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Jurançon, un vibrante sorso di stelle con il Les Jardins de Babylone 2005 di Didier Dagueneau

5 novembre 2012

I suoi grandi blanc fumé sono da sempre sulla bocca di tutti; chi non conosce “Pur Sang”, “Silex” o la ricercata fama di quello che sembra essere il più amato – e introvabile – dei suoi vini, “Astéroïde”, vera rara espressione della grandezza sua e del sauvignon blanc di quelle terre?

Astéroïde, le cui prime etichette – col senno di poi inequivocabilmente evocative -, lo vedevano lasciare la terra trascinato in cielo da una muta di cani alla rincorsa delle stelle. E’ il 17 Settembre 2008 quando Didier Dagueneau, con l’amico Serge Lavarenne si levano in volo da Nevers con un apparecchio ultraleggero da diporto per raggiungere Jaubertin, nel Parco del Périgord-Limousin, a una trentina di chilometri da Angoulême. Il tempo è buono, le giornate sono ancora lunghe, così dopo un pranzo conviviale con altri appassionati di volo sportivo, alle 16 e 15 ripartono per tornare a Nevers. Non ci arriveranno mai, invero nemmeno il tempo di prendere quota che il piccolo apparecchio entra in stallo precipitando da una cinquantina di metri; si schianta al suolo e prende fuoco, irrimediabilmente. E’ la fine, Didier muore sul colpo. 

Di certo non la sua opera, i suoi vini, l’impronta che ha lasciato in maniera indelebile nel mondo del vino e in un territorio così particolare e ricco di sfumature come quello Loirenne. Sfumature che Dagueneau, non per niente Monsieur Provoc, ha certamente contribuito non poco ad arricchire con il suo modo di vivere, di vedere le cose, di fare viticoltura e vini in piena libertà. Anche per questo, assieme a pochissimi altri, viene da molti considerato tra i più grandi produttori di vino di sempre della Loira.

Ai piedi dei Pirenei, a sud di Pau, nel sud-ovest della Francia invece c’è capitato quando cominciò la ricerca di un terroir particolare per poter produrre un grande bianco dolce che facesse sobbalzare gli appassionati e schernire i grandi vins liquoreux delle Graves bordeaulais, Sauternes e Barsac per intenderci. Qui, con l’aiuto di Guy Pautrat, Dagueneau s’inventa Les Jardins de Babylone, un bianco, soavemente dolce, di rarissima eleganza, prodotto col 100% di petit manseng. 

Babylone duemilacinque è un Jurançon di gran spessore, dolce perché il residuo zuccherino è lì che lo va a mettere in carta, ma caratterizzato da una solida e spiazzante fresca acidità. Il colore è splendido, giallo oro di una luminosità particolarmente invitante; il naso è un trionfo di note e sentori di ananas, frutto della passione, mandarino, buccia d’arancia e scorzette di limoni, e ancora spezie dolci, mallo di noce e mandorla. Il sorso è subito amabile, dolce quanto basta in punta di lingua e fresco e balsamico sulle papille. Lungo, lunghissimo. E’ il vino dolce non-proprio-dolce perfetto!

Didier Dagueneau è distribuito in Italia da Moon Import.

L’eau de roche, o più semplicemente Champagne d’autore. La più bella bevuta dopo il week-end

2 novembre 2012

Ci sono bevute che rimangono ben fisse nella memoria. E poi le bottiglie, quelle che Anselme Selosse vuole fatte con “eau de roche” – “acqua di roccia”, da ricordare per sempre. Con chi le fa, quei luoghi, le storie che raccontano. E poi ci sono altre persone, quelle con le quali le vivi certe esperienze, che contribuiscono a farne momenti definitivamente indimenticabili. Così viene una delle più belle esperienze degli ultimi tempi, fatta con tanti amici del cuore e guidati da uno dei massimi esperti sull’argomento, Pepi Mongiardino.

Philipponnat Réserve Spéciale Brut 1983 – Négociant/Manipulant* – Mareuil-sur-Aÿ. Una di quelle bottiglie che ti fanno fare pace con il tempo. Avevo appena otto anni nell’83 e, di lì a poco, mi sarei già perso qualcosa di straordinario. Venne prodotto con in larga parte pinot noir di Aÿ e Mareuil-sur-Aÿ e un saldo del 30% di chardonnay della Côte des Blancs; oggi, dopo quasi tent’anni, ha un colore che è oro colato e un naso che è una porta a oriente. Il sorso conserva ancora tanta buona freschezza, e un guizzo minerale importante e lungo. Meravigliosamente maturo.

Philipponnat Royale Réserve Non Dosé. 30-35% chardonnay, 40-50% pinot noir e 15-25% pinot meunier. Tecnicamente è una cuvée Première di uve Premier e Grand Cru; senza girarci troppo intorno invece, è una di quelle bottiglie che in due finisce in men che non si dica. Appena versato regala una spuma molto densa, ha un colore paglierino tenue e un naso piuttosto avvenente centrato sull’esotico e note agrumate (cedro, chinotto, kumquat). In bocca è asciutto, di buon corpo e gradevolmente citrino. 

Gaston Chiquet Millésime Or Premier Cru 2003 – Récoltant/Manipulant* – Dizy. Cuvée composta per il 40% da chardonnay e 60% da pinot noir dalle vigne di Hautvillers, Dizy e Mareuil-sur-Aÿ. E’ lo Champagne per chi ama bulles decise, grasse, con un timbro più da vino a tutto pasto che per allietare il palato ad inizio corsa. Ha colore oro antico, il naso è tra i più ricchi e complessi della batteria: frutta secca, pane tostato, nocciola, burro fuso. Il sorso è avvolgente, con poche spigolature, si distende morbido e rimane lungamente persistente. Bisogna amarlo. 

Jacques Selosse Initial Grand Cru Blanc des Blancs Brut – Récoltant/Manipulant – Avize. 100% chardonnay. Il primo fuoriclasse della batteria, fermo restando le splendide impressioni della Réserve Spéciale ’83 di Philipponnat. E’ generalmente composto da tre annate successive che fanno elevage sui lieviti in bottiglia per almeno 2 anni e mezzo, durante i quali le bottiglie vengono spostate e nuovamente accatastate in cantina, due volte, favorendo così la rimessa in sospensione dei lieviti. Il colore è di uno splendido paglierino brillante, le bulles sono fini e assai persistenti. Il naso è variopinto, parecchio balsamico ma ciò che conquista di questo vino è il sorso, tremendamente minerale, lungo, dritto, sgraziato, tale da regalare un bicchiere sempre diverso dal precedente. Una escalation piacevolissima. 

David Léclapart  L’Apotre Premier Cru Blanc des Blancs Extra Brut – Récoltant/Manipulant – Trépail. Léclapart è uno di quelli che ha saputo cogliere dal fenomeno biodinamica tutto il meglio possibile. L’Apotre viene fuori da una piccola e unica vigna di chardonnay con piante vecchie oltre 50 anni. Conserva tutto il carattere varietale innescato da una esecuzione magistrale: splendido il colore paglierino, brillante, ha naso fitto, burroso, intriso di richiami agrumati e di spezie dolci. Lo caratterizza una piacevolissima sapidità e grande bevibilità.

Jérome Prévost La Closerie Les Béguines Blanc des Noirs Extra Brut – Récoltant/Manipulant – Gueux. Uno degli allievi di Anselme Selosse. Les Béguines colpisce immediatamente per la sua finissima complessità, anzitutto al naso, dove si coglie subito l’ottimo lavoro col legno su uno Champagne 100% pinot meunier quasi sempre di non facile lettura. Solo il sorso è un po’ in ritardo, un tantino scomposto, forse un po’ duro rispetto all’armonia che anticipa un naso così quadrato. Una di quelle bottiglie da saper aspettare, o da prendere così com’è. 

Philipponnat Royale Réserve Millésimée ’99. 70% pinot noir da Aÿ e Mareuil-sur-Aÿ e 30% chardonnay della Côte des Blancs. Ha dalla sua tanta voluttà ed una certa struttura, d’altronde con un uvaggio del genere non potrebbe essere altrimenti. Il colore è tra i più maturi della batteria subito dopo l’Or di Chiquet. Il naso offre immediatamente tanti spunti, ha buona materia e si sente subito: è ampio, maturo, con al centro frutta gialla, camomilla, zenzero, e cedro candito. Il sorso è sapido, di corpo, quasi grasso se non fosse per una sferzata citrina che arriva proprio in chiusura di bocca. Una di quelle bottiglie da mangiarci su persino degli arrosti. 

Fernand Thill Grand Cru Brut Rosé – Récoltant/Manipulant – Verzy. Marie Thérèse Thill è una delle poche donne in Champagne immerse completamente con le mani in pasta. Questo suo rosé è composto con il 90% di chardonnay e un 10% pinot noir di Bouzy. Colpisce il colore, ciliegioso, quasi da saignée. Il naso infatti è caratterizzato soprattutto da questo corredo di piccoli frutti rossi e neri tipico proprio degli Champagne rosé prodotti in questa maniera. In bocca però sparisce troppo in fretta, il ché se da un lato gli dona grande bevibilità, per contro non conferma l’avvenenza del naso che induce a pensare ad un quadro organolettico, nel complesso, di maggior respiro. Rimane però un buon sorso d’ouverture. 

Egly-Ouriet Grand Cru Brut Rosé – Récoltant/Manipulant – Ambonnay. 65% pinot noir, vinificato in legno per il 40% di cui il 10% composto da vini base della Coteaux Champenois e 35% chardonnay. Francis Egly rimane per me un riferimento assoluto, ha dalla sua una straordinaria capacità, quella di saper leggere, in prospettiva, ognuna delle sfumature dei vini che gli vengono ad ogni vendemmia. Della diversità infatti, ne fa un tratto imprescindibile della sua opera di chef de cave. E il suo Grand Cru Rosé è il suo manifesto. I vini base vanno a fermentazione naturalmente, senza lieviti aggiunti (si utilizzano solo lieviti indigeni) e la messa in bottiglia avviene senza filtraggio né collaggio*, con un dosage di appena 2 g/l. Il colore è un po’ più luminoso del ramato, il naso è un trionfo di fiori e frutti rossi, il sorso poi è disincantato, vinoso, avvolto dalla sapidità e dalla persistenza del frutto.

