5 settembre 2012 by Angelo Di Costanzo
In ritardo ma con un certo buon umore apprendo delle ultime buone notizie che ci arrivano dal Palazzo, come ci segnala il buon Angelo Peretti sul suo Internet Gourmet. Incrociamo le dita.

“Le novità contenute nel nuovo decreto sull’etichettatura e presentazione dei vini Dop e Igp e altri prodotti vitivinicoli (leggi qui), sono, ancora una volta, una dimostrazione del lavoro attento e continuo che il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali svolge nei riguardi dei produttori, degli operatori e di tutti gli attori della filiera vitivinicola. L’adozione delle disposizioni normative, volte a tutelare le nostre produzioni, è una misura indispensabile per proteggere le nostre eccellenze nel modo adeguato”. [Mario Catania, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali].
Cari Produttori, state in allerta che è il popolo che ve lo chiede! [A. D.]
Tag: angelo peretti, doc, docg, dop, internet gourmet, mario catania, ministero politiche agricole, screwcork, tappo a vite
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3 settembre 2012 by Angelo Di Costanzo
Lì a San Martino sulla Marrucina ci sono capitato ahimé una sola volta, era pieno agosto 2001 e la cantina era tutto un cantiere. Non potemmo vedere molto, ma cogliemmo pienamente quanto si andava scrivendo in quegli anni in quello splendido angolo d’Abruzzo; l’ormai consolidato successo del Montepulciano Villa Gemma e il talento irrefrenabile di Gianni Masciarelli avevano bisogno di una “casa” all’altezza della situazione.

Con Lilly avevamo deciso di passare quell’estate tra le vigne d’Abruzzo, Marche, Umbria e Toscana; Guardiagrele, Peppino Tinari, Valentini e Masciarelli appunto erano solo la prima tappa di un viaggio che si sarebbe rivelato poi una delle esperienze più ricche ed entusiasmanti della nostra vita.
Ricordo, lasciato allora tra gli appunti di una sbiadita copia della Michelin di quell’anno, un grande Montepulciano Marina Cvetic 1997 bevuto proprio una sera di quelle passata a mangiare “Pallotte case e ove” e “Costine d’Agnello” al Villa Maiella: “spettacolare” si legge, “l’Albergo Ristorante dei Tinari ed il vino di Masciarelli”. Se chiudo gli occhi mi pare di rivedere tutto lo splendido carrello della colazione servita in camera ogni mattina. Un incanto di profumi e sapori abruzzesi. Poi riassaporo quel vino, dal colore intenso e porpora, il naso ruvido e sgraziato, appena ridotto ma di una autenticità unica, corpulento e succoso. Senza fronzoli e franco. Gran Vino!
Un vino deve avere una storia, portare con se un messaggio, rievocare la sua terra, le persone che l’hanno forgiato, si dice. Eccone uno di quelli impeccabili, tiri via il tappo a questo 2000, temi l’irreparabile ed invece ti si apre un mondo davanti: colori, profumi e sapori di una terra splendida che non vorresti mai smettere di camminare, vivere, portare con te. Il bicchiere mostra un vino ancora in grande forma, il timbro è rosso rubino, solo appena sgranato sull’unghia. Il naso è un portento, c’è ancora tanto frutto, maturo, pienamente espresso ma vivo: si colgono persuasive note di viola, mora, amarena, poi ancora mirtillo, quindi tabacco e liquirizia, cuoio e una certa carica balsamica. Il sorso è succoso, pare tingere il palato, ancora appena tannico ma di enorme piacevolezza. Chiude nerboruto e sfrontato, come i meravigliosi anni che ci ha regalato Gianni Masciarelli.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag: abruzzo, big picture, gianni masciarelli, guardiagrele, marina cvetic, peppino tinari, san martino rosso montepulciano d'abruzzo, valentini, villa gemma, villa maiella, vino montepulciano
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30 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Un bianco sontuoso, quadrato, impeccabile. Ha un colore biondo luminoso, mentre il naso è un portento: ampio, fitto, orizzontale. Il sorso è subito materico, va però sciogliendosi dolcemente in bocca, lentamente, sino a dissolversi rarefatto e minerale…

Qualcuno di voi lo conoscerà senz’altro, questo qui è Philippe Pacalet, di mestiere fa il Négotiant e sta in Borgogna dove si prende cura – più o meno – di circa 9 ettari di vigna. Ci fa generalmente grandi vini. Si muove con destrezza tra Pommard, Gevrey-Chambertin, Meursault, Chambolle-Musigny, Puligny-Montrachet, Vosne-Romanée, Nuits-St. Georges dove si è scelto con cura alcune piccole particelle dove mettere le mani, talvolta accontentandosi addirittura di pochi filari. Da queste ci fa almeno 25 vini diversi, starci dietro può essere davvero un’impresa. Anche se molto piacevole.

Sa il fatto suo sia sul pinot noir che sullo chardonnay (più sul primo che sul secondo, a dirla con tutta franchezza), è uno che in vigna ci sa fare e per questo tra i cosiddetti vini naturali le sue selezioni sono tra le più ricercate ed ambite. I rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per distendersi ma non è trascurabile la loro finezza sin dalla giovine età. Talvolta possono essere un vero e proprio manifesto dell’annata. I bianchi, Chassagne-Montrachet, Puligny-Montrachet e Corton-Charlemagne su tutti, forse una decina d’anni in meno ma quest’ultimo, a mio modesto parere, rimane il più buono in assoluto: in poche, semplici, esaustive parole, c’è tanta vita qua dentro.
Addendum: e non mi venite a dire che mi piace vincere facile e che è troppo presto per stappare un Corton-Charlemagne 2010 perché lo so ma non me ne può fregar di meno!
Tag: beaune, borgogna, chardonnay, chassagne montrachet, corton charlemagne, mersault, negotiant, philippe pacalet, pinot noir, vini naturali
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29 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Scrivo questa cosa non perché voglia compiacermi – semmai dovreste compatirmi -, ma succede talvolta di rimanere ancora basito su come si vive a questo mondo la comunicazione del vino. Anche quella specializzata.
Per chiarezza d’intenti, non è che abbia critiche o nomi da fare, ognuno coi propri soldi ci fa quel che gli pare, ci mancherebbe, anche perché di comune accordo col titolare dell’azienda in questione, che ha commissionato a terzi l’iniziativa, abbiamo già deciso di prenderla a ridere (per non piangere, per la verità).
Tant’è, la settimana scorsa mi è arrivata una mail (all’indirizzo di lavoro) dove mi si anticipava di qualche giorno una telefonata atta a promuovere i vini dell’azienda nelle principali destinazioni di lusso del Bel Paese. In questa mail, dalla trama devo dire molto cordiale e precisa, venivano citati, verso la fine, anche alcuni link di certi Siti Specializzati e wine Blog dove alcuni prestigiosi “opinion leaders” già raccontavano entusiasti i vini oggetto dell’iniziativa promozionale, alcuni dei quali tanto eloquentemente che se avessi voluto avrei potuto già da lì “gustarne il sapore unico ed autentico” anche solo leggendone. Poi, se fosse montato l’interesse, mi sarebbe stata recapitata una campionatura completa, aggratis naturalmente. Ok, va bene, mi fermo qui.
Eh sì, perché al di là di una personale considerazione sull’inutilità di una iniziativa del genere, praticamente a cavallo di ferragosto, io credo ancora possibile l’altro tipo di approccio azienda/cliente, quello vecchia maniera, fatto di carne e ossa, strette di mano e calici mezzi pieni, laddove possibile magari anche sporcandosi di terreno le scarpe. Ma soprattutto perché non vi dico quanto è tremendo scoprire di essere ritenuto da qualcuno già un Opinion Leader e che le cose che scrivo, per quanto male lo faccia, possano risultare addirittura imperdibili e gustose. Bah…
Tag: big picture, l'arcante, la rete, nella morsa della rete, opinion leader, pollice verso, the amazing spider man
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24 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
C’è un dato oggettivo che non si può più assolutamente trascurare, molti vini bianchi della Campania vanno acquisendo sempre maggiore rispetto da parte dei consumatori, soprattutto quelli più attenti e coloro i quali possono vantare palati abituati assai bene. Ergo, scopro l’acqua calda o ché..?

