente sulla tendenza che ha il vitigno alla chiusura ed alla riduzione, talvolta irreversibile se non si ha l’accortezza di gestire bene i travasi, oppure adoperando la tecnica della micro ossigenazione; il per e’ palummo vinificato in acciaio è come un uomo stretto da una morsa al collo, che ha non poche difficoltà a respirare.

Come si evidenzia da quest’ultimo breve periodo, tante cose sono cambiate, ma una appare chiaramente non mutata nel tempo, la fretta del napoletano. Il napoletano è fast, comprende poco o nulla della cultura Slow, vive di precarietà da secoli e l’aforisma Carpe Diem pare cucitogli addosso in maniera calzante: poco, maledetto e subito!

Così per il vino, un prodotto da consumare subito, entro l’anno. Per fortuna oggi c’è qualche segnale di cambiamento, c’è qualcuno, qualche mosca bianca che inizia a rallentare ad andare più Slow, a sperimentare quell’arte di “saper attendere” anche sulla produzione dei vini. Questi segnali sono più che evidenti nell’ultimo decennio, tangibili nelle aziende storiche flegree come pure in quelle piccole realtà venute fuori negli ultimi tempi; di questi ci sono alcuni piedirosso, nomi e cognomi alla mano, La Sibilla, Contrada Salandra, Agnanum, dei quali godere appieno, e nessuno di questi caratterizzato, pur rappresentati come espressioni tipiche del territorio, da quella “tipica puzzetta” fastidiosa e certamente ben lontana, per quanto detto, dal varietale e dai Campi Flegrei; evidentemente quindi tutti lavorati bene e figli della scienza e di una enologia pulita. Si, perché dietro ad ognuna di queste aziende c’è un bravo enologo: a Bacoli, a La Sibilla c’è il giovane e bravo enologo di famiglia Vincenzo Di Meo, Giuseppe Fortunato di Contrada Salandra si avvale dei preziosi consigli di Antonio Pesce, che tra l’altro con i vini delle sabbie vulcaniche ha grande dimestichezza, mentre Raffaele Moccia, Agnanum, ha potuto beneficiare dell’imprinting iniziale dello start-up del vulcanico, competente ed estroso Maurizio De Simone.

In definitiva, il piedirosso incarna forse anche la marginalità di Napoli, a volerlo dire con una espressione greca usata nelle scritture apocalittiche, Napoli e il piedirosso si trovano sempre Parà ta éscheta ovvero prossimi ai limiti estremi, vicini alle cose ultime, sull’orlo dell’abisso, in bilico, sempre a un passo dalla resurrezione ma anche ad un passo dal precipizio. Infatti, uno dei grandi problemi irrisolti di questo vitigno è la scarsa produttività e quindi la definizione di un modello viticolo moderno, capace di esaltarne le peculiarità limitandone le avversità; intanto i contadini, proprio per questo motivo lo stanno estirpando, sostituendolo nella migliore delle ipotesi con la falanghina, di certo più plastica e generosa; quindi è d’obbligo lanciare un appello al mondo della ricerca, della produzione e della comunicazione, per lavorare uniti al fine di preservare il valore assoluto di questo straordinario vitigno, l’orgoglio agricolo nonché ancora di salvezza, rinascita viticola della nostra città. Save the piedirosso!

 Qui “Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso” – parte prima.

Qui l’articolo in versione integrale  su www.lucianopignataro.it.

Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso #1

7 giugno 2011

Premessa: il vino è storia e cultura, è arte e poesia, ma soprattutto è natura; è però – indiscutibilmente – anche scienza.Il naso. Fiori freschi bianchi, colorati, fiori appassiti e secchi, frutta fresca, matura, cotta e secca; profumi erbacei, vegetali, aromatici, speziati, pungenti o meno, ma anche minerali, tostati, animali; terragni, eterei.

Quando si parla di vino non si può non parlare anche di naso. Questi è uno strumento di precisione infallibile, o quasi; un software collegato ad un hardware ancora più complesso e potente qual è il cervello. Mille e più recettori differenti di cui ognuno di noi è capace al massimo di attivarne appena un centinaio, e a livello assai differente tra loro in quanto è scientificamente provato che esiste una predisposizione genetica all’olfazione, e che in ognuno matura e migliora solo attraverso un continuo allenamento e non di certo dall’oggi al domani. Le cellule nervose olfattive hanno inoltre la capacità di rigenerarsi con una certa frequenza tant’è che si può dire che in media ogni tre mesi abbiamo un naso del tutto “nuovo”; può capitare infatti che dopo uno shock, come ad esempio un forte raffreddore, per riacquistare una completa funzionalità dei recettori olfattivi dobbiamo attendere almeno 2-3 mesi.

Ma cosa sentiamo quando avviciniamo le narici al calice? Come anticipato, non tutti hanno la capacità di cogliere tutte le sfumature, il 50% degli individui per esempio non percepisce nemmeno il più semplice dei sentori, quello di violetta per esempio, o il succoso lampone (β-ionone); senza dire poi della fatica a ricordare il tabacco, l’amarena matura, figli di quel β-damascenone caratteristico dei vari Syrah, Gamay e non ultimo Pinot Nero? Una gran faticaccia! Tali composti varietali, tra l’altro presenti in tutte le varietà a bacca rossa, sono derivanti dalla degradazione dei carotenoidi ad opera della radiazione luminosa; ai fini strutturali non sono molto importanti per la loro espressione aromatica diretta, dato che difficilmente raggiungono concentrazioni superiori alla soglia di percezione, ma, anche a basse concentrazioni, sono in grado di funzionare come esaltatori di aromi primari fruttati. La loro concentrazione aumenta con l’aumento dell’esposizione dei grappoli alla luce, per questo motivo, non è blasfemico, ma scientificamente provato, poter ritrovare in dei vini bianchi prodotti da uve sovraesposte dei sentori che ci rimandano ai frutti rossi.

Altra molecola aromatica interessante è il 4-metilmercaptopentanone (4MMP), che appartiene alla famiglia dei tioli – il Sauvignon Blanc ad esempio -; questi, a basse concentrazioni corrisponde alla nota fruttata di frutto della passione, o all’erbaceo del bosso, mentre ad alte concentrazioni è spesso associato alla nota pungente della pipì di gatto – nota non sempre apprezzata – caratterizzante certi particolari sauvignon blanc della Loira, di Sancerre in particolare, dove sono state identificate per la prima volta, seppur presenti, in minor concentrazioni in molti altri vini europei. Le molecole aromatiche variano in base alla soglia di percezione che corrisponde alla quantità minima di una singola molecola che viene percepita da almeno il 50% di un campione in condizioni standard, la soglia può variare da qualche nanogrammo/litro fino ad alcuni milligrammi/litro per le molecole più pesanti.

Un altro fattore interessante da non sottovalutare, che incide talvolta non poco, è la pre-percezione che sovviene ad opera di altri sensi che partecipano all’analisi organolettica di un vino, come nel caso della vista; si, perché già il solo colore tende ad influenzare notevolmente la verbalizzazione; in un recente esercizio di degustazione, un bianco tra i più classici, colorato di rosso per l’occasione, ha condotto immediatamente tutti a riconoscere in quel vino aromi tipici di frutti e fiori rossi; altro esempio calzante è quello dell’idea che va maturando l’opinione pubblica della piccola cantina a confronto di una più grande, e non solo in relazione a termini numerici: una chiara pre-percezione di piccolo è bello e grande industriale; decisamente negativo per la seconda. Lo stesso vino inoltre – è noto – degustato in un posto evocativo, magari con il produttore presente, ha un sapore diverso da quello bevuto magari in altre occasioni meno suggestive: risulta decisamente più buono!

Ritornando alle molecole, altro elemento davvero interessante è 2-metossi-3-isobutilpirazina (IMBP) che è di sovente responsabile del carattere vegetale avvertito nei vini; il vegetale va distinto dall‘erbaceo che è generato invece da altre molecole aldeidi ed alcoli a 6 atomi di carbonio (esanale – esenale), che si formano con l’eccessivo maltrattamento dell’uva in fase di lavorazione (cattiva vendemmiatrice, cattiva pigiadiraspatrice, eccessiva pressatura). Fortunatamente la concentrazione di tali molecole è spesso inferiore alla loro soglia di percezione pertanto hanno un’influenza limitata. Il carattere vegetale è dunque da associare nella maggior parte dei casi alle pirazine piuttosto che agli esenoli. Il carattere vegetale, spesso riscontrato nel cabernet sauvignon, franc, merlot e sauvignon blanc, corrisponde al peperone verde, all’ortica, alle fave crude, ha una soglia di percezione di 15 nanogrammi/litro e la sua concentrazione diminuisce con l’avanzare della maturità dell’uva. Quindi in generale tutte le uve a bacca rossa se non ben mature generano vini vegetali. Il vegetale come già anticipato, si degrada con l’esposizione diretta alla luce, ma è anche presente nei vini prodotti da uve provenienti da zone calde dove la vigna non è stata opportunamente gestita (parete fogliare troppo espansa, eccessivo ombreggiamento dei grappoli) o l’annata è stata eccessivamente fredda e piovosa. In alcune zone viticole impossibilitate ad eliminare “il carattere vegetale” a causa delle avverse condizioni climatiche in cui si opera, si è addirittura arrivati a sbandierare questo “difetto” quale tipicità del territorio quando non peculiarità di quel determinato prodotto.

Stessa cosa è avvenuta ed avviene ancora in parte in alcune zone viticole per un’altra categoria di molecole odorose: i fenoli volatili (divisi in vinil-fenoli ed etilefenoli) di origine microbica prodotti dal lievito Brettanomyces. I vinil-fenoli che corrispondono a note farmaceutiche, di medicinali, di cerotto sono più presenti nei vini bianchi; mentre gli etilfenoli associati all’odore di sudore di cavallo, alla stalla, sono più presenti nei vini rossi. I fenoli sono sempre negativi, perché coprono l’aroma del varietale! In un viaggio di alcuni anni fa fatto in Spagna nella zona della Rioja buona parte delle cantine visitate presentavano vini con altissime concentrazioni di etilfenoli, questi per loro erano “vini tipici”, quegli aromi di stallatico ci venivano enunciati come markers del territorio, ma in realtà erano solo frutto dell’inquinamento delle botti da loro utilizzate ad opera del Brettanomyces. C’è da aggiungere che le molecole fenoliche purtroppo creano assuefazione, e dopo un certo tempo se si ha un inquinamento ambientale sarà difficile identificarle soprattutto per chi lavora da anni in quella stessa cantina.

Qui “Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso” – parte seconda.

Qui l’articolo in versione integrale  su www.lucianopignataro.it.

L’estate in rosa, drink pink made in Campania

30 Maggio 2011

L’estate è alle porte. Converrebbe, come del resto avviene da sempre in Francia, accantonare per qualche tempo i grandi rossi – due/tre mesi, non di più – e pensare di dare più ampio respiro, oltre ai soliti noti ed insoliti bianchi, ai vini rosati (o rosé, che fa più chic!). A cercarne bene ultimamente se ne trovano di molto interessanti. In Campania così come altrove in Italia.Vi propongo quindi, in due uscite, una breve selezione maturata discorrendo delle bottiglie che più mi hanno conquistato in questo primo scorcio di stagione. Quest’anno, come nei programmi, ho continuato a dare ancora più spazio al bere rosa nei miei precetti, assaggiando e provandone parecchi, proponendoli oltretutto  in carta anche con una nuova posizione, nelle primissime pagine, cosicché da renderli tutti subito individuabili da parte dell’avventore appassionato alla tipologia; giuro che prima o poi la mia carta dei vini ve la presento, frattanto però eccovi tra le etichette prescelte, quelle che ritengo più interessanti e meritevoli della vostra attenzione.   

Aglianico del Taburno Rosato Le Mongolfiere a San Bruno 2010 Fattoria La Rivolta. Pensi al Taburno e la mente corre subito ad aglianico opulenti e indelebili; cominciamo col dire invece che questo rosato rappresenta ancora un colpo a segno per la splendida azienda di Paolo Cotroneo, riesce a coniugare forza evocativa e freschezza da vendere; prodotto da sole uve aglianico, del Taburno appunto, è vibrante ed efficace dal primo naso all’ultimo goccio calato nel bicchiere. Interessante anche in virtù del fatto che si propone non solo sul breve ma anche capace di reggere discretamente il tempo, anche un paio d’anni; buono da bere anche su piatti importanti. Il nome rievoca un episodio realmente accaduto a Torrecuso nel giorno di S. Bruno che vide piombare in Fattoria, in contrada La Rivolta, praticamente sbucate dal nulla, due mongolfiere planate dal cielo per toccare con mano – si disse – le splendide colline ammirate dall’alto. 

Campania Rosato Pedirosa 2010 La Sibilla. Eh sì, mi piace vincere facile; del resto quando si gioca in casa le probabilità di portare a casa il risultato sono sempre più alte. Piedirosso dei Campi Flegrei vinificato sapientemente in bianco con una brevissima macerazione del mosto sulle bucce, sicuramente uno dei più riconoscibili in riferimento al varietale; offre un naso rispettoso dei cardini classici del vitigno e della tipologia, inizialmente soave poi man mano più ampio e complesso: floreale passito, fruttato dolce e minerale, quasi sulfureo; la beva è carezzevole, giustamente secca, breve ma efficace. Da spendere sulla più gustosa delle zuppe di pesce del golfo. A trovarne naturalmente (di zuppa di pesce buona, intendo)!

Lacryma Christi del Vesuvio Rosato Vigna Lapillo 2009 Sorrentino. Benny Sorrentino non accetta compromessi, cosicché i suoi vini, quelli impressi nel fuoco dei lapilli vulcanici del monte Somma e nell’hinterland vesuviano, riposano almeno sei mesi prima di uscire sul mercato. Questo rosato duemilanove ha un colore piuttosto insolito per la tipologia, ricco e compatto, il vino è intriso di note di frutta rossa polposa e sbuffi di macchia mediterranea, si concede con un sorso intenso, ricco, minerale, che infonde al palato freschezza e consistenza. Ottimo lavoro direi, e gran bella beva; nasce da un marriage di piedirosso con una piccola percentuale di aglianico, lo consiglio di sovente sui carpacci di pesce o sul risotto agli agrumi, ma si può tranquillamente pensare di berlo anche con le carni, purché non stracotte o troppo sugose.

Paestum Aglianico Rosato Vetere 2010 San Salvatore. Poco o altro da aggiungere alla recensione già passata su queste pagine qualche settimana fa, se non l’efficace controprova avuta da allora dai numerosi clienti a cui l’ho proposto che hanno molto apprezzato soprattutto l’impostazione frutto/carattere voluta da Peppino Pagano e, naturalmente sottintesa, da Riccardo Cotarella. Aglianico di gran levatura allevato nei dintorni di Cannito, in pieno Cilento; anche in questo caso un vino polivalente, da non pensare di bere solo sul pesce, pur raccomandandone l’uso su quello grigliato.

