Torta Salata con spinaci e Provolone del Monaco

2 febbraio 2014 by

Torta Salata con spinaci e Provolone del Monaco - foto A. Di Costanzo

Ingredienti:

  • 400 gr spinaci
  • 200 ml panna da cucina
  • 3 uova intere
  • 1 conf. pasta sfoglia (tonda)
  • 180 gr Provolone del Monaco
  • Sale e pepe q.b

Preparazione: Mondate, lavate e sbollentate appena gli spinaci. Frattanto, in una boule, sbattete le tre uova aggiustandole con sale e pepe, unitevi gli spinaci tagliati grossolanamente – mi raccomando però ben strizzati -, quindi la panna, il Provolone tagliato a cubetti.

Preparate una teglia di media grandezza con della carta da forno, adagiatevi per bene la sfoglia avendo cura di tagliarvene una parte tutt’intorno che vi servirà per farne delle strisce per coprire la torta. Versatevi tutto il condimento in maniera omogenea e coprite con le strisce di pasta sfoglia messe da parte a mo’ di crostata. Mettete in forno a 200 gradi per circa 35 minuti. Lasciate intiepidire prima di servire.

© L’Arcante – riproduzione riservata

San Giorgio a Cremano, Pizzeria Salvo

1 febbraio 2014 by

Non è difficile trovare una buona pizzeria a Napoli¤ e provincia, da queste parti si vive praticamente di pizza e mai come negli ultimi anni si fa un gran parlare di tradizione, materia prima, impasti, lievitazioni.

Pizzeria Salvo

E a dir la verità è proprio vero che la pizza non è mai stata così buona come negli ultimi anni grazie anche alla sensibilità delle nuove generazioni di pizzaiuoli che hanno saputo valorizzare al meglio il mestiere, la storia, i segreti e cominciato a metterci anche tanta testa nel lavoro oltre alla naturale vocazione, spesso familiare, e al talento.

Attenzione alla materia prima, alle lavorazioni, ai tempi dicevo; ma anche ai particolari per far star bene alle proprie tavole i propri clienti.  Ho consociuto Francesco e Salvatore Salvo¤, anzi Francesco&Salvatore, e più che parlarvi della bontà della loro eccellente offerta vi segnalo l’intelligenza con la la quale si sono messi in testa di cambiare le cose, riuscendoci anche parecchio bene. Come? Andateli a trovare a San Giorgio a Cremano, non ve ne pentirete!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pizzeria Salvo
Francesco&Salvatore
Largo Arso 10-16, San Giorgio a Cremano (Na)
Tel. 081275306
info@pizzeriasalvo.it
http://www.salvopizzaioli.it

Barolo Bussia 2009 Giacomo Fenocchio

31 gennaio 2014 by

Cannubi in Barolo, Villero a Castiglione Falletto, Bussia a Monforte d’Alba. Chi mastica un po’ di Langa non può non riconoscere in questi tre terroirs tre grandi espressioni di Barolo.

Barolo Bussia 2009 Giacomo Fenocchio - foto A. Di Costanzo

Quella dei Fenocchio¤ non è certo un’azienda di grido, anzi, viene persino difficile trovarne in giro delle bottiglie se non fosse per piccole distribuzioni che hanno cominciato a buttarci un occhio grazie al passaparola tra appassionati.

Grande attenzione in vigna, agricoltura sostenibile, vinificazioni perlopiù tradizionali in acciaio e legno (grande), lunghi tempi di affinamento sono i principi che caratterizzano un po’ tutte le etichette messe in bottiglia, quasi tutti veri e propri crus.

Ma veniamo al Bussia 2009, Barolo che avrà sicuramente tempo per venire fuori in maniera più compiuta. Adesso l’approccio è un po’ scontroso, sgraziato direi, però di gran nerbo e vivacità come del resto ci si aspetta da un rosso di questa statura e questa età.

Il naso ha bisogno di un po’ di tempo per cominciare a regalare note un tantino più intriganti ma c’è l’ha, così anche il sorso diviene più piacevole, tannico sì, austero, però di grande stoffa e lunghezza. Certo è un 2009, un vino del genere prima dei dieci anni è sempre difficile da comprendere a pieno. Ma a dirla tutta quest’anima un po’ rude, graffiante quasi, al giorno d’oggi fa più piacere di tante morbidezze artificiali e stucchevoli.

Il Signore del vino campano nel mondo

29 gennaio 2014 by

Sono sempre in grande difficoltà quando mi tocca postare una notizia come questa, tant’è che spesso preferisco non farlo. Stanotte però è venuto mancare il dott. Antonio Mastroberardino, forse il personaggio più illustre che la viticoltura campana potesse contare agli occhi del mondo. Le radici di un po’ tutti noi. Alla famiglia tutta le mie e le nostre più sentite condoglianze. R.I.P.

Taurasi Contrade di Taurasi 2001 Cantine Lonardo

15 gennaio 2014 by

Chi segue queste pagine e lucianopignataro.it¤ ricorderà quando scrissi del Taurasi Contrade di Taurasi 2001 messo a confronto con un’altro grande rosso italiano, il Barolo Runcot 2001 di Elio Grasso.

Taurasi 2001 Cantine Lonardo - foto L'Arcante

Di quello scritto val bene ricordare qualche passaggio: anzitutto che siamo proprio nel cuore del paese omonimo che dà il nome alla docg, a circa 400 metri d’altitudine dove le vigne, parte impiantate a guyot (le più giovani hanno in media 20 anni) e parte, quelle vecchie di 50 e più anni con ancora il tradizionale “starseto” taurasino, insistono su terreni di chiara origine vulcanica frammisti ad argilla e sedimenti calcarei. La poca uva raccolta, una sessantina di quintali in tutto quell’anno, è rimasta in macerazione per più di un mese, poi il vino ha fatto circa 2 anni in tonneau, quindi in bottiglia per almeno 12 mesi; senza trattamenti, stabilizzazioni e filtrazione.

Qualche giorno fa, a distanza di due anni, ci sono tornato su senza indugio. Il colore tiene botta, sono solo un po’ più accentuate quelle sfumature granato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso conserva ancora tanta verve unendo a un buon frutto tante piccole nuances di sottobosco, frutta secca, tabacco e pepe in grani.

Pure il sorso non ha ceduto di un millimetro, puro e arcigno, ancora ruvido ma di piena soddisfazione; quel tannino lì, così fitto sembra inamovibile, asciugante quasi. Al momento di stapparlo ricordate che è un vino non filtrato, se preferite tenetelo pure in bottiglia avendo però buona cura nel versarlo, tuttavia credo opportuno decantarlo con attenzione. Dispiace infatti dover rimettere al tempo quasi due dita di vino a causa di un deposito abbastanza consistente. A dirla tutta però, pagare pegno non è mai stato così piacevole.

Quasi dimenticavo, a proposito del Piedirosso dei Campi Flegrei Vigne Storiche 2011 La Sibilla

14 gennaio 2014 by

Il bel post sul cru di piedirosso dei Di Meo pubblicato ieri da Franco Ziliani qui¤ su Vino al Vino mi ha fatto tornare in mente che avevo anch’io qualcosa da dire in merito tenuto però distrattamente in coda da tempo.

