Archivio dell'autore

Taurasi Vendemmia 2009| Impressioni a caldo

10 marzo 2013

Forse sarà ancora più chiaro dopo quest’altra bella edizione messa su da Miriade&Partners¤: dove non arrivano per manifesta incapacità le istituzioni e la politica, può riuscire – e bene – il privato, soprattutto quando motivato da grande sensibilità, professionalità e serietà, ancor più quando sostenuto con forza ed entusiasmo da tutto il sistema, dalle aziende in primis.

Taurasi Vendemmia Edizione 2013 - foto Livia Cosentino (tratta dal web)

Ma veniamo al dunque, o a quelle prime impressioni a caldo cui seguiranno poi le mie personali note di degustazione.

Taurasi, l’abbiamo detto e scritto più volte, vuol dire eterogeneità e il duemilanove sembra a grandi linee confermarlo a pieno. Come pure che il Taurasi ha ancora tanta strada da fare e che i produttori si devono mettere bene in testa, una volta per tutte, che son finiti i tempi belli di una volta dove tutto ciò che si faceva comunque si vendeva e bene. Per emergere, imporsi sul mercato, debbono decidere cosa vogliono fare da grandi.

Sì perché fare vino con l’aglianico è cosa molto seria e fare Taurasi come Dio comanda, farlo bene per davvero intendo, rimane ancora affare per pochi. Non basta affatto affidarsi all’enologo di grido, o a protocolli assoluti per mettere la testa davanti. L’autoconvincimento di saperci fare poi, le brochures patinate, i listini ‘copia incolla’ possono forse darla a bere a qualche ultimo sprovveduto ma il bicchiere, quello ahimè non mente. E da bel un pezzo.

Insomma, annata interlocutoria quindi la 2009. Con tanto caldo a maggio e poi in agosto, ma anche tanta pioggia nella seconda parte dell’anno che a fasi alterne ha creato non pochi problemi anche solo per entrare in vigna a lavorarci, soprattutto in settembre e in ottobre quando, verso metà del mese, è cominciata per molti la raccolta delle uve, protrattasi in alcuni areali, un po’ per tradizione o per necessità, con non poche difficoltà, sino a novembre inoltrato.

Problemi fito-sanitari, uve ingrossate dall’acqua, marciume addirittura in qualche caso. Si è salvato chi ha potuto giocare d’anticipo o permettersi rese bassissime o cernite maniacali. Anche per questo, tenuto conto pure di alcuni altri assaggi fatti da me fuori da questa manifestazione (Quintodecimo¤, Joaquin¤) l’impressione è che sembrano venirne fuori meglio anzitutto i cosiddetti ‘migliori’ (sparsi a macchia di leopardo qua e là in tutte e quattro le macro-aree), ma anche i vini ‘da assemblaggio’ – Rocca del Principe, Feudi di San Gregorio, Mastroberardino giusto per citarne alcuni -, così detti perché fatti con uve provenienti da diversi areali della docg e chi ha saputo leggere attentamente l’andamento climatico, facendo scelte piuttosto nette, sin dai primi interventi in vigna ma soprattutto successivamente in cantina.

Che poi, dato affatto trascurabile, non a caso in diversi hanno addirittura rinunciato a fare Taurasi 2009, favorendo secondi e terzi vini e denominazioni di ricaduta (Benito Ferrara, Il Cancelliere, Clelia Romano ad esempio) contribuendo a far registrare, per il terzo anno consecutivo, una sensibile diminuzione della produzione di Taurasi e Taurasi Riserva con 227 denunce effettive su 296 ettari iscritti alla docg*.

Naturalmente è presto per esprimersi definitivamente, molti vini saggiati infatti sono apparsi decisamente ‘in ritardo’ quando non ‘contratti’, come fossero imbrigliati; un dato poco convincente invece, che non depone sicuramente a favore di certi produttori, chiaramente un mezzo passo indietro, è la poca pulizia olfattiva e gustativa di alcuni vini in batteria. Ancora troppi infatti quei vini con sovrabbondanza di ‘legno’, o riduzioni eccessive oppure volatili insopportabilmente alte. Come se l’aglianico, ancor più l’annata, continuassero ad essere per taluni argomenti del tutto subalterni alla propria idea di vino, talvolta visionaria, talvolta solo confusa.

Per chiudere, belle conferme invece dalla ‘rilettura’ del 2006, dei 2007 (Guastaferro, ancora Mastroberardino col Radici Riserva) e 2008 (I Favati, Terredora, Lonardo, Il Cancelliere, un sontuoso Macchia dei Goti di Caggiano) presenti in degustazione, alcuni anche con versioni Riserva di pregevole spessore e finezza. Qui c’è stato veramente tanto buon lavoro da fare per scegliere i migliori assaggi, ma in generale c’è stato un gran bel bere tra tanta integrità, profondità e piacevolezza. Ne parleremo senz’altro.

* fonte Taurasi Vendemmia Ed. 2013¤.

Aglianico del Taburno Ris. Terra di Rivolta 2008

7 marzo 2013

Aglianico del Taburno Riserva Terra di Rivolta 2008 Fattoria La Rivolta. Al netto del nome piuttosto lungo, anche solo da ricordare, non si può dire certo che del Taburno e dei meravigliosi vini che ne vengono fuori se ne parli abbastanza, o almeno quanto ne meriterebbero un così straordinario terroir e certe bottiglie come questa.

Fattoria La Rivolta, autunno 2007 - foto A. Di Costanzo

Se l’Irpinia è la culla del principe dei rossi italiani, quel Taurasi che si va celebrando tra l’altro questo fine settimana a Serino¤ e l’Ager Falernus¤ conserva la memoria storica millenaria in regione, l’areale di Torrecuso, tra i più ‘giovani’ a vedere la ribalta, volge, seppur lentamente, a conquistarsi quello spazio nella storia vitivinicola campana in perenne sospensione tra il vecchio e il nuovo.

Paolo Cotroneo¤ nel ‘97 ci ha investito l’anima in questo progetto, con tutto se stesso. Ed in molti, tra appassionati di vario genere e critici autorevoli ne hanno colto sin da subito tutto lo spirito e gli orizzonti possibili. Ad oggi siamo più o meno a 30 ettari di proprietà tutti a conduzione biologica, con una mano importante agli esordi da uno dei più autorevoli enologi italiani, Angelo Pizzi, e la benedizione proseguita con l’avvento in cantina, recentemente, di Vincenzo Mercurio. Qualche anno dopo, a farla conoscere al grande pubblico al debutto fu l’affermazione commerciale di una sorprendente versione di coda di volpe mai saggiata prima, di grande estrazione, dall’espressività fortemente mediterranea, ricca di polpa, calda e vigorosa: fu un successo memorabile!

Eccetto il ‘Sogno di Rivolta’ che fa storia a se (per l’assemblaggio, il legno) vi si fanno vini bianchi estremamente franchi e quasi mai sopra le righe, con le varie masse criomacerate prima di passare in acciaio e poi messi in bottiglia a conservarne freschezza e tipicità; sui rossi il lavoro è un po’ più articolato ma sono generalmente di carnosa personalità gli aglianico, sottile e piuttosto affabulatore il piedirosso.

Aglianico del Taburno Riserva Terra di Rivolta 2008 Fattoria La Rivolta - foto A. Di Costanzo

E’ un’indomabile Paolo, come la sua terra in contrada Rivolta. Tolto il virtuosismo di spumantizzare il greco di quelle parti è l’aglianico, senza ombra di dubbio il suo fiore all’occhiello, dove viene fuori probabilmente il ‘capolavoro’ a Fattoria La Rivolta¤; e il Terra di Rivolta Riserva ’08 ne è piena testimonianza; un vino risultato di dieci anni di paziente attesa spesi a comprendere palmo a palmo quelle vigne e riconoscerne ogni minimo sussulto in cantina, dallo scarto degli acini scalognati ai giusti tempi e procedure delle fermentazioni e macerazioni, l’affinamento, l’imbottigliamento addirittura.

Un lento progredire che porta oggi nel bicchiere un rosso, dopo quattro anni, che di tutti questi passaggi rivela essenzialmente il solo frutto, lasciando carezzare l’idea della pienezza assoluta senza compromessi ed intermediazioni artificiali. Crudo, nudo, puro. Il naso sa di violetta, prugna e marasca, è balsamico e speziato, profuma di tabacco e caffè tostato. Il sorso è di spessore, intenso, largo, lunghissimo. Una velatura ancora di balsamico ne richiama l’impronta assai territoriale, una sferzata tannica, importante ma affatto invadente, ne sottolinea stoffa e carattere da vendere. Adesso come tra dieci anni, almeno. Un gran bel bere.

Castelfranci, Taurasi Riserva Alta Valle 2007

5 marzo 2013

Anche per il Taurasi l’annata 2007 è ben nota a tutti per essere stata tra le ultime più calde, eppure sembra consegnarci, soprattutto in aree così chiaramente caratterizzate da un microclima particolare, vini abbastanza equilibrati, con un frutto ben espresso, sempre in primo piano, se vogliamo quindi immediatamente leggibili ma anche dalle buonissime prospettive evolutive.

Taurasi Riserva Alta Valle 2007 Colli di Castelfranci - foto A. Di Costanzo

Colli di Castelfranci¤ è una solida realtà nel panorama irpino, con un vigneto di proprietà di circa 25 ettari di cui ben 20 piantati ad aglianico; siamo sul versante Sud della denominazione, nell’areale forse più particolare della docg con vigne che proprio tra Castelfranci, Montemarano e la vicina Paternopoli vanno sfiorando tranquillamente i 650 metri sopra il livello del mare, con condizioni climatiche, come accennato, assai particolari, quasi da viticoltura di montagna.

Dell’azienda è presto detto: è giovane, dinamica, molto aggressiva sul mercato. La pulizia e la franchezza espressiva dei loro bianchi, a me piace molto ad esempio anche come lavorano il fiano di Avellino, fa il paio con rossi talvolta ruvidi, arcigni ma pur sempre di ragguardevole fruibilità degustativa, tra l’altro tutte le volte riconoscibilissimi e proposti con un rapporto qualità-prezzo molto fortunato. Non a caso proprio il loro Taurasi “base” rimane tra i più interessanti di quelli a buon mercato.

Di notevole levatura è anche questo Riserva Alta Valle 2007, dal naso ricco di fascino e dalle spalle belle larghe per sopportare, secondo me con una certa tranquillità, tanti anni a venire. Il timbro è quasi violaceo, fitto e profondo. Dai primi sentori di prugna, poi marasca e ribes nero si va quasi subito su note più intransigenti di tabacco bagnato, caffé in polvere e liquerizia. Il sorso è ricco di sostanza, poderoso e lungo, con un ritorno assai costante sul frutto; il tannino poi, ruvido e graffiante com’è sembra quasi masticarlo nonostante il controcanto dei 15 gradi in alcol. Va bevuto con attenzione questo Taurasi, forse anche con moderazione, magari ben accompagnato in tavola, ma senza dubbio va bevuto, e con grande piacere.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Contea di Sclafani Rosso del Conte 2007 Tasca d’Almerita, o di un viaggio lungo quasi 40 anni!

4 marzo 2013

E’ curioso come un vino possa praticamente da solo rappresentare la storia degli ultimi 40 anni di tutta un’azienda, ancor più quando questa è tra le più rappresentative di un territorio, la Sicilia, al centro di un vero e proprio moto rivoluzionario negli ultimi anni in tema vitivinicolo.

