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Chiacchiere distintive, Giovanni Piezzo

6 Maggio 2010

Un sorriso splendente, che riflette l’amore per il proprio lavoro, ecco una delle qualità imprenscindibili di un buon sommelier;

E’ così che ci accoglie Giovanni Piezzo, sommelier napoletano di lungo corso da poco più di un lustro alla corte di quello che per molti è oggigiorno l’ineccepibile custode della tradizione gastronomica campana, e se non il più illustre di sempre, di certo il massimo esponente attuale; Eh sì, perchè Gennarino Esposito pur ancora giovanissimo, da almeno un decennio a questa parte ha stravolto e non poco certi equilibri, per così dire, epocali, cavalcando intelligemente e meritatamente il lento defilarsi del mitico “Don” Alfonso Iaccarino, deciso a dedicarsi più all’etichetta di rappresentanza che ai fornelli, lasciandoli (infuocati più che mai, ndr) nelle talentuose ma pur giovanissime mani del figlio Ernesto, dopo oltre trent’anni di onorata avanguardia culinaria.

Ma torniamo al post di quest’oggi, dedicato al bravo collega sommelier che opera tra i tavoli del rinomato ristorante di Vico Equense,  Torre del Saracino; Con Giovanni Piezzo ci siamo spesso incrociati, godiamo di tante buone amicizie comuni, ma come spesso capita è oggi la prima volta che riusciamo a fermarci e chiacchierare distintamente sul lavoro che ci accomuna, ci appassiona, ci delizia, un momento di confronto per capire come va in questo pezzo di costiera tanto amata quanto distratta.

Quasi trent’anni di onorata carriera, ne hai visto delle belle? Eh sì, ne ho visto proprio tante, ascoltate forse di più, per non parlare di quelle bevute! Però c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, imparare, capire.

Qualcuno ha idee strane del sommelier, del suo lavoro ricorda più o meno solo il servizio ai tavoli, cosa puoi dire in proposito? Beh, come sempre ci si ricorda solo dell’aspetto più immediato: opportuno rimarcare le ore che trascorri a relazionarti per gli acquisti, alle mille arrabiature per le mancate consegne e per gli ordini errati o mal gestiti, al tempo dedicato a caricare e scaricare le bottiglie in cantina, alla sua organizzazione in generale. Ogni tanto avremmo bisogno di giornate da trenta ore, così quelle 6 o 7 per il riposo ci entrano facili!

Entriamo subito in argomento, come si lavora alla Torre del Saracino? Bene, molto bene, c’è tanto da fare e tanto altro da pensare, ma si lavora in armonia. Arrivavo da una esperienza ultradecennale alla Cantinella di Napoli, dove ho imparato tanto e lavorato sodo, l’impatto qui a Seiano non mi è pesato più di tanto. Forse più ha potuto la lontananza da casa, ma alla lunga ci si abitua.

Quali sono le principali caratteristiche della tua carta dei vini? Originalità innanzitutto, ed una proposta quanto più fedele alle proprie idee. Lavorare in un ristorante come questo, tu mi comprenderai, significa ascoltare le esigenze di una clientela molto eterogenea e particolarmente esigente; Certi vini, anche se comuni, non possono mancare, ma non può mancare nemmeno la ricerca e la spinta verso le novità del mercato; Sia chiaro, nessuna fisima, però l’attenzione è necessaria.

Ecco, dove rivolgi la tua attenzione in quest’ultimo periodo? Devo fare una premessa, che può apparire banale ma non lo è: un buon sommelier deve avere curiosità e coraggio, mettersi in gioco, ma ha bisogno che l’azienda lì dove lavora lo sostenga, ed in questo mi reputo piuttosto fortunato. Guardo con molte aspettative ad alcune regioni e vini emergenti della Spagna, ma anche all’Austria e alla Germania. Ultimamente dedico molti assaggi ai vini di Bierzo e Valdeorras, che trovo piuttosto sorprendenti, della Stiria e della Mosella. Difficilmente trovo vini banali, quasi sempre bottiglie imperdibili.

Vini banali, argomento interessante, quali quelli da evitare assolutamente? Non si può stilare una mappa dei vini da evitare, me ne guarderei bene dal farlo, però è chiaro che certi standard sono ormai obsoleti. Il “super vino” per esempio è un fenomeno dichiaratamente passato di moda, chi si ostina a pensarla diversamente sbaglia, certi vini finiscono per essere souvenir polverosi da cantina.

Come ti difendi da certi stereotipi, ci riesci? E cosa proponi in alternativa? Non si può mica aspettare che sia solo il cliente a chiederti di bere qualcosa di nuovo; Io lancio un idea, una proposta, il più delle volte mi seguono, mi lasciano fare, così creo il precedente.

Di questi vini, curi tu i rapporti con le aziende, sei tu a cercarle o te le propongono? Certi rapporti nascono anche e soprattutto per amicizie comuni, il cosiddetto passaparola, e pensiamo a curarli noi in prima persona. Questa forse è un’altra sfida, spesso l’intermediazione è necessaria ed utile, molto più spesso no, addirittura può risultare deleteria.

Cosa propone di interessante in questi giorni la cantina della Torre del Saracino? C’è tanto, ed in generale a prezzi molto convenienti. Pensa che spesso vecchi clienti si portano via intere casse di alcuni vini che qui custodiamo in millesimi ormai impossibili da ritrovare in giro, ti dico per esempio de Le Pergole Torte di Montevertine…

Uno dei Super di cui sopra? (ride) No dai, era solo per darti un nome tra i i più blasonati vini dell’amata Toscana.

Grazie Giovanni, il pranzo alla tavola di Gennarino rimarrà sicuramente nella memoria tra i più buoni di sempre, la nostra piacevole chiacchierata invece mi ha aperto ad uno straordinario professionista quale sei e con il quale spero in futuro di condividere esperienze e confronti, complimenti sinceri!

Vico Equense, Torre del Saracino: di un gigante della cucina campana e di passeggiate vicane

4 Maggio 2010

Ecco la brezza accarezzarmi il viso, il sole tiepido di fine Aprile scaldarmi l’animo, il profumo di pino aggraziarsi le narici. La mente e la pancia hanno già avuto di che compiacersi, perciò le guardo gli occhi e d’improvviso non ho null’altro di che lamentarmi, le stringo le mani e non ho più parole da pronunciare, adesso tocca al cuore.

Effetto Torre del Saracino? Forse, una cosa è certa, appena usciti dall’isola gastronomica di Gennarino e Vittoria ce n’è di che compiacersi prima di ritornare alla cruda normalità. Forse appare anche inutile spendere parole d’oro o frasi incensate per descrivere una delle più piacevoli esperienze gastronomiche dell’anno, tuttavia il diario enogastronomico non può esimersi dalla cronaca di una splendida giornata spesa a Marina di Equa tra una pur breve passeggiata al sole nonchè una visita alla preziosa tavola del Gennarino nazionale.

L’ambiente è cambiato, non poco, ma non le persone, quelle assolutamente no, e nemmeno lo spirito che anima questo luogo del gusto sin dalla sua fondazione, subito manifesto, sin dall’accoglienza, a misura d’uomo, sfacciatamente familiare; Gli arredamenti sono essenziali ed i colori tenui e gioviali al tempo stesso, la tavola è ben apparecchiata, ognuno gode di buona privacy e di una veduta che in giornate come queste, con il sole in fronte, apre gli occhi su di un Vesuvio come non mai suggestivo ed evocativo; Insomma, ingredienti di una semplicità disarmante, “della nostra tradizione” si direbbe, che si ripetono con lo stesso equilibrio anche nelle proposte del menù, anche in quelle incursioni culinarie apparentemente più moderne ed internazionali come la Scaloppa di Fois Gras servita con olive verdi in una zuppetta di Nettarini di Corbara.

Ci accoglie Giovann Piezzo, sommelier napoletano di lungo corso da circa un lustro qui alla Torre del Saracino: si rivelerà durante il pranzo un professionista attento e costante, che sa bene il fatto suo e come proporsi, con garbo, stile, equilibrio e disponibilità. Proprio con lui, appena dopo il pranzo, una volta giunti nella suggestiva cantina, ho avuto modo di fare una lunga chiacchierata, di mestiere, passioni e speranze, ma questo è argomento di cui tratterò più in là. Ecco invece che ci raggiunge, appena un attimo dopo, Gennaro Esposito; Ci saluta dandoci il benvenuto con particolare calore, rimaniamo subito rapiti dalla sua simpatica avvenenza, lui dalla nostra dolce Letizia che ci ruba per qualche minuto per farle fare, lui in prima persona, un tour per le cucine di casa: se talento avrà, qual miglior battesimo di questo! Noteremo con sommo piacere che proprio con lo stesso calore Gennarino non mancherà di dare il benvenuto a tutti gli ospiti che di lì a poco riempiranno per metà l’accogliente sala che affaccia sul mare di Seiano. 

La proposta è davvero allettante, scegliamo dalla Gran Carta il menù degustazione “Salvatore”, dal nome di uno dei più fidati collaboratori dello chef vicano che lo affianca in cucina sin dagli esordi, non mancando però di puntualizzare dell’esigenza di assaggiare il cosiddetto “piatto dell’anno”, la Minestra di Pasta mista di Gragnano con crostacei e piccoli pesci di scoglio (da manicomio!), non prevista in menù ma assolutamente ineludibile. Così appena dopo un delizioso benvenuto di trancio di Tonno appena scottato su vellutata di fave fresche seguono nell’ordine: Cefalo leggermente affumicato, patata schiacciata e salsa verde, unico piatto al di sotto delle aspettative, fresco e bilanciato ma un po’ scontato, quasi inaspettato, nulla a che vedere con la deliziosa Passata di piselli, gnocchi di ricotta, seppie, raviolino al limone e pomodoro candito, una sequenza di tali puri sapori ma in perfetto equilibrio tra loro tale da fare invidia per il solo pensiero di averlo pensato, davvero eccellente!

Sapori ancor più schietti e sinceri nella Pasta e cavolfiore con ostriche e pecorino, un piatto per così dire “coraggioso” ma senza dubbio riuscito, con sapori molto decisi a rincorrersi ed equilibrarsi tra loro grazie soprattutto a dei ciuffetti di alghe appena fritti utilizzati come decorazione e che invece risultano come manna dal cielo per stemperare l’ardire del pecorino in grani semisciolto con la mantecatura. Baccalà in carpione con cipollotto, mela annurca e melassa di fichi, altro esempio di rincorsa all’agro e al dolce non mancando però di sapidità ed aromi che donano costante freschezza al piatto; Nella normalità della tradizione nostrana l’ottima Variazione di Ragù napoletano con una braciola di cotica sugli scudi, pura scioglievolezza. Su tutto, senza perderci nelle esalazioni etiliche, abbiamo bevuto un ottimo (e conveniente, 30€) Chablis 2006 di Daniel Dampt.

Chiusura in dolcezza con la Passeggiata vicana, dolce della tradizione locale impreziosito dalla presenza di granelli di fior di sale utilizzati per ristabilire il giusto equilibrio di bocca inevitabilmente avvinghiato alla dolcezza della crema al limone, qui dalla interessante carta a bicchiere si è rivelato molto piacevole il Moscato di Saracena di Cantine Viola (€ 9). Ottimi i piccoli assaggi di piccola pasticceria, come molto apprezzata, ma che dire, superba, la proposta di offrirci il caffè nella piccola saletta ricavata nella torre di Capoviro che sovrasta il locale, a quanto pare il buen retiro di fine serata del padrone di casa dove ama intrattenersi con i suoi ospiti al cospetto di alcune opere d’arti comissionate ad hoc, buona musica lanciata on-air da un modernissimo stereo a valvole e tanto cioccolato delle migliori cultivar e dei migliori selezionatori italiani e francesi.

Ecco, la mente e la pancia hanno già avuto di che compiacersi, perciò le guardo gli occhi e d’improvviso non ho null’altro di che lamentarmi, le stringo le mani e non ho più parole da pronunciare, adesso tocca al cuore.

 Ristorante Torre del Saracino

Via Torretta, 9
Loc. Marina d’Equa
80069 Vico Equense (NA)
Tel. & Fax +39 081.802 85 55
info@torredelsaracino.it
Chiuso: domenica sera e lunedì.

Napoli, verticale storica Muffato della Sala: di un dolcissimo viaggio nel tempo dal 1988 al 2006

30 aprile 2010

Un evento straordinario, senza precedenti sotto il Vesuvio e che ha visto una bella partecipazione di persone: giornalisti, sommeliers ma anche vignerons e ristoratori che hanno saputo cogliere l’opportunità concessa dalla storica famiglia fiorentina degli Antinori e raccogliere l’invito di Slow Food e Luciano Pignataro che hanno pensato, organizzato e coordinato l’evento nella splendida cornice dell’Hotel Romeo di via Marina.

Del Castello della Sala trovate su questo blog più di un riferimento utile a comprendere “il mito”, dagli straordinari vini che ne nascono al loro artefice più illustre, tal  Renzo Cotarella che non è voluto mancare a questo appuntamento con la storia di una delle più piacevoli ed interattive verticali organizzate sul territorio napoletano; come dire, nessun maestro alla cattedra, nessun altarino, solo tanta voglia di ascoltare, capire, comprendere, discutere, innanzitutto su come un vino, apparentemente destinato ad un consumo “facile” – opinione e luogo comune entrambi immediatamente sfatati – possa invece ritenersi incredibilmente longevo e sorprendente a tal punto dal non avere limiti di evoluzione spazio-temporale nonchè su quanto sia incredibilmente necessario preservare una memoria storica liquida per rendersi conto non solo di quanto si sia stati bravi nel fare il vino – elemento questo certamente tra i più banali – ma soprattutto per riuscire a leggere nel tempo gli errori commessi ed il reale potenziale del lavoro che si ta portando avanti, in vigna come e soprattutto in cantina.

Il Muffato della Sala è prodotto con uve botritizzate raccolte manualmente tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre, per dar modo alle nebbie mattutine di favorire lo sviluppo della Botrytis Cinerea o “Muffa Nobile” sui grappoli. L’effetto più immediato di questa muffa è la capacità di ridurre il contenuto di acqua presente nell’acino lasciandone concentrare gli zuccheri presenti e gli aromi che rendono il vino che ne viene prodotto tra i più intriganti e complessi mai riproducibili. Tutte le annate, tranne la prima prodotta nel 1987 quando nell’uvaggio vi era anche il Drupeggio (varietà autoctona orvietana) sono generalmente caratterizzate da un blend di vini base Sauvignon blanc al 60% e Grechetto, Traminer e Riesling per il restante 40%. Queste in sintesi le mie impressioni sulla eccezionale verticale storica proposta nelle annate 1988, 1989, 1991, 1995, 1996, 2004, 2006. Il 1988 è stata la seconda annata prodotta, da sole uve Sauvignon e Grechetto; andamento stagionale piuttosto regolare, le uve arrivate in cantina possedevano una buona qualità di muffa nobile ed il vino che ne è venuto fuori nel tempo un ottimo imprinting archetipale: colore giallo oro splendente, luminosissimo, naso particolarmente equilibrato e finissimo su sensazioni floreali e fruttate passite. Palato dolce, non stucchevole, fine ed elegante con una piacevole chiusura in freschezza.

Il 1989 ha consegnato un andamento climatico alquanto rigido con una estate piuttosto piovosa nonchè per niente calda al punto di far ritardare non poco la comparsa dell’agognata botrytis sui grappoli. Il vino che ne è venuto fuori non gode certo di una spiccata verticalità e per essere pignoli nemmeno di una particolare complessità, ma l’eleganza e la finezza con la quale esprime una trama olfattiva dolcissima di fiori di campo e miele di acacia è da batticuore. Avere 21 anni e non mostrarli per niente! Il 1991 ci sbalordisce tutti e offre un naso assolutamente integro, quasi didattico per un vino del genere: subito dolcissimo di frutta disidratata, candita, poi terroso, nitidamente fungino, a tratti tartufato, poi ancora iodato. Non mi soffermo particolarmente sulle note visive perchè tutti i campioni proposti, dal più vecchio al più giovane mostravano uno splendore ed un candore cromatico da manuale, puro oro liquido giammai intaccato dal tempo. Il naso e la bocca in particolar modo hanno invece dimostrato quanto sia fondamentale per un vino del genere la cura maniacale che si profonde in vigna ed in cantina al Castello della Sala, superando brillantemente le ostilità di vendemmie senz’altro difficili (spesso caratterizzate da andamenti locali particolarmente piovosi) ma mai impossibili da governare con la giusta conoscenza del terroir, delle uve e con a disposizione i mezzi tecnici adeguati.

Il 1995 ha visto maturare delle uve perfettamente integre sino all’attacco della muffa nobile, il Riesling ed il Traminer essere raccolti prima del Sauvignon e del Grechetto. Il ventaglio olfattivo non è particolarmente intenso e complesso, ma sempre finissimo ed elegante seppur monocorde su fiori secchi ed appena accennate note iodate sul finale. Il 1996 è stata un’annata eccellente, a sentir Cotarella forse la migliore sino ad oggi prodotta al Castello e perdipiù particolarmente sottovalutata all’epoca, curioso come Renzo ci tenga a sottolineare quanto sia sorprendente per lui assaggiare bottiglie di questo millesimo, del bianco di punta in particolare, il Cervaro della Sala, che riesce costantemente a strappare grandi consensi unanimi al di sopra di ogni confronto con altri millesimi pur prestigiosi tirati fuori dalle tenute del Marchese Antinori. Colore e spettro cromatico inattaccabili, al naso come in bocca offre frutto e compostezza per tutta la degustazione, forse oggi nel suo momento migliore di degustazione.

