Le Castagnole

6 marzo 2011 by

Un dolce tipico del Lazio e della Romagna, così chiamate perché piccole come castagne, dal cuore soffice e abbastanza veloci da preparare; le Castagnole sono famosissime e preparate in molte delle regioni d’Italia anche se spesso riproposte con nomi differenti e con piccole variazioni di ingredienti. Poco o nulla si sa sulla loro origine, ma è certo che sono un dolce tipico di Carnevale e che sono buonissime sia semplici che con un ripieno. Ancora un tocco di dolcezza dalla nostra infaticabile Ledichef per il carnevale dei bambini… (A. D.)

Le Castagnole di Ledichef- foto A. Di Costanzo

 Ingredienti:

  • 300gr di farina
  • 50gr di zucchero
  • 70gr di burro
  • 2 uova
  • 1 bicchierino di anice
  • 1 cucchiaino da thé di lievito in polvere
  • Un pizzico di sale
  • Olio di semi di girasole (per la frittura)
  • 150gr zucchero al velo

Preparazione: setacciate la farina con il lievito, formate poi, in una ciotola piuttosto capiente,  una fontana: unitevi le uova intere, il burro opportunamente fuso, l’anice, lo zucchero ed il pizzico di sale. Lavorate dapprima con la forchetta, quando l’impasto inizia a prendere corpo, portatelo sulla spianatoia ed iniziate a lavorarlo sino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo, compatto ma morbido.

A questo punto tiratene via dei piccoli pezzi e formate dei cordoncini che taglierete in maniera regolare ogni centimetro circa, lavorate con le mani questi pezzetti sino ad ottenere delle palline abbastanza omogenee, della grandezza più o meno di una grossa ciliegia; a parte, in una padella antiaderente, portate l’olio alla giusta temperatura e friggete quindi le castagnole sino alla doratura. Ricordatevi che la bontà delle castagnole sta proprio nel cuore morbido e fragrante, pertanto la frittura è un momento nel quale profondere la massima attenzione! Spolverizzare infine con abbondante zucchero al velo e portarle in tavola.

E’ possibile ottenere un buon risultato anche farcendo le castagnole, poco prima di friggerle con, per esempio, delle amarene sciroppate oppure un classico di sempre, con delle gocce di cioccolato fondente. 

La Lasagna di Carnevale alla maniera napoletana

5 marzo 2011 by

E’ forse il piatto più rappresentativo della cultura gastronomica napoletana, non fosse altro perchè sposa appieno due concetti alquanto funzionali e complementari tra loro: è un piatto unico a tutti gli effetti, e si conserva, cosa di non secondaria importanza, divenendo oltretutto ancora più saporita, per almeno un paio di giorni dalla sua preparazione. A questo, se ci unite l’aspetto romantico, tutto napoletano, di partire dalla base di un ragù alla maniera tradizionale, vi renderete conto che più di un semplice piatto della tradizione partenopea, andate preparando una vera e propria opera d’arte. (A. D.)

La Lasagna Napoletana - foto A. Di Costanzo

ingredienti per 10/12 persone:

per il ragù

  • 500 gr di tracchiolelle e salsicce di maiale (chi preferisce, cervellatine)
  • 1 kg di pomodoro passato
  • 2 cipolle, sedano e carote q.b.
  • olio d’oliva extravergine, un cucchiaio di sugna
  • sale q.b. 

per le polpette

  • 500 gr carne macinata (bene se mista di vitello e di maiale)
  • pecorino grattuggiato (preferibilmente non romano)
  • pane raffermo
  • 4 uova

per la composizione, prima di passarla al forno

  • 1 kg di sfoglia per lasagna
  • 500 gr ricotta
  • 300 gr formaggio mediamente stagionato (vaccino)
  • 5 uova (lesse)
  • 100 gr salame napoletano

Preparazione: tutto ha inizio con un ragù come dio comanda, cominciando da un soffritto in olio, con l’aggiunta di un pizzico di sugna, di cipolla, mezza carota ed un gambetto di sedano, il tutto finemente tritati. Unitevi quindi le tracchiolelle e le salsicce (o le cervellatine), fate indorare. A questo punto versate tutto il pomodoro e, a fuoco lento, lasciate cuocere per alcune ore.

A parte, preparate le polpette con la carne macinata, le uova, il pane raffermo precedentemente ammorbidito (senza esagerare) e ben strizzato, il pecorino, sale quanto basta. Qui la tradizione vuole polpette di sostanza seppur la nouvelle vague le esiga piccoline, quindi fate vobis, prima di passarle alla frittura in olio extravergine d’oliva. Unitele quindi al ragù in cottura.

Lessate a questo punto le sfoglie di lasagna avendo cura di lasciarle al dente; ricordatevi che questo è un piatto da finire di cuocere in forno. Così, strato dopo strato passate a comporre il ruoto di lasagna: in una teglia da forno versate un’abbondante cucchiaiata di ragù, quindi sistematevi sul fondo la sfoglia, poi ancora del ragù, la ricotta, infine una spolverata di pecorino, il salame, le fettine di caciocavallo, ed in sequenza, uno strato di sfoglia dopo l’altro, ancora ragù e ricotta, quindi le uova che avrete precedentemente lessato e tagliato a fette. Ricordatevi: la lasagna, più è alta meglio è, inoltre è bene ricordarsi di servirla tiepida, o riscaldata, almeno un paio d’ore dopo la cottura.

Bacoli, il 20 e 21 Marzo ritorna Parlano i Vignaioli

4 marzo 2011 by

Hanno detto “No!” alla chimica in vigna e in cantina e “Sì!” alla natura, per presentare agli appassionati e al pubblico i vini artigianali provenienti da una viticoltura naturale, biologica e biodinamica: prodotti rispettosi del territorio e dell’ambiente. Ritorna dopo il successo della scorsa edizione tenutasi ad Ercolano, Parlano i Vignaioli.

domenica 20 e lunedì 21 marzo 2011

Presso la sala dell’Ostrichina e nella vicina Casina Vanvitelliana sul lago Fusaro, a Bacoli, in provincia di Napoli; un programma piuttosto articolato che vedrà per due giorni, con numerose novità, laboratori di degustazione su temi cruciali del mondo dei vini naturali ed un ampio dibattito con l’obiettivo di far conoscere e comprendere gli sforzi delle aziende agricole alla continua ricerca di soluzioni che garantiscano alimenti di eccellenza in equilibrio con la natura.

In particolare Domenica 20 marzo dalle ore 10.00 alle 20.00, ci sarà un banco d’assaggio rivolto ai professionisti del settore,  agli enofili e semplici curiosi. Lunedì 21 marzo invece dalle ore 11.00 alle 18.00 coinvolgendo principalmente un pubblico di specialisti. Insomma, due giorni dedicati a una sana enogastronomia. Ingresso a 10 euro.


Questi tutti i laboratori di degustazione di domenica 20 marzo:

Dalle 11.00 alle 12.00 “Pensieri biodinamici” – conduce Fabio Cimmino:

  • Pigato Rucantù 2007, Tenuta Selvadolce (Liguria);
  • Dolcetto di Ovada 2007, Casa Wallace (Piemonte);
  • Biofiasco 2009, Orsi Vigneto San Vito (Emilia-Romagna);
  • Verdugo Primo 2007, Masiero (Veneto);

Dalle 13.00 alle 14.00 “Vini e formaggi: un incontro naturale”conducono Ugo Baldassarre e Rotolo Gregorio: Querciole 2007, Ca’ de Noci (Emilia-Romanga) con il Gregoriano Valpolicella Classico 2007, Villa Bellini (Veneto) con la ricotta scorzanera, Sciacchetrà 2006, Walter de Batté (Liguria) con il caciocavallo barrique.

Dalle 14.30 alle 15.30 “Naturalmente rosa”conducono Paolo De Cristofaro e Lello Del Franco:

  • Metodo Ancestrale 2010, Colombaia (Toscana);
  • Tintore 2009, Monte di Grazia (Campania);
  • Volpe Rosa 2009, Cantina Giardino (Campania);

 
Dalle 16.00 alle 17.00 “Le lunghe macerazioni” conducono Pino Savoia e Nicoletta Gargiulo:

  • Pecoranera 2003, Tenuta Grillo (Piemonte);
  • Bonarda La Picciona 2003, Lusenti (Emilia-Romagna);
  • Taurasi 2003, Contrade di Taurasi (Campania);
  • Amphora 2007, Cristiano Guttarolo (Puglia);

Dalle 18.00 alle 19.00 ” Solfiti? No grazie!” conduce Giovanni Bietti:

  • Drogone 2006, Cantina Giardino (Campania);
  • Senza Zolfo 2009, Antica Enotria (Puglia);
  • Barbera d’Asti Lia Vì 2010, Carussin (Piemonte);
  • Romangia 2007, Tenute Dettori (Sardegna);

Tutti i laboratori di degustazione sono gratuiti ma è obbligatoria l’iscrizione inviando una mail alla collega Michela Guadagno.

Lunedì inoltre si svolgerà una tavola rotonda centrata sul rapporto tra cucina di qualità e vini naturali, poiché le carte dei vini composte con questi prodotti cominciano a essere presenti anche nei migliori ristoranti italiani. Hanno già dato la loro adesione al dibattito alcuni chef di alto livello nonché autorevoli esperti dell’argomento.

La conferenza avrà il compito di affrontare il tema di una scelta rispettosa del consumatore, ecologica, etica e qualitativa, che mette al bando l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi nel vino e negli altri alimenti. Si discuterà di approcci differenti a una materia che sta conoscendo una fase di grande attenzione mediatica e culturale.

Per qualsiasi nformazione:
www.parlanoivignaioli.it
Cantina Giardino Tel. 0825 87 30 84
Daniela De Gruttola Cell. 333 59 41 700
info@cantinagiardino.com
Pino Savoia Cell. 333 66 71 512
pino.savoia@hotmail.it
Giusy Romano Cell. 334 87 04 499
 
Ufficio Stampa:
samuel.cogliati@ekfaino.com

Napoli, i primi 50 anni di vite di Angelo Gaja

3 marzo 2011 by

Angelo Gaja

festeggia cinquant’anni di attività (1961-2011) dedicati all’azienda di famiglia, la cantina Gaja di Barbaresco. Così lunedì 21 marzo prossimo presso l’Hotel Parker’s C.so Vittorio Emanuele 135, Napoli tel. 081 7612 474, presso la Sala Ferdinando – si terranno, dalle 16.30 eccezionali degustazioni di tutti i vini di Gaja Distribuzione e Gaja. La sessione di degustazione si protrarrà per tutto il pomeriggio.

Alle ore 17:00 invece, con la partecipazione di Gimmo Cuomo e Luciano Pignataro si terrà la conferenza/dibattito “il fascino del vino”, che Angelo Gaja dedicherà esclusivamente  ad enotecari e ristoratori per illustrare la sua esperienza nel mondo del vino; un momento che è stato pensato anche per dibattere con i produttori di vino campani – invitati a condividere ed animare questo momento di particolare confronto senza dubbio nuovo e suggestivo – sul particolare momento storico della vitienologia italiana. Saranno presenti all’evento anche Lucia Gaja e Rossana Gaja. L’evento è esclusivamente su invito.

Giro di vite a Montalcino, Podere Sanlorenzo

2 marzo 2011 by

Quando arriviamo a Podere Sanlorenzo è più o meno ora di pranzo, la mattinata spesa in cantina dalla famiglia Martini ci ha fatto per un attimo perdere la bussola oltre che la cognizione del tempo; gli assaggi, tanti, forse troppi contando che alla fine erano praticamente tutte le scorse vendemmie, sin dalla 2004, han fatto il resto.

Così, profittando della disponibilità di Luciano Ciolfi gli chiediamo di fare quattro passi in vigna per respirare un poco e rinsavire. Luciano è una persona deliziosa, l’ho conosciuto più o meno tre anni fa attraverso il web – lui è uno che con la comunicazione on line ci sa fare e come – e dopo l’incontro “de visu” allo scorso Vinitaly ho avuto modo anche di testare l’alto gradimento del suo Brunello da parte di molti miei clienti a cui l’ho proposto, non senza particolare entusiasmo. Se date un’occhiata al suo sito¤ troverete, tra le tante informazioni offerte, una frase, che a me ha colpito molto tanto da spingermi subito a conoscere lui ed i suoi vini, convinto, non so dirvi nemmeno perché, che non fosse solo l’ennesima trovata pubblicitaria; dice: “arrivò in punta di piedi, osservando il lavoro del nonno e del padre, acquisendo i loro valori, il loro bagaglio di esperienza e tutta la tradizione che portavano con sé. Ma a Luciano fare un buon vino non bastava: cercava l’eccellenza”. Ecco, se vai affermando cose del genere e non sei un tipo in gamba, e non fai le cose per bene, sei finito; per questo Luciano val la pena conoscerlo, i suoi vini di essere bevuti almeno una volta appena possibile.

Vignaiolo giovane – è tra gli ultimi arrivati sul panorama ilcinese – ha saputo però immediatamente cogliere quale fosse la strada da seguire per affermare la sua idea di sangiovese; l’azienda conta una proprietà di circa 60 ettari, appena quattro e mezzo a vite, a regime dal duemilatre; pochi esercizi di stile, sul Rosso di Montalcino¤ dove il rischio è sempre grosso – a mia recente memoria, tutte le annate tirate fuori a Sanlorenzo godono costantemente di buona e nobile nerbatura -, giocato su un frutto integro e ben ammantato di una mineralità pregnante ma sempre in discreta evidenza; nessuna nota boisè, anzi, il legno è ben dosato e tutt’altro che scontato; il Brunello poi ogni anno che passa matura in finezza ed eleganza senza mai ostentare grassezze inutili e, alla lunga, stancanti.

Il Bramante 2006 per esempio, conferma, oltre un annata qui certamente di ottima levatura, tant’è che anche Luciano uscirà l’anno prossimo – per la prima volta – con un Brunello Riserva, una impostazione di base dell’idea vino a Podere Sanlorenzo che trova modelli cui ispirarsi nel lontano, lontanissimo passato pur mantenendo una pulizia (soprattutto olfattiva) certamente figlia della moderna dotazione tecnologica in cantina, dove c’è acciaio prima che legno. “l’uva portata in cantina quell’anno era perfetta e sin dai primi assaggi effettuati ci siamo convinti di poterci mettere alla prova, e  pensa te, che il 2006 è appena il nostro terzo anno di raccolta…”. L’assaggiamo, la Riserva, dopo un’attenta ossigenazione, e al netto delle spigolature del legno ancora in evidenza parrebbe proprio un gran bel bere, soprattutto per l’eleganza e la finezza che ne caratterizza la trama gusto-olfattiva; non ci resta quindi che aspettarlo un anno ancora!

Ecco, si conclude, ma solo per ora, questo breve ma intenso viaggio per le terre montalcinesi. Un percorso che a noi ci è apparso affascinante, suggestivo, che ci ha condotto a toccare con mano realtà che a torto o a ragione rappresentano la storia, non solo vitivinicola, di Montalcino e della Toscana tutta e che nel tempo, il loro tempo, hanno segnato o segneranno indiscutibilmente quella del Brunello. Luoghi, vini, tante memorie che siamo felici di aver incrociato sulla nostra strada e persone che possiamo solo ringraziare per l’estrema cordialità e sensibilità mostrata nell’accoglierci; ognuno, a suo modo, ci ha raccontato una storia, il suo Brunello, ci ha indicato una direzione da seguire, la loro; a noi adesso, a ragion veduta, la capacità di scegliere quale di queste strade seguire, quale Brunello proporre e mettere nel bicchiere, quale consacrare alla storia e quale invece lasciare consegnata alle algide pagine degli almanacchi o dell’accesa critica enologica, che spesso, ancora in questi giorni, continua a dire di amare Montalcino ed il Brunello ma non smette, inesorabilmente, di picchiare duro!

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita del pomeriggio da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la straordinaria visita in Biondi Santi e l’incursione da Casanova di Neri;

Chiacchiere distintive, Fortunato Sebastiano

1 marzo 2011 by

Ecco uno di quegli enologi che non smetteresti mai di stimare, dal profilo basso e dalle altissime prestazioni professionali. Così, da una piacevole chiacchierata, tiriamo fuori parecchi argomenti, sviscerati quanto basta tanto dal decidere di farne una intervista, lunga ma indubbiamente interessante. Fortunato Sebastiano si occupa di viticoltura ed enologia dal 1998. Dopo la maturità scientifica lascia Ariano Irpino alla volta di Roma quindi in Toscana dove si laurea alla Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa con una tesi in viticoltura sulle possibilità espressive del vitigno Fiano, con il Prof. Giancarlo Scalabrelli come relatore. Le prime esperienze professionali lo hanno visto al lavoro dapprima in Toscana, in Sicilia, nelle Marche e poi, di ritorno, in Campania dove nel 2002 fonda il gruppo di lavoro Vignaviva.

