Uno spumante metodo classico da uve Piedirosso, nei Campi Flegrei

5 marzo 2019 by

Buono a sapersi che anche nelle piccole realtà resiste la voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo e diverso che suscita grande entusiasmo, come ad esempio provare a tirare fuori dal Piedirosso, nei Campi Flegrei, un sorprendente quanto delizioso vino spumante.

Invero le voci su prove, affinamenti e sboccature varie girano da diversi mesi, nel merito abbiamo raccolto più di qualche indiscrezione sulle quali però vige ovviamente il massimo riserbo. E’ doveroso invece riportare che non si va più rincorrendo (solo) il solito percorso che vede le cisterne di Falanghina, e già in qualche caso Piedirosso, raggiungere le autoclavi del trevigiano per poi ritornare, in bottiglia, sulle tavole flegree.

Stiamo parlando infatti di qualcosa forse meno ridondante ma proprio per questo, secondo noi, da valorizzare a prescindere dai numeri: si tratta di piccole produzioni di Metodo Classico che hanno come obiettivo da un lato soddisfare le tante richieste di mercato di bollicine (facili) da bere sopra tutto alle quali un po’ tutte le aziende si trovano a dover dare risposta negli ultimi anni, dall’altro poterle ricondurre ad un territorio di provenienza specifico dove, per quanto possibile, avvenga pure tutta la filiera. Più che di una rivoluzione diciamo che al momento si tratta di una piccola rivincita. 

Ci siamo così imbattuti in questo spumante unico nel suo genere  da queste parti, prodotto dai fratelli Nicola e Emilio Mirabella di Cantine dell’Averno¤ a Pozzuoli, cuore dei Campi Flegrei. Una manciata di bottiglie per il momento, un migliaio, non in commercio e destinate al solo consumo didattico che lasciano però presupporre una visione nuova e in qualche maniera stimolante per chi ama e si avvicina a questi territori, questi vini e ci spende del tempo camminandoci le vigne.

Si tratta di solo Piedirosso proveniente da alcuni filari di vigne vecchie a piede franco della collina di Cigliano che sovrasta il golfo di Pozzuoli, raccolto prematuramente e vinificato in bianco e che da un vino dal colore rosa pallido avviato alla seconda fermentazione in bottiglia dove vi rimane per circa 20 mesi. Non vi stiamo a spiegare il senso ancestrale di tutto questo ma il risultato è davvero una piacevole sorpresa: uno spumante dai gradevoli sentori floreali e fruttati, dal perlage essenziale, dal sorso vivace e di grande bevibilità. Non c’è da aspettarsi acidità spinte, né velleità particolari, bensì franchezza e il piacere di stare bevendo qualcosa di insolito, buono, magari affacciati su uno dei posti più belli al mondo, il lago d’Averno, al tepore di una splendida giornata di sole quasi primaverile!  

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Piedirosso Campi Flegrei Terracalda 2017 Cantine Babbo

4 marzo 2019 by

Conosciamo la storia ed il lavoro di Tommaso Babbo e la sua famiglia da molti anni, dei suoi vini ne abbiamo raccontato più volte su queste pagine, già quasi dieci anni fa, poco dopo l’esordio on line di questo diario, ce ne interessammo scrivendo dell’ottima Falanghina Sintema¤

Così dopo aver battezzato positivamente l’esordio dell’Harmoniae¤, una selezione di Falanghina prodotta per la prima volta nell’annata duemilasedici, rieccoci nuovamente alle prese con un loro vino, un tradizionale e schietto Piedirosso Campi Flegrei Terracalda duemiladiciassette, forse nella sua migliore uscita degli ultimi anni, prodotto con le uve provenienti dalle vigne di proprietà in località Scalandrone a Pozzuoli.

Scalandrone è generalmente il nome dato alla passerella utilizzata nei porti per lo sbarco delle persone e le merci dalle navi. Un tempo questo pezzo di terra che si allunga come una passerella tra i due laghi d’Averno nel comune di Pozzuoli e Fusaro nel comune di Bacoli veniva attraversato proprio come un ponte di collegamento tra le navi che sbarcavano a Cuma e l’entroterra flegreo. Non da oggi questo areale è un luogo particolarmente vocato per la viticoltura, le vigne qui godono di un microclima pazzesco, le esposizioni sono tutte baciate dal sole e le forti escursioni termiche notturne contribuiscono, con la vicinanza del mare e i venti che l’attraversano provenienti dal Canale di Procida e dalla Costa Cumana, nel farne un piccolo Cru nel cuore dei Campi Flegrei.

Qui nasce questo Piedirosso, vino dal colore rubino tenue ma vivace, il naso è essenziale, sa di fiori e frutti rossi con un tono scuro di grafite che ne ricama il tratto di provenienza da suoli vulcanici. Il sorso è asciutto, pieno e gradevole a bere, brevilineo come un classico rosso da pesce nonostante i tredici gradi inducano a pensarla diversamente. Ottimo il rapporto prezzo-qualità. 

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10 anni di Blog

3 marzo 2019 by

L’idea ci venne in mente una sera di primavera poco dopo il servizio di uno dei tanti appuntamenti con gli Amici di Bevute¤; era necessario lasciare traccia di quanto condiviso, degli appunti di degustazione, delle storie e delle persone¤, dei cibi e dei vini che ci piacevano e che andavamo a scoprire. Un diario enogastronomico vero e proprio, un po’ per ricordare, un po’ per guardare indietro e vedere da dove venivamo, come eravamo ma soprattutto se tutto quanto fatto avesse poi il senso che desideravamo.

Sono così trascorsi i primi dieci anni: c’è di tutto su queste pagine, ci sono ovviamente soprattutto gioie, qualche dolore, sorprese e speranze, le pause, tutte esperienze che ci hanno accompagnato con i sorrisi, le passioni, la grande voglia di raccontare che non abbiamo mai smesso di coltivare, quello spirito libero che ci aiuta a vivere questo nostro (piccolo) mondo che ogni giorno ci appare più circoscritto eppure l’unico che abbiamo da salvare, per salvare noi stessi. E quello che di buono c’è da mangiare e berci su.

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Comfort Wines, Chianti Classico 2017 Castellare di Castellina

1 marzo 2019 by

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Chianti Classico 2017 Il Castellare di Castellina - foto L'Arcante

Vi è un legame passionale fortissimo che periodicamente ci riporta all’amata terra toscana su quelle strade tanto camminate negli ultimi decenni quanto non scoperte del tutto. Non smetteremmo mai di bere e raccontare di certi posti, di taluni vini, così autentici.

La proprietà Castellare a Castellina in Chianti si estende per oltre 80 ettari, di cui 20 a uliveto e oltre 33 di vigna esposte perlopiù a sud-est, con un’altitudine media di 370 metri sul livello del mare. Per noi questo è uno di quei luoghi della memoria che ogni appassionato, piccolo o grande, non può far mancare tra le sue esperienze, cuore di quel Domini Castellare¤ del gruppo di Paolo Panerai che comprende altre perle italiche nella vicina Bolgheri (Rocca di Frassinello¤) e in Sicilia (Feudi del Pisciotto¤ e Gurra di Mare¤).

Tant’è, senza scomodare l’ingombrante vessillo Sodi di S. Niccolò ci godiamo questo splendido sorso dal sapore conservativo e dalla memoria storica più che viva. Un Chianti Classico di solo Sangioveto, come ci tengono a precisare da queste parti con un saldo di Canaiolo. Di colore rubino brillante con vividi riflessi porpora ha un bellissimo naso dal fascino anzitutto floreale, sa di viola e sprigiona un intenso aroma di frutti di bosco, lamponi e ciliegia. Il sorso è assai piacevole, asciutto, teso, puntuto, caldo con un finale di bocca sapido e avvenente, da metterci di fianco carni arrosto o zuppe maritate .

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Trentodoc Perlé Rosé Riserva 2012 Ferrari

27 febbraio 2019 by

Difficile pensare alle bollicine italiane senza tirare in ballo Ferrari e la famiglia Lunelli, se non il loro Giulio¤, il primo e forse l’unico grande Metodo Classico italiano capace di giocarsela alla pari con i grandissimi Signature Champagne d’oltralpe, fosse pure una qualsiasi delle altre etichette prodotte nelle loro cantine.

Trento doc Perlé Rosé Riserva 2012 Ferrari - foto L'Arcante

Vero è che negli ultimi 10-15 anni la crescita qualitativa degli spumanti italiani è stata esponenziale, pensiamo in primis ai Franciacorta, la stessa denominazione Trentodoc è cresciuta tantissimo, l’Alta Langa e l’Oltrepò Pavese, come anche qui dalle nostre parti in Campania la strada fatta è tanta con non poche soddisfazioni nella valorizzazione di piccole e medie produzioni da vitigno autoctono.

Sono stati fatti quindi grandissimi passi in avanti che non si possono negare, a tirare la volata del comparto è sempre più l’autoclave e il fenomeno Prosecco ma a parlare di numeri e dati economici, si sa, si corre sempre il rischio di offuscare le perle enologiche, così profondere attenzione e rispetto verso quelle aziende che in giro per l’Italia hanno investito seriamente nella ricerca e nello sviluppo di una possibile e migliore identità spumantistica non può e non deve passare inosservato, a riconoscerlo sono (finalmente) anche le masse critiche internazionali più autorevoli che trattano queste produzioni con maggiore attenzione riconoscendone il grande valore tradizionale e culturale oltre che tecnico ed edonistico.

Il Perlé Rosé rappresenta una piacevolissima esperienza gustativa, ne siamo appassionati non da ora e questa riserva duemiladodici ci dà la misura di come, anche in annate così complicate, un terroir unico nel suo genere e la sapienza e la conoscenza, unite al giusto tempo di maturazione, riescano ad offrire un così grande risultato: il colore rosa antico è tenue e il perlage brillante, l’ampio corredo aromatico intenso, tratteggiato perlopiù da nuances floreali e di piccoli frutti rossi e neri. La cuvée è in larga parte composta da Pinot Nero con un saldo al 20% di Chardonnay, se ne coglie pienamente il senso al palato, il sorso è vibrante, caratterizzato da grande verve e tipicità, sferzante e persistente nella sua avvolgenza. 

Leggi anche Altro che bollicine, Giulio Ferrari e basta! Qui.

Leggi anche Finger Food a quattro mani & Ferrari Perlé Qui.

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Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2006 Villa Dora

25 febbraio 2019 by

L’azienda¤ è nel cuore del parco nazionale del Vesuvio, uno dei luoghi magici di questa nostra amata Campania Felix, con vigne che godono di un terroir unico nel suo genere, con terreni di natura vulcanica – pomici e lapilli qui abbondano, le terre sono scure come la notte -, importanti escursioni termiche ed uve, tutte autoctone, che danno vini sorprendenti e difficilmente ripetibili altrove.

Lacryma Christi del Vesuvio bianco Vigna del Vulcano 2002 Villa Dora - foto L'Arcante

La famiglia Ambrosio è sbarcata nel mondo del vino poco più di vent’anni fa, già imprenditori di successo in campo oleario hanno contribuito in tutti questi anni con sacrificio e tanta ostinazione, nonostante le grandi difficoltà che hanno dovuto superare, alla crescita qualitativa dell’areale con una realtà splendida, con vigne e ulivi alle pendici del Vesuvio a conduzione biologica e molto attiva tra l’altro nell’accoglienza di qualità.

Il successo dei loro vini non è determinabile solo con i Diplomi di merito appesi alle pareti dell’ufficio di rappresentanza, nemmeno rincorrendo il nome Villa Dora stampato a colori sulle Guide ai Vini di maggior successo oppure nelle classifiche imperdibili del fenomeno di turno che rimane – a l l’ i m p r o v v i s o ! – giustamente folgorato sulla strada di Terzigno. Il successo di questi vini è misurato solo dal tempo, che sembra scolpire in ognuna di queste bottiglie, anno dopo anno, un messaggio fortissimo di autentica territorialità, una cartolina emozionante dipinta con i colori e i profumi che forse solo questa terra, con le sue uve qui coltivate, il Piedirosso, l’Aglianico ma soprattutto Coda di volpe e Falanghina, sono capaci di raccontare nel bicchiere in maniera così chiara e appassionata.

Ci viene da pensare, davanti a questo vino, con un sorriso di circostanza, che bisognerebbe istituire in certe aree a denominazione di origine di particolare vocazione ”la giornata nazionale del vino nel tempo”, invitare cioè ogni produttore a conservare un tot di bottiglie di tutte o alcune annate per poterle misurare negli anni, stapparle in maniera anonima durante queste giornate e servirle durante panel di degustazioni tecniche e banchi di assaggio al pubblico per coglierne lo stupore, la meraviglia, la sorpresa di molti e la gioia dei tanti.