Roseto del Volturno 2010 Terre del Principe. Pallagrello e casavecchia, non poteva essere altrimenti in casa di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini, abituati come sono – e come ormai ci aspettiamo che facciano – a fare le cose per bene e nei modi e nei tempi giusti. Ritorno volentieri a raccontare di loro, in verità l’avrei potuto anche fare prima, conservo infatti diversi appunti su una mini verticale di Vigna Piancastelli, ma aspetto di limarne qua e là alcuni concetti, ne scriverò quindi a tempo debito. Adesso spazio a questo delizioso vino uscito per la prima volta l’anno scorso e riproposto in gran forma con il 2010. Il colore è forse il più bello tra quelli presentati in questa batteria: ricco, luminoso, invitante. Il naso è un po’ sfuggente ma non manca certo sui fondamentali sentori floreali e fruttati; non facile da cogliere a freddo ma molto interessante la sottile linea speziata che si insinua non appena si alza di qualche grado la temperatura di servizio; ma, sia chiaro, pensateci solo per gioco: questo vino, come tutti gli altri raccomandati qui, beveteli belli freschi, l’estate è alle porte e vestire di rosa il vostro bicchiere sta a significare anche mettere per un po’ da parte le fisime dei sbevazzatori col termometro!

Una o due annotazioni in chiusura. E’ chiaro che la Campania può cimentarsi con buona capacità sulla tipologia, a patto però che non corra nella direzione sbagliata. Leggi banalizzazione ed omologazione. Per fare un buon vino rosato bisogna partire da un progetto serio e meticoloso, che guardi nel tempo ad una prospettiva certa e non solo al momento commerciale favorevole; quindi anzitutto uve sane e atte a tale scopo, poi tutto il resto che non sto nemmeno a sottilineare. Oltre ai vini segnalati in questo post vi sono altri che meriterebbero di essere raccontati ma ai quali era opportuno mettere avanti chi non avesse ancora avuto spazio su questo blog. Bene per esempio anche il Rosato di Tenuta San Francesco, e restando in tema tintore, pure quello di Alfonso Arpino di Monte di Grazia seppur ancora troppo scomposto nella fase gustativa: it needs time!

Qui il drink pink made in Italy.

Cantine Aperte 2011, viaggio nei Campi Flegrei

27 Maggio 2011

Domenica prossima 29 Maggio torna in tutta Italia come consuetudine Cantine Aperte, appuntamento decisamente imperdibile per tutti gli irriducibili del vino; ma anche una occasione ghiotta per coloro che desiderando avvicinarsi ad esso preferirebbero farlo entrandovi dalla porta principale, quella che conduce direttamente dalla vigna alla cantina; ecco, quale migliore occasione di questa!

Il calendario eventi in regione è molto fitto, la Campania tra l’altro si propone sempre con grande entusiasmo in questo giorno facendo di questa iniziativa uno dei momenti più attesi dell’anno da parte degli appassionati. Qui sul portale del Movimento Turismo del Vino trovate centinaia di opportunità sparse in regione ed oltre, senza però voler far torto a nessuno, noi abbiamo deciso di proporvi tre interessanti itinerari tutti flegrei, di particolare suggestione e che, volendo, con un po’ di impegno, si possono anche facilmente inanellare l’uno all’altro, giusto per non farsi mancare nulla. A tutti voi, che sia una giornata speciale tra le splendide vigne e cantine flegree, agli amici di sempre, a cui tocca faticare, un “in bocca la lupo!” ed un caloroso augurio di buon lavoro!

Presso Cantine Astroni va in scena “Il Risorgimento di Enotria: cibo, vino e arte per brindare all’unità d’Italia”. Dalle ore 10:30 alle ore 17:00 saranno proposte ad intervalli regolari passeggiate tra le vigne con visite guidate ai vigneti dell’azienda, con vista panoramica della Riserva Naturale del Cratere degli Astroni (orari visite 11.00, 12.15, 15.30). Quindi visita in cantina durante le quali lo staff di Cantine Astroni illustrerà il progetto aziendale, nonché le principali lavorazioni vinicole svolte dall’azienda (orari visite 11.30, 12.45, 16.00). Infine tre diversi Laboratori di Degustazione, “Il Verde, il Bianco e il Rosso” alla ricerca dell’Unità/diversità d’Italia. Qui il programma nei dettagli.

Cantine Astroni
Via Comunale Sartania, 48
Loc. Astroni 80126 (Na)
tel. 081 5884182
info@cantineastroni.com
www.cantineastroni.com

Presso Grotta del Sole invece dalle ore 10.00 sino alle 17.00 è in programma “La falanghina sin dal tempo di Roma”: mostra con le immagini dello scavo della Villa del Torchio, sita proprio a Grotta del Sole, illustrata per l’occasione dalla dr.ssa Costanza Gialanella, Sopr. Arch. delle Province di Napoli e Caserta e dall’archeologa dr.ssa Michela Ascione; il programma della giornata prevede inoltre costanti visite dell’azienda, del vigneto nonché degustazioni guidate dei vini prodotti. Qui il programma completo. Da non perdere il pranzo in vigna a cura dei diplomandi in indirizzo “Servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera” dell’IPSAR Petronio di Pozzuoli, coordinati dalla Prof. Elisabetta Cioffi, con desserts curati per l’occasione dal laboratorio Cake Art (per il pranzo è obbligatoria la prenotazione per telefono a via mail a info@grottadelsole.it).

Grotta del Sole
via Spinelli, 2
80010 Quarto (Na)
Tel. 081 8762566
info@grottadelsole.it
http://www.grottadelsole.it

A Bacoli, la famiglia Di Meo de La Sibilla, propone dalle 10.00 del mattino una sana scampagnata garibaldina tra le vigne e gli orti nella parte occidentale di Baia, nel cuore dei Campi Flegrei. Accompagnati dai contadini e custodi della famiglia, gli avventori saranno guidati attraverso un percorso naturale tra mirabili luoghi e filari di storici vitigni sino al suggestivo panorama sui porti di Cuma e Miseno, testimonianza della presenza della Domus Giulii in Baia. Alle ore 13.00 cicerchiata imperdibile innaffiata da falanghina e piedirosso dei Campi Flegrei. Posti limitati, prenotazione obbligatoria a Tina Di Meo al 329 6007476 oppure via mail a info@sibillavini.it. 

Cantina La Sibilla
Via Ottaviano Augusto, 19
80070 Bacoli (Na)
Tel. 081 8688778
info@sibillavini.it
www.sibillavini.it

Chiacchiere distintive, Gerardo Vernazzaro

5 Maggio 2011

Una laurea in Viticoltura ed Enologia in tasca, conseguita a Udine nel 2001, poi alcune esperienze formative pregnanti prima di ritornare a casa: su tutte, una presso l’azienda agricola Leonildo Pieropan a Soave, l’altra, indimenticata, in Argentina, presso l’azienda Luigi Bosca di Mendoza; Gerardo Vernazzaro, amico di bevute memorabili, oltre ad essere un tecnico di elevatissimo talento prima che di conoscenze, è una gran bella persona, di quelle capaci di risolverti una giornata con una battuta folgorante. E’, tra l’altro, segretario regionale dell’Assoenologi Campania. Cura, di tanto in tanto su questo blog, una delle rubriche che dedichiamo alla viticoltura di qualità.

Allora Gerardo, le lunghe chiacchierate tra “amici di bevute” trovano finalmente una via di confronto più ampia; partiamo dalle origini, l’inizio di tutto: perché uno “scugnizzo” della periferia napoletana decide di fare il tuo mestiere? Non ho mai pensato di diventare enologo fino a quando nell’ estate del ’97, durante una vacanza a Ibiza, mi ritrovai a tirare le somme della mia vita vissuta sino a quel momento. Avevo appena finito le superiori, fresco di qualifica di perito informatico (mio malgrado) e con ben poche prospettive se non quella di vedermi, dopo anni di precariato, mal pagato, seduto per ore dietro a una scrivania; proprio non mi garbava. Ripensai così a quando da bambino giravo in cantina, dai miei zii, per sbarcare il lunario durante la pausa estiva e per mettere da parte qualche lira per i miei sfizi; Così da cantiniere qual ero – e per la verità dopo un po’ non mi andava nemmeno più di tirar tubi, lavar serbatoi e riempir damigiane – decisi che ne dovevo saper di più, così corsi ad iscrivermi a enologia e viticoltura, consigliato dall’amico, oggi collega, Maurizio De Simone che mi indirizzò a Udine; lì, in quegli anni, la formazione era specifica e di buon livello. Preferire Udine col tempo si è dimostrata la scelta giusta, in quegli anni la passione è maturata e cresciuta in maniera esponenziale, e ciò grazie anche alla quotidianità che vivevo in Friuli, dove al posto del caffè si beve vino sin dal mattino. Qui ho colto quale fosse la mia strada.

Il fattore che mi ha fatto innamorare del mio mestiere e’ stata la concretezza, cioè la possibilità di mettere subito in pratica gli insegnamenti scolastici; al primo anno di studi già mi ero attrezzato con un piccolo laboratorio ed alla fine del secondo (1999-2000) ho gestito interamente la mia prima vendemmia: 6000 quintali di uva, con il quaderno degli appunti ed il “Ribereau Gayon”, la bibbia degli enologi; alla fine ero soddisfatto, ma oggi quando ripenso a quei vini rabbrividisco!

Meno male averti conosciuto molto dopo allora! Quindi gli studi, la laurea, le prime esperienze: ma cosa ti rimane di quegli anni? Mi rimangono le amicizie vere, in quanto mi sento e mi vedo frequentemente con tanti amici e colleghi dell’Università con i quali ho trascorso anni bellissimi, divertenti e costruttivi; tra l’altro, ricordo come fosse grande la soddisfazione di aver sovvertito ogni pronostico inizialmente a mio sfavore: “Eccolo qui, il napoletano fancazzista, che non studia, non lavora, mi sentivo dire…”; ed invece dopo appena 6 mesi gli stessi erano costretti persino a chiedermi gli appunti!

Poi il ritorno a casa, in famiglia, a smanettare in cantina; ma fuori dal lavoro? Aver studiato fuori mi e’ servito tanto, mi ha fatto vedere con occhi diversi la mia citta’ e la mia famiglia, con maggior apertura, spirito critico e lucidità. Sai, quando vivi a Napoli è come essere coinvolti in una rissa senza alcuna colpa, solo avendo la fortuna di guardare il tutto da fuori decidi se entrarci o meno.

Non posso negare un certo disagio nel ristabilirmi a Napoli, ho sofferto il riadattamento, il ritorno alla quotidiana frenesia, al caos; in più sopraggiungeva un fattore nuovo, direi inaspettato: la “solitudine professionale”; cioè la mancanza di persone con le quali poter condividere la mia passione per il vino, e non solo nel farlo, ma anche nello scoprire, confrontarsi; all’inizio è stata davvero dura! Poi per fortuna le cose sono cambiate, nella mia vita oltre ad Emanuela sono entrati nuovi amici e colleghi con i quali poter parlare e finalmente condividere tante cose e passioni, non solo il lavoro: Ivan Pavia, Antonio Pesce, Massimo Di Renzo, Fabio Gennarelli, Fortunato Sebastiano, Gennaro Reale, Michele d’ Argenio, Francesco Martusciello Jr e tanti altri; per me stare insieme, condividere è una necessità irrinunciabile, ho un continuo bisogno di confrontarmi.

E’ stato così anche in famiglia? Mi spiego: la storia, le tradizioni, valori così radicati, sono sicuramente pregnanti, riferimenti assoluti, ma talvolta si corre il pericolo di scontrarsi con convinzioni ataviche, stereotipi difficili da superare. O no? La famiglia e’ un valore fondamentale e la storia e le tradizioni sono altrettanto importanti; in verità ogni volta che ho proposto dei cambiamenti, anche radicali, come certe innovazioni, la mia famiglia era già all’ opera nel realizzarli; hanno capito, e i fatti hanno sempre anticipato le chiacchiere.

Piuttosto era far comprendere all’esterno i cambiamenti in corso; il fatto di appartenere ad una famiglia del vino a Napoli con una storia così forte, per taluni appariva un limite invalicabile, e quando proponevo il mio lavoro, i miei vini, c’era sempre qualcuno che diceva “ah si, Varchetta, quelli del vino sfuso!”, senza nemmeno assaggiare i vini. Una pre-percezione negativa che ha reso il “gioco” più duro di come lo immaginassi, diciamo un condannato a priori. Ma dopo dieci anni di duro lavoro e tanti investimenti, per fortuna di scettici ne son rimasti pochi, anche perché crediamo di aver operato sempre in maniera trasparente: che la mia famiglia vendesse vino sfuso (cosa che tra l’altro continuiamo a fare) era logico oltre che normale; abbiamo oltre un secolo di storia nel vino, e come si sa, quello imbottigliato è presente (ed apprezzato) sul mercato, campano in particolar modo, da poco più di 20-25 anni. C’e’ stata una evoluzione repentina che abbiamo attraversata tutta, dai fusti di legno in castagno a quelli di ciliegio, al cemento, per poi passare al vetroresina e quindi all’acciaio, per finire, negli ultimi vent’anni appunto, col vetro. Cambiamenti epocali, da commercianti di uve e vini a vinificatori, e nell’ultimo decennio vignaioli a pieno titolo, con investimenti importanti e mirati ad una viticoltura sostenibile ma di precisione, specializzata in produzioni di qualità, e soprattutto orientata al recupero e alla valorizzazione di luoghi impensabili dall’immaginario collettivo. Ecco la risposta che attendevi, la storia e la tradizione per me oggi non sono affatto ostacoli ma punti di forza su cui costruire il futuro!

Ecco, veniamo ai tuoi di ideali, dal lavoro in vigna alla cantina, qual è il tuo approccio? Il buon senso anzitutto. E il basso impatto. Agli inizi, fresco di studi, mi sentivo super, con le mie conoscenze in enologia pensavo di poter fare tutto, sempre ed in ogni annata. Dunque, poco più che ventenne pensavo che nulla era impossibile, e che in cantina si potesse fare davvero il bello e il cattivo tempo.

