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29 dicembre 2010
I Campi Flegrei offrono sempre nuovi spunti di riflessione e degustazione, così dopo l’exploit che si sta vivendo sul versante rossista con la sempre maggiore specializzazione di coloro i quali hanno creduto e valorizzato il piedirosso anziché lanciarsi in rincorse empireumatiche internazionali, è davvero piacevole notare come anche la falanghina sia non poco attenzionata e riferimento di interessanti lavori in corso.

Così dopo l’intuizione di Gerardo Vernazzaro (Cantine Astroni) che con il suo Strione ha introdotto anche in terra flegrea la “sperimentazione” di una versione più spinta di falanghina, cioè lungamente macerata sulle bucce, eccovi un’altra chicca proposta questa volta da una delle aziende più amate e dinamiche del territorio, La Sibilla di Luigi e Tina Di Meo che con i figli Vincenzo e Salvatore vanno ritagliandosi un posto di primissimo piano nella spledida iconografia viticolturale non solo locale.
Questa variazione sul tema falanghina, ci tengo a precisare, non è di quelle per la quale vado perdendo la testa, e chi mi conosce sa bene che non ne faccio certo un mistero; invero, durante tutto quest’ultimo anno, armato dell’idea di scardinare definitivamente quello che ritenevo un mio evidente limite culturale sulla tipologia in generale, mi ci sono dedicato abbastanza, sino a maturare, per adesso, l’idea che no, non ci sono al momento – tolti alcuni, pochi grandi classici friulani/sloveni – vini bianchi macerati per cui mi strapperei i capelli.
E’ bene ribadire infatti, che, se culturalmente certi vini appartengono ad un ideale del tutto condivisibile, da un punto di vista strettamente degustativo, vini del genere, soprattutto quando bianchi, hanno necessità di un approccio piuttosto disinvolto a quel che verrà poi nel bicchiere: generalmente, riferendomi anzitutto ad un appassionato medio, sono questi vini che per almeno 2/3 dell’esame organolettico più classico – quello per esempio di sovente utilizzato dai sommeliers – sovvertono, a volte stravolgendoli, buona parte dei canoni estetici nonchè le più basilari aspettative olfattive.

Infatti, l’originalità con la quale questi vini tendono ad esprimersi, è spesso figlia di lunghissime macerazioni sulle fecce fini quando non di particolari passaggi di affinamento (anfore ecc.) e/o invecchiamento; ciò naturalmente premette grande qualità della materia prima, quindi la certezza di un gran lavoro in vigna, oltre che finissima capacità di intelligere il terroir da parte del vignaiolo di turno; ma il vino, come spesso può accadere, rischia di passare come una boutade estemporanea piuttosto che un serio riferimento di qualità. Ecco quindi che, una tale concentrazione di colore e particolarità di profumi abbiano necessità – da parte dell’avventore di turno – di una certa esperienza degustativa o quantomeno apertura mentale, per poter esser colti come marcatori di autenticità e non come un frainteso esercizio di stile, fine a se stesso, se non addirittura deleterio per la tipologia, quando soprattutto denominata.
Il Domus Giulii 2008 nasce da una piccola vigna di falanghina, poco più di un ettaro, allocata in località pozzolani al Fusaro, nei pressi di Bacoli, che la famiglia Di Meo, dopo praticamente un quarto di secolo di esproprio, si è vista riconsegnare in gestione dalla soprintendenza ai beni archeologici. Il nome infatti trae evidente origine dalla vicina villa di Giulio Cesare, una delle tante dimore flegree degli imperatori romani tanto innamorati di questa terra quanto – è indubbio pensarlo – delusi dai loro posteri per come l’hanno poi ridotta e sacrificata all’altare dell’ignavia.
E’ un vino certamente atipico, come già accennato, fuori cioè dai soliti canoni estetici ed odorosi a cui siamo felicemente abituati con il vitigno più diffuso nei Campi Flegrei. Il colore è oro pallido, la vivacità è evidentemente sacrificata alla concentrazione che è il primo dei tanti segnali da leggere per meglio apprezzare tutte le sfumature che questo vino è capace di offrire. Il primo naso è vinoso, marcato fortemente da quel sentore buccioso tipico dei vini che subiscono lunghe macerazioni sulle fecce fini. E’ importante bere questo vino alla sua giusta temperatura di servizio, più vicina ai 14° che ai 12° spesso raccomandati per i vini bianchi di maggiore struttura. Un bianco di grande estrazione, dal quale vengono fuori sentori molto interessanti, mela annurca, uva spina, scorza d’arancia candita, e lasciandolo respirare a lungo, persino note di mais e di polvere di zenzero. I sei mesi di macerazione offrono un frutto polposo e decisamente persistente, in bocca è morbido, rotondo, non certo tannico come comunque si può essere indotti a pensare, il tempo ha in verità ben levigato persino la discreta acidità di cui il vitigno non ha mai mancanza. Un vino da bere adesso, per compiacere magari piatti di pesce piuttosto speziati o formaggi mediamente stagionati.

Ad oggi, il Domus Giulii è ancora in affinamento in bottiglia, verrà commercializzato, con molta probabilità solo nei prossimi giorni di fine gennaio e, data l’esigua quantità a disposizione per questo millesimo, sarà inizialmente acquistabile solo recandosi in cantina al Fusaro: poco più di 600 le bottiglie, presumibilmente classificate come igt Campania e non come d.o.c. Campi Flegrei; un vino simbolo del grande lavoro di ricerca e sperimentazione, in maniera del tutto autonoma, che questa azienda sta maturando negli ultimi anni, iniziato dieci anni orsono con il coraggioso studio avviato sui vitigni minori – leggi per esempio marsigliese – e parallelamente votato all’assoluta fedeltà alla valorizzazione della falanghina che ha trovato, già da un paio di vendemmie, la massima espressione di questo pezzo di terra flegrea nel loro ottimo Cruna DeLago, come poche altre etichette della denominazione, vero e proprio vessillo di tipicità territoriale!
Tag:bacoli, big picture, campi flegrei, cantine astroni, cruna delago, falanghina, fusaro, gerardo vernazzaro, la sibilla, luigi di meo, pozzolani, strione
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24 dicembre 2010
Un territorio in forte ascesa, una terra votata al vino che nonostante le mille difficoltà, ambientali, sociali, amministrative sta maturando quel salto di qualità estremamente necessario per ritagliarsi uno spazio importante nel mondo del vino. I numeri, quelli seri e chiari, ci consegnano una realtà con un potenziale di crescita incredibile, laddove le vigne più vocate sono giustamente indirizzate alla specializzazione e dove chi fa il vino ha ben compreso che il tempo delle farse è finito e che il consumatore, quello attento, quello più esigente, non si accontenta più della denominazione ma ha voglia di conoscere e capire cosa c’è dietro una etichetta. Ecco, con questo scenario, capace di lasciarci affermare con tutta certezza che finalmente dire Campi Flegrei non è più semplicemente vantare una viticoltura astratta, vi offriamo un breve corollario delle migliori bottiglie passateci per mano in quest’ultimo anno; Ci teniamo a sottolineare che, con questo elenco, non ci si vuole certo arrogare la pretesa di una infallibile lista di vini, ma potete stare certi che, bicchiere alla mano, con questi nomi si può istruire un viaggio decisamente entusiasmante attraverso alcune, se non le migliori, vigne flegree.

Malazè spumante di Falanghina Cantine Babbo. Camminare le vigne dello Scalandrone a Pozzuoli può risultare addirittura salutare, pare infatti che salire e scendere le ripide rive dei costoni che incorniciano da un lato il lago d’Averno e dall’altro il piccolo salmastro lago Fusaro risulti un esercizio fisico non indifferente. Malazè, il cui nome trae ispirazione dalla tradizione marinara flegrea (è la traslazione dialettale della parola magazzino) è prodotto da uve falanghina dei Campi Flegrei con il tradizionale metodo charmat: esprime un vino franco, leggero e gradevole al naso quanto nella beva, sottile e beverino è ideale come aperitivo. Una dritta, provatelo come base spumante per offrire ai vostri ospiti un leggiadro Kyr! € 10,00
Brezza Flegrea spumante di Falanghina Cantine del Mare, altro lavoro ben riuscito sulla spumantizzazione della falanghina. Qui la materia prima proviene da una delle aree viticole più vocate dei Campi Flegrei e meno conosciuta ai più, le coste di Monte di Procida, molte terrazze delle quali a strapiombo sul mare del canale di Procida. Gennaro Schiano, noto imprenditore del luogo, ha deciso di occuparsi a tempo pieno dell’azienda, coadiuvato dal giovane e bravo enologo Gianluca Tommaselli, e questo spumante rimane il fiore all’occhiello della sua produzione: naso assai fragrante, frutta a polpa bianca e reminescenze minerali per un vino dalla beva vivace e baldanzosa e mai stancante, a dirla tutta, un piccolo capolavoro di equilibrio gusto-olfattivo. € 14,00
Falanghina dei Campi Flegrei 2009 Antonio Iovino. A Pozzuoli, a due passi dal centro storico, c’erano un tempo terre vocatissime alla viticultura, con gli anni lasciate sventrate dalle due più grandi sciagure che possano capitare al mondo, lo sciacallaggio dell’uomo innamorato pazzo del cemento, e peggio, l’idiozia di chi dovrebbe amministrare la nostra vita sociale. Tantè che le coste d’Agnano, quelle che nel cuore della città s’innalzano dal mare del golfo sino al vulcano Solfatara, celano ancora pezzi di terra, letteralmente strappati alla speculazione, che continuano ad offrire frutti prelibati. Antonio Iovino, da almeno un decennio cura le sue vigne cercando di risanare queste ferite, ne vengono fuori vini leggiadri e ricchi in minerali. Piacevolissimo iniziare un pasto con un vino di tal piacevolezza: naso erbaceo, a tratti sulfureo e palato fresco, lievemente citrino con piacevoli sfumature salmastre. € 8,00
Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice 2009 Cantine Astroni, i Campi Flegrei, terra dei fuochi. Si potrebbe dire, altra zona, altro vulcano; Le uve provengono in buona parte da una vigna di circa dodici anni allocata a circa 230 m/slm sulla collina degli Spadari a Pianura, in cantina il vino viene lavorato solo in acciaio e dopo circa tre mesi di affinamento sulle fecce fini finisce in bottiglia. Una vigna in città quindi, a due passi dal cratere spento degli Astroni, il polmone della città di Napoli. Un vino dalla graffiante verve gustativa e dalla beva composta, acidità particolarmente interessante quasi subito smorzata dalla giustezza sapida, ideale compagno a tutto pasto per i palati più esigenti. € 8,00

Falanghina dei Campi Flegrei Coste di Cuma 2008 Grotta del Sole, ancora un salto tra le maglie di una terra unica e rara. L’azienda non ha bisogno certo di presentazioni, la famiglia Martusciello rimane la memoria storica dei Campi Flegrei e questo vino, il Coste di Cuma il suo testimone più fedele; Nato per la verità sull’onda dell’entusiasmo dei bianchi passati in legno di metà anni novanta, ha superato brillantemente le prime fasi di una non precisa identità territoriale esprimendo nell’ultimo lustro uno dei più convincenti lavori sul vitigno flegreo, e questo grazie anche al pregevole lavoro dell’enologo Francesco Jr Martusciello. Dai profumi deliziosi di fiori bianchi e frutta a polpa gialla impregnati di note salmastre, regala sempre una beva di discreta consistenza e profondità. Perfetto su tutti i piatti di pesce salsati, non disdegna accostamenti azzardati come formaggi freschi e carni bianche, anche grigliate. € 13,00
Campania rosato Pedirosa 2009 La Sibilla, bere leggero non significa per forza di cose bere vini inconsistenti, tutt’altro. Se tra i bianchi, conosciuto come vitigno per vini leggiadri e risoluti, la falanghina è capace anche di esprimere vini di indubbio carattere, il piedirosso tra le uve a bacca nera è forse il più convincente e poliedrico dei vitigni campani. Luigi Di Meo, con il figlio Vincenzo, sono ormai un riferimento nei Campi Flegrei, e quando si parla di falanghina non si può certo dimenticarsi di loro. C’è poi un insolito ed avvincente studio-sviluppo sul vitigno marsigliese, giunto ormai al decennale di sperimentazione nonchè alla quinta vendemmia, che ne fanno veri e propri fautori di un nuovo “illuminismo” territoriale. Così, dopo alcuni anni passati ad aggiustare il tiro, anche questo rosato prodotto da uve piedirosso sembra esprimersi con una veste nuova e, fatte le dovute proporzioni, decisamente appassionante. Dal colore buccia di cipolla, offre un naso piacevolmente floreale ed un gusto asciutto e delicatamente persistente, perfetto per chi vuole bere leggero ma non si accontenta per questo di bere vini bianchi. € 8,00
Piedirosso dei Campi Flegrei 2008 Contrada Salandra, ci siamo occupati proprio nelle ultime settimane di questo piccolo produttore flegreo. Giuseppe Fortunato con la moglie Sandra iniziano finalmente a raccogliere i frutti tanto appassionatamente seminati negli ultimi anni. Dalle vigne in conduzione biologica di Cuma-Licola vengono fuori poche bottiglie di fresca e beverina falanghina nonchè di questo sorprendente e delizioso piedirosso: ai più, il colore rubino-granato ricorderà subito i pinot nero dell’Alto Adige ma il naso timbrato da nuances floreali e così marcatamente minerali è assolutamente figlio della sua terra flegrea. Un rosso da spendere a tutto pesce giocando intelligentemente con la temperatura di servizio, da comprare e bere e da serbare per le prossime migliori occasioni dove leggerezza ed unicità siano argomenti topici. € 10,00
Piedirosso dei Campi Flegrei Agnanum Viticoltori Moccia, bere i vini di Raffaele Moccia è come succhiare dal seno di una mamma, dove il vino sta al latte e il seno per i Campi Flegrei. Non poteva chiudersi altrimenti questa carrellata dedicata a “bere il territorio flegreo”, un invito che ci sentiamo di fare, oggi più che mai, con la consapevolezza che questa terra sia veramente capace di stupire i suoi avventori, anche i palati più esigenti, con vini – questi vini – straordinariamente evocativi e di qualità indubbiamente superiore. Il per e’palummo di Raffaele è un vino delizioso, che offre un colore purpureo, vivo, caratterizzato da buona concentrazione; Al naso, superate le prime note di evidente riduzione, in molti casi una caratteristica peculiare del varietale, dei vini di Raffaele in particolare, già dopo qualche minuto si riescono ad apprezzare un susseguirsi di sfumature piuttosto invitanti che evidenziano un frutto polposo e speziato, quasi terroso. In bocca è fresco, asciutto, avvincente ed avvolgente pur rimanendo sempre leggiadro e godibilissimo dal primo all’ultimo sorso. Una scoperta per taluni, la storia per altri. € 10,00
I prezzi sono indicativi e riferiti a quelli probabili in enoteca, rilevati non più di due settimane fa. ( A. D.)
Tag:agnanum, bacoli, campi flegrei, cantine astroni, cantine del mare, contrada salandra, di meo, grotta del sole, iovino, la sibilla, martusciello, monte di procida, pozzuoli, raffaele moccia, schiano
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20 dicembre 2010
Salvare il Natale, almeno quello, non è una missione impossibile. Quante magre figure si rischiano, e quanti dubbi ci assalgono: avrò scelto bene? Gli piacerà? E c-o-s-a c-i a-b-b-i-n-o m-a-i al cenone? Sono queste domandone dalle risposte critiche, lo so, quantomeno però cerchiamo di non scegliere a caso cosa bere, tanto più quando si spendono cifre blu per carni e pesci che quasi sempre rischiano di rimanerci sullo stomaco tanto la colpa, si sa, andrà al vino (magari da due euro o poco più) “forse troppo acido o alcolico”; E che ne dite poi di quelle costosissime bottiglie – e credetemi che ne ho viste delle belle – il cui destino, quasi certo, è quello di finire riciclate perchè per niente capite, apprezzate quasi sempre solo per la forma sinuosa della bottiglia o per la preziosa confezione-cofanetto. No, quest’anno l’invito è a bere bene, superando alcuni stupidi pregiudizi e cercando magari di scoprire pure nuovi riferimenti.

Partiamo dallo scongiurare il più grosso dei pregiudizi insistenti tra “i più” su uno degli champagne più venduto e – non a caso – più apprezzato mai prodotti, la mitica etichetta arancione di Veuve Clicquot-Ponsardin, giusto per andare controcorrente e non finire col rifilarvi l’ultima bufala biodinamica in circolazione. Seguono altre cinque referenze, alcune conosciute, altre meno, che definire interessanti è dire davvero poco, con le quali potete giocare a costruire il vostro abbinamento ideale sia per il cenone della vigilia che per il lungo, a volte infinito, pranzo di Natale.
Champagne carte jaune s.a. brut Veuve Clicquot Ponsardin, un classico di sempre, checchè se ne dica, un piacere sottile e – se la smetteste di abbinarlo solo ai frutti di mare crudi – decisamente sorprendente a tutto pasto! Perchè la vedova aveva palato fine tanto quanto il cervello e ha saputo mettere in fila tanti sapientoni e maghi assoluti dell’assemblage affermando uno stile inconfondibile che non è solo perenne sospensione tra prestigio e dannazione. Per i meno, mettiamola così: è arrivato il momento di farla smettere di girare tra i regali riciclati ovvero di tirarla via – volesse il cielo – dalla dispensa una volta per tutte, non solo per la foto di rito per l’ultimo compleanno della figlia, ma per tirarle, finalmente, il collo! Con il fritto misto di gamberi e calamari per esempio, o col pane, burro salato ed acciuga.
Asprinio d’Aversa spumante Grotta del Sole, perchè a voler scegliere lo spumante più tradizionale che abbiamo in Campania non si può che passare per queste bollicine. La storica azienda flegrea della famiglia Martusciello produce anche una deliziosa versione charmat, più fresca e leggera ed assai indicata per innaffiare senza troppe preoccupazioni le vostre serate natalizie, ma se volete colpire dritto al cuore dei vostri accoliti, correte subito in enoteca – o meglio in cantina a Quarto – a comprare questa preziosa versione metodo classico che esce solo quando dio comanda ed in quantità piuttosto limitata, sembra infatti che proprio in questi giorni si riaffacci di nuovo sul mercato dopo una assenza di almeno tre anni. Presto che è già tardi, poi mi direte magari come è andato abbinato al tradizionale baccalà fritto, e quanto d’amore e d’accordo con le tartine con burro e salmone affumicato.
Greco di Tufo Giallo d’Arles 2008 Quintodecimo. Dovrete pur concedervela una uscita di senno per le spese di natale: vorrete il polpo più fresco tanto da appostarvi per ore dinanzi ai cancelli del mercato, non batterete ciglio sul prezzo dell’agognata spigola di mare o dell’astice blu del mediterraneo, quindi, non rompete le balle se è il greco di Tufo più caro che troverete in enoteca! Lasciatevi quindi conquistare da uno dei migliori vini prodotti in questo millesimo nell’areale nonchè dal fascino di una delle aziende più belle e suggestive d’Irpinia: complessità ed opulenza gustativa fuori da ogni schema precorso, di rara eleganza e profondità minerale. E vi prego, se pensate di regalarlo, fatevene uno pure voi, magari vi viene poi voglia di fare una capatina a trovare Laura e Luigi Moio nella splendida tenuta a Mirabella Eclano. Superbo con il pesce al forno, ma soprattutto con la pizza di scarola e alici della mattina della vigilia.
Costa d’Amalfi Tramonti bianco Per Eva 2008 Azienda Agricola San Francesco. E’ il bianco più ricercato e letto su questo blog, è il vino che al momento – dopo anche i vari assaggi di quest’anno – reputo migliore della comunque ottima offerta dell’azienda di Gaetano Bove in quel di Tramonti. Un bianco di rara eleganza e verticalità olfattiva, un vino da spendere a tutto pasto per esclusivo piacere delle papille gustative, che per’altro mai si stancheranno di lasciarsi andare all’adagio minerale che si diffonde ad ogni sorso. Dopo il Fiorduva, un altro capolavoro della divin costiera che però costa almeno tre volte meno del soave bianco di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo. Una bottiglia da non perdere insomma, bevetela pure bella fresca e sposatela per interesse, tanto, potete starne certi, finirà sicuramente lei prima di voi! Qui la recensione. Con il primo piatto ai frutti di mare, con il polpo all’insalata ma anche con la zuppetta di lumachine di mare.
Campania Aglianico Le Fole 2008 Cantina Giardino, perchè quando avrete voglia di tagliarvi la lingua con il tannino potete pure scegliervi uno qualunque dei Taurasi tanto reclamizzati ultimamente; Ma se invece, con tutto il ben di dio che c’è in menu per le prossime feste, punterete alla leggerezza, ecco il vino, la chicca che fa per voi. Perchè? Ci sono almeno tre ragioni: la prima – una figata pazzesca giocarvela con gli amici più colti – è che l’azienda, di Ariano Irpino, è una delle più alternative del momento, che fa viticultura sana e totalmente vocata alla naturalità degli interventi in vigna come in cantina; La seconda è che questo vino si lascia bere con una piacevolezza estrema senza confondervi mai le idee su ciò che state bevendo tanto è espressivo ed integro il frutto, e la terza – forse la ragione più importante – è che, almeno per quanto mi riguarda, l’ho trovato estremamente digeribile, cioè tanto piacevole da bere quanto da sostenere di pancia. Con la “pizza ripiena” della mattina della vigilia, con il primo piatto con ragù di polpo del cenone ma anche con la parmigiana di melanzane del pranzo di Natale.
Brunello di Montalcino Bramante 2005 Podere Sanlorenzo. Questo è davvero da non perdere se si ha voglia di mettere in tavola un grande rosso, pagando – in riferimento alla tipologia – un prezzo piccolo piccolo e che conserva tra le maglie del suo bel frutto tutto l’eccellente lavoro di un giovane e validissimo viticoltore ilcinese, Luciano Ciolfi, destinato ad un grande futuro. Trovate su queste pagine alcune tracce dell’azienda, e non mi nego di segnalarvi anche dove cercarlo poichè dalle nostre parti è un tantino difficile scovarlo. Un vino dal colore ciliegia che offre tutte le trasparenze del rosso più tradizionale di Montalcino, dal variegato ventaglio olfattivo e dal sapore asciutto, austero ma finissimo come pochi. Io ho subito avuto ben chiaro, tra le due o tre bottiglie destinate, cosa conservarmi come ultimo desiderio enoico dell’anno! Con il ragù di carne del pranzo di Natale ma non è osar troppo provarlo anche con la minestra maritata del pranzo del 26.
E con il dolce? Vi chiederete… beh, non v’è dubbio che siete degli insaziabili perfezionisti, ma vi tocca aspettare la prossima puntata. 😉
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10 dicembre 2010
Pozzuoli, autunno 2003. Vanno via gli ultimi clienti, rimaniamo in cinque o sei, forse qualcuno in più, ma comunque solo buoni amici; abbiamo ancora voglia di bere, brindare, non di festeggiare, ma di fissare bene nella memoria questo giorno, l’inizio di una nuova, splendida avventura nel fantastico mondo del vino: nasce così, dopo un anno di intenso rodaggio, “Amici di Bevute”, e non poteva trovare, a L’Arcante, una casa migliore.

