Archive for the ‘Da raccontare’ Category

Professione Sommelier, a colpi di sciabola!

5 luglio 2012

Si deve la tradizione a Frate Vincenzo Ferreri che nasce a Valencia, in Spagna, nel 1350 e muore a Vannes, in Bretagna, nel 1419. Una leggenda narra che Dio lo pregò di fare un giro fra i vigneti della Francia e il futuro Santo, degustando l’ottimo vino prodotto in quei luoghi, dimenticò la via per il Paradiso. Per punire la sua distrazione, Dio lo trasformò in una statua.

 

Così San Vincenzo è divenuto il patrono dei vignaioli: viene spesso raffigurato con in mano un grappolo d’uva e con la palma del martirio. Egli viene invocato per la protezione dei campi, delle vigne e dei vignaioli; la ricorrenza cade il 5 di aprile. In tutti i paesi della provincia della Champagne, in particolar modo intorno a Reims, c’è una “Casa delle Feste”: qui ogni anno, nella notte del 5 aprile, tutto il paese festeggia banchettando fino all’alba, con canti e balli. A colpi di sciabola. A dare continuità a questa tradizione ci hanno pensato un gruppo di amici estimatori dello Champagne che nel 1986 decide di dar vita a un club di sciabolatori, La Confrérie du Sabre d’Or, dal 2005 presente con una sua ambasciata anche in Italia.

Io, frattanto, comincio a studiare. Poi si vede. E grazie mille a Stefano!

Lui, lei e il “tappo”, questo sconosciuto…

24 giugno 2012

Esterno sera, quel tavolo là in prima fila, per quattro. Si parla del più e del meno per rompere il ghiaccio, cose del tipo “come andata la giornata sull’isola?” oppure “avete già fatto un giro dell’isola?”. Poi arriva il momento di servirgli il vino…

“Dovete sapere che l’anno scorso siamo stati a cena in un ristorante importante ad Ischia”. Ci servirono un rosso, uno buono del 2003, di quelli toscani, ma sapeva brutto. Così ce ne servirono una seconda bottiglia, ma anche quella aveva un sapore strano, come di legno, di sughero. Sapete quando si dice che sa di tappo? Ecco, proprio quello”.

“Bene, lo facemmo subito notare e alla fine rinunciammo… e prendemmo un bianco locale d’Ischia. Del 2010. Quello sì che era buono! Poi venne il direttore dell’albergo assieme con il direttore di questo ristorante di Ischia: ci fecero tante scuse e ci dissero che effettivamente quell’annata aveva avuto dei problemi, che molti vini di quell’anno uscivano di tappo. Era l’annata che non era uscita bene secondo me. E loro ce lo confermarono. A volte capitano annate che i vini sanno quasi tutti di tappo.

“Scusate, Angelo, che annata è questo Taurasi che ci avete consigliato?”.

“Taurasi Riserva Radici, Signora, del 2003! Incrociamo le dita…”.

Verticale storica Barolo Borgogno, le degustazioni

23 giugno 2012

A fine serata ci siamo seduti in terrazza, saranno state le una o giù di lì. Con me e Andrea Farinetti ancora un manipolo di colleghi, una dozzina di calici “belli alti” per l’Alta Langa pas dosé di Fontanafredda e una piccola “sciabola” di fortuna. E ancora, quei calici di Barolo messi là in cantina a prendere aria per tutta la sera, che avevano da dirci ancora tanto. Mamma che vini! Perché le cose più affascinanti e avvincenti vengono fuori davanti a un bicchiere di vino, e più ce ne sono (di bicchieri) e più se ne raccontano (di storie).

La storia di Borgogno è (quasi) tutta qua, mentre qui ci trovate i miei appunti di viaggio della passeggiata in langa dello scorso ottobre; oggi invece provo a raccontarvi l’emozione di questi quattro meravigliosi vini. Imperdibili!

Barolo Riserva 1978 Fu quella un’annata molto particolare, caratterizzata da un andamento climatico piuttosto irregolare. Nel dettaglio, il protrarsi delle piogge nel periodo della fioritura ne hanno drasticamente ridotto la produzione. L’avvento di condizioni climatiche ottimali a fine estate ed inizio autunno e soprattutto alla limitatissima quantità, hanno però consentito una buona maturazione delle uve, nonostante il clima non proprio favorevole. Ne è venuto fuori un Barolo di altissima levatura, strutturato e piuttosto concentrato. I dati registrati dicono che fu vendemmiato tra il 23 e il 26 ottobre (!), svinato a fine novembre e per almeno 1 anno lasciato in vasche di cemento; poi 4 anni e mezzo in botti di capacità medio/grande.

Ha un bellissimo colore granato, con l’unghia chiaramente aranciata ma luminosissima. Il naso appare infinito, nelle cinque ore tenuto nel bicchiere ad ogni passaggio ha saputo regalare nuove e piacevoli sensazioni: un tocco di cipria, foglie secche, sottobosco, gruè di cacao, mallo di noce, cannella e cera d’api. Il sorso invece è semplicemente stupefacente, secco e incalzante, lungo e di sostanza, ancora nerboruto, di spessore. Un piacere senza fine.

Barolo Riserva 1985 Annata estremamente regolare quella dell’85, con uve di grande qualità. Così ci si è potuti spingere “oltre”: in cantina la fermentazione è durata circa 15 giorni con temperature comprese tra i 26/28° C. Seguì macerazione a cappello sommerso di almeno tre settimane con svinature effettuate a partire dal 20 novembre. La fermentazione malolattica è terminata nel febbraio 1986 (!). Un secondo travaso all’aria verso fine febbraio ‘86 e quindi un terzo a Giugno. Poi solo legno in botte grande, sin da settembre ‘86.

Qui il granato è da manuale, perfettamente integro, più ricco addirittura del più giovane ‘96. Al naso subito nuances di fiori passiti e cassis, poi sentori di grafite, nocciola tostata e ancora sottobosco. Il sorso è copioso, di sostanza, teso e giustamente tannico. Finale di bocca lievemente caldo. Impeccabile!

Barolo Riserva 1996 Annata un poco complicata, come il vino nel bicchiere. I registri un po’ sgualciti riportano di un 1996 caratterizzato da un buon numero di precipitazioni piovose e da un inizio estate molto caldo, in particolare nella prima decade di giugno. Poi di un andamento altalenante, con forti escursioni termiche durante tutta la bella stagione sino alla regolare maturazione delle uve.

Il colore è di un bel granato vivace, integro, molto vicino, per trasparenza, al ‘78. Il naso rimane a lungo chiuso, ritratto, indefinito; poi, almeno tre ore dopo averlo messo nel bicchiere di colpo è una esplosione di varietale e terziari incredibili: viola passita e tabacco, terra bagnata, sottobosco, foglie secche, china e rabarbaro. Il sorso è spiazzante, ha tannino puntuto, sferzante, indomito, di tutta la batteria è certamente il meno armonico, ma forse, quello con più carattere e con un naso incredibilmente avvincente. Scontroso.

Barolo 2005 Due appunti tecnici: vinificazione di tipo tradizionale, con macerazione a cappello emerso di circa due settimane a temperatura controllata (primi gg. a 23°/25° C e fine fermentazione a 29/30° C) e successiva macerazione e post-fermentativa a cappello sommerso di durata variabile fra i 15 e i 25gg. Invecchiamento in botti di rovere di Slavonia di oltre 3 anni e mezzo con affinamento in bottiglia di circa 6 mesi.

Nel bicchiere è giovane e pimpante, ha colore rubino granato, concentrato ed è poco trasparente: il primo naso è molto invitante, sa di viole passite e amarena, quella nera e croccante; poi sentori speziati comunque dolci e avvenenti. Il sorso è secco, ha buon corpo e vanta buonissima bevibilità. Il tannino è importante ma non invadente, l’alcol ne compensa – in perfetto equilibrio – le spigolature, regalandogli beva sostenuta e profonda. Da bere a sorsi copiosi.

Interview with Angelo Di Costanzo, Head Sommelier of the prestigious Capri Palace Hotel

12 giugno 2012

Qualche settimana fa ho rilasciato questa intervista al sito “Cellar Tours” che si occupa, tra le altre cose, di organizzare tours esclusivi in tutto il mondo per i grandi appassionati del vino. Se vi va dategli una occhiata…

The youngest of 7 brothers, Angelo was born in Pozzuoli in 1975, he attended hotel school and, after working in several local restaurants, he became a certified AIS sommelier in 2001.

In 2008 he was awarded “Best Sommelier in Campania” (leggi qui) and “Silver Pin – Charme Sommelier of Italy”. From 2002 to 2009, he run a great wine shop in Pozzuoli, L’Arcante, which is also the name of his fantastic food and wine blog, L´Arcante.

Sipping a glass of Falanghina dei Campi Flegrei Cruna De Lago 2007*, we began our chat… continua a leggerla su cellartours.com 🙂

*la foto dell’ultima bottiglia di Cruna DeLago dei Di Meo è di Sara Marte (che linko) ripresa dal blog di Luciano Pignataro.

Viaggio in Sud Africa, questa è la storia

4 giugno 2012

L’amico Gerardo Vernazzaro, compagno di tante bevute oltre che bravo enologo a Cantine Astroni – e curatore di una rubrica su questo blog -, è stato in Sud Africa per capire cosa succede da quelle parti. Questa è la storia…

Con una tradizione storica di circa 350 anni, in Sud Africa si produceva vino molto prima che in California o in Australia e, tra l’altro, il paese è oggi l’ottavo produttore di vino del mondo. Nonostante il paese mostri un lieve ritardo rispetto agli altri produttori vinicoli del mondo, principalmente dovuto agli avvenimenti politici dello scorso secolo, il Sud Africa si propone al mondo con interessanti vini bianchi e rossi e le premesse per un rapido e importante sviluppo enologico di qualità fanno ben sperare per la produzione futura.

La produzione vinicola è ancora fortemente caratterizzata dalle cooperative, tuttavia si sta registrando, a partire dalla metà degli anni ‘80, un crescente numero di nuovi produttori vinicoli che puntano essenzialmente sui vini di qualità. La zona dove principalmente si produce gran parte del vino è il Capo di Buona Speranza, nella parte più a sud, vicino a Città del Capo.

La storia dell’enologia ha inizio verso la metà del 1600 ad opera di quello che è da tutti considerato come il padre della vitivinicoltura sudafricana: Jan van Riebeeck. Nell’intento di realizzare un punto di ristoro e di sosta per le navi della Compagnia delle Indie Olandesi in rotta verso i paesi dell’estremo oriente, questo giovane chirurgo olandese, che non aveva nessuna nozione né di viticoltura né di pratiche enologiche, intuì tuttavia la necessità di fare trovare vino e distillati agli equipaggi in sosta a Capo di Buona Speranza che avrebbero senz’altro gradito.

Fece quindi arrivare dalla Francia – non è certa l’esatta zona di origine ma con molta probabilità si trattava di chenin blanc e moscato d’Alessandria – alcune viti da piantare e, finalmente, dopo diversi tentativi andati male a causa di incendi appiccati ai vigneti da parte delle popolazioni locali che si aggiunsero agli assalti dei famelici passeri ghiotti di chicchi d’uva, nel 1659 si registra la prima produzione di vino in Sud Africa. Nel diario di Jan van Riebeeck, nella data del 2 febbraio 1659, si trova scritto: «oggi, sia lodato il Signore, per la prima volta abbiamo fatto vino con le uve del Capo».

L’esultanza era certamente comprensibile, tuttavia un cronista dell’epoca ricorda che il vino era incredibilmente astringente, buono solamente per “irritare l’intestino”; non da ultimo, il vino spedito in Olanda veniva spesso rifiutato e rimandato al mittente. Nonostante lo scarso favore e, a quanto pare, i poco incoraggianti risultati dei primi esperimenti, la strada per l’enologia sudafricana era stata tracciata.

Di li a poco, accaddero due avvenimenti significativi che diedero particolare impulso all’enologia locale: il nuovo governatore Simon van der Stel, che arrivò in Sud Africa nel 1679, contrariato dalla forte acidità dei vini locali, decise di fondare nel 1685 la più prestigiosa cantina di tutta la storia del paese: Constantia, la cui fama negli anni arrivò persino a primeggiare con certi vini francesi dell’epoca e con i già celebrati Tokaji ungheresi. Mentre un altro avvenimento che contribuì al miglioramento della qualità del vino in Sud Africa fu l’arrivo, successivamente alla fondazione della cantina Constantia, di circa 200 rifugiati protestanti ugonotti francesi, in fuga dalle persecuzioni religiose dopo la revoca dell’Editto di Nantes, che portarono con loro l’esperienza, senz’altro provvidenziale, delle pratiche enologiche francesi.