Contea di Sclafani Rosso del Conte 2007 Tasca d'Almerita - foto A. Di Costanzo

Quel vino è il Rosso del Conte. Ciò che oggi ritorna nel bicchiere passa infatti attraverso le tante tappe vissute in Tasca d’Almerita. Un vino sicuramente tra i più conosciuti tra quelli siciliani eppure tra i più controversi e discussi per il continuo cambiar pelle negli anni da quando, nel 1970, fu pensato come fiore all’occhiello della produzione a Regaleali, la Riserva del Conte, per dare valore aggiunto alle splendide vigne ad alberello di nero d’Avola di San Lucio, cui s’aggiunsero negli anni quelle di Cordicella , Girato, Cozzo Ginestre, Piana Gelso e Rossi.

Numerose le evoluzioni, quindi, dalle uve messe in bottiglia ai diversi accorgimenti sull’affinamento; non a caso, a detta dei più fortunati, una verticale di Rosso del Conte, diciamo pure solo di quindici/venti annate, più che raccontare il vino in se è capace di raccontare tutto quanto successo in azienda, se non in Sicilia, negli ultimi 40 anni: dai primi timidi passi da protagonista del nero d’Avola sul mercato degli anni settanta all’introduzione massiva sull’isola dei cosiddetti vitigni internazionali, sino all’odierna riscoperta degli autoctoni isolani, perricone tra tutti. Per non parlare poi di quanto fatto e disfatto coi legni di vario genere e sperimentazioni in cantina.

Ma veniamo a questo 2007. Bello il colore rubino porpora vivace e profondo. Naso invitante, che sa di confettura di prugna e frutti neri, balsami e liquerizia, con un richiamo finissimo di arancia rossa. Il sorso ha respiro e tanta sostanza: è secco, fluido e avvolgente, solo sul finale di bocca chiude appena dolce. Conserva tannini ben integrati, che graffiano un po’ meno ad esempio rispetto al sontuoso 2006, ha buona spalla alcolica ma non è ingombrante, sicché se ne giova la beva che rimane sostenuta e piacevole ad ogni sorso. Un Rosso del Conte di immediata bellezza.

Anticipazioni| La Dolce Vite al Capri Palace 2013

3 marzo 2013

Eventi Enogastronomici al Capri Palace 2013 - foto A. Di Costanzo

Una settimana con oltre 200 sfumature di rosso!

2 marzo 2013

Sfogliando il mio calendario mi accorgo di tanta bella carne al fuoco per la prossima settimana. Mi ci vuole proprio!, direi, dopo dieci giorni di passione vera pur segnati da tanta, ma tanta nuova energia: ho il cuore alle stelle e l’animo serenamente in pace, e son certo che il 2013 sarà una splendida annata!

Logo Taurasi Vendemmia 2013 - courtesy Miriade&Partners

Ma cominciamo dall’imminente edizione 2013 di Taurasi Vendemmia¤, anteprima dedicata ai Taurasi 2009 e alle nuove uscite irpine con al centro il principe dei rossi italiani, l’aglianico. Ci sarà, tra le altre, anche l’opportunità di una rilettura meditata dei 2008 protagonisti lo scorso anno.

E’ indubbio che la kermesse, quest’anno anticipata da un’altra bella iniziativa, Campania Stories¤ a Telese Terme, va confermandosi come un momento di prezioso approfondimento e ragionamento sul territorio, occasione imperdibile per tutti gli appassionati e la stampa specializzata che guardano alla Campania ed al distretto produttivo irpino con sempre maggiore attenzione ed aspettative. Insomma, ci si vede sabato 9 marzo a Serino, non mancate.

Come ogni anno non farò mancare una mia riflessione sugli assaggi che farò, che vi segnalerò al solito seguendo l’usuale Legenda che accompagna ormai da sempre le mie incursioni tra le anteprime e i banchi d’assaggio: ***** Eccellente – **** Ottimo – *** Buono

Maggiori informazioni le trovate qui:
MIRIADE & PARTNERS SRL
Diana Cataldo – tel. 329.9606793
Massimo Iannaccone – tel. 392.9866587
mail: segreteria@miriadeweb.it
www.taurasivendemmia.it
www.bianchirpinia.it
www.campaniastories.com

Brunello di Montalcino Bramante ’08 Sanlorenzo

1 marzo 2013

Non c’è da stupirsi se da un’annata non proprio coi fiocchi il Brunello di Sanlorenzo ne viene fuori comunque in grande spolvero. Il lavoro di Luciano¤ in vigna è costante, maniacale a tal punto dal conoscere quasi meglio ognuna delle sue piante che ciò che gli tintinna in tasca.

Brunello di Montalcino Bramante 2008 Sanlorenzo - foto A. Di Costanzo

Duemilaotto a Montalcino a 4 stelle. C’è però un limite a quest’annata, secondo molti. Da quel che ho letto in giro alcuni critici intervenuti a Benvenuto Brunello 2013¤ hanno provato a coglierlo: un limite che qualcuno ha tenuto a sottolineare come una carenza episodica¤, qualche altro come una diversità espressiva¤ poco tipica ma tuttavia accettabile, qualchedun altro ancora invece come la perenne incapacità del sangiovese brunello di mantenere fede alle aspettative, quasi sempre in credito col suo reale valore di mercato. C’è infine chi¤ non le ha mandate affatto a dire sibilando che molto probabilmente il limite grosso dinanzi a certe annate è proprio della critica, soprattutto quella internazionale, ormai talmente appiattita dai vini d’asfalto del nuovo mondo dal non sapere più leggere certi vini italiani.

Non c’ero, quindi non entro nel merito e lungi da me esprimermi su linee di carattere generale. Ho bevuto però i nuovi vini di Luciano Ciolfi, a più riprese, con la calma dei forti e la pazienza di un fan. Il Bramante 2008 farà faville sul mercato. E’ vero, in questo ha ragione da vendere Antonio Galloni¤, rientra certamente tra quei Brunello 2008 di grande slancio degustativo che tanto piacerà ai ristoratori appassionati sempre alle prese con troppe scelte difficili in materia di Brunello di Montalcino. Ma ci dispiacerà?

Ha però un naso di grande integrità ed intensità, che sa di arancia Sanguinella ed erbe officinali, poi man mano di garofano, ciliegia e liquerizia. Il sorso ha spessore, deciso, manca però forse di quella spinta acida a cui ci eravamo abituati nelle precedenti uscite, ma è succoso e tremendamente sapido. Ecco, Il duemilaotto di Sanlorenzo¤, contrariamente al recente passato non gioca stavolta sull’elegante sottrazione, austera e pregnante nel 2004 come nel 2006 ma, per la prima volta, sull’abbondanza di una o due curve in più. Io dico che ce ne faremo una ragione, convintamente.

Maiori, Costa d’Amalfi bianco Puntacroce 2011

25 febbraio 2013

La mia Campania si conferma una terra straordinaria per il vino, con sorprese che sembrano dietro ogni angolo di posto, ancor più golose ed imperdibili quando lanciate a conquistarsi spazio e memoria nel tempo.

Costa d'Amalfi bianco Punta Croce 2011 Raffaele Palma - foto A. Di Costanzo

Una piacevole sorpresa sembra arrivare da quel cilindro magico di paradiso dei bianchi che è divenuta in così pochi anni la Costa d’Amalfi; Puntacroce pare iscrivere¤ il suo nome a chiare lettere tra quei vini nuovi da non perdere assolutamente di vista nei prossimi anni. Vien fuori da un assemblaggio di falanghina con biancolella, ginestra ed altre varietà locali fenileripolo e pepella, che qualcuno forse già ricorderà grazie ai successi dei ben più noti vini di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo¤ da Furore se non per quelle piccole gemme di Alfonso Arpino¤ e Gaetano Bove¤ da Tramonti.

Azienda Biologica Raffaele Palma, le vigne sul mare

Tra l’altro, il progetto di Raffaele Palma qui a due passi da Maiori, vicino Capo d’orso, sembra essere di quelli solidi e di grande prospettiva vista la serietà degli intenti e l’enorme sforzo economico sostenuto per rifare, praticamente daccapo e in perfetta armonia col paesaggio rurale circostante, tutti quei bellissimi terrazzamenti a secco che stringono, ferrei, a strapiombo sul mare, le splendide vigne e i rigogliosi limoneti condotti secondo agricoltura biologica.

Tant’è che nel bicchiere sorprende e come questo Puntacroce 2011, soprattutto per l’imponente verticalità che lenta si fa poi dolce e mansueta. Bianco davvero particolare, colorito e vivace, disincantato e invitante: al naso richiama immediatamente sentori agrumati di mandarino ed albicocca confettati, ma anche note più alte e fitte come balsami, resine e tarassaco. Il sorso è asciutto e ben indirizzato, stuzzicante, minerale e giustamente sapido con, in ultimo, un piacevolissimo ritorno mandorlato sul finire di bocca. Da bersi potenzialmente a secchiate.

Quintodecimo, a casa di Laura e Luigi

23 febbraio 2013

I passaggi¤ a Quintodecimo non sono mai ripetitivi, mi portano bene e danno ogni volta quella scossa necessaria per cogliere al meglio quelle nuove prospettive necessarie in un mondo sempre troppo avvitato su se stesso. Il piacere di stare assieme, le storie, la musica, quella dell’anima, alla fine ci salvano tutti!

Luigi Moio, Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Ne lascio qualche traccia non per pavoneggiarmi dell’amicizia di Laura e Luigi, persone per bene, disponibili ed intelligenti quanto basta per fare di ogni attento visitatore il migliore degli ospiti possibili, ma per anticipare a quegli stessi appassionati che vorranno andarci prossimamente, una o due cose abbastanza rilevanti con in più un paio di novità da non mancare.

La prima cosa è che l’azienda è sempre più bella, pure quando la vigna è spoglia, con la cantina, ordinatissima e suggestiva, praticamente vuota! Nel senso che a parte le vasche e i legni con le nuove annate in affinamento e le riserve di Taurasi in elevazione, niente, non v’è traccia di bottiglie se non quelle di prossima uscita in Marzo; e l’archivio storico naturalmente, che però, da quanto confessato da Laura, bene farebbe Moio a tenersele sottochiave. In tempo di crisi, direi che non è poco.

Quintodecimo, passaggio in cantina - foto A. Di Costanzo

La seconda constatazione – che poi sono due – sta nell’aver colto, durante gli assaggi dei cru 2011 in bottiglia e 2012 in affinamento tra vasche e legno, un “alleggerimento” sostanziale del sorso a favore però di una profondità gustativa di notevole rilevanza, così, d’emblé, assai più immediatamente incisiva al primo assaggio che nelle precedenti uscite. Un vero schiaffo!

Ne sono testimonianza, nella loro chiara diversità, la falanghina Via del Campo duemilaundici che sembra avere già tutti i numeri a posto per sparigliare le carte in tavola: luminosa, verticale, ineccepibile e l’Exultet 2012, la cui parte in affinamento in legno sembra chiaramente “urlare” di finire in bottiglia sin d’ora così com’è. Non a torto (nostro).

E’ chiaro che questi ultimi 5 anni sono serviti al Professore per avere piena contezza di quanto dicessero le sue idee e le scelte portate avanti con ragionevole fermezza; che, per coglierne sommariamente una vaga idea basterebbe riassaggiare il sorprendente Exultet 2006¤, il primo, per comprendere a pieno quanto il fiano, ma lo stesso aglianico¤ o il greco, la falanghina nelle mani di Moio avranno tanto da dire soprattutto nei prossimi anni a venire. Una roba da non credersi, un vino in grande forma, sbocciato imperiosamente ed in piena voluttà espressiva.