Piedirosso dei Campi Flegrei Vigne Storiche 2011 La Sibilla

Anzitutto un bel cambio di passo, atteso devo dire e finalmente tangibile anche sul piedirosso, dopo alcuni anni di discontinuità quasi a sottolineare la vocazione principalmente bianchista dell’azienda La Sibilla¤, ma anche i primi frutti del lungo viaggiare del giovanissimo Vincenzo in giro per vigne e cantine in Italia e per il mondo a vedere cose e fare esperienza la cui mano sicura è sempre più evidente.

A quanto racconta Ziliani, così in maniera entusiastica, è bene solo aggiungere una piccola raccomandazione, un consiglio più che altro per chi legge: fate attenzione alle etichette poiché in attesa di un restyling che li differenziasse per bene, a causa della necessità di ‘uscire’, per il 2011 sia il piedirosso ‘base’ che questo, il cru ‘Vigne Storiche’ appunto, sono in giro praticamente con la stessa veste grafica se non fosse che il secondo reca in alto a destra dell’etichetta un piccolo adesivo simbolo dell’associazione ‘Viticoltori del Tempo’ che ha, grazie al progetto diretto da Raffaele Beato dell’Osservatorio Appenino Meridionale dell’università di Salerno, selezionato tutta una serie di vini che nascono da vigne cosiddette ‘monumentali’ di particolare pregio storico.

Non che il vino ‘base’ non sia degno di attenzione, ma questo qui ha sicuramente una marcia in più, una maggiore ampiezza e tensione degustativa che ne fa davvero un piccolo gioiello del rosso flegreo tanto amato dagli appassionati.

1994-2014, 20 anni di doc Campi Flegrei

Falanghina dei Campi Flegrei Coste di Cuma 2011

13 gennaio 2014 by

Coste di Cuma è una piccola stradina di campagna in parte asfaltata in parte sterrata che, a poche centinaia di metri dal popoloso quartiere Monterusciello, taglia dritto in media collina e spunta verso Cuma, sulla costa flegrea, nel comune di Pozzuoli.

Coste di Cuma 2011 Grotta del Sole - foto L'Arcante

Qui la terra ha una chiara impronta vulcanica e si giova anche della vicinanza del mare lontano in linea d’aria appena qualche centinaia di metri. Proprio qui, nel 1994, all’apice dell’urbanizzazione dell’area cominciata qualche anno prima causa anche il secondo massivo piano di evacuazione dell’antico centro storico di Pozzuoli, nei primi anni ’80 nuovamente alle prese con il Bradisismo, la famiglia Martusciello ci piantò una piccola vigna a falanghina che nel tempo è stata destinata a dare uva per il vino di punta dell’azienda Grotta del Sole¤, il Coste di Cuma¤ appunto; 2 ettari circa condotti con una certa attenzione colturale – praticamente in regime biologico seppur mai ostentato – da cui si è riusciti sempre ad ottenere mosti di qualità almeno una spanna sopra alle altre tante vigne vocate di proprietà o ‘gestite’ in giro per i Campi Flegrei.

Che non confondano però i numeri dell’azienda, che certo sono importanti, ma continuano a riguardare una molteplicità di impegni che ormai da 20 anni la vedono impegnata su più fronti, dai Campi Flegrei all’Irpinia, dall’Agro aversano¤ al Vesuvio e alla Penisola Sorrentina, sempre con grande impegno e successo. Ma è qui¤, in terra flegrea, che ci sono le radici più forti e dove, senza nulla togliere agli altri ottimi prodotti sembrano venir fuori i vini di maggiore spessore.

Come questo, che rimane un fiore all’occhiello e che ‘cresce’ ogni anno di più. E continua ad esprimersi a grandi livelli questo duemilaundici: fragrante, sostenuto, sottile e di grande piacevolezza. Preciso il colore paglierino, subito invitante il primo naso di ginestra e pesca, caratterizzato in questo momento anche da una discreta nuance salmastra, come preciso è il sorso, di gran lunga fresco e giustamente sapido. Regala proprio un bel bere. Coste di Cuma ha trovato la sua strada.

1994-2014, 20 anni di doc Campi Flegrei

1994-2014, 20 anni fa la doc Campi Flegrei

12 gennaio 2014 by

Angelo Di Costanzo - foto Marina Sgamato

Il 2014 sarà l’anno della falanghina e del piedirosso dei Campi Flegrei¤, a 20 anni dall’istituzione della denominazione di origine controllata, il 3 ottobre del 1994. Spero, auspico anzi, che tutti quanti i produttori si diano da fare per ricordare durante quest’anno questo piccolo prezioso traguardo che vedrà la prossima vendemmia 2014 come quella del ventennale.

Per quanto mi riguarda, qui su L’Arcante, durante tutto quest’anno non faremo mai mancare (come sempre del resto) la giusta attenzione a questi vini e all’evento. Stay tuned…

Sua Maestà la Falanghina| Via del Campo 2012

9 gennaio 2014 by

Quando racconta di Quintodecimo¤ e dei suoi vini appare pieno di se, lo fa però con seria coscienza, mai con saccenza. E a pensarci bene chi, al posto suo, non lo sarebbe? Siamo costretti ogni giorno a sorbirci ovvietà da novelli produttori belli tronfi del proprio quarto d’ora di successo che uno come Luigi, il professore Moio¤, con la storia di famiglia che ha, con quel suo percorso accademico e oltre 20 anni di vendemmie da protagonista alle spalle è un Gran Signore del vino da tutti i punti di vista.

Via del Campo 2012 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Nasce tutto dalla vigna di proprietà a Mirabella Eclano il Via del Campo¤ 2012. Che buono! mi viene subito da dire. Magia, sim sala bim! direbbe Silvan. Ma qui la prestidigitazione non c’entra, in questa bottiglia non c’è nessun gioco di prestigio, niente fuffa, solo tanta sostanza; c’è studio e ricerca sul varietale, vent’anni di prove tecniche e verifiche su diversi terroir che in questa bottiglia sprigionano un’anima straordinaria che spiega tanto del perché, da tempo, Moio va predicando che la falanghina – non il greco, non il fiano -, è la varietà più interessante tra quelle bianche campane.

Si, falanghina, di quei vini che i masti recensori di sovente scartano a priori, cui non hanno mai abbastanza tempo da dedicare perché un giorno si e un giorno no sono presi a discernere con minuzia dei millimetri di pioggia o la forza acida dei terreni perlopiù tra Summonte e Montefredane, raramente di Lapio che pare conoscano a menadito. E invece, invece si sa, una Falanghina non richiede di appallare la gente con tutta la solfa su annate, rating, disquisizioni teoriche sul portainnesto Paulsen o su quali minerali o precursori aromatici generano i più fini sentori rieslingheggianti, su cui, magari, ricamarci l’ennesimo richiamo di hegeliana memoria (o di Max Pezzali che fa più o meno lo stesso) che dona tanto spessore al curricula.

