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Bacoli, Cruna DeLago 2008 La Sibilla

13 luglio 2010

“Guardi avrei proprio voglia di lasciarmi consigliare da lei un bel vino campano, qualcosa che mi possa far cambiare idea ed opinione a riguardo: deve sapere che lì, su al nord, non è che si beva benissimo, ci sono certi soloni, tutti matti per lo sciardonnè, ma per me che amo il sud rimane comunque piuttosto difficile trovare dei vini della vostra regione che mi entusiasmino in modo particolare, ma è possibile che avete solo Cantine Sociali..?”

Carlo Bernini (nome puramente di fantasia, ndr) si è dimostrato un ospite molto gradito. Avvocato in Cassazione, spalle larghe, almeno quanto il bacino e sessant’anni nemmeno a vedergli la carta d’identità, viso tondo tendente al paffuto, dagli occhi azzurri, semi chiusi; persona però distinta, appena un po sfacciata, curiosa, insomma uno di quei clienti che pagheresti per avere alla tua tavola, e non solo per le belle bottiglie che ti lascia decidere di aprire, e nemmeno per la lauta mancia che ti offrirà alla fine per ringraziarti, stavolta con gli occhi ben aperti, azzurri, lucidi, soddisfatti per avergli riservato una piacevole serata: la tua soddisfazione, la grande soddisfazione l’avrai ottenuta invece da quelle poche parole, tra le mille venute fuori durante la cena, che ha saputo far entrare, esprienza alla mano, con le sue osservazioni, con le sue puntualizzazioni, con i suoi aneddoti, nella tua mente, prepotentemente, parole che mai dimenticherai!

L’avvocato Bernini ne ha viste tante in vita sua, e ne ha districate troppe per fidarsi ciecamente: “mi sono occupato di frodi alimentari e di vino per circa un ventennio, e credimi mio bel sommelier, la purezza delle tue parole, il tuo racconto mi affascinano, ma non mi convincono, ho bisogno di più”. Avvocato mi lasci dire, che brutta opinione che s’è fatto del vino, lasciamo stare le mie chiacchiere, facciamo che a parlare sia il bicchiere, io le faccio bere due-tre cosette, lei, alla fine, mi deciderà cosa val la pena pagare e cosa no, ci stà? “Intraprendente…”.

Così dopo una ouverture leggiadra a base di Biancatenera di Tramonti (Monte di Grazia bianco ’09) confido che sia il Cruna DeLago di Luigi e Restitua Di Meo a scalfire la mistica  pervasione del vino nostrano agli occhi dei transumanti avventori dell’alta langa. “Un vino delizioso, ti dà l’impressione di volerti piacere per forza ma non è ruffiano, non ammicca in maniera insolente, dico bene?”  Dice bene, essere se stesso è un suo tratto caratteriale. Il vitigno di cui è composto, la Falanghina dei Campi Flegrei ha la capacità di conquistare i palati senza sciolinare false pretese, offre vini sinceramente franchi, austeri e sottili al naso, asciutti e minerali, profondi al palato. Il vino che ne viene fuori è di solito vivo come la storia millenaria imprigionata nelle centinaia di enclavi di monumenti che ne costellano il territorio tutto, da Pozzuoli a Bacoli, ed il Cruna DeLago è una delle sue massime interpretazioni: giallo splendente, intriso di profumi di glicine e pino mediterraneo, quello delle coste di Agnano, austero proprio come l’anima dei suoi vignaioli, legati alla propria terra più che a se stessi, un nettare asciutto e minerale come le falde ardenti del vulcano Solfatara, salmastro non per evoluzione ma per finissima vocazione.

Ecco avvocato, mi sono tenuto defilato, niente nomoni, non le ho nemmeno raccontato della crescita inimmaginabile, il successo del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo, e le ho servito il Fiorduva solo perchè così come richiesto dal dotto’ Impresacchi: ma mi dica, le sono piaciuti i vini? “Angelo, ho molto apprezzato, vorrei tanto conoscere di questo Alfonso Arpino, come si fa ad allevare vigne di cent’anni? E poi i Campi Flegrei, pensare alla Falanghina con questa profondità così mediterranea non mi era mai capitato prima, oggi ho scoperto due bei vini!

E’ solo l’inizio mio caro Avvocato, questa è la mia terra e non ha confini!

Sorbo Serpico, il vino Kasher secondo Feudi

11 luglio 2010

Uno degli aspetti che più amo del mio lavoro è imparare, riuscire a cogliere uno stimolo, un insegnamento, da ogni esperienza che vivo, quotidianamente. E’ da un po che mi frulla in mente di parlare del vino Kasher, argomento che in realtà ho già affrontato passato, ma aspettavo l’occasione per entrare nel merito di una produzione che appartenesse alla nostra Campania, e che riscuote, tra l’altro, un ottimo successo. Ai più non sarà sfuggito che il vino, più di ogni altra bevanda, gode da sempre di una sua particolare sacralità, ma non quella dettata dai fanatici guru guidaroli o dai neo profeti in patria, ma quella intesa nel vero senso letterale della parola, di liturgica definizione, che fa cioè del dolce frutto offerto all’uomo dalla terra, un dono di Dio, e per questo curato (in vigna) e prodotto (in cantina) seguendo protocolli rigidissimi al fine di preservarne purezza ed integrità.

Il vino Kasher rappresenta in Italia una produzione certamente di nicchia ma più diffusa ed apprezzata di quanto si pensi, tanto dallo spingere diverse aziende italiane ad investire in tale direzione per potersi garantire anche solo uno spicchio di un mercato, che se in patria può risultare circoscritto in particolar modo a Roma o su di lì, in certi paesi, Stati Uniti in primis, può rappresentare una importante opportunità commerciale. Così una delle più preziose delle aziende leader in Campania, per qualità dell’offerta e diffusione sul mercato offre da qualche anno due riuscitissime interpretazioni di vino kasher: il Fiano di Avellino Maryam e l’Aglianico Rosh; Stiamo parlando evidentemente dei Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico.

I Protocolli di produzione, come detto sono rigidissimi, basti pensare per esempio che ogni operazione manuale o spostamento mosto/vino deve essere eseguita da ebrei osservanti; Ogni eventuale intervento da parte di terzi comprometterebbe l’intera produzione di vino Kasher. Durante le varie attività di produzione è importante che tutti gli impianti in metallo o vetroresina siano precedentemente lavati con abbondante acqua bollente; Le parti di raccordi in gomma, qualora già utilizzati in cantina vanno procurate nuove.

Il personale ebraico entra in scena sin dall’operazione di spremitura delle uve, già per ribaltare le cassette da far pervenire nella coclea, azionare la pigiatrice e/o diraspatrice, le pompe che dirigono il mosto nel tino. Solo da questo momento, il Mevushal (vino cotto) può essere toccato da ogni operatore purchè ad ogni travaso o altra operazione successiva sia presente l’autorità Rabbinica, la quale poi provvederà a certificare la congruità delle fasi di lavorazione nonché il prodotto imbottigliato attraverso da tre segni distintivi: l’etichetta, l’eventuale retroetichetta ed il tappo di sughero con il segno di riconoscimento o marchio del Rabbinato. In particolare in etichetta dovrà apparire il nome del Rabbino che ha eseguito il controllo e che rilascia il certificato, tale etichetta può anche essere eventualmente applicata sulle scatole d’imballaggio, sarà comunque sempre l’Autorità Rabbinica a rilasciare ogni volta il numero di etichette o tappi necessari all’operazione. Tutta la produzione annuale viene comunque accompagnata da un certificato originale registrato presso il Rabbinato Centrale d’Israele che ne garantisce tra l’altro anche l’esportazione. Rosh come detto è prodotto da uve aglianico, in verità chi si è appassionato negli anni a quel campione di ottimo rapporto prezzo-qualità che è il Rubrato, saprà cogliere in questo vino similitudini assai efficaci. Il vino sfoggia un bel colore rubino con fresche nuances violacee, mediamente consistente. Il primo naso è fragrante, intenso, non ampissimo, ma le sensazioni di frutta a polpa rossa e le note caramellose contribuiscono a definirne un profilo olfattivo molto invitante che chiude su leggere sfumature speziate. In bocca è secco, l’ingresso sul palato è molto gradevole, il frutto rimane in primo piano, delicato, pulito, anche in questa fase non si concede profondissimo ma è piuttosto gradevole ed appagante, leggero, schietto.

Tra le varie specifiche dettate dal Rabbinato ci sono ulteriori condizioni imprescindibili che l’azienda deve garantire per poter produrre vino Kasher, tra queste ne rammentiamo alcune tra le più importanti: le piante da cui provengono le uve devono essere vecchie di almeno 4 anni, le stesse ogni sette anni debbono essere lasciate improduttive e non è possibile produrre verdure o frutta tra i filari; Infine ad ogni vendemmia almeno l’1% della produzione di vino deve essere buttata nelle vigne rifacendosi al rito che simboleggia la tassa del 10% che una volta si pagava al Tempio di Gerusalemme.

Chiacchiere distintive, Ciro Potenza

11 Maggio 2010

No, non mi sono sbagliato, c’è un’altro protagonista in questa storia ed è, con il Vesuvio, il simbolo di Napoli nel mondo: la pizza, la più grande passione, assieme al vino naturalmente, di Ciro Potenza, napoletano di Salita Tarsia, classe ’83, giovane e dinamico sommelier di Palazzo Petrucci, a Napoli unico ristorante Stella Michelin. L’Arcante ci ha fatto quattro chiacchiere, distintive come sempre di bravi sommeliers che lavorano per affermare la propria passione e professionalità!

Allora Ciro, entriamo subito nel vivo della chiacchierata. Come nasce la tua passione per la sommellerie? Mia nonna è irpina, di Frigento. I miei primissimi ricordi legati al vino sono dell’infanzia, quando andavamo in campagna a trovarla, per me era bellissimo stare in mezzo al verde con i panorami irpini e le viti a fare da sfondo. Ma il vino arriverà solo più tardi, io vengo da una famiglia di pizzaioli e le prime esperienze di lavoro le ho avute in bottega con mio padre, ero fortemente affascinato dalla pizza, più che un alimento, un rito, un’arte dalla storia antica. A 16 anni incontrai Enzo Coccia (Pizzeria La Notizia, tra le migliori a Napoli) ed iniziai a collaborare con lui. Da li gli studi sulla storia, le materie prime, i primi corsi di formazione, le consulenze: alla fine mi ritrovai un vero e proprio “artigiano pizzaiolo”. Nel 2006 attratto sempre più dai giochi di abbinamento che con lo stesso Enzo provavamo a fare in pizzeria, mi iscrissi ai corsi dell’ Ais di Napoli, un ottimo viatico per la mia formazione.

Quale il momento in cui ha capito di poter avere un futuro nell’ambito della sommellerie? Ci sono stati una serie di eventi favorevoli. In primis l’aver ottenuto un ottimo risultato al corso, subito dopo l’incontro con il Gambero Rosso. Ricordo che la Città del Gusto era stata inaugurata da pochi mesi, cercavano un giovane sommelier ed io avevo da poco finito il corso, feci il colloquio e mi scelsero; Era il 2008. Poi la partecipazione al master sulle acquaviti “la ricerca dell’eccellenza” organizzato dall’AIS e dalla distilleria Bonaventura Maschio, e la borsa di studio vinta come primo classificato per il sud. Subito dopo l’esperienza al Gambero ci fu l’incontro con la proprietà del ristorante Palazzo Petrucci che era in cerca di un sommelier. Sin dal primo momento c’è stata grande intesa sia con Lino Scarallo, lo chef, che con tutto lo staff del ristorante. Quando si dice al posto giusto al momento giusto!

Chi è, se c’è, il tuo modello professionale, chi ti ha aiutato a migliorare nella tua crescita professionale? Sicuramente la mia famiglia ed i miei affetti. Ringrazio ancora Enzo Coccia per avermi sempre incoraggiato nonostante mi avviavo a fare un salto nel buio cambiando completamente lavoro, ma anche e soprattutto un amico, Paolo De Cristofaro; Al Gambero di Città della Scienza ho collaborato per un anno, e lui che è un grande comunicatore mi ha aiutato molto a crescere.

Cosa ti piace dell’ambiente in cui lavori, cosa possiede di speciale? Sono a Palazzo Petrucci da poco più di un anno, qui ho trovato un gruppo di lavoro molto affiatato ed una proprietà davvero sensibile, mi hanno aiutato molto ad entrare subito in sintonia con tutto l’ambiente. E poi ho la possibilità di lavorare a stretto contatto con Lino Scarallo, cosa per me molto esaltante,

Com’è la tua carta dei vini? Come scegli di acquistare i vini e come li proponi ai tuoi ospiti? La mia carta è in continuo movimento, cerco sempre di aggiornarla con nuove proposte. Attualmente sono circa 500 le etichette, con grande spazio alla Campania; A breve ci sarà il completamento della cantina che stiamo allestendo in un adiacente locale storico. I vini che acquisto sono soprattutto quelli che piacciono a me e che certamente posso abbinare alla nostra cucina. Al tavolo invece, cerco sempre di coinvolgere i miei ospiti proponendo nuove esperienze, magari stuzzicando la loro curiosità.

Il vino del cuore e quello che desideri di bere prima o poi? È difficile sceglierne uno, ritengo il Fiano e l’Aglianico due vitigni di grandissimo spessore. Poi mi piace tantissimo il Verdicchio, i Sauvignon della Loira e del Friuli, alcuni Champagne, blanc de blancs in particolare, i Riesling tedeschi, il Pinot Nero in Borgogna ed alcune interpretazioni dell’Alto Adige. Amo tanto anche i Super Tuscans ed i rossi delle Langhe. Al sud guardo sempre con interesse al Vulture, all’Etna ed al Carignano in Sardegna. Nutro grande passione per i vini da dessert, indistintamente! Il vino che desidero bere? Uno di quei vini che sfidano il tempo, capaci di emozionare e lasciare il segno.

Il nostro lavoro è di grande sacrificio, rimpianti o che cosa avresti voluto cambiare? Rimpianti no, ma se potessi tornare indietro frequenterei l’istituto alberghiero, sicuramente più attinente al mio percorso.

Il tuo rapporto con l’ais, c’è qualcosa che potrebbe fare di più l’associazione per te? La mia esperienza con l’AIS è stata felicissima, purtroppo non ho molto tempo da poter dedicare alla vita associativa, ma cerco di essere presente alle rassegne, a volte anche solo per mezz’ora! Per me anche la semplice chiacchierata con un collega può essere un momento di crescita .

Gli amici, la famiglia, come concili il lavoro, con tutto questo? I momenti da poter dedicare a se stessi ed ai propri affetti sono sempre di meno, ma ho la fortuna di avere una compagna fantastica, che ha capito quanto sia importante per me questo mondo, ed è sempre pronta a sostenermi. C’è poi il gruppo storico di amici, tanti studiavano a Napoli come fuori sede, cerchiamo di incastrare i giorni liberi e di vederci.

Le tue aspettative, cosa ti auguri per il futuro? Per un giovane come me la voglia di sapere è quasi ossessiva e spero di poter soddisfare la mia curiosità, mi piacerebbe conoscere il vino nell’anima così come ho fatto in passato con la pizza, ci vorrà del tempo, visto la vastità dell’argomento e la dinamicità di questo settore, ma sono paziente! Mi auguro infine di poter seguire sempre le mie passioni, e di poterle esprimere al meglio.