Un salto di almeno otto anni ci consegna nel bicchiere il 2004, caratterizzato da un naso estasiante di fiori secchi, frutta disidratata ed erbe officinali che chiude su note iodate abbastanza marcate che delineano un spettro olfattivo di gran lunga più elegante e complesso di tutte le annate precedenti, pur rimanendo il ’91 una grande sopresa. In bocca è dolce ma costantemente fine ed elegante, delicatamente sapido. Si chiude con un delizioso 2006, il più giovane della batteria e quello attualmente in commercio, caratterizzato da un colore oro cristallino e perfettamente limpido. Il naso è ampio e fragrante, dolce di frutta bianca polposa e caramellato quanto basta, iodato sul finale. In bocca mostra una decisa dolcezza, sempre in equilibrio e mai stucchevole, ottimo il finale composto e delicatamente minerale.

Una bellissima avventura in sette annate tutte da ricordare, appuntare, godere. Un viaggio entusiasmante nella più profonda tradizione viticola entro le mura del Castello della Sala e al tempo stesso un’impressionante conoscenza della più moderna tecnologia oggigiorno a disposizione nelle cantine nuovissime di una delle tenute più suggestive e all’avanguardia della famiglia Antinori; l’antico che incontra il nuovo in un moto continuo, in effetti cos’è in sintesi il vino se non un moto perpetuo assoggetato alla conoscenza dell’uomo ed alla clemenza del tempo?

P.S.: le foto delle etichette sono di Monica Piscitelli.

Professione Sommelier, e le acque minerali?

27 aprile 2010

Un punto sia chiaro, l’etichetta di sommelier delle acque, state tranquilli, non fa certo per me, anzi ritengo la figura, quando chiamata in causa, una balla tanto grossa come le tante bolle di un Perrier appena shakerata ed aperta di scatto!

Detto questo però, è bene conoscere  e proporre una giusta acqua al cliente; per un sommelier, soprattutto se l’ospite di turno è un abituale e pertanto ne conosciamo i gusti, è fondamentale avere anche una certa conoscenza specifica della materia, argomento sempre particolarmente interessante, nonchè delle migliori o delle più ricercate acque minerali in commercio.

L’acqua è la bevanda più sana e migliore per la salute dell’organismo, è capace di soddisfare la sete senza attentare, per esempio, alla linea. Quante volte ci si è sentiti dire “si deve bere spesso e non aspettare di avere sete”, e questo per poter rinnovare continuamente le perdite di liquidi che l’organismo subisce durante la giornata. Particolarmente importante in tali termini è la funzione che ha l’acqua minerale, quella naturale in particolare, che grazie al suo contenuto di minerali, aiuta a reintegrare e a fornire il corpo dei sali di cui ha bisogno. Non tutte le acque minerali però sono uguali: ognuna ha caratteristiche specifiche che dipendono dal tipo di sali in essa disciolti. è quindi importante saper scegliere tra le acque in commercio, quella più idonea ai propri gusti, bisogni e disturbi.

Le acque si chiamano minerali quando vengono riconosciute tali dal Ministero della Sanità, attraverso analisi chimico-fisiche e microbiologiche (su composizione, purezza e qualità) che determinano le caratteristiche salienti dell’acqua. Premesso che tutte le acque potabili contengono sali, la legge considera “minerali” quelle che originando da una falda sotterranea, hanno caratteristiche igieniche particolari (microbiologicamente pure) e proprietà favorevoli alla salute. A tale proposito, il protocollo sanitario stabilisce che qualsiasi trattamento chimico che alteri la composizione dell’acqua è vietato e che le acque minerali devono essere batteriologicamente pure e prive di inquinanti; Devono altresì essere imbottigliate così come sgorgano dalla sorgente. L’unico trattamento per il quale è possibile ottenere autorizzazione è l’eventuale aggiunta di anidride carbonica per renderle gassate.

Come detto non tutte le acque minerali sono uguali, ed una loro prima, fondamentale differenziazione è certamente a seconda delle caratteristiche e proprietà salutari che contengono sin dalla fonte di provenienza e pertanto dai sali minerali che, trascinati durante il lungo cammino sotterraneo attraverso le rocce, ne caratterizzano l’esame chimico-fisico.

In base al tipo di minerali in esse disciolti, indicati come residuo fisso, cioè la quantità di sali minerali depositati da un litro di acqua fatto evaporare a 180°, le acque minerali vengono classificate come Minimamente mineralizzate: hanno un contenuto di sali minerali inferiore a 50 milligrammi per litro; si tratta di acque “leggere” che in quanto povere di sali minerali favoriscono la diuresi e facilitano l’espulsione di piccoli calcoli renali.

Oligominerali: hanno un contenuto di sali minerali non superiore ai 500 milligrammi per litro. In virtù dei pochi sali minerali presenti, sono ottime acque da tavola, adatte ad essere bevute quotidianamente; inoltre svolgono un’ottima azione diuretica e contengono poco sodio.

Minerali: il residuo fisso è compreso tra 500 e 1000 milligrammi (1 g) per litro. Contengono una percentuale consistente di sali minerali e pertanto non devono essere bevute in quantità eccessive (fino a un litro al giorno), alternandole con acqua oligominerale. Hanno applicazioni diverse a seconda del tipo di sostanze in esse presenti (calcio, zolfo, ferro, magnesio, bicarbonato…).

Ricche di sali minerali: il residuo fisso è di oltre 1500 milligrammi per litro. Sono molto ricche di sali, pertanto devono essere bevute specificamente a scopo curativo e su consiglio medico. Si acquistano in farmacia, ma alcune si trovano anche nei supermercati.

Una precisazione, per qualcuno passata sempre in secondo piano se non del tutto trascurata: per acqua naturale non si intende acqua senza bollicine – tutte le acque minerali lisce, gassate o effervescenti sono naturali – ossia vengono imbottigliate come sgorgano dalla sorgente. Opportuno pertanto riferirsi sempre all’acqua liscia (quella senza bollicine) oppure a quella gassata, cioè addizionata di anidride carbonica, mentre per effervescente naturale s’intende quella già leggermente frizzante alla sorgente. Infine un consiglio, sul mercato insistono più o meno circa 260 acque minerali diverse, non sempre è facile orientarsi ma per scegliere quantomeno una che oltre che buona possa avere anche delle qualità specifiche per le proprie esigenze è sempre opportuno leggere l’etichetta ed individuare:

Il residuo fisso, indica il contenuto di sali minerali dopo l’evaporazione di 1 litro di acqua a 180°. Più è basso, più l’acqua è “leggera” (minore contenuto di sali minerali).

Il pH, indica il grado di acidità e alcalinità dell’acqua; pH inferiore a 7 indica acqua acida, pari a 7 neutra, superiore a 7 alcalina. Le acque acide sono utili per i problemi digestivi, mentre quelle alcaline servono a riequilibrare l’acidità dello stomaco.

La temperatura, indica (in gradi centigradi C°) la temperatura di imbottigliamento. La dicitura sostanze disciolte che elenca i sali minerali presenti in un litro di acqua.

Inoltre, è bene sapere che l’acqua in bottiglia deve avere il minor quantitativo possibile di nitrati (sostanze inquinanti, max 45/litro per gli adulti,  max 10/litro per i bambini) mentre i nitriti dovrebbero essere assenti. La scritta Microbiologicamente Pura garantisce che l’acqua non contenga alcun microrganismo pericoloso.

Nota a margine: nelle foto alcune delle acque che amo in maniera particolare, ognuna per le loro particolari caratteristiche chimico-fisiche e per la piacevolezza della beva.

Isola di Capri, Il sentiero dei Fortini ad Anacapri

26 aprile 2010

“A Capri lo struscio, ad Anacapri per scoprire le bellezze dell’isola di Tiberio”.

C’è un posto meraviglioso che non potete perdere di vivere, quantomeno non potete non sapere che esiste, è “Il Sentiero dei Fortini” ad Anacapri, un percorso unico e straordinario tra cornici di roccia, scultorei promontori e baie profonde come i fiordi norvegesi con la differenza che qui le acque sono turchesi; Un viatico di collegamento tra la zona del Faro di Punta Carena a quella della Grotta Azzurra, via costa, di una suggestione incantevole. La storia racconta che la sua origine è dovuta alle angherie che Capri ha subito durante l’epopea Borbonica a Napoli, in particolare durante la “Presa di Napoli” del 4 ottobre 1808 ad opera dei francesi sotto il comando di Gioacchino Murat che, si racconta, sia stato l’artefice di questa massiccia intensificazione di fortificazioni sull’isola per preservarsi da attacchi improvvisi e governare il Golfo di Napoli: “Chi ha Capri, ha Napoli” amava sottolineare nelle sue infuocate arringhe alla corte del re mite Giuseppe Bonaparte.

Il cammino è immerso nel verde, tra le roccie frastagliate della costa, a tratti mascherate dalla folta boscaglia ed il mare immenso che si apre sul Tirreno. I Fortini sono oggi completamente restaurati e meritano senz’altro di essere visitati, luoghi che raccontano storie di uomini lontani ma che appartengono in tutto e per tutto alla nostra storia. C’è il Fortino di Pino, quello più vicino a Punta Carena, che ha una struttura circolare con un diametro esterno di 60 metri, l’interno è invece rettangolare e si trova a circa 40 metri sul livello del mare. Dalla sua posizione venivano controllate la Cala di Mezzo a nord e la Cala del Limmo a sud.

Il Fortino di Mesola invece si erge sul promontorio Campetiello, che prende il nome dalla famiglia De Campetiello che ne era proprietaria. Ha anch’esso una struttura circolare con mura spesse entro cui erano posizionati due cannoni per la difesa della costa. Un particolare non secondario per avvalorare il valore storico di queste costruzioni e che proprio qui vi sono stati importanti ritrovamenti addirittura risalenti all’insediamento dell’uomo primitivo sull’isola, ne è testimonianza il ritrovamento di piccoli utensili di ossidiana nonché reperti risalenti al periodo greco e romano che ne fanno un approdo storico all’isola, fondamentale la testimonianza di resti di un’antica scala scolpita nella roccia.

Il Fortino di Orrico (nella foto, toponimo di origine greca, significa “campo fiorito”), anche questo di particolare suggestione, si trova a circa 30 metri sul livello del mare sulla Punta del Miglio, ha una struttura semicircolare con un diametro di circa 20 metri, e si trova a circa trecento metri dalla Grotta Azzurra. Anche qui entro le sue mura di cinta, spesse circa 2 metri, vi erano due cannoni direzionati a sud-ovest e a nord-ovest in modo che il loro fuoco s’incrociasse con il fuoco del fortino di Campetiello, centrale, e questo con quello di Pino, un modo da creare una barriera di fuoco a qualsiasi nave che cercava di avvicinarsi senza autorizzazione.

Ecco alcune buone ragioni per vivere l’isola di Capri, i lustrini e le paillettes sono buoni per la notte, le luci del giorno consegnano paesaggi indimenticabili, da vivere!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Loreto Aprutino, il Trebbiano 2003 di Valentini

26 aprile 2010

Ci sono certi vini pronti a stravolgerti, sono lì ad aspettarti al varco; tu giochi a fare il ricercatore di sensazioni uniche, volgi lo sguardo altrove e loro sono pronti a scommettere di poterti smentire, addirittura a mani basse. Allora cosa fai? Continui a cercare e qualche volta trovi, bevi, a volte troppo, e credi di aver capito, ci cammini anche le vigne per essere certo di aver ben compreso, ma non hai fatto i conti con l’inatteso, appena dietro l’angolo, così pur rimanendo affascinato da certe sirene rimani della convinzione che c’è qualcosa che non va. No, ti sbagli, è la madre terra, che pulsa ogni volta in maniera nuova, e qui lo senti in ognuno dei sorsi del Trebbiano di Valentini: il 2003 pare a tratti cantare la vigna, la sua unicità!

L’azienda del compianto Edoardo, scomparso di recente, è oggi nelle mani di Francesco Paolo Valentini, è ubicata a Loreto Aprutino, in provincia di Pescara, e si estende per circa duecento ettari di cui sessantaquattro interamente votati alla vite ed altri cinquanta circa destinati alla coltivazione delle olive. Per il giovane Francesco Paolo non è stato certo facile raccogliere l’eredità di un monumento della vitienologia italiana come è stato il padre, in verità non sempre osannato dalla grandeur mediatica specializzata ma pur sempre un uomo che ha fatto la storia, con idee proprie ed uno stile non certamente comune soprattutto in anni durante i quali la maniacale ricerca del vino era del tutto sintetizzabile nella semplice replicabilità e votata all’esile bevibilità, in particolar modo in riferimento ai vini bianchi, parametri questi assolutamente distanti, da sempre, dall’idea di vino della famiglia Valentini.

Il Trebbiano d’Abruzzo rappresenta perlopiù il vino di maggiore produzione dell’azienda, esemplare anche nell’esecuzione di altri due tradizionali vini abruzzesi come il Montepulciano ed il Cerasuolo d’Abruzzo, quest’ultimo davvero particolare soprattutto per l’estrema longevità dimostrata negli anni. Il Trebbiano 2003 ha un colore giallo paglierino con riflessi nettamente dorati e gode ancora di buona luminosità. Il naso non è immediatamente complesso ma lasciandolo respirare soprattutto ad una temperatura di servizio ottimale (12-14 gradi) offre un ventaglio olfattivo davvero delizioso, ampio e variegato, con sentori floreali e fruttati, su tutti fiori di ginestra ed esotiche nuances di ananas, poi ancora albicocca matura, note di burro di nocciola. In bocca è superlativo, al gusto mostra gran carattere, il 2003 è ricordato come un millesimo piuttosto caldo e questo vino in particolare ne ha sofferto soprattutto in fase di maturazione delle uve che sono state raccolte con un deciso ritardo sul calendario vendemmiale. Ciononostante il palato è pervaso da una gradevolissima vivacità gustativa, la beva è ampia, piuttosto grassa eppure fresca ed equilibrata, il finale di bocca risulta copiosamente avvolto in sensazioni salmastre ed accenna un ritorno di frutta candita.

Un grande bianco da bere su piatti importanti, la più grande qualità di un vino del genere sta nella capacità di sostenere benissimo abbinamenti diversi, anche durante tutta una cena, l’intuizione sta nel giocare sapientemente con le temperature di servizio. Fresco sui 10-12 gradi con antipasti di pesci, scottati ma anche salsati, oppure su primi piatti dai sapori iodati (es. con ricci di mare), oppure spingendosi oltre sino ai 14 gradi se si vuole inseguire l’approccio a carni bianche o arrosti di pesce. Un ultimo consiglio, scaraffarlo, se ne gioverebbe non poco!

Questo vino è il nostro vino bianco dell’anno.

Professione Sommelier, pillole di buona Francia

24 aprile 2010

No, non è una foto d’antan, ho solo sbagliato a non resettare la funzione “agè” della macchina digitale in dotazione. Da sinistra: Fabio Raucci (L’Olivo Restaurant Manager), Agostino Roberto, Marco Del Garbo, Fabio Di Costanzo, Albino Filippo e Yannick Kovac (Wijn Makelaarsunie), io, Pietro Di Palma, Fabio Vullo, Gennaro Caiazzo.

L’idea ci è venuta qualche mese fa, pensando all’opportunità di organizzare un laboratorio-formazione per lo staff del Capri Palace potendo contare sulla qualità professionale ed umana di Albino Filippo e Yannick Kovac, Directeur di Wijn Makelaarsunie Olanda il primo,  una delle compagnie leader della distribuzione vini in nord Europa, e pregiato Master of wine francese il secondo, grande professionista e pure simpatico nonchè appassionato assertore della grandezza dell’aglianico come uno tra i vitigni principi italiani (ruffiano 🙂 ).

L’appuntamento: ci siamo così riuniti un pomeriggio di un giovedì d’Aprile, queste giornate di tiepida primavera sono lavorativamente parlando, abbastanza tranquille, seppur gli orari di lavoro rimangono comunque gli stessi, ecco pertanto che abbiamo dovuto incastonare questo momento di alta formazione nelle due ore che quotidianamente dedichiamo al riposo mentale e fisico, l’agognato volgarmente detto “spezzato”.

L’obiettivo: Manager, Sommelier, Chef de Rang, Commis, chiamati all’appello per ascoltare, conoscere, approfondire, scoprire, sapere, bere, tradurre, finalmente capire.

Ecco le mie personali note di degustazione colte durante i lavori e sviluppate anche grazie alle preziose notizie di Albino Filippo e Yannick Kovac. Quale vino il migliore? Fate Vobis…

Sancerre Chevignol 2008 François Cotat bianco sicuramente poco incline al gusto di molti, dal colore molto scarico, verde decisamente pallido. Il naso è subito vegetale, nota di peperone verde, menta piperita, poi fruttato di mela cotogna. Gli bastano però pochi minuti nel bicchiere per virare decisamente su note terziarie anche piuttosto complesse e particolari, vicine a sentori del tipo idrocarburi. Notevole la spalla acida e la mineralità che profondono il palato sul finale di bocca.

Mersault Les Poruzots 2006 Henri Boillot Grandioso bianco! Basterebbero queste due sole parole a definirne l’entusiamo che ha accolto questo straordinario chardonnay borgognone. Merito del terroir non v’è dubbio, ma anche dell’annata 2006 che è stata piuttosto fresca, i bianchi borgognoni se ne giovano parecchio quando il clima rimane costante  e non soffre di picchi di canicola come per esempio è capitato nel 2005. Henri Boillot è un Negotians, ovvero possiede anche diverse particelle di vigne in Meursault ma non del 1er cru Les Poruzots pur curandone in maniera maniacale la selezione delle uve, rimane infatti uno dei più grandi conoscitori ed interpreti di una terra meravigliosa. Bellissimo il colore paglia, splendente; il naso è mastodontico, caldo ed avvolgente, erbaceo, floreale, fruttato, speziato: è menta, è ananas, è mango, è timo limone, vaniglia, grafite, ho dimenticato qualcosa? In bocca è grasso, voluminoso ma fresco, profondo e delicato, accattivante ed avvincente. Chapeau!