Da quando ho iniziato a mettere le mani realmente in pasta, a vinificare l’uva sul cratere degli Astroni, ma anche altre uve di qualità provenienti da diversi areali campani, ho capito che c’era una grande differenza in termini di lavoro in cantina e sui vini finiti. Fare il vino in vigna è d’altronde persino più conveniente. Oggi, dopo le mie prime 12 vendemmie, ritengo sia fondamentale conoscere bene il terreno, attraverso analisi del suolo, per intervenire ove mai fosse necessario in modo scientifico, ma anche e soprattutto analisi fogliari, per capire gli assorbimenti dei macro e microelementi presenti nel vigneto; lavorare di fino sulla dotazione azotata delle uve per diminuire gli interventi di nutrizione al lievito, sia esso indigeno o selezionato, in fermentazione alcolica. Per buon senso intendo anche sviluppare quella conoscenza e sensibilità in vigna per poter limitare al minimo tutti gli interventi invasivi sulla pianta, quindi sull’ uva, e di conseguenza sul suolo: se malauguratamente uno prende la tosse non deve mica ricorrere alla chemio…

Non mi ritengo un interventista quindi, ma se l’ annata non e’ buona, quindi come si dice, ostile, non mi va di perdere il raccolto; quello che è certo è che da quell’uva non faremo un gran vino, ed in quanto tale va proposto in maniera coerente al mercato. Credo infine che attualmente produrre vini dal basso impatto sia divenuto quasi un dovere per un produttore; bisogna limitare l’uso di fitofarmaci invasivi, che oltretutto il più delle volte possono compromettere la fermentazione e rilasciare residui certamente non genuini al vino, limitare l’uso di additivi chimici, ridurre l’uso della solforosa, ma non solo per un discorso etico, come lo vogliono far passare in molti, ma piuttosto per la salubrità del vino e da ultimo perché un vino stabile e buono, con un contenuto basso di solforosa si lascia bere con più faciltà, e quindi, presumibilmente, se ne dovrebbe vendere di più.

Quali sono invece i tuoi riferimenti, chi ti ha ispirato di più? Come stimolo professionale il mio professore Roberto Zironi, e non di meno il grande Gennaro Martusciello, per tutti “O’ duttore”: due persone da cui ho tratto grande ispirazione. Ricordo ancora il primo giorno di Università, quando il Prof. Zironi mi chiese da dove venivo ed io gli risposi “dalla Campania, da Napoli…”; lui mi disse, “lì da voi avete un grande enologo, Gennaro Martusciello, lo conosci?” E poi ancora, rivolgendosi stavolta alla classe tutta: “sapete, questo tecnico campano ai convegni mette in seria difficoltà tutti noi relatori con domande intelligenti e quasi sempre spiazzanti”. Fu molto bello ascoltare tali lodi per una persona che ho imparato poi negli anni a conoscere ed apprezzare sempre di più. Infine, la persona forse più importante, mio zio Vincenzo, che è stato, e lo è tutt’ora, un riferimento assoluto per la mia vita prima che per il mio lavoro.

Si dice, sempre più frequentemente, che è proprio nel passato il futuro della viticoltura moderna; una frase di comodo o c’è del vero? Sicuramente basta leggere il De agri cultura di Marco Porzio Catone, il De re rustica di Columella, o qualsiasi scritto di Plinio il Vecchio,Varrone per capire che in 2000 anni le buone pratiche agricole sono veramente cambiate poco: i sovesci, le concimazioni organiche con letame stagionato, le rotazioni in campagna, le buone regole per impiantare un vigneto, la vocazione dei terreni e tanto ancora; nulla o quasi è stato inventato oggi.

E l’enologia, la scienza che studia il vino e la sua produzione, come si pone dinanzi a queste prospettive? Il vino deve essere prima buono e sano, poi se biologico, biodinamico, raro, vero, ecc. ancora meglio.

Qui ti voglio: biologico, raro, vero, naturale, biodinamico, convenzionale, tecnologico; giusto perché qualcuno non pensasse che invece basti dire rosso, bianco o rosato. Ma cos’è tutta questa confusione? Partiamo dall’assunto che il vino biologico non esiste, ma solo il vino prodotto da uve da agricoltura biologica; del resto ad oggi non esiste ancora un disciplinare per la produzione di vino bio, e spesso succede che in cantina si fa di tutto e di più, e ancor più spesso si trovano in commercio vini detti impropriamente bio che hanno però, per esempio, dosi di solforosa altissime; non v’è coerenza. Per me il biologico non si può fare ovunque, e soprattutto non si può fare sempre, a patto di essere disposti a perdere anche tutta la produzione; certo è che non lo possono fare tutti, ci vuole grande sensibilità, conoscenza del territorio e delle vigne; anzi, di ogni singola vite

Sulla possibilità di vinificare senza solforosa o comunque ridurre l’utilizzo della stessa, come detto è una strada obbligata per tutti i produttori contemporanei; ritengo tuttavia che ci siano varietali più predisposti di altri a questo approccio e quindi bisogna stare sempre attenti a ciò che si comunica e ciò che si è capaci di garantire; ad esempio, per rimanere in regione, io stesso ho provato a vinificare il Greco di Tufo senza solforosa, e sono certo che si può fare, come l’Asprinio, come il Tintore di Tramonti e l’Aglianico di Taurasi. Tutte queste uve però possiedono acidità altissime e ph molto bassi, quindi a ph3 vi è nel mosto un’azione antisettica e antibatterica naturale, pertanto possiamo rinunciare tranquillamente alla So2; addirittura per i due bianchi citati è, se vogliamo, raccomandabile; perché senza So2 non c’è protezione dall’ossigeno e quindi avviene un ossidazione immediata di tutta la frazione fenolica instabile, già partendo dal mosto, così da ridurre anche l’utilizzo di chiarificanti. Per il Tintore poi non utilizzare So2 è auspicabile, altrimenti con tenori alcolici così sostenuti ed il ph a 2.9-3, con buone probabilità la fermentazione malolattica può non avvenire .

A proposito di Tintore, e di Alfonso Arpino cosa mi racconti? Alfonso è un grande! L’ incontro con lui è avvenuto nel 2004, venne ad Astroni con Anna sua moglie, mi portarono una bottiglia del loro rosso 2003, uno spettacolo, un colore mai visto prima, rimasi talmente affascinato dal vino nella sua interezza che lo ricordo ancora come fosse ieri; Alfonso mi disse che cercava un enologo giovane, ma io gli dissi che non potevo seguirlo, non avrei trovato tempo da dedicargli, e lui, impassibile, mi disse: “Vieni a vedere le mie vigne, poi decidi…”. Quando arrivai a Tramonti e vidi le sue vigne rimasi impietrito, non avevo mai pensato prima di allora che potessero esistere viti così antiche, credimi la commozione mi pervase, accettai. Di ritorno verso Napoli pensavo all’onore di vinificare uve da viti secolari, a quanti uomini avessero vendemmiato quelle uve, a quante vendemmie, a quante storie. E adesso anch’io ne entravo a far parte. Mi sentii e mi sento un privilegiato. Alfonso ed Anna poi sono persone eccezionali e mi hanno dato tanto in questi anni, oltre che buoni consigli, mi hanno trasferito l’amore per la terra, loro sì che sono Slow! Oggi a Monte di Grazia l’enologo e il cantiniere è Alfonso, io mi limito a dare qualche consiglio ma poi è lui che fa quello che vuole e ritiene opportuno; questo secondo me è un buon rapporto tra tecnico e produttore, cioè tra il tecnico che si limita a dare consigli e proporre al produttore diverse strade, ma alla fine è il produttore a scegliere quale percorrere. Il vino così è figlio del territorio e del produttore e non dell’enologo!

Approfitto di questo spazio per chiarire un altro concetto, spesso sento dire “non vogliamo il vino dell’enologo!”. Mi verrebbe da dire “e che vuoi il vino del salumiere?”. Il vino è scienza, e lo fa l’enologo, o quantomeno l’enologo moderno, che deve saper leggere un terroir e ben interpretarlo, senza mai stravolgere la sua vocazione, ma comunque producendo vini puliti, fini, ed ove possibile eleganti e soprattutto digeribili. L’equazione vino dell’enologo=vino costruito o peggio ancora vino chimico non mi piace proprio.

L’enologia degli anni 70-80 quella era sì chimica, dissociata dalla viticoltura; quella moderna è biotecnologica (microbiologia, biochimica) e sempre più saldamente legata alla viticoltura; l’enologo moderno si affaccia sempre di più alla viticoltura e all’agronomia e, purtroppo, in giro c’e’ troppa gente che confonde il chimico con il biochimico e la chimica con la microbiologia. Quante persone parlano in modo molto superficiale di enzimi, lieviti, solforosa, brettanomyces e altro senza sapere cosa siano realmente? Tante, troppe!

Quindi anche la comunicazione ha le sue responsabilità. Dal tuo punto di vista di consumatore prima che di tecnico, tra l’altro particolarmente appassionato – ne sono testimone – dove si sbaglia? Non so dove si sbagli, la comunicazione ha giocoforza il suo ruolo, ma ti posso dire dove sbagliano i produttori e i tecnici: bevono poco e spesso solo i loro vini, e questo è un grande limite; per formare nella propria mente una idea di vino più ampia, completa, come spesso asserisce anche il prof. Luigi Moio: “il vino nasce prima da un’idea che prende forma nella nostra mente…”. Un altro tabù è l’aggiornamento tecnico e lo scambio di conoscenze, ma su queste problematiche ci stiamo lavorando anche noi come Assoenologi Campania assieme al nostro presidente Roberto Di Meo.

Una cosa sulla comunicazione, in generale, te la posso dire; sono stato diverse volte in Cina e lì ho capito quanto sto per affermare: quando usciamo fuori dai nostri confini, e abbiamo la presunzione che tutti ci conoscono, non per i vini, ma di certo per le nostre bellezze: Napoli, Ischia, Sorrento, Capri, sbagliamo! E di grosso. Questi non sanno nemmeno dov’è posizionata l’Italia sul mappamondo, figuriamoci tutto il resto; qualcuno conosce Roma, alcuni Milano per la moda o per il calcio. Incredibile! Noi purtroppo continuiamo a presentarci in questi luoghi con una proposta troppo frammentata e spesso la “diversità” più che un valore aggiunto rischia costantemente di divenire un punto debole della nostra offerta, perché mal comunicati. Da questo punto di vista in Italia non è mai stato costruito nulla di solido e valido su cui puntare veramente per noi aziende, c’è troppo campanilismo, per non parlare poi nella dimensione regionale. Una catastrofe!

L’esempio continua ad essere la Francia, hanno saputo inculcare nelle menti dei consumatori mondiali che i migliori vini (ma anche i formaggi per esempio) sono solo francesi, e non sud, nord, centro o isole; tutti. Poi, se uno vuole bere grandi rossi di struttura beve i bordolesi, se ricerca finezza beve Borgogna, se bollicine Champagne e così via. Noi italiani invece continuiamo a flagellarci, un esempio lampante è stato lo scandalo del Brunello; ricordo quell’anno al Vinitaly, in molti tra i produttori di altre regioni se la ridevano, “gli sta proprio bene ai Toscani, così imparano!”, senza pensare che il fango colpiva un vino patrimonio della storia d’Italia e che sotto accusa non era certo solo la Toscana, ma tutto il “sistema vino” nostrano.

Ma veniamo a noi, ci parli un po’ di Cantine Astroni, come nasce e dove vuole andare, quale direzione ha deciso di seguire? Cantine Astroni nasce dalla volontà di valorizzare la proprietà sul costone del cratere degli Astroni, ma anche come percorso obbligato per l’evoluzione vitivinicola della mia famiglia; non abbiamo un punto di arrivo, ma di certo una direzione, quella di preservare quanto più possibile il bello rimasto nel nostro areale e di puntare nel tempo ad eccellenze che conservino un’anima tutta partenopea.

Parte delle vigne sovrastano appunto il Parco Monumentale degli Astroni, un luogo suggestivo ed evocativo di storie straordinarie; chi si affaccia da lì non può non rimanerne rapito; qual invito ti senti di fare a chi vive con non poca frustrazione l’assedio della metropoli? Come il grande Eduardo ogni tanto ci tocca pensare pure a noi “Fujitevenne!”, ma non è cosi decisivo; a chi non passa per la testa di scappare da Napoli in questo momento?Agli assediati consiglio di visitare e conoscere meglio la nostra città, di cogliere ed apprezzare le sue bellezze nonostante tutto e soprattutto di ritornare a studiare un po’ della nostra storia per capire chi ha calpestato la nostra terra prima di noi e perché stiamo come stiamo; oggi si vive quel che qualcuno ha inteso come “immobilismo frenetico”, ma che cela un bello ineguagliabile sepolto non dalla spazzatura ma dalla troppa ignoranza, la madre di tanti mali che affligge la nostra città, e dall’ arroganza; due aspetti pregnanti della nostra società civile d’oggi, ed ahimé della nostra politica.

Hai scelto, pur potendo cercare altre vie, di vivere e lavorare nella tua terra; ci sarà mai il riscatto per questa Napoli “siccome immobile”? Dice Aldo Masullo: “La nostra Napoli è una città sempre in bilico, sempre a un passo dalla resurrezione ma anche a un passo dal precipizio, in un continuo alternarsi dei suoi mutevoli stati d’ animo di esaltazione e depressione, città piena di dualismi e di forti contrasti estremi”. Bene, io mi sento spesso come la mia città. E non credo di essere l’unico. Mi piacerebbe un giorno ascoltare un Tg bianco, dove per almeno 10 minuti vengano trasmesse solo notizie positive, perché sono sicuro che c’é tanta gente nella nostra città che si impegna nel sociale, che fa cose belle e soprattutto buone! In fin dei conti sì, sono ottimista, credo che ci sarà un riscatto per Napoli, ma il processo sarà lentissimo; la cosa più preoccupante secondo me è che purtroppo stiamo assistendo nel frattempo ad una “napoletanizzazione” di tutto lo stivale, ed ahimé nel senso più negativo del termine, con sceneggiate, commedie e teatrini il cui finale è ancora tutto da scrivere!

Bene. E secondo te, la terra, la vite, il vino, hanno ancora un valore per questa città e la sua provincia? Oggi più che mai, la terra, la vite e il vino hanno gran valore per questa città e per la sua provincia, sono la roccaforte delle tradizioni e la risposta alla cementificazione e al brutto, serve tanta specializzazione e le poche vigne rimaste secondo me devono divenire dei veri e propri giardini, le vigne metropolitane forse hanno più valore delle altre perché sono delle oasi nel deserto di cemento, avamposti da salvaguardare e tutelare!

Chiudiamola così: ti invito a pranzo domani, prima però dimmi cosa porti da bere? Angelus ’93. Basta poco, chéccevo’!

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it

Quarto, Campi Flegrei Falanghina Quartum ’10

23 aprile 2011

Un grande valore della rinascita vitivinicola dei Campi Flegrei, avviata nella prima metà degli anni novanta dalla storica famiglia Martusciello, è senz’altro la giovane età dei protagonisti che vi si affacciano di continuo e vanno affermandosi con la loro dinamicità e voglia di fare.