Fiano di Avellino Exultet 2006 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Dicevo poi delle novità: una è l’arrivo ormai imminente del secondo cru di Taurasi Riserva, il Grande Cerzito¤ 2009 in uscita si pensa il prossimo novembre 2013, di cui però, come sugli altri rossi, scriverò dettagliatamente a breve; l’altra è l’acquisto di tre ettari e mezzo di vigna a greco nel cuore di Tufo, l’anima più antica forse della denominazione che sarà del Giallo d’Arles¤, quel campione di cui da un paio d’anni faccio davvero fatica a stare senza. Cru era, da una sola vigna di Santa Paolina, cru rimarrà, ma ora, finalmente, di proprietà. Che dopo l’impianto di qualche anno fa proprio a Mirabella Eclano di falanghina (il 2011 già reca in etichetta l’Irpinia doc) ed il consolidamento della conduzione in Lapio con la vigna che da vita all’Exultet, sembra chiudersi il cerchio magico dei domaines di Quintodecimo.

Poi vabbè, ci sarebbe da dire di quel Metamorphosis, ma questa è un’altra bella storia non ancora da svelare.

Fieno di Ponza bianco ’11 di Cantine Migliaccio

21 febbraio 2013

Ponza è un posto magico, vi si dovrebbe passare almeno una settimana l’anno della propria vita; non a luglio o ad agosto naturalmente, mesi in cui la calca dei turisti ingolfa la passeggiata del Porto e la caciara dei natanti le acque antistanti.

Lazio bianco Fieno di Ponza 2011 Antiche Cantine Migliaccio - foto A. Di Costanzo

Di quei luoghi ho ricordi bellissimi ed un grande unico cruccio, Palmarola, che non son stato capace di visitare, causa mare grosso, entrambe le volte che sono passato sull’isola e per tutta una intera settimana. Da sfigati insomma, ma mi rifarò.

Da uno dei promontori più suggestivi dell’Isola di Ponza, punta Fieno, arriva questo insolito e caratteristico bianco composto in massima parte da biancolella e falanghina, vino dal profumo vulcanico e dal sapore antico. Ci lavorano da un po’ di anni con una certa perseveranza ed ostinazione Luciana Sabino¤ e suo marito Emanuele Vittorio; ne avrete letto tra l’altro già qui¤.

Punta Fieno, le vigne sopra la collina

In cantina l’hanno condotto con mano ferma prima il bravo Maurizio De Simone, che ne ha saputo immediatamente leggere ed interpretare l’anima valorizzandone al massimo la “naturalità” espressiva e poi, oggi, con una visione prospettica altrettanto interessante Vincenzo Mercurio¤, capace di sottolinearne al meglio tutta la matrice minerale esaltandone il profilo organolettico decisamente sopra le righe.

Il Fieno bianco 2011 viene fuori da quei 2 ettari di vigna piantati per lo più nel tufo tra le sabbie dei muretti a secco lungo quella piccola collina che lega la splendida Chiaia di Luna al Faro, posto raggiungibile esclusivamente attraverso una stretta mulattiera; un luogo di una suggestione unica, che durante le estati più calde fa registrare temperature vicine ai 40-50 gradi, anche se rinfrescate nella notte da escursioni termiche altrettanto importanti. Ne viene fuori un bianco dal corredo aromatico molto particolare, per lunghi tratti sulfureo, salmastro, che sa di fieno (!) e genziana, dal sorso efficace e sgraziato. Un quadro organolettico certamente non banale e sostanzialmente assai tipicizzante un vino unico nel suo genere, insolito e da provare e riprovare anche nel tempo.

Giungano, Greco Calpazio 2011 San Salvatore

20 febbraio 2013

Peppino Pagano lo racconta come fosse un piccolo gioiello di famiglia, anzitutto per averlo letteralmente strappato dalle grinfie di chi non vedeva tanto di buon occhio piantare greco da quelle parti.

Paestum Greco Calpazio 2011 San Salvatore.docx

In effetti quando nacque il progetto di San Salvatore¤ e si decise dove e cosa piantare, il greco era stato sì preso in considerazione ma solo in maniera puramente sperimentale; si pensava di mettere a dimora giusto un paio di filari per vedere cosa riuscissero a dare: “all’ultimo invece, preso dall’entusiasmo, ne piantai quasi un ettaro e mezzo – dice Peppino –, che oggi continua a regalarmi grandi soddisfazioni!”.

Il bicchiere conferma a pieno merito la bontà delle scelte; quella di farne un bianco fuori dal comune da queste parti, dove i più ricorderanno essenzialmente tanti buoni fiano¤ ma soprattutto quella di farne un vino bianco dall’approccio immediato, assai varietale e, quando l’annata lo permette, di grande freschezza gustativa. Così è paglierino luminoso il colore, naso di pera ed erbette, con un sorso coerente e giustamente sapido.

Sembrerebbe riportare a tavola quel piacere un po’ anni settanta ma sempre più contemporaneo di bere greco leggiadri e fragranti, senza tante sovrastrutture aromatiche o gustative che talvolta caratterizzano soprattutto quelli di provenienza Irpina, notoriamente terra d’elezione per il vitigno cui però rifarsi letteralmente suonerebbe arduo per non dire banale, poco efficace vista la statura di quelli più rappresentativi. Pure il 2012 provato dalle vasche – che arriverà verso primavera -, conferma di stare camminando la strada giusta.

Epernay, Blanc de Blancs 1er cru 2005 Mandois

14 febbraio 2013

Pare ascoltarli gli innamorati che in queste ore fanno mille pensieri, smorfie, promesse pur di non mancare “l’appuntamento” dell’anno col proprio destino. E suona un po’ così: “dammi tre parole…”.

Champagne Blanc de Blancs 1er cru 2005 Mandois - foto A. Di Costanzo

Oggi di tappi ne salteranno a centinaia di migliaia, milioni in tutto il mondo, soprattutto di Champagne. In questo mare infinito di bolle i più fortunati avranno letto appena in tempo questo breve post prendendo per buona questa bottiglia di Claude Mandois, uno chardonnay imperdibile che personalmente amo profondamente. Invero, chi si fosse innamorato della precedente 2004¤ sappia aspettarsi qualcosa di meno, appena una minore spinta acida che gli donava quel non-so-ché di materico davvero apprezzabile, ma pure il 2005 va da se che è una bomba di piacevolezza.

Le credenziali stanno tutte là in etichetta, in bella mostra: solo chardonnay della Côte des Blancs e delle Côtes d’Epernay, Premier cru, millesimato. Uno Champagne su cui vale la pena farci pochi giri di parole: è luminoso, fitto, con un gran naso elegante, fine, circostanziato; sa di fiori bianchi ed agrumi, erbette e balsami, il sorso invece è soave ma ben indirizzato, invitante e coerente, senza cadere in quelle note un poco amare o citrine talvolta indesiderate anche dai palati più attenti. Decisamente a tutto pasto!

Una bollicina per stasera? Leggi anche qui¤, o qui¤.

Saracena, Milirosu 2011 Masseria Falvo 1727

13 febbraio 2013

Moscato di Saracena 2011 Milirosu Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Che poi l’acidità¤, strano forse a dirsi, diviene pilastro per certi vini come questo Moscato di Saracena¤: dal sapore dolce, leggiadro, mellifluo, che sa di zagara ed agrumi glacé. Il sorso è delizioso, accattivante ma quieto; chiude morbido rinfrancando il palato di giusta freschezza, salace quasi, smarcando abilmente inutili stucchevolezze. Una conferma, ancora uno scatto in avanti. Da fine pasto, o da meditazione, magari però sulle chiacchiere¤.

L’acidità, il pH e quel maledetto gusto personale: che ne dite, è il caso di fare un po’ di chiarezza?

12 febbraio 2013

I sapori dolci sono popolani mentre quelli acidi conservano un non so ché di quasi intellettuale. Più di qualcuno la pensa così, non sempre a ragione. Tant’è che l’argomento mi appassiona, così ho chiesto all’amico Gerardo Vernazzaro¤ un suo piccolo contributo sulla questione della “deriva acidistica” ripresa qualche post in là¤. Quanto segue non è certamente del tutto esaustivo sulla faccenda, mi pare però chiarire alcuni aspetti e quindi di larga utilità per chi ci legge. [A.D.]

Gli acidi organici contribuiscono in modo determinante alla composizione, alla stabilità microbiologica e chimico fisica ed alle qualità sensoriali di tutti i vini; l’altro parametro fondamentale in relazione all’acidità è il pH, che esprime la “forza acida” di un alimento, nel nostro caso, del vino. E’ fondamentale definire dei valori medi di acidità totale e di pH nei vini prima di introdurre termini quali “basso”, “elevato”, “sostenuto” ecc.

Possiamo affermare che l’acidità media di un vino può essere compresa tra 4,5 – 8 grammi per litro ed il pH può essere compreso tra 3 e 4. Qui va chiarito un punto: mentre l’acidità è espressa in grammi litro (g/l), quindi più comprensibile, il pH è adimensionale ed appare spesso come astratta e teorica in quanto definita matematicamente come logaritmo negativo a base 10 della concentrazione di ioni d’idrogeno associati a molecole di acqua: pH=-log 10 [H3O+]; ai fini pratici dunque, per una maggiore comprensione del ph, diremo più semplicemente che esso esprime la “forza acida” di un vino, tenendo conto che la scala del pH va da 0 a 14, con la neutralità a 7, definendo quindi le sostanze acide in un intervallo compreso tra 0 e 6,99 e le sostanze basiche nell’intervallo da 7,1 a 14.

Il vino ha mediamente un ph compreso tra 3 e 4 e fa parte quindi della famiglia delle sostanze acide. Più alto è il valore di acidità, più basso è il pH (più si avvicina a 3), più l’acidità è bassa più il pH è alto (più si avvicina a 4). Si aggiunga che un vino bianco con acidità totale 6,5 – 7,5 g/l e pH 3,10 – 3,30 ha maggiore potenziale di conservazione e quindi maggiore longevità; un vino bianco invece con acidità totale pari a 4,5 – 5,50 g/l e pH 3,40 – 3,70 avrà minore potenziale di conservazione, meno longevità quindi, ma sicuramente una maggiore godibilità nell’immediato.

Il pH gioca un ruolo fondamentale in enologia anche ai fini della selezione microbica durante la fermentazione alcolica in quanto intorno al valore 3 si adattano e lavorano meglio i lieviti, mentre intorno al 4 sono anzitutto i batteri che trovano un ambiente favorevole al proprio sviluppo; così in un mosto con una acidità elevata ed un pH basso prossimo a 3 come valore, durante il processo fermentativo saranno favoriti i lieviti, mentre a pH alti, prossimi  a 4 ad esempio, saranno favoriti batteri lattici, quelli acetici ed altre famiglie che vanno confondendosi ai lieviti; la fermentazione così non risulterà “pulita” col primo rischio di trovarci in presenza di fermentazioni miste di lieviti e batteri ottenendo quindi vini sommariamente “sporchi”, con effetti chiaramente negativi sulla qualità e sulla finezza espressiva; rischio questo che in annate particolarmente calde, col pH che tende a valori alti, conduce inevitabilmente ad un abbassamento della qualità dei profumi varietali a favore di quelli post-fermentativi; in definitiva mosti con ph bassi e acidità totali elevate danno garanzia di pulizia fermentativa conservando un’accentuata naturale capacità di sfidare il tempo.

Per quanto riguarda i vini rossi va aggiunto che ben sopportano acidità più basse e pH più alti in quanto i composti fenolici in essi contenuti ne accentuano il gusto acido e contribuiscono ancor più alla loro tenuta nel tempo. Ovviamente, per il loro reale potenziale evolutivo contribuiscono alla causa anche l’alcol ed i polifenoli totali.