I vini di Constantia rappresentarono un caso piuttosto singolare, in quanto erano gli unici del cosiddetto “Nuovo Mondo” a primeggiare, se non a superare, i vini prodotti in Europa e per molti anni preferito dalle Corti Reali d’Europa; lo stesso Napoleone infatti, in esilio all’isola di Sant’Elena, ordinava i vini di Constantia per alleviare il suo tormentoso destino. Erano vini dolci e prodotti nelle versioni rosso e bianco, quest’ultimo più pregiato e ricercato e prodotto perlopiù con Muscat à petit grains a cui veniva probabilmente aggiunto il moscato d’Alessandria e il pontac, un’uva a bacca rossa le cui origini non sono molto certe.

Il declino cominciò dopo l’occupazione delle truppe britanniche, in seguito alle guerre napoleoniche, oltre alla generale debacle di tutto il comparto vinicolo a partire dal 1861. E a rendere ancor più difficoltosa la decadente condizione, come in altri paesi produttori di vino dell’epoca, nel 1886 fece la sua comparsa la temibile fillossera che devastò progressivamente i vigneti del paese. Gli effetti post fillossera si fecero sentire per circa 20 anni e all’inizio del ‘900 i produttori locali ripresero a piantare vigneti, prevalentemente con uva cinsaut (o cinsault), cercando di ridare slancio all’enologia del paese che di fatto, per contro, diede luogo ad una sovrapproduzione che portò nuovamente ad una crisi economica dell’industria enologica del paese. Questa crisi finanziaria portò nel 1918 alla fondazione di una cooperativa di produttori sudafricani, la KWV – Koöperatiewe Wijnbouwers Vereeniging van Zuid Africa (Associazione Cooperativa dei Viticoltori del Sud Africa). 

Lo scopo di questa cooperativa era di fissare dei limiti di produzione, con lo scopo di evitare sovrapproduzioni, e di conseguenza i prezzi minimi del vino. Divenne in breve tempo un potente organismo e nessun vino poteva essere prodotto, venduto o importato in Sud Africa se non per mezzo del KWV. Nonostante questa cooperativa sia ancora attiva e controlli circa il 25% delle esportazioni dei distillati e del vino sudafricano, oggi ha perso molto del suo dominio e attualmente è ristrutturata come un gruppo di compagnie private. Nonostante si debba riconoscere il merito di questa organizzazione per avere contribuito alla stabilizzazione dei prezzi così come alla regolamentazione della produzione vinicola, KWV ha anche lasciato poco spazio alla creatività e all’iniziativa personale dei produttori, determinando, di fatto, un ritardo nelle tecnologie e nella qualità dei vini, che invece negli altri paesi stava procedendo in modo spedito e determinante. Il cambiamento in favore della qualità è iniziato verso la metà degli anni ’80, quando si è assistito ad un cambiamento radicale dell’industria enologica in favore dei piccoli produttori rispetto a quello che era invece la norma fino a quei tempi, cioè le cooperative. 

Le zone di produzione: il centro della produzione vinicola è circoscritto nel cosiddetto “Capo”, nella parte più a sud del paese, in prossimità di Città del Capo e del Capo di Buona Speranza. Le regioni di principale interesse sono certamente Paarl e Stellenbosch, dove si produce anche la maggiore quantità di vino del paese. Qui si producono sia vini bianchi che vini rossi e, non da ultimo, vini fortificati e metodo classico (Cap Classique). Il clima è favorito dalla vicinanza con i due oceani, Atlantico e Indiano, condizioni che consentono la produzione di vini di qualità e, non a caso, i migliori vini del Sud Africa provengono proprio da queste zone. 

La zona di produzione più antica rimane Constantia, nel distretto di Capo di Buona Speranza; un luogo che beneficia sia di un clima fresco sia della vicinanza dell’oceano Atlantico. La zona è famosa per il suo celebre vino dolce, ma si producono anche vini fermi da uve chardonnay e sauvignon blanc, oltre a vini rossi da cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot. A circa 45 chilometri ad est di Città del Capo, si trova un’altra celebre zona vinicola del paese, Stellenbosch, prestigiosa città universitaria. Tradizionalmente viene considerata fra le più antiche zone di produzione del paese, dopo Constantia, oltre che fra le più importanti, sia per produzione che per qualità. Il clima di questa zona è piuttosto temperato dalle correnti provenienti dall’oceano Atlantico e le uve coltivate sono il cabernet sauvignon, il merlot, il syrah e il pinotage (pinot nero x cinsault). In questa zona si producono inoltre anche buoni vini fortificati nello stile “Porto” e vini bianchi prodotti con uve chardonnay e sauvignon blanc. Ancora più a nord di Stellenbosch, c’è Paarl. 

Qui oltre a vini bianchi e rossi, ci sono ottime espressioni anche di vini liquorosi, spumanti e brandy. In particolare i vini fortificati sono prodotti con le stesse tecniche con cui si producono i celebri Jerez in Spagna, e spesso la loro qualità viene considerata al loro pari. Le uve prevalentemente coltivate nella zona sono lo chenin blanc, lo chardonnay, il sauvignon blanc, il cabernet sauvignon e il merlot. Un’area molto rinomata di questa regione è Franschoek, originale insediamento degli ugonotti francesi, dove si producono interessanti vini di qualità, in particolare con uve sémillon. Altre zone di interesse sono Hermanus, a sud di Città del Capo, dove si producono interessanti pinot nero e chardonnay, Durbanville, ad ovest di Paarl, dove si producono in prevalenza vini bianchi. Altre zone sono Worcester, Klein Karoo, Mossel Bay, Elgin e Walker Bay.

Qui, sul wineblog di Luciano Pignataro, il bel racconto del viaggio.

Un piatto, il suo vino: Braciola di Bufala con Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2004

27 Maggio 2012

Nel dialetto napoletano il termine “braciola o bracioletta” non indica, come avviene in altre parti d’Italia, una fetta di carne (generalmente ricavata dalla lombata), ma viene utilizzato più che altro per riferirsi all’involtino, sia esso di carne, di pesce o di verdure.

Il termine è in effetti molto antico e veniva già utilizzato da Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino, nella sua “cucina teorico-pratica” dove compare in alcune ricette, una imperdibile “Braciolette di tonno in umido” e ancora in quella delle “Braciolette di cappucce farsite*.

Andrea Migliaccio, in occasione dell’evento con Feudi di San Gregorio dello scorso 18 Maggio – apertura della stagione enogastronomica L’Olivo DiVino qui al Capri Palace -, ne ha voluto riprendere le linee con questo piatto, un omaggio sincero alla cucina napoletana e ai sapori indimenticati di certe domeniche partenopee; eccovi quindi la “Braciola di Bufala con scarola e calzoncini fritti”, servita per l’occasione con il Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2004.

Un aglianico di notevole spessore, probabilmente tra i migliori Taurasi mai usciti dalla cantina di Sorbo Serpico (alla pari, o magari anche superiore – seppur stilisticamente diverso – solo al P.d.M. 1997): diciotto mesi di legno, almeno altri ventiquattro in bottiglia, ha colore nerastro e ricco; il naso è un concentrato di frutti rossi e neri maturi (prugna, amarene e more), tabacco e spezie, ma anche cuoio, caffé tostato e cioccolato. Il sorso è asciutto, materico, ha spalle ossute e larghe, un tannino ancora vibrante che offre spigolature tipiche affatto intollerabili. Un bellissimo vino, tra l’altro, forse, nel suo momento ideale per essere goduto a pieno e rappresentare così, al meglio, l’aglianico e la sua massima espressione del terroir irpino. 

*farsite, farcite.

Intervallo. Aperitivo in terrazza con Gambero con guanciale, piselli e zabaglione e Dubl Greco 2009

26 Maggio 2012

1 Maggio, Ottantuno rose per mia madre

1 Maggio 2012

La forza,
il coraggio,
l’amore,
gli anni, 81 oggi, nulla hanno cambiato.
 
Avrai fatto anche tu bellissimi sogni,
avrai avuto anche tu dei grandi desideri,
avrai avuto anche tu delle speranze,
 
tutto, proprio tutto, messo via da qualche parte per i figli,
solo e sempre per la famiglia.
 
Oggi è per te,
Buon compleanno mamma!
 

Un piatto, il suo vino. Fatene il vostro gioco…

29 febbraio 2012

Da un lato un piatto, un bel piatto di pasta che concettualmente si potrebbe tranquillamente definire trasversale: povero ma ricco, appetibile e pieno di sostanza, profumato, fresco, alleggerito, saporito il giusto. L’intuizione è terragna, che più semplice non potrebbe essere, coi porri e la salsiccia “pezzente”; un connubio pensato bene, riuscito e mantecato meglio, ingentilito con giustezza da quel richiamo al mare, che sa di fasolari, ma non necessariamente. Buono a sapersi, tra i piatti cult in carta a Sud come probabilmente lo diventeranno anche questi nuovi appena segnalati sul suo sito da Luciano Pignataro, tra i quali consiglio vivamente di non mancare il cous cous di soffritto su crema di cipolla, yogurt e paprika.

Nel bicchiere invece il primo Nastro Rosa* doc per i Campi Flegrei. Il primo rosato 2011 bevuto, s’intende, provato giustappunto l’altra sera a cena da Pino e Marianna. Un piedirosso dal bel colore rosa tenue, luminoso e vivace, col “naso” evidentemente ancora imbrigliato dallo stress da vasca ma un sapore, asciutto, vivido, minerale, sapido, già determinato a conquistarsi tutti i palati più gentili, sbarazzini, assetati di territorio; “senza pensarci troppo su però – come ci tiene a sottolineare l’amico Gerardo Vernazzaro, enologo a Cantine Astroni -, le chiacchiere conserviamocele per altri vini, magari proprio per quelli di cui tra l’altro tanto più si parla e sempre meno se ne bevono”.

Allora, questi gli elementi, accontentiamoci e fatene pure il vostro prossimo gioco di abbinamento cibo-vino, senza esagerare naturalmente, tanto ci sarà sempre uno che ne saprà più di voi! 

* non avendo ancora scelto un nome definitivo – il vino tra l’altro uscirà solo a metà aprile prossimo -, mi sono permesso, con “Nastro Rosa”, di avanzare un mio piccolo suggerimento agli amici Gerardo ed Emanuela per il loro primo rosato doc Campi Flegrei firmato Cantine Astroni. 

Taurasi Vendemmia 2008| Anticipazioni…

22 gennaio 2012

Lo ammetto, sono a secco di argomenti per elogiare ancora una volta il prezioso lavoro svolto dai ragazzi di Miriade&Partners con questa ennesima interessante anteprima sul Taurasi; ma che bravi, che impegno, che dedizione. E che parterre di giornalisti, blogger, sommelier autorevoli!

Ma prima di tuffarci nel vivo delle degustazioni e delle impressioni a caldo offerte dall’interessante panel di quest’anno, è opportuno dedicare un po’ di attenzione ad alcuni nuovi spunti venuti fuori quest’oggi; un esercizio necessario per inquadrare meglio l’areale, la sua proposta sempre più articolata e le prospettive, certamente complesse ma non più di così difficile interpretazione.

Spesso ci siamo chiesti (e augurati) che si potesse guardare al vino Taurasi con gli stessi occhi con i quali un appassionato si approccia per esempio ad un Barolo, riferendosi cioè non più semplicemente al vitigno originario o alla mera definizione legislativa, ma bensì alla sua tipicità manifesta in un determinato microclima, in una particolare zona della denominazione quando non addirittura di una specifica vigna; insomma, se ai più viene naturale cogliere e raccontare dello stile, delle sfumature dei nebbiolo di Serralunga d’Alba e La Morra, perché non dovrebbe accadere lo stesso per esempio per gli aglianico di Lapìo o Mirabella Eclano o ancora quello di Montemarano?

Da dove cominciare? Bene, a guidarci per mano in questo nuovo scenario ci ha pensato Paolo De Cristofaro¤, con un lavoro certosino, millimetrico quasi, sulle macro-aree interessate alla coltivazione di aglianico e aglianico da Taurasi; un lavoro, per chi mastica vino, straordinariamente puntuale ed efficace, una guida indispensabile, per cominciare a chiarire quegli aspetti ormai ineludibili quando si racconta e si scrive di Taurasi o di aglianico di queste terre; perché, come sottolinea lo stesso autore, “come spesso accade, il disciplinare dice poco di un vino con una forte identità varietale e territoriale e che sempre più richiede di essere declinato al plurale, prendendo atto delle numerose variabili zonali, agronomiche, enologiche-stilistiche e del crescente numero di aziende produttrici, passate da meno di dieci (fine deglia nni ’80) alle 60 di oggi”.