Prodotti distribuiti in Italia da Moon Import.

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Récoltant/Manipulant, in etichetta RM: indica un produttore che possiede vigneti e che produce Champagne con il proprio raccolto. Per legge è possible acquistare un massimo del 5 per cento di uve da terze parti.

Négociant/Manipulant, in etichetta NM: indica un produttore di champagne che compra uve di altri e le assembla per elaborare e commercializzare il vino; si tratta in generale di Champagne pregiati, prodotti soprattutti dalle case dai nomi più famosi.

Collaggio: Pratica enologica di chiarificazione e stabilizzazione del vino mediante l’uso di additivi. Così facendo, le particelle sospese vengono portate sul fondo del recipiente. Il collaggio permette anche di ammorbidire i vini liberandoli dalle sostanze polifenoliche molto astringenti.

Barbaresco, Langhe Alteni di Brassica 1998 Gaja

1 novembre 2012

Curioso ma vero, tra i tantissimi vini provati durante le giornate spese tra Gavi e Barbaresco, due in particolare mi hanno conquistato: un Gavi ‘96 di Villa Sparina e un Alteni di Brassica ‘98 di Gaja. Strano, ma è così.

Il primo l’abbiamo colto alla fine di una grandissima giornata di degustazioni con Pepi Mongiardino, regalo di Massimo Moccagatta di Villa Sparina che ci ha accolto a pranzo nel suo meraviglioso Resort di Monterotondo, nel cuore del Gavi docg. Un bianco d’altri tempi, 11 gradi e mezzo di gran carattere che, svanita quella fastidiosa nota idrocarburica al naso si è aperto in maniera eccezionale regalandoci grandi sospiri e fresche emozioni. Un vino certamente risoluto, ma integro e godibilissimo. Millenovecentonovantasei! 

L’Alteni ’98 invece è un regalo, l’indomani, di Angelo Gaja, a conclusione di un’altro momento memorabile nel suo splendido castello a Barbaresco. Anche questo è arrivato alla fine di una batteria da sogno: Costa Russi, Sorì San Lorenzo, Sperss, Sorì Tildin e altro ancora. Anche lui c’ha fatto una bella figura, forse inaspettatamente (per noi), per questo ancora più sorprendente. Per chi non lo sapesse stiamo parlando di un sauvignon blanc, tra i primi all’epoca a sbarcare – e sbancare – in Italia, i cui primi impianti risalgono all’83. 

Il colore, nonostante il timbro chiaramente maturo ha conservato luminose venature verdi sull’unghia. Soave e dolce il primo naso, offre sentori fruttati e vegetali ancora ben distinguibili, come ad esempio il pompelmo e il sambuco. Il sorso è chiaramente segnato dal tempo ma di certo non si può dire sopito tant’è che freschezza e sapidità ancora giocano a rincorrersi, primeggiare, sostenute da un buon corpo mai pesante. Bianco di gran levatura. A memoria ricordo di non aver mai bevuto un sauvignon così lontano nel tempo. E buono.

P.S.: un caso, ma non a caso, ha voluto entrambi i vini serviti conservati in bottiglie Magnum (litro e mezzo).

Intervallo. La cantina dell’anno

31 ottobre 2012

Mi piacerebbe avere una cantina così – magari tenuta non proprio così -, ma chissà quanto mi divertirei a maneggiare bottiglie del genere. Alcune si perdono nella memoria del tempo. Se provi a fare due conti, non ci arrivi. Però è tanta roba, ve l’assicuro. 

E’ il luogo di Maurilio Garola e Nadia Benech, a Treiso, in langa. Un ristorante, con camere, ricavato nell’ex asilo del paese di stile Littorio, del 1931. Grandi vini e buoni piatti della tradizione langarola. Da un piccolo ingresso di entra nella sala grande che affaccia direttamente sulle vigne. La Ciau del Tornavento è uno di quei posti dove può capitare tranquillamente di incrociare, tra tavolate di svizzeri, tedeschi e giapponesi un Roberto Voerzio qua e un Giorgio Rivetti là, mentre con degli amici tu sei a cena con Rossana Gaja. 

La Ciau del Tornavento
Piazza Baracco, 7 – 12050 Treiso (CN)
Tel. +39 0173 638333
www.laciaudeltornavento.it
info@laciaudeltornavento.it
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Chiavari, The Lord Nelson Pub

30 ottobre 2012

Bel posto il Lord Nelson Pub, sul lungomare di Chiavari, in Riviera Ligure di Levante. Ci siamo capitati grazie all’invito di Pepi Mongiardino che ci ha voluto far assaggiare lì alcuni tra i migliori prodotti distribuiti in Italia con la sua Moon Import.

E’ stato fondato oltre trent’anni fa da Angelo Molinari, navigato barman e grande appassionato di distillati. Trent’anni spesi a fare cocktail, servire spirits, Champagne e piatti d’autore che lentamente l’hanno reso celebre, ho scoperto poi, in tutto il mondo. Oggi, dopo la scomparsa del patron è gestito dall’intera famiglia; in un locale, ci sono praticamente sette locali diversi riuniti insieme. Pub, cocktail bar, whiskyteca, enoteca – con una cantina da far paura -, bistrot e ristorante d’impronta classica con una offerta davvero deliziosa. Eccone alcuni.

Buonissimo, tale da meritarsi subito un Bis, il Tegamino: con Totani, sedano e passatina di ceci. E buonissimo, manco a dirlo, il Sancerre 2010 La Moussière di Alphone Mellot bevuto in abbinamento.

Gli Spaghettoni di grano arso con il pesto di basilico e zucchine pure fanno la loro bella figura al cospetto di un Mas de Daumas Gassac blanc 2010, bianco aromatico, nerboruto e di buon corpo prodotto in larga parte con uve chardonnay, viognier, chenin blanc e petit manseng in Languedoc Roussillon, nel sud della Francia. 

Saporita, cotta a puntino e ben abbinata ai condimenti invece La Triglia stufata con la sua pelle croccante. Entrée con cui abbiamo aperto le danze continuando a sorseggiare quel campione di bontà che è il Grand Blanc 2002 di Philipponat, Champagne Blanc des blancs di puntuta finezza e gradevolissima beva.

Sul finire, i Petit Fours: biscotti d’orzo, avena e cioccolato e gelatina di arancia, con cui abbiamo invece terminato la piacevole serata e cominciato a sorseggiare Cognac, Bas Armagnac e Rhum della preziosissima selezione Moon Import.

Lord Nelson Pub
Corso Valparaiso, 25 Chiavari (GE)
Tel. 0185 302595
www.thelordnelson.it
info@thelordnelson.it
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Ambonnay, Coteaux Champenois rouge Cuvée des Grands Côtés Vielles Vignes 2009 Egly-Ouriet

30 ottobre 2012

Scrivi Egly-Ouriet e ti viene subito in mente uno Champagne, di razza, e di terroir. Invero con una bottiglia di queste fai quasi sempre centro. Dico quasi sempre perché se non ami quella particolare carica minerale delle sue cuvée fai davvero fatica a starci dietro. Ma se è lì che vuoi andare a parare, se non hai scelto di bere bulles solo per sollazzare il palato, allora benedici cento volte quelle monete, hai la bottiglia giusta tra le mani. 

Un’altra sicurezza ce l’hai quando scopri che la maison produce vini solo con uve dei suoi 11 ettari e mezzo di proprietà, sparsi tra Ambonnay, patria del pinot noir e Bouzy, Verzenay e Vrigny – Les Vignes de Vrigny “vielles vignes” vi ricorda qualcosa? –, dove Francis Egly tira fuori uno straordinario Champagne da pinot meunier in purezza, tra i pochissimi a farlo così buono. 

Ma Proprio ad Ambonnay, col 100% pinot noir si fa pure questo sorprendente vino fermo, dal nome lunghissimo, che più lungo non si può: Coteaux Champenois Ambonnay rouge Cuvée des Grands Côtés 2009. Per capirci subito, tra i migliori pinot noir assaggiati fuori Borgogna quest’anno. Ha una produzione assai limitata, nata dalla collaborazione con il Négociant Dominique Laurent che se ne occupa in prima persona con Francis.

Un vino subito affascinante, già dal colore, un po’ più carico rispetto al classico timbro bourguignonne ma non così distante, è vivace e luminoso. Il naso è un tripudio di piccoli frutti rossi e neri e l’accompagna un sottile aroma speziato che non abbandona mai la scena, nemmeno dopo aver finito tutta la bottiglia. Il sorso è asciutto, moderatamente austero, lungo e persistente; rimanda subito alle note fruttate e tostate del primo naso. Ha buona acidità e nerbo. Ne avrà per un tempo abbastanza lungo ma frattanto regala un vino ad ogni sorso piacevole e ricercato. Proprio una bella scoperta!

Egly-Ouriet è distribuito in Italia da Moon Import.

Giampaolo Motta, a man beyond imagination #1: la nuova cantina di Fattoria La Massa a Panzano

29 ottobre 2012

Certo è che il suo Giorgio Primo non é un vino accessibile a tutti, ma ciò che vale, sopra tutto, è l’idea che Giampaolo rincorre da sempre con i suoi vini, produrre cioè bottiglie che gli assomiglino e che sappiano vivere e viaggiare nel tempo.

Del personaggio, della straordinaria personalità che ne fa una delle persone del mondo del vino che più mi ha impressionato ne parlerò in un successivo post dove anche i vini avranno il loro spazio. I pensieri oggi vanno a mille e le sensazioni sono tutte solo positive. Ma andiamo per ordine.

Una vita in fuga, mi verrebbe da dire, a rincorrere i suoi sogni. Questo ho pensato mercoledì sera dopo la bella serata passata assieme a parlare di calcio, macchine, amici, Bordeaux, Jimi Hendrix. Non a caso l’idea che l’accompagna da sempre era quella di poter rappresentare nella sua cantina una “rossa” con dodici cilindri a V che sfreccia sul traguardo.