Lo è stato allora, quando poco più che ventenni debuttavano in società, a Grotta del Sole, i giovanissimi Salvatore e Francesco, innescando un processo virtuoso di passaggio generazionale assolutamente non trascurabile, culminato con l’ingresso in cantina a pieno titolo di regia del giovane (e bravo!) Francesco jr sulle orme dello stimatissimo zio Gennaro; un salto questo seguito tra l’altro negli anni da altri validissimi giovani produttori ed enologi flegrei, impegnati in prima linea nella guida delle aziende di famiglia o di nuove proprie; penso per esempio a Vincenzino Di Meo di La Sibilla, a Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, a Peppino Fortunato di Contrada Salandra, giusto per citarne alcuni tra i più bravi di cui abbiamo raccontato in precedenza su queste pagine.

Così è stato per i giovani fratelli Di Criscio, Francesca Adelaide, Rosa e Luigi, che dopo gli studi hanno preferito recuperare e valorizzare un’antica tradizione familiare che vedeva, più o meno cento anni fa, i loro nonni, e prima ancora già i bisnonni, impegnati nelle campagne quartesi e di rimbalzo nella ristorazione locale. Due ettari e poco più di vigna nel pieno centro a Quarto, l’azienda produce poche altre bottiglie di aglianico e di un rosato del beneventano, ma personalmente spero che in futuro l’ideale rimanga quello di puntare tutto sulla valorizzazione dei soli vitigni flegrei; perché mai no? Francesca Adelaide, tra l’altro, è da qualche tempo presidente de Le strade del vino dei Campi Flegrei, l’associazione nata per mettere assieme le tante anime dell’enoturismo locale che dopo diversi anni di difficile gestazione, si spera possa finalmente avviarsi a camminare con le proprie gambe, e far girare ai turisti le splendide vigne flegree; per questo confido personalmente nel suo entusiasmo e nella sua notoria caparbietà.

Ma veniamo al vino, questo è solo il primo assaggio di falanghina duemiladieci che vi propongo; ho scelto Quartum una sera a cena dall’amico Rino del Ristorante Il Rudere, “è appena arrivato…” mi dice: “assaggiamolo subito..!” gli rispondo. La luce che attraversa il mio bicchiere evidenzia subito l’espressione più docile del varietale, tipica delle uve coltivate nelle campagne quartesi, il colore è di un paglierino tenue, di discreta vivacità; il primo naso è lieve, sono ancora evidenti in primo piano le note vinose post fermentative, ma un leggero aroma erbaceo ne accompagna un primo sorso fresco, subito franco, leggero, gradevolissimo. Sarà così sino all’ultima goccia, bottiglia che in due va via che è un piacere, poco più di dodici gradi alcolici ben sorretti da una discreta acidità; da portare con se al prossimo invito a cena per offrirla agli amici come benvenuto!

Questo articolo è stato appena pubblicato questa settimana sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove, come sempre, potrete trovare una nuova ed interessante ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Questa settimana vi rendiamo anche conto del significato della nostra valutazione in “stelle” dei vini proposti.

Campi Flegrei Piedirosso Riserva Montegauro 2007 Grotta del Sole, la storia nel bicchiere…

6 febbraio 2011

La settimana scorsa per motivi di lavoro ho trascorso alcuni giorni a Montalcino, in provincia di Siena. A leggere alcuni numeri – il comune conta poco più di cinquemila abitanti per non più di 260 kmq di territorio – si penserebbe a nient’altro che a un piccolo punto sulle mappe stradali, mentre a parlar di vino, nescienti del fenomeno storico, a poco più di una goccia nel mare magnum dell’enologia italiana.

Eppure questi luoghi sono vissuti e riconosciuti da tutto il mondo, e qui, anche in pieno inverno, in gennaio e con le colline di neve imbiancate, non è difficile incontrare, pure in tempo di crisi, turisti e viaggiatori in cerca di scoprire e capire quel luogo che ha dato i natali ad uno dei vini più preziosi ed ambìti al mondo: il Brunello di Montalcino, appunto.

Così, ispirato anche dall’indimenticabile incontro con Franco Biondi Santi, erede della più antica famiglia di vignaioli in Montalcino e produttore di quello che oggi è considerato l’archetipo del vino Brunello, dopo l’esordio dedicato a Raffaele Moccia, tra i più validi interpreti moderni della viticultura flegrea, ho pensato per questa uscita che fosse opportuno, necessario mettere un punto fermo anche sulle origini e la storia della vitienologia flegrea, partendo col raccontarvi di un vino, il Montegauro di Grotta del Sole, ed una famiglia, i Martusciello, che senz’altro rappresentano ad oggi – fatte naturalmente le dovute proporzioni storico, culturali e sociali che ci separano anni luce dalla vitivinicoltura toscana – ciò che i Biondi Santi sono per Montalcino, ovvero la massima espressione tangibile della loro terra in giro per il mondo.

I Martusciello quindi iniziatori di quello che poco più di vent’anni fa, in piena epoca di cementificazione, appariva pura utopia per i Campi Flegrei, la valorizzazione delle risorse agricole, di quella terra, la vigna, i suoi frutti, visti non più come facili prede del calcestruzzo ma bensì come preziose opportunità di creare economia sul territorio, quel territorio, non dimentichiamocelo, a quel tempo ancora profondamente segnato socialmente dallo sgombero del Rione Terra dei primi anni settanta e moralmente devastato dal terremoto-bradisismo dei primi anni ottanta. Fu quella, fine intuizione commerciale o inguaribile follia di un generoso atto d’amore per i Campi Flegrei? Nell’uno o nell’altro caso, a guardare il risultato, vero e proprio rinascimento viticolo flegreo.

Il Montegauro, prodotto con uve per’ e’palummo in purezza, è vinificato e invecchiato con sapiente utilizzo di legno di rovere francese, e sin dai suoi esordi, a metà anni novanta, ha sempre impressionato per qualità e finezza; certo che le prime annate, soprattutto a distanza di anni, hanno mostrato qualche problema nel reggere il tempo, pur concedendosi in qualche gradita sorpresa. Ricordo infatti, a tal proposito, un 1997 bevuto poco più di un anno fa e ritrovato in grandissimo spolvero. Il millesimo 2007 invece ha un bel colore rubino a dir poco cristallino. L’annata, rivelatasi particolarmente calda e austera, ha condensato in questo vino tanta materia che si manifesta attraverso un bouquet ampio e complesso composto di sentori di fiori e frutti rossi ed un gusto alquanto deciso, ricco, profondo, di sontuosa bevibilità, lontano dalla più comune interpretazione del vitigno, che taluni vogliono scolorito, leggiadro e spesso senza nerbo; Il Montegauro è indiscutibilmente l’accezione più alta del piedirosso ascrivibile ai Campi Flegrei, da guardare come riferimento assoluto sul piano del suo massimo potenziale espressivo. Un vino eccellente, manifesto di questa splendida terra che vuole parlare al mondo, aspettando che si decida finalmente, e lo dico a viva voce ai nostri amministratori, che la finiscano di mercanteggiare utopie come se fossero sogni nostri e che comincino costoro a lavorare seriamente affinché il mondo possa finalmente parlarci da vicino, magari camminandola la nostra terra. E Montalcino in questo è di molto più grande!

Questa settimana su Pozzuolidice nella rubrica di enogastronomia dove troverete anche una deliziosa ricetta della nostra Ledichef oltre che nuovi spunti per imparare “a leggere” il vino.

Pozzuoli, del Piedirosso 2008 di Contrada Salandra e di come nulla il tempo possa smentire

10 dicembre 2010

Pozzuoli, autunno 2003. Vanno via gli ultimi clienti, rimaniamo in cinque o sei, forse qualcuno in più, ma comunque solo buoni amici; abbiamo ancora voglia di bere, brindare, non di festeggiare, ma di fissare bene nella memoria questo giorno, l’inizio di una nuova, splendida avventura nel fantastico mondo del vino: nasce così, dopo un anno di intenso rodaggio, “Amici di Bevute”, e non poteva trovare, a L’Arcante, una casa migliore.

Tra i pochi rimasti, Sandra e Giuseppe Fortunato, conosciuti già qualche anno prima per i loro deliziosi mieli flegrei. Peppino, timidamente, chiede di poterci far assaggiare il suo vino, prodotto artigianalmente e frutto del duro lavoro di recupero della vigna di famiglia di via Tre Piccioni, sulla litoranea che da Pozzuoli conduce alla marina di Licola (per capirci, in zona coste di Cuma), un posto baciato dalla natura ma come spesso accade dalle nostre parti sventrato dall’abusivismo edilizio dilagante degli anni ottanta e novanta. Tant’è che ci arrivano sul tavolo, nella curiosità generale, due bottiglie di per e’palummo.

Ne apriamo una prima, bello il colore vivace, ma il vino al naso è marcato da una decisa nota di riduzione che non lascia spazio a molto altro, se non al piacevole e coinvolgente racconto; dissertiamo infatti, con ampie premesse, su cosa ci si aspetta da quel pezzo di terra fortemente voluto preservare ma che deve in qualche modo trovare una sua dimensione, soprattutto per evitare di finire nel limbo dell’abbandono, o peggio, della cementificazione. Su questo Peppino ha sempre avuto le idee molto chiare, lui e Sandra sono da sempre fortemente sensibili alla salvaguardia dell’ambiente ed hanno imparato, girando per fiere con i loro mieli, che seppur lento, c’è un ideale che puntualmente ritorna, in ogni generazione, a spazzare via ogni conquista qualunquista: è il valore assoluto della terra, per cui vale la pena lottare!

Frattanto decidiamo di aprire la seconda bottiglia, i tratti espressivi non si discostano più di tanto, è chiaro che c’è una mano poco esperta in cantina, eppure non manca di frutto, di carattere; la passione e l’amore per ciò che si fa non sono tutto e Peppino ne è consapevole, ma a parte gli evidenti difetti di manico cerchiamo, con gli accoliti, di comprendere l’anima ribelle di quel frutto che deve pur sfociare nella realizzazione di un sogno, ma è solo l’inizio, ed il tempo si sa, è un gran dottore; qualcuno tra noi chiosa, con poche parole ma che ci aiutano a ben sperare: “ha quel sapore d’uva che mi ricorda il vecchio per e’palummo sopra Cigliano, quello o’vero”. Risata a parte, li ricordo anch’io quei vini, ruvidi, austeri, squilibrati, che piacciono – quando piacciono – più alla pancia che alla bocca, eppure non mentono mai, anche quanto allontanano!

Da allora sono passati sette anni, Peppino Fortunato, silente e riflessivo come è nella sua natura, ha continuato nella sua opera di recupero e valorizzazione della vigna di famiglia, ha chiamato ad aiutarlo in cantina quella mano di cui tanto aveva bisogno, quell’Antonio Pesce che tanto conosce di piedirosso e che tanto ha imparato a rispettarlo e valorizzarlo, così appena messo piede in cantina si è subito cambiato registro. Ottimo fu il 2005, il primo millesimo di riferimento assoluto per Contrada Salandra; ricordo ancora come fosse ieri, l’amichevole “scontro” verbale avuto proprio quell’anno con Peppino, che impaurito dalle prime difficoltà commerciali, aveva deciso di declassare buona parte della vendemmia precedente per meglio collocarlo – come igt – sul mercato locale ad un prezzo decisamente appetibile: “scellerato, gli dissi, non te ne curare, i tuoi obiettivi sono altri!”.  

Il 2008 è la rappresentazione esemplare di quegli obiettivi, prima la terra, poi l’uva, quindi l’uomo, capaci di interagire ma in nessun modo di superarsi; un millesimo, qui come altrove nei Campi Flegrei, specchio di quell’anima, tutta flegrea, appannaggio di pochissimi sul territorio che del territorio ne hanno tessuto la storia e si propongono oggi più che mai di salvaguardarla e valorizzarla. E parlo dello storico, fondamentale coinvolgimento della famiglia Martusciello, del silenzioso ma efficacissimo lavoro dei Di Meo piuttosto che la maniacale ricerca di Gerardo Vernazzaro, ma anche della rincorsa dei vari Antonio Iovino o di Cantine del Mare. Oggi il piedirosso sembra avviato ad arrivare sulla bocca di tutti, o meglio, da più parti si spinge affinchè sia proprio questo rosso tutto nostrano a soppiantare il fallimento – solo temporale – del più nobile dei vitigni campani, l’aglianico. E’ il piedirosso o dover riscaldare gli animi, a fare da apripista al ben più austero e longevo aglianico, il chiavistello da insinuare nelle maglie, sempre più intricate, di un mercato in persistente agonia e perennemente oppressivo sulle esigenze che hanno invece certi rossi da invecchiamento.

Per qualcuno insomma, la cosiddetta manna dal cielo, ma si badi bene, e questo è un monito, non un semplice invito, non si tenti di fare di questo straordinario vitigno un figlio di puttana qualunque da prostrare ai piedi dell’ignorante di turno, soprattutto perchè è in terra flegrea, dove giace in gran parte ancora a piede franco, che meglio riesce, più di qualunque altro luogo in Campania, ad esprimere la sua verità varietale.

Il Piedirosso 2008 di Contrada Salandra esprime un gran bel vino, e più di ogni altra parola val la pena veramente di berlo, quasi ascoltato in ognuno dei sorsi che suggerisce. Una eccellenza frutto di un lavoro durato almeno cinque anni, secondo me già sfiorata, di una o due spanne, nel 2007, ma qui, oggi, decisamente colta nel segno. Le uve sono state raccolte il 25 e 26 ottobre nei vigneti di Monterusciello e Licola, dopo la diraspapigiatura hanno subito criomacerazione a 4 – 5°c per circa 24 -36 ore; successivamente all’avvio del processo di fermentazione la stessa è stata prolungata per circa 22 gg, con rimontaggi leggeri più o meno ogni 8 ore (tre al giorno!). E’ un vino che non è stato chiarificato, ma filtrato, ha fatto solo acciaio ed è stato imbottigliato solo lo scorso giugno 2010. Il colore, rubino scarico, ricorda la ciliegia in via di maturazione, vivace e particolarmente luminoso.

Il primo naso è volto a sensazioni molto sottili e fini di fragranti fiori e frutti rossi, molto gradevole anche la vinosità, pacata e ben fusa al quadro olfattivo generale, che spesso caratterizza il per e’palummo flegreo. In bocca è secco, pervade il palato con una decisa sensazione di freschezza e nonostante gli oltre 13 gradi e mezzo non sembra affatto soffrire di alcuna pesantezza gustativa, offre infatti una beva costantemente pulita e fine, con un ritorno di frutto, anche sul finale, piacevolmente minerale. Un rosso di estrema piacevolezza, da pochi giorni commercializzato, da non far mancare alla vostra tavola natalizia. Avete presente gli spaghetti col ragù di polpo?

