Posts Tagged ‘piedirosso’

Campi Flegrei, dove eravamo rimasti

6 giugno 2016

C’è del nuovo nei Campi Flegrei, una bella ventata di freschezza nel panorama enoico della regione, un brivido che punta a scuotere gli animi che da qualche tempo sembravano un poco assopiti, come rassegnati ad un campionato perlopiù di metà classifica.

Tenuta Camaldoli, Campi Flegrei - foto Cantine Astroni

Eppure, da più parti, mai come negli ultimi 4/5 anni non sono mancati apprezzamenti ed attenzioni su molti vini bianchi qui prodotti oltre naturalmente su certi piedirosso, vino che sta vivendo un vero e proprio momento d’oro, salutato con sempre maggiore rispetto non solo dagli appassionati ma soprattutto dai professionisti del vino.

E’ un nuovo corso? Ci crediamo fortemente,  l’auspicavamo e rivendicavamo con forza da un po’ – leggi qui¤ e qui¤ -; quello flegreo è un territorio davvero unico e suggestivo dove nascono vini di grande valore storico, culturale ed emozionale, caratterizzati da profili organolettici invidiabili, oltre che estremamente funzionali con la cucina di tutti i giorni. Una rivincita bella e buona.

Una crescita che non abbiamo mai scordato di spronare e seguire con attenzione, che può contare su solide radici ed un repentino cambio generazionale in atto che ha saputo rifarsi velocemente dei molti errori del passato, superando l’ostinazione di smarcarsi sino all’isolamento, rivedere seriamente la conduzione della vigna e molte pratiche di cantina in molti casi fuorvianti, favorendo così colture più sostenibili e protocolli sempre più alleggeriti a tutto favore di vini finalmente espressivi più delle varie anime del territorio che del manico del consulente. E i bicchieri ”parlano” chiaro.

Più in là scriveremo con maggiore dovizia dei rossi flegrei, per il momento ci piace sottolineare quanto tra i bianchi il risultato su alcuni recenti assaggi sia davvero incoraggiante: i vini hanno profili ben definiti, alcune bottiglie sono davvero coinvolgenti.

Vigna Stadio, Campi Flegrei - foto Cantine del Mare

Falanghina Campi Flegrei 2015 Michele Farro. Vino sempre di grande pulizia ed equilibrio quello di Michele¤. Dal naso invitante tutto giocato sull’erbaceo e la frutta a polpa bianca, melone e pesca, colpisce la prossimità al cru aziendale, il Le Cigliate; ha sorso sottile e teso, mai così appagante.

Falanghina Campi Flegrei Sintema 2015 Cantine Babbo¤. Una bella sorpresa il bianco della piccola azienda di Tommaso Babbo, tra le prime a mettere in bottiglia vino d.o.c. Campi Flegrei. E fa piacere che il lavoro di cantina giri adesso tutto intorno alla giovane enologa Alessia, figlia di Tommaso, che ha pienamente preso le redini in mano raccogliendo il testimone da Vincenzo Mercurio. Naso suggestivo ed invitante, sorso fresco e caratterizzato da spiccata vivacità gustativa. Immediato e di gran gusto.

Falanghina Campi Flegrei 2015 Cantine del Mare. Il lavoro di Gennaro Schiano non lo scopriamo certo oggi, lavora vigne stupende¤ e certe sue bottiglie¤ sono capaci di reggere il tempo in maniera stupefacente! La falanghina, croce e delizia della piccola azienda di Monte di Procida, si è scrollata di dosso qualche piccola imprecisione del passato e ci dà oggi un vino estremamente varietale e minerale. Ci senti il mare dentro.

Falanghina Campi Flegrei Colle Imperatrice 2015 Cantine Astroni¤. È il suo momento migliore, ha messo alle spalle la timidezza dei primi mesi in bottiglia che un po’ lo imbrigliavano, adesso scorrazza nei meglio bicchieri ‘capelli al vento’. Sottile e sapido.

Falanghina Campi Flegrei Vigna Astroni 2014 Cantine Astroni. Ci ha lavorato un po’ Gerardo¤ per trovarci una prima quadratura. Certo l’evoluzione del vino non è una scienza esatta, sarà quel che sarà, oggi quello che ti lascia finire la bottiglia in 2 è la complessa avvenenza del naso (ampio, varietale, parecchio coinvolgente) e soprattutto la succosa piacevolezza del sorso. Tradotto: il primo bicchiere ne richiama subito un altro e un altro ancora. E’ saporito e solare.

Falanghina Campi Flegrei 2014 Agnanum. Raffaele¤ ama firmarle le sue bottiglie, così chi le beve sa chi ne racconta la storia; sì, perchè una bottiglia di Agnanum è ognuna una storia, il racconto di un anno, di un pezzo di terra, la fatica dell’uomo che la lavora. Al naso ci senti il profumo del cratere, la sabbia vulcanica dove affondano le radici della vigna. Il sorso è una spremuta d’uva delle coste d’Agnano, nettare succoso e tonico. Vino bianco essenziale e profondo.

Falanghina Campi Flegrei 2014 Cantine dell’Averno. È la strada giusta quella intrapresa da Nicola ed Emilio Mirabella, sono vini molto territoriali quelli di Cantine dell’Averno¤, magari non proprio facilissimi per qualcuno di prima mano, ma godono di un’impronta varietale calda e polposa. Una manciata di bottiglie da una delle più belle vigne flegree nel cuore del Lago d’Averno¤.

Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, Piedirosso dei Campi Flegrei Pro-Polis 2011 Contrada Salandra

23 Maggio 2016

Mai il piedirosso ha ricevuto tante attenzioni come negli ultimi 4 o 5 anni e mai così tanti appassionati e addetti ai lavori appaiono letteralmente innamorati ogni giorno di più di questo straordinario rosso finalmente apprezzato in tutto e per tutto quel che rappresenta per storia, tradizione, vocazione e bontà!

Piedirosso dei Campi Flegrei Riserva Pro-Polis 2011 Contrada Salandra - foto L'Arcante

Per tanti anni misconosciuto e relegato ai soli confini metropolitani nonostante le origini antichissime del varietale ed un ruolo da prezioso co-protagonista riconosciutogli in molte denominazioni campane di forte richiamo territoriale come Taurasi, Falerno e Vesuvio su tutte. E naturalmente Campi Flegrei¤ di cui è invece padrone indiscusso. Apologia silente capace oggi di mettere tutti d’accordo.

Una denominazione di appena vent’anni quella flegrea caratterizzata però da una storia antica unica ed affascinante, che da sola vale il viaggio per vigne e cantine sparse sul territorio tra la costa, le colline baciate dal sole, i laghi e vecchi e nuovi crateri. Luoghi dove l’uva e il vino si mischiano continuamente al Mito e alle contraddizioni del nostro tempo. Una doc che molto deve al lavoro della famiglia Martusciello¤ e che oggi vanta numerosi interpreti ognuno dei quali capace a suo modo di essere un riferimento di qualità, proprio come Peppino Fortunato.

Qui, una quindicina di anni fa, tra la costa vicino Cuma e Licola Peppino ha preso a fare vino riportando a nuova vita un vecchio vigneto di famiglia di circa due ettari piantato a metà anni ’90. Oggi sono circa 4 e mezzo gli ettari, in tutto 18.000 bottiglie divise tra falanghina e piedirosso. I suoi vini, quelli di Contrada Salandra¤ hanno sempre un profilo organolettico austero, sono vibranti di personalità, minerali e ricchi di tensione gustativa, sono generalmente vini ”da aspettare” quindi poco avvezzi alle necessità di mercato tant’è che entrambi vengono abitualmente commercializzati dopo almeno un anno o due di affinamento in bottiglia.

Pro-Polis 2011 va ben oltre questi precetti, è un cru di per ‘e palummo che celebra a suo modo un millesimo¤ di particolare pregio qui nei Campi Flegrei; annata straordinaria che ci ha già regalato ad esempio il Vigne Storiche¤ di Vincenzino Di Meo e lo splendido Tenuta Camaldoli¤ di Gerardo Vernazzaro.

Un anno, il 2011, che ha visto tra l’altro riscrivere parte della denominazione¤ con l’introduzione nel disciplinare di alcune novità importanti, tra le quali la creazione della doc Campi Flegrei bianco e rosso proprio in virtù di una più ampia visione produttiva che guardi con maggiore attenzione alle mille peculiarità del territorio più che alla coltura varietale spesso relegata ufficialmente al solo binomio falanghina-piedirosso, una grande sfida per i prossimi anni. 

Un piedirosso quello di Peppino dal colore rubino scuro, dal naso inizialmente timido ma che si eleva su sentori ciliegiosi, balsamici e speziati, di incenso e polvere. Rigoroso al palato, si distende con estrema franchezza varietale, regala una beva piacevole, vivace e rotonda sul finale di bocca appena asciutto. Da bere adesso non senza la curiosità di ritrovarlo fra dieci anni, affermazione questa che appena 4/5 anni fa poteva suonare per molti come una vera e propria bestemmia, ma per fortuna i tempi cambiano.

Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #1¤.

Il naso, i napoletani e l’apologia del Piedirosso #2¤.

Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

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Boscotrecase, giovane e di belle speranze il Lacryma Christi rosso 2015 di Cantine Matrone

19 Maggio 2016

Una piccolissima produzione di un bianco ed un rosso dal Vesuvio che si farebbe bene nel seguire con attenzione nel prossimo futuro.

 Lacryma Christi del Vesuvio rosso 2015 Territorio De' Matroni - foto L'Arcante

Nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio¤ i cugini Andrea e Francesco Matrone¤ hanno ripreso a coltivare la vigna del “Territorio de’ Matroni”¤. Poco più di due ettari per cinquemila bottiglie in tutto, un Lacryma bianco e un Lacryma rosso. 

Il bianco 2015 ha una buona forgia, è cristallino, tenue e fine al naso, forse un poco impreciso sul finire di bocca che pare insistere sulla mandorla amara. Ha però una buona profondità e corpo. Da uve caprettone, falanghina, greco e altre varietà vesuviane. Val bene aspettarlo magari in annate meno generose.