E sin qui pensi all’ennesima stravagante idea di chi ha una cosa di soldi da spendere e ne fa quel che vuole; e ci starebbe pure, se questa folle idea non avesse invece alla base una lucidissima visione, un progetto serissimo, di ciò che è e non debba essere una cantina, nella sua massima espressione di bellezza, funzionalità, ergonomia.

La nuova cantina si distende praticamente sotto la collina della dimora storica di Fattoria La Massa, datata più o meno 1340. L’ingresso è a pochi metri da una delle splendide vigne che cingono, a vista, l’intera struttura, è lastricato di piastrelle bianche e nere dove ai suoi lati corrono le “testate” (le vasche), 12, pienamente visibili però solo al piano di sotto. Qui avvengono le prime importanti fasi di lavorazioni. C’è un nastro di cernita doppio, a L: le uve incassettate arrivano in sul primo punto, qui 4 persone si occupano di una prima selezione che viene lasciata salire nella diraspatrice. Da lì, per caduta, tutti gli acini passano su di un breve piano mobile dove i più piccoli vengono automaticamente risucchiati dalle feritoie e passati ad altra destinazione. I migliori invece, continuano la corsa su un secondo nastro di cernita dove il lavoro di almeno 8 persone pensa a quali portare definitivamente a vinificazione. Tutto questo naturalmente accade per ognuna delle varietà coltivate a La Massa: sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, petit verdot e alicante.

Dopo la pressatura soffice, le uve ammostate vengono immediatamente passate, per caduta, nelle vasche tronconiche d’acciaio che danno al piano sottostante. Qui, scegliendo la giusta prospettiva, si ha la “visione”: le dodici vasche a V (6 per lato) corrono lungo i lati dello spazio su un piano piastrellato bianco e nero al cospetto del soffitto rosso Ferrari! Questo però è solo uno degli effetti della bellissima suggestione provocatoria di Giampaolo Motta: sfrecciare con le sue bottiglie sulle migliori “piste” del mondo. Ciò che invece colpisce, tanto, è l’estrema razionalità con la quale è costruita la cantina. Addirittura già modulabile per le eventuali future necessità.

A guardala con attenzione, per tutto il perimetro interno della struttura non v’è un solo tubo, dico uno, che intralcia lo spazio o il lavoro. Tutto infatti corre esternamente all’ambiente di cantina, lungo una intercapedine, comodamente ispezionabile, tutt’intorno la struttura. Dalle piastrelle, con una collocazione ben precisa, sbucano solo i rubinetti necessari per il lavoro di cantina.

Vi è poi un braccio meccanico, disegnato proprio da Giampaolo, computerizzato, che corre in lungo e in largo tra le vasche e che ha, tra le varie funzioni principali, quella del batonnage/remontage che avviene praticamente contemporaneamente e senza stress alcuno per i mosti (e per gli operatori). Le vasche infatti, sia dall’alto che in basso sono facilmente accessibili, con le “bocche” poste a circa un metro e mezzo da terra, così dopo i travasi, le fecce vengono agilmente prelevate, messe in un contenitore studiato all’occorrenza che grazie ad un semplice muletto sono portate in un angolo della cantina dove un “torchio meccanico”, con discesa programmata, provvede a spremerle per bene. Due ampie “stazioni di lavaggio” poi segnano il confine tra lo spazio di lavoro e le zone di preparazione.

C’è poi un sistema integrato di controllo della temperatura e di tutte le emissioni interne la cantina che, durante il giorno, ma soprattutto durante la notte, “legge” la situazione negli ambienti. Così, una concentrazione sopra le righe di so2, una fuga di gas o altro viene segnalato da un semaforo posto dinanzi a tutti gli ingressi della cantina cosicché da segnalare, per esempio a chi sta per entrarvi, quale condizione può trovarvi una volta varcata la soglia. Sicuro. Maniacale.

La barriccaia occupa due piani di un secondo tronco della cantina, già modulata qualora in futuro servisse aumentare gli spazi destinati alla vinificazione e allo stoccaggio. Invero, qui vi è solo una parte dei vini in affinamento, altro sta ancora nella parte “vecchia” della fattoria sotto la dimora storica di La Massa. Lì, alcune vasche di cemento vengono utilizzate all’occorrenza per una breve sosta del sangiovese che ormai viene destinato tutto al secondo vino aziendale, il La Massa appunto; ma vi sono anche le barriques di buona parte delle cuvée del Giorgio Primo.

Qui i locali suggeriscono una memoria storica importante, che và piuttosto indietro nel tempo, ma sono angusti, dislocati su più livelli, di difficile gestione soprattutto per un team che ha tratto dal patron tutte le fisime possibili ed immaginabili in fatto di pulizia, muffe e quant’altro! Nella parte nuova, per concludere, un’area importante è destinata al magazzino. Al momento vi sono circa un migliaio di bottiglie in formati speciali (3 litri e litri e mezzo, ndr) e poche altre centinaia delle ultime annate 2007 e 2008. Il 2009 invece è praticamente esaurito. Con grande soddisfazione per Giampaolo.

Mi piace terminare questo primo scritto su Fattoria La Massa con alcune note di degustazione sul Giorgio Primo 2001, l’ultimo con in etichetta la dicitura Chianti Classico, poi abbandonata. Un rosso che a me, a distanza di oltre dieci anni è piaciuto tantissimo e che, per tutto il tempo che l’ho avuto nel bicchiere, ha mostrato gran carattere, un naso ben definito, con un bel timbro di frutta matura, tabacco, nell’insieme complesso, speziato, forse solo un po’ troppo terroso. In bocca era disteso ma ancora con una bella tessitura, con un tannino sottile, piacevolissimo e finale balsamico. Diciamo che, per chi ama i punteggi, in una batteria alla cieca un bel 92/93 non glielo avrebbe negato nessuno.

Bene, a Giampaolo non è piaciuto: “non era questo che volevo ritrovare in una mia bottiglia dopo appena dieci anni”. Avrete senz’altro capito il personaggio.

Qui, Giampaolo Motta, a man beyond immagination #2.

Barbaresco, Trattoria Antica Torre

28 ottobre 2012

E’ nel cuore di Barbaresco, nel cuore della gente, in quello di chiunque passi da queste parti. E’, per molti, il luogo dei “Tajarin”, quelli fatti secondo la ricetta e l’arte propria del maestro di casa Giacinto Albarello, per tutti Cinto. Indimenticato.

Oggi, in cucina e in sala, ci sono i figli Maurizio, Stefania e Paola, persone di encomiabile disponibilità e gentilezza. La proposta è delle più tradizionali ed oltre alle buonissime paste, tutte fatte in casa e tirate a mano, la fanno da padrone le carni proposte secondo una formula semplice semplice, partendo cioè da una materia prima di grande qualità: così sono imperdibili la “Fassona cruda” tout court, qui servita macinata e appena condita con un filo di limone ed olio extravergine d’oliva – pugliese, ci tiene a precisare Paola -, “il Bollito”, secondo la più stretta tradizione piemontese ma anche “La Gallina” stufata e servita con varie salse più o meno piccanti e contorni di verdure.

Dolcezze a non finire poi col “Bonét”, una sorte di budino al cioccolato e i “Brutti ma Buoni” fatti proprio da Paola ogni giorno. Siete nel centro di Barbaresco, inutile quindi sottolinearvi come occupare il vostro tempo prima e dopo una sosta qui dagli Albarello. Posto davvero meraviglioso, imperdibile, dove è possibile anche pranzare all’aperto. Per la cena è sempre bene prenotare con un po’ di anticipo.

Trattoria Antica Torre
 di Maurizio, Stefania e Paola Albarello
 
Via Torino, 71 Barbaresco (CN)
Tel e Fax 0173 635170
mail: anticatorrebarbaresco@gmail.com
Per cena prenotare sempre
 

Sulle chiusure “alternative”, l’esperienza di Jean Pierre Frick, che non è proprio l’ultimo arrivato

27 ottobre 2012

Una delle prime cose capitate a tiro durante la splendida due giorni con Pepi Mongiardino è questo documento, ripreso tra l’altro sia sul catalogo cartaceo di Moon Import che sul loro sito on line qui. Si parla di chiusure alternative, dell’esperienza sul campo di uno dei pionieri della Biodinamica in Alsazia, Jean Pierre Frick da Pfaffenheim che, addirittura, chiude le sue bottiglie con un “innovativo” tappo a corona.

“L’eliminazione del tappo in sughero sconvolge l’immaginario quanto ravviva l’odorato e il gusto. Dalla nostra raccolta del 2002 la bottiglia non è piú tappata da sughero ma da capsule coronate in inox. Con un piccolo disco di polietilene che assicura l’impermeabilitá. L’aumento incessante delle deviazioni organolettiche (sapori e aromi) causato dal tappo in sughero, ci ha portati a questa scelta. La diversificazione dei nostri fornitori di tappi e l’acquisto di sughero di qualitá sempre migliore non ha portato a nessun risultato soddisfacente. Al 4-5% del gusto di tappo, facilmente identificabile, si aggiungono almeno altrettante bottiglie “deformate”, influenzate proprio dai tappi. Questa seconda categoria è molto piú sorniona, perché il degustatore attribuisce al vino l’opacità che deriva dal tappo. Il cambiamento del tipo di tappo ha poi altri vantaggi: permette anzitutto l’accrescimento della longevità delle mezze bottiglie; i vini trasportati a temperature troppo elevate, rischiano meno di avere dei disturbi proteici e, ancora, il passaggio dei polifenoli del tappo nel vino può non solamente comunicare un gusto, ma anche far precipitare le proteine del vino”. 

E alle domande che più di sovente vengono naturalmente sollevate quando si parla di questo cambiamento, Jean Pierre Frick risponde così. 