Cellole, Falerno del Massico Camarato 2005

7 dicembre 2010

C’è gran fermento in Villa Matilde. Proprio in queste settimane vanno ultimandosi alcuni importanti accorgimenti nella struttura aziendale di cui Maria Ida e Tani Avallone non nascondono di andarne molto fieri; Si conclude così quel processo avviato un paio d’anni fa chiamato “fattoria ad emissione zero” che ha riguardato anzitutto la conversione dei principali impianti di energia elettrica adesso alimentati per buona parte da fonti rinnovabili, nello specifico impianti fotovoltaici. Inoltre, approfittando dell’aria di rivoluzione, si è intervenuto anche sulla riqualificazione di alcune aree operative dell’azienda: “spostando la linea di imbottigliamento da una parte all’altra dell’azienda per esempio, siamo riusciti a destinare più spazio alla cantina di invecchiamento e soprattutto ai magazzini di stoccaggio, consentendoci così una maggiore serenità non solo nella gestione ordinaria dei vari passaggi in cantina (sfecciature, travasi ecc., ndr) – mi dice Fabio Gennarelli, l’enologo di casa – ma soprattutto nella conservazione dei vini e continuare quindi quel percorso iniziato già da tempo che ci consente di far arrivare sul mercato le nostre selezioni, il Caracci ed il Cecubo per esempio, e le riserve come il Camarato, quanto più possibile vicine al loro miglior momento espressivo”.

Qui mi scappa una breve riflessione, su quanto siano davvero poche le aziende in Campania capaci di sviluppare negli anni una programmazione del genere, seria e costante, di crescita qualitativa dell’offerta ma anche di un valido lavoro di marketing che non faccia mai mancare orecchie attente sulla sempre variegata domanda, appannaggio indubbiamente di quelle poche che possono vantare una storia decisamente radicata sul territorio, nonché spalle belle larghe ma intelligenti e capaci di sostenere, e quando è stato necessario, superare e vincere, le dure sfide di un mercato che soprattutto negli ultimi 10-15 anni non ha certo mancato di far sentire la sua enorme pressione. Un esempio, per quanto di banale compresnsione, è anche l’incoraggiante messaggio lanciato al sistema quando, appena raccolte le ultime crescenti richieste, soprattutto dall’estero, di una possibile variazione sul tema bottiglie con chiusure di tappi a vite – solo su falanghina e aglianico base, ndr – invece che storcere il naso nel buon nome dell’italiota fedeltà al sughero, ci si è dati subito una mossa all’indirizzo di capire quando e come poter affrontare questa nuova sfida commerciale. Personalmente, come ho già avuto modo di esprimere qui, non posso che approvare questa intelligente apertura che di certo farà arrivare i nostri vini campani laddove per abitudine o mera esigenza commerciale si tende a sponsorizzare chiusure con tappo a vite anzichè tradizionali sugheri. Una opportunità, perché mancarla?

Ma veniamo al Camarato 2005, come è noto il vino prende il nome dalla vigna omonima allocata a S. Castrese, piccolo comune ad un tiro di schioppo da Sessa Aurunca in provincia di Caserta, non lontano dalla cantina storica della famiglia Avallone situata a Cellole, praticamente fronte strada sulla litoranea statale Domiziana. Se le vigne che circondano la bella Fattoria sulla costa sono caratterizzate da terreni di natura sabbiosa che danno vita a vini, qui solo bianchi da uve falanghina, esili e beverini, i suoli della Tenuta di S. Castrese sono invece di origine marcatamente vulcanica con una buona dotazione di fosforo e potassio, e gli impianti, allevati a guyot con una densità di piante per ettaro di circa 4500 ceppi, hanno una età media di 40 anni, decisamente il fiore all’occhiello della proprietà agricola di Maria Ida e Tani Avallone.

Il colore è rosso rubino, perfettamente integro ed invitante, marcato (ma non troppo) nella sua concentrazione. In questa fase, a circa 6 mesi ancora dalla sua prossima uscita, il naso esprime un profilo olfattivo già ben delineato con sentori di frutta a polpa rossa matura che va continuamente a sostenere gradevolissime sfumature balsamiche di liquerizia e note speziate di pepe nero. In bocca invece è evidente un sano squilibrio, che non inficia certo la consistenza e la voluttà del vino, la materia prima è ricca e direi piuttosto sorprendente per la sua profondità gustativa, ma il tannino “va di petto” che è una bellezza e ne coscrive la trama gustativa. La nota impressionante che ho subito percepito di questo vino, figlio di una buona annata, non eccezionale come per esempio la 2001, ma caratterizzata da ottime escursioni termiche e giuste precipitazioni, è che pare finalmente non soffrire di quella “grassezza” compulsiva che ha spesso diviso critici ed appassionati del Camarato al suo debutto in commercio e che non di rado, pur premiandolo costantemente, non ne riuscivano sempre a cogliere immediatamente l’anima identitaria, con questo millesimo, questa interpretazione, non manco di azzardare a definire più Falerno del Massico che mai, più dei precedenti e quindi ancor più rafforzato in quel ruolo di portabandiera di un territorio unico e straordinario che solo imparando a camminare e cogliere in tutte le sue eterogenee anime si è poi capaci di rendergliene giusto merito. Bel lavoro davvero, tanto di cappello!

Roccamonfina igt Terra di Lavoro 2008 Galardi

3 dicembre 2010

Quando ti lasci alle spalle Sessa Aurunca e cominci la risalita verso Ponte e quindi S. Carlo, ti accorgi subito di stare varcando una soglia che non è solo metrica ma soprattutto temporale. Capita ormai non di rado che anche luoghi piuttosto ameni, mi riferisco in questo caso all’agro sessano, soffrano anch’essi, inesorabilmente, di un convulso traffico di autoveicoli, e le insegne al neon, anche qui tinte di colori dei più sgargianti, non aiutano certo a sostenere che se sei scappato qui, tra le rocce ammantate di verde – in questo tempo più brune che verdi – di Roccamonfina è proprio per scrollarti di dosso quella “puzza di città” di cui sinceramente non ne puoi più.

La strada ti accompagna soave, la pioggia, sottile e costante ti invita alla cautela, i soffici banchi di nebbia che ti si aprono davanti non lasciano apprezzare lo stupendo panorama che invece di solito sa offrire, vista da qui, l’infinita piana di terra di lavoro. Querce, lecci e castagni sembrano abbracciare ognuna delle curve, sovrastano i costoni, e dopo l’ennesima, praticamente a gomito, ecco l’imbocco di Fontana Galardi, che ti accoglie con le sue vigne dispiegate sui fianchi di un lungo viale contornato da cipressi che offrono un colpo d’occhio dal fascino bolgherese che ne fa un particolare che non manca certo di suggestionare l’avventore di turno; mi lascio volentieri riportare indietro nel tempo, rapire dal ricordo, lontano dieci anni orsono, di ciò che avevo allora appena scoperto e che oggi, affascinante più che mai, mi ha indotto al ritorno: Terra di Lavoro, un grande vino, assolutamente non un vezzo!

L’azienda, giusto per riprenderne le fila, nasce nel 1991 ad opera di Roberto Selvaggi e Maria Luisa Murena e i fratelli Francesco e Dora Catello con il marito Arturo Celentano; esordisce con le prime, pochissime bottiglie, con l’annata ‘94. Proprio con Arturo Celentano ripercorriamo la storia recente del Terra di Lavoro, unico vino qui prodotto e che tale è rimasto nonostante frattanto il vigneto, immerso nel parco di Roccamonfina, sia entrato a regime con tutti i nove ettari e mezzo attuali, mantenendo, dal ’97 ad oggi, praticamente invariato anche il numero massimo di bottiglie prodotte per anno che mai hanno varcato la soglia delle trentamila unità.

“Se volessimo sottolineare alcune tappe fondamentali per l’azienda ma in particolar modo per il vino potremmo identificare, dopo l’esordio, nel millesimo 1999 un punto di svolta importante; Forse l’inizio di tutto, la spinta decisiva a quello che vuole essere il Terra di Lavoro e che sentiamo di aver consolidato e concretizzato nel tempo ma che, a distanza di un decennio, riesce ad esprimere al meglio a partire proprio da questa vendemmia 2008”. Mi si dice, di questo 2008, di un millesimo praticamente perfetto, con un andamento stagionale ineccepibile ed uve di sanità e qualità ben al di sopra di ogni altra vendemmia registrata prima.

Ed in effetti, bicchiere alla mano, non v’è dubbio di stare bevendo forse il miglior Terra di Lavoro mai approcciato prima, nonostante l’ottimo, impressionante allora, 2001 nonchè l’eccellente 2004. Un colore vivacissimo, rubino porpora cristallino ed invitante. Il naso è sfrontato, ricco di sfumature, per questo attenzionato con particolare devozione; Bere questo vino dopo averlo aperto per tempo, almeno un paio d’ore prima, non passi come una raccomandazione fine a se stessa, tantè che l’ora dedicatagli – minuto più, minuto meno – ci ha offerto una ampio ventaglio di sensazioni e percezioni particolarmente fini ed eleganti, sempre incentrate su di un frutto ricco di polpa e tuttavia intriso di gradevolissime nuances balsamiche che si fanno via via delicatamente speziate. In bocca poi è ricco, anche qui bello carico, caldo e avvolgente, con un tannino in evidenza ma non offensivo; ciò che più impressiona nella voluttà della beva è proprio la reminescenza acido-tannica che ritorna, puntualmente, ad ogni sorso sino ad accompagnare un finale costantemente persistente, sapido e minerale.

E’ a questo punto che il mio pensiero va all’ultimo riassaggio di un altro millesimo piuttosto interessante ma forse un poco male interpretato, il 2006¤: un’annata, anche questa, decisamente interessante ma che ha offerto un vino palesemente diverso da questo, dal naso quasi ermetico che faticava a venire fuori e dal sapore austero, caratterizzato da una trama acido-tannica a tratti tagliente, quasi sfuggita di mano. Mistero della fede!

Rimettersi in macchina dopo una mattinata del genere è un gran piacere, ritrovare, seppur tra la pioggia, lo splendore di una delle tenute più belle e suggestive della Campania rimane una esperienza sublime; non è banale, né trascendentale sottolineare come questo bellissimo luogo sia incantevole e come sia importante che ci siano persone che hanno deciso di dedicare buona parte del loro impegno quotidiano a valorizzarne i contenuti, territoriali anzitutto, sempre troppo poco considerati, soprattutto perché quando preso di mira rischia costantemente di rimanerne sconvolto, particolarmente da chi coltiva l’insana idea che per fare di questi luoghi una meta ambìta serva più di tutto fare agriturismi “a tempo” ripulendo un casotto qua ed uno là ed offrendo, tra caprette belanti e struzzi napoletani, quattro piatti precotti. Io non credo, penso proprio che ci voglia ben altro!

Giugliano, Parlare di Vino con il Terra di Lavoro

24 novembre 2010

Il prossimo 2 dicembre all’antica trattoria Fenesta Verde un nuovo appuntamento con “Parlare di Vino”, il ciclo di incontri monotematici che ci siamo inventati per raccontarvi i grandi vini italiani in verticale. Siamo partiti, come il cuor comandava, dai due vini se vogliamo più rappresentativi, ognuno nelle proprie realtà, della Campania nonchè della coraggiosa scelta di una azienda di produrre un solo grande vino a dispetto di una domanda di mercato negli anni sempre più cresciuta e soprattutto pressante. Ecco quindi che dopo la bellissima sessione condivisa con Silvia Imparato lo scorso 11 novembre proviamo a raccontarVi, con uno dei patron, Arturo Celentano, un’altro grande rosso campano, il Terra di Lavoro di Galardi prima di aprirci, il prossimo anno, ai confini nazionali con altre perle questa volta dell’enologia italiana.

Rampaniùci, terra promessa ad un grande vino!

22 novembre 2010

Puoi pensare di stare bevendo un gran bel vino, e sorso dopo sorso rimanervi affascinato sino ad esserne definitivamente rapito; Puoi convincerti che questo vino avrà la stessa facilità di attraversare il tempo come il coltellino che impugni di stendere il burro sulla tua prossima fetta di pane. Puoi magari rallegrarti dell’intuito del sommelier che te l’ha – tra i tanti – appena consigliato, o immaginare quanto sia stato bravo il produttore a pensarlo e l’enologo a forgiarlo, ma solo se vieni qui, a Rampaniùci, in questo luogo lontano da tutto ed immerso nei boschi di querce, ad un tiro di schioppo dal burbero Monte Massico che domina l’orizzonte, puoi godere appieno del fascino antico della sua terra, l’Ager Falernus, che questo vino riesce ad evocare con grande slancio di modernità!

Siamo a Casale di Carinola, dove la famiglia Migliozzi è da sempre occupata in agricoltura, non a caso in zona sono conosciuti e riconosciuti come frutticoltori di un certo spessore. Parallelamente però, papà Lorenzo, con l’idea di diversificare gli interessi familiari ha sempre guardato con un certo appiglio al mercato dell’estrazione della pozzolana, di cui il circondario ne è ricco in giacimenti, occupandosene in prima persona lasciando così la conduzione delle proprietà agricole ai figli. Così quando a fine anni novanta, con le prime avvisaglie della crisi economica – che non ha certo risparmiato il mercato della frutticoltura – si dovette pensare cosa fare a Rampaniùci, allora votata principalmente alla coltura di albicocche più che alla vigna ormai logora, si fece avanti Giovanni che già da tempo aveva immaginato proprio qui la possibilità di realizzare il suo sogno di sempre, fare su questa collina un grande vino rosso, un Falerno da consegnare agli annali. 

Rampaniùci, mai nome fu più approriato, è celata da una trama di fitta boscaglia apparentemente ineludibile, dove arrivarci significa attraversare un labirinto di anfratti sterrati che scorrono paralleli alla strada comunale – ancor più sterrata – che dalla località “le Forme”, all’improvviso, sbuca proprio ai piedi della collina. Ecco, arrampicarti su per la collina, in certi punti piuttosto ripida, ed affacciarti tutto intorno, ti fa avere finalmente ben chiaro il quadro emozionale che sino all’assaggio, magari sostenuto anche dal bel racconto del sommelier, hai potuto solo immaginare; Perché questo Falerno del Massico, sarà il prossimo punto di riferimento per questa denominazione, e per questo pezzo di Campania Felix, assolutamente inespresso rispetto al suo enorme valore vitivinicolo a cui, personalmente, invito a guardare con sempre maggiore rispetto ed occhi lucidi di aspettative.

Il reimpianto della vigna è stato completato nel 2005, cinque ettari praticamente a corpo unico –  una vera rarità per l’areale – perfettamente integrati nel paesaggio e che nulla hanno tolto allo splendore del fittissimo bosco di querce che li circonda tutto intorno. Lo scenario, per chi sa leggere il vigneto, il suo impianto, è incomparabile, di una suggestione unica. Lungo la risalita, in alcuni punti decisamente ardua, dimorano le piante di primitivo, nella parte più bassa di Rampaniùci, un ettaro pari pari di terra tufacea ricca di scheletro e rocce affioranti. Poi, più su, l’aglianico ed il piedirosso, il primo con una bella parte in esposizione a sud, il secondo, che occupa però una densità inferiore dei quattro ettari rimanenti dell’impianto, guarda il Monte Massico, quindi a nord/nord-est. Qui il terreno è più frammisto, composto comunque in gran parte da tufo e rocce minerali.