Gevrey Chambertin Les Evocelles 2005 Philippe Charlopin-Parizot Ecco l’altra faccia della medaglia: annata calda la 2005,  in Cote de Nuits se ne sono avvantaggiati i rossi, arricchiti soprattutto da un frutto più voluminoso, quasi polposo lasciando in degustazione un ruolo non certo di secondo piano ai tannini ma comunque meno invadenti del solito. Il Pinot Noir è risaputo è una gran bestia nera ovunque nel mondo, non certo a casa propria e non certo in una delle appellations più vocate per la sua coltivazione. Il colore è avvincente, piuttosto atipico con la sua vivacità così espressiva, ma è tipico del lavoro del vigneron che addirittura nelle annate più calde, 2003 su tutte, non usa nemmeno il legno per affinare i suoi Pinot, il sole fa già un gran bel lavoro di riduzione delle asperità; piccoli frutti rossi e neri al primo naso. Lamponi, ribes, solo sul finale sensazioni lievemente tostate. Palato assolutamente appagante, consistente, di una eleganza e finezza inaudita in un vino di cotanta freschezza.    

Pauillac Reserve de la Comtesse de Lalande 2005 Chateau Pichon-Longueville Bordeaux non è poi così lontana, o sì. Inutile nascondere che la crisi economica mondiale ha dato un bel colpo di assestamento al mercato dei Premier cru di Bordeaux, ed ecco che si affacciano con sempre maggiore crescita qualitativa ottime opportunità di investimento sui secondi e terzi vini di alcuni chateaux girondini: la reserve de la Comtesse de Lalande 2005 pare essere una di queste, tenete presente che certi secondi vini dei millesimi 2005 e 2006, in particolare il Carruades de Lafite-Rothschild o Les Forts de Latour sono praticamente apparsi come meteore sul mercato poichè andati letteralmente a ruba. L’eccezionale bontà dell’annata 2005 a Bordeaux ha fatto il resto. E’ composto dal 45% Cabernet Sauvignon, 35% Merlot, 12% Cabernet Franc e 8% Petit Verdot: un vino molto immediato, con note olfattive adirittura quasi vinose prima di divenire vegetali e fruttate intense e persistenti, sentore di peperone rosso e mirtillo, poi note balsamiche e tostate. In bocca è persuasivo, avvenente, asciutto e profondo. Finale di bocca caldo, appena al di sopra della soglia della perfezione la nota alcolica percepita, un ottimo bordolese. 

Sauternes 2001 Chateau d’Arche Non certo il vino per cui morire, nel senso che è certamente un buon Sauternes ma è altrettanto certo che dista anni luce da certi “conterranei” nettari della più affascinante appellations girondina. Prodotto da uve semillon, sauvignon e muscadelle offre una trama cromatica molto bella, oro splendente. Offre un bel ventaglio olfattivo giocato tutto su note di frutti candidi e piacevoli nuances mielose, in bocca è dolce seppur manifesti una discreta acidità, qualità che l’aiuta non poco a non affogare nella stucchevolezza ad ogni sorso sempre latente.

Conclusione: E’ stata senza ombra di dubbio una gran bella esperienza soprattutto gustolfattiva, full immersion proposta con elegante fermezza e maestria dai nostri educatori nonchè molto sentita dallo staff tutto che così ha avuto opportunità di respirare a pieni polmoni di un po’ di terra d’oltralpe di prim’ordine.

Adesso però mi (ci) sta frullando per la testa un’altra idea, più ambiziosa e dedicata a tutti i colleghi professionisti della regione, ma questa potrà prendere forma e sostanza solo a fine stagione, a bocce tranquille; per adesso schiena dritta, mento alto e, come si dice “non perdiamoci in dislin gui sconsi e… andèm a laurà!”

© L’Arcante – riproduzione riservata

Montefalcione, Vino della Stella 2009 Joaquin

23 aprile 2010

Chisto è pazzo! Inutile nasconderlo, è stato il primo pensiero che mi ha assalito quando l’ho conosciuto, a Capri, un mattinata estiva di giugno quando mi è venuto a trovare al Capri Palace per lasciarmi un saluto.

Era sull’isola azzurra con il suo enologo Sergio Romano per “visionare” alcuni vigneti dai quali trarre spunto per un nuovo progetto, molto ambizioso (oggi di prossima uscita, del quale però ne parlerò tra qualche settimana) per dare nuova linfa ad una viticoltura isolana un tantino assopita negli ultimi decenni. In effetti a guardar bene le idee messe in campo negli ultimi quattro anni da Raffaele nel suo personalissimo arcipelago Joaquin, l’ambizione, e in taluni casi la sfrontatezza, sembrano essere l’essenza vitale che riesce a tenere ancora labile la sottile linea che passa velocemente tra l’estrema ratio costruttiva del Pagano vigneron alla totale impulsività, ecco la pazzia, dell’artista creativo che rincorre l’opera perfetta e non esita a cercarla.

Raffaele è un vulcano in piena eruzione, e come un vulcano difficilmente accetta ostacoli insormontabili, le sue sono intuizioni folgoranti e idee talvolta estreme ma pur sempre espressioni di un ideale proprio, vero, autentico; Prendete ad esempio la vinificazione in bianco dell’aglianico, qualcuno ha fatto proclami, anche fuori regione, del proprio azzardo, ma in effetti di aglianico in certi vini vi era una bassissima percentuale, giusto quella per far gridare alla geniale primogenitura. “L’unico bianco con base 100% aglianico (di Taurasi!) è I Viaggi 2006 di Joaquin, perché io non credo alle mezze misure, ma, se vi sono, alle reali opportunità”. Non vi basta? Pensate allora all’utilizzo dei legni per la fermentazione e/o l’affinamento dei vini bianchi: in genere cavalcando l’onda di “tutti pazzi per il rovere” ne abbiamo visti di tutti i colori, a volte scempi inauditi, il Pagano s’impone di usare l’acacia, perché? “Perché è più prezioso, cede poco o niente al vino e pertanto il mosto che ci finisce dentro deve averne di carattere per uscirne glorificato”; non ha tutti i torti, il legno, come spesso ripete anche Luigi Moio, è un mezzo, non il fine, ma da questo malinteso di fondo in molti per troppo tempo hanno pensato alla barrique non come strumento di valorizzazione ma come artefice di caratterizzazione, un errore tra i tanti, che hanno fatto passare per buoni certi concetti stereotipati e vecchi già prima di nascere.

Il Vino della Stella 2009 è un Fiano di Avellino (in questi giorni in commissione d’esame della docg in attesa di approvazione), nasce dalle vigne in Montefalcione, sul versante che affaccia su Lapio (nello specifico, in linea d’aria, proprio di fronte alle vigne giardino di Clelia Romano), vendemmiato, per essere precisi, il 27 di Ottobre 2009 da un appezzamento di circa un ettaro e mezzo che ha dato solo 6620 chilogrammi di uve fresche, vinificate esclusivamente in acciaio (in serbatoi costruiti su richiesta in formato 1 a 1, vale a dire con superficie di contatto delle bucce quanta più ampia possibile) e dalle quali si sono ottenuti circa 4700 litri di vino, più o meno 6200 bottiglie circa.

E’ un vino intrigante, veste di giallo paglierino tenue ma di ottima vivacità, il naso ha bisogno di tempo, per cui lo lasciamo scorrere nel bicchiere e ad ogni sniffata ci accorgiamo della leggera virata, dall’erbaceo iniziale al floreale e fruttato conseguente, spiccate le note verdi che ricordano l’erba falciata, ma appena dopo un po’ ancora più affascinanti i profumi di melone bianco e fiore di tiglio che richiamano l’idea di un vino in continuo divenire. In bocca è secco, l’ingresso è fresco ed abbastanza caldo, cerco conferma della sua struttura alcolica e ne ho certezza, sopra i tredici e mezzo, eppure gradevolissimo. Adesso la temperatura è più alta e le note olfattive entrano in una orbita più fragrante rimarcandone piacevoli sensazioni dolci e morbide.

E’ certamente un azzardo delinearne adesso un profilo organolettico ineccepibile, lungi da me, ma credo sia un vino di buona stoffa, e tra qualche tempo sarà capace di esprimere un equilibrio ed una piacevolezza da vero campione, e senza dover aspettare due-tre anni dalla vendemia: ecco, ci sono! Forse questo fiano di Avellino non possiederà una prospettiva verticale assoluta ma dona certamente di sé già una immagine diversa dalle rincorse alle mineralità alsaziane o dalle sfaccettature tropicali di certi fiano cotti dal sole: ma certo, la terza via, possibile che esista una terza via che si divincoli dalle acidità marcate o svolti drasticamente dalle morbide curve dell’obesità californiana? 

Napoli, verticale storica Muffato della Sala

23 aprile 2010

Slow Food Campania

in collaborazione con Luciano Pignataro wineblog

Giovedì 29 aprile alle ore 19,30

A Napoli presso il prestigioso Hotel Romeo di via Marina andrà in scena un evento dal sapore straordinario, protagonista uno dei vini più preziosi e ricercati dell’enologia italiana, tra i primi vini da meditazione nostrani a rincorrere il mito dei grandi bianchi muffati bordolesi: Il Muffato della Sala di casa Antinori, la leggenda dolce made in Italy prodotto nella suggestiva tenuta umbra di Castello della Sala.

Ospite illustre Renzo Cotarella ( qui una intervista di questo blog allo storico direttore generale di Antinori dello scorso febbraio) che condurrà la sessione di degustazione con Angelo Di Costanzo, Primo Sommelier Campania 2008, prima di lasciare la parola per le fasi conclusive sponsabile regionale vino Slow Food Campania, il giornalista Luciano Pignataro.

Queste le annate in degustazione: 1988, 1989, 1991, 1993, 1996, 2004 e 2006.

L’ingresso ha una quota di partecipazione di 35 euro (30 per i soci Slow Food, Ais e Fisar). I posti disponibili sono in totale 40, per prenotazioni ed ulteriori informazioni si prega di contattare Slow Food Campania inviando una mail a info@slowfoodcampania.com oppure a Novella Talamo a ntalamo@gmail.com.

Montalcino, il Rosso 2007 di Podere Sanlorenzo

22 aprile 2010

Ho conosciuto Luciano Ciolfi attraverso il web, ci siamo spesso incrociati sulla piattaforma di Vinix ideata e sviluppata dal buon Filippo Ronco, già motore indomito di Tigullio Vino ed alcuni altri canali internet dedicati al mondo del vino. Spesso abbiamo condiviso opinioni, altrettanto ci siamo promessi un incontro, una bevuta, quattro chiacchiere. Nel frattempo sono capitato a Montalcino almeno un paio di volte ma ahimè mai un momento per ricordarmi della promessa fatta, pertanto, di passaggio allo scorso Vinitaly, non potevo mancare almeno una sosta in Toscana per salutarlo e finalmente parlarci a quattr’occhi!

Ci salutiamo con affetto, da vecchi amici nonostante non ci siamo mai visti prima, grandezza del web, decidiamo di berci su, calmi e tranquilli ci accomodiamo e lui con il savoir faire tutto suo, da gran comunicatore ci apre le porte di Podere Sanlorenzo. Assaggiamo i due Rossi di Montalcino che ha portato con se, il 2008 e poche bottiglie del 2007 in esaurimento. Poi il Brunello 2005, appena sul mercato e che non disdegna di rapire il nostro palato. Prendo appunti, lui racconta ed io ascolto, lui beve ed io pure, lui si espone ed io anche:  cavolo Luciano quanto è buono questo Rosso duemilasette! Mi sorride, l’avessi ancora, mi dice…

L’annata 2007 è stata caratterizzata da un andamento stagionale anomalo. L’inverno è stato mite, la primavera calda e un luglio torrido hanno messo a rischio siccità la vite, mentre le piogge del mese di agosto e i giorni caldi di settembre hanno ristabilito l’equilibrio idrico delle piante e permesso un’invaiatura buona seppur la vite abbia avuto uno sviluppo diverso dagli altri anni con i primi germogli e la fioritura usciti prematuramente di almeno 20-25 giorni. La vendemmia si è svolta in linea con gli ultimi anni (1-2 ottobre) e l’uva una volta in cantina si è presentata con una percentuale zuccherina sopra la media  mentre l’acidità si è mantenuta buona.

Il Rosso di Montalcino 2007 di Sanlorenzo è ottenuto dai vigneti piu giovani dell’azienda che si aprono come un anfiteatro sulla valle dell’Orcia e verso il mare. Il terreno qui è mediamente argilloso e ricco di pietre, e il particolare microclima degli oltre 400 metri di altitudine, rendono particolarmente delicato il gusto del Sangiovese Grosso coltivato in questi vigneti. Viene vinificato in vasche di acciaio a temperatura controllata e posto successivamente in legni di varie dimensioni per circa 12 mesi. Ha un colore rubino molto invitante, abbastanza trasparente; Il primo naso è particolarmente affascinante, immediato, intenso e complesso, coniuga freschezza fruttata a delicate note tostate, ciliegia in primo piano e corteccia sul finale. In bocca è secco, abbastanza caldo, la bevuta è vellutata ed equilibrata, particolarmente armonica, avvincente, assolutamente al di sopra della media Ilcinese, grande materia prima per un vino troppo spesso relegato a figliol povero del grande fratello famoso in tutto il mondo. Un Rosso di Montalcino, il 2007 di Luciano Ciolfi, da ricordare e da riproporre senza tempo, ad avercene ancora!

Il Sagrantino non è un vino per signore…

21 aprile 2010

Anche quest’anno si è svolto il Sagrantino Day International che ha visto, in contemporanea in tutto il mondo, i sommeliers Ais e WSA delle varie delegazioni territoriali tenere laboratori di degustazione e banchi di assaggio dei vini di Montefalco ed in particolare del vitigno più austero e tra i più autentici d’Italia, il Sagrantino. Tantissime le tappe su e giù per l’Italia, in Campania l’evento è stato organizzato dalla delegazione Ais della Penisola Sorrentina in quel del Crowne Plaza di Castellammare di Stabia dove ho avuto l’onore di parteciparvi come relatore assieme alla “padrona di casa” Nicoletta Gargiulo, Gianni Aiuolo e Salvatore Correale, con i quali, guidati dal presidente regionale Antonio Del Franco ed il giornalista de Il Mattino Luciano Pignataro, abbiamo raccontato i vini in degustazione selezionati per noi dal Consorzio Tutela vini di Montefalco.

Il più nobile dei rossi di Montefalco  non è un vino per signore, e questo è un dato di fatto, a meno che, certe signore non abbiano che ricercare profumi e sapori forti, autentici, maschi! E’ un vino di grande struttura ottenuto esclusivamente da uve Sagrantino e grazie al ricchissimo corredo di polifenoli e di tannini, questo vino ha una longevità straordinaria ed esprime sin dalla sua giovane età tratti caratteriali inconfondibili che spesso l’accompagnano per tutto il corso della sua vita. Trascorre perciò, di norma, un lungo periodo di affinamento/invecchiamento, sino ai 30 mesi, prima di essere commercializzato.

Queste le mie impressioni sui vini presentati al panel di degustazione di Castellammare di Stabia, ho volutamente escluso dall’analisi il passito, siceramente “non pervenuto”:

Montefalco Sagrantino Taccalite 2006 Tiburzi Colore rubino piuttosto trasparente, il primo naso è incentrato su un frutto spiritoso ma molto gradevole, polposo che non manca di esprimere una certa riconoscibilità varietale. In bocca asciutto, austero, tannino in primo piano, sapore intrigante giocato su di una freschezza appena sormontata dalla carica glicerica. Non lunghissimo il finale di bocca, alla fine si rivekerà il meno convincente della batteria.

Montefalco Sagrantino 2006 Di Filippo Colore rubino abbastanza carico, poco trasparente. Il naso è molto interessante, floreale e fruttato, balsamico e speziato, caratterizzato da mora e ribes nero ed un delizioso rincorrere di percezioni dolci di liquerizia. L’annata 2006 è stata caratterizzata da un inverno freddo ed asciutto che ha comportato un germogliamento piuttosto tardivo per il varietale. Anche l’estate è stata caratterizzata da intense giornate piovose, ma il periodo di maturazione dell’uva sino al raccolto è stato costantemente caldo ed asciutto pertanto il frutto non ne ha risentito più di tanto anche se si esclude un’annata a cinque stelle. Chi ha saputo lavorare bene in cantina ha tirato fuori un Sagrantino integro, con strutture certamente non all’altezza delle annate più regolari ma comunque rappresentative del vitigno, godendo magari di una minore tannicità espressa nel vino. Ottima beva questa di Di Filippo, finale di bocca armonicamente equilibrato.

Montefalco Sagrantino 2005 Rocca dei Fabbri Una volta svelate le bottiglie ed annunciati i vini sono rimbombate in sala voci ed espressioni del tipo “lo sapevo, è lui, come si fa a non riconoscerlo?” o affermazioni tipo “non poteva esser che lui!”. In effetti quello di Rocca di Fabbri è il vino che tutti (o quasi) abbiamo subito associato alla piacevolezza, alla rotondità, alla maggiore predispozione alla beva rispetto agli altri vini in batteria, più crudi, austeri, pur nei limiti di alcuni di essi, decisamente Sagrantino. Il colore è di un bel rubino tendente al granato con sfumature aranciate sull’unghia; Il naso è intenso ed abbastanza complesso, frutta macerata e lievi note di cannella aprono il ventaglio olfattivo, fine ed abbastanza elegante. In bocca è secco, senza dubbio caldo, rotondo e piacevole, quasi masticabile per la dolcezza del frutto. Il finale è lungo, avvolgente, una carezza inattesa da una mano tesa in un pugno deciso.  

