Archive for the ‘in CAMPANIA’ Category
19 Maggio 2016
Una piccolissima produzione di un bianco ed un rosso dal Vesuvio che si farebbe bene nel seguire con attenzione nel prossimo futuro.

Nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio¤ i cugini Andrea e Francesco Matrone¤ hanno ripreso a coltivare la vigna del “Territorio de’ Matroni”¤. Poco più di due ettari per cinquemila bottiglie in tutto, un Lacryma bianco e un Lacryma rosso.
Il bianco 2015 ha una buona forgia, è cristallino, tenue e fine al naso, forse un poco impreciso sul finire di bocca che pare insistere sulla mandorla amara. Ha però una buona profondità e corpo. Da uve caprettone, falanghina, greco e altre varietà vesuviane. Val bene aspettarlo magari in annate meno generose.
Più di una segnalazione merita invece il Lacryma Christi rosso 2015, perlopiù piedirosso con un saldo di aglianico e sciascinoso. Appena stappato, l’approccio soffre un po’ il legno (tonneau), lo cogli al primo naso e ai primi sorsi ma alla distanza viene fuori invece un bel rosso invitante e sbarazzino, dal naso intenso, ricco di frutto e rimandi balsamici. Il sorso è goloso, polputo, fresco e sapido, avvolgente e significativo. Una piacevole scoperta, giovane e di belle speranze!
L’Arcante raccomanda di servire questa tipologia di vini con Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme.
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Tag:aglianico, boscotrecase, cantine matrone, caprettone, piedirosso, sciascinoso, territori de' matroni
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23 aprile 2016

Il tempo è un valore importante, la tenacia e la ricerca di spostare continuamente l’asticella fa, con merito, tutto il resto. Il greco è un vitigno straordinario, è autentico, ha un gran potenziale e dà generalmente vini di struttura, voluttà e tensione da vendere, con quel ‘talento’ e quella capacità evolutiva che poche altre varietà autoctone italiane possiedono.
Tutte caratteristiche che un buon metodo classico nostrano pretende. Qui dosaggio* zero, cioè quella grande famiglia di vini spumanti¤ di qualità cui appartengono alcune tra le migliori¤ bolle italiane e che tanto piacciono ai grandi appassionati.
Da queste parti potremmo essere tacciati di essere di parte quindi poche sciorinate, bevetene e raccontatelo in giro!
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*Dosaggio o dosage è quella pratica prevista per i metodo classico prima dell’imbottigliamento definitivo con cui viene aggiunto dopo la sboccatura a ciascuna bottiglia un vino della stessa partita anziché lo sciroppo di dosaggio, quello che i francesi chiamano ‘liqueur d’expédition’, una miscela che può contenere dello zucchero, del distillato invecchiato e/o del vino di annate precedenti. La funzione del dosaggio serve generalmente ad addolcire un vino che ha scarso residuo zuccherino, quindi con un’acidità molto elevata, contribuisce inoltre a conferire allo spumante quelle sfumature aromatiche e di gusto caratteristiche. Quando invece il rabbocco avviene col solo spumante della stessa cuvée abbiamo, appunto, un Dosaggio zero, o Brut nature o Pas dosè.
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Tag:autoctono, Brut nature, dosaggio zero, Dubl Bar, Dubl Esse, feudi di san gregorio, greco di tufo
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4 aprile 2016
Il Vesuvio conserva un fascino inarrivabile agli occhi dell’appassionato di vino, non solo per la storia che serba in sè un territorio così ricco di riferimenti ancestrali ma anche e soprattutto per lo scenario davvero poco comune dove si sviluppa una viticoltura che definirla eroica è dir poco.

In queste terre non mancano esempi di grandi famiglie e piccole imprese che, ognuna a suo modo, ne ha tratteggiato oltre ai canoni commerciali anche un significato di rivalsa importante e per lungo tempo dormiente. Tra queste senz’altro la famiglia Sorrentino¤, dacché ricordo io sempre più protagonista della scena enoica vesuviana negli ultimi 25 anni. Circa 30 ettari di proprietà e vini sempre pienamente rappresentativi delle varietà locali e dell’anima autentica di questo pezzo di terra del napoletano.
E questo rosso, da piedirosso in larga parte con un piccolo saldo di aglianico ne è portabandiera: un gran bel sorso che esprime freschezza e complessità molto interessanti, tratteggiato da una precisa identità territoriale e buona progressione. Un piedirosso, è proprio il caso di dire, vulcanico! Dalle note terragne e fruttate, balsamiche e minerali, dal sapore asciutto, avvolgente e pronunciato.
Non necessariamente un Lacryma Christi rosso da invecchiamento, ma la buona tensione gustativa e l’incipit speziato e balsamico rivelano un vino capace di evolvere nel tempo con essenzialità e personalità. Senza perdere alcuna delle caratteristiche basilari di riconoscimento che, anzi, vengono esaltate dall’affinamento in legno, in questo caso tonneaux. Il Vigna Lapillo rimane un riferimento assoluto per la denominazione. Poco più di 14 euro a scaffale.
Qui¤ la bella intervista a Benny Sorrentino di qualche anno fa.
L’Arcante raccomanda Fresh¤, il nuovo seau a glace di Nando Salemme¤.
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3 settembre 2015
Ho piena memoria di tutti i vini prodotti da Raffaele, sin dalla sua prima uscita con il 2002, mi mancavano giusto il 2013 che mi ero perso anche per colpa sua visto che praticamente non c’è mai stato sul mercato, volato via in appena un paio di mesi di cantina e questa succosa anteprima che ci godiamo chiacchierando in libertà seduti in cantina.

Proprio con la 2013 Raffaele è ritornato alle etichette vecchia maniera, cioè non più serigrafate sul vetro ma bensì di carta, un ritorno al passato che forse rende le sue bottiglie un po’ meno fascinose di prima ma si sa, quello che conta alla fine è quanto di buono c’è dentro.
A chi invece nutrisse qualche riserva sull’annata 2014 consiglio vivamente di bere questo vino. Sarà che il piedirosso nelle annata difficili (per gli altri) qui si esalta, sarà che questo pezzo di Campi Flegrei¤ viene baciato ogni volta dalla Dea bendata, sarà forse che i Moccia¤, padre e figlio, sanno il fatto loro e riescono sempre a cavarsela, tant’è che nel bicchiere, ancora una volta, c’è un sorso davvero interessante decisamente imperdibile.
Nasce da vigne vecchie che hanno in media oltre 40 anni, vigne tra le quali fila si nasconde una biodiversità unica, tra le altre, oltre alla falanghina¤ a al pér ‘e palummo¤ vi sono piantate uve praticamente sconosciute ai più, tipo la gesummina (bianca) o la suricella e la marsigliese (rosse), due varietà queste ultime che non si può escludere finiscano per contribuire al profilo organolettico così particolare dei vini di Agnanum, una tradizione questa che resiste al tempo e alle mode in maniera naturale, qui è così da sempre.
Un 2014 corroborante, dal colore rubino-porpora vivace, di quelli immediatamente comprensibili, dal naso delicato e fitto: sa di piccoli frutti rossi, è vinoso e floreale. Un quadro organolettico assai piacevole che ritorna sapido ed invitante al palato, sottile e vellutato con il sorso rinfrancante di sempre, fresco e succoso.
‘This Piedirosso offers a very pleasant organoleptic panel that returns, savory and inviting, on the palate, velvety with refreshing sip, always fresh and juicy’.
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Tag:agnanum, campi flegrei, piedirosso, raffaele moccia
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1 settembre 2015
Mi piace camminare le vigne con Raffaele, mi da tranquillità d’animo, per questo non appena posso lo vengo a trovare e assieme ci arrampichiamo sin lassù le mura del parco degli Astroni, dove le volpi, di notte, quatte quatte, saltano nel bosco dopo aver pizzicato dai grappoli di falanghina e piedirosso. Più che furbe verrebbe da definirle vere buongustaie.