No, non siamo dei folli o dei partigiani, più semplicemente siamo pienamente convinti, a ragion veduta, senza tema di smentita che tanto di nuovo sarebbe ancora da scrivere, a cominciare da questo Vigna del Vulcano duemilasei – 2 0 0 6 ! – che ci ha fatto letteralmente sobbalzare dalla sedia convincendoci a mani basse dello straordinario privilegio di poterlo raccontare ma anche quanto perdiamo ogni volta stappando certi vini forse troppo presto, presi da chissà quale ansia da prestazione.

Un assaggio sorprendente? Sì, ma nemmeno poi così inaspettato: un bianco decisamente ”giovane”, dal colore paglierino appena carico, dal naso intriso di piacevoli sentori di frutta appena matura, fiori gialli, sospiri balsamici, dalla tessitura fine ed elegante. Il sorso è teso, invitante, fresco e sapido, dal finale di bocca lunghissimo. Una bella cartolina dal Vesuvio, scritta con Coda di volpe e Falanghina, con 13 gradi, di 13 anni di Lacryma e Ammore.

Leggi anche Vigna del Vulcano 2012 Qui.

Leggi anche Tutti i vini di Villa Dora e la primissima annata del Forgiato 2001 Qui.

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L’Arcante su il Napolista, questi gli articoli pubblicati nell’ultimo mese

24 febbraio 2019 by

Il Napolista

Siamo giunti al giro di boa, è iniziata la seconda parte della stagione calcistica 2018/2019, come sapete dallo scorso Ottobre alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Italia¤ e in Europa.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno.

Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#13 Alex Meret, unico come il Capri bianco di Scala Fenicia Leggi Qui.

#14 Carlo Ancelotti e il Montevetrano, due fuoriclasse internazionali Leggi Qui.

#15 Simone Verdi e il Santa Pàtena 2016 de I Borboni Leggi Qui.

#16 Nikola Maksimovic e l’Armonico di Anna Bosco Leggi Qui.

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Si deve a Gennaro Martusciello molto più di un ricordo

21 febbraio 2019 by

Ci siamo tutti sentiti un po’ più vuoti quel giorno d’inverno di sette anni fa, era il 21 Febbraio del 2012, avevamo un nodo in gola, come non potevamo, eravamo dispiaciuti, commossi, tristi per la scomparsa di una persona così cara e stimata che tanto ha fatto e ha dato per i nostri Campi Flegrei.

Si chiudeva un’epoca: quella dei pionieri, di coloro i quali avevano come riferimento del mestiere praticamente solo se stessi, il più delle volte costretti, loro malgrado, solo a sognarlo ciò che avrebbero veramente desiderato fare in cantina, dei loro vini; più semplicemente, era necessario fare ciò che andava fatto e nel miglior modo possibile, senza troppi grilli per la testa.

Eh sì, perché quando più o meno venticinque anni fa, fuori dai confini regionali, a malapena si erano affacciati il Greco di Tufo di Mastroberardino, qualche volta il Taurasi, a Quarto e a Pozzuoli si cominciava a ragionare anche sulla Falanghina e il Piedirosso dei Campi Flegrei: “poveri, ma belli” venivano chiamati (e forse un po’ lo sono tutt’ora). Senza contare i primi, incontenibili successi commerciali del rilanciato Gragnano¤ della Penisola Sorrentina o dell’Asprinio d’Aversa¤, fermo e spumante. L’avremo letto centinaia di volte in articoli, guide, post, qui come altrove, un leit motiv quasi stancante, che però pare non bastare mai per ricordare  quanta strada sia stata fatta: “la famiglia Martusciello, che tanto ha contribuito al rilancio vitivinicolo regionale e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni campani”. Gennaro Martusciello in tutto questo, e in molto altro, ha avuto un ruolo cruciale, fondamentale, fosse solo per questo che oggi gli si deve molto più di un semplice ricordo.

E’ stata una persona stimatissima nell’ambiente don Gennaro, abbiamo sempre avuto la sensazione come fosse un uomo in tutto e per tutto calato ostinatamente nella sua dimensione: un grande talento, finissimo tecnico e profondo conoscitore della materia, imbrigliato forse da una realtà produttiva difficilissima e complicata, misconosciuta, talvolta talmente cruda che solo la malattia che l’affliggeva riusciva ad essere più desolante.

E’ stato un uomo vulcanico zio Gennaro¤, proprio come la sua terra, costretto nella morsa di un malessere che l’ha accompagnato praticamente tutta la vita, segnandolo sì profondamente nel fisico ma non nella testa, con un’invidiabile talento professionale che ne ha fatto un uomo del sud che ha dovuto faticare il doppio, anzi il triplo per emergere, affermarsi. Sì, perché Gennaro Martusciello un riferimento lo è diventato lo stesso, un esempio per tanti che l’hanno seguito, emulato, un riferimento assoluto per giovani e vecchie leve di enologi, ma anche di produttori, non solo in Campania che ne conservano molto più di un semplice ricordo.

Leggi anche l’Extra Brut ancestrale di Grotta del Sole Qui.

Leggi anche Campi Flegrei Piedirosso Riserva Montegauro Qui.

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Nessuna scusa, niente sarà più come prima

18 febbraio 2019 by

Mentre i numeri del vino continuano a registrare alcuni dati per certi versi allarmanti sui consumi in continuo calo e fissano con sempre maggiore evidenza quali siano le tipologie di vino maggiormente ricercate e bevute – è sempre più forte la tendenza soprattutto alle bollicine -, non vi è dubbio che alcuni vini sembrano avvantaggiarsi rispetto ad altri grazie a caratteristiche uniche che gli consentono di smarcarsi velocemente e lanciarsi, finalmente, senza particolari ansie da prestazione, tra le braccia dell’appassionato di turno.

Non vi è territorio più dei Campi Flegrei che sa di potersela giocare ad armi pari. Grande merito va a taluni produttori che da anni lavorano duramente per migliorarsi e che sono stati capaci di scrollarsi di dosso limiti tecnici e colturali azzerando stereotipi finalmente superati. Negli ultimi sei mesi di visite, chiacchiere, approfondimenti, assaggi ripetuti, ci viene d’obbligo avanzare l’idea che la vendemmia duemilasedici a Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Marano e sulle colline più prossime a Napoli ha per certi versi delineato uno spartiacque, una sorta di punto e a capo, una linea temporale dalla quale ripartire dopodiché nulla sarà più come prima, con i pro e i contro necessari, un’assunzione di piena responsabilità senza più sconti.

Un cambio di passo faticoso ma ormai necessario, indispensabile per non continuare a dilapidare un patrimonio vitivinicolo unico e irripetibile che aveva bisogno solo di essere approcciato con maggiore rispetto, conoscenza e capacità tecniche, dopo (troppi) anni di discontinuità e disattenzioni. Ne abbiamo piena testimonianza con alcune delle etichette più buone di sempre mai bevute, tra queste la Falanghina Cruna DeLago duemilasedici dell’azienda La Sibilla¤, probabilmente il vino tra i più costanti negli ultimi anni quasi a marcare un benchmark finalmente tangibile, frutto di un percorso lungo e ben definito oggi nei suoi obiettivi. Un bianco dal colore cristallino, dal naso orizzontale e complesso, intriso di sapidità e mineralità. 

Agnanum-falanghina-campi-flegrei-2015-Raffaele-Moccia - foto L'Arcante

Segnali forti ci erano arrivati da Raffaele Moccia¤, a più riprese sorprendente nelle sue versioni base e in qualche caso altisonante con il Vigna del Pino, il suo capolavoro, il cru di Falanghina prodotto in appena mille bottiglie, senza tema di smentita spesso nelle sue uscite il miglior bianco mai prodotto da queste parti negli ultimi anni, con questo duemilasedici a segnare decisamente il passo. Non è semplicemente buono a bersi, è la celebrazione di un varietale presente in molti territori in Campania e al sud ma che qui nei Campi Flegrei, in certi scorci metropolitani, dove la terra è vulcanica, conquista complessità, ampiezza e profondità impressionanti, senza sovrastrutture. Un bianco ricco di frutto, freschezza, abbondanza di sensazioni.

Ce l’ha ripetuto spesso Gerardo Vernazzaro¤ che il lavoro in cantina non ha bisogno di magheggi e artefizi particolari se in campagna si fa bene ciò che si deve. Quando il frutto che arriva in cantina è integro, sano, vieppiù figlio di un’annata equilibrata è solo da maneggiare con cura ed attenzione e da “lavorare” il meno possibile. Così ne viene fuori un vino pienamente espressivo, prorompente nella sua vivacità gustativa, un bianco dal naso intrigante, orizzontale ma che sa andare in profondità e suggerisce frutta polposa e sentori di macchia mediterranea e note iodate. Il suo Vigna Astroni duemilasedici regala un sorso fresco, sapido e minerale, giustamente caldo, definito perciò continuamente coinvolgente.

Ci siamo innamorati delle vigne e dei paesaggi di Bacoli e Monte di Procida. Delle terrazze e dei costoni scoscesi con vista mare, dove la vigna è un patrimonio straordinario e regala scenari di una bellezza unica che lentamente ritornano alla natura. Via Bellavista, su ai ‘Pozzolani’, i Fondi di Baia, via Panoramica a Monte di Procida dove da vigne a strapiombo sul mare nascono vini bianchi con caratteristiche olfattive decisamente interessanti, con una notevole impronta sapida e capaci, tra l’altro, di attraversare il tempo con discreta disinvoltura.

Ce lo ha raccontato con i suoi vini Gennaro Schiano¤, ce lo consegna da qualche anno ad ogni vendemmia con questa etichetta, il suo vino base, per dire, qui del duemilasedici, un bianco che ha vivacità da vendere, è invitante, fine e minerale, tra i più buoni ed equilibrati di sempre. Il naso è sottile e varietale, offre sensazioni di frutta e tratti mediterranei molto chiari, sa di sorbe, nespola e biancospino. Il sorso è fresco, giustamente sapido, appagante, sa pienamente di questa terra di mare. Nessuna scusa quindi, niente potrà essere come prima, ci si aspetta solo grandi vini per il futuro!

Leggi anche Piccola Guida ragionata ai vini dei Campi Flegrei Qui.

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Ci ha lasciati Gianfranco Soldera

16 febbraio 2019 by

Da sempre Gianfranco Soldera e i suoi vini dividono appassionati e critici di tutto il mondo suscitando, nel bene e nel male, passioni, discussioni e tensioni più di ogni altro produttore lì a Montalcino. 

Gianfranco Soldera¤ non c’è più, il suo cuore purtroppo ha cessato di battere questa mattina, pare mentre era alla guida della sua auto sulla strada di Santa Restituta, a pochi passi dalla sua tenuta. È stato, a suo modo, un grandissimo riferimento. Che la terra gli sia lieve. È per noi un giorno particolarmente triste.

Conserviamo di lui e tra gli altri di un altro grandissimo del firmamento ilcinese, Franco Biondi Santi, scomparso nel 2013, ricordi straordinari di alcuni dei momenti più belli ed emozionanti della nostra vita professionale legati al vino e a quei luoghi speciali che sono Montalcino, Case Basse¤ o la Tenuta Greppo che abbiamo più volte provato a raccontare su queste pagine.

Leggi anche Giro di vite a Montalcino, Gianfranco Soldera¤.

 

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Poi ti capita di bere Le Pergole Torte 2013 di Montevertine e… apriti cielo!

14 febbraio 2019 by

La storia di Montevertine è forse tra le più belle e desiderate per chi si è appassionato così tanto nel fare vino da decidere un giorno di abbandonare tutto, quale che fosse il precedente lavoro, per dedicarsi completamente alla vigna e alla produzione di vini. Certo le colline chiantigiane, Radda in Chianti, quei tempi, hanno avuto la loro indiscutibile influenza sulle scelte di Sergio Manetti.

Toscana igt Le Pergole Torte 2013 Montevertine - foto L'Arcante

Montevertine fu acquistata da Manetti nel 1967, allora Sergio era un industriale siderurgico abbastanza conosciuto, ne fece un casa di vacanza. Come tanti qui in zona tra le prime cose vi impiantò subito un paio di ettari di vigna con l’idea di produrre un po’ di vino per i suoi amici e clienti. Ne venne fuori nel ’71 una prima discreta annata, tanto buona a parer suo da spingerlo di mandarne alcune bottiglie al Vinitaly di Verona tramite la Camera di Commercio di Siena. Gli annali riportano che tale fu il successo di quelle bottiglie che la cosa diede il là a tutto quanto poi ci ha consegnato la storia dei successivi 50 anni di questo straordinario vino.