Così con l’impegno di ritornare sull’argomento a breve, soprattutto perché questa lettura mi ha subito appassionato parecchio – ha tanto da insegnarci -, ecco come ci è stato presentato il panel d’assaggio di quest’anteprima che vi racconterò domani. I Taurasi degustati sono stati divisi in cinque gruppi territoriali:

  • Gli Assemblaggi, quei vini cioè provenienti da due o più distinte macro-aree;
  • Quadrante Nord – Riva Sinistra del fiume Calore, con le vigne in Venticano, Pietradefusi e Torre Le Nocelle;
  • Versante Ovest – Le Terre del Fiano, con vigne ubicate a Montemiletto, San Mango sul Calore, Montefalcione e Lapìo; con quest’ultimi due comuni gli unici ammessi alla produzione sia di Taurasi e che di fiano di Avellino);
  • Valle Centrale – Riva Destra del fiume Calore. Il territorio senz’altro più frammentato dell’areale con le vigne ubicate in Taurasi, Mirabella Eclano, Luogosano, Bonito, Sant’Angelo all’Esca e Fontanarosa;
  • Versante Sud – Alta Valle, dove il vigneto ad aglianico assume una quota di rilevanza notevole, talvolta esclusiva, distribuito nei comuni di Castelvetere sul Calore, Montemarano, Castelfranci e Paternopoli.

 Taurasi Vendemmia 2008, qui tutte le degustazioni all’anteprima.

Il Piedirosso dei Campi Flegrei, un passo avanti, due indietro (assaggi sparsi del 2010 e altro)

21 dicembre 2011

E’ inutile girarci intorno, con questo piedirosso è proprio dura, ancor più dura di quanto ci aspettassimo. Il vitigno in effetti pare non fare assolutamente concessioni, e assaggio dopo assaggio ci siamo resi conto, bicchiere alla mano, che non è solo un luogo comune il fatto che da molti vignaioli viene indicato come una vera “brutta bestia”, per non parlare degli enologi per i quali rimane “una bella gatta da pelare” in cantina; così ci siamo dovuti dar pace e accettare, per lo più unanime, un verdetto finale più pesante del previsto: calma è sangue freddo, la strada è di parecchio in salita.

Perchè? Bene, riprendendo a grandi linee concetti già espressi sull’argomento su questo blog (leggi qui), per troppo tempo ci siamo abituati all’idea che certe puzzette o caratteri vegetali del piedirosso fossero tratti distintivi tipici del vitigno, quando non addirittura del territorio; ci sbagliavamo naturalmente, e lo abbiamo imparato in fretta. Bene ha fatto invece chi, dopo anni di penitenza e importanti investimenti in vigna e in cantina punta a ridare una certa dignità colturale, enologica, e quindi organolettica, a quello che personalmente ritengo invece essere il più interessante ed eclettico dei vitigni a bacca rossa campani.

Detto questo però, tale esempio appare disatteso da molti, che continuano – dannazione! -, ad accontentarsi di esserci anziché crescere e migliorare, in una parola: emergere. Non sta certo a me, a noi fans, indicare una via certa, però qui c’è da avviare subito una analisi ancor più profonda e tecnica sullo “stato delle arti” qui nei Campi Flegrei; mettere in campo, ognuno da più parti, le proprie conoscenze e competenze per il bene comune. Un lavoro sporco e duro, ma estremamente necessario, urgente direi, che richiami all’impegno, oltre che dei produttori, di tutti gli organi della filiera di produzione e tutela affinché si lavori di concerto – come è avvenuto per esempio, in maniera pregevole, per le recenti modifiche al disciplinare (leggi qui) – per il bene della denominazione e in particolar modo per il vino piedirosso dei Campi Flegrei. Tant’è che mi tocca essere sincero: l’impressione che si ha oggi nel mettere il naso in questi bicchieri, è che ognuno vada per la sua strada, e che alcuni, per quanto girino, lo facciano a tentoni.

E’ pur vero che il varietale occupa solo in minima parte il vigneto a denominazione, e impegna se vogliamo risorse ed energie talvolta antieconomiche per l’esigua produzione stessa, però salvaguardare il piedirosso, studiarne e approfondirne meglio le caratteristiche colturali, le attitudini enologiche, comprenderle, per vinificarlo meglio – vivaddio! -, rimane l’unica via per proporlo, imporre al mercato, un prodotto quasi esclusivamente flegreo e sempre più necessario con una domanda del vino sempre più indirizzata a scansare vini sovra strutturati e grassi in favore di quelli capaci di tessiture organolettiche snelle eppure serbevoli; vini insomma come solo il per ‘e palummo dei Campi Flegrei sa regalare in Campania. 

Un paio di precisazioni: abbiamo preso in esame esclusivamente i vini fregiati con la doc, anzitutto dell’annata 2010 e, chi ce l’ha concesso, dei loro cru  2009 o 2008. Infine, è bene ribadire che la sequenza così proposta non è in alcun modo da intendere come una classifica di merito.

Campi Flegrei Piedirosso Colle Rotondella 2010 Cantine Astroni – Napoli.  Bello il colore, rubino con ancora sfumature porpora sull’unghia del vino. Naso mascolino, vibrante ed elegante, di rosa passita, sorbe e muschio. Sorso asciutto e fresco, con buona intensità. Chiude con nerbo, ma discreto e gradevole.

Campi Flegrei Piedirosso Terracalda 2010 Cantine Babbo – Pozzuoli. Colore rubino granato; primo naso quasi infastidito da una leggera nota volatile; lentamente si affacciano accenni floreali di lavanda e rosa passita, poi ancora un sottile richiamo alla “terra bagnata”. Asciutto e gradevole al palato, caldo ma non troppo.

Campi Flegrei Piedirosso 2009 Cantine del Mare – Monte di Procida. Bello il colore di questo vino, rubino pienamente espressivo, cristallino e abbastanza trasparente. Naso tenue, pur giocato su un varietale dei più riconoscibili: geranio, rosa e violetta. In bocca è chiaro, asciutto e serbevole, marcatamente sapido, manca di un guizzo ma è indiscutibilmente gradevole.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Cantine Farro – Bacoli. Colore rubino con lieve tendenza al granato. Primo naso quasi idrocarburico, ma dura poco, così il tono olfattivo vira su fini sentori floreali passiti. Il sorso è maturo, pronunciato sul frutto, paga dazio in lunghezza ma rimane di estrema correttezza gustativa. Lineare.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Carputo Vini – Quarto. Colore rubino tendente al bruno, inaspettato aggiungo io. Naso a lungo in riduzione, quasi terroso. Al palato è discreto, offre un sorso abbastanza maturo che chiude asciutto e morbido. Da rimarcare, sul finale di bocca, un piacevole ritorno balsamico.

Campi Flegrei Piedirosso 2008 Contrada Salandra – Pozzuoli. Colore rubino granato, abbastanza gradevole per la maturità del millesimo; naso inizialmente concentrico su note animali, pelo e cuoio, con una lieve nota volatile a infastidirne l’approccio. Molto lentamente tira fuori anche dell’altro, su note comunque mature, definitive, evolute. Palato asciutto, di buono spessore e profondità gustativa. Risoluto.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore rubino porpora intenso e poco trasparente. Primo naso denso e voluminoso, i sentori viaggiano su riconoscimenti di viola passita, susina e spezie dolci. Al palato è asciutto e intenso, sorso appena caldo con un tannino ben risoluto. Chiusura balsamica e sapida.

Campi Flegrei Piedirosso Riserva Montegauro 2008 Grotta del Sole – Quarto. Inevitabilmente forse, il più riconosciuto della batteria, quel vino una spanna sopra tutti che per intensità, ampiezza e fittezza, di naso e bocca, ti fa fermare e riflettere. Pensare. Il colore è fitto e impenetrabile, il quadro olfattivo è avvincente, frutta sopra tutto; il sorso è denso e piuttosto lungo, sostenuto da puntuta acidità e fini tannini. Lo aspettiamo alla soglia del tempo, ancora una volta, per avere maggiore contezza della buona qualità varietale esaltata però, indubbiamente, dalla palese interpretazione, appannaggio di una ferrata memoria e senza dubbio di una cantina all’altezza.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Le Cantine dell’Averno – Pozzuoli. Colore rubino vivace, il timbro olfattivo è vinoso e varietale, offre poca intensità ma i sentori risultano puliti e molto gradevoli. Sorso asciutto e di pregevole finezza, manca di profondità, di spina dorsale come si suole dire, ma lascia cogliere buona materia.

Campi Flegrei Piedirosso Gruccione 2010 Az. Agr. Montespina/Antonio Iovino – Pozzuoli.  Interessante il colore rubino tenue, abbastanza trasparente ma assai elegante; L’incipit olfattivo è di viola e geranio, un classico. Al palato è asciutto e lineare, appena vivace sul finale di bocca.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 La Sibilla – Bacoli. Colore rubino granato, un tantino cupo. Naso inizialmente scomposto, il bel frutto è coperto per un po’ da una poco piacevole nota volatile. Lentamente si apre e finalmente ci lascia apprezzare l’immediatezza dell’approccio: olfatto sottile, fugace ma invitante. Sorso più interessante, giocato in leggerezza ma sempre vivace. Sul finale di bocca una lieve nota amarognola.

Campi Flegrei Piedirosso 2010 Tenute Matilde Zasso – Pozzuoli. Colore rubino porpora con buona intensità. L’aspettiamo per un po’, appare chiuso su sentori vegetali, terrosi e animali. Poi un leggero richiamo a frutti neri. Il sorso è asciutto e piacevolmente fresco, con un finale appena caldo, breve ma comunque appagante.

Campi Flegrei Piedirosso Agnanum 2010 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. In grande spolvero il colore, bel rubino con nuances porpora, intenso e vivace con un primo naso invitante e altrettanto vibrante. Frutto in primissimo piano, croccante e polposo, poi note di macchia mediterranea e spezie, origano fresco. Il sorso è succoso e nerboruto, fresco e parecchio lungo.

Campi Flegrei Piedirosso Vigna delle Volpi 2008 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Colore rubino granato, primo naso di forte impatto emozionale, assai varietale e puntuto. Arrivano note di frutta polposa intrise di sfumature balsamiche e speziate; il legno è perfettamente digerito, tutt’uno con la materia. Molto elegante. Al palato è austero, regala un sorso discretamente asciutto, di buon spessore ma non prorompente, anzi. Rimane a lungo in bocca, gustoso e gradevolissimo. Da manuale.

Nota a margine: tutti i vini sono stati aperti due ore prima di essere serviti, alla corretta temperatura di servizio e alla cieca, in batterie da 6 assaggi alla fine di ognuna delle quali si è avuto un ampio confronto prima di svelarli. Con il sottoscritto, hanno partecipato al panel Giulia Cannada Bartoli, giornalista free-lance e sommelier, Michela Guadagno, sommelier, Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, Nando Salemme, ristoratore e sommelier professionista.

© 2011 L’Arcante, esce anche sul sito www.lucianopignataro.it.

Falanghina dei Campi Flegrei, prospettive

16 dicembre 2011

L’iniziativa era di quelle mai riuscite prima: organizzare il più completo panel di degustazione dei vini doc Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei insistenti sul territorio; devo dire che l’idea è piaciuta subito a molti, tanto da avere la conferma di sicura partecipazione da quasi tutti quanti i produttori, che ringrazio anzitutto per avermi dato ascolto, concesso quei pochi minuti del loro prezioso tempo; tuttavia, ne sono certo, questo momento verrà apprezzato anche da chi poi alla fine, per un motivo o per un’altro, il vino non ce l’ha più mandato.

Certo è che certe cose aiutano parecchio a crescere e capire, ovvero comprendere meglio un territorio tanto ricco da un punto di vista vitivinicolo quanto frammentato e misconosciuto. Una frammentazione da cogliere anzitutto come varia eterogeneità espressiva, con tutti i pro e i contro di una tale connotazione;  e che durante gli assaggi si è manifestata palesemente, e non tanto, o non solo, per le evidenti diversità territoriali dove i produttori si muovono – ricorrendo molti di questi di solito ad assemblaggi di vini da più vigne spesso dislocate anche su comuni diversi -, quanto per l’idea e la capacità interpretativa, non sempre riuscita, va detto, che tende però a distinguere comunque ognuno di loro: mi riferisco per esempio alla conoscenza – leggi dedizione, studio, soprattutto storico-comportamentale – dei due varietali flegrei, del vigneto e delle vigne che conducono, ma anche elementi apparentemente più alla portata come saper leggere attentamente una vendemmia o perseguire un know-how efficace in cantina capace quantomeno di ridurre i margini “d’errore”, quando non addirittura farti fare il famoso salto di qualità.

Insomma, ci siamo ritrovati dinanzi a vini con tanti buoni spunti di riflessione su cui costruire prospettive assai incoraggianti ma anche alcuni con evidenti limiti, sia a riguardo della Falanghina, di cui leggete oggi, quanto più col Piedirosso, la “brutta bestia” di cui però leggerete tra qualche giorno. C’è da fare ancora tanta strada, è indubbio, però per favore credeteci, credeteci, credeteci. E non vi nascondete!

Un paio di precisazioni: abbiamo preso in esame esclusivamente i vini* fregiati con la doc, anzitutto dell’annata 2010 e ove non possibile (per chi ancora non è “uscito” con questo millesimo) il 2009 e il 2008. Infine, la sequenza qui proposta non è in alcun modo una classifica di merito.