Come nasce la tua vocazione per l’enologia e per il tuo mestiere? Decisamente da una reale passione per il vino come momento conviviale ed elemento fondamentale della nostra cultura. Negli anni ‘90 in Irpinia, la mia terra natale, si muovevano i primi passi di quello che sarebbe stato il rinascimento vitivinicolo della regione ed era facile restare affascinati dal mondo del vino; altro aspetto fondamentale della mia decisione nell’affrontare questo mestiere è stato l’amore per la natura, la continua ricerca della comprensione dei sottili meccanismi che regolano il “nostro” meraviglioso mondo vegetale. Mai ho pensato di scindere i due aspetti della produzione agricola ed enologica nel mio mestiere e per fortuna il mondo del vino, anche se alla lunga, mi sta dando ragione. Da ciò deriva la mia ferma convinzione di dover approfondire il più possibile lo studio della viticoltura per ottenere vini degni di questo nome.

Quali sono secondo te i riferimenti indispensabili per diventare un buon enologo? In parte ho già risposto precedentemente ma sottolineo che il nodo fondamentale per fare questo lavoro, per come lo intendo io, è la decisiva continuità tra il lavoro in vigna e quello di cantina. Spesso ho assistito, nel lavoro come nella comunicazione di settore a delle vere e proprie aberrazioni riguardanti la produzione del vino. Il massimo cui si possa aspirare nel produrre vino è arrivare ad avere piante sane che portino a vini di personalità e territoriali, apprezzati nelle loro particolarità varietali e soprattutto salubri. L’enologo può e deve garantire tutto questo. E poi di certo la capacità di confrontarsi e di ascoltare, evitando atteggiamenti accademici ed anzi essendo sempre pronti a rimettere in discussione un concetto, un’idea, un’intuizione. Fare questo mestiere attiene alla pratica, alla preparazione ed all’immaginazione, molto meno ai proclami mediatici. Non mi fiderei mai di un tecnico che non avesse mai fatto il cantiniere o che non sapesse “leggere” una pianta di vite. Ho imparato tanto dai miei incontri e dalle mie esperienze e questo è al servizio delle aziende che lavorano con me.

In regione, negli ultimi anni, stanno venendo fuori tanti giovani enologi motivati, e a quanto pare anche piuttosto preparati; un fenomeno passeggero o stiamo assistendo alla nascita di una vera e propria scuola campana? Credo che non sia un fenomeno passeggero ma occorre fare delle precisazioni. La scuola campana è secondo me di là da venire, visto che alcuni dei miei più brillanti colleghi hanno studiato fuori dalla nostra regione che è stata un po’ arroccata su posizioni scolastiche e “di chiusura” per diversi anni, a differenza di ciò che accadeva per esempio in Piemonte, Toscana, Veneto, dove vi è stata ferma volontà di rendere competitivo il mestiere dell’enologo o comunque del tecnico vitivinicolo. Chi in Campania è riuscito nella professione di enologo lo deve esclusivamente a grandi doti personali. Ciò è ancora più grave se si pensa che la nostra Scuola Enologica di Avellino è stata la seconda ad essere aperta in Italia nei primissimi anni del ‘900. Oggi abbiamo bisogno di un enorme passo in avanti nel lavoro di campo, di grande interesse verso la viticoltura, di aggiornare la figura dell’enologo inteso non più come esperto delle sole pratiche analitiche, di cantina o amministrative che pure, ovviamente, sono di enorme importanza. Le moderne scuole di viticoltura ed enologia possono adempiere a questi compiti ma vanno dirette con lungimiranza e strizzando l’occhio alle più attente regioni viticole del mondo. L’enologo può essere il perfetto ponte tra gli obiettivi aziendali ed il loro raggiungimento. Ci sono enormi sfide che debbono essere vinte, oltre che nel campo viticolo anche in quello enologico: lo svecchiamento di metodiche riproposte pedissequamente, la riduzione drastica dei conservanti nella matrice vinosa, l’adattamento delle pratiche enologiche ai singoli vitigni, la caratterizzazione sensoriale del nostro patrimonio viticolo, la zonazione dei territori in relazione ai risultati enologici, il raggiungimento di alti vertici qualitativi anche sulle grandi produzioni, solo per citarne alcune. Ed in questa direzione ci si sta muovendo per fortuna, sia nell’ambito dell’associazione di categoria (leggi Assoenologi) – del cui consiglio in regione ho l’onore di far parte – sia nelle singole realtà aziendali.

Detto questo ben vengano nuove leve, tutti assieme si metterà più in alto l’asticella della qualità, soprattutto perché pare superata l’era dei consulenti a distanza e c’è sicuramente spazio per le competenze “autoctone”. Sia ben chiaro, lavoro anch’io fuori dalla Campania ma spendo davvero molte energie per colmare le mie lacune rispetto ai territori in cui mi trovo ad operare. Infatti occorre conoscere profondamente un territorio per interpretarlo e rendergli onore, anche a costo di produrre vini non immediatamente allineati ai gusti di massa. La mia speranza è rimessa in questo, nella convinzione che ci sia spazio per centinaia di grandi vini molto diversi fra loro ma espressione del territorio e delle persone di cui sono figli, ivi compresa la figura dell’enologo come principale collaboratore delle aziende. Per questo ho fondato Vignaviva, per rendere fattibili questi concetti.

Chi sono stati, se ci sono stati maestri, i tuoi riferimenti in materia? Ho avuto la fortuna di lavorare e studiare con grandi colleghi. Oltre al già citato Scalabrelli che mi ha trasmesso nozioni e passione fondamentali inerenti l’ampelografia e la viticoltura, cito volentieri Giacomo Tachis, l’artefice del rinascimento enologico italiano, dei grandi vini toscani degli anni 80,  che è stato sempre gentilissimo con me sin dall’Università, un uomo di grande intelligenza ed umiltà. Ricordo con piacere i pomeriggi a casa sua in cui mi ha descritto l’importanza di questo o quel testo di chimica o viticoltura. Ed il suo archivio!! Ricordo volentieri anche Francesco Saverio Petrilli, enologo di Tenuta di Valgiano in provincia di Lucca, con cui ho avuto l’onore di confrontarmi agli inizi del mio percorso professionale quando lavoravo per un’azienda del Cilento di cui lui era consulente. Saverio è una persona speciale,  profondamente interessato alla viticoltura e per questo ha sempre avuto il mio massimo rispetto. Con  lui ho avuto modo di ragionare su molti concetti relativi al mondo del biologico e del biodinamico attraverso discussioni sempre interessantissime e pervase dalla curiosità.

Quali secondo te le principali difficoltà che incontra oggi un enologo? Beh, questa è una bella domanda davvero. Tralasciando le difficoltà che ogni lavoro porta con sé in merito all’impegno che richiede ed il fatto che si può fare questo mestiere in tanti modi diversi, dico senza dubbio: interpretare la professione alla luce della modernità guardando contemporaneamente alla vendibilità dei prodotti, alla loro presenza sul mercato. Per modernità intendo le sfide che alcuni errori di impostazione degli anni scorsi hanno prodotto: si è infatti creduto per qualche anno che fare il vino fosse un fatto di semplice metodo, una pratica facilmente ripetibile a parità di tecniche, attrezzature e metodiche. Questo atteggiamento ha prodotto a sua volta una diffidenza verso la comprensione e la gestione della vinificazione che può avere diversi risvolti negativi sulla qualità dei vini. Qui in Campania poi vanno ancora sviscerate le potenzialità dei singoli terroir, adattate le pratiche enologiche persino alle singole aziende. Spesso si dimentica, magari in buona fede, che il vino non può e non deve essere accostato a prodotti di altro tipo, a bevande “seriali”, ma neanche a prodotti che hanno la veste del risultato “casuale”. Quindi occorre tentare sempre nuove strade per capire quali possibilità ci possa offrire ognuno degli areali.

Il vino è l’unico prodotto di trasformazione agricola che sfida i decenni con integrità, a volte, col tempo, migliorando. Ciò può accadere verosimilmente per tre, quattro annate per decennio, anche a parità di lavoro ed impegno. La vera difficoltà restano le annate di media o bassa qualità viticola, dove ad entrare in gioco è la capacità del vinificatore di leggere tra le righe il potenziale inespresso e portarlo a buon fine sino alla bottiglia, non potendo sbagliare nulla. Il vino non si fa usando ricette precostituite ma nemmeno mettendo l’uva in un contenitore ed aspettando. È frutto del caso nella misura in cui l’uomo ne comprenda i risvolti, o almeno ci provi. La professionalità dell’enologo è al servizio di questa comprensione. Per spiegarmi meglio: ricordarsi che cosa sia esattamente il vino dovrebbe dare a tutti gli operatori del settore la dimensione di ciò che ci si può aspettare da un’annata piuttosto che da un’altra. Ed il vino è frutto anche dell’intuizione dell’uomo. Occorre collegarlo alla natura e contemporaneamente immaginarlo fedele ad un idea, ad un’ambizione legittima di qualità. È quello che lo rende diverso da qualsiasi altra bevanda, che spinge ad acquistare una bottiglia, per averne piacere con un buon pasto, per soddisfare una curiosità o per appropriarsi di quel piccolo viaggio nel tempo che può essere un vino.

D’altronde, al giorno d’oggi, il vino è un bene di consumo di tipo edonistico, non certo un alimento come percepito per esempio negli anni ’50 e ’60. Il tentativo, secondo me, deve essere quello di fare sempre il meglio possibile, calandosi completamente nella realtà dell’annata, tenendo fermi i punti saldi della personalità dei territori e dei vitigni accanto alla schiettezza, alla salubrità, alla digeribilità dei vini, ciò che si tradurrà – aspetto non secondario – anche in vendibilità e soddisfazione del consumatore finale.

Se dovessi illustrarmi in poche righe la tua filosofia di produzione? Quando mi approccio ad una nuova azienda cerco di capire anzitutto che tipo di persone ho davanti. Sono interessato a quelle che hanno voglia di confrontarsi, che hanno la voglia di trasferire un po’ di se stesse in quello che fanno, nel vino che immagineremo insieme. Subito dopo mi relaziono al territorio, studio le caratteristiche geomorfologiche, l’adattamento dei vitigni, la salute dei vigneti, le metodiche di gestione, le apparenti possibilità produttive. Poi, nelle aziende consolidate ed in piena produzione, cerco di capire se tutto quello che ho avvertito è leggibile nei vini prodotti, cosa che spesso non accade e di cui la proprietà è consapevole. Così iniziano una serie di ragionamenti che debbono necessariamente portarci ad un risultato aderente alle aspettative e cioè ad un vino equilibrato, armonico e complesso, nei limiti del vitigno e vigne permettendo.

In campagna, mi dedico da anni ad una gestione biologica dei vigneti, quindi nessun diserbo, prediligendo sovesci e lavorazioni del suolo mirate, potatura dolce, puntuale analisi sensoriale delle uve, rese equilibrate e attenzione maniacale all’epoca ed alla qualità della raccolta. Sono molto “laico” in cantina, avendo come punti fermi la riduzione dell’uso dell’anidride solforosa ed una certa tendenza al “minimo intervento” (che non è esattamente un “lasciar stare”, anzi). Tengo molto alla riconoscibilità “aziendale” dei vini, alla loro aderenza ad uno stile. Conduco vinificazioni con lieviti indigeni e selezionati, faccio lunghe macerazioni su vitigni bianchi e rossi ed anche normalissime vinificazioni in bianco o rosato, in relazione al risultato che vogliamo ottenere ed alle possibilità strutturali e logistiche delle aziende, alle risorse umane e commerciali. Sono convinto, ad esempio e per restare su un tema “d’attualità” di cui abbiamo parlato ultimamente, che più del lievito, sia la gestione invasiva della fermentazione alcoolica a banalizzare il risultato su molti vini  bianchi “moderni”. In definitiva, miro alla personalità dei vini attraverso la personalità degli uomini, cercando di non rovinare nulla nel frattempo.     

Segui ormai da tempo diverse aziende collocate in più aree vitivinicole; quali sono secondo te le terre maggiormente vocate qui al sud? Sicuramente l’Irpinia come terra d’elezione per bianchi eleganti da fiano e greco e, in alcune sue giaciture collinari, anche per l’aglianico da grande affinamento. Il Vulture mi ha sorpreso come anni fa fece il Cilento per le potenzialità che ha per i rossi, enormi; a volte mi strappa un po’ di invidia, da irpino quale sono. La Costa d’Amalfi con i suoi vitigni straordinari come il tintore, la ginestra, il fenile e la pepella, un terroir del tutto particolare ed in parte sconosciuto. Il Sannio Beneventano e la provincia di Caserta per il piedirosso e la falanghina ben espressa anche sui suoli vulcanici dei Campi Flegrei. La Puglia offre espressioni piuttosto eleganti, come i primitivo di Gioia, coltivati fino a 500 metri di altitudine. La Calabria con l’equilibrio di certi Cirò. In generale il sud ha solo da approfondire il proprio approccio, le basi, anche se non dappertutto, ci sono tutte.

Il vitigno che non rinunceresti mai a lavorare? Uno è troppo poco: l’aglianico ed il fiano. E vorrei lavorare ancora la barbera del Sannio, vitigno che amo particolarmente.

Quello di cui faresti veramente a meno? Il merlot.

Qual è la tua prossima sfida? Il metodo classico da fiano, greco e piedirosso, ci sto già lavorando per una importante azienda irpina (Villa Raiano, ndr). Ed un fiano del Cilento (Casebianche, ndr) rifermentato in bottiglia in maniera “integrale”, ad affinamento breve e senza sboccatura, che uscirà in primavera.

E quella che vorresti vivere in futuro? Un nebbiolo in Piemonte o in Valchiavenna, un cesanese nel Lazio, un sangiovese nel Chianti Classico.

Ti faccio tre nomi: Sannio, Cilento, Ager Falernus, terre e vini secondo me formidabili ma sempre in secondo piano; dove la Campania sta perdendo l’occasione più grande? Forse l’Ager Falernus, o il Cilento, ma in tutti e tre i territori ci sono ottimi produttori. Occorre provare a definire uno stile o più stili, una riconoscibilità, anche se sono territori molto estesi e con una eterogeneità varietale enorme.

Ricordi un vino memorabile? Tra i tantissimi mi piace ricordare il Taurasi Radici Riserva 1990 della Mastroberardino; ne parlai una volta con il dott. Antonio e lessi nel suo sguardo una piena condivisione nell’apprezzamento di quello che per me era stato un vero e proprio archetipo della tipologia, come la loro famosissima annata 1968.

Diciamo che ti chiedano di rinunciare a tutti i tuoi impegni per seguire una sola azienda: qual è il nome che non ti farebbe batter ciglio? Questa è una domanda cattivella, diciamo la Taylor’s, a Vila nova de Gaia in Portogallo; amo i Porto.

Mi dai tre vini che secondo te non mi devo perdere? Valtellina Superiore Sassella Riserva Rocce Rosse 1999 di Ar.Pe.Pe., tutti i vini dell’Etna del gruppo Vigneri di Salvo Foti, il Verdicchio San Paolo di Pievalta 2004.

E tu cosa bevi stasera? Un prosecco senza solforosa di Costadilà, del mio amico Mauro Lorenzon, alla vostra salute!

Fortunato Sebastiano è stato nominato da questo blog “Enologo dell’anno” allo scorso L’Arcante 2010 Wine Award. Questo articolo esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it.

Giro di vite a Montalcino, Il Paradiso di Manfredi

28 febbraio 2011 by

L’indomani, è mattino presto quando arriviamo a Il Paradiso di Manfredi, in via Canalicchio; la mattinata è decisamente grigia, la luce fatica non poco a trapassare la spessa coltre di nubi e la nebbia, fitta, stenta nel diradarsi stagliando all’orizzonte un panorama sì fosco ma di affascinante suggestione.

Ci viene incontro Florio Guerrini, che assieme alla moglie Rosella e le due giovani figlie animano oggi questa splendida piccola realtà ilcinese, nata, poco più di cinquant’anni fa, per opera di Manfredi Martini, prematuramente scomparso e viticoltore a Montalcino della prima ora; tanto era l’entusiasmo che l’aveva coinvolto in questa grande avventura dall’essere proprio lui tra i primi, nel 1967, a credere e lavorare per la fondazione del Consorzio di Tutela del vino Brunello. E’ il 1950 quando con la moglie Fortunata, anche lei impegnata sin da piccola in campagna, acquistano il podere “Il Paradiso” in via Canalicchio avviandolo lentamente alla produzione di uve di qualità da conferire dapprima alla locale cantina sociale e pian piano, per dirla alla dolce maniera della sig.ra Fortunata, “da farne vino ‘bono ‘dda vendersi a’ signori”; così Manfredi, dopo anni tra le vigne della già famosa Tenuta Greppo della famiglia Biondi Santi, realizza il suo sogno. Oggi l’azienda conta una superficie vitata di poco più di due ettari e mezzo, perlopiù votati al sangiovese grosso. Le piante sono allevate a cordone doppio speronato con un sesto d’impianto di 90 cm per 2,7 m con circa 3.300 ceppi per ettaro esposti tutti a nord/est. L’età media della piantagione è di circa 30 anni.