Chissà che almeno provino a buttarci le narici in questo bicchiere. Luminoso il colore paglierino oro, subito fitto e verticale il primo naso. I sentori più immediati sono di biancospino e frutta a polpa bianca, sollecitati da un abbrivio balsamico di rara eleganza. Così il sorso si fa subito vibrante, teso e lungo con una chiusura di bocca risoluta, gustosa, di finissimo carattere. Certo un difetto ce l’ha, si fa bere con grande slancio nonostante i suoi 14 gradi in alcol. Che dire ancora… ah si, un vino così risveglia profondamente l’orgoglio e l’entusiasmo per averci creduto sempre. Ce ne vorranno i detrattori, ma ci interessa?

Dogliani Vigna dei Prey 2011 Francesco Boschis

8 gennaio 2014 by

Dogliani Superiore Vigna dei Prey 2011 Boschis Francesco - foto A. Di Costanzo

Non posso dire di esserne rimasto rapito ma ci tenevo lo stesso a segnalarvelo questo vino poiché credo valga la pena provarlo. Ha stoffa, è fatto bene e per chi va di tanto in tanto alla ricerca di qualche buon dolcetto qui trova piena soddisfazione.

Ha una bella forgia porpora ed un naso abbastanza interessante, assai vivo e polposo: sa principalmente di prugna, mora e mirtillo. Il sorso è sostanzialmente godurioso, non aspettatevi però un Dogliani sovraestratto e muscoloso, anzi, tuttalpiù un po’ rustico e fin troppo teso nonostante i suoi 14 gradi e più. Da una delle più vecchie vigne dell’azienda¤, fa solo acciaio e bottiglia.

Monforte d’Alba, Langhe Nebbiolo 2011 Parusso

7 gennaio 2014 by

Argomento delicato il nebbiolo di Langa, ancor più delicato quando passano per le mani bottiglie come queste, ben fatte, estremamente pulite al naso e con il sorso calibrato a puntino, di ‘facile’ lettura e di vocazione sicuramente più internazionale che nostrana.

Nebbiolo 2011 Parusso - foto A. Di Costanzo

Azienda solida e di chiara impronta contemporanea quella di Tiziana e Marco Parusso¤, stimati produttori a Monforte d’Alba e artefici tra gli altri di buonissimi Barolo. Modernismi a parte nulla da ridire sul principio che pare secondo me donare ancor più sostanza a una tipologia di vino entry level nemmeno più tanto ‘importante’ per certe aziende ma che rappresenta invece, molto bene, l’idea, nemmeno tanto celata, di piacere immediatamente a chi ne capisce poco o nulla del nebbiolo o vi si avvicina per la prima volta.

Va detto però che il naso affascina parecchio anche chi pensa di capirne qualcosina; curioso e spiazzante infatti sa dapprima di polvere di castagna, poi di tartufo, sottobosco infine di un invitante ed insistente profumo di rosa e, assai gradevole, al limite del ruffiano, di fragola. Legno nuovo o no il palato sembra giovarsene tanto, il vino scorre via che è un piacere, sottile e dolce senza manco una sbavatura o stortura acido tannica. Piacerà a chi piace, insomma, ecco perché vale la pena tenerne conto.

Il vino e la liturgia della domenica

5 gennaio 2014 by

Per noi del sud la domenica ha sempre un sapore particolare, con quel profumo di cucina che invade la casa sin dal primo mattino: il ragù sul fuoco, le polpette cullate nella salsa densa, il coniglio a marinare pronto per l’appuntamento con il piennolo.

Andando indietro nel tempo non ricordo tracce di bottiglie di vino indimenticabili, almeno per me, se non in tempi moderni. Da piccolo, sul tardi, mi toccava scendere dal contadino sotto casa, qualche volta recando con me un po’ di pesce che mamma aveva piacere di regalare loro per contraccambiare la cortesia delle ‘uova fresche’ o dell’infornata del casatiello o della pizza nel ruoto. Piaceri che non avevano un prezzo se non il mero rispetto. Altri tempi.

Difficile rievocare a parole quelle atmosfere, diciamo pure impossibile. Ringrazio il Dio per averle vissute, assaporate, me le porto dentro come un valore straordinario. Come le chiacchierate con loro, Sabatino¤ ad esempio, o i gesti muti con suo fratello, don Antonio, che dal lunedì al venerdì ci era nemico e ci bucava ogni pallone che finiva nel suo terreno dal nostro campetto d’asfalto sotto casa ma che al sabato e la domenica era costretto a fare buon viso a cattivo gioco quando ci mandava mamma a prendere la frutta e il vino.

Già, il vino. Nei loro cellai, nei silo di vetroresina ci stava quasi sempre montepulciano, comprato a buon mercato e rivenduto ‘caro e amaro’, diceva mamma, a casa nemmeno troppo apprezzato. Invece, nelle botti grandi, il piedirosso, la per ‘e palumm, spesso mischiato a barbera e a falanghina, di produzione propria da quei pochi ma abbondanti filari conservati nei campi tra scarole, pomodori e frutteti. La falanghina vinificata da sola era un miraggio, poco redditizia; il bianco in effetti valeva poco, tant’è meglio 6 o 7 damigiane di buon trebbiano del beneventano da stipare giusto per l’estate (quando ci arrivava a l’estate, ndr).

A quei tempi tanto bastava. Mamma cucinava per ore, non aveva particolari segreti ma la capacità, con pochissimo, di fare cose straordinarie, raramente eravamo meno di 8 o 9 a tavola, oltre la pancia ci ha sempre riempito gli occhi di gioia e di vita.

Là, sulla tavola, col pane, le zuppiere di pasta e i piatti di fritto di pesce non mancava mai il fiasco di vino. Guardavo papà e i miei fratelli berlo dai bicchieri con un certo gusto, desideravo imitarli ma in fondo pensavo che non mi sarebbe piaciuto. Invero sopportavo poco anche solo andarlo a comprare ma assistere al travaso, col succhiarolo*, dalle botti al fiasco però mi piaceva; era, se vogliamo, un momento particolare, con quel profumo di mosto e vino che si sprigionava forte nell’aria. Oggi gli do un grande valore liturgico a quel momento, niente a che vedere col tirare via dalla mia cantina la bottiglia da bere adesso. Certo però io bevo meglio, forse.

* cannula da travaso, detta anche cantabruna.

Appunti e virgole per il 2014

4 gennaio 2014 by

Col nuovo anno ci si prepara belli carichi ad affrontare un anno intenso di lavoro; tra le prime tante cose si ha che fare con molte scartoffie piene zeppe di appunti, numeri, dati da cui trarre indicazioni sul da farsi. Qua e là qualche parola sottolineata o segnata col rosso.

Programmazione. Le aziende ci passano notti insonni ma è ormai un parolone vuoto caduto in disgrazia. Sommelier, ristoratori, agenti un tempo orgogliosi di poter contare su una programmazione coi fiocchi oggi vivono praticamente alla giornata.