Bene, grazie Ciro per la bella chiacchierata, ad maiora!

La Campania che vogliamo, Quintodecimo al Capri Palace e menu stellato a quattro mani

7 Maggio 2010

CapriPalaceHotel&Spa

L’Olivo incontra Quintodecimo

Venerdì 14 Maggio ore 19,30

Nello scenario incantato dell’isola di Capri va in scena un evento dal particolare sapore tradizionale campano, un incrocio di territori, storie, uomini: il ristorante L’Olivo, due stelle Michelin dal 2009 accoglie nella splendida cornice di Anacapri l’azienda irpina Quintodecimo del prof. Luigi Moio .

Luigi Moio, per i pochi che ancora non lo sapessero, ha fatto la storia dell’enologia campana, ha stravolto atavici equilibri e bilanciati dei nuovi, ha rilanciato sin da tempi non sospetti il senso fondamentale della terra, della vigna prima di tutto, al quale ha applicato con minuziosa visceralità il concetto, per molti secondario sino ad allora, di conoscenza scientifica dei suoi elementi. Suoi i primissimi studi sui principali vitigni campani, ed il progetto in quel di Mirabella Eclano esprimerne al meglio le qualità e vocazioni.

Al talento ed alla tecnica esemplare dell’executive chef di casa Oliver Glowig si affiancherà per l’occasione l’estro irpino di Antonio Pisaniello, fresco della prima stella Michelin in quel di Nusco nella sua deliziosa Locanda di Bu. I due, uniti trasversalmente dalla forte sensibilità alla valorizzazione della migliore cucina territoriale campana si cimenteranno per l’occasione nell’elaborazione a quattro mani di un menu degustazione ad hoc in abbinamento ai vini di Quintodecimo.

L’evento è solo il primo di un ricco calendario di appuntamenti di prestigio che per tutto il 2010 vedrà tra gli altri Renzo Cotarella, Olivier Krug e Silvia Imparato passarsi il testimone sotto il cielo caprese. In occasione dell’incontro con Luigi Moio, dopo il prologo nella storica cantina “Dolce Vite” dove verrà presentata l’azienda ed i suoi progetti degustando e raccontando la Falanghina Via del Campo 2007, seguirà la cena degustazione presso il ristorante L’Olivo abbinata con tutti gli altri preziosi vini prodotti in terra d’Irpinia.

Questo il menù della serata:

Ricotta fritta di Montella con purea di broccoli, acqua di pomodoro, patate, alici e soppressa tiepida Chef Antonio Pisaniello

Raviolo di gamberi e zucchine al limone con uovo a bassa temperatura Chef Oliver Glowig

Filetto di Triglia con patate schiacciate e midollo gratinato in salsa di ribes nero Chef Oliver Glowig

Polpettine di Laticauda con purea di piselli, sale nero, genovese di cipolle di Sausa e fiori Chef Antonio Pisaniello

Tarte alla vaniglia con sorbetto di nespole Chef Oliver Glowig

In degustazione, condotta dai sommeliers Angelo Di Costanzo e Giovanni Guida:

  • Sannio Falanghina Via del Campo 2007
  • Fiano di Avellino Exultet 2007
  • Greco di Tufo Giallo d’Arles 2007
  • Irpinia Aglianico Terra d’Eclano 2006
  • Taurasi Riserva Quintodecimo 2004
Per informazioni dettagliate e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri – ITALIA
Phone: (+39)081 978 0225
Fax: (+39) 081 978 0593
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com

Chiacchiere distintive, Giovanni Piezzo

6 Maggio 2010

Un sorriso splendente, che riflette l’amore per il proprio lavoro, ecco una delle qualità imprenscindibili di un buon sommelier;

E’ così che ci accoglie Giovanni Piezzo, sommelier napoletano di lungo corso da poco più di un lustro alla corte di quello che per molti è oggigiorno l’ineccepibile custode della tradizione gastronomica campana, e se non il più illustre di sempre, di certo il massimo esponente attuale; Eh sì, perchè Gennarino Esposito pur ancora giovanissimo, da almeno un decennio a questa parte ha stravolto e non poco certi equilibri, per così dire, epocali, cavalcando intelligemente e meritatamente il lento defilarsi del mitico “Don” Alfonso Iaccarino, deciso a dedicarsi più all’etichetta di rappresentanza che ai fornelli, lasciandoli (infuocati più che mai, ndr) nelle talentuose ma pur giovanissime mani del figlio Ernesto, dopo oltre trent’anni di onorata avanguardia culinaria.

Ma torniamo al post di quest’oggi, dedicato al bravo collega sommelier che opera tra i tavoli del rinomato ristorante di Vico Equense,  Torre del Saracino; Con Giovanni Piezzo ci siamo spesso incrociati, godiamo di tante buone amicizie comuni, ma come spesso capita è oggi la prima volta che riusciamo a fermarci e chiacchierare distintamente sul lavoro che ci accomuna, ci appassiona, ci delizia, un momento di confronto per capire come va in questo pezzo di costiera tanto amata quanto distratta.

Quasi trent’anni di onorata carriera, ne hai visto delle belle? Eh sì, ne ho visto proprio tante, ascoltate forse di più, per non parlare di quelle bevute! Però c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, imparare, capire.

Qualcuno ha idee strane del sommelier, del suo lavoro ricorda più o meno solo il servizio ai tavoli, cosa puoi dire in proposito? Beh, come sempre ci si ricorda solo dell’aspetto più immediato: opportuno rimarcare le ore che trascorri a relazionarti per gli acquisti, alle mille arrabiature per le mancate consegne e per gli ordini errati o mal gestiti, al tempo dedicato a caricare e scaricare le bottiglie in cantina, alla sua organizzazione in generale. Ogni tanto avremmo bisogno di giornate da trenta ore, così quelle 6 o 7 per il riposo ci entrano facili!

Entriamo subito in argomento, come si lavora alla Torre del Saracino? Bene, molto bene, c’è tanto da fare e tanto altro da pensare, ma si lavora in armonia. Arrivavo da una esperienza ultradecennale alla Cantinella di Napoli, dove ho imparato tanto e lavorato sodo, l’impatto qui a Seiano non mi è pesato più di tanto. Forse più ha potuto la lontananza da casa, ma alla lunga ci si abitua.

Quali sono le principali caratteristiche della tua carta dei vini? Originalità innanzitutto, ed una proposta quanto più fedele alle proprie idee. Lavorare in un ristorante come questo, tu mi comprenderai, significa ascoltare le esigenze di una clientela molto eterogenea e particolarmente esigente; Certi vini, anche se comuni, non possono mancare, ma non può mancare nemmeno la ricerca e la spinta verso le novità del mercato; Sia chiaro, nessuna fisima, però l’attenzione è necessaria.

Ecco, dove rivolgi la tua attenzione in quest’ultimo periodo? Devo fare una premessa, che può apparire banale ma non lo è: un buon sommelier deve avere curiosità e coraggio, mettersi in gioco, ma ha bisogno che l’azienda lì dove lavora lo sostenga, ed in questo mi reputo piuttosto fortunato. Guardo con molte aspettative ad alcune regioni e vini emergenti della Spagna, ma anche all’Austria e alla Germania. Ultimamente dedico molti assaggi ai vini di Bierzo e Valdeorras, che trovo piuttosto sorprendenti, della Stiria e della Mosella. Difficilmente trovo vini banali, quasi sempre bottiglie imperdibili.

Vini banali, argomento interessante, quali quelli da evitare assolutamente? Non si può stilare una mappa dei vini da evitare, me ne guarderei bene dal farlo, però è chiaro che certi standard sono ormai obsoleti. Il “super vino” per esempio è un fenomeno dichiaratamente passato di moda, chi si ostina a pensarla diversamente sbaglia, certi vini finiscono per essere souvenir polverosi da cantina.

Come ti difendi da certi stereotipi, ci riesci? E cosa proponi in alternativa? Non si può mica aspettare che sia solo il cliente a chiederti di bere qualcosa di nuovo; Io lancio un idea, una proposta, il più delle volte mi seguono, mi lasciano fare, così creo il precedente.

Di questi vini, curi tu i rapporti con le aziende, sei tu a cercarle o te le propongono? Certi rapporti nascono anche e soprattutto per amicizie comuni, il cosiddetto passaparola, e pensiamo a curarli noi in prima persona. Questa forse è un’altra sfida, spesso l’intermediazione è necessaria ed utile, molto più spesso no, addirittura può risultare deleteria.

Cosa propone di interessante in questi giorni la cantina della Torre del Saracino? C’è tanto, ed in generale a prezzi molto convenienti. Pensa che spesso vecchi clienti si portano via intere casse di alcuni vini che qui custodiamo in millesimi ormai impossibili da ritrovare in giro, ti dico per esempio de Le Pergole Torte di Montevertine…

Uno dei Super di cui sopra? (ride) No dai, era solo per darti un nome tra i i più blasonati vini dell’amata Toscana.

Grazie Giovanni, il pranzo alla tavola di Gennarino rimarrà sicuramente nella memoria tra i più buoni di sempre, la nostra piacevole chiacchierata invece mi ha aperto ad uno straordinario professionista quale sei e con il quale spero in futuro di condividere esperienze e confronti, complimenti sinceri!

Montefalcione, Vino della Stella 2009 Joaquin

23 aprile 2010

Chisto è pazzo! Inutile nasconderlo, è stato il primo pensiero che mi ha assalito quando l’ho conosciuto, a Capri, un mattinata estiva di giugno quando mi è venuto a trovare al Capri Palace per lasciarmi un saluto.

Era sull’isola azzurra con il suo enologo Sergio Romano per “visionare” alcuni vigneti dai quali trarre spunto per un nuovo progetto, molto ambizioso (oggi di prossima uscita, del quale però ne parlerò tra qualche settimana) per dare nuova linfa ad una viticoltura isolana un tantino assopita negli ultimi decenni. In effetti a guardar bene le idee messe in campo negli ultimi quattro anni da Raffaele nel suo personalissimo arcipelago Joaquin, l’ambizione, e in taluni casi la sfrontatezza, sembrano essere l’essenza vitale che riesce a tenere ancora labile la sottile linea che passa velocemente tra l’estrema ratio costruttiva del Pagano vigneron alla totale impulsività, ecco la pazzia, dell’artista creativo che rincorre l’opera perfetta e non esita a cercarla.

Raffaele è un vulcano in piena eruzione, e come un vulcano difficilmente accetta ostacoli insormontabili, le sue sono intuizioni folgoranti e idee talvolta estreme ma pur sempre espressioni di un ideale proprio, vero, autentico; Prendete ad esempio la vinificazione in bianco dell’aglianico, qualcuno ha fatto proclami, anche fuori regione, del proprio azzardo, ma in effetti di aglianico in certi vini vi era una bassissima percentuale, giusto quella per far gridare alla geniale primogenitura. “L’unico bianco con base 100% aglianico (di Taurasi!) è I Viaggi 2006 di Joaquin, perché io non credo alle mezze misure, ma, se vi sono, alle reali opportunità”. Non vi basta? Pensate allora all’utilizzo dei legni per la fermentazione e/o l’affinamento dei vini bianchi: in genere cavalcando l’onda di “tutti pazzi per il rovere” ne abbiamo visti di tutti i colori, a volte scempi inauditi, il Pagano s’impone di usare l’acacia, perché? “Perché è più prezioso, cede poco o niente al vino e pertanto il mosto che ci finisce dentro deve averne di carattere per uscirne glorificato”; non ha tutti i torti, il legno, come spesso ripete anche Luigi Moio, è un mezzo, non il fine, ma da questo malinteso di fondo in molti per troppo tempo hanno pensato alla barrique non come strumento di valorizzazione ma come artefice di caratterizzazione, un errore tra i tanti, che hanno fatto passare per buoni certi concetti stereotipati e vecchi già prima di nascere.

Il Vino della Stella 2009 è un Fiano di Avellino (in questi giorni in commissione d’esame della docg in attesa di approvazione), nasce dalle vigne in Montefalcione, sul versante che affaccia su Lapio (nello specifico, in linea d’aria, proprio di fronte alle vigne giardino di Clelia Romano), vendemmiato, per essere precisi, il 27 di Ottobre 2009 da un appezzamento di circa un ettaro e mezzo che ha dato solo 6620 chilogrammi di uve fresche, vinificate esclusivamente in acciaio (in serbatoi costruiti su richiesta in formato 1 a 1, vale a dire con superficie di contatto delle bucce quanta più ampia possibile) e dalle quali si sono ottenuti circa 4700 litri di vino, più o meno 6200 bottiglie circa.

E’ un vino intrigante, veste di giallo paglierino tenue ma di ottima vivacità, il naso ha bisogno di tempo, per cui lo lasciamo scorrere nel bicchiere e ad ogni sniffata ci accorgiamo della leggera virata, dall’erbaceo iniziale al floreale e fruttato conseguente, spiccate le note verdi che ricordano l’erba falciata, ma appena dopo un po’ ancora più affascinanti i profumi di melone bianco e fiore di tiglio che richiamano l’idea di un vino in continuo divenire. In bocca è secco, l’ingresso è fresco ed abbastanza caldo, cerco conferma della sua struttura alcolica e ne ho certezza, sopra i tredici e mezzo, eppure gradevolissimo. Adesso la temperatura è più alta e le note olfattive entrano in una orbita più fragrante rimarcandone piacevoli sensazioni dolci e morbide.

E’ certamente un azzardo delinearne adesso un profilo organolettico ineccepibile, lungi da me, ma credo sia un vino di buona stoffa, e tra qualche tempo sarà capace di esprimere un equilibrio ed una piacevolezza da vero campione, e senza dover aspettare due-tre anni dalla vendemia: ecco, ci sono! Forse questo fiano di Avellino non possiederà una prospettiva verticale assoluta ma dona certamente di sé già una immagine diversa dalle rincorse alle mineralità alsaziane o dalle sfaccettature tropicali di certi fiano cotti dal sole: ma certo, la terza via, possibile che esista una terza via che si divincoli dalle acidità marcate o svolti drasticamente dalle morbide curve dell’obesità californiana? 

Tramonti, verticale storica Monte di Grazia rosso

22 marzo 2010

Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile! E’ una promessa che ho fatto a me stesso, che ho maturato negli anni, che ho consegnato, spero nella maniera più chiara possibile, attraverso i miei scritti: un approccio al vino, sano, condiviso, meticoloso, fruibile, che continuerò a sviluppare in tutti gli anni a venire.

Credo nelle belle persone che ho incontrato sulla mia strada, camminando vigne e girando cantine, stappando e assaggiando (tantissime) bottiglie, correndo (tanto di più) tra i tavoli dei ristoranti dove ho avuto la fortuna di lavorare rincorrendo clienti dei più diversi e, grazie a questi e ai loro buoni consigli, tante belle esperienze raccolte in giro, utili ad insegnarmi come stare al mondo, in questo mondo del vino che mi appassiona sempre più e che rispetto sempre di più.