Montefalco Sagrantino 2005 Scacciadiavoli Il colore è molto invitante, rosso rubino netto, cristallino, abbastanza trasparente. Il naso offre un bel ventaglio olfattivo che va dai fiori rossi a piccoli frutti rossi e neri e note balsamiche, solo a tratti speziate. Anche qui è emblematico il riconoscimento di mora e di ribes nero, sfumature di inchiostro e chiodi di garofano. In bocca mostra un bel caratterino, è secco, a dir poco asciutto, il tannino accompagna tutta la beva e si guadagna certo un ruolo da protagonista sino alla fine, quasi graffiante. Un vino imperdibile per chi ama le durezze, una gran bella sfida degustativa da maritare a piatti grassi ed aromatici, ad una cucina schietta e sincera.

Montefalco Sagrantino 2004 Terre de’ Trinci Il 2004 a Montefalco è stata una annata caratterizzata da una straordinaria piovosità, acqua abbondante sino a primavera che ha ritardato la ripresa vegetativa delle viti e ne ha rallentato l’andamento, ecco perchè alla fine, in epoca vendemmiale, si è dovuto attendere sino alle tre settimane per portare a termine la raccolta protratta sino alla fine di ottobre. Tutto ciò non ha consegnato certo una vendemmia a cinque stelle, ma ha comunque consentito di avere una materia prima più “docile” e chi ha saputo interpretarne al meglio le caratteristiche ha tirato fuori comunque un ottimo prodotto da consegnare al mercato, per qualcuno più fine ed elegante delle vendemmie successive degustate, anche se non posso non sottolineare che per finezza ed eleganza, a parlar di Sagrantino, c’è da mettere quasi sempre le mani avanti: escludiamo infatti certi parametri comuni a tante altre uve nel nostro paese poichè non certo facilmente riscontrabili nelle primissime caratteristiche di un vitigno come il Sagrantino, che vuole essere sempre e comunque un vino uguale a se stesso: possente, importante, dal carattere superbo e senza mezze misure. Non un vino per signore insomma! Il vino di Terre de’ Trinci, una delle prime aziende a credere nel potenziale del Sagrantino vinificato secco, mi è piaciuto molto, dal colore splendente, dal naso lieve ma costante, orizzontale, dal gusto deciso, asciutto ma corroborante e non aggressivo, con un finale equilibrato e dalla beva armonica.

Il Sagrantino Day è una manifestazione certamente originale voluta fortemente dal Consorzio di Tutela dei Vini di Montefalco e che vede l’Ais promotore e comunicatore di grande qualità, devo dire che l’ambiente in cui ci siamo mossi lo scorso lunedì 19 Aprile concedeva un gran bel colpo d’occhio a chi vi ha partecipato. Queste le etichette oggetto della degustazione (foto Giovanni Lamberti). Come sempre, comunicare il vino con tutto l’amore (e la professionalità) possibile!

Volano, il Poiema 2007 di Eugenio Rosi

18 aprile 2010

La varietà è certamente tra le più conosciute qui in zona, ma per chi come me arriva da così lontano i pregiudizi non possono che essere ferrati, non fosse altro per lo sfacelo che hanno causato certi marchi “border line” che hanno fatto del marzemino ciò che ne volevano riducendolo e relegandolo a misero spumantino frizzante e dolce per le taverne più bieche della provincia italiana: io stesso non dimenticherò mai che a Torre Melissa, nei pressi di Cirò Marina, una sera d’estate di una decina di anni fa lessi da una carta dei vini di una pizzeria almeno due versioni di marzemino ed appena un Cirò bianco, roba da non credere, ma non in Italia!

Qualcuno mi ha raccontato che il marzemino viene spesso collegato a Mozart, che si pensa abbia avuto una grande passione per questo vino. Quello che si ritiene inconfutabile è che il suo librettista, Lorenzo da Ponte, si sia beato di questo vino al punto di citarlo nel Don Giovanni. Il marzemino è una varietà abbastanza presente negli areali del Trentino, del Veneto e parte della Lombardia, viene generalmente prodotto sia nelle versioni secco che spumante e passito; Tra questi ultimi una delle migliori espressioni che ho avuto il piacere di bere è senza dubbio il Refrontolo Passito, prodotto su base Marzemino del 95% coltivato nelle zone venete dei Colli di Conegliano, in un’area che comprende i comuni di Pieve di Soligo, San Pietro di Feletto e, appunto, Refrontolo.

Quello di cui però non nasconde passione Massimiliano Peterlana, patron e sommelier dell’Osteria Due Spade di Trento è invece tutt’altra storia, si chiama Poiema ed è prodotto da un viticoltore della Vallagarina di nome Eugenio Rosi. L’azienda nasce nei primi anni novanta quando Eugenio decide di mettere su con la moglie Tamara una piccola fattoria agricola a Volano, in Vallagarina per l’appunto. Qui comincia a sperimentare le  potenzialità del suo vitigno del cuore, il Marzemino e si rende conto che in effetti le sue idee, per qualcuno estreme, possono avere valore speciale e soprattutto rilanciare una varietà tanto bistrattata quanto misconosciuta.

“Ci sono tanti elementi che fanno di questo vino un prodotto speciale”, ci racconta rapito Massimiliano, “non solo per la profonda storia d’amore tra il produttore e la moglie e di questi per il vino e loro terra, è bene sottolineare come la cura maniacale che profondono nel loro lavoro sia davvero eccezionale e particolarmente votata ad esaltare le peculiarità più rappresentative del vitigno: il frutto e la struttura”; “ecco perché durante la vendemmia una parte dell’uva viene raccolta ed appassita per breve periodo, mentre l’altra completa la maturazione in vigna per poi fermentare congiuntamente in grandi botti prima di finire in bottiglia”. Il vino esce sul mercato non prima di un paio di anni trascorsi riposando in cantina.

Il Marzemino Poiema 2007 ha un bellissimo colore, rubino inteso con una bella unghia violacea, vivo, splendente. Il primo naso è ricco ed intenso, esprime candidamente profumo di fiori e frutta, sono perfettamente riconoscibili viola e lampone, poi lentamente vengono fuori nitide sensazioni di ribes nero, mora e di elegante speziatura. In bocca mostra un bel carattere, il legno ha coniugato perfettamente il frutto alle sue doghe, maritato omogeneamente durezza e freschezza, i tannini sono morbidi, non proprio setosi ma avvolgenti e carezzevoli senza smentire buone prospettive di evoluzione, certamente non scontata. L’ho provato su un piatto decisamente importante, mi ha sinceramente entusiasmato. Appena 15.000 bottiglie, da segnare in agenda, da richiedere al proprio enotecario sino al rischio di essere accusati di estorsione!

Questo vino è il nostro vino rosso dell’anno.

Erbusco, di Ca’del Bosco indimenticabile e di un Cedroni-Clandestino estroso come non mai…

15 aprile 2010

Dentifricio e colluttorio, il benvenuto riservato ai suoi ospiti da Moreno Cedroni.

Che Maurizio Zanella fosse un grande appassionato di arte era risaputo e conclamato, basta per altro dare uno sguardo in giro una volta arrivati qui in cantina a Rovato: all’ingresso un monumentale (nel vero senso della parola) portale firmato da Arnaldo Pomodoro si apre davanti agli occhi ed accoglie gli avventori preparandoli ad uno scenario magnifico che di lì a poco gli si staglierà dinanzi, mozzandogli il fiato. Che fosse Moreno Cedroni il resident Chef del giorno pure si era intuito, Clandestino è ormai un marchio consolidato e l’estroso genialaccio della Madonnina del Pescatore non poteva firmare meglio le sue, per così dire, “provocazioni gastronomiche”. Che il risultato potesse essere brillante, un dato di fatto, eppure, alla fine un paio di domande ce le siamo fatte: certi piatti/preparazioni, vale proprio la pena proporli in certe occasioni? E poi, come se ne viene fuori, ospiti sì, ma muti ed accondiscendenti? A chi legge le considerazioni del caso, io (noi) ci siamo divertiti, un po’ stupefatti, ma sorridenti e convinti che c’è ancora chi, nonostante tutto questo parlare e rincorrere il pensiero gourmet, riesce ancora a strappare un sorriso.

Il bellissimo vigneto di Pinot Nero che si estende tutto intorno all’azienda.

Questo il racconto di un pomeriggio passato camminando le vigne di Franciacorta, di una prima serata da cineteca nelle cantine di Ca’ del Bosco e di una cena sorprendente, sicuramente ad effetto, con tanti alti (un paio altissimi) e solo uno o due bassi! L’azienda offre un colpo d’occhio, come già ampiamente detto, spettacolare: il lunghissimo viale circondato da vigne allevate a 30/45 centimetri dal suolo conduce alla maestosa cantina perfettamente integrata nella macchia boschiva che si alza all’orizzonte; adesso la luce del giorno sta facendo posto al tramonto, lo scenario, inutile sottolinearlo, è molto suggestivo e ci prepara a dovere al proseguio. Dopo il breve giro in cantina, pura tecnologia da vendere, ci spostiamo passeggiando nei caveau storici della famiglia Zanella, dove si aprono le danze ad un emozionante deblocage a mano della cuvèe Annamaria Clementi ’79 circondatida centinaia di migliaia di bottiglie in maturazione sui lieviti o come si intravedono poco più là, già posizionate sulle pupitres per il remuage. Emozionante!

Bellissima la passeggiata nei caveau storici di Ca’ del Bosco: credo che a breve rivedremo in giro qualche bottiglia di Cuvèe Annamaria Clementi Rosè; Questo il deblocage a mano della Cuvèe Annamaria Clementi 1979 proposta come benvenuto! Mamma che vino!

La cena viene servita nell’ampio salone soprastante i locali commerciali e di rappresentanza, con vista sul parco e sul ponte stile “giardino giapponese” che troneggia sopra il laghetto artificiale sottostante. I tavoli sono ben preparati, il menù è un omaggio ad ognuno degli ospiti che legge il proprio nome tra tutti quelli elencati in onore dei quali cucinerà stasera lo chef patron con il suo staff del Suscibar Clandestino di Portonovo (AN). I pani sono già al tavolo serviti in un sacchetto di carta, una fettina di quello nero, una classica senza sale. Tralasciando il percorso intermedio, ma solo perchè non amo post lunghissimi, uno dei piatti che più mi è piaciuto è certamente questo Tortello con carne cruda e fonduta al formaggio.

Mentre quello meno convincente, se così si può dire, ma forse perché il più scontato, il Filetto di ricciola su salsa di topinambur. Alla fine però, ancora un gioco dei sensi, ancora una sorprendente “boutade” (!): si avvicina al tavolo un commis che ripone di fronte ad ognuno di noi una cartina geografica del mondo con evidenziato il Tropico del Cancro, il foglio è chiaramente in plastica alimentare e firmata in calce Moreno Cedroni, successivamente un secondo ed un terzo commis si avvicinano al tavolo ed iniziano a riporre su tale cartina, seguendo il fil rouge che traccia la linea tropicale, i piccoli petit fours di fine cena prodotti con materie prime ricercate provenienti dalle città segnalate lungo la traccia avidenziata: ci guardiamo in faccia, stupiti? Sorridiamo, dopo il Dentifricio e Collutorio nulla o quasi ci può far vacillare. Più che matto, questo è un gran fìo… ma no, è Moreno Cedroni, punto e basta!

Amici di Bevute, Francesco Mussinelli, io ed il padrone di casa Maurizio Zanella

Il vino? C’era di che bere bene, belle bottiglie e buonissimi millesimi di Maurizio Zanella rosso e Pinero, ma l’unica che ho avuto il coraggio di non tradire e la Cuvèe Annamaria Clementi 2002 di cui ho già parlato in precedenza e di cui non posso ancora una volta che tesserne le lodi!

Monti, Vermentino di Gallura Le Conche 2009

14 aprile 2010

 

Mi guardo intorno, ricordo il sole, sento l’acqua di mare asciugarsi sulla pelle arrossata, il chiarore delle acque confondersi con la sabbia e le pietre bianche di Stintino. 

Guardo le facce che sbucano dagli stands e rivedo quelle stesse facce che ho imparato ad ammirare durante la lunga cavalcata per le terre sarde di qualche anno fa. Appena venti giorni, a rincorrere le migliori bevute tra Arzachena ed Alghero, tra Jerzu e Bosa ma speciali e necessari a scoprire quei Vermentino, Cannonau e Malvasia entrati poi prepotentemente nel mio immaginario come essenze, di un salino appagamento i primi, di terragna possenza i secondi e di dolce perdizione i vini e le acquaviti prodotti a Bosa, nelle piccole vigne subito a ridosso della piccola insenatura della costa algherese: profumi e sapori poco replicabili altrove. 

Sono quindi di nuovo in Sardegna, al Vinitaly, a dire il vero solo di passaggio, un giorno solo, ma non per questo spocchioso ne tantomeno svogliato, tutt’altro; Ho salutato alcuni amici, mi sono guardato un po’ in giro ed ho bevuto diverse cose interessanti, alcune proprio notevoli. Nonostante molti tendano a sottolineare di preferire volgere lo sguardo altrove, la kermesse veronese riesce comunque, ancora, a proporre cose interessanti, basta, secondo me, venirci preparati, a lavorare e non a fare passerella. 

Mi accoglie Salvator Paolo Isoni, ci sediamo e gli chiediamo di poter assaggiare quanto di buono ha da proporci. Intorno è un via vai di persone, il padiglione è affollato e questo è un bel segnale per una terra che ha offerto sempre grandi vini pur rimanendo sempre una misconosciuta sulla scena mediatica. Il geometra Isoni – geometra, non esita a sottolinearlo – inizia a raccontarci della Gallura e delle sue terre, delle origini e delle prospettive: “assaggiare i vini è un momento di memoria di luoghi ed uomini, ascoltare la loro storia può rivelarne la presenza”. 

Pedra Majore è nel cuore della Gallura, sulla “via delle Conche”, a pochi chilometri dal mare e dall’aeroporto di Olbia, “noi Isoni (Hysony) camminiamo la nostra terra da tre generazioni e produciamo  uve e vino di qualità da sempre”. “Mio padre Giovanni Battista è stato il fondatore e colui che ha dato grande impulso all’attività aziendale con il suo carisma e la sua rettitudine sin dagli anni ’70 e ’80, oggi certi principi, come per esempio la coltura biologica e le micro vinificazioni non sono altro che la continuazione dei suoi dettami”. 

Mi racconta dei terreni, del granito (“le conche”, appunto), della vegetazione, ricca di sugherete e macchia mediterranea e della vicinanza del mare, aspetti questi che ritrovo sintetizzati in maniera disarmante nel calice che ho di fronte, e siamo solo al primo vino della batteria. Il “Le Conche” è un vino da amare appassionatamente, per bere bene, anche un bicchiere in più, spendere poco e ricordare tutto quello che si è mangiato. Spesso certi vini, anche bianchi, talvolta pure isolani, sanno essere belli e prestanti ma egoisti e protagonisti. Questo Vermentino di Gallura è cristallino, di colore paglierino scarico, quasi verde. Il naso è molto intenso, invitante, minerale, granitico appunto, poi fruttato e balsamico; Note di pesco e frutti tropicali molto eleganti, macchia mediterranea. In bocca è secco, abbastanza caldo, arriva appena ai tredici gradi e possiede acidità da vendere, freschezza strisciante, sapidità appagante. Che vino, appena 8 euro in enoteca! 

C.mmare di Stabia, Sagrantino day al Crown Plaza

12 aprile 2010

Torna in scena l’appuntamento con il “Sagrantino Day International 2010”, l’evento organizzato dal Consorzio Tutela Vini Montefalco in collaborazione con l’AIS e la Worldwide Sommelier Association, giunto ormai alla sua 4° Edizione.

La manifestazione sarà presentata al prossimo Vinitaly durante la conferenza stampa “Sagrantino Day International 2010 – L’autoctono di Montefalco fa il giro del mondo con l’Associazione Italiana Sommelier”, che si terrà Venerdì 9 Aprile alle ore 11,00 presso la sala A, Centro Servizi Brà (PAD. 8/9). A seguire una degustazione guidata di 6 Montefalco Sagrantino D.O.C.G., organizzata in collaborazione con Enoteca Italiana e condotta dal Vice Presidente Nazionale AIS Antonello Maietta. Le sedi che lunedì 19 Aprile, ore 19.00, ospiteranno in contemporanea mondiale le degustazioni sono 34, in particolare in Italia si dislocheranno nelle città di Abano Terme, Pescara, Aosta, Arezzo, Belluno, Genova, Reggio Calabria, Modena, Siracusa, Montefalco, Casamassima (Ba), Castellammare di Stabia (NA), Torino, Olbia, Udine, Potenza, Roma, Treviso, Varese, Venezia, Rovigo, Verona, Firenze, Savona, Crema, Rovereto, Isola d’Elba, La Spezia, Pesaro, Isernia mentre all’estero sono state selezionate prestigiose sedi nelle capitali europee Londra, Amsterdam, Bruxelles ed infine in Lussemburgo.

Per la sessione di Castellammare di Stabia, lunedì 19 Aprile alle ore 19.00, le degustazioni saranno a cura di Nicoletta Gargiulo, Primo sommelier della Campania e d’Italia 2007, Angelo Di Costanzo, Primo sommelier della Campania 2008 e Salvatore Correale Primo Sommelier Campania 2009. Aprirà l’evento un saluto di Antonio Del Franco, presidente Ais Campania e la presentazione a cura del relatore Gianni Aiuolo.