Abbiamo goduto di uno tra i migliori Sangiovese mai bevuti negli ultimi anni, una bevuta di grande soddisfazione perfetta incarnazione di quanto questo vino rappresenta per la storia e la cultura chiantigiana. C’è dentro questa bottiglia una moltitudine di storie di una terra magnifica, della gente che ha contribuito ha scriverla e a raccontarla, che l’ha difesa strenuamente, con battaglie anche clamorose, sino a condurla ai giorni nostri: Sergio Manetti, Giulio Gambelli e Bruno Bini, per dire.

Le Pergole Torte ha sempre dato dimostrazione di come un Sangiovese possa vivere fuori dal tempo, cavalcandolo senza rimanervi imbrigliato, un vino mai urlato, un quadro autentico, senza sovrastrutture inutili, da aspettare e da godere. Ci è piaciuto tanto questo duemilatredici, forte la connotazione territoriale, con quel filo di frutta continuamente in evidenza, con l’erbaceo e il balsamico a fare da sottofondo, appena speziato; il sorso è gradevolissimo, s’accende giustamente acido, con un tannino sottile e perfettamente integrato, sottile ma affilato, che sul finale di bocca regala un ritorno gustativo piacevolmente corroborante.

Vi è su queste pagine traccia di altre bevute di questo vino, qualcuna anche interlocutoria, qualche altra memorabile. Non abbiamo mai smesso, quando ci è stato possibile, di lasciarne una testimonianza poiché Montevertine, come ama spesso ribadire anche Martino Manetti, il figlio di Sergio che continua la tradizione famigliare nella conduzione dell’azienda dopo la scomparsa del padre, non ha mai ceduto alle lusinghe di vitigni internazionali o altre varietà puntando esclusivamente sui tradizionali Sangiovese, Canaiolo e Colorino, così Le Pergole Torte, tra l’altro prodotto con solo Sangiovese, rappresenta con pochissime altre etichette qui in Toscana quel vino icona di riferimento proprio grazie a questa impronta fortemente identitaria di questi luoghi.

Leggi anche Le Pergole Torte 1995 Qui.

Leggi anche Le Pergole Torte 2000 Qui.

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Fiumana di Predappio, Il Sangiovese di Romagna 2017 di Noelia Ricci

12 febbraio 2019 by

Non è certo la Romagna il primo posto che ti viene in mente quando cerchi un Sangiovese purosangue nonostante la regione ne abbia di belle storie interessanti da raccontare con i suoi vini. Va da sé che il piacere è doppio quando ci prendi, o forse sarebbe meglio dire quando chi ti ha consigliato ha fatto centro.

Sangiovese di Romagna Predappio il Sangiovese 2017 Noelia Ricci

Invero il primo approccio non è stato dei più esaltanti, anzi, il naso soprattutto si è dimostrato inizialmente addirittura sviante, sicuramente ampio e intriso di cose da raccontare ma un po’ sovrapposte, così come il sorso, in avvio apparentemente scisso e impreciso, monocorde, ma qualcosa ci ha tenuti ”appesi”, qualche cosa di insolito che ci ha invitati ad attenderlo persino un giorno in più. E sì, perché questo vino ci ha convinto pienamente solo il giorno dopo averlo aperto.

L’area di produzione del Sangiovese di Romagna si sviluppa perlopiù a sud della via Emilia, tra le province di Ravenna e Forlì-Cesena, con quote generalmente basse ma che in qualche caso raggiungono i 100 e i 350 metri s.l.m.; qui i terreni sono di matrice sedimentario-argillosa e si contano ben 12 sottozone, tra queste l’areale di Predappio, una sottozona molto estesa e luogo storico per la viticoltura e per la storia del Sangiovese di Romagna.

Il Sangiovese duemiladiciassette di Noelia Ricci viene fuori da un piccolo cru sul crinale della collina esposto a sud-est, tra i 200 e i 340m s.l.m. in località San Cristoforo. La terra qui è argillosa e leggera per la presenza di sabbie ricca di minerali sulfurei e calcarei, con il mare che da qui dista circa una cinquantina di chilometri. Tutti elementi che pian piano si sono rivelati e che abbiamo ritrovato nel bicchiere. Il colore rubino è vivace e luminoso, il naso dopo un lungo respirare ci ha regalato un delizioso afflato di frutta rossa ben matura, così in bocca, dopo i primi sorsi un po’ concentrici ci siamo ritrovati, più che altro il giorno dopo, un vino piacevolissimo, coinvolgente, disteso, sapido, succoso, asciutto ma godibilissimo, un’altra cosa, buonissimo da metterci vicino pane e Salame di Felina come se non ci fosse un domani. Una piacevole scoperta su cui torneremo sicuramente.

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Savigny-Lès-Beaune 1er Cru Cuvée Arthur Girard 2005 Hospices de Beaune

8 febbraio 2019 by

Questi luoghi possiedono un fascino incredibile e quando ci metti piede te ne porti via con te un pezzettino che conservi gelosamente per sempre. Qui, all’Hôtel-Dieu¤, ogni anno, da quasi 160 anni, a novembre, va in scena l’asta dei vini che contribuisce in maniera decisiva all’economia dell’Hospices, fondato nel 1443 dal cancelliere del duca di Borgogna, Nicolas Rolin nonché a sostenere tante altre iniziative benefiche sparse nel mondo.

Savigny-Les-Beaune Cuvée Arthur Girard 2005 Hospices de Beaune - Foto L'Arcante

A Savigny-Lès-Beaune di vino se ne fa tanto, il villaggio infatti sembrerebbe essere terzo solo a Mersault (che fa essenzialmente bianchi) e Gevrey Chambertin (rossi) per le quantità di vino negoziate ogni anno. L’appellation inoltre trae senz’altro giovamento anche dal più ampio e riconosciuto successo dei nobili vicini, pur garantendo Pinot Noir sempre abbastanza netti, ancorché sgraziati, ma molto vicini alla qualità dei più ricercati rossi di Beaune, con a favore un rapporto prezzo-qualità davvero affidabile, almeno nel 80-90% dei casi.

L’etichetta che vi raccontiamo richiama la memoria di Arthur Girard che alla sua morte, nel 1936, donò una parte dei suoi beni di proprietà all’Hôtel-Dieu, tra questi i terreni a Savigny-lès-Beaune les Guettottes, les Peuillets, les Hauts Marconnets e Bas Marconnets, les Lavières, les Charnières, les Champs Charbons e Aux Fourches. La Cuvée che porta il suo nome viene generalmente prodotta con le uve provenienti principlamente dai due Premiers Cru les Bas Marconnets e les Peuillets proprio a ridosso di Savigny.

L’impronta di questo duemilacinque è importante, è una piacevolissima esperienza sensoriale, il colore è splendido, una pennellata di vivace rosso rubino, trasparente e luminoso. Il naso è ampio e intenso, sa di frutti rossi ben maturi, amarena e susina, note di sottobosco, poi cuoio, tabacco biondo e pietra bagnata, infine spezie fini. Il sorso è vibrante, il vino ha una tessitura fine e buon nerbo, non ha la profondità dei grandi vini di Borgogna ma il tannino è vivido e chiude con una carezza il finale di bocca. Come tutti i vini provenienti da questo areale e con questa etichetta anche questa bottiglia è un buon affare che coniuga al meglio la suggestione dell’istituzione con una buona sostanziale rappresentazione territoriale.

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Pozzuoli, Falanghina dei Campi Flegrei Harmoniae 2016 Cantine Babbo

6 febbraio 2019 by

L’areale dello Scalandrone tra Pozzuoli e Bacoli è uno dei luoghi più suggestivi di questo pezzo di Campi Flegrei, luogo particolarmente vocato per la viticoltura, si erge dalla piana del lago d’Averno sino ad affacciarsi sul Lago Fusaro e quindi sul mare aperto della vicinissima Costa Cumana.

Qui, tra le tante storie di persone, vigne e vini vi è quella della famiglia Babbo. Una famiglia con radici forti sul territorio, sono tra l’altro apprezzati ristoratori di lungo corso, e proprio grazie a questa attività ultradecennale che non hanno mai smesso di coltivare la terra, una manciata di ettari preservati per garantirsi e garantire ai propri avventori materie prime di pregiata qualità e a km 0. Così anche la vigna e il vino hanno avuto negli anni un ruolo decisivo in particolar modo nella storia personale di Tommaso, sino a prenderne talvolta quasi il sopravvento pur con alti e bassi.

La vigna conta poco più di 1 ettaro, piantato perlopiù con Falanghina e in larga parte Piedirosso, piante baciate dal sole capaci di tirare fuori vini caratteristici ed apprezzabili sin dalle prime vinificazioni, tanto da spingerlo già nel 1995 e poi nel 1996, dopo varie peripezie per trovare qualcuno disposto nell’aiutarlo nelle varie prassi autorizzative, a metterne in bottiglia una parte da poter commercializzare anche fuori dalla propria attività di ristorazione.

Una storia quella di Cantine Babbo lunga oggi quasi 25 anni, tanti o pochi sono serviti a rincorrere un sogno, consolidare un valore importante come il legame con questa terra. Cosciente della necessità di proporre un salto di qualità ai suoi vini, già da qualche anno Tommaso, dopo un percorso di affiancamento con Vincenzo Mercurio, ha affidato la parte enologica alla giovane figlia Alessia che ci auguriamo sappia fare suoi questi principi e mantenerne il giusto profilo conservativo.

Certo sarà necessario un lungo percorso di studio e analisi, ma soprattutto di confronto, sia con quanto avviene sul mercato oggigiorno ma anzitutto con quanto si sta facendo sul territorio per dare maggiore risalto e lustro all’unicitá dei varietali qui coltivati. I vini provati sono fortemente incoraggianti, tutti puliti e concreti, immediati e godibili, tra questi ci ha piacevolmente colpito l’Harmoniae duemilasedici, una manciata di bottiglie, appena 3500, di un bianco proveniente da una selezione di Falanghina, alla sua prima uscita, messo in bottiglia dopo una sosta più lunga sulle fecce fini.

Un esordio a dir poco convincente che ci consegna un vino bianco dalla trama essenziale e coinvolgente, con un profilo olfattivo tenue ma pienamente varietale, dapprima erbaceo, poi appena agrumato, quindi fruttato. Al palato è secco, fresco e coinvolgente, un sorso tira l’altro, uno scandire piacevolissimo con un finale di bocca rinfrancante, vivace e leggero. Saltato il 2017 questa etichetta sarà nuovamente prodotta con l’ultima vendemmia 2018 ora in affinamento in cantina, non ci resta che attendere!

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My name is Tannino

4 febbraio 2019 by

La lunga esperienza professionale e le molte bevute alle spalle ci hanno lasciato scoprire e apprezzare nel tempo tanti vini tratteggiati e caratterizzati talvolta in maniera decisiva dal tannino, bottiglie che in qualche maniera abbiamo poi imparato ad amare oppure deciso di lasciar perdere perché (troppo) lontane dal nostro gusto. Di vini ‘’tannici’’ ve ne sono in giro per l’Italia molti, alcuni memorabili, altri meno ma in larga parte caratteristici e coinvolgenti.

Si pensi ad esempio ai grandi Nebbiolo di Barolo¤ e della Valtellina o ai più classici Sangiovese che danno vita a certi Brunello di Montalcino o Nobile di Montepulciano. Qualcuno ha mai provato un Pignolo o un Tazzelenghe¤ friulani? O un Sagrantino di Montefalco¤? Invero, già nella nostra amata Campania Felix vini con ‘’tannino da vendere’’ ne abbiamo eccome, basti pensare all’Aglianico, o al Tintore¤ di Tramonti per citarne giusto un paio.

Ma cosa sono i tannini? Ebbene, appartengono alla famiglia dei polifenoli e sono i principali responsabili del carattere astringente dei vini; sono suddivisi in tannini condensati (propri dell’uva), tannini idrolizzabili o ellagici (derivanti principalmente dal legno). Sono generalmente presenti nel raspo, nei vinaccioli e nella buccia dell’uva e sono diversi i fattori che concorrono alla sua forma e sostanza.

Raspo. Sono generalmente ricchi di composti fenolici più o meno polimerizzati e a forte potere astringente.

Vinaccioli. Sono fonte importante di composti polifenolici per quanto concerne la vinificazione in rosso; contengono dal 20 al 55% dei polifenoli totali dell’acino, in funzione della varietà. Nel corso della maturazione aumenta il loro livello di polimerizzazione. I vinaccioli raggiungono la loro dimensione definitiva prima dell’invaiatura, momento in cui raggiungono la loro maturità fisiologica. Osservare e assaggiare i vinaccioli nelle fasi finali del ciclo della vite è fondamentale per determinare anche empiricamente la maturità fenolica dell’ uva.