Più di una segnalazione merita invece il Lacryma Christi rosso 2015, perlopiù piedirosso con un saldo di aglianico e sciascinoso. Appena stappato, l’approccio soffre un po’ il legno (tonneau), lo cogli al primo naso e ai primi sorsi ma alla distanza viene fuori invece un bel rosso invitante e sbarazzino, dal naso intenso, ricco di frutto e rimandi balsamici. Il sorso è goloso, polputo, fresco e sapido, avvolgente e significativo. Una piacevole scoperta, giovane e di belle speranze!

L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.

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Piedirosso on stage, a light from London

13 aprile 2016

London has never been particularly suitable market for ‘our wines’, guides are full of medals and commendations for our local wines then outclassed by sales of banal cabernet, but maybe globalization can serve us a good opportunity? Worth a try …

Qualche tempo fa, un caro amico, compagno di lunghe camminate in vigna e oggi wine consultant professionista a Londra mi segnalava, con grande piacere, il crescente interesse degli avventori anglosassoni per certe tipologie di vino, in particolare i rossi, finalmente lontani dagli stereotipi degli anni ’90. Tra questi, in forte recupero, molti italiani spesso considerati poco come gli autoctoni, con buone chance quindi anche per il nostro amato piedirosso¤.

A tal proposito, a dirla tutta, non sanno proprio bene di cosa si stratta, però sembra piaccia molto la franchezza espressiva – non artificiosa – e soprattutto la facilità di beva coinvolgente e disimpegnata. Diciamo che terroir¤, vigne a piede franco e recupero delle ruralità metropolitane non è che siano argomenti proprio centrali ma lavorando su concetti come l’attenzione alla riduzione di solforosa, la suggestione di alcuni territori vista mare e un price point azzeccato pare si possa attaccare bottone e veicolare l’interesse al bicchiere di un buon piedirosso anziché uno shiraz (ma esiste ancora?).

Londra non è mai stato un mercato particolarmente fiorente per i nostri vini, gli annali sono pieni di medaglie e menzioni rese a vini campani e flegrei poi surclassati dalle vendite da banalissimi cabernet, magari la globalizzazione può servirci una buona opportunità? Vale la pena provarci… 

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Campi Flegrei Pér ‘e palummo Agnanum 2014 Raffalele Moccia

3 settembre 2015

Ho piena memoria di tutti i vini prodotti da Raffaele, sin dalla sua prima uscita con il 2002, mi mancavano giusto il 2013 che mi ero perso anche per colpa sua visto che praticamente non c’è mai stato sul mercato, volato via in appena un paio di mesi di cantina e questa succosa anteprima che ci godiamo chiacchierando in libertà seduti in cantina.

Piedirosso Campi Flegrei Agnanum 2014 - foto L'Arcante

Proprio con la 2013 Raffaele è ritornato alle etichette vecchia maniera, cioè non più serigrafate sul vetro ma bensì di carta, un ritorno al passato che forse rende le sue bottiglie un po’ meno fascinose di prima ma si sa, quello che conta alla fine è quanto di buono c’è dentro.

A chi invece nutrisse qualche riserva sull’annata 2014 consiglio vivamente di bere questo vino. Sarà che il piedirosso nelle annata difficili (per gli altri) qui si esalta, sarà che questo pezzo di Campi Flegrei¤ viene baciato ogni volta dalla Dea bendata, sarà forse che i Moccia¤, padre e figlio, sanno il fatto loro e riescono sempre a cavarsela, tant’è che nel bicchiere, ancora una volta, c’è un sorso davvero interessante decisamente imperdibile.

Nasce da vigne vecchie che hanno in media oltre 40 anni, vigne tra le quali fila si nasconde una biodiversità unica, tra le altre, oltre alla falanghina¤ a al pér ‘e palummo¤ vi sono piantate uve praticamente sconosciute ai più, tipo la gesummina (bianca) o la suricella e la marsigliese (rosse), due varietà queste ultime che non si può escludere finiscano per contribuire al profilo organolettico così particolare dei vini di Agnanum, una tradizione questa che resiste al tempo e alle mode in maniera naturale, qui è così da sempre.

Un 2014 corroborante, dal colore rubino-porpora vivace, di quelli immediatamente comprensibili, dal naso delicato e fitto: sa di piccoli frutti rossi, è vinoso e floreale. Un quadro organolettico assai piacevole che ritorna sapido ed invitante al palato, sottile e vellutato con il sorso rinfrancante di sempre, fresco e succoso.

‘This Piedirosso offers a very pleasant organoleptic panel that returns, savory and inviting, on the palate, velvety with refreshing sip, always fresh and juicy’.

© L’Arcante – riproduzione riservata

L’uva e il vino di Raffaele Moccia

1 settembre 2015

Mi piace camminare le vigne con Raffaele, mi da tranquillità d’animo, per questo non appena posso lo vengo a trovare e assieme ci arrampichiamo sin lassù le mura del parco degli Astroni, dove le volpi, di notte, quatte quatte, saltano nel bosco dopo aver pizzicato dai grappoli di falanghina e piedirosso. Più che furbe verrebbe da definirle vere buongustaie.

Raffaele Moccia e la vigna del Pino - foto L'Arcante

Il posto più suggestivo di Agnanum¤ rimane però il vigneto storico di quasi cento anni che accompagna un po’ tutta la storia antica e moderna della famiglia Moccia. Una storia semplice la loro, di fatica e sacrifici che ha però preservato questo lembo di terra flegrea dove nascono vini a dir poco straordinari, di una stoffa unica, preziosissimi, finalmente riconosciuti in maniera unanime dagli appassionati quanto dalla critica.

Sono passato da lui in questi giorni per sentire il polso della vigna flegrea, si perché nonostante il grande lavoro che in molti fanno e stanno man mano portando avanti per riqualificare il vigneto flegreo – penso a Gerardo Vernazzaro¤, Giuseppe Fortunato¤ e i Di Meo di La Sibilla¤ giusto per citarne alcuni -, Raffaele rimane, per me, il riferimento imprescindibile per cogliere a pieno ‘l’umore’ dell’annata da queste parti.

Ebbene, mentre in molti di questi tempi affilano (di già) le forbici e guardano sempre più attenti il meteo, Raffaele fa spallucce e guarda avanti almeno a metà ottobre, a prescindere: ‘la mia sarà sempre una vendemmi tardiva, così va qui, è l’uva che lo chiede, non sono certo io a decidere quando tirarla giù dalla pianta’. In effetti, da quando ci conosciamo è così, da almeno quindici anni.

Raffaele Moccia - foto L'Arcante

Con questo tipo di terreni le sue preoccupazioni invece sono ben altre: ad esempio tenere su i terrazzamenti che rischiano di sprofondare giù dalla collina ad ogni pioggia forte, qua infatti si continua a lavorare solo a mano, con la zappa, impossibile pensare di condurre quassù trattori o ingegni di qualsivoglia genere. ‘Il lavoro mi vince, finito sotto non faccio in tempo a sistemare su in cima che dopo un mese devo ricominciare tutto da capo’.

Il valore di questa fatica lo ritrovi tutto nei bicchieri, Raffaele fa vini di grande personalità e spessore ma estremamente godibili, soprattutto nel tempo. A breve sarà ‘costretto’ a rilasciare sul mercato i suoi 2014 che beviamo assieme in anteprima: ‘sto senza vino da più di un anno e sono sinceramente in difficoltà con i miei clienti, soprattutto all’estero, dagli Stati Uniti e dalla Francia mi chiamano almeno una volta al mese per essere aggiornati. È tutto pronto, gli dico, non appena finiamo la vendemmia 2015 cominceremo ad uscire con i 2014. Sono in bottiglia da qualche mese vanno solo etichettati’. Anche perché oltre allo spazio in cantina servirebbe anche un po’ di tempo in più. Se la ride. Continua…

‘Raffaele Moccia, one of the most popular phlaegrean winegrower produces wines of great personality and thick but extremely enjoyable, especially along time…’.

Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.

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I Campi Flegrei e i suoi vent’anni di doc: passato il Santo non è mai iniziata la festa, perché?

12 agosto 2015

Come più volte ho scritto, lo scorso ottobre 2014 la doc Campi Flegrei ha compiuto 20 anni¤, un traguardo molto importante per una piccola denominazione e per un territorio per lunghi anni devastato dalla speculazione edilizia che proprio grazie al successo di critica e di mercato dei suoi vini ha visto molti ritornare all’agricoltura e sulla strada del rilancio della viticoltura.

Pozzuoli, Lago d'Averno, Vigneto Storico Mirabella - Piedirosso Campi Flegrei

Auspicavo, con l’uscita sul mercato della vendemmia 2014, un maggior riguardo per questo avvenimento, quantomeno a un motus capace di unire e rendere maggiore forza e consapevolezza alle decine di produttori che lentamente vanno ritagliandosi con orgoglio e finalmente senza più pregiudizio ruoli da protagonisti in giro per l’Italia e in minima parte anche nel mondo.

Esempi in tal senso non mancano, dai piccolissimi Raffaele Moccia¤ e Giuseppe Fortunato¤ per molti appassionati divenuti vere icone pop, a Cantine del Mare¤, ai Di Meo¤ del Cruna DeLago 2013, primo vino flegreo a strappare il TreBicchieri2015¤ sino a quelli un po’ più grandicelli Farro e Cantine Astroni¤ sempre molto attivi¤, con questi ultimi in piena rampa di lancio e assai propositivi. E con tutta una stregua di nuovi che si stanno affacciando ora sulla scena ma sembrano pieni di entusiasmo, penso ai fratelli Mirabella di Cantine dell’Averno¤ o ai Daniele di Le vigne di Cigliano.

Tant’è, poco o nulla è stato fatto, come se tutti fossero alle prese con altro di meglio da fare. Vero è che il momento economico non è certo dei più felici ma l’intero comparto appare, come non mai, avvitato su sterili personalismi, con poca voglia di stare veramente assieme e forse un’unica grande consapevolezza: sopravvivere alla giornata, prendere per buono quello che viene. Quando viene. E non basta sentirsi un po’ tutti orfani del delicato momento di riflessione della famiglia Martusciello¤, da sempre motore dei Campi Flegrei. Insomma, il Santo è passato e la festa non è mai iniziata, perché?