Tra i pochi rimasti, Sandra e Giuseppe Fortunato, conosciuti già qualche anno prima per i loro deliziosi mieli flegrei. Peppino, timidamente, chiede di poterci far assaggiare il suo vino, prodotto artigianalmente e frutto del duro lavoro di recupero della vigna di famiglia di via Tre Piccioni, sulla litoranea che da Pozzuoli conduce alla marina di Licola (per capirci, in zona coste di Cuma), un posto baciato dalla natura ma come spesso accade dalle nostre parti sventrato dall’abusivismo edilizio dilagante degli anni ottanta e novanta. Tant’è che ci arrivano sul tavolo, nella curiosità generale, due bottiglie di per e’palummo.
Ne apriamo una prima, bello il colore vivace, ma il vino al naso è marcato da una decisa nota di riduzione che non lascia spazio a molto altro, se non al piacevole e coinvolgente racconto; dissertiamo infatti, con ampie premesse, su cosa ci si aspetta da quel pezzo di terra fortemente voluto preservare ma che deve in qualche modo trovare una sua dimensione, soprattutto per evitare di finire nel limbo dell’abbandono, o peggio, della cementificazione. Su questo Peppino ha sempre avuto le idee molto chiare, lui e Sandra sono da sempre fortemente sensibili alla salvaguardia dell’ambiente ed hanno imparato, girando per fiere con i loro mieli, che seppur lento, c’è un ideale che puntualmente ritorna, in ogni generazione, a spazzare via ogni conquista qualunquista: è il valore assoluto della terra, per cui vale la pena lottare!

Frattanto decidiamo di aprire la seconda bottiglia, i tratti espressivi non si discostano più di tanto, è chiaro che c’è una mano poco esperta in cantina, eppure non manca di frutto, di carattere; la passione e l’amore per ciò che si fa non sono tutto e Peppino ne è consapevole, ma a parte gli evidenti difetti di manico cerchiamo, con gli accoliti, di comprendere l’anima ribelle di quel frutto che deve pur sfociare nella realizzazione di un sogno, ma è solo l’inizio, ed il tempo si sa, è un gran dottore; qualcuno tra noi chiosa, con poche parole ma che ci aiutano a ben sperare: “ha quel sapore d’uva che mi ricorda il vecchio per e’palummo sopra Cigliano, quello o’vero”. Risata a parte, li ricordo anch’io quei vini, ruvidi, austeri, squilibrati, che piacciono – quando piacciono – più alla pancia che alla bocca, eppure non mentono mai, anche quanto allontanano!
Da allora sono passati sette anni, Peppino Fortunato, silente e riflessivo come è nella sua natura, ha continuato nella sua opera di recupero e valorizzazione della vigna di famiglia, ha chiamato ad aiutarlo in cantina quella mano di cui tanto aveva bisogno, quell’Antonio Pesce che tanto conosce di piedirosso e che tanto ha imparato a rispettarlo e valorizzarlo, così appena messo piede in cantina si è subito cambiato registro. Ottimo fu il 2005, il primo millesimo di riferimento assoluto per Contrada Salandra; ricordo ancora come fosse ieri, l’amichevole “scontro” verbale avuto proprio quell’anno con Peppino, che impaurito dalle prime difficoltà commerciali, aveva deciso di declassare buona parte della vendemmia precedente per meglio collocarlo – come igt – sul mercato locale ad un prezzo decisamente appetibile: “scellerato, gli dissi, non te ne curare, i tuoi obiettivi sono altri!”.
Il 2008 è la rappresentazione esemplare di quegli obiettivi, prima la terra, poi l’uva, quindi l’uomo, capaci di interagire ma in nessun modo di superarsi; un millesimo, qui come altrove nei Campi Flegrei, specchio di quell’anima, tutta flegrea, appannaggio di pochissimi sul territorio che del territorio ne hanno tessuto la storia e si propongono oggi più che mai di salvaguardarla e valorizzarla. E parlo dello storico, fondamentale coinvolgimento della famiglia Martusciello, del silenzioso ma efficacissimo lavoro dei Di Meo piuttosto che la maniacale ricerca di Gerardo Vernazzaro, ma anche della rincorsa dei vari Antonio Iovino o di Cantine del Mare. Oggi il piedirosso sembra avviato ad arrivare sulla bocca di tutti, o meglio, da più parti si spinge affinchè sia proprio questo rosso tutto nostrano a soppiantare il fallimento – solo temporale – del più nobile dei vitigni campani, l’aglianico. E’ il piedirosso o dover riscaldare gli animi, a fare da apripista al ben più austero e longevo aglianico, il chiavistello da insinuare nelle maglie, sempre più intricate, di un mercato in persistente agonia e perennemente oppressivo sulle esigenze che hanno invece certi rossi da invecchiamento.
Per qualcuno insomma, la cosiddetta manna dal cielo, ma si badi bene, e questo è un monito, non un semplice invito, non si tenti di fare di questo straordinario vitigno un figlio di puttana qualunque da prostrare ai piedi dell’ignorante di turno, soprattutto perchè è in terra flegrea, dove giace in gran parte ancora a piede franco, che meglio riesce, più di qualunque altro luogo in Campania, ad esprimere la sua verità varietale.
Il Piedirosso 2008 di Contrada Salandra esprime un gran bel vino, e più di ogni altra parola val la pena veramente di berlo, quasi ascoltato in ognuno dei sorsi che suggerisce. Una eccellenza frutto di un lavoro durato almeno cinque anni, secondo me già sfiorata, di una o due spanne, nel 2007, ma qui, oggi, decisamente colta nel segno. Le uve sono state raccolte il 25 e 26 ottobre nei vigneti di Monterusciello e Licola, dopo la diraspapigiatura hanno subito criomacerazione a 4 – 5°c per circa 24 -36 ore; successivamente all’avvio del processo di fermentazione la stessa è stata prolungata per circa 22 gg, con rimontaggi leggeri più o meno ogni 8 ore (tre al giorno!). E’ un vino che non è stato chiarificato, ma filtrato, ha fatto solo acciaio ed è stato imbottigliato solo lo scorso giugno 2010. Il colore, rubino scarico, ricorda la ciliegia in via di maturazione, vivace e particolarmente luminoso.
Il primo naso è volto a sensazioni molto sottili e fini di fragranti fiori e frutti rossi, molto gradevole anche la vinosità, pacata e ben fusa al quadro olfattivo generale, che spesso caratterizza il per e’palummo flegreo. In bocca è secco, pervade il palato con una decisa sensazione di freschezza e nonostante gli oltre 13 gradi e mezzo non sembra affatto soffrire di alcuna pesantezza gustativa, offre infatti una beva costantemente pulita e fine, con un ritorno di frutto, anche sul finale, piacevolmente minerale. Un rosso di estrema piacevolezza, da pochi giorni commercializzato, da non far mancare alla vostra tavola natalizia. Avete presente gli spaghetti col ragù di polpo?
Tag:aglianico, campi flegrei, contrada salandra, dolci qualità, gerardo vernazzaro, giuseppe fortunato, martusciello, peppino fortunato, piedirosso, pozzuoli, raffaele moccia, sandra castaldo
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7 dicembre 2010

C’è gran fermento in Villa Matilde. Proprio in queste settimane vanno ultimandosi alcuni importanti accorgimenti nella struttura aziendale di cui Maria Ida e Tani Avallone non nascondono di andarne molto fieri; Si conclude così quel processo avviato un paio d’anni fa chiamato “fattoria ad emissione zero” che ha riguardato anzitutto la conversione dei principali impianti di energia elettrica adesso alimentati per buona parte da fonti rinnovabili, nello specifico impianti fotovoltaici. Inoltre, approfittando dell’aria di rivoluzione, si è intervenuto anche sulla riqualificazione di alcune aree operative dell’azienda: “spostando la linea di imbottigliamento da una parte all’altra dell’azienda per esempio, siamo riusciti a destinare più spazio alla cantina di invecchiamento e soprattutto ai magazzini di stoccaggio, consentendoci così una maggiore serenità non solo nella gestione ordinaria dei vari passaggi in cantina (sfecciature, travasi ecc., ndr) – mi dice Fabio Gennarelli, l’enologo di casa – ma soprattutto nella conservazione dei vini e continuare quindi quel percorso iniziato già da tempo che ci consente di far arrivare sul mercato le nostre selezioni, il Caracci ed il Cecubo per esempio, e le riserve come il Camarato, quanto più possibile vicine al loro miglior momento espressivo”.

Qui mi scappa una breve riflessione, su quanto siano davvero poche le aziende in Campania capaci di sviluppare negli anni una programmazione del genere, seria e costante, di crescita qualitativa dell’offerta ma anche di un valido lavoro di marketing che non faccia mai mancare orecchie attente sulla sempre variegata domanda, appannaggio indubbiamente di quelle poche che possono vantare una storia decisamente radicata sul territorio, nonché spalle belle larghe ma intelligenti e capaci di sostenere, e quando è stato necessario, superare e vincere, le dure sfide di un mercato che soprattutto negli ultimi 10-15 anni non ha certo mancato di far sentire la sua enorme pressione. Un esempio, per quanto di banale compresnsione, è anche l’incoraggiante messaggio lanciato al sistema quando, appena raccolte le ultime crescenti richieste, soprattutto dall’estero, di una possibile variazione sul tema bottiglie con chiusure di tappi a vite – solo su falanghina e aglianico base, ndr – invece che storcere il naso nel buon nome dell’italiota fedeltà al sughero, ci si è dati subito una mossa all’indirizzo di capire quando e come poter affrontare questa nuova sfida commerciale. Personalmente, come ho già avuto modo di esprimere qui, non posso che approvare questa intelligente apertura che di certo farà arrivare i nostri vini campani laddove per abitudine o mera esigenza commerciale si tende a sponsorizzare chiusure con tappo a vite anzichè tradizionali sugheri. Una opportunità, perché mancarla?

Ma veniamo al Camarato 2005, come è noto il vino prende il nome dalla vigna omonima allocata a S. Castrese, piccolo comune ad un tiro di schioppo da Sessa Aurunca in provincia di Caserta, non lontano dalla cantina storica della famiglia Avallone situata a Cellole, praticamente fronte strada sulla litoranea statale Domiziana. Se le vigne che circondano la bella Fattoria sulla costa sono caratterizzate da terreni di natura sabbiosa che danno vita a vini, qui solo bianchi da uve falanghina, esili e beverini, i suoli della Tenuta di S. Castrese sono invece di origine marcatamente vulcanica con una buona dotazione di fosforo e potassio, e gli impianti, allevati a guyot con una densità di piante per ettaro di circa 4500 ceppi, hanno una età media di 40 anni, decisamente il fiore all’occhiello della proprietà agricola di Maria Ida e Tani Avallone.
Il colore è rosso rubino, perfettamente integro ed invitante, marcato (ma non troppo) nella sua concentrazione. In questa fase, a circa 6 mesi ancora dalla sua prossima uscita, il naso esprime un profilo olfattivo già ben delineato con sentori di frutta a polpa rossa matura che va continuamente a sostenere gradevolissime sfumature balsamiche di liquerizia e note speziate di pepe nero. In bocca invece è evidente un sano squilibrio, che non inficia certo la consistenza e la voluttà del vino, la materia prima è ricca e direi piuttosto sorprendente per la sua profondità gustativa, ma il tannino “va di petto” che è una bellezza e ne coscrive la trama gustativa. La nota impressionante che ho subito percepito di questo vino, figlio di una buona annata, non eccezionale come per esempio la 2001, ma caratterizzata da ottime escursioni termiche e giuste precipitazioni, è che pare finalmente non soffrire di quella “grassezza” compulsiva che ha spesso diviso critici ed appassionati del Camarato al suo debutto in commercio e che non di rado, pur premiandolo costantemente, non ne riuscivano sempre a cogliere immediatamente l’anima identitaria, con questo millesimo, questa interpretazione, non manco di azzardare a definire più Falerno del Massico che mai, più dei precedenti e quindi ancor più rafforzato in quel ruolo di portabandiera di un territorio unico e straordinario che solo imparando a camminare e cogliere in tutte le sue eterogenee anime si è poi capaci di rendergliene giusto merito. Bel lavoro davvero, tanto di cappello!
Tag:aglianico, avallone, camarato, cellole, falerno del massico, l'arcante, piedirosso, s. castrese, vigna camarato, villa matilde
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3 dicembre 2010
Quando ti lasci alle spalle Sessa Aurunca e cominci la risalita verso Ponte e quindi S. Carlo, ti accorgi subito di stare varcando una soglia che non è solo metrica ma soprattutto temporale. Capita ormai non di rado che anche luoghi piuttosto ameni, mi riferisco in questo caso all’agro sessano, soffrano anch’essi, inesorabilmente, di un convulso traffico di autoveicoli, e le insegne al neon, anche qui tinte di colori dei più sgargianti, non aiutano certo a sostenere che se sei scappato qui, tra le rocce ammantate di verde – in questo tempo più brune che verdi – di Roccamonfina è proprio per scrollarti di dosso quella “puzza di città” di cui sinceramente non ne puoi più.

La strada ti accompagna soave, la pioggia, sottile e costante ti invita alla cautela, i soffici banchi di nebbia che ti si aprono davanti non lasciano apprezzare lo stupendo panorama che invece di solito sa offrire, vista da qui, l’infinita piana di terra di lavoro. Querce, lecci e castagni sembrano abbracciare ognuna delle curve, sovrastano i costoni, e dopo l’ennesima, praticamente a gomito, ecco l’imbocco di Fontana Galardi, che ti accoglie con le sue vigne dispiegate sui fianchi di un lungo viale contornato da cipressi che offrono un colpo d’occhio dal fascino bolgherese che ne fa un particolare che non manca certo di suggestionare l’avventore di turno; mi lascio volentieri riportare indietro nel tempo, rapire dal ricordo, lontano dieci anni orsono, di ciò che avevo allora appena scoperto e che oggi, affascinante più che mai, mi ha indotto al ritorno: Terra di Lavoro, un grande vino, assolutamente non un vezzo!
L’azienda, giusto per riprenderne le fila, nasce nel 1991 ad opera di Roberto Selvaggi e Maria Luisa Murena e i fratelli Francesco e Dora Catello con il marito Arturo Celentano; esordisce con le prime, pochissime bottiglie, con l’annata ‘94. Proprio con Arturo Celentano ripercorriamo la storia recente del Terra di Lavoro, unico vino qui prodotto e che tale è rimasto nonostante frattanto il vigneto, immerso nel parco di Roccamonfina, sia entrato a regime con tutti i nove ettari e mezzo attuali, mantenendo, dal ’97 ad oggi, praticamente invariato anche il numero massimo di bottiglie prodotte per anno che mai hanno varcato la soglia delle trentamila unità.

“Se volessimo sottolineare alcune tappe fondamentali per l’azienda ma in particolar modo per il vino potremmo identificare, dopo l’esordio, nel millesimo 1999 un punto di svolta importante; Forse l’inizio di tutto, la spinta decisiva a quello che vuole essere il Terra di Lavoro e che sentiamo di aver consolidato e concretizzato nel tempo ma che, a distanza di un decennio, riesce ad esprimere al meglio a partire proprio da questa vendemmia 2008”. Mi si dice, di questo 2008, di un millesimo praticamente perfetto, con un andamento stagionale ineccepibile ed uve di sanità e qualità ben al di sopra di ogni altra vendemmia registrata prima.
Ed in effetti, bicchiere alla mano, non v’è dubbio di stare bevendo forse il miglior Terra di Lavoro mai approcciato prima, nonostante l’ottimo, impressionante allora, 2001 nonchè l’eccellente 2004. Un colore vivacissimo, rubino porpora cristallino ed invitante. Il naso è sfrontato, ricco di sfumature, per questo attenzionato con particolare devozione; Bere questo vino dopo averlo aperto per tempo, almeno un paio d’ore prima, non passi come una raccomandazione fine a se stessa, tantè che l’ora dedicatagli – minuto più, minuto meno – ci ha offerto una ampio ventaglio di sensazioni e percezioni particolarmente fini ed eleganti, sempre incentrate su di un frutto ricco di polpa e tuttavia intriso di gradevolissime nuances balsamiche che si fanno via via delicatamente speziate. In bocca poi è ricco, anche qui bello carico, caldo e avvolgente, con un tannino in evidenza ma non offensivo; ciò che più impressiona nella voluttà della beva è proprio la reminescenza acido-tannica che ritorna, puntualmente, ad ogni sorso sino ad accompagnare un finale costantemente persistente, sapido e minerale.
E’ a questo punto che il mio pensiero va all’ultimo riassaggio di un altro millesimo piuttosto interessante ma forse un poco male interpretato, il 2006¤: un’annata, anche questa, decisamente interessante ma che ha offerto un vino palesemente diverso da questo, dal naso quasi ermetico che faticava a venire fuori e dal sapore austero, caratterizzato da una trama acido-tannica a tratti tagliente, quasi sfuggita di mano. Mistero della fede!