Campi Flegrei Falanghina Mare Chiaro 2010 Azienda Agricola Varriale – Napoli. Bel paglierino vivace, primo naso caratterizzato da un lieve attacco di solforosa che però va via quasi subito per lasciare spazio a gradevoli note floreali e fruttate. Abbastanza varietale, meriterebbe un po’ più di attenzione. In bocca è secco, appena vivace, di estrema bevibilità e piuttosto sapido.

Campi Flegrei Falanghina Colle Imperatrice 2010 Cantine Astroni – Napoli. Colore paglierino abbastanza carico, naso inizialmente salmastro, poi man mano meglio pronunciato su piacevoli sentori floreali di camomilla e nitida albicocca. Al  palato offre un sorso teso e minerale, non lunghissimo ma assai rinfrancante.

Campi Flegrei Falanghina Sintema 2010 Cantine Babbo – Pozzuoli. Paglierino tenue, il naso rimane un tantino monocorde ma estremamente pulito e fine su gradevoli note erbacee e floreali. Sorso asciutto e leggero, molto gradevole. In crescita.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Cantine del Mare – Monte di Procida.  Con sommo dispiacere entrambe le bottiglie consegnateci per la degustazione hanno evidenziato un avanzato stato di maderizzazione, impossibile quindi esprimere giudizi; un gran peccato poiché proprio poche settimane fa mi aveva personalmente conquistato. Da ritornarci subito su.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Cantine Farro – Bacoli. Paglierino tenue, naso estremamente pulito e varietale (gelsomino, mela, pera). Al palato è sobrio, infonde sottile mineralità ad ogni sorso.

Campi Flegrei Falanghina Le Cigliate 2010 Cantine Farro – Bacoli. Anche qui il colore non fa una grinza, paglierino tenue e cristallino. Al naso sentori di nespola, mela e macchia mediterranea, fini ed eleganti con una certa insistenza. In bocca è secco, in perfetta sintonia evolutiva e di estremo equilibrio gustativo. Sul finale di bocca, un gradevole ritorno balsamico.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Carpunto Vini – Quarto. Paglierino ben fissato, naso inizialmente scomposto, appare sovramaturo e con un certa insistenza di mela cotta. In bocca si esprime meglio, lineare e godibile con un buon finale sapido.

Campi Flegrei Falanghina Collina Viticella 2010 Carpunto Vini – Quarto. Dei due un passo avanti: colore paglierino netto, con un naso sicuramente più riconoscibile e invitante, che vira ad un certo punto su lievi sentori speziati. Il ricordo personale è di un vino affinato in solo acciaio e bottiglia, che sia cambiato qualcosa nel frattempo? Sorso asciutto e di buona intensità pur se non particolarmente persistente.

Campi Flegrei Falanghina 2009 Contrada Salandra – Pozzuoli. Colore paglierino di buona intensità, primo naso subito salmastro, poi si apre su gradevoli sentori floreali e fruttati, lievemente balsamico. Palato asciutto, mostra però una certa spalla alcolica che ne accentua certo la densità gustativa affaticandone però la beva.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore paglierino tenue, naso anzitutto minerale, quasi pungente, caratteristica questa particolarmente accentuata soprattutto sullo slancio iniziale. Poi gradevoli nuances erbacee e di macchia mediterranea. Sorso asciutto e risoluto.

Campi Flegrei Falanghina Coste di Cuma 2010 Grotta del Sole – Quarto. Colore paglierino con ancora sfumature verdoline; Offre un primo naso di estrema finezza balsamica, poi concede una dolcissima sciorinata di frutta, di pesca bianca, nespola e pera anzitutto, e sentori di macchia mediterranea. Sorso assai fresco, quasi citrino sull’attacco gustativo ma che recupera con un finale di bocca gradevolmente sapido. In rampa di lancio.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Le Cantine dell’Averno – Pozzuoli. Colore paglierino, primo naso subito acconciato su sentori varietali, poi nel tempo concede sfumature di camomilla e pera matura. In bocca è asciutto e minerale con un finale rotondo e decisamente sapido.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Il IV Miglio – Quarto. Paglierino carico, naso subito maturo, sentori di frutta a polpa gialla, pesca e albicocca. Sul finire un ritorno dolce di miele di millefiori. Al palato è asciutto, infonde buona tensione gustativa per tutta la bevuta. Sul finale di bocca un ritorno appena troppo caldo.

Campi Flegrei Falanghina Macchia bianco 2007 Il IV Miglio – Quarto. Colore oro, naso buccioso e intriso di note balsamiche e lievemente speziate, di zenzero. Sorso ancora integro pur se risoluto, espressivo di una certa idea di falanghina dei Campi Flegrei non trascurabile. Un fuoriprogramma ben gradito da raccontare ancora.

Campi Flegrei Falanghina Grande Farnia 2010  Azienda Agr. Montespina/Antonio Iovino – Pozzuoli. Paglierino, primo naso quasi fugace, poi ritorna prorompente e vulcanico con un timbro decisamente minerale, con nitidi richiami sulfurei e pomice. Sorso incalzante ma ben bilanciato. Chiude morbido.

Campi Flegrei Falanghina 2010 La Sibilla – Bacoli. Paglierino tenue, naso inizialmente scomposto, improntato su note dolci un tantino invadenti, di bon bon; lentamente poi riecheggiano note balsamiche e mela a sostenerne discrezione e finezza. Al palato è secco, di buona intensità anche se breve.

Campi Flegrei Falanghina CrunadeLago 2009 La Sibilla – Bacoli. Uno dei più riconoscibili e riconosciuti in batteria; quasi un must ormai. Colore paglierino carico, primo naso quasi empireumatico, ricco di sfumature: latte di mandorla, pietra focaia, burro. Poi si ricompone su note più tradizionali, mantenendo però vivo il ricordo minerale che insiste anche al palato dove regala un sorso teso e di spessore con un finale lungo e balsamico.

Campi Flegrei Falanghina 2010 Tenute Matilde Zasso – Pozzuoli. Paglierino tenue con un naso integro e pulito. Non offre grandi spunti ma corrisponde sentori erbacei e fruttati di mela a un sorso fresco e gradevolmente sapido.

Campi Flegrei Falanghina Agnanum 2010  Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Paglierino carico, primo naso intrigante, maturo e abbastanza intenso con una netta insistenza fruttata e balsamica, albicocca e aghi di pino. Sorso asciutto, rustico ma fitto e convincente. A tratti sferza il palato con una beva vivace e di buon carattere.

Campi Flegrei Falanghina Vigna del Pino 2009 Viticoltore Moccia/Agnanum – Napoli. Paglierino con bella vivacità. Naso elegante e ficcante, tanta materia, che lentamente si va svestendo dell’incidenza del legno e offre nitidi sentori di macchia mediterranea e albicocca matura. Al palato è di buona intensità, con un finale di bocca parecchio persistente.

Considerazioni, di Giulia Cannada Bartoli. Operazioni di questo genere, ossia una valutazione praticamente esaustiva del panorama della doc Falanghina Campi Flegrei, dovrebbero svolgersi annualmente per monitorare la direzione intrapresa dai produttori e verificare se la stessa si mantenga sempre coerente con il territorio.

Il risultato emerso dalla degustazione di venti campioni tra vini base e cru,  se, da un lato, ci ha lasciati convinti, dall’altro, complice la difficile annata 2010 e l’ansia del mercato, ci ha indotti a considerazioni relative alla maturità commerciale del comparto che, negli ultimi anni, è cresciuto in maniera notevole, soprattutto con riferimento alle piccole aziende, quasi sempre a conduzione familiare, dove, eccetto alcuni casi,  il reddito agricolo è secondario rispetto ad altre attività professionali.

La fretta imposta dal mercato e da certa ristorazione,  spesso induce i produttori, poco abituati alle logiche moderne del mercato globale, a vinificare in fretta, qualche volta trascurando le esigenze e le caratteristiche  delle vigne che insistono su un’area complessiva di circa 150 ettari iscritti alla doc. Parliamo, come detto sopra, di un territorio estremamente parcellizzato, ma ricchissimo in quanto a biodiversità, è questo il patrimonio da esaltare. Ciò che emerge è un buon livello medio di qualità della materia, purtroppo, non sempre sostenuto, esclusi i casi di aziende leader, da una maggiore concentrazione rispetto alla gestione delle vigne e della cantina e da una realistica analisi del mercato.

Le potenzialità del territorio sono enormi, il numero di aziende permette senz’altro lo sviluppo di una coesione nutrita da forte spirito associativo, che, se da un lato sta muovendo i primissimi passi con il Consorzio di Tutela e Le Strade del Vino, dall’altro, soffre del congenito individualismo dei viticoltori campani. La Falanghina dei Campi Flegrei ha, potenzialmente, le carte in regola, per assumere il ruolo di testimonial trainante dell’intero territorio, intersecandosi con le  realtà produttive del turismo, della ristorazione e dell’accoglienza: in poche parole bisogna lavorare tutti insieme affinchè si possa finalmente affermare: “Falanghina = Campi Flegrei”, ovvero storia, tradizione, cultura e costante innovazione. 

* tutti i vini sono stati aperti per tempo, serviti alle corrette temperature di servizio e alla cieca, in batterie da 6 assaggi alla fine di ognuna delle quali si è avuto un confronto prima di svelarli. Con il sottoscritto, hanno partecipato al panel Giulia Cannada Bartoli, giornalista free-lance e sommelier, Michela Guadagno, sommelier, Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, Nando Salemme, ristoratore e sommelier professionista.

© 2011 L’Arcante, esce anche su www.lucianopignataro.it.

Campi Flegrei, tutte le novità della doc dal 2011

11 dicembre 2011

Lo scorso 26 ottobre 2011 è stato approvato con decreto ministeriale l’aggiornamento del disciplinare di produzione della d.o.c. Campi Flegrei, da tempo ferma ai dettami del ‘94, anno in cui era stata costituita.

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Modifiche importanti, che diverranno pane quotidiano già col millesimo 2011 in cantina, in uscita nei prossimi mesi del 2012; uno scatto in avanti a parer mio, intelligente e lungimirante, per una denominazione in forte ascesa che così facendo va confermando tutti i buoni auspici di affrontare questo particolare momento del mercato del vino con impegno e serietà produttiva, nella costruzione di una prospettiva per il territorio sempre più alettante, come ho imparato a leggere camminandoci le vigne e come vi stiamo cercando di proporre con sempre maggiore vigore; un territorio quello flegreo, capace di proporre ormai un ventaglio di assaggi ogni anno di qualità superiore e sempre più eterogenei, corrispondenti alle particolari caratteristiche di un areale storicamente vocato e sempre meglio interpretato di zona in zona.

Senza stare ad elencarvi tutte le novità, tra le quali anche accorgimenti tecnico-colturali-analitici, che comunque potete consultare con calma qui sul sito della Regione Campania, dove trovate tra l’altro tutte le modifiche ben evidenziate, queste sono quelle salienti più attese: anzitutto la modifica della doc Campi Flegrei bianco e rosso, con l’aumento della base ampelografica ammessa alla produzione: si spera così di dare maggiore vigore ad una etichetta praticamente mai utilizzata dai produttori. L’introduzione poi nella doc Campi Flegrei Falanghina, della versione passito (insisteva solo col piedirosso) e, nella stessa, l’opportunità di uscire con uno spumante dry o extra dry; infine, forse la più gradita delle novità, almeno per me, l’introduzione della doc Campi Flegrei Piedirosso o Pér e palummo rosato.

Altra novità, con un iter già ben avviato ma in via di definizione legislativa, sarà la possibilità di iscrivere sulle etichette delle bottiglie il nome della “vigna” o i suoi sinonimi, seguita dal relativo toponimo o nome tradizionale che potrà essere utilizzata nella presentazione e designazione dei vini DOP (ex doc e docg) ottenuti dalla superficie vitata che corrisponde al toponimo o nome tradizionale, purché rivendicata nella denuncia annuale di produzione delle uve prevista dall’articolo 14 del disciplinare ed a condizione che la vinificazione delle uve corrispondenti avvenga separatamente e che sia previsto un apposito elenco positivo a livello regionale. Elenco, come detto, di cui presto ne sapremo di più.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Taurasi, prove tecniche di Grand cru con il Coste e il Vigne d’Alto duemilasette di Cantine Lonardo

1 dicembre 2011

A margine della splendida verticale storica di greco musc’ andata in scena iersera al ristorante Rosiello di Posillipo, i Lonardo’s ci hanno concesso, in anteprima, un prezioso assaggio dei due loro nuovi cru di Taurasi in prossima uscita a Gennaio: il Coste e il Vigne d’Alto, tutti e due 2007.

Ci riserviamo naturalmente di approfondire meglio l’argomento, in vista anche di una prossima incursione irpina proprio tra qualche giorno, poco prima di Natale, quando non mancheremo (promesso!) di fare un salto da quelle parti; vi lascio però volentieri alcune annotazioni di merito sulle prime sensazioni ricevute. Prove tecniche di Gran cru irpini.