Il tappo ermetico non impedisce al vino di evolversi? “Già da trent’anni Emile Peynaud ha dimostrato che nella bottiglia nessun vino assorbe l’ossigeno dell’aria quando questo è tappato da un eccellente sughero; è proprio perché l’impermeabilità al gas è variabile da un tappo all’altro, che alcuni viticultori mettono della cera sul collo e sul tappo della bottiglia; le capsule di stagno non perforate, a copertura del tappo, assicurano una totale impermeabilità: dalle catene di imbottigliamento e di etichettatura escono qualche volta delle bottiglie con la capsula, ma senza tappo, che non lasciano uscire la minima goccia di vino; gli champagne e i crémant maturano sur latte per anni in bottiglie tappate da capsule. La maturazione del vino è un processo fisico-chimico che non necessita di ossigeno dall’esterno”.

Perché rimpiazzare un prodotto naturale con il polietilene? “Il sughero non viene utilizzato nel suo stato naturale: il lavaggio non si fa più nel cloro, ma con prodotti e procedimenti diversi a seconda del sugherificio e i tappi non pieni subiscono un trattamento di riempimento al silicone, alla paraffina o alla miscela dei due. Il solo fatto di far scivolare il vino sulle tracce di paraffina o di silicone lasciate dal tappo sul collo della bottiglia, modifica il vino in confronto a quello estratto dalla stessa bottiglia con una pipetta. Questo fatto è particolarmente considerevole per i vini che contengono dei residui di zuccheri”. 

Perché non provate a proporre una filiera di sughero biologico? “L’idea di una cultura in bio-dinamica di querce da sughero, non produttivistica, che potrebbe ridurre le influenze del sughero, è interessante, tuttavia noi non abbiamo, anche collettivamente, la forza di influenzare l’ambiente. La domanda di sughero è molto più forte che l’offerta, il giorno che si invertirà questa situazione, i cambiamenti potrebbero suggerire una filiera di quel tipo”. 

“Tra l’altro, per concludere, l’estetica della bottiglia non è assolutamente colpita, il collo della bottiglia aperta si presenta sulla tavola allo stesso modo di una bottiglia di Champagne o di Crémant. D’ora in avanti l’appassionato di vino, che ha diverse bottiglie della stessa cuvée, troverà ogni volta la vera espressione del vino”. Jean Pierre Frick.

Pierre Frick è distribuito in Italia da Moon Import.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Monforte d’Alba, Barolo Riserva Monfortino ’01 Conterno. Ma… a che ora è la fine del mondo?

24 ottobre 2012

La mente umana non può aspirare all’oggettività, pertanto quella che viene spacciata per tale è solo una chimera. A parlar di vino ancor di più. E questo viene sempre più chiaro.

Ora, se in un rapporto causa-effetto quindi tutto accade unicamente in maniera soggettiva, l’idea stessa di ritenere collegati i due fenomeni non avrebbe alcun fondamento logico, ma nascerebbe cioè da un istinto di abitudine, dovuto al fatto di vederli usualmente accadere in sequenza. 

Così chi oggi azzardasse mettesse avanti  i 100/100 per il Monfortino 2001 di Giacomo Conterno lo farebbe partendo da un assunto strettamente soggettivo, anticipando di gran lunga i reali valori in campo, rimettendoci, a suo rischio e pericolo, la faccia oltreché il buon nome; 100/100 che, dopo iersera, diventano un giudizio più che opinabile e, al momento, almeno per i molti che ancora rimuginano attorno a quella bottiglia lì a La Ciau del Tornavento, assai disatteso.

Sorbo Serpico, Marennà dei Feudi di San Gregorio

20 ottobre 2012

Quando dico in giro che l’Irpinia è una delle mie mete preferite non lo faccio mai tanto per dire; ci passerei, laddove mi fosse possibile, tutto il tempo il necessario per non perdermi nemmeno un colore, un sapore, un profumo del suo infinito patrimonio eno-gastro-culturale.

Così appena vi è un’occasione, un momento cruciale, ci faccio volentieri un giro. Terra straordinaria! Anche perché: che ne direste voi di poter maritare al piacere della buona tavola anche un percorso “didattico” tra vigna e cantina?

Ecco che, nel programmare il pranzo di fine anno con lo staff de L’Olivo, abbiamo scelto di fare visita alla splendida azienda di Sorbo Serpico e sederci poi alla tavola di Paolo Barrale ed Angelo Nudo al Ristorante Marennà.

La tarda mattinata è stata tutta dedicata ad una piacevole passeggiata tra i filari là intorno, il roseto, le varie aree di sosta e vinificazione delle uve, la cantina, nonché la sempre suggestiva bottaia accompagnati per mano da Angelo Nudo, impeccabile padrone di casa.

Tra l’altro, sono questi giorni di vendemmia, quindi fortuna ha voluto anche regalarci alcuni momenti di reale “lavori di cantina” cosicché da poter argomentare meglio tanti passaggi produttivi che spesso, bottiglia alla mano, sfuggono magari a quei colleghi che generalmente hanno altro cui pensare durante il servizio. Decisamente un bel momento di crescita insomma.

Viene adesso la prova del nove, la tavola. Ed è subito assai invitante l’amuse bouche, composta da una deliziosa Ricotta di Bufala con caviale ed olio extravergine d’oliva accompagnata da una classica Bruschetta con pomodorini Datterini.

Perfetto nella forma e nella sostanza il Baccalà con le verdurine in carpione, giustamente sapido ed avvolto in una pastella perfettamente eseguita. E in splendida forma ho trovato il Campanaro 2010, discreto e rinfrescante sull’antipasto ma degno compagno anche del Riso, pomodoro, basilico e “neve” di mozzarella.

Un grande classico, la Pasta e patate… al Fumo: piatto impreziosito per l’occasione con scaglie di tartufo nero e innaffiato con il sempre amato Taurasi Riserva Piano di Montevergine, duemilasette “supersprint”, vestito di un rosso vivo e marcato da un sorso fresco, ricco di frutto, ben centrato e in primissimo piano. Impeccabile!

Trionfale, pura scioglievolezza invece, il Maialino da latte con composta allo sfusato e cipollotto, degnamente servito con il Serpico 2008, a mio modesto parere in una delle sue migliori versioni di sempre, un aglianico di rara eleganza e profondità degustativa.

Un grande classico, per chiudere, il buonissimo Caffè e Nocciola del quale trovate proprio su queste pagine la ricetta regalataci da Paolo qualche tempo fa, accostato come loro consuetudine al Privilegio 2010. Finale più dolce, migliore, non poteva proprio esserci.

L’ambiente, il servizio, tutto il resto… al posto giusto; nessuna annotazione in particolare, com’ è ovvio che sia, per rispetto oltreché per piena soddisfazione; rimane infatti che siamo stati davvero bene: rilassati, tranquilli, praticamente come fossimo stati a casa nostra (eravamo in 24!). Conto più o meno sui 50 euro. Spesi non bene, dippiù! 🙂

Grazie infinite, per gran parte delle foto a Enrico Moschella ©.

Intervallo. Tutti a casa, tutte a nanna!

19 ottobre 2012

La giostra delle emozioni si ferma. Inventario terminato. Due mandate alla cantina Dolce Vite, due alla Cantina del Giorno, una al deposito. A presto…

22-23-24-25 Ottobre Duemiladodici. Il Viaggio…

17 ottobre 2012

Sabatino, quasi 20 anni al Palace, se ne va in pensione. Gennaro festeggia per il terzo anno di seguito i suoi 50 anni. Antonio, non so perché, ma ci sta bene. Luca s’è fatto il culo, come del resto un po’ tutti quanti noi quest’anno, lui però giusto quel poco in più che quando c’è si nota subito. Nando, eh Nando, ah sì, per grazia di Dio. Pino? Beh, Marianna gli ha preso 16, se lo merita, lui! Fabrizio, Gianni, Mimmo sarà un piacere enorme averli con noi. Francesco poi ci deve stare per forza, sennò…

Insomma, per farla breve, il 22 ottobre prossimo si parte e il 23, 24, 25 saremo da quelle parti (e altrove) tra vigne e cantine. A conoscere persone. Ce lo siamo meritato tutto. Sì, anch’io, sino all’ultima goccia!

Sorbo Serpico, ho bevuto uno splendido aglianico di rara eleganza ed è giusto che voi sappiate…

16 ottobre 2012

Ieri, di ritorno dal Marennà, pensavo a cosa c’avrei scritto sopra. Ebbene, non saprei come descrivere altrimenti questo vino se non “uno splendido aglianico di rara eleganza”.

Dell’azienda di Sorbo Serpico si sa tutto o quasi. Invero ognuno la vede a suo modo e in tanti ci trovano, da sempre, tutto o niente a seconda della convenienza. Per quanto mi riguarda, al di là delle mille e più considerazioni che uno può fare, non si può non guardare positivamente anche al ruolo dei Feudi di San Gregorio nella definitiva valorizzazione del territorio e dei vini prodotti là in Irpinia.

Uno splendido vino, dicevo. Di rarissima eleganza. Ma c’è tanto di più in una bottiglia di Serpico 2008. C’è la sintesi di anni di ricerca, di investimenti, di prove tecniche, di esperienze che cominciano a prendere forma e sostanza diverse, un’anima e un corpo più incisivi del solito. Ci sono uve delle migliori, da vigne curate con dedizione maniacale, c’è un processo produttivo collaudatissimo, soprattutto vi è un’idea precisa di cosa debba essere e cosa vuole evocare un vino come questo, quel messaggio di modernità che arriva direttamente dal passato, dai “Patriarchi” come li chiamano da queste parti: vivo nel colore e pulito e fine nei profumi; nerboruto, di spessore e sostanza.

E ci riesce bene il Serpico, benissimo già oggi, con franchezza estrema; forse è per questo che mi ha impressionato tanto, per la teatralità con la quale riesce sin da adesso a stupirti. Una rappresentazione talmente ricca di sostanza che te ne accorgi subito. Ti rapisce con quel naso intriso di frutta rossa, spezie, cioccolato; ti conquista già al primo sorso: avvolgente, ostentato, profondo, tanto saporito che quasi non gli stai dietro. Che te ne accorgi solo quando è già bello che andato. Non saprei dirlo con parole meno impegnative, ma ho l’impressione di aver bevuto il miglior Serpico di sempre.