Rimettersi in macchina dopo una mattinata del genere è un gran piacere, ritrovare, seppur tra la pioggia, lo splendore di una delle tenute più belle e suggestive della Campania rimane una esperienza sublime; non è banale, né trascendentale sottolineare come questo bellissimo luogo sia incantevole e come sia importante che ci siano persone che hanno deciso di dedicare buona parte del loro impegno quotidiano a valorizzarne i contenuti, territoriali anzitutto, sempre troppo poco considerati, soprattutto perché quando preso di mira rischia costantemente di rimanerne sconvolto, particolarmente da chi coltiva l’insana idea che per fare di questi luoghi una meta ambìta serva più di tutto fare agriturismi “a tempo” ripulendo un casotto qua ed uno là ed offrendo, tra caprette belanti e struzzi napoletani, quattro piatti precotti. Io non credo, penso proprio che ci voglia ben altro!
Tag:aglianico, arturo celentano, fontana galardi, francesco e dora catello, galardi, maria luisa murena, piedirosso, roberto selvaggi, roccamonfina, s. carlo di sessa aurunca, terra di lavoro
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2 dicembre 2010
La fierezza, la dignità dell’appartenenza, la sottile malinconia di valori tanto radicati quanto a volte facilmente ignorati. Non si può produrre vino prescindendo dai primi due elementi appena citati, non ha senso invischiarsi nell’impresa di fare vino se non credi nel valore della tua terra, men che meno se la ignori in virtù del solo fine di produrre reddito. Mi sono ritrovato, ultimamente, parecchie volte a guardare la vigna su cui affaccia il balcone di casa mia; tutta sarà poco più di un ettaro, terrazzato, curato con parsimonia, vecchio quasi come il contadino che lo conduce ed allevato con il sempre suggestivo “spalatrone puteolano”; a dirla tutta, dà un vino da poco o niente, ma la fierezza e la dignità dell’appartenenza con la quale don Antonio, e di tanto in tanto suo fratello, vecchio forse più di lui, ci spendono intere giornate, in questi giorni anche sotto la pioggia, mi fa pensare a qual valore abbia la terra per chi coltiva la vite. Decisamente Incalcolabile.

Con questo pensiero mi lascio alle spalle Cesinali, così si esaurisce la piacevole giornata trascorsa a casa di Rosanna Petrozziello e la famiglia Favati tutta, con le stesse ultime curve prima della strada statale che mi avevano accompagnato qui dall’uscita autostradale Avellino est. Con me però anche la convinzione di aver ritrovato vini davvero importanti, come avevo sempre avuto modo di assaggiare, ma oggi più che mai ascritti ad una identità ben precisa e a quanto mi è parso sempre più riconoscibile soprattutto nella personalità di una straordinaria donna del vino –Rosanna appunto – che al vino, d’un tratto, si è dovuta concedere in tutto e per tutto per dare continuità ad un progetto iniziato per volontà della famiglia ma che in lei, anzitutto in lei, ha trovato linfa vitale per affermarsi e progressivamente proporsi come tra i più interessanti e solidi dell’areale irpino.
L’azienda nasce nel 1996 per volontà dei fratelli Piersabino e Giancarlo Favati (di cui Rosanna è moglie, ndr) e sin dal primo imbottigliamento, annata 2000, si è subito imposta come un riferimento da non perdere d’occhio, sul fiano in particolare che rimane la loro specializzazione, il loro fiore all’occhiello, espresso tra l’altro anche con un sempre interessante spumante metodo charmat, il Cabrì. Per la verità la prima vendemmia del fiano di Avellino è avvenuta nel 1999, ma date alcune complicanze sopraggiunte in commissione per l’allora doc, in primis per banali errori di interpretazione del grado alcolico, si lasciò preferire, pur di non declassare la produzione, il tombino della cantina allo svilimento di quattro anni e mezzo di lavoro, il che la dice lunga sull’approccio che coltiva la famiglia Favati con il mondo del vino!
Oggi l’azienda conta giusto 12 ettari di vigna di cui 10 di proprietà, sparsi qua e là nelle sottozone maggiormente vocate del territorio sia per quanto riguarda il fiano di Avellino che l’aglianico di Taurasi, tra la stessa Cesinali per il primo e varie parcelle nei comuni di Montemarano e Venticano per quando riguarda il secondo. I due ettari di greco sono invece in conduzione, ma ciò nulla toglie, ed il Terrantica 2009 ne è testimonianza tangibile, alla straordinaria capacità di ben interpretare uno tra i più interessanti varietali regionali. Il tutto si traduce in circa 100.000 bottiglie prodotte, delle quali più della metà vanno all’estero.

Dagli assaggi per la verità gran parte della mia attenzione è ricaduta sull’ottimo Fiano di Avellino 2009, sempre etichetta bianca, che personalmente ritengo il migliore sino ad oggi uscito dalle porte di questa cantina, oggi seguita da Vincenzo Mercurio: un vino di una piacevolezza olfattiva e progressione gustativa sinceramente molto al di sopra della media dei Fiano 2009 sino ad oggi assaggiati. Ma non posso negare la tanta curiosità su questo greco di Tufo, anzitutto perché se per i Favati fare fiano è una vocazione naturale, il greco non sembra affatto soffrire di minor attenzioni, sfoggiando con questo millesimo una gran verve, soprattutto al gusto, che ne fa presagire non poca fortuna.
Sia chiaro, non è un vino “facile”, tutt’altro, e la veste di selezione – o come spesso anch’io amo tradurre in cru – confido sia ben spiegata al ristoratore di turno come dal sommelier all’avventore appassionato: è un vino che va lasciato respirare e soprattutto servito ad una giusta temperatura (12°-14°) per non ghiacciare con le papille gustative anche i sottili ma persistenti profumi minerali e soprattutto una vivacità gustativa che sorso dopo sorso si tramuta in una profondità davvero encomiabile, che avvolge il palato e non lo lascia per molto, molto tempo.
Si è parlato, spesso, di non pochi errori di interpretazione di questo come altri varietali autoctoni campani, nel tentativo, di rendere più slanciate note olfattive per la verità sempre poco caratterizzanti vini del genere, il greco su tutti, ed ammorbidire certe sfumature gustative magari troppo poco appetibili dal gusto internazionale quanto invece patrimonio di questo vitigno in particolare. Ebbene, lo stile dei vini dei Favati non si è mai piegato a questo gioco al massacro e semmai servisse un esempio per ribadire ancora una volta il concetto che l’unica molla su cui fare leva per affermare e consolidare la viticultura regionale sia la profonda biodiversità che la caratterizza e non il vano tentativo di renderla puttana, beh, il Terrantica etichetta bianca 2009 merita sicuramente una delle poche candidature alle primarie!
Tag:aglianico, cesinali, etichetta bianca, fiano di avellino, greco di tufo, i favati, rosanna petrozziello, taurasi terzo tratto, vincenzo mercurio
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30 novembre 2010
Terra caliente la Spagna, ci pensi e ti vengono in mente mille colori e sfumature, dalle spiagge bianche di Formentera alle luccicanti notti insonni di Ibiza, dal rosso fuego de la Plaza de Toros alle corse forsennate dei fedeli di San Firmino tra i vicoli di Pamplona. Per i cultori del bello poi se non bastano le maestose cattedrali madridiste per alzare gli occhi al cielo c’è il valore dell’arte assoluta dell’incommensurabile talento di Pablo Picasso oppure l’immane opera della Sagrada Familia di Gaudì.

Per gli afeçionados gourmet invece, proprio dalla Spagna si è assistito negli ultimi vent’anni ad una ondata di rivisitazione gastronomica che giorno dopo giorno, con una costanza mai registrata prima, ha visto l’esplosione di tanti giovani talentuosi chef affermare in cucina idee assolutamente innovative, talvolta rivoluzionarie, tanto dallo spingere l’asticella della discussione critica sino al vero e proprio contraddittorio, favorendo addirittura la coniazione di nuovi termini letterali per identificare chi, habituè di queste tavole-laboratorio, non era più identificabile come puro e semplice cultore della ricercata buona cucina ma bensì come un integerrimo gastrofanatico. Altro che tapas&paella a cui ci eravamo abituati dalle passeggiate sulle ramblas di Barcellona.
Dove invece la parola rivoluzione non ha ancora trovato nuovi profeti capaci di un colpo di coda pare essere proprio il mondo del vino spagnolo, sicuramente affascinante e ricco di esempi che danno lustro al comparto, ma a quanto pare sempre troppo conservatore per leggere per tempo i cambiamenti di un mercato internazionale che pur nel caos degli ultimi vent’anni ha comunque sempre dato ampi segnali su quale fosse la strada da percorrere per differenziarsi ed affermarsi come opportunità appetibile e soprattutto non omologabile. E questo vino, prodotto in una delle aree a denomination de origen più preziose, pare essere proprio l’esempio lampante di questa difficoltà. Il Ribera del Duero Montecastro 2006 è un vino tecnicamente ineccepibile ma che, a mio giudizio, è assolutamente incapace di colpire l’immaginario dell’avventore sulle sue specificità territoriali, un vino della Ribera che potrebbe però essere stato prodotto in qualsiasi altra parte del nuovo mondo, giusto per fare un esempio.
Prodotto da uve tempranillo in purezza, qui chiamato tinto fino, trascorre circa venti mesi di invecchiamento in barriques di legni diversi, in parte francesi (70%), in parte americani (25%) ed il restante 5% in rovere di Slavonia. Generalmente il tempranillo offre vini di grande generosità gusto-olfattiva, forse anche per questo le mie aspettative su questa etichetta non erano poche, tra l’altro leggendo successivamente qua e la sul web ho trovato pure belle recensioni a riguardo, con punteggi anche al di sopra dei 90/100 e certamente nel Duero, siamo a nord di Madrid, non mancano esempi di tutto rispetto sulla denominazione. Ma veniamo a noi: il timbro olfattivo, pur bevendo un vino di “appena” quattro anni, è estremamente maturo, a tratti marmellatoso, e nemmeno la forte incidenza dei diversi legni, che al palato si rivelano ancora piuttosto caratterizzanti, offrono sfumature speziate allettanti. In bocca è possente, carico di glicerina al punto da consigliare piccoli sorsi e ben distribuiti su tutta la cavità orale per non appesantire troppo la beva. Anche qui poco o nulla sulle sfumature acido tanniche, pur attese date le riconosciute caratteristiche del varietale nonché la forte connotazione argillosa–calcarea dei terreni, ma niente, nemmeno uno spunto terroso che spesso sopraggiunge come variazione sul tema sulla tipologia; Tutte note organolettiche evidentemente sovrastate, non poco, dalla carica alcolica, già dopo il secondo sorso piuttosto pesante.
Come detto un vino ben costruito, probabilmente anche appetibile per un approccio semplicistico alla tipologia, ma decisamente al di sotto delle mie aspettative. Stroncatura? Beh, senz’altro, ma ho solo aperto le indagini, vediamo dai prossimi approfondimenti cosa ne verrà fuori!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:angelo di costanzo, barcellona, l'arcante, madrid, montecastro, montecastro y Llanahermosa, penisola iberica, ribera del duero, spagna, tempranillo, tinto fino, valladolid, vini rossi
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28 novembre 2010
Ho conosciuto Antonio Papa più o meno un anno fa¤, ma da almeno un paio d’anni prima ero rimasto folgorato da un suo vino in particolare, il Campantuono: un vinone dall’accentuata personalità tanto persuasivo nella beva quanto masticabile nel frutto, partorito tra l’altro da una terra tra le più suggestive in Campania e sotto l’egida di una delle denominazioni più controverse – quantomeno particolarmente eteregonea – presente in regione.

Così, armato di tanta curiosità mi sono avviato sulla via per Falciano del Massico, con Mondragone, uno dei cinque comuni ammessi alla doc Falerno¤ e “specializzato” nella coltivazione di primitivo anziché, come capita negli altri casi, nell’aglianico e piedirosso, con l’obiettivo di camminarne le vigne!
La cantina è proprio nel cuore del paese, le vigne allocate poco più lontano. I Papa si dichiarano viticoltori sin dal 1900 e non mancano certo i segni di una tradizione così forte e radicata, anche quando sul finire degli anni novanta è stato necessario prendere decisioni importanti sul futuro dell’azienda stessa, che pur rimanendo un riferimento per tutto il circondario ha avuto bisogno di un forte rilancio per affermare il suo modo di intendere il primitivo, pur inconfondibile, ma che con l’allora andamento del mercato rischiava di essere coinvolto nel volano della banalizzazione e quindi bollato più comunemente come un vino dal gusto “internazionale”. La svolta, come spesso accade, non è stata immediata e nemmeno semplice da gestire, convincere per esempio lo stesso papà Gennaro ad intervenire drasticamente in vigna per dimezzare la resa per ettaro sino agli attuali 45-50 quintali non è stato certo facile, ma indispensabile, ed i risultati ad oggi gli danno ragione: in poco più di un decennio la piccola azienda di Falciano, nonostante le poche bottiglie prodotte, appena 15.000 bottiglie, si può ritenere a tutti gli effetti un piccolo gioiello della vitienologia campana, ed in quanto a primitivo senza dubbio una spanna al di sopra degli altri, e non solo in regione.
L’Azienda¤ quindi è specializzata nella coltivazione e produzione di primitivo, il Campantuono ne è l’espressione più autorevole, il vino di punta, ma dagli assaggi effettuati in cantina, più del nuovo 2007 – più sottile ed elegante del precedente 2006¤ ma di certo meno impressionante – mi ha conquistato il Conclave 2008, il secondo vino, altro cru anch’esso con base primitivo, che l’anno scorso al suo esordio con il millesimo 2007 non mi dispiacque affatto ma che oggi, con grande slancio, conferma ancor di più quanto sia necessario iniziare a ragionare anche nell’Ager Falernus sulla molteplicità di espressioni legate ognuna, fortemente, al singolo vigneto, al terreno, al suo microclima di appartenenza e non più solo alla generica denominazione Falerno del Massico.
Il Falerno del Massico Primitivo Conclave 2008 possiede davvero una bella trama, sia nella forma che nella sostanza. Il colore è di un rubino violaceo giovanissimo, impenetrabile data la concentrazione manifesta nel bicchiere. Offre un naso ampio e delizioso di frutti rossi polposi e quando ben ossigenato di note cioccolatose; in bocca è ricco, avvolgente, più fresco – quindi vivace – che tannico e potente nonostante gli oltre 14 gradi. A questo punto, più che ripetermi sulle peculiarità tecnico-produttive, qui come in tutti i vini di Papa votate all’assoluta qualità, ci terrei in questo caso a lanciare espressamente un invito a cercare e bere questo vino per meglio comprendere quanto siano necessari, alla nostra viticultura, vignaioli così integralisti ed attenti come la famiglia Papa, dove per integralismo s’intende la salvaguardia di territori come quelli che ho avuto la fortuna di camminare con loro e quando per attenzione si vuole suggerire anzitutto l’onestà con la quale si è sul mercato producendo solo quanto si è intenzionati a fare e non solo capaci di sostenere.
Tag:ager falernus, angelo di costanzo, antonio papa, campantuono, caserta, conclave, degustazione vini, falciano del massico, falerno del massico, l'arcante, primitivo
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25 novembre 2010
Merlot, o lo ami o lo odi. Io sto giusto nel mezzo, perché ci sono vini, a base merlot, capaci di impalarti di fronte al bicchiere, altri – forse proprio quelli che hanno fatto degenerare la fama di questo nobile vitigno bordolese – capaci solo di scivolare anonimamente giù per il lavandino. Alla fine, come in tutte le cose della vita, ognuno è artefice del proprio destino, e chi ha creduto di trovare nel merlot una facile fonte di reddito anziché un confronto ambizioso ed impegnativo con i cugini d’oltralpe, ha dovuto ben presto, in maniera meschina, dall’Alto Adige alla Sicilia, alzare le mani se non in qualche caso abbassarsi le braghe di fronte ad una sconfitta sonante senza se e senza ma.

In Friuli, dicono gli annali, c’è arrivato intorno al 1880 per opera del senatore Pecile e dal conte Di Brazzà, per diffondersi poi anche in Veneto e via via in tutta la pianura padana. In Friuli Venezia Giulia ha trovato sicuramente una terra particolarmente vocata a tal punto dal divenire in pochissimo tempo un fermo dell’enologia friulana, non a caso il merlot è oggi il vitigno a bacca nera più diffuso in regione assieme al cabernet sauvignon ed al cabernet franc, ormai riferimenti assoluti per molte delle denominazione di origine di vini rossi. Personalmente però, parlando di vini rossi, continuo a ritenere di gran fascino molti vitigni autoctoni locali, il Refosco su tutti ma anche altri come il tazzelenghe, in forte rilancio sulle colline di Buttrio, Manzano e Rosazzo, e che assieme al pignolo e allo schioppettino sono stati letteralmente salvati dall’estinzione certa.
Ma oltre a questi vini, austeri, se vogliamo rustici, seppur in alcuni casi decisamente autentici – il nome tazzelenghe per esempio deriva dal dialetto friulano tacelenghe (taglia lingua) – è innegabile che vi è stato per lungo tempo (e lo è per certi versi tutt’oggi, ndr) una profonda necessità di proporsi sul mercato con vini che offrissero caratteristiche peculiari tendenti più alla morbidezza invece che all’elevata acidità e tannicità dei vitigni appena citati, sicuramente indiscutibili per le qualità patrimoniali, ma avendo necessità di lunghi affinamenti prima di essere pronti da bere causavano non pochi problemi gestionali ad un sistema economico spesso in affanno, soprattutto quando, nel periodo subito dopo l’estate, calavano drasticamente le vendite dei ben più apprezzati vini bianchi mentre quelli rossi erano ben lungi dall’essere pronti da bere. Ecco, bevendo questo delizioso C.O.F. rosso 2005 di Felluga, base merlot con un saldo di refosco, è proprio questa l’idea che subito mi son fatto del perché di un successo tanto scontato del varietale internazionale in terra friulana, e di un vino – questo in particolare – tanto rotondo e ruffiano, a dispetto di una terra che partendo proprio dai suoi vini bianchi, partorisce da sempre prodotti con una grandissima capacità di attraversare il tempo, in maniera quasi disarmante, esaltandosi addirittura con l’evoluzione in bottiglia.
Livio Felluga vine oggi considerato come il patriarca della vitienologia friulana, primogenito della quarta generazione che da Isola d’Istria si trasferì in Friuli e tra i primi ebbe l’intuizione di puntare su Rosazzo e sui Colli Orientali del Friuli per fare del suo ideale un presente in grande spolvero che oggi vanta un’estensione collinare nel Collio e nei Colli Orientali del Friuli di oltre 160 ettari di proprietà, di cui oltre 135 a vigneto. Sul vino invece rimane ben poco da scrivere, ritengo di averlo trovato di gran compagnia, francamente un bel rosso da bere senza troppo chiedere né al palato né alle proprie attitudini degustative; Offre un bel colpo d’occhio, rosso rubino perfettamente integro nonostante i cinque anni, di buona consistenza. Il naso è piuttosto gradevole, suadente, delicato ma ampio, richiama anzitutto note di amarena, lampone e mirtillo, alla beva, sul finale, in retrogusto, si apprezzano anche discrete note speziate. Più in generale offre una bevibilità particolarmente avvolgente, è un vino quasi robusto – i 14 gradi non hanno dove nascondersi – ma lineare e di ottima consistenza. Un rosso che non offre certo spunti di riflessioni articolate, ma che non delude certamente una sana e piacevole bevuta tra amici.
Tag:angelo di costanzo, c.o.f., colli orientali del friuli, cormons, friuli, friuli venezia giulia, l'arcante, livio felluga, merlot, pignolo, refosco, rosazzo, tazzelenghe
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22 novembre 2010
Puoi pensare di stare bevendo un gran bel vino, e sorso dopo sorso rimanervi affascinato sino ad esserne definitivamente rapito; Puoi convincerti che questo vino avrà la stessa facilità di attraversare il tempo come il coltellino che impugni di stendere il burro sulla tua prossima fetta di pane. Puoi magari rallegrarti dell’intuito del sommelier che te l’ha – tra i tanti – appena consigliato, o immaginare quanto sia stato bravo il produttore a pensarlo e l’enologo a forgiarlo, ma solo se vieni qui, a Rampaniùci, in questo luogo lontano da tutto ed immerso nei boschi di querce, ad un tiro di schioppo dal burbero Monte Massico che domina l’orizzonte, puoi godere appieno del fascino antico della sua terra, l’Ager Falernus, che questo vino riesce ad evocare con grande slancio di modernità!

