Anacapri, Krug in Capri

18 luglio 2010 by

La grandeur di Krug e l’eleganza del Capri Palace Hotel&Spa: incontro perfetto per una notte di mezza estate. Venerdì 23 luglio la celebre maison di champagne sarà protagonista con le sue speciali cuvèe da sempre apprezzate e rinomate in tutto il mondo: si comincia alle 19.30 con un incontro “ravvicinato” nella cantina dell’albergo, La Dolce Vite, dove Romain Cans, Manager per Krug, racconterà la storia e lo stile inconfondibile della maison che coniuga armoniosamente opulenza e freschezza, potenza e finezza.

La serata continuerà poi al ristorante L’Olivo con un’inedita cena a quattro mani preparata in abbinamento alle preziose bollicine di Reims da Oliver Glowig, resident chef e 2 stelle Michelin e dallo chef ospite Tim Raue dell’omonimo Ristorante in Berlino, già fondatore al celeberrimo MA (sempre a Berlino) di una delle sole 4 Krug rooms al mondo.

In degustazione in cantina e successivamente alla cena di gala a L’Olivo, Krug Grande Cuvée, Krug Cuvée Vintage ’98, Krug Rosé raccontati dai neo Krug Ambassadors al Capri Palace Angelo Di Costanzo e Giovanni Guida, “professionisti del vino che si sono distinti particolarmente nel loro lavoro di comunicazione e promozione della qualità degli Champagne di casa Krug. 

Da segnalare infine tra i protagonisti della serata anche Francesca e Gaetano Verrigni, titolari dell’Antico Pastificio Rosetano, unico in Italia ad utilizzare per i formati della loro pasta l’esclusiva  trafilatura in oro.

Il Menu

Gambero rosso, infusione di rosolio, shiso-zenzero-litchi e baiser di lamponi e pepe Pondicherry – Tim Raue con Krug Rosé

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Fusilloro Verrigni al nero di seppia con ostriche, pomodorini del Vesuvio e oro – Oliver Glowig con Krug Grande Cuvée

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Scorfano cotto in olio di zenzero, crema di cinque spezie, fondo di piedi d’anatra e nocciole e uva marinate – Tim Raue con Krug Cuvée Vintage ’98

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Spuma di caprino con fragoline di bosco – Oliver Glowig con Krug Grande Cuvée 

Per informazioni e prenotazioni:
Ristorante L’Olivo
Capri Palace Hotel & Spa
Via Capodimonte, 14 Anacapri. 
Tel. 081 978 0225
olivo@capripalace.com
www.capripalace.com
Ufficio Stampa
dipunto studio
www.dipuntostudio.it

La Bussière-sur-Ouche, l’Abbaye de La Bussière

18 luglio 2010 by

Due minuti per un pensiero, per fissare una immagine piuttosto suggestiva: ecco, mi viene in mente un paesaggio favoloso, di metà settecento; un parco infinito, rigoglioso, con un piccolo lago privato dove starnazzano le anatre, dove i cigni riflettono la propria immagine nell’acqua limpida solcata da piccole imbarcazioni a remi di legno antico. Le vedi scostare il vecchio pontile in legno per allungarsi alla frescura dell’isoletta al centro del lago, dove le querce secolari offrono riparo dal sole tiepido e dove cespugli ben curati, alcuni sbucano direttamente dall’acqua, celano sguardi indiscreti.

A qualche metro di distanza alcune persone, sedute comodamente, giocano a scacchi. Qualcun’altro, alle prese con bambini piuttosto vivaci, rincorre creste biondissime tentando invano di tacciare urla di felicità con la paura che possano destare un qualche disturbo: invero qui il silenzio, la pace, la tranquillità sembrano non soffrire di questi piccoli sussulti più di tanto. Non è un pensiero campato in aria, è il benvenuto a L’Abbaye de La Bussière, sur-Ouche.

Siamo in Francia, a La Bussière, 45 chilometri da Vosne-Romanée¤, quanranticinque km di curve e saliscendi tra i boschi di querce e distese di grano e pascolo interrotti solo dal canale che scorre parallelo all’Ouche, dal quale ruba le acque da offrire alle genti che popolano i piccoli borghi lungo le sue rive, apparentemente inanimati, così perfettamente integrati nel paesaggio. La storia del luogo e dell’Abbazia in particolare conservano un fascino straordinario e un valore talmente prezioso che è impossibile racchiudere in poche righe, pertanto chi ne abbia voglia può trovare¤ tutte le informazioni possibili su questo meraviglioso luogo del gusto oggi di proprietà della famiglia Cummings, originaria del Sussex (UK) che rimanendo stregata da questa terra fantastica ha deciso, nel 2004, di vendere il Relais-Chateau di proprietà in Gran Bretagna per trasferirsi immantinente a La Bussiere.

Queesta la cronaca di una bella esperienza gourmet, condivisa con i sommeliers dell’ Ais Campania capitanata per l’occasione dal presidentissimo Antonio Del Franco durante il nostro recente¤ viaggio dello scorso giugno.

Al ristorante, a condurre i giochi in sala c’è un giovane italiano, Fabio Rambaldi da Torino che dopo un lungo vagare per le terre di Francia ha deciso di piantare qui nuove radici, svolgendo a mio parere un ottimo lavoro di coordinamento e formazione: il servizio, seppur rallentato dal numero di coperti del tavolo (siamo in sedici) non soffre di attese particolarmente snervanti, complice a dire il vero anche la piacevole atmosfera di convivialità. Un appunto però sulla sommellerie è d’obbligo, mi ci sarebbe piaciuto da parte del sommelier, un tantino di loquacità in più, ma ci accontentiamo dell’ottimo Rully servito, da una carta non ampissima ma ben strutturata.

In cucina, a tirare le redini dei fornelli, un astro nascente della cucina francese, Emmanuel Hébrard che ci è sembrato molto motivato, e nonostante gran parte dei piatti in carta ruotino su ingredienti e sapori tipicamente borgognoni, anche piuttosto intraprendente, lasciando intuire sprazzi di tecnica professionale finissima e vocazione a grande aspettative future. Tra i piatti seerviti, quelli che più mi hanno colpito sono essenzialmente “l’amuse bouche de saison” (nella foto sopra), il benvenuto dello chef a tema uova di quaglia, fois gras e pesce persico: bella la presentazione e dai sapori nitidissimi.  

Il “finto filetto di boeuf Charolais” si dimostra una esplosione di sapori, dalla cottura fenomenale, di aromaticità intensa e gradevolissima, senza contare il magistrale accostamento (davvero prelibato) ad un gioco di piccoli e gustosi assaggi di carciofo marinato ripieno del suo cuore, finferli scottati, finocchio caramellato e patate farcite di cremosa purea.

Il formaggio secondo Emmanuel Hébrard, “Le Pierre qui vire affiné” ovvero una preparazione intelligente per servire un delizioso formaggio vaccino, cremosissimo, dal sapore intenso e persistente accompagnato da un biscotto ripieno di spuma dello stesso formaggio e ciliegie che tendono a stemperare il sapore deciso riconducendo quindi il palato ad un giusto equilibrio prima del dessert. 

Rivelazione questa di un gioco, un contrasto di sapori che vanno superandosi in una rincorsa che poco si addice alla nostra cultura “dolciaria”, ma che non manca certo del suo effetto impatto gustativo positivo: sono piccole ganache di cioccolato fondente Guanaja con percentuale di cacaco amaro all’80% abbinate a grandissimi-bellissimi-buonissimi lamponi, una crema ghiacciata di formaggio e basilico e piccoli fogli di argento alimentare.

Post-cena: per gli appassionati di turno un discreto fumoir arredato di tutto punto li attende al primo piano; per gli innamorati di tutte le età invece, è d’obbligo una passeggiata notturna lungo i viali illuminati di questo meraviglioso luogo d’incanto, una comoda panchina, ogni venti metri più o meno, attende loro per lasciargli aprire gli occhi sul meraviglioso cielo stellato di Borgogna ed al cuore impavido dell’amato amore.

 
Abbaye de La Bussière
Relais&Chateaux
Loc. La Bussière-sur-Ouche
21360 Dijon
Tel. +33 (0) 3 80 49 02 29
Fax +33 (0) 3 80 49 05 23
www.abbaye-dela-bussiere.com
info@abbaye-dela-bussiere.com

Krug in Capri, Oliver Glowig presenta il Fusilloro Verrigni al nero di seppia con ostriche e oro

16 luglio 2010 by

 

In attesa dell’evento dell’anno “Krug in Capri“, praticamente già sold out, presentiamo in anteprima una delle ricette, a firma di Oliver Glowig,che sarà protagonista alla cena di gala, cogliendo l’occasione per presentarvi anche uno storico artigiano della pasta italiana, l’Antico Pastificio Rosetano Verrigni ed il suo innovativo ed esclusivo Fusilloro, la pasta prodotta con trafila in oro al 100%. 

Tutto ha inizio nel 1898, quando Luigi Verrigni divenne fornitore delle nobili famiglie di Rosburgo, l’attuale Roseto degli Abruzzi, che molto apprezzavano una pasta di qualità superiore, ottenuta dalla macinatura dei grani con macine a pietra, impastata con l’acqua del Gran Sasso ed essiccata all’aria, appesa alle canne di bambù. Gaetano Verrigni, figlio di Luigi, convinto di poter migliorare ulteriormente la qualità raggiunta, si spinse a sperimentare diversi metodi di essiccazione tra cui l’utilizzo di speciali “camerini”, dotati di ventilatori a corrente e di fonti di calore necessarie a creare una temperatura costante.

Oggi è un altro Gaetano Verrigni a proseguire un’attività che ha alla base la selezione dei migliori grani duri, parte dei quali coltivati e raccolti in Abruzzo nell’azienda agricola di proprietà della moglie Francesca. Dopo aver preso forma attraverso le trafile in bronzo ed oro a seconda dei formati, la pasta viene fatta essiccare all’interno di camerini mobili, lentamente e a bassa temperatura tra 45 e 50° C, con una durata che può arrivare sino a tre giorni a seconda dei formati secondo l’antica tecnica del “preincarto” così da non alterare le caratteristiche della materia prima, da rispettare i naturali processi di fermentazione e da donare alla pasta Verrigni il suo inconfondibile sapore.

Ingredienti: per 4 persone

  • 240 gr Fusilloro Verrigni
  • 400 gr di fumetto di pesce
  • 60 gr di nero di seppie
  • Olio extra vergine d’oliva
  • 8 Ostriche “Gillardeau”
  • 4 filetti di pomodori secchi sott’olio
  • Oro alimentare

Preparazione: in una pentola bassa sciogliere il nero di seppia nel fumetto di pesce, lasciando lentamente uniformare la salsa; A parte cuocete in acqua bollente e precedentemente salata i Fusilloro: 9 minuti vi garantiranno una cottura ideale prima di terminarla per ulteriori 2 minuti nella salsa al nero di seppia. Mantecare infine con olio extra vergine d’oliva.

Per il servizio: Utile un bel piatto bianco che lascerà esaltare le colorazioni della preparazione: adagiare la pasta al centro del piatto, tagliare ogni ostrica a tre pezzi e riporle sulla pasta, aggiungere quindi i pomodori secchi tagliati a dadi, terminare la decorazione con brillanti foglie d’oro alimentare.

Ricetta e piatto di Oliver Glowig del Ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel&Spa, per l’occasione abbinato a Krug Vintage 1998.

Il Pain d’Epices de Bourgogne, et voilà…

14 luglio 2010 by

Camminando per le vie di Digione, oltre che affascinato dal centralissimo mercato generale, affollatissimo ogni mattina e ricchissimo di colori e profumi provenienti da tutta la Borgogna, per non dire della Francia, sono rimasto profondamente colpito dalla grandissima qualità dell’offerta gastronomica di ogni bottega cittadina: dallo charcutiere che del maiale non butta veramente niente e ne fa, con le verdure di stagione, trionfo di aspic e sformati vari, allo stesso fruttarolo, che non si fa mancare proprio nulla, escargots comprese. A Beaune per la verità avevo già avuto gustose “rappresaglie” di finissima gastronomia, pasticceria in testa, che mi hanno fatto piombare per un attimo piuttosto lungo nello sconforto della gola (della serie …e adesso da dove comincio?); Non solo cioccolato però, lavorato da finissimi maitre chocolatiere, ma anche straordinari macarons, dalla fragranza unica e tante varianti di piccola pasticceria subliminale, esempi di tecnica eccelsa, manualità ineccepible ed equilibrio perfetto nell’utilizzo degli ingredienti: dolci opere d’arte dolciarie di ineguagliabile valore.

Ma come spesso accade, alla fine di un giro nel vortice della perdizione, ciò che mi ha incuriosito e conquistato particolarmente è stato un dolce tipicamente francese borgognone, particolarmente leggero ma corroborante, e seguendo ricette tradizionali, privo addirittura di grassi, a base di farina di segale, spezie e miele: il Pain d’Epices, in uso abituale nel servizio delle colazioni, ma non di rado manna dal cielo per bambini capricciosi ad ogni ora.