Il Coste 2007 appare vibrante, direi un rosso d’impeto. L’annata calda certamente lo incoraggia in questa veste sprint, con un colore decisamente avvincente con ancora evidenti nuances porpora. Il naso è intriso di note spiritose di frutta croccante e macerata, e l’accompagna una sottile e intrigante connotazione pepata. Il sorso è decisamente austero, di gran carattere, seppur quando accompagnato, come abbiamo fatto, con dell’ottimo e arcigno formaggio pareva scorrere via dissolvendosi. Dalle vigne intorno a Taurasi, allignate per lo più su terreni argillosi e di età media sui 40 anni, con una maturazione delle uve precoce e rapporto buccia/polpa a favore di quest’ultimo, quindi un approccio in vinificazione più soft. Tonneau e bottiglia.

Altra impressione il Vigne d’Alto 2007. Naso pronunciato su toni più tradizionali – riferibili ai vini di Contrade di Taurasi intendo -, con note di rabarbaro, fervori terragni, ricordi di ceneri, spiccatamente minerale. Qui “parla” il terroir: le vigne sono allocate in contrada Case d’Alto, su terreni compositi dove affiorano lapilli e ceneri di origine vulcanica. Classici starseti taurasini di età compresa tra i 40 e gli 80 anni: poca uva, di gran nerbo, con una buccia più spessa favorita senz’altro da condizioni pedoclimatiche più consone e quindi una maturazione più omogenea. Nonostante l’annata, qui il colore pare cedere un po’ della sua brillantezza ma appare più denso e meglio calibrato. Su misura. Del naso s’è detto, poi l’aspettiamo ancora, aggiungerei forse voluminoso, e poi un sorso decisamente appagante. Soprattutto, in questa fase, per chi ama le accentuate spigolature di un “giovane” e pimpante tradizionale aglianico di Taurasi. Legni diversi – comunque grandi -, e bottiglia.

Campi Flegrei, il vino che verrà

24 novembre 2011

Ho trascorso buona parte degli ultimi dieci giorni a camminare vigne e cantine qui nei Campi Flegrei. Un bel giro, di ritorno da Capri, per ritrovare vecchi amici, salutarne con piacere dei nuovi e toccare con mano ciò che di bello e nuovo il territorio avesse da esprimere. Piacevoli chiacchiere che unite alle belle passeggiate tra le vigne, alcune di notevole suggestione, ci hanno poi ricondotti in cantina, a cogliere, direttamente dalle vasche, le prime impressioni sulla vendemmia 2011 appena alle spalle.

Si è scritto e detto che in Campania, in via generale, si sia avuta una vendemmia caratterizzata per lo più da alti e bassi, con punte di eccellenza in alcune zone ormai notorie, vedi l’alto casertano, il taurasino, il Cilento, ma anche da risultati non trascurabili in altre microzone di altissima vocazione, come in costiera – per esempio a Tramonti – o a Roccamonfina. In definitiva però va registrandosi un’annata abbastanza difficile da leggere, che a detta di molti enologi saprà riservare sì buone chances ma solo se ben interpretata dal punto di vista tecnico. Ecco, l’aspetto tecnico, quello talvolta fondamentale, altre volte meno.

“In vigna – secondo assoenologi Campania -, sono risultate fondamentali, nella caratterizzazione dei singoli risultati, la gestione viticola e delle operazioni in verde come la palizzatura e la sfogliatura nonché la scelta della data di raccolta in relazione all’obiettivo enologico ed alle possibilità dei singoli vitigni”. Si aggiunge inoltre, nel comunicato diramato pochi giorni fa, che “in cantina un’oculata gestione delle temperature di fermentazione dei mosti da uve bianche, ricche di elementi nutritivi in relazione alla primavera abbastanza benevola, ha permesso buoni risultati con i vitigni più nobili. Per le uve rosse è risultata fondamentale la scelta delle metodiche di macerazione delle bucce per l’estrazione mirata e misurata degli abbondanti composti polifenolici”.

Già, perchè se questa vendemmia è risultata abbastanza omogenea, a fare la differenza sarà il manico, chi dunque ha ben inquadrato cosa si è colto dalle piante e come meglio intervenire in cantina; chi sa insomma cosa fare, con uve o certamente surmature o, per contro, vendemmiate precocemente per non averle. Si dovrà ad ogni modo fare i conti con la propria esperienza.

Detto questo, per quanto riguarda i Campi Flegrei, credo si palesi anche qui una certa eterogeneità qualitativa, soprattutto per i vini bianchi; questa è la mia prima sensazione venuta fuori dagli assaggi di questi giorni. La materia è interessante, con punte di ottimo livello qualitativo, ma ho avuto l’impressione che non ci dobbiamo aspettare vini di particolare profondità, ed eleganza, bensì ben inquadrati sulla tenue spinta olfattiva e la solita, caratterizzante, consueta bevibilità.

Fatte salve giusto una/due cose piuttosto interessanti, pensate da chi ha deciso per macerazioni un po’ più lunghe ma soprattutto da chi ha saputo leggere molto attentamente ognuna delle sue vigne, mi verrebbe da dire ognuno dei propri filari, grappolo su grappolo. E agire di conseguenza in cantina. Poi si sa, i lieviti, le correzioni dei mosti, possono – laddove non si hanno tanti scrupoli – dare una mano, ma alla lunga il risultato lascia il tempo che trova se non ben supportato da un corredo più complesso. Accontentiamoci quindi, ma non escludiamo anche piacevoli sorprese.

Altra storia mi è sembrata quella dei vini rossi, in uvaggio e non, in particolar modo il piedirosso, sicuramente in grande spolvero: teso e concentrato dove si ha avuto il coraggio – o più semplicemente l’intelligenza – di aspettare, assai espressivo in quei luoghi caratterizzati da terreni più complessi e ricchi di minerali. C’è un buon livello di concentrazione quindi, e sicuramente indubbie possibilità di evoluzione, pur augurandomi si tenda a conservare anzitutto lo spirito di un vino da lasciar bere e non che finisca, come tavolta accade, a fare da soprammobile nelle cantine sempre più affollate e impolverate; poi si sa, solo il tempo ci dirà. Da segnalare infine, le interessanti novità sul versante della d.o.c. che di recente ha subito alcune modifiche al disciplinare di produzione: molto interessante per esempio l’idea di un rosato doc Campi Flegrei. In un prossimo post tutte le novità.

Guide 2012, così la “guida rossa” Michelin

17 novembre 2011

  • 4 Cucchiaio&Forchette (luogo di Gran confort)
  • 2 Stelle (Tavola Eccellente)
  • Grappolo Rosso (Specialità e Vini scelti)

Specialità: Trilogia di cotto e crudo di mare: capesante, palamita e gamberi. Ravioli di crostacei con pappa di pomodoro, totani al limone, crema di riso e nero di seppia. Merluzzo nero con spuma al whisky torbato, spinaci e pomodori secchi.

La discreta eleganza della sala ristorante, il suo stile soffuso e le tonalità ecrù hanno ormai esaurito ogni aggettivo, iperbole, metafora. Come la cucina, scrigno di tesori napoletani, allegoria di sapori mediterranei, eclettico saggio di fantasia gastronomica del cuoco Andrea Migliaccio.

Come sapete ho preferito non lasciare un mio personale commento sulle precedenti segnalazioni (vedi qui, ma anche qui) fatte passare su questo blog in merito alle recensioni dedicateci quest’anno dalle principali guide gastronomiche; ma qui non posso, è davvero grande la soddisfazione di aver colto la seconda stella da non potermi esimere dal fare un grandissimo Complimenti! al nostro Andrea Migliaccio per il gran lavoro fatto quest’anno. Non era per niente facile, tutt’altro. S’è fatto il “mazzo”, e io c’ero!

P.S.: grande, anzi grandissima e luminosissima (e strameritata!) anche la prima stella a Marianna Vitale, la prima nella storia recente dei Campi Flegrei. E sono felice anche per il pronto ritorno alle due stelle dell’amico Oliver Glowig in quel di Roma. (A. D.)

Roma, Ristorante Oliver Glowig

28 ottobre 2011

Siamo in una delle aree più esclusive del centro di Roma, tra Villa Giulia e la Galleria Borghese. L’Aldrovandi Palace non è un albergo qualunque, gode di fortissime tradizioni, nonché di nobilissime origini che ne fanno meta preziosa di una clientela, italiana ed internazionale, particolarmente esigente. L’albergo ha camere elegantissime, talune suites decisamente lussuose – vi è una Royal Suite di 120 metri quadrati (!), non so se mi spiego – e, tra i mille e più servizi offerti, c’è anche un ristorante gurmé.

Chiusa l’esperienza con il Baby affidato per diverso tempo alla famiglia Iaccarino del Don Alfonso 1890, il ristorante è stato consegnato lo scorso aprile nelle mani di Oliver Glowig, un nome, una garanzia si direbbe, di ritorno dalla breve esperienza montalcinese in quel di Poggio Antico (qui); con gli amici e colleghi di tutta la brigata de L’Olivo, in vena di una “rimpatriata”, vi abbiamo fatto un salto lo scorso martedì, per “festeggiare” diciamo così, la nostra chiusura stagionale a Capri. Questo che segue il racconto dello splendido pranzo servitoci a due passi dal bellissimo giardino che da sulla piscina dell’albergo.

Non sono mancati rituali a noi cari: qui “i tre tenori” che si ritrovano, ovvero Oliver Glowig con Fabio Raucci (oggi nostro F&B Manager al Capri Palace) e Francesco Mussinelli (da qualche mese passato all’Hassler proprio qui a Roma). Una triade questa, cresciuta tra grandi intese, rara professionalità e infinita disponibilità con la quale ho avuto la fortuna di condividere due splendide stagioni di lavoro.

I pani, con i grissini, vengono tutti fatti “in casa” dal giovane e bravo Domenico Iavarone, ancora al suo fianco anche in questa nuova avventura romana all’Aldrovandi Palace. Notevole il “cornetto bianco”, insolito e buonissimo quello ai semi di zucca.

Dopo un piccolo benvenuto accompagnato dall’ottimo Champagne “della casa”, si comincia con Lumache alla mentuccia con fagioli di Controne e caffè. Oliver non abbandona in nessun caso le “sue” radici campane. La scoperta e la valorizzazione di tanti piccoli prodotti straordinari della nostra terra non mancano nella “vetrina” romana dello chef tedesco cresciuto e maturato sull’isola azzurra.

Forse il piatto più riuscito, anzi no, quello che più ci è piaciuto in assoluto: un trionfo di sapori; Eliche cacio e pepe con ricci di mare, ovvero come muoversi da equilibrista sulla fune senza colpo perire! Oliver in questo è sempre stato un maestro, l’ultilizzo di formaggi infatti, anche negli accostamenti più insoliti, rimane un segno distintivo della sua cucina, franca e precisa come poche e senza nessun ammiccamento a mode, tentazioni o salti nel buio; insomma, una rivisitazione più che rispettosa.

Pasta e fagioli al profumo di mare; si può senz’altro affermare sia diventato ormai un classico nella carta dei primi di Glowig: la pasta mischiata è cotta perfettamente al dente, e la sempre criptica sapidità del condimento solo accenata, poi tanta, ma tanta piacevolezza da vendere.

Il Baccalà con carciofi in salsa di uova. Mi è piaciuto molto, un piatto invitante, puritano ma al contempo intrigante e persuasivo. Il pesce è pura scioglievolezza, la trippa di Baccalà (battuta e poi fritta) non è una semplice decorazione ma un elemento di brio, di una croccantezza importante, e la salsa di uova debitamente avvolgente ma non stucchevole.

Lombo di coniglio con zucca. Esecuzione da manuale: la carne è avvolta in una foglia di borragine, cottura rare – proprio come piace allo chef -, e accompagnata da una passatina di zucca (impreziosita con pochi suoi semi, secchi) e cipolla rossa di Tropea.

Comincia qui la carrellata dei desserts, che strizzano ancora l’occhio alla lunga estate appena alle spalle, vista l’importante presenza di gelato nelle varie composizioni portateci in tavola (un vecchio pallino dello chef): si comincia con Arancia speziata al melograno con gelato di lenticchie gialle. Fresco e dalle sfumature candite e amarognole; ben mantecato il gelato.

Quindi la Meringa morbida in salsa di ananas, imperdibile per gli appassionati. Tra l’altro il dessert risulta molto più leggero di quanto in verità appaia così citato in carta. Da riprovare senz’altro.

Poi il Gelato di prugne con composta di frutta secca: un vero piacere per gli occhi – la preparazione è assai apprezzabile -, con il gelato molto saporito ed un vero e proprio viaggio tra decise sensazioni speziate/amare sia con le cialde di cioccolato che con la composta di frutta secca che invita a nozze un vecchio Madeira Malmsey o, per gli appassionati alle gradazioni più forti, uno dei più apprezzati rhum in circolazione, tipo un Demerara.