Quando l’uva non è sufficientemente matura, i vinaccioli sono verdi e ancora ricoperti da sostanze pectiche o mucillaginose (come una sorta di placenta a protezione dell’embrione), all’assaggio sono amarissimi e provocano decisa astringenza; in questa fase i tannini hanno un basso grado di polimerizzazione e sono pertanto molto reattivi e presentando carica elettrica negativa, reagiscono facilmente con le glicoproteine della saliva, caricate positivamente, facendoci percepire la sensazione gustativa amaro-astringente.

Quando l’uva è mediamente matura, presenta vinaccioli che dal verde virano al marrone, lo strato protettivo inizia a staccarsi, all’assaggio sono mediamente astringenti e amari ma non eccessivamente, in quanto in questa fase i tannini presentano un grado di polimerizzazione intermedio e la reattività con le proteine inizia a diminuire.

Quando l’uva è matura, i chicchi presentano vinaccioli che da marrone tendono al nero, si svuotano all’ interno, i tannini hanno un alto grado di polimerizzazione e pertanto la loro reattività è quasi o del tutto nulla con le glicoproteine della saliva.

Per dirla con parole semplici e non entrare oltremodo in meccanismi biochimici complessi e difficili da comprendere, possiamo affermare che nel frutto immaturo i tannini sono scarsamente polimerizzati e con il progredire della maturazione la polimerizzazione aumenta per cui il sapore tannico, quella sensazione allappante, si attenua fino a scomparire a fine maturazione.

Per capire meglio i tannini e le sostanze polifenoliche in generale, dobbiamo sempre tener presente che la vite non porta avanti la maturazione del frutto e quindi del vinacciolo per farci fare il vino buono, ma per un concetto spesso sottovalutato o per niente considerato ovvero la sua riproduzione, per la continuità della specie. Non a caso quando l’uva non è matura è anche acida, ha poco zucchero e le sostanze fenoliche hanno un ruolo perlopiù di difesa e di repellenza, per scoraggiare cioè gli uccelli a magiare l’uva rendendola quindi sgradevole all’assaggio, in quanto il seme non è ancora maturo.

Non è così a fine ciclo, quando l’uva diviene dolce, quindi poco acida, la repellenza pertanto svanisce (si abbassano le difese) per invitare gli uccelli a beccare gli acini e portare i semi in giro attraverso le loro deiezioni, appunto con l’obiettivo della riproduzione. In buona sostanza volendo non è necessario il rifrattometro, o il mostimetro, analisi particolari per avere l’idea della maturità dell’uva, talvolta basterebbe osservare il colore dei vinaccioli e un assaggio per coglierne la maturità, con l’aiuto poi di api e uccelli che quando iniziano a mangiare gli acini ci danno indicazione che siamo (quasi) pronti per raccogliere.

Buccia. I composti fenolici presenti si ripartiscono nelle cellule dell’epidermide e nei primi strati della sotto epidermide. I tannini presentano strutture complesse ma il loro grado di polimerizzazione varia poco durante la maturazione e il loro potere astringente tende man mano a diminuire; essi sono molecole con proprietà colloidali a differenza dei tannini di raspo e vinaccioli. E’ risaputo che i tannini delle bucce sono meno astringenti di quelli dei vinaccioli causa probabilmente di un loro maggior grado di polimerizzazione (circa 15 unità rispetto a un media inferiore a 10 unità per quelli dei vinaccioli) oltre al fatto che essi sono spesso presenti in forma di complessi tannini-polisaccaridi e tannini-proteine che conferiscono morbidezza al vino.

La quantità e qualità di questi composti sopraccitati dipende sia dalla varietà sia dalle tecniche colturali utilizzate in campo, sia dalla scelta dell’epoca di raccolta ed anche dalle tecniche di ammostamento e vinificazione.

Diraspatura e Pigiatura. Da studi (Ribereau-Gayon) emerge che la presenza di raspi aumenta i polifenoli totali (tannini compresi ovviamente) ma diminuisce l’intensità colorante e questo pare dovuto a un effetto adsorbente da parte dei raspi nei confronti degli antociani. Considerando l’evoluzione del colore grazie anche alla copigmentazione si è osservato come vini non sottoposti a diraspatura diano nel tempo vini più colorati, anche se inizialmente l’effetto è esattamente opposto.

In primis, arrivata in cantina, l’uva è sottoposta spesso a una pigia-diraspatura o viceversa a una diraspa-pigiatura. Considerando che i tannini localizzati nei raspi sono a forte potere astringente e quindi i meno nobili, l’utilizzo di pigiadiraspatrice ha come rischio principale quello che i raspi siano schiacciati e quindi rilascino succo vacuolare amaro e astringente. Compiendo invece una diraspa-pigiatura non s’incorre in questo spiacevole inconveniente ma si rischia di aver una minor resa causata da una perdita di prodotto in fase di diraspatura; ovviamente non è condizione del tutto necessaria e difatti in alcuni casi questo passaggio viene eliminato come ad esempio quando s’intende effettuare una macerazione carbonica, in cui l’integrità del grappolo è fondamentale.

Macerazione. Operazione di dissoluzione nella parte liquida dei composti localizzati nelle parti solide dell’uva ottenuta per rottura degli acini durante la pigiatura. La fase fondamentale di una vinificazione in rosso è la cosiddetta macerazione; essa apporta fondamentalmente composti fenolici per struttura e colore del nostro prodotto finale oltre che per quanto riguarda la componente aromatica e altre importanti sostanze. Come abbiamo visto in precedenza nel grappolo si ha una vasta gamma di tannini ognuno con un “sapore” proprio, i quali si localizzano in determinati siti. Lo scopo della macerazione è quindi quello di far si che vengano estratti i componenti migliori per aroma, sapore e struttura cercando di non far passare nel prodotto sostanza con nota vegetale, amara, erbacea ecc.

I Fattori coinvolti sono molteplici: il tempo, maggiore è il tempo di contatto, maggiore è l’estrazione; la temperatura, più è alta, più si contribuisce all’estrazione; il contatto liquido-solido, più lungo è il contatto, piu alta è l’estrazione; l’anidride solforosa, dosi eccessive decolorano, dosi mirate hanno azione estrattiva; l’alcol, più siamo in presenza di alcol e maggiore sarà l’estrazione tannica in quanto l’alcol è per natura un solvente; infine l’enzimaggio, termine un po’ curioso ma che in sostanza ci suggerisce che con l’aggiunta di enzimi macerativi si aumenta l’estrazione del colore e dei tannini.

Ci sono varie tecniche di macerazione che si differenziano sostanzialmente per epoca (pre-fermentativa, fermentativa, post-fermentativa), temperatura, durata che contribuiscono all’estrazione del tannino. Tra queste è bene ricordare:

Macerazione Pre-Fermentativa a freddo (MPF). Questa tecnica consiste nel ritardare l’avvio della fermentazione dei mosti rossi per un tempo variabile dall’una alle due settimane. Essa si basa sul principio di raffreddamento del pigiato (una forma più elaborata prevede il raffreddamento attraverso CO2 liquida o neve carbonica) in modo tale da favorire, attraverso lo choc termico, la rottura delle cellule e la liberazione di succo molto tintoreo. Si ottiene quindi un’estrazione che privilegia il colore attenuando l’estrazione della componente tannica. Dopo questo primo periodo di estrazione a freddo la temperatura viene riportata a livelli idonei per l’inizio della classica fermentazione in rosso.

Macerazione Post-Fermentativa. E’ di solito riservata ai vini destinati a un lungo invecchiamento poiché ha lo scopo di estrarre i tannini dei vinaccioli che andranno con il tempo a interagire con altre sostanze contribuendo alla rotondità del vino. La macerazione è accompagnata spesso da rimontaggi che favoriscono l’aerazione del mezzo e un continuo contatto tra vinacce e parte liquida omogeneizzando la massa.

Macerazione Carbonica. Viene utilizzata frequentemente per vini di pronta beva come i Novelli ma non solo, favorisce la degradazione dei tessuti vegetali; i composti fenolici, antociani e sostanze azotate diffondono più velocemente dalla buccia. L’estrazione di tannini e dei pigmenti polimerici è minore rispetto alla vinificazione classica; ne consegue un vino con minore intensità colorante ma con una componente aromatica imponente. Le caratteristiche di questi vini sono generalmente:
• Colore vivace, non molto intenso;
• Profumo intenso e particolare (fruttato) di durata limitata;
• Tannicità e acidità fissa contenuta;
• Estratto secco non elevato;
• Morbidezza e rotondità di gusto.

Fase di affinamento in legno. In questa fase entrano in gioco un altro tipo di tannini, i tannini idrolizzabili, derivanti dal legno (botti o surrogati). Essi possiedono molti gruppi ossidrilici (OH) suscettibili a essere ossidati e quindi hanno un forte potere antiossidante nei confronti di altri composti presenti nel mezzo. Fanno parte di questa categoria i tannini ellagici e i tannini gallici poiché idrolizzati liberano rispettivamente acido ellagico e gallico. I tannini svolgono anche varie funzioni secondarie tra le quali:
– Combinazione con le proteine;
– Combinazione con i polisaccaridi: questo legame comporta una diminuzione dell’aggressività dei tannini interferendo nel legame sopraccitato tannini-proteine salivari e conferendo quindi una maggior morbidezza al prodotto;
– Polimerizzazione;
– Chelazione dei metalli eliminandoli dal mezzo;
– Condensazione: uno dei fenomeni più complessi a cui partecipano i tannini è la condensazione con gli antociani (frazione colorante).

Tannini aggiunti. Oggigiorno esistono in commercio innumerevoli preparati di tannini ognuno con uno scopo preciso, in base alla composizione (siano essi tannini di vinaccioli, bucce, ellagici, di quercia, castagno, di the, di limone, da mimosa, di tara, di galla, di quebracho, di frutti rossi, di rovere, ecc) e al momento in cui questi vengono aggiunti al vino.

In linea del tutto generale si può dire che sia per la stabilizzazione proteica sia per la protezione del colore siano preferibili i tannini proantocianidinici mentre per quanto concerne il loro potere antiossidante siano più indicati i tannini idrolizzabili.

In conclusione, ripensando alla componente polifenolica del vino che viene condizionata da fattori quali il vitigno, le caratteristiche pedoclimatiche del luogo di coltivazione e le tecniche di coltivazione, vinificazione, invecchiamento e/o conservazione applicate ci viene da fare un’ultima considerazione: che senso ha eliminare i vinaccioli dalla macerazione e poi dopo aggiungere tannini da vinacciolo di un’altra varietà? Che senso ha la pressatura soffice per eliminare immediatamente le bucce e poi dopo aggiungere tannini di buccia estratti da vinacce fresche, ad esempio di Chardonnay? Che senso ha quindi aggiungere, più in generale, se la miglior cosa da fare appare essere togliere?

Togliere e non mettere quindi, questo dovrebbe essere il motto, o meglio lavorare con i buoni propositi di preservare quanto di meglio ci sta nel frutto, a partire da una materia prima sana ed eccellente, figlia di una viticoltura di precisione, per grazia di Dio di una buona annata e di un’enologia non necessariamente sottrattiva a causa di chiarifiche o filtrazioni spinte, senz’altro non additiva ma bensì conservativa di tutto quanto di buono naturale vi è nell’uva e che dovremmo ritrovarci poi nel nostro bicchiere di vino!

di Gerardo Vernazzaro, Viticoltore ed Enologo¤.

Con la collaborazione di Angelo Di Costanzo¤.

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L’Aglianico, l’effetto elastico e il Taurasi 2007 di Michele Perillo

1 febbraio 2019 by

Torniamo a raccontare di un grande vitigno del Sud, l’Aglianico, varietale che dona vini meravigliosi ma che continua a soffrire una sorta di effetto elastico su troppi appassionati. Di certo non manca (quasi) mai di stupire, appassionare, conquistare, come nel caso di questo splendido Taurasi che ha fatto letteralmente breccia nei nostri cuori, piccolo capolavoro di espressività ed equilibrio.

Ad ogni assaggio nella stragrande maggioranza dei casi si susseguono sensazioni molto positive e grande piacere gustativo che si muovono con molta intensità, con chiare manovre di avvicinamento seguite da profonda devozione, poi un repentino allontanamento, quindi ci si riavvicina nuovamente. Alcune volte manco ce ne accorgiamo eppure, a pensarci bene, un po’ tutti seguiamo questo alternarsi di emozioni con l’Aglianico e il Taurasi, vino tra le sue massime espressioni, in modo del tutto naturale ed istintivo. Non che vi siano dubbi sulla passione e sull’amore per questo varietale e per questi vini, ogni tanto però è come se fosse necessario allontanarsene per sentirne la mancanza, mettere distanza per poi colmarla.