Siamo a Casale di Carinola, dove la famiglia Migliozzi è da sempre occupata in agricoltura, non a caso in zona sono conosciuti e riconosciuti come frutticoltori di un certo spessore. Parallelamente però, papà Lorenzo, con l’idea di diversificare gli interessi familiari ha sempre guardato con un certo appiglio al mercato dell’estrazione della pozzolana, di cui il circondario ne è ricco in giacimenti, occupandosene in prima persona lasciando così la conduzione delle proprietà agricole ai figli. Così quando a fine anni novanta, con le prime avvisaglie della crisi economica – che non ha certo risparmiato il mercato della frutticoltura – si dovette pensare cosa fare a Rampaniùci, allora votata principalmente alla coltura di albicocche più che alla vigna ormai logora, si fece avanti Giovanni che già da tempo aveva immaginato proprio qui la possibilità di realizzare il suo sogno di sempre, fare su questa collina un grande vino rosso, un Falerno da consegnare agli annali.

Rampaniùci, mai nome fu più approriato, è celata da una trama di fitta boscaglia apparentemente ineludibile, dove arrivarci significa attraversare un labirinto di anfratti sterrati che scorrono paralleli alla strada comunale – ancor più sterrata – che dalla località “le Forme”, all’improvviso, sbuca proprio ai piedi della collina. Ecco, arrampicarti su per la collina, in certi punti piuttosto ripida, ed affacciarti tutto intorno, ti fa avere finalmente ben chiaro il quadro emozionale che sino all’assaggio, magari sostenuto anche dal bel racconto del sommelier, hai potuto solo immaginare; Perché questo Falerno del Massico, sarà il prossimo punto di riferimento per questa denominazione, e per questo pezzo di Campania Felix, assolutamente inespresso rispetto al suo enorme valore vitivinicolo a cui, personalmente, invito a guardare con sempre maggiore rispetto ed occhi lucidi di aspettative.
Il reimpianto della vigna è stato completato nel 2005, cinque ettari praticamente a corpo unico – una vera rarità per l’areale – perfettamente integrati nel paesaggio e che nulla hanno tolto allo splendore del fittissimo bosco di querce che li circonda tutto intorno. Lo scenario, per chi sa leggere il vigneto, il suo impianto, è incomparabile, di una suggestione unica. Lungo la risalita, in alcuni punti decisamente ardua, dimorano le piante di primitivo, nella parte più bassa di Rampaniùci, un ettaro pari pari di terra tufacea ricca di scheletro e rocce affioranti. Poi, più su, l’aglianico ed il piedirosso, il primo con una bella parte in esposizione a sud, il secondo, che occupa però una densità inferiore dei quattro ettari rimanenti dell’impianto, guarda il Monte Massico, quindi a nord/nord-est. Qui il terreno è più frammisto, composto comunque in gran parte da tufo e rocce minerali.

Aglianico per il 70%, piedirosso al 20% e primitivo per il restante 10%, un blend questo, più o meno invariato negli anni, che vuole il Rampaniùci come l’unico Falerno a puntare alla valorizzazione di tutte e tre le varietà maggiormente presenti sul territorio. Il vigneto è condotto integralmente seguendo i parametri dettati dall’agricoltura biologica – tanto cari a Giovanni quanto a Fortunato Sebastiano, l’enologo che lo segue – laddove in vigna non vengono usati prodotti di sintesi, quindi solo rame e zolfo (per le tignole per esempio si usano solo prodotti naturali come il bacillus e la confusione sessuale, ndr) mentre in cantina si punta a stare quanto più bassi possibile con l’aggiunta di anidride solforosa (meno di 50 mg/l) e ad eliminare, ove possibile, alcuni interventi di prassi come per esempio non utilizzare gomma arabica o usare acido metatartarico per stabilizzare il vino da eventuali precipitazioni tartariche in bottiglia. Le uve, ognuna lavorata seguendo un percorso proprio prima del blending, dopo la pigiadiraspatura e l’ammostamento, appena dopo la fermentazione alcolica subiscono macerazioni piuttosto lunghe – sino ai 40/50 giorni – lasciando quindi svolgere anche la fermentazione malolattica con le bucce. Dopo alcuni tentativi, per la verità poco convincenti, si è scelto di non utilizzare barriques per l’invecchiamento ma solo botti grandi, in questo caso tonneau, dove il vino resta per almeno un anno, prima di finire in bottiglia dove ci rimane per un affinamento di almeno un’altro anno ancora. Con Giovanni Migliozzi, nella piccola cantina ricavata praticamente nel garage di casa, scevra da ogni orpello, ci siamo lasciati andare nella degustazione di tutte le annate prodotte sino ad oggi, delle quali qui troverete un rendiconto delle precedenti 2005-2006-2007, mentre vi invito a seguirci prossimamente per leggere del 2008 di prossima uscita e del 2009 ancora in elevazione in legno. Ricordate quindi, si scrive Rampaniùci, si legge Falerno del Massico, e si beve con lo stesso amore profuso da Giovanni Migliozzi, come Maria Felicia Brini, Antonio Papa e Tony Rossetti, per la loro stupenda, incomparabile terra!
Tag:aglianico, angelo di costanzo, antonio papa, casale di carinola, falerno del massico, fortunato sebastiano, giovanni migliozzi, l'arcante, le forme, maria felicia brini, migliozzi, piedirosso, primitivo, rampaniuci, tony rossetty, viticoltori migliozzi
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20 novembre 2010
La settimana scorsa L’Arcante ha soffiato sulla sua prima candelina on line, subito ci siamo sentiti in dovere di condividere tale ricorrenza, postando innanzitutto vivissimi ringraziamenti ad indirizzo di chi ogni giorno ci segue e ci sprona a continuare nello scrivere le pagine del nostro diario enogastronomico, ma anche di ribadire – purtroppo pare non essere mai abbastanza farlo – la libera ispirazione alla quale ci rifacciamo (qualcuno la chiama indipendenza!) per ogni singolo post trattato dal sottoscritto, da Ledichef e da chi, di tanto in tanto ama lasciare una sua traccia sul nostro blog.

Detto questo, il clima domenicale, mi solleticava l’idea di ripercorrere, brevemente, il percorso camminato in un anno di posts: temi, luoghi, persone, ma anche vini e piatti che più ci hanno e più vi hanno appassionati nella lettura quotidiana delle nostre pagine, schegge più o meno impazzite di un puzzle sempre più avvincente che ad oggi viaggia più o meno stabilmente sulla media di 7.000 (settemila!) visite al mese. Non male, direi…
I Luoghi: quelli vissuti con i piedi ben piantati nella terra e quelli ancora da camminare, per farsi attraversare da esperienze reali e non virtuali: veni, vidi, vici. Senza null’altro da aggiungere!
Il vino: la vita mia! Mai avrei sognato di diventarne così dipendente, invero ho sempre immaginato che avrei fatto della mia passione iniziale (avevo meno di vent’anni) la professione di tutta una vita. Senza entrare troppo nel merito, mi accorgo ogni giorno di un mondo in continuo movimento ed evoluzione (talvolta pur con le sue involuzioni, ma tantè…), impossibile quindi da seguire stando semplicemente alla finestra, o peggio, seduti dietro ad una scrivania. Proprio non riesco a capire come fanno certi a trattare così superficialmente un argomento così complesso e profondamente legato a tutta una serie innumerevoli di fattori quali luoghi, vigne, persone impossibili da decifrare senza metterci bene le mani in pasta! Della serie, i vini prima di raccontarli vanno bevuti!
Il cibo: una passione infinita, e si vede, mea culpa? Per niente! Sono le esperienze che fanno cultura, conoscenza, capacità di confronto; Non solo stando seduti alla tavola di tizio o di caio, ma anche sforzandosi di capire un piatto sin dalla sua origine, dall’idea dello chef, dagli ingredienti, dal suo valore, talvolta palese come altre volte effimero, ma sempre da tenere in considerazione per comprenderne il significato: il tutto condensato dal grande rispetto verso la gastronomia ed i suoi protagonisti.
Le persone: Un piacere da non perdere mai, quello di scoprirne nuove, stringervi le mani, incrociare gli sguardi ed i sorrisi, quando serve fare domande, quelle giuste o più semplicemente, quattro chiacchiere. Perché in un mondo sempre più virtuale non basta comunque facebook per sentirsi in collegamento con il mondo, soprattutto quello enogastronomico, in continuo movimento ed evoluzione. E’ successo, tanto per citare un esempio proprio sotto casa, con Marianna Vitale e Pino Esposito del Ristorante Sud a Quarto: due giovanissimi, sbucati all’improvviso nel nulla o quasi della monotona periferia napoletana – praticamente come una rosa nel deserto. A ragion del vero sono subito assurti come il fenomeno del momento in Campania, a cui nessuno, nemmeno le guide ai ristoranti più autarchiche – ed il web in questo è stato un gran volano – è sembrato voler far mancare immediatamente una visita, tanto dall’indurre a pensare quanto sia più grande la necessità di rinnovamento, l’impellenza quasi, che si respira nella ristorazione italiana più che la mera difficoltà di emergere, proporsi, affermarsi. A patto naturalmente che – come nel caso citato – siano il puro talento e la voglia di crescere a sgomitare e non il solo spirito imprenditoriale dei soliti coglioni di turno!

La curiosità: quella che non ci facciamo mancare mai, per intenderci, il sale della vita, almeno per un sommelier. Quella che ci aiuta a vivere con maggiore piglio ognuna delle esperienze professionali che ci formano e caratterizzano e quella che ti prende quando ti ritrovi ad osservare e non ti basta guardare perché vorresti capire. Così ci piace, giusto per citare alcuni passaggi di quest’anno sul blog, aver chiesto ai curatori delle maggiori guide gastronomiche italiane come si muovono per raccontare lo stato delle arti della nostra ristorazione. O come per esempio – e questo ci è piaciuto meno – quando abbiamo incontrato Max Laudadio, persona attenta e disponibile oltre che simpatica – e che oltretutto personalmente ritengo un tipo in gamba – a cui successivamente, con il suo benestare, abbiamo posto delle domande in merito alla querelle Fornelli Polemici (ricordate?) alle quali però non è stato possibile ricevere risposte per il veto, così ci è stato riferito, posto dalla redazione di Striscia. Un gran peccato!
Il futuro: oggi già lo è. Il lavoro, gli amici e tutto il resto; coltiviamo il futuro per vivere più serenamente il presente ed apprezzare di più il passato. Guardare sempre con occhi nuovi al futuro ci piace, ma non ne facciamo una fissa, proprio per goderci meglio il presente. Mi dico di sovente, il futuro è lì, saprà aspettarci. E’ questa una ragione in più per la quale non amiamo programmare ciò che scriviamo su questo blog, vogliate pertanto perdonarci quando non troverete aggiornata l’home page, ma non abbiamo ancora maturato la capacità di scrivere per inerzia. E questo, potete starne certi, è una delle poche passioni che lasciamo volentieri ad altri!
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17 novembre 2010
Ci lasciamo alle spalle Falciano del Massico, le vigne di Antonio Papa – al quale chiedo di continure con me il viaggio – e gli olivi secolari, un paese dall’atmosfera d’altri tempi dove tutti si conoscono e dove il forestiero – che sarei io – salta agli occhi come una macchia di caffè su di un kaftano di lino bianco. Direzione Casale di Carinola, il limitare sud della denominazione Falerno del Massico, più semplicemente la patria degli “aglianicisti”.

Il titolo di questo post non nasce per caso, spesso si fa della frase “faccio vino per scelta di vita, non per soldi” un vero e proprio abuso, a quanti l’ho sentita dire? A molti, ma faccio sempre più fatica a crederci fino in fondo, in un mondo che continua ad insegnare come sia l’inopportunità il seme più rigoglioso per mille idee e progetti quasi sempre senza testa ne coda, dove vigili urbani si arrogano la presunzione di cucinare da stella Michelin e rappresentanti di profumi s’inventano degustatori per sbarcare il lunario, tanto che differenza c’è? Ma la morale non mi aiuta certo a capire, soprattutto quando non mancano poi le eccezioni alla regola, che essendo tali divengono feticci da ostentare e pertanto ancor più pericolosi: ma più che limitarsi ogni volta a rivangare il fango sceso a valle non sarebbe opportuno strutturare e rinforzare argini, ripulire canali di scolo, o meglio, costruire con criteri più solidi? Ecco, per farla breve, c’è chi nasce con una vocazione, chi la scopre più tardi, chi ha bisogno di inventarsela, il problema subentra quando il risultato finale è la confusione, il disastro per l’appunto, non la diversità.

Tony Rossetti quella vocazione l’ha incubata più o meno per una trentina d’anni, portatore sano di un ideale incontenibile che l’ha spinto un bel un giorno a seguire finalmente il cuore, non più la testa. La testa, tempo prima gli aveva ben consigliato di trasferirsi nella vicina e più grande Caserta, una specializzazione in tasca e tanta voglia di emergere che non gli hanno mancato di dare importanti soddisfazioni professionali. Il cuore però ritornava sempre nella terra di origine, nel vicino carinolese dove con la famiglia, di parte di madre, i Bianchini, che producevano da sempre uva e vino, non ha mai smesso di coltivare la terra e di nutrire il sogno di rinverdire i fasti di un tempo e gettare le basi di una solida piccola realtà nell’Ager Falernus, l’azienda Bianchini Rossetti, che produce oggi due tra i migliori Falerno a base aglianico in circolazione, il fresco e pimpante Mille880 ed il rosso Riserva Saulo dalle grandi prospettive evolutive.
C’è in paese, a Carinola – a testimonianza di una tradizione forte che lega la famiglia tutta alla terra e al vino qui prodotto – l’antico Palazzo Bianchini, una costruzione di fine ‘800 dislocata su tre livelli e sin da allora dedicata completamente alla trasformazione delle uve coltivate nel circondario carinolese, con tanto di stanza di cernita delle uve, torchio circolare, canali di filtraggio e tubazioni di scolo del mosto sino alle sottostanti vasche di decantazione statica, luogo di raccoglimento del vino, posto quindi nei sotterranei dove con le temperature più basse era più semplice preservarne le qualità. Tutto questo oggi è tangibile recandosi alla Locanda 1880, l’Osteria di famiglia ospitata nel suggestivo seminterrato del palazzo.
Prima però, con Tony, abbiamo con piacere (e non poca fatica) camminato le sue vigne, in particolare non ci siamo fatti mancare una scarpinata sulla collina di San Paolo, senza dubbio un luogo di una suggestione unica, non solo per quanto fu proprio questa una delle ultime tappe del santo martire sulla via per Roma, ma anche perché in questo momento della stagione il vigneto, con i suoi filari imbruniti e rossicci offrono un bellissimo colpo d’occhio di colori nonché, come se non bastasse, un panorama sull’orizzonte infinito, che nei giorni più tersi si apre addirittura alla vista delle isole del golfo, Ischia ma anche Procida e Ventotene.

I terreni qui sono generalmente di origine tufacea, ma non mancano versanti caratterizzati da argilla come in gran parte la presenza di rocce calcaree e sedimentarie che sembrano una costante per tutti e quattro gli ettari circa di vigna. Qui sono piantati aglianico e piedirosso, il primo più del secondo oltre che alcuni filari di falanghina che in via sperimentale serviranno a capire quanto questo vitigno, ammesso dal disciplinare ma a quanto pare poco appetito nell’areale, sia veramente utile alla causa bianchista di un territorio comunque votato soprattutto alla produzione di rossi di buona struttura e non di meno buona longevità. La piccola cantina è più che altro il covo dei sogni di Tony Rossetti, ma invero poco mi interessava trovarvi architravi e stucchi preziosi, qui, per fortuna, la terra ha ancora il sopravvento sul cemento, e il cuore, come detto, sembra contare quel giusto che serve in più rispetto alla testa. E l’assaggio, per me nuovo, del Falerno del Massico rosso Mille880 2008 ha potuto solo confermare questa interessante prerogativa, un vino che in primo piano sfoggia un interessante frutto ma ancor più una bella spalla acida ed una certa, piacevole consistenza gustativa. Insomma, un vino – come la terra qui intorno – che affascina l’occhio, avvolge i sensi ed accontenta la pancia!
Qui la precedente presentazione del breve viaggio nell’Ager Falernus: la storia, la d.o.c., i vini.
Qui la nostra visita dello scorso Febbario a Masseria Felicia a San Terenzano.
Qui la passione di Antonio Papa nell’azienda di famiglia a Falciano del Massico.
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15 novembre 2010
Quando si lascia la superstrada che dal litorale flegreo ti accompagna su quello domizio ti sembra di fare un balzo indietro di almeno una quindicina di anni. Quel lungo tratto di asfalto lucido ed usurato che da “Ditellandia Park” conduce al “grattacielo”, poco prima dell’incrocio per Cancello e Arnone, in qualsiasi momento dell’anno tu lo attraversi pare sempre vivere in pieno clima agostano: le piccole fabbriche artigiane, i saloni d’automobili, i grandi bar pasticceria ed i ristoranti, le botteghe tutte che affacciano direttamente sulla strada statale – per anni, a causa dello scorrimento veloce delle auto, una tra le più pericolose d’Italia – sono costantemente piene di vita, gente, colori, cose, per vocazione o per finta non importa, sono lì e come detto sembrano non avere conto del tempo che passa, insolente.

Così un sabato di novembre, mentre mi accingo a svoltare per Falciano del Massico mi viene in mente per quanti anni ho superato questo incrocio con la più assoluta noncuranza e nella sola aspettativa di raggiungere le spiagge di Serapo o Sperlonga; sulla via, ricordo, lasciavi a malapena una o due occhiate all’indirizzo dello storico piccolo punto vendita del caseificio San Vito, tappa di ritorno obbligata per fare incetta di buona mozzarella di Bufala da mangiare a sera tardi a casa degli amici. Poi magari, quando in tempo, ma sempre sulla via di ritorno, una sosta a comprar due o tre bocce da litro di “nero falerno primitivo” da messer Michele Moio. Erano quelli altri tempi.
La strada per Falciano s’incunea attraverso una serie di campi incolti, grandi serre che mi scorrono di qua e di là della strada e vere e proprie distese di frutteti (peschi innanzitutto) che offrono un colpo d’occhio – in questo momento della stagione – spoglio, ma non di meno affascinante. Sono da poco passate le dieci, il sole è alto, caldo e la giornata si preannuncia tersa, clima ideale per una passeggiata tra le vigne, ed in verità non ne vedo l’ora: ad attendermi in terra di Falerno, Antonio Papa, Giovanni Migliozzi e poco più tardi, Tony Rossetti.
Papa è giusto nel cuore di Falciano, appena cinquecento metri più in là girato l’angolo che conduce nel centro del paese, le vigne poco più lontane risalendo la zona pedecollinare e collinare del Monte Massico. Mi accoglie Antonio, colui che assieme al padre Gennaro, dal ’99 ha deciso di fare del suo vino uno dei migliori Falerno in circolazione. Ben inteso, non che prima il vino qui non fosse una cosa seria, tutt’altro, la famiglia – le generazioni precedenti – coltivano uva da vino sin da fine ottocento, ma da quel momento il giovane Antonio, classe ’78, oggi fresco di laurea in lettere antiche, si convince e convince pure il papà che da quelle vigne si può tirare fuori qualcosa di meglio che un buon vino per l’autoconsumo, addirittura da mettere in bottiglia e consegnarlo al giudizio di un mercato, proprio in quegli anni, assai favorevole a vini di tale struttura e voluttuosità come il loro primitivo, in zona per’altro già conosciuto ed ambìto da tutti i compaesani. L’inizio, come spesso accade, è stato duro. Convincere lo stesso papà a dimezzare la resa per ettaro sino agli attuali 45-50 quintali non è stato facile, ma i risultati ad oggi gli danno ragione ed in poco più di un decennio l’azienda, nonostante la piccola produzione, appena 15.000 bottiglie, si può ritenere a tutti gli effetti un piccolo gioiello della vitienologia campana, ed in quanto a primitivo senza dubbio una spanna al di sopra degli altri, e non solo nell’areale.