Le strade del vino dei Campi Flegrei

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei

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Ottouve, il Gragnano di Salvatore Martusciello

17 gennaio 2015

Ottouve 2014 - foto A. Di Costanzo

Ho voluto far passare un po’ di giorni prima di scriverne, berne magari a più riprese, a distanza di tempo per avere piena contezza di quanto afferma Salvatore quando al telefono mi racconta del suo Ottouve e di questa nuova veste da ‘solista’.

E’ sempre facile scrivere di un vino della famiglia Martusciello, la cultura, la storia, la tradizione non s’inventano da un giorno all’altro, non basta rifarsi ai Greci o ai Romani e a Plinio – una nenia ormai quasi insopportabile, ndr -, qui hanno basi solide, vita vissuta e tante vendemmie alle spalle, con poche sbavature, quasi mai un passaggio a vuoto e forse anche per questo troppo spesso chi scrive e racconta di vino è distratto da altri.

Quest’anno poi è quasi un passaggio obbligato visto che della vendemmia 2014 potremmo bere solo questo splendido Gragnano che Salvatore ha voluto fortemente quasi a non voler perdere il filo con la tradizione, quel cordone ombelicale che negli ultimi 30 anni li ha tenuti sempre lì in prima linea a difendere identità territoriali altrimenti abbandonate a se stesse.

Sul tema, pochi possono vantare la conoscenza del territorio gragnanese, dei siti, delle uve, dei vignaioli come la famiglia Martusciello, così nel bicchiere ci sta tutto rimanere ancora una volta sorpresi e piacevolmente rapiti da un vino che più schietto ed immediato non si può. Francesco Jr ne ha fatto proprio un bella interpretazione, tra i più buoni di sempre.

Il colore porpora è un inno alla felicità, il ventaglio di piccoli frutti rossi e carnosi un invito alla dolcezza, la piacevolissima freschezza del sorso un manifesto alla gioia e alla convivialita’. In attesa di un raggio di sole e di buone nuove dai Campi Flegrei, da Gragnano una bella notizia!

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20 anni di doc Campi Flegrei, il convegno a Bacoli

10 dicembre 2014

Convegno vini doc Campi Flegrei

Il 2014 è l’anno della falanghina e del piedirosso dei Campi Flegrei¤, a 20 anni dall’istituzione della denominazione di origine controllata, il 3 ottobre del 1994. Il prossimo 18 dicembre, a Bacoli, un momento di riflessione e confronto sullo stato dell’arte dopo la storica vendemmia del ventennale. Stiamo ad ascoltare.

Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤

Le Strade del vino dei Campi Flegrei¤

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Cecubo 2012 Villa Matilde, il valore dei Primi e Secondi vini, la ricerca, i solfiti, la sostenbibilità

14 ottobre 2014

Quello dei secondi vini è un concetto tipicamente bordolese, generalmente le differenze più immediate vanno cercate nell’età della vigna oppure in un approccio produttivo diverso o particolare, molto utile spesso alla ricerca in atto per migliorarsi.

Roccamonfina rosso Cecubo 2012 Villa Matilde - foto L'Arcante

Nel primo caso i nuovi impianti vengono destinati a produrre il primo vino, il cru, solo in un futuro prossimo, così nel frattempo queste uve sono utilizzate per il secondo vino. Nel secondo caso invece il vino può avere addirittura un’espressione diversa dal cru, segno distintivo di una proiezione nuova, di una ‘visione’ magari diversa a cui ci si arriverà tra qualche tempo, non necessariamente a breve, ma necessaria da indagare.

Le vigne sono generalmente quelle, di volta in volta si decide cosa destinare al primo vino e cosa al secondo, il know-how è quello se non fosse, come detto, per quei nuovi o particolari accorgimenti (la vigna, la vinificazione, l’imbottigliamento) capaci in futuro di alzare di un tanto l’asticella del primo vino. Non ultimo la possibilità di stare sul mercato con un prezzo decisamente inferiore così da tastare anche il polso degli appassionati.

Nonostante la loro profonda diversità ho sempre intravisto nel Camarato e nel Cecubo di Villa Matilde un po’ questo concetto: l’idea del Falerno Riserva destinato a cavalcare il tempo, immortale, l’utilizzo del secondo come lepre che tiri la volata al primo. E un po’ il Cecubo duemiladodici, con questa sua anima di primitivo e piedirosso così in primo piano, vibrante, polposa invitante, per la prima volta messo in bottiglia senza solfiti aggiunti, lo riveste a dovere il suo ruolo di Second Vin, oggi con una responsabilità in più: consegnare alle nuove generazioni della famiglia Avallone valori importanti da cui partire nuovamente!

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Napoli, Piedirosso Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli 2011 Cantine Astroni

6 giugno 2014

Non tenete conto di questa recensione, Gerardo¤ è un caro amico e l’azienda è una di quelle ‘molto’ presenti su queste pagine data la mia assidua frequentazione con lui. 🙂

Piedirosso Campi Flegrei Riserva Tenuta Camaldoli 2011 Cantine Astroni - foto A. Di Costanzo

Ne scrivo solo per lasciarne traccia e ricordarcelo quando, tra qualche anno, cominceranno a ‘premiare’ finalmente coloro i quali si stanno facendo un mazzo tanto così per ridare slancio e dignità ad uno dei vini più interessanti in circolazione e ad uno dei territori vitivinicoli più suggestivi in Campania per storia, vocazione e fermento: i miei Campi Flegrei¤.

Una corsa contro il tempo e i tempi cominciata 20 anni fa anzitutto dalla famiglia Martusciello¤ e strada facendo seguita con sempre più entusiasmo tra gli altri¤ anche dalla famiglia Varchetta.

Questo vino l’ho visto nascere, ho visto Gerardo scegliersi i chicchi d’uva che arrivavano in cantina dalle vigne Colle Rotondella e Tenuta Camaldoli uno ad uno, l’ho visto rincorrere come un pazzo le lancette mai a posto, certe sere piegarsi distrutto per rompere a mano ‘il cappello’ nel tino di ciliegio, quell’unico tino tronco-conico dove c’è rimasto per ben 65 giorni prima di finire, non filtrato, in bottiglia. Si e no 1000 bottiglie, un gioco da ragazzi insomma, ma buono come l’olio sul pane.

L’ho visto nascere e ci credo, vedo nel lavoro dentro questa bottiglia tanta energia positiva e tanti spunti per il futuro. Un piedirosso finalmente libero di volare, come molti negli ultimi anni lontano dal cono d’ombra dell’aglianico ma nuovo, dal taglio decisamente moderno, che non ha bisogno di ciccia, un vino vivo, dal naso anzitutto orizzontale, concentrico, sottile e ficcante, immediato ma profondo, dal sorso giovane e arguto al tempo stesso. Anzi, astuto.

Ecco, magari non tenete conto di questa mia sviolinata per quello che reputo sì un amico ma anche uno che nel suo mestiere di enologo è davvero in gamba, sa il fatto suo, però voi il vino assaggiatevelo lo stesso, sentite a me, anzi, sentite a lui. Io ve l’ho detto!

1994-2014 20 anni dalla doc Campi Flegrei¤.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Questione di etichetta

20 aprile 2014

Un caro amico enologo in viaggio studio in Portogallo scrive sulla sua bacheca Facebook di sentirsi sorpreso (ed orgoglioso) che una delle etichette più prestigiose di Graham’s Port si chiami ‘Quinta do Vesuvio¤‘, con un chiaro riferimento al ‘nostro’ vulcano napoletano.

Etna Rosso Planeta

Da qualche tempo prego insistentemente molti amici produttori di vino di crescere da un punto di vista della comunicazione e di sganciarsi definitivamente dall’idea che duemila anni di storia bastino da soli per continuare a vendere vino. Il mercato è in continua evoluzione, una metamorfosi costante ed imprevedibile, non ultimo, in piena crisi di consumi e fatturati. Per un certo segmento più che in altri.Etna rosso I Vigneri

Alcune aziende, un po’ ovunque in Italia, forti della loro struttura per far fronte a questi cambiamenti hanno fatto investimenti importanti per diversificare la propria offerta; un esempio lampante può essere per tutti il fenomeno nero d’Avola in Sicilia, di molto ridimensionatosi in poco meno di un decennio a favore di una crescita esponenziale dei vini dell’Etna. Qui, dacché erano in tre/quattro a fare vino sono arrivati un po’ tutti¤ e non solo dalla stessa Sicilia.

Contrade dell'Etna

Stiamo parlando chiaramente di grandi vini, tra l’altro a prezzi sostanzialmente di segmento medio alto, vini di cui rimango ogni volta conquistato. Così, senza entrare nel merito della questione qualitativa, ritornando allo stato del mio amico, mi sono tornate in mente quante riflessioni proprio con lui abbiamo speso sulla necessità che un territorio – più che un vino – debba saper emergere grazie al lavoro di valorizzazione di tutta una serie di aziende e non per la singola capacità individuale nel riuscire ad imporre una etichetta o un modello.

Inutile ricordare che è stato così a Barolo e Barbaresco, a Montalcino, in parte anche a Bolgheri, per non parlare – ancora una volta – di quanto fatto oltralpe dai cugini francesi.

Lacryma Christi Vigna del Vulcano Villa Dora

Venendo al dunque, non mi stupisce affatto che Donna Antónia Adelaide Ferreira sia rimasta folgorata dal nostro Vesuvio tanto da dedicargli una delle sue più prestigiose tenute, come non mi fa specie che in poco meno di un decennnio i vini dell’Etna vanno affermandosi come ‘Vini del Vulcano’ grazie anche ad una grande intelligenza comunicativa messa in campo.

E invece quelli universalmente riconosciuti dalla storia come tali, quelli del ‘nostro’ Vesuvio per intenderci, faticano ad imporsi nonostante una capacità produttiva soddisfacente ed una domanda mai sopita tant’è che vede impegnati, seppur a fasi alterne, anche i grandi marchi di casa nostra che girano milioni di bottiglie in tutto il mondo.