Chi ama gli almanacchi e sa ricercare il buono in bottiglia conosce molto bene Michele Perillo, un po’ per la sua Coda di Volpe, un bianco anacronistico ma sempre avvincente, un po’ per la sua profonda dedizione alla valorizzazione dell’Aglianico in quel di Castelfranci che raggiunge picchi di espressività assoluta, tra gli altri, proprio con questa etichetta qui, annata duemilasette, un millesimo se vogliamo eterogeneo che ha però tratteggiato in qualche caso Taurasi di incredibile pienezza e complessità senza sovrastrutture inutili fini a se stesse; da queste parti poi il particolare microclima dell’areale contribuisce non poco a favorire raccolti con uve pienamente mature con buono equilibrio in zuccheri, composti fenolici, acidi e sostanze minerali capaci di dare vini di nerbo, sostanza e in grado di sfidare il tempo.

L’azienda conta sostanzialmente su cinque ettari di vigneto piantati perlopiù tra Contrada Baiano e Contrada Valle a Castelfranci – qui le altitudini arrivano sino ai 500 metri s.l.m. -, dove ha sede anche la cantina, e nel comprensorio del vicino comune di Montemarano, altro luogo d’elezione per questo straordinario vitigno. L’areale rientra geograficamente in quello che abbiamo imparato a conoscere come il Versante Sud/Alta Valle del comprensorio della docg Taurasi. In sede di vinificazione non vi sono particolari protocolli prestabiliti, è la sensibilità del vigneron che regna sovrana sulle scelte che si fanno in cantina soprattutto in funzione degli andamenti climatici registrati, in questo caso il vino ha passato circa due anni in legno tra botte grande da 20 hl e barriques di terzo e quarto passaggio.

A distanza di poco più di 11 anni il colore è uno splendido rubino concentrato, il naso è fitto, subito caratterizzato da sentori di viola, ciliegia sotto spirito, pepe, lentamente vengono fuori toni più scuri, accenni balsamici e nuances di tabacco e spezie dolci. Il sorso è graffiante, ha tannino di carattere ma ben fuso con il corpo del vino, si distende agile e fine e tira dritto regalando un finale di bocca piacevolissimo e polposo. Altro che effetto elastico, verrebbe da dire!

Leggi anche A proposito dell’Aglianico e del Taurasi Qui.

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Elogio della bevibilità

28 gennaio 2019 by

Vi è negli ultimi anni una ricorrente deriva acidistica¤ a cui molti tra appassionati e bevitori esperti continuano a strizzare l’occhio certificandola come una sorta di avanguardia enoica non più trascurabile, anzi, quasi una tendenza irrefrenabile mentre il mercato, quello che rappresenta una buona fetta delle movimentazioni di vino in tutti canali distributivi, continua ad apprezzare e a preferire le morbidezze e le dolcezze.

‘’Leggerezza” e “bevibilità”, termini sino a qualche tempo fa appannaggio di vini di basso profilo o comunque di secondo e terzo piano, sembrano invece ritornare parole di un certo spessore nel vocabolario tecnico-descrittivo anche degli esperti più ascoltati. Pensandoci, questo tipo di vini sono sempre stati parte della cultura italiana del vino ed in particolar modo di quella partenopea, c’è una immagine che non possiamo scordare, ben fissa nella memoria di tutti noi, quella del vino rosso bevuto fresco, se non freddo, talvolta con le percoche e quando troppo “tosto” (tannico, alcolico) con l’aggiunta di ghiaccio e gassosa per diluirne la struttura ed aumentarne la bevibilità.

Erano i tempi in cui il capo famiglia, seduto a capotavola, alla domenica, gestiva da sé la damigianella da 5 litri di fianco al tavolo facendo da coppiere distribuendo il vino ai commensali, indicando a tizio e a caio quando e perché fosse necessario un tot di diluizione. Possiamo quindi affermare senza ombra di dubbio che la tendenza è sempre stata a favore dei vini leggeri, caratterizzati da bassa gradazione alcolica e più o meno scarichi di colore in relazione al vitigno o agli assemblaggi di provenienza, di certo poco tannici.

Si arrivava a certi vini per vie traverse, anzitutto a causa le rese altissime per ettaro, le macerazioni brevi (quando non brevissime), l’assenza di tecniche enologiche capaci di garantire maggiori estrazioni (oggi si lavora anche con enzimi macerativi, attenzione alle temperature, i rimontaggi), soprattutto perché tranne in rari casi i legni di rovere francese e americano non si usavano affatto, quindi i tannini presenti nei vini erano pochi e perlopiù provenienti dall’uva e non rilasciati al vino tramite il contatto con il legno o altro.

La necessità di leggerezza è quindi una eco che arriva da molto lontano, non è una moda contemporanea o una tendenza lanciata dai nuovi intenditori; la ricerca, la voglia, il desiderio di vini oggi considerati moderni perché leggeri, luminosi perché (talvolta) trasparenti, godibilissimi perché caratterizzati da grande bevibilità, equilibrati e non pesanti, addirittura da bere freschi mettono proprio tutti d’accordo, appassionati, fini esperti degustatori e bevitori comuni. Restano forse figli di un Bacco minore, come erano considerati fino a dieci, vent’anni fa questa tipologia di ‘’vinelli’’, se paragonati ai grandi vini internazionali o ai Super qualchecosa, perchè concentrati, scuri, fitti, impenetrabili, alcolici, suadenti, voluttuosi e ricchi, quasi sempre affinati in legno pregiato, anzi, barriccati.

Stiamo pertanto assistendo ad un lento ma inesorabile cambiamento del fronte, ora la situazione si è praticamente ribaltata, assistiamo cioè ad una inversione di tendenza laddove alla potenza, la concentrazione e le alte gradazioni alcoliche di pesi massimi vengono preferiti la finezza, l’eleganza e la bevibilità di pesi medi-leggeri, dalle gradazioni alcoliche contenute; per dirla con parole dinamiche non più vini centometristi ma maratoneti, vini ossuti più che muscolosi, vieppiù quando identitari e di spiccata personalità varietale e territoriale.

Non ce ne vorranno alcuni ma riteniamo una fortuna questa decisiva virata, una variazione sul tema che consegna una idea quantomeno diversa del ’’vino modello’’ cui ispirarsi e al quale molti produttori tendevano spesso più per inerzia che per intuizione, talvolta ‘’conciando’’ i loro vini – proponendo cioè tagli con vini più tannici, intervenendo sulla gradazione alcolica, aggiungendovi varietà tintorie, o tannini esogeni, trucioli, gomma arabica, per dire -, al fine di renderli appetibili dal mercato perché simili a, somiglianti a, poiché la critica era massivamente orientata proprio a prediligere vini così fatti, concentrati e alcolici, in qualche maniera ‘’costruiti’’.

Un cambio di rotta che lentamente spinge oggi taluni esperti addirittura a storcere il naso davanti a questi vini quasi sempre uguali a se stessi e lontani anni luce dalla quotidianità dei comuni bevitori.

Questo passaggio epocale è merito di molti e un po’, diciamocelo, una piccola vittoria per quella realtà tanto sollecitata dai tanti movimenti naturali, bio e biodinamici che per quanto divisivi e contrastanti – talvolta incomprensibili – hanno però avuto il merito di stimolare anche i produttori cosiddetti convenzionali nel rivedere le loro scelte agronomiche e di vinificazione, rivolgendosi ad un modo di fare il vino in maniera più semplice, accorciando la filiera e gli interventi in vigna come in cantina; appare quindi fondamentale oggi più che mai mettere in bottiglia un vino sincero, identitario, una sorta di cartina tornasole del vitigno in relazione alle condizioni pedoclimatiche del territorio di provenienza, senza ricorrere necessariamente a maquillage eccessivi, ad una sorta di chirurgia plastica con il rischio di ritrovarci nel bicchiere vini talvolta caricaturali.

In natura ci sono vitigni che hanno queste caratteristiche, il Pinot Nero, il Gamay, il Piedirosso, il Rossese di Dolceacqua, la Schiava, per citarni alcuni tra i più comuni in Francia e in Italia. Anche se oggi non è poi così difficile trovare sul mercato dei Merlot, dei Cabernet Franc che sono stati messi, per così dire, a dieta per rispondere alle esigenze di un consumatore più attento alla bevibilità che alla sostanza, così aumentando le rese in vigna (meno zucchero, quindi meno alcol e meno tannino), anticipando il raccolto per ottenere un’acidità totale più alta e un ph più basso, abbandonando il legno non avendo più necessità di un effetto distensore per la parte tannica preferendovi una tecnica enologica più immediata che contribuisce ad ‘’alleggerire’’ i vini, come le macerazioni più brevi, a temperature al di sotto dei 22-24 gradi, macerazioni pre-fermentative a freddo o la macerazione carbonica delle uve totale o parziale.

Insomma, possiamo dire che se prima si faceva di tutto per estrarre quanta più sostanza possibile da certi vini, tannini compresi, oggi la tendenza è di estrarre il meno possibile, o quanto meno il giusto necessario per godere di vini territoriali, identitari e di carattere ma agili e vibranti, finanche serbevoli talvolta, vini che quando sono pienamente centrati rappresentano un vero elogio della bevibilità di cui non possiamo che continuare a parlarne un gran bene.

di Gerardo Vernazzaro, Viticoltore ed Enologo¤.

Con la collaborazione di Angelo Di Costanzo¤.

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Comfort Wines, ad esempio il Fidelis di Cantina del Taburno e il Rubrato di Feudi di San Gregorio

22 gennaio 2019 by

Come per i ”Comfort Foods” ovvero quei cibi a cui ricorriamo talvolta per soddisfare un bisogno emotivo alla ricerca di sapori consolatori, stimolanti e spesso nostalgici, così vi sono i ”Comfort Wines”, vale a dire bottiglie sicure, di solito appaganti, vini che continuano ad essere tra i più venduti sul mercato e consumati in Osterie, Wine Bar, Ristoranti e ultimamente finanche in Pizzerie, con grande successo soprattutto al calice.

Irpinia Aglianico Rubrato 2017 Feudi di San Gregorio - foto l'Arcante

Ne abbiamo già scritto qui, sono generalmente considerati economici e percepiti come semplici, immediati, che non richiedono particolari attenzioni oppure conoscenze specifiche in materia di degustazione per essere spiegati e apprezzati sin dal primo sorso. Vi sono, tra questi, alcuni vini che lentamente, anno dopo anno, sono letteralmente entrati a far parte della vita quotidiana di appassionati e non. 

Due esempi a noi molto cari sono il Rubrato di Feudi di San Gregorio e il Fidelis di Cantina del Taburno, entrati con pieno merito nella quotidianità dell’appassionato che oggi fa la spesa al supermercato, domani magari va ospite a pranzo a casa di amici, al sabato sera gli tocca scegliere il vino al Wine Bar oppure al Ristorante. Due nomi che vanno ben oltre la rappresentazione dell’azienda stessa che li produce, qualcuno lo ricorderà ma non di rado sono stati percepiti addirittura come una denominazione a se stante mentre per molti, possiamo dirlo senza temere smentita, continuano ad essere un investimento sicuro, moneta sonante per far girare velocemente la cantina.  

Il Rubrato viene prodotto ininterrottamente dal 1994, un Best Seller che ha pochi eguali in Campania dove continua a registrare i numeri più importanti tanto sul mercato Ho.Re.Ca quanto su quello della Grande Distribuzione Organizzata, oggi ribattezzata ”Canale Moderno”. Un rosso da uve Aglianico sempre all’avanguardia, dal colore vivace, franco ed espressivo al naso come al palato, dal sorso preciso e immediato come questo duemiladiciassette, un classico passpartout per entrare nelle corde di chi volge i primi passi con il vino, l’abbinamento cibo-vino o mostra le prime attenzioni ai varietali tradizionali dell’entroterra campano rifuggendo però dalle astringenze classiche dell’Aglianico.     

Aglianico del Taburno Fidelis 2015 Cantina del Taburno - foto l'Arcante

Alla stessa maniera dobbiamo dire del Fidelis di Cantina del Taburno, altro campione di vendite che ci accompagna praticamente da sempre. Se ne imbottigliano mediamente circa 150.000 bottiglie l’anno, anche qui Aglianico ma di provenienza dell’areale del Taburno; il vino base fa fermentazione malolattica in botti grandi da 50 e 100hl e quindi viene lasciato affinare in barriques generalmente di secondo e terzo passaggio. Venduto in larga parte in GDO non manca però quasi mai nelle migliori carte dei vini di Ristoranti e locali che hanno a cuore una scelta mirata di vini da proporre soprattutto al bicchiere.