Mi riferisco per esempio a chi, in maniera continuativa, in carta al ristorante punta vini di una certa levatura: parliamo di bianchi di spessore, non necessariamente nerboruti o grassi ma vini che hanno comunque gran materia, una certa impronta territoriale e una propria storia come certificato di garanzia. Così, pare, che da Puligny, Vouvray e Kaysersberg a Montefredane e Lapìo via Campi Flegrei la strada divenga sempre più breve mentre il viaggio sopra ogni cosa molto piacevole oltreché avvincente.
Adesso, più di ieri però conta dire la verità, starci naturalmente dentro e mantenere la calma. I prossimi dieci anni ci diranno se la generazione di vignaioli campani che si sono fatti “un mazzo tanto così” negli ultimi dieci/quindici avranno definitivamente un futuro da star o meno. Le loro bottiglie, frattanto, ne stanno scrivendo un bel pezzo e tra i tanti attori sul palco molti ci stanno mettendo tutta l’anima per disegnarle ed interpretarle al meglio, qualcuno devo dire è davvero fenomenale! Non sarà quindi un romanzo breve, piuttosto speriamo in una scrittura epica.
In poscritto, per maggiori informazioni a riguardo, farsene un’idea più precisa intendo, consiglio vivamente di stappare e poi aspettare i duemiladieci del Cupo di Pietracupa di Sabino Loffredo, del Fiano di Clelia Romano e, non ultimo, il Cruna DeLago di Vincenzino Di Meo.
Tag: chablis, colli di lapio, cruna de lago, cupo, falanghina dei campi flegrei, fiano di avellino, montefredane, pietracupa, riesling, sabino loffredo, vouvray
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18 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Di tante bottiglie che mi passano tra le mani ogni anno mi piace conservare sempre un buon ricordo di quelle insolite, soprattutto quando, come in questo caso, il nettare servito – che hai provato, scelto tu di mettere in carta e vivaddìo pure finito! – fa la sua bella figura nei calici dei tuoi avventori.

Questa era una delle novità di questa stagione, si chiama Poiré Granit ma non è un vino. Invero è difficile convincermi che oltre il vino in senso stretto ci sia qualcos’altro di sorprendente da poter mettere in carta al ristorante da offrire ai clienti; per dirne una, non sono mai stato per esempio un fan della Carta delle Birre, men che meno di quelle Artigianali che hanno bisogno di un palcoscenico sensibilmente diverso e di una proposta culinaria molto più specifica e caratterizzante per esaltarsi. Aggiungo, birre di 8 barra 9 o 10 gradi in alcol sono ben altra cosa di ciò che le nostre papille gustative sono in grado di riconoscere come una “bionda o rossa” o giù di lì. Pertanto lasciamo divertire nei loro garage con i kit preconfezionati i più di cento mastri birrai venuti fuori negli ultimi anni in Italia e guardiamo ad altro, per il momento.
Ritornando a noi, questo tizio si chiama Eric Bordelet, è stato per tanti anni sommelier a L’Arpège, poi ad un certo punto della sua vita ha dato un taglio netto a tutto ed è ritornato alle origini riprendendo in mano le sorti dell’azienda di famiglia nel sud della Normandia, dove coltiva frutti, mele e pere anzitutto.
In poche righe, Poirè Granit è una bevanda ottenuta da fermentazione naturale del succo di pera, in questo caso circa una ventina di varietà diverse tipiche dell’areale; allo Chateau Hauteville, che dista pochi chilometri da Charchigné, il suolo è praticamente granitico come fosse un prolungamento della falda che caratterizza il massiccio Armoricano; qui la piantagione di frutta ne trae un forte beneficio e la poduzione di Sidre e Poiré di Bordolet ne riesce a condensare parecchia conservando una timbrica gustativa molto particolare. Tra l’altro quasi tutte le piante qui hanno in media oltre trecento anni, ed altezze ragguardevoli sino a 20 metri, il ché la dice lunga sulla storicità e la tradizione di queste coltivazioni. In più Eric Bordolét, per chi ne avesse suggestione, è anche uno dei maggiori portavoce dell’Unions de Gens de Metiérs (qui).

Il Granit 2011 ha un gradevole colore paglierino, una spuma consistente e molto invitante. Il primo naso è subito caratterizzato da note fermentative e agrumate frammiste però alla tipicità fruttata dolce della pera appena frullata, ma anche deliziose nuances moscate, di fieno e zafferano in polvere. Il sorso è sorprendente, la vivacità e la temperatura ne accentuano sin da subito la freschezza, avvenente direi, rinfrescante, con un finale sì dolce ma per niente stucchevole; sa naturalmente di succo di pera ma si colgono con una certa piacevolezza diverse sfumature che vanno dallo zucchero grezzo di canna ad un retrogusto un po’ speziato.
In definitiva, più del Sidre Brut che ho trovato un tantino imbrigliato nelle note ossidative e che chiude un po’ troppo amaro, il Poiré Granit vi conquisterà definitivamente per la sua grazia. Ha appena 4% in alcol, così se appare scontato proporlo come fine pasto (uso Moscato d’Asti, ndr) su dessert cremosi pensatelo invece come un fresco e leggero aperitivo agostano da bere ghiacciato.
Tag: big picture, charchigné, chateau hauteville, l'arpege, poirè granit 2011 eric bordolet, sidre brut, sidro di mele, vino di mele, vino di pere
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17 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Scrivevo un paio di post fa di quanto è veramente buono il Cristal di Louis Roederer, ma anche quanto fosse importante, necessario per certe bottiglie – nonostante la cronaca ce le racconti come superlative e che la storia ce le consegna come icone assolute – conquistarsi ogni volta i galloni che portano in dote…

Così a meno di una settimana dall’assaggio del 2004 ecco con questo ‘97 la riprova della straordinarietà di questo celeberrimo Champagne; un’etichetta ahimè spesso contrastata più per un principio anticonformista che per altro. E’ notorio infatti come questa cuvée de prestige soffra terribilmente di un’immagine sovraesposta e spesso controproducente: uno Champagne da esibizionisti, perfetto per chi desidera ostentare la propria ricchezza, il proprio potere o più semplicemente l’eccitazione del momento.
Il primo di tutti fu lo zar Alessandro II per il quale Louis Roederer in persona nel 1876 confezionò per la prima volta questa cuvée nella storica bottiglia trasparente a fondo piatto, in quell’epoca di cristallo, da cui poi prese il nome. Ancora oggi viene fuori dai migliori vini base pinot noir e chardonnay e solo da vigne di proprietà della Montagne de Reims, Vallée de la Marne e la Côte des Blancs. Il Cristal rimane nelle caves della maison di Reims almeno 6 anni (a volte anche 7) prima della commercializzazione; quasi sempre però, questo è un consiglio personale appassionato, è bene puntare, laddove è possibile a millesimi con almeno 2/3 anni in più sul groppone. Arrivando magari ai 10. Il perché è presto svelato, sta tutto nella tagliente acidità che questo Champagne si porta dietro per almeno 20 anni, nonostante la maturità di frutto ed una certa grassezza espressa in alcuni millesimi più che in altri; il timbro gustativo, grazie anche ad un dosaggio volutamente contenuto intorno agli 8-10 g/l, rimane sorprendentemente fresco e prodigo di stilettate oltreché di vibrante mineralità.
Ha una grande personalità questo Cristal 1997, nonostante i 15 anni lo facciano pensare ancora nella piena adolescenza (!). Il colore è appena appena maturo ma luminoso, il naso rimane inizialmente un tantino curvo su note salmastre che vanno però via quasi immediatamente consegnando uno spettro olfattivo niveo, di grande fascino e profondità centrato – ancora – su toni esotici, agrumati e minerali. In bocca è appena materico, il sorso comincia grasso e un poco nocciolato ma poi riporta alle papille deliziosi sapori balsamici e agrumati. Infinitamente vivace e sapido. Da almanacco dei ricordi indimenticabili!
Tag: champagne cristal, chardonnay, cristal roederer, frederic rauzaud, louis roederer, maison de champagne, pinot noir, reims
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14 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Ne hanno già parlato praticamente tutti, così eccomi in coda per aggiungere la mia su questo bellissimo pinot nero insolito e gustoso come pochi e questa bella “novità” di mercato per noi comuni mortali.