Ho consegnato nelle mani della nostra Ledichef diverse ricette, compreso l’abecedario di Mulot et Petitjean di Beaune (con Magazzini e Produzione in Digione), storicamente riconosciuti i conservatori della storia del Pain d’Epices de Bourgogne, oltre che quelle scovate qua e là nei vari luoghi dove è stato possibile carpirne utili indicazioni; Questo è il risultato, perfettibile naturalmente, di alcune prove di cucina contemporanea di una delle più antiche ricette d’oltralpe, datata primi del settecento.

ingredienti per 6/8 porzioni:

  • 300gr di farina bianca;
  • 200gr di farina integrale;
  • 500g miele liquido (es. castagno);
  • 25 cl di latte;
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci;
  • le quattro “epices”, cioè spezie, ovvero: cannella, zenzero, anice, chiodi di garofano;
  • semi di finocchio;
  • 2 cucchiai di acqua di fiori d’arancio;
  • un pizzico di sale;
  • 2 cucchiai di granella di zucchero;

Per la preparazione: scaldare il forno a 180°, nel mentre portare il latte ad ebollizione a fuoco basso, aggiungervi il miele e mescolare finché il miele non si sia completamente sciolto ed uniformato al liquido. Versare le farine, setacciate, in una ciotola capiente, unirvi il lievito ed il sale. A questo punto aggiungere le spezie, il latte ancora caldo e l’acqua di fiori d’arancio. Rimestare il tutto sino ad ottenere un’impasto omogeneo. A parte preparate una teglia da plum cake avendo cura di predisporre al suo interno la carta da forno. Versarci l’impasto e livellare, distribuire la granella in superficie e infornare per circa un’ora finché il pain d’épices non si sarà ben dorato.

Nota a margine: E’ possibile aggiungere a questa ricetta base tante varianti come granella di cioccolato, scorzette di arancia (come nella foto) o canditi di ogni genere, o per esempio aromatizzare l’impasto con vino o liquore, o servire il tutto con creme e salse varie, ma l’origine semplice (povera) della ricetta ci invita a realizzarne la versione più autentica per poter godere al meglio dei profumi e dei sapori di Borgogna. E se vi trovate in zona, non mancate una visita al negozio storico di Mulot et Petitjean nel centro storico di Beaune. 

Pain d’Epices
Mulot et Petitjean
13 Place Bossuet
21000 Dijon – France
Tel. 03 80 30 07 10
www.mulotpetitjean.fr

Bacoli, Cruna DeLago 2008 La Sibilla

13 luglio 2010 by

“Guardi avrei proprio voglia di lasciarmi consigliare da lei un bel vino campano, qualcosa che mi possa far cambiare idea ed opinione a riguardo: deve sapere che lì, su al nord, non è che si beva benissimo, ci sono certi soloni, tutti matti per lo sciardonnè, ma per me che amo il sud rimane comunque piuttosto difficile trovare dei vini della vostra regione che mi entusiasmino in modo particolare, ma è possibile che avete solo Cantine Sociali..?”

Carlo Bernini (nome puramente di fantasia, ndr) si è dimostrato un ospite molto gradito. Avvocato in Cassazione, spalle larghe, almeno quanto il bacino e sessant’anni nemmeno a vedergli la carta d’identità, viso tondo tendente al paffuto, dagli occhi azzurri, semi chiusi; persona però distinta, appena un po sfacciata, curiosa, insomma uno di quei clienti che pagheresti per avere alla tua tavola, e non solo per le belle bottiglie che ti lascia decidere di aprire, e nemmeno per la lauta mancia che ti offrirà alla fine per ringraziarti, stavolta con gli occhi ben aperti, azzurri, lucidi, soddisfatti per avergli riservato una piacevole serata: la tua soddisfazione, la grande soddisfazione l’avrai ottenuta invece da quelle poche parole, tra le mille venute fuori durante la cena, che ha saputo far entrare, esprienza alla mano, con le sue osservazioni, con le sue puntualizzazioni, con i suoi aneddoti, nella tua mente, prepotentemente, parole che mai dimenticherai!

L’avvocato Bernini ne ha viste tante in vita sua, e ne ha districate troppe per fidarsi ciecamente: “mi sono occupato di frodi alimentari e di vino per circa un ventennio, e credimi mio bel sommelier, la purezza delle tue parole, il tuo racconto mi affascinano, ma non mi convincono, ho bisogno di più”. Avvocato mi lasci dire, che brutta opinione che s’è fatto del vino, lasciamo stare le mie chiacchiere, facciamo che a parlare sia il bicchiere, io le faccio bere due-tre cosette, lei, alla fine, mi deciderà cosa val la pena pagare e cosa no, ci stà? “Intraprendente…”.

Così dopo una ouverture leggiadra a base di Biancatenera di Tramonti (Monte di Grazia bianco ’09) confido che sia il Cruna DeLago di Luigi e Restitua Di Meo a scalfire la mistica  pervasione del vino nostrano agli occhi dei transumanti avventori dell’alta langa. “Un vino delizioso, ti dà l’impressione di volerti piacere per forza ma non è ruffiano, non ammicca in maniera insolente, dico bene?”  Dice bene, essere se stesso è un suo tratto caratteriale. Il vitigno di cui è composto, la Falanghina dei Campi Flegrei ha la capacità di conquistare i palati senza sciolinare false pretese, offre vini sinceramente franchi, austeri e sottili al naso, asciutti e minerali, profondi al palato. Il vino che ne viene fuori è di solito vivo come la storia millenaria imprigionata nelle centinaia di enclavi di monumenti che ne costellano il territorio tutto, da Pozzuoli a Bacoli, ed il Cruna DeLago è una delle sue massime interpretazioni: giallo splendente, intriso di profumi di glicine e pino mediterraneo, quello delle coste di Agnano, austero proprio come l’anima dei suoi vignaioli, legati alla propria terra più che a se stessi, un nettare asciutto e minerale come le falde ardenti del vulcano Solfatara, salmastro non per evoluzione ma per finissima vocazione.

Ecco avvocato, mi sono tenuto defilato, niente nomoni, non le ho nemmeno raccontato della crescita inimmaginabile, il successo del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo, e le ho servito il Fiorduva solo perchè così come richiesto dal dotto’ Impresacchi: ma mi dica, le sono piaciuti i vini? “Angelo, ho molto apprezzato, vorrei tanto conoscere di questo Alfonso Arpino, come si fa ad allevare vigne di cent’anni? E poi i Campi Flegrei, pensare alla Falanghina con questa profondità così mediterranea non mi era mai capitato prima, oggi ho scoperto due bei vini!

E’ solo l’inizio mio caro Avvocato, questa è la mia terra e non ha confini!

Sorbo Serpico, il vino Kasher secondo Feudi

11 luglio 2010 by

Uno degli aspetti che più amo del mio lavoro è imparare, riuscire a cogliere uno stimolo, un insegnamento, da ogni esperienza che vivo, quotidianamente. E’ da un po che mi frulla in mente di parlare del vino Kasher, argomento che in realtà ho già affrontato passato, ma aspettavo l’occasione per entrare nel merito di una produzione che appartenesse alla nostra Campania, e che riscuote, tra l’altro, un ottimo successo. Ai più non sarà sfuggito che il vino, più di ogni altra bevanda, gode da sempre di una sua particolare sacralità, ma non quella dettata dai fanatici guru guidaroli o dai neo profeti in patria, ma quella intesa nel vero senso letterale della parola, di liturgica definizione, che fa cioè del dolce frutto offerto all’uomo dalla terra, un dono di Dio, e per questo curato (in vigna) e prodotto (in cantina) seguendo protocolli rigidissimi al fine di preservarne purezza ed integrità.

Il vino Kasher rappresenta in Italia una produzione certamente di nicchia ma più diffusa ed apprezzata di quanto si pensi, tanto dallo spingere diverse aziende italiane ad investire in tale direzione per potersi garantire anche solo uno spicchio di un mercato, che se in patria può risultare circoscritto in particolar modo a Roma o su di lì, in certi paesi, Stati Uniti in primis, può rappresentare una importante opportunità commerciale. Così una delle più preziose delle aziende leader in Campania, per qualità dell’offerta e diffusione sul mercato offre da qualche anno due riuscitissime interpretazioni di vino kasher: il Fiano di Avellino Maryam e l’Aglianico Rosh; Stiamo parlando evidentemente dei Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico.

I Protocolli di produzione, come detto sono rigidissimi, basti pensare per esempio che ogni operazione manuale o spostamento mosto/vino deve essere eseguita da ebrei osservanti; Ogni eventuale intervento da parte di terzi comprometterebbe l’intera produzione di vino Kasher. Durante le varie attività di produzione è importante che tutti gli impianti in metallo o vetroresina siano precedentemente lavati con abbondante acqua bollente; Le parti di raccordi in gomma, qualora già utilizzati in cantina vanno procurate nuove.

Il personale ebraico entra in scena sin dall’operazione di spremitura delle uve, già per ribaltare le cassette da far pervenire nella coclea, azionare la pigiatrice e/o diraspatrice, le pompe che dirigono il mosto nel tino. Solo da questo momento, il Mevushal (vino cotto) può essere toccato da ogni operatore purchè ad ogni travaso o altra operazione successiva sia presente l’autorità Rabbinica, la quale poi provvederà a certificare la congruità delle fasi di lavorazione nonché il prodotto imbottigliato attraverso da tre segni distintivi: l’etichetta, l’eventuale retroetichetta ed il tappo di sughero con il segno di riconoscimento o marchio del Rabbinato. In particolare in etichetta dovrà apparire il nome del Rabbino che ha eseguito il controllo e che rilascia il certificato, tale etichetta può anche essere eventualmente applicata sulle scatole d’imballaggio, sarà comunque sempre l’Autorità Rabbinica a rilasciare ogni volta il numero di etichette o tappi necessari all’operazione. Tutta la produzione annuale viene comunque accompagnata da un certificato originale registrato presso il Rabbinato Centrale d’Israele che ne garantisce tra l’altro anche l’esportazione. Rosh come detto è prodotto da uve aglianico, in verità chi si è appassionato negli anni a quel campione di ottimo rapporto prezzo-qualità che è il Rubrato, saprà cogliere in questo vino similitudini assai efficaci. Il vino sfoggia un bel colore rubino con fresche nuances violacee, mediamente consistente. Il primo naso è fragrante, intenso, non ampissimo, ma le sensazioni di frutta a polpa rossa e le note caramellose contribuiscono a definirne un profilo olfattivo molto invitante che chiude su leggere sfumature speziate. In bocca è secco, l’ingresso sul palato è molto gradevole, il frutto rimane in primo piano, delicato, pulito, anche in questa fase non si concede profondissimo ma è piuttosto gradevole ed appagante, leggero, schietto.

Tra le varie specifiche dettate dal Rabbinato ci sono ulteriori condizioni imprescindibili che l’azienda deve garantire per poter produrre vino Kasher, tra queste ne rammentiamo alcune tra le più importanti: le piante da cui provengono le uve devono essere vecchie di almeno 4 anni, le stesse ogni sette anni debbono essere lasciate improduttive e non è possibile produrre verdure o frutta tra i filari; Infine ad ogni vendemmia almeno l’1% della produzione di vino deve essere buttata nelle vigne rifacendosi al rito che simboleggia la tassa del 10% che una volta si pagava al Tempio di Gerusalemme.

Pozzuoli, metti una sera di luglio a cena…

8 luglio 2010 by

E’ accaduto ieri sera, e qualche tempo prima, un saluto accorato ci ha legati ad una promessa, di ripeterlo tra qualche giorno, e poi ancora dopo l’estate, ma non vi nascondo che c’è un altissima probabilità che ciò continui all’infinito, non un appuntamento fisso – le agende servono a poco quando a scriverle è chi ha solo l’interesse a riempirle quanto più gli è possibile – ma cadenzato dalle opportunità del momento, dal piacere di stare assieme.

E’ accaduto ieri sera, dicevo: c’era l’aria giusta, leggera, a dirla tutta anche un po frescolina, il buon umore si respirava a grasse boccate tanto che il nostro ritardo è passato (quasi) inosservato; le facce, belle seppur per niente abbronzate (!) non avevano fretta di sorridere, ma ne avrebbero colto l’occasione appena arrivato il momento del saluto. Le strette di mano? Solo il primo approccio a baci e abbracci appiccicosi: come si sa può sempre capitare di ritrovarsi a cena senza conoscersi tutti, e pur consapevole che ciò non sempre è una scelta vincente, il piacere di stare assieme, quello puro, per rimanere indelebile, pare rafforzarsi nella lieve attesa, con l’inaspettato incontro ravvicinato con “l’altro tipo”.

E’ bastato un sms, di poche righe, inviato quasi per gioco: “oh, ci vediamo mercoledì, alle nove. Porta una paio di bottiglie di Pinot Nero, celate, mi raccomando”.

Così nasce tutto, così è stato, è accaduto che ci siamo riuniti intorno ad un tavolo, nella casa di Nando e Wanna, come stare a casa propria: abbiamo mangiato purezza e semplicità, chiacchierato a lungo, (s)parlato quel poco che basta, sorriso moltissimo. Ah, quasi dimenticavo, abbiamo bevuto molto bene!

P.S.: giammai accettare ancora Sauvignon da Gerardo Vernazzaro 😉

Vosne-Romanée, qui pulsa l’anima del Pinot Noir

7 luglio 2010 by

Certi post(i) non hanno bisogno di parole per essere compresi, buttare giù centinaia di melense parole, anche ben legate tra loro, di trama e grammatica, potrebbero aiutare a capire quanto amore si possa profondere per alcuni luoghi, non cosa significhi per un appassionato camminarli, viverli!