Guide ai ristoranti d’Italia 2013, il Gambero Rosso

13 ottobre 2012

Punteggio: 88 – due forchette
Cucina: 52
Cantina: 16
Servizio: 18
Bonus: 2

Locale d’eccezione all’interno di un albergo eccezionale. L’Olivo è senza dubbio un posto di lusso, frequentato da una clientela per gran parte internazionale e cosmopolita che ha disponibilità economiche non comuni e aspettative non comuni. Tuttavia la cifra stilistica di questa splendida struttura, e in fondo la ragione per la sua straordinaria fortuna, è sempre stata la solidità, la concretezza. Andrea Migliaccio interpreta con istintiva facilità questa filosofia: la sua è una cucina che trasforma ingredienti di assoluta qualità e li presenta in tavola con un’attenzione estetica inevitabile in un contesto come quello di un hotel in cui gli ospiti e opere d’arte abitano in egual modo gli spazi (bonus), ma ciascun piatto è, per l’appunto, solido e concreto. Di terra o di mare, le proposte dello chef sono tutte costruite a partire dalla centralità del gusto della materia prima e strutturate perché questo gusto giunga intenso alle papille. Uovo con mousse di provolone del Monaco puntarelle e pomodori canditi, risotto al basilico con seppie pomodori brasati e bottarga, merluzzo nero con spinaci pomodori secchi e spuma di whisky, solo per dare qualche indicazione dal menu. Servizio di altissima classe e professionalità, carta dei vini importante e ben costruita, “seguita” dall’ottimo sommelier Angelo Di Costanzo. Bonus per l’attenzione ai bambini, cui è dedicato un menu apposito. (da I Ristoranti d’Italia 2013 del Gambero Rosso)

Guide ai ristoranti d’Italia 2013, così L’Espresso

11 ottobre 2012

Voto: 16
Un Cappello: cucina buona, interessante.
Bicchiere: particolare cura nella ricerca e nel servizio dei vini, internazionali, nazionali o locali.

“Dissolto nell’aria ogni orpello di cucina internazionale, seduti sulle poltrone di cashmere o a tovagliati davanti alla piscina, scoprirete il ritorno al futuro: l’esaltazione di uno stile italiano che ha l’ambizione di coniugare il meglio della nostra terra – e del mare – con una cucina attenta alla “leggerezza”. Assistiti da un sommelier scoppiettante come Angelo Di Natale Di Costanzo e coccolati da un servizio che non smette un attimo di porgere pani e oli e sali e burri, sfilano i nuovi classici di Andrea Migliaccio: supplì di riso con ragù di pesce e strepitosa crema di cipollotti con scarola, acciughe e crostini. Un equilibrio antico che sigla il matrimonio felice tra la palamita e la lingua di vitello, testimone fave, piselli, pancetta e caviale, mentre il merluzzo nero duella in una nuvola di vapore con spinaci, pomodori secchi e spuma di whisky. Il carrello dei formaggi fa strada a quelli dei gelati e dei dolci: uno per tutti, il babà. Degustazione da 200 euro, sui 150 alla carta”. (da Le guide de L’Espresso – I ristoranti d’Italia 2013)

Intervallo, vendemmia 2012 ad Anacapri. Faccio il sommelier e queste sono le mie mani oggi!

11 ottobre 2012

Oggi si va in vigna a fare la vendemmia. Poche casse, preziosissime, da un pezzetto di terra letteralmente strappato all’incuria e all’abbandono proprio a due passi dall’albergo dove lavoro, dietro la seggiovia qui in Anacapri. Grazie Raffaele, grazie mille, per ieri, oggi e domani. Poi il report…

Taurasi, Grecomusc’ 2010 Cantine Lonardo

8 ottobre 2012

Sono tanti i fattori da prendere in considerazione (in attesa di una pronta evoluzione in bottiglia) che non lasciano esprimere, al momento, un giudizio “definitivo” su quest’ultimo vino: che sì, offre uno splendido colore, un naso avvincente, un sorso implacabile, però…: è l’evoluzione della specie? E’ un cambio di rotta da uno stile forse troppo estremo? Insomma, quale di questi è il grecomusc’ di riferimento?

Così chiudevo il racconto di una delle più belle verticali a cui abbia partecipato lo scorso anno; l’organizzarono, a Napoli, da Rosiello, in collaborazione coi Lonardo’s, l’amica sommelier Marina Alaimo e Luciano Pignataro (qui). Fu quello un viaggio appassionato ed appassionante attraverso sette annate rivelatesi immediatamente assai diverse tra loro, in qualche caso proprio in antitesi. In poche parole, il Grecomusc’ 2010 di Cantine Lonardo è senz’altro un grande bianco ma in piena evoluzione, lentamente in divenire e tutto da scoprire nei prossimi anni. Ma soprattutto, senza particolari istruzioni del caso (abbinamenti o cose del genere), da bere in libertà e quando si vuole. 

Frattanto, a distanza di quasi un anno, il duemiladieci ha fatto incetta di premi e riconoscimenti arrivati da ogni pulpito; gli elogi della critica infatti sono arrivati trasversalmente da tutte le maggiori guide di settore. Non che se ne sentisse l’urgenza, o il bisogno commerciale, che poi il fenomeno delle Guide ormai si sa, per quanto ancora utilissime alla statistica e all’orientamento nel mare magnum delle aziende italiane, non ha più la stessa capacità di spostare i consumi del mercato come effettivamente, va riconosciuto, accadeva negli anni ottanta/novanta; tra l’altro stiamo parlando di un vino andato esaurito ancor prima di uscire sul mercato. Certo però che quando degustatori seriali, esperti e fini giornalisti di settore premiano vini come questo fa solo bene a tutto il sistema.

A questo, si aggiunga il lustro, lo spessore mi verrebbe da dire che certamente acquisisce in maniera definitiva il lungo, faticoso e controverso percorso di ricerca scientifica e culturale messo in campo sul grecomusc’ e portato avanti da un nutrito e qualificatissimo gruppo di lavoro, un esempio pari a pochissimi altri in Italia (leggi qui).

Insomma, a parlar di questo bianco di ciccia ce n’è e come, provare per credere; tocca però, per scriverne definitivamente il nome nel firmamento, aspettare cosa diranno nel tempo le bottiglie, e chiarire – se c’è – l’equivoco di cui in apertura. Bottiglie che bisogna però cercare in giro, e conservare gelosamente perché, come detto, di Grecomusc’ 2010, come di tutte le annate precedenti, in cantina non ve n’è manco a pagarle a peso d’oro. Rien ne va plus!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Montemarano, Taurasi Vigna Cinque Querce 1992 Salvatore Molettieri. E’ successo già ieri…

7 ottobre 2012

La prima cosa che viene in mente è che trovare in giro Taurasi di vent’anni è sempre impresa non da poco; tolto infatti Mastroberardino – che rimane l’unica azienda a possedere un archivio storico liquido di un certo spessore – e qualche appassionato della prima ora sparso qua e là nel mondo, viene proprio difficile reperire bottiglie a testimonianza di quegli anni a cavallo tra gli ottanta e i novanta.

Anzitutto per questo ho trovato sensazionale questa bottiglia, rivelatasi perfettamente integra e sinceramente appassionante sorso dopo sorso, capace, un passaggio dopo l’altro, di una suggestione organolettica unica ed insolita, importantissima.

Aggiungerci del mio serve a ben poco, volendo potrei cucirci sopra la più “alta” delle recensioni effimere. Mentre non ci provo nemmeno a pensare cosa fosse nel ’92 l’azienda di Salvatore Molettieri, in quale condizioni la sua cantina; meno m’importa sapere di rese, fermentazioni e macerazioni più o meno lunghe. Ciò che ho raccolto, immediatamente, è l’anima del varietale, cresciuta e arricchitasi col tempo: quell’essenza ruvida, sgraziata, agli occhi di molti imperfetta eppure autentica più che mai in quel tempo, che negli anni però si è fatta finissima eleganza e che si fa, quando succede, molto di rado, esperienza di rara bellezza. Irripetibile.

Bacoli, Falanghina Domus Giulii 2009 La Sibilla

4 ottobre 2012

Un bianco? Certo. Territoriale? Nì, ma anche no (secco) o non necessariamente. Ciononostante, malgrado la mia riluttanza, si continua a tirare fuori dalle vigne flegree cose “diversamente” nuove ed interessanti…

Del Domus Giulii, al suo esordio, ne parlai già qui qualche tempo fa. Lo fa una delle più promettenti realtà della denominazione, con il cento per cento di falanghina dei Campi Flegrei, vitigno diffusissimo in Campania ma che sembra avere proprio nei comuni a ridosso della provincia di Napoli il suo terroir migliore – suoli vulcanici, basse rese, sole a mezzogiorno, il mare dentro –, che ne esalta al contempo la spiccata vivacità e l’antica sgraziata tipicità.

Viene da vigne più o meno vecchie coltivate tra i comuni di Bacoli e Pozzuoli dalla famiglia Di Meo. Vincenzo, enologo giovanissimo, ha voluto “sperimentare” un bianco lungamente macerato ed affinato sulle fecce fini. Luigi, il papà vignaiolo che sta invece in campagna, l’ha lasciato fare, così, tanto per capire. Ci regalano un bianco unico – poco più di 600 le bottiglie del 2009, che è solo il secondo passaggio ufficiale -, tanto raro e prezioso quanto imprevedibile.

Ha un bel colore oro, maturo, ricorda agli appassionati certi vini elevati in anfora, però è limpido, infatti la luce l’attraversa luminosa, calda. Il primo naso è subito buccioso, poi si fa speziato, un poco dolce, sa di scorzette d’arancia e pompelmo appena candite e un po’ salmastro, eppure pulito e franco. Il sorso è quasi materico, sulle prime spiazzante ma di buon carattere e discreta acidità e persistenza. Intriga il palato e lascia la bocca quasi ammantata, d’uva e di sale. Inutile negarglielo un passo avanti rispetto al debutto col duemilaotto, ancora uno solo però. Perché? Perché buono è buono ma il modello da seguire rimane per me il Cruna DeLago.

Ora basta!