Lo dipingono come un tipo difficile Fulvio Bressan¤ e con molta probabilità non si sbagliano, ma se uno poi fa vini così buoni non è che ci stai troppo a pensare; magari ne parlerai poco con lui, saprai già come approcciarti al suo banchetto alle (poche) fiere dove lo trovi, ma quantomeno ne guadagni attaccandoti alle sue bottiglie.
Ha una bellissima forgia il Pinot Nero 2006, un colore acceso e invitante ed un naso scalpitante e polposo; ci trovi dentro di tutto, dal garofano passito alle amarene nere dolci e succose, dai piccoli mirtilli dalla buccia pruinosa alle note di sottobosco, china e ancora sentori balsamici e note ferrose. Ma è in bocca che diviene travolgente, debordante oserei dire, ha frutta e tutto quanto il resto da vendere. Il sorso è fresco e pungente, il vino avvolge il palato con intensità e voluttà scivolando poi via dalle papille con energia e gusto. Esecuzione impeccabile, non v’è da dire altro!
Conservatelo in fresco prima di servirlo, se ci riuscite cercate di tenerlo costantemente intorno ai 14 gradi, magari anche un po’ meno in questi giorni agostani, vedrete che ne farete il vostro rosso per l’estate!
Tag: big picture, christian bucci, collio, corona del friuli, farra d'isonzo, friuli venezioa giulia, fulvio bressan, les caves de pyrene, mastri vinai bressan, pinot nero, venezia giulia
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13 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Da domani ritorno a raccontare di vini – domani o più in là vediamo, incalza Ferragosto -, ho saggiato infatti diverse cose parecchio interessanti in quest’ultima settimana che varrebbe la pena segnalarvi. Stamattina però mi sono svegliato con un grillo per la testa…

Eh sì, anch’io avevo le mie aspettative una volta finita la scuola, ancor più dopo i primi passi al ristorante. Poi le prime incertezze – ma chi me lo fa fare?, ti chiedi mentre gli amici vanno al mare -, salvato da certi sogni da inseguire, progetti da realizzare, con al centro il lavoro che diventa ogni giorno più tuo, fare il sommelier. Con tutti gli annessi e connessi del caso. Possibilmente senza rimpianti (o quasi).
Così mi sono venuti alla mente una decina di punti, chiamateli pure “passaggi obbligati” se volete, l’ordine temporale decidetelo voi, se ne può certamente discutere ma non passarci sopra. Eccoli…
1. Trovare un lavoro capace di dare soddisfazioni.
2. Lavorare in un posto dove con altri si possano condividere esperienze e crescita professionale.
3. Stappare finalmente “la bottiglia”, una di quelle che fa sospirare ed esclamare: “cazzo, allora esistono per davvero sti’ vini!”.
4. Lasciare quel lavoro dopo un giusto tempo di maturazione per trovarne un altro ancor più soddisfacente in termini professionali ma anche economici. O aprire una propria attività, che non è proprio lo stesso ma va bene comunque.
5. Concorsi, riconoscimenti, cotillons: eppure ripartire sempre con grande slancio con la convinzione che il traguardo raggiunto sia solo una linea di partenza e non un punto di arrivo.
6. Fare del proprio meglio – sempre! – per dare piena soddisfazione al cliente e accontentarsi di riceverne poco meno della metà. Quando accade.
7. Stappare un La Tache del ’90 di Romanée Conti e un Mouton Rothschild dell’82 e coglierne al volo le primarie differenze (fazzoletto alla mano). Parliamo di fenomeni!
8. Come qualsiasi vino, senza la propria terra, una storia di valore, soprattutto credibile, non si va da nessuna parte. Quindi non sarà mai una cattiva idea studiare per diventarne l’ambasciatore.
9. Mettersi in discussione, sempre. Anche quando si pensa di essere il numero 1 (!).
10. Sorridere, che è la cosa più saporita della vita.
Tag: albergo, angelo di costanzo, big picture, bisogni, giovane sommelier, l'arcante, la tua strada, lavoro, professione sommelier, ristorante, scuola di formazione, sogni, va dove ti porta il cuore
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11 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Riflettevo ieri sui tanti episodi che mi capitano durante il servizio, il più delle volte a sera: sapete, la signorina mittiquì con la fisima dello chardonnay o la donnina che senza il pinot grigio…oh… gnente!, e poi quello che il vino campano “mamma li turchi!” ma anche quelli che il vino toscano… “toh, ma continuano a barare?”; insomma ecco, cose così, conversazioni impegnative e meno, con gente da suggestionare, convincere, stimolare, conquistare…
E per farlo bene, conquistarle dico, bisogna essere convincenti per davvero, non necessariamente bravi ma avere argomenti buoni da trattare, bottiglie seducenti oltre ai Barolo e ai Supertuscan – che vuoi o non vuoi godono ancora di quell’appeal che manca agli altri -, vini insomma che hanno qualcosa da raccontare, non solo profumi e sapori ma anche storie cui stare dietro a spiegare. Spiegare, spiegare, spiegare, fino alla noia far sapere cosa c’è in quel bicchiere, magari perché è finito lì nella tua carta, chi ce l’ha fatto fare e dove e come nasce.
Invero non ho molto tempo per scrivere in questi giorni particolarmente intensi e pieni, però sento il dovere di confessare perché ho peccato ancora; sì, l’ho fatto ancora, di sana pianta e per tutta una serata, cominciata alle otto e finita da poco, quasi a mezzanotte. L’ho fatto per vendere vino, per vendere, e tra le altre ancora una bottiglia di Cruna De Lago 2010 della famiglia Di Meo, un Brunello di Montalcino 2006 di Pian dell’ Orino e l’ennesimo Grotte Alte 2006 di Arianna Occhipinti.
Belle bottiglie, ottimi vini, grandi potremmo dire. Talvolta però non basta, ma chi sono? La gente vuole e deve sapere che anche dietro una Falanghina dei Campi Flegrei c’è il lavoro di tutta una vita: un fazzoletto di terra strappato al cemento, un nonno di 80 anni che ancora freme per correre a potare la vigna e un giovanotto di 20 anni che più delle sottane ha subito capito quanto contasse vegliare i mosti per tutta la fermentazione.
E che dire poi di Jan Erbach e Caroline Pobitzer, che barano? Allora fateci due chiacchiere con loro, andate là a Pian dell’Orino, sta a Montalcino dove sta Biondi Santi; lei è una tosta, e tanto basta, di lui si può dire che è un tipo in gamba, germanico, intransigente, con una testa grossa così: parla alle piante e ne ascolta il ciclo vitale, ma non è quello il suo segreto, il suo asso nella manica è l’amore. Così i loro vini vi parlano col cuore, e colpiscono direttamente al cuore.
O di Arianna Occhipinti. E’ vero, ha fatto degli errori (ma chi non ne fa?), i suoi vini hanno sofferto l’inesperienza e la troppa grazia di un movimento in subbuglio (i cosiddetti vini naturali) dove qualunque cosa appena potabile passava per oro colato. E’ forte Arianna, capace, intraprendente, solare come certe sue bottiglie; portare in tavola una di Grotte Alte è come consegnare ai clienti la chiave di uno scrigno, dove dentro ci sta tutto quanto desideri da una bottiglia di vino: la terra, l’orgoglio, l’amore.
Eh si, il sommelier è un po’ così, racconta frottole, inventa storie per vendere vino ma giuro, almeno per quanto mi riguarda, che non è tutta farina del mio sacco, il più delle volte è che me le raccontano proprio così, ed io ci credo. Colpa degli altri insomma.
Tag: arianna occhipinti, biondi santi, brunello di montalcino, campi flegrei, caroline pobitzer, cruna delago la sibilla, di meo, falanghina, grotte alte, jan erbach, nero d'avola, pian dell'orino, sicilia wines, vittoria
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6 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
E’ comparso ieri 5 agosto su italiaatavola.net questo articolo: “Sommelier o conducente? Questo è il problema!” a firma di un tal Guerrino Di Benedetto. Pezzo poi rilanciato su fb dall’amico e collega Roberto Anesi. Un articolo sinceramente incomprensibile, chiaramente indirizzato a qualcuno in particolare che l’autore aveva probabilmente in mente quando l’ha scritto, ma finito poi, come spesso accade, per colpire superficialmente tutta una categoria.