Prodotto in assegnazione. Ai bei tempi non è che avesse mai avuto un senso sensato ma per molti era un appiglio per suscitare languore ed acquolina. Certe aziende se ne crogiolavano, alcuni rappresentanti avevano imparato a farne arma letale. Caduto in disuso è ormai prassi dire semplicemente ‘non so se è ancora disponibile’.

Premiato col Tre Bicchieri. ‘Datemi un Tre Bicchieri e ci solleverò il mondo’. Non è ancora dato sapere chi fu il primo a dirlo ma certo per anni ci hanno marciato in molti. Un riconoscimento è un riconoscimento ed è giusto goderselo fino in fondo e quale che sia l’opinione che si ha di questa o quella guida poco importa, mai nessun premio ha mai portato con se una carica di adrenalina tale come quello del Gambero. Checché se ne dica per anni è stato manna dal cielo per molte aziende, rappresentanti e, diciamolo a chiare lettere, per enotecari e sommelier di ogni dove.

Rapporto Qualità-Prezzo. Questo sconosciuto. Per molti appena in piazza bastava guardare cosa facesse il vicino per determinare i propri prezzi, certe volte appena qualche centesimo in meno per sentirsi ‘avanti’ o 50/60 in più non tanto per essere temerari ma più semplicemente per autoreverenza: ‘perché io valgo’. Nessuna indagine di mercato particolare, studio dei costi, del mercato, del proprio prodotto, niente. Tuttalpiù ci avrebbe poi pensato il 10 a 2 o il 6+4 a rimettere le cose a posto.

Caldaro, Cassiano ’11 Manincor: il rosso morbido, esotico e biodinamico del Conte Goess-Enzenberg

3 gennaio 2014 by

Nonostante il grande successo commerciale i vini altoatesini sembrano avere ancora larghi margini di conquista del mercato. Soprattutto per quanto riguarda i vini rossi.

Cassiano 2011 Manincor - foto A. Di Costanzo

I bianchi si sa, da quando sono sbarcati perentori sul mercato italiano conquistandosi ampie quote perlopiù a discapito dei friulani, riscuotono successo quale che sia il varietale, dai già conosciuti pinot grigio bianco agli chardonnay e sauvignon, dall’impronunciabile gewurztraminer al gentile müller thurgau; sui rossi invece, fatte le dovute eccezioni su certi cabernet, si fa ancora una gran fatica ad andare oltre al pinot nero.

Certo esistono ottimi lagrein, gradevoli espressioni di schiava ma rimangono vini dal profilo più o meno basso che, fatto salvo qualche exploit sembrerebbero mancare di quel appeal necessario per consacrarsi pienamente. E col clima che cambia sembra ci sia una ragione in più perché, colturalmente, a queste uve nei nuovi impianti vengano sistematicamente preferite sempre più varietà ‘esotiche’.

Il Cassiano, chiarisco subito, non è certo il ‘mio’ vino preferito tra quelli di Manincor¤, però credo meriti attenzione poiché potrebbe piacere invece a molti. Ci si fa un gran lavoro sperimentale ma soprattutto è uno dei tanti vini che vedono trionfare una filosofia e un metodo di produzione sano e pulito tanto cari al Conte Goess-Enzenberg¤, produttore a Caldaro molto stimato e apprezzato trasversalmente sia da appassionati esperti che comuni bevitori.

Tornando al vino, è un merlot al 50% con un saldo importante di cabernet franc e piccole percentuali di cabernet sauvignon, syrah, petit verdot e tempranillo; uve coltivate in regime biodinamico (Demeter) così come tutto il processo realizzativo segue pari pari una ferrea disciplina di sostenibilità etica ed ambientale.

Vivace e luminoso il colore rubino porpora, scuro e profondo. Il naso è un trionfo di sentori e riconoscimenti di fiori, frutta e note balsamiche che ne amplificano il respiro e la complessità. Il sorso è ruffiano, tutto tondo e polposo con qualche piccola nerbatura – più acida che tannica – solo sul finale di bocca comunque saporito e ben bilanciato.

Ristoranti sempre aperti per le feste, una reale opportunità o l’ennesimo fardello della crisi?

2 gennaio 2014 by

Un fenomeno evidente seppur dibattuto poco o niente vede la ristorazione attraversare un periodo di enorme frenesia soprattutto sotto Natale e durante le festività.

In tempo di crisi in molti hanno deciso da tempo di prendere la situazione di petto, come un’opportunità. Fanno bene? Chissà, tant’è che non ricordo, da che ho memoria, una proposta così vasta (sul mio territorio sicuramente non c’è mai stata) per le cene della Vigilia, il pranzo di Natale e il brindisi dell’ultimo dell’anno. Tra l’altro veramente per tutte le tasche.

In passato, molte attività – dalle mie parti, a rischio di ripetermi, quasi tutte -, chiudevano il 22/23 dicembre per almeno 10/12 giorni. Qualcuno riprendeva subito dopo Capodanno, il 2, il 3 Gennaio, molti altri tiravano sino all’Epifania. Il Cenone, i pranzi delle feste, erano quasi esclusivamente affare delle grandi strutture per ricevimenti che, da ‘tradizione’, legavano mangiate infinite a ‘ricchi premi e cotillons‘ a prezzi (per la verità) abbastanza centrati. La differenza naturalmente la facevano le attrazioni, le locations eccetera ma da qui non ci si scappava. Fatti salvi i postumi.

Per quanto visto in giro quest’anno invece quasi nessuno ha chiuso per le feste, tutti al lavoro e alle prese con cene e pranzi d’autore. D’autore sì, perché tantissimi di questi sono ristoranti di un certo spessore (qualcuno per la verità già da qualche anno in linea con la nuova tendenza) che hanno preferito restare aperti anche per le festività natalizie. Una scelta condivisibile dove però pro e contro non mancano mai, come qualche critica a chi non consente di mangiare alcuni piatti dalla carta o a menu tradizional-popolari preconfezionati per qualcheduno triti e ritriti. Per non parlare del rischio no-show che in alcuni casi, specie per i piccoli locali, sono un vero e proprio cazzotto nello stomaco. 

Non entro nel merito della convenienza economica, e nemmeno di come si faccia a tenere in equilibrio e ben motivata la brigata di sala e cucina perché me l’immagino da me. Il conto da pagare alla crisi, allo stato, a quei soci più o meno ‘occulti’ che si presentano puntualmente con gabelle esose e raccomandate incomprensibili è diventato sempre più alto e, ahimè, salato e diciamo pure insostenibile; ciò detto, la situazione va analizzata con attenzione soprattutto dal punto di vista sociale dove l’idea di stare aperti per spirito di servizio si scontra col fardello che si sta in piedi solo così. Senza scampo e zero spazio a ripensamenti.

Ancora una volta una sonora palla al piede alla nostra generazione che lentamente va coinvolgendo addirittura anche chi potrebbe permettersi di stare fermo qualche giro ma che, timorato dal perdere chissà che giro di affari preferisce restare pure lui aperto. Pazzesco!