Siamo rimasti piacevolmente soddisfatti da questo duemilaquindici, un rosso dal colore rubino e dai profumi gradevolissimi di piccoli frutti neri, dal naso ampio che ricorda toni scuri di grafite e sottobosco, finanche di tabacco. Il sorso è asciutto e profondo, il lungo percorso di affinamento lo alleggerisce dalle austerità caratteristiche dell’aglianico di queste terre beneventane consegnandogli però buon equilibrio e tipicità, unite a vivacità gustativa e piacevole persistenza.

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L’Arcante su il Napolista, questi gli articoli pubblicati nell’ultimo mese

19 gennaio 2019 by

Dallo scorso Ottobre, dopo qualche settimana dall’inizio della stagione calcistica 2018/2019 alcuni nostri contributi sono pubblicati sul giornale on line ilNapolista¤ dove ogni settimana proviamo a raccontare qualcuna tra le buone etichette campane prendendo spunto dai profili e dalle storie dei calciatori del Napoli¤, il nostro Napoli che continua ad incantare in Italia¤ e in Europa.

Lo facciamo alla nostra maniera, in modo semplice e spigliato cercando di offrire qualche buono spunto per bere meglio (almeno) alla domenica. E i calciatori, anzitutto quelli del Napoli, con le loro gesta in campo, le loro storie ci danno la misura per suggerire l’etichetta del giorno.

Questi che seguono sono gli articoli pubblicati nell’ultimo mese che vi riassumiamo in pochi passaggi essenziali, se vi va dategli una occhiata e scriveteci pure cosa ne pensate, diteci la vostra ne saremmo davvero felici.

#9 Piotr Zielinski, il Campione sospeso, tra Sogno di Rivolta e Terra di Rivolta di Fattoria La Rivolta Leggi Qui.

#10 Fabiàn Ruiz, un sorso di Jungano 2014 di San Salvatore Leggi Qui.

#11 Josè Callejon un vero lusso, come il Terra di Lavoro 2013 di Galardi Leggi Qui.

#12 Dries Mertens. Belga, napoletano, folle, dolce e ruffiano come il Passio 2012 di La Sibilla Leggi Qui.

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Terzigno, Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 Villa Dora

16 gennaio 2019 by

Non vi è tristezza più grande della superficialità con la quale alcuni uomini trattano alcune parole, certe frasi, pensando di usarle per offendere un popolo intero con oltre duemila anni di storia, cultura, valori straordinari. ”Forza Vesuvio!”, ”Lavali col fuoco!” si sente talvolta urlare a squarciagola dagli spalti…

E’ quindi un destino strano quello del Vesuvio, ammirato, amato, idolatrato eppure sollecitato come un fardello a fare del suo peggio. Puro delirio. Come il suo Lacryma Christi, conosciuto ed amato in tutto il mondo, simbolo – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è cantina, di quelle che contano, che non ne ha in listino almeno una referenza: un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva con l’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, si vende da solo. Eppure, per molti, al di là dei fiumi di vino venduti qua e nel mondo pare soffrire sempre un certo alone di una denominazione vetusta, statica, di un vino fine a se stesso, niente di più che un souvenir d’antan senza pretese fatto apposta per le carovane di turisti con i sandali e i calzini bianchi che brulicano in Penisola Sorrentina o sulle isole del Golfo di Napoli. Niente di più sbagliato!

Basta camminare, tra le altre¤, le vigne di Villa Dora per assaporare quanto sia diventato invece appassionante questo territorio e autentici i suoi vini. Qui siamo nel cuore del Parco del Vesuvio, a Terzigno, dove la terra è nera e dura come le pietre laviche dei muretti a secco che cingono le vigne difendendole dal bosco, intorno alla piccola cantina gioiello con annesso frantoio, tra le vigne di Falanghina e Coda di volpe, di Aglianico e Piedirosso che danno vita a vini che lentamente hanno saputo riappropriarsi di una dignità espressiva originale finalmente riconosciuta e rispettata come merita.

Un traguardo costato anni di lavoro e sacrifici enormi, soprattutto per chi come la famiglia Ambrosio ha scelto di fare grandi vini sin da subito, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse, portando in cantina solo uve di primissima qualità e investendo tanto, costantemente, nel sapere dove mettere le mani, lavorando come Dio comanda e poi aspettare.

Sì aspettare, perché è stato necessario che il tempo facesse il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché i bianchi da Falanghina e Coda di volpe, come i rossi da Aglianico e Piedirosso avessero la capacità di maturare il tempo necessario per consegnarci vini memorabili, proprio come questo Lacryma Christi rosso. Il Gelsonero è un connubio perfetto delle varietà rosse tradizionali dell’areale,  avvenente, immediato e godibile come solo il Piedirosso sa essere ed ampio, polposo e intrigante come da manuale per l’Aglianico. E allora sì, ”Forza Vesuvio!, lavaci tutti col fuoco incredibile di questo splendido Lacryma Christi rosso Gelsonero 2014 di Villa Dora!”.

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Falanghina Domus Giulii 2011 La Sibilla

14 gennaio 2019 by

E’ un vino con il quale continuiamo ad avere una certa distanza emozionale, convinti l’uno dell’altro di non piacerci abbastanza. Non riuscendo a perderci di vista, le ragioni del cuore sono tante e profonde, ci rasserena l’idea, ad ogni nuovo assaggio, che qualche anno è passato ma non invano.


Cento per cento Falanghina dei Campi Flegrei. Per la verità il vitigno si sa è diffusissimo in Campania ma sembra avere proprio qui nei comuni a ridosso della provincia di Napoli il suo terroir migliore – suoli vulcanici, microclima temperato con sole a mezzogiorno, il mare dentro –, che unito alle basse rese contribuisce ad esaltarne la spiccata vivacità e l’antica sgraziata tipicità.

Domus Giulii viene fuori da una selezione dei migliori grappoli provenienti da alcune vigne vecchie coltivate tra i comuni di Bacoli e Pozzuoli dalla famiglia Di Meo. Vincenzo, enologo giovanissimo ma con merito sin da subito pienamente immerso nelle responsabilità produttive della realtà famigliare flegrea, ne volle “sperimentare” anni fa con la dumeilaotto una versione decisamente diversa dal solito, un bianco macerato ed affinato sulle fecce fini. Luigi, pur restìo all’idea, lo lasciò fare, così, tanto per capire.

L’originalità con la quale questi vini tendono ad esprimersi è spesso figlia di un lungo percorso di maturazione, le macerazioni sono più o meno lunghe sulle fecce fini a cui talvolta si susseguono particolari passaggi di affinamento (anfore ecc.) e/o invecchiamento; ciò naturalmente premette una grande qualità della materia prima, quindi la certezza di un gran lavoro in vigna, oltre che un’abile capacità di intelligere il terroir di provenienza, col rischio, talvolta accade, di passare come una trovata estemporanea.

Non di meno, certe particolarità come il tono ombroso del colore – qui spiazzante -, i profumi eterei, il gusto quantomeno lontano dal solito, necessitano di una certa esperienza da parte dell’appassionato di turno o quantomeno una certa predisposizione per esser colte come marcatori di autenticità e non come un mero esercizio di stile fine a se stesso, talvolta addirittura deleterio per la tipologia se non per il produttore. Non a caso sono spesso vini prodotti senza i lacci delle denominazioni in cui ricadono le vigne di provenienza.

Venendo a noi, questo duemilaundici ha un bel colore oro cangiante, tendente all’ambra, quasi fulvo. Si sta con un vino di sette anni nel bicchiere, non so se rendiamo l’idea. Il primo naso è buccioso, poi si fa speziato, e di frutta secca; sa di uvetta, tè e camomilla, di scorzette d’agrumi e albicocca candite, il tono è un po’ iodato ma pulito e franco. Il sorso è subito materico, sulle prime un po’ spiazzante ma di buon carattere e discreta acidità e persistenza, anche qui pulito e senza sbavature, anzi, intriga profondamente e lascia la bocca piacevolmente ammantata di vino e di sale. Inutile negarglielo ancora un passo avanti rispetto agli esordi, restiamo  ideologicamente ancora lontani, però, forse, finalmente equidistanti, Domus Giulii rimane una valida alternativa espressiva che continueremo senz’altro a scrutare con sufficiente interesse.

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Niente di più. Niente di straordinario!

12 gennaio 2019 by

Qualche giorno fa, qui, scrivevamo la nostra su quanto sia di fondamentale importanza la salvaguardia del territorio perché alle imprese straordinarie dei privati viticoltori e produttori di vino flegrei degli ultimi vent’anni si affianchi sempre più il sostegno da parte di amministrazioni ed enti locali per la tutela del paesaggio con interventi preventivi su brutture urbanistiche e nel disinnescare quei segnali di dissesto geologico che puntualmente presentano il conto alle prime pioggie invernali. Ci sentiamo per questo pienamente partecipi con quanto manifestato dai Vignaioli Cirotani.

L'appello vignaioli cirotani - Vinocalabrese.it

Nel mese di ottobre 2018 più di 800 mm di pioggia sono caduti sul territorio cirotano. I danni conseguenti sono stati ingenti Vigneti alluvionati e rasi al suolo dall’esondazione dei torrenti; tutte le strade poderali in condizioni pietose, alcune completamente franate; briglie e opere di contenimento dei torrenti distrutte; la strada provinciale 12 (Cirò M.- Melissa) chiusa al traffico perché franata in due punti, isolando di fatto il comune di Melissa.

Gli eventi meteo certamente sono stati eccezionali, ma le cause del dissesto idrogeologico non sono da imputare solo a Madre Natura. Lo stato attuale delle campagne cirotane sono l’epilogo di una storia che corrisponde ad anni di abbandono e incuria, senza il minimo intervento di manutenzione ordinaria, su opere realizzate più di 50 anni fa! È arrivato il momento che il comparto vitivinicolo del Comprensorio Cirotano lanci il suo grido di rabbia e disperazione; perché è paradossale che soprattutto gli enti locali, lascino in balia degli eventi le aziende del più importante distretto vitivinicolo calabrese, unico ed ultimo vanto di questo territorio.

Se è vero che il comparto vitivinicolo regge l’economia di questo territorio, se è vero che le vigne rappresentano una risorsa paesaggistica, sociale e culturale, allora non è più ammissibile il silenzio e l’apatia delle istituzioni di fronte alla prospettiva che molte piccole aziende chiuderanno ed i vigneti, già da decenni al limite della sostenibilità economica, saranno abbandonati. Un silenzio che lascia basiti per quanto è chiaro che al declino della viticoltura cirotana corrisponderà l’inesorabile fine economica e sociale di questo territorio. Perchè finita la risorsa viticoltura non esiste altro.

È necessario risolvere l’emergenza, visto che a breve si ricomincia con i lavori in vigna, chiediamo però ai Comuni e agli altri Enti preposti di andare oltre l’emergenza, di dare il giusto peso all’importanza economica e sociale della vitivinicoltura del cirotano. L’invito rivolto a tutti i viticoltori è di far sentire la propria voce, per non scomparire nell’indifferenza generale, per dire alle istituzioni che DEVONO interessarsi alle sorti delle vigne del Cirò, alle sorti del Cirò. Basta fare il proprio dovere.
Niente di più. Niente di straordinario!

I Vignaioli cirotani Cataldo Calabretta, Francesco De Franco, Mariangela Parrilla, Assunta Dell’Aquila, Sergio Arcuri, Francesco Fezzigna, Vincenzo e Francesco Scilanga, Cristian Vumbaca e Francesco Scala.

Credits VinoCalabrese.it

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Torgiano Rosso Riserva Rubesco Vigna Monticchio 2009 Cantine Lungarotti

10 gennaio 2019 by

Un assaggio che ci mancava da qualche tempo, un vino indimenticato, tra i primi ad aprirci le porte su territori straordinari da scoprire che non abbiamo mai smesso di amare sin dal nostro primo passaggio da quelle parti, là a Torgiano, nell’agosto del ’99 quando visitammo l’azienda degustando diversi vini, poi il museo del vino¤. Un po’ di noi era rimasto là, così ci tornammo ancora per l’inaugurazione del museo dell’olio, un anno dopo. Un po’ di loro ce lo siamo inevitabilmente portati via con noi, per sempre.