Credo nei cronisti del vino, non nei guru, guardo con attenzione, talvolta con ammirazione e rispetto agli “industriali del vino”, quando per industriali s’intendono due, tre, a volte cinque/sei generazioni di viticoltori; e credo nei loro vini, sani, puliti, acquistabili e che sono stati, indiscutibilmente, da esempio e modello, anche di contrasto, per tanti produttori nati successivamente: ci pensate ad una Irpinia senza Mastroberardino o ai Campi Flegrei senza Grotta del Sole, alla Toscana senza gli Antinori o i Frescobaldi, la Sicilia senza i Planeta? Credo infine nella biodiversità, ma non quella che ci hanno voluto propinare, strumentalizzandone il senso, con tutte le sigle del mondo e le fisime del momento, biodinamico e controculturale compresi, bensì quella che rispetta l’originalità e ne preserva l’autenticità riconoscendo tutti i limiti ad essi legati, piccole produzioni comprese. Stiamo sempre parlando di vino, o no?

Il Monte di Grazia rosso di Alfonso Arpino è un esempio lampante di ciò che può essere, in maniera disarmante, il prodotto di un terroir specifico, di un uva, ai più misconosciuta, eppure non viene prodotto su Marte, o grazie alla luna, e nemmeno usando corni e bicorni, solo amore per la propria terra, intraprendenza tecnica indispensabile e tanta tanta passione.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2003 L’inizio di tutto. Si potrebbe presentarlo come un gioco, un hobby da puro “garagiste”, o più semplicemente come un (in)cosciente tentativo di dare libero sfogo ad una propria idea di coniugazione dell’amor per la propria terra, fattostà che dalle vigne secolari di Madonna del Carmine parte con il raccolto 2003 l’avventura di Alfonso Arpino-vigneros: appena 3 dame da 54 litri, per allietare le domeniche del sempre austero inverno o come spesso è accaduto, da offrire agli amici più stretti. L’annata la si ricorda in generale per l’andamento piuttosto siccitoso nonchè per il tremendo caldo agostano, ma qui a Tramonti, per il tintore in particolare, è stata un’ottima annata: uve sane, ricche di frutto, giunte a piena maturazione senza particolari problemi. Il colore è affascinante, pare di un Taurasi della prima ora, decisamente virato su note granato-aranciate e limpido. Il vino possiede ancora una decisa consistenza, ne è testimone la poca trasparenza. Il naso appare inizialmente esile, e non ha, per tutta la sessione di degustazione, espresso particolare complessità, ma il varietale è pienamente riconoscibile, il timbro speziato è nitido, sottile ma continuo come i sentori di frutta secca e terra che si presentano man mano che il vino è rimasto nel bicchiere. In bocca è secco, l’ingresso è caldo e piuttosto compatto sino alla deglutizione, ha conservato un buon equilibrio gustativo e solo sul finale viene fuori una nota lievemente amarognola. Un vino sicuramente evocativo.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2004 Annata difficile, particolarmente fredda, disarmonica come poche prima e nessuna dopo, uve con acidità senza freni e poco e nulla da contraltare. Colore tendente al granato, trasparente, quasi nebbioleggiante. Naso subito terziario, etereo, note smaltate, resinose, alla lunga anche note di cuoio ed il sempre presente speziato di pepe nero. In bocca è particolarmente asciutto, secco e caldo, tannino e acidità quasi a rincorrersi e del frutto poca corrispondenza, solo sul finale di bocca si aggiunge una nota lievemente minerale . Il vino meno espressivo della batteria, che di qui alla fine mostrerà note davvero esaltanti di un uva, il tintore, e di un vino, il Monte di Grazia rosso dal futuro certamente, per così dire, roseo.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2005 Di nuovo una annata con temperature al di sopra della media, non certo alla stessa stregua del 2003 ma comunque calda. Il vino ha conservato una espressività encomiabile, il colore è rubino, è limpido e consistente. Il naso si esprime subito su note floreali ma soprattutto di frutta matura, delizioso il sentore di ciliegia ed amarena sottospirito e di piccoli frutti neri che si lasciano il testimone continuamente. Poi l’imprinting aromatico-speziato, un rincorrersi di sentori di pepe e di sottili note di origano. In bocca è secco, caldo, senza dubbio di buona struttura, il sapore pare accompagnato da decisa freschezza, con il frutto sempre in primo piano, lungo e persistente. Si potrebbe dire, come accennato, che proprio questa sia l’annata di riferimento per godere pienamente dell’idea di vino di Alfonso Arpino, un millesimo utile per chiudere il breve ciclo di sperimentazione e per aprire quella che sarà la chiave di lettura di ognuna delle vendemmie future, il territorio e l’uva prima di tutto, con l’uomo a fare la sua parte, integrante, fondamentale, per preservare la biodiversità del primo e l’integrità della seconda.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2006 Tappa fondamentale per prendere coscienza dell’esperienza vissuta sino ad oggi in azienda, ma più in generale per tutto l’areale. Si inizia a percepire con maggiore interesse quel che di buono arriva dalle vigne di Tramonti e del suo tintore, anzi del suo Aglianico tintore. Gaetano Bove di Tenuta San Francesco inizia a far parlare di se e dei suoi vini, lui ha personalità da vendere ed i suoi vini eleganza sorprendente, il suo Per Eva su tutti, gli Apicella poco più in là raccolgono i primi (veri) consensi con il loro A’Scippata, vino misconosciuto ai più ma già un must per i frequentatori dei locali top della costiera; Gigino Reale tira fuori il suo secondo millesimo ma a tutti gli effetti il suo primo vero tintore Borgo di Gete, Alfonso Arpino consegna ai pochi, fedelissimi amici-clienti questo bellissimo vino che inizia ad esprimere in tutto e per tutto il carattere proprio di un territorio e di un uva straordinari, confidando in uno scenario futuro sempre così preservato e garantito. Il colore è rosso rubino vivace, appena un unghia violacea, limpido e poco trasparente. Il primo naso è molto fragrante, davvero interessante: floreale e fruttato in primo piano, ma al contempo sentori di lieve evoluzione e terziarizzazione, puliti, franchi, non senza quindi finezza ed eleganza. Frutta a polpa rossa macerata, poi pepe, onnipresente, poi ancora note balsamiche, sentori di cuoio e resina. In bocca è secco, caldo, di eccelsa freschezza e piacevolezza di beva da vendere, sapido. Da ricordare e rivangare ogni qual volta si è in cerca di un confronto (qui una precedente degustazione).

Monte di Grazia rosso Campania igt 2007 Tanto lavoro per evitare surmaturazione delle uve, poco tempo per verificare i possibili rischi di un’annata ancora una volta piuttosto calda, ma alla fine si è comunque ottenuto un buon risultato di integrità di frutto e complessità del vino. Il colore è rosso rubino, vivace, abbastanza consistente. Il primo naso è subito ampio e complesso, floreale e fruttato innanzitutto, poi tenui strascichi vegetali: come detto nonostante l’annata calda avrebbe dovuto consegnarci un vino succoso e dolce, si è tirato fuori un nettare delizioso e particolarmente equilibrato in tutte le sue sfumature, ne è testimone il gusto, che ha conservato un nervo acido discreto, un tannino sottile e ficcante, capaci di garantirgli uno spessore per niente scontato, rivolto certamente alla morbidezza ma preservando una beva fluida, briosa, a tratti copiosa ma non stancante. Ecco la mano dell’enologo, non la supposizione della conoscenza ma il polso della situazione, l’istinto di chi non ama fermarsi di fronte alle difficoltà.

Monte di Grazia rosso Campania igt 2008 Il Tintore di Tramonti è una varietà certamente particolare, e senza dubbio, preservandone al meglio le peculiarità, senza cioè cadere in quel vortice vizioso di voler piacere, per forza, a tutti, non mancherà di ritagliarsi un ruolo di primo piano sul mercato dei vini rossi campani e del sud Italia in generale. Il tintore però si accompagna di tanto in tanto ad un’altra varietà rossa tradizionale indigena, localmente chiamata O’Muscio, un uva certamente meno nobile, anzi, a sentirne parlare, del tutto sconsiderata, ma che in effetti, ci dice Alfonso Arpino, può avere, soprattutto in certe annate piuttosto fredde, un ruolo importante nel gioco degli equilibri acidi del vino. Ha buccia sottile, frutto lieve ma finissimi profumi e difficilmente sviluppa gradazioni alcoliche importanti, materia viva insomma per stemperare le velleità, soprattutto gustative, del tintore. Il primo naso è vinoso, frutto macerato in primo piano, anche una sottile nota vegetale, foglia di pomodoro, poi però riprendendolo a debita distanza si apre su note certamente più complesse, inchiostro, sentori quasi ematici, ed animali, cuoio. In bocca è secco, il timbro gustativo è prorompente, caldo e profondo, scivola in bocca con una certa persistenza gustativa, freschissimo, minerale, molto piacevole. Da segnare in agenda!

Monte di Grazia rosso Campania igt 2009 – campione da vasca – Lo scenario che si apre agli occhi dal porticato del casale di Monte di Grazia è di una suggestione incredibile, da qui si riesce a vedere, a 360° tutta la conca di Tramonti e nelle giornate normali, senza cioè la nebbia fitta che ci ha accompagnati per tutto il giorno, il mare blu della Costa d’Amalfi. Questa è la seconda casa di Alfonso Arpino, dalla fine della vendemmia, ogni anno, ci trascorre tutto il tempo libero dalla sua opera di medico condotto del paese, tra fermentini, pompe e le poche botti che si è riusciti ad incastrare nei piccoli locali ricavati nel vecchio cellaio al pian terreno. Come dire, non v’è “vin de garage” senza un vero e proprio garage! Il colore è nero-viola, puro inchiostro, praticamente impenetrabile. E’ curioso sapere, e ciò la dice lunga sulle peculiarità del tintore, che nonostante le raccomandazioni profuse dall’enologo Gerardo Vernazzaro, Alfonso (giura di essersene dimenticato) non ha inoculato il mosto con i ceppi di lievito per lui selezionati, pertanto, il vino così come lo peschiamo dalle vasche, ci arriva, si potrebbe dire, direttamente dalla vigna franco da ogni condizionamento “esterno”. Il naso è un effluvio di frutta macerata, poi sempre pepe nero, ma composto, integro, molto affascinante e suggestivo. In bocca si fa fatica a tenerlo a bada, è preponderante nella sua veemenza acido-tannica ma non potrebbe essere altrimenti in questa fase, buonissima materia prima e a detta anche dei convenuti, gran bella prospettiva!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Tramonti, Monte di Grazia Rosato 2009

11 marzo 2010

Diciamoci la verità, non abbiamo scelto la giornata perfetta per venire a scoprire Tramonti! La suggestione però era tanta, la voglia di venire a camminare queste vigne ultracentenarie incommensurabile; Le continue telefonate con Gerardo Vernazzaro per tastare il polso della situazione potevano far tranquillamente presagire un appuntamento mancato, ed invece no, ne è venuta fuori una giornata memorabile, e non solo per le “quintalate” di vento, freddo e pioggia che ci siamo beccati, ma per lo scenario fantastico in cui ci siamo immersi, per le persone che abbiamo incrociato, per i luoghi che abbiamo camminato e non di meno per i vini, alcuni superlativi, che abbiamo assaggiato.

Monte di Grazia è il piccolo eremo di Alfonso Arpino, medico condotto di Tramonti che ha trovato in questo piccolo casale la chiave di volta della sua vita futura, la profusione dell’amore per la sua terra ripagata dai frutti che essa genera e gli offre di anno in anno, con le stesse viti centenarie che ha avuto il coraggio di preservare invece che estirpare, come i primi enotecnici a cui chiese consulenza nel 2000, gli consigliarono. E’ persona dotta, nei suoi occhi la semplicità disarmante di chi sa ascoltare, nelle sue parole il linguaggio breve di chi ha conoscenza e la sa confrontare, Alfonso Arpino sa aspettare. E’ stato così che ha incontrato Gerardo Vernazzaro e l’ha convinto a seguirlo a Tramonti. Gerardo, per chi lo conosce, non ha freni, è un giovane metropolitano, dinamico, è tecnico preparato e curioso, quando non è assorbito totalmente dal lavoro tra vigne e vasche in Cantina Astroni – suo il grande merito per la crescita qualitativa dei vini negli ultimi anni, assolutamente indiscutibile, anche dai soloni dal curriculum lungo dalla testa ai piedi – è in viaggio tra le pergole in Trentino o immerso nei filari a Guyot del Collio (“i migliori bianchi d’Italia si fanno qui, ed io aggia capì”, mi ripete continuamente).

Così un giorno Alfonso si presenta da lui in cantina, gli porta un paio di bottiglie di tintore e gli chiede un giudizio. Dopo qualche settimana si risentono, l’enologo è rimasto incuriosito dai vini bevuti ma ammette di non essere preparato sul varietale per potergli indicare la retta via; Il dottore non fa una grinza, lo ringrazia, ma lo invita, prima di rinunciare del tutto, ad andarlo a trovare a Tramonti, a camminare con lui la vigna di Madonna del Carmine: “Non esistono parole per descrivere quel momento, è come se avessero offerto ad un bambino la possibilità di giocare all’infinito con il suo giocattolo preferito, mi lacrimavano gli occhi dalla gioia di ciò che vedevo”. Così pare quadrare il cerchio, la musicalità melodica, soave, solo a tratti ondeggiante, del progetto del dottore Arpino si arricchisce di quel carattere necessario, di quel jingle fondamentale per raggiungere una orecchiabilità maggiore, che tradotto in vino è vivacità espressiva, in costante crescita, che soprattutto nel Monte di Grazia rosso (di cui racconterò a breve) è quasi danzante negli ultimi millesimi, 2008 e 2009 in particolare.

Il Rosato 2009 invece è l’arma dolcemente letale per rimanere poi rapiti dalla profonda mineralità del bianco e dalla croccantezza del rosso di cui sopra. Nasce da uve tintore e solo in piccola parte con aggiunta di piedirosso e o’muscio; Quest’ultima è una varietà tipica locale a bacca rossa, di profilo molto tenue, dalla buccia praticamente inconsistente e capace di gradazioni alcoliche molto limitate, viene utilizzata, storicamente, soprattutto per stemperare la veemenza acido-tannica del tintore, e nel caso di questo rosato, ci riesce davvero alla grande. Il primo naso è fragrante di fiori e piccoli frutti, quando si racconta dei sentori di rosa canina e lampone si potrebbe pensare, in futuro, a questo vino per insegnarne gli archetipi. Non lascia scampo anche in questa versione molto light la sottile nota pepata caratterizzante l’uva rossa di Tramonti, viene fuori però in maniera molto elegante, a latere di un bouquet affascinantissimo, solo dopo un’attenta ossigenazione; I bocca è secco, piacevolmente caldo, i 13 gradi (e venti) sono perfettamente in equilibrio con la trama acida, palato finemente minerale, corroborante e rinfrancante, per tutta la beva, sulla fine della quale ritorna una nota di frutto estremamente gradevole e persistente.

Ecco cosa cerco quando, lo ammetto, solo di rado, ho voglia di bere un rosato, ecco però cosa consiglierei di non far mancare mai in cantina per conquistare l’avventore di turno voglioso di semplicità ma con fascino, per colpirlo magari nell’immaginario raccontandogli di una terra, un uva e persone straordinarie proponendogli un vino delizioso del quale, statene certi, non potrà che conservare un ottimo ricordo. Provate ad immaginarlo anche sul più semplice dei piatti di Alfonso Caputo della Taverna del Capitano seduti in veranda sul mare di Marina del Cantone, siamo forse troppo campanilisti?

Questo vino è il nostro vino rosato dell’anno.