Con i deliziosi petit fours, praticamente divorati, anche le immancabili zeppoline di patata,  fritte al momento e servite “al tovagliolo”, col ripieno di calda crema pasticcera a suggellare un pranzo decisamente da ricordare.

In chiusura due appunti di degustazione sui vini, proposti da una carta essenziale che non mancherà di crescere nel tempo, ci dicono. Anzitutto l’ottimo Champagne offertoci all’arrivo, “firmato” dallo stesso Glowig, di cui però, avute le debite notizie, racconterò in maniera più esaustiva in un prossimo post.

Molto apprezzati comunque tutti i vini scelti per l’abbinamento: il laziale Bellone bianco 2009 di Cincinnato (cant. cooperativa di Cori), piuttosto intenso, profumato di glicine e miele di millefiori, in bocca voluminoso e di spessore; buonissimo invece (non pensavo fosse così bbuono il 2009!) il Derthona bianco di Walter Massa, che mi ha subito messo “in pace” col timorasso, dopo un poco (o per niente!) convincente assaggio di quello de La Colombera. Poi, il Merlot 2009 della Cantina Produttori Santa Maddalena, un classico altoatesino, buono per tutte le stagioni, anch’esso franco e piuttosto pronunciato al naso, e ben gradito dai colleghi, non solo sul coniglio. Sul finale dolce invece, il Passirò 2007 da uve roscetto di Falesco (mentre io – ça va sans dire -, ho continuato per tutto il tempo a finirmi tutto quello che c’era ancora in giro di Derthona).

Bene Oliver, anzi benissimo, ancora una volta allora in bocca al lupo amico mio e… Ad Maiora! (ché però me lo dai il numero di telefono dello chef de cave che ti ha selezionato questa meravigliosa cuvée?).

Le foto di questa recensione sono di Enrico Moschella, riproduzione riservata.

Guide ai ristoranti d’Italia 2012, così L’Espresso

8 ottobre 2011
Voto: 15
Un Cappello: cucina buona, interessante.
Bicchiere: particolare cura nella ricerca e nel servizio dei vini, internazionali, nazionali o locali.

“A volte capita, nel corso della vita, che d’un tratto ci venga offerta una occasione imprevista e imprevedibile, una bella opportunità: è successo ad Andrea Migliaccio, trentenne chiamato dall’oggi al domani a prendere il posto del celebrato Oliver Glowig, come chef del ristorante e dell’albergo più blasonato dell’Isola Azzurra. E Migliaccio non si è fatto spaventare, ben spalleggiato da una squadra più che rodata, il sommelier Angelo Di Costanzo in primis, pronto a offrire con la stessa disinvoltura millesimati milionari o falanghine di nicchia. Una cucina delicata e avvolgente, con pochi angoli acuti, capace di entusiasmare una clientela curiosa e viziata. Gustosa la crema di cipollotti con scarola e acciughe, carico di agrumi il risotto all’astice, appetitoso il pollo di Bresse con salsa al fois gras e friarielli (broccoli campani). Trionfo di pani, piccola pasticceria e orgia di dolci: d’obbligo meringata e gelati. Degustazioni da 150 e 190 euro. Sui 130 alla carta.” (da Le guide de L’Espresso – I ristoranti d’Italia 2012)

Mirabella Eclano, la vendemmia a Quintodecimo: si rinnova la giostra delle emozioni di Luigi Moio

5 ottobre 2011

Rimettere i piedi per terra, anzi letteralmente nella terra. Molti considerano Capri “il paradiso” – forse lo è -, ma dopo sette mesi sopra le nuvole era proprio necessario ritornare alla normalità, la mia normalità: camminare le vigne, respirare la terra.

Oggi è una splendida giornata, non poteva andarci meglio, e il paesaggio che si staglia all’orizzonte, in direzione Mirabella Eclano – nella più verde provincia irpina -, risulta ancora più gradevole e suggestivo di quanto normalmente possa apparire: il caldo sole, questa luce così splendente stamattina ne armonizza i colori ma al contempo esalta le sue forme, la sinuosa prospettiva di una terra unica: che bello!

A Quintodecimo¤ ci si arriva facilmente, appena una manciata di chilometri dopo l’uscita “Benevento” dell’autostrada A16, uno o due svincoli in direzione Taurasi, poi si prende per Mirabella Eclano. Cavolo! Ma come si fa a non tenere conto di quanto possono vedere, ammirare, rimanere stupiti, i propri occhi quando si arriva qui in contrada Cerzito. E lo senti già da prima – dall’aria che si respira, sottile, pungente, magica -, che qui è tutta un’altra storia.

E’ già tempo di vendemmia! Questa è la parte più bassa della vigna, quella che costeggia immediatamente la strada d’ingresso a Quintodecimo, in contrada Cerzito, sarà l’ultima ad essere raccolta ma comunque nella giornata di oggi. Quest’anno la vendemmia è anticipata, come del resto un po’ ovunque in Italia; i parametri analitici delle uve infatti dicono che sì, può bastare così; allora sotto con le cesoie e giù e su con il trattore.

Eccolo qua Felice, già una istituzione a Quintodecimo. E’ lui a scarrozzare per la vigna, di filare in filare a raccogliere le cassette di aglianico da portare subito in cantina per la cernita. “L’anno scorso è stata molto dura, la pioggia caduta pochi giorni prima del raccolto ci ha reso la vita impossibile, manco coi cingolati si poteva entrare in vigna”.

La collina infatti è particolarmente ripida, in alcuni punti scoscesa a tal punto da divenire persino pericolosa da girare in trattore; ma per fortuna quest’anno l’insistenza del bel tempo aiuta non poco le operazioni di raccolta e trasporto in cantina.

Eccolo qua l’aglianico di Quintodecimo. I frutti sono giunti a piena maturazione, più o meno con due settimane di anticipo sulle previsioni ma comunque perfettamente integri e polposi. Gli zuccheri premettono valori in alcol possibili intorno ai 14,5/15,5 gradi. “In genere – mi racconta Luigi – qui a Mirabella siamo sempre in anticipo di un paio di settimane rispetto ad altre località della denominazione, e questa vendemmia anticipata non fa altro che confermare la regola”. Così raccolti manualmente vengono adagiati in casse e subito portati in cantina dove avviene una cernita particolarmente minuziosa, talvolta spuntando acino per acino.

Ad oggi in cantina c’è già quasi tutta l’uva dell’azienda, manca in effetti di raccogliere solo il greco, mentre il fiano (di Lapio) è già tutto in casa, e oggi lo sarà anche tutto l’aglianico, come la falanghina. A tal proposito, mi piace segnalarvi che proprio di fronte all’azienda, Luigi e Laura hanno da poco rilevato un nuovo piccolo appezzamento dove a breve sarà piantata proprio della falanghina. Quando si dice migliorarsi.

Sapete, negli ultimi due-tre anni si è discusso molto dei vini di Quintodecimo, invero, a dirla tutta più per sbarcare il lunario che per altro. Tutti, ma proprio tutti – taluni addirittura a gamba tesa pur di smarcarsi, farsi notare -, si sono lanciati con una certa vis polemica, talvolta spudorata altre un po’ meno, rilanciando l’annosa questione “territorialità, autenticità e verità espressiva dei vini irpini” che qui – dicono – si farebbe fatica a cogliere. Ebbene, chi mai sarebbe il depositario della territorialità, dell’autenticità, di questa verità espressiva assoluta cui fare riferimento? Fuori il nome… Maddai…!

Come ho già avuto modo di dire altrove, io vedo Luigi Moio un po’ come Angelo Gaja, forte di una solida tradizione alle spalle – fatte le dovute proporzioni -, ma proiettato nel futuro con una propria idea chiara e precisa, millimetrica quasi, di ciò che esige dalle sue vigne ma soprattutto ciò che si aspetta dai suoi vini. Anche a costo di metterla in discussione per crearne una rinnovata, a suo modo, per sua idea, ancor più autentica.

Ma non è di questo che voglio parlarvi oggi, mettiamola così: adesso il più è fatto (più o meno)… adesso non rimane che aspettare. Sì Professore – dai! –, l’uva è finalmente in cantina, nelle tue mani, rimetti in moto la giostra delle emozioni che voglio sognare. Ancora una volta!

Capri, di agricoltura sostenibile e Scala Fenicia

1 ottobre 2011

Questo giovanotto si chiama Andrea Koch, è romano, laureato in filosofia e musicista per vocazione: “faccio una musica particolare, decisamente introspettiva, fatta di chitarra e voce, la mia sola voce (talvolta distorta); effetti naturalmente che pochi comprendono in pieno”. Sua l’azienda Scala Fenicia, intenta a rilanciare la doc Capri bianco.

Qualcuno avrà già letto di questa piacevole novità qui, in un pezzo della collega sommelier Marina Alaimo che l’anno scorso, proprio di questi tempi, prese parte alla prima vendemmia della famiglia Koch in questo splendido e suggestivo luogo a due passi dal porto di Marina Grande a Capri.

Per chi non lo sapesse, l’antica scala fenicia, da cui prende il nome l’azienda, collega la piana a monte di Marina Grande con il ciglio della rupe dove oggi sorge Villa San Michele ad Anacapri. Le scale vere e proprie – fatte una sola volta e solo per metà, circa 800 gli scalini!! -, cominciano dolcemente a salire a partire dal bivio di Torra (73 mt s.l.m.) e poi continuano a salire rettilinee e sempre più ripide attraverso un boschetto fino a quota 150 mt. Qui inizia il tratto tortuoso che in breve conduce fin sulla strada rotabile (siamo a 250 mt) subito dopo aver superato l’antica cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova. Un ultimo breve tratto quasi rettilineo conduce fino alla porta d’ingresso ad Anacapri a due passi proprio da Villa San Michele (quota 290 mt).

Poco più di quattromila metri, meno di mezzo ettaro di cui appena un moggio piantato a vigneto. In tutto quattro pezze (così vengono chiamate localmente le terrazze con muretti a secco) con piante allevate perlopiù a pergola; in alcuni punti invece è ancora possibile scorgere vecchi ceppi allevati con il tradizionale spalatrone puteolano, dove si arrampicano qua e là un po’ di biancolella, qui detta san nicola, piedirosso, falanghina e ciunchese, quest’ultimo ritenuto da alcuni contadini vitigno autoctono caprese quando in realtà si tratta praticamente del ben noto greco.

Sistema di “coltura integrata”, nel senso che il regime di gestione del vigneto guarda al biologico, tra l’altro certificato, pur dovendo fare i conti con andamenti climatici piuttosto bizzosi. L’Isola Azzurra in effetti non è proprio luogo ideale per fare una sana e florida viticoltura, però con il giusto piglio e “l’aiuto del Signore” – come ci dice Giggino, il mezzadro ultra settantenne che qui cura la vigna da oltre 50 anni -, si riesce a portare a casa quasi sempre un risultato più che discreto.  

In cantina, piccolissima e davvero suggestiva, si lavorano le uve raccolte e cernite esclusivamente a mano con una piccola pressa e diversi piccoli tini in acciaio costruiti su misura su indicazioni dell’enologo che segue Andrea in quest’avventura, Giuseppe Pizzolante Leuzzi. Il vino che ne viene fuori, la prima annata 2010 è composta da ciunchese al 50%, san nicola 30% e per il restante 20% falanghina, matura poi come da protocollo esclusivamente negli stessi tini d’acciaio e quindi in bottiglia sino a maggio dell’anno successivo la vendemmia. Salvo nuove intuizioni.

Il vino di Scala Fenicia, come già anticipato qui da Luciano Pignataro, ha anzitutto un grande valore storico prima che culturale, poiché strappa dall’oblìo una denominazione a rischio di sparizione dal mercato, e rilancia – aggiungo, certo che ce n’è gran bisogno -, l’idea di una nuova e rinnovata visione della vita economica isolana laddove non è più possibile pensare che la vocazione di Capri possa essere legata esclusivamente a quel turismo d’elite che continua sì a far battere cassa ma comincia anche a richiedere sforzi imprenditoriali che né gli amministratori locali né i capresi stessi appaiono disposti – il più delle volte nemmeno capaci -, a pianificare, sostenere, far maturare. Non a caso questa splendida vigna, ma come del resto molte altre sparse qua e là sull’isola, prima dell’intuizione della famiglia Koch, è rimasta, nonostante fosse da sempre tra le più ambite dell’isola, lungamente dimenticata.

Un bianco, il Capri 2010 di Andrea, fragrante, fresco e asciutto, perfettamente calato nel ruolo di sommesso compagno di beva richiestogli. Offre un colore paglierino nitido e cristallino, piuttosto invitante; di primo acchito non esprime un naso particolarmente intenso, perlomeno non in questo preciso momento, articolato com’è essenzialmente su note erbacee e lievi sentori agrumati. E’ in bocca però che offre un bello spunto emozionale, uno schiaffo minerale davvero prezioso.