Ma quali sono questi acidi? I principali acidi organici dell’uva sono l’acido tartarico, l’acido malico e l’acido citrico. L’acido tartarico è il più rappresentativo dei mosti e dei vini ed è poco diffuso in natura al di fuori dell’uva; diluendolo in acqua e degustandolo siffatto presenta una sensazione strenuamente amara, nei mosti e nei vini il suo quantitativo varia da circa 3 a 6 g/l in base alla zona di produzione (nord o sud), l’annata (calda o fresca) e la tipologia di suolo. L’acido malico si riscontra in tutti gli organismi viventi ed è abbondante sopratutto nelle mele verdi da cui il suo nome, quindi il suo gusto è da associare alla sensazione della mela acerba, quindi  un acido “tagliente”; la sua concentrazione è variabile da 1 a 5 g/l e la sua presenza viene compromessa soprattutto nelle annata particolarmente calde.

Per i vini bianchi la tendenza attuale è quella di preservare l’acido malico per garantire al vino una maggiore freschezza e giovinezza, mentre per i vini rossi nella maggior parte dei casi viene fatta svolgere ad opera dei batteri lattici la cosiddetta fermentazione malolattica, che altro non è che la trasformazione dell’acido malico in acido lattico: per ogni grammo di malico si generano 0,67 circa di lattico, quindi assistiamo ad un calo del contenuto di acidità e sopratutto al cambiamento della qualità sensoriale, in quanto l’acido lattico è un acido che potremmo definire più “dolce” o “morbido”. L’acido citrico è molto diffuso in natura, ad esempio negli agrumi, sopratutto nel limone, tant’è che il suo gusto è da associare proprio a quello del limone acerbo; è il meno rappresentativo e il suo quantitativo medio è compreso tra 0,5 – 1 g/l.

Per meglio completare il quadro acidico di un vino dobbiamo fare un breve accenno anche agli altri acidi organici che si generano in fermentazione, primo tra questi è l’acido acetico prodotto soprattutto per l’attività dei batteri acetici dopo la fermentazione ed il suo quantitativo nei vini sani può variare tra 0,2 a 0,6 g/l, con casi particolari dove può raggiungere anche 1 g/l, soprattutto nei vini rossi di lungo invecchiamento dove l’acido acetico può giocare un ruolo sensoriale positivo e complessante. Vi è quindi l‘acido lattico nelle forme D e L: il primo di origine batterica, il secondo prodotto dal metabolismo dei lieviti, l’acido succinico il cui tenore nei vini si aggira intorno a 1 g/l, l’acido butirrico, l’acido propionico ed altri.

In enologia si parla di acidità totale sommando la gran parte degli acidi presenti in un vino, l’ acidità volatile espressa in g/l di acido acetico e l’acidità fissa che si ottiene sottraendo il valore dell’acidità volatile dall’acidità totale. Queste “tre forme dell’acidità”  unitamente al pH hanno una grande  influenza sensoriale e giocano un ruolo importante nella formazione degli equilibri gustativi con le sensazioni dolci (zuccheri e alcoli, glicerolo, mannoproteine) e con le sensazioni amare (composti fenolici); quindi non dovremmo parlare di bella acidità ma più precisamente di “equilibrio acidico” in quanto una acidità elevata con un pH basso, non bilanciata da un buon contenuto di glicerolo o di polisaccaridi da lievito o da legno, potrebbe avere un effetto poco piacevole sul piano sensoriale o quantomeno sbilanciato. L’acidità dunque va sempre valutata in rapporto ad altre numerose sostanze presenti nel vino e dal suo bilanciamento ed equilibrio con queste.

Così, come in musica le note devono essere ben bilanciate per comporre una buona armonia, anche nel vino non dovrebbero esserci note stonate, anche se ultimamente più di qualche addetto ai lavori sembra lodare ad oltranza “l’acidità” di un vino senza precisarne i canoni, creando così tanta confusione tra le varie legioni di appassionati chiaramente non sempre, o non tutti bevitori esperti, lasciandoli così in balìa di tutta una serie di considerazioni che poco aiutano a fare chiarezza, anzi, confondono oltremodo.

Gerardo Vernazzaro, enologo e viticoltore a Cantine Astroni¤.

Amici di Bevute® Professional| Note sparse

9 febbraio 2013

Ho un po’ di cose da raccontare, persone da ringraziare, temi da affrontare; così ci metto in mezzo pure qualche buona etichetta saggiata che vale la pena segnalarvi.

Angelo Di Costanzo - courtesy of Karen Philips

Anzitutto mi preme ringraziare Nando¤ per l’ospitalità, amico di lunga data ed ormai inseparabile compagno di ventura assieme a Pino¤, Gerardo¤ e Fabrizio con i quali – benedetto il vino! – riusciamo a divertirci da matti senza prenderci troppo sul serio dinanzi pure a certe belle bottiglie.

E poi Vincenzo Mercurio¤, come sempre di una disponibilità e serietà professionale impagabile, capace di tenere testa ad un gruppo di sbevazzatori professionisti a quanto dire abbastanza recalcitranti; amicizia preziosissima la sua, come sempre più sopraffina sembra maturare la sua esperienza nelle cantine in giro per l’Italia.

Il territorio, il varietale, le idee, il vino. Sono temi che aprono scenari infiniti, accendono il dibattito, possono confondere e indurre in tentazioni più o meno lecite. Ma non chi ha capito bene qual è il suo ruolo dietro e davanti una bottiglia di vino. Mentre là fuori si scannano tra conservatori ed avanguardisti, convenzionali e vinnaturisti, della qualità e bontà espressiva del vino siffatto sembrano occuparsene sempre meno purché i principi, il manifesto, siano etici e in qualche modo riconducibili ad una sigla, un marchio, un’associazione.

Ecco perché mi piace l’approccio di Mercurio col suo lavoro: non ammette preconcetti e nemmeno deroghe ma lunghe ed appassionate riflessioni, tanto studio, che lo hanno condotto con la stessa dovizia a mettere mano nella patria del fiano di Avellino e dell’aglianico (dove ha mosso i primi passi) come nella Calabria della guarnaccia e del magliocco, piuttosto che in Puglia, a Ponza o sull’Isola dei Nuraghi, tirando via sempre risultati molto incoraggianti, di grande precisione espressiva e, a quanto pare, assolutamente mai banali, pure con quei varietali cosiddetti difficili e/o minori. Così, giusto per farvi qualche buono esempio mettete da parte questi tre/quattro buoni consigli e fatemi sapere.

Vestalis 2011 Cantine Barone, Pircoca 2011 Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Paestum bianco Vestalis 2011 Cantine Barone. Dal Cilento, un fiano in purezza di buona caratura che va atteso con calma, lasciandolo respirare, aprire per bene; è stato capace di smentirmi seccamente, non appena svestita quell’onta un po’ burrosa e legnosa tanto stile italiota anni novanta. Alla lunga infatti s’è ricomposto venendo fuori in grande spolvero, suave, succoso e minerale. Ciononostante rimane il dubbio di un refrain – legittimo, per amor di Dio – ma sempre meno attuale che non so quanti palati siano ancora disposti a rivivere. Comunque sono poco meno di un migliaio di bottiglie, magari per i nostalgici, che arricchiscono il carnet di una bella realtà cilentana.

Terre di Cosenza Pircoca 2011 Masseria Falvo. Pregevole l’impegno portato avanti ai piedi del Pollino, nel cuore più antico della Calabria. Dell’azienda¤ e dei Falvo¤ ne ho scritto a più riprese già l’anno scorso e questo duemilaundici conferma a pieno il grande lavoro che si sta facendo là da quelle parti. E’ gentile e sapido il Pircoca, ma la prova tangibile della gran materia prima è il loro poderoso cru di guarnaccia, il Donna Filomena 2011, che si conferma un bianco davvero interessante, minerale, fitto, di grande compattezza. Insolito ed intrigante.

Campania Aglianico 2007 I Favati, Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa - foto A. Di Costanzo

Campania Aglianico Venticinque 2007 I Favati. Un gran bel rosso fuori dal tempo, un Taurasi a tutti gli effetti se non fosse che il disciplinare non vede la borgognotta tra le bottiglie ammesse come contenitore ideale, per questo declassato a igt. Un naso di grande slancio, dapprima di pepe e tabacco, poi di caffè e Mon Cherì. Il sorso è invece classicheggiante, asciutto, con un tannino nerboruto ed affilato. Un contrasto invitante e stimolante ad ogni sorso. Con uve dalle vigne di Venticano.

Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa. Siamo al recupero di uno tra i varietali più antichi dell’amata Sardegna, un lavoro quasi archeologico. Il cagnulari non è certo il più conosciuto tra i rossi isolani fuori dai confini regionali, tant’è che pure quando prodotto lo si preferisce in uvaggio, come da taglio, crudo e fiero com’è. Approccio molto interessante, dal naso ciliegioso e polveroso, il sorso è ricco di polpa e glicerina sebbene supportato da una precisa, quasi millimetrica impronta acido-tannica; sgraziato il finale bello caldo. Gavino Ledda¤, scrittore e storico della cultura sarda, ne ha fatto il vino della libertà, lièrra appunto.

Grazie a Karen Phillips¤, la foto in copertina è sua. Ma anche a Michela Guadagno¤, Giovanni Piezzo e Aniello Nunziata (Torre del Saracino), Michele Grande, Alessandro Manna¤, con i quali è venuto fuori proprio un bel pomeriggio!

San Terenzano, Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2008 Masseria Felicia

8 febbraio 2013

Di Masseria Felicia¤ e dei suoi vini ne ho scritto tanto e a lungo, dell’Etichetta Bronzo¤ manco a dirlo; eppure ogni qualvolta mi avvicino ad una di queste bottiglie va da se che qualcosa di nuovo da ascoltare, capire, dire sembra venir fuori quasi naturalmente.

Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2008 Masseria Felicia - foto A. Di Costanzo

Un rosso del Sud, dalla Campania, in provincia di Caserta; l’Ager Falernus¤, in un posto, San Terenzano, poco lontano da Sessa Aurunca; aglianico e piedirosso di una piccola vigna, piccolissima, praticamente il giardino di casa dei Brini. Quante cose da spiegare per farsi trovare là, su quel puntino della mappa del vino del mondo. Potremmo cavarcela, per farla breve, col dire Falerno del Massico¤ rosso. Potremmo, ma a chi la daremmo a bere?

Bevo il vino di Maria Felicia alla fine di una splendida degustazione tra amici di cui magari se ne leggerà anche in giro nei prossimi giorni. Arriva dopo 4 batterie, una ventina di vini divisi tra bianchi e rossi di un certo spessore, degustati in un’atmosfera davvero d’altri tempi; che, devo esser sincero, mi mancava di respirare da un po’. “Oddio che orrore!” si direbbe, “un tal vino così bistrattato”.

Talvolta, spesso per inerzia, rincorriamo la consuetudine, quel fenomeno che ci sta facendo tutti perdere di vista quantomeno un grande valore del nostro mondo del vino: quello della condivisione, del confronto, la convivialità. E tutto per quell’inutile continua autocelebrazione, effimera quanto inquietante.

Poi magari è vero, ci mancherebbe, meriterebbe un palato meno stanco, una maggiore attenzione, quella prontezza necessaria ed indispensabile dinanzi ad una Signora bottiglia come questa. Ma perché? Per stare lì a ripetere del colore cupo e impenetrabile? O quel naso dannatamente mascolino e variopinto capace di tenerti là per ore? Beh, forse, non so; di certo, che un rosso così austero, fitto e nerboruto sarebbe capace di spezzare le reni a chiunque, a cominciare dal tempo, ci metti poco, molto poco a capirlo. Il 2008 è una così tremenda sferzata pei sensi, un tale schiaffo all’impertinenza che lo capirebbe pure mio cugino Tanino che di mestiere fa l’acquaiuolo.