Il posto più suggestivo di Agnanum¤ rimane però il vigneto storico di quasi cento anni che accompagna un po’ tutta la storia antica e moderna della famiglia Moccia. Una storia semplice la loro, di fatica e sacrifici che ha però preservato questo lembo di terra flegrea dove nascono vini a dir poco straordinari, di una stoffa unica, preziosissimi, finalmente riconosciuti in maniera unanime dagli appassionati quanto dalla critica.
Sono passato da lui in questi giorni per sentire il polso della vigna flegrea, si perché nonostante il grande lavoro che in molti fanno e stanno man mano portando avanti per riqualificare il vigneto flegreo – penso a Gerardo Vernazzaro¤, Giuseppe Fortunato¤ e i Di Meo di La Sibilla¤ giusto per citarne alcuni -, Raffaele rimane, per me, il riferimento imprescindibile per cogliere a pieno ‘l’umore’ dell’annata da queste parti.
Ebbene, mentre in molti di questi tempi affilano (di già) le forbici e guardano sempre più attenti il meteo, Raffaele fa spallucce e guarda avanti almeno a metà ottobre, a prescindere: ‘la mia sarà sempre una vendemmi tardiva, così va qui, è l’uva che lo chiede, non sono certo io a decidere quando tirarla giù dalla pianta’. In effetti, da quando ci conosciamo è così, da almeno quindici anni.

Con questo tipo di terreni le sue preoccupazioni invece sono ben altre: ad esempio tenere su i terrazzamenti che rischiano di sprofondare giù dalla collina ad ogni pioggia forte, qua infatti si continua a lavorare solo a mano, con la zappa, impossibile pensare di condurre quassù trattori o ingegni di qualsivoglia genere. ‘Il lavoro mi vince, finito sotto non faccio in tempo a sistemare su in cima che dopo un mese devo ricominciare tutto da capo’.
Il valore di questa fatica lo ritrovi tutto nei bicchieri, Raffaele fa vini di grande personalità e spessore ma estremamente godibili, soprattutto nel tempo. A breve sarà ‘costretto’ a rilasciare sul mercato i suoi 2014 che beviamo assieme in anteprima: ‘sto senza vino da più di un anno e sono sinceramente in difficoltà con i miei clienti, soprattutto all’estero, dagli Stati Uniti e dalla Francia mi chiamano almeno una volta al mese per essere aggiornati. È tutto pronto, gli dico, non appena finiamo la vendemmia 2015 cominceremo ad uscire con i 2014. Sono in bottiglia da qualche mese vanno solo etichettati’. Anche perché oltre allo spazio in cantina servirebbe anche un po’ di tempo in più. Se la ride. Continua…
‘Raffaele Moccia, one of the most popular phlaegrean winegrower produces wines of great personality and thick but extremely enjoyable, especially along time…’.
Le strade del vino dei Campi Flegrei¤.
Piccola Guida ai vini dei Campi Flegrei¤.
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Tag:agnanum, campi flegrei, falanghina, napoli, piedirosso, raffaele moccia
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25 agosto 2015
Vedo le mie due bimbe darsele di santa ragione per una bambolina minuscola e rossiccia, si urlano addosso la paura di non farcela a strapparsela dalle mani l’un l’altra, e tra il dramma e la commedia ci scappa una mezza risata, la ricerca di aiuto, la stizza della rinuncia.

Alla fine una vince, l’altra pure, che poi è quello che voleva, semplicemente mettere alla prova la maggiore; una smorfia di disapprovazione, una carezza, un mezzo sorriso rivolto alla mamma come segnale di distensione poi tutto ricomincerà, come una continua rincorsa.
Nel mentre, qui davanti a me un Fiano di Avellino 2010 in splendida forma: molto sulle sue al naso ma avvolgente e ricco di polpa in bocca. Così lo lascio respirare a lungo nel bicchiere. L’ho atteso due anni conservato con cura e devozione in mezzo a decine di altre bottiglie di Fiano duemiladieci e duemilaundici, bottiglie che lentamente vado rilasciando per godermele nel pieno del loro splendore, o almeno ci provo.
Guido Marsella¤ negli ultimi tempi è un po’ sparito dalle scene più trendy della critica di settore, quantomeno in giro se ne parla meno e di certo non è che abbia smesso di fare vino come Dio comanda; ma a Summonte nel frattempo è venuto fuori Ciro Picariello¤ e qualcosa è certamente cambiato.
Marsella però rimane tra i primi ad avere intuito tutto il grande potenziale del Fiano di Avellino, che può e deve stare in bottiglia per un certo tempo prima di essere commercializzato, diciamo almeno un anno, se non più. Il risultato di questa scelta quantomeno coraggiosa gli ha sin da subito dato ragione da vendere e i suoi vini, sin dalle prime sortite hanno rappresentato qualcosa di nuovo e straordinario sulla scena campana lasciando intravedere in questa magnifica uva prospettive e proiezioni sino ad allora sconosciute ai più: quei toni fumè del primo naso, i precisi rimandi balsamici, le particolari caratterizzazioni sino allo speziato di un terroir unico e quel sorso pieno di vigore e di grande energia hanno in qualche maniera contribuito a ridefinire i canoni di degustazione adottati prima di allora sul Fiano. Per la fortuna di tutti gli appassionati.
‘Winemaker Guido Marsella was the first to work on the great potential of Fiano di Avellino, that can and should stay in the bottle for some time before being sold, say at least a year, and more…’
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Tag:campania wines, fiano di avellino, irpinia, summonte, Winemaker Guido Marsella
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10 agosto 2015
Certi vini hanno una forza evocativa unica. L’avevo già bevuto qualche mese fa una domenica a pranzo da Pino e Marianna, a Sud¤. Di recente, incuriosito dalla sua presenza su di una carta non certo brillante non ho perso l’occasione per tornarci su. E bene ho fatto.

Picariello¤ si sa con i suoi fiano¤ ci ha ormai abituati a grandi performance e il suo Ciro 906 pur se caratterizzato, a mio avviso, da una struttura un po’ fuorviante emerge invece nel complesso per una pienezza più unica che rara, verrebbe da dire quasi ridondante rispetto al suo stesso ‘base’ ma anche a molte altre etichette da vigna unica in giro.
In soldoni, è un fiano di Avellino di nerbo ma dal passo lungo, che ha bisogno di tempo, un bianco di sfacciata opulenza, ricco di polpa ma anche di freschezza e sfumature assai intriganti che solo il tempo però svelerà appieno.
Nasce dalle sole vigne di Summonte, ha colore paglierino, è luminoso e cristallino. Il naso è incalzante, subito ampio, fine, invitante. La sferzata agrumata si fa macchia mediterranea e frutta a polpa gialla, poi lievemente fumè. Il sorso è puntuto e pieno, ha trama fitta, appagante, vigorosa. Ha tessitura importante molto ben definita. Di lunga, lunghissima proiezione.
‘…needs time, a very intriguing fiano di Avellino, however, only time will reveal its personality at all’.
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Tag:ciro 906, ciro picariello, fiano di avellino, summonte
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4 agosto 2015
Quando portammo a termine la vendemmia ad Anacapri¤ né io né Raffaele sapevamo cosa sarebbe successo di lì a qualche mese. Finita la raccolta, finita la stagione, poi come ogni anno negli ultimi anni un forte abbraccio e a presto risentirci per gli aggiornamenti sull’affinamento in cantina.