Qui trovate l’articolo completo, dove ho trovato un passaggio assai decisivo nel spingermi a scrivere queste poche righe, è questo: […] Poi però, negli ultimi tempi i mass media enogastronomici hanno contribuito a modificare la sua figura così il sommelier è diventato un po’ un fenomeno da baraccone, fa gare e concorsi va e viene dai ristoranti di grido (spesso gridandolo ai giornali), fa, disfa e vende wine list, commercia in vini, organizza degustazioni e dulcis in fundo, guarda come dei miserabili tirchioni i poveri ristoratori che non possono permetterselo, che, poi, preda della sudditanza psicologica, gli commissionano liste di vini per poter almeno dire ai clienti che la loro lista l’ha fatta lui, “che per anni ha lavorato per tale ristorante e poi è passato dalla Francia e poi ha girato l’Italia” e ora è qui, nella mia lista. [da Italiaatavola.net © del 5.08.12]
Ecco, senza voler aggiungere tanto di più, sento di rispondere all’autore, ma più in generale a chi la pensa ancora così con quanto segue:
Gentile Signor Di Benedetto,
trovo francamente datata se non vetusta questa visione arcaica – per non dire banale e diffamante – della figura del sommelier.
Nel frattempo il mondo (enogastronomico) è cambiato parecchio, soprattutto il rapporto fra cliente, sempre più informato e preparato e sommelier stesso, sempre più formato e qualificato grazie anche ai numerosi confronti – leggi anche concorsi, che insegue per crescere e trovare continuamente nuovi stimoli e traguardi -; un rapporto non più o giammai tra antagonisti, come lei evidentemente li intende, ma veri e propri complici a tavola nel condividere impressioni ed opinioni.
E mi lasci aggiungere, stavolta da mero lettore appassionato di enogastronomia, che spiace sinceramente leggere ancora, nel 2012, articoli così superficiali su un argomento invece così determinante per il comparto turistico ricettivo italiano.
Cordialmente,
Angelo Di Costanzo
Tag: e adesso ammazzateci tutti, guerino di benedetto, italia a tavola, ristoranti gourmet, sommelier, sommelier come fenomeni da baraccone
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5 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Anche se non sempre sono esperienze rassicuranti e ristrutturanti, il ricordo di certe bottiglie, per quanto storicamente significative, galleggia sempre tra la sufficienza e il mediocre; e pare che a molti tanto basta per essere certi della propria idea.

Del Cristal di Louis Roederer è tuttavia un giudizio positivo quello che mi porto dietro, pur nella necessità di doverlo rinnovare periodicamente per evitare che il senso della conoscenza, il sapere stesso di questa etichetta si affievolisca; poi può anche succedere di ridursi in una memoria talmente labile da rischiare di trasformarsi, nel bene e nel male – il più delle volte nel male, non necessariamente con malizia -, in un giudizio definitivo quanto più insindacabile. Così una grande bottiglia rischia di esserlo per la storia, per il blasone, per il mercato ma non sempre per il palato.
E’ un bene dunque che anche il Cristal, da grande Champagne qual è, sappia di tanto in tanto meritarsi, bicchiere alla mano, i galloni che la cronaca, il blasone e la storia ci impongono. Eccola la mia riprova, così chiara che non serve aggiungerci molto di più: statene certi, il 2004 è buono, buono per davvero!
Tag: big picture, champagne, cristal, cristal champagne, il vino dello zar, louis roederer, reims
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4 agosto 2012 by Ledichef
Non è un piatto qualunque, è il Risotto con nervetti di vitella, scampi e liquirizia di Annie Féolde e Italo Bassi dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze.

C’è dentro equilibrio e sapienza, il mare e la terra, v’è soave dolcezza e puntuta speziatura, delicata consistenza e al tempo stesso leggerezza, profumi antichi e nuovi riveduti con esecuzione magistrale di un piatto border line tra tradizione e creatività.
Tag: anacapri, angelo di costanzo, annie feolde, big picture, capri, capri palace, enoteca pichiorri, italo bassi, l'olivo, risotto con nervetti di vitella, scampi e liquirizia, sommelier
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2 agosto 2012 by Angelo Di Costanzo
Capita una mattina di ritrovarsi sotto l’ombrellone a fare due chiacchiere sulla sera prima: l’aperitivo al tramonto, l’atmosfera unica al Faro di Anacapri, le grasse risate per quel vassoio rovesciato – l’imbarazzo della cameriera per aver rovinato quel vestito di Prada è impensabile! -, ma soprattutto l’ottima cena e, immancabili, le buone bottiglie bevute. Bottiglie per una volta sconosciute. E sorprendenti…

Quando si ha una idea precisa di cosa sia o cosa possa divenire nel tempo uno Champagne, anche un assaggio controverso può rivelarsi invece una bella scoperta da appuntare subito sul taccuino, ovvero mettere subito in rete. Sconosciuta e sorprendente era l’etichetta Prestige Brut 2003 di Jacques Picard, récoltant–manipulant a Berru, un paesino di poche anime appena fuori Reims; i protagonisti, ancor più sconosciuti, sono José Lievens e sua moglie Corinne Picard, che dalle loro migliori vigne tirano via uva per circa 8.000 bottiglie di questo ottimo haut de gamme, una piccolissima fetta di quella immensa torta che è il mercato dello Champagne, una fetta però dolcissima e imperdibile.
Ecco perché ci ritornerò su volentieri, non appena possibile; per adesso val bene segnalarvi che trattasi di una bella storia d’amore sbocciata tra le vigne, di agricoltura sostenibile e di uno stile champenois tagliente e implacabile – controverso, appunto – e di prezzi vivaddìo più che umani.

E sconosciuta era la bottiglia di Vita Menia 2011, rosato da piedirosso e aglianico prodotto nelle vigne a Raito, minuscola frazione sopra la costiera amalfitana, sopra il mare di Vietri per intenderci. Panorama mozzafiato, la vigna qui è tutta a conduzione biologica. Di questo sottile e profumato rosato se ne fanno appena seicento bottiglie l’anno, Patrizia Malanga ha voluto mandarmene qualcuna; un pensiero prezioso, almeno quanto il vino saggiato.
Bello e invitante il colore cerasuolo, il naso è ciliegioso ma anche un po’ marino, mentre il sorso è secco, leggiadro e sapido. Il frutto ritorna perentorio in bocca, aggraziando il palato sollazzato da una beva fresca e gradevole. Andatela a trovare Patrizia, siete ancora in tempo per sposare il mare alla vigna che lì, dalle quelle parti mi dicono essere entrambi bellissimi. 🙂
Tag: aglianico, berru, big picture, champagne, chardonnay, colli di salerno rosato vita menia le vigne di raito, fortunato sebastiano, gennaro reale, jacques picard, le vigne di raito, patrizia malanga, piedirosso, pinot meunier, pinot noir, prestige brut, ragis, raito, reims, vietri sul mare, vita menia
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29 luglio 2012 by L'Arcante
Tag: big picture, chef rosanna marziale, dessert, dolci, l'arcante, le ricette famose, nocciole, nocciole croccanti con crema al limone, ricette al limone, ristorante le colonne caserta, rosanna marziale
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28 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Eh sì, l’argomento torna perentorio ogni qualvolta la sera prima si corre il rischio di rimanerci fregato. Un paio di settimane fa, dopo aver scritto questo post (leggi qui) ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con alcuni “tecnici del settore” ma anche e soprattutto con alcuni produttori di vino evidentemente sollecitati dall’argomento. Loro mi hanno detto la loro, che più o meno provo a sintetizzare, poi io ci metto ancora del mio…