Per informazioni generali relative all’adesione e/o partecipazione all’evento di Castellammare di Stabia contattare la responsabile di delegazione dell’associazione sommeliers Campania: Delegazione Ais Penisola Sorrentina
Via Campanella 51 
80061 Massa Lubrense (NA)
tel. 081/8081686 – cell. 338/6398521
nicolettagargiulo@irgilio.it

Per informazioni generali invece, e per avere gli indirizzi delle varie sedi sparse in Italia e nel mondo, contattare gli uffici del Consorzio Tutela Vini Montefalco al numero di tel./fax. (+39) 0742/379590 oppure mezzo email a info@consorziomontefalco.it .

Trento, Osteria Le due spade

11 aprile 2010

Arriviamo nel centro storico di Trento appena dopo il tramonto, all’orizzonte, tutt’intorno si riescono ancora ad ammirare le cime innevate del cosiddetto tridentum, le tre cime che circondano da ovest ad est sino al fondovalle del fiume adige che l’attraversa tutta. La piazza del duomo è gremita di giovani che prendono l’aperitivo, perlopiù birra e qualche stuzzichino, noi ci infiliamo in un vicolo ed entriamo in questo posto davvero suggestivo, raccomandato per la storica affezione alla cucina di territorio che ne fa una delle rinomate osterie tipiche trentine nonchè per essere ad oggi l’unico locale “stellato” della città. Il locale è piccolino ma perfettamente a misura d’uomo e stato d’animo pacato, appena sette tavoli per una capienza che sarà al massimo di una ventina di persone, ricavato da quella che anticamente era una stube, locale rivestito completamente in legno, pavimento compreso, al cui centro (o come in questo caso, lateralmente) troneggia una “stufa a Ole” (bellissima in maiolica verde), destinata a riscaldare la famiglia durante i rigidi passaggi invernali. I tavoli sono ben preparati, l’hotellerie è elegante e la mise en place sobria ma con stile, tuttavia l’atmosfera che si respira minuto dopo minuto diviene davvero suggestiva. Ci accoglie Massimiliano Peterlana (nella foto), patron e sommelier che si rivelerà anche buona fonte di consigli su cosa e dove bere l’indomani vini emozionali trentini che meritano attenzione. La proposta in carta è eccellente, pertanto una volta scorso tutto il menù e confrontato l’appetito, lasciamo l’iniziativa al padrone di casa che promette di proporci uno spaccato della loro cucina più tradizionale: non poteva andarci meglio; 

Iniziamo con un buonissimo Flan di asparagi e zucca accompagnato da prosciutto di petto d’anatra mediamente stagionato, essenza di territorio e sapori vivi.

Poi una bi-vellutata di zucca e patate servita con dei canederli sferici alle erbe di montagna, appagante e rinfrancate;

Poi, dei superbi Ravioli di acqua e farina con ripieno di Trentingrana e tartufo nero, ancora canederli ma alla maniera tradizionale tra cui molto buono quello alle ortiche.

Continuiamo con una lombatina di maialino con asparagi selvatici, patate sbrisolate e verdure dell’orto croccanti (foto di testa dell’articolo), piatto in perfetto equilibrio con il Marzemino 2007 di Eugenio Rosi consigliatoci da Massimiliano. Un insolito e sorprendente sorbetto al pino mugo (altro che note mentolate!) e poi giù di trionfo di golosità con un classicissimo Tiramisù, Parfait al gorgonzola (!) e Strudel di mela renetta su crema di mele verdi. Signori, appaluse!

Posto facilmente raggiungibile, in pieno centro a Trento, sapori offerti autentici, cordialità e disponibilità da manuale, servizio veloce ma coerente, un ricordo di una bella serata tra amici, appena mille chilometri più in là da casa dopo un viaggio iniziato in primissima mattinata, inutile sottolineare come la familiarità di certi ambienti aiutino sensibilmente a migliorare lo stato d’animo degli astanti! Sui 50-60 euro escluso i vini, come da menu degustazione.

Osteria Le Due Spade
di Massimiliano Peterlana
www.leduespade.com
Via Don Arcangelo Rizzi, 11
38100 Trento
Tel. 0461 234343

Vinitaly, alcune buone ragioni per esserci stato

10 aprile 2010

Di ritorno a Verona dopo quattro anni. Ho raccolto queste impressioni, del tutto personali.

Prologo: in verità Vinitaly e la partecipazione all’evento è stata una scusante, nel senso di un buon motivo per ritornare nella fatal Verona; Venire al Vinitaly è stato per alcuni anni un grande entusiasmante viaggio alla scoperta ed alla ricerca di tante buone bevute, da condividere con amici, sommeliers, compagni, amori. Rifuggire tra gli stands dei padiglioni scaligeri era un divertimento ed una goduria (apparentemente) incredibilmente costruttiva: all’epoca. Poi è divenuto quasi un lavoro, a dire il vero una faticaccia, ed ecco che mi ci sono un tantino allontanato. Quest’anno il ritorno, dopo quattro vendemmie, di striscio ma non spocchioso, ho preferito approfondire prima alcuni altri argomenti da sempre a me cari, come per esempio camminare le vigne, quelle del Trento doc e del Franciacorta, Trentino quindi e Lombardia, ma comunque fermo e convinto a portare il risultato a casa: buone nuove, conferme, smentite. Nessuno slogan, ne snobismo, solo tempi più giusti ed obiettivi mirati. Questo in pillole, in ordine assolutamente sparso dovuto al continuo passaggio tra un padiglione e l’altro, il resoconto di alcuni assaggi meritevoli di attenzione che non mancherò di approfondire su queste pagine nei prossimi giorni.

Fiano di Avellino Vino della Stella 2009 di Raffaele Pagano-Joaquin, l’unico vino campano in questa batteria ma solo perchè è veramente l’unico che ho bevuto appena prima di partire nel mentre ero già sulla via del ritorno: Raffaele, forse, è un matto, ma la stima che ho di lui e per il suo alacre impegno si rinnova ogni volta di più; E’ un gran bel vino, da attenzionare nei prossimi mesi. In uscita ad Ottobre, forse. I Vermentino, tutti, della famiglia Isoni di Pedra Majore, in particolare il Vermentino di Gallura Superiore Hysony 2008 e il passito dolce Mjuru, eccellente il primo, stratosferico il secondo. Cannonau di Sardegna Jerzu Riserva 2005 di Alberto Loi e dello stesso produttore l’isola dei Nuraghi rosso Tùvara 2005, blend di Carignano, Cannonau e Muristeddu, davvero impressionante per tipicità e complessità. Poi, un vino raccomandato la sera prima dal bravo patron e sommelier Massimiliano Peterlana dell’Osteria “a le due spade” di Trento, il Vallagarina Marzemino 2007 di Eugenio Rosi, grande frutto ed equilibrio gustativo. Poi, il Veltliner 2008 di Nossing, il Sauvignon 2008 di Falkenstein, il Sauvignon Voglar di Dipoli, il 2007 più del 2008, ancora in divenire. Stupendo il passaggio in Colterenzio, 14 vini, più di un’ora di degustazione, in privato, con il disponibilissimo Martin che solo alla fine ci rivela di essere l’enologo dell’azienda: che esperienza conoscitiva! A parte i Lafòa ormai sulla bocca di tutti, ho molto apprezzato il Pinot Bianco Cornell 2007, estremamente varietale, quasi didattico e giovanissimo, poi lo Chardonnay Cornell 2007, il Sauvignon Prail 2009, il sempre amato Lagrein Riserva Sigis Mundus versione 2006 ed il sempre difficilissimo Blauburgunder che proprio non ne vuole sapere di moderare la possenza, anche nel base Mantsch 2007! Un breve passaggio in Toscana, per salutare alcuni amici ed in particolare Luciano Ciolfi di Podere Sanlorenzo che sta facendo un gran bel lavoro in quel di Montalcino: da provare il Brunello Bramante, ancora il 2004 nonostante sia già fuori con il 2005. Buonissimo il Rosso di Montalcino 2007, ad avercene ancora, uno dei più gradevoli assaggiati in fiera. E la Campania? beh, quella la porto nel cuore, non devo mica arrivare a Verona per berne il nettare; Poi ancora bollicine, quelle buone, vigne e cantine stratosferiche e cucine e piatti creativi (maddechè!); Rimanete collegati, ne leggerete delle belle.

Sarà che Vinitaly è ormai un gran carrozzone, ma a quanto pare non si smette mai di salirci sopra, a torto o a ragione?

Verona, Vinitaly: alcuni buoni motivi per esserci

7 aprile 2010

Segnaliamo alcuni eventi di particolare interesse che si terranno durante le prossime giornate di Vinitaly che apre le porte domani mattina. Ecco alcune buone ragioni per esserci:

Degustazioni Vinitaly 2010 Regione Campania, in collaborazione con Ais Campania, Luciano Pignataro de Il Mattino e Slow Food; Paolo De Cristofaro Gambero Rosso; Luca Gardini Ais; Antonio Paolini Il Messagero; Andrea Gori di Dissapore; Massimo Sacco Vino 24; Jacopo Cossater Enoiche Illusioni; Monica Piscitelli Campania che vai.

Giovedi 8 ore 16:00 Bollicine, made in Campania, Il meraviglioso mondo dell’effervescenza con Paolo De Cristofaro, in degustazione: Principe Lotario Aglianico Spumante Brut Fontanavecchia, Blow up Fiano Villa Raiano, Dubl Greco Feudi di San Gregorio, Asprinio d’Aversa Brut Grotta del Sole, Astro Falanghina Brut Cantine Astroni.

Venerdì 9 ore 11.30 i piccoli e grandi vitigni: Ricchezza e Diversità, con Massimo Sacco, in degustazione: Colli di Salerno rosso Igt Borgo di Gete Reale, Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia Terre del Principe , Ischia Biancolella Vigna del Lume Antonio Mazzella, Bianco di Bellona Irpinia coda di volpe Tenuta Cavalier Pepe, Terre del Volturno Pallagrello Nero Sabbie di Sopra il Bosco Nanni Copè.

Venerdì 9 ore 16:00 Le Terre del Fiano, con Antonio Paolini, Fiano di Avellino Vigna della Congregazione Villa Diamante, Fiano d’Avellino Ciro Picariello, Fiano di Avellino Rocca del Principe, Paestum bianco Kratos Luigi Maffini, Fiano di Avellino Exultet Quintodecimo.

Sabato 10 ore 11:30 Dolce Campania, con Monica Piscitelli, in degustazione Moscato di Baselice Zingarella Masseria Parisi, Campania bianco Mel Antonio Caggiano, Roccamonfina bianco Eleusi Villa Matilde, Campania bianco Passio La Sibilla, Epomeo bianco Giardini Arimei F.lli Muratori.

Sabato 10 ore 16:00 Taste of Campania: Le Grandi Annate con Luciano Pignataro, Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva Marisa Cuomo 2006, Greco di Tufo Vigna Cicogna 2006 Benito Ferrara, Colli di Salerno Montevetrano 2004, Taurasi Riserva Vigna Cinque Querce 2003 Molettieri, Taurasi Vigna Andrea 2004 Colli di Lapio Romano Clelia.

Domenica 11 ore 11:30 Le Terre dell’Aglianico. Con Luca Gardini, Taurasi 1999 GMG Vinicola Taurasi, Terre del Volturno Aglianico Contessa Ferrara 2005 Castello Ducale, Roccamonfina Aglianico Gladius Tenuta Adolfo Spada, Taurasi Poema 2004 Cantine Manimurci, Paestum rosso Naima 2001 Viticoltori De Concilis.

Domenica 11 ore 16:00 Taste of Campania: Le Grandi Annate con Andrea Gori, Fiano di Avellino 2008 Colli di Lapio Romano Clelia, Greco di Tufo 2003 Pietracupa, Taurasi Riserva Centotrenta 1999 Mastroberardino, Roccamonfina rosso Terra di Lavoro Galardi 2004, Taurasi Fatica Contadina 2001 Terredora.

Lunedi 12 ore 11:30 I Vini Bio con Jacopo Cossater, in degustazione: Solopaca rosso Bosco Caldaia Antica Masseria Venditti, Falanghina Taburno Fattoria La Rivolta, Sannio Aglianico Martummè Terra dei Briganti, Aglianico del Taburno Iovi Tonant Masseria Frattasi.

Un evento altrettanto imperdibile andrà invece in scena in Sala Argento / ingresso A2 Palaexpo / piano -1 venerdì 9 aprile alle ore 15.30: Solaia, la storia di un grande vino. Etichetta di culto firmata Marchesi Antinori, si racconta per la prima volta in una verticale di 6 annate. A condurre l’esclusiva degustazione sarà il Marchese Piero Antinori, con le figlie Albiera, Allegra e Alessia e con il Dottor Renzo Cotarella, Agronomo e Direttore Generale di Marchesi Antinori. In degustazione le annate:

1978 – La prima storica annata, nata quasi per caso: nel 1978 il Cabernet destinato al Tignanello (il primo Supertuscan di casa Antinori, creato alcuni anni prima, a base Sangiovese con il 20% di Cabernet) fu di qualità eccellente e leggermente superiore in quantità. Il Marchese Piero Antinori decise così di imbottigliare la produzione in eccesso di questo vitigno in purezza, circa 3000-4000 bottiglie, che dette luogo poi ad un nuovo grandissimo vino, il Solaia.

1988 – Una vendemmia storica di grande longevità, che rappresenta una delle prime annate in cui i Supertuscan si impongono sul mercato internazionale. Il Solaia 1988 è un vino dalla grande stoffa ed eleganza. che unisce ad una grande sensazione di morbidezza una rara intensità sia gustativa che olfattiva.

1994 – La proverbiale eleganza del Solaia, declinata in un millesimo per certi aspetti difficile, si esprime ottimamente in un vino di incredibile freschezza e integrità; forse una delle migliori annate, in assoluto, del Supertuscan Antinori.

1997 – La grandissima annata che, nel 2000, fu eletta da Wine Spectator “Wine of the Year”, primo vino italiano ad essere scelto come migliore al mondo. Vendemmia storica, dalle caratteristiche organolettiche perfette, considerata una pietra miliare dai collezionisti e dagli esperti.

2004 – Annata classica con grande potenzialità di invecchiamento, dotata di grandissimo equilibrio tra concentrazione, mineralità e profondità aromatica. Un’etichetta di esemplare complessità, che farà parlare di sé per molti anni.

2007 – Un millesimo ancora tutto da scoprire, forse tra i migliori mai avuti, ha dato vita ad una versione ineccepibile di Solaia, che sarà presentato in anteprima agli ospiti della degustazione.

Noi di buone ragioni per esserci ne abbiamo trovate, e voi?

La Morra, che buono il Barolo 2004 di Elio Altare

6 aprile 2010

Era più o meno febbraio 2005 quando incontrai sulla mia strada uno dei primi Barolo davvero appassionanti, era il vino “base” di Elio Altare, annata millenovecentonovantanove; Ne rimasi rapito, affascinato dalla setosità dei suoi tannini e dalla freschezza di quello che oggi chiamo continuativamente “frutto” ma che allora era più semplicemente vino. Prima di allora avevo aperto alcune altre bottiglie del più famoso vino delle langhe, qualcuna di più semplice cognizione, qualcun’altra di altissimo lignaggio, eppure quasi sempre assolutamente incomprensibili, quasi sicuramente non per colpa loro, ma la pensavo così, trovavo le prime indegne di cotanta denominazione, le ultime bottiglie troppo austere e “nervose”, Barolo sì, ma perchè così difficili da comprendere?

In verità la risposta mi era già chiara da tempo, non era tutto oro ciò che luccicava o più semplicemente, come nel caso di taluni più preziosi, bisognava aspettarli quei vini, che sarebbero stati di lì a qualche anno dei gran fuoriclasse: necessitavano di un giusto affinamento, non di un provetto sommelier all’affannosa ricerca di sorpendere l’avventore di turno o più semplicemente di imparare e capire, bere, valutare. Quel Barolo ’99 seppe indicarmi la via, così più che ricordare Mauro Veglio, Mascarello, Scavino, Voerzio solo per citarni alcuni, imparai a cercare tra questi i loro migliori cru e a ragionare opportunamente in termini di Bric e Cascine, Vigne e Coste.

Dell’azienda agricola Altare opportuno ricordare che l’impresa ha avuto una storia abbastanza comune sin dalla sua fondazione nei primi anni del dopoguerra; Solo dopo il viaggio in Borgogna di Elio nel 1976 a poco più di 26 anni si decise di imbroccare la via della specializzazione dei pochi ettari, appena 5, sino ad allora coltivati ad uva e frutta, quali pesche, mele, nocciole, nonchè grano e granturco. Oggi a quei primi cinque ettari di proprietà se ne sono aggiunti altri cinque in conduzione, ovunque il lavoro in vigna è maniacale, i filari appaiono come un giardino curatissimo e non di meno è attentissima la fase di lavorazione in cantina: le uve vengono trattate con i guanti al fine di preservarne al meglio le qualità e l’integrità di frutto, che stando a questa degustazione non potrebbe essere meglio interpretata.