3 ottobre 2012

Non v’è più ragione che tenga dopo l’ennesima – maledettissima – bottiglia “di tappo”. Ora basta! Non se ne può più. Lo dico da tempo e lo ribadisco oggi ancora una volta con maggiore fermezza: per certe bottiglie è arrivato il momento di passare alle chiusure alternative, il tappo a vite su tutte!

E i produttori di vino dovrebbero essere i primi ad incavolarsi; tanta fatica, tanto lavoro in vigna e in cantina buttati lì nel lavandino per cosa, per nulla. Ecco, sono proprio loro le prime vittime di una bottiglia che sa “di tappo”. Quest’anno poi per qualcuno, spiace solo pensarlo, è stato proprio un gioco al massacro. Insopportabile!

Certo loro che possono farci, si dice. Bene, io come sommelier ci metto la faccia lì davanti al tavolo; loro, in più di una occasione, ci rimettono la reputazione (e non solo al cospetto del cliente). Di quella etichetta ne posso tessere le lodi, magari ci ricamo su un sentimento di appartenenza, ne esalto quando posso le peculiarità, l’originalità, talvolta l’unicità del prodotto. Poi, l’irreparabile, la beffa, tutto pare svanire in uno stappo: corked! bouchonné! tappo!

Sono cose che capitano, si dirà, l’incidenza tra l’altro è di poco superiore al 2-3%. Beh, io non ci sto lo stesso! Invero mi sono proprio stufato di buttare all’aria tempi e servizio (più i soldi) per un tappo di sughero da niente. E dover rincorrere magari una “impasse” che rischia, come mi è capitato almeno due/tre volte solo quest’anno, di diventare “orrore” a causa di due bottiglie di seguito di tappo allo stesso tavolo. Vaglielo a spiegare a quello che voleva bere Cloudy Bay mentre tu gli hai promesso la visione della Madonna in vacanza in giro per la Costiera!

Ora basta! Fate qualcosa, facciamo qualcosa. Subito!

Fiano & Fiano di Avellino 2010. Eccone 8, tutti in riga, in attesa di buttare il cuore oltre l’ostacolo

1 ottobre 2012

Tra qualche settimana ritornerà finalmente una delle più interessanti kermesse del vino irpino, BianchIrpinia. Così, nel prepararmi alle scorribande su e giù per la “Terra dei lupi” vado da qualche tempo riassaggiandomi alcuni capisaldi tra cui molti in degustazione in quei giorni col nuovo millesimo duemilaundici.

Iniziamo col fiano di Avellino. La successione con la quale vi presento alcuni dei miei migliori assaggi di quest’anno è random, non ha pertanto nessun valore di merito particolare; le impressioni descritte, ci tengo a precisarlo, richiamano o completano appunti di degustazione messi giù durante tutta l’estate ma fotografano ognuna delle etichette al loro ultimo assaggio datato non più di quindici giorni fa.

Fiano di Avellino Colli di Lapio 2010 Romano Clelia. “Quella che si firma con cognome e nome” rimane un riferimento indiscusso per chi, avvicinandosi al fiano di Avellino, non vuole cedere al fascino dell’imprevisto. Un bianco di spessore il duemiladieci della “Signora del Fiano”, un poco in ritardo sull’equilibrio al palato, un tantino scomposto ma che offre certamente una validissima lettura del millesimo lì a Lapio, tra gli ultimi non proprio il più semplice da interpretare. Chiede un po’ di tempo.

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2010 Villa Diamante. Ed ecco, secca, la smentita a quanto appena detto! Diciamolo subito: in questo momento è la punta più alta del millesimo di cui poter godere a pieno; è ovvio che ha tutta la stoffa per sbaragliare il tempo a mani basse, ma per quanto appare godibile ed espressivo il fiano di Antoine Gaita e Diamante Renna già oggi è una gran fortuna da non lasciarsi scappare. E’ chiaramente una spanna sopra tutti gli altri, per intensità, densità e profondità.

Fiano di Avellino 2010 Ciro Picariello. Naso quasi impertinente, diversamente varietale verrebbe da dire, tale, alla cieca, da confonderne l’approccio. Sa però come allungarsi senza apparire troppo distante dalla sostanza, essenzialmente sapida; è bella pimpante questa uscita di Picariello, un fiano snello, ancora “verde” ma pieno di vitalità.

Fiano di Avellino Exultet 2010 Quintodecimo. Per quanto mi riguarda il 2009 rimane al momento insuperato, per equilibrio, profondità, prospettiva. Dovessi scegliere di bere un bianco duemiladieci di Luigi infatti preferirei, al fiano, di gran lunga lo splendido greco di Tufo Giallo d’Arles. L’Exultet 2010 è in divenire, il naso ne avrebbe ma appare ancora ermetico, mentre il sorso pare già farla da padrone. Ciò gli costa in equilibrio, ma ci invita a non avere fretta, quella fretta che rischia però di farci rimanere senza. Puntualmente, ogni anno!

Fiano di Avellino Particella 928 2010 Cantine del Barone. Un po’ troppo “avanti” sui tempi il bel fiano di Luigi Sarno; non manca certo di una buona tensione acida ma tra quelli bevuti esce fuori come il bianco più maturo della batteria: ha un naso estremamente “didattico” e, a tratti, assai avvenente, di acacia e nocciola in particolare. Il sorso è ben bilanciato ma chiude forse un po’ troppo “caldo”, mancando di quel guizzo tanto coinvolgente nel precedente duemilanove.

Fiano di Avellino Radici 2010 Mastroberardino. “Ottima prestazione!” per dirla con le parole del telecronista sportivo di turno. Impeccabile l’esecuzione, altrettanto la cifra stilistica: varietale, vivace, fresco al palato, riconoscibile tra i più conosciuti. Mi sa però che tra qualche mese avrà ancor più cose da dire, vale quindi la pena, anche qui, aspettarlo.

Campania bianco Campanaro 2010 Feudi di San Gregorio. Ne avevo tessuto le lodi già un anno fa, praticamente al suo debutto sulla scena. E’ ormai una certezza che va rinnovandosi il Campanaro dei Feudi, vivace, cristallino, dal naso sempre interessante e dal sorso voluttuoso, austero e adulatore. Invero, ci si aspetterebbe dopo un anno ancora di bottiglia, uno scatto in avanti, un cambio di passo che però tarda ad arrivare; ciononostante quello che è a tutti gli effetti il bianco di punta dell’azienda di Sorbo Serpico rimane un acquisto sempre azzeccato. Diciamo pure una buona tappa intermedia di avvicinamento.

Campania bianco Cupo 2010 Pietracupa. Vaglielo a spiegare alla gente quanto costa a Sabino Loffredo fare il Cupo così buono com’è. Ma che vino amici miei! Ha tutta la verve di quei bianchi taglienti e pungenti che un tempo il mercato pareva rifiutare a prescindere; sin dal naso, balsamico e minerale ma poi soprattutto in bocca, teso e vitale, fa incetta di meraviglia, si distende senza preoccuparsi minimamente del rischio “dipendenza”. Ha stoffa e carattere, forse meno grasso dei Cupo precedenti ma, come il fuoriclasse tra i migliori in campo, lascia a bocca aperta sulla pregevole giocata di fino sul finale.

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BianchIrpinia 2012 è promossa dall’agenzia di comunicazione integrata Miriade & Partners S.r.l. insieme alle aziende partecipanti per presentare a stampa specializzata nazionale ed internazionale e agli operatori di tutta Italia le nuove annate di Fiano di Avellino e Greco di Tufo Docg. Si terrà ad Aiello del Sabato da giovedì 15 a Lunedì 19 Novembre 2012.

Per tutte le informazioni del caso
MIRIADE & PARTNERS SRL
Diana Cataldo – tel. 329.9606793
Massimo Iannaccone – tel. 392.9866587
E-mail: ufficiostampa@miriadeweb.it
Sito internet: www.bianchirpinia.it 
 

Durbach, Baden Riesling 2011 Alexander Laible

28 settembre 2012

Un bianco sorprendente quello di Alexander Laible, giovanotto poco più che trentenne che da qualche anno sta facendo letteralmente impazzire (almeno lì in Germania) molti degli appassionati del riesling e non solo.

Con molta probabilità Durbach non sarà mai Turkheim, o Kaysersberg, come è quasi certo che il Baden difficilmente potrà mai essere scambiato per l’Alsazia, però una cosa è chiara, dalle vigne di Laible, dal duemilasette, continuano a venire fuori vini di grande riconoscibilità, piacevolezza e compattezza.

Il Trocken 2011 di Alexander Laible è un gran bel riesling, di carattere, ben strutturato, compatto e di delicata acidità. Invitante è il colore, tendente sì al verdolino ma vivace e luminoso. Il primo naso è un manifesto alla freschezza, sbarazzino, aromatico e minerale; immediatamente agrumato, offre quindi un ventaglio olfattivo di gran finezza, di frutta gialla, pesca, albicocca e deliziose dolci note di mela cotogna. Poi si fa ancora più aromatico, di erbe di montagna, ficcanti e balsamiche, poi ancora, pian pianino diviene tostato, quasi fumé. In bocca è un tripudio di contrasti, eppure sottile, fresco, irrequieto quasi, salino. Manca forse di quella profondità che spesso caratterizza certi riesling alsaziani o, restando nel paese, della vicina Rheingau, nonostante i tredici gradi in alcol contribuiscano ad un certo spessore, ma chissà che non sia solo una questione di tempo. Del resto il giovane Alexander è appena salito in rampa di lancio, proprio come i suoi – m e r a v i g l i o s i – vini!

Curiosità: Laible ama segnalare le migliori selezioni tra i suoi vini appuntando in etichetta delle stelle. Si va dai “vini base” con 1 stella alle “prime scelte” indicate invece con 3 stelle (come in questo caso in etichetta).

Intervallo. Crudo di mare e Carjcanti 2009 Gulfi

22 settembre 2012

Crudo di Ricciola e Gamberi rossi con capperi di Pantelleria, bottarga di tonno, salvia e pesto di basilico. Puro manifesto mediterraneo: fresco, intensamente aromatico, appena dolce, col finire piacevolmente salino.