La capsula in PVC = competitività. La parola d’ordine per chi sceglie questo tipo di chiusura è la competitività; difficile infatti trovare equilibrio fra estetica e controllo dei costi, soprattutto quando ci si deve confrontare con i canali della GDO dove il giusto rapporto qualità-prezzo è di fondamentale importanza.
Le capsule termoretraibili vengono realizzate a partire dalla materia prima acquistata in bobine, vengono poi verniciate sulle linee rotocalco dove si effettua la verniciatura del fondo e una prima personalizzazione che si ottiene attraverso cilindri di stampa disposti su tutta la larghezza della rotocalco. Il semilavorato, una volta verniciato e tagliato viene avviato nelle linee di formatura, dove le capsule vengono modellate attraverso un processo di termoretrazione su appositi mandrini conici. Anche in questo caso, nelle macchine di formatura, le capsule possono essere ulteriormente personalizzate con stampe a caldo e punzonature, sia sulla testa che sulla parete.
Tecnicamente facili da approcciare possono creare una qualche difficoltà quando il pvc non è di altissima rifinitura, strappandosi letterelmante sotto il coltellino del cavatappi. Con mano ferma però ed un po’ di esperienza l’apertura è regolare ed abbastanza veloce. (A.D.)

La capsula in Polilaminato, viva la modernità e l’eleganza. Le capsule in polilaminato sono essenzialmente costituite da un sandwich di Alluminio – Polietilene – Alluminio. Sia l’alluminio che il polietilene, vengono acquistati in bobine che vengono lavorate all’accoppiatrice, capace di produrre fino a 250 metri/min di materiale. Il semilavorato viene poi verniciato con dei colori di fondo ed eventualmente personalizzato con le grafiche richieste nelle linee rotocalco. Grazie al connubio fra la forza dell’alluminio e l’elasticità del polietilene, si ottiene una gamma di prodotti particolarmente adatti per tutti quei vini che devono, comunque, distinguersi anche a livello di packaging.
Se ti capita tra le mani una brochure promozionale di una qualche azienda non è raro trovare descrizioni del genere: “durante la fase di apertura, la sua eccezionale duttilità esalta al massimo questo importantissimo momento”. Bene, ma è davvero così? Non sempre, e di sicuro c’è da starci seriamente attenti; perché anche qui c’è Polilaminato e Polilaminato. Il più delle volte ti capitano capsule pessime, sottilissime, che hanno lo stesso potenziale letale di un Boker Magnum 02RB3 (qui); diciamola tutta, ne faremmo davvero a meno!
L’impressione è che sono sì facili da approcciare ma proprio qui rimani fregato. Il coltellino del cavatappi gli scivola intorno velocemente ma la dentatura spesso ne trattiene qualche briciola rendendo la capsula praticamente un’arma letale anche solo sfiorandola con le dita. Bisogna metterci molta attenzione, e 1 a 10 un paio di dita rischi sempre di rimettercele. (A.D.)

La capsula in stagno, un po’ amarcord e un po’ tradizione. Con i moderni impianti e materiali selezionati si ottiene di sovente un prodotto capace di adattarsi perfettamente al collo di ogni bottiglia. Nelle fasi di verniciatura, serigrafia e timbratura, vengono poi eseguiti i più svariati lavori di decoro e personalizzazione indispensabili per completare l’abbigliamento delle bottiglie destinate a contenere vini di grande pregio riservate alla clientela più attenta ed esigente.
Risultano un po’ “pesanti” da aprire e non sempre il taglio è lineare e scorrevole tant’è che spesso capita di doverci ritornare ancora una volta su per effettuare un taglio più decisivo e funzionale. Meglio procurarsi un cavatappi veramente dei migliori o una levacapsule piuttosto efficace. (A.D.)
Tag: angelo di costanzo, big picture, capsule in pvc, capsule termoretraibili, capsule vino, caspule in polilaminato, caspule retraibili, cavatappi, levacapsule, professione sommelier, pvc, sommelier, vino
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27 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Ne avevo già parlato con grande entusiasmo, forse anche esagerando i toni tanto fui preso dalla bella serata passata in compagnia, ma di certo non nei contenuti, dettati da sensazioni estremamente positive (qui).

Desideravo infatti fortemente che questo vino divenisse un riferimento assoluto per tutte le bevute successive di chi cercasse nel Taurasi quell’anima vera, rude ed implacabile che solo l’aglianico e il terroir di certe piccole vigne irpine sanno imprimere in certi vini. Sappiamo bene che c’è sicuramente anche dell’altro, a volte bottiglie anche più suggestive di questa dei Lonardo, o di più completa espressione in termini di eleganza e avvolgenza degustativa, ma il ’99 di Sandro – come lo sono alcune vecchie e nuove Radici Riserva di Mastroberardino – è davvero un caposaldo della viticultura taurasina, che niente concede al tempo se non l’opportunità di sfidarlo.
Ieri sera ancora una conferma. Lasciato respirare, il naso esprime tutta la grandeur del varietale, ancora incentrato su toni di viola e marasca sotto spirito, poi una continua sventagliata di sentori balsamici e speziati, di sottobosco e cioccolato fondente. Il frutto ritorna massivo in bocca, molto gradevole, a tratti vinoso; il sorso però è asciutto, quasi austero, puntuto, sollecita insistentemente il palato sino ad avvolgerlo, indulgente e sgraziato. Elogio dell’imperfezione, chiude un poco amaro, come amaro è accettare che in cantina siano rimaste appena una decina di bottiglie ancora. Irripetibile!
Tag: aglianico di taurasi, antonella lonardo, contrade di taurasi, giancarlo moschetti, sandro lonardo, starseto taurasino, taurasi, taurasi 1999 lonardo
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25 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Scrivi finger food ed è capace che ti ritrovi di tutto passato per tale, dai più comuni salatini ai bocconcini di salsicce su stuzzicadenti, o formaggi e olive (sempre su stuzzicadenti), ali di pollo, involtini primavera, quiche, patate fritte, vol au vent e arancini di riso. Ci sono poi altri cibi che possono talvolta essere considerati finger food, la pizza ad esempio, o gli hot dog, la frutta servita in un certo modo ma anche il pane. E se provassimo a pensare che c’è ancora di meglio…

Davvero interressante e particolare la proposta della Bruschetta liquida di Annie Feolde & Italo Bassi dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze assaggiata due settimane fa durante l’evento Pommery qui al Capri Palace. E’ un’idea sicuramente originale per riproporre uno dei fingers più comuni della nostra cucina italiana; da godere tutto in un sorso, magari ad occhi chiusi. Qui ci vuole una bollicina leggera e il Summertime Blanc de Blancs di Pommery fa la sua figura. 🙂

Ancora dal cilindro di Annie Feolde & Italo Bassi dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze ecco il Bon Bon con basilico e cetriolo. Uno stuzzichino… quasi dissetante, sicuramente di buona intensità balsamica, una overture pregevolissima dove un assaggino tira l’altro. E non bastano fiumi dello splendido Les Clos Pompadour…

E sempre dalle cucine del Tristellato fiorentino di via Ghibellina ecco il Croccantino di Pollo con yogurt liofilizzato. Qui è la tradizione a tirare le fila di questo gustoso appetizer nobilitato per l’occasione da una tecnica esecutiva minuziosa e centrata al milligrammo. Saporitissimo! Aah, quel Gran Cru Millésimé del ’90…