Da lì sono finito a Milano, lui in giro per il mondo. Nel mezzo Buon Natale e buon anno! Non ci siamo persi di vista un attimo, ho solo cambiato vita, io, lui non mi risulta (ancora). Il vino venuto fuori da Villa San Michele adesso sta tutto in bottiglia. Poca roba, certo, ma quanto vale! Un paio di pezze cinte da muretti a secco, perlopiù piantate con falanghina, ciunchese (greco) e biancolella allevati in maniera tradizionale col sistema puteolano dello Spalatrone.
Questo è Joaquin dall’Isola Axel Munthe a Villa San Michele 2014. E’ un bianco mediterraneo audace e sgraziato, luminoso e salmastro, invitante ed avvolgente. Ci senti il mare dentro, e tutta la freschezza di questo lembo di terra spazzato costantemente dal vento e dalla salsedine.
Per la prima volta nella sua storia, grazie a Raffaele Pagano¤ e al Console Staffan De Mistura si è riusciti finalmente a portare a termine qui ad Anacapri un progetto di enorme prospettiva di rilancio della viticoltura isolana, non certo in termini di quantità visti i pochi preziosissimi filari a disposizione ma di grande valore culturale perché avviene proprio qui in uno dei luoghi più suggestivi e visitati dell’isola Azzurra, la casa museo di Axel Munthe.
Nella foto Daniele Briola, ass. Sommelier al Capri Palace¤.
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Tag:anacapri, angelo di costanzo, axel munthe, joaquin dall'isola, raffaele pagano, staffan de mistura, villa san michele
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19 gennaio 2015

Non deve essere facile per Luigi Moio alzare l’asticella qualitativa dei suoi vini anno dopo anno, eppure anche il palato più distratto riesce a cogliere nei suoi vini ad ogni nuovo passaggio qualcosa di sorprendente e diverso.
L’Exultet 2012 racconta con maggiore franchezza le suggestioni dell’anno precedente quando già con il 2011¤ si coglieva nei bianchi di Quintodecimo maggiore spessore e finezza anzitutto del frutto. Non a caso Via del Campo¤ rimane di gran lunga la migliore falanghina attualmente in circolazione mentre il successo di bevute del Giallo d’Arles¤, il greco di Tufo di casa, non trova che pochissimi eguali sul mercato. E mentre sull’aglianico¤ i tempi sono assai lunghi e il professore qui si gioca volentieri tutta la vita, col fiano sembra stracciare a mani basse tutte le misure ad ogni vendemmia.
Si sa che il fiano più delle altre varietà tradizionali bianche campane ha le qualità per potersi misurare con il tempo, e qui la caratura è quella di un vino di grande proiezione, destinato ad una lenta evoluzione e per questo più longevo. Anche se certe bottiglie viene da berle non appena ti arrivano tra le mani, come se non ci fosse un domani.
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Tag:exultet, giallo d'arles, laura di marzio, luigi moio, mirabella eclano, moio, quintodecimo, via del campo
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17 gennaio 2015

Ho voluto far passare un po’ di giorni prima di scriverne, berne magari a più riprese, a distanza di tempo per avere piena contezza di quanto afferma Salvatore quando al telefono mi racconta del suo Ottouve e di questa nuova veste da ‘solista’.
E’ sempre facile scrivere di un vino della famiglia Martusciello, la cultura, la storia, la tradizione non s’inventano da un giorno all’altro, non basta rifarsi ai Greci o ai Romani e a Plinio – una nenia ormai quasi insopportabile, ndr -, qui hanno basi solide, vita vissuta e tante vendemmie alle spalle, con poche sbavature, quasi mai un passaggio a vuoto e forse anche per questo troppo spesso chi scrive e racconta di vino è distratto da altri.
Quest’anno poi è quasi un passaggio obbligato visto che della vendemmia 2014 potremmo bere solo questo splendido Gragnano che Salvatore ha voluto fortemente quasi a non voler perdere il filo con la tradizione, quel cordone ombelicale che negli ultimi 30 anni li ha tenuti sempre lì in prima linea a difendere identità territoriali altrimenti abbandonate a se stesse.
Sul tema, pochi possono vantare la conoscenza del territorio gragnanese, dei siti, delle uve, dei vignaioli come la famiglia Martusciello, così nel bicchiere ci sta tutto rimanere ancora una volta sorpresi e piacevolmente rapiti da un vino che più schietto ed immediato non si può. Francesco Jr ne ha fatto proprio un bella interpretazione, tra i più buoni di sempre.
Il colore porpora è un inno alla felicità, il ventaglio di piccoli frutti rossi e carnosi un invito alla dolcezza, la piacevolissima freschezza del sorso un manifesto alla gioia e alla convivialita’. In attesa di un raggio di sole e di buone nuove dai Campi Flegrei, da Gragnano una bella notizia!
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Tag:campi flegrei, gragnano, grotta del sole, penisola Sorrentina, piedirosso, salvatore martusciello, sciascinoso
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14 ottobre 2014
Quello dei secondi vini è un concetto tipicamente bordolese, generalmente le differenze più immediate vanno cercate nell’età della vigna oppure in un approccio produttivo diverso o particolare, molto utile spesso alla ricerca in atto per migliorarsi.

Nel primo caso i nuovi impianti vengono destinati a produrre il primo vino, il cru, solo in un futuro prossimo, così nel frattempo queste uve sono utilizzate per il secondo vino. Nel secondo caso invece il vino può avere addirittura un’espressione diversa dal cru, segno distintivo di una proiezione nuova, di una ‘visione’ magari diversa a cui ci si arriverà tra qualche tempo, non necessariamente a breve, ma necessaria da indagare.
Le vigne sono generalmente quelle, di volta in volta si decide cosa destinare al primo vino e cosa al secondo, il know-how è quello se non fosse, come detto, per quei nuovi o particolari accorgimenti (la vigna, la vinificazione, l’imbottigliamento) capaci in futuro di alzare di un tanto l’asticella del primo vino. Non ultimo la possibilità di stare sul mercato con un prezzo decisamente inferiore così da tastare anche il polso degli appassionati.
Nonostante la loro profonda diversità ho sempre intravisto nel Camarato e nel Cecubo di Villa Matilde un po’ questo concetto: l’idea del Falerno Riserva destinato a cavalcare il tempo, immortale, l’utilizzo del secondo come lepre che tiri la volata al primo. E un po’ il Cecubo duemiladodici, con questa sua anima di primitivo e piedirosso così in primo piano, vibrante, polposa invitante, per la prima volta messo in bottiglia senza solfiti aggiunti, lo riveste a dovere il suo ruolo di Second Vin, oggi con una responsabilità in più: consegnare alle nuove generazioni della famiglia Avallone valori importanti da cui partire nuovamente!
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11 ottobre 2014
L’azienda¤ è nel cuore del parco nazionale del Vesuvio, uno dei luoghi magici di questa nostra amata Campania Felix, con vigne che godono di un terroir unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica – pomici e lapilli qui abbondano, le terre sono scure come la notte -, importanti escursioni termiche ed uve, tutte autoctone, che danno vini sorprendenti e difficilmente ripetibili altrove.

Vincenzo Ambrosio è tra le migliori persone per bene sbarcate nel mondo del vino negli ultimi vent’anni, imprenditore di successo che non ha mai smesso in questi anni, anche in quelli più duri ed incomprensibili dei primi passi di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ha dovuto lottare – più o meno in ordine degli accadimenti, ndr – con tutta una serie di luoghi comuni che qualunque persona per bene con algido ragionamento avrebbe preso come un invito a lasciar perdere.
La poca esperienza in materia, il circo degli avvoltoi del tornaconto, l’ambiente poco abituato a certi slanci, un mercato in perenne crisi, la diffidenza, l’incomprensione, i critici con la pistola fumante, le carezze del Diavolo. Sarà banale, ma chi di questa famiglia ne sa qualcosa¤, chi ha camminato queste vigne, odorato questa terra, chi si è sporcato le mani con questi vini sa che è prevalso il cuore e ha vinto, con quel sentimento mai passito che sta già tutto nel nome dell’azienda, Villa Dora¤.
Il successo di questo bianco non è misurabile coi Diplomi di merito appesi alle pareti dell’ufficio di rappresentanza, non è visibile con il nome stampato a colori sulla Guida ai vini del momento e nemmeno con la classifica imperdibile del fenomeno di turno; il successo del Vigna del Vulcano sta negli occhi della gente, nella contentezza dei loro occhi, nel bicchiere sempre pieno, nelle bottiglie vuote, finite, che poi si passano per mano per capire chi, come, dove.
Perché in fondo è vero, sino a quando non li bevi non si è mai pienamente convinti che da quelle parti possano venire fuori vini così veri, autentici, unici. Quando giovane, stizzito e fresco come questo splendido 2012, tredici gradi di puro godimento, oppure quando maturo, di cinque, sei, dieci anni e ancora in splendida forma (in giro qualche bottiglia se ne trova ancora). Vesuvio, coda di volpe, falanghina, amore: nel nome delle forti emozioni!
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23 settembre 2014
Andrea Koch continua a dividersi tra Capri e Berlino dove vive con la sua compagna e suo figlio, cerca comunque di stare qui cantina quanto più gli riesce mentre il suo fidato Giggino continua a controllare che in vigna tutto vada per il meglio.