Della “deriva acidistica” [cit.] e del Fiano di Avellino Exultet 2009 di Quintodecimo

5 febbraio 2013

Qualche settimana fa Daniele Cernilli¤ sul suo Doctor Wine ha scritto un pezzo¤ davvero molto interessante a riguardo di una sorta di deriva acidistica a cui pochi produttori, ma anche degustatori ed appassionati, sembrano saper far fronte con la giusta coscienza e prospettiva. 

Fiano di Avellino Exultet 2009 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo.docx

Potremmo fare spallucce e ricondurre la faccenda ad un semplice fenomeno di rigetto delle curve morbide e burrose promesse ai palati negli anni novanta, ma così sottovaluteremmo la questione. Così, senza entrare troppo nel merito tecnico della faccenda, che pure andrebbe amplificato ed approfondito a dovere, visto anche il pericolo dell’approssimazione sempre in agguato, che Cernilli bene fa a sottolineare nel suo articolo, non fa mai male ribadire che una bottiglia, una di quelle che vale la pena ricordare, debba saper regalare all’appassionato di turno una ben definita coerenza gustativa, quella che alcuni tendono talvolta a banalizzare con parole tipo “pronto da bere” ma che in realtà dovrebbe tradursi con il ben più complesso concetto di equilibrio gustativo; se non, ancor meglio, in una certa armonia espressiva.

Va da se che si aprono scenari abbastanza complessi, che viene piuttosto difficile sintetizzare in poche righe: elementi come le caratteristiche peculiari di certi varietali, il terroir, la coltura e le tecniche messe in campo per produrlo, come pure l’età stessa del vino, sono solo alcuni dei punti fermi da tenere in particolare considerazione per valutare al meglio il potenziale di una bottiglia. Un richiamo però a questi principi appare ogni volta indispensabile, irrinunciabile quando troppe volte disatteso.

Così per farla breve, e rendere a pieno l’idea di un vino – di un grande vino bianco in questo caso – che ritengo oggi, a mio modesto parere, in perfetta armonia espressiva, basterebbe puntare questo Fiano di Avellino Exultet 2009 di Quintodecimo¤. Ha un colore di gran fascino, di un paglierino appena maturo ma parecchio luminoso, col naso che offre un ventaglio di note varietali di una suggestione unica, di fiori di tiglio, acacia e timo, che si fa poi, lentamente, di pesca ed albicocca, di nocciola, camomilla e rimandi balsamici. Il sorso è di gran spessore, l’approccio è quasi denso ma intransigente, inesorabile e dritto, ricco di una matrice minerale preziosa e raffinata, di gran lunga piacevole.

Eccola l’acidità che non fuggo – né temo, anzi -, e il legno che non mi turba, incisivo ma affatto in evidenza, il manico che non discuto. Mai!

Vico Equense, Nero 2011 Abbazia di Crapolla

4 febbraio 2013

Il fiordo di Crapolla è un’antichissimo approdo di pescatori poco distante da S. Agata sui due golfi, nei pressi di Torca. Dell’Abbazia di San Pietro non resta che una vecchia cappella votiva intitolata allo stesso Santo, costruita con le stesse pietre dell’antico edificio.

Nero 2011 Abbazia di Crapolla - foto A. Di Costanzo

L’azienda Abbazia di Crapolla sta a San Salvatore di Vico Equense, ha una superficie vitata di circa 2 ettari con le vigne dislocate su diverse piane perfettamente integrate a vecchi ulivi e degli orti, con un antico convento che ospita invece la cantina. C’è piantato, di nuovo, a spalliera, del fiano, della falanghina (circa 6500 piante) e del pinot nero (circa 2000 piante) mentre si sono volutamente ripresi alcuni vecchi impianti a tendone di merlot ed uva sabato, messi invece a dimora sin dalla fine degli anni 70.

Il progetto è partito nel 2007, con  una scelta sicuramente inusuale ma ben precisa: piantare in quelle vigne, lassù, tra gli altri, del pinot nero; un po’ per la grande passione della proprietà per i grandi rossi di Borgogna, ma anche per la ricerca di una certa originalità trovandosi ad operare in un’areale lontano dai tradizionali circuiti viticoli regionali e con, oltretutto, un particolare microclima che poneva interrogativi riguardo l’adattabilità di varietà a bacca rossa autoctone. In pratica, mi conferma Arturo Erbaggio, che segue da qualche tempo l’azienda, “si è puntato su una varietà precoce, che non ponesse molti problemi di maturità tannica e che conducesse, nel tempo, a delineare un rosso di buona freschezza aromatica, acidità, eleganza”. 

L’assaggio del Nero 2011 conferma in tutto e per tutto l’azzardo ma anche l’originalità e il coraggio di una scelta così impegnativa là in Costiera. Luminoso il colore rubino appena trasparente, il calice offre un naso pulito, sottile e fine, brevemente variopinto di sentori floreali e piccoli frutti rossi. Un quadro organolettico abbastanza armonico col varietale, anche invitante. Discreto invece il sorso: asciutto, di buona freschezza, forse solo un poco impreciso, un tantino slegato; eppure lascia in bocca quel sapore dolce-amaro sempre un po’ particolare in una sfida appena cominciata e che non vede, sul breve, vincitori e vinti ma un acceso confronto di studio a colpi da manuale. Poi si sa, nel vino come nella vita gli esami non finiscono mai. Come certe sorprese.

Con il Le Pergole Torte 2000 di Montevertine ad esempio, non ci siamo presi proprio per niente!

29 gennaio 2013

E’ sempre particolarmente difficile scrivere una critica poco entusiasta di un vino simbolo come il Le Pergole Torte di Montevertine, prodotto da un “grande” della viticoltura toscana come Sergio Manetti (fu proprio questa la sua ultima vendemmia, ndr) e seguito in cantina da un’altro storico pezzo da 90 dell’enologia italiana come il buon Giulio Gambelli.

Toscana igt Le Pergle Torte 2000 Montevertine - foto A. Di Costanzo

Eppure va fatto, perché di spunti positivi da questa bottiglia ne son venuti davvero pochini. E poco c’entra l’irriverenza che pure spesso sta lì in agguato di fronte ad una bottiglia probabilmente poco performante. Come la presunzione di chi scrive di saperne abbastanza sul sangiovese – nonostante le tante bevute -, per dire che no, non ci siamo proprio. 

Anche per questo lo faccio poche volte, convinto che rimanga tanto su cui riflettere, aspettando di riprovarci magari ad un altro giro, come mi son detto per giorni e giorni a seguire dopo aver preso un’altra sonora bastonata per le mie convinzioni di appassionato e devoto a certe etichette simbolo del vino italiano come il Monfortino¤. 

Però due appunti me li sono scritti: dalla sua un’annata non proprio tra le migliori lì a Radda, eppure pare offrire davvero troppo poco per il blasone che si porta dietro. Cupo già nel colore, teso chiaramente all’aranciato, ha un naso ombroso che sa di vetusto, di erbe officinali e tira dritto dritto su note animali. Il sorso è asciutto, quasi risentito, afflitto da una costante sottrazione che consegna alla bocca solo un finale amaro, tremendamente risoluto. E il giorno dopo, nonostante l’attesa, niente di nuovo, null’altro. Lapidario. Non ci siamo presi proprio per niente!

F.F.S.S.| Fatti Forte Super Sommelier

28 gennaio 2013

Non ho tanto da aggiungere alle solite tante raccomandazioni¤ che vale la pena ripetere a chi voglia avvicinarsi alla professione di sommelier, un ruolo sempre più al centro dell’attenzione nella ristorazione di qualità come in altri ambiti, anche diversi, ma ad essa magari correlata, come ad esempio la comunicazione o la consulenza. Studiare è la parola d’ordine, conoscere la chiave di volta.

Resistenza - fonte web

Questi invece alcuni aspetti – certi anche nuovi ed insoliti, altri un po’ meno -, che mi sento però di sottolineare in funzione di una figura professionale all’avanguardia, moderna e sempre più votata alla qualificazione di un sommelier-comunicatore per eccellenza. O giù di lì.

1- La chimica, non solo quella più chiara e comprensibile: atomi, molecole, ossido-riduzioni, reazioni acido-base, decomposizioni, reazioni organiche, cose del genere insomma; appaiono argomenti sempre più utili da trattare con padronanza, per stare in scioltezza dinanzi ai clienti. 

2- Lo slogan può apparire nuovo ma è estremamente contemporaneo: Dire, Fare, Potare. 

3- Scriverci articoli sobri dei vini che piacciono di più, incuriosiscono o si vendono. Pochi possono oggi permettersi una carta dei vini senza Minutolo, Verdicchio o Pignoletto. 

4- Sui cosiddetti Vini Naturali, puzzette e sfighe varie a parte, lascia dire, fare agli altri, per il momento. C’è in atto una guerra¤ e il fronte non è ancora cosa tua, almeno sino a che non decidono quali armi di distrazione di massa sono ammesse! Mettici su un bel cartello “Lavori in corso”¤. 

5- Archeologia della vite, la vecchia nuova frontiera sempre di moda di tanto in tanto; non ancora del tutto sondata vanta però almeno un centinaio di trattati inediti ed inesplorati che non possono mancare nella biblioteca di un sommelier moderno esperto ed attento. Che prima o poi sarà utile rispolverare. 

6- O sei “con” oppure “contro”. Un poco per i caxxi tuoi nemmeno a pensarci! Non suona bene, anzi, mi sa tanto di una trama già letta. Ma quel sangue lì sulle maniche della camicia sembra dire qualcos’altro. 

7- Quanti vini hai bevuto nell’anno? Quanti ne hai capiti? Quanti ti hanno parlato al cuore? E che cavolo! Un po’ di francese però ti tocca, se continui a scrivere cru con l’accento perché lui ti si presenta così, con la r un po’ moscia e col naso all’insù non va bene, non va mica bene. 

8- Dieci aziende, ne dovresti aver visitate durante l’anno almeno dieci. Solo un paio di prescrizioni: attenzione alle quota rosa, molta attenzione alle quote rosa; e buttaci dentro quantomeno uno o due di quelle proprio piccole, tipo scantinato e, mi raccomando, col torchio ben in vista nelle foto. Non serve a nulla sciorinare immagini d’ordinanza con alle spalle l’opera ultima del Mago di Oz se poi t’ha sbancato la collina e l’ha trafitta con tubi e cemento a go go: è roba vecchia! 

9- I.C.R.F.. Cos’è? Beh, se pensavi di saper tutto di quell’azienda sappi che ti sbagli di grosso; è questa la vera carta d’identità del vino italiano, quella tracciabilità che tutti vomitano come un valore ma che in molti preferiscono nascondere dietro un codice. Impara a riconoscerlo ed avrai il 30% delle risposte di cui hai bisogno. 

10- Alla fine, se ci riesci, migliora il tuo servizio, a stare in sala, in una brigata magari, ad avere a che fare con gli ospiti. A fare il tuo lavoro insomma. E’ vero, le associazioni che dovrebbero sostenere e far crescere queste qualità di un sommelier hanno altro per la testa soprattutto in questo momento di magra: nuovi iscritti, corsi, diplomi, guide; più ne fai e più sei ricco, pensano. Come se fosse quello l’unico scopo di tutto: una tessera, una bevuta, un pezzo di carta, l’ennesimo catalogo. I soldi.

L’Arcante – riproduzione riservata ©

I racconti del vino| Benvenuti a Parigi!

25 gennaio 2013

Tutto il complesso si estendeva su circa 20.000 metri quadrati, la proprietà vera e propria a poco meno della metà; che si fosse costruito ampiamente dentro pure a un’area di proprietà demaniale era per don Franco un mero dettaglio, un non problema, che sì, lo costringeva a qualche salto mortale tra un ufficio tecnico comunale l’altro, e il tribunale, ma per quanto il gioco fosse duro e certi balzelli quasi insostenibili gli sembrava ancora valere la candela. 