Il Barolo 2004 è di colore rosso rubino cristallino con accenni granata, appena trasparente. Il naso è superbo, pulito, perfettamente calibrato su sentori floreali passiti e fruttati maturi, spezie e corteccia, frutta secca e armonie balsamiche, dolci sul finale: una sequenza impressionante come l’eleganza con la quale tali sensazioni non smettono di persuadere i sensi. In bocca è secco, caldo ed abbastanza morbido, è puro come il piacere sublime del secondo e del terzo bicchiere, avvolgente, intrigante, al di sopra di ogni premessa-aspettativa, il tannino c’è ma è perfettamente celato dal frutto, spesso quanto basta, fuso nello spirito del corpo del vino non certo inosservato ma sostenuto da parvente contrappunto acido. Un delizioso Barolo da consigliare e consumare con estrema nonchalance, da provare, assolutamente, su di uno stinco di vitello brasato; con quale vino prepararlo? Se vi riesce di non bere tutta la bottiglia mentre preparate le verdure, Barolo 2004 Altare naturalmente!

Suvereto, Redigaffi ovvero mister Merlot

4 aprile 2010

Qualcuno non ama merlot, qualcun altro non fa niente per nascondere di odiarlo proprio, io stesso mi ritrovo spesso a discutere con amici ed ospiti sull’opportunità o meno di banalizzare certi vini “tagliandoli” con il merlot o storpiare certi territori piantando ettari di uvaggi bordolesi con il solo intento di seguire mode e onde più o meno lunghe del mercato del vino, soprattutto internazionale.

Il Redigaffi di Tua Rita, quantomeno può aiutare a capire che se di merlot vogliamo parlare (e bere) certe bottiglie dobbiamo andare a cercare, inevitabilmente. La storia ci dice che l’azienda nasce come “buen retiro” per Virgilio Bisti e Rita Tua che nel 1984 decidono di ritirarsi in un luogo tranquillo dove trascorrere gli anni della pensione coltivando la terra, la loro grande passione, scegliendo questo piccolo pezzo di maremma toscana in località Notri, a Suvereto. La tenuta si estende su circa 22 ettari di cui 12 a vite già in produzione proprio dal 1984, anno dei primi impianti di cabernet sauvignon e merlot; gli impianti sono stati strutturati in maniera molto fitta sullo stile bordolese ed infatti le varietà coltivate sono perlopiù, oltre a quelle già citate, il cabernet franc e lo chardonnay nonchè syrah e l’autoctono sangiovese. I tratti caratterizzanti del terroir sono innanzitutto la vicinanza del mare ed il composto dei terreni che sono di medio impasto, argillosi e ricchi di microelementi come ferro e zinco che contraddistinguono tutti i vini di Tua Rita in particolar modo proprio il Redigaffi. L’azienda è seguita dall’ enologo Stefano Chioccioli. 

Toscana rosso Redigaffi 2003 Annata certamente calda che se da un lato aiuta nel concedere maggiore rotondità (oltre quanto aspettato per il vino rotondo per antonomasia) dall’altro non rappresenta certo un presupposto ideale per concedergli la giusta spina dorsale per durare nel tempo. Il colore è di un bellissimo rubino vivace, consistente e poco trasparente. Il primo naso è immediatamente maturo, dolce, insistente su note di confettura di frutta rossa e nera, poi nuances balsamiche che si rincorrono tra sentori di liquerizia e rabarbaro. A tratti, ma evidenti, le note iodate, a conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, di una appartenenza certa, quell’espressione particolarmente minerale tra le poche in Toscana a poter essere immediatamente riconducibile all’areale di Suvereto. In bocca è secco, un vino ricco di piacevoli spunti degustativi: l’ingresso al palato è ampio e profondo, il tannino praticamente dissolto, piacevolissima mineralità a sostegno di un frutto voluttuoso, caparbio, presente. Un vino certamente dalle spalle larghe, da stappare almeno un paio d’ore prima del servizio e da accostare a piatti importanti o a formaggi particolarmente decisi, chissà se il guru Robert Parker oltre che assegnargli 95/100 ne abbia previsto la longevità. 

Toscana rosso Redigaffi 2002 Contrasti, ecco il leit motiv per questa mini-verticale del rosso di punta di Tua Rita. Due millesimi profondamente diversi, con tratti caratteriali in congiunzione, guai se non ve ne fossero, ma pur sempre lontani da una augurabile soluzione di continuità: il colore rimane rubino, appena una spanna meno vivace ma integro ed invitante allo stesso modo del precedente, il vino è consistente e poco trasparente. Il primo naso ha tratti caratteriali immediatamente differenti dal precedente: il frutto marca presenza ma rimane defilato, vengono subito fuori una deliziosa trama speziata e sentori terziari gradevolmenti fusi a note salmastre, a tratti espressamente iodate. Un profilo alfattivo certamente meno orizzontale del precedente, ma comunque di carattere, giocato su quella eleganza che ci si augura di riuscire ad esaltare in assenza di tratti caratteriali primari come forza e voluttuosità varietale, quantomeno capace di rinnovare l’entusiamo anche in una annata definita minore visto l’andamento climatico da “annus orribilis”. In bocca è secco, meno “alcolico” del precedente, la percezione al palato è di un vino più equilibrato, come detto meno possente, più docile delle aspettative. Quando si dice: si fa presto a dire merlot…

Douro, preziose son le gocce di Porto

3 aprile 2010

Il Porto, o vino di porto, è un vino liquoroso portoghese prodotto esclusivamente da uve provenienti dalla regione del Douro, nel nord del Portogallo, sita a circa 100 chilometri a est della città di Porto, tra le quali la Touriga Nacional, Touriga Francesa , Tinta roriz, Bastardo. La peculiarità maggiore del porto, oltre al clima in cui maturano le uve, è la sua fermentazione incompleta, fermata (mutizzata) ad uno stadio iniziale tramite l’aggiunta di alcol vinico, ottenuto da distillazione del vino contenente circa il 77% di alcol. In questo modo il vino risulta naturalmente dolce – a causa del residuo zuccherino derivante dall’uva che i lieviti non hanno potuto trasformare interamente in alcool perchè inibiti dalla concentrazione elevata di etanolo che può raggiungere livelli compresi tra il 18 e il 22%. Sono noti sette tipi fondamentali di vino di porto: le categorie base, bianco, ruby e tawny, poi i tipi più pregiati, Tawny invecchiato (aged tawny può essere commercializzato dopo 10 anni di invecchiamento, fino a 40), Colheita, LBV (Late Bottled Vintage), e Vintage, in assoluto il più pregiato. Il vino di porto è tradizionalmente un assemblaggio, tra uve provenienti da diversi vigneti, vinificate con tecniche differenti, di diverse annate; tuttavia un nuovo tipo di prodotto detto Single quinta (proveniente da una sola tenuta), ha conosciuto un successo crescente negli ultimi anni.

Porto bianco: è prodotto esclusivamente da uve bianche ed invecchia in grandi botti di legno di quercia, da oltre 20.000 litri. È un vino tipicamente giovane e fruttato ed è l’unico vino di porto classificato per grado di dolcezza. Esistono pertanto bianchi secchi, semi-secchi e dolci. Per via delle sue modalità di produzione, il porto bianco catalogato come “secco” non è mai completamente secco e conserva sempre parte della sua dolcezza iniziale.

Porto Ruby: sono vini rossi ed anch’essi invecchiano in grandi botti. Per via del poco contatto con il legno – dovuto al basso rapporto superficie/volume – e della scarsa ossidazione, essi conservano a lungo le loro caratteristiche iniziali. Sono generalmente vini molto fruttati, dal colore rubino intenso e sapore di frutti rossi (frutti di bosco e prugna, per esempio), con le caratteristiche dei vini giovani.

Porto Tawny: sono vini rossi prodotti con le stesse uve dei ruby, ma invecchiano in botti grandi solo per due-tre anni, dopo i quali vengono travasati in piccole botti da circa 550 litri. In queste botti il contatto con il legno e, tramite esso, con l’aria è maggiore; i tawny “respirano” di più, ossidandosi e invecchiando più rapidamente dei ruby. In questo modo perdono nel tempo il colore originale rosso rubino per assumere una tonalità più chiara, ambrata, e sapore di frutta secca, tipo noci o mandorle. Con l’invecchiamento, i tawny guadagnano ulteriormente in complessità aromatica, rinforzando il sentore di frutta secca ed acquisendo sapori che vanno dal tostato al caffè, al cioccolato, al miele. Nei tawny molto vecchi il colore rosso iniziale va scomparendo e passa da tonalità castane-dorate al color ambra. All’opposto, il porto bianco – normalmente giallo pallido quando giovane – col tempo tende a scurire diventando giallo-dorato e giallo-castano. Vi sono vini di porto bianco che data la loro età hanno assunto un colore ambrato tale da poter essere confusi per colore con tawny altrettanto vecchi.

Porto Vintage: di gran lunga i porto più pregiati, prodotti con uve di una singola annata, invecchiati inizialmente in botte per poi essere sottoposti ad un secondo invecchiamento in bottiglia. Il prestigio di tale tipologia è dato da un insieme di fattori, non ultimo la qualità delle uve raccolte, che, come nel caso di alcuni grandi vini italiani, qualora non raggiunga un alto standard non verranno impiegate per la produzione dei Vintage, ma solo per vini di qualità inferiore: in quella annata, quindi, non verrà prodotto alcun Vintage. Il vino, per raggiungere la completa maturazione, necessita di lunghissimo invecchiamento: secondo alcuni produttori non andrebbe bevuto prima dei vent’anni, raggiungendo in molti casi età ben più mature. Alcuni produttori selezionano uve di una sola vigna, in questo caso il vino sarà un Porto di “Quinta unica”, considerato ancora più pregiato del semplice Vintage.

Ti lascio una canzone, dolce melodia…

30 marzo 2010

Urlatori è il nome attribuito dalla stampa italiana dell’epoca a una corrente canora che ha segnato una stagione musicale relativamente breve nel nostro paese, all’epoca del boom economico, fra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. La cifra stilistica di questa sorta di tecnica interpretativa, favorita dal diffondersi dei primi juke-box, era data da una voce ad alto volume, espressa in maniera disadorna e priva degli abbellimenti tipici del canto “melodico”.

Il termine era mutuato dal vocabolo di lingua inglese shouter (appunto, urlatore) che etichettava fin dalla fine degli anni quaranta star del rock statunitense come Howling Wolf (il Lupo solitario poi ricordato in American Graffiti) e Joe Turner, rispettivamente icone del nuovo sound nascente, che mescolava il boogie-woogie bianco alla durezza ritmica del blues di matrice nera, così come veniva praticato a Memphis o a Kansas City. I maggiori esponenti degli urlatori, prevalentemente collegati a etichette con sede a Milano, a quel tempo capitale del mercato discografico, furono cantanti all’epoca molto giovani, destinati – sia pure in misura diversa – a percorrere carriere di successo, come Tony Dallara, Joe Sentieri, Adriano Celentano, Clem Sacco (ve lo ricordate?), Ricky Gianco, Giorgio Gaber, Gene Colonnello, e, fra le voci femminili, Betty Curtis, Jenny Luna, nonché Mina, poi divenuta celeberrima com’è.

Ci fu, in quel tempo, una polemica che fece particolare scalpore, creata e amplificata ad hoc dalla stampa dell’epoca, che contrapponeva gli urlatori agli interpreti della melodia all’italiana (vedi Claudio Villa, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, ecc…). Negli anni in cui prendeva campo anche in Italia la musica rock, diventata fenomeno di costume con Elvis Presley, Claudio Villa fu uno dei pochi a capire che l’unico modo per combattere l’offensiva dei cantanti della nuova ondata era quello di usarne gli stessi mezzi di propaganda: questa fu la funzione dei fan club del “reuccio” e dei suoi atteggiamenti provocatori che a lungo fecero notizia in quegli anni.

Il fenomeno degli urlatori faceva pensare a una rivoluzione in atto del gusto e del mercato che coinvolgeva autori, arrangiatori, editori e cantanti. Così non è stato, appena qualche anno dopo, gli urlatori lasciano il posto, grazie anche all’avvento della british invasion e il conseguente arrivo in Italia di gruppi pop la cui musica era ispirata a quella dei Beatles, ad artisti che sarebbero stati, di lì in avanti, etichettati come rocker o cantanti beat: ad esempio, Gianni Pettenati e Patty Pravo fra i solisti, e The Rokes, Equipe 84, Camaleonti, Dik Dik tra i gruppi.

Ai numerosi lettori di questo blog, più di 15000 in appena quattro mesi, questo post risulterà quantomeno fuori tema, “off topic” come amano dire certi blogger più affermati ed affamati di blogosfera: è un piccolo omaggio alla tradizione centenaria della musica popolare in Italia, che ha visto, forse, il suo più alto gradimento proprio negli anni più laboriosi e virtuosi che ha vissuto il nostro bel paese, anni di duro lavoro, spesso sommesso, indirizzati ad affermare per ognuno il proprio ideale di vita, sociale e professionale, pur rimanendo nell’assoluto rispetto dei ruoli. E’ anche, poco velatamente, un invito ad abbassare i toni,a quanto pare un tantino “alticci” nelle utlime settimane, dal caso striscia in avanti sino ai presunti striscianti seguaci di poliphemo, del tipo grande e grosso nella sua “caverna”, meno tra la gente comune quando diviene piccolo e defilato. Anche perchè, come ampiamente raccontato, storia alla mano, gli urlatori hanno avuto vita breve, chi seppe gestire al meglio il proprio talento ebbe grandi opportunità di crescita ed affermò naturalmente stili e proposte, divenute nel tempo patrimonio della nostra musica, Mina e Celentano su tutti; Gli altri, a parte l’istrionico Gaber, hanno poi consumato il resto della loro vita professionale tra comparsate e festival di Sanremo “per buon cuore degli organizzatori” sino a rimanere vagabondi nel dimenticatoio.

Ecco perché dico: abbasso gli urlatori! Nel vino come nella musica, abbiamo bisogno di melodie e non di isterismi galoppanti da frustrazione cronica dilagante, ed incipiente; Oltretutto, ma questa è solo una nota a margine, taluni urlatori, come hanno dimostrato i fatti, di talento, manco alla Gianni Pettenati, assolutamente niente, non pervenuto; Io, dal canto mio, scusate il gioco di parole musicale (sono pure stonato), di Claudio Villa possono ritenermi un esimio ammiratore, ma sono assolutamente poco incline alla sua epocale ficcante vocazione propagandistica, pertanto, e qui chiudo questo post, posso affermare con certezza che certi ritornelli, seppur piacevolmente orecchiabili, alla lunga possono stancare; Ecco perchè, per quanto amaro possa essere il boccone, buttiamolo giù, gridiamo abbasso gli urlatori, loro se ne faranno una ragione (forse) e noi, beh, almeno sapremo cosa ci abbiamo bevuto sopra.

Neumarkt, è Gottardi e non è secondo a nessuno

29 marzo 2010

Ci risiamo, gira che ti rigira ricado sul Pinot Nero, e ritorno, volentieri, sulle trasparenze del Blauburgunder di Mazzon di Bruno Gottardi; l’azienda è forse la più giovane del vocatissimo areale atesino ad essersi guadagnato l’accesso nell’olimpo dei migliori produttori di Pinot Nero fuori dalla storica patria di origine, oltre cioè quei confini di quel luogo sacro e di difficile (per qualcuno impossibile) emulazione che rimane la Borgogna.

Vado a naso, ovvero a memoria, nell’ultimo anno questo 2006 l’avrò bevuto almeno due-tre volte: mai fuori dalle righe, composto, in crescendo, un vino-frutto incredibile; Un plauso al varietale, uno all’areale, qualcuno di più all’interprete. Sì, perchè trattasi di un grande interprete, quel Bruno Gottardi che è sceso dal nord, pare esserci un nord anche per il profondo nord, per mettere su, proprio ai piedi di Neumarkt, un piccolo gioiello di viticoltura-scuola, da subito entrata nella memoria dell’appassionato come esempio di sensibilità superiore all’esaltazione di quel che molti chiamato semplicemente “terroir”!

Gli annali dicono che è 1986 quando Bruno Gottardi decide di rispolverare le origini alto atesine rilevando a Mazzon poco più di 6 ettari di vigne da destinare alla sua più grande passione, il mito borgognone ed il Pinot Noir come sua unica, immensa, inarrivabile espressione. Gli anni di duro lavoro nella rivendita austriaca di vini e liquori di famiglia gli hanno consentito di affinare un naso ed un palato sopraffino ed i lunghi viaggi in giro per il mondo gli sono serviti per confrontare le varie anime, tra le poche superbe scoperte, capaci di colpire il suo immaginario di idealtipo borgognone. Mazzon il punto di arrivo, prima di lui già piccoli e grandi “pasionari”, con lui uno in più a tirare le fila di esperienze sensoriali tra le poche raccomandabili ad occhi chiusi e tra le pochissime indimenticabili.

Il Blauburgunder 2006 esprime un colore soavemente rubino-granato, trasparente; Il naso è lontano dall’esprimersi immediatamente, è come se avesse bisogno di distendersi, sgranchire le note olfattive: fiori secchi e frutta rosso sangue, poi spezie fini e note balsamiche dolcissime. In bocca è pura seta, di qualità estrema, il tannino tace, l’acidità se la spassa, così si confondono infondendo equilibrio ed ampio respiro alla beva. Cosa aggiungere, un piatto asciutto, formaggio, o un filetto appena scottato con un rametto solo di origano fresco e del buono olio extravergine di oliva. Excelsus!