Vosne-Romanée è appena fuori Nuits St Georges, appena prima di Vougeot sulla strada per Gevrey Chambertin e la capitale della Borgogna, Digione. Il terreno del vigneto è piuttosto eterogeneo ma poggia tutto su una roccia calcarea abbastanza solida che arriva ad avere, in cima alla collina che abbraccia i Grands Crus, uno spessore piuttosto importante lasciando invece in superficie, a vari substrati, altri conglomerati di natura sedimentaria frammista ad argilla. L’Appellation Village Vosne-Romanée è estesa su oltre cento ettari circostanti il comune omonimo è possono fregiarsi di tale denominazione anche parcelle allocate in altri comuni o ricadenti in appellations locali come per esempio alcune vigne della vicina Flagey a nord o Nuits St Georges a sud.

Benvenuti nel cuore della Borgogna più ambita, ricercata, apprezzata; Vosne è sinonimo di rara eleganza, di preziosa finezza, ne sono testimoni i grandissimi e costosissimi vini che nascono nelle vigne a La Tache, Richebourg, Romanée Conti, La Romanée, ma non di meno nella Romanée St Vivant ed Echezeaux. Se la grandezza di questi ultimi è spesso offuscata (ma non più di tanto) dall’immensità dei primi, i vini che vengono fuori nella vigna de La Grande-Rue, divisa da La Tache proprio da una minuscola stradina sterrata poco asfaltata, esprimono di quest’ultimo l’alter-ego, naso empireumatico e palato, ci raccontano, marcato da una nerbatura acido-tannica molto lontana dalla voluttà del pur confinante La Tache.

La Romanée è uno dei Grands Crus di Pinot Noir più ricercati al mondo eppure rappresenta la più piccola delle appellation di Francia, pensate meno di un ettaro di vigna, caratterizzato anche qui da un terreno marnoso-calcareo frammisto ad argilla. Confina a sud con parte della vigna de La Grand Rue ed in parte con Aux Champs Perdrix (Village), poco più in la spostato verso est con il mitico vigneto de La Romanée Conti e a nord con Romanée St Vivant e Richebourg.

La Romanée Conti è anch’esso un piccolo giardino al sole di Vosne-Romanée, il Grand Cru per eccellenza, consacrato al mito grazie a vini di una longevità impressionante, di una finezza e costante pulizia olfattiva incredibili ed una opulenza insindacabile. Meno di due ettari nel cuore di Vosne, proprio a due passi dal centro del borgo cittadino, appena voltato l’angolo del “Mairie”, il palazzo comunale. Una curiosità del momento mi è saltata agli occhi, un manipolo di corridori sudati ed affannati presi dalla loro corsa antistress lungo le viuzze di campagna, proprio dai filari dei grands crus: che fortunati, mi è venuto da pensare, a pensare a chi è costretto a fare jogging sui marciapiedi di periferie grigie e fumose di città… 

In conclusione, per chi si appassiona alle cifre piuttosto che alle sensazioni, sono circa 225 gli ettari a vigneto di tutto l’areale, per una produzione annuale che varia a seconda della qualità della vendemmia dai novemila ai novemilacinquecento ettolitri l’anno. Come già accennato possono richiedere hanno diritto all’appellation Vosne-Romanée anche alcune parcelle che allignano nei comuni confinanti di Vosne, come per esempio Flagey-Echezeaux; il quadro che ne viene fuori è un “vignoble” di 8 Grands Crus e 15 Premiers Crus, praticamente dei più conosciuti ed apprezzati di tutta la produzione vitivinicola francese. Qui ogni pianta è un piccolo gioiello donato all’uomo dalla terra, gelosamente custodito, non è difficile tra l’altro trovare lungo i filari continui inviti a non invadere il vigneto, non disturbare l’equilibrio naturale instaurato…

E questo perchè puntualmente, più che preoccuparsi dei numeri è proprio camminare le vigne il più emozionante dei passatempi borgognoni…

Melizzano, Dissapore Pizza-Fest

6 luglio 2010 by

Dissapore Pizza Fest

Avevo appena finito di spiegare al Sig. Gunawan che aprire Angelus 2006, pur essendo un infanticidio, gli avrebbe lasciato un ricordo indelebile, tanto significativo da non dimenticarlo, almeno sino a che non avesse deciso, in futuro, di berne una seconda bottiglia, fosse pure tra una decina di anni! Poco dopo, al telefono, mi arrivava un invito, inaspettato, molto gradito.

Domenica 18 Luglio Dissapore organizza il suo primo Pizza-Fest, e sceglie come location la ridente Melizzano in provincia di Benevento. Alla luce di quanto sopra, dell’invito del cortese Maurizio Cortese ( 🙂 ), noi ci saremo, perchè ci piace la pizza, ci piacciono (e non poco) i protagonisti che ne forgiano le forme e ne conservano la tradizione a Napoli come nel mondo ma soprattutto perchè la pizza, la rete e l’evento stesso, diciamola tutta, sono solo un pretesto per stare assieme e confrontarsi su alcuni temi fondamentali della cultura enogastronomica della nostra regione. A tal proposito interverranno tra gli altri  il Prof. Antonio Mattozzi che ha scritto “Una storia napoletana”, edito da Slow Food, il primo vero saggio storico sulla pizza napoletana, Antonio Tubelli di Timpani & Tempura.

Questo il programma, più o meno: da mezzogiorno spazio alla pizza in tutte le varianti, con i vari Coccia, Pepe e Sorbillo a salire in cattedra per svelare in diretta tutti i segreti della loro arte. Nel tardo pomeriggio una degustazione di mozzarelle in 3 versioni del Caseificio Il Casolare, che si trova nella vicina Alvignano, fiordilatte, mista fiordilatte e bufala, solo bufala, accompagnate da Luciano Di Meo, ovvero dai prosciutti di maiale nero di razza casertana.

Pizza e birra, pizza e vino, qual è l’abbinamento più giusto? Mario Cipriano proverà con Karma a spiegare la sua, lo stesso farà Alexia Capolino Perlingieri che giura di sedurre tutti invece con il Vignarosa 2008. Ancora, Enzo D’Alessandro da Sant’Anastasia con il suo Nucillo prodotto dalle cultivar di Capri, Ischia, Positano.

Tra i tanti ospiti della serata-evento, Antonello Colonna da Roma, Livia e Alfonso Iaccarino del Don Alfonso di Sant’Agata sui Due Golfi, i fratelli Sposito della Taverna Estia di Brusciano (NA), Lino Scarallo di Palazzo Petrucci (NA), Raffaele Vitale di Casa del Nonno Tredici di Mercato San Severino (SA).

Gevrey-Chambertin, Trapet Pere et Fils

4 luglio 2010 by

Un viaggio è incredibile quando riesce a svelare nuove scoperte, luoghi mai esplorati prima, una realtà immaginata sognata e finalmente lì, a portata di mano, praticamente sotto il tuo naso, finalmente.

Il paesaggio delle Hautes Cotes de Nuits è bellissimo, a mirare l’orizzonte si rischia davvero di perdere la testa! E che dire dei vini, di vigna in vigna un sospiro, di calice in calice una soddisfazione ma praticamente rimane impossibile scegliere il proprio riferimento assoluto, eppure forse, è solo qui che ognuno, contratto nel proprio intimo tentennamento può cogliere del Pinot Noir la sua anima più autentica, qui, proprio tra le vigne che dimorano lungo la “Route des Grands Crus”: vini splendenti, austeri, ricchissimi di nerbo e di grande prospettiva. Certo è che si rischia facilmente di perdere la bussola, e non tanto per la lunga strada da camminare, la quale pare accompagnarti attraverso il mito in maniera assolutamente disarmante, sinuosa come le linee di una perversione eccentrica ma al tempo stesso carezzevola come la più dolce delle mani tra i capelli; è, piuttosto, l’innumerevole concentrazione di luoghi, persone e vigne che sprizzano un fascino unico ed un carattere raro a renderti, per così dire, “vita difficile”. 

Chambertin è uno di questi luoghi, ed è senza ombra di dubbio il più celebre tra i crus di Gevrey, appena poco fuori Nuits St Georges e, verso nord, proprio ad un tiro di schioppo da Morey St. Denis¤, altro luogo d’elezione per il Pinot Noir; Qui giacciono in tutto appena 13 ettari di vigna, suddivisi tra 21 proprietaires (!), piantati tutti con una intensità che supera abbondantemente i 10/12.000 ceppi/h (!!) in un contesto microclimatico di parcella in parcella molto eterogeneo tanto da consegnare un ventaglio zonale davvero sorprendente, che tra l’altro si eleva, partendo proprio dalla strada, sino a circa 300 metri slm. La terra è rossastra, particolarmente calcarea e sassosa in superficie, come dire manna dal cielo per il Pinot Noir, qui come in pochissimi altri areali borgognoni capace di acquisire una particolare ricchezza e profondità di aromi.

A Gevrey-Chambertin sono riconosciuti almeno settantacinque “Climats” (appezzamenti) diversi, ripartiti tra le varie denominazioni comunali “Villages”, “Premiers Crus” e “Grands Crus”, tra questi ultimi in particolare sono annoverate nove parcelle: Chambertin propriamente detto, Clos-de-Bèze, il vigneto più vecchio di Borgogna, individuato già prima dell’anno mille e denominato Aoc sin dal 1934, Mazis-Chambertin, Ruchottes-Chambertin, Côte Morey-Chambertin, Latricières-Chambertin, Chappelle-Chambertin, Charmes-Chambertin, Mazoyères-Chambertin.

Il Domaine Trapet è proprio sulla “Route des Grands” appena entrati in Gevrey-Chambertin. La famiglia Trapet è consacrata al vino sin dal 1919, ma questa azienda in particolare, Trapet Pere et Fils¤, vede la nascita “solo” nel 1990 dopo la suddivisione (avvenuta per motivi di successione familiare) del patrimonio viticolo con i cugini Rossignol. Il Domaine ha conservato da allora una superficie di circa 13 ettari, divenuti poi 15 con le parcelle di proprietà acquisite nell’areale di Marsannay (dove si produce con l’omonima appellation lo Chardonnay) e senza dubbio rilanciato brillantemente le proprie sorti anche grazie al prezioso domaine in Alsazia con vigne e cantine a Riquewhir, dove sempre con il marchio Trapet, ma a Blebenheim¤, si producono interessantissimi Riesling e Gewurztraminer nonchè Tokay Pinot Gris. A capo dell’azienda, da sempre votata alla biodinamica, come stile di vita e non come moda, c’è sin dalla sua fondazione Jean Louis Trapet, vigneron giovane ma già stimatissimo da tutti soprattutto per la sua grande dinamicità e concretezza in vigna e cantina come nella vita.

Gevrey-Chambertin 2007, in una parola, spiazzante. L’annata piuttosto recente ci indurrebbe ad una esplosione di frutto o quanto meno una certa indole nerboluta. Invece si pone su tutt’altra riga organolettica. Il naso è subito etereo, di frutto, del varietale, ben poco; In evidenza invece sensazioni particolarmente evolute, ventaglio olfattivo terziario, terroso, note se vogliamo anche poco fini ma sinceramente espressive, autentiche. E’ prodotto dalle vigne proprio a ridosso della Route des Grands Crus.

Gevrey-Chambertin Premier cru “Capita” 2007, è la cuvée di tre delle migliori parcelle classificate come Premiere Cru e situate proprio ai piedi della collina che anticipa l’area boschiva che sovrasta Gevrey-Chambertin. Dal colore rubino-granato è deliziosamente trasparente, il primo naso è ampio ed elegante, il ventaglio olfattivo qui è incentrato su sensazioni passite e speziate, note lampanti di fiori secchi, mallo di noce, polvere di caffè. In bocca è fresco, davvero in grande spolvero, l’ingresso è polposo, l’attacco al palato nerboluto, il tannino non è increscioso, appare piuttosto risoluto e concedendo al palato un finale degustativo particolarmente lungo.

Gevrey-Chambertin “Chappelle-Latricières” 2006, un vino espressione della maniacale ricerca dell’unicità dei vignerons borgognoni. Un Grand Cru prodotto dalle uve allevate nelle due parcelle Chappelle e Latricières; della prima è facile intuirne l’origine dell’etimo, quest’ultima invece deve il suo nome al termine latino “tricae” che indica questo appezzamento come  luogo “di poco valore, terra non fertile”. Invero il suolo è sì poco profondo e magro di elementi nutrienti, ma è proprio questa particolarità, certamente inidonea alla coltivazione di sementi, che conferisce a questo terreno particolare vocazione alla coltura della vigna. Si pensi che qui appena 7 ettari di vigna sono suddivisi tra 9 proprietari diversi, praticamente minuscoli fazzoletti di terra tra 1.5 e 0.16 ettari come diamanti grezzi dal valore inestimabile! Il vino ha un colore rubino-granato vivace, un naso particolarmente votato all’etereo, note di cipria furtivamente rubano la scena al varietale intriso di vinosa sostanza. Palato secco, solo apparentemente delicato, la beva risulta piuttosto corroborante, il tannino è irto e l’acidità quasi insolente, un continuo invito ad aspettare. Quanto? Più di quanto si possa pensare, ma intanto la prima bottiglia è già andata!