Facciamo così un giro in vigna, per quello che ci è concesso visto il frescolino che pervade la collina in queste ore. Florio ci accompagna raccontandoci, devo dire con maniere estremamente gentili ed animo appassionato, il ciclo del lavoro che accompagna ogni anno la nascita di ognuna delle bottiglie di Rosso (poche) e Brunello di Montalcino che vengono fuori da questo piccolo angolo di paradiso. “Sulla vite si comincia a lavorare sin da gennaio con la potatura secca, durante la giusta fase lunare”. “Poi più o meno ai primi di maggio, poco prima dell’allegagione, facciamo una prima potatura verde: dalle viti togliamo le gemme superflue, i germogli e alcuni piccoli grappoli in modo da agevolare tra i filari ventilazione e quindi un’allegagione ottimale”. “Così nel corso dei mesi continuiamo, dove necessario, ad intervenire in vigna, sino all’invaiatura, contando così di portare a maturazione solo pochi grappoli per pianta che prima della raccolta vengono passati ulteriormente a selezione prima di raggiungere la cantina e quindi la vinificazione”.

Ci spostiamo a questo punto nella piccola cantina, dove – ci racconta sempre Florio, raggiunto frattanto da una delle due figlie – appena dopo una soffice pigiatura il mosto passa, per caduta, in vasche di cemento vetrificato di piccola e media dimensione. La fermentazione è generalmente prolungata a seconda delle caratteristiche dell’annata, avviene comunque lentamente e a basse temperature e con soli lieviti indigeni. Dopo la svinatura e con il passare dei giorni il vino illimpidisce decantando naturalmente, di qui le masse passano in botti di rovere dove vi rimangono per tutto il tempo necessario prima dall’esser pronti per l’immissione sul mercato. Dopo gli assaggi dalle botti – proviamo praticamente tutte le ultime annate dalla scorsa 2010 alla 2008 – raggiungiamo il caldo focolare di casa Martini dove ci attendono le bottiglie di Brunello di Montalcino 2004, 2005 e 2006; assaggi che ancora una volta confermano, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto i cosiddetti vini da agricoltura biodinamica, e qui siamo – in maniera evidente – su posizioni abbastanza integraliste, siano profondamente ed inesorabilmente segnati dall’annata ed in quanto tale tanto vicino all’eccellenza in quelle per così dire “baciate dalla natura” quanto poco emozionali in caso di problematiche causate da millesimi meno lineari o quando condizionate da accadimenti imprevisti.

Così, in sintesi, siamo passati da un più che sufficiente duemilasei, ricco di frutto e di sfumature minerali, estremamente godibile nonostante i tannini un po’ disgiunti, ad un duemilacinque decisamente più diluito, qui dal tannino sopito e di estrema bevibilità mentre, infine, il duemilaquattro si è rivelato estremamente complicato, indecifrabile per buona parte del tempo, tanto che nonostante l’avessimo aspettato a lungo, ci ha fatto a lungo dibattere – sulla sua naturalità, sulla digeribilità, tipicità nonché sulla sua capacità di attraversare il tempo – ma in definitiva, sinceramente, ci ha lasciato discutere senza riuscirne a trovare, a coglierci, quel piacere di bere indubbiamente tanto espressivo nei primi due.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui l’imprevista e l’imprevedibile visita a Cerbaiona;

Qui la visita da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la deliziosa mattinata in compagnia di Franco Biondi Santi e la visita a Casanova di Neri;

Passio 2007 La Sibilla, m’è dolce la falanghina

27 febbraio 2011 by

Conosco Luigi Di Meo ormai da un decennio, negli anni ho imparato ad apprezzare una persona di grandissima levatura umana, semplice, appiccicato alla sua terra tanto che non la lascerebbe mai sul vero senso della parola.

E’ schivo, tanto profondamente restìo ad apparire che ha atteso la maggiore età di due dei suoi tre figli (prima Vincenzo e poi Salvatore, l’ultimogenito è invece il piccolo Mattia) come una manna dal cielo così da poter mandare loro in giro per fiere ed eventi a promuovere e raccontare i loro vini e l’antica storia di fatica contadina che questi  rappresentano, lasciando per se il duro lavoro in campagna con la quale dice di aver un legame profondo tutta una vita. Tra l’altro Vincenzo, il giovanissimo primogenito, è già un validissimo enologo,  oggi detiene lui le redini in cantina, ed è uno degli allievi più stimati di Roberto Cipresso, winemaker di grido ormai internazionale che ha trovato proprio nelle vigne flegree della famiglia Di Meo tanto materiale di studio e sperimentazione.

Il Passio è un vino bianco passito dolce prodotto con uve falanghina dei Campi Flegrei; l’annata duemilasette succede alla già felice duemilacinque, ma non si può dire certo che la gestazione di questo vino non sia stata lunga ed alquanto complessa, durata quasi cinque anni. Cinque vendemmie durante le quali appariva impossibile far quadrare il cerchio. Prima alcune copiose precipitazioni tartariche, poi una partita di tappo difettosi, poi ancora un cattivo andamento climatico ci hanno tenuto col fiato sospeso su un vino al quale sembrava mancare sempre qualcosa per poter gridare «eureka!». Qui però ha avuto giocoforza la caparbietà di Luigi, e soprattutto di Tina, la moglie a cui si deve la ferrea volontà di riuscire in questo vino che ci consegna, ahimè solo in rarissime annate, un nettare prelibato che ha pochissimi rivali in Campania se non lo straordinario passito Eleusi di Villa Matilde di Maria Ida e Tani Avallone. Le uve del Passio provengono da una minuziosa selezione di grappoli surmaturi di un piccolo vigneto proprio nei pressi dell’azienda, lasciati appassire in cantina su di uno apposito stenditoio, fatto di falangi – pali generalmente utilizzati come sostegno per le viti – e fil di ferro, tanto artigianale quanto evocativo di tempi antichi e suggestivi.

La pigiatura avviene con il tradizionale sistema di vinificazione in bianco a temperatura controllata dopo la quale segue un percorso di affinamento in barriques di legno di rovere ed una prolungata  maturazione in bottiglia che alla fine conterà quasi 30 mesi; un percorso tanto lungo quanto necessario per definire un profilo organolettico a dir poco sorprendente. Il vino si presenta con un bellissimo colore oro antico, cristallino, con buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso è particolarmente intenso ed avvincente, su note olfattive di fieno, albicocca secca e miele d’acacia, continua poi su sensazioni eteree, quasi smaltate, caratteristiche proprio della lunga elevazione del vino in legno e bottiglia. Il sorso è dolce, avvolgente, ricco e di notevole persistenza gustativa, chiude con un buon apporto di acidità che ben equilibra l’alto contenuto zuccherino. Un vino dolce importante, per occasioni importanti, da spendere su desserts cremosi e alla frutta oppure sulla tradizionale pasticceria secca; da servire in piccoli calici a tulipano ad una temperatura intorno ai 12 gradi. Sono davvero poche le bottiglie prodotte, appena una manciata, un migliaio, destinate certamente ai migliori ristoranti italiani, altrimenti non vi resta che fare un salto in cantina, che consiglio vivamente di visitare.

Questo articolo è stato pubblicato questa settimana su Pozzuolidice nella rubrica di enogastronomia dove troverete tra l’altro anche ricetta delle Chiacchiere di Carnevale della nostra Ledichef, nonché nuovi spunti per imparare “a leggere” il vino.

Giro di vite a Montalcino, due ore a Cerbaiona

25 febbraio 2011 by

Quando sull’uscio di Case Basse salutiamo Gianfranco Soldera il sole è già calato all’orizzonte, lui – quasi se lo fosse conservato come ultimo dire – ci invita a buttare un occhio al polso e l’altro lì, all’orizzonte, poi sorridendo di gusto ci fa: “andate a dirglielo voi… che io ho smesso più o meno una dozzina d’anni fa: quale altra vigna a Montalcino gode di luce quanto la mia?”.

Con chi ce l’avesse non l’abbiamo mica capito, ma è certo che un personaggio come Gianfranco Soldera e vini come il suo Brunello ti entrano dentro così prepotentemente che se non hai spalle belle larghe e sani principi rischi di perderti, e con te tutto quello che pensavi di sapere, conquistato sul campo al netto di tutte le fandonie che ti hanno raccontato e che ti sei fatto scivolare addosso, pur passate per buone da qualcun altro di cui ti fidavi o magari sul quale contavi. Una vita da sommelier insomma, mica altro!

Mentre mi accingo a pescare il telefono finito da qualche parte nel camper, chiedo a Nando e Dino se non sia disdicevole chiamare a quest’ora – sono da poco passate le cinque del pomeriggio – per una visita in azienda; ma quando, non ricordo nemmeno chi dei due, si ricorda di rispondermi, farfugliando qualcosa, ho già avvisato il sig. Molinari del nostro arrivo lì a Cerbaiona, più o meno in una decina di minuti. Di Diego Molinari non si può dire certo che sia, tra i produttori di Montalcino, il più disponibile; a detta di molti è invero tutt’altro che accomodante; dicono che è più facile scovare una bottiglia delle sue nel New Mexico piuttosto che ti apra le porte della sua cantina.

Chissà, sarà stata la serata giusta, che gli girava bene, forse la gran vena della splendida moglie Nora, tant’è che il maestro (tal è per molti) o altrimenti detto, il comandante – per i suoi trascorsi di pilota d’aereo di linea – quella sera non solo ci ha aperto le porte di casa sua e della splendida suggestiva cantina, ma ci ha intrattenuto a lungo regalandoci momenti di vita vissuta incredibili, dalle prime faticate vendemmie alle “prime folli uscite di testa”- come le chiama lui – di guide e “contractors”; nel mezzo la passione più che l’amicizia dello stimato Cernilli per il Brunello Cerbaiona“ci ha sempre seguito e spronato a fare meglio” – e l’insaziabile ma sempre turbolento mercato americano; “perchè nella convinzione di accontentare tutti va sempre a finire che scontenti qualcuno, così noi non ci siamo mai fatti strane idee, abbiamo sempre tirato dritto, anche quando – durante i giorni dello scandalo, ndr – qualche sprovveduto è andato in giro a dire che avevamo venduto Cerbaiona a chissà chi; ma tu guarda cosa s’inventano pur di cavalcare l’onda!”.

Nei giorni precedenti per la verità gli avevo a lungo chiesto di accoglierci nella sua graziosa cantina, e girando per il paese, conoscendolo, in molti ci davano per spacciati: “E’ un tipo particolare il Molinari, riottoso, poco socievole, provateci pure ma non credo che vi offrirà più d’un saluto telefonico”. E come spesso accade, è stata proprio questa particolare chiusura che ci ha ispirati di più, un po’ come la ricerca di quel forziere dimenticato chissà dove di cui tutti ne parlano e ne vanno alla ricerca ma nessuno sa veramente cosa c’è dentro. E della Cerbaiona, l’azienda di Molinari, se ne parla e come da sempre, sin dalla sua fondazione, alla fine degli anni settanta; il suo Brunello è indiscutibilmente tra i più acclamati ed apprezzati del comprensorio, la stoffa dei suoi vini, forse la più pregiata di questo versante montalcinese, in certe annate quasi inarrivabile, per questo irripetibile.

Dicevo della splendida moglie Nora, donna dinamica e risoluta come poche altre incontrate sino ad ora, è lei, oggi, il vero motore della piccola azienda agricola; basta osservare con quale cordiale osservanza ruba lentamente la scena al marito – giunto frattanto alla decima sigaretta, e siamo qui da poco meno di un ora – sino a coinvolgerci rapiti: intuitiva, solare, affabile, anche quando ha dovuto giustificare al marito che avevamo ritrovato in cantina una bottiglia di Brunello 2004, che lui – precedentemente al suo arrivo nella stanza – ci aveva categoricamente escluso che potesse ancora avere. Assaggiamo con loro, il Rosso 2007, davvero sorprendente, e, in anteprima, il Brunello Cerbaiona 2006, da sgranare gli occhi e… praticamente da masticare a lungo; Ci sottopone poi all’assaggio, senza in verità crederci più di tanto – che sagoma! -, anche il Cerbaiona rosso igt: “beh, c’è stato un momento che m’hanno rotto le balle, loro e ste’uve internazionali, gliel’ho fatto, et voilà; oggi però non lo vuole più nessuno, va in malora!”.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la visita da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la deliziosa mattinata in compagnia di Franco Biondi Santi e la visita a Casanova di Neri;

Tu quoque, Rex Bibendi! Ovvero di uno o due passi di filosofia spiccia di un sommelier

19 febbraio 2011 by

Leggo – lungi da me una tal dotta citazione – che la parola “senso” in filosofia indica la facoltà di percepire l’azione di oggetti interni al corpo o esterni ad esso. Ebbene, questa che segue è una mia – giuro! – breve e personale riflessione sui vari “sensi” con i quali chi come me o voi ci siamo ritrovati, almeno una volta, a fare i conti.

Il senso ideologico, quello che pretende di conoscere i misteri dell’intero processo storico – i segreti del passato, l’intrico del presente, le incertezze del futuro – in virtù della logica inerente alla sua idea. Nel mondo del vino, si nutre di una filosofia, dotta e fine, che ne analizza le origini – della terra e delle persone – fornendone sempre profili suggestivi e storie melanconiche. Non c’è spazio per la nobiltà di taluni, consacrata già dalla storia, ma comunque non tanto ispiratrice; l’ideale è l’uomo (quasi) qualunque, persona dalle mani ruvide, solcate dal tempo e levigate dal freddo, e non importa se può permettersi di giocare in borsa, l’immagine dipinta è di colui che con voce roca richiama l’attenzione del mezzadro del podere vicino e assieme fanno segnale all’orizzonte: dapprima un gesto di stizza, poi di sfida, il raccolto è alle porte. Da berci su secchiate di Lambrusco come dio comanda!

Il senso estetico, ovvero del giudizio di gusto che vuole, il vino – biondo o bruno che sia – bello ed artistico; per taluni muscoloso, anzi, aitante, tanto dal sentirne il profumo non appena gli si tira via il tappo, intriso d’inchiostro e note ferrose, catrame: è ampio, avvolgente, smaliziato, è maschio, virile, avrà mille e più cose da dire! Ebbene, la mia ricerca è volta al fascino delle sottili nuances, della luce che ne attraversa le trame, della profondità negata alla vista ma garantita una volta in bocca, l’insostenibile leggerezza dell’essere. Non è proprio questo il limite del giudizio estetico, dove la teoria del bello soggettivo si scontra con quella naturale che in quanto tale risulta oggettiva? Da berci su un paio di calici di Taurasi di Luigi Moio.

Il senso ludico del vino ti sfiora alla prima sbronza. Per Sigmund Freud il gioco ha una funzione catartica, liberatoria: è lo strumento ideale per liberarsi da cariche emotive e scaricare le tensioni generate dalle pulsioni, come l’aggressività o la libido. Il “piacere” che si accompagna al gioco sarebbe in quanto tale liberazione. Ecco che alla prima interrogazione andata male, un litigio inaspettato con l’amico di sempre, “quella stronza” che continua a fare la stronza, che fai? Aspetti che tutti vadano a letto, convinti che di lì a poco lo faccia anche tu, speri che tua madre – come fa solitamente – rimanga la tavola così com’è senza levarla. Tiri giù il primo bicchiere, non ne sai granché, ma quanto ti basta per capire che tuo padre, alla fine, non è che ne capisca tanto di vino, ma tiri dritto, hai solo piacere di bere, di quella sensazione che poi imparerai a chiamare pseudo-calorica ma che oggi ti provoca solo una certa eccitazione, vana sensazione di sentirti leggero, libero. Invero, libero lo sarai solo quando avrai maturato la consapevolezza di approcciarti al vino con sana sobrietà! Da misurare con una qualsiasi delle amate bottiglie di Falanghina.

Il senso critico, l’obiettività nel giudicare, un vino in questo caso, è cosa per pochi, pochissimi e non di rado questi stessi deludono inesorabilmente. Ecco perché preferisco di gran lunga passare per un folle innamorato del mio lavoro piuttosto che un mediocre cronista di astute e meditate fisime! A parlarne con un bastian contrario qualunque, per esempio Gianfranco Soldera, con un suo Brunello Riserva alla mano.