Non ne scrivo tanto per farlo, ci pensavo proprio durante queste feste: io ci sono stato dentro fino al collo, quando da dipendente mi godevo le mie agognate ferie di Natale e in Agosto che mi aiutavano a riprendere le redini della mia vita sempre costantemente tesa al lavoro e quando, da piccolo imprenditore quale sono stato per dieci lunghissimi anni tenevo davanti agli occhi sempre e soltanto le serrande della mia attività, con appena 6/7 giorni l’anno di riposo tra l’altro il più delle volte spesi a letto per curare malanni di stagione.

Insomma, è vero che chi fa il nostro lavoro fa del sacrificio virtù e del riposo un vizio da spendere con parsimonia, mi piacerebbe però sapere come stanno veramente le cose, augurandomi che serva, soprattutto mi chiedo se è questo il modello di ristorazione di qualità che consegneremo a chi viene dopo di noi.

Serpico 2001 (magnum) dei Feudi di San Gregorio

1 gennaio 2014 by

Pochi vini campani sanno essere evocativi di una così antica tradizione ma al contempo moderni e capaci di attraversare i nostri giorni con la stessa forza del Serpico dei Feudi di San Gregorio¤.

Irpinia Aglianico Serpico 2001 Feudi di San Gregorio - foto A. Di Costanzo

Negli ultimi dieci anni, da che ho memoria degli assaggi in maniera diciamo così un po’ più rilevante, ricordo pochissimi passaggi minori – forse solo uno, il 2003, ça va sans dire – di questo splendido aglianico da vigne vecchie del comprensorio taurasino. Per il resto, vini sempre centrati, autentici e dal profilo organolettico preciso, di fine struttura, ossuti e tesi e di grande prospettiva.

In effetti il Serpico¤ io l’ho veduto sempre un po’ così, fuori dalla mischia, da quella lotta compulsiva che soprattutto negli anni duemila ha visto l’azienda al centro di un vero boom che non gli ha risparmiato una vera e propria lotta di quartiere in quartiere per conquistare quote mercato. Una crescita non priva di fraintendimenti, certo, eppure Feudi, come poche altre aziende in Italia, nonostante grandi numeri, vanta un buon numero di vini, al di là di Diplomi e Coccarde varie, capaci di sorprendere a distanza anche di parecchi anni. Come ad esempio questo.

Nel mezzo, o frattanto, tanti anni di ricerca e studio che sono serviti a far quadrare il cerchio o perlomeno a selezionare il migliore aglianico¤, in parte da vigne centenarie, misurare l’affinamento più o meno ideale per consegnare ai bicchieri vini sempre più espressivi di un varietale ed un territorio che, non mi stancherò mai di ripeterlo, non hanno assolutamente nulla da invidiare agli altri ‘grandi’ italiani.

Duemilauno, magnum, 12 anni, ad avercene. Preciso il colore rubino appena sgranato sull’unghia del vino nel bicchiere e bene il primo naso, speziato e balsamico. Il tempo nel decanter gli dà slancio e spazio: prugna e liquirizia, pepe e cioccolato, tabacco e sottobosco. Tannino sottile e ancora frutto sul finale di bocca. Il sorso si fa agile e carezzevole, le papille ringraziano. Io pure.

Intervallo|Chapeau et Applause Vincent Girardin

31 dicembre 2013 by

Vincent Girardin Corton Charlemagne Grand Cru 2005 - foto L'Arcante

Non so se una sola immagine (vinosa) possa sintetizzare tutto un anno, anzi, forse proprio no, ma vi fosse un vino, dico uno solo che si possa insegnare, prendere a modello, io non avrei alcun dubbio. Le mie impressioni? Ssss… per una volta no, stiamo solo ad ascoltare.

vincentgirardin.com

L’ultimo post dell’anno

30 dicembre 2013 by

Anzitutto augurarsi il meglio per questo nuovo anno. Tocca farlo, certo che si. Augurarsi buona salute, un lavoro sicuro – che da soli fanno il 99% della serenità -, buone bevute. Per se e per tutti gli altri, soprattutto coloro i quali si vuole bene.

Siamo soddisfatti del lavoro svolto sin qui. On line gira sempre più tanta roba, sul vino intendo, per non parlare del cibo che ormai, dopo aver monopolizzato tutti i Social, impazza pure in tv: dalla mattina alla sera assistiamo a un magna magna infinito. Prima o poi (si spera) toccherà anche al vino. O no? Boh, forse.

Di buono c’è che anche il più scettico e restio dei migliori critici enoici ci mette del suo per avvalorare i contenuti in rete, tanti gli indirizzi sempre più qualificati e all’altezza della migliore carta stampata. Segnali di un cambiamento significativo, del resto la pubblicità da tempo ha spostato gli interessi.

Ciononostante l’insidia che chi, tra questi, prenda a scrivere dal piedistallo e lo faccia solo ed esclusivamente ad indirizzo accademico, come mero esercizio di stile per se e per compiacere i suoi simili, sta dietro l’angolo. Come petit fours un complimento tira l’altro, tra loro; storie uniche, le loro, come unici ed infallibili i loro palati, immortali, d’amianto, come i loro taccuini, appena ingialliti e dalla copertina in finta pelle, dove sono rimasti impressi gli appunti delle più grandi bevute dei più grandi vini al mondo con i più grandi degustatori di tutti i tempi in circolazione. E manco Una Tantum.

Se la suonano e se la cantano, insomma. Tra loro. Con un linguaggio spesso sonante, ricercato, ‘alto’. Troppo. Difficile essere alla loro altezza. Ma siamo proprio sicuri che ne valga la pena?

Ieri, alle 18.08, non appena consegnato questo post alla programmazione del blog, la terra qui in Campania ha preso a tremare, per ben 40 lunghissimi secondi. Tanta paura ma per fortuna niente di peggio. Poi alle 20.49 ancora un sussulto. Dio mio, non era questo il segnale che ti avevo chiesto…

L’Arcante Wine Award® 2013 |Ecco i migliori assaggi del Sommelier dell’Anno

27 dicembre 2013 by

L'Arcante Wine Award 2013 - by A. Di Costanzo

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Torniamo come ogni anno a fare i conti con quanto di (più) buono è passato su questo blog. Inutile sottolineare che  diviene sempre più difficile, per fortuna. Prendeteli per quelli che sono, appunti in evidenza tra decine e decine di buoni consigli e belle persone. Cliccando su questo simbolo – ¤ – ci trovate di volta in volta un più ampio racconto.

Fiano di Avellino 2011 Rocca del Principe - Foto A. Di Costanzo

Miglior vino bianco. Fiano di Avellino 2011 Rocca del Principe¤. Un bianco che strappa applausi, per intensità e lunghezza di beva, più un rapporto qualità prezzo tra i più interessanti d’Italia. 

A. Adige La Rose de Manincor - foto A. Di Costanzo

Miglior vino rosato. La Rose de Manincor 2012¤. Un grande lavoro in vigna e tutta la maestria possibile in cantina per un rosè finemente cesellato e nelle corde di tutti gli appassionati della tipologia.  