Non si può che chiudere col Gelato alla Pastiera Napoletana di Andrea Migliaccio. E’ spesso (e richiestissimo) tra i nostri predessert a L’Olivo. Servito così va via in appena un paio di bocconi, ma non certo il sapore e la memoria, che restano molto, molto a lungo. Provare per credere (e c’è ancora il Gran Cru del ’90 nel bicchiere!).
Le foto dei piatti sono di Umberto D’aniello © 2012.
Tag: andrea migliaccio, annie feolde, assaggi deliziosi, big picture, capri palace hotel, champagne, cuvée louise, enoteca pinchiorri, finger food, finger food d'autore, firenze, grand cru millesime 1990 pommery, italo bassi, l'arcante, pommery, reims, ricette veloce, stuzzichini, vranken pommery
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23 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Giusto ieri sottolineavo quanto il vino rosato italiano stia recuperando posizioni e consensi tra i consumatori più appassionati; proprio questo è uno di quei vini che sicuramente contribuisce in maniera decisiva al “rinascimento” della tipologia…

Poco o nulla da ribadire su questo stupendo vino, altro colpo ad effetto del grande Franz Haas che va a rimpolpare una gamma di vini sempre di grande valore. Val la pena però lasciare una traccia di questo pinot nero 2011 rosé che pare avere una marcia ancora in più rispetto ai precedenti duemiladieci, assaggiato l’anno scorso – qui tra i miei migliori della scorsa estate – e duemilanove dell’anno prima ancora, praticamente all’esordio.
Ha un bel colore ciliegia chiaro con un naso intenso, fresco e fruttato; parte del vino fermenta in legno, poi solo acciaio e bottiglia, anche per questo il varietale è in grande spolvero, col naso polposo e balsamico che richiama lamponi, more ed erbe aromatiche mentre il sorso è deliziosamente fresco e disteso, succoso e sapido con un finale rinfrescante che invita subito ad un nuovo bicchiere. Immancabile!
Tag: alto adige pinot nero rosè franz haas, montagna, pinot nero, pinot nero rosè, vino rosati d'italia
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22 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Sulla rivista Food&Beverage di Luglio-Agosto è appena stato pubblicato un articolo a cura di Paolo Becarelli sui vini rosati italiani, dove, tra le altre cose, viene sottolineata la nostra proposta in carta al Capri Palace. Questo il mio breve pensiero sull’argomento che come ormai saprete mi sta particolarmente a cuore…

[…] Se alcuni anni fa i rosé erano spesso dei completamenti di gamma o realizzati per ovviare a problemi di vendemmie di rossi, ora hanno cambiato decisamente passo. Ne è certo anche Angelo Di Costanzo, sommelier del Capri Palace di Anacapri, hotel che ospita ristoranti raffinati come L’Olivo e Il Riccio. “Chi si avvicina a un vino rosato oggi riesce finalmente a cogliere il senso di bere rosa. Ossia, la leggerezza e la piacevolezza, ma trova anche il piacere di scoprire rosati diversi, come quelli d’annata o di piccoli produttori. Senza contare le nuove possibilità di abbinamento. Il rosato è infatti un vino molto versatile che lascia infinite possibilità sia a chi lo ordina, sia a chi lo propone”, spiega Di Costanzo che solo di rosati in carta ne ha ben 36, oltre a una trentina di referenze fra bollicine francesi e italiane.
“Poiché l’hotel è in Campania abbiamo un occhio di riguardo per i rosati di Campi Flegrei, Irpinia e Cilento, ma non mancano etichette sia delle zone più vocate, sia di altre regioni italiane. Ci sono anche i rosati d’annata: vini particolari, richiesti soprattutto da intenditori perché rinunciano a un po’ della tipica freschezza dei vini giovani per acquistare maggiore complessità. […]
Tratto da FOOD&BEVERAGE di Luglio-Agosto 2012, pag. 52.
Tag: anacapri, angelo di costanzo, big picture, capri, capri palace hotel, food and beverage, il riccio, l'olivo, paolo becarelli, rivista f&b, rosè, vini rosati, vini rosati italiani
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18 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Iersera, ancora una volta, mi sono quasi troncato due dita. Ok, è conclamato che lo sprovveduto sono io, probabilmente anche un poco incapace; aiutatemi allora a capire se e come si può guarire dalla dabbenaggine acuta che mi assale, pare, ogni qualvolta mi capita tra le mani una bottiglia di vino con una maledetta capsula in polilaminato.
Sempre di più le bottiglie di vino che ne hanno una e generalmente anche chi produce distillati, liquore, olio, aceto, birra comincia a preferirle. E’ notorio che esistono essenzialmente due tipologie di capsule: quelle in pvc – sono queste capsule termoretraibili, utilizzate molto frequentemente – e in polilaminato – talvolta anche capsuloni, come quelli applicati alle bottiglie di vino frizzante o spumante – che sembrano prendere sempre più mercato negli ultimi tempi poiché offrono, oltre a quell’effetto stagno che piace tanto a molti produttori, anche e soprattutto una certa facilità di personalizzazione; su queste infatti, più che su quelle in pvc, si possono ricreare diciture e loghi aziendali con stampe a caldo e con colori in tonalità varie: lucide e mattate, addirittura perlate; e più sono sottili più sono belle a vedersi, sinuose quasi.
Rimane però quella sola, implacabile, fottutissima controindicazione: sono taglienti un accidenti! Quindi, cari sommelier, che ne dite, ce lo facciamo un pensierino (al guanto d’acciaio)?
Tag: big picture, capsule taglienti, capsule vino in polilaminato, guanto d'acciaio, infortuni sul lavoro, l'arcante, pvc, shark attack, sommelier
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16 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
La storia, il ”blasone enogastronomico”, forse un po’ anche il look, possono pesare tanto, creare pregiudizio; ti aspetti infatti una donna cui l’anticipa il “personaggio”, apparentemente un po’ distante, per qualcuno con la puzza sotto il naso, la grande chef scesa a Capri a fare passerella, riverita dalla grande Maison e dalla stampa tutta. E’ pur sempre, non dimentichiamocelo, l’artefice del “3 stelle Michelin” italiano più conosciuto al mondo.

E invece no. Che straordinaria persona è invece Annie Féolde, che esempio di umiltà e disponibilità professionale. L’abbiamo capito subito, quando ce la siamo ritrovata, così d’emblé, all’ingresso delle cucine dell’albergo, con al suo fianco il fidato Italo Bassi intenti a scaricare i prodotti che han voluto portarsi dietro dalla Toscana per preparare i piatti della serata dell’indomani. Era un po’ provata Annie, accaldata ma con un bel sorriso smagliante stampato in faccia, e quando io le accenno un inchino ed il baciamano d’ordinanza, lei quasi vorrebbe darmi un pizzicotto per l’eccessiva riverenza: benvenuta al Capri Palace, Madame La Cuisine! Risata generale, abbiamo rotto gli indugi.

Questo giorno era scritto che dovesse arrivare, prima o poi; sin da quando, verso fine anni novanta m’era scattata la fissa del vino e della cucina. Lei, proprio lei e Giorgio Pinchiorri (G i o r g i o P i n c h i o r r i!) i primi riferimenti in assoluto, il primo ristorante da non perdere negli anni a venire, il primo libro di cucina comprato (nel 2004), divorato ogni giorno con quelle splendide ricette tutte da provare a replicare, magari vicine anche lontanamente! Poi il fascino del successo ogni anno sempre più fragoroso, con l’Enoteca Pinchiorri che assurge a icona assoluta ed un fatto quantomeno curioso, incredibile ma vero: lei francese, protagonista assoluta della scena mondiale della cucina made in Italy e lui, italiano, tra i più stimati e corteggiati sommelier del pianeta e grandissimo conoscitore e collezionista di bottiglie francesi (e non solo). Insomma, tanta roba pe’ i posteri.