Alcune vigne, come accennato, sono allocate non lontano dalla cantina, in località Campantuono, dove insistono poco più di tre ettari e mezzo, dislocati su aree terrazzate poco distanti tra loro ma con evidenti differenze di terreni ed esposizione ma che comunque non vanno oltre i 230 metri slm, piantati a primitivo e poi, a macchia, con il piedirosso; Dico così perché le piante di piedirosso, in verità non tantissime, sono sparse qua e là tra un filare e l’altro di primitivo, così voleva la tradizione e Antonio, pur riducendo drasticamente il carico di frutti per pianta, non se l’è mai sentita di spiantarle del tutto. Poi ancora poche piante di moscato e appena una decina di filari di barbera, questi proprio in prossimità della cantina. A tal proposito mi sovviene di sottolineare un ricorso curioso proprio su questo vitigno, di origine certamente alloctona, che viene spesso tirato in ballo come un refuso della nostra viticoltura regionale, per qualcuno, Nicola Venditti¤ per esempio, è figlio di una sballata conquista vivaista datata fine anni cinquanta/inizio anni sessanta, soprattutto per quanto concerne l’area del beneventano. Eppure qui la barbera c’è da almeno inizio secolo scorso, e a testimonianza di ciò vi sono proprio questi filari che giacciono qui più o meno dagli anni venti: forse anche questo un refuso, magari voluto dai reduci della prima guerra mondiale; Chissà, fatto sta che ad Antonio questi pochi frutti sembrano fargli molto comodo, e nonostante la bassissima resa che ne ottiene, assolutamente anti-economica, continuano ad offrirgli ogni anno uve particolarmente interessanti, sane, ricche, e quando possibile, volendo, utili a dare maggiore slancio acido-tannico ai suoi vini, per altro, mantenendo queste la stessa epoca vendemmiale del primitivo non richiedono nemmeno una gestione colturale particolarmente dedicata.
Le etichette, come prevedibile dai numeri, sono appena tre, due cru di Falerno del Massico, il Campantuono ed il Conclave, ed un particolarissimo vino dolce, il Fastignano, ottenuto con base primitivo ma che viene prodotto solo molto raramente, come il moscato passito assaggiato in cantina e riservato però solo agli amici. Se volessi condensare in poche parole una descrizione sintetica dei vini di Papa, potrei rifarmi ad una vecchia pubblicità di pneumatici tanto efficace passata in tv qualche tempo fa, che in maniera piuttosto incisiva asseriva che “la potenza è nulla senza il controllo!”. Ecco, i Falerno di Antonio, il Campantuono più del Conclave, sono senza dubbio vini potenti, ma hanno dalla loro una freschezza, una profondità minerale tale da farne nettari assolutamente godibili, sin da giovani, nonostante le spalle belle larghe ed il volume alcolico importante. Ma l’aspetto organolettico degli assaggi effettuati sarà argomento di prossima trattazione, se no che viaggio è…
Qui la precedente presentazione del breve viaggio nell’Ager Falernus: la storia, la d.o.c., i vini.
Qui la nostra visita dello scorso Febbario a Masseria Felicia a San Terenzano.
Qui invece l’esperienza di Tony Rossetti, produttore a Casale di Carinola con l’azienda Bianchini Rossetti.
Tag:ager falernus, antonio papa, bianchini rossetti, campantuono, cantine papa, cellole, conclave, domiziana, falciano del massico, falerno, falerno del massico, gennaro papa, masseria felicia, primitivo, viticoltori migliozzi
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12 novembre 2010

Di ritorno da Capri, vado spulciando in questi giorni tra gli appunti di degustazione della scorsa estate, una impresa a dire il vero nemmeno così tanto impossibile visto che qualcuno ha pensato bene di “donarci” un abile strumento chiamato Office Word. L’intenzione è quella di rivedere, magari riprendere, stralci di recensioni lasciate per una qualche ragione – di tempo innanzitutto – a metà strada tra un labile e sfuggente pensiero positivo e una vera e propria analisi tecnica. Più semplicemente però mi accorgo di ritrovare con piacere tante tessere, alcune più ingombranti di altre, di un puzzle bello grande ed un tantino complesso, ma forse proprio per questo molto interessante. Le tracce più eloquenti conducono ad una sfilza di vini bianchi, molti dei quali campani, che per una ragione o per un’altra mi hanno lasciato sensazioni particolari e interessanti, indizi, se così li vogliamo chiamare, spesso divergenti tra loro ma che evidenziano una prova di maturità da parte di molti produttori nostrani a riguardo di alcune tipologie di vino, sulla falanghina in particolar modo.
Non più tardi di una decina di anni fa questo vitigno sembrava destinato a fare la stessa fine di molti chardonnay della marca trevigiana o peggio ancora di quelli pugliesi, terre di conquista dove quando non fosse esistito affatto il territorio si metteva avanti la ragion di mercato e, come invece nel caso della Puglia, ove il territorio rispondesse con discreti risultati si è andato ad oltranza giocando con burro e marmellata sino alla totale saturazione della tipologia con conseguenze sull’agricoltura locale – leggi prezzi delle uve – a dir poco disastrose.

Così infatti, seguendo questo modello tanto internazionale quanto poco confacente alla nostra cultura enoica, anche in Campania si è corso il rischio di annientare quel poco di credibilità colturale, Luigi Moio docet, sul varietale bianco più diffuso in regione. Appunti alla mano, ho constatato come sia oggi evidente un netto ritorno sui propri passi anche di coloro che parevano rimasti letteralmente folgorati sulla via di Allier. Molti di questi ad esempio, non hanno perso tempo, soprattutto nel leggere l’evidente variazione del mercato che subito hanno riportato – in alcuni casi drasticamente – certe loro etichette, in passato sempre in bilico tra l’ovvio e l’omologato, verso una maggiore sottigliezza di palato, sgrassando i vini e puntando parecchio su un naso meno cotto e soprattutto rivalutando il senso dell’acidità del vino, sino ad allora strenuamente combattuto a favore della morbidezza. Altri, coerentemente mi sento di aggiungere, pur non rinnegando mai le loro scelte passate hanno prodotto invece un netto salto di qualità verso quella che è la ricerca di un proprio stile sempre più riconoscibile piuttosto che figlio di un modello prestampato. Alcuni esempi lampanti, quelli se vogliamo più facilmente riscontrabili da chi ci legge, sono nel primo caso la Falanghina Serrocielo 2009 dei Feudi di San Gregorio, dal naso finissimo e dal palato fresco, quasi citrino mentre nel secondo, un sempre più convincente Coste di Cuma di Grotta del Sole, col 2008 davvero in grande spolvero, incentrato tutto su frutto e mineralità da un lato, sulla pulizia olfattiva e l’integrità gustativa dall’altro: come dire, figlio di una ineguagliabile terra flegrea e di esecuzione tecnica ineccepibile!
C’è poi chi continua a rincorrere un ideale di un vino, per dirlo alla sua maniera, alternativo, certamente possibile, ma indubbiamente diverso, se non spiazzante; E’ Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, convinto come pochi in regione a fare sul serio sulla falanghina tanto da spingerlo a continuare strenuamente nella sua personale ricerca di un bianco autoctono flegreo macerato e capace di sfidare il tempo: il 2008 dello Strione, dai primi assaggi promette buone aspettative, staremo a vedere cosa saprà raccontare tra qualche tempo ancora. Frattanto però, io gli continuo a preferire il Colle Imperatrice, l’altro cru aziendale, che di sfide non ne vuole lanciare, e nemmeno ambisce a grandi traguardi se non quelli di confermare, ove mai ce ne fosse stato bisogno, un vino perfettamente calato nella sua dimensione territoriale nonché nel suo ruolo commerciale, pura esibizione di carattere ad un prezzo piccolo piccolo.
Le uve provengono in buona parte da una vigna di circa dodici anni allocata a circa 230 m/slm sulla collina degli Spadari a Pianura, in cantina il vino si lavora solo in acciaio e dopo circa tre mesi di affinamento sulle fecce fini finisce in bottiglia. Di colore giallo paglierino, mostra una bella mise limpida e cristallina, il primo naso è erbaceo e lievemente floreale, foriero di un più gradevole bouquet che pian piano va mutuando note fruttate di mela e nuances di albicocca matura. In bocca è secco, entra con leggerezza e diffonde subito una piacevole sensazione di freschezza, inizialmente grazie anche ad una vivacità quasi citrina che coinvolge tutto il palato; La beva è asciutta e rimane costantemente gradevole dal primo all’ultimo sorso, l’acidità che si porta dietro viene subito smorzata dalla giustezza sapida, il che ne fa un vino da spendere in ogni occasione, a tutto pasto o come intrattenimento in attesa che arrivi l’ultimo, sempre in ritardo, ospite a cena. Cercatelo nelle migliori enoteche, ma se avete un paio d’ore da investire, andate pure in cantina, non ve ne pentirete assolutamente!
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11 novembre 2010
Un nuovo appuntamento da non perdere il prossimo mercoledì 24 novembre all’Antica Trattoria Fenesta Verde di Giugliano, dove ci siamo messi in testa di raccontarvi le tante anime di un vino, il Falerno del Massico, tra i più antichi al mondo e di un’areale in grande fermento. Con Maria Felicia Brini, Antonio Papa, Tony Rossetti, Giovanni Migliozzi e non utlima, Cantina Zannini, “cammineremo”, bicchiere alla mano, nell’affascinate mondo di un vino con oltre duemila anni di storia. Dopo Silvia Imparato, e prima della storica verticale di Terra di Lavoro del prossimo dicembre, un altro appuntamento, firmato L’Arcante, da vivere con tutto l’amore possibile!

Per informazioni e prenotazioni
Antica Trattoria Fenesta Verde
Vico Sorbo, 1 Giugliano in Campania (NA)
Tel. 081 894 1239 – Cell. 338 830 5646
Tag:angelo di costanzo, antonio papa, cantina zannini, casale di carinola, falciano del massico, falerno del massico, fenesta verde, giugliano, l'arcante, maria felicia brini, parlare di vino, rampaniuci, silvia imparato, terra di lavoro, tony rossetti, viticoltori migliozzi
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9 novembre 2010
La Campania è una terra straordinaria e me ne convinco sempre di più, girarla in lungo e in largo poi, per quanto dispendioso, riserva costantemente delle piacevoli sorprese quando non vere e proprie scoperte. Sul piano vitivinicolo poi, credo che non esistano al mondo eguali in fatto di storia, radici, origini.

La storia, quella scritta, è ricca di riferimenti che conducono all’amata Campania Felix e ancora oggigiorno in qualsiasi provincia campana si decida di camminare le vigne non mancano testimonianze vive, tangibili di come la cultura e l’arte di fare vino siano parte integrante della nostra storia sociale da sempre. Basti pensare per esempio al Falerno, il vino prodotto in quel lembo di terra che va da Sessa Aurunca a Casale di Carinola, girando per buona parte tutto intorno al Monte Massico al quale è legato storicamente anche dalla denominazione di origine controllata, nata nel 1989 ma che trae origini lontanissime nel tempo, sin dall’epoca romana.
Il Falernum, già allora era una vera e propria rarità enologica tanto dall’essere addirittura riconosciuto con ben tre sottodenominazioni a seconda della sua provenienza geografica. Era chiamato comunemente vino Falerno tutto quello prodotto qui nell’Ager ma generalmente da vigne allocate in pianura; il Faustianum invece era quello tralciato nell’area appena pedecollinare mentre veniva riconosciuto Caucinum solo quello più prezioso, proveniente dall’alta collina. A seconda poi delle caratteristiche organolettiche che tali vini esprimevano, vi era anche una distinzione per tipologia del tipo austerum per i vini austeri e/o astringenti, dulce se appunto dolci o tenue quando leggiadri e beverini. Parliamo certamente di vini che in generale avevano poco a che vedere con l’odierna qualità espressa in terra di Falerno, ma la particolare attenzione riservata a questo vino fa intendere quanto fossero già allora vocate alla vitilcutura queste terre e, per i palati di allora, apprezzati i vini qui prodotti.

La d.o.c. Falerno del Massico, nata come già accennato nel 1989, abbraccia cinque comuni tutti in provincia di Caserta, che sono nell’ordine, Sessa Aurunca, Cellole, Mondragone, Falciano del Massico e Carinola; sono previste sia una tipologia bianco, a base falanghina e due rossi, di cui preferiamo occuparci in particolare in questo caso. Da disciplinare per la tipologia Falerno del Massico rosso sono previsti quattro vitigni, l’aglianico (al 60-80 %), il piedirosso (20-40 %), il primitivo e la barbera (max 20 %) con una gradazione alcolica minima richiesta in percentuale del 12,50 % in volume ed un invecchiamento minimo di 1 anno; la produzione massima ammessa è di 100 qli/Ha. Il Falerno del Massico rosso, se invecchiato per tre anni, di cui uno in botte, può riportare in etichetta la dicitura Riserva.
Per la tipologia Falerno del Massico primitivo è richiesto l’85 % minimo del vitigno citato in etichetta con possibilità di aggiunta di aglianico, piedirosso e/o barbera al massimo del 15 %. La gradazione alcolica minima richiesta in questo caso è del 13 % in volume mentre l’invecchiamento minimo richiesto è di 1 anno; la produzione per ettaro ammessa non prevede differenze dalla precedente. Con un invecchiamento minimo di due anni, di cui uno in botte, il Falerno del Massico Primitivo può riportare in etichetta la dicitura Riserva o come appariva in passato sulle bottiglie dello storico produttore Michele Moio, Vecchio.

Queste due facce della stessa denominazione sono storicamente legate anzitutto al nome di due grandi famiglie campane, i Moio di Mondragone e la napoletana Avallone di Villa Matilde, che attraverso un grande lavoro di sensibilizzazione prima e valorizzazione poi hanno promosso, sin dagli anni settanta, il Falerno del Massico come vino di assoluta qualità. Ma negli ultimi 15 anni però si è assistito nell’area ad una grande spinta imprenditoriale che ha fatto nascere tante nuove piccole realtà, qualcuna intenta a rivalutare il prezioso testimone passatogli dalle generazioni precedenti, qualcun’altra mossa dalla gran voglia di rinverdire più semplicemente i fasti di un passato per troppi anni lasciato sopire nel silenzio della tranquillità della campagna casertana.
Ecco, in questo panorama così dinamico abbiamo scelto tempo fa alcuni indirizzi, occupandocene già lo scorso febbraio (vai qui), ma continuando il nostro cammino abbiamo fatto visita ad altri non di meno validi di cui vi avevamo già raccontato i vini (qui, qui e ancora qui) ma che necessitavano di una visita di cui vi renderemo conto e cronaca fotografica nei prossimi giorni. Venite con noi alla scoperta di un vino, il Falerno del Massico, che nonostante sia da oltre duemila anni sulla bocca di tutti continua a stupire!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:bianchini rossetti, cantina zannini, casale di carinola, cellole, falerno del massico, migliozzi, moio, mondragone, papa, sessa aurunca, villa matilde
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8 novembre 2010
Sabato 27 novembre dalle ore 9.00 alle 18.00
Assoenologi
presenta
“Le Molecole Aromatiche”
Corso di aggiornamento
Considerati l’interesse e la grande partecipazione fatta registrare negli anni passati, Assoenologi ripropone in tre sedi diverse i corsi sull’analisi olfattiva e sulle molecole aromatiche, alcune delle quali di ultima generazione. Sabato 27 novembre si fa tappa anche in Campania, a Manocalzati in provincia di Avellino. Queste invece le altre sedi e le date: martedi 23 novembre 2010 a Carpi in provincia di Modena, giovedi 25 novembre a Barletta.
Il corso si concretizza secondo i seguenti orari: 9-13 e 14.30-18, dando ampio spazio alla discussione e al confronto con i relatori, tra i quali Paolo Peira e docenti della facoltà di enologia di Bordeaux come Frédéric Brochet e Dominique Roujou de Boubée.
Il costo di partecipazione per i soci Assoenologi è di 120 euro (inclusa Iva 20%) e di 140 euro (inclusa Iva 20%) per i non soci. L’iscrizione al corso dovrà essere effettuata compilando una apposita scheda scaricabile dal sito www.assenologi.it.
La suddetta scheda di adesione va fatta pervenire all’Assoenologi – Via Privata Vasto 3 – 20121 Milano, corredata del relativo importo, almeno 10 giorni prima della data di inizio. Il corso è a numero chiuso, le iscrizioni verranno accettate fino a esaurimento delle disponibilità. Se viceversa non si raggiungerà il numero minimo di iscritti, il corso sarà cancellato e agli iscritti verrà restituita la somma versata.
Sede del corso
Bel Sito Hotel Le due Torri
Uscita Autostrada – Avellino Est
S.S. 7 Via Appia – 83030 Manocalzati (AV)
Tel 0825 670001 Fax 0825 670268
Per maggiori informazioni
Roberto Di Meo info@dimeo.it
Presidente Assoenologi Campania
Gerardo Vernazzaro gerardovernazzaro@hotmail.com
segretario Assoenologi Campania
Tag:associazione enologi ed enotecnici italiani, assoenologi, assoenologi campania, corsi di aggiornamento vini, enologia, gerardo vernazzaro, manocalzati, vino
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8 novembre 2010