Il senso pratico l’ho imparato presto, molto presto. Alla prima scala sconti, alla prima promozione lancio, agli albori di quella crisi che molti fanno fatica ancora a deglutire ma che inesorabilmente li ha posti di fronte alla nuda realtà. Chi fa vino e si dice un benefattore, mente. Chi millanta di farlo per il solo piacere di sporcarsi le mani, presto farà due conti e ne converrà che forse è meglio sporcarsi con altro. Chi lo fa per vivere, credetemi, non gli va proprio di lusso ma ha dignità da vendere. Ho sentito – con le mie orecchie – addirittura qualche produttore enunciare frasi di finissima intuizione: “il vino è talmente un dono prezioso del Signore che dovrebbe essere addirittura proibito commercializzarlo!”. Evidentemente ha ben altro di cui vivere. Per qualcuno questo può apparire un senso pratico alquanto sfacciato, a tratti crudo, ma è mai possibile che stiamo ancor lì a menarla? Passerina a vagonate!

Krapfen, e il dolce Carnevale di Graz

18 febbraio 2011 by

Il Krapfen è un dolce nato nel ‘600 e di origine austriaca, per la precisione di Graz, il capoluogo della Stiria, meravigliosa cittadina immersa nel verde. Questo fragrante dolce dal ripieno di marmellata di albicocche, è conosciuto anche in Baviera, come “Faschingskrapfen auf Grazer art”, cioè “dolce di Carnevale alla moda di Graz”, poiché veniva preparato per le feste di carnevale, quando venivano fritti e venduti per strada. Da Graz fu presto esportato a Vienna, quindi nel Lombardo-Veneto e soprattutto in Trentino, dove ancora oggi vengono serviti, ci dicono, i migliori krapfen che si possono trovare in Italia. (A. D.)

Krapfen - foto A. Di Costanzo

Di norma quello che un krapfen deve assolutamente avere per essere considerato tale è il ripieno di marmellata di albicocche – da introdurre prima di friggere il dolce, perchè tutta la pasta ne assorba l’aroma – anche se volendo potreste riempirli con alcune varianti come della crema pasticcera, la cioccolata o altro; e naturalmente la ricopertura di zucchero al velo; La ricetta originaria prevede che debba essere stato impastato e fritto con lo strutto migliore, noi ovviamente vi indichiamo per comodità di utilizzare un buon olio di semi, e di servirlo naturalmente caldo.

Ingredienti:

  • 350gr farina
  • ½ bicchiere di latte
  • 20gr dilievito di birra
  • la scorza di 1 limone
  • Un pizzico di sale
  • 60gr diburro
  • 2 uova
  • 1 bustina di vanillina
  • 70gr di zucchero
  • 250gr di marmellata di albicocche per la ricetta originale (per il ripieno)
  • zuccheroa velo q.b. (per spolverizzarli)
  • olio di semi di girasole (per friggere)

Preparazione: sciogliete il lievito in mezzo bicchiere di latte appena tiepido. Formate con la farina una fontana, unitevi lo zucchero, il burro sciolto, le uova, il pizzico di sale, la vanillina, la scorza di limone grattuggiata ed il lievito. Iniziate a lavorare gli ingredienti con una forchetta, passate quindi ad impastare con le mani; lasciate quindi riposare per almeno due ore avendo cura di coprire con un tovagliolo di stoffa. Successivamente stendere la pasta e ripiegarla più volte su se stessa come se la lavoraste per la pasta sfoglia, ridurla quindi ad uno spessore più o meno di mezzo centimetro e ricavarne tanti dischi di pasta (con un coppapasta o un bicchiere) quanti se ne possono ottenere.

A questo punto riempite la metà dei dischi con della marmellata di albicocche (aiutandovi con un cucchiaino da thè), spennellatene i bordi con dell’albume e chiudeteli quindi con i rimanenti dischi facendo una leggera pressione lungo la circonferenza affinchè si attacchino bene. Lasciate riposare i krapfen ancora una mezz’ora prima di friggerli in olio bollente. Quando saranno cotti toglierli dalla padella e spolverizzarli con lo zucchero a velo.

Napoli, Falanghina Strione di Cantine Astroni ovvero come un bianco si distenda in verticale

17 febbraio 2011 by

Raccolgo l’invito di Gerardo: “dai che domani sarà una bella giornata, ti porto a vedere la vigna del Colonnello ai Camaldoli, e poi, giusto a titolo d’informazione – quando al telefono pronuncia questa frase pare “vederlo” sorridere – François ed Emanuela hanno già messo sul fuoco il ragù…”. Ecco, non si può dire di no ad una carezza del genere, io che tra l’altro, di camminare le vigne non mi stancherei mai!

Invero mi si era detto anche che a fare da sfondo c’era oltretutto l’opportunità di trascorrere una piacevole domenica all’aria aperta con alcuni amici vecchi e nuovi; sapevo infatti che Luciano (Pignataro, ndr) desiderava da tempo ritornare in Cantina Astroni, tre anni dopo aver battezzato proprio lui l’esordio dello Strione (leggi qui), così l’opportunità di riunire intorno a un tavolo i giornalisti dell’Arga Campania e l’Ais Napoli si è resa propizia per saggiarne una breve verticale discutendo sul reale potenziale del vitigno falanghina e della fine intuizione della famiglia Varchetta, lontana ormai più di un lustro, che ha portato alla consapevolezza di produrre nei Campi Flegrei un vino bianco macerato che esuli dagli acclarati canoni estetici e degustativi che vogliono il varietale di queste terre ancorato a parametri di esile bevibilità e stringata complessità.

Lo Strione nasce dalla piccola vigna coltivata sulle pendici del cratere del Parco degli Astroni dove sorge tra l’altro la bella e funzionale cantina, qui la falanghina viene allevata con un impianto guyot bilaterale e rende in vendemmia più o meno 60 quintali per ettaro. La macerazione con le bucce è generalmente – fatte salve le stringenti peculiarità dell’annata – prolungata per tutta o quasi la durata della fermentazione alcolica, l’affinamento e l’elevazione del vino avviene in diverse fasi in serbatoi d’acciaio e in legno nonché in bottiglia per un periodo minimo mai al di sotto dei tre anni. Uscirà infatti solo il prossimo giugno il millesimo 2008 che al momento dell’assaggio risulta imbottigliato da poco più di un mese.

La mia lunga frequentazione con Gerardo Vernazzaro ed Emanuela Russo negli ultimi due anni non mi lascia certamente granché spazio a manifestazioni di sbandierata imparzialità o asettica critica enologica, tant’é che a detta di molti amici, e loro in particolar modo, continuo ad essere – e confesso di credere fermamente di rimanerlo ancora a lungo – la persona meno indicata a scrivere un “redazionale” su un vino del genere, vista la mia contradditoria naturale avversità ai vini bianchi macerati. Risulta curioso oltretutto come al netto delle copiose bevute di Astro spumante condivise, non ricordi di aver mai bevuto lo Strione se non in fugaci assaggi dalle vasche in cantina e comunque mai in un percorso di confronto così interessante come questa mini-verticale. Pertanto con la stessa (o forse ancor più) curiosità dei convenuti, queste sono le mie impressioni che a ragion del vero credo collimino in buona parte con quelle manifestate da Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, e dallo stesso Luciano Pignataro, che ringrazio per avermi invitato a farlo, con i quali ho avuto il piacere di condurre la breve ma intensa sessione di degustazione.

Campi Flegrei Falanghina Strione 2006 La matrice, ad occhi chiusi, condurrebbe senza mezze misure alla recensione di un buon vino rosso adeguatamente affinato, dai tratti caratteriali certamente risoluti ma in buono stato di grazia. Il primo naso è volto a sensazioni terziarie ed in continua evoluzione, le marcate sensazioni volatili iniziali non faticano a lasciare spazio a note molto particolari che virano dai fiori di camomilla disidratati a concentriche sbuffate idrocarburiche nonché nuances speziate di impronta orientale. E’ molto interessante notare come questo vino più venga lasciato ossigenare nel bicchiere più pare tornare indietro; mi spiego meglio: superata la complessa fase olfattiva iniziale incentrata come dicevo su caratterizzazioni molto marcate, comincia invece a giocare di fino su sottili e gradevolissime note balsamiche, mentuccia e salvia in particolar modo. Palato asciutto, debitamente morbido con solo una sottile reminescenza acida sul finale di bocca. Non ultimo il colore, oro pallido di buona limpidezza, segnato dal tempo ma non ancora del tutto superato. Tutta la massa ha fatto macerazione sulle bucce e per tutta la durata della fermentazione alcolica.

Campania bianco Strione 2007 Annata complessa, vino complicato ma non troppo, pur evidente uno stato di forma smagliante e certamente una maggiore consapevolezza da parte di Gerardo di ciò che andava plasmando. Il colore è luminoso perlopiù giocato su un giallo con evidenti sfumature oro; Il primo naso è più ricco del precedente, seppur paghi una fase iniziale maggiormente scomposta, poi, man mano sorprendente; qui si fanno inizialmente spazio un forte sentore di camomilla e mimosa passita ed evidenti note di frutta candita, albicocca in particolar modo. Alla lunga riprende poi, in maniera ancor più elegante, il quadro empireumatico del precedente, rimanendo su una caratterizzazione piuttosto incisiva. In bocca è ricco, prevale certamente la sfrontata morbidezza sulla carica acida, estremamente evidente, in questo millesimo più del precedente, così anche la sapidità, che diviene dopo una lunga ossigenazione, palpabile salinità. La macerazione sulle bucce in questo caso è stata protratta sino ai ¾ della fermentazione alcolica.

Campania bianco Strione 2008 Dei tre l’espressione meno fedele forse all’idea originaria, lontano al momento dalle caratterizzazioni dei primi due, ma senza alcun dubbio quella più elegante, nonché, alla lunga – con tutte le riserve del caso – il vino che si lascerà apprezzare di più per la sua evidente finezza. Di certo, bevuto oggi, con i parametri appena descritti del duemilasei e del duemilasette si lascia, per l’appassionato alla tipologia, ad una non facile interpretazione, poiché all’evidenza nel bicchiere di un deciso salto di qualità verso l’eleganza e la finezza non corrisponde al momento la voluttuosità dei precedenti; E’ chiaro che paga una annata non particolarmente felice, pertanto tanta cautela profusa in fase di vinificazione e quindi di macerazione; per qualche convenuto è un chiaro segnale di reinterpretazione, io credo più semplicemente il manifesto di un’annata fresca o quantomeno poco confacente alla lunga macerazione. Il colore è paglierino tenue, il naso è ancora troppo compìto per offrirsi a divagazioni sul tema, ma la spiccata matrice minerale lascia ben sperare, non mancano comunque interessanti note floreali e fruttate di agrumi. In bocca è secco, bello fresco e di prolungata persistenza gustativa, corroborante quasi. Anche qui è chiara l’essenziale sapidità che rimane per questo vino un marcatore ineludibile. In questo caso la macerazione sulle bucce è stata protratta al 50% della fermentazione alcolica, anche per questo sono proprio curioso di attenderlo per almeno tutto un anno ancora.

Leggi questo articolo anche su www.lucianopignataro.it.

Giro di vite a Montalcino, di Pian dell’Orino e dell’uomo che sussurrava alle piante…

15 febbraio 2011 by

Quando Caroline Pobitzer è giunta a Montalcino dall’Alto Adige, dove è nata e dove prima di allora si occupava della proprietà della sua famiglia, un grande castello rinascimentale – Castel Katzenzungen– ai cui piedi vive un’immensa vite di oltre seicento anni d’età, aveva certamente le idee già ben chiare su quale fosse la filosofia da seguire nella nuova splendida proprietà a Pian dell’Orino; poco più di tre ettari giardino sistemanti ad un tiro di schioppo da quel Greppo dei Biondi Santi tanto famoso nel mondo quanto, per molti, icona inarrivabile.

L’incontro con Jan non ha solo consolidato un progetto aziendale se vogliamo già forte, rendendolo oltretutto univoco dopo il loro matrimonio, ma lo ha reso sensibilmente proiettato nel futuro di una terra fortemente contesa che solo nelle radici più forti sta lentamente ritrovando, dopo brunellopoli, la sua vera essenza, quell’autenticità da tutti sospirata ma da pochi palesata in maniera così pregnante come qui a Pian dell’Orino.

Jan Hendrik Erbach è invece nato e cresciuto a Karlsruhe, in Germania, ha studiato a lungo viticoltura prima di arrivare alla prestigiosa Accademia di Geisenheim dove ha completato la sua formazione professionale; da qui, dopo gli studi, ha vissuto e lavorato per alcuni anni in Francia, maturando una lunga esperienza soprattutto in merito alla viticoltura cosiddetta naturale, una vocazione questa che lui stesso difende strenuamente dalla volontà di molti che tendono stupidamente alla sua banalizzazione – i suoi rimedi e le pratiche antiche e consolidate nel tempo, per esempio – nel solo intento di etichettarla per meri fini commerciali. E’ per questo che ci tiene a sottolineare quanto “in una viticoltura sana ed equilibrata non si deve aver necessità di sposare questa o quella teoria, fare sfoggio di questa o quella filosofia”, “la terra ci parla, ci chiede e ci racconta, basta saperla ascoltare o meglio, leggere”; ecco perché alla fatidica domanda “ma siete biodinamici?” non si scompone: “Non abbiamo necessità di sfoderare una filosofia produttiva, la nostra bibbia è la nostra esperienza, il vino si fa a questo modo, devi conoscere il tuo terreno, le tue vigne, l’ambiente in cui crescono e qui devi sapere dove e come poter e non poter mettere le mani; il resto, la cantina, c’entra tanto o poco a seconda di che uva ci porti dentro, il tempo poi ti dirà dove puoi arrivare con i tuoi vini, a te basta saggiarli e decidere”.

Prima di partire per questo viaggio era doveroso cercare di carpire quante più informazioni possibili sulle aziende e sui vini che saremmo poi andati a scovare, riducendo così al minimo, dove possibile resettandole, le antiche e conservatici memorie in materia. “Il Brunello di Montalcino di queste terre, di questa in particolare – ci dice in sintesi Jan – altro non è che lo specchio del sangiovese cresciuto sui terreni sassoso-galestrosi di questa regione a nord del Monte Amiata”, esprime quindi, “proprio tutte quelle asperità, quelle complessità di un ambiente inoltre fortemente condizionato dalla particolare situazione pedoclimatica, difficile, ma forse proprio per questo, unica al mondo”. A Pian dell’Orino si seguono poche regole e fermamente radicate in quella che per ragioni di sintesi chiamerò biologica (o se preferite un estremismo tanto amato, ancor più conservatore, biodinamica) ma che in effetti rincorrono ed esigono un risultato finale di tal finezza ed eleganza – pienamente colti in tutti gli assaggi effettuati, dalle botti come nelle bottiglie – che mi verrebbe da dire, a certi soloni del biopensiero in particolare, che prima di sparare cazzate su certe “caratteristiche e tipiche puzzette” vengano un paio di mesi a lezione da Jan e Caroline!

Complessivamente il vigneto aziendale conta circa 6 ettari di cui almeno tre proprio qui intorno alla casa-cantina, piantati con una densità di impianto di 4.500 piante/ha dalle quali si ottiene mediamente una resa massima che a seconda dell’annata si aggira fra i 30 e i 60 qli. La biodiversità qui è un valore assunto ineludibile, come detto, pertanto per incrementarla nelle vigne, viene praticato costantemente un sostanzioso inerbimento con semi di leguminose, graminacee, cereali ed erbe officinali – queste ultime tra l’altro utilizzate per le tisane somministrate per rafforzare il loro sistema immunitario – cercando di creare così un ambiente favorevole allo sviluppo di popolazioni variegate di insetti, rettili, volatili e piccoli animali utili all’incremento della vitalità del terreno ed alla competizione biologica verso parassiti nocivi. Poco, ma indispensabile l’utilizzo del solfato di rame per alcuni trattamenti che comunque non prescindono da principi ancor più rigidi dei vari “protocolli” sviluppatisi intorno alla biodinamica e fortemente caratterizzanti la conduzione del vigneto da parte di Jan e dei suoi collaboratori.

In cantina non vengono perseguite tecniche invasive durante la fermentazione (tipo rotatori, pale ecc…) che avviene lentamente ed in maniera spontanea, con fermenti indigeni e quindi non di colture batteriche commerciali; le varie pratiche di decantazione avvengono per caduta naturale seguendo i diversi livelli su cui è costruita la cantina – essenziale, senza cioè nessun viaggio introspettivo architettonico, e tra l’altro perfettamente integrata nel paesaggio, ndr – mentre per i vini non v’è chiarifica se non la naturale precipitazione dei depositi; è bassissimo l’uso della solforosa, “affinché si riesca a garantire al vino piena salubrità ma anche che rimanga perfettamente digeribile”.