Aglianico per il 70%, piedirosso al 20% e primitivo per il restante 10%, un blend questo, più o meno invariato negli anni, che vuole il Rampaniùci come l’unico Falerno a puntare alla valorizzazione di tutte e tre le varietà maggiormente presenti sul territorio. Il vigneto è condotto integralmente seguendo i parametri dettati dall’agricoltura biologica – tanto cari a Giovanni quanto a Fortunato Sebastiano, l’enologo che lo segue – laddove in vigna non vengono usati prodotti di sintesi, quindi solo rame e zolfo (per le tignole per esempio si usano solo prodotti naturali come il bacillus e la confusione sessuale, ndr) mentre in cantina si punta a stare quanto più bassi possibile con l’aggiunta di anidride solforosa (meno di 50 mg/l) e ad eliminare, ove possibile, alcuni interventi di prassi come per esempio non utilizzare gomma arabica o usare acido metatartarico per stabilizzare il vino da eventuali precipitazioni tartariche in bottiglia. Le uve, ognuna lavorata seguendo un percorso proprio prima del blending, dopo la pigiadiraspatura e l’ammostamento, appena dopo la fermentazione alcolica subiscono macerazioni piuttosto lunghe – sino ai 40/50 giorni – lasciando quindi svolgere anche la fermentazione malolattica con le bucce. Dopo alcuni tentativi, per la verità poco convincenti, si è scelto di non utilizzare barriques per l’invecchiamento ma solo botti grandi, in questo caso tonneau, dove il vino resta per almeno un anno, prima di finire in bottiglia dove ci rimane per un affinamento di almeno un’altro anno ancora. Con Giovanni Migliozzi, nella piccola cantina ricavata praticamente nel garage di casa, scevra da ogni orpello, ci siamo lasciati andare nella degustazione di tutte le annate prodotte sino ad oggi, delle quali qui troverete un rendiconto delle precedenti 2005-2006-2007, mentre vi invito a seguirci prossimamente per leggere del 2008 di prossima uscita e del 2009 ancora in elevazione in legno. Ricordate quindi, si scrive Rampaniùci, si legge Falerno del Massico, e si beve con lo stesso amore profuso da Giovanni Migliozzi, come Maria Felicia Brini, Antonio PapaTony Rossetti, per la loro stupenda, incomparabile terra!

Casale di Carinola, quando fare Falerno diviene una scelta di vita: il sogno di Tony Rossetti

17 novembre 2010

Ci lasciamo alle spalle Falciano del Massico, le vigne di Antonio Papaal quale chiedo di continure con me il viaggio – e gli olivi secolari, un paese dall’atmosfera d’altri tempi dove tutti si conoscono e dove il forestiero – che sarei io – salta agli occhi come una macchia di caffè su di un kaftano di lino bianco. Direzione Casale di Carinola, il limitare sud della denominazione Falerno del Massico, più semplicemente la patria degli “aglianicisti”.

Il titolo di questo post non nasce per caso, spesso si fa della frase “faccio vino per scelta di vita, non per soldi” un vero e proprio abuso, a quanti l’ho sentita dire? A molti, ma faccio sempre più fatica a crederci fino in fondo, in un mondo che continua ad insegnare come sia l’inopportunità il seme più rigoglioso per mille idee e progetti quasi sempre senza testa ne coda, dove vigili urbani si arrogano la presunzione di cucinare da stella Michelin e rappresentanti di profumi s’inventano degustatori per sbarcare il lunario, tanto che differenza c’è? Ma la morale non mi aiuta certo a capire, soprattutto quando non mancano poi le eccezioni alla regola, che essendo tali divengono feticci da ostentare e pertanto ancor più pericolosi: ma più che limitarsi ogni volta a rivangare il fango sceso a valle non sarebbe opportuno strutturare e rinforzare argini, ripulire canali di scolo, o meglio, costruire con criteri più solidi? Ecco, per farla breve, c’è chi nasce con una vocazione, chi la scopre più tardi, chi ha bisogno di inventarsela, il problema subentra quando il risultato finale è la confusione, il disastro per l’appunto, non la diversità.

Tony Rossetti quella vocazione l’ha incubata più o meno per una trentina d’anni, portatore sano di un ideale incontenibile che l’ha spinto un bel un giorno a seguire finalmente il cuore, non più la testa. La testa, tempo prima gli aveva ben consigliato di trasferirsi nella vicina e più grande Caserta, una specializzazione in tasca e tanta voglia di emergere che non gli hanno mancato di dare importanti soddisfazioni professionali. Il cuore però ritornava sempre nella terra di origine, nel vicino carinolese dove con la famiglia, di parte di madre, i Bianchini, che producevano da sempre uva e vino, non ha mai smesso di coltivare la terra e di nutrire il sogno di rinverdire i fasti di un tempo e gettare le basi di una solida piccola realtà nell’Ager Falernus, l’azienda Bianchini Rossetti, che produce oggi due tra i migliori Falerno a base aglianico in circolazione, il fresco e pimpante Mille880 ed il rosso Riserva Saulo dalle grandi prospettive evolutive.

C’è in paese, a Carinola – a testimonianza di una tradizione forte che lega la famiglia tutta alla terra e al vino qui prodotto – l’antico Palazzo Bianchini, una costruzione di fine ‘800 dislocata su tre livelli e sin da allora dedicata completamente alla trasformazione delle uve coltivate nel circondario carinolese, con tanto di stanza di cernita delle uve, torchio circolare, canali di filtraggio e tubazioni di scolo del mosto sino alle sottostanti vasche di decantazione statica, luogo di raccoglimento del vino, posto quindi nei sotterranei dove con le temperature più basse era più semplice preservarne le qualità. Tutto questo oggi è tangibile recandosi alla Locanda 1880, l’Osteria di famiglia ospitata nel suggestivo seminterrato del palazzo.

Prima però, con Tony, abbiamo con piacere (e non poca fatica) camminato le sue vigne, in particolare non ci siamo fatti mancare una scarpinata sulla collina di San Paolo, senza dubbio un luogo di una suggestione unica, non solo per quanto fu proprio questa una delle ultime tappe del santo martire sulla via per Roma, ma anche perché in questo momento della stagione il vigneto, con i suoi filari imbruniti e rossicci offrono un bellissimo colpo d’occhio di colori nonché, come se non bastasse, un panorama sull’orizzonte infinito, che nei giorni più tersi si apre addirittura alla vista delle isole del golfo, Ischia ma anche Procida e Ventotene.

I terreni qui sono generalmente di origine tufacea, ma non mancano versanti caratterizzati da argilla come in gran parte la presenza di rocce calcaree e sedimentarie che sembrano una costante per tutti e quattro gli ettari circa di vigna. Qui sono piantati aglianico e piedirosso, il primo più del secondo oltre che alcuni filari di falanghina che in via sperimentale serviranno a capire quanto questo vitigno, ammesso dal disciplinare ma a quanto pare poco appetito nell’areale, sia veramente utile alla causa bianchista di un territorio comunque votato soprattutto alla produzione di rossi di buona struttura e non di meno buona longevità. La piccola cantina è più che altro il covo dei sogni di Tony Rossetti, ma invero poco mi interessava trovarvi architravi e stucchi preziosi, qui, per fortuna, la terra ha ancora il sopravvento sul cemento, e il cuore, come detto, sembra contare quel giusto che serve in più rispetto alla testa. E l’assaggio, per me nuovo, del Falerno del Massico rosso Mille880 2008 ha potuto solo confermare questa interessante prerogativa, un vino che in primo piano sfoggia un interessante frutto ma ancor più una bella spalla acida ed una certa, piacevole consistenza gustativa. Insomma, un vino – come la terra qui intorno – che affascina l’occhio, avvolge i sensi ed accontenta la pancia!

Qui la precedente presentazione del breve viaggio nell’Ager Falernus: la storia, la d.o.c., i vini.

Qui la nostra visita dello scorso Febbario a Masseria Felicia a San Terenzano.

Qui la passione di Antonio Papa nell’azienda di famiglia a Falciano del Massico.

Vesuvio, un Brigante dalle Terre di Sylva Mala

8 novembre 2010

Ci sono storie che appassionano, altre meno. Il più delle volte in un libro come in un film il soggetto è talmente determinante per la buona riuscita del racconto dal risultare a volte più ingombrante dei personaggi stessi, al punto da sovrastarne l’interpretazione; In tal senso, non mancano esempi, in letteratura come nella cinematografia più recente, di come pur avendo le basi di una trama forte e sensibilmente avvincente, gli interpreti, pur essendo star di primissimo piano, risultino comunque inefficaci al fine di emozionare l’avventore di turno: mi viene in mente per esempio il Pinocchio di Benigni.

Pinocchio, famoso per le sue bugie, non è certamente l’esempio migliore a cui rifarsi per raccontare di un vino che in realtà esprime una grande verità, il suo territorio, il Vesuvio, nella sua essenza più nuda e cruda, dove anche l’imperfezione risulta preziosa ed imprescindibile. E credo che le produttrici, le brillanti sorelle Siglioccolo, di cui si racconta siano grandi sognatrici, non potranno che esserne felici; In più, bere il loro vino, alla tavola di Carmine Mazza, tra una riflessione e l’altra, mi ha fatto venire in mente la parola menzogna, che pare una delle più spese, soprattutto negli ultimi tempi, nel supermercato mediatico scatenatosi a seguito delle continue emergenze rifiuti in Campania, che vede – non ultimo – proprio l’areale vesuviano ed il parco naturale come protagonista, suo malgrado, dell’ennesimo capitolo di una triste e fetida faccenda di servilismo politico e reiterato delitto civile.

Detto questo, aggiungo pure che non sono nemmeno certo che questo vino conquisti tutti coloro che vi si avvicineranno per la prima volta, o quanto meno coloro che cercano in un vino uno stereotipo “ballerino” tanto figlio del nostro tempo quanto lontano da questo Lacryma Christi rosso 2008 di Terre di Sylva Mala. Questi, nonostante non disdegni la barrique, non ha trame merlottiane, e scordatevi, per una volta, anche la vaniglia e la marmellata, apritevi invece ad un vino figlio della sua terra, scuro, austero ma soprattutto leggero. Prima di scrivere queste righe ho chiesto, non avendo avuto ancora occasione di fargli visita, alcune delucidazioni tecniche a Miriam, che assieme alla sorella Kyra si occupa in prima persona della tenuta di poco più di 6 ettari di proprietà divisi tra i comuni di Boscotrecase e Terzigno, in pieno parco naturale del Vesuvio. I vigneti di aglianico e piedirosso (80% e 20%) che compongono il Brigante giacciono su terreni sabbiosi di origine chiaramente vulcanica ad una altitudine di 300/400 m sul livello del mare e godono di una esposizione sud-sud ovest. Prima di finire in bottiglia, come già accennato, questo Lacryma fa passaggio in legno e in acciaio.

Il vino, appena 1500 bottiglie prodotte, con il duemilaotto al suo debutto sul mercato, sfoggia un bel colore rosso rubino concentrato, non appare limpidissimo ma ciò nulla toglie alla sua vivacità nel bicchiere. Il naso offre subito spunti di frutti neri turgidi e note spiccatamente minerali, il legno, come detto barrique, è solo un labile ricordo di sottofondo, il ventaglio olfattivo infatti è giocato tutto su linde note varietali e terziari appena accennati. Il punto di forza di questo vino però rimane la beva, come già accennato, in bocca è sensibilmente asciutto ma lo senti scivolare via baldanzoso lasciando traccia di una fresca vinosità, sempre in primo piano, a sgrassare e pulire il palato: ora ti punge l’aglianico, tanto ti solleva il piedirosso, un gioco delle parti perfettamente in equilibrio se non fosse per il finale di bocca lievemente amarognolo. E’ il classico rosso da spendere su paste ripiene al pomodoro, o se preferite seguire un consiglio spassionato, sul filetto di cernia con porcini e patate cilentane de Il Poeta Vesuviano di Torre del Greco, un altro indirizzo da non far mancare in agenda.

Napoli, Campi Flegrei Piedirosso Agnanum 2009

3 novembre 2010

Conosco Raffaele Moccia da oltre un decennio, ho camminato a lungo con lui ogni palmo della sua vigna ad Agnano, alle pendici del cratere spento degli Astroni; esperienza per certi versi cruda, per la fatica che impieghi a farlo ma soprattutto per il rammarico nel constatare come molti altri non hanno saputo, come lui, conservare la vigna preferendogli invece cemento e lamiere come se piovessero dal cielo.

Dai declivi dei terrazzamenti ti accorgi quanto duro lavoro serva qui per portare avanti la vite, in un lembo di terra letteralmente strappato alla periferia napoletana e chissà a quale scempio condonabile; ogni due passi nel risalire la collina sono più o meno un metro netto regalato alla natura, un gesto del tutto estraneo al contesto che gli scorre velocemente sotto il naso. I rumori assordanti di uno dei quartieri più popolosi di Napoli sono ad un tiro di schioppo, ma risalendo la china, una volta arrivati qui, appaiono quasi del tutto assorbiti dal moto lento che la natura stessa esige ed impone.

Tre ettari e mezzo strappati alla città dicevamo, piantati perlopiù a piedirosso – qui per tradizione detto per e’palummo – e falanghina per la parte che interessa la produzione vinicola di Agnanum; ma, qua e là tra i filari, alcuni dei quali ultra centenari, non mancano altre varietà a bacca bianca tradizionalmente presenti, in maniera certamente minore, su tutto il territorio flegreo, come la catalanesca, la biancolella e la gesummina, utilizzate però in questo caso dal papà di Raffaele per suo ludico diletto. E poi l’immancabile marsigliese, vitigno a bacca rossa dalle origini certamente francesi (si paventa una somiglianza col Tannat), di sovente utilizzata altrove come “varietà tintoria”. La stessa, recentemente, pur in maniera solo ufficiosa, è stata fortemente valorizzata dal buon lavoro della famiglia Di Meo de La Sibilla della vicina Bacoli, che ne ha fatto, con il suo cru Marsiliano, un gran bel vino, rilanciando la prospettiva di un modo nuovo per leggere i Campi Flegrei con una scrittura pur estranea alla doc locale.