 Chambertin Grand Cru 2006, altro gran bel vino, ritorna il frutto, molto espressivo, in primissimo piano, in grande spolvero. Dal colore rubino con venature granato rivela una trasparenza molto invitante, il primo naso è freschissimo di petali di rosa rossa con un sottofondo di spiccata vinosità (una caratteristica che timbra tutti o quasi i vini di Trapet, anche andando piuttosto indietro con i millesimi). In bocca poi è finissimo, l’approccio è di una freschezza incredibile, l’attacco al palato è deciso, asciutto, ma basta appena un attimo e la piacevolezza del frutto, l’uva croccante, succosa ristabilisce la giusta armonia degustativa. Il finale è assai gradevole, chiude su lievi note tostate, il tannino per tutta la beva non è sovrastante, direi quasi bilanciato seppur non si possa ancora parlare di pieno equilibrio espressivo. L’altra bottiglia, gelosamente sepolta in cantina per un riassaggio tra qualche tempo!

Ci è piaciuto, basta!

Non ci è piaciuto, niente da rilevare.

Nord al Sud, LiguriadAmare

28 giugno 2010 by

 

“Nord al Sud”. Uno del Sud (moi) che è costretto a vivere al Nord e che prova a parlare di Nord al Sud. Anche se, in effetti, ci sarebbe tanto bisogno di Sud al Nord… (Alessandro Marra)

Comincio da qui, a sorpresa. Perchè magari uno si sarebbe aspettato un discorsetto iniziale sul Piemonte o sul Friuli, sul nebbiolo o sulla ribolla gialla… E invece no! [sgomento…] Liguria! L’occasione per parlarne è stata la serata organizzata dalla delegazione AIS di Milano lo scorso 23 giugno, condotta da Antonello Maietta, ligure di La Spezia e Vice Presidente AIS Nazionale.

Io amo la Liguria. Amo il suo mare, le Cinque Terre, il Golfo del Tigullio, Camogli, Portofino e Rapallo (ma non sono mai stato oltre Genova…). Amo i suoi bianchi: così espressivi e minerali, diretti e puliti. Ma non credete che io disdegni i rossi: l’Ormeasco di Pornassio (fino al 2003 sottozona della d.o.c. Riviera Ligure di Ponente) e il Rossese di Dolceacqua.

E amo la sua cucina (sì, anche quella…): la focaccia di Recco e il Pesto Genovese, giusto per dirne un paio. Ah già, il pesto. Quello vero deve essere fatto con basilico ligure (dalla foglia più piccola e – a quanto pare – maggiormente aromatico, con profumi di agrumi e, in particolare, di limone), aglio di Vessalico (presidio Slow Food, aromatico e tendente al dolce), pinoli, sale, parmigiano reggiano, pecorino (che conferisce la leggere piccantezza) e olio extravergine da olive taggiasche. Altrettanto importanti sono l’uso del buon vecchio “mortaio” e “l’ordine di esecuzione”. Non avrei mai pensato si iniziasse dall’aglio che, una volta pestato, rilascia i suoi appiccicosi oli essenziali facilitando così la frantumazione dei pinoli. Solo dopo si aggiungeranno le foglie di basilico, un pizzico di sale grosso (che serve ad esaltare il colore verde delle foglie), il formaggio e – infine – l’olio, lentamente.

Non solo pesto, però. Qualche esempio? La mortadella di Pignone (che, in realtà, è un salame a grana grossa e piuttosto magro), il formaggio San Stè (di latte vaccino ottenuto da mucche di razza “Bruna” o “Cabannina“, con stagionatura di 60-70 giorni), il Canestrello (quello fatto col burro, uno dei pochi per il quale non viene utilizzato extravergine d’oliva) e il pan dolce genovese.

Dicevo, amo i suoi vini, bianchi e rossi, e questi alcuni degli assaggi più interessanti da rivelare in questo primo passaggio di Mani Giunte Raccontano :

Riviera Ligure di Ponente Pigato “MaRené” 2009 Azienda Agricola BioVio.Oltre alla produzione di olio extravergine da olive taggiasche e alla coltivazione di erbe aromatiche (tra cui, manco a dirlo, il basilico), la piccola azienda di Bastia d’Albenga produce due pigato in purezza. I pendii di Albenga (come pure quelli di Ranzo, sempre in provincia di Imperia) sono l’areale di elezione del vitigno, così chiamato per le “pighe”, cioè le puntinature della buccia che arrivano a completa maturazione dell’uva. Il “MaRené” è il pigato per così dire “base” e la sua produzione si aggira intorno alle 25mila bottiglie. E’ bene dirlo subito: non c’è da aspettarsi chissà quale potenza e complessità al naso (specie quando – come in questo caso – è vinificato con una breve macerazione pellicolare a freddo): si percepiscono soprattutto note di pesca gialla, ginestra, salvia e finocchietto. L’intensità non manca, invece, nel sorso che è lineare, coerente, scattante, per via di quella tagliente mineralità che significa sostanzialmente salinità. Pensi ancora di averne in bocca, invece è già finito. Sembra fatto apposta per unirsi alla pasta fresca con il pesto genovese. Circa 12 euro in enoteca.

Colli di Luni Vermentino “Vigneto Boboli” 2008 Giacomelli Se il pigato spadroneggia a Ponente, il vermentino fa lo stesso a Levante ed è protagonista indiscusso della DOC interregionale Colli di Luni (che comprende 14 comuni in provincia di La Spezia e 3 in provincia di Massa Carrara). Giunto a maturazione, il grappolo del primo è di colore dorato, quello del secondo è verde. Il vigneto “Boboli” è forse il cru più importante di Castelnuovo Magra, comune dello spezzino dove Roberto Petacchi ha fondato la sua azienda nel 1993. La prima volta che l’ho bevuto è stato subito amore. Era ottobre, mi trovavo a Roma e da allora non l’ho più scordato: un po’ perché 14 gradi e mezzo non sono cosa da tutti i giorni per un vermentino, un po’ perché le qualità ce l’ha. Il caso ha voluto che incrociassi nuovamente lo stesso millesimo, stavolta da magnum. A parte il colore, più intenso nelle sue tonalità dorate, non poco è cambiato rispetto al primo assaggio: la mineralità, pur rimanendo la vera costante dell’assaggio, si è leggermente defilata favorendo una migliore percezione delle note di mela golden matura, menta e erbe di macchia mediterranea. Il sorso è ricco e opulento, la salinità ben contrasta le forti sensazioni pseudocaloriche. Ha tutto: potenza, eleganza e struttura. Vinificato con macerazione a freddo per circa 48 ore e successiva permanenza sulle bucce per 8 mesi. Prodotto in sole 6500 bottiglie, costa più o meno 18 euro sullo scaffale.

Ormeasco di Pornassio 2009 Cascina Nirasca. L’ormeasco altro non è che un dolcetto col raspo verde. A differenza del cugino piemontese, però, il vitigno è allevato a ben altre altitudini, tra i 450 e i 750 metri sul livello del mare, in quella che è l’Alta Valle Arroscia, a ridosso delle Alpi Liguri. Vinificato in rosato è conosciuto come “Sciac-trà” (da non confondere per il più celebre passito delle Cinque Terre): il nome deriva dai termini dialettali “schiacca” e “trai”, cioè “pigia” e “togli”. Le uve pigiate sono lasciate macerare per un breve periodo sulle bucce e poi eliminate di modo che la fermentazione prosegua con il solo mosto. Le circa 15mila bottiglie dell’ormeasco “classico” di Cascina Nirasca, attiva dal 2003 in quel di Pieve di Teco (IM), sono prodotte con vinificazione esclusivamente in acciaio. Il colore rosso rubino è investito di un’elegante luminosità. Anche in questo caso, non sono da ricercarsi grandi intensità e ampiezza dei profumi che sono, però, molto fini eleganti e ben riconoscibili: ciliegia, amarena, piccoli frutti rossi e viola mammola. Sorprende per quel tannino che è sì setoso ma forse meno di quello che ci si aspetterebbe. Il sorso è morbido, secco e piuttosto caldo ma sempre agile e brioso. Persistente e per di più coerente con le sensazioni olfattive. Costo sullo scaffale circa 10 euro.

Rossese di Dolceacqua “Galeae” 2008 Ka Mancine’. Della giovane azienda di Soldano, fondata nel 1998, mi piace innanzitutto il coraggio di puntare sul rossese, producendo soltanto tre etichette corrispondenti ad altrettante versioni per un totale di appena 8 mila bottiglie. Soltanto 2mila 600 quelle del piccolo vigneto centenario (coltivato ad alberello con rese per ettaro bassissime) chiamato “Galeae“, cioè prigione, essendo probabilmente il luogo ove venivano deportati i prigionieri saraceni catturati sulla costa. Contrariamente a quanto si possa credere, il nome del vitigno non è deriva dalle tonalità cromatiche (per certi versi simili a quello del pinot nero) ma da “roccese”, ovvero “vite delle rocce”, un chiaro riferimento alla composizione dei terreni. Altra cosa che mi piace è la grandissima rispondenza naso-bocca che ne fa una bevuta davvero soddisfacente. Il colore è rubino con riflessi violacei. All’olfatto emerge la sua caratteristica indole mediterranea: le erbe di macchia sono nitide così come la mela e il pepe nero. Il gusto è secco, bello caldo ma non pesante, pur essendo 14 e mezzo i gradi. Il tannino è levigato e la lunga persistenza è giocata sul frutto succoso e sul salino. Curioso l’abbinamento di territorio con carne di capra e fagioli oppure con le “michette”, non il famoso pane milanese ma una brioche dolce poco lievitata e non farcita, cosparsa con un po’ di zucchero. Prezzo medio in enoteca 13 euro.

Cinque Terre Sciacchetrà 2007 Luciano Capellini. Avendo già assaggiato, in passato, il suo Cinque Terre secco, mi aspettavo grandi cose dallo Sciacchetrà di Luciano Capellini, anche lui come me attivo su Vinix. Alla fine le aspettative non sono state tradite: un vino di grande, grandissima tipicità. Peccato per i numeri (non più di un migliaio le bottiglie prodotte) e per il prezzo, che è di circa 60 euro. Certo giustificato, visto che lì nelle Cinque Terre i vignerons – oltre che con madre natura – devono fare quotidianamente i conti con un territorio difficile, con i cinghiali e con i turisti. L’uvaggio è simile a quello del Cinque Terre secco: prevale – però – il bosco (90%), con vermentino e albarola a spartirsi equamente il restante 10%. Lasciando da parte il vermentino, di cui già s’è detto, il primo ha grappolo spargolo e buccia spessa, mentre il terzo (che nel Tigullio è conosciuto con il nome di bianchetta genovese per via della tenue pigmentazione della buccia) ha molta acidità. Tutti e tre i vitigni hanno diverse epoche di maturazione; il che costringe ad allevarli a diverse altitudini per portarli a maturazione più o meno nello stesso periodo. Le uve, raccolte in anticipo rispetto a quelle utilizzate per il bianco secco, vengono messe ad appassire sui graticci per due/tre mesi prima di essere pigiate – a novembre inoltrato, talvolta anche dicembre – con macerazione di circa 20 giorni. Il colore ambrato, quello sì, sembra tradire la giovane età. Profuma di albicocca disidratata, agrumi canditi, fichi secchi, datteri, rosmarino e miele. In bocca conserva le doti di innata eleganza dell’olfatto, con un sorso dolce ma non pesante grazie alla salinità del terroir, bello caldo e rispondente. Chiude lungo, con un finale leggermente amarognolo tutt’altro che fastidioso. Potente (per i suoi 14 gradi e mezzo), allo stesso tempo snello e di grande naturalezza.

Davvero suggestivo lo spaccato ligure raccontato da Alessandro Marra ma ancor più interessanti sono le sensazioni che traspirano dagli assaggi che ci propone. Una regione quindi da vivere, una LiguriadAmare! (A. D.)

Vougeot, Chateau de La Tour

27 giugno 2010 by

Vougeot, 17 Giugno 2010. Il tempo continua nell’essere inclemente, il cielo rifugge ancora i raggi del sole, che pure sorride, l’aria è frescolina a tal punto dal sembrare più un annuncio dell’autunno che uno spiraglio alle porte dell’estate. Ma è Borgogna e noi siamo qui, a camminare le vigne di una terra incredibile, tanto semplice quanto preziosa, tanto ricercata quanto famosa, letteralmente sulla bocca di tutti, eppure terra austera, assolutamente spoglia di quel glamour che tutto il mondo tenta di affibiargli, vestita di una ruralità incredibilmente unica, disarmante: fermo nel cuore del Clos de Vougeot mi giro intorno, il verde tutto mi appare immobile, eppure sento nell’aria una vivacità incredibile!

Vougeot è senza dubbio, dopo Vosne-Romanée, uno dei vigneti più belli del mondo, 50 ettari perlopiù a Pinot Noir (la piantagione a Chardonnay è davvero risicata) frazionati  in oltre centottanta parcelle in mano a ben oltre novanta proprietari, il che la dice lunga sull’enorme valore patrimoniale di anche uno solo dei filari, di ogni singola pianta, dei suoi preziosissimi frutti. Chi arriva qui, conoscendo l’alto numero dei “proprietaires” della vigna si aspetta una concentrazione massiccia di piccole cantine sul posto, ma in realtà l’unico indizio che si può avere nel riconoscere i vari appezzamenti sono le piccole pietre di confine o per chi ne ha fatto l’uso, di piccoli cancelli ornamentali, posizionati lungo il margine della Route des Grands Crus. 