Lacryma Christi del Vesuvio rosso Mastroberardino

In breve, mentre qui ci si perde tra chi fa prima e chi è meglio temo stiamo rischiando veramente di non essere nemmeno più riconosciuti per quel tratto d’orizzonte che affascina da sempre milioni di appassionati in tutto il mondo. Di questo prima o poi dovremmo cominciare a discuterne. Anche perché se aspettiamo che a renderne conto siano le istituzioni hai voglia di aspettare…

© L’Arcante – riproduzione riservata

Bacoli, Per ‘e Palummo 2004 La Sibilla. Il sapore della storia e la scoperta del tempo

26 febbraio 2014

Quanto vale una bottiglia come questa? Non ha prezzo, ovvio. E ce ne sono ancora solo quattro e non sono su piazza. Reca in fondo all’etichetta ‘CrunaDeLago’, che a quel tempo distingueva entrambe le etichette doc di falanghina e piedirosso.

CrunaDeLago, vigneto La sibilla - foto A. Di Costanzo

Bastano poche parole per descrivere la splendida sorpresa di questa bottiglia. A quasi dieci anni di distanza mi sembra di ricordare proprio tutto di quell’anno, il 2004, forse per questo quando Vincenzo mi ha permesso di scegliere una bottiglia dalla piccola cantina storica non ci ho pensato su due volte. Lui, un po’ timoroso di andare così indietro nel tempo ha subito messo le mani avanti. L’ho immediatamente rassicurato: ‘guarda che di quell’anno ne ho vendute un sacco, gli ho detto, sta sicuro che papà fece un gran lavoro!’.

Campi Flegrei Per 'e Palummo 2004 La Sibilla - foto A. Di Costanzo

La grande bellezza di questo vino sta tutta nell’armonia: pure il colore lo è, un po’ ombroso, giustamente segnato dal tempo. Al naso invece viene fuori ancora tanto frutto, macerato e balsamico, dolce, con un sottofondo che sa di terra,  di china e sottobosco, ma molto latenti. Il sapore è ancora integro, affatto seduto, asciutto con un ritorno di prugna e liquirizia sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi sin dai suoi primi passi. E quell’anno, me lo ricordo come fosse ieri, ne vendemmo a secchiate!

1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei

© L’Arcante – riproduzione riservata

Bacoli, segnatevi questo: Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna Madre 2012 La Sibilla

25 febbraio 2014

La Sibilla è un vero gioiello, personalmente sono davvero felice di quanto vengano apprezzati i loro vini perché sono, è proprio il caso di dire, frutti di un duro lavoro partito nel 1997. Conoscendoli da una quindicina d’anni, avendone seguito passo passo tutte le fasi di crescita, posso dire, senza timore di essere smentito che se lo meritano proprio.

Vincenzo Di Meo - foto A. Di Costanzo

Sul prezioso lavoro in campagna di Luigi ci torneremo su più in là, adesso ci sono circa 7 ettari di vigne da governare e così come sono dislocati sul territorio, con tutte le varianti del caso, credetemi, non è impresa da poco; come vale la pena raccontarvi più dettagliatamente di tante altre belle cose che bollono in pentola e che faranno della piccola azienda flegrea sempre più un punto di riferimento senza eguali nei Campi Flegrei.

Bacoli, La Sibilla, bottaia - foto A. Di Costanzo

Mi preme invece raccontarvi subito di questo piccolo fuoriclasse che tra qualche settimana potrete anche voi avere nel bicchiere. Il Vigna Madre 2012 nasce dalle vigne storiche che dominano l’orizzonte e guardano il mare da questo promontorio di via Bellavista. Ceppi perlopiù vecchi con una età media di quasi 80 anni che da quando vengono seguiti in vigna da Luigi stanno dando uva di straordinaria concentrazione che Vincenzo, in cantina, con grande attenzione e rispetto sta interpretando alla grande facendone un bellissimo vino varietale e di grandi prospettive.

Vigna Madre 2012 La Sibilla - foto A. Di Costanzo

Il colore è splendido, ricco, purpureo. Il naso è avvenente, ci trovi subito tutta la dolcezza dell’uva pienamente matura, un bouquet vivissimo, macchia mediterranea, sentori di spezie tanto invitanti quanto sottili e piacevoli. Ha stoffa e polpa, un sorso succoso e profondo, certo un po’ di bottiglia gli renderà ancor più complessità e finezza ma così com’è mi sembra già buonissimo.

Addendum: il Vigna Madre ha vissuto una piccola anteprima l’anno scorso quando una parte del 2011 finì in bottiglia con le vesti di una pregiata selezione del ‘base’, ‘Vigne Storiche’¤ appunto, che oggi si fa bello, vestito di tutto punto e racconta quanto bel frutto e quanta profondità sa esprimere il piedirosso dei Campi Flegrei quando fatto come Dio comanda.

1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei

© L’Arcante – riproduzione riservata

Io amo|Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei

3 febbraio 2014

Come già ho avuto modo di scrivere il 2014 sarà l’anno della falanghina e del piedirosso dei Campi Flegrei, a 20 anni dall’istituzione della denominazione di origine controllata, il 3 ottobre del 1994.

Angelo Di Costanzo Sommelier dell'anno L'Espresso 2014 - foto L'Arcante

Se mi chiedessero quale azienda e quale vino meritino un po’ più di attenzione direi di buttare un occhio qui: eccovi una Piccola Guida che dovreste tenere presente per farvene un’idea. Quasi tutte, previo appuntamento, fanno accoglienza e vendita diretta in cantina.

Agnanum – Raffaele Moccia
Contrada Astroni 3, Napoli
Tel. 0813417004
http://www.agnanum.it
info@agnanum.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Agnanum, Piedirosso dei Campi Flegrei Vigna delle Volpi, Falanghina dei Campi Flegrei Vigna del Pino.

Az. Agricola Monte Spina – Antonio Iovino
Via San Gennaro Agnano 63, Pozzuoli
Tel. 0815206719
iovino.an@tiscali.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Gruccione.

Cantine Astroni
Strada Comunale Sartania 48, Loc. Pianura – Napoli
Tel. 0815884182
http://www.cantineastroni.com
info@cantineastroni.com
Di particolare pregio: fuori doc Spumante Astro brut, Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice, Piedirosso dei Campi Flegrei Colle Rotondella.

Cantine del Mare
Via Cappella IV traversa 5, Monte di Procida
Tel. 0815233040
http://www.cantinedelmare.it
info@cantinedelmare.it
Di particolare pregio: Falanghina dei Campi Flegrei, fuori doc Spumante Brezza Flegrea brut

Cantine Farro
Via Virgilio 30-36, Bacoli
Tel. 0818545555
http://www.cantinefarro.it
info@cantinefarro.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei Le Cigliate.

Cantine Grotta del Sole
Via Spinelli 2, Quarto
Tel. 0818762566
http://www.grottadelsole.it
info@grottadelsole.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Riserva Montegauro, Falanghina dei Campi Flegrei Coste di Cuma.

Contrada Salandra
Via Tre Piccioni 40, Pozzuoli
Tel. 0818541661
http://www.dolciqualita.com
dolciqualita@libero.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei, Falanghina dei Campi Flegrei.

La Sibilla
Via Ottaviano Augusto 19, Loc. Fusaro – Bacoli
Tel. 0818688778
http://www.sibillavini.it
info@sibillavini.it
Di particolare pregio: Piedirosso dei Campi Flegrei Vigne Storiche, Falanghina dei Campi Flegrei Cruna DeLago.

Va detto che ci sono sul territorio altre aziende che lavorano con dedizione e tanta attenzione: tra queste vanno certamente ricordate Carputo di Quarto, tra le prime, subito dopo Grotta del Sole a imbottigliare vino doc, Cantine Federiciane Monteleone, poi Matilde Zasso a Pozzuoli, Masseria del Borro a due passi da Napoli e, più recentemente, Cantine Babbo, Cantine dell’Averno, Cantine Di Criscio, Il Quarto Miglio, Colle Spadaro. Quest’ultima da qualche tempo vende  vino esclusivamente presso l’azienda in Contrada Spadari a Pianura.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Quasi dimenticavo, a proposito del Piedirosso dei Campi Flegrei Vigne Storiche 2011 La Sibilla

14 gennaio 2014

Il bel post sul cru di piedirosso dei Di Meo pubblicato ieri da Franco Ziliani qui¤ su Vino al Vino mi ha fatto tornare in mente che avevo anch’io qualcosa da dire in merito tenuto però distrattamente in coda da tempo.

Piedirosso dei Campi Flegrei Vigne Storiche 2011 La Sibilla

Anzitutto un bel cambio di passo, atteso devo dire e finalmente tangibile anche sul piedirosso, dopo alcuni anni di discontinuità quasi a sottolineare la vocazione principalmente bianchista dell’azienda La Sibilla¤, ma anche i primi frutti del lungo viaggiare del giovanissimo Vincenzo in giro per vigne e cantine in Italia e per il mondo a vedere cose e fare esperienza la cui mano sicura è sempre più evidente.

A quanto racconta Ziliani, così in maniera entusiastica, è bene solo aggiungere una piccola raccomandazione, un consiglio più che altro per chi legge: fate attenzione alle etichette poiché in attesa di un restyling che li differenziasse per bene, a causa della necessità di ‘uscire’, per il 2011 sia il piedirosso ‘base’ che questo, il cru ‘Vigne Storiche’ appunto, sono in giro praticamente con la stessa veste grafica se non fosse che il secondo reca in alto a destra dell’etichetta un piccolo adesivo simbolo dell’associazione ‘Viticoltori del Tempo’ che ha, grazie al progetto diretto da Raffaele Beato dell’Osservatorio Appenino Meridionale dell’università di Salerno, selezionato tutta una serie di vini che nascono da vigne cosiddette ‘monumentali’ di particolare pregio storico.

Non che il vino ‘base’ non sia degno di attenzione, ma questo qui ha sicuramente una marcia in più, una maggiore ampiezza e tensione degustativa che ne fa davvero un piccolo gioiello del rosso flegreo tanto amato dagli appassionati.