Chiacchiere distintive, Terenzio Medri

23 febbraio 2010

Servono poche parole a dettare il profilo di uomo e di un professionista che stimi, per la sua persona in primis ma anche per il lavoro istituzionale e di comunicazione che sta portando avanti per promuovere sempre più la professionalità nel mondo della sommellerie italiana. Ho incontrato Terenzio Medri più volte in questi miei primi dieci anni di ais, lo scorso ottobre in particolare, durante l’evento organizzato con l’amica e collega Michela Guadagno a Capri, abbiamo avuto modo di interloquire profondamente su alcuni temi che abbiamo scoperto essere molto a cuore ad entrambi: le qualità umane e professionali di chi svolge un ruolo istituzionale in ambito associativo, il sommelier sempre più come professionista specializzato, il  sud e l’unica via di crescita possibile, il turismo e le attività ad esse correlate. La settimana scorsa abbiamo ripreso questi argomenti, poche chiacchiere ma distintive come sempre, che vi propongo con la stessa sincerità e naturalità con la quale le abbiamo affrontate.

Come nasce la passione per il vino e per la sommellerie da parte del presidente Terenzio Medri? La mia passione per il vino e la sommellerie nasce insieme a quella per il turismo. Ho sempre lavorato nel settore alberghiero e sono convinto che l’enogastronomia sia una delle colonne portanti dell’industria dell’accoglienza. Cosa sarebbe il turismo in Italia senza quel patrimonio inestimabile di vini e di specialità tipiche del nostro Paese?

Quali sono le motivazioni oggi che debbono spingere un giovane professionista del settore enogastronomico a specializzarsi attraverso l’Ais? Ciò che offre la didattica della nostra associazione è riconosciuto da tutti. L’enogastronomia è un mondo in continuo divenire e richiede un costante aggiornamento. Sappiamo però che il solo studio sui libri non basta, ma è necessario viaggiare, ricercare, scoprire. Ecco, noi all’Ais offriamo gli strumenti fondamentali per intraprendere questo lungo viaggio. Dopo i nostri corsi i sommelier hanno una visione completa dell’enogastronomia, ma anche la consapevolezza che per continuare a imparare dovranno darsi da fare personalmente con impegno e applicazione. E dopo i corsi le innumerevoli attività e iniziative proposte dall’Ais danno la possibilità di continuare ad apprendere, perché quando si parla di vino non si è mai finito di imparare!

Qual è la strada da seguire per promuovere al meglio il vino italiano nel mondo? Quello che stiamo facendo ormai da diversi anni con la Worldwide Sommelier Association vuole essere il nostro biglietto da visita oltre i confini italiani. Il sommelier prima di tutto deve essere un bravo comunicatore e per riuscire a persuadere il proprio interlocutore deve essere lui prima di tutto convinto di ciò che racconta e preparato sulla materia.  Certo che la qualità dei prodotti nostrani facilita il compito dei sommelier, ma è pur vero che in un momento di crisi economica bisogna anche sfidare mercati che offrono prodotti meno costosi. Il compito del sommelier è quello di far capire al suo interlocutore che la scelta più giusta non è quella di “spendere meno” bensì di “spendere bene”.

Sono sicuramente importanti quegli eventi internazionali che periodicamente organizziamo per offrire grandi vetrine ai nostri produttori. Ma resto del parere che richiamare turisti nel nostro Paese, con la storia, la cultura e l’arte che abbiamo da offrire, rappresenti la migliore pubblicità per i nostri prodotti enogastronomici. Chi lavora nella ristorazione avrà assistito allo straniero di turno che rientra a casa con in valigia la bottiglia scoperta a cena da noi. E state certi che sarà lui stesso nel proprio Paese il primo a consigliare quel vino ad amici e parenti!

Inutile chiederLe dei nomi, ma secondo il presidente dell’Ais quali possono essere i vini maggiormente utili ad un’Italia del vino vogliosa di rilanciarsi e conquistare i mercati del mondo, quali caratteristiche debbono avere? La nostra penisola ha ricchezze incredibili. Eppure spesso si appiattiscono le grandi particolarità della nostra enogastronomia in direzione di gusti standardizzati imposti dal mercato. Quello che mi sento di dire è che per battere i nostri concorrenti sul fronte internazionale dobbiamo avere il coraggio di mantenere quelle tipicità che ci caratterizzano. In questo senso, apprezzo il lavoro instancabile di tanti produttori italiani che contro tutto e tutti continuano a valorizzare i vitigni autoctoni, alcuni dei quali semisconosciuti. Ecco, il compito di noi sommelier è quello di sostenere queste battaglie e di rendere noti anche questi vini che ingiustamente passano in secondo piano.

Cosa si aspetta di trovare in una bottiglia di vino il presidente dei sommeliers italiani, perché lo sceglie? Quando scelgo un vino penso sempre al percorso che l’ha portato in bottiglia. Non intendo solo il processo di vinificazione e di affinamento in senso stretto, bensì il cammino di questo vino nella storia di quel territorio. Forse è una visione un po’ troppo romantica, ma penso che anche tu la condivida. In un bicchiere mi aspetto di trovare un racconto che non ho mai sentito, declamato con l’accento di quella località. A tutti sarà capitato di assaggiare un vino e di “non capirlo subito”… Un po’ come quando si ascolta una storia in un dialetto che si comprende a fatica. Ma proprio nel fascino di queste peculiarità risiede la ricchezza e l’unicità di quel territorio e dei suoi prodotti. E solo una volta conosciuto il territorio si apprezzeranno le sue tipicità.

Adesso un nome me lo potrebbe anche fare: il suo vino (i vini), quello che le è più piaciuto e con non farebbe mai mancare nella sua cantina personale. Con questa domanda mi metti in difficoltà perché sai che un presidente non può sbilanciarsi troppo in una direzione precisa! Devo essere “politicamente corretto”!!! Ma farò uno strappo alla regola e, anche in omaggio al grande lavoro dei produttori e dei sommelier campani, ti dico sinceramente che il Taurasi non può mancare dalla mia cantina. Un vino austero, eppure vivace e sincero, con cui magari non fai amicizia subito, ma viene difficile che te lo scordi, proprio come la gente della vostra terra lì in Campania!

L’Italia del vino, in futuro: solo grandi aziende o sempre più spazio alle piccole aziende agricole, magari a dimensione familiare? È una domanda che meriterebbe un’analisi approfondita. I grandi gruppi non possono di certo mancare dal mercato, sarebbe illusorio pensare il contrario. Quello che però voglio ribadire, anche ricollegandomi al discorso di poco fa sulla valorizzazione delle nostre tipicità, è che le piccole realtà aziendali di cui parli sono i canali privilegiati per rivolgersi al cuore delle persone. In questo senso, credo che il compito della politica, in questo momento come non mai, sia quello di favorire e incentivare queste piccole aziende, che diversamente sarebbero destinate all’estinzione.

Bordeaux, Borgogna, California, Spagna, Toscana, Piemonte, Sicilia, Campania. Tra queste, la regione per Lei storicamente più importante (e perché?) e quella dal futuro (perché?) più promettente. Hai citato territori che hanno fatto la storia del vino e che continuano a recitare, ognuno a diverso livello, ruoli da protagonista. Non si può negare che Bordeaux e Borgogna sono luoghi di “pellegrinaggio obbligato” per chi vuole lavorare nel nostro settore. Basti pensare che il termine per designare il ruolo che ricopriamo, il “sommelier”, deriva dal francese e non esiste nemmeno traduzione nelle altre lingue, tanto questa figura è legata al territorio d’Oltralpe. Direi che se parliamo di rilevanza storica dobbiamo fermarci da queste parti!

Mi sento invece di sottolineare che per il futuro la Sicilia e la Campania sono regioni fortemente accreditate per conquistare importanti porzioni di mercato. Quello che manca è un vero e proprio rilancio di immagine. Purtroppo conosciamo i motivi che frenano l’affermazione di questi territori. Il turismo mi sta particolarmente a cuore, l’ho già sottolineato, ma credo che sarete d’accordo con me se dico che bisogna investire su questo settore per affrancare definitivamente queste regioni dall’immagine negativa che spesso viene loro attribuita.

La parola Sud, presidente, cosa Le ispira immediatamente? Il sole. Quindi il calore, non solo climatico, ma soprattutto quello della gente. Insomma, lo so che molti associano al “Sud” altri pensieri, ma la mia è veramente un’immagine istantanea che mi si accende nella mente. Lo stesso sole che fa maturare l’uva e che non scalda allo stesso modo a latitudini più settentrionali.

Le indico quattro vini Campani, mi dia per favore quattro aggettivi in risposta (uno per ognuno dei vini elencati) o magari un ricordo ad uno di essi legato:

–          Fiano di Avellino: classico
–          Falanghina: elegante
–          Piedirosso: brioso
–          Aglianico: schietto

Nel ringraziarla con infinito affetto e stima, un invito o un augurio ai giovani del sud che si apprestano a diventare sommeliers o che vorranno diventarlo nei prossimi anni. Ringrazio te, Angelo, per la possibilità che mi hai dato di rivolgermi a tutti i sommelier e aspiranti tali, in particolare a tutti i colleghi campani presenti e futuri.

Il mio auspicio è che sempre più giovani maturino questa passione e intraprendano il nostro stesso percorso. Le soddisfazioni non tarderanno a giungere. E aggiungo anche un vivo incoraggiamento a voi tutti a valorizzare sempre più le ricchezze della vostra regione: spesso non trovano il giusto spazio sulle pagine dei giornali e nei servizi televisivi, ma sappiate che l’opera che potete compiere con la vostra professione vale ben più di un qualsiasi spot pubblicitario! Un caro saluto e una stretta di mano a ognuno di voi.

Terenzio Medri, presidente dell’Associazione Italiana Sommeliers, è proprietario a Cervia dell’Hotel K2 (Qui).

Sessa Aurunca, Rosalice 2009 Masseria Felicia

16 febbraio 2010

Ci sono persone, prima che vini, che non smetteresti mai di raccontare per paura di non averli mai ringraziati abbastanza per il loro alacre impegno e profonda dedizione messi in campo sul fronte della salvaguardia e valorizzazione del proprio territorio.

Così non ho remore nel ritornare sulla famiglia Brini, su Masseria Felicia e sull’areale del Massico, su quella provincia casertana troppo spesso sulla bocca di tutti come valore storico e suggestivo di un’antichità florida e gloriosa ma ahimè tremendamente distante da una realtà oggigiorno troppo poco vissuta, camminata, raccontata per lasciarla divenire a tutti gli effetti pane quotidiano piuttosto che comunione della domenica.

L’azienda è a Carano, in località S. Terenzano, una piccola frazione di Sessa Aurunca, il primo comune per estensione della provincia di Caserta. Arrivarci è facilissimo, sia che sia arrivi da nord che da sud basta seguire la statale domiziana sino a Mondragone e poi risalire nell’interno, verso Sessa, oppure con l’autostrada Napoli-Roma uscendo a Capua, in meno di venti minuti vi ritroverete al cancello della famiglia Brini, dove vi accoglieranno come si accolgono gli amici a casa propria. La struttura è dei primi del novecento, il papà di Alessandro Brini la rilevò nel dopoguerra, vi era stato per tanti anni colono ed unico conduttore dei terreni. Il tempo poi ha dettato lentamente i suoi ritmi sino ai giorni nostri; La vecchia masseria è stata per tanti anni il luogo di rifugio di Sandro e della moglie Giuseppina prima di divenire il presente ed il futuro della figlia Maria Felicia, che oggi, assieme ai genitori e al marito, e al bravo enologo Vincenzo Mercurio¤ che li segue in cantina, ne cura le sorti in tutto e per tutto.

L’idea di guardare al futuro passa anche dal dare nuovo slancio e nuove prospettive ad una produzione sino ad oggi imperniata, giustamente, quasi esclusivamente sul nobile rosso tanto amato dai romani (e anche da me) addirittura in tre declinazioni: giovane (base), affinato (Ariapetrina) e, per così dire, invecchiato (Etichetta Bronzo). Oltre questi, poche sperimentazioni, nulla di stravagante, poche, pochissime bottiglie per dare libero sfogo ad uno studio approfondito sul potenziale delle varietà impiantate in azienda, un esercizio di stile sul tema autoctono che ha condotto negli ultimi tempi ad alcune riflessioni ed utili micro vinificazioni, per esempio del piedirosso in purezza (polpa viva), che resterà però bontà sublime ad uso e consumo per i vinaggi successivi ed eventuali a disposizione dei Falerno di cui sopra.

Altra intuizione, un rosato di aglianico in purezza, lasciatomi assaggiare in anteprima assoluta, in uscita nella prossima primavera e per il quale si è già scatenato il toto nome. Dal canto mio non voglio far mancare il mio supporto, suggerendo, con Rosalice, una dedica tremendamente necessaria alla dolce Alice, figlia di Maria Felicia che immagino già smanettare tra vasche e tinozze con la stessa fermezza e decisione con la quale difende i suoi spazi di gioco dalle altrui ingerenze. Nasce da una piccola parcella di vigneto ad aglianico che la scorsa vendemmia ha mostrato qualche limite di maturazione zuccherina, non però fenolica, così da offrirsi naturalmente alla vinificazione in rosa: sfoggia un colore rosa lampante, decisamente cristallino. Il naso è già pienamente espressivo, floreale suadente, frutti di sottobosco pregnanti, si apre con sentori di rosa e viola delicatissimi e poi su note di lamponi e fragola, dolcissime. In bocca è secco ed abbastanza caldo, mostra una evidente, piacevole acidità, tratto caratteriale di tutti i vini di Masseria Felicia, spalla utile ma certamente non invadente per trovare abbinamento ideale a molti dei piatti della nostra cucina tradizionale regionale, fusa ad un grado alcolico appena superiore agli undici e mezzo da conferirgli una beva decisamente scorrevole, leggera, che si lascia apprezzare anche per una discreta sapidità.

C’è poco altro da aggiungere, questo rosato non vuole certo emergere per tipicità o chissà cos’altro, e nemmeno come esaltazione di un terroir, sono ben altri i vini della famiglia Brini che hanno questo oneroso compito e a cui non smetterò mai di guardare, queste mille e dispari bottiglie serviranno più che altro per avvinare il palato prima di tuffarsi nel meraviglioso mondo del Falerno del Massico (leggi qui e qui), primitivo, aglianico e piedirosso che sia, basta che abbiano qualcosa da dire, raccontare, e non soltanto il blasone ed i fasti di un tempo florido ma, ahimè, assai lontano!

San Terenzano, Masseria Felicia

13 febbraio 2010

Il monte Massico, versante nord (che guarda cioè il Lazio). Qui le vigne e gli oliveti di Masseria Felicia s’intrecciano continuamente, filari commisti di aglianico e piedirosso contornati da alberi di varietà leccino, sessana, itrana. Uno scenario mozzafiato.

Operai al lavoro in vigna. Piove, a tratti a dirotto, la temperatura è particolarmente bassa ma il lavoro in vigna non ammette pause. Intenti a legare i tralci lasciati sui ceppi dopo la prima potatura, pare che l’acqua scivoli loro addosso indifferentemente, pare. Traspare invece grande dedizione al lavoro.