Torgiano rosso Rubesco Vigna Monticchio Riserva 2009

A quasi vent’anni dalla scomparsa del Cavalier Giorgio Lungarotti avvenuta giusto pochi mesi prima d’allora, nell’aprile del ’99, ci ritroviamo, forse un po’ spiazzati ma comunque con gusto, davanti a un magnum di Riserva Rubesco Vigna Monticchio 2009.

Un vino che nasce proprio dall’intuito di Giorgio Lungarotti deciso a dare vita a qualcosa di straordinario per quell’epoca per l’Umbria seguendo un modello a quel tempo già affermato ed in forte espansione come il Chianti Classico, da qui distante poco più di un centinaio di chilometri. Non a caso le uve coltivate nel vigneto da cui prenderà poi il nome, poco fuori Torgiano, sono proprio Sangiovese e Canaiolo, varietà tipiche della vicina Toscana a cui si aggiungeranno qualche tempo dopo, ma in altri appezzamenti, alcune altre di richiamo internazionale tra cui soprattutto Cabernet Sauvignon e Chardonnay.

Per anni questo vino rosso ha sempre mantenuto questa base, in larga parte Sangiovese con una piccola quota di Canaiolo attraversando il tempo e le mode che hanno visto in cantina tutti i passaggi che la storia del vino italiano degli ultimi 40 anni ha poi attraversato, in qualche maniera subito, in parte superato, restando comunque un riferimento assoluto per la vitienologia umbra nel mondo. Un rosso austero, mai banale, capace di attraversare il tempo come pochi con non poche sorprese.

Così quando nel 1968 arriva la denominazione di origine controllata per l’areale si è di fatto decretato un valore enorme per quell’intuizione che, nel frattempo, già si fregiava di portare in etichetta il nome della vigna da cui nasceva, Vigna Monticchio appunto e, caso più unico che raro in Italia, per molti anni con l’uscita sul mercato non prima di dieci anni di affinamento tra vasche, legni e bottiglia. Un percorso in parte abbandonato solo di recente dopo un lento e graduale cambiamento iniziato proprio con la scomparsa del patron Giorgio, quasi inevitabile se vogliamo, che ha spinto l’azienda a ridurre i tempi di affinamento a sei anni lavorando di più sulla selezione in vigna e sui vari passaggi del vino tra legno grande e piccolo e bottiglia .

Non a caso proprio con il duemilanove, dopo oltre 40 vendemmie, viene fuori la prima annata con solo il Sangiovese. L’annata depone certo a favore di un vino dal colore intenso e vivace, godiamo tra l’altro di un assaggio da una bottiglia formato magnum che notoriamente consente una migliore conservazione del vino nel tempo. Il naso è invitante e avvenente, caratterizzato tanto da frutto (visciola, mora) quanto da toni balsamici e terrosi. Il sorso è asciutto, caldo, avvolgente, poco tannico, anzi, ha una beva scorrevole e subito appagante. Dopo (quasi) dieci anni è in perfetto stato di grazia!  

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La grande bellezza del Piedirosso dei Campi Flegrei 2017 di La Sibilla

8 gennaio 2019 by

Scrivere e raccontare di vino e dei suoi protagonisti non può essere mero esercizio di stile, né può limitarsi alla scarna lettura delle analisi dei numeri di questa o quell’annata prodotta. Vieppiù la tentazione di provarne alcuni e pensare così di saperne su tutti, l’inciampo è dietro l’angolo, ci si perde il meglio e si corre il rischio di farsi ridere dietro. 

Campi Flegrei Piedirosso 2017 La Sibilla - foto L'Arcante

Della 2017 si è detto praticamente tutto e il contrario di tutto: difficile, complessa, per qualcuno dannata per altri semplicemente da dimenticare. Vero è che l’annata è stata per molti particolarmente stressante, non solo nei Campi Flegrei, l’assenza prolungata di piogge unita al caldo torrido estivo ha rischiato di presentare in vendemmia un conto salatissimo, ma qui pare abbia creato meno problemi che altrove. Questo pezzo di terra sembrerebbe baciato da Dio oppure, più semplicemente, chi coltiva sapienza raccoglie saggezza.

Per la verità qualche passo falso lo abbiamo colto, eppure pare vi sia parecchio da salvare di questo millesimo che promette vini generosi e godibilissimi, che sia tanto o poco, magari anche autoreferenziale, ci basta. Questo Piedirosso duemiladiciassette riesce a rappresentare al meglio la distanza siderale che c’è tra chi fa vino e chi coltiva la terra e ne fa uva da vino, scoperchiando il vuoto da dove fuoriescono i fantasmi di chi si gratta il pancino tra una raccolta e l’altra e continua a credere che pure gli asini possano comunque volare. 

La grande bellezza di questo vino sta tutta nella sua disarmante armonia espressiva: il colore rubino è netto pur se un po’ ombroso. Al naso viene subito fuori con un profumo di piccoli frutti rossi e neri, di quelli ricchi di polpa, con la buccia spessa che quando schioccano in bocca infondono dolcezza ad ogni morso, quella sensazione piacevolissima che chiude con un sottofondo che sa lievemente di terra e sottobosco, tutto molto, molto coinvolgente. Il sapore è squillante, morbido e gustoso, con un ritorno di mora e amarena scura sul finale di bocca che conferma tutta la bontà del lavoro di Luigi in vigna e di suo figlio Vincenzo in cantina. Da qui, dai Campi Flegrei non poteva mancare ancora uno squillo d’amore imperdibile!

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Il fuoco sotto e sopra le mura di cinta del cratere degli Astroni

6 gennaio 2019 by

Si deve a taluni l’onore di aver saputo tracciare la strada, agli altri l’onere di raccogliere il testimone e sapere condurlo lontano, in alto, laddove è più facile per tutti individuarlo, ammirarlo, apprezzarne la bellezza, goderne con voluttà.

Campi Flegrei Falanghina Vigna Astroni 2015 Cantine Astroni - Foto L'Arcante

Vi sono tra questi alcuni nomi che la denominazione non può più pensare semplicemente di annoverare tra i comuni produttori ma sono in tutto e per tutto un riferimento assoluto da seguire, emulare, copiare se necessario, superare laddove possibile, per fare meglio.

Nei Campi Flegrei molto si deve alla famiglia Martusciello di Grotta del Sole, per oltre vent’anni hanno fatto la corsa praticamente su se stessi, si sono però rivelati apripista e lepre di tutto rispetto tirando la volata a fine anni ’00 a molti di coloro i quali oggi sono protagonisti proprio grazie anche al lavoro enorme dei fratelli Angelo e Gennaro Martusciello.

Fortunato e bravo invece chi già allora è venuto dopo, da Michele Farro in poi, prima che Gerardo Vernazzaro, forse primo vero spartiacque generazionale nella storia vitivinicola dei Campi Flegrei, mettesse mano oltre che in cantina anche (e soprattutto) in vigna, dove in effetti tutto nasce. Gerardo sin dai suoi esordi a Cantine Astroni gioca e vince la sua partita qui, in campagna, spingendo l’azienda di famiglia, quella dei Varchetta, a rivedere completamente, dopo i protocolli enologici in cantina, anche l’approccio con l’uva e prim’ancora con la vigna.

Se oggi ci godiamo nel bicchiere questo Vigna Astroni duemilaquindici¤ così in splendida forma gran merito va soprattutto a quanto fatto in campagna negli ultimi 10 anni con la cura maniacale del vigneto, l’attenzione alla terra dove affondano le radici delle piante, rieducata lentamente alla sostenibilità con potature mirate, i necessari diradamenti, quegli interventi misurati sull’intero ciclo biologico annuale della vite e non solo all’occorrenza o per urgenza:  insomma intervenire prima, con ragionevolezza, per intervenire meno.

Il frutto che arriva in cantina è sempre integro, da maneggiare con cura ed attenzione e da “lavorare” il meno possibile. Ne viene fuori così un vino pienamente espressivo, prorompente nella sua vivacità gustativa; un bianco dal naso intrigante, orizzontale, che va in profondità e suggerisce frutta polposa e sentori di macchia mediterranea, con sobrie e definite note iodate. Il sorso è fresco, sapido e minerale, giustamente caldo, non del tutto definito, perciò continuamente coinvolgente.

Campi Flegrei Piedirosso Riserva 2015 Tenuta Camaldoli Cantine Astroni - Foto L'Arcante

Così l’enologo si è spogliato di quanto non necessario e si è fatto nel frattempo viticoltore tout court, rimanendoci, con nostra grande soddisfazione, consegnandoci così l’essenza del suo pensiero di anni di studio e di duro lavoro. Di tutto ciò ce ne dà piena testimonianza il Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli duemilaquindici, un rosso dalla forte impronta vulcanica che agli appassionati più attenti ricorda subito bottiglie prodotte lontano migliaia di chilometri da questi pochi ettari terrazzati sopra Napoli ma che in realtà non vuole rappresentare niente di questo o quel vino ma solo quel che il varietale e questa terra sospesa sanno esprimere quando giustamente coniugati all’unisono, ovvero un rosso del tutto originale, dal respiro moderno e dal sapore contemporaneo, dal naso allettante e seducente, pronunciato su toni scuri e dal sorso austero e  sottile ma allo stesso modo coinvolgente, pieno e gratificante.

Abbiamo seguito sin dall’inizio l’apologia di queste etichette, della Falanghina Vigna Astroni e del Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli di Cantine Astroni apprezziamo soprattutto la capacità evocativa, sono bottiglie che sintetizzano perfettamente un percorso lungo dieci anni, svincolate da logiche commerciali ma soprattutto “godibili” immediatamente senza costrizioni temporali o necessità di abbinamento: le stappi e ne godi,  ogni occasione è buona e malauguratamente ti sfuggano dalle mani per qualche tempo le tieni in “cantina” e ne apprezzerai ancor più l’evoluzione.

Il fuoco sotto e sopra le mura di cinta del cratere degli Astroni non è un titolo tirato via dal cilindro a caso, è l’essenza, l’anima di questa terra che pulsa, continuamente, è la giusta rappresentazione di un giovane viticoltore che superati i 40 anni si avvia con la giusta maturità ad affrontare le prossime venti/trenta vendemmie nel tentativo di superare se stesso e laddove possibile, fare meglio, anche perché ne siamo certi, qui in questo territorio di cose da fare ce ne sono ancora tante e non tutto il reale valore di questi vini è da considerarsi disvelato. Anzi!

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Stanno tutti bene ma non tutto va bene

4 gennaio 2019 by

Nelle ultime settimane abbiamo passato in rassegna un bel po’ di assaggi delle ultime annate prodotte dalle nostre parti qui nei Campi Flegrei, dobbiamo dire in larga parte tutti i vini si sono rivelati davvero molto interessanti e proiettati nel futuro con l’approccio giusto per franchezza, freschezza e leggerezza  espressiva. Non mancano certo piccoli capolavori¤, ma questi solo il tempo li rivelerà del tutto. E’ proprio il caso di dire che stanno tutti bene.

Di alcuni ve ne abbiamo già dato conto¤, e non può che farci piacere notare come certi nomi¤ apparentemente sottovalutati negli ultimi anni, vadano rapidamente recuperando lustro e ritornino in mente anche alla critica più gettonata, ne siamo molto felici, ciò non può che fare bene al racconto di un territorio straordinario che ultimamente pare però un po’ avaro di nuovi protagonisti.

Nelle prossime settimane ne racconteremo delle belle, frattanto invece, tronfi di averci messo le mani tra i primi e certi di non aver mai smesso si sostenere, spronare, scrivere di tutti i produttori coinvolti ci viene quasi spontaneo far notare – lo sappiamo è un fatto di una banalità unica – come l’apprezzamento quasi unanime dei vini dei Campi Flegrei¤ non vada suscitando in nessun modo almeno un pizzico di orgoglio per le Amministrazioni e gli Enti Locali che poco o nulla fanno per la salvaguardia delle aree vocate e dei luoghi in prossimità di vigneti e cantine. Posti che dovrebbero richiamare enoturisti a frotte o quantomeno suscitare un certo rispetto ambientale ma che invece versano il più delle volte nel totale degrado ed abbandono, come dire Coscienza Ambientalista zero!

Condurre qui degli appassionati, un gruppo qualsiasi di enostrippati per alcuni è diventata una partita persa a tavolino, senza nominare tutte le difficoltà di chi deve accogliere clienti, importatori, giornalisti non senza disagio. Un territorio ampio e complesso quello flegreo, ne riconosciamo le difficoltà, il più delle volte definito odiosamente da molti “un conurbio suburbano”, cela però anche  bellezze e paesaggi suggestivi e struggenti, spesso misconosciute persino da chi ci vive figuriamoci cosa ne possa sapere chi lo visita e ne subisce superficialità e disinteresse pubblico. Peggio è, talvolta, intorno a quelle cosiddette ”vigne metropolitane” che dovrebbero rappresentare oasi di cultura e valori da preservare ad ogni costo, degli avamposti a salvaguardia di un patrimonio dal valore inestimabile ma che, ahinoi, rischiano di divenire spot di propaganda e niente di più. Questo non va per niente bene!