Ci sono storie che appassionano, altre meno. Il più delle volte in un libro come in un film il soggetto è talmente determinante per la buona riuscita del racconto dal risultare a volte più ingombrante dei personaggi stessi, al punto da sovrastarne l’interpretazione; In tal senso, non mancano esempi, in letteratura come nella cinematografia più recente, di come pur avendo le basi di una trama forte e sensibilmente avvincente, gli interpreti, pur essendo star di primissimo piano, risultino comunque inefficaci al fine di emozionare l’avventore di turno: mi viene in mente per esempio il Pinocchio di Benigni.
Pinocchio, famoso per le sue bugie, non è certamente l’esempio migliore a cui rifarsi per raccontare di un vino che in realtà esprime una grande verità, il suo territorio, il Vesuvio, nella sua essenza più nuda e cruda, dove anche l’imperfezione risulta preziosa ed imprescindibile. E credo che le produttrici, le brillanti sorelle Siglioccolo, di cui si racconta siano grandi sognatrici, non potranno che esserne felici; In più, bere il loro vino, alla tavola di Carmine Mazza, tra una riflessione e l’altra, mi ha fatto venire in mente la parola menzogna, che pare una delle più spese, soprattutto negli ultimi tempi, nel supermercato mediatico scatenatosi a seguito delle continue emergenze rifiuti in Campania, che vede – non ultimo – proprio l’areale vesuviano ed il parco naturale come protagonista, suo malgrado, dell’ennesimo capitolo di una triste e fetida faccenda di servilismo politico e reiterato delitto civile.
Detto questo, aggiungo pure che non sono nemmeno certo che questo vino conquisti tutti coloro che vi si avvicineranno per la prima volta, o quanto meno coloro che cercano in un vino uno stereotipo “ballerino” tanto figlio del nostro tempo quanto lontano da questo Lacryma Christi rosso 2008 di Terre di Sylva Mala. Questi, nonostante non disdegni la barrique, non ha trame merlottiane, e scordatevi, per una volta, anche la vaniglia e la marmellata, apritevi invece ad un vino figlio della sua terra, scuro, austero ma soprattutto leggero. Prima di scrivere queste righe ho chiesto, non avendo avuto ancora occasione di fargli visita, alcune delucidazioni tecniche a Miriam, che assieme alla sorella Kyra si occupa in prima persona della tenuta di poco più di 6 ettari di proprietà divisi tra i comuni di Boscotrecase e Terzigno, in pieno parco naturale del Vesuvio. I vigneti di aglianico e piedirosso (80% e 20%) che compongono il Brigante giacciono su terreni sabbiosi di origine chiaramente vulcanica ad una altitudine di 300/400 m sul livello del mare e godono di una esposizione sud-sud ovest. Prima di finire in bottiglia, come già accennato, questo Lacryma fa passaggio in legno e in acciaio.
Il vino, appena 1500 bottiglie prodotte, con il duemilaotto al suo debutto sul mercato, sfoggia un bel colore rosso rubino concentrato, non appare limpidissimo ma ciò nulla toglie alla sua vivacità nel bicchiere. Il naso offre subito spunti di frutti neri turgidi e note spiccatamente minerali, il legno, come detto barrique, è solo un labile ricordo di sottofondo, il ventaglio olfattivo infatti è giocato tutto su linde note varietali e terziari appena accennati. Il punto di forza di questo vino però rimane la beva, come già accennato, in bocca è sensibilmente asciutto ma lo senti scivolare via baldanzoso lasciando traccia di una fresca vinosità, sempre in primo piano, a sgrassare e pulire il palato: ora ti punge l’aglianico, tanto ti solleva il piedirosso, un gioco delle parti perfettamente in equilibrio se non fosse per il finale di bocca lievemente amarognolo. E’ il classico rosso da spendere su paste ripiene al pomodoro, o se preferite seguire un consiglio spassionato, sul filetto di cernia con porcini e patate cilentane de Il Poeta Vesuviano di Torre del Greco, un altro indirizzo da non far mancare in agenda.
Tag:aglianico, angelo di costanzo, benigni, boscotrecase, brigante, kyra siglioccolo, lacryma christi del vesuvio, miriam siglioccolo, piedirosso, pinocchio, terre di sylva mala, terzigno, vesuvio
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6 novembre 2010
Quando il ricordare è gradito, i sensi tutti fanno a gara nell’esercizio della memoria. Il più discreto è l’olfatto. Chiudo gli occhi ed aspiro profondamente, e ritorno dov’ero una volta.
Girovagando sul web ho trovato questo breve passo scritto da Salvatore Argenziano, poeta nato a Torre del Greco, il località abbasciammare, nel 1933. Colpito dall’efficacia di tali semplici parole ho continuato la ricerca su questo autore, nella speranza potesse aiutarmi ove carpire stralci di cultura torrese, o più semplicemente dove pescare un riferimento, anche astratto, per il bel nome scelto da Carmine Mazza per il suo ristorante aperto appena tre anni fa in terra natìa. In verità non ho trovato ciò che cercavo, ovvero tesi molto frammentarie di storie, alcune anche molto interessanti, caratterizzate però da parecchi addii e molti pochi ritorni. Mi accontento però di aver invece constatato come la mia piacevole sensazione di una cultura locale, come altre partorite nella periferia napoletana, sia fortemente legata ad un istinto identitario particolarmente forte, tanto presente nelle opere di Argenziano, autore addirittura di un ricercatissimo dizionario torrese-italiano, quanto nella cucina del “nostro” di poeta vesuviano Carmine Mazza, sobria e lineare nei piatti di mare quanto accesa e profumata in quei piatti che traggono ispirazione dal vicino Vesuvio.

Il ristorante si trova lungo la strada litoranea di Torre del Greco, e seguendo le specifiche indicazioni riportate, risulta molto più facile da raggiungere di quanto si pensi. L’ambiente è sobrio, arredato con cura, i tavoli più o meno una decina, ben distanziati ed apparecchiati con una mise en place impeccabile. Ci accoglie Amalia, la giovane compagna di Carmine, che si rivelerà un’ottima padrona di casa, efficace e puntuale sul servizio come nel dispensare sorrisi al momento giusto. Stare a tavola con questi presupposti è un vero piacere, e quando si ha il piacere di una scoperta che conferma le aspettative è ancora maggiore. Prendete queste parole per buone, questi ragazzi meritano fiducia e soprattutto essere seguiti, portatori sani di una cultura del fare bene il proprio lavoro di cui si ha una gran necessità da queste parti, più in generale negli ultimi tempi.

I piatti rappresentano appieno il percorso formativo, pur breve, del loro autore; Un passaggio tra i fornelli nella cucina dell’amico Oliver Glowig al Capri Palace Hotel&Spa, una esperienza ancor più pregnante in quel di Sant’Agata sui due golfi da Don Alfonso 1890, stagione che Carmine non risparmia di incorniciare (nel vero senso della parola) come la sua più bella ed entusiasmante esperienza professionale, che pare lo abbia letteralmente folgorato tanto da spingerlo, appena ventitreenne, ad azzardare l’apertura di un locale tutto suo per mettersi subito in gioco. Si passano la scena piatti intrisi di un concetto legato fortemente alla qualità eccelsa della materia prima, e quando questi viene espresso attraverso l’uso di aromi o spezie dalla forti connotazioni, non mancano spunti di riflessioni sulla bravura dello chef nel tarare perfettamente equilibri e sensazioni. Ecco la zuppetta di zucca “vivace” con calameretti, o gli ottimi gamberi in pastella di alghe su scarola, un connubio secondo me riuscitissimo.

Tra i primi molto buono lo gnocchetto al limone con vongole e calameretti, dove l’impasto acqua e farina rimane bello turgido e capace di integrarsi perfettamente col limone – opportunamente sbiancato – e quindi dosato alla perfezione. Come buono, forse solo un tantino troppo asciutto, il dentice scottato con patate e funghi porcini, piatto tra l’altro eccellentemente esaltato anche dall’ottimo Lacryma Christi rosso Brigante 2008 di Terre di Sylva Mala bevuto a tutto pasto ma qui davvero superbo. I prodotti utilizzati, ci viene detto, sono praticamente “a chilometri zero”, e noi ci crediamo; Le erbe, le spezie e tutto ciò che serve a latere nelle preprazioni sono quasi tutti dell’orto di famiglia se non “importati” direttamente dal Cilento, terra natìa di Amalia. Tutto il resto è buona tecnica e tanta tanta passione, che sprizza da tutti i pori di un luogo che consiglio vivamente di visitare, almeno una volta! Conto sui 70 euro, per 2 menu degustazione di 6 portate – il che mi sembra straordinario! – escluso il vino, scelto da una carta discreta, con buone referenze campane, solo alcune italiane. Bonus l’intelligente proposta di vini del Vesuvio.
Concludo permettendomi. Si è assistito per molto tempo negli ultimi anni ad un’aspra ed accesa rincorsa a lustrini e paillettes formato guide ai ristoranti d’Italia, laddove, a malincuore, pareva vincere quasi sempre la forma sulla sostanza e dove gli chef, sempre più ambìti, più che armeggiare con cucchiai e pentole sembravano sfornati dalla scuola di arte drammatica, stando alle ore spese davanti alle telecamere piuttosto che nella calura di una cucina. Ecco invece un bell’esempio di gioventù sbocciata, e di una cucina, sia chiaro, decisamente workinprogress, ma con basi solide ed un progetto serio, protesa a scommetterci la pelle per il solo piacere di deliziare gli avventori, qui al Poeta Vesuviano, mai spettatori passivi!
Ristorante Il Poeta Vesuviano
di Carmine Mazza
Viale Europa, 42
80059 – Torre del Greco (NA)
Info & Prenotazioni:
Telefono: 081 883 26 73
Cell.: 328 831 66 23
prenota@ilpoetavesuviano.it
oppure
info@ilpoetavesuviano.it
c.mazza@ilpoetavesuviano.it
In breve: uscire dall’autostrada A3 Napoli-Salerno al casello di Torre Annunziata Nord, all’incrocio proseguire a destra in direzione Torre del Greco quindi percorrere via Nazionale fino a raggiungere la Chiesa del Buon Consiglio (che troverete sulla vostra destra). Svoltare quindi a sinistra su Viale Europa in direzione Litoranea, dopo 500 metri troverete alla vostra destra Il Poeta Vesuviano.
Tag:angelo di costanzo, capri palace, chef carmine mazza, cucina di qualità, cucina gourmet, don alfonso 1890, menu degustazione, napoli, oliver glowig, poeta vesuviano, ristoranti campania, torre del greco, vesuvio
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3 novembre 2010
Conosco Raffaele Moccia da oltre un decennio, ho camminato a lungo con lui ogni palmo della sua vigna ad Agnano, alle pendici del cratere spento degli Astroni; esperienza per certi versi cruda, per la fatica che impieghi a farlo ma soprattutto per il rammarico nel constatare come molti altri non hanno saputo, come lui, conservare la vigna preferendogli invece cemento e lamiere come se piovessero dal cielo.

Dai declivi dei terrazzamenti ti accorgi quanto duro lavoro serva qui per portare avanti la vite, in un lembo di terra letteralmente strappato alla periferia napoletana e chissà a quale scempio condonabile; ogni due passi nel risalire la collina sono più o meno un metro netto regalato alla natura, un gesto del tutto estraneo al contesto che gli scorre velocemente sotto il naso. I rumori assordanti di uno dei quartieri più popolosi di Napoli sono ad un tiro di schioppo, ma risalendo la china, una volta arrivati qui, appaiono quasi del tutto assorbiti dal moto lento che la natura stessa esige ed impone.
Tre ettari e mezzo strappati alla città dicevamo, piantati perlopiù a piedirosso – qui per tradizione detto per e’palummo – e falanghina per la parte che interessa la produzione vinicola di Agnanum; ma, qua e là tra i filari, alcuni dei quali ultra centenari, non mancano altre varietà a bacca bianca tradizionalmente presenti, in maniera certamente minore, su tutto il territorio flegreo, come la catalanesca, la biancolella e la gesummina, utilizzate però in questo caso dal papà di Raffaele per suo ludico diletto. E poi l’immancabile marsigliese, vitigno a bacca rossa dalle origini certamente francesi (si paventa una somiglianza col Tannat), di sovente utilizzata altrove come “varietà tintoria”. La stessa, recentemente, pur in maniera solo ufficiosa, è stata fortemente valorizzata dal buon lavoro della famiglia Di Meo de La Sibilla della vicina Bacoli, che ne ha fatto, con il suo cru Marsiliano, un gran bel vino, rilanciando la prospettiva di un modo nuovo per leggere i Campi Flegrei con una scrittura pur estranea alla doc locale.
Il per e’palummo 2009 di Raffaele, giuro, sarà un vino sorprendente per molti, a patto però di armarsi di una santa pazienza certosina. Eh si, perché i vini di Agnanum, pur caratterizzati da una bevibilità unica, vanno aspettati a lungo, lasciati respirare, “aprirsi”, concedendogli cioè il giusto tempo di ossigenazione, a conferma di una storia agricola pregnante, un millesimo, questo 2009, particolarmente interessante in terra flegrea ed una artigianalità espressa al massimo dai particolari, con il piedirosso più della falanghina. Un vino dal colore purpureo, vivo, caratterizzato da buona concentrazione; il primo naso va lasciato sfumare, le prime note di evidente riduzione possono rappresentare in molti casi una caratteristica peculiare del varietale, ma già dopo qualche minuto si riescono ad apprezzare un susseguirsi di sfumature piuttosto invitanti, a tratti atipiche, che dopo poco tempo vanno evidenziando un frutto sì polposo ma soprattutto note speziate e terrose molto particolari, direi quasi ficcanti.
Mentre il naso va maturando una sua linearità a tempo debito, il palato non ha bisogno di lancette per lasciare traccia della sua essenza: è subito intenso, fresco, asciutto quanto basta, un vino avvincente ed avvolgente pur mantenendosi leggiadro e godibilissimo dal primo all’ultimo sorso, offrendo alle papille gustative un costante esercizio ricognitivo di un frutto integro e sempre in primo piano. Raffaè, a dire che buono è buono, anzi direi eccellente, ma niente niente ti sono scappati due o tre grappoli di marsigliese in questo piedirosso?
Tag:agnanum, angelo di costanzo, bacoli, campi flegrei, di meo, gesummina, la sibilla, marsigliese, marsiliano, maurizio de simone, napoli, piedirosso, raffaele moccia, vigne di città
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27 ottobre 2010
In principio fu leggere, poi studiare, lavorare; Fermarsi, quindi capire. Avere poi l’opportunità di maturare, grazie al proprio lavoro, esperienze umane e professionali atte a favorire una crescita è fortuna per pochi, e per ognuno di questi, un patrimonio personale da conservare gelosamente.

Sono questi giorni di improvvisa frescura, imperversano vento gelido e scrosci di fredda pioggia, le stanze rimbombano dell’assenza di vita, gli spazi si allargano, si allungano, i corridoi appaiono interminabili, il silenzio, rotto solo dalle grasse risate strappate da una battuta insolente, quasi fastidioso. Così volge al termine questa mia seconda stagione al ristorante L’Olivo del Capri Palace e tra qualche giorno, quando, con giusto distacco fisico e relax mentale potrò farlo, non mancherà un pensiero di fondo, a memoria di una delle più belle stagioni lavorative di sempre: grazie mille Oliver!
A caldo, mi sovviene di lasciare volentieri traccia di una breve, personale, osservazione su ciò che per molti è un dogma, per qualcuno un mero esercizio di stile, per altri più semplicemente la solita fuffa da salotto buono: l’etica e l’estetica in un albergo di lusso e/o ristorante gourmet.
L’architettura, le forme, possono suscitare un eccesso di aspettative, l’arte della raffigurazione della materia è palesemente di altissimo profilo, ed esprimere con essa la sostanza che ci si aspetta, attraverso linee esuberanti, lussuose, non è per tutti: il lavoro è tanto, l’impegno incalcolabile, il risultato già da qualche anno sotto gli occhi di tutti. Un luogo a dimensione umana, ideale per crescere e maturare.
Il dono artistico e la bontà sono due cose distinte? Chissà. Ad un ottimo pittore si possono commisionare tante opere, ma questi, se in gamba, dipingerà solo ciò che rappresenta la sua folgorazione. Alla stessa maniera costruire piatti per colpire l’immaginario può insinuare la mente del palato più fine, non le sue papille gustative. La rappresentazione delle proprie idee, della propria terra non può piegarsi alla sola esibizione estetica, gli ingredienti sono tutto, i colori, i profumi ed i sapori prima di tutto: un falso – seppur d’autore – non ha implicazioni di valore morale da salvaguardare, uno chef si: in bocca al lupo ad Andrea Migliaccio, il nuovo* manico ai nostri fornelli!
“Se non c’è talento, non c’è arte, e se non c’è anima retta, l’arte è inferiore, per quanto abile”. (John Ruskin, 1819-1900). Con queste poche parole, apparirà banale, autoreferenziale, va raccontato uno spaccato di gioventù motivatissima che insegue il sogno di essere invece che apparire; Giovani senza confini, partiti a 15 o 16 anni per scappare da realtà poco attente alle loro esigenze per conoscere il mondo, con la curiosità di chi guarda al futuro ed ambisce ad essere, imparare, crescere. Arrivano da ogni dove, partono per ogni dove, poi ritornano. Fermarsi sarebbe come delegare ad un ammortizzatore dell’originalità il proprio valore, il maggiore distruttore del proprio talento. Più forte ragazzi, liberi di sognare il proprio futuro, costruito pezzo per pezzo con il gran lavoro!
*già delfino di Oliver Glowig da oltre un lustro.
Tag:andrea migliaccio, angelo di costanzo, capri palace, critica, cucina, enogastronomia, estetica, etica, etica estetica, francia, gastronomia, Italia, l'olivo, oliver glowig, vino
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17 ottobre 2010

Non ho grandi esperienze in merito, ma non credo che in giro ne esistano di così saporite…! Silenzio, poi…risata generale!
Inizia così – invero si sancisce – una piacevole bevuta tra amici-colleghi appena dopo il lavoro; La notte per chi fa il nostro mestiere ha sempre un sapore particolare, netto. Il tempo, contrariamente ai diuturni impegni, certe volte inverosimilmente frenetici, sembra scivolare via molto più lentamente, in maniera quasi indolente.
Tra una chiacchiera e l’altra passano distrattamente sul tavolo birra ed analcolici vari, mentre, ancora intento a sfogliar la carta dei vini, mi accorgo tra una riga e l’altra, di qualche buona referenza inesplorata, quantomeno non di recente asaggio. “Ecco, la Passerina“. Passa uno sfottò, qualcuno si lancia in una battuta, così giusto per insaporire il tempo necessario a stappare questa benedetta bottiglia di Passerina 2009 di Stefano Antonucci.
Il vitigno ha una storia, come tanti autoctoni italiani, piuttosto controversa, sembra abbia attraversato parecchie crisi d’identità, spesso confuso o più semplicemente considerato tal quale un Bombino bianco o come un Trebbiano con il quale condivide parecchi fattori genetici; Nulla però di più sbagliato. La Passerina, il vitigno, ha una sua specifica identità, qua e là viene chiamata da sempre con nomi a dir poco folcloristici (cacciadebiti, cacchione, uva passera, uva d’oro, uva Fermana) e seppur non vanti nobili origini certe del suo nome, grazie alla sua abbondante produttività ha saputo garantirsi una certa riconoscenza che gli ha consentito di arrivare sino ai tempi moderni, dove, grazie all’impegno, soprattutto di produttori del frusinate e delle Marche, si sta proponendo come utile e fresca novità di mercato in quanto a vino di invidiabile leggerezza, bevibilità e quindi gradevolezza.
Da un punto di vista ampelografico, il vitigno si presenta con un grappolo piuttosto grande e di media compattezza, solo a volte provvisto di ali. L’acino è generalmente di medie dimensioni (nel caso specifico invece è di poco più piccolo) in piena maturazione esprime un colore teso al giallo oro con buccia spessa, consistente e soprattutto pruinosa; Il vino che ne viene fuori ha di solito un carattere piuttosto acido, anche per questo lo si ritiene ottima base per vini spumanti. Come detto è ben predisposto ad una costante ed elevata produttività.
Il vino di Stefano Antonucci, indicato come un Marche igt, si proprone con un bel colore giallo paglierino con evidenti riflessi verdognoli, nel bicchiere pare quasi scappare via. Il primo naso è un po chiuso, chiede venia, ma si rifà appena subito dopo con una bella sprizzata erbacea, poi fruttata, ancora balsamica. Giocando con la temperatura si percepiscono, a vari strati, fresche note agrumate di cedro, mentina, poi si apre a piacevolissime nuances di susina e camomilla. Il naso, per capirci, è certamente più complesso, cioè variegato, che persistente, ma essenzialmente il bouquet risulta comunque molto avvincente. In bocca è secco, appena passato sulle papille lascia solo piacevoli sensazioni, i gradi alcolici sono appena 12, quindi per niente incisivi, la beva è fresca, lineare, corroborante, l’acidità trova una discreta trama di sapidità che gli rende un finale di ineguagliabile giustezza. In definitiva, un bell’esempio di easy to drink all’italiana da non farsi mancare al prossimo assaggio, da spendere come aperitivo o su piatti semplici, persino su di una magra insalata di lattuga e pomodorini condita con un filo d’olio extravergine. “…and you, do you like passerina?”
Tag:cacchione, cacciadebiti, marche, pagadebit, passerina, santa barbara, stefano antonucci, uva fermana, uva passera, vini marchigiani
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16 ottobre 2010