Si era fatto da solo, amava ripetere, aveva fatto tutto da solo sin dall’inizio. Figlio di un manovale dell’agro aversano aveva sin da piccolo accompagnato il padre nei suoi lunghi e faticati viaggi di lavoro, dai primi colpi di martellina nei cantieri – spesso abusivi – di sparuti paesini del casertano, ai solai “gettati” per la prima volta in pieno giorno, alla luce del sole al Nord e al Centro Italia. Lodi, Biella, ma soprattutto Modena, Reggio Emilia, Ferrara quando si affogava la monotonia e la malinconia domenicale con abbuffate di Salama da sugo e bevute epocali di Lambrusco Amabile. 

Un sottoscala qua, un appartamento e una mansarda là, poi un palazzo, quindi un parco, infine il botto, la svolta, la lottizzazione a fine anni ottanta di un bel pezzo di provincia del basso Lazio. I soldi veri, tanti, tantissimi, accolti stavolta a colpi di Veuve Cliquot! 

A quarantatre anni, dopo venti passati con la schiena curva a piegare acciaio e tagliare pietre, a dormire nel furgone di papà, con la casa sempre troppo lontana per ritornarvi, decide di mollare tutto e farsi una vita tutta sua. Così lascia l’impresa di famiglia che nel frattempo il padre aveva diviso tra i tre fratelli e i due generi; a lui che si tirava indietro un gran bel gruzzoletto di buonuscita. Speso tutto per tirare su con la moglie Nunzia questo popò di ristorante, Villa Eden, e gettare così le fondamenta anche al futuro delle due figlie Kirsten e Sharon, ormai maggiorenni. 

Da qualsiasi direzione ci passavi sulla statale Domiziana non potevi non notarla Villa Eden. Prima di finirci a lavorare, quelle poche volte, un giorno ci volli entrare per vederla da vicino. L’ingresso era imponente, un cancello tubolare alto almeno tre metri recava al suo centro, perfettamente diviso in due, la scena del peccato originale, con Adamo che porge ad Eva la mela appena colta dall’albero. Sopra le loro teste qualcosa che doveva assomigliare ad uno stemma di famiglia, poco comprensibile per la verità. Una grande piazza in porfido accoglieva gli ospiti, qua e là palme e cycas di ogni dimensione, al suo centro una enorme fontana in tufo e marmo grigio con due delfini appena sovrapposti che saltavano incrociandosi. 

Di là della fontana un lungo colonnato orizzontale anticipava il ristorante: tre gli ingressi, di cui uno ampio, sopraelevato da due rampe di scale curve che si allargavano prima di ricongiungersi, con al centro un’altra fontana, stavolta però a cascata. Giungeva alla sala Grande, quella da 300 posti. Capitelli ovunque, specchi grigi e stucchi in bassorilievo bianchissimi rilanciati da iperboliche controsoffitte, impreziosite da lampadari a goccia “schicchissimi”. Ricordo la prima sera che ci lavorai, era fine luglio, tutto illuminato sembrava di stare a Las Vegas; più che le gambe la stanchezza prendeva gli occhi tanto erano sfavillanti le luci. 

C’era di tutto a Villa Eden, anche se non tutto valorizzato a dovere. Il core buisness rimaneva il ristorante con le sue 230/260 cerimonie l’anno tra matrimoni, comunioni, ricorrenze varie. Alle sue spalle un ampio parcheggio diviso in due aree, con quattro ingressi per circa 250 posti auto. Una piscina Olimpionica, semi coperta, due campi da tennis, uno di calcio a 5; e ancora, due grandi locali che davano su una strada secondaria che affiancava il complesso, con sala giochi, bar e pizzetteria al taglio; e poi ancora, verso gli uffici, una esposizione permanente di bomboniere e regalistica varia di cui si occupava in prima persona la signora Nunzia con le figlie. Quindi tre comode camere a disposizione degli ospiti nella confinante villa-palazzina dove al secondo e terzo piano ci abitava don Franco con i suoi. C’era proprio tutto. 

Le sale erano sostanzialmente 3: la sala Grande al piano superiore, Kirsten e Sharon al piano strada; ma debitamente sezionate, col sistema di pannelli a specchi elaborato dal patròn diventavano 5 o 7 a seconda delle esigenze. Certo era che in concomitanza don Franco preferiva avere in casa solo un matrimonio per volta. Per comunioni e battesimi non c’era problema, una domenica fu capace di metterne 5 assieme per quasi 400 coperti. Il matrimonio no, quella sala andava vissuta a pieno, senza stress: “chi mangia qua deve sentirsi un Re, i sapori lo devono far innamorare e quando alza il mio calice di fallanghina deve stare convinto di sorridere alla vita” ripeteva ai promessi sposi, che accompagnava personalmente in giro per la struttura durante le visite. 

Uno, una volta, passeggiando nel viale che dal ristorante conduceva alla piscina, luogo memorabile per le foto degli sposi, usò domandargli come avessero fatto a pensare di costruirgli dei tralicci per l’alta tensione giusto in mezzo la sua proprietà, con quei grossi cavi elettrici così vicini alle loro teste. Gli disse di godersi la visita, se ne uscì con un “guardate llà che tramonto guardate…”, ma anche che la risposta gliela avrebbe data la sera del loro matrimonio, quando avessero scelto di onorarlo, con una sorpresa tutta per loro. 

Qualche mese più tardi, era appena settembre, al termine della serata don Franco si prese lo sposo sotto il braccio, con la sua bella e li invitò a seguirlo in terrazza, quella che dava sul viale della piscina. “Vi devo una risposta a voi due – gli disse, col sorriso stampato in faccia -, quel giorno non avreste compreso, venite qua: don Franco ama i suoi ospiti… benvenuti a Parigi!”. 

La notte prima aveva fatto arrampicare qualcuno dei suoi sopra uno dei tralicci dell’alta tensione intorno ai quali aveva costruito abusivamente l’ultimo pezzo del parco della piscina; lo fece imbrigliare di led e lucine colorate blu e rosse. Per un attimo sembrò davvero di vedere la Tour Eiffel nella campagna di Giugliano. Incredibile, ma vero!

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata

Te lo consiglio io un Fiano di Avellino, prendi ad esempio il Refiano 2011 Tenuta Cavalier Pepe

23 gennaio 2013

Continuerò a preferire tra i bianchi di Milena Pepe il suo Bianco di Bellona, coda di volpe dai vigneti di proprietà a Carazita, sul versante sud di Luogosano. Un bianco in terra di Taurasi spesso sfrontato e mai banale.

Milena Pepe con il suo Refiano 2011 - foto A. Di Costanzo

Negli ultimi anni, come forse è più giusto che sia, non so – ultimamente sono davvero confuso, ci rimango talvolta addirittura male su certi pregiudizi -, tutti preferiscono stare sul carro dei vincitori, sicché di quasi tre milioni di bottiglie di fiano di Avellino in giro ogni anno, cassa più cassa meno, sembra si guardi ormai solo a quelle dei cosiddetti piccoli artigiani, e si scrive solo di loro, o quasi.

Così va a finire, per assurdo, come il fatto che tutti ormai sembrano possedere solo vigne sopra i 600mt s.l.m., che chi, non avendo vigne di proprietà in determinate aree e compri le uve limitandosi a vinificarle, sembra dover subire sistematicamente poca considerazione da parte della critica, nonostante lavori con grande impegno, abnegazione e tiri fuori costantemente vini di ottima fattura e rappresentazione territoriale. 

Non basta? Ok, è vero. Piccolo è meglio. Tuttavia non è sempre così. Non sono il paladino di nessuno, e non ho da difendere nessuna posizione di rendita, scrivo di ciò che bevo, che mi colpisce o piace, che il più delle volte mi cerco, mi capita a tiro e vale la pena far sapere che è buono; talvolta più che buono, un ottimo affare. Come questo Refiano 2011 della Tenuta Cavalier Pepe¤. 

Lo troverete in splendida forma, intrigante, snello, slanciato. Il colore è paglierino con ancora nuances verdoline sull’unghia del vino nel bicchiere. Viene fuori subito con grande energia, il naso si smarca immediatamente, verticale, iodato, sulfureo. Sa di pietra bagnata e pomice ma basta poco che vira, molto lentamente a dire il vero, accennando sentori aromatici agrumati e tostati di più chiara lettura varietale. Il sorso è assai fresco, sgraziato, decisamente secco ma ben fluido in bocca grazie ad una perfetta fusione dell’acidità con la matrice sapida del vino. Un vino ben elaborato, senza mancanze e con, tra l’altro, un buon potenziale evolutivo nei prossimi anni.

Vittoria, Il Frappato 2010 di Arianna Occhipinti

21 gennaio 2013

Ritorno sempre volentieri su certe bottiglie, così come vale la pena fare quando delle etichette continuano un progressivo slancio in avanti offrendo ogni volta, ad ogni nuovo millesimo nuove e stimolanti indicazioni sul varietale ma soprattutto sulla crescita della qualità del lavoro messo in campo da tutta un’azienda.

Sicilia Il Frappato 2010 Arianna Occhipinti - foto L'Arcante

Non v’è dubbio che il frappato sia da sempre un vitigno assai nelle mie corde. Dona di sovente vini estremamente riconoscibili, freschi e quando lavorati nella giusta dimensione – senza sovrastrutture inutili -, dotati di una identità molto precisa, un’impronta territoriale davvero inconfondibile. Tra l’altro di grande duttilità a tavola riuscendo, talvolta a mani basse, in quello che molti azzardano come un matrimonio infelice, coniugare cioè abbinamenti di pesce ai vini rossi. 

Di Occhipinti rimane ancora insuperato il vivo richiamo allo splendido Grotte Alte ‘06¤, il suo Cerasuolo di Vittoria – parte frappato e parte nero d’Avola – che tanto mi è piaciuto ad ogni riassaggio durante tutto l’anno scorso. Ma il salto di qualità Arianna sembra averlo fatto definitivamente su tutta la sua linea produttiva; sono infatti ormai lontanissimi quei suoi vini degli esordi, sicuramente sinceri, veri anche, ma sempre un po’ troppo imprecisi per coglierne a pieno la bontà. Senza dubbio un cambio di marcia riuscitissimo, e questo vino, Il Frappato 2010, ne dà piena testimonianza. Un vino che qualcuno potrebbe far suonare come uno squillo d’avanguardia ma che io mi permetto di sottolineare come un piccolo gioiello di modernità. 

E’ subito molto invitante, sin dal bel colore rubino granato. Stuzzicante l’olfatto, curioso e sovrapposto, non appena ci metti il naso dentro ti si apre un mondo: certo è floreale, riconosci subito quei sentori di rosa e violetta, come pura didattica appaiono la ciliegia e la prugna, ma ciò che colpisce di questo vino è la sua capacità di farti ritornare, sorso dopo sorso, a dare attenzione ai profumi che nel frattempo virano, risaltano, spaziano in lungo e in largo ad ogni approccio.

Succede così di sentirlo un po’ incipriato, poi belloccio e facile ma anche che pizzica di noce moscata e chiodi di garofano, un continuo rimando a qualcosa di nuovo puntualmente rinfrescato da copiosi sorsi dal timbro gustativo appena tannico, molto poco alcolico, dritto e circoscritto ad una sana godibilità.

I racconti del vino| Catene

19 gennaio 2013

La mia prima volta fu un sabato di luglio, mi ci portò un amico incontrato quasi per caso qualche sera prima in piazza ad Arco Felice; sorseggiavo birra dalla mia lattina quando, alzando lo sguardo, lo scovai tra decine di facce avvolte in una nuvola di fumo poco dietro le scale della chiesa. Qualche minuto più tardi mi venne vicino, facemmo quattro chiacchiere, non ci vedevamo da tempo, gli dissi che avevo da poco lasciato il lavoro in Pizzeria. 