Lasciando stare per un attimo la suggestione di trovarsi dinanzi ad un vero e proprio castello (Chateau non a caso, ndr), ci accoglie a Chateau de La Tour, Claire Naigeon, ma prima di lei il suo sorriso, aperto, smagliante, sincero, poi la sua vitalità, la sua voglia di coinvolgerci subito nella scoperta della splendida proprietà oggi condotta dalla vigna alla cantina da Pierre Labet e sua moglie Julie, tra l’altro titolare anche di un domaine a Beaune nonchè di vigne di proprietà a Mersault. Claire è responsabile alle vendite, ma non è solo questo che giustifica la sua discreta conoscenza dell’italiano, va maturando, ci racconta, una crescente passione per l’Italia, per alcuni dei suoi luoghi incantati, in particolare per l’Umbria e l’isoletta di Pantelleria (!), ma non per i vini qui prodotti bensì per gli scenari naturali che propongono; Ci fa accomodare nell’accogliente sala degustazione invitandoci a più riprese a non esitare nel fare domande nonostante tenterà di essere quanto più esaustiva possibile: ci guardiamo finalmente soddisfatti, non è forse questa la Borgogna che ci avevano raccontato? 

La storia del Clos de Vougeot risulta essere piuttosto travagliata, quasi una saga d’altri tempi, tra compravendite fittizie, spartizioni tra eredi e presunti tali, négotiants e “furbetti del quartierino” che tra una zampata e l’altra non hanno mancato di accasarsi nei dintorni al solo fine speculativo, “ogni mondo è paese” si direbbe, Claire nel sorridere ci conferma di aver ben inteso il senso di questa frase; A noi in realtà ci basta registrare che vige un controllo ferreo su tutto quello che si muove in vigna e soprattutto in cantina, del resto siamo qui per una esperienza emozional-sensoriale, non certo per riscrivere la storia! Chateau de La Tour sorge ad un tiro di schioppo dall’omonimo Clos de Vougeot propriamente detto, dal quale lo separa proprio la torre di guardia a cui deve il nome, circondata dalle verdissime vigne di Pinot Noir (il germogliamento risulta in ritardo di almeno tre settimane rispetto all’Italia, ndr), nelle sue fondamenta la cantina ed alcune stanze-caveaux dove conserva oltre che la memoria storica liquida dello Chateau anche dell’intero Clos, si scorgono qua e là almeno un centinaio di vendemmie, alcune delle quali assolutamente rare e perciò preziosissime, sin dalla fine dell’800!

Il vino che più ci ha impresssionato è stato senz’altro il Clos Vougeot, soprattutto in propettiva, ma non sono risultati scontati i due ottimi Beaune Village bevuti, il bianco ed il rosso a marchio Pierre Labet molto freschi e di gran lunga sapidi. Il bianco in particolar modo, che si giova oltretutto dell’augusta veneranda età delle vigne, sui trent’anni, ha mostrato una spalla acida ben espressa, davvero gradevole per non dire ottimo. Altro che Chardonnay… 

Clos Vougeot 2007, l’annata in molte regioni della Francia e del mondo è stata recepita come una annata particolarmente calda, per alcuni, vedi i produttori di Rodano e Provenza in primis addirittura siccitosa; “E pensare che a Vougeot, ci racconta Claire, è capitato non di rado, anche a metà agosto di avere a mezzogiorno 8°”! Il colore è di un rubino granata cristallino, il primo naso è subito ampio e finissimo su note floreali e fruttate mature, addirittura dolcissime sensazioni di caramella al lampone,  e poi spezie, note eteree appena percettibili di cipria e smalto. In bocca è asciutto, è concentrico, con il frutto in primo piano, tutt’intorno il tannino, la glicerina, l’acidità, la mineralità. Bella bevuta, avanscoperta di ben altre grandi bevute future; In effetti di questi vini, in questo stadio di “immaturità” non si può che percepirne il grande potenziale ed accontentarsi dell’impressione positiva di estratto e concentrazione.

Clos Vougeot 2004, ovvero di Pinot Noir straordinario come pochi bevuti prima. Eppure figlio di una annata non felicissima, a fine luglio infatti una fortissima grandinata, praticamente caricata a pallettoni ha distrutto il 30% almeno del raccolto, complicando e non di poco anche il lavoro in cantina. Comunque stupendo il colore rubino, scarico, trasparente, dal primo naso subito affascinante, davvero interessante, ampio, complesso, di quel varietale in grande spolvero e così difficile da replicare. Le note olfattive sono aromatiche, intense e lunghissime, il ventaglio olfattivo fruttato è divenuto succoso, l’etereo sottile profumo di terra asciutta e pietra bianca, la nota di cipria adesso è più evidente, il cassis esplicito, la succulente mineralità una goduria immensa.

Ci è piaciuto, la precisione della tempestica con la quale è stata gestita la visita, e moltissimo l’accoglienza riservataci, a dir poco calorosa.

Particolare curioso: in cantina, da queste parti, gli enotecnici preferiscono il vecchio attempato tastevin al comune calice per la degustazione dei vini in affinamento. 

nei dintorni, da segnare in agenda:

Le Clos de La Vouge. Appena fuori Vougeot, sulla strada per Vosne-Romanée, praticamente all’incrocio con Flagey-Echezeaux c’è questo delizioso Hotel Restaurant; L’ambiente è informale, un po Brasserie, un po Bistrot, il servizio non è dei migliori, lento e a dire il vero anche un tantino impacciato, ma la cucina, tipicamente borgognone, è assolutamente da provare almeno una volta giunti in questa terra. Materie prime eccelse e preparazioni molto sostanziose e saporite, ottimo in particolare l’uovo in camicia in fondue d’Epoisses  (ne parliamo qui) come eccellente il Boef Bourguignonne soprattutto se mangiato come piatto unico.

Hotel – Restaurant – Séminaire
Le Clos de La Vouge
1, rue du moulin
21640 Vougeot
Tel. 0380628965
Fax 0380628314
www.vougeot-hotel.com
closdelavouge@wanadoo.fr

Il Pesce Bandiera croccante di Oliver Glowig

26 giugno 2010 by

Ingredienti semplici, profumi autentici, un piatto (anche unico) riuscitissimo ed alla portata di tutti. Dalla passione per la cucina tradizionale campana Oliver Glowig ci consegna a suo modo il pesce bandiera arricchendolo con altrettanti tipici sapori nostrani.

Ingredienti per 4 persone

  •  480gr di filetti di pesce bandiera
  • 4 spaghetti da cuocere in acqua non salata
  • 2 peperoni rossi
  • 2 peperoni gialli
  • 50g olive nere snocciolate
  • 5 capperi di media dimensione
  • 1 spicchio d’aglio
  • 2 rametti di timo-limone
  • 50gr di filetti di alici fresche
  • sale, olio extravergine di oliva, fumetto di pesce q.b.

Preparazione: Lavate i peperoni e passateli con poco olio extravergine di oliva, cucinateli al forno a 180°, a questo punto per preservare l’integrità, i profumi in particolar modo, riponeteli in una busta di plastica lasciandoveli per circa 20 minuti; Qundi spellateli e tagliateli a julienne.

Tagliate quindi a julienne ( diametro di 10 cm) anche il pesce bandiera che avrete precedentemente pulito, legatene 4 pezzi con uno spaghetto cotto e lasciato intiepidire; A parte  sfilettate le alici e frullatele con un poco di fumetto di pesce ed un cucchiaio di colatura d’alici. Successivamente è opportuno passare il composto al settaccio per eliminare eventuali residui che potrebbero risultare fastidiosi al palato. In una padella bassa rosolate uno spicchio d’aglio in poco olio extravergine di oliva, unitevi i peperoni, le olive, i capperi, le foglioline di timo-limone ed il sale.

Per ottenere una frittura omogenea e fragrante del pesce bandiera passatelo, prima di infarinarlo, nel latte ed utilizzate solo olio extravergine di oliva.

Per il servizio: il migliore dei piatti bianchi del servizio di porcellana, quello buono, i colori prima che i profumi vi salteranno agli occhi. Al centro del piatto riponete i peperoni, le olive e i capperi, adagiandovi al centro il pesce bandiera fumante e tutt’intorno, a sprazzi omogenei, la salsa di alici, quindi una fogliolina di timo-limone a decorazione. Et voilà…

Ricetta e piatto di Oliver Glowig riproposto in occasione dell’evento “Verticale storica del Cervaro della Sala al Capri Palace“.

Brochon, di Philippe Charlopin-Parizot e non solo

24 giugno 2010 by


A pochi chilometri da Morey St Denis, appena lasciato Gevrey-Chambertin verso nord, sempre sulla “Route des Grands Crus”, c’è Brochon, un piccolo borgo di appena 691 anime ma che nasconde nei dintorni, circoscritto alla “zone artisanale” (sarebbe la nostrana zona industriale, ndr) uno scrigno di tesori imperdibili.

Il primo che ci capita a tiro, appena usciti dal centro storico del paese è Gaugry, una delle fromagerie più famose di Borgogna, custode dell’antico formaggio Epoisses ma senza ombra di dubbio il riferimento assoluto di tutti gli allevatori locali vista la capacità di lavorare durante l’anno almeno un milione e settecentomila litri di latte. Oltre al fornitissimo negozio dove è possibile assaggiare gran parte dei formaggi prodotti e distribuiti (700.000 circa!) vi è anche un’area di accesso ai laboratori di lavorazione per i visitatori che possono, due giorni alla settimana, di solito il mercoledì ed il venerdì, visitare il piccolo museo aziendale nonchè ammirare come si producono i famosi formaggi di casa Gaugry.

Proprio alle spalle della Fromagerie vi sono alcuni capannoni scuri, ognuno con un gradevole giardino in fiore all’ingresso ma nessuna insegna, citofono, indicazione. Il primo è il Negoce des Grands Bourgognes, in pratica uno dei più forti distributori del posto, con un catalogo prodotti non profondissimo ma decisamente appetibile. Molti, soprattutto i piccoli Domaine, si affidano a loro anche per la distribuzione locale, e quasi nessuno di questi, scopriremo poi, è propenso alla vendita diretta in azienda, preferisce di gran lunga delegare le cosiddette enoteche locali alla promozione e alla vendita dei loro vini: economia sociale, garanzia della filiera? Ci piace, e non poco, e se fosse replicata anche a casa nostra..?

Proprio di fronte al Negoce des Grands Bourgognes c’è il Domaine Charlopin-Parizot, nulla di trascendentale, suggestivo, emozionale: un capannone, nero, anonimo che Philippe Charlopin ha voluto come casa del suo genio, del suo estro, della sua più totale anarchia pur rimanendo fortemente legato al suo territorio. E’ vero, genio è una parola delle più abusate, spesso utilizzata più per spiegare l’inspiegabile che per altro, eppure in questo personaggio, nerboluto, tarchiato, anche un po’ goffo per come si è presentato dinanzi a noi, in pantofole e camicia “astratta”, con una pettinatura anch’essa quantomeno esotica si coglie una forza incredibile, precisa, non confondibile, e più che dalle sue (poche) parole è dalle idee messe in campo, incredibile “la tratta delle appellations”, (“ogni mio vino nasce come e con un debito, con il territorio e con le banche!”) dai suoi vini superlativi, dai quali si trae l’impressione, il punto di forza di un vero gioiello della viticultura borgognona.

Queste in sintesi le impressioni ricevute a caldo dall’assaggio in cantina dei vini del Domaine Charlopin-Parizot che vanta, oltre che diversi Negoce in quasi tutte le appellations della Cote de Beaune (e più a nord Chablis) anche eccellenti proprietà come nel caso di un bel appezzamento nei Grand Cru Clos di Vougeot e Charmes-Chambertin.

N.B.: per comodità viene replicata solo l’etichetta dello Gevrey-Chambertin Vieilles Vignes di cui abbiamo bevuto il ’08, a tutti gli effetti, nonostante la giovanissima età, il miglior vino assaggiato assieme al Grand Cru Charmes-Chambertin, sempre ’08 di cui però racconteremo in un prossimo post.

Pernand Vergelesses 2007 appellations village che offre vini, innanzitutto bianchi, piuttosto godibili, e rossi come questo più interessanti al palato che puliti al naso, comunque estremamente digeribili. Di colore rubino finissimo, abbastanza vivace, esprime un ventaglio olfattivo maturo e terziario, soprattutto su nuances di catrame e note tostate. In bocca è asciutto, sottile, corroborante, una bella beva fresca e di sostanza. Ideale sui formaggi vaccini, austeri, del luogo.

Morey St Denis 2007, ottimo, arcigno, dal naso complesso di una misticanza di frutti neri e rossi e note tostate e caramellate. Probabilmente tra qualche anno, due, tre minimo, concederà un ventaglio olfattivo più interessante ancora. Al momento si lascia scoprire ma non del tutto, è infatti in bocca che quasi allontana, asciutto, austero, tannico, profondamente minerale: “non dovrei nemmeno farvelo assaggiare, ma siete qui quindi sappiate valutarne il dono”. Impeccabile la schiettezza di Philippe, vera.