1994-2014, 20 anni di doc Campi Flegrei

1994-2014, 20 anni fa la doc Campi Flegrei

12 gennaio 2014

Angelo Di Costanzo - foto Marina Sgamato

Il 2014 sarà l’anno della falanghina e del piedirosso dei Campi Flegrei¤, a 20 anni dall’istituzione della denominazione di origine controllata, il 3 ottobre del 1994. Spero, auspico anzi, che tutti quanti i produttori si diano da fare per ricordare durante quest’anno questo piccolo prezioso traguardo che vedrà la prossima vendemmia 2014 come quella del ventennale.

Per quanto mi riguarda, qui su L’Arcante, durante tutto quest’anno non faremo mai mancare (come sempre del resto) la giusta attenzione a questi vini e all’evento. Stay tuned…

Ma… ehm… del Per ‘e Palummo Agnanum 2012 di Raffaele Moccia che ne dite, vogliamo parlarne?

28 novembre 2013

Ce n’è abbastanza di letteratura su questo blog che racconta di Raffaele Moccia¤ e della sua piccola cantina, tanta da potermi ritenere, sin dai suoi primi passi, un suo grande fan.

Per 'e Palummo 2012 Agnanum

Persona per bene, discreta, assolutamente fuori dal coro, Raffaele non ha mai dovuto alzare la voce per farsi notare, men che meno i suoi vini, originali, sobri e profondi che un po’ per la dimensione dell’azienda, un po’ per la denominazione rimangono quasi sempre fuori dai soliti circuiti di mercato, ciononostante per vocazione continuano ad essere tra i più autentici (e contemporanei) in circolazione.

Sono rimasto profondamente conquistato da questo per ‘e palummo 2012, forse il migliore di sempre venuto fuori da quella splendida vigna che si arrampica su per il costone napoletano di Agnano, fin su il limitare del Parco degli Astroni. Migliore sì, anche del buonissimo 2010¤.

Viene fuori da piante di un vigneto vecchio ormai di 40 anni che pare sgarruparsi ogni qualvolta le piogge torrenziali si abbattono su Napoli, una vigna che Raffaele riesce a tenere su solo grazie ad una grande volontà e tanta tanta fatica; un lavoro immane, come quello di preservare tra questi filari una biodiversità unica, varietà sconosciute ai più come la suricella (nera) e la marsigliese, una tradizione che resiste, forte, come forte ha resistito alla speculazione edilizia che qui pur ha lasciato segni di devastazione evidente in gran parte del paesaggio circostante.

Bellissimo vino quindi, vivace, di quelli immediatamente comprensibili. Ha un colore rubino purissimo e un naso incalzante e fitto: sa maledettamente di frutti rossi, è vinoso e variopinto persino di spezie dolci. Un quadro organolettico che ritorna croccante e invitante anche al palato, con un sorso franco, non ostentato, saporito e succoso. Se dovessi portare a cena un rosso stasera, eccolo qui, quale che sia il tema sarebbe un successone!

I love Falernum|Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2010 Masseria Felicia

22 agosto 2013

C’è una sorta di tristezza di fondo, forse inconsapevole, che ci porta talvolta a vivere un vino passivamente, starcene lì senza prendere iniziativa, adattandosi a quello che viene con la convinzione che è lui – il bicchiere – a dover fare il primo passo. Vero o no?

Falerno del Massico Rosso Etichetta Bronzo 2010 Masseria Felicia

E’ un po’ come quel desiderio che da là, in fondo all’anima, vuole emergere ma non desidera mostrarsi: c’è la paura di sbagliare, di vivere un momento come non si è mai avuto, o più semplicemente non ci si sente all’altezza. C’è riverenza e rispetto. Ma soprattutto aspettativa.

E dinanzi all’Etichetta Bronzo¤ 2010 di Maria Felicia è un po’ così, adesso. Un gioco a mostrarsi poco o niente, senza esporsi, sottotraccia; in fondo è tutto così in divenire, e ogni volta è sempre così, parti convinto di saper dove mettere le mani, da dove cominciare e invece no, ti sbagliavi: ti odio Maria Felicia Brini¤!

C’è un continuo stato di transitorietà e di tumulto interno nei tuoi vini, tutto fatto, secondo me, nella negazione del tempo che passa. Ti rivolgi spudoratamente con languore verso un passato immaginifico lanciandoti a scavezzacollo in un futuro idilliaco, fuori dal tempo, impossibile da stabilire nel presente. Sei unica! T’amo Falerno del Massico Etichetta Bronzo!

Assaggi| Baciami ancora estate…

1 luglio 2013

Io me li porterei sempre dietro prima di partire per una vacanza. Anche solo appuntati su di un foglietto. Pochi vini, giusto qualche etichetta che non riesco a fare a meno di segnalare come i vini di questa mia estate (di lavoro) 2013. A cominciare da qualche buon assaggio di rosati 2012…

Speciale turismo estate

Sono proprio questi¤ quelli da bere con semplicità, magari in compagnia e senza troppe fisime; quei vini capaci di sollazzare il palato, accompagnare a dovere quattro chiacchiere ed una cucina che in estate si alleggerisce parecchio senza però perdere il gusto della precisione e della territorialità.

Uno di quelli da mettere nero su bianco con una certa sottolineatura è il rosato di quest’anno di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli. Il loro Costa d’Amalfi 2012 è fine ed elegante, ha un naso avvincente di viola e di ciliegia; è secco, piacevolissimo, soave sul finale di bocca. E rimanendo da queste parti non male anche il rosato di Tenuta San Francesco, su a Tramonti, solo un poco più ‘carico’ e asciutto, con quel pizzicore amaro sulla chiusura di bocca.

Molto buoni continuano imperterriti ad essere il Negroamaro rosato di Rosa del Golfo, ormai una certezza assoluta per chi beve rosati da anni come pure il Chiaretto Rosamara di Costaripa. Là in Salento la formula è immutata: un vino schietto e verace con tutto il sapore dolce e croccante dei frutti rossi della bella stagione. Mattia Vezzola invece l’ha indovinata ancora una volta e il suo Chiaretto si può dire ormai a tutti gli effetti il vero antagonista ai classici provenzali: dal colore tenue, ha naso sottile ed intrigante intrecciato persino di aromi lievemente speziati ed un sapore avvenente e delicato, tanto da richiamare continuamente il sorso.

Poco più su, in Alto Adige – ne ho già scritto qualche tempo fa -, m’è parsa una bella scoperta La Rose 2012 di Manincor¤. Un vino dalle tante sfumature eppure essenziale e piacevolissimo. Sempre sugli scudi il Pinot Nero Rosé di Franz Haas, già al terzo anno di successi con la vendemmia 2012 e, da segnalare, la buona uscita del Lagrein Rosé 2012 di Terlan.

Ritornando ai ‘nostri’¤, qualche appunto in chiusura: Peppino Pagano, San Salvatore, ha tirato fuori un Vetere 2012 un po’ più alleggerito; sinceramente mi è piaciuto meno del 2011 (per non dire dello strepitoso 2010¤), va detto però che tiene bene la freschezza e la gradevolezza della beva. Tra i tanti altri campani mi riservo invece di dedicare più attenzione alle bevute del Vado Ceraso 2012 di Vestini Campagnano, del Pedirosa 2012 di Vincenzino Di Meo e, non ultimo, il Rosalice¤ 2012 di Maria Felicia Brini, ‘versione aglianico’ stavolta, di cui conservo ancora buoni ricordi sin dal suo esordio. Il loro primo assaggio mi è parso assai interessante, d’altronde l’estate è appena cominciata…

Intervallo|L’amore non si vende né si compra. L’amore si regala…

26 Maggio 2013

Carta dei Vini de L'Olivo del Capri Palace Hotel

I love Falernum, Masseria Felicia. Il ritorno e il desiderio dell’abitudine di Maria Felicia Brini

9 Maggio 2013

Camminare a passi lenti e brevi tra i filari e lasciarsi cogliere da un sorriso, quasi una smorfia della bocca che si trasforma in mezzaluna, e illuminare l’aria. Questa semplice azione che poi si è trasformata in abitudine, è quella che mi ha spinto a viverci tra queste vigne e questi uliveti. Il ritorno e il desiderio dell’abitudine.

Maria Felicia Brini

Anno zero – Io, sei/otto anni, tra il 1982 e 1984. Le Scale. Gioco sulle scale di marmo dai morbidi profili della casa di mia nonna, anzi della casa di cui lei era il colono. Quella in cui ora vivo. Paura e meraviglia nello stesso tempo, erano queste le emozioni che mi attraversavano salendo quelle scale di pietra lisce. Per arrivare al primo piano. Nella stanza delle bambole intoccabili, con gli occhi di vetro. L’odore forte del pane le domeniche mattina, di olio, di alloro affumicato per spazzare via la cenere dal forno, la luce accecante contro il buio della cantina di tufo e le scale rotte “che non devi scendere altrimenti cadi!”, e quel sentore di umido e la fragranza del sasso gocciolante. Mai scesa fin lì, per me territorio inesplorato. Oggi un giorno sì e un’altro giorno pure. L’abitudine che non c’era, ma il desiderio di goderne, sì.

Masseria Felicia, cantina (le scale)

Anno zero – Vigna Etichetta Bronzo, 1995. Ancora quelle Scale. Papà (Alessandro Brini): tu te la sentiresti di fare il vino? Se proviamo con la cantina mi dai una mano? Che dici, facciamo la cantina qui? Sotto quelle scale. Si riscendono quelle scale, si risalgono, quelle rozze scale della cantina in tufo a nove metri, si sorride. Si guarda fuori, c’è quella meraviglia di Monte Massico. Che protegge da tutto, anche dai pensieri cattivi. affascina e coinvolge. Non per la sua storia, ma per la sua attualità. Per la sua veridicità. Per quello che oggi potrebbe diventare domani. Per la sua vicinanza al vulcano di Roccamonfina, prolungamento, meravigliosamente possente, dei ricordi lavici. Casa comprata. Terra comprata.

Ancora Maria Felicia da piccola

Poi viene il 17 gennaio, le ore 17. Mia nonna è morta, si torna alle origini, l’attuale Masseria Felicia era stata persa a carte dal nonno di mio marito. Comprata da una baronessa che amava il Monte Massico, la mia seconda nonna era diventata colei che la gestiva, (da scriverci un romanzo d’appendice). In anni non li ho mai visti tornare. Si fa il vino, anzi si continua, anzi no, si comincia con una nuova vigna, il Falerno, aglianico e piedirosso. Con i dettami della tradizione. Impiantiamo và!