Non per altro, ma in tre mesi m’avevano messo sempre a portare le pizze mentre io volevo cominciare a stare sui tavoli, in mezzo alla gente, imparare a fare il mestiere, il cameriere; fare il porta pizze era divertente, tra l’altro nemmeno così faticoso contando il fatto che non mi toccavano compiti di sbarazzo o pulizie generali, ma ormai mi stava stretto, puntavo ad altro. 

Faceva un caldo della madonna quel giorno e sin dal mattino presto s’intuì subito che non sarebbe stata una giornata come le altre; una cappa di umidità sembrava essersi calata su quel lembo di terra, lungo la statale Domiziana, e prometteva di rimanerci a lungo. Non un alito di vento, nemmeno un sospiro dalla vicina costa. Un afa terribile, asfissiante, appiccicaticcia. 

Nemmeno il tempo di posare le borse in uno stanzino che ci chiamarono in tre o quattro per dare una mano ai facchini nel sistemare del vino appena arrivato; con Simone, il mio amico, altri due che ancora non conoscevo più un paio di sguatteri percorremmo un lungo corridoio che sembrava attraversare di netto tutto il complesso. Dietro a una porta un po’ arrugginita, che dava sul retro, l’amara sorpresa: c’era un autotreno cui stavano sciogliendo le briglie dei tendoni e sopra, stipati alla meglio, circa un paio di dozzine di pedane di Castellblanch¤. Guardai gli altri, sorrisi, cercando con gli occhi il rumore di un muletto, ma niente: “Dai guagliù, una mano ciascuno e ci passa la paura” sentii arrivare da qualche parte. Una mazzata esagerata! 

Terminammo di scaricare i cartoni alle 11 e mezza circa, dopo più di due ore di fatiche a tamburo battente. Ne ho fatto di sudate nella vita, ma quella rimane a pieno titolo tra le più incredibili. E guardandomi allo specchio, poco dopo, contavo dalla mia pure una discreta abbronzatura. 

Messa su la divisa, sbrigato un pranzo veloce durante il quale conobbi, oltre i miei compagni di sventura anche un po’ di altre persone del posto, a mezzogiorno e mezza avrei conosciuto la mia destinazione; mi affidarono alla brigata di don Pasquale, alla cerimonia per il battesimo Janniciello, 110 coperti nella “sala Palme”. Qui tenemmo il nostro briefing di pre-servizio. 

Don Pasquale era un tipo tranquillo, me ne aveva già parlato Simone che me lo dipingeva come una persona per bene, un padre di famiglia, che lavorava al comune e collaborava con la proprietà da quasi dieci anni; era, da quanto avessi capito, tra quelle persone che godevano di maggiore rispetto e fiducia nell’ambiente. “Guagliò, tu ti fai 12, 13, 14, 15, 16 e dai una mano a lei all’11; m’arraccumanno, non pensare solo ai fatti tuoi, qua più ci aiutiamo e prima finiamo. Chiaro?”. Furono le uniche parole che mi disse quel giorno, che in effetti mi rimbombarono in mente per tutto il servizio: tenevo 5 tavoli, che si rivelarono quasi 40 coperti, in più lontanissimo dalla cucina e pretendeva che dessi una mano pure alla ragazza con il tavolo dei bambini. Altro che tipo tranquillo, mi dissi. 

Il nostro servizio per fortuna andò avanti abbastanza spedito; in effetti, tenendo conto che iniziammo poco dopo le due del pomeriggio e che la nostra passava in cucina come l’ultima uscita rispetto alle altre 4 cerimonie di quel giorno, tra cui un matrimonio, non potemmo lamentarci di mettere fuori la torta appena poco dopo le otto di sera. Mi sentivo svuotato ma convinto di aver fatto un buon lavoro. Ma dopo una mezz’ora che dedicammo a mettere a posto la sala, don Pasquale ci venne a chiamare perché serviva una mano al matrimonio: i cantanti avevano finalmente terminato le loro esibizioni, così poteva finalmente uscire la torta ma bisognava ancora sbarazzare e pulire i tavoli dalla frutta. 

Eravamo affranti, stanchissimi. E dopo 12 ore di lavoro filato io stavo davvero male, tra l’altro m’erano venute due vesciche al piede destro che sentivo l’ira di Dio ad ogni passo. Ma non ne volle sapere, così lo seguimmo. 

Ci toccarono ancora due ore di lavoro, con la sorpresona della serata che rimandò ancora di un’ora il taglio della torta. Prima il siparietto di un giovanissimo Alessandro Siani¤ con i suoi sketch sguaiati ed irriverenti, regalo del fratello più piccolo di lei, e poi quello un po’ più preoccupante della madre dello sposo che, in preda ad una evidente crisi di nervi per lo scippo del figlio prediletto minacciava addirittura di buttarsi dalle scale non appena uscita sul patio.

Esibizioni esilaranti, scene grottesche, cui don Pasquale, al taglio della torta volle tuttavia mettere un cappello irreprensibile: “In alto i calici signori, che cento catene si possano spezzare ma non questo amore. Evviva gli sposi!”.

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.

Omaggio a Gillo Dorfles

18 gennaio 2013

Gillo Dorfles è un critico d’arte, pittore e filosofo triestino. Il prossimo 12 aprile compirà 103 anni. Tra le varie è Accademico onorario di Brera e dell’Albertina di Torino, membro dell’Accademia del Disegno di Città del Messico, nonché Fellow della World Academy of Art and Science e Dottore honoris causa del Politecnico di Milano e dell’Università Autonoma di Città del Messico. È stato insignito dell’Ambrogino d’oro dalla città di Milano, del Grifo d’Oro di Genova e del San Giusto d’Oro della sua Trieste.

Paestum Aglianico Gillo 2009 Az. Agr. San Salvatore - foto A. Di Costanzo

A lui che ancora oggi, d’estate, ama concedersi lunghe passeggiate tra i Templi ed il lungomare di Paestum, Peppino Pagano ha voluto dedicare il suo vino di punta. Un aglianico che, alla sua prima uscita col 2009, viene fuori con una tessitura impressionante, confermando il millesimo tra i più fortunati per i rossi di questo pezzo di terra cilentana. Che, invero, m’aveva già colpito positivamente con il secondo vino aziendale uscito già due anni fa, il Jungano.

Il Gillo duemilanove, impreziosito tra l’altro da un’originale etichetta disegnata proprio da Dorfles, mostra però i muscoli; alla ricchezza e voluttà del colore e del naso affianca tanta sostanza in bocca che sembra, all’assaggio, di masticarlo quasi, tanto è spesso, fitto, lungo. Stupendo il colore viola, e quel velo porpora che tinge il calice. Dei profumi ci potremmo stilare un vademecum del varietale; del sorso, copioso, carico di polpa, insaziabile, un vero e proprio manifesto, punta di diamante di tutta una tipologia. Un rosso di caratura importante che punta a sfidare il tempo ma che vuole anzitutto lasciarsi bere con soddisfazione sin da ora. E ci riesce ampiamente.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Giungano, Spumante Brut Rosé ’10 San Salvatore

15 gennaio 2013

Vi fosse ai giochi olimpici una categoria Triatlon per gli imprenditori, Peppino Pagano punterebbe a giocarsi il titolo sino all’ultimo colpo; su quel podio poi, ci starebbe volentieri solo sugli scalini più alti.

Spumante Brut Rosé San Salvatore

Il suo successo più evidente è da sempre quello nel ramo turistico-alberghiero. Patròn di due strutture a Paestum, il Savoy Beach Hotel¤ ed il confinante Esplanade¤, una decina d’anni fa ha cominciato ad occuparsi anche dell’allevamento di Bufale da latte. Così, negli stessi anni, si convince anche a riprendere l’attività in campo agricolo e vitivinicolo, imprese che a lungo hanno caratterizzato la storia di famiglia prima che arrivassero in Cilento dal natìo areale vesuviano. 

Senza entrare troppo nel merito, cosa che farò volentieri con calma nei prossimi giorni, dico subito che Pagano è chiaramente un personaggio sorprendente, di grande energia, vulcanico si direbbe, nonché padrone di una capacità comunicativa fuori dall’ordinario; impressionano oltretutto la scioltezza e la cognizione di causa con le quali passa dal disquisire di ospitalità, ristorazione e architettura a pratiche e normative di profilassi zootecniche piuttosto che agronomia ed enologia: “Senza curiosità e voglia di imparare, crescere, non si può fare impresa” chiosa sorridente. 

Invero, su queste pagine trovate già qualche buon appunto a riguardo dell’azienda agricola San Salvatore¤, realtà che seguo con particolare attenzione sin dai suoi primi passi. I bianchi Trentenare e Pian di Stio¤, o il rosato Vetere¤ tanto per dire, sono quelli di cui subito raccontammo; ma ci tornerò su volentieri, per fare il punto della situazione, dopo due anni, con importanti conferme nel bicchiere, dall’aglianico a qualche buona novità; a partire da questo Spumante Brut Rosé 2010, dal gradevole colore cerasuolo tenue, intriso di piacevoli rimandi di frutta rossa e con una impronta che sa di aglianico a tutto tondo, di gran carattere ma che non vuole strafare né scimmiottare alcunché. Appena 3.300 bottiglie quest’anno, sboccate dopo 18 mesi di maturazione sui lieviti: “se tutto va bene diverranno 6.600 il prossimo anno, ma non una in più per il futuro”, precisa Peppino. Poco ma buono!     

Un po’ di Greco di Tufo Cardenio 2011 Amarano

14 gennaio 2013

L’azienda, va ricordato, mi appassiona soprattutto per i suoi rossi¤, in continua crescita, come tra l’altro ho avuto modo di raccontare in più occasioni su queste pagine. Come spesso accade però, per certe piccole realtà in particolar modo, non si fa mai a meno di mettere in carnet uno o due bianchi per meglio navigare le maglie del mercato.

Greco di Tufo Cardenio 2011 Amarano

Per la verità l’idea di base dei Romano¤ rimane puntare col tempo a circoscrivere il loro impegno, anche coi vini bianchi, all’interno del territorio taurasino, sino ad arrivare magari a produrre vini con sole uve di proprietà; ne è testimonianza il nuovo impianto a coda di volpe di circa due ettari proprio dinanzi alla casa di famiglia a Montemarano, poco distante da contrada Torre, di fronte le coste dei colli di Castelfranci. Frattanto però, grazie anche ai buoni consigli dell’enologo che li segue, Carmine Valentino, tra i più validi e bravi tecnici che lavorano sul territorio, si è cominciato a mettere in bottiglia fiano di Avellino e greco di Tufo conferiti rispettamente dalle zone classiche di Lapio il primo e Santa Paolina il secondo. 

L’impronta di questo greco duemilaundici è quella di un vino in forma e pronto da bere: abbastanza ricco nel colore paglierino, dal naso di ginestra e pera matura con candidi richiami di fresca camomilla. Il sorso è piuttosto sapido, colpisce per la ricca struttura sostenuta però da una discreta acidità che gli dona una beva confortevole, fluida, rotonda. Tra l’altro, manco a farlo apposta, l’ho messo in tavola con delle Pappardelle al sugo di carne e funghi champignon, un primo piatto non proprio di richiamo bianchista sul quale però se l’è cavata davvero alla grande. Uno smart buy che in cantina viene via a poco più di 6 euro.