Non c’è che dire, il territorio irpino continua ad essere, meritatamente, l’epicentro indiscusso della vivace nouvelle vague della vitienologia campana; Invero, in regione si assiste già da tempo – almeno da che me ne ricordi io – ad uno slancio notevole della viticultura di qualità, che di fatto ne fa una delle regioni italiane la cui crescita propositiva viene maggiormente apprezzata dalla critica tutta; La costante maturità, in termini di qualità oggettiva dei vini ed espressione territoriale, di denominazioni come Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi pare faccia da traino ad aree certamente meno conosciute ma non di meno vocate: il Cilento per esempio continua a far registrare ottimi passi in avanti, indirizzati soprattutto ad una marcata specializzazione che va consegnando al fiano il testimone per i bianchi e all’aglianico, con vini sempre più integri e longevi, lo scettro per i rossi; Al di là di conferme, performance sempre più convincenti in quel delle Terre del Volturno e di Roccamonfina, uno spaccato di rilievo, particolarmente vivace, lo offre l’areale del Falerno: proprio qui non può passare inosservato tutto il fermento in atto, con ottimi produttori, molti dei quali a dimensione artigianale ma soprattutto fedeli a modelli agricoli ampiamente condivisibili come la “lotta integrata”, che prevede cioè una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci in vigna; Piccole realtà che mettono a segno anno dopo anno ottimi millesimi, che li vedono indubbiamente impegnati a ritagliarsi un posto in primo piano di fianco alla storica coppia d’assi Villa Matilde-Moio.
Tra le maglie di queste terre, dall’Irpinia al Sannio, dal Cilento al casertano ha deciso di muoversi Fortunato Sebastiano, giovane enologo dal profilo basso e dalle brillanti prestazioni, che ha saputo raccogliere – e vincere! – sfide impegnative (leggi Mustilli) senza però trascurare le piccole intuizioni, vedi Calafè, oggi affidata nelle mani di Gennaro Reale piuttosto che Boccella ad Avellino o Viticoltori Migliozzi a Casale di Carinola: un fil rouge sembra caratterizzare ognuno dei vini di queste aziende, l’integrità del frutto, che attraversa un areale piuttosto che un altro della nostra regione con trame identitarie davvero suggestive e con una ricetta, mai fine a se stessa, scritta dalla vigna prima che dalla mano dell’enologo, che offre dei vini una chiave di lettura scorrevole e di una polposità a dir poco invidiabile.
Così nasce forse l’intuizione, in Villa Raiano, di portarlo a lavorare le vigne aziendali nella nuova e funzionale cantina di San Michele di Serino: “avevamo necessità, con questo progetto, soprattutto di una maggiore attenzione agronomica; Luigi Moio ha lasciato una traccia indelebile nella nostra pur giovane storia aziendale, a lui va il merito di aver saputo raccogliere le nostre idee, il nostro progetto-vino e renderli tecnicamente perfetti, era arrivato però il tempo di camminare una nuova strada”; così Paolo Sibillo suggella il passato e presenta il debutto dei due nuovi cru di Fiano di Avellino 2009 (Alimata e “22”) e questo interessante Greco di Tufo Contrada Marotta 2009.
Il vino nasce integralmente dalle uve allocate in Contrada Marotta, nel comune di Montefusco, ad una altitudine vicina ai 650 mt. Slm, il sesto d’impianto è di 2,20 metri x 1 metro con allevamento a guyot, la produzione annua per ettaro non supera i 60 quintali. La vendemmia 2009 è stata svolta nella prima decade di ottobre ma nulla vieta, vedi questa vendemmia 2010 di prolungare oltremodo la maturazione in pianta. Le uve, successivamente alla diraspapigiatura con pressatura soffice sono vinificate solo in acciaio e soggette ad una leggera macerazione pellicolare, poi lungamente affinate sulle fecce fini sino all’imbottigliamento che è avvenuto a circa sei mesi dalla vendemmia. Il colore offre una bella veste cromatica giallo paglierino abbastanza carica, il naso, come spesso accade per il Greco, non offre un ventaglio olfattivo particolarmente verticale, però è molto interessante notare come la pur sottile insistenza delle sensazioni floreali, erbacee e fruttate sia in continuo divenire con l’ossigenazione nel bicchiere. In bocca l’ingresso è bello ampio, il vino mostra subito una marcia in più, ammanta il palato, baldanzoso, scandisce sensazioni “acido-quasi-tanniche” davvero notevoli che ne fanno un bianco dalla beva particolarmente interessante, rinfrescante e piuttosto persistente. Il frutto è ineccepibile e con buona pace del tempo non è azzardato aspettarsi una promettente evoluzione in bottiglia. Un vino da bere adesso per averne coscienza, da riprovare di qui ad un anno per cercare conferme, da segnare in agenda e da tenere d’occhio per meglio apprezzare l’idea che Villa Raiano ha deciso di lanciare con questi crus, una sfida al territorio ed un invito al mercato: Il greco di Tufo, come il fiano di Avellino hanno nomi propri ed identità precise da valorizzare e quindi, saper cogliere. Buona secondo me, anche l’idea, su questi vini, di un ritorno alla più tradizionale bottiglia borgognona alta invece che della solita – inflazionata – tronco-conica e di etichette dal sapore antico che strizzano l’occhio ai cugini francesi!
Tag:calafè, cilento, contrada marotta, fortnato sebastiano, greco di tufo, irpinia, paolo sibillo, villa raiano, vini campania, viticoltori migliozzi
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15 ottobre 2010
Ricordo come fosse ieri ognuno dei suoi “superpanini” firmati Gambero Rosso Channel, dell’omonimo editore, il racconto appassionato di tante birre, artigianali o meno, da ogni dove, sulla rivista più trendy degli anni novanta; Indimenticabili poi i suoi reportage delle passeggiate per i vicoli e le piazze d’Italia alla riscoperta della cucina di strada prima, del miglior caffè poi. Marco Bolasco ha saputo come pochi guadagnarsi spazio e dare l’esempio, ai giovani cronisti, di come il talento e la voglia di fare possano affermarsi nel variegato mondo della critica enogastronomica. Da poco più di anno, dopo i tanti trascorsi al Gambero, è approdato a Slow Food in qualità di direttore editoriale: appena uscita la guida ai vini Slow wine, si attende quella delle Osterie d’Italia.

Chi è oggi il critico gastronomico? Una persona che ha vissuto esperienze importanti che l’hanno formato, uno che ha girato, scoperto, conosciuto, non per forza capito. Le conoscenze tecniche, l’arte di cucinare possono essere relative, non l’onestà con la quale lo si racconta.
Quali secondo te i principi da non mancare mai per operare al meglio nel settore? L’umiltà è il centro di tutto, senza umiltà chi scrive non ha ragioni da esprimere.
Quali sono i parametri fondamentali con i quali costruire una recensione gastronomica? Il rispetto per il lettore innanzitutto; Esistono tante qualità, tecniche, morali che fanno di una penna un mezzo di enorme efficacia, ma il tutto deve essere finalizzato al rispetto del lettore.
In questi giorni usciranno le nuove guide edite da Slow Food Editore, sarà vera rivoluzione? Su Osterie d’Italia c’era ben poco da fare, il format è ben consolidato, abbiamo però voluto integrarla con alcuni accorgimenti che la renderanno certamente più fruibile: la mappatura geografica per esempio e l’inserto dei 50 ristoranti “di territorio”. Sul vino, al di là delle incomprensioni legate soprattutto alla comunicazione – dove ognuno ha voluto leggere solo ciò che gli faceva comodo leggere – si può dire che abbiamo prodotto una guida sicuramente innovativa, incentrata, come non capitava da tempo, sulle aziende, il territorio che rappresentano più che sui singoli vini prodotti.
Guide e Classifiche: Marchesi asserisce che ne farebbe davvero a meno, molti giovani invece sembrano lavorare duro per entrarvi al più presto. Chi ha ragione? Certamente il rispetto verso certi esponenti della nostra cucina imporrebbe maggiore attenzione nel giudicare alcune esperienze, ma chi fa ciritica gastronomica non può astenersi dal raccontare, ed ove previsto, esprimere un giudizio. In alcuni casi ci si potrebbe anche astenere dall’esprimere un giudizio, ma si tratterebbe di una cortesia, nulla di più.
E’ risaputo della tua profonda ammirazione per la Spagna e per Barcellona in particolare, come spiegheresti una tale rivincita di una cucina, quella spagnola, definita da sempre “minore” rispetto a quella francese e italiana? Non ho mai voluto imporre un modello piuttosto che un altro, era invece opportuno invitare a guardare con maggiore attenzione ad una realtà, quella spagnola, in forte ascesa; Il duopolio Italia-Francia, per quanto solido, ha mostrato tanti punti deboli e tutti a vantaggio della dinamicità del fenomeno Spagna. Se un tempo poteva ritenersi una tendenza, oggi è una realtà incontrovertibile.
Una domanda che forse senti girare spesso visto che oggi anche tu curi un blog-diario: si dice che sia “guerra” aperta tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? Il mezzo ha una importanza relativa, i contenuti invece sono fondamentali. Nell’uno e nell’altro caso esistono riferimenti utili e validi.
Qual è l’ingrediente che non dovrebbe mai mancare in un piatto, e quello invece di cui si potrebbe fare volentieri a meno? La pulizia, la capacità di lasciarne apprezzare l’integrità. Non amo invece le salse.
Se c’è, qual è il piatto che più ti ha entusiasmato sino ad oggi? Beh, la Ribollita della mia vicina di casa, insuperabile!
Il pranzo (o la cena) indimenticabile? Alla Certosa di Maggiano, indimenticabile!
Già da tempo anche i grandi ristoranti ”gourmet” offrono menu in versione “light” da un punto di vista economico, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? Il fatto stesso di essere proposti è un buona trovata pubblicitaria. L’importante è che siano in tutto e per tutto espressione della propria cucina: proporre un menu con uno o due piatti di alta gastronomia a prezzi contenuti può solo giovare a chi si avvicina a certe realtà per la prima volta. Altrimenti, sarebbe decisamente inspiegabile.
La cucina di strada, ingredienti poveri, di cui spesso ti sei occupato in passato: è possibile replicarli efficacemente nei ristoranti cosiddetti gourmet? Non credo o almeno non in quei luoghi che non ne hanno piena percezione della tradizione storica.
C’è un ristorante che secondo te vale la pena visitare almeno una volta nella vita? La Certosa di Maggiano, da Paolo Lopriore.
Se c’è invece, mi dai il nome di uno chef (se possibile italiano) che consiglieresti vivamente ai giovani di guardare con maggiore riferimento? Nessun dubbio, Gennaro Esposito!
Qui le interessanti risposte di Clara Barra, curatrice con Giancarlo Perrotta della guida ai ristoranti d’Italia del Gambero Rosso.
Qui invece la bella intervista rilasciataci da Francesco Aiello.
Qui l’intervento di Luciano Pignataro, winewriter della prima ora e da oltre dieci anni collaboratore della guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso.
Tag:angelo di costanzo, certosa di maggiano, chiacchiere distintive, cibario, clara barra, critica enogastronomica, francesco aiello, gambero rosso, gambero rosso channel, gennaro esposito, lopriore, luciano pignataro, marco bolasco, slow food, slow wine, stefano bonilli
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14 ottobre 2010
Un vino incomprensibile! Con un evidente difetto enologico! Davvero strano, si avvia ad una evoluzione inaspettata. Cavolo! Un vino davvero incredibile, eccezionale!

Vi siete mai chiesti perchè Bordeaux è, nell’immaginario collettivo, un luogo culto per il vino nel mondo? La risposta è banalmente semplice, ma purtroppo non così scontata come appare: qui si fanno grandi vini, ma soprattutto si costruiscono grandissime leggende. E’ vero, i francesi in questo ci sono andati a nozze alla grande, furbetti come sono hanno creato ad hoc storie e storielle varie mettendoci di mezzo ora la nobiltà dei terreni, la preziosità delle uve locali, poi la nobile arte dei vignerons, la maestria dei negotiants: insomma, dei gran commercianti!
Ma i vini? Ehmbè, non tutto quello che ci arriva da bordò è da prendere per oro colato, ma certi vini hanno la capacità di entrarti dentro alla grande, ficcarti bene in mente che 150 vendemmie hanno pur un significato superiore all’ultimo coglione arrivato, che una terra seppur sia baciata da Dio ha avuto la fortuna, sfacciata, di essere camminata e vissuta da uomini capaci di valorizzarla e non solo di depredarla, e soprattutto, che i vini qui partoriti sono figli di tutti non per la stupida idea venuta a qualcuno di cabernettizzare o merlottizzare le vigne di ogni dove ma più semplicemente perchè i cabernet ed i merlot che qui nascono hanno una identità precisa, un dna compiuto, un profilo unico ficcatogli nelle radici e poi nel vino dalla terra e non dall’uomo!

La Conseillante è a Pomerol, ed è a tutti gli effetti uno tra i più ambìti Chateau dell’appellation, le sue vigne ricadono proprio al confine tra quelle di St. Emilion e per l’appunto Pomerol, nelle vicinanze di Chateau Cheval Blanc e Petrus. Il vigneto è di circa 29 ettari, piantato a Merlot e Cabernet Franc su terreni composti perlopiù di argilla misto a ghiaia, con evidenti depositi di sabbie e ferro.
Il Pomerol 2005 è un vino incredibile, capace di allontanare, farti storcere il naso, poi di conquistarti sino a lasciarti sciogliere dall’invidia per non aver mai bevuto prima nessun merlottone così buono come questo!
Il colore è un colpo al cuore, nerastro con evidenti sfumature porpora, praticamente impenetrabile; del primo naso ne faresti a lungo a meno, tracce ematiche miste a ferro e funghi, un vino con un tale esordio olfattivo ha di solito i secondi più o meno contati prima di vedere le rotondità del mio lavandino, ma qualcosa mi tiene il naso attaccato al bicchiere, più me ne allontano per non lasciare assuefare le narici più ne rimango affascinato; c’è, dietro l’angolo, un vortice di sensazioni olfattive che di li a poco si manifesteranno in maniera a dir poco entusiasmante.
Così armato di santa pazienza, travaso il vino da un calice all’altro, e via così per almeno un quatro d’ora, adesso quello che per alcuni è un timbro identitario ma che per me era solo una mera sgradevole sensazione, ha lasciato il posto a note certamente più interesanti e intriganti: il frutto prima di tutto, fresco e polposo, lamponi neri e mirtillo su tutti, poi note floreali di violetta, sino a liquirizia e vaniglia, tutte note speziate fini ed eleganti, che rendono a questo vino una trama olfattiva molto suggestiva, che vira continuamente tra la frutta e l’etereo, tra la confettura e l’inchiostro. In bocca poi è possente, l’ingresso è ricco, il frutto quasi masticabile, il palato viene preso d’assalto da un vino di nerbo e voluttuoso, non proprio seta pura ma certamente caratterizzato da tannini nobili e più che digeribili. Il tempo gli conferirà maggiore grazia, adesso esprime tutta la fierezza dell’uvaggio e della sua nobile terra di origine. Un gran bel vino!
Questo vino è il nostro vino straniero dell’anno.

Tag:angelo di costanzo, bordeaux, cabernet franc, chateau la conseillante, degustazioni vini, francia, merlot, pomerol, terroir, vini francesi
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12 ottobre 2010
Ci sono occasioni da cogliere al volo, situazioni da non lasciarsi sfuggire, degustazioni da non perdere, di quelle che ne capitano davvero poche, soprattutto di questi tempi! Così scoprire che proprio dietro l’angolo danno una degustazione eccezionale di quattro fuoriclasse francesi, solletica – non poco – l’idea che dieci o quattordici ore di lavoro non fanno poi così tanta differenza quando di mezzo c’è la passione 🙂 !

Il Domaine de la Romanée Conti ha una storia tanto tribolata ed affascinate quanto preziosa e inarrivabile la grandezza dello scudo gentilizio di cui si fregia oggi: è icona fatto vino, un feticcio, di cui ogni buon appassionato sente, naturalmente, la necessità di nutrire, conservare gelosamente, raccontare con infinito trasporto. Camminare le vigne di Vosne Romanée poi è una esperienza indimenticabile, pestare ogni singolo decimetro quadrato di quella terra può assurgere, in alcuni casi, ad un primo passo sulla luna. Incredibile ma vero!
La storia comincia nel 1451 quando i monaci del convento di St. Vivant decidono di vendere alla famiglia Croonembourg la piccola vigna chiamata Cros de Clou, di appena 2 ettari. Mai avrebbero pensato di stare cedendo quella che poi sarebbe divenuta la vigna più ricercata, preziosa, costosa nel mondo! Nel 1760 compaiono sulla scena i Principi di Conti, che rilevano la proprietà e decidono che il nome del piccolo domaine passi da Cros del Clou a La Romanée; la storia più recente invece è costellata di innumerevoli fatti e vicende in chiaroscuro, di proprietà poco lungimiranti, di negotians poco avveduti e capitalisti stranieri che nel venire come nell’andarsene tanto ci hanno messo di loro quanto ben guadagnato: il marchio, quello de La Romanée Conti – oggi gestito dai monsieurs Aubert de Villaine ed Henry Roche – comunque siano andati i fatti, rimane indiscutibilmente il più amato, ambito ed osannato nel mondo del vino.
Il nome Grands Echezeaux (nella mappa in alto è ben visibile proprio al confine con il Grand cru Vougeot) trae origine da “chezal” (chezeaux al plurale), termine che un tempo stava ad indicare un casale o un raggruppamento di alcune case. E’ nel 1855, quasi in contemporanea con la classificazione in atto nel bordolese, che l’autore Jules Lavalle, sull’esperienza precedente di Denis Morelot, decise di identificare Les Grands Èchezeaux come tête de Cuvée, una distinzione che potremmo definire, in termini di qualità, ancora più restrittiva di quella del Grand cru attuale, di cui ha conservato nel tempo, pressochè immutata, anche la superficie.
Il vino ha un bellissimo colore rubino scarico, la luce riflette armoniosamente tutte le sfumature ramate pennellate di prima mano dalla terra. Il primo naso è uno schiaffo minerale, in quel bicchiere, nelle due ore trascorse da bravo scolaretto dietro il mio banco, ci rimetterò il naso almeno un centinaio di volte; Invitante, verticale, complesso, note di frutta croccante, cipria nell’aria, polvere di argilla, un naso profondo, elegante, finissimo. In bocca è secco, austero, ma di una bevibilità assoluta, rivelata in maniera ineccepibile, tannini raffinati, di lineare aristocraticità, nessuna sbavatura alcuna, solo nel finale di bocca si piega ad una sterzata terragna, un ritorno quasi ferroso, certamente minerale. Probabilmente non sarà questo il vino di Romanée Conti da condividere nuovamente con i posteri di qui a 20 o 30 anni, pare troppa grazia già espressa, prontissimo da bere, a suo modo troppo sincero per vendersi tale promessa: però che bevuta, che esperienza, e pronto a rifarmi la bocca!
La degustazione – guidata dal Master of Fine Wine di Vinifera – Paolo Repetto, si è tenuta Lunedì 11 ottobre al Grand Hotel Quisisana in Capri, organizzata dall’ Enoteca Segreta della famiglia Pollio.
Tag:anacapri, borgogna, capri, cote d'or, cote de beaune, cote de nuits, croonembourg, grand cru, grand hotel quisisana, grands echezeaux, isola di capri, la tache, madamen leroy, pinot nero, principe di conti, vosne romanée
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9 ottobre 2010
Luciano Pignataro, una bella laurea in Filosofia e giornalista professionista a Il Mattino di Napoli dove da anni cura – tra le altre cose – una rubrica sul vino che ha fatto storia, sin dal 1994, sin dal grande rilancio della viticoltura campana e meridionale. E’ autore di numerose pubblicazioni di successo sul vino e sulla gastronomia tradizionale, con un occhio sempre rivolto soprattutto al Sud Italia; Il suo Wineblog è tra i più seguiti in Italia in materia, con numeri a dir poco impressionanti; Da oltre dieci anni collabora alla “guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso“. Per me, come per molti, Luciano ha, tra le tante, una grandissima qualità comune a pochi nel mondo della critica enogastronomica: quella di unire, saper mettere assieme, aggregare, alla costante ricerca di un confronto diretto, franco ma soprattutto leale. Non poteva mancare quindi un suo intervento in merito…