Gevrey-Chambertin Vieilles Vigne 2008. Chambertin è certamente il più celebre tra i crus di Gevrey, tredici ettari circa ed un paesaggio mozzafiato che scompare sulle colline delle Hautes Cotes. Un vero e proprio fuoriclasse questo vino, purosangue, sembra parafrasare il suo stesso mentore, tal quale. Il primo naso è sgraziato, offre inizialmente di tutto un po, sovrappone note vinose a note di caffè tostato, cipria ad erbe officinali, poi ancora cassis maturo e polposo: “è il gioco delle parti, la terra bruna, la pietra calcarea, un vitigno autentico, legni dei più diversi, con il tempo, solo il tempo ne definirà l’eleganza”. In bocca è asciutto, secco, la bocca, una volta deglutito, quasi s’incolla, eppure rimane piacevolmente sedotta, avvinghiata ad un piacere sublime, lunghissimo. Un vino per i prossimi trent’anni.

Clos de Vougeot 2008,  altro cru di gran fascino, ovvero il fascino del Grand Cru!  La storia ci consegna uno dei vigneti più belli e suggestivi della Borgogna, che deve la sua destinazione d’uso ai monaci cirstercensi che qui decisero di piantare vigne piuttosto che patate e ovviamente alle generazione che di lì a qualche centinaio di anni pur modificandone drasticamente la mappatura ne hanno saputo valorizzare, enomermente, la vocazione . Inizialmente di proprietà di Julien-Jules Ouvrard, già proprietario di altri grand crus nella Côte de Nuits tra cui La Romanée Conti, il Clos de Vougeot divenne prima pane di sei commercianti-negotiants e successivamente continuamente frazionato sino agli attuali oltre centottanta parcelle in mano a ben oltre novanta proprietari, tra questi anche Philippe Charlopin-Parizot. Di colore rubino-granata, vestito di una bella vivacità; Naso intrigante, chiuso, sbuffi fruttati concentrici a note quasi animali, si sente per parecchio tempo cuoio, poi una netta sensazione di cipria. In bocca mi sento di definirlo ad oggi ingiudicabile, quantomeno è insostenibile delinearne un profilo gustativo esaustivo, forse tra 5-6 anni, ha tanta materia da lasciar maturare, succosa e nerboluta.

Ci è piaciuto, moltissimo, il paesaggio; Le vigne sono allevate come giardini, tutti i filari si estendono da ovest ad est seguendo il declivio collinare lungo la route des grands crus, quest’ultima mai noiosa nonostante la monotonia del paesaggio che attraversa.

Non ci è piaciuto, non poter assaggiare vini di annate più mature, ma a quanto pare così funziona, nel senso che nemmeno i produttori ne dispongono avendole il più delle volte già tutte vendute, ça va sans dire…

da segnare in agenda: 
– Grands Bourgognes
ZA Le Saule, 21220 Brochon
Tel +33 380792990
Fax +33 380792990
www.grandsbourgognes.com
– Fromagerie Gaugry
RN 74 – BP 40
ZA Le Saule,
21220 Brochon
Tel +33 380340000
www.fromageriegaugry.fr 
 – Au Clos Napoléon
Restaurant Bar à Vin
4 et 6 rue de La Perrière
21220 Fixin
Tel +33 380524563

Morey St Denis, Domaine Dujac

23 giugno 2010 by

“Noi non crediamo nella grandeur dei vini di Borgogna, di certo non l’abbiamo mai percepita come un alibi, e sinceramente ne faremmo davvero a meno..!”

E’ quanto meno inaspettata, per non dire disarmante, una rivelazione del genere, una frase così esplicita, per niente malcelata e costantemente presente nell’aria in ogni momento successivo all’aver varcato la soglia del Domaine Dujac a Morey St Denis. Ma come? Verrebbe da chiedersi, e noi che almeno tremila chilometri più in là ci lasciamo scaldare l’anima e sbattere il cuore non appena ne sentiamo parlare, di Pinot Noir, di Borgogna, di Clos e di “pippe” varie ed eventuali sulla loro unicità, storia, fascino per di più sostenute da una bio-dinamicità-naturale che tanto significato ha in un mondo del vino in profonda conversione; In realtà, scusatemi il gioco di parole, è la pura e nuda realtà, definiamola pure cruda e mal servita, (praticamente sbattuta in faccia) ma che ci piaccia o no, questo è!

Questa è l’impressione che ci portiamo a casa dall’incontro con il giovanissimo Alec Seysses, figliol prodigo in quel di Morey St Denis, cuore dell’Haute Cotes de Nuits, che con il fratello ed il papà-winemaker Jacques si occupa a tempo pieno dei 16 ettari del domaine dislocati in circa 18 appellations tra i vari villages, premier e grand cru dell’areale. Come sempre la smentita è dietro l’angolo, della quale in verità ne saremmo davvero felici, per questo (e non solo) ci siamo ripromessi un nuovo passaggio da quelle parti ( 🙂 ). Stando ai fatti però, non è stato un buon approccio con il territorio, quello desiderato, auspicato, nonostante i vini serviti, evidentemente mal volentieri, ci hanno impressionato non poco, aiutandoci a capire che l’anima controversa del terroir borgognone è più marcata di quanto si possa pensare e che alcuni dei suoi interpreti più autentici per essere tali hanno necessità di privilegiare il dato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente, da veri e propri “espressionisti” del vino piuttosto che commercianti delle proprie emozioni. Queste, in sintesi, le impressioni sui vini più interessanti degustati, tutti prodotti seguendo il più austero dei protocolli biodinamici, dettato cioè da uno stile di vita piuttosto che dalla moda o la richiesta del mercato.

Marsannay 2008, appellation communale disposta a nord di Morey St Denis, sulla strada di Digione, dove dimorano i due ettari e mezzo di proprietà del Domaine votati perlopiù a chardonnay. Un vino bianco molto fresco, cioè asciutto e minerale, dal colore paglierino tenue e di media consistenza. Il naso è incentrato su note erbacee e floreali, fine ed elegante seppur non lunghissimo, in bocca è, come detto, secco e piuttosto sapido, molto gradevole la chiusura quasi citrina che riporta alla mente agrumi ed al palato una picevolissima sensazione di pulizia. Alla stessa stregua, per intenderci, di un ottimo Fiano del Cilento in tenera età.

Morey St Denis 2008, dalle vigne più o meno prospicenti il Domaine più altri conferimenti del circondario; naturalmente da uve Pinot Nero in purezza, viene vinificato, fermentato ed affinato esclusivamente in “pieces” di secondo e terzo passaggio. Il Colore è piuttosto scarico, rubino/granata con accennatiflessi aranciati, un naso decisamente empireumatico, che offre cioè un ven ritaglio olfattivo organico piuttosto accentuato: note tostate, secche, pungenti, per certi versi affumicate. In bocca è poco carezzevole, in effetti sappiamo benissimo che vini del genere hanno bisogno di almeno un lustro per venire fuori al palato, per rivelare cioè quella voluttà al palato tanto frequentemente espressa in certi Pinot Nero nostrani, ma non dunque di queste terre, di questi interpreti. Bel nerbo, acidità da vendere, finale di bocca lunghissimo, waiting for the glory.

Clos St Denis 1966, il cuore batte ancora mi verrebe da dire. Probabilmente, ripensandoci, il freddo Alec avrebbe voluto riservarci una accoglienza migliore, magari condensata da una manciata di sorrisi in più, non di circostanza, e offerto un panorama delle proprie attività nel Domaine un tantino più esaustivo. Eravamo lì per ascoltare, imparare, non certo per rubare, tempo e spazio. Si salva in “zona Cesarini”, tirando fuori dal caveau, assolutamente non visitabile questo Grand Cru che al tempo, ci dice, Grand Cru non era: “era il vino che circolava in casa, per gli amici, per i parenti”. Sfogliando gli annali scopriremo poi (mannaggia li sommelier!) che non si tratta della migliore delle annate in casa Dujac, e nemmeno della migliore tra le peggiori, un vino insomma del quale certamente non si va fieri. Invece il bicchiere svela una bella esperienza visiva e degustativa, non segnata da clamore e sospiri ma certamente degna di nota. Il colore è praticamente integro, le sfumature aranciate sono appena più marcate del precedente, e la trasparenza pure. Il naso offre un ventaglio olfattivo molto interessante, addirittura ancora spiritoso di frutta, ma balsamico, caramellato, speziato innanzitutto. In bocca è asciutto, austero, lineare sul finale di bocca, equilibrato e minerale.

Ci è piaciuto Morey St Denis, davvero un bel borgo, a misura d’uomo, come del resto tutti quelli visitati durante questo viaggio; La pioggia ed il grigiore del tempo non hanno intaccato più di tanto i colori e il fascino di una terra bellissima.

Non ci è piaciuto, unanimamente, la freddezza con la quale siamo stati accolti, soprattutto contando sul fatto che dai numerosi precedenti contatti non fosse assolutamente trasparita, decisamente una giornata no!

Non ci è piaciuta, l’abitudine del padrone di casa, dichiarata con estrema nonchalance, di recuperare il vino lasciato nei calici dai convenuti, utilizzato a suo dire, successivamente, per colmare le botti in affinamento: “è nettare prezioso, perchè sprecarlo!”

Chalon-sur-Saone, il mercato di Borgogna

22 giugno 2010 by

Chalon è costruita sui bordi del fiume Saône, vanta una storia di almeno tremila anni ed è stata sempre un punto di riferimento assoluto per l’economia di tutta la regione borgognona: prima, in antichità, come porto navale militare, poi in tempi più moderni come centro di florido scambio commerciale, centro fieristico di prim’ordine: un mercato continuo.

L’ingresso in città non suscita particolari aspettative, pare attenderci una città come tante lasciate lungo strada sino a qui, un po grigie e goffamente frammiste di una ruralità forzata e quella modernità un tantino datata. Ma bastano appena due curve per ricredersi, basta allontanarsi dai viali di cemento che costeggiano il fiume per entrare d’un colpo nella città vecchia, nel cuore di un borgo in cui il tempo pur tiranno sembra soccombere da una tradizione insopprimibile. E’ domenica, ed è la domenica del mercato, un tripudio di colori e di profumi che si rincorrono lungo i vicoli che da Place de l’Obélisque si diramano sin nell’anima del quartiere vecchio. I negozi di ogni genere che durante tutta una settimana animano Chalon alla domenica lasciano il campo a persone ed intenzioni che sembrano venire da ogni dove con i frutti del loro duro lavoro, della loro antica tradizione, della loro profonda cultura.

L’atmosfera riporta alla mente i nostri mercati, in fondo le voci, le urla, il richiamo che si innalza continuamente nell’aria non è poi così differente da quello dei venditori delle nostre borgate, dei nostri quartieri, delle nostre piazze rionali; i colori dei banchi si alternano dal rosso splendente dei pomodori “cuore di bue” a quello “sangue” delle cerise “stark” croquante, il verde dei carciofi giganti del sud con il bianco dei turioni di asparagi delle campagne circostanti; e poi i profumi, quello dolcissimo dei fiori dai mille splendidi soli e quello pungente delle erbe officinali che qualcuno sta pestando poco più in là, quello inebriante delle pentole e delle caccavelle che sbuffano i vapori delle zuppe di pesce e delle fritturine di verdure in cottura, così a la volèe, una cucina in strada che definirei in maniera disincantata senza cucina ma con tanta storia di strada.

Continuiamo a scorrere i banchi, con essi le facce, gli inviti, le raccomandazioni, le preferenze, le simpatie, la voglia di non perdersi nemmeno un attimo, uno sguardo di questa domenica speciale: Jean Luc ci guarda perplesso, stiamo contrattando per diverse pezzature di buonissimo “Epoisses”, il formaggio più amato e consumato in Borgogna, ma non ci lascia margini di favore, il fratello, Arnauld è più propenso a lasciarci come omaggio una manciata di sostanziosi “saucisson” ma non ne vuole sapere ne sui formaggi ne sul delizioso pane di “campagne”, davvero saporito, superlativo; alla fine, “les italiens…” la spuntano, così ci avviamo sulla strada del ritorno. Qui intorno c’è di tutto, dal robivecchi che per una manciata di euro vende il vecchio soprammobile della nonna al finissimo “patissier” intento a rifinire gli ultimi cioccolatini appena sformati, l’urlatore dei tappeti e dei tendaggi di Tournus¤ al formaggiaro della Savoia che ci tiene a sottolineare che i suoi formaggi sono sì brutti da vedere ma solo perchè desidera che li compri solo il vero appassionato: niente forma, solo sostanza! Ripete in continuazione.

E’ vero, è quello che anche noi ci aspettiamo di incontrare sulla nostra strada nei prossimi giorni, niente o quasi forma, molta, moltissima sostanza! (continua)

da non perdere il museo della fotografia
Musée Nicéphore Niépce
28 Quai des Messageries
71100 Chalon sur Saône
tel.: 03 85 48 41 98
fax: 03 85 48 63 20
Entrata libera
Aperto tutti i giorni, eccetto il martedì e i giorni festivi
dalle ore 9.30 alle ore 11.45
dalle ore 14.00 alle ore 17.45
Luglio – agosto
dalle ore 10.00 alle ore 18.00

Il sogno di mezza estate, la mia Borgogna

19 giugno 2010 by

“E’ la sottile immensità del Pinot Nero  il solo racconto della bianca pietra della mia terra; il solo capace di scaldare gli animi e di frenare i sussulti.”