Vino Nobile di Montepulciano Antica Chiusina 1998 Fattoria del Cerro - foto L'Arcante

Miglior vino rosso. Vino Nobile di Montepulciano Antica Chiusina 1998 Fattoria del Cerro¤Difficile reperirne ancora in giro ma se tanto mi da tanto viene davvero un piccolo capolavoro puntare su questo straordinario Nobile quale che sia l’annata. Un riferimento!

Franciacorta Collezione Grandi Cru 2007 Cavalleri

Miglior vino spumante. Franciacorta Collezione Grandi Cru 2007 Cavalleri¤. I grandi spumanti andrebbero commercializzati solo ed esclusivamente in magnum. L’idea mi piace, mi convince sempre più e ne traggo continuamente conferme. Eccezionale metodo classico italiano!

Moscato di Saracena 2011 Milirosu Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Miglior vino dolce. Moscato di Saracena Milirosu 2011 Masseria Falvo 1727¤. Tra i primissimi assaggi dell’anno e subito scolpito nella memoria. Un grande bianco da meditazione.

Echezeaux Grand Cru 2011 Liger-Belair

Miglior vino straniero. Echezeaux Grand Cru 2011 Liger-Belair¤. Ti piace vincere facile? E perchè no se a fare scuola sono bottiglie del genere. C’è dentro tutta la magia evocativa della Grande Borgogna e del pinot noir in questa bottiglia.          

Manuela Piancastelli e Peppe Mancini di Terre del Principe

Cantina/Produttore dell’anno. Terre del Principe, Campania¤. Perchè quella di Manuela Piancastelli e Peppe  Mancini viene sempre dipinta come una favola eppure non c’è mai stata così tanta sostanza in un progetto vino come il loro. Bere i loro vini per credere, ci trovi dentro ad ogni sorso una profondità incredibile.

Giulio Ferrari 1995, particolare del Collezione - foto L'Arcante

Enologo dell’anno. Mauro Lunelli, Cantine Ferrari F.lli Lunelli¤. Poche persone ci avrebbero pensato a mettere da parte per così tanto tempo delle bottiglie per vedere cosa ne sarebbe uscito di lì a… 18 anni! Intuizione, coraggio, colpo di fortuna, non so, certo è che il Collezione ’95 è solo l’ultimo dei suoi capolavori, un colpo da maestro che lo consacra definitivamente alla storia enologica italiana. E alla nostra memoria.

Angelo Di Costanzo, Sommelier dell’Anno¤.

Buone Feste!

22 dicembre 2013 by

Auguri di Buon Natale 2013 by Di Costanzo's family

E’ stato un anno di grandi sacrifici, lo sappiamo bene, ma anche di grandi passioni e grandissime soddisfazioni professionali (corali e personali): è stato l’anno di una pioggia di Stelle, Cappelli, Forchette e Baci su L’Olivo e tutto il Capri Palace. E sapete bene che è stato l’anno del Sommelier dell’Anno.

Ma è stato soprattutto l’anno della nostra nuova arrivata Alessia. È stato, infine, l’anno in cui questo piccolissimo blog ha continuato a macinare numeri importanti, (sinceramente) inaspettati, cosa anche questa che ci rende tanta tanta soddisfazione. Adesso un po’ di pausa, ci si vede, puntuali, più in là, frattanto…

Buone Feste a tutti voi, di vero cuore.

Aglianico del Vulture Il Repertorio 2010 Cantine del Notaio, si fa molto presto a dire buono…

20 dicembre 2013 by

Altro ‘porto sicuro’ per gli appassionati è Il Repertorio di Gerardo Giuratrabocchetti, ormai a pieno titolo tra i grandi classici vulturini.

Aglianico del Vulture Il Repertorio 2010 Cantine del Notaio - foto L'Arcante

Torno con grande piacere a scrivere di Cantine del Notaio folgorato da questo 2010 davvero impeccabile, di grande piacevolezza ma anche ricco di complessità e profondità.

Se le annate passate sembravano avere bisogno di un po’ più di tempo per sbocciare e rivelarsi a pieno, qui tutto appare molto chiaro e godibile sin da ora e con significativo equilibrio.

È un rosso di considerevole vitalità già al naso, dove emerge perentorio il varietale in tutta la sua franchezza: sa di prugna e amarena, con rimandi balsamici che si fanno poi di succosa liquirizia; quindi, in bocca, si allunga conciso e saporito ad ogni sorso.

Incanta questo aglianico, ha struttura ma anche armonia, figlio di un’annata buona ma non indimenticabile pare invece baciato dalla sapiente interpretazione che vive, è proprio caso di dirlo, dell’esperienza ormai quasi ventennale del connubio Giuratrabocchetti-Moio.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Aglianico del Vulture Synthesi 2009 Paternoster

18 dicembre 2013 by

I primi ricordi vanno a dodici/tredici anni fa, alle prime scorribande là a Barile alla scoperta di un piccolo nuovo produttore, Michele Cutolo¤ (Basilisco) e il desiderio di camminarci assieme le vigne di questa straordinaria terra.

Aglianico del Vulture Synthesi 2009 Paternoster - foto L'Arcante

Memorabile fu poi un pranzo alla Locanda del Palazzo¤, il luogo dei sogni, il ritorno a casa di Lucia e Rino Botte dove ci siamo tornati molto volentieri più volte negli anni a seguire. La scusa era sempre la stessa, stare là davanti a quello spettacolo naturale della Via delle Cantine¤ e andar per vigne con gente vera, autentica come i loro vini nerboruti, schietti, saporiti. Bellissimo!

Dai Paternoster ci siamo stati più volte, alla cantina storica proprio nel cuore del centro città e quella nuova, imponente, moderna di Podere Villa Rotondo in Contrada Valle del Titolo. Una famiglia che ha contribuito tantissimo alla crescita della denominazione grazie a capolavori come il Don Anselmo ma anche e soprattutto con vini come questo Synthesi 2009 capace di conquistare già al primo sorso.

Rosso dal bel colore rubino vivo, salta subito al naso tutta la matrice vulcanica, poi il frutto, poi ancora rimandi balsamici e terragni. Il sorso è delizioso, l’ingresso è asciutto ma non incalzante, pieno di buona materia ma non pomposo, anzi, ha una bella anima sottile e sapida. Un vero campione!

A proposito dell’aglianico e del Taurasi

17 dicembre 2013 by

È assai piacevole bere con Nando, con lui si aprono continuamente nuovi fronti di discussione interessanti. Non ultimo quello su quanto si stia gestendo male (secondo lui) l’anima più pura di uno dei più grandi vitigni italiani, l’aglianico, costantemente in balìa di pittoresche rappresentazioni ed interpretazioni ad uso e consumo di un mercato a dir poco strampalato (secondo me) e produttori sempre più confusi (secondo entrambi).

Nando Salemme, patron dell'Abraxas Osteria - foto A. Di Costanzo

La goccia (di vino) che ha fatto traboccare il vaso è stata versata sul confronto su due bottiglie 2008, un aglianico per così dire base ed un Taurasi, entrambe dello stesso produttore. Il primo vino, per quanto buono correva sul fil di lana: assai etereo, maturo, risoluto, buono ma praticamente arrivato. Il secondo, manco a dirlo, con ancora tanta strada da fare, succoso, balsamico, speziato, nerboruto: il grande rosso che ci aspettavamo insomma.