Con un campione di leggerezza, il Carjcanti di Gulfi, un bianco sorprendente ad ogni assaggio. E’ pur vero che il naso si nasconde a lungo, il corollario agrumato, aromatico e balsamico che lo caratterizza infatti non è così sfrontato, netto come altre volte ma dove questo duemilanove appare invece superbo è in bocca: ha un sorso sottile, finissimo, sinuoso, mediterraneo, minerale, a tratti tagliente, col finale quasi fumé. Ecco, non è mica sempre necessario mostrare i muscoli per conquistarsi la scena.

Amuse bouche a quattro mani con Riccardo Di Giacinto e Andrea Migliaccio. Io porto da bere…

20 settembre 2012

Letteralmente arriva “per compiacere la bocca”, questo è un “amuse bouche”, un antipasto allettante che si offre di solito all’inizio del pasto. Generalmente diverso dagli altri piatti in carta, un amuse bouche è il saluto che uno chef riconosce ai suoi ospiti, da mandar giù in un sol boccone, tante volte anche due.

Molto saporita mi è parsa la Crocchetta di astice e patate con maionese di uova affumicate di Riccardo Di Giacinto del Ristorante All’Oro di Roma. Ha croccantezza e una sottile succulenza bastevoli però per meritarsi il migliore Almerita Brut di Tasca d’Almerita mai prodotto: un 2009 davvero invitante, fresco e salino al punto giusto ad inondare il palato.

Avanti poi con una cosa facile facile, la Zuppetta di fagioli con totani appena scottati, del nostro Andrea Migliaccio. Appena un un paio di bocconi profumati e saporiti da buttare giù con un bel bianco d’autore col mare dentro, il Biancolella d’Ischia Vigna del Lume 2010 di Cantine Mazzella: è un vino bianco spesso sottovalutato quello dell’isola verde, questo qui invece saprà come farvi ricredere: ha un sorso compiuto e sbarazzino, finemente minerale che saprà lasciarvi piacevolmente sorpresi.

Buona l’idea, ancora di Riccardo Di Giacinto, di maritare il Tonno arrosto con la panzanella alla romana e zabaione al limone. Un connubio di profumi e sapori che esplodono in bocca sin dal primo boccone: tiepido e avvolgente, succulento, dolce e lievemente aromatico; qui ci vedo parecchio bene un vermentino di gran carattere, magari quel meraviglioso Dettori bianco 2009 aperto qualche tempo fa e ancora qua sotto al naso tanto era spesso e profondo. Quando si dice che bere naturale può essere una esperienza significativa… 

Eccallà, il dolce. Un amouse bouche? Non necessariamente, però se vi porta tanto dispiacere peccare di gola fermatevi pure ad un sol boccone. La Sfoglia salata, con pan brioche tostato con mousse di capra, fichi e gelato al Moscato passito pensato da Andrea Migliaccio vuole rendere omaggio ai sapori forti e semplici del nostro amato sud. Mettiamoci su allora un bel Moscato di Saracena Milirosu 2010 di Masseria Falvo, che sa di zagara ed albicocca candita e carezza il palato di freschi sapori dolci di fine stagione.

Ecco, l’avevo pensato proprio così questo post, a tutto sud, con Roma Capitale!

Un Tignanello è per la vita, sta scritto nel tuo bicchiere, chiaro e tondo come mai prima d’ora!

17 settembre 2012

Buono è buono, ogni volta però sembra di stare a scoprire l’acqua calda, così non ci si può nemmeno ricamare su più di tanto perché il Tignanello è il Tignanello e da qualsiasi punto di vista tu lo possa leggere, interpretarlo o decantare è e rimane il grande rosso Toscano italiano famoso in tutto il mondo.

E’ un rosso che vanta numerosi primati e numeri importanti, tra i più importanti in Italia. Ciononostante, non so se ve ne siete mai accorti, ne girano davvero poche di recensioni sul web; sembra quasi che sia deleterio, soprattutto per i critici enofili più affermati, anche il solo scriverne due righe, men che meno di apprezzamento. Eppure è sempre lì, tra i primi nelle migliori guide ai vini d’Italia di ogni tempo.

La vigna, contigua a quella del Solaia, è più o meno sempre quella, poco meno di 50 ettari su per le colline chiantigiane tra i borghi Montefiridolfi e Santa Maria a Macerata. Tignanello è stato il primo sangiovese a vedere la barrique nonché il primo vino rosso con varietà internazionali e, tra gli altri, uno dei primi vini rossi fatti nel Chianti a non usare più uve bianche. Nel ’70, quanto è uscito per la prima volta, recava in etichetta la denominazione “Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello”, con ancora del canaiolo, trebbiano e malvasia; con il ‘71 è diventato semplicemente Tignanello e con l’annata 1975 le uve bianche sono state completamente eliminate dall’uvaggio. E’ dal 1982 che la composizione varietale è invariata: sangiovese all’80%, 15% cabernet sauvignon e cabernet franc per il restante 5%.

Renzo Cotarella va affermando da tempo che Tignanello e Solaia, due delle tante punte di diamante delle tenute del Marchese Antinori, col 2007 ma ancor più con il 2008, dopo la piena maturità delle vigne reimpiantate tra il 2000 e il 2001, avrebbero cominciato un nuovo percorso verso l’eccellenza, del tutto diverso dai loro primi anni di vita. Un timbro, il loro, di nuova forgia che nasce dopo la lunga analisi, negli anni, di ogni singolo aspetto del terroir lì in tenuta. Una caratterizzazione che gli consentirà così di sfidare il tempo alla stessa maniera dei grandi chateaux di Bordeaux. Vedremo.

Intanto il duemilaotto tira le fila a tanta materia, evidente già nel colore ricco, ma soprattutto al naso, dove l’iniziale esplosione di frutta rossa va lentamente defilandosi per lasciare il passo a note di tutto un po’: è intrigante ritrovarvi sin da subito un tono iodato piuttosto marcato, sanguigno; poi si fanno largo sottili spezie dolci ma anche cuoio bagnato e sentori balsamici. Il sorso è gustoso, il piacere lungo e avvolgente, non mancano le spigolature – più acide che tanniche – ma, vivaddìo, che carattere che ha questo Tignanello. E pensate un po’ che se ne fanno (quasi ogni anno) svariate centinaia di migliaia di bottiglie. Gulp!

Poi c’è Tasca d’Almerita con Riccardo Di Giacinto

14 settembre 2012

A conclusione di quest’altra splendida stagione di collaborazione con alcune tra le più prestigiose aziende del vino e tante mani sapienti ai fornelli, arriva “la notte dei leoni” con Tasca d’Almerita ed il giovane Riccardo Di Giacinto del “Ristorante All’Oro” di Roma.

Da La Dolce Vite a L’Olivo la strada è sempre più breve ed affascinante, in molti se ne sono accorti ed anche per questo pure stasera l’evento è sold out! Poi naturalmente vi racconto per bene com’è andata.

Il Prosecco ieri, oggi e domani. E dell’ottimo “Ius Naturae” 2011 della famiglia Bortolomiol

12 settembre 2012

La domanda del giorno è: cosa ne vogliamo fare di questo Prosecco oltre che continuare ad allungargli sempre di più il nome?

La domanda me la pongo da un po’ di tempo, da quando, penso un paio d’anni fa, mi accorsi, leggendo dalle pagine di una delle ultime Duemilavini ricevute che gran parte dei produttori di “Prosecco di Valdobbiadene” erano passati, apparentemente così d’emblé, dall’utilizzo di uve prosecco al 100% al ben più “povero” e diffuso glera, chi in uvaggio, chi invece addirittura in purezza.

Ad un mio commento a caldo su Facebook, dove mi dicevo sinceramente un po’ confuso sull’argomento, qualche giorno più tardi, un giovane (bravo) produttore di prosecco di Asolo mi avvisava che non c’era tanto da stupirsi poiché in realtà in molti si preparavano semplicemente allo sbarco della nuova docg Valdobbiadene Prosecco Superiore che sarebbe arrivata di lì a poco.

Perché? Cosa stava per accadere al vino spumante italiano che da anni, secondo l’ex Ministro ed attuale Governatore della Regione Veneto Luca Zaia, va sfidando in giro per il mondo i consumi dello Champagne? Senza entrare troppo nel merito della faccenda è bene sapere che dal 1 Aprile 2010 la parola “Prosecco” è divenuta identificativa di un vino a denominazione di origine e non più di una varietà di uva. Quest’ultima ha assunto il nome di glera.

In parole povere oggi il “Prosecco è un vino ricavato da uve di varietà glera prodotto solo nel nord est d’Italia, rigidamente vincolato da un disciplinare che ne distingue le diverse varietà qualitative in base alla zona di origine”. Per dirne una, chiunque in Italia o nel mondo che vorrà acquistare barbatelle di glera (non più di prosecco) potrà chiamare il vino “Prosecco” solo se esse crescono nelle zone previste dal disciplinare, in caso contrario sarà “costretto” a chiamarlo “Glera” ed in etichetta potrà riportare solo il nome “Glera” (frizzante, Spumante, ecc.) senza nessun riferimento o legame al Prosecco. Più chiaro di così…

E’ evidente quindi che con queste prospettive in molti si stanno dando un gran da fare per migliorare sia la propria presenza sul mercato che, in senso più stretto, la qualità stessa dei vini proposti. Qualità che, sia chiaro, a certi livelli viene garantita da anni, ma è indubbio che questa svolta, che possiamo tranquillamente definire epocale sul Prosecco, è di grande stimolo per tutti produttori a fare sempre meglio.

Ecco quindi capitarmi a tiro lo Ius Naturae 2011 di Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana Bortolomiol che, oltre al nome lunghissimo in etichetta, viene presentato come la sintesi del lavoro di anni di conversione al biologico di alcuni vigneti di famiglia proprio nel cuore di Valdobbiadene, all’interno del Parco della Filandetta.

Un Brut, Millesimato, molto interessante: ha bollicine abbastanza fini ed un colore molto invitante, paglierino assai luminoso. Il naso è sincero, ha un buon timbro minerale e i sentori sono fragranti e puliti. Il sorso è fresco, equilibrato, la sensazione zuccherina appare ben contrastata da una buona dose acida e dalla giusta sapidità. La strada mi sembra quella giusta, conserva – vivaddìo! – grande bevibilità ed è questo, al di là di lustrini e paillettes, che desidero non manchi mai a questo vino.