Prologo: è appena l’alba, l’aria è tersa e l’aereoporto di Capodichino comincia ad animarsi, il check in è abbastanza veloce, siamo fortunati, ci dicono, l’aereo è già li che ci attende, un Bombardier crj900 (!) puntato in direzione Torino: Borgogna stiamo arrivando!

Il volo è sempre una emozione stupenda, lasciarsi alle spalle la terra e varcare le nuvole provoca sempre un certo brivido; da qui l’azzurro del cielo in lontananza sembra più azzurro e la stessa luce che rimbalza sui flap delle ali dell’aereo prima di svanire nel nulla mi appare più limpida, luccicante. Nemmeno il tempo di raggiungere quota e la velocità di crociera (850 Km/h!) che sorvoliamo in un soffio le isole Pontine: adesso l’aria è chiarissima, Palmarola, con le sue rocce bianche, un graffio nel mare laziale; pochi minuti dopo ci lasciamo l’Elba alla nostra destra, adesso lì davanti, sotto le nuvole appena più dense, appare la costa ligure. Le nuvole d’un tratto si infittiscono, poi divengono grigie, gonfie, sul vetro passa sottile un rivolo d’acqua, è l’annuncio di un temporale: benvenuti a Torino!

Inizia da qui il sogno di mezza estate, la mia Borgogna, cronaca di una passione infinita, di un desiderio realizzato. Dopo poco ci riuniamo nel pullmann che attraverso il traforo del Frejus ci accompagna in terra di Francia attraverso la statale italo-francese costeggiata da un paesaggio ancora grigio sullo sfondo ma molto suggestivo, fatto di foreste di abeti, corsi d’acqua rocciosi e pontili sull’ignoto. 

Dopo un centinaio di chilometri ed una melanconica pausa caffé in un bislacco Café l’Arche (pessima interpretazione di un nostro Autogrill) ci immettiamo sulla dipartimentale che ci condurrà a Tournus, un piccolo borgo del 1100, avamposto della cristianità (testimonianza ne è la bellissima abbazia romanica di St. Philibert¤) ed oggi importante centro turistico-culturale dedito soprattutto ad una sopraffina offerta di artigianato locale, di tessuti impreziositi da ricami artistici in particolar modo, di rara bellezza. Più in là a poche decine di chilomentri, Chalon sur Saone,  praticamente la nostra porta sulla Borgogna… (continua)

La Dolce Vite nel nome del Cervaro della Sala

14 giugno 2010 by

Capri Palace Hotel&Spa

L’Olivo incontra Castello della Sala

Venerdì 25 Giugno ore 19,30

Nello scenario incantato dell’isola di Capri va in scena un evento di particolare valore storico per il mondo del vino italiano; Incrociamo con grande piacere le storie di un territorio, l’Umbria, e di uomini che dal nulla o quasi la storia del vino l’hanno fatta e la faranno soprattutto nel prossimo futuro: il ristorante L’Olivo, due stelle Michelin dal 2009, apre le sue porte nella splendida cornice di Anacapri al mito dell’azienda Castello della Sala della famiglia Antinori, e per l’occasione, con Oliver Glowig saranno guests chef Romano e Iside De Cesare de  La Parolina di Trevinano (VT).

L’evento segue di appena qualche settimana il successo di apertura di stagione con la bellissima serata trascorsa in compagnia di  Luigi Moio e Antonio Pisaniello e rientra nel ricco calendario di appuntamenti enogastronomici di prestigio che per tutto il 2010 caratterizzerà “La Dolce Vite” del Capri Palace e che vedrà come protagonisti tra gli altri anche la maison Krug e l’indomabile Silvia Imparato in una verticale storica del suo fuoriclasse Montevetrano

Gli ospiti saranno accolti nella cantina storica “La Dolce Vite” dove Renzo Cotarella gli presenterà quella che senza dubbio è la sua azienda del cuore, tra le più preziose tra le altre che costellano il panorama viticolo degli Antinori; A seguire, la speciale cena degustazione presso il ristorante L’Olivo abbinata ad alcuni dei millesimi del Cervaro della Sala dal 1988 ad oggi.

La degustazione sarà condotta come sempre dai sommeliers di casa a L’Olivo Angelo Di Costanzo e Giovanni Guida:

  • Cervaro della Sala 2008
  • Cervaro della Sala 2004
  • Cervaro della Sala 2001 
  • Cervaro della Sala 1999 
  • Cervaro della Sala 1994 
  • Cervaro della Sala 1988 

Un vino straordinario da cogliere e da scoprire  in 20 anni di storia; In chiusura immancabile la presenza del campione di dolcezza di casa Antinori, quel Muffato della Sala di cui non si farebbe mai a meno!

Per informazioni dettagliate e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri – ITALIA
Phone: (+39)081 978 0225
Fax: (+39) 081 978 0593
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com

Vila Nova de Gaja, Feitoria Burmester

13 giugno 2010 by

Qualche settimana fa ci siamo occupati del più prezioso ed antico vino portoghese raccontandovi brevemente dove e come nasce il vino di Oporto.

Appena ieri poi abbiamo assunto “l’obbligo” di raccontarvi di “vini mondiali” prendendo spunto da un gioco di assonanze, emozioni e colori dettati dalle nazionali partecipanti all’edizione sudafricana 2010 della più bella tra le manifestazioni calcistiche di sempre. Insomma, vini che meritano di essere scoperti, segnati in agenda e bere alla prima occasione, magari proprio tifando per la propria squadra del cuore.

La storia della “Feitoria*Burmester è simile a tantissime altre del panorama produttivo dei Porto ma la qualità dei suoi vini, alla luce degli assaggi dell’ultimo anno, è comparabile a pochissime altre etichette in circolazione; Henry Burmester, originario della Germania, si era stabilito con la sua famiglia a Londra agli inizi del settecento dove aveva avviato in poco tempo una compagnia di commercio di cereali da e per il Regno Unito.  Arrivato a Vila Nova de Gaja, in Portogallo, per tutt’altri affari, si accorse immediatamente del grande potenziale di questo delizioso vino che tanto lo aveva inebriato ma che tanto sembrava soffrire delle difficoltà di distribuzione commerciale sul mercato mondiale: è il 1750, nasce così la Burmester Port wine Company che ancora oggi sfoggia vini dall’ eccezionale valore degustativo e tipicità.

Porto Ruby, può essere questa l’arma vincente per avvicinare palati novizi ai vini di Porto. Se il Ruby nasce da una attenta selezione in vigna e da una grande passione per questa tipologia da parte del produttore non esiste rivale che tenga! Ha un colore rubino bellissimo, vivace, un naso accattivante e invitante. Questa tipologia di Porto si sa viene imbottigliato giovane per preservare la sua forza e la sua freschezza,  al naso si apre infatti con una gradevolissima vinosità e la fragranza di questo Ruby sorprenderà soprattutto per la continua eleganza con la quale manifesta i suoi dolcissimi e spiritati sentori fruttati e speziati. In bocca è riccamente dolce, per niente scontato, gioca di rimbalzo con una decisa acidità che gli conferisce un ottimo equilibrio degustativo; Da bere su dolci al cioccolato non troppo ricchi, o come consiglio di fare, ad una temperatura intorno ai 14 gradi, come aperitivo per papille poco inclini alle durezze.

Porto 20 Years Old Tawny, decisamente straordinario! Questo vino mi ha impressionato soprattutto per la grande qualità che esprime in tutte le fasi di degustazione, segno tangibile di un processo produttivo, dalla vigna alla cantina, senza mai tralasciare un solo particolare. Prodotto con l’assemblaggio delle migliori selezioni vendemmiali viene lungamente lasciato affinare in piccoli carati di rovere prima dell’assemblaggio finale. Ha un colore di gran fascino, ramato, cristallino, trasparente. Il naso è molto intenso e complesso, si fanno avanti note di frutta secca e vaniglia , la nocciola è nitidissima, quasi spalmabile, poi sensazioni mandorlate e di frutta candita. Un Porto di rara franchezza, finezza ed eleganza. In bocca entra con dolcezza prima di distendersi su note agrumate, addirittura quasi citrine, asciutto ed aromatico, dalla beva molto appagante, indimenticabile.

Porto 40 Years Old Tawny, come il vent’anni viene ottenuto dai migliori vini lasciati affinare in piccole botti di rovere con la differenza che il blend viene successivamente posto a maturare in grandi botti di legno datate 1864, praticamente antecedenti anche alla nascita della stessa Burmester Company. Il colore ricorda la buccia di cipolla ramata, con una  intensità di poco superiore a quello precedente. Al naso offre un ventaglio olfattivo molto complesso, particolarmente variegato, fiori secchi, miele, caramello, frutta secca, spezie e legno. In bocca è dolce, vellutato, la spiccata acidità è inizialmente coperta da una decisa dolcezza che pervade tutto il palato confondendo le papille gustative, nel finale di bocca ritornano le noti asciutte ed un finale di mandorla pestata molto piacevole. Da meditazione, cru di fondenti sudamericani alla mano.

Porto Colheita 1985, è una tipologia alla quale sono molto affezionato, decisamente poco conosciuta ai più sa esprimere invece Porto di grandissimo lignaggio. I Colheita possono essere vini della stessa singola annata di vendemmia ma provenienti da diverse vigne, spesso invecchiati in botte per almeno 7 anni prima dell’imbottigliamento e non di meno millesimati. Come detto godono di minore appeal rispetto ai Tawny ma solo perchè hanno un timbro, soprattutto gustativo, più ruffiano rispetto a questi ultimi. Di colore aranciato mediamente concentrato, ha un naso abbastanza ampio, note caramellate, tostate innanzitutto ed un gusto dolce, molto bilanciato e profondo, ogni sorso è accompagnato da piacere sublime, degno compagno per affogare rabbia e malumore, mai dolce più abbinabile di un soufflè meringato al caffè!

*Feitoria, è l’equivalente di azienda agricola.

Il mondo si ferma, iniziano i mondiali di calcio

11 giugno 2010 by

Si è inaugurata ieri con il concerto musicale di apertura la kermesse calcistica dei mondiali di calcio 2010 in Sudafrica; Inutile sottolineare di quanta importanza abbia da un punto di vista mediatico un evento del genere, a tal punto che ne parlano tutti, anche coloro che di calcio ne farebbero sicuramente a meno, anche coloro che addirittura il calcio lo vedono come un malessere culturale per ogni nuova generazione e non come alla fine pare non riesca mai ad esprimersi, uno sport tra i tanti.

L’Arcante desidera esserci, parlare dei mondiali, perchè a noi il calcio ci è sempre piaciuto e perchè molti paesi partecipanti, Italia e Francia in testa, ci risultano essere anche particolarmente interessanti da un punto di vista enoico (lo stesso Sudafrica per esempio, ma anche Nuova Zelanda, Cile per citare solo alcunni degli outsider del pallone). E poi perchè non abbiamo mai mancato un brivido a veder quelle immagini in bianco e nero che ci raccontano ancora oggi dei fasti di un tempo memorabile, Italia-Germania 4-3 l’abbiamo scoperto sugli almanacchi e finalmente veduto in un film; Abbiamo gioito pure noi, piccolini come eravamo  nel 1982 quando il cielo spagnolo si è tinto di azzurro, e non abbiamo certamente nascosto la strafelicità nell’86 per la storica vittoria del “pibe de oro” Maradona e della sua Argentina; Sono state lacrime amare in Italia, un pianto di delusione prima e di rabbia poi quando nel ’90 non abbiamo saputo coronare quel sogno inventato da un talento due talenti straordinari (Baggio e Schillaci) esplosi all’improvviso e che hanno conquistato le notti magiche di ognuno di noi quando costretti a cedere la scena alla criniera d’angelo di Caniggia prima e all’ignobile arbitro della finale romana poi; Nel 1994 poi, negli Stati Uniti d’America seppur nemmeno noi ci credevamo più, quei due rigori li avremmo preferiti dentro alla porta e non alle stelle dove erano mestamente finiti. E cosa dire del ’98, del 2002? Bah, niente, lasciamo stare, ci siamo rifatti alla grande nella straordinaria notte di Berlino 2006, tutti raccapricciati da uno scandalo sportivo al sole d’europa ma sempiterno grati a quei ventitrè ragazzi che c’hanno messo l’anima là in mezzo al campo per riportare in Italia l’ambita coppa del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Ho sempre pensato che Bruno Pizzul avrebbe meritato ampiamente di gridare lo slogan che ha reso celebre Nando Martellini in tutto il mondo, dai sacri microfoni rai, così non è stato, s’è dovuto accontentare di La7, ma se di nuovo coppa sarà val bene un Civoli o visto che di voli pindarici si parla, un Caressa.

Comunque vada, grazie ragazzi, noi tifiamo per voi, siate fieri del vostro azzurro, noi siamo lì, calici alla mano aspettando il grande botto!

Pompei, Villa dei Misteri 2003 Mastroberardino

10 giugno 2010 by

Ci sono alcune parole del dizionario della lingua italiana che mi stanno particolarmente a cuore, il loro significato, per alcuni effimero, è per me verbo e motivazione. Tra queste, “valorizzazione”, cioè quell’atto o effetto del valorizzare, “promuovere”, che tra i vari significati esprime un progresso, un avanzamento, un miglioramento, ed infine “territorio”, che gli appassionati di vino sanno bene cosa significa e mi basta questo per rendere l’idea.