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Montepulciano, pur sempre Nobile La Braccesca

27 marzo 2010

Il primo documento storico in cui si fa cenno ai vini di Montepulciano è dell’anno 789 e già questo la dice lunga sull’indubbio valore dei vini prodotti in questo areale, un prestigio sempiterno che si perde nella memoria del tempo e che si ripete ad ogni vendemmia constantemente; Negli anni a venire furono soprattutto i Medici a decretarne ed incentivarne il successo durante l’epopea che vide Firenze opporsi a Siena, in quell’epoca infatti Montepulciano appoggiò la prima schierandosi di fianco ai Medici. A fine ottocento, solo il successo del Chianti nel mondo ne oscurò il florido commercio, non però la fama di vino di grande qualità e potenziale d’invecchiamento, seppur, a dire il vero, di anno in anno il Nobile di Montepulciano è stato relegato in secondo/terzo piano dalla crescita, oltre che del Chianti,  del ben più famoso Brunello di Montalcino nonchè dell’onda dei SuperTuscans. La denominazione è docg del 1981, già doc del 1966, una delle prime in Italia, è stata rivista negli ultimi anni, non senza strascichi polemici e nostalgici, per fare “posto” all’incremento della piantagione di vitigni internazionali che qui come nella vicina Cortona ha per molti significato una grande opportunità di conquistare fette di mercato internazionali sino ad allora poco esplorate, e la famiglia Antinori non è stata certo a guardare, tanto che oggi la tenuta de La Braccesca rappresenta in tutto e per tutto una delle realtà più importanti nonchè di riferimento sia per il Nobile che per la giovane produzione della vicina doc di Cortona.

La tenuta si estende su 342 ettari , di proprietà dei conti Bracci, da cui il nome La Braccesca, è stata acquisita dalla famiglia Antinori nel 1990 :  circa 240 gli ettari a vigneto, 80 ricadenti nel comune di Montepulciano, in zone vocatissime quali Gracciano, Santa Pia e Cervognano, perlopiù piantato a Prugnolo Gentile (clone locale di Sangiovese) e 160 ettari, di altre varietà a bacca rossa di origine internazionale, su tutte il Syrah oltre che pochi filari di Merlot ricadenti nella denominazione di Cortona. Di tutti i vini qui prodotti, oltre al corpulento e voluttuoso Bramasole, nonostante negli anni lo stile e la crescita qualitativa non hanno mancato di consegnare annate preziose, quello che mi rimane sempre più affascinante da bere e seguire in evoluzione è il Nobile di Montepulciano “base”, di taglio certamente nuovo se non del tutto “innovativo” nonchè controculturale con quel 20% di merlot, ma sempre fine esempio di compostezza ed equilibrio, elementi sempre sfiorati ma mai pienamente espressi dagli altri rossi della tenuta. L’occasione per ribadire questa preferenza è questo Nobile 2004, bevuto appena qualche giorno fa e confrontato, alla lontana, con le degustazioni effettuate in cantina lo scorso Febbraio: un vino dal colore perfettamente integro, limpido e consistente. Naso certamente maturo, frutta in confettura e note balsamiche, ma anche, in bocca in particolar modo, legno perfettamente integrato al frutto, tannino ed ecidità sottobraccio a consegnare grande piacevolezza di beva. Sbicchierare questo vino oggi vorrebbe dire conquistare anche il palato più remissivo per i vini, pur Nobili, di questa parte di gran Toscana. Cercate, provate, e riferite!

Tramonti, verticale storica Monte di Grazia rosso

22 marzo 2010

Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile! E’ una promessa che ho fatto a me stesso, che ho maturato negli anni, che ho consegnato, spero nella maniera più chiara possibile, attraverso i miei scritti: un approccio al vino, sano, condiviso, meticoloso, fruibile, che continuerò a sviluppare in tutti gli anni a venire.

Credo nelle belle persone che ho incontrato sulla mia strada, camminando vigne e girando cantine, stappando e assaggiando (tantissime) bottiglie, correndo (tanto di più) tra i tavoli dei ristoranti dove ho avuto la fortuna di lavorare rincorrendo clienti dei più diversi e, grazie a questi e ai loro buoni consigli, tante belle esperienze raccolte in giro, utili ad insegnarmi come stare al mondo, in questo mondo del vino che mi appassiona sempre più e che rispetto sempre di più.

Credo nei cronisti del vino, non nei guru, guardo con attenzione, talvolta con ammirazione e rispetto agli “industriali del vino”, quando per industriali s’intendono due, tre, a volte cinque/sei generazioni di viticoltori; e credo nei loro vini, sani, puliti, acquistabili e che sono stati, indiscutibilmente, da esempio e modello, anche di contrasto, per tanti produttori nati successivamente: ci pensate ad una Irpinia senza Mastroberardino o ai Campi Flegrei senza Grotta del Sole, alla Toscana senza gli Antinori o i Frescobaldi, la Sicilia senza i Planeta? Credo infine nella biodiversità, ma non quella che ci hanno voluto propinare, strumentalizzandone il senso, con tutte le sigle del mondo e le fisime del momento, biodinamico e controculturale compresi, bensì quella che rispetta l’originalità e ne preserva l’autenticità riconoscendo tutti i limiti ad essi legati, piccole produzioni comprese. Stiamo sempre parlando di vino, o no?

Il Monte di Grazia rosso di Alfonso Arpino è un esempio lampante di ciò che può essere, in maniera disarmante, il prodotto di un terroir specifico, di un uva, ai più misconosciuta, eppure non viene prodotto su Marte, o grazie alla luna, e nemmeno usando corni e bicorni, solo amore per la propria terra, intraprendenza tecnica indispensabile e tanta tanta passione.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2003 L’inizio di tutto. Si potrebbe presentarlo come un gioco, un hobby da puro “garagiste”, o più semplicemente come un (in)cosciente tentativo di dare libero sfogo ad una propria idea di coniugazione dell’amor per la propria terra, fattostà che dalle vigne secolari di Madonna del Carmine parte con il raccolto 2003 l’avventura di Alfonso Arpino-vigneros: appena 3 dame da 54 litri, per allietare le domeniche del sempre austero inverno o come spesso è accaduto, da offrire agli amici più stretti. L’annata la si ricorda in generale per l’andamento piuttosto siccitoso nonchè per il tremendo caldo agostano, ma qui a Tramonti, per il tintore in particolare, è stata un’ottima annata: uve sane, ricche di frutto, giunte a piena maturazione senza particolari problemi. Il colore è affascinante, pare di un Taurasi della prima ora, decisamente virato su note granato-aranciate e limpido. Il vino possiede ancora una decisa consistenza, ne è testimone la poca trasparenza. Il naso appare inizialmente esile, e non ha, per tutta la sessione di degustazione, espresso particolare complessità, ma il varietale è pienamente riconoscibile, il timbro speziato è nitido, sottile ma continuo come i sentori di frutta secca e terra che si presentano man mano che il vino è rimasto nel bicchiere. In bocca è secco, l’ingresso è caldo e piuttosto compatto sino alla deglutizione, ha conservato un buon equilibrio gustativo e solo sul finale viene fuori una nota lievemente amarognola. Un vino sicuramente evocativo.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2004 Annata difficile, particolarmente fredda, disarmonica come poche prima e nessuna dopo, uve con acidità senza freni e poco e nulla da contraltare. Colore tendente al granato, trasparente, quasi nebbioleggiante. Naso subito terziario, etereo, note smaltate, resinose, alla lunga anche note di cuoio ed il sempre presente speziato di pepe nero. In bocca è particolarmente asciutto, secco e caldo, tannino e acidità quasi a rincorrersi e del frutto poca corrispondenza, solo sul finale di bocca si aggiunge una nota lievemente minerale . Il vino meno espressivo della batteria, che di qui alla fine mostrerà note davvero esaltanti di un uva, il tintore, e di un vino, il Monte di Grazia rosso dal futuro certamente, per così dire, roseo.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2005 Di nuovo una annata con temperature al di sopra della media, non certo alla stessa stregua del 2003 ma comunque calda. Il vino ha conservato una espressività encomiabile, il colore è rubino, è limpido e consistente. Il naso si esprime subito su note floreali ma soprattutto di frutta matura, delizioso il sentore di ciliegia ed amarena sottospirito e di piccoli frutti neri che si lasciano il testimone continuamente. Poi l’imprinting aromatico-speziato, un rincorrersi di sentori di pepe e di sottili note di origano. In bocca è secco, caldo, senza dubbio di buona struttura, il sapore pare accompagnato da decisa freschezza, con il frutto sempre in primo piano, lungo e persistente. Si potrebbe dire, come accennato, che proprio questa sia l’annata di riferimento per godere pienamente dell’idea di vino di Alfonso Arpino, un millesimo utile per chiudere il breve ciclo di sperimentazione e per aprire quella che sarà la chiave di lettura di ognuna delle vendemmie future, il territorio e l’uva prima di tutto, con l’uomo a fare la sua parte, integrante, fondamentale, per preservare la biodiversità del primo e l’integrità della seconda.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2006 Tappa fondamentale per prendere coscienza dell’esperienza vissuta sino ad oggi in azienda, ma più in generale per tutto l’areale. Si inizia a percepire con maggiore interesse quel che di buono arriva dalle vigne di Tramonti e del suo tintore, anzi del suo Aglianico tintore. Gaetano Bove di Tenuta San Francesco inizia a far parlare di se e dei suoi vini, lui ha personalità da vendere ed i suoi vini eleganza sorprendente, il suo Per Eva su tutti, gli Apicella poco più in là raccolgono i primi (veri) consensi con il loro A’Scippata, vino misconosciuto ai più ma già un must per i frequentatori dei locali top della costiera; Gigino Reale tira fuori il suo secondo millesimo ma a tutti gli effetti il suo primo vero tintore Borgo di Gete, Alfonso Arpino consegna ai pochi, fedelissimi amici-clienti questo bellissimo vino che inizia ad esprimere in tutto e per tutto il carattere proprio di un territorio e di un uva straordinari, confidando in uno scenario futuro sempre così preservato e garantito. Il colore è rosso rubino vivace, appena un unghia violacea, limpido e poco trasparente. Il primo naso è molto fragrante, davvero interessante: floreale e fruttato in primo piano, ma al contempo sentori di lieve evoluzione e terziarizzazione, puliti, franchi, non senza quindi finezza ed eleganza. Frutta a polpa rossa macerata, poi pepe, onnipresente, poi ancora note balsamiche, sentori di cuoio e resina. In bocca è secco, caldo, di eccelsa freschezza e piacevolezza di beva da vendere, sapido. Da ricordare e rivangare ogni qual volta si è in cerca di un confronto (qui una precedente degustazione).

Monte di Grazia rosso Campania igt 2007 Tanto lavoro per evitare surmaturazione delle uve, poco tempo per verificare i possibili rischi di un’annata ancora una volta piuttosto calda, ma alla fine si è comunque ottenuto un buon risultato di integrità di frutto e complessità del vino. Il colore è rosso rubino, vivace, abbastanza consistente. Il primo naso è subito ampio e complesso, floreale e fruttato innanzitutto, poi tenui strascichi vegetali: come detto nonostante l’annata calda avrebbe dovuto consegnarci un vino succoso e dolce, si è tirato fuori un nettare delizioso e particolarmente equilibrato in tutte le sue sfumature, ne è testimone il gusto, che ha conservato un nervo acido discreto, un tannino sottile e ficcante, capaci di garantirgli uno spessore per niente scontato, rivolto certamente alla morbidezza ma preservando una beva fluida, briosa, a tratti copiosa ma non stancante. Ecco la mano dell’enologo, non la supposizione della conoscenza ma il polso della situazione, l’istinto di chi non ama fermarsi di fronte alle difficoltà.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2008 Il Tintore di Tramonti è una varietà certamente particolare, e senza dubbio, preservandone al meglio le peculiarità, senza cioè cadere in quel vortice vizioso di voler piacere, per forza, a tutti, non mancherà di ritagliarsi un ruolo di primo piano sul mercato dei vini rossi campani e del sud Italia in generale. Il tintore però si accompagna di tanto in tanto ad un’altra varietà rossa tradizionale indigena, localmente chiamata O’Muscio, un uva certamente meno nobile, anzi, a sentirne parlare, del tutto sconsiderata, ma che in effetti, ci dice Alfonso Arpino, può avere, soprattutto in certe annate piuttosto fredde, un ruolo importante nel gioco degli equilibri acidi del vino. Ha buccia sottile, frutto lieve ma finissimi profumi e difficilmente sviluppa gradazioni alcoliche importanti, materia viva insomma per stemperare le velleità, soprattutto gustative, del tintore. Il primo naso è vinoso, frutto macerato in primo piano, anche una sottile nota vegetale, foglia di pomodoro, poi però riprendendolo a debita distanza si apre su note certamente più complesse, inchiostro, sentori quasi ematici, ed animali, cuoio. In bocca è secco, il timbro gustativo è prorompente, caldo e profondo, scivola in bocca con una certa persistenza gustativa, freschissimo, minerale, molto piacevole. Da segnare in agenda!

Monte di Grazia rosso Campania igt 2009 – campione da vasca – Lo scenario che si apre agli occhi dal porticato del casale di Monte di Grazia è di una suggestione incredibile, da qui si riesce a vedere, a 360° tutta la conca di Tramonti e nelle giornate normali, senza cioè la nebbia fitta che ci ha accompagnati per tutto il giorno, il mare blu della Costa d’Amalfi. Questa è la seconda casa di Alfonso Arpino, dalla fine della vendemmia, ogni anno, ci trascorre tutto il tempo libero dalla sua opera di medico condotto del paese, tra fermentini, pompe e le poche botti che si è riusciti ad incastrare nei piccoli locali ricavati nel vecchio cellaio al pian terreno. Come dire, non v’è “vin de garage” senza un vero e proprio garage! Il colore è nero-viola, puro inchiostro, praticamente impenetrabile. E’ curioso sapere, e ciò la dice lunga sulle peculiarità del tintore, che nonostante le raccomandazioni profuse dall’enologo Gerardo Vernazzaro, Alfonso (giura di essersene dimenticato) non ha inoculato il mosto con i ceppi di lievito per lui selezionati, pertanto, il vino così come lo peschiamo dalle vasche, ci arriva, si potrebbe dire, direttamente dalla vigna franco da ogni condizionamento “esterno”. Il naso è un effluvio di frutta macerata, poi sempre pepe nero, ma composto, integro, molto affascinante e suggestivo. In bocca si fa fatica a tenerlo a bada, è preponderante nella sua veemenza acido-tannica ma non potrebbe essere altrimenti in questa fase, buonissima materia prima e a detta anche dei convenuti, gran bella prospettiva!

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Trento, il Maximum Rosè secondo Ferrari

21 marzo 2010

E’ domenica di primavera, una delle prime, di domenica intendo, accompagnata dal sole alto e abbastanza caldo; Decidiamo con Lilly di uscire per una passeggiata, premono però anche alcune esigenze, su tutte, quella di comprare il latte per la nostra piccola e dolce Letizia, che a quanto pare piuttosto che fare la corsa ai suoi mesi sembra rapita da quella di sedersi a tavola con noi al più presto: furbetta di una neonata, mangiona!

Rientriamo a casa poco prima delle una, abbiamo fatto il giusto necessario, l’essenziale, rientrando ci siamo fermati dai “due guaglioni”, piccola pescheria nel bel mezzo del bivio di Quarto, per comprare delle vongole veraci, una seppia di buone proporzioni (ci dicono di mare) prima di avviarci verso casa.  Non è certo “il pranzo della domenica”, il tempo è a dir poco tiranno, ma sicuramente l’ennesima volta in cui la capacità di organizzarne uno in pochissimi minuti non è da far passare in secondo piano, e non di meno la fortuna di avere a portata di mano sempre (o quasi) la giusta bollicina per l’occasione. Cosa si beve? Ferrari, Trento Maximum Rosè brut. Che buono!

 Nasce da una accurata selezione di sole uve di proprietà Pinot Nero (60%) e Chardonnay (40%) coltivate su per le colline nei dintorni di Trento in vigne con dislivelli sino ai 300-600 metri esposte a Sud-Est e Sud-Ovest; La raccolta, per quanto possa essere intesa un’azienda dai volumi industriali come la Cantina Ferrari, è assolutamente manuale e ricadente, generalmente, nella seconda metà  di settembre. E’ un vino che attraversa una fase produttiva abbastanza complessa, sono infatti crica 36 i mesi passati in maturazione sui lieviti, selezionati. Il risultato è un colore sinceramente non particolarmente brillante, il rosa espresso infatti pare quasi anticato, però le bollicine sono fini ed abbastanza persistenti.

L’approccio olfattivo è molto interessante, onestamente più di quanto ci si aspetti, l’ impressione immediata infatti è di un vino particolarmente elegante, floreale, fragrante, intenso e persistente, sentori (classici) di maturazione sui lieviti ma anche di piccoli frutti di bosco rossi e neri, un naso complessivamente vivace ma non aggressivo, esaltato da un alone di fresche note balsamiche, riconcilianti con un gusto asciutto, particolarmente fresco e persistente, e caratterizzato da un finale di bocca piacevole, amarcord di frutta secca e sentori di fragola caramellata.

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Healdsburg, Alexander Valley Pinot Noir 2006

18 marzo 2010

Quando hai un “modello” piuttosto che assuefarti alle sue facili reiterazioni devi ricercare la sua massima espressione, o le tante che si possono cogliere in giro, anche fosse nel mondo. Così quando ho deciso che “il mio vino” sarebbe stato il Pinot Noir è iniziata la mia rincorsa, non verso la ricerca della perfezione, semmai ne esista una al di fuori della Borgogna e in quello stretto lembo di terra chiamato La Tache, ma alla scoperta della sua più alta considerazione ed interpretazione, identità possibilmente precise, certamente diverse, ma reali espressioni di un luogo, di una vigna, di un vigneron, e quando sono stato fortunato, di una singola bottiglia!

Ecco che entrano in corsa gli amici, quelli veri, quelli che sanno che più dell’orologio o del borsellino Louis Vuitton (chissenefrega!) può una buona bottiglia del beneamato noir, fortuna mia li vuole, questi cari, superbi Amici di Bevute, sparsi qua e là nel mondo, o quantomeno capaci di girare (tanto e più di me) luoghi da vigne fantastiche o città dalle enoteche da sogno.