Torno volentieri a Scala Fenicia¤, tre anni dopo, ad una settimana dalla vendemmia 2014, la quinta per quella che rimane tutt’ora l’unica etichetta in circolazione della rinata doc Capri bianco. Ritorno con piacere ai profumi di terra e salsedine che impregnano questo moggio di vigna, appena quattro pezze* perlopiù piantate a pergola e spalatrone puteolano dove si arrampicano qua e là un po’ di biancolella, qui detta san nicola, piedirosso, falanghina e ciunchese, quest’ultimo più comunemente riconosciuto come greco.
Di nuovo nella suggestiva cantina dove tutto è piccolo e ridimensionato: una porticina conduce alla stanza dove campeggia l’antico frantoio con mole a pietra, una minuscola pressa pneumatica, piccoli tini in acciaio costruiti su misura su indicazioni dell’enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi. Poco altro, null’altro.

Ritorno così alle prime bottiglie qui prodotte e finalmente posso anche tracciarne una prima storica verticale in quattro annate francamente sorprendenti e pienamente espressive. Il bianco di Andrea è composto da ciunchese al 50%, san nicola 30% e per il restante 20% falanghina; fa solo acciaio e qualche mese in bottiglia.
Capri bianco 2010. Il colore si è appena ingiallito ma conserva chiarezza e pulizia. Lo stesso fa il naso, appena maturo, sa di albicocca e ginestra. Il sorso è piacevole, ha smesso un po’ di freschezza ma gode comunque di una buona verve.
Capri bianco 2011. Il colore è preciso paglierino, appena verde sull’unghia del vino nel bicchiere. Invitante il naso, a tratti erbaceo e mentolato. Il sorso è sbarazzino, sapido, carezzevole e vivace.
Capri bianco 2012. In perfetto stato di grazia, il colore è paglierino e cristallino, il naso di gran lunga il migliore dei quattro, pienamente espressivo. Alle note varietali vi si aggiunge un tocco quasi officinale ed una nota candita molto avvenente che ne accentua la piacevolezza. In bocca è fresco e sapido, un sorso tira l’altro. Molto buono.
Capri bianco 2013. Ha i giorni contati, nel senso che le scorte di magazzino sono agli sgoccioli. E’ la sintesi del duro lavoro di tutti questi primi anni, il quadro comincia ad essere un po’ più chiaro, in vigna come in cantina, così il vino se ne giova enormemente. Un vino franco ed immeditamente riconoscibile, puntuto e malandrino.

Il vino di Andrea è pronto quindi a varcare i confini isolani nonostante le quantità davvero irrisorie – appena 3200 bottiglie – non aiutano certo la sua distribuzione, complice anche la cecità di alcuni operatori incapaci di vedere in una operazione del genere qualcosa che va oltre i semplici margini di guadagno economico; trovo davvero un peccato non portare in giro, magari solo in certi posti, bottiglie che fanno onore allo splendore dell’Isola Azzurra senza banali stratagemmi commerciali, non quindi un souvenir qualsiasi da scordare su una mensola impolverata ma bensì da mettere in tavola con la cucina di mare più tradizionale o da bere a secchiate come aperitivo. Venite gente e bevetene tutti!
*così vengono chiamate localmente le terrazze con muretti a secco.
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6 settembre 2014
A proposito di aglianico e Taurasi cominciano a venire fuori spunti sempre molto interessanti anche dalle piccole cantine sparse qua e là in Irpinia.

Grazie all’esperienza magistrale della famiglia Mastroberardino¤ sappiamo di poter contare su grandi bottiglie e siamo convinti, più o meno tutti definitivamente, del grande valore dell’aglianico e del Taurasi, vino che attraversa il tempo con lentezza senza cedere però un solo grammo di personalità ed autenticità. Anzi.
Una sicurezza talvolta vacillata dinanzi a bottiglie un poco fuorvianti, sono piene le cronache di Anteprime¤ dove gli assaggi spesso rivelavano puntualmente mani poco esperte se non addirittura un eccesso di sicurezza sfociato però in bottiglie banali senz’anima e futuro. Vi è tuttavia una schiera di produttori di riferimento ormai consolidata ed affidabile, per storia, tradizione, capacità, impronta: Colli di Lapio¤ ad esempio.
Il fiano di Avellino¤ di Clelia Romano ce l’abbiamo tutti sulla bocca, da almeno tre lustri tra i più autentici e fedeli rappresentanti di questo meraviglioso bianco ma soprattutto del terroir lapiano. Non tutti sanno però che queste terre, oggi gettonatissime per il fiano un tempo erano perlopiù votate all’aglianico che ricopriva buona parte della superficie vitata dell’area prima di venire lentamente soppiantato dal fiano, che aveva, con il greco di Tufo, più appeal e mercato soprattutto sul vicino mercato napoletano.
Lapio terra di Taurasi quindi. L’altitudine, il suolo argilloso, le escursioni termiche, elementi fondamentali che uniti alla tradizione familiare ed alla capacità di un grande enologo esperto come Angelo Pizzi hanno consegnato agli annali sempre buone bottiglie di rosso; certo vini austeri, da aspettare, caratterizzati da grande tensione gustativa più che piacevolezza del frutto, per questo forse un po’ fuori tema soprattutto con certe mode e tendenze contemporanee.
Il tempo però riequilibra tutto, rende onore alle scelte, premia la lungimiranza, esalta il manico; così anche in annate ‘minori’ consente di tirare fuori il meglio. Un Taurasi il 2002 di Colli di Lapio dove a predominare è la terra, le note balsamiche, la liquirizia, la menta. Il sorso è teso, carico di energia ma senza ammiccamenti, non una piega, elegante e severo. Il frutto è un po’ diluito ma rimane di grande eleganza, anima autentica, con la tipica chiusura sferzante amarognola dell’aglianico sul finale di bocca. Sospeso nel tempo, ce ne fossero di bottiglie così!
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21 luglio 2014
Siamo ad Anacapri, qui a due passi dal Capri Palace, lungo la dorsale del Monte Solaro che vede scorrere la seggiovia su e giù per l’imponete monte che domina l’Isola Azzurra.

Una piccola vigna da dove si gode un panorama mozzafiato, con la baia di Sorrento ad un palmo dal naso e più in là il Vesuvio, Napoli, le altre isole del golfo; una cartolina carica di suggestione, filari dove c’è dentro un po’ di tutto: falangina, greco, biancolella, piedirosso, aglianico. Una piccola vigna che lentamente rifiorisce e ritorna al suo antico splendore grazie alla volontà della giovane Alessandra Gallo. Il suo bianco è un uvaggio di falanghina e greco, ha un naso tipicamente minerale, dal timbro salmastro con rimandi alla frutta matura a polpa gialla, sa di pesca ed albicocca. Il sorso è sgraziato ma di buon equilibrio tattile, di facile beva, gradevole e succoso.
Certo ci sono ancora tante cose da mettere a posto, l’idea però è buona, mi piace e spero possa continuare sulla strada della qualità, puntare magari alla doc¤ ma prima è lecito fare due conti con la storia e con la realtà. Fare vino a Capri non è cosa da poco, qui ad Anacapri poi ancor di più alla luce di costi di gestione della vigna elevatissimi e della evidente poca disponibilità di uva e bottiglie che rendono assolutamente impraticabile una qualsiasi strategia ‘industriale’. Piccolo ed artigianale quindi, per forza, il valore di queste bottiglie rimane impagabile, ecco perché Caposcuro, come Joaquin¤ dall’Isola prima e Scala Fenicia¤ poi vanno supportati e spronati.