L’ettaro e mezzo di vigna intorno alla casa della famiglia Brini. Il primo vigneto piantato da papà Sandro nei primi anni novanta. Aglianico e Piedirosso che si rincorrono nello stesso filare; E’ curioso notare le due differenti legature dei tralci, con l’aglianico tenuto linearmente stretto al filare ed il piedirosso legato più alto: la vigorosità, soprattutto nella fase vegetativa di quest’ultimo ha bisogno di maggiore spazio.

Il piccolo cellaio proprio sotto casa Brini riportato alla luce durante i lavori di restauro della casa colonica. Oggi qui vengono conservate le poche bottiglie di falerno del massico Etichetta Bronzo che si riescono a mettere via, a memoria storica di un viaggio di valorizzazione territoriale iniziato alcuni anni orsono, quasi per gioco, e divenuto nel tempo unico scopo di vita.

Tufo, Vigna Cicogna 2008 Benito Ferrara

3 febbraio 2010

Ho più volte incrociato Gabriella Ferrara e Sergio Ambrosino, persone davvero deliziose a cui va la mia più alta stima per il duro lavoro che portano avanti con la loro azienda.

Greco di Tufo Vigna Cicocgna 2008 Benito Ferrara

Loro in verità dicono di essere particolarmente restii alla “mondanità”, troppo spesso da qualcuno addirittura rincorsa, eppure non hanno mai fatto mancare la loro presenza negli eventi che contano, io però mi sono accontentato di essere andato a trovarli proprio a casa loro, più di una volta.

L’azienda è piccola, le bottiglie poche. A dirla tutta, per chi li ha visti nascere e crescere forse sono divenute anche troppe 50.000; chi volesse muovergli una critica li avrebbe preferiti specializzati nel greco e basta. Con gli 8 ettari di proprietà a Tufo, in località San Paolo rappresentano la pietra miliare della produzione irpina di questo straordinario bianco.

A questi si si sono poi aggiunte altre vigne in conduzione tra Montemiletto e Lapio dove nascono, da qualche anno, rispettivamente  l’aglianico ed il Taurasi “Quattro Confini ed il Fiano di Avellino che vanno a completare il portafoglio prodotti dell’azienda. Il cuore però rimane qui, a Tufo, rimane l’inarrivabile, per molti, Greco di Tufo Vigna Cicogna, che non smette mai di stupire annata dopo annata divenendo ormai un riferimento assoluto per tutta la denominazione.

Il Vigna Cicogna 2008 ha tratti caratteriali davvero stupefacenti, forse il più austero dell’ultimo decennio e probabilmente quello destinato a miglior lunga vita. Il colore è giallo paglierino con appena accennate sfumature oro, limpido e vivo, consistente. Il primo naso è avvincente, erbaceo,vegetale, mentolato, poi vengono fuori sensazioni finssime di fiori bianchi ed agrumi, poi frutta a polpa gialla, pura albicocca.

In bocca è secco, caldo, di una freschezza riappacificante. Palato pieno, ricco di una voluttà incredibile per un bianco, non per questo bianco, giustamente sapido e con un finale di bocca minerale che chiude con la netta sensazione, tipica di mandorla amara, deliziosamente amara. Quanta strada farà questo vino? Di certo una bottiglia rischia di scivolare sotto il naso appena tra quattro mani, se abbinato a fritturine di mare addirittura può non bastare.

Sessa Aurunca, Falerno del Massico rosso 1999

2 febbraio 2010

C’era una volta una vigna ed una passione, siamo nei primi anni novanta quando Alessandro Brini e la moglie Giuseppina Ruggiero decidono di restaurare il casale di inizio novecento ereditato pochi anni prima dove si recavano di sovente per dare libero sfogo alle proprie passioni tramandategli dagli avi, il vino per il primo, l’olio per la seconda.

E’ il 1995, l’azienda agricola vive, finalmente, di nuovo slancio e soprattutto Sandro pare particolarmente soddisfatto dal vino che viene fuori dalle prime vendemmie, tanto da provare a metterne da parte qualche bottiglia per seguirne l’evoluzione. L’ettaro e mezzo appena reimpiantato di aglianico e piedirosso è posto proprio nel “giardino” di casa con vista sul monte Massico, da qui, in linea d’aria a meno di un paio di chilometri; è stato piantato così come si faceva (sbagliando?) un tempo, con ceppi di aglianico intervallati da piedirosso in percentuali più o meno rigorose: è infatti particolarmente istruttivo camminarne le vigne (piantate a guyot semplice) in questo periodo della stagione poiché con le prime potature e la legatura dei tralci si riesce perfettamente a comprendere le prime differenze sostanziali tra i due vitigni e degli interventi necessari per gestirli in allevamento. Quando si dice uvaggio, ecco, in maniera essenziale, cosa può rendere bene l’idea.

Sono questi anni di nuovo vigore, e Maria Felicia, figlia di Sandro e Giuseppina, poco più che ventenne decide di abbandonare il suo lavoro di copyrighter freelance per dedicarsi anima e corpo a questo nuovo progetto venuto fuori quasi per hobby ma che ha bisogno adesso di forte sostegno morale e fisico. C’è poco su cui riflettere, rimuginare, il richiamo della terra è più forte, la voglia di scoprire questo nuovo mondo del vino, di confrontarsi, di affermare quei principi sognati da papà e mamma prendono il sopravvento, tanto che oggi sono pienamente personificati nel suo modo di intendere e volere l’azienda, oggi il suo pane quotidiano, ed il suo vino, il Falerno degli antichi, lento e puro, austero e vero, nel mondo della velocità totale, senza quasi memoria. E’ una donna del vino giovane, brillante, con le idee chiare e la giusta fermezza di chi sa cosa vuole, di chi sa, per esempio, mediare in maniera intelligente tra l’indomabile rinnovamento arrivato con l’enologo Vincenzo Mercurio e la ferma disciplina ai principi tradizionali di papà Sandro.

Il Falerno del Massico ’99 è un po’ tutto questo, ma è soprattutto l’origine di tutto. La prima vendemmia, mai commercializzata, conservata gelosamente in pochissimi esemplari nella suggestiva cantina storica di casa Brini. Nasce proprio dal vigneto di cui sopra, senza nessun tipo di trattamento in vigna se non quelli cosiddetti naturali tramandati di padre in figlio e nessun accorgimento particolare se non l’amore per la propria terra; nemmeno una cantina, in garage solo una pigiadiraspatrice a manovella, una di quelle tanto belle da ritrovare nei musei del vino, un torchio abbastanza malconcio ma utile a smanettare sul proprio entusiasmo. Macerazione a temperature assolutamente incontrollate, lieviti più o meno indigeni (si dice così?), zero (dico zero!) solforosa. Insomma, qualcuno in vena di fare un po’ di business l’avrebbe potuto far passare per “bio-qualcosa” o magari affibbiatogli una tripla sigla per certificarne l’autenticità, i Brini non ebbero nemmeno il tempo di farci l’etichetta, intuirono però da subito il grande valore di quella scelta che ancora oggi ci fa parlare di quel tempo con non poco fervore. Il colore è bellissimo, rosso rubino vivo con appena accennate sfumature granata, limpidissimo e poco trasparente, consistente. Il primo naso è assolutamente spiazzante, la nota di riduzione sembra prendere il sopravvento, ma ha bisogno di tempo e noi glielo concediamo volentieri. La freschezza olfattiva è impressionante, il frutto appare ancora quasi acerbo, vinoso, polposo. Sentori di garofano, poi amarena spiritosa, note balsamiche ed eteree smaltate. Non si può dire certo un corredo fine, ma il fronte olfattivo è intenso e lungamente persistente. In bocca è secco, manifesta ancora una discreta acidità ed un tannino, come il frutto, pienamente espressivo e lontano, secondo me lontanissimo, dal divenire levigato. Il palato è avvolto dalla continua ricerca della salivazione, che tarda, non poco, a venire fuori. Un vino crudo, per niente superato dal tempo, tutt’altro, il tempo sembra proprio essergli passato accanto inosservato, sfiorandolo appena, temendone forse la forza.

I vini della Campania, qui tutti gli indirizzi utili

9 gennaio 2010

Ci sono arrivate numerose mail, soprattutto lo scorso fine settimana, evidentemente da fuori regione, che ci chiedevano dove e come cercare una valida guida ai vini della nostra regione Campania. Buona parte del merito di tante richieste è senz’altro imputabile alla straordinaria visibilità acquisita da questo blog grazie agli amici di Dissapore ed Intravino che hanno tenuto, nei primi giorni dell’anno, lungamente in home il nostro articolo sulle bollicine campane (circa 80 visite uniche al giorno per tutta la settimana a cavallo del capodanno). Ebbene, oltre che invitare tutte queste persone a continuare a seguirci con la speranza di dare loro sempre delle buone dritte sul nettare delle nostre terre, gli abbiamo segnalato, qualora riuscissero ancora a trovarne qualcuna in giro, un classico, ormai, dell’editoria nostrana a cura dell’amico Luciano Pignataro, edizioni l’Ippogrifo, uscita in libreria qualche tempo fa (2007) ma a tutt’oggi l’unica opera di riferimento per avere tra le mani tutti gli indirizzi utili.   

La Guida completa ai vini della Campania, aggiornata al 2006 contiene questi numeri: 58 aziende a Napoli, 68 in Irpinia, 60 nel Sannio, 30 nel Casertano e 30 del Salernitano. I vini più importanti sono descritti a più mani, alcune verticali storiche, come il Fiano di Vadiaperti, il Taurasi Macchia dei Goti di Caggiano, il Radici di Mastroberardino, il Montevertrano, il Fiano di Marsella,sono raccontate e fissate nella storia vitivinicola campana. Ogni azienda è stata visitata personalmente dall’autore prima di entrare nella guida. In appendice i ristoranti più importanti, i wine bar, l’elenco ufficiale dell’Ais e di Assoenologi. Infine le bottiglie dell’Arca: 142 etichette scelte per riporle nella cantina ideale del vino campano secondo il gusto e le suggestioni dll’autore. Elemento da non trascurare, la guida è sponsor free, cioè non basa il proprio budget editoriale su nessun contributo privato o pubblico, niente pubblicità dirette o indirette (vedi acquisto copie concordato prima della stesura). L’autonomia di giudizio è garantita dall’investimento editoriale perché questo lavoro è stato pensato per i lettori e gli operatori del settore in una fase in cui la critica enologica sta subendo un profondo ripensamento. Ogni scelta, ogni valutazione, ogni indicazione, è il frutto di una scelta consapevole dell’autore e dei giornalisti che hanno partecipato all’impresa.

Chi vuole acquistarla può provare, per spedizione, a trovarne ancora qualche volume scrivendo a info@edizionidellippogrifo.it o telefonando all’editore Franco Ciociano (347.0503455 e 081.5177000).

Formaggi d’Italia, il Caciocavallo Podolico

9 gennaio 2010

Il caciocavallo è il simbolo di una tradizione casearia tipicamente meridionale. Nasce infatti da quella tecnica detta “a pasta filata” che soprattutto nel sud Italia si è sviluppata e messo a punto nei secoli, per garantire conservabilità e salubrità ai formaggi di latte vaccino. La cagliata, ottenuta mediante riscaldamento e coagulazione del latte, subisce una seconda cottura, sino a che diventa elastica e può essere così manipolata senza rompersi. Le mozzarelle, le scamorze, i provoloni e naturalmente i caciocavalli sono tutti formaggi ottenuti con questo specifico metodo di lavorazione.

Il Caciocavallo Podolico è un formaggio che si presta tranquillamente anche stagionature particolarmente prolungate, soprattutto con pezzature grandi (per esempio da 4 a 8 kg) le quali possono arrivare perfettamente integre anche a quattro, cinque anni di affinamento. In tal caso al gusto offrono una complessità straordinaria, una gamma di aromi che solo un latte di eccellenza come quello degli animali Podolici bradi può garantire.

E’ il classico prodotto che da solo rappresenta una portata unica, mai stucchevole e che conquista ad ogni morso, saporito, dal carattere inconfondibile e degno compagno di grandi vini. Qualcuno, nel servirlo, preferisce mitigarne la forza gustativa accompagnandolo a miele di castagno o di sulla, abbinamento che si può anche definire egregiamente equilibrato, ma che naturalemente rischia di non lasciare apprezzare al meglio la ricchezza organolettica di questo straordinario prodotto.

Il Caciocavallo Podolico è particolarmente pregiato e si produce con il latte di una razza specifica chiamata appunto, Podolica, ancora presente sull’appennino meridionale. Un tempo, questa era la razza dominante nel nostro paese, oggi, soprattutto dopo decenni di strenua ricerca di sovraproduzioni standardizzate ed allevamenti intensivi si è ridotta a circa 25.000 esemplari, divenendo un patrimonio da salvaguardare e le ragioni principali sono essenzialmente due: produce poco latte (anche se di straordinaria qualità) e, per la sua caratteristica rusticità, deve essere allevata allo stato brado o semibrado, mal prestandosi quindi ad uno sfruttamento intensivo.

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Sant’Agata de’Goti, il Gotico 2007 di Ciervo

5 gennaio 2010

Si scrive Sant’Agata dei Goti ma si legge, per molti, Mustilli. Il gran lavoro portato avanti negli anni, con grande sacrificio ed ostinazione dall’ing. Leonardo e Marilì, proseguito poi nel tempo dalle tenaci e solari Paola ed Annachiara, hanno senza dubbio contribuito in maniera decisiva alla nascita ed alla crescita di un terroir sempre troppo poco appariscente sulla scena enologica campana, pur essendone, da un punto di vista volumetrico, l’areale regionale di maggiore interesse vitivinicolo. Un primato costantemente subìto come fardello piuttosto che elogio alla nobile arte enoica qui conosciuta e praticata con successo sin dai tempi dell’antica Saticula e sempre commista alle molteplici attività produttive del luogo. Il riscatto è alle porte, e passa soprattutto da vini come questo Gotico 2007 della famiglia Ciervo, dallo straordinario rapporto prezzo-qualità, che lo vede collocarsi nelle enoteca, in vendita al pubblico, a poco più di 4 euro e 50. Negli assaggi di dell’ultimo scorcio del 2009, solo il Gallicius Aglianico di Adolfo Spada mi ha colpito così piacevolmente tra i vini rossi di questa fascia di prezzo, sempre più un riferimento indispensabile per i rivenditori specializzati per uscire fuori da questo stato di catalessi economica venutosi a creare negli ultimi anni, quantomeno per scongiurare il ritorno, insopportabile per molti, soprattutto per coloro che se l’erano allegramente lasciato alle spalle appena pochi anni fa, del pur redditizio mercato del vino sfuso.

Nasce da vigne di aglianico ed una piccola percentuale di merlot, allevate a spalliera con una media intensità d’impianto, circa 3500 piante per ettaro esposte a sud, sud-est, allignate da tempo intorno alle colline di Sant’Agata de’Goti. In vinificazione si predilige l’utilizzo del solo acciaio con una fermentazione a temperatura controllata, intorno ai 25°, ed un tempo di macerazione bucce-mosto mai inferiore ai 20 giorni, per garantire una estrazione lenta, controllata e non troppo spinta.