Capri Bianco 2010 Scala Fenicia - foto A. Di Costanzo

Il sorso è intenso, asciutto come detto, persistente e intriso di fresca sapidità; svela quindi buona materia prima su cui costruire quantomeno un paio d’anni di fine evoluzione. Un tempo utile, necessario, per ritornarci entusiasti col naso nel bicchiere e per saggiare che scenari possa nuovamente offrire al palato. Anche perchè, pur giustificato da un impegno produttivo importante, più unico che raro, non è di poco conto, almeno per il consumatore medio, l’investimento necessario per portarsi a casa questo vino: più o meno 18 euro in enoteca.

Buon Compleanno Feudi di San Gregorio!

25 agosto 2011

Azienda parecchio chiacchierata quella dei Feudi di San Gregorio; criticata, talvolta sino all’inverosimile, tale dall’essere addirittura demonizzata; per contro, come smentirlo, ci sono centinaia di migliaia di professionisti e consumatori che ne hanno fatto una icona, un riferimento assoluto ed indiscusso per i loro acquisti.

La verità, come sempre sta nel mezzo: i Feudi hanno tracciato la storia contemporanea del vino campano in maniera indelebile, sino agli anni novanta senza protagonisti di rilievo fatto salvo i soli Mastroberardino e giusto uno o due nomi in più. C’è stato, come negarlo, una Campania del vino prima dei Feudi, dal sapore romantico, quasi nostalgico ma mai incisiva e persuasiva sul mercato del vino; e una dopo e con loro: attenzionata, rivisitata, finalmente considerata, rivalutata e rispettata, lanciata come non mai; un lavoro ai fianchi che per vent’anni ha visto l’azienda di Sorbo Serpico protagonista indiscussa sulla scena italiana e internazionale, a far da apripista, e in molti casi da traino, a centinaia di nuovi piccoli e audaci produttori.

Al centro di un circo mediatico tanto utile e funzionale al progetto di crescita quanto talvolta deleterio e deterrente per quella territorialità sempre evidenziata ma mai espressiva sino in fondo, o quantomeno immediatamente riconoscibile. Insomma, allori, fama, prestigio e primati indiscutibili; ma anche errori e orrori – di cui si è discusso tra l’altro infinitamente, sino alla nausea – che ne hanno fatto troppo spesso capro espiatorio di una visione del mondo del vino speculativa e globalizzata, per molti da condannare, ma essenzialmente segno del nostro tempo piuttosto che marchio di fabbrica depositato. In fin dei conti, tutti ben sanno che solo chi non fa non sbaglia mai.

Tant’è buon compleanno Feudi di San Gregorio!. Questo 2011 ci consegna i tuoi primi 25 anni di attività; agli occhi di molti possono sembrare tanti ma chi sa di vino (e vigne) conosce bene invece che è un tempo assai breve per sedersi sugli allori, quindi, aggiungo Ad maiora!. E il Campanaro, questo duemiladieci non fa altro che confermarlo, rimane il bianco più rappresentativo dell’azienda, forse il modo migliore con il quale salutare questo importante avvenimento. Personalmente l’ho sempre considerato, con il Taurasi Riserva Piano di Montevergine, il loro vino simbolo. Qui vivace, cristallino, dal naso davvero interessante e in lento divenire, come via via negli anni sa rinnovarsi voluttuoso, austero e adulatore, giustamente minerale.

Innovazione e Tradizione| Italia-Russia a tavola

6 agosto 2011

Un report per immagini che parla (quasi) da solo dell’evento enogastronomico tenutosi qui a L’Olivo lo scorso 15 luglio in collaborazione con il Varvary restaurant di Mosca dello chef Anatoly Komm e Moon Import di Pepi Mongiardino. Per dire: innovazione e tradizione, di gran fascino!

L’invito per la cena di gala a quattro mani, per l’occasione preceduto da un delizioso happening – immancabile – in cantina La Dolce Vite…

I protagonisti, Anatoly Komm, chef russo di indiscusso talento e tecnica, inserito tra l’altro dalla Lista San Pellegrino tra i primi 50 chef al mondo…

L’innovazione: azoto liquido, per la preprazione base di uno dei piatti più caratteristici della proposta culinaria di Komm, la Borscht; praticamente la rivisitazione di uno dei fondamentali della cucina rurale di madre Russia, la zuppa di Barbabietola…

La tradizione: la manualità classica richiesta dalla cucina mediterranea, qui nella preprazione di uno dei piatti must di Andrea Migliaccio, la Triglia farcita…

Prato estivo, di Anatoly Komm. Una misticanza di verdure cotte e crude con uovo hi-tech e salsa al tartufo bianco di Alba…

La Triglia con patè di olive nere e crema di cavolfiori alla vaniglia, uno dei piatti del nostro Andrea Migliaccio già divenuto un must…

Borscht con foie gras e vodka Kauffman Luxury vintage 2005; è richiesta una lunga preparazione per questo piatto, particolarmente scenografico e dai gusti piuttosto accesi e profondi; che a dire il vero non mi è affatto dispiaciuto, anzi…

Il Torrone ghiacciato con marmellata di pompelmo, mandorle tostate e balsamico, con le Farfalle con gamberetti, cocco, asparagi di mare e alici alla colutra le due novità di mezza stagione in carta a L’Olivo presentate in anteprima proprio quella sera…

Su tutto, le sublimi bollicine di Philipponnat, Il Royale Reserve Pure Cuvée 243 ed il setoso Grand Blanc, distribuite in esclusiva per l’Italia da Moon Import.

La Dolce Vite, backstage Biondi Santi

26 giugno 2011

Il backstage dell’evento Biondi Santi appena passato qui al Capri Palace Hotel&Spa. Raccontare un successo annunciato? No, non è questa l’intenzione, anche perché un post autocelebrativo proprio non mi interessa; piuttosto, per chi fosse curioso o semplicemente per chi avesse piacere di sapere, queste che seguono sono le foto di quello che accade di sovente appena prima di aprire le porte della nostra cantina e del nostro ristorante agli avventori…

La Dolce Vite: l’ingresso della cantina che affaccia sulla terrazza del Bar degli Artisti dalla quale poter ammirare magari – prima di tuffarsi tra le oltre diecimila bottiglie conservate nel caveau – gli ultimi istanti del tramonto all’orizzonte,  tra i più suggestivi al mondo; qui accogliamo gli ospiti, tutte le sere,  per un breve happening di benvenuto ed in occasione di eventi enogastronomici come questo, è proprio qui che il produttore, il vigneron, ci racconta un po’ della sua esperienza nel mondo del vino…

Frattanto, a L’Olivo, con Fabio e Luca, restaurant manager il primo, primo maitre il secondo, si è intenti a definire tutti i passaggi dell’evento; e terminato il quotidiano briefing di pre-servizio – in questa occasione anticipato di mezz’ora, alle 18.30 – ci apprestiamo a dare attenzione alle esaustive spiegazioni dei piatti creati per l’occasione dagli chef. Qui, il nostro Andrea Migliaccio ci illustra i particolari e le caratteristiche dei suoi tre piatti.

Così tocca a Luciano Zazzeri, chef-patron del ristorante La Pineta di Marina di Bibbona, una stella Michelin, che ci racconta un po’ di se e della sua proposta per l’evento. Ecco, in sequenza d’uscita, i piatti:

Millefoglie di baccalà mantecato con vellutata di porro (Luciano Zazzeri);

Eliche con ragù di Bufala, cipolla rossa e pecorino di fossa (Andrea Migliaccio);

Il Cacciucco della Pineta (Luciano Zazzeri);

Stinco di Vitello con carciofi glassati e purea di patate al limone (Andrea Migliaccio);

Variazione di Provolone del Monaco – con migliaccio dolce al formaggio, fragoline e spuma di latte con zenzero candito (Andrea Migliaccio);

I vini: come benvenuto, in cantina Dolce Vite, saranno serviti due rossi di Castello di Montepò, il Morellino di Scansano 2008 ed il Sassoalloro anch’esso 2008 accompagnati da alcuni piccoli assaggi di salumi e formaggi tradizionali campani e toscani. A tavola, la cena vedrà scorrere nei calici il Toscana Rosato del Greppo 2007, il Rosso di Montalcino del Greppo 2007, ancora Sassoalloro ma nel millesimo 2007 ed “il vino” in quanto tale, il Brunello di Montalcino del Greppo Annata 2005.

I vini sono stati naturalmente tutti aperti e verificati a tempo debito: a titolo informativo, per i più pignoli, il Brunello di Montalcino è stato stappato alle 18.oo e scolmato di due dita, come insegna e richiede di fare Franco Biondi Santi per il servizo dei suoi vini, e non scaraffato, come è logico e funzionale prevedere di fare. Tutti gli altri, compreso il Rosato del Greppo (servito fresco ma non freddo), appena un’ora prima di portarli in tavola, tenendo quindi ben in mente i tempi di uscita per il servizio in cantina e per la cena a L’Olivo. 

Ecco, si comincia. Adesso tocca a lui, a Jacopo Biondi Santi, raccontare della sua famiglia, del Brunello e di tutto il mondo che gli gira intorno. Noi, parafrasando suo padre Franco, “s’è fatto del nostro meglio!”

Un po’ di noi, oggi su Nonsolodivinoblog

13 giugno 2011

Gli amici Stefano Ghisletta e Giorgio Buloncelli, grandissimi appassionati di vino e autori di uno dei blog più interessanti che gira on line, soprattutto in materia di vini francesi (quelli bevuti per davvero, ndr), mi hanno chiesto di raccontare un po’ di noi e della nostra terra ai loro lettori; questa che segue è la piacevole chiacchierata venuta fuori. (A. D.)

“Con Angelo Di Costanzo inizia una nuova rubrica titolata “quattro chiacchiere con …”. Uno spazio dove vogliamo presentarvi amici del vino o produttori che meritano di essere conosciuti. Partenopeo verace, Angelo, oggi occupa la posizione di capo-sommelier presso il Capri Palace Hotel di Capri, ma ammiriamo soprattutto la sua grande passione nel comunicare i vini della sua regione. Uno degli amici che coinvolgiamo quando dobbiamo scegliere una bottiglia campana. Vediamo di conoscerlo meglio con alcune domande.“(Stefano&Giorgio) Continua a leggere qui…

Centomila di queste pagine!

9 giugno 2011

Wine&Web, dopo i lustrini e i premi delle guide la controprova 2.0: ma quali i blog più affidabili?

15 Maggio 2011

In tempo di elezioni, non poteva mancare il sondaggio dell’anno! Ecco quindi che a pochi giorni da Squisito 2011, ci arriva fresca fresca, un’altra bella goodnews; (Dai su, che un po’ di autoreferenzialità, ogni tanto, non nuoce mica alla salute).Un’analisi sulle fonti web più frequentate dagli appassionati di vino, condotta da eXtrapola, azienda leader di mercato nel monitoraggio e nell’analisi dell’informazione online,  ha misurato l’influenza dei giudizi delle bibbie enologiche, le sempre più celebrate guide ai migliori vini nazionali. Per 5 settimane gli analisti di eXtrapola hanno quindi raccolto dati che misurano la popolarità in rete delle 62 etichette sempre premiate negli ultimi tre anni con uno dei riconoscimenti più famosi (ed inseguito, ndr) del circuito enoico italiano: il Tre Bicchieri della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso.

E dove vanno a cercare conferme gli enonauti? I blog emergono come il naturale contenitore di contributi sul vino di qualità e fra questi quelli che hanno fatto registrare più commenti sui vini presi in esame sono stati il blog di Luciano Pignataro, quindi Tigulliovino e, parimerito con Intravino, tenetevi forte, L’Arcante!

Qui il documento scaricabile in formato Pdf con l’evidenza della ricerca effetuata.

Scusa Ameri, ti interrompo dallo stadio San Paolo

3 aprile 2011

Carissimi, mi scuserete per questa breve incursione decisamente “off topic”, spero mi sia consentita visto che erano più di quindici anni che mancavo allo stadio San Paolo e che partite come queste – che regalo ragazzi! – entrano a pieno titolo negli annali del calcio italiano come “match al cardiopalma”, da ricordare e consegnare ai posteri!

Invero, nutrivo più di una semplice convinzione che sarebbe stata una esperienza indimenticabile, giuro mai così incredibile, per quanto avessi previsto una partita in sofferenza ma vinta; qualcuno tra i miei amici sorriderà senz’altro nel leggere che fossi certo di una prestazione straordinaria di Cavani&Co. anche dopo il due a zero laziale. Non è presunzione, ne senno di poi, piuttosto ero lì, in uno stadio gremito in ogni ordine di spazio, che non ha mai smesso di incitare i propri giocatori; proprio in quel momento, sullo 0-2, i tifosi azzurri, sì proprio noi, abbiamo letteralmente preso in mano le redini del gioco, l’anima dei calciatori. Vabbé, poi è salito in cattedra El Matador, la vivacità di Mascara, la precisione di Lavezzi (!) e, mettiamoci pure un po’ di mazzo, si sono così spente le velleità biancazzurre: risultato, Napoli-Lazio 4-3, Mauri (L) Dias (L), Dossena (N), Cavani (N), Aronica (Aut.), Cavani (N), Cavani (N). “Milano chiama, Napoli risponde”*. Beh, io c’ero!