Alexander Valley Vineyards nasce nel 1962, quando vengono piantate nel vigneto le prime marze,  come consuetudine, di Cabernet Sauvignon, poi qualche anno più tardi, nel 1975 viene costruita la cantina e via via diversificato il vigneto. La storia ci consegna l’epopea di Cyrus Alexander che sarà in tutto e per tutto “deus es machina” di un successo rinnovato ogni anno ad ogni vendemmia nonché artefice promotore della denominazione che oggi porta in giro per il mondo con i vini dell’omonima azienda, passata nel frattempo nelle mani della famiglia Wetzel. Siamo in California, nella omonima AVA interna alla Sonoma County, per intenderci, ad una ventina di chilometri dalla vicina Napa Valley, senza dubbio una delle regioni viticole più famose al mondo.

Il vino è di un colore bellissimo, rubino con accenni tendenti al granato sull’unghia, trasparente ma non troppo. Il primo naso è intenso e particolarmente complesso, finissimo, franco, pare infinito. Si succedono profumi floreali e fruttati, poi speziati, balsamici, minerali: rosa e viola, lamponi e mora, cannella e liquirizia, grafite, un susseguirsi di sensazioni prima lievi, poi fragranti, ma per tutto il tempo costantemente presenti, non una semplice ascesa ma una persistenza nitida, un timbro olfattivo preciso, lineare, perfettamente integrato. In bocca è secco, certamente caldo e non fa niente per nascondere i suoi 14 gradi, acidità, tannino e glicerina fuse all’unisono, ma non si può dire certo ovattato, in poche parole, non è per niente “americanizzato”, il legno, rovere francese nuovo e di primo e secondo passaggio, è ben dosato, quasi impercettibile nella sua percezione gustativa, onestamente, un gran bel vino. Bevuto con altri Amici di Bevute alla tavola di Sud, un venerdì di passione, gourmet, con un piatto di Fettucce con coniglio alle olive nere e spolverati di mandorle: da applauso, entrambi ovviamente!

Nota a margine: negli Stati Uniti, sugli scaffali intorno ai 25 $, se non è questo un affare!

Mesnil-sur-Oger, Il Clos ’98 di Krug

17 marzo 2010

Il marchio Krug è sinonimo di prestigio, rara eleganza, inarrivabile succulente piacere della gola; può più una flute di champagne Clos du Mesnil che mille letture di esperti, masters of wine o millantati tali per comprendere l’essenza del messaggio che un vino del genere vuol lanciare, insidiare, lasciar comprendere, anche dal più comune dei mortali in cerca di brividi di gola: è la leggerezza.

Leggerezza necessaria per godere al meglio e sino in fondo di un vino, per coglierne il piacere di beva più alto, per rimanere conquistati da tutti gli aspetti di una analisi gusto-olfattiva ed analitico-descrittiva. Ci sono Champagne che brillano per colore e perlage, per la finezza, persistenza delle bollicine, altri per complessità di profumi, verticalità, e per consistenza di palato, ci sono taluni a volte che esaltano una grassezza di gusto imponente, quasi spiazzante. Ebbene, il Clos ne riassume, concentrando, esaltando, imponendo, ognuna di tutte queste caratteristiche traducendole però, consegnandole all’avventore anche meno educato, con uno stile inconfondibile, leggiadro, ficcante, deliziosamente sorprendente. Insomma, un grandissimo vino!

Clos du Mesnil nasce da una meticolosa selezione di chardonnay 100% di appena 2 ettari di proprietà nella Cote des Blancs tutti intorno al comune di Mesnil sur Oger, negli anni divenuto il Grand Cru più ricercato e prezioso di tutta la Champagne, e grande merito di questa affermazione è certamente legato indissolubilmente alla maison Krug. L’areale è suddiviso in 15 parcelle che vengono seguite passo passo sino alla vendemmia distintamente in maniera da rappresentare ognuna di esse una espressione propria dell’eterogeneità dei vari microclimi presenti sul territorio.

Lo stile è quello fortemente imposto dal terroir, le circa 250 degustazioni che supera questo vino prima dell’assemblaggio finale non sono altro che l’espressione della sua grandezza, della sua grande capacità di evoluzione nel tempo, il Clos du Mesnil infatti, sin dalla sua acquisizione era destinato a “fortificare” le cuvèe degli altri champagne di casa Krug, la Grande Cuvèe in particolare, ma già dai primi approcci Henry e Remy Krug con il loro papà si resero conto di una straordinaria materia prima tale da stravolgere gli equilibri prestabiliti. Nasce così uno dei vini più ricercati e desiderati di sempre, per molti il mito fatto bollicine!

Il ’98 è stata una annata piuttosto calda in Champagne tale da lasciar pensare di non assemblare il Clos ma di destinarlo alle altre cuvèe; Krug è forse la maison meno avvezza a millesimare i suoi vini a meno che non si paventino risultati di eccellenza straordinari, solo quattro infatti le vendemmie da cui sono nati vini millesimati negli anni novanta, il ’90, il ’95, il ’96 ed appunto il ’98. Il colore è scintillante, paglierino compatto con bollicine tutte in fila finemente, persistenti. Il primo naso è dolcissimo, di quelli da rimanerci le narici natural durante, sottili sentori di crema pasticcera, burro di cacao, cioccolato bianco cremosissimo, vaniglia, intensissimo e finissimo. In bocca è secco, piacevolissimo, l’acidità è palpabile ma ben distribuita, a tratti masticabile, la godibilità di questo champagne è da manuale, una bevibilità straordinaria nonostante una spina dorsale importante.

Un vino di cui innamorarsi, purtroppo non sempre alla portata, anzi tutt’altro, ma certamente indelebile nella memoria degustativa tale da sconvolgere i precedenti, creandone dei nuovi! Da bere fresco, non freddo, in calici da vino tradizionali, su tutto quello che merita la vostra attenzione!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Quando le bollicine fanno (fare) ohh… è Krug!

12 marzo 2010

Calma, calma, lo ammetto subito, ho sbagliato abbigliamento, ma volendo cadere, per così dire, in piedi, mettiamola così: la voglia di essere immortalato con Olivier Krug, con in mano un bicchiere di Collection Millesime brut 1982 e inneggiare al “campione!” pur essendo rimasto senza parola è cosa da pochi, ed era oltretutto, il minimo che potessi fare per sua maestà Krug! Che dite, ne esco..?

L’evento è stato, mediaticamente parlando, uno di quelli passati un po’ sommessamente; la maison ha invitato alcuni clienti da tutto il sud Italia per condividere con loro le più preziose delle bollicine di casa Krug e con l’occasione presentare la nuova distribuzione, che dopo l’uscita di scena di Antinori è passata completamente nelle mani della proprietà LMVH, per intenderci stesso canale Moet Hennessy; Per l’occasione ha scelto come location la Città del Gusto di Napoli e la cucina del giovane, e aggiungo bravo, chef Nicola Miele affidando poi la cabina di regia ad alcuni “pezzi da novanta” del gruppo servizi dell’Ais Napoli, che devo dire, hanno dato dimostrazione di come la professionalità del sommelier è fondamentale per esaltare al meglio certi appuntamenti di degustazioni.

Tutto ha inizio nel lontano 1843 grazie al fondatore Johann-Joseph Krug ma sembra, dalla leggerezza e dalla pervicacia delle parole di Olivier, che sia passato pochissimo tempo e che si stia ancora cercando quel mito, per molti già affermato, fine ultimo della costante ricerca della complessità e del valore aggiunto di ognuna delle bottiglie di questo straordinario champagne. “Ognuna di queste bottiglie non vuole essere fine a se stessa e non vuole ricalcare ogni anno il millesimo o la cuvèe dell’anno precedente, non ci siamo mai preoccupati di ripeterci, solo di dare la più alta valorizzazione al millesimo raccolto ed alla materia prima che ci ha consegnato”.  Ogni anno, ci racconta, si ritrovano col papà Henry e con lo zio Remy, assieme ad alcuni degli chefs de cave della maison, ad assaggiare mediamente 1600-1800 vini base per far fronte costantemente alle evoluzioni dei vini base raccolti o in affinamento-invecchiamento in cantina. Solo le microvinificazioni d’annata sono almeno 250 per vendemmia, vigna per vigna, parcella per parcella, in alcuni casi, come Clos du Mesnil, di filare in filare, poi si passa alle riserve custodite nelle caves, e tutto questo almeno due-tre volte durante tutto un anno: un lavoro maniacale, mastodontico, ma necessario per portare in bottiglia l’essenza dell’eccellenza che solo la terra di Champagne sa offrire, ormai da almeno 6 generazioni.

La tavola è preparata per bene, essenziale ma curata, il maitre con i suoi commis puntuali e disponibili, il pranzo è un susseguirsi di portate eccelse, ottimo l’amuse bouche di baccalà, particolarmente buono la scacchiera di Tofu con la cappasanta, delizioso il tortello di seppia; Avrei, sinceramente, solo evitato la commistione maialino-fois gras-astice del secondo, davvero azzardato, poco grato ad ognuno dei sapori. Il servizio dei vini, come detto, senza una grinza, anzi le temperature dei vini sono state millimetriche, fondamentali per cogliere ognuna delle sfaccettature carpite nei vini. Ma i vini? Beh, passabili, Overture con Clos du Mesnil ’98, poi in sequenza Krug Vintage ’98, Krug Grande Cuvèe e a chiudere, credevamo, Krug Rosè. Ai saluti finali il colpo a sorpresa, Krug Collection brut 1982, ma di questi profumi e sapori ne leggerete solo tra qualche giorno, rimanete sintonizzati!!

Gete di Tramonti, il Tintore di Gigino Reale

12 marzo 2010

“Mitico volto di un’essenza divina, nobile pianta, tutore della memoria, con i suoi lunghi tralci e gli alti festoni ricama le arcaiche trame del tempo”.

Basterebbero queste poche parole per descrivere la particolare suggestione che si prova una volta giunti in questo pezzo di terra strappato letteralmente alla montagna, intriso di vigne centenarie che rincorrono se stesse in un vortice a raggiera senza soluzione di continuità; Ho provato, con l’amico Gerardo Vernazzaro a seguirne qualcuno di questi tralci, ai primi quattro-cinque metri ci siamo fermati, e guardandoci negli occhi, con la pioggia battente sul viso, avremmo potuto pure piangere di sano stupore, nessuno dei convenuti se ne sarebbe accorto, ed invece abbiamo riso, come dei bambini irrequieti, di fronte ad una scoperta eccezionale, un museo antropologico della viticoltura, vivo, con in seno tutto ed il contrario di tutte le regole imposte dalla moderna vitienologia: qui termini come sesti d’impianto, densità dei ceppi e varie forme di allevamento sono del tutto fuori dall’ordinario!

Così affacciato dal muretto della statale per Gete sono rimasto rapito dal paesaggio: alla mia sinistra, poco sotto la sottile nebbiolina all’orizzonte, il mare di Amalfi, e qui di fronte, lungo tutto il costone che gira intorno sino ai boschi del valico di Chiunzi i pochi ettari di vigna abbarbicati sui pendii scoscesi assoggettati solo all’imponenza della montagna ed al corso del tempo: che spettacolo, da mozzare il fiato!

Il borgo di Gete è una piccola frazione di Tramonti, qui la famiglia Reale è storicamente conosciuta per l’Osteria omonima e per il forte legame che da diverse generazioni li lega alla terra ed alla viticoltura in particolare. Nasce così dopo anni di sperimentazione, che in verità possiamo sintetizzare nella storica mescita in Osteria, la formale valorizzazione della propria produzione, in particolare del Tintore, una varietà tipicamente locale, che possiede tratti caratteriali davvero unici: i grappoli sono generalmente conici e spargoli, propongono quindi pochi acini ma godono di una buona maturazione, favoriti certamente all’ottimo microclima capace di farli resistere per lungo tempo sulle piante senza nemmeno il pericolo di essere attaccati da muffe o che altro, addirittura sino ai primi di novembre, quando avviene generalmente la vendemmia.

Il vino che ne viene fuori è senza ombra di dubbio un esempio di biodiversità estremamente interessante e la cosa più sorprendente è che nonostante i pochi ettari dell’areale e solo quattro interpreti al momento (Apicella, Reale, Monte di Grazia e Tenuta San Francesco) quest’uva è già capace di esprimere vini con livelli di complessità ed unicità sorprendenti, conservandone, quasi gelosamente, in ognuna di queste interpretazioni, una spina dorsale di tal pregio comune a pochissimi altri vini rossi in Campania.

Questa la piacevole verticale storica organizzata per noi da Gigino Reale e suo fratello nella calda ed accogliente sala dell’Osteria Reale. Il Tintore Borgo di Gete nasce dalle vigne “Cardamone” e “Diana” piantate proprio a ridosso della borgata di Gete di Tramonti; Sono ceppi risalenti agli inizi del secolo scorso, piantati quindi tra il 1920 e il 1929, su piede franco e con esposizione ovest, nord-ovest. La vendemmia è generalmente svolta ai primi di novembre, il vino dopo una macerazione più o meno di quindici giorni in acciaio trascorre circa 18 mesi in botti di rovere ed almeno un anno in bottiglia prima della commercializzazione. Tutte le bottiglie sono state aperte a tempo debito, il 2008 invece è un campione prelevato dalla botte, il 2009 dalla vasca.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete  2005 Il colore è rubino con sfumature violacee, senza dubbio poco trasparente, indice di una buona materia estrattiva. Il naso è subito terziario, quindi caratterizzato da sentori che si sono sviluppati in bottiglia nel tempo limando i tratti caratteriali del varietale, pur non snaturandone l’imprinting. E’ intenso e complesso, subito speziato, tostato, etereo, vengono fuori uno dietro l’altro pepe nero macinato, caffè, corteccia. In bocca è secco, l’impatto gustativo rimane importante anche se di frutto, in senso stretto, ne rimane ben poco: è secco, con una acidità un tantino eccessiva e spinta anche da un tannino un po’ sovrastante, ne soffre la sapidità e l’equilibrio di bocca. Su piatti molto grassi o con notevoli succulenze.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2006 Il colore è senza soluzione di continuità, rubino netto, bello vivo, il vino è concentrato e scorre nel bicchiere con una precisa densità. Il naso è estremamente pulito, in prima battuta non si offre particolarmente complesso, ma la bellezza del tintore, carpita dagli assaggi comparati di oggi, sembra essere proprio quella di celare il proprio ventaglio olfattivo a chi non lo sa aspettare. Dapprima fruttato, polposo, sentori di piccoli frutti rossi e neri, mora, susina, poi di nuovo l’elegante speziato, più fine del precedente, sottile e persistente, che lascia di volta in volta il primo piano anche a frutta secca e sentori balsamici. In bocca è intenso, un vino deciso, strutturato, maturo, estremamente godibile; Il tannino pare risoluto, il nerbo acido è alla mercè della carica glicerica e se ne giova la beva, un vino ossuto ma voluttuoso, una vera goduria di vista, olfatto, gusto. Sul piccione, trovandone a proprio piacimento la variazione sul tema!

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2007 Dal colore rosso rubino, qui molto concentrato, come l’inchiostro, praticamente intransigente alla trasparenza. Il naso è spiazzante, probabilmente ad effetto dell’annata decisamente più calda delle precedenti: è subito dolce, maturo, iodato. Appena dopo un soffio di ciliegia, vengono fuori in prima battuta note salmastre di cappero salato, poi sfumature balsamiche, liquerizia e ancora caramello, non senza la nota pepata, onnipresente. In bocca è secco, l’impatto gustativo è importante, del tintore tutto si può dire tranne che generi vini esili e beverini, e nel vino dei Reale la consistenza sembra essere una costante imperdibile. Anche qui il tannino è ben integrato ad un frutto polposo costantemente in primo piano per tutta la degustazione, la beva è sostenibilissima, accattivante e lascia il palato costantemente rinfrancato.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2008 Il colore viola è da manuale ma possiede una franchezza stupefacente, appare scontata come battuta, ma vi si potrebbe davvero dipingere una tela intingendovi il pennello nel bicchiere. Il naso è intensissimo e complesso, giocato tutto su sentori floreali e di piccoli frutti neri e rossi appena premuti: appena dopo una nitida sensazione di vinosità vengono fuori rosa rossa e viola, poi ribes, mirtillo, mora e senza farsi attendere oltre, il pepe in grani: note fittissime e deliziose. In bocca è secco, piuttosto caldo, decisamente lungo, intrattiene il palato con una trama gustativa appetibile e sostenibile. Buona la freschezza, l’acidità pare non potersi esprimere oltremodo che giustamente fusa al tannino e all’alcol. Qui riconosco la mano di Fortunato Sebastiano, e forse posso anche tranquillamente ammettere che è il vino che più mi ha impressionato in questa batteria, per la prontezza di beva ma anche per il carattere decisamente superiore ai millesimi precedenti, nonostante il 2006 non mi sia certo indifferente.

Colli di Salerno rosso Borgo di Gete 2009 Difficile trarre un profilo degustativo di un vino del genere in questa fase, ancora in vasca e con tanta strada ancora da fare verso la sua stabilizzazione. Il colore è il timbro del varietale, particolarmente consistente, il naso è freschissimo di polpa, propone ancora tracce di frutta macerata, quasi spiritoso. In bocca è tangibile una certa integrità di frutto e di consistenza acido-tannica, sicuramente una buona materia prima, un punto di partenza inossidabile per un vino senza ombra di dubbio da tenere nella più alta considerazione tra quelli della nostra meravigliosa Campania.

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