Chi è per Luciano Pignataro il critico gastronomico oggi? Il critico gastronomico è una persona molto difficile da formare perché serve tempo per affinare il palato, disponibilità per girare nei ristoranti, grande cultura umanistica generale, conoscenza dei prodotti e delle tecniche, capacità di usare la tecnologia web. Deve essere legato alle sue radici ma al tempo stesso non scadere nel campanilismo sterile, lavorare per il cliente e non per il ristoratore, avere rapporti cordiali e rispettare sempre chi lavora in questo settore. Credo che in Italia ci siano pochissimi professionisti completi (Vizzari, Marchi, Fiammetta Fadda, Marco Bolasco, Cremona, Raspelli, Clara Barra, Bonilli, Davide Paolini, Carlo Cambi). Io stesso non mi sento e non sono un critico gastronomico perché mi mancano ancora i fondamentali all’estero e qualcuno al Nord, preferisco definirmi un giornalista specializzato di settore. Punto a diventare critico gastronomico puro, ma mi servono ancora una decina di anni di esperienza.
Quali sono i principi da non mancare mai, come operare al meglio? Il principi sono gli stessi dei degustatori di vino e, più in generale del giornalismo. Essere fedeli solo al proprio lettore e non tradire la fiducia dell’editore. Sul piano psicologico è buona regola non innamorarsi e non antipatizzare con nessuno, cercare di farsi capire quando si scrive e si parla e soprattutto, nel dare un punteggio, mai forzare in un senso o nell’altro, ma essere equilibrati. Se l’entusiasmo o la delusione staccano troppo dai giudizi di altri colleghi, chiedere ad altri di rifare il passaggio e fare la verifica.
Una recensione, come nasce? Quali sono i paramentri fondamentali su cui si costruisce una sana critica gastronomica? Quando il critico fa una ispezione non deve mai annunciarsi in precedenza, deve pagare il conto e accettare al massimo un’attenzione non condizionante se riconosciuto. Evitare di giudicare lo stesso locale per due o tre edizioni consecutive, assolutamente non scrivere e premiare se ci sono rapporti che vanno al di là della semplice conoscenza. Questo vale anche per il vino. Intendo rapporti di parentela, di cumparaggio o anche semplicemente di amicizia intensa.
E’ capitato, non di rado, di sentire che alcuni critici gastronomici non sappiano nemmeno cucinare un uovo al tegamino: ecco, può essere questo deleterio ai fini di una critica affidabile? Saper cucinare aiuta sicuramente a capire meglio un piatto, come anche fare esperienza lavorativa dentro una cucina professionale, ma non è una conditio sine qua non per un critico. L’esperienza palatale è quella davvero decisiva. E’ personale e non si può ereditare.
Guide e Classifiche: Marchesi da tempo ne farebbe davvero a meno, molti dei giovani invece sembrano scalpitare non poco per entrarvi al più presto. Chi ha ragione? Le Guide servono ai ristoratori per farsi conoscere, ma la gestione del quotidiano in un ristorante non è risolta da un punteggio. Era vero ieri e lo sarà sempre di più: conta il lavoro e la professionalità. Per questo all’inizio bisogna sempre essere prudenti su una novità, bisogna aspettare almeno due o tre anni per vedere cosa succede prima di iniziare a consacrare una cucina. La polemica di Marchesi è solo un malinconico episodio crepuscolare di un grande. Purtroppo non l’unico.
Le Guide servono però soprattutto ai lettori che le comprano, non dimentichiamolo mai. Sono loro i veri giudici del nostro lavoro.
Una domanda che ti viene fatta sempre più spesso, e che ti vede protagonista in prima persona: la “guerra” tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? Purtroppo ho una età che mi consente di dire di aver già partecipato al dibattito su chi vincerà tra tv e cartaceo. Ora c’è questa nuova competizione. Nessuno si pone il problema su chi vincerà tra web e tv! Sono mezzi espressivi diversi, ma si integrano alla perfezione se ben gestiti. Oggi il cartaceo conta ancora molto, resta la consacrazione, ma il web aiuta a monitare la realtà.
In ogni caso conta la qualità di chi scrive o parla, su questo non ci sono dubbi. Sono i contenuti che fanno la differenza.
Qual è l’elemento che non dovrebbe mai mancare in un piatto? L’acidità. E’ l’elemento che lo rende comprensibile anche fuori dal territorio di origine. Non a caso le cucine che opprimono l’acidità sono quelle dei fast food e degli autogrill. Un grande piatto senza acidità non può essere ricordato. La salivazione in bocca è la condizione per mangiare bene. Dall’antipasto al dolce.
Quello invece di cui si potrebbe fare volentieri a meno? Dipende dai periodi storici. Io sono oppresso in questi anni da ricotte e burrate mischiate con il pesce fresco: il piatto diventa sempre un troiaio insopportabile.
Qual è il piatto che più ti ha entusiasmato sino ad oggi? L’arancino di riso e verza, pomodori secchi e acciughe di Marianna Vitale. Da mangiare a carriola. Io che ho sempre detestato riso e verza :-).
Il pranzo (o la cena) indimenticabile? Nel 2010 quello al Mosaico da Nino Di Costanzo.
Già da tempo anche i grandi ristoranti ”gourmet” offrono menu in versione “light” da un punto di vista economico, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? E’ il futuro. L’idea di entrare in un posto e magiare solo due cose è ancora poco italiana, ma credo sia una delle poche abitudini sane che possiamo importare dagli anglosassoni. Io più di tre, quattro piatti non riesco a metabolizzare mentalmente. Un po come i vini: più di dieci/dodici diventano ingestibili per l’emozione.
C’è un ristorante che secondo te vale la pena visitare almeno una volta nella vita? Quello che ancora non si è visitato.
Se c’è invece, mi dai il nome di uno chef (se possibile italiano) che consiglieresti vivamente ai giovani di guardare con maggiore riferimento? Due: Massimo Bottura e Gennaro Esposito.
La cosa che mi piace di più di quello che sta venendo fuori da queste interviste è proprio la pluralità di vedute, in alcuni casi contrastante, espressa dai vari intervistati: quantomeno possiamo esser certi di una critica più che viva e protesa al futuro. Grazie mille! (A.D.)
Qui le interessanti risposte di Clara Barra, curatrice con Giancarlo Perrotta della guida ai ristoranti d’Italia del Gambero Rosso.
Qui invece la bella intervista rilasciataci da Francesco Aiello.
Qui l’intervento di Marco Bolasco, curatore delle guide Slow Food Editore.
Tag:angelo di costanzo, carlo cambi, clara barra, critica enogastronomica, davide paolini, edorardo raspelli, enzo vizzari, fiammetta fadda, francesco aiello, gambero rosso, il mattino, l'arcante, l'espresso, luciano pignataro, luciano pignataro wine blog, luigi cremona, marianna vitale, napoli, nino di costanzo, paolo marchi, vini
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8 ottobre 2010
Francesco Aiello è un vero e proprio “globe trotter”, tra l’altro uno di quelli che rispecchiano appieno, mio modestissimo parere, la linea del basso profilo ed altissime prestazioni. Lo conosco più o meno da un decennio, la mia stima per lui, come il girovita (il mio), in questi anni non ha fatto altro che lievitare; Quasi quarant’anni, studi classici alle spalle+una laurea in Economia Master all’università Bocconi di Milano in Organizzazione e gestione aziendale, si occupa e scrive di economia e turismo e, da più di dieci anni, si occupa – guarda un po! – di enogastronomia. Non lascia trapelare altro, ci tiene a che si dica solo che collabora con una guida ai ristoranti nazionale, in più scrive di cibo, prodotti tipici ed ospitalità per alcuni magazine italiani ed importanti pubblicazioni specializzate inglesi ed americane. Anche a lui abbiamo rivolto qualche domandina…

Allora Francesco, chi è il critico gastronomico oggi? In senso stretto dovrebbe essere (mai come in questo caso il condizionale è d’obbligo) un professionista della comunicazione con una solida preparazione teorica su tutto quello che ruota intorno al mondo del cibo, dalle materie prime alle tecniche. Assolutamente indispensabile una significativa esperienza, da costruire con frequentazioni dirette nel corso del tempo, di ristoranti e cucine, possibilmente del mondo. Una infarinatura della storia delle tradizioni gastronomiche più significative non dovrebbe fare troppo male.
Come ci si comporta, quali sono i principi da non mancare mai? Gli stessi che sono alla base della professione giornalistica con un supplemento di curiosità e di accuratezza, in considerazione del fatto che si scrive di qualcosa, il cibo appunto, di cui tutti in un modo o nell’altro hanno esperienza diretta.
Come nasce una recensione, quali sono i parametri fondamentali su cui si costruisce una sana critica gastronomica? Inutile nascondere che il rischio più pericoloso è quello della eccessiva soggettività. La percezione di un ristorante o di un piatto è inevitabilmente influenzata dal bagaglio di esperienze di ciascuno di noi e talvolta anche dalle preferenze. Ma qui entra il gioco la professionalità che consente di esprimere un giudizio, o anche solo di raccontare una cena, con un accettabile grado di obiettività, a prescindere dai gusti personali o dagli eventuali rapporti di consuetudine con cuochi e ristoratori. L’invito a tenere distinti ciò che è buono (concetto molto meno soggettivo di quanto solitamente si pensi) da quello che piace, può apparire talmente banale da essere superfluo. A tal proposito il confronto con i colleghi più esperti è essenziale.
E’ capitato, non di rado, di sentire che alcuni critici gastronomici non sappiano nemmeno cucinare un uovo al tegamino: ecco, può essere questo deleterio ai fini di una critica affidabile? Per recensire una mostra di Hopper bisogna saper dipingere come il pittore statunitense? Ovviamente no, ma riuscire a tenere il pennello in mano ed avere qualche dimestichezza con il realismo applicato alla tavolozza dovrebbe aiutare. Lo stesso per coloro che si occupano di critica gastronomica, ai quali conoscenze dirette del mestiere di cuoco dovrebbero servire a comprendere meglio il lavoro altrui, piuttosto che a dare consigli su improbabili varianti ai piatti altrui, come pure talvolta si sente in giro. Personalmente esaspererei anche il concetto chiedendo a chi ne ha la voglia e la possibilità di passare una settimana all’anno nella cucina (o anche in sala) di un buon ristorante decentemente organizzato.
Guide e Classifiche: alcuni grandi chef, Marchesi in testa, vanno maturando l’idea che ne farebbero davvero a meno, molti dei giovani invece sembrano scalpitare non poco per entrarvi al più presto, chi ha ragione? Su questo punto bisogna chiarirsi: le guide e le classifiche o si accettano sempre o mai, a prescindere da come sei valutato. Detto questo, sono dell’idea che ci sono alcuni cuochi, e Marchesi è certo tra questi, che hanno fatto la storia della gastronomia, almeno italiana, e che potrebbero essere sottratti al vincolo della valutazione: cappello, forchetta o stella che sia. Si tratterebbe di un omaggio non tanto ai protagonisti, quanto alla chiarezza espositiva e di interpretazione della gastronomia contemporanea. Giusto per ristabilire la debite proporzioni tra attori e comparse, sennò finisce che di notte tutti i gatti sono neri ….
Quanto ai giovani, dato per scontato il non trascurabile contributo alla notorietà che le guide danno soprattutto nella fase iniziale, sarebbe il caso che si concentrassero su coloro che si siedono ai loro tavoli tutte le sere.
Lo so, non è originalissima come domanda, ma ci sta bene: la “guerra” tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? Al momento non saprei, anche se per esperienza credo che a fare la differenza non sia lo strumento ma le finalità. A tal proposito se il web utilizza il sistema di controlli e di filtri, formali e sostanziali, propri dei media tradizionali, alla fine potrà anche prevalere, visto che dalla sua ha velocità e la capacità di raggiungere i destinatari a costi bassi. Tuttavia credo che molte delle polemiche attuali nascono da un equivoco di fondo: quello di confondere la critica gastronomica con il racconto illustrato di un ristorante. Ad oggi sul web vedo prevalere questa seconda categoria.
Quale secondo te l’ingrediente che non dovrebbe mai mancare in un piatto? In generale l’equilibrio tra le diverse componenti. Per me, invece, il tartufo bianco.
Uno invece del quale si potrebbe fare volentieri a meno? La presunzione, di chi cucina e di chi critica. Se poi sparisse anche il filo d’olio a crudo, dubito che qualcuno ne sentirebbe la mancanza.
C’è un piatto che più ti ha entusiasmato? Impossibile rispondere per chi ogni anno fortunatamente assaggia qualche centinaio di grandi piatti
L’esperienza indimenticabile? Sicuramente la prossima ….
Alcuni grandi ristoranti ”gourmet” hanno pensato a menu in versione “light” per contenere i prezzi, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? Un conto sono i ristoranti che, sulla scorta di quanto avviene da tempo in Francia, a pranzo propongono un menù del mercato o con piatti più semplici ad un costo accessibile. Ha un senso ed una convenienza sotto il profilo economico, sia per il cliente sia per il ristoratore. Discorso diverso è per chi pretende di fare grande ristorazione low cost. Non ho mai subito il fascino del “pauperismo gastronomico” e mi riesce difficile immaginare grandi menù costruiti a colpi di variazioni di alici, frattaglie o verdure, magari con lo stesso ingrediente, rigorosamente ”povero”, che si ripete dall’antipasto al dolce. Alla lunga l’esperienza insegna che, tranne poche eccezioni, non funziona.
Un ristorante da visitare almeno una volta nella vita? Il Louis XV di Alain Ducasse a Montecarlo.
Quale il talento affermato (se possibile italiano) a cui i giovani potrebbero guardare con maggiore riferimento? Molti di quelli che oggi hanno più di sessant’anni e che negli ultimi tre decenni hanno costruito le basi della moderna cucina italiana.
Qui l’intervista a Clara Barra, curatrice con Giancarlo Perrotta della guida ai ristoranti d’Italia del Gambero Rosso.
Qui l’intervento di Luciano Pignataro, winewriter della prima ora e da oltre dieci anni collaboratore della guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso.
Qui l’intervento di Marco Bolasco, curatore delle guide Slow Food Editore.
Tag:angelo di costanzo, bocconi, chiacchiere distintive, clara barra, economia, francesco aiello, gambero rosso, giornalista, guide, napoli, recensioni ristoranti, ristoranti d'Italia, turismo, vico equense
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7 ottobre 2010
E’ tempo di guide, ai vini d’Italia, ai ristoranti d’Italia e bla bla bla. La critica alla critica enogastronomica, come accade per il calcio, fa proseliti e nutre al tempo stesso detrattori a centinaia di migliaia – ma che dico! – a milionate, che però di volta in volta non disdegnano di vestire i panni di osservatori noncuranti, poi analisti, poi ancora lettori più o meno attenti, eppure compratori quasi certi: appassionati, fighetti gourmandise, operatori del settore, fedelissimi all’idea che la critica enogastronomica sia uno sport inutile che costa – a volte – troppo, eppure leggere il proprio nome sulle pagine delle guide in uscita ogni anno continua a non avere prezzo, anzitutto in termini di soddisfazione professionale! Insomma, c’è chi va asserendo che le guide ci hanno proprio rotto e chi al tempo stesso urla “ma che ipocriti che siamo, ma se ogni anno non vediamo l’ora che escono..!”.
Detto questo, in previsione delle imminenti uscite delle guide gastronomiche abbiamo cercato tra queste l’opinione di alcune tra le firme più apprezzate, fatto quindi alcune domande a chi le guide le fa veramente e a chi della critica gastronomica (in alcuni casi non solo) ne ha fatto il suo lavoro, in maniera brillante, obiettiva, professionale. Iniziamo questa nuova serie di “Chiacchiere distintive” con Clara Barra che ringrazio sentitamente per la disponibilità mostrata e per la sincerità con la quale ci ha risposto; Giornalista professionista, è al Gambero Rosso dai primi anni novanta, con Giancarlo Perrotta cura la Guida ai Ristoranti d’Italia (Qui le eccellenze dell’edizione 2011).

Chi è il critico gastronomico oggi? Il critico gastronomico dovrebbe essere sempre (quindi non solo oggi) una persona che cerca di orientare il cliente nella scelta di un ristorante o di un prodotto.
Come si muove e quali sono i principi da non mancare mai? Massimo rispetto per il lavoro degli altri e massima buona educazione (leggi niente foto per esempio) quando si visitano i locali.
Come nasce una recensione, quali sono i paramentri fondamentali su cui si costruisce una sana critica gastronomica? Il Gambero Rosso come è noto è l’unica guida che esprime un giudizio articolato in più voci (cucina, cantina, servizio), cosa di grande utilità a mio avviso perché così ogni lettore individua facilmente il locale adatto per la propria esigenza, ragion per cui sarebbe un errore leggere solamente il punteggio unitario.
E’ capitato, non di rado, di sentire che alcuni critici gastronomici non sappiano nemmeno cucinare un uovo al tegamino: ecco, può essere questo deleterio ai fini di una critica affidabile? Direi di no, un palato fino non necessariamente deve saper cucinare.
Guide e Classifiche: alcuni grandi chef, Marchesi in testa, vanno maturando l’idea che ne farebbero davvero a meno, molti dei giovani invece sembrano scalpitare non poco per entarvi al più presto, chi ha ragione? Le guide dovrebbero essere prese per ciò che sono, un utile strumento di servizio per un’ampia fascia di pubblico, e quindi non vissute come un prodotto editoriale destinato a pochi eletti gourmet che sono comunque una minoranza rispetto a chi fruisce del ristorante abitualmente. Inoltre vale la pena ricordare che la guida è “ristoranti d’Italia” non “cuochi d’Italia”, bisogna stare quindi molto attenti a non esagerare nel rendere i cuochi delle star.
Lo so, non è originalissima come domanda, ma ci sta bene: la “guerra” tra il cartaceo ed il web, chi vincerà? C’è spazio per tutti e ciascuno dei due ha i propri estimatori, personalmente ritengo i blog autoreferenziali e abbastanza deleteri per la ristorazione.
Qual è l’ingrediente che secondo te non dovrebbe mai mancare in un piatto? L’equilibrio.
Quello invece di cui si potrebbe fare volentieri a meno… Oggi come oggi l’uovo di Paolo Parisi cotto a bassa temperatura, non se ne può più! Senza per questo nulla togliere ovviamente alla bontà delle uova di Paolo che stimo moltissimo.
Qual è il piatto che più ti ha entusiasmato sino ad oggi? Ce ne sono molti, troppi, e anche “datati”, ma cito in ordine sparso: Ravioli di grano saraceno con astice tartufo e fegato grasso di Vissani, la maionese espressa di Lorenzo a Forte dei Marmi, l’insalata “21 31 41” di Enrico Crippa, la terrina di anguilla e foie gras di Fabrizia Meroi, un’inarrivabile scaloppa di fegato grasso all’uva di Paracucchi, il soufflé al limone de La Caravella di Amalfi, i risotti de Il Gambero di Calvisano, sicuramente ne dimentico qualcuno e chiedo scusa.
Il pranzo (o la cena) indimenticabile? Forse all’Ambasciata di Quistello, uno spettacolo per tutti i sensi.
Già da tempo anche i grandi ristoranti ”gourmet” offrono menu in versione “light” da un punto di vista economico, ha senso o è solo una trovata pubblicitaria? Ha invece molto senso, specie per consentire ai giovani di poter andare nei grandi ristoranti.
C’è un ristorante che consiglierebbe di visitare almeno una volta nella vita? Dire uno solo mi mette in imbarazzo, spero mi comprenderete… 🙂
Se c’è invece, uno chef (se possibile italiano) a cui i giovani potrebbero guardare con maggiore riferimento… Salvatore Tassa de Le Colline Ciociare di Acuto, a mio avviso spesso sottostimato perché unisce genio a determinazione, volontà, umiltà e tanto tanto coraggio.
Qui l’intervista a Francesco Aiello.
Qui l’intervento di Luciano Pignataro, winewriter della prima ora e da oltre dieci anni collaboratore della guida ai ristoranti d’Italia de L’Espresso.
Qui l’intervento di Marco Bolasco, curatore delle guide Slow Food Editore.
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