Ne viene fuori un vino dal colore deliziosamente vivo, rosso rubino con sfumature violacee, di buona vivacità e poco trasparente. Il primo naso è una sventagliata di frutto e vinosità, mora, lampone e rosa rossa, lentamente vengono fuori anche note vegetali e balsamiche, gradevoli, fini. In bocca è secco, caldo, di buon corpo, discreto e delicato il tannino che scorre sulle papille gustative, durante la beva, senza lasciare tracce ruvide o tendenzialmente amare. Ottimo anche il finale di bocca, fruttato, pulito ed equilibrato, con una piacevole sensazione di nuovo balsamica che richiama la buona fittezza dell’aglianico ed una armonia complessiva esemplare, tipica del merlot. Un vino facile, senza ombra di dubbio, ma ogni tanto non è male tenerne a portata di mano uno o due di riferimento, soprattutto per rinsavire la voglia di bere bene e spendere appena una manciata di euro, in questo caso davvero pochi, e mai investiti così bene!

Questa è la mia terra, vivila con il cuore in mano

12 dicembre 2009

Si possono sprecare parole di elogi, rivangare una storia millenaria che comunque ritorna da se ogni qualvolta si mette mano alla ricerca delle origini, citare persone, luoghi, nomi che vanno ad incarnare una storia, un paesaggio, una identità che pur nelle mille diversità conducono sempre ad un unico concetto ormai chiaro a tutti: Campania Felix!

Terra mitica per i greci, giardino imperiale per i Romani, per i regnanti delle due Sicilie poi, ci hanno trapassato il cuore in tanti e feriti i peggiori, ma l’anima, la vocazione rimangono pure ed originali. Io, noi amiamo i vini della Campania, questo è tutto. Ma è solo l’inizio…

Il fuoco, vedo il Vesuvio¤ con la sua forza immensa, con la falanghina e la coda di volpe (qui caprettone) che hanno innaffiato terre atlantiche quanto a levante, ridato vita ed humus a portafogli aridi come le anime che ci marciavano sotto, profumi di una terra del fuoco che ha finalmente ritrovato la sua dignità e che corre, entusiasta, verso il suo riscatto. Olivella, sciascinoso, catalanesca, discendono il Monte Somma come lava e lacrime¤ sino ai bicchieri di ognuno.

Pietra lavica e fuoco che nei Campi Flegrei nutrono per ‘e palummo¤ e falanghina¤, iodate dal mare del golfo, inasprite dalle terre di tufo, dalle sabbie degli Astroni¤, le acque dell’Averno come discesa agli inferi per poveri diavoli che giammai ebbero di che nutrirsi; Ischia, Capri, mete verdi ed azzurre sempre prostrate ai palati più fini e leggeri, biancolella, ventrosa ed uva rassa a inebriare ricchi e viziosi di un gioco infinito, magari piantati in asso da sirene senza più voce ne canti da regalare, a Sorrento come a Furore¤, a Ravello o a Tramonti¤: tintore, pepella, ginestra, san nicola, fresche bevute e sapidi rospi, ebbri da panorami mozzafiato e da tinte rosse, fosche di primo mattina.

Il mare, azzurro, cristallino, brillante come diamanti, il Cilento ed i sassi, la pietra liscia di spiagge incantate, incontaminate proprio ai piedi di montagne irte ed adombrate, frescure che esaltano vini di eccellente spiccata aromaticità, il fiano su tutti, e rossi corpulenti, polposi, minerali, rei di accecare il palato e conquistare lo stomaco; piccoli vigneti, agricoltori che cercano se stessi e colgono in flagranza di reato la propria anima¤, la propria origine, scappati via nella città e rifuggiti da questa per ritrovarsi ambiziosi di riscoprirsi appartenenti alla campagna. L’aglianico rifugio di destini controversi.

La terra, aspra e generosa, ferita in maniera indelebile e capace di ricostruirsi un futuro più solido, più forte della malasorte, più ambiziosa di generazioni semplici e conservatrici. Ecco l’Irpinia, la terra di mezzo, spartiacque di culture ed esaltazione di colture, l’aglianico¤, il fiano di Avellino¤ ed il greco di Tufo¤ come massima espressione enologica della nostra regione. Una convulsa evoluzione che ha stravolto le menti e gli equilibri italici, vini prestati al desìo altrui divenuti finalmente protagonisti di se stessi, della propria origine, testimoni¤ della propria terra¤ che pian piano stanno ritrovando e marcando come unicità e rarità: è Taurasi la porta del successo!

La creta che diviene fango, prende forma tra le mani, diventa specchio della propria anima, finalmente il Sannio-Beneventano balla da solo. Polmone inesauribile a rimpolpare vinacci da niente, vinodotto inesauribile che ha scosso le coscienze e motivato princìpi di autenticità¤. Sant’Agata de’Goti, Castelvenere, Guardia Sanframondi, terre spogliate come le loro vigne dalle foglie in autunno, coraggiosamente oggi rivendicano una identità superiore: il piedirosso, l’aglianico, ma anche la falanghina ed il greco, la barbera e l’agostinella, un circolo vizioso che circuisce e vizia chi non si ferma al palo, chi riesce a vedere oltre e a toccare con mano. Piaceri ineluttabili al caldo di un camino accesso a fescine.

Il vecchio e il nuovo, il passato che avanza nel futuro che è già prossimo, che è già oggi. Il Falerno¤ come vocazione antica, primitivo rosso campano tanto amato dai romani che incapaci di reggerne la possenza lo sventravano con nefandezze delle più dolci pur di mentire a se stessi. L’Ager Falernus¤ come terra eletta che riscopre oggi una vocazione per troppo tempo assopita e banalizzata, il Massico¤ che vive una nouvelle vogue entusiata di esserci e di scomettere su se stesso.

Da qui a Roccamonfina¤, vigneti sperimentali e gran cru campani, ricerca ed innovazione che regalano grandi vini e simpatiche interpretazioni, l’aglianico maritato al piedirosso, la falanghina vestita con il sauvignon, uno strappo, quest’ultimo, alla tradizione da non confondere con la tradizione stessa, una fiche buttata lì sul tavolo verde che vale la giocata ma non deve essere la partita, non abbiamo bisogno di mezzucci per abbreviare il tragitto, solo un po’ più di palle per guadare il fiume. Attributi che non sono mancati a chi¤ ha reinventato poco più in là una viticultura scomparsa, a chi, per esempio riscoprendo il pallagrello¤ bianco e nero ed il casavecchia¤ non ha abbassato le braghe agli storpi e biechi burocrati del no e ci continua a regalare emozioni liquide pure attraverso vini esemplari e ricchi di fascino.

A costoro e a tutti quelli che amano la vigna, piccola¤ o grande¤ che sia, io dico grazie. A tutti quelli che di fronte a questi vini si troveranno ribadisco: “questa è la mia e la vostra terra, vivetela con il cuore in mano!”

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Quarto, dietro l’angolo c’è Sud

23 novembre 2009

E’ domenica mattina, ancora alle prese con i ringraziamenti per gli auguri per il mio compleanno appena trascorso quando mi imbatto sul promemoria di oggi che mi dice: Sud!

Oggi si va fuori, proprio dietro l’angolo di casa, più o meno, mi metto al telefono e chiamo per prenotare il tavolo nel ristorante di Marianna Vitale e Pino Esposito a Quarto. Arriviamo perfettamente in orario, sono circa le due, ci accoglie Stefania che ci accompagna al nostro tavolo; Pino ci saluta con calore, quel “vi aspettavamo” più che un accoglienza doverosa suona come un grande attestato di stima, potenza della rete.

Il menu nel complesso è esaustivo, cinque antipasti, altrettanti primi piatti e secondi, una deliziosa proposta di desserts; sono tentato dal “degustazione”, 6 piatti con due antipasti e due primi, un secondo ed un dessert a libera scelta dalla carta, davvero encomiabile per il prezzo (35 euro!), ma decidiamo con Lilly di scegliere à la carte.

Ci arrivano in sequenza il tortino di scarole, pane croccante e polpo su passatina di fagioli cannellini e ristretto di piedirosso (nella foto di M. Alaimo), un piatto dall’armonia disarmante, poi la lasagnetta di lingua di vitello con friarielli e tartufi di mare, che vuoi o non vuoi merita un applauso oltre che per la bontà, per l’intuizione e per il coraggio nel proporla e una cheesecake di baccalà profumato al finocchietto con ceci e pomodori confit, un gioco di tendenze dolci, acidità e sapidità ancora a favore delle prime ma di riuscita appetibilità.

I due primi sono due esecuzioni esemplari di innovazione e tradizione, le linguine con astice e cicerchie dei Campi Flegrei (quelle di Luigi Di Meo de La Sibilla) e gli ziti lardiati al sugo di coniglio, quest’ultimo più leggero (e digeribile) di quanto appaia citato in carta. Segue il trancio di lampuga in guazzetto di frutti di mare e broccoli e il Baccalà fritto in pastella, sapori nitidi di un mare vivo, non poi così distante da quella vista sul golfo di Pozzuoli dove Pino e Marianna avevano sognato di aprire il loro Sud prima di scegliere Quarto. Chiudiamo con un delizioso cremoso al caffè ed un morbido di “ricotta&pera” convincente, ci lasciamo poi persuadere dall’assaggio della crostatina al cioccolato fondente meringata, chiusura ad hoc per un pranzo della domenica da Diario enogastronomico.

Dalla carta, sinceramente esaustiva nella proposta, ho scelto di bere dapprima un tradizionale Greco di Tufo Novaserra 2007 di Mastroberardino, ma non convinto del tutto dalla bottiglia (lievissimo “tappo”) con la comprensione di Pino abbiamo optato per un solido e fresco Fiano Colli di Lapio di Clelia Romano. Intelligente l’offerta del benvenuto con l’Asprinio d’Aversa brut di Grotta del Sole (così si fa, territorio!) accompagnato da una interessante amouse bouche, pancetta arrostita su quenelle di ricotta e passatina di friarielli. L’ambiente è molto curato, caldo nonostante i colori apparentemente freddi, la tavola è apparecchiata in maniera elegante, moderna ma non eccentrica, a guardarsi intorno risulta molto interessante il sobrio passaggio fotografico che gira tutt’intorno la sala; il servizio è gestito molto bene dallo stesso Pino e dalla brava Stefania, attenta, puntuale (talvolta oltremodo), assolutamente professionale nei tempi e nei modi con i quali si propone agli avventori. Questo è Sud, quello che ci piace cercare e trovare nei piatti, condividere!!

Nota aggiuntiva del 28 Febbraio 2010: torniamo con piacere alla tavola di Pino e Marianna per un pranzo domenicale, con noi alcuni amici. Scopriamo l’inedito di nuovi piatti tra quelli già divenuti un classico della proposta di Sud, come la cheesecake di Baccalà o desserts come la crostatina meringata piuttosto che il cremoso alla liquirizia; aggiungiamo alla lista dei ricordi più saporiti, Polpo e Polpessa croccanti su insalatina di puntarelle, un modo elegante e composto di proporre “la frittura”, con materia prima freschissima, cottura biondissima ed insalata perfettamente condita. Da plauso le linguine con porri e salsiccia pezzente, connubio intenso ed armonico di aromaticità, tendenza dolce e succulenza, davvero un piatto intelligente, semplice nella sua essenza, ma perfettamente eseguito ed integrato in un menù degustazione che rimane, nella sua interezza, sempre su standards elevatissimi e a prezzi favorevolissimi.

La carta dei vini ha subìto qualche ritocco in positivo, la presenza di alcune verticali di vini campani sta a dimostrazione del fatto che si vuole crescere anche in cantina, opportuno però rivedere, di questi, alcuni ricarichi, un po’ troppo fuori mercato. Il servizio ricevuto, nonostante il locale fosse pieno, conferma, se ce ne fosse stato bisogno, le ottime attitudini di Pino e Stefania: garbati, presenti, disponibili. Da segnalare infine gli ottimi pani serviti, quello con le alghe veramente delizioso!

Nota aggiuntiva del 12 Marzo 2010. Ancora a Sud: la voglia di farlo scoprire ad alcuni amici a cui era ancora sfuggente era tanta. Ci sediamo di venerdì sera in un clima da sold out, le prime avvisaglie si hanno con la frenetica corsa di Pino e Stefania, che lo aiuta in sala, ad aprire la porta agli ospiti. Siamo raccomandati, o più semplicemente, avendo la carrozzina della bimba, ingombranti, otteniamo quindi lo stesso tavolo della volta precedente: comodo, a prima vista sulla cucina e però latente al vocìo che man mano si alza alle nostre spalle.

Tra le conferme, innanzitutto gli standards sempre costanti del servizio, si dispensano sorrisi, educazione, disponibilità. Proviamo oltre ai consolidati piatti citati nelle precendenti recensioni, ancora tre novità: Spaghettoni cacio e pepe con bianchetti, perfetto equilibrio tra l’aromaticità del condimento e la fragranza dei freschi bianchetti, grassezza e succulenza del cacio unita magistralmente alla sottile speziatura del pepe; ottime anche le fettucce con il coniglio ed olive nere sploverate di mandorle, anche qui esaltazione, quasi didattica, di tutti gli elementi componenti il piatto: cottura della pasta al bacio, coniglio saporito, condimento essenziale, avvolgente e non stucchevole.

Marianna sembra rincorrere nei suoi piatti oltre la perfetta coniugazione dei sapori che li compongono, anche i colori, ognuna delle sue preparazioni esprime una cromaticità che non passa inosservata, lampante ad esempio quando ci si ritrova davanti la sua cheesecake di baccalà, una girandola di colori prima che di profumi e sapori nitidi. Deliziose le costine di agnello, fuori carta e proposte scottate in padella con un semplice contorno di broccoli: anche la semplicità pare acquisire maggior fascino tra i fuochi di Sud. Questo è tutto, cronaca di una costante ascesa, a cui ogni buon appassionato della buona cucina vorrà partecipare!

Ristorante Sud
Via SS Pietro e Paolo n° 8
Quarto (Napoli)
tel. 081.0202708
www.sudristorante.it
Aperto la sera, domenica e festivi a pranzo
Chiuso il lunedì

Campania, piccole bollicine crescono

18 novembre 2009

Nell’epoca in cui viviamo la comunicazione è divenuto un fattore fondante del successo di un prodotto, di un marchio, di una azienda; no, non scopriamo certo l’acqua calda, in effetti “la pubblicità – si è sempre detto – è l’anima del commercio” ed in ogni stagione negli ultimi cento anni si è fatta prima pudica, poi elegante persuasione sino a divenire insidiosa al punto di vestire troppo spesso l’arroganza dell’invadenza. Oggi più che di pubblicità, termine ormai relegato al linguaggio popolano si è sempre propensi a parlare di comunicazione, “perché con la comunicazione s’intende lanciare un messaggio che è molto più complesso, spesso originale, della banale pubblicità”. Non solo quindi manifestare la bontà di un prodotto, l’intuizione di una idea,  l’identità di un marchio da lanciare o consolidare e invitare al suo acquisto, ma rendere tutti questi, attraverso un linguaggio minuzioso, magari supportato da una proposizione anche visiva, una parte integrante di una esperienza unica del destinatario di turno, insomma un momento culminate del proprio vivere quotidiano, magari di una passione, di un piacere che potrà essere a lungo condizionato tanto da modificarne le abitudini.