Se ci penso appena 5 anni fa sull’isola c’era il vuoto, gran parte delle vigne erano praticamente abbandonate a loro stesse e l’intero sistema praticamente inghiottito e in balìa dell’improvvisazione e della speculazione di gente poco avveduta ed affamata solo di facili affari.
Dopo 5 anni¤, in attesa del sospirato rilancio della storica cantina Tiberio¤ di Anacapri – con più di cento anni di storia alle spalle, ndr -, salutiamo il vino di Alessandra Gallo del Vigneto Solaria con viva soddisfazione, è la terza azienda in pochi anni che si affaccia al mondo del vino per salvaguardare e rilanciare la viticoltura¤ caprese. Certo, con le soddisfazioni non si mangia, però che bello vedere tanto entusiasmo!
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Credits: Vigneto Solaria slideshow¤, foto V. Vanacore
Tag:alessandra gallo, anacapri, caposcuro, vigneto solaria, vino di capri
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10 giugno 2014
Irpinia terra di grandi vini. Da queste parti le novità sono sempre dietro l’angolo, un fermento positivo che continua ad arricchire una proposta bianchista sempre più interessante e trasversale.

Oi nì 2011 è un bianco dalla struttura importante, un fiano di Lapio di grande estrazione, direi sorprendente, dal naso molto avvenente, tanto verticale quanto ampio. Il frutto è bello dolce e dal contorno piacevolmente balsamico. Più sta nel bicchiere più convince.
Il sorso è pieno, rotondo, appagante. Certo 14 gradi e mezzo non sono pochi; non che non sia agile, l’acidità è puntuta ed il palato attento la coglie a pieno, ne sorregge anche bene la beva, ciononostante l’insidia del ‘kappaò’ tra il secondo e terzo bicchiere rimane in agguato e rischia di far passare in secondo piano tutto il buono che c’è invece in questa bottiglia.
Siamo comunque di fronte ad un’altro giovane campione¤ da allevare con pazienza e seguire con attenzione nei prossimi anni, sin dalle prossime uscite. E’ una vendemmia tardiva, non so quanto volutamente ma è fuori dalla docg, esce infatti come Campania Fiano igt.
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Tag:campania fiano, fiano di avellino, lapio, oi nì, tenuta scuotto
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6 giugno 2014
Non tenete conto di questa recensione, Gerardo¤ è un caro amico e l’azienda è una di quelle ‘molto’ presenti su queste pagine data la mia assidua frequentazione con lui. 🙂

Ne scrivo solo per lasciarne traccia e ricordarcelo quando, tra qualche anno, cominceranno a ‘premiare’ finalmente coloro i quali si stanno facendo un mazzo tanto così per ridare slancio e dignità ad uno dei vini più interessanti in circolazione e ad uno dei territori vitivinicoli più suggestivi in Campania per storia, vocazione e fermento: i miei Campi Flegrei¤.
Una corsa contro il tempo e i tempi cominciata 20 anni fa anzitutto dalla famiglia Martusciello¤ e strada facendo seguita con sempre più entusiasmo tra gli altri¤ anche dalla famiglia Varchetta.
Questo vino l’ho visto nascere, ho visto Gerardo scegliersi i chicchi d’uva che arrivavano in cantina dalle vigne Colle Rotondella e Tenuta Camaldoli uno ad uno, l’ho visto rincorrere come un pazzo le lancette mai a posto, certe sere piegarsi distrutto per rompere a mano ‘il cappello’ nel tino di ciliegio, quell’unico tino tronco-conico dove c’è rimasto per ben 65 giorni prima di finire, non filtrato, in bottiglia. Si e no 1000 bottiglie, un gioco da ragazzi insomma, ma buono come l’olio sul pane.
L’ho visto nascere e ci credo, vedo nel lavoro dentro questa bottiglia tanta energia positiva e tanti spunti per il futuro. Un piedirosso finalmente libero di volare, come molti negli ultimi anni lontano dal cono d’ombra dell’aglianico ma nuovo, dal taglio decisamente moderno, che non ha bisogno di ciccia, un vino vivo, dal naso anzitutto orizzontale, concentrico, sottile e ficcante, immediato ma profondo, dal sorso giovane e arguto al tempo stesso. Anzi, astuto.
Ecco, magari non tenete conto di questa mia sviolinata per quello che reputo sì un amico ma anche uno che nel suo mestiere di enologo è davvero in gamba, sa il fatto suo, però voi il vino assaggiatevelo lo stesso, sentite a me, anzi, sentite a lui. Io ve l’ho detto!
1994-2014 20 anni dalla doc Campi Flegrei¤.
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Tag:campi flegrei, cantine astroni, gerardo vernazzaro, napoli, piedirosso, piedirosso riserva, pozzuoli, tenuta camaldoli
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26 marzo 2014
Feudi Studi – Fiano di Avellino – è il primo (doppio) raccolto degli ultimi dieci anni di ricerca e sperimentazione in Feudi di San Gregorio¤.

Un lavoro fortemente voluto anzitutto da Antonio Capaldo e curato in prima persona da Pierpaolo Sirch con il suo staff. Ricerca e sperimentazione sui varietali tradizionali piantati nelle oltre 700 diverse vigne¤ di proprietà dell’azienda di Sorbo Serpico che, ogni volta, non necessariamente ogni anno, produrranno un vino figlio della migliore selezione possibile di uve ‘con scelte di vinificazione e di affinamento senza compromessi commerciali’.
Questo primo passaggio, annata 2012, ha portato a circa duemila bottiglie di Fiano di Avellino che saranno collocate fuori dai canali commerciali tradizionali; una scorta minima cui vanno aggiunte altre seicento destinate però a rimanere in cantina come memoria storica. Queste che seguono sono le mie prime impressioni dopo gli assaggi praticamente in anteprima ancor prima della presentazione ufficiale del progetto ‘Feudi Studi’ che avverrà il prossimo 31 marzo in cantina a Sorbo Serpico. Seguiranno uno con l’aglianico di Taurasi 2010 – ora in affinamento -, forse uno con il greco di Tufo appena raccolto nel 2013.

Fiano di Avellino Contrada Arianiello 2012. Areale tra i più vocati, Lapio, l’impianto è del 1999, poco più di mezzo ettaro a Guyot con terreno franco argilloso posto a circa 500 mt s.l.m., con esposizione a sud. Fermentazione ed affinamento solo in acciaio. Splendido il colore appena paglierino, il primo naso è tenue, timido quasi. Il sorso invece è subito pieno, fresco, gradevole, si allarga deciso e conquista il palato immediatamente. Il naso ne guadagna con un po’ di tempo speso nel bicchiere: ci si trova passion fruit, pera, fieno bagnato. E’ un lento divenire, del resto è in bottiglia da poco meno di un mese. Il gran carattere c’è! Vendemmiato il 18 ottobre 2012.
Fiano di Avellino Contrada Cerza Grossa 2012. E’ la vigna appena ‘sotto casa’, tre ettari e mezzo, credo sia tra le più giovani piantate, nel 2002, anche qui a Guyot con esposizione ad ovest. Per intenderci, è il vigneto da cui generalmente viene fuori il Privilegio. Il colore è appena un po’ più luminoso del precedente, il naso subito invitante ed avvolgente, minerale, balsamico, mediterraneo. Sa di ginestra, menta piperita, anche qui non manca un tocco esotico ma meno pronunciato. Il sorso è sottile, teso, fresco, di grande piacevolezza sin d’ora. Fermentazione ed affinamento solo in acciaio, anche questo in bottiglia da poco meno di un mese. Vendemmiato il 12 Dicembre!
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4 marzo 2014
Ad Arles van Gogh aveva scoperto la luce, la potenza del sole, l’importanza del giallo capace di esprimere nei suoi dipinti tutta la profondità della sua arte.