La produzione prevede essenzialmente tre vini, il Piandorino, un rosso giovane, da consumare velocemente e che esce come igt, un Rosso di Montalcino, dove è già espressamente tangibile lo straordinario lavoro in vigna – il 2008 mi è parso tra i più buoni mai bevuti prima – ed il Brunello Pian dell’Orino propriamente detto, che nelle migliori annate, come il 2006 bevuto praticamente in anteprima, rappresenta secondo me, un vero e proprio piccolo gioiello di vino-frutto e ficcante mineralità; fattostà che proprio con il 2006, il prossimo anno uscirà anche, per la prima volta, una Riserva, con le uve raccolte perlopiù a pian Bossolino e Cancello Rosso in località Castelnuovo dell’Abate, tra i più vocati del territorio e dove tra l’altro ricadono le vigne di un altra azienda fuoriclasse, Stella di Campalto, che non riusciremo a visitare in questi giorni solo per mancanza di tempo ma di cui possiamo solo pensarne bene tanta è la considerazione che gli stessi Caroline e Jan, di cui ormai ci fidiamo ciecamente, manifestano apertamente.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita del pomeriggio da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la deliziosa mattinata in compagnia di Franco Biondi Santi e la visita del pomeriggio a Casanova di Neri;

Giro di vite a Montalcino, Gianfranco Soldera e quell’insostituibile legge naturale dell’essere…

14 febbraio 2011 by

Mi è sempre risultato difficile pensare a chi produce vino – dei sublimi piaceri, quest’ultimo è se vogliamo, quello più effimero – come un idolo o un mito, ma allo stato dei fatti non posso negare che presentarmi dinanzi al cancelletto di Case Basse e ritrovarmi un attimo dopo il sorriso di Gianfranco Soldera lì di fronte, un certo effetto, debbo ammettere, me lo ha fatto eccome!

Di lui si dice che sia un tipaccio, dal carattere fumantino, che sia oltremodo schivo, alquanto solitario, poco socievole, presuntuoso: e direi che non è poco. Io credo di aver conosciuto una persona che sa molte cose di vino, e già prima di farlo a Montalcino, quando vi è arrivato nel ‘72 dopo aver vanamente cercato di stabilirsi in Piemonte, nelle Langhe; certamente è uno molto sicuro di se – e a parlarci francamente, tremendamente severo con gli altri – convinto del fatto che per raggiungere il massimo bisogna fare almeno un po’ meglio di quanto si abbia intenzione di fare. Personalmente ne sono rimasto sinceramente impressionato, dalla sua dotta franchezza più che dall’inutile presunzione che sì, su certe argomentazioni, traspira parecchio, ma in fin dei conti ciò che pensa Gianfranco Soldera del vino e di come si faccia il vino a Montalcino o come si possa fare un grande Brunello, lo pensano in tanti, il problema è che non tutti hanno il suo stesso coraggio nel farlo per davvero così!

Dicevo del suo arrivo a Montalcino, 39 anni fa, in questo pezzo di terra che mai aveva visto una vigna prima di allora, ma nemmeno del grano o altro, tanto era povero ed austero. “Ideale per piantarvi il Sangiovese Grosso!”ci dice sorridendo. Per almeno vent’anni, sino a metà anni ottanta ha fatto avanti e indietro per Milano dove ha continuato a curare i suoi affari prima di stabilirsi definitivamente a Case Basse. L’azienda agricola, di circa 23 ettari ha appena una manciata di questi, 8 per la precisione, a vigneto – suddiviso perlopiù tra Case Basse propriamente detto (6,5 ha), il primo impianto, e Intistieti (1,5 ha), più giovane di qualche anno – poi ulivi, un bel pezzo di bosco di querce ed un parco botanico immenso tanto quanto i dintorni della casa che si allungano sino ad un piccolo stagno artificiale (“il brodo primordiale”, ndr), a due passi dalla cantina, giardino di cui se ne occupa ancora oggi in prima persona la signora Graziella, grande appassionata; qui troviamo, proprio dietro la casa, l’antica fontana con al centro il delfino disegnato sulle etichette del Brunello di Montalcino Riserva Case Basse (finalmente!), poco più in la invece, a leggere alcuni cartelli sbiaditi dalle ultime ghiacciate e poggiati ai piedi delle aiuole, non si fa fatica a capire della enorme passione per la ricerca di piante e rose dal valore antico ed arbusti unici nel loro genere: ma oggi non riusciremo certo a goderne appieno delle bellezze, non fosse altro perché siamo in pieno inverno ed oltretutto ha da poco nevicato, ma da come è strutturato tutto il giardino non è difficile intuire come qui in primavera sia un festival di colori e profumi perfettamente calzante all’ideale naturale alla base del progetto Case Basse ed alle intenzioni dei Soldera di dare rifugio e nutrimento ad uccelli ed insetti e a i vari impollinatori notturni tanto indispensabili per ristabilire costantemente l’ecosistema circostante.

Le uve vengono vinificate solo in tini e botti di rovere che stando alle naturali condizioni di cantina non necessitano di controlli di temperatura o altro, ai mosti non si aggiungono lieviti, il processo fermentativo è assolutamente naturale e con lieviti indigeni. Vengono invece effettuati parecchi rimontaggi sino alla naturale saturazione della fermentazione. A guardarsi intorno è evidente come il volume della cantina, disegnata dallo stesso Soldera e realizzata dall’architetto Lambardi, costruita oltre i quattordici metri sotto terra e solo con materiali naturali, “senza nemmeno un spolverata di cemento”, sia particolarmente sproporzionato rispetto alle botti che contiene e soprattutto al numero di bottiglie che vengono fuori da queste, appena 15.000, ma evidentemente l’idea di grandezza che nutre Soldera per il Brunello passa anche dalla mastodonticità delle spesse mura di roccia naturale che circondano e proteggono le sole 12 grandi botti di rovere di Slavonia, talune da 65 ettolitri, altre da 75, incastonate tra le grosse travi in ferro Corten.

Sempre guidati dal buon Gianfranco assaggiamo a questo punto qualcosa ancora in elevazione nelle botti, scegliamo la Riserva Case Basse 2005, già straordinariamente fine ed elegante, nonché particolarmente sapida, e poi un suggestivo quanto incredibile 2010, che per quel che vale un assaggio del genere, già appare come materia viva finemente plasmata, e che se non fosse uno spreco del signore, ce ne saremmo volentieri scolato un paio di bottiglie, tanto succoso e ricco ci è apparso! Infine, è curioso sapere che Soldera mette in bottiglia il suo Brunello direttamente da ogni singola botte, senza fare quindi massa unica prima di passarle all’imbottigliamento; gli abbiamo chiesto, non si rischia così di avere sul mercato bottiglie della stessa annata con caratteristiche peculiari che possano differire tra loro? “E chi mai ci dice che facendo massa unica non accada lo stesso?” poi ancora, “Le dirò di più, trovo assolutamente insensato creare una omogeneità per vini che comunque evolveranno in bottiglia per almeno dieci o vent’anni, in maniera completamente autonoma e diversa le une dalle altre?”. Beh, come seconda giornata, credo possa bastare, non male direi…

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la straordinaria visita in Biondi Santi e l’incursione da Casanova di Neri;

Sant’Angelo in Colle, Ristorante il Leccio

11 febbraio 2011 by

Ci sono certi luoghi che proprio non debbono mancare nel tuo palmarès di buongustaio, e che non puoi fare a meno di raccontare e consigliare. Il Leccio è uno di questi e vi racconto perché.

Montalcino è un luogo culto per il vino, non si fa fatica a pensarlo e nemmeno ad accorgersene non appena una volta che ci hai messo piede; chi però pensa a questi luoghi anche come papabile meta gourmet non abbia a che nutrire aspettative poiché non farà fatica a rendersi conto che si sbagliava, e se gli va male, di grosso! Strano ma vero, un posto dove girano ogni anno centinaia di migliaia di persone che spendono cifre folli per visitare aziende e bere i loro Brunello e nemmeno un buco dove consacrarsi al dio del cibo? Non proprio, ma poco ci manca.

Il centro cittadino è ricco di piacevoli e suggestivi bistrot, enoteche con mescita, trattorie, sicuramente all’altezza di garantire un servizio essenziale ed un pasto decente, ma parecchio distanti da certi canoni che potremmo definire di fine dining che talvolta si ricercano. Il tempo è il grande imputato, si dice che chi vive questi luoghi è gente di passaggio, sono visitatori mordi e fuggi, quindi hanno poco tempo, o sono gruppi organizzati, che di tempo ne hanno ancora meno; ecco allora che l’offerta si adegua alla domanda: veloce, essenziale, seppur non proprio economica, come qualcuno potrebbe presumere.

E’ quindi un turismo particolare, di enomaniaci, che garantisce un flusso di massa debordante in alcuni momenti dell’anno ma che appena dopo la vendemmia va assopendosi sino ad addormentarsi del tutto, sino alla Pasqua successiva. Al quale si è contrapposto quindi una offerta senza troppe variazioni sul tema. Ok, ma gli indigeni, che fanno, non escono mai? Si direbbe di sì, ovvero quando escono non vivono il circondario se non quei due o tre indirizzi sicuri e comunque tendenzialmente preferiscono andare fuori zona. E allora, dove andare a mangiare, per esempio in gennaio? Beh, c’è un solo posto dove assaporare i vecchi e gustosi sapori della cucina tradizionale locale, basta fare un salto a Sant’Angelo in Colle, al ristorante Il Leccio.

Sant’Angelo in Colle è un piccolo gioiello a pochi chilometri da Montalcino, il borgo fortificato è di piccole dimensioni e dall’alto dei suoi 500 metri guarda il panorama circostante in tutte le direzioni: dai fitti boschi di lecci e macchia mediterranea che salgono fino a Montalcino, al possente e selvaggio Monte Amiata fino alla vasta pianura della Maremma. Il piccolo paese, dominato all’ingresso dalla possente torre del cassero, edificato a raggiera, ha strade concentriche con al centro la chiesa principale ed il palazzo dei notabili. E’ ancora perfettamente conservato e la sua piazza è dominata dalla chiesa romanica di San Michele Arcangelo.

Il ristorante di Luca Tognazzi si trova proprio sulla piazza principale del paese, a due passi da uno splendido affaccio sulla Maremma. La famiglia è stata tra l’altro per almeno vent’anni all’antica Fiaschetteria di Montalcino in pieno centro storico, e da qualche anno si è spostata tutta qui a Sant’Angelo in Colle per curare in maniera più adeguata i suoi vecchi clienti.

L’ambiente è molto caldo, arredato con gusto e senza troppi fronzoli; il servizio è cortese, di grande disponibilità ed affabilità, i tavoli, dato lo spazio interno piuttosto limitato non godono di spazi di tranquillità sufficienti, ma anche in una serata abbastanza frequentata non si può certo dire di essere stati male, tutt’altro. La cucina è davvero ottima, abbiamo mangiato sì piatti semplici, ma senza stravaganze empiriche, e di gran sapore ed autenticità, proprio quello di cui eravamo alla ricerca. C’è anche una interessante proposta di primi, che a sentirne i profumi non deve essere male, ma in vena di Brunello di Montalcino Pian dell’Orino abbiamo optato per i piatti di carne. Delicati e finissimi, pur nella loro essenzialità, i dolci.

La carta dei vini è ampia e ben curata, i ricarichi nella norma, naturalmente è incentrata sul territorio – qualche concessione solo al bolgherese ed appena un paio di Chianti – con bottiglie classiche ma anche tante belle chicche e novità che non ci siamo fatto mancare di raccomandare dal padrone di casa. La piccola e suggestiva cantinetta, collocata proprio sotto la cucina, è fornita costantemente dall’enoteca di famiglia posta proprio di fronte al ristorante, dove tra l’altro ci si può divertire parecchio a scoprire tutte le novità del panorama montalcinese con una interessante mescita, contrariamente a quanto si pensi infatti, il comprensorio qui è molto più dinamico di quanto appaia. Il Leccio è un indirizzo da non mancare, e se andate per quelle terre prossimamente, non perdetevelo, è garantito al cento per cento!

Ristorante Il Leccio
S. Angelo in Colle
Via Costa Castellare
Telefono 0577. 844 175
www.trattoriailleccio.it

Brunello di Montalcino 2006 Pian dell’Orino, piccolo capolavoro in perfetto stile naturale!

10 febbraio 2011 by

Come innamorarsi ancora una volta di un vino o di un’azienda? Ve lo spiego io, avere la fortuna di incontrare e lasciarsi prendere letteralmente per mano da persone come Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach!

Pian dell’Orino conta circa 6 ettari di cui almeno tre intorno alla casa-cantina, a due passi dalla Tenuta Greppo di Biondi Santi con la quale sono confinanti; sono piantati con una densità di impianto di 4.500 piante/ha dalle quali si ottiene mediamente una resa massima che a seconda dell’annata si aggira fra i 30 e i 60 qli. La biodiversità qui è un valore assunto ineludibile, e per incrementarla nelle vigne, viene praticato costantemente un sostanzioso inerbimento con semi di leguminose, graminacee, cereali ed erbe officinali – queste ultime tra l’altro utilizzate per le tisane somministrate per rafforzare il loro sistema immunitario – cercando di creare così un ambiente favorevole allo sviluppo di popolazioni variegate di insetti, rettili, volatili e piccoli animali utili all’incremento della vitalità del terreno ed alla competizione biologica verso parassiti nocivi.

In cantina, non vengono perseguite tecniche invasive durante la fermentazione che è assolutamente lenta e spontanea, con fermenti indigeni e quindi non inoculati utilizzando colture batteriche commerciali, le varie pratiche di decantazione avvengono per caduta naturale seguendo i diversi livelli su cui è costruita la cantina – essenziale, senza cioè nessun viaggio introspettivo architettonico, e tra l’altro perfettamente integrata nel paesaggio, ndr – mentre per i vini non v’è chiarifica se non la naturale precipitazione dei depositi; è praticamente inconsistente l’uso della solforosa, “affinché si riesca a garantire al vino piena salubrità ma anche che rimanga perfettamente digeribile”, dice Jan.

La produzione prevede essenzialmente tre vini, il Piandorino, un rosso giovane, da consumare velocemente e che esce come igt, un Rosso di Montalcino, di cui però ne parlerò specificatamente in un prossimo post, avendone portato via qualche bottiglia ad uso, per così dire personale, ed un Brunello di Montalcino propriamente detto, che nelle migliori annate, come proprio la 2006, bevuta praticamente in anteprima, rappresenta un vero e proprio piccolo gioiello di vino-frutto e ficcante mineralità; proprio con questo millesimo tra l’altro, il prossimo anno uscirà anche, per la prima volta, una Riserva, con le uve raccolte perlopiù a pian Bussolino e Cancello Rosso in località Castelnuovo dell’Abate, tra i più vocati del territorio. Il colore di questo sangiovese riappacifica con la tipologia, è bello, vivo, profondo. Il primo naso è un effluvio di piacevoli sensazioni varietali che lentamente lasciano la scena a sottili note tostate e terziarie che vengono fuori a rendere complessità ad un timbro olfattivo già di per se intenso e verticale. Il frutto, polposo, croccante è in primo piano anche in bocca, il percorso di invecchiamento, il legno per intenderci, incide poco o nulla sulle primarie sensazioni gustative, è assolutamente ben fuso, tutt’uno si direbbe, con la materia.

Un aspetto che impressiona di questo vino, che lo rende cioè pienamente godibile sin da ora, è la spiccata sapidità che chiude il finale di bocca dopo l’importante impronta acido-tannica che gradevolmente pervade il palato al primo sorso, poi giustamente ammantata da un altrettanto importante apporto glicerico. E l’eleganza, commista alla finezza dei tannini. In definitiva un vino sul quale si possono tranquillamente aprire le scommesse sulla sua durata nel tempo ma del quale, a me personalmente, interessa quanto, e più, riesce a garantirmi oggi, una volta stappata la bottiglia: da quel che ho bevuto, puro, significativo ludico piacere. Che l’annata in questione sia forse la migliore dell’ultimo lustro non v’è dubbio, ne abbiamo avuto oltretutto conferma bevendo altre signore etichette come per esempio il Cerbaiona di Diego Molinari e Il Paradiso di Manfredi; il vino di Jan e Caroline non è assolutamente da meno!  

Giro di vite a Montalcino, alla scoperta del mito Brunello da Biondi Santi a Casanova di Neri…

8 febbraio 2011 by

E’ notte fonda quando arriviamo a Montalcino, sulla strada, sin dalle prime curve che da Chiusi-Chianciano ci hanno condotto qui, la neve, copiosa, riveste i tetti e le mura di cinta delle piccole case in pietra che scorrono ai lati lungo la via. Troviamo riposo nella piccola area di sosta comunale, giusto ad un tiro di schioppo dalla Fortezza; l’aria lì fuori è gelida, il termometro sfiora lo zero, ma il camper è a dir poco confortevole ed il nostro entusiasmo arriva praticamente alle stelle, a guardar fuori, da qui luccicanti e splendenti come non mai.