Ecco come si può arrivare a pensare di stravolgere le abitudini di operatori professionali ed appassionati consumatori, come si possa pensare di proporre in alternativa al Prosecco di turno la Falanghina o l’Asprinio d’Aversa spumanti, come avviare una lenta conversione alla valorizzazione di progetti interessanti sul primo, diffusissimo vitigno che sembra trovare con la spumantizzazione un’anima intrigante, deliziosamente appagante, una espressione per niente banale e sul secondo che grazie all’impegno di pochi viene costantemente reso salvo dall’estinzione. Un lento progredire che possa condurre all’idea che sia il Prosecco a divenire una valida alternativa di Asprinio e Falanghina, non fosse altro per la soddisfazione di chi ama rallegrarsi con le bollicine autoctone campane e per la buona pace dei redattori delle varie guide ai ristoranti che proprio non ne possono più di ritrovarsi a Sorrento come a Pozzuoli, a Paestum come a Caserta o Ischia sempre costantemente serviti come “calice di benvenuto” il Prosecco (spesso uno dei più mesti) o magari un Oltrepò Pavese Pinot Nero vinificato in bianco e quando gli va bene una flute di Franciacorta: nessuno, o quasi (poiché le eccezioni vi sono sempre) che pensi che uno spumante di Falanghina (quindi Asprinio d’Aversa o Greco di Tufo) possa essere un buon viatico di accoglienza quantomeno in tono alla propria tavola spesso proposta come tradizione della enogastronomia campana.

Un percorso sicuramente non facile, che passa innanzitutto dalla qualità dei prodotti proposti dalle aziende, che non si può negare, ce la stanno mettendo tutta per migliorare i propri vini, raccogliendo e vinificando le uve con le caratteristiche più adatte alla tipologia e qualificando sempre di più la propria esperienza investendo in risorse umane avvalendosi di consulenti specialisti (quasi sempre proprio provenienti dalla scuola enologica di Conegliano, nda) ed in tecnologia di cantina, con gli spumanti quanto mai essenziali per proporre un vino di qualità e rispettoso delle caratteristiche organolettiche della tipologia. Investimenti onerosi che servono necessariamente per fare il salto di qualità e garantire una filiera inattaccabile.

Una buona dose di entusiasmo in questa direzione non guasterebbe, soprattutto da parte di chi come gli operatori del settore, sommeliers, enotecari, ristoratori, distributori spesso decidono le sorti di un vino piuttosto che di un altro; non senza le dovute osservanze: i parametri della qualità devono essere integerrimi, quelli dei costi discussi seriamente e serenamente al fine di trovare un giusto equilibrio (spesso ricarichi assurdi sino al 300% sulle bollicine allontanano da certe scelte) ma soprattutto l’intelligenza di non prendere per partito preso posizioni assolutistiche, i vini spumanti da vitigni autoctoni campani non vanno contrapposti ostinatamente ai vari modelli italiani e soprattutto d’oltralpe, Champagne in testa. Sono questi, vini la cui storia è inattaccabile, la cui origine di valore straordinario e di qualità certamente superiore da prendere per modello per valorizzazione dei terroirs espressi e non da scimmiottare con interpretazioni storpiate che hanno portato negli anni a vinificare di tutto purchè frizzante.

Il valore aggiunto per le nostre bollicine autoctone campane oltre al prezzo quasi sempre alla portata di tutti, risiede nella capacità di comunicare il nostro territorio con schiettezza e semplicità non senza rimanere affascinati dalla storia di una viticoltura eroica (penso ai vigneti di Asprinio ad alberata dell’aversano, ai terrazzamenti di Falanghina di Monte di Procida ecc…) capace solo qui, attraverso questi vini di imprimere un marchio indelebile di una terra unica e straordinaria. Valori, schiettezza e sincerità che non dovrebbero mai mancare anche nei comunicatori del vino. Prosit!

Montevetrano, Silvia c’è!

14 novembre 2009

silviaimparato[1]

Tutto nasce per gioco ma non per caso; la storia dell’azienda agricola Montevetrano ha origine nell’entusiasmo di poter sperimentare con un gruppo di amici la passione condivisa per il vino, laddove i riferimenti mitici del momento erano i vini bordolesi. Era il 1985 quando nei dintorni del Castello di Montevetrano, nelle Colline Salernitane in una vigna di appena due ettari di proprietà della famiglia Imparato sin dal 1940, dove si produceva frutta, nocciole, vino ed olio per uso familiare si reinnestano marze di aglianico di Taurasi, cabernet sauvignon e merlot su barbera, per’è palummo (piedirosso) e uva di Troia. Il 1991 è l’anno delle primissime  bottiglie di Montevetrano, davvero pochissime e solo per gli amici più stretti con il cabernet al 70% e l’ aglianico al 30%.

E’ una festa, un gioco per l’appunto che Silvia ha voluto innescare, ma sorprendentemente entusiasmante perché il Montevetrano è molto superiore alle aspettative cosicchè bando alle ciance e s’iniziò a fare sul serio. L’incontro con Riccardo Cotarella fa il resto della storia che ormai è patrimonio della vitienologia campana e se vogliamo dell’Italia intera. Si perfeziona il taglio con una percentuale più bassa di aglianico e l’introduzione del merlot ed infatti il vino risulta acquisire immediatamente grande godibilità seppur senza mancare in personalità e carattere da smussare con attenta evoluzione in bottiglia. 

Nasce un vino che in pochi anni, appena un quinquennio, divenne una icona di come un terroir assolutamente sconosciuto potesse assurgere a fasti illustri grazie ad iniziative coraggiose ed indirizzate a produrre solo e sempre qualità. Montevetrano oggi non è un semplice vino, è un simbolo, per alcuni è stato “la moda del momento” un po’ come accadde un decennio prima al Sassicaia, questi ben presto hanno dovuto ricredersi e guardare a questo piccolo gioiello proprio come hanno dovuto rivedere la loro posizione nei confronti dell’antesignano dei SuperTuscan in quel di Bolgheri. Forse il paragone è azzardato ma le vicende sembrano somigliarsi abbastanza, vedi Bolgheri oggi ed ammiri un’area vocatissima ed una denominazione prestigiosissima, ma in quanti avrebbero scommesso ciecamente sull’opera degli Incisa della Rocchetta? Montevetrano ha percorso vicende avverse e tanti pregiudizi proprio come il Sassicaia, facendo suo un terroir che prima non esisteva ed esaltandolo al suo massimo splendore; additato dai più per la mancanza di originalità, di una tipicità che in realtà in questa zona non è mai seriamente sopravvissuta ai vini modesti e venduti alla buona sul mercato locale è oggi forse la massima espressione territoriale che un vino possa rappresentare.

Pensare alla Campania fuori dagli schemi comuni dell’areale Irpino sempiterno apprezzato e dei vini della provincia di Napoli venduti in tutto il mondo ma sempre recepiti come vini di basso profilo poteva essere un grande affanno alla ricerca di una o due realtà capaci di esprimersi a livelli qualitativi eccelsi, oggi tutto questo fortunatamente è ampiamente superato, dire Campania è dire tanto ma non è più difficile pensare a questa terra come espressione di grandi cru e Montevetrano è a tutti gli effetti uno di questi. Per avere una idea chiara di cosa possa esprimere nel tempo questo vino, segue una breve verticale di quattro annate.

139b[1]Montevetrano 2006. Il Montevetrano è prodotto esclusivamente con uve di proprietà, cabernet sauvignon, merlot ed Aglianico nella selezione clonale vicino all’aglianico di Taurasi. Viene vinificato ed imbottigliato nella tenuta, a garanzia del controllo totale di tutto il ciclo produttivo. Il 2006 si presenta con un colore rosso rubino, di bella vivacità caratterizzato da poca trasparenza, segnale questo di grande estrazione che si evince anche dalla consistenza nel bicchiere che  manifesta lungo le sue pareti una certa presenza glicerica con “lacrime” ricche e lente nello scivolare. Il primo naso è intenso su note vegetali, immediatamente un riconoscimento peperone, poi si apre su note di piccoli frutti surmaturi, ribes e mirtillo, accentua la sua complessità su lievi sensazioni balsamiche che ne esaltano la vinostà. In bocca è secco, la spalla acida ne accentua la giovine età ma non nasconde una struttura ampia e complessa. La profondità di questo vino solo il tempo potrà esaltarla, dona già segni tangibili di buona longevità; da servire alla temperatura di 16 gradi in calici ampi ma non eccessivamente, risulterebbero accentuare la sua attuale esuberanza olfattiva sulle note vegetali. Lo abbiamo abbinato ad un gattò di patate con provola e mortadella e salsa di funghi porcini, tendenza dolce, succulenza ed aromaticità da contraltare a sensazioni olfattive intense, acidità e lunga persistenza del vino.

139b[1]Montevetrano 2005. Il colore è di un rosso rubino, carico e caratterizzato da una impenetrabile veste cromatica. Di buona consistenza nel bicchiere. Il naso manifesta note olfattive molto interessanti ed eterogenee, iniziano su sensazioni fruttate dolci accompagnate da eleganti esalazioni balsamiche; poi confettura di susina, mirtilli e ribes neri, note di spezie sottili ed eleganti, pepe nero in primis. In bocca manifesta la sua giovane tannicità, senza esagerare, sorretta da un frutto estremamente ricco e voluttuoso che gli conferisce un gusto eccezionalmente persuasivo. E’ intenso, persistente e molto lungo anche nel finale di bocca. Da servire in calici mediamente ampi dopo aver lasciato per tempo debito ossigenare la bottiglia aperta magari qualche ora prima di servirla, noi l’abbiamo accostato, giocando con un abbinamento del cuore alla zuppetta di fagioli e scarola riccia con Mozzariello, un piatto povero che trova la sua nobiltà in abbinamento a cotanto vino.

139b[1]Montevetrano 2004. L’annata è stata essenzialmente regolare dal punto di vista climatico, l’areale di San Cipriano Picentino sempra baciato dagli dei in questo, la vendemmia ha avuto il suo inizio a metà settembre.Il colore è rosso rubino, appena meno accentuato rispetto all’annata precedente, comunque vivace ed invitante. Di buona consistenza nel bicchiere. Qui il naso, il primo naso è di floreale passito, poi un fruttato intenso, maturo quasi marmellatoso di grande finezza e persistenza; vengono fuori note balsamiche, tabacco e note di cacao in polvere. In bocca quasi a sorprendere ritorna una spalla acida sincera ed efficace da non confondere con il tannino che risulta attenuato e ridimensionato dall’evoluzione in bottiglia di questo blend sempre più affascinante quanto esaltante. Da servire, soprattutto per la sua verve in calici mediamente ampi ad una temperatura di 16/18 gradi, noi l’abbiamo accostato per l’occasione con un primo piatto tradizionale rielaborato alla nostra maniera, Vesuvio di Paccheri ripieni con passata di pomodori San Marzano di Colle Spadaro.

139b[1]Montevetrano 2001. L’annata è stata caratterizzata da un inverno molto freddo e da un germogliamento tardivo che ha concesso una minore quantità di uva. Le piogge ben dosate però hanno consentito un ciclo vegetativo costante e senza stress particolari sino alla raccolta avvenuta in pieno settembre. Innanzitutto alcuni dati tecnici a sostegno della grande impressione che ho ricevuto da questo vino in questa annata: le uve vengono lasciate a macerare con la buccia per circa 20 giorni in acciaio inox previo salasso del 15%, vengono effettuate durante questo processo numerose follature per rendere omogenea tutta la massa. Successivamente il vino rimane per 8/12 mesi in barriques nuove da 225 lt. di rovere di Nevers, Allier e Tronçais. L’ alcool è di 13% vol. sorretto da un pH di 3,65 e da un’acidità totale pari a  5,10 gr/lt. L’estratto secco è di 33. Si presenta nel bicchiere con un colore rosso rubino con appena delle sfumature sull’unghia del vino tendenti al granato, rimane vivace e poco trasparente. Il primo naso è evoluto ed etereo su note balsamiche e di spezie, avvolgente nelle sue senzazioni di frutti in confettura. In bocca è secco e caldo, avvolgente nella sua trama gustativa che non lascia spazio ad asperità o sensazioni di durezza. Impressionante a parer mio l’armonia che caratterizza questo vino in questo millesimo bevuto oggi, prova tangibile che il Montevetrano può tranquillamente essere aspettato negli anni, senza indugi. Da servire ad una temperatura intorno ai 16/17 gradi in calici panciuti, noi lo abbiamo abbinato al filetto di maiale con spezie, erbe ed aceto balsamico e servito con salsa ridotta di Montevetrano.

Terre del Principe, la favola del Pallagrello

10 novembre 2009

L’inverno quest’anno è stato assai rigido e ci ha consegnato tanta di quella pioggia che in certe giornate ci siamo sentiti quasi presi “a secchiate”; noi al sud, non siamo proprio abituati e nonostante tutti ci bombardano con il cambiamento climatico ormai in atto da anni proprio non riusciamo a farne a meno di lamentarci quando il sole non è lì, bello alto e caldo tanto da scaldarci dentro ed aprirci ai meravigliosi scenari fatti di mare e di terra che si stagliano lì all’orizzonte.

A. d. B. da TERRE DEL PRINCIPE 019

Oggi siamo stati fortunati, abbiamo beccato una giornata meravigliosa, non certo di solleone ma tanto bella e solatìa da consegnarci una decina di ore in aperta campagna in terra di lavoro come non capitavano da settimane, contornate dalla deliziosa ospitalità di Peppe Mancini e dalla straordinaria passione di Manuela Piancastelli profuse in quel di Terre del Principe .

Castel Campagnano è un luogo ameno, un angolo della provincia di Caserta che sembra lontano anni luce dalla calca senza freni del circondario della maestosa Reggia, chiuso come a proteggerlo dal Taburno da un lato, dal Matese dall’altro fatto di campi d’olivo e di vite e qua e là residenze di campagna che solo negli ultimi anni sembrano riprender vita. A camminar per queste stradine si respira subito la ruralità di questi luoghi, dai contadini quasi tutti ultrasessantenni che bazzicano sui trattori d’antan sù per i terreni ripidi e non manca di incontrare nel poco traffico tra un incrocio e l’altro vecchi carretti trainati da cavalli con carichi di verdure ed ortaggi diretti chissà dove.

Ci accoglie Manuela che assieme ai suoi due deliziosi cani Ortole e Pallagrella ci conduce all’atrio della bellissima cantina, contornato da vecchi tralci di viti interrotti qua e là dai vari riconoscimenti ricevuti dai vini aziendali in questo primo scorcio di vita e da una piccola teca dove troneggiano alcune bottiglie di “Vino Pallarello” e “Vino Spumante di Pallagrello” dei primi del Novecento: un segno tangibile del grande valore storico dell’ostinato lavoro di Peppe Mancini avviato nei primi anni novanta nella riscoperta e valorizzazione di questo vitigno ma anche del casavecchia, oggi espressioni altisonanti di un’altra viticoltura campana non più appannaggio, tra gli altri, solo di vitigni quali l’aglianico, il piedirosso, il fiano ed il greco.

Ci avviamo con Peppe in campagna a camminare le vigne, visitiamo dapprima vigna Piancastelli, appena 3 ettari rilevati da Manuela quasi come pegno d’amore appena dopo il loro incontro, impiantato a casavecchia e pallagrello nero con sistema guyot che confluiscono poi nel cru omonimo aziendale che esce solo nelle annate straordinarie e del quale ad oggi si annoverano solo le annate 2004 e 2005, quest’ultimo davvero di grande slancio interpretativo di una vendemmia non certo facile. Proprio di fronte vi è il vigneto Sèrole, un ettaro di pallagrello bianco destinato alla produzione del cru omonimo dove la polposità del frutto incontra il pregiato legno di rovere per un vino dal taglio ammaliante e coinvolgente.