Senza andare troppo in là sognando modelli tipo “La Strada del Vino dell’Alto Adige¤” ci sentiamo in dovere di ricordare a questi signori Amministratori e rappresentanti di Enti Locali che ci sono voluti oltre vent’anni di grandi sacrifici in vigna e in cantina per portare in bottiglia vini degni di raccontare una storia credibile, dalle origini fortissime e uniche, i protagonisti di questa lunga maratona li conosciamo tutti, dalla famiglia Martusciello¤ ai vari Varchetta, Babbo, Farro, dai Palumbo ai Quaranta, Zasso o i Carputo sino agli ultimi Moccia¤, Di Meo¤, Schiano e Fortunato, ecco non lasciamoli soli, mai più soli. 

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A Natale ci beviamo

20 dicembre 2018 by

Non abbiamo certo bisogno di rifilare una nuova classifica dalla quale tirare per i capelli i vini più buoni da servire in tavola durante le festività di Natale e l’ultimo dell’anno. Anche perché, nel frattempo, di guida in guida, classifica dopo classifica di bottiglie da parte se ne sono messe talmente tante aspettando l’occasione giusta che quando arrivano le Feste regna sovrana la confusione e si finisce il più delle volte sul ”o la va, o la spacca”.

Stupire, impressionare, ancorché sembrino gli unici aspetti della faccenda non sempre risultano presupposti azzeccatissimi, e in tempo di crisi, con budget ridotti, conta infatti mettersi a ragionare di giustezza per non sprecare tempo e soprattutto denari.

Per i regali un consiglio che vale sempre oro è quello di affidarsi alle enoteche specializzate, oggi più che mai, perché al di là dei soliti stereotipi, chi è sopravvissuto a questa lunga crisi è veramente appassionato del suo lavoro e sa come si fa, quindi, ad accontentare il cliente sul serio. Inoltre, cosa di non poco conto, sempre più cantine si aprono al pubblico con la vendita diretta, un motivo in più per fargli visita, conoscere persone, toccare con mano e magari risparmiare qualche euro.

Tornando alla tavola, la sera della Vigilia ed il pranzo di Natale, come pure il cenone dell’ultimo dell’anno, rappresentano momenti di ritrovata familiarità, serenità e quiete (più o meno, ndr), aspetti questi da non sottovalutare quando si sceglie una bottiglia da portare in tavola. Nei menu delle feste, sempre ricchi ed abbondanti, vi si nascondono insidie micidiali per l’appassionato seriale: una sequela di stuzzichini, mezzi antipasti, veri antipasti, primi piatti, inframezzi, secondi, pause, dolci, coccole e ”spasso” che sembrano non finire mai e in realtà, a dirla tutta, non finiscono proprio mai. Ecco perchè tutto questo vuole vini non troppo vincolanti, che siano cioè buoni, coinvolgenti, magari piacioni ma meglio se poco impegnativi.

Ecco allora la riscossa dei bianchi giovani, gradevoli e ”leggeri” al palato: per restare in regione, hanno la meglio Biancolella, Falanghina e Coda di volpe, anche provenienti dal Vesuvio con i suoi meravigliosi Lacryma Christi, o dai Campi Flegrei, l’Asprinio d’Aversa per i palati più attenti. Per i più temerari ci scappa il Pallagrello bianco e la Forastera d’Ischia, un gradino più su conduce a pensare al Fiano e al Greco. Tra questi bianchi non male alcune uscite in versione spumante, Asprinio e Greco di Tufo per esempio soprattutto quando Metodo Classico.

Sui rossi ci piacerebbe, come spesso ripetiamo da tempo ormai, che ci possa essere un momento di forte rilancio per alcuni dei nostri vini del cuore come l’Aglianico irpino, non necessariamente nelle sue versioni più ridondanti o il Falerno del Massico rosso. Non manchino certo bottiglie di Piedirosso, meglio se dei Campi Flegrei, e qualche buon rosso da fuori regione – Etna, Vittoria in Sicilia, Conero dalle Marche, Dogliani in Piemonte, Teroldego in Trentino -, ma anche qui, come per i bianchi, prima di aprire etichette un po’ più impegnative val la pena pensarci su due volte. Così è in effetti, gira che ti rigira non è mai questo il momento indicato per tirare il collo ai “gioielli di famiglia”.

Sia chiaro, nulla e nessuno vieta di stappare bottiglie di un certo rango, un grande vino lo è sempre, purché gli si conceda un parterre adeguato e la giusta attenzione. Per farla breve, diciamo che aprire uno Chassagne-Montrachet di Girardin o Barolo Brunate-Le Coste di Rinaldi non è mai occasione sprecata purché si eviti di servirli sull’insalata di rinforzo o quando, in tavola, è tempo di Struffoli e Roccocò.

Così un consiglio chiaro e immediato sarebbe quello di bere cose semplici, interessanti certo, ma comprensibili a tutti i commensali. E giusto per rimanere sul pezzo, tanto va a finire sempre che inzuppi il Roccocò nell’ultimo bicchiere di rosso o che, sugli Struffoli, ti ricordi di quel Moscato d’Asti lasciato là sotto al mobile del salone da almeno tre quattro anni e che, puntualmente, rimetti al suo posto perché ”imbevibile”, ecco. Serene festività a tutti voi quindi, Buon Natale e che il prossimo sia, finalmente, un buon anno davvero.

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Brunello di Montalcino 2004 Pian dell’Orino

17 dicembre 2018 by

Ci sono storie, vini e persone che rimangono per sempre. Abbiamo a lungo raccontato di loro qui su queste pagine, Caroline e Jan Endrik ne hanno passate tante per strappare qui in Toscana quel minimo sindacale di credibilità che si deve a chi ha stravolto la propria vita pur di inseguire un sogno.

Forse anche per questo i loro vini, il loro Brunello anzitutto, sono diventati in pochi anni dei riferimenti assoluti di questo pezzo di storia del vino naturale italiano, vieppiú per chi va alla ricerca di piccole grandi storie dentro e fuori una bottiglia.

Pian dell’Orino è collocata in uno dei posti più suggestivi di Montalcino, praticamente con vista sulla Tenuta Greppo dei Biondi Santi¤ ma ciò che rende unica questa etichetta è quell’imprinting che Caroline e Jan hanno deciso di dare ai loro vini, definitivamente puri, vivi, inconfondibili. L’ideale li tiene strettamente confinati ai rigidi protocolli naturali, in vigna la cura biologica della piantagione è maniacale, assumendo un ruolo centrale, mentre in cantina, con una manualità essenziale e moderna al tempo stesso si riesce a garantire vini che oltre ad una loro spiccata autenticità riescono, tanto il Brunello quanto i loro vini cosiddetti minori come il Piandorino e il Rosso di Montalcino, ad esprimere una integrità di quelle che rimangono ben fisse nell’immaginario tanto da regalare bevute indimenticabili.

Solo per questo di tanto in tanto vale la pena tornarci su e lasciare traccia dei loro vini, un grande esercizio per chi ama queste terre e i rossi qui prodotti che consegnano sempre esperienze di grande valore emozionale. Per questo ci siamo privati dell’ultima bottiglia di Brunello di Montalcino 2004 in cantina ma senza alcun rimorso, questi vini continuano a tracciare un solco incredibile tra i pregiudizi sul biodinamico e la perfezione stilistica dipinta da molti come irraggiungibile per i cosiddetti vini naturali. Ad avercene per farne lezione.

Un Brunello questo duemilaquattro a dir poco straordinario, l’impronta è incredibilmente vivida ed espressiva, il colore rubino non ha alcun cedimento se non una limpida trasparenza appena aranciata sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso, a quasi tre lustri di distanza è rimasto profondamente varietale con note tostate appena accennate e terziari che vengono fuori solo alla distanza, tra l’altro senza incidere particolarmente, disegnandone così un quadro olfattivo chiaro e didascalico che gli rende fascino, suggestione, notevole complessità. Il frutto ha conservato tutta la sua polposità, il sorso impressiona per equilibrio e sapidità, lunghezza ed ampiezza, nel bicchiere ritroviamo insomma una bevuta di rara autenticità.

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Il mare sopra Pizzo e lo Zibibbo 2017 di Cantine Benvenuto Presidio Slow Food

13 dicembre 2018 by

Una vera sorpresa ritrovarsi dinanzi a questa (bella) bottiglia di Zibibbo prodotta con le uve provenienti dalle terrazze intorno al Lago di Angitola, una manciata di ettari di vigne a conduzione biologica situate nell’entroterra della costa calabrese a pochi chilometri dal mare di Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia.

Calabria igt Benvenuto 2017 Cantine Benvenuto - Foto L'Arcante

Un vino dalla storia particolare che vale la pena però approfondire, frattanto sappiamo che ha condotto alcuni pochi produttori ad impegnarsi a tal punto nella salvaguardia di queste terre e questa produzione tanto da farlo diventare un raro Presidio Slow Food, denominato Zibibbo di Pizzo.

Il primo tra questi a lavorarci seriamente è stato Giovanni Celeste Benvenuto, di origini calabresi ma nato e cresciuto in Abruzzo. Con una grande passione per il buon vino, appena ritornato in Calabria, dopo aver conseguito una laurea in Agraria, si è messo subito al lavoro per recuperare i pochi ettari di famiglia, una decina in tutto piantati a vigna e uliveto, per produrre vino di qualità puntando su alcune delle varietà tipiche del posto, tra le quali Greco Nero e Calabrese, ed altre tra cui anche lo Zibibbo. In Calabria lo Zibibbo sino ad allora veniva generalmente autorizzato solo come uva da tavola o al massimo per farne vino passito. Tra un ricorso e l’altro è stato lui il primo a poterne fare anche un vino secco, come del resto già avveniva da sempre in Sicilia.

Benvenuto 2017 è un bianco profumatissimo, inconfondibile per il suo tratto aromatico e spiazzante per il sorso secco e il corpo nerboruto. Va detto che a primo acchito non è un vino proprio semplice da abbinare a tavola ma vale la pena provarlo e raccontarlo, al naso diverte ed invita a giocare con i riconoscimenti (bergamotto, pesca, sandalo)  ogni sorso poi non lascia certo indifferenti, magari una struttura alcolica meno pronunciata – il duemiladiciassette ha 14% in etichetta! – potrebbe aiutarlo ad incontrare maggiore apprezzamento tant’è rimane una pietra miliare da salvaguardare e consegnare in mani davvero appassionate.

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Messina, Faro 2015 Bonavita

12 dicembre 2018 by

I produttori di questa doc siciliana si contano perlopiù sulle dita di una mano, Giovanni Scarfone con i suoi 7 ettari di proprietà di cui due e mezzo vitati si è guadagnato negli ultimi 10 anni una posizione di primissimo livello con i suoi vini, annata dopo annata sempre precisi e pienamente espressivi del terroir messinese di provenienza.

L’areale del Faro doc si estende sulle colline e lungo le coste che si affacciano sullo Stretto di Messina, in un territorio ventilato, luminoso e particolarmente vocato per le varietà Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nocera prevalentemente utilizzate negli assemblaggi, alle quali eventualmente si possono aggiungere Nero d’Avola (Calabrese), Gaglioppo e Sangiovese, da soli o congiuntamente. I vini qui prodotti richiamano alla mente quelli del vicino comprensorio dell’Etna, sono forse talvolta meno profondi e complessi di questi ma hanno eleganza da vendere.

Il Faro di Bonavita viene fuori da una vigna ad alberello con alcuni ceppi che arrivano a 60 anni, piantata su suoli ricchi di argilla e tufi calcarei. Il vino matura generalmente per un anno e mezzo in tini troncoconici di rovere da 30 hl, poi una volta in bottiglia vi rimane almeno sei mesi prima di arrivare sul mercato.

Questo duemilaquindici è una gran bella versione, è stato davvero avvincente l’approccio al bicchiere poiché ci siamo ritrovati praticamente lanciati in una degustazione alla cieca e l’abbiamo colto quasi al primo colpo, così affascinante il colore, così franco e caratterizzato da toni scuri il naso, con sentori di prugna e nuances aromatiche di macchia mediterranea. E l’annata calda sembra non aver interferito in alcun modo con il taglio gustativo: il sorso è sottile e invitante, slanciato ed elegante, con un finale di bocca davvero saporito e appagante. Non una sorpresa, di grande soddisfazione!

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