Al di là delle innumerevoli opere dipinte in quel periodo ‘La camera di Arles’¤ dell’ottobre 1888 viene considerata dal pittore stesso ‘uno dei suoi più riusciti’ dove ‘l’abilità tecnica è assai più semplice e al contempo energica: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo colori in armonia’.
Il greco di Tufo si sa viene considerato un vitigno complicato da coltivare ma soprattutto di difficile gestione in cantina: ha generalmente un grappolo compatto, buccia sottile, un ciclo vegetativo piuttosto lungo. Che poi da molti viene considerato un rosso vestito di bianco, per la cura che richiede anche in vinificazione, con mosti molto ricchi, generalmente dal colore che varia tra il bruno e il marrone, peraltro particolarmente sensibili all’ossigeno.
Forse anche per questo molti greco di Tufo vengono vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, così da preservarne il più a lungo possibile soprattutto l’integrità aromatica. Ma il greco sa essere molto altro, timido e dimesso nei suoi primi anni, con buone velleità nei suoi successivi 4/5 anni, dacché diviene praticamente immortale.
In fondo Luigi Moio col Giallo d’Arles¤ oltre alla fissa della ‘Casina Gialla’ che finalmente potrà realizzare nella sua vigna a Tufo, sapeva benissimo, sin dall’inizio, che lentamente l’abilità tecnica¤, soprattutto saperci fare con il legno, negli anni, avrebbe naturalmente lasciato il posto all’energia varietale: niente più puntini, niente più tratteggi, niente, solo grande armonia! E il primo assaggio è solo l’inizio, il meglio deve ancora venire.
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26 febbraio 2014
Quanto vale una bottiglia come questa? Non ha prezzo, ovvio. E ce ne sono ancora solo quattro e non sono su piazza. Reca in fondo all’etichetta ‘CrunaDeLago’, che a quel tempo distingueva entrambe le etichette doc di falanghina e piedirosso.

Bastano poche parole per descrivere la splendida sorpresa di questa bottiglia. A quasi dieci anni di distanza mi sembra di ricordare proprio tutto di quell’anno, il 2004, forse per questo quando Vincenzo mi ha permesso di scegliere una bottiglia dalla piccola cantina storica non ci ho pensato su due volte. Lui, un po’ timoroso di andare così indietro nel tempo ha subito messo le mani avanti. L’ho immediatamente rassicurato: ‘guarda che di quell’anno ne ho vendute un sacco, gli ho detto, sta sicuro che papà fece un gran lavoro!’.

La grande bellezza di questo vino sta tutta nell’armonia: pure il colore lo è, un po’ ombroso, giustamente segnato dal tempo. Al naso invece viene fuori ancora tanto frutto, macerato e balsamico, dolce, con un sottofondo che sa di terra, di china e sottobosco, ma molto latenti. Il sapore è ancora integro, affatto seduto, asciutto con un ritorno di prugna e liquirizia sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi sin dai suoi primi passi. E quell’anno, me lo ricordo come fosse ieri, ne vendemmo a secchiate!
1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei
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25 febbraio 2014
La Sibilla è un vero gioiello, personalmente sono davvero felice di quanto vengano apprezzati i loro vini perché sono, è proprio il caso di dire, frutti di un duro lavoro partito nel 1997. Conoscendoli da una quindicina d’anni, avendone seguito passo passo tutte le fasi di crescita, posso dire, senza timore di essere smentito che se lo meritano proprio.

Sul prezioso lavoro in campagna di Luigi ci torneremo su più in là, adesso ci sono circa 7 ettari di vigne da governare e così come sono dislocati sul territorio, con tutte le varianti del caso, credetemi, non è impresa da poco; come vale la pena raccontarvi più dettagliatamente di tante altre belle cose che bollono in pentola e che faranno della piccola azienda flegrea sempre più un punto di riferimento senza eguali nei Campi Flegrei.

Mi preme invece raccontarvi subito di questo piccolo fuoriclasse che tra qualche settimana potrete anche voi avere nel bicchiere. Il Vigna Madre 2012 nasce dalle vigne storiche che dominano l’orizzonte e guardano il mare da questo promontorio di via Bellavista. Ceppi perlopiù vecchi con una età media di quasi 80 anni che da quando vengono seguiti in vigna da Luigi stanno dando uva di straordinaria concentrazione che Vincenzo, in cantina, con grande attenzione e rispetto sta interpretando alla grande facendone un bellissimo vino varietale e di grandi prospettive.

Il colore è splendido, ricco, purpureo. Il naso è avvenente, ci trovi subito tutta la dolcezza dell’uva pienamente matura, un bouquet vivissimo, macchia mediterranea, sentori di spezie tanto invitanti quanto sottili e piacevoli. Ha stoffa e polpa, un sorso succoso e profondo, certo un po’ di bottiglia gli renderà ancor più complessità e finezza ma così com’è mi sembra già buonissimo.
Addendum: il Vigna Madre ha vissuto una piccola anteprima l’anno scorso quando una parte del 2011 finì in bottiglia con le vesti di una pregiata selezione del ‘base’, ‘Vigne Storiche’¤ appunto, che oggi si fa bello, vestito di tutto punto e racconta quanto bel frutto e quanta profondità sa esprimere il piedirosso dei Campi Flegrei quando fatto come Dio comanda.
1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei
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24 febbraio 2014
Non è facile reperire in giro testimoni come questa bottiglia, sempre più una rarità da queste parti. Tra l’altro fa il paio con uno splendido piedirosso, pari annata, del quale ho potuto godere là in cantina e del quale grazie a Gennaro vanto un’ultima bottiglia da spendere con qualche buon amico di bevute future.

Annata calda la 2003, perlomeno così raccontano gli annali seppur già da qualche assaggio passato non mi sembra affatto che il giudizio generale possa valere come principio assoluto. Difficoltà climatiche a cui vanno aggiunte ben più complesse difficoltà operative. È l’anno di nascita per Cantine del Mare¤, la prima vendemmia e in cantina c’è giusto l’essenziale e ben poca esperienza, con tutto quello che ne consegue quando le cose non vanno proprio come devono. Tant’è vero che, senza nemmeno troppi giri di parole, il bicchiere qui racconta molto più di quanto ci si aspettasse. Una vera sorpresa!
Gennaro Schiano da qualche anno ha abbandonato completamente i suoi passati impegni professionali e si occupa da circa tre anni, con la moglie Sandra, solo ed esclusivamente dell’azienda di famiglia. In campagna fa gran parte del lavoro da se e basta buttare un occhio alle splendide vigne in conduzione su via Panoramica¤ a Monte di Procida o anche solo quello alle spalle della piccola cantina per avere ben chiaro quanta dedizione, cura ed attenzione ci mette.

Bianco che ha uno splendido colore paglierino, appena maturo sull’unghia del vino nel bicchiere. Il primo naso è concentrico su note idrocarburiche, un classico se vogliamo quando si ha a che fare con vini di una certa età dall’identità minerale così pregnante. Gli basta poco però per farsi cogliere in tutta la sua pienezza, dalla personalità così ancora viva, con accenni di camomilla, fieno, frutta secca e ginger. In bocca è asciutto, teso, affatto magro, naturalmente imperfetto sul finale di bocca ma con piena freschezza, sapido e rimandi balsamici assai gradevoli.
Ha quasi 11 anni, cavolo!, a trovarne di bianchi campani così in splendida forma. Non ne farei certo un feticcio, e nemmeno mi spingo a farne un manifesto territoriale; la falanghina dei Campi Flegrei ha una missione molto precisa e non bisogna menarsela più di tanto. Diciamo che sono di quelli che amano sorprendersi più quando la trovi un po’ per caso una bottiglia del genere che quando ti arriva tra le mani con la solfa che così debba essere. N’est-ce-pas…?
1994-2014, 20 anni dalla doc Campi Flegrei.
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18 febbraio 2014
Difficile trovare in giro qualcosa di simile per storia e tipicità, soprattutto quando si va alla ricerca di uno spumante metodo classico prodotto con uve autoctone.