Ci spostiamo in località Monticello dove vi è la parte più grande dei vigneti di proprietà, circa 7 ettari di filari questa volta impiantati con il sistema tradizionale della “pergola casertana” che contrariamente alle comuni convinzioni, ci dice Peppe Mancini, “se curato perbene in vigna e non sovraccaricato di frutti riesce a dare risultati addirittura superiori al guyot, almeno questi sono i riscontri che anno dopo anno cogliamo dalle vendemmie”. A guardare il panorama che si staglia dinanzi si apre uno scenario davvero suggestivo, siamo posti proprio di fronte dove sorge fisicamente, di là della vallata, la cantina maestosamente sovrastata in lontananza dal Matese con le cime innevate e con alle nostre spalle l’altrettanto maestoso monte Taburno, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal fiume Volturno oltre il quale la provincia inizia ad essere Benevento. Che magnifica terra!

Ritorniamo in azienda dove ci attende “il pranzo di Carnevale” magistralmente preparato da Maurizio, fratello di Manuela, a suo tempo chef e patròn, siamo nella seconda metà degli anni novanta, de “La Vineria del Mare” a Pozzuoli, locale antesignano dei moderni winebar lasciato poi per approdare alla “Tavola del Principe” per deliziare gli ospiti dell’azienda con le sue preparazioni; qui ci lasciamo rapire dal racconto di questa favola d’amore, nata per caso mentre Peppe Mancini cercava suffragio alla sua riscoperta del Casavecchia e del Pallagrello e Manuela – forse la prima giornalista (Il Mattino) dedicatasi alla cronaca enogastronomica – era alla ricerca di nuovi slanci dell’agricoltura campana. Una storia moderna che racconta di come la terra ed i suoi frutti possano decidere l’avvenire di due persone che ad un certo punto della loro vita si impongono di lasciarsi tutto alle spalle per rinvigorire una storia antica e proiettarla nel futuro, ad oggi grazie ai loro vini, straordinariamente affascinante e che invito a non perdere mai di vista. Grazie di esistere!

Brusciano, Taverna Estia

10 novembre 2009

Basta poco, che ce vo’. Così il grande Giobbe Covatta avviò una grande campagna di sensibilizazzione qualche anno fa, potrebbe tranquillamente essere copiato e fatto proprio come slogan per lanciare i nuovi giovani chef campani alla conquista dall’alta ristorazione italiana: suvvia, un po’ di coraggio!

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Taverna Estia è a Brusciano, periferia napoletana all’ombra della più grande periferia vesuviana che compren©de tra gli altri l’areale di Pomigliano d’Arco, ma è senza ombra di dubbio uno degli indirizzi più centrati per chi desidera una gradevole esperienza gastronomica (a)tipicamente locale.

Il Ristorante ha una storia recente, è nato appena dieci anni fa, dalla passione e dalla caparbietà di papà Armando Sposito, ex insegnante di educazione fisica con il pallino dei fornelli e della condivisione, casa sua era letteralmente presa d’assalto da amici e parenti appena si spargeva in giro la voce che “Armando teneva genie e’cucinà” così l’idea di mettersi in gioco, di avviare quello che in appena dieci anni è divenuto un piccolo laboratorio d’avanguardia culinaria napoletana. Dal 2005, dopo una formazione attenta e mirata sul campo, in cucina il protagonista assoluto è Francesco, figlio di Armando e per tempo pupillo di Igles Corelli alla Locanda della Tamerice, coadiuvato in sala dal fratello Mario, sommelier professionista ed anfitrione garbato e presente. L’ambiente è curato, pochi tavoli ben distanziati, mis en place elegante ed essenziale (ma quanto pesano però le posate!), la cucina in vista lascia trasparire la voglia di spazio ma anche una accurata tempistica e coordinamento del servizio.

Scegliamo il menù degustazione di terra, 8 portate (compreso aperitivo e predessert) che sicuramente non passano inosservate: simpatico l’aperitivo “mangiamo con le mani”, verdure ed ortaggi disidratati e fritti, polpettina di broccoli e piccoli assaggi di conetti di sfoglia e palamita, come buono il bon bon di latte cagliato con acciuga cruda su passatina cruda (che preferisco al termine gazpacho, nda) di San Marzano; semplicemente strepitosa invece la creme brulèe di baccalà con divertenti consistenze e forme di fagioli cannellini e peperoni cruschi.

Non mi ha entusiasmato invece il primo piatto, ovvero “Il grano duro: quattro modi per rivisitare la pasta e le tradizioni”; piatto sicuramente concettuale, come lo definisce Mario, difficilissimo da gestire nel servizio aggiungo io, data la presenza di quattro paste fresche e quattro differenti condimenti, molto bello a vedersi ma poco “palatable”, che si dissolve cioè senza lasciare picchi di piacevolezze particolari. Decisamente eccelso, per concettualità e più ancora per sapore, il secondo, “coniglio al profumo di ginepro, cotto a bassa temperatura, con spiedino di finocchi gratinati e polpettina di coniglio”. Molto gradevole il mio predessert di “gelato vanigliato su confettura di arance”, meno “il parfait di liquirizia alla crema di zucca confit alla vaniglia e croccante di mandorle”, forse un po’ pesantino (anche per la porzione abbondante) prima del delizioso ed originale “Giòcolato”, variazione sul tema cioccolato. Bonus invece, per la buonissima millefoglie con crema alla vaniglia, una proposta must, mi dice Mario che in dieci anni difficilmente sbaglia di colpire dritto al cuore.

Buona la carta dei vini, ben articolata e scorrevole, molto buono il servizio, puntuale ed attento soprattutto da parte della garbata compagna di Mario che lo aiuta in sala, di cui pardòn, mi sfugge il nome nonostante si fosse presentata per tempo, ma della quale certamente non scorderemo le buone maniere con le quali ci ha condotto sino al caffè senza sbavatura alcuna. Conto sui 170 euro, in due, comprensivo delle bevande. Ho bevuto un buonissimo Lagrein 2006 (22 Eur) di Hofstatter, praticamente impossibile da trovare anche nelle carte più attente, perchè molti lo snobbano accecati dalla grandezza dei bianchi e del Pinot Nero di questo nobile produttore alto atesino, ecco perchè in ogni buon ristorante a fare gli acquisti dovrebbe essere il sommelier, e non come spesso capita il rappresentante, bravo Mario!

TAVERNA ESTIA
Via G. De Ruggiero, 108
80031 Brusciano (Napoli) Italy
Tel. +39  081.519.96.33
info@tavernaestia.it
chef@tavernaestia.it
Orari di apertura:
Martedì, aperto solo a cena.
Dal mercoledì al sabato, pranzo e cena Domenica aperto solo a pranzo.
Chiuso il lunedì e la domenica sera.
 

Falanghina, radiografia di un vitigno

9 novembre 2009

“[…] Fiorisce ai principi di giugno, presto sfiora e manda via la corolla. Grappolo di mezzana grandezza, allungato, poco ramoso, raro. Bacca quasi rotonda, picciola, di un bel gialletto, ed a perfetta maturità più si colora; sugosa, molto dolce. Molto e costantemente fruttifero. Fa buon vino”.

Così Vincenzo Semmola, storico di ampelografia di metà ‘800 descriveva, affascinato, le varietà di Falanghina (dal greco falangos, dal latino phalange, legata al palo) delle quali ne arrivò a catalogare circa 112 incontrate di volta in volta nelle sue camminate su per le campagne del Monte Somma ed intorno a Napoli ed al suo circondario, dalla collina di Posillipo, ai Camaldoli sino ai cosiddetti campi ardenti, gli odierni Campi Flegrei.

Prima  e dopo questo periodo non sono mancate citazioni e lodi per questo vitigno tanto diffuso quanto poco conosciuto, e molti esperti ed autori hanno lasciato tracce interessanti sulle sue peculiarità tanto da farne dei capisaldi anche per i moderni studi di agronomia ed enologia: basti pensare alle opere di Columella Onorati (1804), dell’Acerbi (1825), di Federico Corrado Denhart (1829) che nel tempo si occuparono ampiamente, soprattutto quest’ultimo, di definire ampelograficamente le caratteristiche di questo vitigno tanto diffuso da non poterlo far mancare nel prestigioso patrimonio vivaistico del Real Ortobotanico di Napoli. Come non citare il Cavaliere Giuseppe Frojo che nel 1879 fu tra i primi a lasciare traccia di un intero processo produttivo del vino Falanghina, ripreso proprio alcuni anni fa dalla Famiglia Mustilli di Sant’Agata de’Goti che assieme ad Antonella Monaco, ricercatrice della Facoltà di Agraria dell’università Federico II di Napoli,  lo riproposero con una bella iniziativa culturale tesa alla valorizzazione storica di questo straordinario vitigno del quale l’ing. Leonardo, capostipite della famiglia, è stato primo promotore in assoluto nella nostra regione sin dal 1970.

La storia ci consegna quindi un panorama ricco di blasone ed un salto ai giorni nostri ci apre ad una visione sulla Falanghina (distinguibile oggi essenzialmente in due precisi cloni, uno beneventano ed uno tipicamente Flegreo) estremamente più complessa di quanto appare facile decifrare con non poche sfumature in chiaro-scuro, fatto di antiche considerazioni, ataviche convinzioni e come sempre di poca “memoria storica liquida” – come amo definirla io – cioè di bottiglie di vendemmie passate sulle quale realmente costruire anno dopo anno un profilo indentitario di questo vitigno e delle sue varie espressioni ed interpretazioni territoriali.

La sua ampia diffusione nella geografia vitivinicola campana ci induce a sostenere quanto la Falanghina sia stata capace nei decenni ad adattarsi a tutte le varianti morfologiche territoriali regionali quasi sempre con risultati di tutto rispetto tanto da divenire il bianco varietale più diffuso oggigiorno nella nostra regione e soprattutto capace di coprire un’ampia fascia di collocazione commerciale pari a pochi altri vini bianchi italiani con un forte indice di penetrazione sul mercato facendone un successo enologico che non ha riscontri pari per volumi e numeri negli ultimi anni in Campania: insomma un vitigno dal grande passato, un fiorente presente ed un futuro tutto da rivelare!

Proprio seguendo questo filo logico alcuni produttori campani, grandi e piccoli, sparsi qua e là in regione hanno deciso di puntare su questo vitigno lanciandosi in interpretazioni estremamente profonde consegnandoci vini dall’aspetto culturale ed organolettico più affascinante, decisamente complessi, termine quest’ultimo spesso abusato in degustazione ma quasi mai realmente riscontrabile nei vini Falanghina prima di allora, forzatamente e malinconicamente relegati ad una deontologia basata sul “giallo verdolino e sulle note olfattive erbacee, appena floreali”.

donna[1]Per fare questo era necessaria una profonda riflessione ed una piccola rivoluzione culturale, che a dire il vero non tutti si sono sentiti in grado (dovere) di fare ma chi ha imboccato questa strada certamente non ha avuto che riscontri positivi dal mercato e dalla critica. Un lavoro importante è stato avviato in campagna, la vigna prima di tutto, molti impianti erano assolutamente inadatti a perseguire questo nuovo orizzonte; come detto la Falanghina non ha particolari esigenze colturali, paradossalmente anche da rese alte, intorno ai 120 quintali per ettaro il vitigno esprime ottime peculiarità enologiche ma l’affaticamento dei ceppi, spesso con oltre 15 gemme per pianta non rendeva certamente semplice la gestione enologica del vino.

 Assieme all’intervento in vigna è stato necessario un forte, deciso, indefesso intervento culturale nei confronti dei contadini, soprattutto dei conferitori di piccole parcelle, penso per esempio ai Campi Flegrei, dove l’allevamento con il “sistema puteolano” ha reso per molti anni la vita difficilissima a chi si ritrovava poi in cantina uve buone solo per la distillazione ed è qui che è avvenuto il cambiamento più radicale, rifiutando questa atavica condizione passiva mutuando nuove prospettive, che come già affermato, vede una realtà non solo capace di affrancarsi dagli stereotipi ma indubbiamente già rivolta ad un futuro da protagonista del panorama enologico regionale ed italiano. Convertire questi impianti, dove possibile, a conduzioni più rigide con potature per esempio più efficaci non oltre le 7-8 gemme per pianta e pensare a nuovi impianti con sistemi più moderni, come per esempio il Guyot basso (anche bilaterale) ha di fatto creato i primi presupposti necessari per intraprendere il giusto cammino verso la qualità assoluta.

A questa rivoluzione in vigna è seguita anche una maggiore consapevolezza di profondere maggiore attenzione ai processi produttivi in cantina, mirando ad investimenti capaci di lasciare sviluppare una nuova coscienza enologica che ha aperto la strada anche a molti giovani enologi campani che stanno delineando le fila di una vitienologia di assoluta qualità: penso al lavoro di Antonio Pesce sul Vesuvio, di Fortunato Sebastiano nel Sannio, di Gerardo Vernazzaro e Francesco Martusciello Jr nei Campi Flegrei tanto per citarne alcuni; enologi capaci di seguire la scia di predecessori illustri, il prof. Luigi Moio in testa, senza mancare in personalità, quella personalità tangibile ad ogni sorso dei vini che firmano, valore questo entusiasmante ed inattaccabile nel tempo.

In conclusione è utile fissare bene in mente che proprio per tutto questo fermento, figlio di notevoli e radicali cambiamenti, è assolutamente importante approcciarsi alla Falanghina ed ai suoi vini con occhi, naso e palato nuovi. Via i vecchi stereotipi di un vino blando, verdolino, erbaceo ed acido, molti forse non lo sanno (ovvero sono erroneamente indotti a sapere) ma le componenti odorose “tipiche” della Falanghina, dal Garigliano a Sapri, fatte le dovute eccezioni per aree viticole sono tutt’altre e di tutt’altra prospettiva. Analisi sensoriali, ovvero l’individuazione dei descrittori aromatici e successive indagini strumentali (analisi olfattometrica e varie Gas-cromatografie) hanno tracciato un profilo dell’aroma e del gusto del vino Falanghina davvero sorprendente (Colori, odori ed enologia della Falanghina, A.A. Vari, a cura di Luigi Moio, 2004).

La Falanghina non è un uva particolarmente aromatica, per questo è difficile riconoscerne il varietale dall’assaggio del chicco o del mosto ma successivamente alla vinificazione si generano una serie di sensazioni olfattive che ne delineano efficacemente la riconoscibilità. I descrittori aromatici che intervengono dopo appena sei mesi dalla vendemmia (vino Falanghina vinificato in modo tradizionale, in acciaio) sono il fruttato di banana, di mela, di ananas, di pesca e via via note floreali, di agrumi, di miele ed infine di erba. Dopo circa 18 mesi dalla vendemmia il quadro organolettico muta verso l’albicocca secca, il miele, il floreale passito lasciando presagire sensazioni mentolate, ancora di anice, e di felce.

Insomma, un vino Falanghina di qualità e longevità è possibile; aggiungiamo a questi elementi le varianti del caso che intervengono area per area come l’incidenza dei suoli (minerali), dell’esposizione, dell’altitudine (escursioni termiche), delle tecniche di produzione ed abbiamo ben chiaro un quadro del tutto inaspettato. Il tempo poi come sempre è un grande interprete di ogni nostra convinzione, e di ogni nostro sogno.

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