Fin qui tutto possibile se non per il fatto che il primo è ancora in listino (praticamente da tre anni) e proposto come vino d’annata, l’entry level per capirci. Scelta aziendale? Opinabile, o più semplicemente vino invenduto, con le annate successive vendute magari tutte o in parte sfuse per ovviare ai costi di gestione. Boh, però qui mi fermo perché le ragioni di una scelta del genere ha mille risvolti che poco interessano alla discussione. Almeno per ora.

Mi preoccupa, ci preoccupa invece, il fatto che in molti soprattutto tra i piccoli produttori irpini di cui ci siamo innamorati in questi anni stiano sistematicamente rinunciando a dare spazio ai loro vini base puntando quasi esclusivamente a fare vini ‘top gamma’ da lungo invecchiamento abbandonando un poco alla volta la produzione di aglianico destinato ad un consumo più immediato. Che tra l’altro è quello che maggiormente ha contribuito alla loro iniziale crescita economica nonché a conquistare appassionati e professionisti proprio come il nostro buon Nando.

Aggiungo il pericolo di un’omologazione verso il basso, invero già palpabile laddove non c’è quell’esperienza necessaria per gestire il vitigno ed il vino per una produzione proiettata nel tempo, evidenza ogni anno abbastanza palese nelle numerose degustazioni all’Anteprima Taurasi. Non ultimo lo smarrimento evidente che ci prende un po’ a tutti davanti a certi bicchieri dove a dominare dovrebbe essere l’uva, magari con l’anima, la scienza e la bravura di chi la lavora e non certo il tempo.

Abbiamo già assistito al fallimento istituzionale della genialata della Campi Taurasini che ha, d’un colpo, fatto lievitare il prezzo delle bottiglie dei secondi e terzi vini di alcuni produttori facendole praticamente scomparire dal mercato, un suicidio che unito alla crisi le ha letteralmente tagliate fuori dalle tavole soprattutto in quei locali dove meglio funzionavano, cioè Winebar ed Osterie tout court con una cucina all’altezza, posti ben frequentati da una clientela magari meno danarosa ma molto disponibile a lasciarsi consigliare. Insomma miei cari vignaioli irpini, su, un po’ più di coraggio, un’altro (secondo) aglianico è possibile!

Stanno tutti bene, più o meno

15 dicembre 2013 by

C’è un tale crescente interesse sui vini campani che è proprio il caso di dire che non si è più figli di un Bacco minore, anzi. Attenzione certificata da molti critici autorevoli che hanno preso a scrivere con una certa continuità e non più solo di Taurasi o fiano di Avellino dei più blasonati ma anche di etichette per così dire ‘minori’ tipo Piedirosso o Barbera del Sannio piuttosto che Falanghina.

Una tendenza seguita dalle migliori Guide ai Vini che mai come negli ultimi tempi battono forte da queste parti scoprendo tante belle e nuove realtà all’altezza della situazione. Non ultimo dalla soddisfazione di trovare nelle carte dei vini in giro per l’Italia qualche buona etichetta ‘fuori dai soliti giri’ che assieme raccontano tanti piccoli spaccati della nostra amata terra.

Grande merito va anzitutto a chi da sempre racconta e tesse le lodi di una viticoltura preziosa che aveva solo bisogno di un po’ più di fiducia e di un maggiore confronto per imporre le sue indubbie qualità. Ma anche e soprattutto a quei produttori che ci hanno creduto in questo percorso che definire ‘ad ostacoli’ tra i provincialismi e la burocrazia che li circonda è veramente dir poco.

Eppure non stanno proprio tutti bene. Questi due mesi sono stato poco in giro, ovvero meno di quanto sono solito fare eppure anche le poche voci raccolte qua e là mi sembrano assai meno rassicuranti di quanto invece invitino a fare le svariate carrellate fotografiche di premi e riconoscimenti che impazzano un po’ ovunque sul web o nelle stanze di rappresentanza.

In Campania, le poche grandi aziende (per dimensione e fatturati) si difendono – ma ancora per quanto tempo potranno farlo? – perché hanno le spalle belle larghe ma l’aggressività con cui si affrontano ‘tra loro’ soprattutto nella Grande Distribuzione va creando precedenti assai pericolosi. Le aziende medio grandi, diciamo quelle già sopra le 150.000 bottiglie soffrono maledettamente, hanno grandi qualità e un buon marchio ma non hanno più tanta liquidità di cassa, il che gli limita soprattutto la capacità di puntare quei nuovi mercati su cui si è potuto fare poco o nulla visti gli altissimi costi promozionali limitandosi ad un’approccio puramente esplorativo.

Sembrano cavarsela così così le piccoline, un po’ meglio quelle con una dimensione unifamiliare e ancor più quando specializzate nella produzione di due o tre vini al massimo. Qui però si sta ponendo un’altro problema, la montante mancanza di fiducia nella ripresa del mercato italiano (e locale) sempre più alla ricerca ‘del prezzo’, una vera martellata sui denti per le piccole aziende, soprattutto laddove di tanto in tanto strappano un buon contratto di un paio d’anni con qualche importatore (che negli states qualcosa si muove). Accade quindi che si sentono al sicuro, fanno spallucce e vanno per la loro strada ma finiscono praticamente in un limbo, pienamente nelle sue mani, dell’importatore intendo. Mi spiego: se questi per qualche ragione salta – non mancano esempi, ndr -, gli salta il 60/70% del fatturato di un anno.

Insomma, ha una fragilità tutta questa situazione che spero non vada sottovalutata e faccia riflettere in molti e far sì che si guardi tutti nella stessa direzione. Comprese le istituzioni che come sempre appaiono assenti quando non distratte e contente – loro si – solo in occasione dell’ennesimo taglio di nastro. La notorietà si sa è un bel treno, ma ogni locomotiva che si rispetti ha bisogno di binari sicuri e soprattutto di una destinazione certa. Altrimenti va a finire che stiamo tutti perdendo tempo.

Tagliatelle con funghi, guanciale e piselli

12 dicembre 2013 by

Tagliatelle - foto L'Arcante

Ingredienti per 4 persone

La pasta

  • 300 gr di Farina “00”
  • 3 uova intere
  • 2 cucchiai di un buon olio extravergine d’oliva

Il sugo

  • 150gr Guanciale
  • 250gr Champignon freschi
  • 125gr Piselli
  • 1 Cipolla
  • 150gr di pomodori Pachino
  • Olio extravergine d’oliva
  • Sale e Pepe q. b.

La pasta¤ potete farla fresca da voi oppure procurarvi mezzo chilo di buone tagliatelle (o fettuccine) secche che in circolazione se ne trovano. Nel primo caso ecco cosa fare velocemente: lavorate a mano tutti gli ingredienti in una boule sino ad ottenere un impasto compatto ed omogeneo; lasciatelo riposare per almeno una mezz’ora prima di stenderlo e tagliarci le Tagliatelle.