Il per e’palummo 2009 di Raffaele, giuro, sarà un vino sorprendente per molti, a patto però di armarsi di una santa pazienza certosina. Eh si, perché i vini di Agnanum, pur caratterizzati da una bevibilità unica, vanno aspettati a lungo, lasciati respirare, “aprirsi”, concedendogli cioè il giusto tempo di ossigenazione, a conferma di una storia agricola pregnante, un millesimo, questo 2009, particolarmente interessante in terra flegrea ed una artigianalità espressa al massimo dai particolari, con il piedirosso più della falanghina. Un vino dal colore purpureo, vivo, caratterizzato da buona concentrazione; il primo naso va lasciato sfumare, le prime note di evidente riduzione possono rappresentare in molti casi una caratteristica peculiare del varietale, ma già dopo qualche minuto si riescono ad apprezzare un susseguirsi di sfumature piuttosto invitanti, a tratti atipiche, che dopo poco tempo vanno evidenziando un frutto sì polposo ma soprattutto note speziate e terrose molto particolari, direi quasi ficcanti.

Mentre il naso va maturando una sua linearità a tempo debito, il palato non ha bisogno di lancette per lasciare traccia della sua essenza: è subito intenso, fresco, asciutto quanto basta, un vino avvincente ed avvolgente pur mantenendosi leggiadro e godibilissimo dal primo all’ultimo sorso, offrendo alle papille gustative un costante esercizio ricognitivo di un frutto integro e sempre in primo piano. Raffaè, a dire che buono è buono, anzi direi eccellente, ma niente niente ti sono scappati due o tre grappoli di marsigliese in questo piedirosso?

Cellole, Falerno del Massico Camarato 2003

27 settembre 2010

L’annata 2003 è passata alla storia per l’incredibile andamento meteorologico, per un caldo torrido, fuori da ogni previsione che ha imperversato senza tregua sino a raggiungere, in alcuni frangenti della stagione, temperature assurde, condizione questa favorita anche dalla miserabile scarsità delle precipitazioni registrate. Tantè che i dati analitici pre-vendemmiali subito fecero, all’epoca, enorme scalpore, facendo sorridere molti, soprattutto coloro che ogni anno per compiacere un mercato sempre più smanioso di curve e rotondità erano costretti a “ravvedere” mosti poco concentrati ricorrendo a macchine infernali o quantomeno ad assumere a tempo determinato un enologo-prestigiatore; Per molti altri invece, il millesimo ha semplicemente consegnato agli annali almanacchi, vini surmaturi e privi di nerbo, e dove invece non cotti, marmellatosi, decisamente privi di carattere, destinati più semplicemente ad una vita piuttosto breve.

Il più grande piacere che può offrire una bottiglia di vino, oltre alla facile libidine dell’ebbrezza, è la scoperta, ancora più grande e deliziosa se inattesa ma soprattutto quando viene a conferma dell’idea che l’eccezione alla regola è un valore, semmai ne avessimo ancora dubbio, da non sottovalutare mai, anche di fronte a pregiudiziali così nitide, nel vino in particolar modo. Così è capitato a tiro, in una bevuta tra Amici di Bevute – rigorosamente alla cieca – un assaggio piuttosto atipico, in una batteria di una dozzina di campioni che volevano parlarci di aglianico e che invece ci hanno costretti a riflettere che forse sarebbe ora di rivedere certi precetti ovvero di rifarsi la bocca con il più classico dei blend campani, l’aglianico maritato al sempiterno misconosciuto piedirosso, interpretato in maniera eccelsa proprio dal Camarato di Villa Matilde.

Per gli amanti dei dati tecnici, il Camarato nasce nelle tenute di S. Castrese a Sessa Aurunca in provincia di Caserta, non lontano dalla cantina storica della famiglia Avallone a Cellole, sulla litoranea statale Domiziana. Qui i suoli sono di origine vulcanica con una buona dotazione di fosforo e potassio, i primi impianti sono stati fatti nel 1970, la loro collocazione altimetrica non supera i 150 mt. slm ed i ceppi sono stati piantati con non meno 4500 viti per ettaro, per l’epoca un gran passo avanti per il territorio. L’allevamento è a guyot e generalmente non si va oltre le sei gemme per pianta; Il mosto ottenuto viene lasciato in fermentazione con sue vinacce per circa 25 giorni, dopo la malolattica, il vino passa in legno, affina in barriques di rovere di Allier per almeno 12 mesi e successivamente in bottiglia per ancora due anni circa.

Il 2003 nel bicchiere, un vino per i posteri, dal colore granato appena aranciato sull’unghia, cristallino e vivo. Il naso è sottile e ficcante, il tempo ha concesso al piedirosso di venire fuori alla grande con tutta la sua eleganza, tutta la sua lineare, composta fragranza floreale passita, con in più un finale, lieve, dall’impronta terrosa, di cuoio e spezie fini ad infondere complessità e tipicità. In bocca è sorprendentemente sottile, l’ingresso è asciutto, pacatamente equilibrato, il primo sorso scivola via che è un amore, i successivi non hanno nemmeno bisogno di essere pensati. Un vino decisamente godibile, probabilmente per niente vicino alle annate precedenti e future e nemmeno alle aspettative di questo millesimo, ma capace, come detto, di smuovere la coscienza, quantomeno la nostra, e far parlare, parlare, parlare, e riflettere!

Capri, Piedirosso ’06 Antico Convento S. Michele

30 agosto 2010

Una volta giunti a Marina Grande, dal mare, non si può non rimanere affascinati dallo scenario che si presenta dinanzi agli occhi: la banchina, bassa, pare uno scivolo sull’acqua, una passerella dove si muovono con una certa fretta mille cose e centinaia di persone, dominata dalle case e dai palazzi dai colori pastello che si innalzano sino a Capri città, con il panorama sullo sfondo delle alte rocce della Madonna, sulla via di Anacapri.

Il porto, quasi a dispetto del nome avuto in dote, rimane piccolo, circoscritto e come detto brulicante di vita, il solo pensare al numero di persone che vi transitano durante l’anno pare quasi uno schiaffo alla tranquillità ed alla normalità che si respira nell’aria, fresca, iodata, rinfrancante, anche in questi giorni di pieno agosto. La storia di Capri si identifica in tutto e per tutto in quella delle persone che ci vivono, in maniera stanziale o di passaggio, in un contrasto di tradizione e globalizzazione poco comune altrove e piuttosto affascinante, spunto di riflessione da sempre; E’ bella Capri, capace al tempo stesso di essere risorsa archeologica, dimora imperiale prima che meta preziosa e ricercata.

Isola tanto amata per la sua natura incontaminata, con i suoi suggestivi sentieri dei fortini¤ a strapiombo sul mare e musa ispiratrice, del settecento neoclassico e del romantico e decadente ottocento, luogo dal fascino conturbante rilanciato dal periodo libertino e futurista di inizio novecento e sbeffeggiata dal ventennio fascista che l’ha voluta austera eppure patinata, buen retiro negli anni cinquanta e vetrina luccicante negli anni sessanta, anni di cui ancor oggi se ne soffre maliconicamente la mancanza.

E’ immortale Capri, capace ieri, oggi e senza dubbio domani di conquistare le copertine di tutto il mondo e scivolare dolcemente sulla bocca e nella vita di tutti. Sull’isola di Tiberio “il Giusto” però la viticultura non ha mai avuto grande appeal. I terreni si sono presto rivelati particolarmente faticosi da lavorare, per la presenza di rocce disgregate nella terra e per la posizione degli stessi, in alcuni casi su pendenze a dir poco proibitive; il clima poi, particolarmente umido non ha di certo favorito la sperimentazione di selezioni clonali ad hoc, e la rincorsa all’alfabetizzazione ricettiva, non ha di fatto aiutato la vocazione agricola dell’isola, che solo in alcune enclavi, in verità concentrate nel comune di Anacapri, ha trovato salvaguardia ed un minimo di valorizzazione.

La stessa istituzione della doc Capri, risalente al 1971, tra le prime in Italia, non ha potuto far altro che certificare il valore simbolico di un souvenir vinoso portato in giro nel mondo, e questo è un limite imputabile anche a chi, come la stessa famiglia Brunetti della vinicola Tiberio, “il vino di Capri” dal 1909, avrebbe potuto fare di più o se vogliamo, non ha fatto sino in fondo il suo dovere, adagiandosi per più di un ventennio sulle fortunate vendite del mediocre bianco Capri Blu, invece che investire nella valorizzazione di alcuni cru insistenti sull’isola, pur avendo tra le mani la storia di una terra unica e rara ed una vetrina sul mondo che nessun altro possiede in Italia, nemmeno terre nobilissime e vocatissime come le Langhe piemontesi ed il comprensorio Ilcinese.

Il tempo per rimediare è arrivato, presto o tardi, un seme è stato piantato, già da qualche anno, e da qualche tempo con buonissimi risultati. Il Piedirosso 2006 dell’Antico Convento S. Michele rappresenta, nella sua disarmante franchezza, integrità, cosa sarebbe potuto essere per Capri la viticultura di qualità, una mera opportunità più che un banale souvenir da mandare in giro nel mondo al solo fine di troneggiare come centro tavola a mo’ di vaso da fiori, un sano prodotto di una terra ricca di fascino, storia e tradizione e non solo ricca e basta.

Nasce dalle vigne di piedirosso, qui come nei Campi Flegrei¤ e Ischia chiamato per ‘e palummo, di proprietà dell’Antico Convento di S. Michele Arcangelo in Anacapri, oggi uno dei luoghi più visitati dell’isola dove è possibile ammirare, tra le altre cose, il bellissimo pavimento maiolicato che rappresenta la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre ad opera di un angelo con la sua spada infuocata; un’opera impreziosita da tantissime piante sgargianti, animali, anche di fantasia, che circondano la coppia, tra cui anche un prezioso raro unicorno.

Il vino viene prodotto proprio dalla famiglia Brunetti e solo nelle annate più favorevoli, dalle vigne meglio esposte sui terrazzamenti che affacciano sul golfo di Napoli, in appena 1200 bottiglie, da finire d’un fiato. Il colore è rubino carico, piuttosto vivace nonostante i suoi quattro anni di riposo tra legno e bottiglia. Il naso va subito oltre il varietale di fiori passiti e frutti neri polposi, molto fine, intenso con una discreta persistenza aromatica che lascia sul finale una piacevolissima nota tostata. In bocca è secco, austero, conserva tutta la freschezza del vitigno: il piedirosso è il campione della bevibilità, il frutto è croccante, polposo, non stravolto dal passaggio in legno, direi invece nobilitato e per questo particolarmente apprezzabile il finale non proprio lunghissimo, privo di nerbo, tipico del per e’palummo e piuttosto atipico nelle sue moderne interpretazioni che hanno voluto gonfiare i muscoli di un vino che muscoli non ha, con risultati, in più di una occasione, alquanto imbarazzanti!

Ecco un altro pezzo di Capri da ammirare, magari che non fa girare la testa come certe donnine in piazzetta, ma di certo piacevole da alzare in calice come augurio di un sobrio arrivederci alla prossima estate, all’ombra dei Faraglioni!

L’utile sottovalutato, il tappo a vite per esempio

16 agosto 2010

Lo ammetto, inizio ad accettare di buon grado l’idea delle bottiglie di vino con la chiusura tappo a vite. Credo siano stati fatti buoni passi avanti, innanzitutto sull’utilizzo dei materiali, soprattutto in riferimento alle plastiche utilizzate internamente al tappo come sigillante, da qualcuno, in passato, additate come nocive se non addirittura cancerogene e poi anche, sebbene ancora poco, da un punto di vista comunicativo e divulgativo. Per la verità, per quanto ci riguarda, in Italia il dibattito sulla utilità o efficacia di questa soluzione, nata perlopiù per sopperire alle difficoltà causate dal prezzo dei sugheri in costante ascesa, non si è mai acceso del tutto, dovuto soprattutto al fattore culturale, più che altro così filo mittel-europeo quanto vera e propria sincope del nuovo mondo, distante quasi anni luce dal romanticismo latino, italiano e francese in primis, che vuole, aggiungo forse giustamente, le bottiglie di vino bollate e consegnate al tempo esclusivamente con il tappo di prezioso sughero.

Ecco, pur essendo io un romantico, me ne sono fatto una ragione, professionale innanzitutto e nel tempo ho imparato a rivalutare il tappo a vite sino a pensare che prima o poi ne diverrò un convinto sostenitore, quasi un fan; A ciò aggiungo che rilancio molto volentieri l’invito, a chiunque ne fosse strenuo ostruzionista, a rivedere sin da subito la propria posizione e poichè non sarebbe così male di pensare di utilizzarlo con maggiore frequenza, e mi riferisco in particolar modo a quelle aziende che dedicano stabilmente una “linea di prodotti” per esempio alla banchettistica o più semplicemente propongono sul mercato vini dal consumo più o meno veloce (bianchi e rossi d’annata, rosati). Tra i pro, tra i tanti, uno lampante proprio per gli addetti ai lavori, quello cioè di non dover aprire (metti un evento di gala) cento-centocinquanta bottiglie e – come mi auguro capiti di sovente – provarne l’integrità da tricloroanisolo una ad una. Qualcuno ha pensato bene di attenuare lo stress per il sommelier di turno con i tappi sintetici, bene, bravo, ma rimangono pur sempre da aprire, cavatappi alla mano, cento-centocinquanta bottiglie di cui sopra. Vuoi mettere con uno Stelvin,  svita e… vai!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pompei, Villa dei Misteri 2003 Mastroberardino

10 giugno 2010

Ci sono alcune parole del dizionario della lingua italiana che mi stanno particolarmente a cuore, il loro significato, per alcuni effimero, è per me verbo e motivazione. Tra queste, “valorizzazione”, cioè quell’atto o effetto del valorizzare, “promuovere”, che tra i vari significati esprime un progresso, un avanzamento, un miglioramento, ed infine “territorio”, che gli appassionati di vino sanno bene cosa significa e mi basta questo per rendere l’idea.

Ebbene, il Villa dei Misteri di Mastroberardino è la rappresentazione, nel suo insieme, di quanto un progetto di valorizzazione, tanto originale come ricreare un vino nelle vigne di Pompei, possa essere valido e concettualmente attrattivo nel promuovere un intero territorio; Allo stesso tempo però ci si chiede del perché non si continui a camminare questa via più di tanto, mortificando qua e là idee, progetti, persone inibendo loro il giusto spazio di azione per crescere, svilupparsi ed affermarsi come motore culturale prima che economico di un intero territorio, per altro tanto comune in Campania. Si parla di archeologia e vite ai giorni nostri, ma gli interlocutori chi sono, cosa fanno?