I racconti del vino| Polvere di stelle

12 gennaio 2013

Mai una volta che ti prenotavano il tavolo; te li vedevi arrivare lì alla porta, ognuno col suo telefono stampato all’orecchio fregandosene altamente del fatto che a chi gli stava là intorno nulla importasse dei guaìti e delle iperboli che usavano urlare con insistenza, senza pudore, allo sportellino del loro Vip 8700: scommesse stracciate, malloppi a “muntuni” e “cummarelle” scosciate gli argomenti più gettonati. 

Gentaglia, cafoni, “tirati” i commenti più sussurrati, pure da noi stessi, che mentre trafficavamo l’ingresso rincorrendo disperati un timing accettabile per l’uscita dei primi o il rimpiazzo di un tavolo ce li ritrovavamo continuamente tra i piedi costretti a gimcane impossibili per evitarli e scansare disastri peggiori. Al sabato sera era un caos pazzesco, e loro, al solito, appena staccato il telefono aspettavano il tavolo; se ne stavano lì, sull’uscio della sala cercando con lo sguardo il loro che, sorpresi, infastiditi, non vedevano ancora pronto. 

Tra i tre, Vincenzino pareva quello meno peggio: l’aveste incontrato ad una riunione serale in Parrocchia, invischiato tra giovani attivisti della fede non sarebbe neppure passato osservato. Fisico asciutto, longilineo, vestiva sempre, debbo ammettere, con un certo buon gusto seppur fissato, troppo secondo me, con orologi neppure così preziosi ma vistosamente fuori misura per il suo polso; tanto che talvolta sembrava gli penzolasse il braccio, destro tra l’altro. Mangiava poco o nulla, il suo massimo era un Hamburger o mezza Bistecca con poche Patate fritte “…con keciap e mionesa sfusi, mi raccomando, non quelli nelle bustine, stanno piene di schifezze quelle”, diceva. Niente vino, “non sia mai…” ribadiva sorridendo al tavolo; però tracannava birra come fosse acqua liscia dopo giorni nel deserto. I conti li pagava quasi sempre lui, cash, con tagli da 50mila lire. 

Lino, detto “capuzziello”, era invece proprio insopportabile: un omone paffuto, rasato, tatuato, arrogante, sempre nervoso, collerico. Non credo di averlo mai visto vestito di qualcos’altro che non fosse la tuta da calcio. Generalmente il 50% delle conversazioni al loro tavolo era da bippare, quasi sempre però solo perché l’altro 50 rimaneva incompreso; buona parte del quale erano tutti suoi interventi. Invero non lo ricordo affatto con piacere, anzi, mi rimane però indelebile una scena, quando una sera, mentre uscivo dalla cucina, li vidi letteralmente scappare dal tavolo con lui con una tovaglia al collo e gli altri due che se la ridevano come pazzi, con ancora il mangiare in bocca; lui era blu in viso e c’era del sangue sulla tuta: s’era spezzato due denti nell’abbrancare uno stinco di maiale! Aveva scommesso di spaccargli l’osso a morsi. 

Castrese parlava molto poco, dava poca confidenza pure quando eri al tavolo a prendergli l’ordinazione; generalmente, pur con te davanti, usava chiederti le cose parlandone con Vincenzino. La comanda, praticamente, la prendevi per tutti con lui, il meno peggio. Il più delle volte la sua cena era Mozzarella, Spezzatino al curry, Agnello alla brace con Friarielli, quando c’erano e, immancabile, Pannacotta al caramello. Gli piaceva scegliere lui il vino, lo imponeva per la verità; erano quasi sempre grandi vini, bottiglie talvolta incredibili. Non che ne capisse qualcosa, se ci stavi attento infatti capitava di beccarlo nello scorrere la carta col dito appiccicato alla colonna di destra, come notai una delle prime volte che me li ritrovai in sala: “frà, sient siè, 750 milalire, ma chi ci sta qua dentro, Maradona?” domandò a Vincenzino. Ci fu chiaro a tutti, sin dalle prime battute che quello c’avrebbe svuotato la cantina di ogni ben di Dio. 

Una sera, un sabato qualunque, dopo il lavoro, ci ritrovammo come nostra abitudine a mangiare un panino sul lungomare. Erano le due e mezza di notte, più o meno. Entrando al Pub qualche tavolo in là sulla destra intravidi un viso familiare, qualcuno che ricordavo tra i nostri clienti; mi avvicinai con discrezione per salutarlo, anche perché era da un bel po’ che non si vedeva al nostro ristorante. Era Vincenzino, del resto certi orologi non si vedono in giro così frequentemente. Mi accolse con un sorriso dei suoi, apparentemente sincero quanto fragoroso, presentandomi al tavolo come un suo vecchio amico; dopo qualche battuta e la garanzia che il primo giro di birra ci veniva offerto da lui mi scappò, nell’allontanarmi, di chiedergli dei suoi due compari: dopo un paio di secondi di silenzio, svanita per un attimo la luce nei suoi occhi, senza aggiungere una sola parola mi fece, con la mano, il gesto di due colpi di pistola alla testa. 

Nell’andare via dal tavolo rimasi qualche istante basito nonostante sapessi che prima o poi a tipi come quelli certe cose del genere capitano: che peccato, pensai, proprio adesso che Castrese mi stava cominciando a bere Bordeaux

© 2013 Angelo Di Costanzo – riproduzione vietata.

Niente e nessuno ci salverà mai da cattive bevute

10 gennaio 2013

Su Intravino, sopraggiunta la noia nel seguire il casino in cui è sfociata l’intelligente e puntuale riflessione lanciata invece da Jacopo Cossater¤ sull’editoriale di Eleonora Guerini apparso sullo scorso numero del Gambero Rosso, ho buttato un occhio al post di Ale¤ sullo scritto di Michel Bettane¤, anche questo pubblicato sul Gambero, sempre a riguardo dei vini cosiddetti “naturali”; una disamina, una riflessione, un allarme, un invito quelli di Bettane che invero non ho mai smesso di argomentare, sottolineare e riproporre sin da quando faccio il mio mestiere e, guarda un po’, senza necessariamente alzare barricate. 

Michel Bettane, foto tratta da Bettane+Desseauve

Auguriamo sinceramente agli appassionati di vino italiano di non dover subire in futuro ciò che sta accadendo in Francia: un’invasione di cattivi vini detti “naturali”, cioè i cosiddetti “senza zolfo”, con la complicità di numerosi sommelier, enotecari e giornalisti irresponsabili. Esiste certamente una viticoltura biologica e ne siamo contenti. Il successo di questa viticoltura viene dall’osservazione e dal rispetto degli equilibri naturali della vigna e soprattutto dal ritorno alla vita biologica dei suoli, che qualsiasi agronomo serio sa essere alla base di ogni viticoltura nelle nostre denominazioni di origine. Ma non possiamo avallare i danni provocati all’immaginario degli appassionati dai cattivi vinificatori, che pretendono di fare del vino naturale senza zolfo, e che vogliono spacciare la loro “bibita” per la verità del terroir!

I loro prodotti si riconoscono facilmente: i vini rossi puzzano, e tutti i vitigni e i territori finiscono per somigliarsi perché i cattivi lieviti indigeni con i quali sono realizzati, così avidi di cannibalizzare quelli buoni se il vinificatore li lascia fare, sono gli stessi in tutto il pianeta, i loro colori sono torbidi e instabili e mostrano una presenza eccessiva di gas carbonico che dà l’impressione di vino incompiuto. I vini bianchi sono – se possibile – ancora più cattivi: più o meno ossidati fin dalla nascita, e dunque nati morti, ne viene “gestita” a posteriori la decomposizione! Restiamo a bocca aperta davanti all’ingenuità di tanti ottimi chef che ormai non propongono nient’altro nelle loro carte dei vini, quando sono così attenti ai loro piatti e sarebbero i primi a essere desolati di proporci dei prodotti avariati! Che sia chiaro, alcuni dei più grandi vini del pianeta provengono da una produzione d’ispirazione biologica, ma chi li produce, cosciente delle loro responsabilità, perfeziona continuamente le loro vinificazioni con strumenti moderni e puliti, dalle presse ai serbatoi. Nelle denominazioni meno prestigiose poi ci sono decine di vignaioli rispettosi del suolo, della vigna, dell’uva e del vino, ma curiosamente si vedono in giro solo i produttori “spacconi”, che parlano meglio di quanto agiscano e i furbi, eccellenti manipolatori d’opinione, spesso amici degli enotecari e dei distributori. Sono molti allora i giovani ristoratori che diventano delle facili prede!

Tocca quindi ai clienti di fargli notare che quello che credono essere un vino più vicino alla “natura” non è altro che un vinaccio senza interesse se non quello di non far venire il mal di testa. Con la fortuna e della perseveranza è possibile produrre senza aggiunta di zolfo dei vini da bere giovani e sul luogo di produzione, dei vini semplici e fruttati molto piacevoli, ma allora si devono conservare in una cantina fresca e soprattutto non farli viaggiare! E per ogni cuvée riuscita, il vignaiolo si ritroverà con due o tre completamente sbagliate. Ma chi può permettersi di non venderle e assumersi la responsabilità dei propri errori?

Ora mi chiedo, dato per acclarato che niente e nessuno ci salverà mai da cattive bevute, e che questo non ce l’abbiano mai garantito nemmeno i cosiddetti vini convenzionali, ma è davvero così complicato che i vini naturali, oltre ad essere tutte quelle belle cose che raccontano di voler essere, siano anche semplicemente puliti e buoni da bere per tutti?

credits: Intravino¤, Gambero Rosso¤, Michel Bettane¤.

Taurasi Riserva Primum 2006 Guastaferro

10 gennaio 2013

Difficile immaginare cosa potesse essere oggi Taurasi se si fosse cominciato a fare sul serio col vino un po’ di anni prima. Quanti? Beh, magari quindici, vent’anni prima che ci si accorgesse dell’enorme patrimonio che rappresentano quel territorio, i suoi vini, per il mondo del vino, sotto le luci della ribalta solo da poco più di una quindicina d’anni.

Taurasi Riserva Primum 2006 Guastaferro

Senza scomodare avi e generazioni che si racconta facessero viticoltura da sempre (e non vini di qualità come siamo tutti d’accordo di saper riconoscere oggi) o urtare la suscettibilità di qualche nome storico, di grandissima levatura certo ma che giocavano il campionato praticamente da soli, oggi potremmo contare dalla nostra tanti elementi in più da poter rilanciare ai quattro venti; non ultimo, ad esempio, che bottiglie come queste siano realmente capaci di attraversare il tempo nonostante le angustie di un’annata, a quanto pare, non proprio favorevole.

Annata complicata la duemilasei, “calda, capricciosa, eterogenea, con i migliori potenti e nervosi, da aspettare” per dirla con l’almanacco di “Taurasi Vendemmia¤” sottomano. Una di quelle che convince i più a non farne un Riserva costringendo invece i migliori, quelli cioè con vigne ed uve in zone particolarmente vocate e numeri con al massimo tre zeri, a dare valore aggiunto, slancio al loro peggior difetto: l’incapacità, o l’impossibilità di affidarsi a giochi di prestigio in vigna e soprattutto in cantina. 

E il Primum¤ Riserva 2006 di Raffaele Guastaferro¤ (10 ettari a Piano dell’Angelo a Taurasi) svela addirittura quanto sia inutile tentare la natura, sovrapporle un manico eccessivo, facendo delle sue piccole imperfezioni – una volatile un po’ alta, il timore dei 15 gradi in alcol, un naso non proprio finissimo – un pregio assoluto che esaltano invece il varietale, un grande frutto, sempre al centro dell’attenzione ed una bevibilità incredibile per un vino di tale estrazione, sostenuta da una freschezza invidiabile, tannini docili ed una sapidità di finissima levatura.