Il lavoro ventennale della famiglia Martusciello ha dimostrato che nel lungo periodo l’asprinio sa comportarsi da grande vino, è capace di maturare senza invecchiare, affinare senza disperdersi ed offrire, in certe annate, attraverso anche una meticolosa cuvée, bevute davvero profonde e coinvolgenti.
Si sa che quando il gioco si fa serio chi ha masticato più a lungo certi argomenti riesce a mettere in campo sempre la migliore esperienza. Le bollicine vanno forte ultimamente, soprattutto hanno sempre più appeal a tutto pasto e non più solo da stappare come aperitivo o di accompagno per le feste; una tendenza che ha spinto molti altri produttori a cimentarsi con la tipologia, chi con sapiente maestria chi affidandosi a terzi specializzati.
La recente sboccatura di questa cuvée propone un Extra brut dallo stile più immediato rispetto al recente passato, diciamo un segno di discontinuità, che se da un lato sottolinea la distanza dalla maturità e la complessità a cui ci eravamo abituati dall’altro strizza l’occhio al varietale, rinverdendo quei rimandi erbacei ed agrumati di solito più leggibili nel metodo Martinotti che nel Classico eppure così ancora in primo piano. Nel mezzo circa 24 mesi di attesa, l’assemblaggio di tre annate (2009/2010 e parte del 2011) e nessun dosaggio, ovvero le bottiglie una volta sboccate sono state ricolmate con lo stesso vino. Asprinio tout court quindi, per una bevuta immediata, franca e piena di freschezza.
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11 febbraio 2014
Diciamolo subito: non ha l’opulenza e la complessità a cui ci aveva abituato nelle passate uscite ma il Campierti della famiglia Zannini si conferma un valido riferimento e senz’altro meritevole di una menzione tra i preziosi primitivo dell’Ager Falernus.

L’impressione è che da queste parti il 2011 sia stato un millesimo così così, con poche velleità di sfidare il tempo e buono quindi per farne vini da un consumo più immediato o comunque da cogliere a pieno entro i primi cinque/sei anni dalla vendemmia.
Il colore ha buona verve ed il naso, concedendogli il giusto tempo, non risparmia interessanti spunti floreali e fruttati. Il sorso è sincero, asciutto, caldo, dovessi farne le pulci ciò che pare mancare penso sia la spalla solida delle annate passate, quel pizzico di profondità celata da buona freschezza ma un po’ troppe spigolature. L’azienda, come detto, rimane però un buon riferimento da seguire con attenzione nei prossimi anni.
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Tag:ager falernus, cantina zannini, falciano del massico, falerno del massico, primitivo
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9 febbraio 2014
La fierezza, la dignità dell’appartenenza, la sottile malinconia di valori tanto radicati quanto talvolta facilmente ignorati. Non si può produrre vino prescindendo dai primi due elementi appena citati, non ha senso invischiarsi nell’impresa di fare vino se non credi nel valore della tua terra, men che meno se la ignori in virtù del solo fine di produrre reddito.

Rosanna Petrozziello è una vera Signora del vino. No, il titolo di Clelia Romano¤, la ‘Signora del fiano’, non è assolutamente in discussione, non corre alcun pericolo nonostante oggi pare sgomitino in parecchie per raccoglierne il testimone. Rosanna no, non vive di queste velleità, a dire il vero un po’ come Clelia Romano appare molto poco in giro e quando lo fa sa essere garbata e dimessa, preferisce mettere avanti il suo lavoro, i suoi vini, sempre più dei piccoli capolavori.
Del Terrantica 2009 ne ho scritto già qualche tempo fa qui¤ su lucianopignataro.it – sembra ieri -, dopo una mia visita alla piccola cantina di Cesinali. Qualche giorno fa il riassaggio, davvero straordinario anche se non mi sorprende più tanto vivendo con un certo entusiasmo la crescita dell’azienda dei Favati ormai da quasi un decennio.
L’Etichetta Bianca¤ è un greco di Tufo fatto come Dio comanda, greco che si conferma impressionante per come riesce a sospendersi nel tempo. Il colore è oro puro, cristallino, il naso ha un’avvenente timbrica di camomilla ed erbe officinali, sa di mela cotogna con qualche tono appena balsamico; il sorso è notevole, asciutto, ancora sferzante, lungo, senza alcun cenno di cedimento, nessun ammiccamento. Fiero e autentico capolavoro: cavolo verrebbe da dire, una Signora del fiano che sa fare grande pure il greco!
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Tag:cesinali, fiano di avellino, greco di tufo, la signora del fiano, romano clelia, rosanna petrozziello, Terrantica, vincenzo mercurio
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15 gennaio 2014
Chi segue queste pagine e lucianopignataro.it¤ ricorderà quando scrissi del Taurasi Contrade di Taurasi 2001 messo a confronto con un’altro grande rosso italiano, il Barolo Runcot 2001 di Elio Grasso.

Di quello scritto val bene ricordare qualche passaggio: anzitutto che siamo proprio nel cuore del paese omonimo che dà il nome alla docg, a circa 400 metri d’altitudine dove le vigne, parte impiantate a guyot (le più giovani hanno in media 20 anni) e parte, quelle vecchie di 50 e più anni con ancora il tradizionale “starseto” taurasino, insistono su terreni di chiara origine vulcanica frammisti ad argilla e sedimenti calcarei. La poca uva raccolta, una sessantina di quintali in tutto quell’anno, è rimasta in macerazione per più di un mese, poi il vino ha fatto circa 2 anni in tonneau, quindi in bottiglia per almeno 12 mesi; senza trattamenti, stabilizzazioni e filtrazione.
Qualche giorno fa, a distanza di due anni, ci sono tornato su senza indugio. Il colore tiene botta, sono solo un po’ più accentuate quelle sfumature granato sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso conserva ancora tanta verve unendo a un buon frutto tante piccole nuances di sottobosco, frutta secca, tabacco e pepe in grani.
Pure il sorso non ha ceduto di un millimetro, puro e arcigno, ancora ruvido ma di piena soddisfazione; quel tannino lì, così fitto sembra inamovibile, asciugante quasi. Al momento di stapparlo ricordate che è un vino non filtrato, se preferite tenetelo pure in bottiglia avendo però buona cura nel versarlo, tuttavia credo opportuno decantarlo con attenzione. Dispiace infatti dover rimettere al tempo quasi due dita di vino a causa di un deposito abbastanza consistente. A dirla tutta però, pagare pegno non è mai stato così piacevole.
Tag:aglianico, cantine lonardo, contrade di taurasi, irpinia, taurasi, Taurasi 2001
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14 gennaio 2014
Il bel post sul cru di piedirosso dei Di Meo pubblicato ieri da Franco Ziliani qui¤ su Vino al Vino mi ha fatto tornare in mente che avevo anch’io qualcosa da dire in merito tenuto però distrattamente in coda da tempo.

Anzitutto un bel cambio di passo, atteso devo dire e finalmente tangibile anche sul piedirosso, dopo alcuni anni di discontinuità quasi a sottolineare la vocazione principalmente bianchista dell’azienda La Sibilla¤, ma anche i primi frutti del lungo viaggiare del giovanissimo Vincenzo in giro per vigne e cantine in Italia e per il mondo a vedere cose e fare esperienza la cui mano sicura è sempre più evidente.
A quanto racconta Ziliani, così in maniera entusiastica, è bene solo aggiungere una piccola raccomandazione, un consiglio più che altro per chi legge: fate attenzione alle etichette poiché in attesa di un restyling che li differenziasse per bene, a causa della necessità di ‘uscire’, per il 2011 sia il piedirosso ‘base’ che questo, il cru ‘Vigne Storiche’ appunto, sono in giro praticamente con la stessa veste grafica se non fosse che il secondo reca in alto a destra dell’etichetta un piccolo adesivo simbolo dell’associazione ‘Viticoltori del Tempo’ che ha, grazie al progetto diretto da Raffaele Beato dell’Osservatorio Appenino Meridionale dell’università di Salerno, selezionato tutta una serie di vini che nascono da vigne cosiddette ‘monumentali’ di particolare pregio storico.
Non che il vino ‘base’ non sia degno di attenzione, ma questo qui ha sicuramente una marcia in più, una maggiore ampiezza e tensione degustativa che ne fa davvero un piccolo gioiello del rosso flegreo tanto amato dagli appassionati.
1994-2014, 20 anni di doc Campi Flegrei
Tag:campi flegrei, di meo, Franco Ziliani, l'arcante, la sibilla, piedirosso, vigne storiche, vino al vino
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13 gennaio 2014
Coste di Cuma è una piccola stradina di campagna in parte asfaltata in parte sterrata che, a poche centinaia di metri dal popoloso quartiere Monterusciello, taglia dritto in media collina e spunta verso Cuma, sulla costa flegrea, nel comune di Pozzuoli.