L’indomani, il giorno uno, ci incamminiamo sulla strada per il Greppo, la storica dimora della famiglia Biondi Santi, 25 ettari di giardino sotto al cielo, a pensarci bene la casa del Brunello, nato tra l’altro proprio qui, tra queste vigne e queste mura verso metà ‘800, per opera di Clemente Santi, nonno di quel Ferruccio – frattanto divenuto già Biondi Santi – che proprio sul finire di quel secolo faceva muovere i primi, importanti passi in giro per il mondo a quel “vino brunello” consacrato poi alle grandi tavole dal figlio Tancredi, e che oggi continua a vivere per mano di suo figlio, Franco, classe 1922 e maniere da galantuomo da vendere: insomma, in definitiva un mito, non più classificabile semplicemente come un vino! Con me pochi amici, uno imperdibile, tal Nando Salemme e poi Dino e Alessandro, con i quali cammineremo nei prossimi giorni le vigne più suggestive di Montalcino alla ricerca di quel Santo Graal tanto prezioso ed ambìto – pur vituperato dall’ignobile scandalo di brunellopoli che è inutile nasconderlo, aleggia ancora nell’aria – quanto praticamente introvabile.

Arriviamo al Greppo a metà mattinata, sono passate da poco le dieci, il lungo viale di cipressi che dalla strada statale conduce alla tenuta pare accompagnarti nella storia, ed in verità lo fa; ai lati, s’intravedono giù per la collina le vigne spoglie, alcune già potate e rilegate, tutte tinte di un bianco candido come se stessimo in paradiso. Bussiamo ad una piccola porticina, ad aprirci lui, Franco Biondi Santi in persona: che emozione! Si può pensare ai successivi dieci/quindici minuti come un tuffo nella più comune delle situazioni del genere, dove l’imbarazzante atmosfera accademica rischia sempre di prendere il sopravvento, un classico dovuto insomma; saranno invece più di due ore di appassionante storia di vita vissuta, cominciate con una piacevolissima chiacchierata intorno al focolare di casa, vis à vis con almeno cento anni di storia sociale e culturale di Montalcino e non solo, e terminate, dopo una accurata e particolareggiata visita in cantina (che suggestiva!) – accompagnati stavolta da una brava e cordiale collaboratrice – con la degustazione di tutti i vini prodotti al Greppo: il Rosato, annata 2007, nato come omaggio all’amata moglie del dottor Franco, stufa – si dice – di veder macchiate di rosso le tovaglie di casa ed oggi vino particolarmente amato dai francesi; il Rosso 2008, austero e risoluto come pochi altri della denominazione, e per finire, il superbo Tenuta Greppo Annata 2006, un Brunello di Montalcino manifesto di un territorio, di questa vigna, e a guardarci in faccia, con molta probabilità la migliore delle porte che potevamo imbroccare per vivere poi con il giusto piglio le esperienze dei giorni a venire; non a caso, è questo, a detta di molti appassionati storici alla tipologia, quell’archetipo del Brunello da molti ricercato e (quasi) impossibile, a quanto pare, da replicare altrove!

Il sole inizia a farsi tiepido, è già primo pomeriggio, lasciamo il Greppo e riprendiamo la strada statale verso Montalcino, ci attende a pochi chilometri, sulla strada per Torrenieri, Giacomo Neri; il suo vino è da molti considerato l’altro Brunello, la sua azienda, Casanova di Neri, indubbiamente capace in poco più di un ventennio di stravolgere letteralmente gli equilibri locali, affermandosi in tutto il mondo come un nuovo riferimento assoluto, certamente di slancio moderno, diciamolo pure, con vini dai tratti caratteriali palesemente internazionali – l’uso della barrique, e qualche legno di poco più grande, qui hanno praticamente sostituito in toto le grandi botti – ma senza alcun dubbio ognuna delle bottiglie che viene fuori da questa cantina non si può certo additare per mancanza di carattere, tutt’altro, magari ci si potrebbe interrogare su quanto risultino marcate dal manico più che dal terroir, ma stilisticamente rimangono ineccepibili e, avendo avuto la fortuna di bere dei suoi Brunello, del Cerretalto in particolare, più di un millesimo, chiaramente riconducibili all’autore.

L’azienda, nata a fine anni settanta, vanta oggi poco più di 36 ettari di vigneto suddivisi in quattro appezzamenti collocati nel circondario ilcinese in posizioni diverse e ben distinte: Le Cetine a Sant’Angelo in Colle, il Cerretalto ed il Fiesole nei pressi dell’omonimo casolare di fronte a Montalcino (sede della cantina) ed il Pietradonice, a Castelnuovo dell’Abate, destinato però alla piantagione delle varietà internazionali lavorate secondo la d.o.c. Sant’Antimo. La cantina è di quelle belle grosse, delle più moderne, l’acciaio, tanto, reso fondamentale nelle fasi di vinificazioni; camminando i locali, distribuiti su più livelli sottoterra, sono certamente differenti le sensazioni provate alla Tenuta Greppo, piccola e suggestiva com’è, ma come si è detto, qui siamo ad un approccio più moderno, figlio senz’altro di quell’espansione sui mercati esteri tanto discussa, e discutibile per certi versi, ma assolutamente indispensabile per dare continuità e vigore ad un territorio, diciamolo pure fuori dai denti, ritrovatosi nel dopoguerra praticamente abbandonato a se stesso ed in poco più di vent’anni, siamo negli anni settanta, pietra miliare ricercata da tutti nel mondo.  E Giacomo Neri di questo ne ha saputo fare tesoro, e di quanto sia stato bravo nel vestire i suoi vini di carattere e personalità te ne accorgi non appena metti il naso nei calici colmi dei suoi vini; dalla coscritta ruvidezza del suo Rosso di Montalcino, all’immediata espressività del suo BrunelloEtichetta Bianca”, rimasto, ci dice, “tal quale a come lo amava papà Giovanni”. I fuoriclasse però rimangono il Cerretalto, prodotto solo nelle annate eccezionali, con quella sua spiccata mineralità e quell’inconfondibile timbro ferroso ed il Tenuta Nuova: di quest’ultimo, il 2006 è a dir poco spettacolare, di una compostezza fuori dal tempo, succoso e potente ma di rara, rarissima eleganza.

Ci concediamo da Giacomo e la splendida cordiale moglie Enrichetta, ci mettiamo alle spalle questa prima giornata a Montalcino; il mito, Franco Biondi Santi, ci ha donato con le sue parole, la sua esperienza, l’essenza di questa terra; Giacomo Neri, come noi figlio del nostro tempo, ci ha mostrato, forse, il futuro. Noi crediamo di aver colto un sacco di cose in più, un mare di sensazioni, palpabili, che ci lasciano pensare che a volerlo solo immaginare quanto sia esaltante un tour per le terre montalcinesi, solo una prima tappa del genere può riuscire ad azzerare tutto quello che credi di aver imparato, che sei convinto di sapere, su questi luoghi, su queste persone, questo vino, per poi capire e comprendere, sino in fondo, tutto quello che verrà nei prossimi giorni.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita a Case Basse di Gianfranco Soldera;

Qui la piacevole scoperta di Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Campi Flegrei Piedirosso Riserva Montegauro 2007 Grotta del Sole, la storia nel bicchiere…

6 febbraio 2011 by

La settimana scorsa per motivi di lavoro ho trascorso alcuni giorni a Montalcino, in provincia di Siena. A leggere alcuni numeri – il comune conta poco più di cinquemila abitanti per non più di 260 kmq di territorio – si penserebbe a nient’altro che a un piccolo punto sulle mappe stradali, mentre a parlar di vino, nescienti del fenomeno storico, a poco più di una goccia nel mare magnum dell’enologia italiana.

Eppure questi luoghi sono vissuti e riconosciuti da tutto il mondo, e qui, anche in pieno inverno, in gennaio e con le colline di neve imbiancate, non è difficile incontrare, pure in tempo di crisi, turisti e viaggiatori in cerca di scoprire e capire quel luogo che ha dato i natali ad uno dei vini più preziosi ed ambìti al mondo: il Brunello di Montalcino, appunto.

Così, ispirato anche dall’indimenticabile incontro con Franco Biondi Santi, erede della più antica famiglia di vignaioli in Montalcino e produttore di quello che oggi è considerato l’archetipo del vino Brunello, dopo l’esordio dedicato a Raffaele Moccia, tra i più validi interpreti moderni della viticultura flegrea, ho pensato per questa uscita che fosse opportuno, necessario mettere un punto fermo anche sulle origini e la storia della vitienologia flegrea, partendo col raccontarvi di un vino, il Montegauro di Grotta del Sole, ed una famiglia, i Martusciello, che senz’altro rappresentano ad oggi – fatte naturalmente le dovute proporzioni storico, culturali e sociali che ci separano anni luce dalla vitivinicoltura toscana – ciò che i Biondi Santi sono per Montalcino, ovvero la massima espressione tangibile della loro terra in giro per il mondo.

I Martusciello quindi iniziatori di quello che poco più di vent’anni fa, in piena epoca di cementificazione, appariva pura utopia per i Campi Flegrei, la valorizzazione delle risorse agricole, di quella terra, la vigna, i suoi frutti, visti non più come facili prede del calcestruzzo ma bensì come preziose opportunità di creare economia sul territorio, quel territorio, non dimentichiamocelo, a quel tempo ancora profondamente segnato socialmente dallo sgombero del Rione Terra dei primi anni settanta e moralmente devastato dal terremoto-bradisismo dei primi anni ottanta. Fu quella, fine intuizione commerciale o inguaribile follia di un generoso atto d’amore per i Campi Flegrei? Nell’uno o nell’altro caso, a guardare il risultato, vero e proprio rinascimento viticolo flegreo.

Il Montegauro, prodotto con uve per’ e’palummo in purezza, è vinificato e invecchiato con sapiente utilizzo di legno di rovere francese, e sin dai suoi esordi, a metà anni novanta, ha sempre impressionato per qualità e finezza; certo che le prime annate, soprattutto a distanza di anni, hanno mostrato qualche problema nel reggere il tempo, pur concedendosi in qualche gradita sorpresa. Ricordo infatti, a tal proposito, un 1997 bevuto poco più di un anno fa e ritrovato in grandissimo spolvero. Il millesimo 2007 invece ha un bel colore rubino a dir poco cristallino. L’annata, rivelatasi particolarmente calda e austera, ha condensato in questo vino tanta materia che si manifesta attraverso un bouquet ampio e complesso composto di sentori di fiori e frutti rossi ed un gusto alquanto deciso, ricco, profondo, di sontuosa bevibilità, lontano dalla più comune interpretazione del vitigno, che taluni vogliono scolorito, leggiadro e spesso senza nerbo; Il Montegauro è indiscutibilmente l’accezione più alta del piedirosso ascrivibile ai Campi Flegrei, da guardare come riferimento assoluto sul piano del suo massimo potenziale espressivo. Un vino eccellente, manifesto di questa splendida terra che vuole parlare al mondo, aspettando che si decida finalmente, e lo dico a viva voce ai nostri amministratori, che la finiscano di mercanteggiare utopie come se fossero sogni nostri e che comincino costoro a lavorare seriamente affinché il mondo possa finalmente parlarci da vicino, magari camminandola la nostra terra. E Montalcino in questo è di molto più grande!

Questa settimana su Pozzuolidice nella rubrica di enogastronomia dove troverete anche una deliziosa ricetta della nostra Ledichef oltre che nuovi spunti per imparare “a leggere” il vino.

Pienza, Agricampeggio Podere il Casale

6 febbraio 2011 by

I “camperisti” hanno regole strette e precise, e la stessa libertà di cui godono nel girare il mondo sanno trasformarla in fermezza e rispetto per le regole. Così non è difficile pensare che chi ami girare in camper sia allo stesso tempo un amante della natura ed uno strenuo difensore delle sue risorse, luoghi e bellezze incontaminate. E se a questo sei capace di avvicendare palato fino e passione per la buona ricerca enogastronomica, allora sei proprio a posto!

Il recente viaggio a Montalcino ci ha riservato, tra una visita e l’altra in diverse cantine, anche piacevoli fuori programma  dettati da quella strenua ricerca di quei sapori tanto pubblicizzati quanto più spesso evidentemente di facciata e di sovente prodotti con materie prime certamente non indigene se non addirittura partoriti altrove per essere in loco solo etichettati, e quando possibile, brevemente stagionati; stiamo parlando naturalmente del Pecorino di Pienza.

Così mossi dalla irrenefrenabile voglia di camminare le campagne di Pienza, al nostro capitano di ventura Nando Salemme è venuta la brillante idea di andare a trovare una sua vecchia conoscenza, Ulisse, svizzero-tedesco che più o meno vent’anni fa, dopo l’ennesima rottura di coglioni al paese suo, ha mollato tutto per trasferirsi con la moglie nelle campagne senesi ad allevare animali e coltivare la terra; ed io di certo non potevo non raccontarvi di questa piacevole scoperta.

l’Azienda è completamente votata all’agricoltura biologica, certificata AIAB, ed una estensione di circa 60 ettari suddivisa tra vigne, oliveti, bosco, pascoli, e campi coltivati a grano duro, orzo, avena oltre che un grande orto. “L’orzo e l’avena raccolti servono esclusivamente per l’alimentazione degli animali”, ci dice Ulisse, “pensate che qui contiamo un gregge di circa 150 pecore sarde, capre, maiali – quelli della vecchia razza cinta senese, ndr che vengono allevati liberi nel bosco, e poi galline ovaiole, un Pony di nome Serena e tre asini, Beatrice, Gino e Alibabà”.

Il grano duro (4 ettari dedicati all’anno) viene macinato in un mulino biologico di alcuni amici vicino a Torgiano (PG) e con la semola ottenuta, il pastaio abruzzese Zaccagno produce per loro spaghetti, linguine, rigatoni e fusilli ecc che è possibile acquistare in loco. L’Azienda ha di recente anche allestito una piazzola di sosta – ben fornita – per i camperisti, svolge anche attività di fattoria didattica con visite guidate per scuole e gruppi. Su prenotazione si può anche mangiare, in uno dei locali del casale, spartano ma caldo, una cucina che definire autentica e rustica è dir poco.

Per raggiungere Podere il Casale da Pienza in direzione Montepulciano, girare a destra all’altezza della località Palazzo Massaini mentre da Montepulciano in direzione Pienza, girare a sinistra all’altezza della località Il Borghetto (fago), non vi sbaglierete, forse.                      

Azienda Agricola Biologica
Podere Il Casale
Agricampeggio – Caseificio – Allevamento
Produzione propria e vendita diretta
pecorino – caprino – ricotta
Località Podere il Casale
www.podereilcasale.com
Tel. e fax 0578 755109
Ulisse cell. 333 445 1621

Avellino, “Dentro al vino” con l’Assoenologi

4 febbraio 2011 by

Per i non addetti ai lavori questo evento potrebbe risultare uno dei tanti a cui guardare con curiosità per imparare a leggere il vino con maggiore attitudine. Per i specialisti di settore altro non è che un momento di crescita fondamentale, imperdibile direi. Io – che ho il piacere di frequentare alcuni dei più bravi enologi campani e che conosco quanto grande impegno hanno profuso nell’organizzare questo evento Massimo Di Renzo e Gerardo Vernazzaro (con Roberto Di Meo alla regia), vi dico:”cavolo, una cosa così in Campania, e quando si è fatto mai? Grandi!” 

Giovedì 10 Febbraio 2011, ore 9.00

Denis Dubourdieu, Roberto Ferrarini, Dominique Leboeuf, Luigi Moio e Roberto Zironi sono i cinque grandi nomi dell’enologia internazionale che il prossimo 10 febbraio condurranno la giornata di approfondimento e formazione “Dentro al vino” promossa dalla sezione campana di Assoenologi, l’associazione che riunisce enologi ed enotecnici italiani in collaborazione con Enartis, Laffort, Oliver Ogar e Vason. Oggetto dell’incontro saranno gli aspetti tecnicospecialistici per il miglioramento di vini Bianchi e Spumanti. I lavori si svolgeranno presso l’Hotel de la Ville di Avellino dalle 9.00 alle 17.30. Luigi Moio, professore ordinario di enologia al dipartimento di scienze degli alimenti dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, aprirà i lavori con un intervento sugli “Aromi varietali delle principali varietà a bacca bianca campane “. Roberto Ferrarini, professore ordinario di enologia presso l’Università di Verona, interverrà sulla “Crioestrazione selettiva e produzione di vini bianchi mediante lunga macerazione”, mentre Denis Dubourdieu, considerato uno dei “top specialist” nella vinificazione e nell’affinamento dei vini bianchi, professore di enologia all’Università di Bordeaux e direttore de l’Institut des Sciences de la Vigne et du Vin à Villenave d’Ornon (Gironde), si occuperà delle “tecniche di affinamento per i vini bianchi per aumentarne la longevità e stabilizzare la frazione aromatica.”