A Pompei grazie al fondamentale impegno della locale soprintendenza archeologica è stato fatto un buon lavoro strutturale e Mastroberardino dal canto suo ha espresso al meglio il potenziale di un progetto particolarmente affascinante ma certamente improbabile agli occhi di molti. Il vino venuto fuori negli anni, a parte il prezzo elevato dettato però soprattutto dalle ingenti difficoltà gestionali, ha espresso quasi sempre qualità intrinseche oggettive, e il 2003 in particolar modo, fortificato soprattutto da un’annata piuttosto calda mostra anche un certo carattere, una possenza non proprio tipica dell’uvaggio di cui si compone, specie del piedirosso, ma certamente riconducibile ad un terreno unico nel suo genere: vulcanico, sciolto, ricco di elementi minerali e lapilli. Anno dopo anno, dal 2001, sempre più espressivo. Un vino dal colore rubino splendido, quasi fermo nel tempo, dalle note olfattive dolci di mirtillo in confettura e di spezie finissime. Non certo un campione di profondità, ma ogni sorso scivola via con estrema piacevolezza, è accompagnato da giustezza e pacatezza, frutto ineccepibile e tanta suggestione, decisamente più godibile oggi che tre anni fa quando l’assaggiai l’ultima volta, nerboluto ed asciutto sino all’asprezza.

Ecco che mi vengono in mente altri esempi, negativi in questo caso, smarriti nel tempo ma non nella mia memoria; Uno su tutti, che mi rattrista particolarmente è proprio sulla strada che mi conduce sotto casa mia: chissà cosa sarebbe stata per i Campi Flegrei la falanghina dei Martusciello se avesse potuto godere solo del fascino della suggestione della “Villa del Torchio” ritrovata appena qualche anno fa proprio ai piedi delle vigne aziendali in via Masullo a Quarto. Allora qualche stupido burocrate, dopo una inattesa “apertura” per il cantine aperte, pensò bene di preservare il prezioso giacimento archeologico vietandolo a tutti e da qualsiasi progetto di integrazione culturale. Oggi gli stessi si vergognino per lo scempio a cui è sottoposto, praticamente inondato di immondizia e di erbacce, lì in un angolo deserto del parcheggio del centro commerciale!

Addensum: ci pensate a cosa sarebbe il lago d’Averno se il Tempio di Apollo, adornato da vigne vocatissime, non fosse così abbandonato a se stesso? Ed i bellissimi reperti che costeggiano le vigne di loc. San Martino a Pozzuoli? Beh, certo, sono queste domande a cui non otterrò mai risposte, spero però almeno in una riflessione, un minimo di indignazione!

Sessa Aurunca, Rosalice 2009 Masseria Felicia

16 febbraio 2010

Ci sono persone, prima che vini, che non smetteresti mai di raccontare per paura di non averli mai ringraziati abbastanza per il loro alacre impegno e profonda dedizione messi in campo sul fronte della salvaguardia e valorizzazione del proprio territorio.

Così non ho remore nel ritornare sulla famiglia Brini, su Masseria Felicia e sull’areale del Massico, su quella provincia casertana troppo spesso sulla bocca di tutti come valore storico e suggestivo di un’antichità florida e gloriosa ma ahimè tremendamente distante da una realtà oggigiorno troppo poco vissuta, camminata, raccontata per lasciarla divenire a tutti gli effetti pane quotidiano piuttosto che comunione della domenica.

L’azienda è a Carano, in località S. Terenzano, una piccola frazione di Sessa Aurunca, il primo comune per estensione della provincia di Caserta. Arrivarci è facilissimo, sia che sia arrivi da nord che da sud basta seguire la statale domiziana sino a Mondragone e poi risalire nell’interno, verso Sessa, oppure con l’autostrada Napoli-Roma uscendo a Capua, in meno di venti minuti vi ritroverete al cancello della famiglia Brini, dove vi accoglieranno come si accolgono gli amici a casa propria. La struttura è dei primi del novecento, il papà di Alessandro Brini la rilevò nel dopoguerra, vi era stato per tanti anni colono ed unico conduttore dei terreni. Il tempo poi ha dettato lentamente i suoi ritmi sino ai giorni nostri; La vecchia masseria è stata per tanti anni il luogo di rifugio di Sandro e della moglie Giuseppina prima di divenire il presente ed il futuro della figlia Maria Felicia, che oggi, assieme ai genitori e al marito, e al bravo enologo Vincenzo Mercurio¤ che li segue in cantina, ne cura le sorti in tutto e per tutto.

L’idea di guardare al futuro passa anche dal dare nuovo slancio e nuove prospettive ad una produzione sino ad oggi imperniata, giustamente, quasi esclusivamente sul nobile rosso tanto amato dai romani (e anche da me) addirittura in tre declinazioni: giovane (base), affinato (Ariapetrina) e, per così dire, invecchiato (Etichetta Bronzo). Oltre questi, poche sperimentazioni, nulla di stravagante, poche, pochissime bottiglie per dare libero sfogo ad uno studio approfondito sul potenziale delle varietà impiantate in azienda, un esercizio di stile sul tema autoctono che ha condotto negli ultimi tempi ad alcune riflessioni ed utili micro vinificazioni, per esempio del piedirosso in purezza (polpa viva), che resterà però bontà sublime ad uso e consumo per i vinaggi successivi ed eventuali a disposizione dei Falerno di cui sopra.

Altra intuizione, un rosato di aglianico in purezza, lasciatomi assaggiare in anteprima assoluta, in uscita nella prossima primavera e per il quale si è già scatenato il toto nome. Dal canto mio non voglio far mancare il mio supporto, suggerendo, con Rosalice, una dedica tremendamente necessaria alla dolce Alice, figlia di Maria Felicia che immagino già smanettare tra vasche e tinozze con la stessa fermezza e decisione con la quale difende i suoi spazi di gioco dalle altrui ingerenze. Nasce da una piccola parcella di vigneto ad aglianico che la scorsa vendemmia ha mostrato qualche limite di maturazione zuccherina, non però fenolica, così da offrirsi naturalmente alla vinificazione in rosa: sfoggia un colore rosa lampante, decisamente cristallino. Il naso è già pienamente espressivo, floreale suadente, frutti di sottobosco pregnanti, si apre con sentori di rosa e viola delicatissimi e poi su note di lamponi e fragola, dolcissime. In bocca è secco ed abbastanza caldo, mostra una evidente, piacevole acidità, tratto caratteriale di tutti i vini di Masseria Felicia, spalla utile ma certamente non invadente per trovare abbinamento ideale a molti dei piatti della nostra cucina tradizionale regionale, fusa ad un grado alcolico appena superiore agli undici e mezzo da conferirgli una beva decisamente scorrevole, leggera, che si lascia apprezzare anche per una discreta sapidità.

C’è poco altro da aggiungere, questo rosato non vuole certo emergere per tipicità o chissà cos’altro, e nemmeno come esaltazione di un terroir, sono ben altri i vini della famiglia Brini che hanno questo oneroso compito e a cui non smetterò mai di guardare, queste mille e dispari bottiglie serviranno più che altro per avvinare il palato prima di tuffarsi nel meraviglioso mondo del Falerno del Massico (leggi qui e qui), primitivo, aglianico e piedirosso che sia, basta che abbiano qualcosa da dire, raccontare, e non soltanto il blasone ed i fasti di un tempo florido ma, ahimè, assai lontano!

Sessa Aurunca, Falerno del Massico rosso 1999

2 febbraio 2010

C’era una volta una vigna ed una passione, siamo nei primi anni novanta quando Alessandro Brini e la moglie Giuseppina Ruggiero decidono di restaurare il casale di inizio novecento ereditato pochi anni prima dove si recavano di sovente per dare libero sfogo alle proprie passioni tramandategli dagli avi, il vino per il primo, l’olio per la seconda.

E’ il 1995, l’azienda agricola vive, finalmente, di nuovo slancio e soprattutto Sandro pare particolarmente soddisfatto dal vino che viene fuori dalle prime vendemmie, tanto da provare a metterne da parte qualche bottiglia per seguirne l’evoluzione. L’ettaro e mezzo appena reimpiantato di aglianico e piedirosso è posto proprio nel “giardino” di casa con vista sul monte Massico, da qui, in linea d’aria a meno di un paio di chilometri; è stato piantato così come si faceva (sbagliando?) un tempo, con ceppi di aglianico intervallati da piedirosso in percentuali più o meno rigorose: è infatti particolarmente istruttivo camminarne le vigne (piantate a guyot semplice) in questo periodo della stagione poiché con le prime potature e la legatura dei tralci si riesce perfettamente a comprendere le prime differenze sostanziali tra i due vitigni e degli interventi necessari per gestirli in allevamento. Quando si dice uvaggio, ecco, in maniera essenziale, cosa può rendere bene l’idea.

Sono questi anni di nuovo vigore, e Maria Felicia, figlia di Sandro e Giuseppina, poco più che ventenne decide di abbandonare il suo lavoro di copyrighter freelance per dedicarsi anima e corpo a questo nuovo progetto venuto fuori quasi per hobby ma che ha bisogno adesso di forte sostegno morale e fisico. C’è poco su cui riflettere, rimuginare, il richiamo della terra è più forte, la voglia di scoprire questo nuovo mondo del vino, di confrontarsi, di affermare quei principi sognati da papà e mamma prendono il sopravvento, tanto che oggi sono pienamente personificati nel suo modo di intendere e volere l’azienda, oggi il suo pane quotidiano, ed il suo vino, il Falerno degli antichi, lento e puro, austero e vero, nel mondo della velocità totale, senza quasi memoria. E’ una donna del vino giovane, brillante, con le idee chiare e la giusta fermezza di chi sa cosa vuole, di chi sa, per esempio, mediare in maniera intelligente tra l’indomabile rinnovamento arrivato con l’enologo Vincenzo Mercurio e la ferma disciplina ai principi tradizionali di papà Sandro.

Il Falerno del Massico ’99 è un po’ tutto questo, ma è soprattutto l’origine di tutto. La prima vendemmia, mai commercializzata, conservata gelosamente in pochissimi esemplari nella suggestiva cantina storica di casa Brini. Nasce proprio dal vigneto di cui sopra, senza nessun tipo di trattamento in vigna se non quelli cosiddetti naturali tramandati di padre in figlio e nessun accorgimento particolare se non l’amore per la propria terra; nemmeno una cantina, in garage solo una pigiadiraspatrice a manovella, una di quelle tanto belle da ritrovare nei musei del vino, un torchio abbastanza malconcio ma utile a smanettare sul proprio entusiasmo. Macerazione a temperature assolutamente incontrollate, lieviti più o meno indigeni (si dice così?), zero (dico zero!) solforosa. Insomma, qualcuno in vena di fare un po’ di business l’avrebbe potuto far passare per “bio-qualcosa” o magari affibbiatogli una tripla sigla per certificarne l’autenticità, i Brini non ebbero nemmeno il tempo di farci l’etichetta, intuirono però da subito il grande valore di quella scelta che ancora oggi ci fa parlare di quel tempo con non poco fervore. Il colore è bellissimo, rosso rubino vivo con appena accennate sfumature granata, limpidissimo e poco trasparente, consistente. Il primo naso è assolutamente spiazzante, la nota di riduzione sembra prendere il sopravvento, ma ha bisogno di tempo e noi glielo concediamo volentieri. La freschezza olfattiva è impressionante, il frutto appare ancora quasi acerbo, vinoso, polposo. Sentori di garofano, poi amarena spiritosa, note balsamiche ed eteree smaltate. Non si può dire certo un corredo fine, ma il fronte olfattivo è intenso e lungamente persistente. In bocca è secco, manifesta ancora una discreta acidità ed un tannino, come il frutto, pienamente espressivo e lontano, secondo me lontanissimo, dal divenire levigato. Il palato è avvolto dalla continua ricerca della salivazione, che tarda, non poco, a venire fuori. Un vino crudo, per niente superato dal tempo, tutt’altro, il tempo sembra proprio essergli passato accanto inosservato, sfiorandolo appena, temendone forse la forza.

Monte di Procida, Piedirosso Sorbo Rosso 2006

11 gennaio 2010

Monte di Procida nell’immaginario collettivo è sempre stata terra di partenza, qualche volta luogo di ritorno. Gli annali sono pieni zeppi di riferimenti che raccontano di intere famiglie che hanno lasciato questo piccolo comune dei Campi Flegrei per raggiungere mete lontane, gli Stati Uniti, il Canada, il Sud America, facendovi ritorno solo dopo lunghi anni trascorsi in terra straniera, qualificando ed ampliando l’offerta gastronomica di questi paesi aprendo  pizzerie, pub e ristoranti più o meno di cucina tradizionale.

Monte di Procida, va ricordato a chi non lo sapesse, annovera anche il merito di contribuire alla formazione della marineria più esperta in forza nelle compagnie multinazionali di shipping che solcano i mari di tutto il mondo, che qui sanno di poter trovare mano d’opera esperta ed impavida che porta nel proprio dna un legame fortissimo con il mare. Così, appena un anno fa, introducevo la piacevole degustazione del Piedirosso dei Campi Flegrei 2006 base sul wineblog di Luciano Pignataro; vino nel quale Gennaro Schiano, giovane patron di Cantine del Mare, anche con l’iniziale aiuto di Pasquale Massa, ha fortemente creduto, sin dall’inizio nel 2003, guardando al futuro viticolo di questi pochi vocatissimi ettari strappati letteralmente al mare lungo i pendii scoscesi del piccolo comune flegreo che guarda il mare del canale di Procida.

Per definizione vi è convinzione generale che nei Campi Flegrei, oltre all’areale del lago d’Averno e della Collina dei Camaldoli, proprio il territorio a ridosso delle coste e soprattutto nel comune di Monte di Procida fosse, per elezione, il miglior terroir possibile per questo vitigno; ma la storia della nostra terra ci ha lasciato notizia che proprio qui, per primo, è stato negli anni sistematicamente abbandonato a favore della coltivazione della sola Falanghina e in generale di vitigni di minore valore storico ma certamente di più alte rese commerciali: trebbiano, barberamontepulciano su tutti (continua a leggere qui sapere tutto sul piedirosso flegreo).

Il Piedirosso dei Campi Flegrei Sorbo Rosso 2006 nasce, con queste premesse, da una riserva di poche bottiglie stipate proprio per valutarne integrità e longevità nel tempo, con la promessa di rilanciare una vocazione spergiurata da molti e timidamente riproposta da Cantine del Mare già con il vino base dello stesso millesimo di cui sopra la mia passata recensione; Il vino si presenta con un bel colore rosso rubino, con una piccola nuances granata sull’unghia, di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è inizialmente interessato da una sottile nota eterea, poi tostata, ha bisogno di qualche minuto per aprirsi e concedersi su piacevoli sensazioni varietali quasi sempre essenziali ma mai secondarie in un vino come il piedirosso flegreo: note floreali di petali di rosa rossa e geranio passite, frutti rossi surmaturi e terra bagnata.

Un vino certamente fine, di discreta complessità, in bocca è secco, caldo ed abbastanza morbido, l’assenza di un tannino pronunciato, mai nelle corde del nostro per e’ palummo, lascia spazio ad una beva gradevole e lungamente fresca, sorretta da buona vena sapida, equilibrata e per giunta armonica. Su Polpettine fritte di alici, mandorle e capperi o magari, per chi ancora sa cosa significano, sulla zuppa di “paparelle”.