Qui la terra ha una chiara impronta vulcanica e si giova anche della vicinanza del mare lontano in linea d’aria appena qualche centinaia di metri. Proprio qui, nel 1994, all’apice dell’urbanizzazione dell’area cominciata qualche anno prima causa anche il secondo massivo piano di evacuazione dell’antico centro storico di Pozzuoli, nei primi anni ’80 nuovamente alle prese con il Bradisismo, la famiglia Martusciello ci piantò una piccola vigna a falanghina che nel tempo è stata destinata a dare uva per il vino di punta dell’azienda Grotta del Sole¤, il Coste di Cuma¤ appunto; 2 ettari circa condotti con una certa attenzione colturale – praticamente in regime biologico seppur mai ostentato – da cui si è riusciti sempre ad ottenere mosti di qualità almeno una spanna sopra alle altre tante vigne vocate di proprietà o ‘gestite’ in giro per i Campi Flegrei.
Che non confondano però i numeri dell’azienda, che certo sono importanti, ma continuano a riguardare una molteplicità di impegni che ormai da 20 anni la vedono impegnata su più fronti, dai Campi Flegrei all’Irpinia, dall’Agro aversano¤ al Vesuvio e alla Penisola Sorrentina, sempre con grande impegno e successo. Ma è qui¤, in terra flegrea, che ci sono le radici più forti e dove, senza nulla togliere agli altri ottimi prodotti sembrano venir fuori i vini di maggiore spessore.
Come questo, che rimane un fiore all’occhiello e che ‘cresce’ ogni anno di più. E continua ad esprimersi a grandi livelli questo duemilaundici: fragrante, sostenuto, sottile e di grande piacevolezza. Preciso il colore paglierino, subito invitante il primo naso di ginestra e pesca, caratterizzato in questo momento anche da una discreta nuance salmastra, come preciso è il sorso, di gran lunga fresco e giustamente sapido. Regala proprio un bel bere. Coste di Cuma ha trovato la sua strada.
1994-2014, 20 anni di doc Campi Flegrei
Tag:campi flegrei, coste di cuma, falanghina, grotta del sole, Licola, martusciello, Monterusciello, piede franco, pozzuoli, quarto
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9 gennaio 2014
Quando racconta di Quintodecimo¤ e dei suoi vini appare pieno di se, lo fa però con seria coscienza, mai con saccenza. E a pensarci bene chi, al posto suo, non lo sarebbe? Siamo costretti ogni giorno a sorbirci ovvietà da novelli produttori belli tronfi del proprio quarto d’ora di successo che uno come Luigi, il professore Moio¤, con la storia di famiglia che ha, con quel suo percorso accademico e oltre 20 anni di vendemmie da protagonista alle spalle è un Gran Signore del vino da tutti i punti di vista.

Nasce tutto dalla vigna di proprietà a Mirabella Eclano il Via del Campo¤ 2012. Che buono! mi viene subito da dire. Magia, sim sala bim! direbbe Silvan. Ma qui la prestidigitazione non c’entra, in questa bottiglia non c’è nessun gioco di prestigio, niente fuffa, solo tanta sostanza; c’è studio e ricerca sul varietale, vent’anni di prove tecniche e verifiche su diversi terroir che in questa bottiglia sprigionano un’anima straordinaria che spiega tanto del perché, da tempo, Moio va predicando che la falanghina – non il greco, non il fiano -, è la varietà più interessante tra quelle bianche campane.
Si, falanghina, di quei vini che i masti recensori di sovente scartano a priori, cui non hanno mai abbastanza tempo da dedicare perché un giorno si e un giorno no sono presi a discernere con minuzia dei millimetri di pioggia o la forza acida dei terreni perlopiù tra Summonte e Montefredane, raramente di Lapio che pare conoscano a menadito. E invece, invece si sa, una Falanghina non richiede di appallare la gente con tutta la solfa su annate, rating, disquisizioni teoriche sul portainnesto Paulsen o su quali minerali o precursori aromatici generano i più fini sentori rieslingheggianti, su cui, magari, ricamarci l’ennesimo richiamo di hegeliana memoria (o di Max Pezzali che fa più o meno lo stesso) che dona tanto spessore al curricula.
Chissà che almeno provino a buttarci le narici in questo bicchiere. Luminoso il colore paglierino oro, subito fitto e verticale il primo naso. I sentori più immediati sono di biancospino e frutta a polpa bianca, sollecitati da un abbrivio balsamico di rara eleganza. Così il sorso si fa subito vibrante, teso e lungo con una chiusura di bocca risoluta, gustosa, di finissimo carattere. Certo un difetto ce l’ha, si fa bere con grande slancio nonostante i suoi 14 gradi in alcol. Che dire ancora… ah si, un vino così risveglia profondamente l’orgoglio e l’entusiasmo per averci creduto sempre. Ce ne vorranno i detrattori, ma ci interessa?
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1 gennaio 2014
Pochi vini campani sanno essere evocativi di una così antica tradizione ma al contempo moderni e capaci di attraversare i nostri giorni con la stessa forza del Serpico dei Feudi di San Gregorio¤.

Negli ultimi dieci anni, da che ho memoria degli assaggi in maniera diciamo così un po’ più rilevante, ricordo pochissimi passaggi minori – forse solo uno, il 2003, ça va sans dire – di questo splendido aglianico da vigne vecchie del comprensorio taurasino. Per il resto, vini sempre centrati, autentici e dal profilo organolettico preciso, di fine struttura, ossuti e tesi e di grande prospettiva.
In effetti il Serpico¤ io l’ho veduto sempre un po’ così, fuori dalla mischia, da quella lotta compulsiva che soprattutto negli anni duemila ha visto l’azienda al centro di un vero boom che non gli ha risparmiato una vera e propria lotta di quartiere in quartiere per conquistare quote mercato. Una crescita non priva di fraintendimenti, certo, eppure Feudi, come poche altre aziende in Italia, nonostante grandi numeri, vanta un buon numero di vini, al di là di Diplomi e Coccarde varie, capaci di sorprendere a distanza anche di parecchi anni. Come ad esempio questo.
Nel mezzo, o frattanto, tanti anni di ricerca e studio che sono serviti a far quadrare il cerchio o perlomeno a selezionare il migliore aglianico¤, in parte da vigne centenarie, misurare l’affinamento più o meno ideale per consegnare ai bicchieri vini sempre più espressivi di un varietale ed un territorio che, non mi stancherò mai di ripeterlo, non hanno assolutamente nulla da invidiare agli altri ‘grandi’ italiani.
Duemilauno, magnum, 12 anni, ad avercene. Preciso il colore rubino appena sgranato sull’unghia del vino nel bicchiere e bene il primo naso, speziato e balsamico. Il tempo nel decanter gli dà slancio e spazio: prugna e liquirizia, pepe e cioccolato, tabacco e sottobosco. Tannino sottile e ancora frutto sul finale di bocca. Il sorso si fa agile e carezzevole, le papille ringraziano. Io pure.
Tag:aglianico, angelo di costanzo, feudi di san gregorio, serpico, sorbo serpico, taurasi, vigna del re
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