Frattanto mondate i funghi (non lavateli, se necessario passateli con un panno bagnato), tagliate a cubetti il guanciale, affettate la cipolla e tagliate i pomodori in quattro. Mettete in una padella grande dell’olio extravergine d’oliva e lasciate appassire a fuoco lento tutta la cipolla. Unitevi il guanciale e lasciate cuocere. Poi i funghi, quindi i piselli, in ultimo una manciata di pomodori, un po’ di sale e pepe. Da questo momento serviranno circa 10 minuti di cottura.

Scolate la pasta al dente e saltatela direttamente nella padella col sugo. Spadellate con attenzione, aggiustate con ancora un po’ di pepe, se preferite unitevi anche del prezzemolo e portate in tavola fumante. Da berci su un bel rosso fresco e leggero, magari servito freddo, meglio se vivace: mi viene in mente il sempre ottimo Gragnano di Grotta del Sole.

Fiano di Avellino 2011 Pietracupa

11 dicembre 2013 by

Dovessi scegliere tra i fiano di Avellino in circolazione quello con il rapporto prezzo-qualità più sorprendente questo qui di Sabino Loffredo si giocherebbe alla grande il podio più alto.

Fiano di Avellino Pietracupa 2011

L’impianto è solido e promette ancora buona evoluzione, bello già il colore carico e luminoso. A cercare il pelo nell’uovo il profilo organolettico manca forse di quello scatto mordace a cui siamo abituati nei vini di Pietracupa, qui abbastanza sobrio; di certo l’annata è stata letta più che bene, gestita con coraggio nonostante il caldo di quell’anno spingesse molti a vendemmiare in fretta e furia facendo poi vini sostanzialmente più magri e verticali.

Gli ha fatto bene stare in bottiglia, non a caso pare tra i più performanti fiano duemilaundici in circolazione. È un piacere starci col naso nel bicchiere, offre rimandi varietali di grande autenticità e in fin dei conti trovo di giustezza anche il sorso, pulito, rinfrancante, sapido, assai piacevole soprattutto se accompagnato con pietanze poco salsate.

The End

11 dicembre 2013 by

Nulla sarà più come prima. L’Associazione Italiana Sommelier attraverso le parole del suo presidente Antonello Maietta sancisce¤ la rottura¤ con Ais Roma che anticipa di confluire in un nuovo soggetto, Fondazione Italiana Sommelier: ‘fine di un incubo’ scrive¤ Maietta.

Il 2013 si conferma quindi l’anno delle grandi scissioni politiche. Generalmente dalle cadute si esce più forti e motivati, speriamo che sia proprio così e che sia ‘il vino’ a guadagnarci (e non solo ancora un soggetto in più a cui conferire riverenza, campionature, oboli).

Barolo La Serra 2009 Giovanni Rosso

10 dicembre 2013 by

Si corre sempre il rischio di un po’ di riverenza al cospetto di una denominazione di un certo spessore, la giovane sfrontatezza di questa bottiglia poi non aiuta certo a ridimensionare la questione.

Barolo La Serra 2009 Giovanni Rosso

Tant’è che il La Serra di Davide Rosso val più del rischio (tutto da verificare) di una lavata di testa: l’ho trovato di gran lunga il miglior Barolo saggiato quest’anno, fitto, avvenente, ossuto, carezzato da un manico lesto ma assai morigerato, che gli dà fascino e avvenenza, che lo esalta ma senza forzarne la misura. Ha un’impronta maledettamente moderna, dinamica, questione questa sempre difficile da riuscire a coniugare con giustezza con un vino così antico e prezioso come il Barolo. Insomma la standing ovation è appena dietro l’angolo.

Nel bicchiere un rosso un po’ più carnoso e verticale del crudo e risentito Cerretta stessa annata, almeno a berli oggi, che impressiona in particolar modo per il notevole slancio olfattivo tutto giocato su sentori varietali di una nettezza formidabile – con quei frutti neri e quel lampone pare appena spremuto -; e stupisce anche la giustezza del sorso, certo giovane, giovanissimo ma polputo e teso che si allarga succoso e tannico sul palato come solo i grandi vini di Serralunga sanno essere. Interessante stargli dietro, diciamo così, nei prossimi 20 anni…

Fiano di Avellino Exultet 2010 Quintodecimo

9 dicembre 2013 by

Non c’è che dire, le bottiglie di Luigi e Laura hanno decisamente bisogno di spazio davanti, hanno bisogno di una lunga progressione nel tempo per distendersi ed affinarsi. Ancor più le annate recenti.

Fiano di Avellino Exultet 2010 Quintodecimo

Sontuoso l’Exultet 2010, sontuoso e al tempo stesso vibrante mi viene da aggiungere. Un fiano di Avellino dal profilo organolettico di un tale spessore da rimanerci di sasso, soprattutto se ti capita servito alla cieca in mezzo ad altri quattro Campioni di tutto rispetto. Vino dal naso prorompente, che un po’ lo cogli già dal colore bello luminoso e carico che ti debba qualcosa di particolare: si rivela pieno, verticale, complesso, finissimo.

A giocare coi ricordi ci senti dentro tutta la frutta gialla che conosci a menadito, matura e succosa, camomilla e tiglio, ci cogli sensazioni dolci e quel rintocco un po’ agrumato un po’ balsamico che fa rinvenire tutto a primitiva freschezza. Quanto è buono te ne accorgi sin dal primo sorso: l’attacco è vivace e l’allungo carnoso e minerale, tremendamente sapido. Bianco impressionante per fittezza, eleganza, equilibrio. Ma c’è di più: che abbia fatto (in parte) legno lo sai solo quando tiri via la stagnola dall’etichetta.

E questo è un’altro grande merito del lavoro di Luigi mai contento dei risultati nonostante il grande successo, un uso sempre più misurato del legno e come sempre mai fine a se stesso. Ecco, puoi credere di essere bravo, puoi pensare di saper già tutto del fiano, dei fiano, quelli migliori, autentici. Puoi tranquillamente continuare a farlo ma tieni in conto che non sarà mai abbastanza!

Ruffoli, Camartina 2008 Querciabella

8 dicembre 2013 by

Se tanto¤ mi da tanto anche questo qui avrà vita lunga. Torno sempre con un certo piacere ai vini di Querciabella, azienda di cui si parla sempre troppo poco nonostante negli ultimi 20 anni abbia fatto da apripista prima alle produzioni biologiche, poi a quelle ‘naturali’ sino a divenire un riferimento in Italia per la biodinamica.

Camartina 2008 Querciabella

Batteria davvero interessante quella presentata a Milano per la bella serata messa su da Quality Wines al N’Ombra de Vin¤ lo scorso novembre. Fra tutti mi è molto piaciuto il Camartina 2008, un rosso carnoso e di grande piacevolezza, dal naso slanciato, intriso di frutto e dal sorso importante, carico di materia fine e ben espressa, in perfetto stato di grazia: i tannini risultano ben fusi, l’alcol mai invadente, col frutto che ritorna succoso e dolce sul finale di bocca.