Anno uno – Io, è il 2000. Gli Esami. Frequentare lettere e imbattersi/sbattersi per l’esame di latino e scoprire che si parla proprio di quella terra dove mi rinchiudo per studiare e da dove, dal balconcino, vedo la vigna e il monte apre l’anima e innesca progetti, pensieri, possibilità, che vedi crescere dopo ogni mese, dalle foglie ai germogli vivi vivissimi. Materici sogni che attecchiscono. Forse, e dico forse, e oggi dico, che è vero: la terra ti dice quello che è giusto. Troppe intuizioni, troppe interferenze emotive e storiche, non si può lasciare andare così un progetto nato dal cuore, dalla carne di mio padre, di mia madre? Perché si viene a studiare qui? Perché è isolato, perché non ci sono sovrapposizioni, nemmeno la televisione. Perché si è soli e soli si rimane. Questo è un grande problema. Ma c’è possibilità di esprimersi, di creare da zero. Di dare voce a questa terra. Darle un nome.

Anno uno – vigna Etichetta Bronzo, 1999/2002. Ancora Esami. E’ il 1999¤, la prima vendemmia. La vigna ci parla di lei. Da sola. Senza ausili. Con tenerezza, come l’odore della pelle di un bambino appena nato. Solforosa? Malolattica? No. Castagno, botticella, torchio a mano con mattoni sporchi. Eccolo il suo primo figlio! Vero. Vulcanico, sanguigno. E’ un Falerno, senza legno, no barrique. E quello che vedo fuori i vetri. E’ quello che viene dalle braccia di mio padre, dai miei occhi indecisi, su quanto si faccia sul serio. E sul serio si fa a Vinitaly nel 2002. Con l’annata 2000, ma senza rendersene ancora conto. Dopo anni il territorio si muove, una nuova cantina si presenta con due etichette, anche questo un caso. Etichetta color Bronzo, Etichetta color Senape. Falerno del Massico Masseria Felicia¤ barrique e quello che non “c’entrava” corre in acciaio. L’esame, quello con la gente, quello con i giornalisti. Chiunque si avvicini ai nostri calici è uno sconosciuto; è, per noi, curiosità di intenti, quello che rotea il bicchiere e che fa roteare i nostri occhi. E’ andata. Che si fa?

Alessandro Brini con Alice

Anno vero – Io, nel 2004. Determinazioni. Mi sono trasferita, è nata mia figlia qui, quest’anno. Le scale sono cambiate, si studia su due binari, la tesi da finire, e il vino da comprendere, stesso Massico protettore, alla finestra, e quella domanda nella testa che sbatte sulle pareti inconsistenti di un piccolo spazio visivo: dove possiamo arrivare? Eccolo il mio lavoro. Unico, si cambia tutto. Eccoli mio padre, mia madre, Fabrizio mio marito, che investono tempo, cuore, anima e corpo soprattutto.

Anno vero – Le vigne, 2001/2003/2005. Ancora Determinazioni. Nel frattempo, la Vigna dell’Etichetta Bronzo¤ cresce, altro non c’è che un vino che piano piano ridefinisce la sua fisionomia, un vino che “attrezza” il suo altare. Altre due vigne impiantate, Ariapetrina, quella che è la voce della vita terrena di questo posto, e la vigna del futuro Falerno del Massico¤ e la nuova conduzione della vecchia vigna del nonno, un piedirosso vecchio, ma vecchio quanto lui. Vendemmia 2004, con Alice qua nel marsupio.

Maria Felicia Brini

Anno canovaccio – Io, è già 2006/2008. Presa di coscienza. Ritorna il 17. Mi sono laureata il 17 febbraio. È il mio numero, lo so. Non sono nemmeno emozionata, né nervosa. Rilassata, forse perché la cosa più importante della mia vita l’ho “già fatta”, quella per cui le foglie delle palme, degli ulivi, della vite, cantano dalla finestra e insieme si ascoltano, al vento d’autunno, ed è Alice che le intende e che da un significato a quelle scale, a quegli esami.

Anno canovaccio – Le vigne, sempre là tra il 2006 e il 2008. Altra presa di coscienza. E’ ora di crescere, di cambiare, di imparare. Di rinunciare alla coincidenza e prendere decisioni, farsi una ragione del perché la strada che da Napoli che conduce a Sessa non sia più percorsa. Perché stare lì. Perché il Falerno e la sua terra è diventata una ragione di vita. Una bottiglia di vino è diventata fondamentale, diventata interlocutrice da comprendere, e da rispettare. L’incontro, voluto, con Vincenzo Mercurio¤ che cambia le prospettive, la progettualità non invasiva, la richiesta di cooperazione, il patto che qui si entra in famiglia, si fa vivo e rinnova con l’annata 2008 la ricerca con la coscienza del fare.

Maria Felicia in cantina

Oggi – Insieme, quasi un tutt’uno. Crescere in maniera naturale, senza alcun tipo di filtri e di barriere mentali o di sovrastrutture che ti appesantiscano un terreno (un territorio), viverlo, sentirne i colori e i profumi, questo è un inizio vero, familiare, questo sta vivendo mia figlia. Questo ho vissuto io. La sua storia, l’immensa consapevolezza che arriva con lo studio, con un ‘assimilazione spinta dalla curiosità, con la cognizione di avere anni di passato alle spalle e sulle braccia fatica umana e sacrificio economico – “narrazione latina” e avvicendamenti familiari, rendono il nostro lavoro molto difficile emotivamente e progettualmente.

Oggi sei i vini. Amo i loro nomi portatori di storie nate singole e rimaste individuali: Etichetta Bronzo¤, Ariapetrina, Falerno del Massico, Anthologia, Sinopea, Rosalice¤, per tre vigne e le loro piccole parcellizzazioni; sono conosciuti, richiesti, ma soprattutto rispettati. La gente viene e ci sorride e percorre con noi quella vigna, vede il Massico, gli raccontiamo una storia che parte dai poeti latini e arriva alla fatica contadina, per essere oggi dimostrazione che c’è del buono, del sano, del vero a Caserta, in quell’Ager Falernus non ancora nominato fin ora: per profondo pudore nel doversi confrontare con così tanto, perché c’è la necessità di doversi reinventare oggi e non “campare di allori antichi”. Per sorridere. Perché siamo fortunati. E bravi, e sì, siamo bravi, ma più importante, felici.

di Maria Felicia Brini, Faccia da Falerno – L’Arcante 2013.

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Pare sentirla la voce di Maria Felicia mentre scrive questo post, raccontare questo pezzo di storia di famiglia. Manco una virgola mi son permesso di spostare. Quale modo migliore per raccontare una terra, un vino, persone se non quello di starle ad ascoltare¤? [A. D.]

Il territorio nel vino: suggestione o realtà?

2 aprile 2013

C’è una Campania che va, fa ed affascina come pochi. E’ quella che centinaia di produttori cercano di mettere nelle proprie bottiglie nel miglior modo possibile e che tanti di noi appassionati, sommelier, cronisti del vino tentiamo poi di descrivere, raccontare, far rivivere con parole proprie talvolta a centinaia di chilometri di distanza. E’ tutta suggestione o ché?

Locandina AISSA convegno Vinitaly

A Verona, il prossimo 8 aprile, si tenterà di fare chiarezza sull’argomento con un convegno ad hoc che si presenta tra i più affascinanti fra quelli messi in calendario¤ al prossimo Vinitaly 2013:  ‘Il territorio nel vino: suggestione o realtà?’¤ (si apre un pdf).

Promotore e primo relatore del convegno sarà Fabio Terribile¤, Ordinario di Pedologia dell’Università Federico II di Napoli nonché Presidente della Società Italiana Pedologi (SIPE), da anni impegnato col suo gruppo scientifico in diversi progetti di zonazione di successo (Soave, Etna, ecc…) e, in via sperimentale, sul monitoraggio di alcuni varietali a noi particolarmente cari (aglianico, piedirosso). Insomma, se state in zona, non mancate!

Coming soon| Campania Stories a Telese Terme, più in qua Taurasi Vendemmia 2013 a Serino

15 febbraio 2013

Sembra tutto pronto per “Campania Stories”, la nuova rassegna messa in campo da Miriade&Partners per promuovere il meglio della produzione enoica campana nelle province di Caserta, Benevento, Salerno e Napoli; l’evento, previsto nel Sannio per il 6 e il 7 Marzo, anticiperà di qualche giorno il sempre attesissimo “Taurasi Vendemmia”, alla sua decima edizione che andrà invece in scena a Serino (Av) l’8 e 9 Marzo prossimi, dedicato come sempre al principe dei rossi irpini. Dal 6 al 10 Marzo quindi, dedicate un po’ del vostro tempo alla nostra storia!

Logo Taurasi Vendemmia 2013 - courtesy Miriade&Partners

Per tutte le informazioni del caso
MIRIADE & PARTNERS SRL
Diana Cataldo – tel. 329.9606793
Massimo Iannaccone – tel. 392.9866587
mail: segreteria@miriadeweb.it
www.taurasivendemmia.it
www.bianchirpinia.it
www.campaniastories.com

Chiacchiere sotto l’ombrellone, tra sconosciuti

2 agosto 2012

Capita una mattina di ritrovarsi sotto l’ombrellone a fare due chiacchiere sulla sera prima: l’aperitivo al tramonto, l’atmosfera unica al Faro di Anacapri, le grasse risate per quel vassoio rovesciato – l’imbarazzo della cameriera per aver rovinato quel vestito di Prada è impensabile! -, ma soprattutto l’ottima cena e, immancabili, le buone bottiglie bevute. Bottiglie per una volta sconosciute. E sorprendenti…

Quando si ha una idea precisa di cosa sia o cosa possa divenire nel tempo uno Champagne, anche un assaggio controverso può rivelarsi invece una bella scoperta da appuntare subito sul taccuino, ovvero mettere subito in rete. Sconosciuta e sorprendente era l’etichetta Prestige Brut 2003 di Jacques Picard, récoltantmanipulant a Berru, un paesino di poche anime appena fuori Reims; i protagonisti, ancor più sconosciuti, sono José Lievens e sua moglie Corinne Picard, che dalle loro migliori vigne tirano via uva per circa 8.000 bottiglie di questo ottimo haut de gamme, una piccolissima fetta di quella immensa torta che è il mercato dello Champagne, una fetta però dolcissima e imperdibile.