* Luigi Necco, del finissimo giornalista partenopeo nonché ineguagliabile telecronista rai (1978-1983) del Napoli che fu anzitutto di Maradona. 

Paccheri di Gragnano con genovese ed asparagi, con il Lambrusco di Modena di Podere il Saliceto

25 marzo 2011

Una occasione di confronto imperdibile, così ci siamo mossi nell’ideare e realizzare questo piatto omaggio a L’Albone di Gian Paolo Isabella. Molti di voi avranno già sentito parlare della “genovese” che con il ragù rappresenta un altro caposaldo della cultura gastronomica partenopea. Lilly, come sua naturale predilezione, l’ha alleggerita e resa alla portata del Lambrusco Salamino e Corbara di Podere il Saliceto. Gli asparagi segnano la stagionalità di un piatto che in realtà stagione non ha; Un ringraziamento a Gian Paolo per averci concesso questa opportunità, a Daniela e Andrea per l’imbeccata. Quindi, non resta che farci… un in bocca al lupo! (A.D.) 

Ingredienti per 4 persone:

  • 320gr di Paccheri di Gragnano – Pastificio dei Campi
  • 250gr di carne macinata – manzo
  • 4 cipolle bianche
  • 12 punte d’asparagi
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale q. b.
  • Parmigiano Reggiano

Preparazione: versate dell’olio extravergine di oliva in una padella ed unitevi le cipolle tagliate e fettine, lasciatele appassire e quindi stufare per almeno tre quarti d’ora. Aggiungete poi la carne macinata, lasciate il tutto in cottura ancora per una mezzora aggiustando di sale.

Frattanto tagliate le punte degli asparagi e lavatele accuratamente, passatele in una pentolina e lasciatele sbollentare per circa 15 minuti, non oltre per non dissiparne il valore nutritivo e naturalmente per lasciargli conservare una certa croccantezza, funzionale all’abbinamento col vino.

A questo punto portate in ebollizione dell’acqua salata e buttateci la pasta; ricordatevi che la buona riuscita della preparazione prevede una cottura dei Paccheri di Gragnano al dente. Scolate ed aiutandovi con un coppapasta passate quindi alla composizione dei piatti; con un cucchiaino riempite la pasta con la genovese (sei per ogni piatto è la giusta composizione), tagliate quindi in due le punte d’asparagi e ponetele in circolo nel piatto (ne basteranno tre per ognuno). Completate la preparazione cospargendo un cucchiaio di salsa su ogni piatto ed appena prima di servire, con una grattugiata grossolana di Parmigiano Reggiano.

Il piatto – Paccheri di Gragnano con genovese ed asparagi, 2011: la ricetta punta alla creazione di un piatto che manifesti in fase di degustazione un certo carattere ma che non esprima spigolature eccessive che possano appesantire il palato; i tratti più incisivi della preparazione rivelano quindi almeno tre cardini su cui costruire con L’Albone di Podere il Saliceto un abbinamento degno di nota: la prominente succulenza della genovese, la tendenza dolce della stessa (la cipolla fa la sua parte da leone) e della pasta, naturalmente l’importante persistenza gustativa – oltre che olfattiva – garantita dalle punte d’asparagi appena sbollentate, che assumono, tra l’altro, un ruolo decisivo nel ripulire la bocca ad ogni boccone.

Il vino – Lambrusco di Modena L’Albone: il ricordo di certi lambruschini flaccidi e abboccati non depone quasi mai a favore di chi si prodiga per la valorizzazione di questo storico e valoroso vino emiliano; e se bastassero poche bottiglie di L’Albone per sfangarla ne saremmo certamente felici, ma ahimè so per certo che non è così, ma non disdegno di aspettarmi sempre delle buone nuove dalla splendida Emilia. Ho trovato in questo vino due o tre cosettine che mi sono piaciute parecchio, oltre al colore rubino vivace con sfumature porpora. Un naso delizioso, di quelli classici si direbbe, di mora, frutti rossi maturi, ma anche lievi nuances di erbe officinali. Il primo assaggio poi è sincero, l’approccio disincantato, ma infonde subito l’idea di un vino più arcigno di quanto ci si aspetti. In etichetta marca 12 gradi in alcol (io credo invece che ne abbia almeno un mezzo punto in più), si profitta della carbonica per danzare liberamente al palato, ma di stoffa ce n’è e te ne accorgi al secondo bicchiere: il frutto è croccante, turgido, se ne giova la beva che rimane fluida e succosa ma non certo disattenta, il tannino concede solo una labile e piacevole sensazione, ma la spalla acida c’è e non vuole certo defilarsi, sa che gli tocca un ruolo di primo piano; e noi glielo serviamo, sul piatto s’intende! Ben fatto Gian Paolo, ben fatto…

La nostra Lilly Avallone ha pensato e realizzato questa ricetta in virtù del  concorso indetto da Podere il Saliceto in collaborazione con due blogger d’eccezione, Andrea Petrini di Percorsi Di Vino e Daniela Delogu alias Senza Panna. (A.D.)

L’Albone è in cerca di una ricetta d’autore

9 marzo 2011

Leggevo qualche giorno fa sul blog dell’amico Alessandro Marra di questa simpatica iniziativa messa su da Gian Paolo Isabella di Podere Il Saliceto (leggi anche qui ), in collaborazione con due blogger d’eccezione, Andrea Percorsi Di Vino Petrini e Daniela Senza Panna Delogu. Semmai vi girasse pure a voi, e pensate di avere tutte le carte in regola, quello che occorre sapere per parteciparvi lo trovate qui e qui; trattasi in effetti di preparare una ricettina ad hoc da abbinare a L’Albone, un vino prodotto con uvaggio di lambrusco salamino e sorbara prodotto naturalmente dal – mi dicono – simpaticissimo Gian Paolo Isabella. Che dite, ci proviamo?

Giro di vite a Montalcino, di Pian dell’Orino e dell’uomo che sussurrava alle piante…

15 febbraio 2011

Quando Caroline Pobitzer è giunta a Montalcino dall’Alto Adige, dove è nata e dove prima di allora si occupava della proprietà della sua famiglia, un grande castello rinascimentale – Castel Katzenzungen– ai cui piedi vive un’immensa vite di oltre seicento anni d’età, aveva certamente le idee già ben chiare su quale fosse la filosofia da seguire nella nuova splendida proprietà a Pian dell’Orino; poco più di tre ettari giardino sistemanti ad un tiro di schioppo da quel Greppo dei Biondi Santi tanto famoso nel mondo quanto, per molti, icona inarrivabile.

L’incontro con Jan non ha solo consolidato un progetto aziendale se vogliamo già forte, rendendolo oltretutto univoco dopo il loro matrimonio, ma lo ha reso sensibilmente proiettato nel futuro di una terra fortemente contesa che solo nelle radici più forti sta lentamente ritrovando, dopo brunellopoli, la sua vera essenza, quell’autenticità da tutti sospirata ma da pochi palesata in maniera così pregnante come qui a Pian dell’Orino.

Jan Hendrik Erbach è invece nato e cresciuto a Karlsruhe, in Germania, ha studiato a lungo viticoltura prima di arrivare alla prestigiosa Accademia di Geisenheim dove ha completato la sua formazione professionale; da qui, dopo gli studi, ha vissuto e lavorato per alcuni anni in Francia, maturando una lunga esperienza soprattutto in merito alla viticoltura cosiddetta naturale, una vocazione questa che lui stesso difende strenuamente dalla volontà di molti che tendono stupidamente alla sua banalizzazione – i suoi rimedi e le pratiche antiche e consolidate nel tempo, per esempio – nel solo intento di etichettarla per meri fini commerciali. E’ per questo che ci tiene a sottolineare quanto “in una viticoltura sana ed equilibrata non si deve aver necessità di sposare questa o quella teoria, fare sfoggio di questa o quella filosofia”, “la terra ci parla, ci chiede e ci racconta, basta saperla ascoltare o meglio, leggere”; ecco perché alla fatidica domanda “ma siete biodinamici?” non si scompone: “Non abbiamo necessità di sfoderare una filosofia produttiva, la nostra bibbia è la nostra esperienza, il vino si fa a questo modo, devi conoscere il tuo terreno, le tue vigne, l’ambiente in cui crescono e qui devi sapere dove e come poter e non poter mettere le mani; il resto, la cantina, c’entra tanto o poco a seconda di che uva ci porti dentro, il tempo poi ti dirà dove puoi arrivare con i tuoi vini, a te basta saggiarli e decidere”.

Prima di partire per questo viaggio era doveroso cercare di carpire quante più informazioni possibili sulle aziende e sui vini che saremmo poi andati a scovare, riducendo così al minimo, dove possibile resettandole, le antiche e conservatici memorie in materia. “Il Brunello di Montalcino di queste terre, di questa in particolare – ci dice in sintesi Jan – altro non è che lo specchio del sangiovese cresciuto sui terreni sassoso-galestrosi di questa regione a nord del Monte Amiata”, esprime quindi, “proprio tutte quelle asperità, quelle complessità di un ambiente inoltre fortemente condizionato dalla particolare situazione pedoclimatica, difficile, ma forse proprio per questo, unica al mondo”. A Pian dell’Orino si seguono poche regole e fermamente radicate in quella che per ragioni di sintesi chiamerò biologica (o se preferite un estremismo tanto amato, ancor più conservatore, biodinamica) ma che in effetti rincorrono ed esigono un risultato finale di tal finezza ed eleganza – pienamente colti in tutti gli assaggi effettuati, dalle botti come nelle bottiglie – che mi verrebbe da dire, a certi soloni del biopensiero in particolare, che prima di sparare cazzate su certe “caratteristiche e tipiche puzzette” vengano un paio di mesi a lezione da Jan e Caroline!

Complessivamente il vigneto aziendale conta circa 6 ettari di cui almeno tre proprio qui intorno alla casa-cantina, piantati con una densità di impianto di 4.500 piante/ha dalle quali si ottiene mediamente una resa massima che a seconda dell’annata si aggira fra i 30 e i 60 qli. La biodiversità qui è un valore assunto ineludibile, come detto, pertanto per incrementarla nelle vigne, viene praticato costantemente un sostanzioso inerbimento con semi di leguminose, graminacee, cereali ed erbe officinali – queste ultime tra l’altro utilizzate per le tisane somministrate per rafforzare il loro sistema immunitario – cercando di creare così un ambiente favorevole allo sviluppo di popolazioni variegate di insetti, rettili, volatili e piccoli animali utili all’incremento della vitalità del terreno ed alla competizione biologica verso parassiti nocivi. Poco, ma indispensabile l’utilizzo del solfato di rame per alcuni trattamenti che comunque non prescindono da principi ancor più rigidi dei vari “protocolli” sviluppatisi intorno alla biodinamica e fortemente caratterizzanti la conduzione del vigneto da parte di Jan e dei suoi collaboratori.

In cantina non vengono perseguite tecniche invasive durante la fermentazione (tipo rotatori, pale ecc…) che avviene lentamente ed in maniera spontanea, con fermenti indigeni e quindi non di colture batteriche commerciali; le varie pratiche di decantazione avvengono per caduta naturale seguendo i diversi livelli su cui è costruita la cantina – essenziale, senza cioè nessun viaggio introspettivo architettonico, e tra l’altro perfettamente integrata nel paesaggio, ndr – mentre per i vini non v’è chiarifica se non la naturale precipitazione dei depositi; è bassissimo l’uso della solforosa, “affinché si riesca a garantire al vino piena salubrità ma anche che rimanga perfettamente digeribile”.

La produzione prevede essenzialmente tre vini, il Piandorino, un rosso giovane, da consumare velocemente e che esce come igt, un Rosso di Montalcino, dove è già espressamente tangibile lo straordinario lavoro in vigna – il 2008 mi è parso tra i più buoni mai bevuti prima – ed il Brunello Pian dell’Orino propriamente detto, che nelle migliori annate, come il 2006 bevuto praticamente in anteprima, rappresenta secondo me, un vero e proprio piccolo gioiello di vino-frutto e ficcante mineralità; fattostà che proprio con il 2006, il prossimo anno uscirà anche, per la prima volta, una Riserva, con le uve raccolte perlopiù a pian Bossolino e Cancello Rosso in località Castelnuovo dell’Abate, tra i più vocati del territorio e dove tra l’altro ricadono le vigne di un altra azienda fuoriclasse, Stella di Campalto, che non riusciremo a visitare in questi giorni solo per mancanza di tempo ma di cui possiamo solo pensarne bene tanta è la considerazione che gli stessi Caroline e Jan, di cui ormai ci fidiamo ciecamente, manifestano apertamente.

Qui il passaggio a Podere Sanlorenzo di Luciano Ciolfi;

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita del pomeriggio da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la deliziosa mattinata in compagnia di Franco Biondi Santi e la visita del pomeriggio a Casanova di Neri;