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Qui il viaggio nelle terre del prosecco di qualche anno fa.

Chiacchiere distintive, di Angelo Gaja ed altre cose di questo mondo: la storia, il vino, il web

10 settembre 2012

E’ qui per fare vacanza, starsene tranquillo con l’amata Lucia e trascorrere le primissime ore del mattino a passeggiare alla Migliara ad Anacapri. Poi però cede alla tentazione lanciatagli iersera tra una chiacchiera e l’altra: “Le va di raccontare un po’ di storia della famiglia Gaja ai ragazzi dello staff, sarebbero onorati della sua presenza?”. “Manco a chiederlo Angelo, a che ora ci vediamo?”.

Inutile ricordare quanto sia bravo a tenere banco. Non è la prima volta che gli siedo davanti, ma oggi è più piacevole che mai. Il ricordo dei fondatori dell’azienda è un intercalare appassionato, poi si emoziona visibilmente quando parla di nonna Clotilde Rey*, della sua figura di donna severa e determinata, autoritaria ed esigente, di quanto sia stata fondamentale nella storia della famiglia. Cala il capo, prima di esplodere in un sorriso carico d’affetto, quando cita suo nonno Angelo che verso la fine dei suoi anni gli ricordava di sovente: “ad un uomo può anche capitare di sposare una donna più brava di lui, una in gamba, tosta. Ci pensi su ed arrivi alla conclusione che o la uccidi, o la segui. Io ho scelto di seguirla…”.

E’ una lunga storia, a tratti epica e ricca di sfumature. E’ orgoglioso quando rivendica le sue scelte, che ammette anche non essere state proprio tutte azzeccate ma ci tiene a riprenderle, una ad una, spiegandocele ognuna per bene.

Si va dalle prime occasioni mancate di comprar vigna in Barolo all’idea di andare in Toscana, sull’onda della grandeur dei Supertuscans; si passa poi dalla scelta, secondo lui obbligata – “per mille ragioni, ci dice” – di passare alla Langhe Nebbiolo coi suoi Grand Crus a quell’indimenticato “Darmagi!” esclamato da suo papà dopo aver piantato cabernet in terra di nebbiolo. Lo fa con orgoglio dicevo, sentimento che vira in felicità quando ci racconta dell’acquisto delle Cascine Marenca e Rivette a Serralunga d’Alba – dove si fa lo Sperss** -, avvenuta nell’88 e salutata quasi come una liberazione. Un omaggio al padre che proprio lì, in gioventù, aveva condotto le sue prime vendemmie; e di Ca’ Marcanda, che porta nel nome tutta la sua personale ostinazione che l’ha portato a sbarcare finalmente a Bolgheri dopo mesi di estenuanti tira e molla e trattative infinite con la vecchia proprietà.

E’ un fiume in piena Angelo Gaja, tantissimi gli argomenti toccati che non basterebbe una giornata per discutere di tutto e riportarne la cronaca; così, anche per questo, ci siamo dati appuntamento a fine ottobre lì a Barbaresco.

Ad alcune domande, tra le ultime, risponde con parole forti: lo fa su chi, dalle sue parti, continua a professarsi – autonomamente – conservatore della tradizione langarola quando “la storia nemmeno li ha sfiorati”. E non disdegna, più in generale, di condannare con fermezza la voracità della vetusta politica italiana, oltreché l’ostinazione di certi suoi esponenti intenti a guardare solo il proprio orticello più che l’interesse del paese. Un invito infine ai giovani, ad imparare sin da subito l’inglese e spostare, se necessario, le proprie ambizioni sin oltre i confini nazionali.

A pensarci bene è fatto proprio così, non si schermisce Angelo Gaja, non nasconde per esempio nemmeno di essere un vanitoso, e di essere inviso a diversi, eppure la percezione è che anche per coloro i quali il gradimento è ai minimi sopportabili rimanga un’istituzione per il mondo del vino italiano; e di certo lui non si fa mancare, di tanto in tanto, di ricordarlo in giro. Dice di farlo a modo suo, ne parla molto coi suoi clienti ma anche con i tanti (troppi!, cit.) “opinion leaders” di settore sparsi qua e là nel mondo eppure sempre proprio dietro l’angolo.

A tal proposito ci tengo a chiedergli ancora giusto un altro paio di cose sulla sua ultima uscita. Mi sorride, mi stringe forte al petto e prendendomi poi sotto braccio mi fa: “guarda che è tardi, facciamo tardi, tu hai da lavorare. Ci pensa due secondi su… “Vabbé dai, forza, sputa il rospo!”. E’ un grande!

Bene. In questi giorni è in giro sul web un suo pensiero sulla vendemmia 2012 e su come affrontare i cambiamenti climatici in atto. E’ lì la vera sfida del futuro per chi fa vino? Viviamo un tempo di grandi sfide, bisogna raccoglierle e fare del nostro meglio per affrontarle fino in fondo. Un tempo bastava consolidare la tradizione ereditata dalla famiglia, impegnandosi laddove possibile nel rilanciarla, affermarla, farla crescere. Oggi è diverso, non basta più solo quello, è necessario tirar fuori dalla storia nuovi orizzonti, scoperte, obiettivi.

E per far questo di cosa c’è bisogno secondo lei, tenendo conto del momento che converrà non essere proprio esaltante? Anzitutto la terra. Abbiamo in Italia ampie risorse per ricostruire un percorso di crescita economica virtuoso e proiettato nei lunghi termini. L’agricoltura ha bisogno di grande attenzione, innovazione, cura. E dare fiducia ai giovani, parlo soprattutto di noi vecchi che dobbiamo essere lì ad indicargli la via, non imporgliela, metterli sulla strada giusta e ricordargli la storia. Ma questi devono avere i mezzi per potersi mettere in gioco. In questo c’è bisogno di un grande slancio a livello istituzionale.

I cambiamenti climatici saranno quindi decisivi tanto da dover sviluppare una nuova agricoltura? Ma certo. L’Agricoltore, il vignaiolo per quanto ci riguarda, avranno un ruolo sempre più determinante. Solo chi vive la vigna sa di cosa ha bisogno in un determinato momento. Ma dovrà sapersi adeguare alle nuove occorrenze; certe malattie (della vite, ndr), ad esempio, a causa delle variazioni climatiche vanno scomparendo ma ne arrivano altre che bisogna saper affrontare.

Di concreto quindi c’è bisogno di tanta ricerca; possiamo anche immaginare l’abbandono di certe colture a favore di altre più adatte alle nuove “occorrenze”? Di certo c’è che con tutto il caldo di queste estati quelle che soffrono di più sono le varietà precoci. E’ necessario quindi imparare a “leggere” l’annata sin da subito, intervenire costantemente in vigna, con potature adeguate, defogliazione, ripensare l’irrigazione di soccorso, e avere naturalmente persone preparate per farlo al meglio.

Specializzazione insomma. Ma è lecito quindi pensare che la cantina, in senso stretto, acquisirà sempre maggiore importanza? Non si rischia così quell’omologazione di cui un po’ tutti fanno fatica anche solo a nominare? La cantina ha sempre avuto un ruolo importante, tuttavia ciò che la ricerca deve garantire sempre più è che il lavoro fatto in vigna venga interpretato al meglio senza stravolgerne l’essenza. Sicuramente chi può contare sulle giuste tecnologie ha una carta in più da giocare. Si può essere artigiani del vino senza essere necessariamente degli sfigati.

Per finire Sig. Gaja, ritornando ad internet e blog vari. Molti le imputano di usarli spesso come corrieri dei suoi pensieri, lei però si guarda bene da una vera interazione con i suoi frequentatori. Perché? Non è necessario, o non lo è quasi sempre. Poi, mettiamola così, io sono all’antica, c’ho 72 anni, ho bisogno di tempo per ragionarci su certi argomenti. Lì, nella rete o come diavolo la chiamate voi bloggers, tutto corre così velocemente che spesso tanti buoni argomenti, che andrebbero ragionati ed articolati, si perdono tra tante piccole fesserie.

* Alla nonna paterna Clotilde Rey (e alla prima figlia Gaia) è dedicato lo Chardonnay Gaia&Rey, un nome che volle essere un omaggio alla tradizione e al contempo uno slancio nel futuro.

** Sperss un tempo era Barolo Docg, oggi come tutti in Grand Crus di Gaja è un Langhe Nebbiolo. Quel luogo, le Cascine Marenca e Rivette in Serralunga, erano un vecchio pallino, scelto seguendo le orme del papà che in gioventù, per tre anni, lì ci aveva fatto vendemmia.

Reims, Champagne Cuvée Brut Rosé Alain Thiénot

7 settembre 2012

Il mio riferimento sotto il Prestige Rosé di Taittinger – per rapporto prezzo/qualità incredibile! – rimane il Blason Rosé di Perrier Jouet. Poi ti capitano a tiro cuvée come questa, e non si può non dedicargli almeno due righe: il Rosé Brut di Thiénot è proprio un gran bel bere.

Viene assemblato con una buona percentuale di pinot noir di cui una discreta quantità proveniente da vini base di vecchie annate, poi chardonnay e quindi pinot meunier. Per dirla con le stesse parole di Alain Thiénot, ha tutta la qualità, il carattere e l’eleganza che uno Champagne – un rosé in particolare, aggiungo di mio -, è importante possa garantire all’appassionato.

E’ da un po’ che ci ritorno su con una certa continuità, mi piace molto questa cuvée, è proprio una bella scoperta, ha equilibrio e franchezza: bello il colore salmone brillante e assai attraente (florida e cremosa) invece la spuma. Al naso, smarriti quasi immediatamente i classici sentori post-fermentativi s’innescano piacevoli tonalità di piccoli frutti rossi e neri e lievi sentori di spezie dolci; les bulles non sono fittissime ma piuttosto persistenti e fini. Ha sapore asciutto e delicato, il sorso è fresco, comincia amabile e finisce meglio, rotondo ed appassionante. E’ senza dubbio un bell’asso nella manica.