Ecco perché ci ritornerò su volentieri, non appena possibile; per adesso val bene segnalarvi che trattasi di una bella storia d’amore sbocciata tra le vigne, di agricoltura sostenibile e di uno stile champenois tagliente e implacabile – controverso, appunto – e di prezzi vivaddìo più che umani.

E sconosciuta era la bottiglia di Vita Menia 2011, rosato da piedirosso e aglianico prodotto nelle vigne a Raito, minuscola frazione sopra la costiera amalfitana, sopra il mare di Vietri per intenderci. Panorama mozzafiato, la vigna qui è tutta a conduzione biologica. Di questo sottile e profumato rosato se ne fanno appena seicento bottiglie l’anno, Patrizia Malanga ha voluto mandarmene qualcuna; un pensiero prezioso, almeno quanto il vino saggiato.

Bello e invitante il colore cerasuolo, il naso è ciliegioso ma anche un po’ marino, mentre il sorso è secco, leggiadro e sapido. Il frutto ritorna perentorio in bocca, aggraziando il palato sollazzato da una beva fresca e gradevole. Andatela a trovare Patrizia, siete ancora in tempo per sposare il mare alla vigna che lì, dalle quelle parti mi dicono essere entrambi bellissimi. 🙂

Furore, Ravello rosso Riserva ’07 Marisa Cuomo

17 aprile 2012

Leggi Marisa Cuomo e pensi subito all’ennesima recensione del suo Fiorduva. Ed invece no. Tra l’altro, almeno per quanto mi riguarda, sono almeno quattro/cinque anni che gli preferisco – di gran lunga – il Furore “base”: si mostra, anche quando con un paio d’anni alle spalle, decisamente più fresco, dinamico, imprevedibile, in particolar modo al palato.


E’ bene però fare un paio di precisazioni. Oggi l’azienda è senza dubbio tra le più conosciute e riconosciute della regione, ormai le bottiglie di Marisa e Andrea Ferraioli svettano meritatamente nell’olimpo dell’enologia italiana. E gran merito è senz’altro del loro Furore bianco Fiorduva che ha contribuito senza dubbio alcuno a spostare definitivamente l’attenzione ai vini bianchi italiani quaggiù alle nostre latitudini: altro che Collio e chardonnay langaroli. A questo va aggiunto poi il contesto che ne alimenta il mito: appare quasi incredibile che su queste rocce si facciano vini di tale suggestione, si è cioè talmente pazzi da coltivare vigna strappandola letteralmente alla montagna e ai dirupi e gli strapiombi sul mare della Costiera. Sì perché le vigne da queste parti vivono praticamente sdraiate sulle rocce a picco sul mare. Bene quindi l’azienda, ma decisamente straordinario il territorio!

Il circondario se vogliamo è anche abbastanza circoscritto, rimane però molto complicato e disagevole spostarsi anche da una sola vigna all’altra proprio per le particolari condizioni ambientali in cui si fa viticoltura. Ecco perché si parla di Vini Estremi. Poi ci sono i varietali, taluni assolutamente unici, altri praticamente rinvigoriti proprio da questo terroir così straordinario. Pensate ad esempio ai bianchi fenile, ginestra e pepella; il primo è un vitigno che dona vini di rara eleganza, ma necessità di cure maniacali a causa della sua particolare sensibilità alle muffe. La ginestra, spesso confusa ed associata alla più conosciuta falanghina per la sua abbondanza colturale trova qui, in Costa d’Amalfi, una particolare integrità olfattiva che sa, appunto, di ginestra. La pepella invece rappresenta la memoria storica del territorio: poche vigne, piuttosto vecchie ma di estrema funzionalità all’assemblaggio finale dei vini.

Poi ci sono i rossi, c’è anzitutto il piedirosso o per’ e palummo, così chiamato dal rosso dei pedicelli degli acini che richiama il colore vivo delle zampette dei colombi. Sappiamo bene come va col vitigno (leggi qui), eppure certi vini qui in costiera montano caratteristiche davvero incredibili. Vale la pena poi ricordare lo sciascinoso, o il tintore di cui spesso ho già raccontato su queste pagine (ad esempio qui) e del tronto, altra varietà locale spesso però sovrapposta al più tradizionale aglianico.

Ma veniamo a questo bel rosso, insolito da trovare sulle carte ma senza dubbio fortunato e raccomandato con gran piacere. L’idea è quella di valorizzare l’intero territorio delle sottozone della Costa d’Amalfi, così dalle uve raccolte nei comuni di Ravello e Scala, dai migliori grappoli e quando l’annata lo consente, nasce questa questa Riserva. Da un punto di vista strettamente colturale cambia ben poco, le uve rimangono il piedirosso e l’aglianico per il 70% e 30%, la differenza sostanziale con il Furore rosso Riserva sta nell’affinamento, laddove per questo Ravello rosso Riserva infatti vengono, per scelta, utilizzate solo barrique nuove di media tostatura. Pur pagandone sull’immediato una qualche insistenza boisé di troppo, debbo dire che alla lunga – l’ho riassaggio oggi dopo un anno e mezzo dalla sua commercializzazione, ndr – viene fuori un varietale abbastanza ben definito e di gran piacere degustativo.

Il colore conserva una splendida veste rubino-granata con ancora qualche sfumatura porpora. Il naso è intenso, piuttosto ampio ed intriso di note floreali e confettura di prugna e piccoli frutti neri; l’accompagnano poi note di caffé appena macinato e brevi sussulti un po’ salmastri e un po’ terragni. In bocca è asciutto, forse brevilineo ma decisamente appagante. Non punta certo a scolpire il palato, è evidente, ma la beva, al secondo e poi al terzo passaggio regala ogni volta un sorso invitante e ben risoluto, di finissima fattura e lauta piacevolezza gustativa. Io lo riberrei, anche subito.

Frasso Telesino, Greco 2010 e Piedirosso 2010 Cautiero: naturali, biologici ma… anche buoni!

22 marzo 2012

Di qui a qualche giorno ne racconterò più diffusamente, frattanto mi preme cominciare a segnalarvi due ottimi assaggi, questi due vini di Fulvio Cautiero, giovane produttore con la moglie Imma in quel di Frasso Telesino, piccolo comune nel cuore del Sannio doc.

L’azienda Cautiero conta nel complesso poco più di 4 ettari di vigna, tutti a regime biologico certificato, con impianti moderni di diverse varietà tra le quali non mancano l’aglianico (cloni “taurasi” e “vulture”) e il piedirosso, ma anche fiano, greco e falanghina. I grandi classici insomma. La cantina è minuta ma ben attrezzata: v’è una piccola pressa, qua e là dei fermentini termo-condizionati in acciaio e legni di vario genere e grandezza stipati in un ambiente a misura d’uomo, pulito, funzionale.

Conosco Fulvio da qualche tempo, 3 forse 4 anni. Mi venne a trovare un tardo pomeriggio con in mano un paio delle sue bottiglie (leggi qui) , frutto del suo primo raccolto, la sua prima vinificazione per conto proprio. Tralasciando l’indimenticabile siparietto sulle etichette di allora, diciamo un tantino kitsch, fu però subito una piacevole scoperta; lo incoraggiai, sentivo che andava fatto, quei vini avevano tanto di buono: mi parvero subito netti e, a tratti soprattutto l’aglianico, ruvidi come non ne sentivo da tempo, eppure estremamente originali, profondi; subivano però inevitabilmente il pregiudizio della provenienza, quel mare magnum del Sannio Beneventano quasi mai considerato come si deve, incompreso e, ahimè a torto, sempre troppo poco attenzionato.

Così ritrovo anche questi due vini. Il primo, un greco duemiladieci, di vibrante complessità gustativa, da far invidia se vogliamo anche a taluni di provenienza irpina; il colore è paglierino scarico, il naso è sottile e sfuggente eppure ricco di sfumature floreali e fruttate: di tiglio, camomilla, pera. Il sorso è asciutto e nervoso, ha carattere da vendere ed è un gran piacere cercarlo mentre il vino ti scivola via, imprevedibile, sulle papille. Sapido ma non risoluto.

E molto buono ho trovato anche il piedirosso, dello stesso anno e come il greco messo in bottiglia senza filtrazioni e solfiti aggiunti. Paga dazio forse in limpidezza ma il colore è di un bel rubino netto e vivido. Il naso è delizioso, varietale nel senso più espressivo del termine, con toni fruttati e floreali e si arricchisce di finissime sfumature boisé grazie al misurato passaggio in legno (tre mesi in carati piccoli e di terzo passaggio). Il sorso è asciutto e di buona consistenza, incentrato sul frutto e sorretto da una ragionevole trama acida. Lungo e rinfrancante. Dei prezzi non ne parliamo nemmeno…

Un ricordo di Gennaro Martusciello, e un sorso di Falanghina Coste di Cuma 2010 Grotta del Sole

27 febbraio 2012

Avevo un nodo in gola, e come non potevo: dispiaciuto, commosso, rattristito per la scomparsa di una persona così cara e stimata. Avevo però necessità di rifletterci un po’ su, capire se fosse realmente importante ch’io scrivessi due righe, un pensiero. Così quasi senza pensarci mi son ritrovato a bere nuovamente questo splendido bianco flegreo.

Bene ha fatto qui Luciano Pignataro a riprenderne, in poche chiare righe, la specchiata figura umana e professionale; aggiungo che con la scomparsa di Gennaro Martusciello si chiude dalle nostri parti davvero un’epoca: quella dei pionieri, di coloro i quali avevano come riferimento del mestiere praticamente solo se stessi, il più delle volte costretti, loro malgrado, solo a sognarlo ciò che avrebbero veramente desiderato fare in cantina, dei loro vini; più semplicemente, era necessario fare ciò che andava fatto e nel miglior modo possibile, senza troppi grilli per la testa.