Ho cercato così di cogliere l’occasione per farci quattro chiacchiere, almeno con lei, raccogliere di persona un po’ di riscontri storici, di esperienze personali, di vedute, prospettive. E Annie Feolde, garbatissima e disponibile, si racconta; e non basta certo un post, ma vanno bene queste poche righe per raccontarvi almeno l’emozione e il piacere dell’incontro.
Ci ha raccontato del suo arrivo a Firenze nel 1969, in verità per studiare l’italiano non certo per cucinare, ma conoscere Giorgio qualche tempo dopo le ha completamente stravolto i progetti di vita. Così nel ’72, con lui appena diplomato sommelier rilevano l’antica cantina del palazzo lì in via Ghibellina, dove cominciano come enoteca e dove lentamente, ma in crescendo, si vira su qualcosa che ci mette davvero poco a diventare un riferimento assoluto per l’intera città. I primi piatti cucinati arrivano nel ’74, con l’aiuto prezioso della madre di Giorgio in cucina, poi gli antipasti e i dolci a cura proprio di Annie. “Tutto secondo il proprio istinto, da perfetta autodidatta, con orgoglio e senza pregiudizio, traendo qua e là ispirazioni ma con il chiodo fisso della primaria qualità degli ingredienti, made in Italy e toscani anzitutto”.

Sembra che fare di testa propria allora sia stato un’intuizione decisiva, eh sì perché di là c’erano – ci sono – le origini francesi, la nouvelle cuisine che impazzava, mentre di qua una terra di adozione straordinaria, come la sua Francia ricca di storia ma soprattutto di una cucina tradizionale, soprattutto quella povera, ancora vivissima; quella cucina popolare che Oltralpe già la rivoluzione francese aveva praticamente spazzato via d’un colpo. Un eccidio continuato negli anni, si pensi ad esempio a quell’elemento che da sempre divide i due paesi in cucina: il burro di là, l’olio extravergine d’oliva di qua. Abbastanza facile scegliere, no?, sussurra. “E poi ci sono le verdure, le mille ricette sul tema, il pomodoro, l’Aceto Balsamico Tradizionale, il Parmigiano Reggiano”. Insomma, sulla varietà e qualità della materia prima non c’è storia, anche se bisogna sempre tenere bene a mente, sottolinea, che la scuola francese rimane un caposaldo per tecnica ed esecuzione.
Tanto curiosa M.me Féolde che l’indomani ci ha onorato della sua presenza durante tutto il briefing di pre-servizio serale: aveva piacere di stare con noi, condividere sino in fondo l’evento messo su in collaborazione con la Maison Vranken-Pommery (vedi qui) di cui è oggi Ambasciatrice in cucina. E come è stato splendido, a fine serata, fare le due del mattino in terrazza a continuare la bella chiacchierata, riprendere dove s’era interrotto. E quando s’è alzata per andar via, visibilmente stanca, c’ha tenuto a salutare e stringere le mani – uno ad uno – a tutto lo staff del ristorante riunito lì per un brindisi finale. Ineccepibile, Annie Féolde.
Ecco, Signora Annie – basta francesismi, a questo punto-, come si fa a rimanere sulla cresta dell’onda per 40 anni suonati? “E’ semplice, basta non fermarsi mai e cercare sempre di migliorare, non adagiarsi. C’è sempre qualcosa di meglio che si può dare agli ospiti. Ogni giorno”.
Enoteca Pinchiorri
Via Ghibellina 87 50122 Firenze
Tel.+39 055 242757 – +39 055 242777
Fax +39 055 244983
www.enotecapinchiorri.com – ristorante@enotecapinchiorri.com
Alcuni riconoscimenti tra i più significativi
Dal 2004 ad oggi: Tre Stelle, Guida Michelin.
2004: Primo Ristorante d’Italia, secondo le sette principali Guide ai Ristoranti.
2003: Annie Féolde, Five Star Diamond Award American Academy of Hospitality Sciences.
1995-2003: Due Stelle, Guida Michelin.
1993-1994:Tre Stelle, Guida Michelin.
1992: Primo Ristorante d’Italia, secondo le sette Guide ai Ristoranti principali.
1987: Annie Féolde, Personnalitè de l’Année Distinction Internationale, Paris.
1986: Giorgio Pinchiorri viene nominato Cavaliere all’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
1983-1992: Due Stelle, Guida Michelin.
1983: ingresso in Relais e Chateaux e Tradition et Qualité.
1982: Una Stella, Guida Michelin.
Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag: angelo di costanzo, annie feolde, big picture, capri palace hotel, enoteca pinchiorri, enoteca pinchiorri firenze, giorgio pinchiorri, italo bassi, l'olivo, luciano pignataro, lucianopignatarowineblog, vranken pommery
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12 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Quattro piatti di Ugo Alciati del Ristorante Guido di Pollenzo che mi piace “rivedere” in abbinamento a 4 bollicine che mi hanno particolarmente colpito in queste ultime settimane e che sento di riproporvi in assaggio. Un gioco di alleggerimento e freschezza sempre opportuno in estate pur senza dimenticare però la tradizione, sempre ben interpretata dal talento di Ugo.

L’Aperitivo. Fingersandwich, la salsiccia fresca. Un omaggio alla sua terra che però vedo bene con una bollicina del profondo sud molto invitante, profumata e leggiadra, qual è il Brut Rosé di Rosa del Golfo da negroamaro e chardonnay: naso delicato, che sa di crosta di pane, petali di rosa, lampone e mora. In bocca scorre via che è un piacere, starci dietro manco a dirlo!
L’Antipasto. Filetto crudo di Vitella Bianca piemontese, alici di Cetara e Parmigiano Reggiano 36 mesi, con Abissi 2009 di Bisson; bollicina suggestiva e puntuta, dal naso curioso, dapprima giocato su note di frutta secca e spezie dolci, poi invece marine, iodate, con un timbro salmastro largamente gradevole, molto particolare e avvincente. Il sorso è asciutto, di spessore, chiede spazio e se lo prende, è vivace, fresco e di buona persistenza, assai sapido.

Il secondo. “Caldo freddo” di Faraona con riduzione al marsala. Mi è subito saltato in mente lo splendido Champagne Cuvée Millésimé 2000 di Alain Thienot, forse nuovo ai più ma senz’altro un piccolo gioiello tra le cosiddette Maison d’Aujourd’hui; 60% chardonnay dalla Cote des Blancs ed il restante 40% pinot noir da Montaigne de Reims. Vino di grande equilibrio degustativo, dal naso ricco, polputo e verticale e dal sorso maturo e avvolgente. Insomma, una grande cuvée da consumare a tutto pasto!

Il dessert. Gelato al fiordilatte con pomodori canditi e basilico fritto. Fortissimamente territorio con il gelato più buono mai mangiato (leggi anche qui) accompagnato per l’occasione da spicchi di pomodorino canditi; così, di slancio, l’accostamento all’ottimo e spumeggiante Asti Galarej 2010 di Fontanafredda. Dolci note moscate messe in riga da un palato sì zuccherino ma mai banale. Controcorrente e fortunato.
Le foto dei piatti sono di Umberto D’aniello © 2012.
Tag: abissi bisson, asti spumante galarey fontanafredda, bianchetta genovese, big picture, champagne, chardonnay, golfo del tigullio, metdo classico, moscato d'asti, pinot meunier, pinot nero, ristorante guido da pollenzo, thienot millesime 2000, trento doc, ugo alciati, vermentino
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10 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo

“Guardi, non perché voglia insistere, e nemmeno mi interessa cosa fanno gli altri, ma questo è il nostro capolavoro! Nasce dalla selezione dei migliori grappoli, ci portiamo in cantina appena 30 quintali, tutti raccolti a mano e scelti acino per acino, si potrebbe dire; le nostre vigne poi sono uno spettacolo, di 30 anni e collocate nella zona più vocata del territorio, a circa 300 (!) metri di altitudine con esposizione piena e aperta a sud, dove i terreni sono terribilmente sani e di natura particolarmente adatta al varietale”.
“Ci facciamo una vinificazione attenta, coscienziosa, senza lieviti selezionati, a temperatura di cantina e senza intervento alcuno con tecnologia del freddo o chimica di sintesi o altro; i travasi sono fatti per caduta, senza forzature meccaniche e ci tengo a precisare che non procediamo a nessun tipo di trattamento, né per chiarificare o stabilizzare. E’ tutto naturale, per dirla! E ci tengo ad aggiungere ancora che in nessuna fase di lavorazione viene utilizzata solforosa o qualsiasi tipo di conservante. Insomma, come viene qua da noi il raboso, mi creda, da nessuna altra parte!”
In effetti sì, un raboso così mi mancava proprio…
Tag: area manager, big picture, cartellino rosso, manager, o' scarrafone, ogni scarrafone è bello a mamma soja, raboso del piave, rappresentanti, vini inutili, vini veneti
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5 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Si deve la tradizione a Frate Vincenzo Ferreri che nasce a Valencia, in Spagna, nel 1350 e muore a Vannes, in Bretagna, nel 1419. Una leggenda narra che Dio lo pregò di fare un giro fra i vigneti della Francia e il futuro Santo, degustando l’ottimo vino prodotto in quei luoghi, dimenticò la via per il Paradiso. Per punire la sua distrazione, Dio lo trasformò in una statua.
Così San Vincenzo è divenuto il patrono dei vignaioli: viene spesso raffigurato con in mano un grappolo d’uva e con la palma del martirio. Egli viene invocato per la protezione dei campi, delle vigne e dei vignaioli; la ricorrenza cade il 5 di aprile. In tutti i paesi della provincia della Champagne, in particolar modo intorno a Reims, c’è una “Casa delle Feste”: qui ogni anno, nella notte del 5 aprile, tutto il paese festeggia banchettando fino all’alba, con canti e balli. A colpi di sciabola. A dare continuità a questa tradizione ci hanno pensato un gruppo di amici estimatori dello Champagne che nel 1986 decide di dar vita a un club di sciabolatori, La Confrérie du Sabre d’Or, dal 2005 presente con una sua ambasciata anche in Italia.
Io, frattanto, comincio a studiare. Poi si vede. E grazie mille a Stefano!
Tag: big picture, cantine ferrari, chardonnay, ferrari perlé, l'arte della sciabola, l'arte dello sciabolare, la confrérie du sabre d’or, maitre du sabre, napoleone, sciabolare, spumanti ferrari, stefano medici, trento doc
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2 luglio 2012 by Angelo Di Costanzo
Da sempre Gianfranco Soldera e i suoi vini dividono appassionati e critici suscitando, nel bene e nel male, passioni e tensioni più di ogni altro produttore lì a Montalcino.

E’ difficile farsene una idea precisa su quale sia la posizione (o le posizioni) definitive sugli argomenti perennemente in discussione – filosofia, centralità delle colture, esposizioni, naturalità, tipicità ecc… -, e non v’è argomento tra questi che non sia stato messo in cassaforte o, per contro, alla berlina ogni qualvolta si apre una bottiglia di Brunello Riserva Soldera di Case Basse.
Tenendo tra le dita questo ’99 ho ripesato all’infinito e a quanto questo concetto abbia profondamente diviso, lacerato le coscienze di molti fini pensatori della storia, antica e contemporanea. Il suo rifiuto ha origini lontane e nasce dal fatto che già i greci ritenevano conoscibile solo ciò che è determinato, finito; tutto ciò che è indeterminato, infinito e perciò inconoscibile è quindi da rifiutare. Ecco.
Così in molti dicono di conoscere Case Basse e Gianfranco Soldera abbastanza per averne compreso appieno ogni segreto e proposta ideale, tanto dal poter chiaramente decidere da che parte stare. Loro di là, lui di qua. Personalmente non ho ancora deciso del tutto, nonostante nel febbraio dell’anno scorso (leggi qui il reportage) sono andato a trovarlo e cercato di capirci qualcosa, faccia a faccia, camminandoci assieme le vigne e rubando pezzi di storia dalle sue botti. Ognuna con una propria. Di certo vado maturando una convinzione: i suoi vini “vivono” come pochi altri e qualcosa a noi ancora oscuro li rende mutevoli, talvolta imperfetti ma comunque sibillini, altre voltre semplicemente inarrivabili. Infiniti, appunto.
Certo, avrò beccato una bottiglia eccezionale, ma questo ’99 è stata una rivelazione nel vero senso della parola, una delle esperienze degustative più emozionanti di sempre. Un vino straordinario, con un colore a tratti ancora porpora fissato nel tempo; un corollario di sensazioni varietali che poche bottiglie ilcinesi sanno regalare, ancor mai con una tale intensità ed integrità espressiva; asciutto e profondo, la ricchezza espressiva si tramuta in arma letale quando il vino arriva al palato: succoso, dolce, avvolgente, caldo e nerboruto, lunghissimo. Infinito, appunto!
Tag: angelo di costanzo, big picture, brunello di montalcino riserva soldera case basse 1999, case basse, gianfranco soldera, great wines from montalcino, l'arcante, l'infinito, tuscany red wines
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1 luglio 2012 by L'Arcante
“Le avevo lasciato ancora due dita di Champagne, perché potesse bagnarsi le labbra, a piccoli sorsi, come amava fare dopo aver fatto l’amore”. (A. D.)

L’Olivo DiVino
Storie di vino e di alta gastronomia nello stile de La Dolce Vite
Venerdì 13 Luglio ancora un evento imperdibile della stagione 2012 di appuntamenti enogastronomici de La Dolce Vite, la cantina del Capri Palace Hotel & Spa di Anacapri che propone un ciclo di incontri imperdibili dedicati ai grandi nomi della cucina e dell’enologia nazionale ed internazionale. Incontri e confronti tra vignaioli e grandi chef. Un format esclusivo che inizia negli ambienti suggestivi de La Dolce Vite e prosegue poi a L’Olivo, il ristorante Due Stelle Michelin del Capri Palace.
In quest’occasione, l’evento avrà inizio alle ore 20.00 con un aperitivo di benvenuto sulla terrazza panoramica del Bistrò Ragù con, in degustazione, l’esclusivo Clos de Pompadour della maison di Reims. Durante la cena gourmet invece, realizzata a quattro mani dall’Executive Chef Andrea Migliaccio ed Annie Feolde, chef e Patronne della rinomata Enoteca Pinchiorri di Firenze – Tre Stelle Michelin -, verranno proposti il Cuvée Louise 1999 e 1990 ed i Grand Cru Millésimé 1999 e 1990. Questo nel dettaglio il menu:
Aperitivo: Ostriche Perla Nera & Jamón Ibérico de Bellota, Bruschetta liquida, Croccantino di pollo con yogurt liofilizzato, Bon Bon basilico e cetrioli
(Annie Féolde e Andrea Migliaccio)
Con Champagne Les Clos Pompadour
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Gamberetti con crema di cocco, asparagi di mare, alici alla colatura e farfalle (Andrea Migliaccio)
Con Champagne Cuvée Louise 1999
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Risotto con nervetti di vitella, scampi e liquirizia (Annie Féolde)
Con Champagne Grand Cru Millésimé 1999
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Triglia con ricotta affumicata, olive, broccoli al tartufo e crema di cavolfiori alla vaniglia (Andrea Migliaccio)
Con Champagne Cuvée Louise 1990
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Pane, olio, sale e cioccolato (Annie Féolde)
Con Champagne Grand Cru Millésimé 1990
Per informazioni e prenotazioni:
Ristorante L’Olivo – Due Stelle Michelin
Capri Palace Hotel & Spa
Via Capodimonte 14 Anacapri
Tel. 081 978 0560
olivo@capripalace.com
www.capripalace.com
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