La ripresa pomeridiana è affidata all’intervento di Roberto Zironi, Professore Ordinario di Industrie Agrarie presso la l’Università degli Studi di Udine, che si occuperà di “come eliminare o ridurre l’ impiego della solforosa in vinificazione”. Concluderà la giornata Dominique Leboeuf, direttore della Station Oenotechnique de Champagne con la relazione sul tema “I fattori di riuscita della presa di spuma”. Riassumendo, ecco il programma degli interventi:

  • – Luigi Moio: “Aromi varietali delle principali varietà a bacca bianca campane”;
  • – Roberto Ferrarini: “Crioestrazione selettiva e produzione di vini bianchi mediante lunga macerazione”;
  • – Denis Dubourdieu: “Tecniche di affinamento per i vini bianchi per aumentarne la longevità e stabilizzare la frazione aromatica”;
  • – Dominique Leboeuf: “I fattori di riuscita della presa di spuma”;
  • – Roberto Zironi: “Come eliminare o ridurre l’ impiego della solforosa in vinificazione”.

Si ricorda che la partecipazione al convegno è gratuita mentre è necessario l’accredito alla mail della locale sezione assoenologi: sezione.campania@assoenologi.it.

L’ orario di inizio lavori è fissato per le ore 9.00, l’incontro termina alle 18.00 con intervallo dalle 13.00 alle 14.00. Per chi lo vorrà sarà possibile pranzare al prezzo di 20 euro specificandolo al momento dell’accredito.

Giovedì 10 Febbraio, ore 9.00
Hotel de la Ville
Via Palatucci, 20
83100 Avellino
Tel +39 0825 780911
www.hdv.av.it
 
Contatti stampa:
Dipunto studio
Tel. 081 681505

Cake con prosciutto cotto&crudo e formaggio

3 febbraio 2011 by

Quando ho regalato il Bimby alla mia Lilly potevo solo immaginare le bontà che avrebbe lavorato per il mio palato; in verità ero consapevole che prima o poi ne avrei goduto anch’io, oltre che i nostri vecchi ed amatissimi clienti in enoteca. Tant’è che spulciando nei ricettari di Ledichef rispolveriamo una storica ricetta complice di mille domeniche di degustazioni in quel de L’Arcante Enoteca. Sigh… (A.D.)

Ingredienti per 8 persone:

  • 360 gr di farina bianca “00”
  • 6 uova (per intero)
  • 180 gr prosciutto cotto (pezzo intero)
  • 180 gr prosciutto crudo (pezzo intero)
  • 150 ml di latte
  • 360 gr di Formaggio mediamente stagionato (Provolone, Caciocavallo ecc..)
  • Olio extravergine di oliva q.b.
  • 1 bustina di lievito
  • Burro q.b.
  • Sale e pepe nero macinato fresco q.b.

Preparazione: lavorate per bene in una boule d’acciaio le 6 uova aggiustate di sale e pepe ed un filo abbondante di olio extravergine d’oliva. Unitevi successivamente la farina ed il lievito, quindi il latte e mescolate sino ad ottenere un composto omogeneo e fluido.

A questo punto aggiungete all’impasto il prosciutto – entrambe le tipologie – ed il formaggio, il tutto tagliato a dadini piccoli avendo cura di amalgamare gli ingredienti magari con ancora un sottile filo d’olio extravergine d’oliva. Frattanto imburrate un classico stampo da Plumcake, passatevi della farina al suo interno e versatevi tutto l’impasto. Portate il forno a 180° ed infornate per circa 50 minuti.

Nota bene: se possedete un forno capace di lavorare in condizione di ventilazione ricordatevi che il tempo di cottura può variare di almeno una decina di minuti in meno. Lasciatelo raffreddare e portatelo in tavola affettato, mai rinforzo è più appropriato di questo cake salato, adatto per integrare il vostro cestino del pane, accompagnare gli antipasti oppure da servire come semplice stuzzichino.

Montalcino, il Rosso 2007 di Diego Molinari val più di un qualunque altro signor Brunello!

2 febbraio 2011 by

Non si può dire certo che Diego Molinari sia, tra i produttori di Montalcino, il più disponibile ed affabulatore, tutt’altro; ma sarà stata l’atmosfera, la serata giusta, la gran vena della splendida moglie Nora, che l’altra sera ci ha regalato momenti di vita vissuta incredibili, a tratti indimenticabili.

Gli avevo a lungo chiesto di accoglierci nella sua splendida cantina, e girando per il paese, conoscendolo, in molti ci davano per spacciati: “E’ un tipo particolare il Molinari, riottoso, poco socievole, provateci pure ma non credo che vi offrirà più d’un saluto telefonico”. E Come spesso accade, è proprio questa particolare chiusura che mi ispira di più, un po’ come la ricerca di quel forziere dimenticato chissà dove di cui tutti ne parlano ma nessuno sa veramente cosa c’è dentro. Di Cerbaiona però, l’azienda di Molinari, se ne parla da sempre, almeno sin dalla sua fondazione alla fine degli anni settanta; il suo Brunello è tra i più acclamati del comprensorio, la stoffa dei suoi vini forse la più pregiata di questo versante montalcinese, in certe annate quasi inarrivabile, per questo irripetibile.

Dicevo della splendida moglie Nora, oggi donna di una certa maturità eppure dinamica e risoluta come poche altre incontrate sino ad oggi; lui racconta quasi rapito che l’ha conosciuta – siamo più o meno negli anni settanta – sopra i cieli d’europa, durante i suoi viaggi che faceva come pilota d’aereo per lAlitalia: “una mattina, particolarmente movimentata (…del cazzo, cit.) ci siamo ritrovati nella splendida Parigi, lì ci siamo promessi amore eterno”. E’ lei, oggi, il vero motore della piccola azienda agricola, basta osservare con quale cordiale osservanza ruba lentamente la scena al marito sino a coinvolgere i suoi avventori che non possono non rimanerne rapiti: intuitiva, solare, affabile, anche quando ha dovuto giustificare al marito che avevamo ritrovato in cantina una bottiglia di Brunello 2004, che lui – precedentemente al suo arrivo – ci aveva categoricamente escluso che potesse ancora avere.

Nelle prossime settimane leggerete parecchio di Montalcino, di luoghi, persone e memorie, nonché delle bellissime esperienze che ho avuto la fortuna di condividere con amici a me particolarmente cari; il primo vino però di cui vi voglio subito raccontare è questo splendido Rosso di Montalcino 2007, che mi ha letteralmente folgorato per consistenza e carattere; alla cieca metterebbe in fila, e di parecchio, diversi Brunello, e non mi sto affatto mordendo la lingua! Il colore è di un bel rubino fermo e compatto, già come scorre nel bicchiere ti accorgi di avere di fronte un gran bel vino. Il primo naso è tutto frutto, polposo, ricco, avvolgente, pimpante; note di frutti rossi sottospirito e neri in confettura che non mancano di lievi e finissime note tostate, balsamiche. Il Palato è fresco, avvinghiato ad una piacevolissima sensazione espettorante che rinfranca le papille gustative, la vivacità gustativa è palese e non effimera, il frutto pare quasi masticarlo, il finale di bocca da rimanerci a pensare per tempo, di una sapidità quasi marina. Fossero tutti così espressivi i Rosso di Montalcino, altro che fratello povero del Brunello!

Mmm… Plumcake salato con spinaci e Provolone

1 febbraio 2011 by

Più o meno in diretta dalla Premiata Forneria Ledichef, il Plumcake salato con spinaci e Provolone; il profumo mi pareva straordinario, ma il sapore lo è ancor di più: tutto merito del mio lavoro di gomito con le uova :-). (A. D.)

Ingredienti per 8 persone:

  • 360 gr di farina bianca “00”
  • 6 uova (per intero)
  • 1 manciata abbondante di spinaci (crudi)
  • 200 ml di latte
  • 350 gr di Provolone mediamente stagionato
  • Olio extravergine di oliva q.b.
  • 1 bustina di lievito
  • 4 cucchiai di Parmigiano Reggiano
  • Burro q.b.
  • Sale e pepe nero macinato fresco q.b.

Preparazione: lavorate per bene in una boule d’acciaio le 6 uova aggiustate di sale e pepe ed un filo abbondante di olio extravergine d’oliva. Unitevi successivamente la farina ed il lievito, mescolate sino ad ottenere un composto omogeneo e fluido.

A questo punto aggiungete all’impasto il Provolone tagliato a dadini piccoli e gli spinaci, ben lavati e tagliati grossolanamente; spolverate con il Parmigiano Reggiano ed amalgamate il tutto unendovi ancora un sottile filo d’olio extravergine d’oliva.

A parte imburrate un classico stampo da Plumcake, passatevi della farina al suo interno e versatevi tutto l’impasto (ne riempirete poco più della metà, ndr). Infornate a 180° per circa 50 minuti. “Il profumo che aleggerà nell’aria in cucina sarà solo un sottile supplizio in confronto alla bontà che porterete in tavola”.

Una volta lasciato raffreddare, portatelo in tavola su di un tagliere e servitelo affettandolo come del pane in cassetta. Formidabile accompagnamento agli antipasti, buono da servire anche con formaggi freschi.

Taurasi Vendemmia 2007|Le mie degustazioni

26 gennaio 2011 by

E’ il fiore all’occhiello dell’enologia campana, partorito – al netto delle stupide ingerenze della natura umana – da una delle terre viticole più belle d’Italia e d’Europa: parliamo di Taurasi. L’occasione è un appuntamento di cui si sentiva sinceramente la mancanza e del quale – proprio non me ne capacito, giuro – non ci si rende conto, in sede istituzionale intendo, quanta importanza abbia ai fini della comunicazione; pertanto, in prima istanza è doveroso, necessario ringraziare chi si è tanto adoperato affinché di aglianico, e di Taurasi, se ne sia tornato a parlare con termini di paragone comuni e non più in assoluta solitudine monocratica. Quindi, un “bravo, bravissimi!” agli amici della Miriade&Partners¤ che hanno rispolverato – in piena autonomia finanziaria – il sano format di “Anteprima Taurasi”, e a chi, tra cui l’impagabile Paolo De Cristofaro, ha fatto da inarrivabile Cicerone.

Tralasciandovi dettagli su dati tecnici e/o relativi all’andamento climatico (che potete però consultare qui) mi rimane da anticiparvi solo che si è trattato, del millesimo duemilasette, di un’annata tesa ad una disarmante caratterizzazione: calda, asciutta ed anticipata, seppur con le mille sfaccettature figlie anzitutto delle difformi caratterizzazioni microclimatiche nonché delle dissimili interpretazioni stilistiche; è bene ricordare che parlare di Taurasi significa raccontare di un territorio – quello iscritto alla docg intendo – di circa 993 ettari di cui più della metà, appena 415 ettari, destinati alla produzione di Taurasi propriamente detto. In sintesi questi gli assaggi più interessanti della sessione di degustazione, avvenuta sabato 22 gennaio scorso al Castello Marchionale di Taurasi. Tutti i vini sono stati egregiamente gestiti nel servizio dalla locale delegazione Ais di Avellino e serviti in assoluta anonimia ed alla giusta temperatura.

****/* Taurasi 2007 Colle di San Domenico. In assoluto, assieme al Contrade di Taurasi di Lonardo – seppur su linee emozionali diametralmente opposte – il miglior assaggio della sessione. Dal colore ricco e concentrato, rubino netto e carico di splendore. Naso importante, possente, variopinto di sfumature di frutta in confettura – mai la visciola fu così facile e piacevole da cogliere – note iodate, speziate: un ventaglio olfattivo non particolarmente intenso ma ampio, fine ed elegante. In bocca è d’impatto, voluttuoso, entra orizzontale e si distende in maniera costante ed ampia. Un vino essenziale, tecnicamente ineccepibile, figlio di un millesimo complesso e complicato, manifesto di come in annate del genere siano le aziende senza lacci a cavarsela meglio.

****/* Taurasi Contrade di Taurasi 2007. Il Colore è cupo, quasi impenetrabile, il primo naso rivolto a note subito terziarie: cuoio, terra bagnata, sentori animali. Il frutto fa fatica a venire fuori se non dopo una lenta ed inesorabile ossigenazione. Riassaggiato dopo almeno un ora ricalca linearmente il timbro, un vino non immediato ma di gran carattere ed in bocca conferma tutta la sua austerità: secco, piuttosto caldo, propriamente risoluto, non invadente ma evidente il finale alcolico non senza una lieve nota amarognola.

**** Taurasi Vigna Andrea 2007 Colli di Lapio. Altro bell’assaggio, non da capogiro ma ricco di sfumature intriganti. Di colore rubino, mediamente concentrato tendente al granato. Primo naso intenso, verticale, costruito su note eteree, inchiostro. Lentamente sopraggiungono odori di corteccia, sintesi di spezie fini, infine liquerizia. Palato piuttosto caldo, avvolgente, dal tannino poco pronunciato.

**** Taurasi 2007 Pietracupa. L’aglianico di Sabino continua a misurarsi alla grande, il millesimo non proprio avvincente gli consegna materia prima forgiata con ottime intuizioni. Il colore è rubino carico, quasi impenetrabile, cristallino. Il primo naso è lieve, non particolarmente intenso ma giocato su ottima complessità, fine e bilanciate su piacevoli fragranze fruttate e sottili note speziate. Sapore asciutto, corposo e di buona sapidità, inesorabilmente pronto da bere.

**** Taurasi 2007 Antico Castello. La sorpresa della batteria, pari solo all’assaggio del Taurasi di Antica Hirpinia, seppure questi si dimostri appena una spanna sotto.  Un azienda da tenere d’occhio, a questo punto anche sotto il profilo aglianicista; bello il colore, rubino vivo. Naso essenziale, molto gradevole l’approccio olfattivo, frutto in primo piano, leggiadro ma fragrante, composto. Palato decisamente pronto, senza asperità alcuna, da bere e godere adesso, il finale di bocca è teso e speciale di ciliegia sottospirito.

***/* Taurasi 2007 Urciuolo. Non ho ancor ben compreso lo stile minimalista del Taurasi dei fratelli Urciuolo, ritrovo infatti nelle degustazioni alla cieca degli ultimi, buoni vini ma perennemente sospesi tra l’eccellenza e l’essenziale. Anche qui un vino dal colore rubino con sfumature lievemente aranciate, il primo naso volge immediatamente a note terziarie, caratterizzate cioè da un frutto risoluto e giocato quindi su note essenzialmente fugaci, eteree e scomposte, di terra, di sfumature speziate. In bocca è secco, abbastanza intenso seppur non propriamente persistente. Un poco amaro il finale di bocca.

***/* Taurasi 2007 Antica Hirpinia. Una piacevole notizia questo assaggio, ovvero un forte messaggio di incoraggiamento dalla storica cantina taurasina, preda degli ultimi anni dell’immancabile cerchiobottismo locale. Colore rubino appena teso al granato, comunque non particolarmente carico. Primo naso di note spiritose ma subito coperto da sensazioni più eteree; con un poco di tempo, al riassaggio, note di confettura di prugna. In bocca è piacevole, particolarmente rotondo, senza asperità; piacevole ma non entusiasmante il retrogusto tostato.

***/* Taurasi 2007 Donnachiara. Colore rubino/granato molto bello a vedersi, concentrato. Naso abbastanza complesso, frutto in primo piano affiancato da note tostate e speziate, di buona verve. Palato anch’esso di spessore, ricco, glicerico, dalle spalle larghe, forse solo una tantino monocorde. Un vino da bere, dalla prospettiva abbastanza ridotta ma del quale godere adesso. Figlio dell’annata.

***/* Taurasi Sant’Eustachio 2007 Boccella. Bello colore rubino vivace, primo naso essenzialmente gradevole e dolce. Frutti neri croccanti, polposi, incipit lievemente speziato. Al palato asciutto ed intenso, non lunghissimo ma molto piacevole. Legno ben dosato, frutto ben bilanciato, finale minerale e di discreta sapidità. Quando il manico preserva l’artigianalità.

***/* Taurasi Radici 2007 Mastroberardino. Da riassaggiare tra qualche tempo, un approccio troppo al di sotto delle aspettative, o forse una bottiglia poco fortunata. Colore rubino di buona vivacità e trasparenza, primo naso spiritoso ma chiuso e lontano dal divenire, al primo come al secondo assaggio, così da risultare non ampissimo; In bocca gode decisamente di altra personalità, pare rifuggire le complicazioni di un millesimo steso al sole e non ammicca a sentori scontati. Palato quindi gradevole, asciutto, con l’alcol ben fuso alle componenti acido-tanniche.

***/* Taurasi 2007 Feudi di San Gregorio. Colore rubino mediamente concentrato, molto vivace. Naso molto piacevole, non scontato, pur senza palpiti, a tratti idrocarburico. Poi note fruttate intense e concentrate di frutti neri in confettura, mirtillo su tutti. Palato ricco, concentrato, polposo, glicerico, materia prima piuttosto interessante seppur manchi di spunti acidi capaci di bilanciarne un equilibrio decisamente volto alla morbidezza.