Eh sì, perché quando più o meno vent’anni fa, fuori dai confini regionali, a malapena si era affacciato il greco di Tufo di Mastroberardino, qualche volta il Taurasi, a Quarto si cominciava a ragionare anche sulla falanghina e il piedirosso dei Campi Flegrei: “poveri, ma belli” venivano chiamati (e forse lo sono tutt’ora). Senza contare i primi, incontenibili successi commerciali del rilanciato Gragnano della Penisola Sorrentina o dell’Asprinio d’Aversa fermo e spumante. L’avrete letto centinaia di volte, qui come altrove, un leit motiv pedissequo, quasi stancante, che però pare non bastare mai: “la famiglia Martusciello, che tanto ha contribuito al rilancio vitivinicolo regionale e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni campani”. Certo, nei fatti però, non a chiacchiere. E senza dover rincorrere etichette evocative, battaglie bioqualchecosa, sintomatologie naturali. E Gennaro Martusciello in tutto questo, e in molto altro, ha avuto un ruolo cruciale, fondamentale.

Una persona, prima che enologo, stimatissima dall’ambiente; e pur non potendo andare oltre, non ho l’età per maggiori elogi personali – c’ho parlato troppe poche volte, molto di più coi suoi vini -, ho sempre avuto la sensazione come fosse un uomo in tutto e per tutto calato ostinatamente nella sua dimensione: un grande talento, finissimo tecnico e profondo conoscitore della materia, imbrigliato però da una realtà produttiva difficilissima e complicata, misconosciuta, sin da subito dura, talvolta talmente cruda che solo la malattia che l’affliggeva riusciva ad essere più desolante. Un uomo vulcanico don Gennaro, come la sua terra, costretto nella morsa di un malessere che l’ha accompagnato praticamente tutta la vita, segnandolo profondamente nel fisico ma non nell’intelletto, nell’invidiabile talento professionale; un uomo del sud che proprio come la sua terra ha dovuto faticare il doppio, anzi il triplo per emergere, affermarsi. Sì, perché Gennaro Martusciello un riferimento lo è diventato lo stesso, lui con tutta l’azienda di famiglia Grotta del Sole; un esempio per tanti, seguito, emulato, contrastato addirittura, ma un riferimento assoluto, per giovani e vecchie leve di enologi, ma anche di produttori, e non solo in Campania.

E così che saggiando questo Coste di Cuma 2010, oltre a saltarmi al naso bellissimi toni primaverili, con ricordi di macchia mediterranea e poi un sapore asciutto e lungamente sapido, mi ritornano perentorie le parole di Salvatore Martusciello che, lo scorso dicembre, quando mi ha dato questa bottiglia per sapere cosa ne pensassi mi fa: “siamo convinti che sia l’inizio di una nuova epoca in Grotta del Sole, questo duemiladieci del Coste pare condensare tanti degli sforzi che abbiamo fatto sulla falanghina dei Campi Flegrei negli ultimi vent’anni”. E bicchiere alla mano ne sono convinto anch’io, con poco o nulla da aggiungere se non che mi piace, con questa convinzione, pensare a quanto potesse essere felice zio Gennaro di sapere finalmente compiuto un percorso così duro lungo quasi vent’anni, grazie al quale, oltre a lui e ai suoi fratelli, nei vini dei Campi Flegrei hanno imparato a crederci in tanti, e a saggiarli, con attenzione e rispetto, in molti di più.

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Pozzuoli, ancora una good news: Falanghina dei Campi Flegrei 2010 Le Cantine dell’Averno

10 dicembre 2011

E’ una bella storia quella di Emilio e Nicola Mirabella, due fratelli che hanno a lungo rincorso questo sogno e che, finalmente, con questo bianco duemiladieci esordiscono sulla scena.

L’azienda è di quelle piccole, minuscole si può dire, ma che conserva tutta la vocazione ultramillenaria di questo piccolo e suggestivo lembo di terra affacciato sul Lago d’Averno a Pozzuoli. Poco meno di due ettari, per lo più piedirosso, con vista sulle rovine del Tempio di Apollo: ma qualcuno forse si ricorderà del vigneto storico Mirabella, uno dei più preziosi del circondario flegreo, per anni curato e valorizzato dalla famiglia Martusciello, Grotta del Sole; ebbene, sono proprio loro, smessi i panni di conferitori hanno deciso di buttarsi nel fuoco. Anima e corpo.

 

In vigna, di falanghina, appena milletrecento metri, proprio sul lungolago, allevata con il tradizionale sistema a Spalatrone Puteolano; poi un’altra quarantina di quintali arrivano dalle vigne confinanti dei parenti vicini. Davvero un bel bianco questo vino, esordio quindi più che convincente, benedetto in cantina dalle mani esperte di Carmine Valentino e baciato da una giusta evoluzione in bottiglia che disegna caratteri distintivi molto interessanti, per niente banali: il frutto, nonostante l’annata avesse offerto una “coda” piuttosto piovosa, si mostra ben maturo e in piena evoluzione. Il colore è paglierino carico, di vibrante vivacità; il primo naso è subito floreale e fruttato, il palato invece è asciutto, ma a tratti voluminoso, profondo. Molto gradevoli le nuances di ginestra e albicocca, poi, come la bocca conferma, tanta mineralità e avvolgenza sapida. Tredici gradi di estrema godibilità.

A conferma di quanto si voglia fare sul serio, manco ci fossero dubbi sulla qualità della materia prima e la vocazione del terroir, tra le prime opere intraprese dai Mirabella c’è stata quella di rimetttere a nuovo il vecchio cellaio di famiglia e comprare tutti i ferri del mestiere utili e indispensabili a garantire adeguato sostegno in cantina alla buona opera perseguita in vigna. Qui si tende ad un lavoro certosino, ad una lotta integrata per esempio per quanto riguarda “i trattamenti”, per invadere l’ambiente agricolo il meno possibile. Il vigneto è di quelli davvero suggestivi, per lo più terrazzato e di non facile gestione: l’impianto è tradizionale e a piede franco, con viti che viaggiano tra i 40 a i 60 anni d’età, e la raccolta in vendemmia avviene esclusivamente a mano, e il carico viaggia praticamente “a spalla” sino in cantina che è a poche centinaia di metri. Anche qui, senza l’intenzione di sventolare alcuna bandiera, nessun idealismo se non quello di lasciar “parlare” l’uva; si lavora in maniera convenzionale ma senza aggredire, violentare il vino.

Con l’annata appena in cantina si sta, tra l’altro, già lavorando per ottenere un vino ancor più complesso, che esalti ancor più la qualità della materia prima che viene fuori da queste splendide vigne; l’annata 2011 promette bene e i primi assaggi dalle barriques hanno mostrato risultati piuttosto interessanti. Legni vecchi, rigenerati, pensati come contenitori, per lasciare distendere la massa in fermentazione, null’altro. Ma è prematuro parlarne oggi, c’è tempo. Come per il piedirosso anche qui siamo sulle 2.000 bottiglie in tutto, un vin de garage in piena regola, si direbbe oltralpe. Ma restiamo coi piedi per terra, Pozzuoli non è certamente Mersault, ma soprattutto perché si sa, ultimamente coi francesi non è che ci prendiamo un granché!

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Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2004

9 dicembre 2011

E’ indubbio quanto sia importante ritornare su certi vini più volte nel tempo prima di decretarne definitivamente la loro bontà, quella loro fondamentale capacità di rappresentare a pieno l’idea di vino che t’aspetti da un certo luogo o un produttore, da questo o quel vitigno; in una parola, la sua più alta espressione.

Si dice in genere tipicità, termine di cui spesso si abusa ma che in questo caso risulta più che mai azzeccato per questo splendido rosso di Masseria Felicia. C’è poi un tema ancora più profondo, dal titolo “territorio” – o “terroir”, per dirla alla francese -, ancora e sempre più in primo piano quando si vuole far arrivare sino in fondo il messaggio che si tenta di lasciare con una recensione; tema però, diciamocelo, evidenziato talvolta più per vanità intellettuale che per verità storica oggettiva.

Trovo giusto aprire una parentesi: sino a qualche anno fa sembravamo perderci quasi esclusivamente tra merlottiani e cabernettiani ovvero pro e contro quella internazionalizzazione che ci ha sedotti, insidiati, conquistando posizioni importanti, sino a farci sentire assediati da un fenomeno che ci appariva incontrastato e incontrollabile: un fiume in piena che oltre ad aprirci ad una visione globale del vino (offrendoci tra l’altro, perché non ammetterlo, anche autorevoli brividi) ci ha scosso le coscienze e convinto molti a darsi una mossa e prendere per mano quel poco (o tanto, a seconda dei casi) di buono consegnatogli dalla storia, dalla tradizione e rilanciarlo, valorizzandone i contenuti, costruendovi sopra addirittura un’intera reputazione. Insomma, più che inseguire la moda, ha avuto le palle il coraggio di dire: “questa è la mia terra, così è se vi pare!”.

Così è successo qui a casa di Maria Felicia. E l’Etichetta Bronzo ne rappresenta il risultato più alto, la punta di diamante, e come questi un gioiello che nasce grezzo ma che il tempo, più dell’uomo, sa levigare e consegnare prezioso nelle mani della storia. Un 2004 tra le più belle interpretazioni di Falerno da aglianico e piedirosso in giro: fitto, dal naso elegante e dal sorso austero, pregnante. Il colore è splendido, rubino con delicate sfumature granato sull’unghia. Il naso è ricco, intenso e trasversale nei profumi e persistente: nitidi i riconoscimenti di amarena, prugna, china, carrube, rabarbaro. In bocca è slanciato, conquista il palato per la sua decisa profondità, ma anzitutto per l’ampiezza; il tannino, tanto è caparbio, ti sembra quasi di masticarlo, ma lo perdi appena prima di ogni stretta di denti perché ti arriva subito il frutto a distrarre le intenzioni, croccante e denso. Un vino superbo, di grande intensità, dal valore assoluto, una magnifica rappresentazione territoriale, quello subito a ridosso di San Terenzano, che poi è terra di Falerno, ma soprattutto Masseria Felicia.