***/* Taurasi 2007 Bambinuto. Bello il colore rubino tenue, cristallino. Primo naso addirittura vinoso, poi  ciliegia, comunque pronunciato sul varietale e non coperto eccessivamente dal legno o dal lungo affinamento. Palato asciutto, abbastanza intenso, di buona profondità. Da riassaggiare tra qualche tempo per ricercarne l’evidente eleganza del ventaglio olfattivo, sobrio ma palese.

*** Taurasi 2007 Terre Irpine. Colore rubino, qui concentrato, cristallino. Naso marcato da interessanti note terziarie seppur non finissime, il frutto infatti soffre decisamente una persistenza caratterizzate da note smaltate, idrocarburiche, sino a rimanerne vittima. In bocca è secco e piuttosto caldo, non credo abbia grossi margini di miglioramento.

*** Taurasi Poliphemo 2007 Luigi Tecce. Colore rubino di bella vivacità, abbastanza concentrato. Il primo naso è lieve su note di fiori secchi e frutta spiritosa, niente di più. Il palato è integro, austero ma non offre assolutamente spazio a picchi emozionali, risulta in verità un poco greve, non è eccessivo definirlo addirittura corto. In bocca offre una buona bevibilità, ruvida ma senza particolare carattere. Se si è trattato di cattiva interpretazione del millesimo o solo di un silente momento di forma, il tempo ce ne darà conto, frattanto è bene continuare a bere altro.

*** Taurasi 2007 Villa Raiano. Colore rubino con piccole sfumature rosso granato, naso tenue, senza sfoggio di particolare intensità ma elegante e lineare su note di frutta e fumature minerali. Dopo una lunga ossigenazione, al secondo riassaggio, una nota quasi sanguigna ne caratterizza l’olfatto. Palato fine, abbastanza intenso con una lieve eccedenza dell’alcol, molto ben dosato il legno.

*** Taurasi 2007 Di Prisco. Un tantino sottotono e devo aggiungere, una volta svelate le bottiglie, molto inaspettatamente; bello il colore rubino, cristallino, lo spettro olfattivo offre ben poco oltre un legno nuovo, sopra il frutto, solo aspettandolo per tempo un ne viene fuori un sottofondo di liquerizia. In bocca è secco, il tannino è evidentemente pronunciato, seppur nobile. Da aspettare e rivalutare, decisamente.

Tra gli ultimi assaggi, per la sequenza non certo per la bontà, da segnalare tra i campioni di botte, lo Spalatrone di Cantine Russo, dal naso piuttosto elegante e dal sapore ben bilanciato ed il Taurasi Nero Né de Il Cancelliere, di Romano Soccorso; azienda in grande crescita nonché sempre più identificativa dello splendido territorio di Montemarano; un vino – al netto dei pregiudizi sull’annata – finalmente non caratterizzato da quella possenza tanto voluttuosa quanto spesso troppo al di sopra della sopportabilità gastrica. Interessante anche l’assaggio di Cortecorbo seppur in evidente ritardo di equilibrio, soprattutto gustativo, rispetto agli altri competitors.

Legenda: ***** Eccellente, **** Ottimo,  *** Buono, ** Sufficiente, * Mediocre

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Così Anteprima Taurasi 2005¤.

Montefusco, l’aglianico spumante di Montesolae

25 gennaio 2011 by

Quanto è difficile raccontare di un vino spumante del genere, andare a scovare una ragione nobile per la quale valga la pena battere i polpastrelli sulla tastiera – un tempo si sarebbe preferito il senso estetico di “impugnare penna e calamaio” – per descrivere un così sottile e fugace piacere; eh si, perchè qui le emozioni c’entrano poco, si tratta solo di puro piacere.

Mi spiego: non ci troviamo di fronte ad una première cuvée ritrovata per chissà quale fato in un buio e dimenticato anfratto di Mesnil sur Oger, e nemmeno dell’ultima genialata di turno per far passare per nettare biodinamico uno sciroppo per la tosse buono appena ( a volte nemmeno) per condire l’insalata. Niente di tutto questo, nessun lavoro ai fianchi insomma, nessuna aurea vocazione riscoperta, nessuna aberrazione di “marchetting”, trattasi di solo vino, rosato spumante, buono!

Questo vino quindi merita sincera attenzione, la stessa che non mi sono fatto mancare poco più di un anno fa, al primo assaggio, la medesima ripagata quest’anno da una prova ancor più convincente, un approccio franco e diretto, che mi fa pensare ad una costante crescita del prodotto in termini di qualità della materia prima utilizzata, aglianico in parte sannita, in parte taurasino, e della particolare cura profusa in fase di vinificazione, utilizzando – tra i pochi in Campania – un metodo charmat lungo che arriva sino a dieci mesi di lavorazione, prevedendo oltretutto, come opportuno, un doppio inoculo di lieviti selezionati. 

Colli Irpini non la scopro certo io, è una delle tante aziende campane sbocciate nel solco tracciato dall’entusiasmo dei primi anni novanta ma che ha saputo nel tempo costruirsi spalle belle larghe, rimanendo ancorata a pochi ma salubri principi produttivi, lasciando ad altri il compito di favoleggiare, e puntando su una più che corretta qualità media dei suoi prodotti offerti  tra l’altro a prezzi piccoli piccoli. Ricordo uno dei miei primi assaggi, più o meno dieci anni fa, di un fantomatico fiano di Avellino frizzante – Ilios – leggero e vivace a tal punto che non facevi nemmeno in tempo ad aprire la bottiglia che già te ne chiedevano una seconda. Erano quelli altri tempi, l’altra faccia di una medaglia che, perché negarlo, ha arricchito molti, i ristoratori in primis, e che molti, sotto sotto, rimpiangono e come: che numeri ragazzi! Forse non torneranno mai più, e mi riferisco, in generale, a quelli degli ordini a pedane, quelli delle “500lire per tappo” che molti rappresentanti di vino sino ad una dozzina di anni fa non avevano problema a promettere e che oggi farebbero carte false per rispolverare; in poche parole, quel “lato b”, nemmeno tanto oscuro, che ha fatto tanto bene a molte realtà agricole consentendo di costruire aziende sane e, aspetto non certo secondario, capaci di garantire, al territorio, ai contadini, una discreta continuità di reddito pur dovendo rinunciare a vestire quei panni da profeti di una territorialità tanto apparentemente necessaria al nostro tempo quanto effimera. O no?

Questo vino mi piace perché è questo che mi aspetto da una bollicina del genere, non mi deve raccontare una storia, non ne ho bisogno, non ne ha forse nemmeno la vocazione, ma mi deve, per quello che promette sulla carta un aglianico spumante, questo lo esigo, rendere grazia. Bellissimo il colore cerasuolo tenue, reso brillante da una gradevole vivacità, il bicchiere è coronato da una spuma fine e delicata, caratterizzato da un corollario di bollicine mediamente sottili seppur evanescenti. Il primo naso è davvero gradevole, le note floreali di rosa e violetta vengono subito affiancate da piacevolissime sensazioni di mora e lampone, per altro neppure sfiorate da note fermentative; ma dove questo vino mi è piaciuto di più è in bocca: immediato e delicato, schietto e fresco, con una beva lineare e senza asperità, degno compagno di tutto un pasto, con un costante, un piacevolissimo ritorno fruttato e, dato non trascurabile, mai pesante nella carbonica, il che lo rende particolarmente digeribile. In soldoni, meno di dieci euro in enoteca, in pratica, gli altri, li mette in fila tutti!

Medaglioni di Spada e zucchine, “alla Perseo”

22 gennaio 2011 by

Una qualità che in famiglia non è mai mancata è certamente la passione per la cucina, tangibili segnali ci caratterizzano; così, giusto per gradire, vi sottopongo un bel piatto tanto caro a mio fratello Nunzio che per mestiere fa tutt’altro ma che, provare per credere, non disdegna di sorprendere i suoi commensali con questa ed altre prelibatezze. “Alla Perseo” dice lui, eroe della mitologia greca che ne combinò una più del diavolo… (A. D.).


Ingredienti per 4 persone:

Per i Medaglioni di pasta

  • 300g di farina di grano duro
  • 1 uovo
  • aqua
  • sale q.b

Per il ripieno

  • 300g di pesce spada
  • ¼  di scalogno
  • ½  zucchina
  • una manciata di pinoli
  • olio extravergine di oliva
  • sale q.b

Per il condimento

  • olio extravergine d’oliva
  • una zucchina (preferibilmente bianca)
  • 50g di cipolla bianca
  • sale q.b.

Preparazione: formare con la farina una fontanella, aggiungere l’uovo, l’acqua e il sale; iniziare ad impastare sino ad ottenere un panetto composto ed omogeneo. A questo punto stendere la pasta con un mattarello sino a renderla spessa all’incirca 2 mm. Con una formina (o se preferite con un bicchiere capovolto) formare delle rondelle di pasta fino ad esaurimento dell’impasto. Frattanto, in una padella mettere dell’olio extravergine di oliva, lo scalogno e la zucchina tagliata a dadini piccolissimi. Così dopo qualche minuto unitevi il pesce spada, sempre tagliato a dadini, con i pinoli. Tenere in cottura per almeno 10 minuti.

A questo punto, aiutandovi con un cucchiaino da tè, ponete al centro di ogni dischetto di pasta il ripieno coprendo con un altro dischetto di pasta. Per assicurarsi che i medaglioni non si aprano durante la cottura, nell’unire i 2 dischetti lavorateli con la punta di una forchetta spennellandoli inoltre, sui bordi, con un po’ di tuorlo d’uovo sbattuto.

A parte fate bollire abbondante acqua salata ed immergervi i medaglioni, saranno cotti appena galleggeranno; nel mentre preparate la salsa: in una padella, preferibilmente di alluminio, versare dell’olio, la zucchina tagliata a rondelle, la cipolla ed il sale lasciando cuocere a fiamma viva per circa 5-10 minuti.

Appena scolate i medaglioni, passateli a saltarli in padella con la salsa, usando se necessario uno o due cucchiai d’acqua di cottura della pasta; serviteli, se lo preferite, con una spolverata di grana e del pepe nero macinato fresco, forse uno dei pochi piatti con il pesce dove il formaggio non guasta affatto. E bravo Nunzio..!

Montalcino, Amici di Bevute a caccia di Brunello

21 gennaio 2011 by

Amici di Bevute

professional

24 – 25 – 26 Gennaio

a Montalcino a caccia di forti emozioni 

Ma perchè? Come? Dove? Provate allora a chiedere a Nando Salemme quanto sia duro mantenere una così costante crescita qualitativa nella sua Osteria (non a caso con la “O” maiuscola) in un momento di crisi così forte ed implacabile; oppure, andate a domandare a Roberto Adduono quanto risulti difficile mantenere accese le luci su un palcoscenico come quello dove si muove quotidianamente dovendo, oltre a far stropicciare gli occhi ai suoi ospiti, far quadrare i conti a fine stagione. Pensate solo per un attimo a quanta passione, quanto amore, quanto sacrificio ci vuole in tutto quello che facciamo per voi ed avrete ottenuto tutte le risposte che desiderate. Credeteci, è dura la vita del sommelier, catapultata ogni giorno alla continua ricerca del suo santo Graal! 🙂 

Lunedì 24 Gennaio

ore 10,30 – Biondi Santi

ore 16,00 – Casanova di Neri

Martedì 25 Gennaio

ore 10,00 – Pian dell’Orino

ore 16,00 – Soldera Case Basse

Mercoledì 26 Gennaio

ore 10,00 – Podere San Lorenzo

ore 16,00 – Il Paradiso di Manfredi

Comucare il vino, con tutto l’amore possibile! Così si può.

L’Arcante arriva in edicola, dal 23 gennaio su POZZUOLIdice la nuova rubrica di enogastronomia

20 gennaio 2011 by

“[…] Il grande problema, nel nostro lavoro,  sono gli stimoli e l’umiltà; Se sei capace di rinnovare costantemente i primi e rafforzare la seconda, hai due qualità fondamentali su cui crescere senza preoccuparti del tizio o caio di turno che scrive o degusta più di te perchè ha più tempo. Nessun potrà mai avere la possibilità di maturare un senso critico migliore del tuo – che stando a contatto con il pubblico tutti i giorni – potrebbe essere capace di affinare anche la benchè minima sfumatura di un argomento. Però bisogna essere capaci di discernere ciò che è banale da ciò che ha valore, e questa è una qualità umana che c’entra poco con l’essere un bravo sommelier o no, è semplicemente intelligenza”. ( A. D.)

Un paio di settimane fa leggevo su facebook di POZZUOLIdice, la nuova iniziativa editoriale messa su da Luigi Ciccarelli, amico di vecchia data e giornalista (collabora con Il Mattino), che assieme ad un nutrito gruppo di giovani motivati pubblicano questa newsletter quindicinale per dare una nuova voce al territorio flegreo. Così mi è passato per la testa quanto potesse essere utile raccontare di enogastronomia, magari di territorio, al territorio stesso. Invero, la velocità con la quale la tecnologia va “pre-pensionando” ogni qualsivoglia forma di giornalismo stampato lascia senz’altro riflettere su quanto possa rappresentare un passo indietro trasferire – contrariamente a quanto accade oggi –  contenuti scritti per il web al cartaceo; Ma, se solo pensassimo a quanti continuano a subire ancora troppo passivamente la rete (tra l’altro, spesso additata di essere superficiale, quando non autoreferenziale) soprattutto laddove si parla poco del nostro comprensorio se non in riferimento a fatti di mera cronaca e comunque quasi sempre con accezioni negative, ecco che l’idea di ritornare all’origine di una comunicazione più tangibile mi ha subito conquistato lasciando acquisire all’idea iniziale forme e sostanza piuttosto considerevoli, uno strumento decisamente alla portata di tutti.

Così dopo una piacevole chiacchierata con il direttore responsabile, L’Arcante sbarca in edicola, su POZZUOLIdice, e lo fa – spero – nel migliore dei modi possibile e con i migliori auspici: parlare, con parole semplici, di territorio, al territorio!

Da domenica 23 Gennaio quindi, con uscita quindicinale – salvo la ferma volontà da parte dell’editore di rendere la pubblicazione più frequente – su POZZUOLIdice troverete una intera pagina dedicata all’enogastronomia, flegrea anzitutto ma che non disdegnerà di guardarsi intorno per dare voce e visibilità a ciò che più ci colpisce, piace, conquista della nostra straordinaria terra. Uno spazio dedicato ed aperto a tutti, che vuole raccontare diVino, diCibo  e di tutto quello che ruota intorno all’enogastronomia; Se son rose, fioriranno.

Torta di mele, con l’Annurca è più buona!

18 gennaio 2011 by

Avere amici che amano la buona cucina (e il vino) non è in fin dei conti la sola colpa per quel rapporto mai decollato con la tua bilancia, e se, nonostante il tempo per stare assieme è sempre troppo poco, ti ritrovi dopo dieci anni ad avere sempre un gran piacere a passarci una giornata a tavola, alla fine val bene litigarci con quell’arpìa di una lancetta. Questo splendido dolce è opera di un omone grande e grosso ma che ha, nella vita come ai fornelli, una sensibilità da première etoile! 

Ingredienti:

  • 3 uova (di cui solo i tuorli)
  • 150gr di zucchero
  • 115 gr di burro
  • 300 gr di farina 00
  • 3 dl di latte
  • 1kg di mele varietà Annurca (ottima anche la Renetta)
  • 60gr di gherigli di noci (se preferite nocciole)
  • 60 gr amaretti
  • 1 bicchiere di liquore amaretto di Saronno
  • 1 bustina vanillina
  • 1 bustina di lievito
  • Pangrattato q.b.

Preparazione: lavorare i tuorli d’uovo con lo zucchero, aggiungere il burro precedentemente ammorbidito, quindi la farina (opportunamente setacciata), il latte, la vanillina ed il lievito sino ad ottenere un impasto omogeneo e privo di grumi grossolani.

Lavate e sbucciate le mele Annurche, tagliatele a fette ma non propriamente sottili – così da preservarne l’integrità che dopo la cottura vi lascerà ben masticare il frutto nella torta. A parte imburrate e rivestite di pan grattato una teglia da forno, versatene una prima metà dell’impasto ricoprendo con un primo strato di mele (più o meno i primi 500gr). Versare quindi l’impasto restante completando con un secondo strato delle mele rimaste. Spolverare superficialmente con dello zucchero raffinato che caramellando in forno conferirà lucentezza alla torta. Cuocere per circa 1h in forno a 180°.

Nota a margine: la torta di mele Annurche è più buona se prima di servirla riposa almeno 8/10 ore. Questa ricetta è di uno dei miei più cari amici, Raffaello Bessi, che per mestiere fa il geometra ma che in cucina ne metterebbe in fila parecchi!