Ebbene, il Villa dei Misteri di Mastroberardino è la rappresentazione, nel suo insieme, di quanto un progetto di valorizzazione, tanto originale come ricreare un vino nelle vigne di Pompei, possa essere valido e concettualmente attrattivo nel promuovere un intero territorio; Allo stesso tempo però ci si chiede del perché non si continui a camminare questa via più di tanto, mortificando qua e là idee, progetti, persone inibendo loro il giusto spazio di azione per crescere, svilupparsi ed affermarsi come motore culturale prima che economico di un intero territorio, per altro tanto comune in Campania. Si parla di archeologia e vite ai giorni nostri, ma gli interlocutori chi sono, cosa fanno?

A Pompei grazie al fondamentale impegno della locale soprintendenza archeologica è stato fatto un buon lavoro strutturale e Mastroberardino dal canto suo ha espresso al meglio il potenziale di un progetto particolarmente affascinante ma certamente improbabile agli occhi di molti. Il vino venuto fuori negli anni, a parte il prezzo elevato dettato però soprattutto dalle ingenti difficoltà gestionali, ha espresso quasi sempre qualità intrinseche oggettive, e il 2003 in particolar modo, fortificato soprattutto da un’annata piuttosto calda mostra anche un certo carattere, una possenza non proprio tipica dell’uvaggio di cui si compone, specie del piedirosso, ma certamente riconducibile ad un terreno unico nel suo genere: vulcanico, sciolto, ricco di elementi minerali e lapilli. Anno dopo anno, dal 2001, sempre più espressivo. Un vino dal colore rubino splendido, quasi fermo nel tempo, dalle note olfattive dolci di mirtillo in confettura e di spezie finissime. Non certo un campione di profondità, ma ogni sorso scivola via con estrema piacevolezza, è accompagnato da giustezza e pacatezza, frutto ineccepibile e tanta suggestione, decisamente più godibile oggi che tre anni fa quando l’assaggiai l’ultima volta, nerboluto ed asciutto sino all’asprezza.

Ecco che mi vengono in mente altri esempi, negativi in questo caso, smarriti nel tempo ma non nella mia memoria; Uno su tutti, che mi rattrista particolarmente è proprio sulla strada che mi conduce sotto casa mia: chissà cosa sarebbe stata per i Campi Flegrei la falanghina dei Martusciello se avesse potuto godere solo del fascino della suggestione della “Villa del Torchio” ritrovata appena qualche anno fa proprio ai piedi delle vigne aziendali in via Masullo a Quarto. Allora qualche stupido burocrate, dopo una inattesa “apertura” per il cantine aperte, pensò bene di preservare il prezioso giacimento archeologico vietandolo a tutti e da qualsiasi progetto di integrazione culturale. Oggi gli stessi si vergognino per lo scempio a cui è sottoposto, praticamente inondato di immondizia e di erbacce, lì in un angolo deserto del parcheggio del centro commerciale!

Addensum: ci pensate a cosa sarebbe il lago d’Averno se il Tempio di Apollo, adornato da vigne vocatissime, non fosse così abbandonato a se stesso? Ed i bellissimi reperti che costeggiano le vigne di loc. San Martino a Pozzuoli? Beh, certo, sono queste domande a cui non otterrò mai risposte, spero però almeno in una riflessione, un minimo di indignazione!

Professione Sommelier, viaggio in Borgogna…

9 giugno 2010 by

Associazione Italiana Sommeliers Campania

presenta

Viaggio in Borgogna

Un evento memorabile di scoperta e crescita professionale; Il viaggio-studio nella regione simbolo del mondo del vino rappresenta un appuntamento imperdibile, da vivere con tutto l’amore possibile! Noi ci saremo, e non mancheremo di raccontarvelo… tutto!

Questo l’itinerario in programma:

  • Mercoledì 16/06
  • Trasferimento aeroporto Torino/hotel Le RichebourgVosne-Romanée
  • Nel pomeriggio escursione a Digione e rientro dopo cena 
  • Giovedì 17/06
  • Mattinata
  • h 10.00 visita all’ azienda DomaineDujac a Morey S. Denis
  • h 12.00 visita all’azienda Chateau de La Tour a Vougeot 
  • Pomeriggio 
  • escursione a Beaune, rientro dopo cena 
  • Venerdì 18/06
  • Mattinata
  • h 10.00 visita all’azienda Trapet Pere et Fils a Gevrey- Chambertin
  • Pomeriggio
  • h 16.00 visita all’azienda Domaine Charlopin-Parizot a Brochon
  • Sabato 19/06
  • Escursione e visita all’Abbazia di Fontenay a Montbard
  • Eventuale serata a Digione
  • Domenica 20/06
  • Rientro a Torino con sosta e visita a Chambery
  • in serata volo di rientro a Napoli

Associazione Sommeliers Campania
Cooperativa Casa Caserta 1 – Via delle Quercie
Centurano
Caserta
Italia
81023
info@aiscampania.it
Telefono: 0823/34.51.88
Fax: 0823/34.51.88

Taurasi, in arrivo Anteprima Irpinia 2010

2 giugno 2010 by

Sabato 5 e Domenica 6 giugno 2010

Anteprima Irpinia 2010

Prima Edizione

Castello Marchionale – Porta Maggiore, Taurasi (AV)

le nuove annate di

Taurasi

Fiano di Avellino

Greco di Tufo

 all’attenzione di giornalisti, operatori ed appassionati

Per saperne di più contattate la Segreteria Organizzativa
Responsabile
Massimo Iannaccone cell. 392 9866587
Ufficio Stampa
Diana Cataldo cell. 320 4332561
Oppure collegatevi a:
www.anteprimairpinia.it
o mandate una mail a:
stampa@anteprimairpinia.it

Montalcino, Cerretalto 1997 Casanova di Neri

2 giugno 2010 by

Quanto è difficile il sangiovese, e quanto è ancora più complicato il “brunello”, vitigno di grandissimo spessore eppure da sempre al centro di innumerevoli dibattiti ed incomprensioni, il più delle volte dettati più dai complessi sillogismi costruiti intorno ad essi che dalle mere questioni sollevate.

E’ un vino che amo molto, il Brunello, ed amo molto Montalcino, roccaforte dell’enologia Toscana e spesso al centro di un mondo distante mille e più chilometri ma pur sempre orbitante intorno ad essa; Le innumerevoli camminate per le vigne che diradano dal borgo antico sino alla Val d’Orcia e la Val d’Arbia sono tanto suggestive quanto istruttive eppure mai abbastanza per comprendere appieno la vocazione e l’identità di un territorio tanto eterogeneo quanto talvolta brutalmente inespresso .

Di certo è che il caos degli ultimi anni, i “rumors” come battezzati prima della loro esondazione mediatica, non hanno certo giovato ad un territorio ancora alla ricerca del suo unicum fondante ma senz’altro hanno aperto opportune riflessioni innanzitutto su un dato di fatto, che il Brunello, così com’è, rimane uno dei più preziosi vini-gioielli italiani di cui dover aver particolare cura e  memoria per consegnarlo al futuro come una perla dell’enologia mondiale e non come un’attempata prostituta da bordello!

Querelle a parte, e soprattutto Biondi Santi a parte, è indubbio che gli stili maturati negli ultimi venti-venticinque anni non collimano del tutto con la storia e la tradizione ilcinese di sempre, eppure nella piccola babele scatenatasi da fine anni ottanta in poi è tangibile come nel mondo il successo di questo straordinario vino si sia sviluppato enormemente, fatto salvo l’ultimo quinquennio di crisi, grazie proprio a questa evoluzione stilistica (leggi modernariato popolare) tra l’altro voluta e condivisa da molti produttori, vecchi e nuovi, di tutto il comprensorio di Montalcino.

Si può dire di Giacomo Neri che sia stato tra i primi a cavalcare la cosiddetta nouvelle vogue e senz’altro tra i migliori di questi nuovi interpreti a ritagliarsi un ruolo di assoluto primo piano sulla scena mondiale; Il suo Cerretalto ’97 per molti ha rappresentato un vero e proprio “manifesto” di questa evoluzione e per qualcuno è rimasto un monumento a questo storico passaggio di consegne tra il cosiddetto vecchio e il nuovo, si direbbe un vino nato da una annata eccezionale e con numeri strepitosi ma con una responsabilità altrettanto importante, quasi a fare da spartiacque, impegno rilanciato e consolidato successivamente con l’inarrivabile duemilauno.

Il colore è sorprendente, rosso rubino denso, concentrato, quasi impenetrabile, il tempo non ha scalfito nemmeno la sua vivacità ancora splendente. Il primo naso è pura sinfonia, leggiadro, un volo planato intorno a frutti a polpa rossa e nera maturi, note balsamiche, tostate, minerali, eteree. La prima grande qualità di questo vino è l’equilibrio già palpabile – sì palpabile – al naso, un vino che si lascia quasi “ascoltare” tanta è la piacevolezza dei suoi profumi; Di qui la certezza di stare bevendo un grandissimo vino, fine elegante, avvolgente, una porta spalancata su un ventaglio olfattivo emozionante ma appena ai primi scalini di una passerella d’onore.

In bocca è secco, fresco, entra sul palato con vigore, appare quasi un dispiacere portarlo alla deglutizione tanto è il piacere con il quale pervade la cavità orale, ma è proprio dopo averlo bevuto, dopo aver sedato l’acquolina iniziale che ci rende conto della bellissima esperienza gustativa. Equilibrato, carezzevole, il tannino è scevro di protagonismo, l’acidità sostiene bene il frutto, bilanciando una struttura alcolica non indifferente (siamo oltre i quattrodici gradi e mezzo!), chiude su un finale tostato ammiccante e seducente. Un campione, per la memoria!

Champagne, la bella stagione delle bollicine

31 Maggio 2010 by

Il vino più affascinante? Certamente lo Champagne! L’area viticola più famosa tra le più famose al mondo? E’ indubbio che si tratta della Champagne!

Per qualcuno icona del “bien vivre”, per qualcun altro sinonimo di ricchezza, per altri mera ostentazione di finezza ed eleganza mai appartenuta. Comunque vada non v’è nulla nel mondo del vino che abbia tanto valore simbolico come una bottiglia di Champagne, quella precisa etichetta o più semplicemente una flûte. Questo da sempre, e pare si perpetuerà per molti anni ancora nonostante in numeri diano in calo un consumo arrivato ormai a cifre esorbitanti che solo la fortissima crisi economica su certi mercati (soprattutto oltre oceano) ha accennato a frenare.

Appena qualche accenno su quella che è un area viticola di splendore unico, situata a circa 150 chilometri a nord-est di Parigi. Attualmente operano nella Champagne più o meno 15.000 viticoltori che coltivano e forniscono le uve a circa 110 maison che si occupano poi della loro lavorazione ed “elevazione” sino a dare vita al nettare tanto ambito dai ricchi e potenti quando amato dale persone più comuni.

Gli attuali “confini” regionali della Champagne sono ancora oggi delimitati dalla classificazione voluta dall’INAO nel 1927. Questa classificazione in senso generale avvenne innanzitutto per dare un proficuo valore commerciale alle migliori aree interessate e negli anni a seguire si è lavorato alacremente per far sì che proprio in queste aree, naturalmente particolarmente vocate, si concentrassero le migliori parcelle di vigne che oggi danno vita a vini di straordinaria opulenza e soprattutto eccezionale longevità. Questi vigneti corrispondono sempre ai comuni o parte di essi e sono oggi classificati in tre categorie, Grand Cru, Premier Cru e Cru. Ad oggi sono solo 17 i comuni che si possono fregiare della definizione Grand Cru, 41 i Premier Cru e i restanti 255 del distretto come Cru. Tra i 17 Grand Cru della Champagne vi sono nomi spesso ricorrenti nelle degustazioni che vengono fuori in giro per il mondo, non si può non ricordare Bouzy, Ambonnay, Verzy, Verzenay, Montagne de Reims; Aÿ, Chouilly, Cramant, Avize, Oger e senza ombra di dubbio Mesnil-sur-Oger, probabilmente il più ambito, avete presente Krug¤ o Salon?

Ecco quindi di seguito le prime note sparse di assaggi “rubati” in questa prima parte di stagione, una passione smodata, nutrita senza freni!

Taittinger Cuvée Prestige Rosé, il più buono degli Champagne rosé sino ad oggi bevuti, è il vino del cuore, dallo straordinario rapporto prezzo-qualità, lo Champagne da non far mai mancare nella propria cantina. Da uve Chardonnay e Pinot Nero, ha un colore che ricorda i petali di rosa, splendenti, bollicine sottili e finissime, un naso avvincente, floreale e fruttato di lamponi, in bocca è secco e lungamente minerale, da inebriarsi infinitamente.

Mandois Blanc de Blancs 2004. Una piccola etichetta, uno di quei vini che ha ancora bisogno di tempo per raggiungere una propria espressione autentica, piacerà sicuramente a chi cerca nelle bollicine acidità spinte, rustiche ed è alla spasmodica ricerca abbinamenti soprattutto per stemperare le note iodate dei crudi di mare. Possiede un discreto ventaglio olfattivo, non lunghissimo ma offre senz’altro un’ottima piacevolezza al palato, da riassaggiare tra qualche mese.

Bollinger Special Cuvée, un classico di sempre. Blend di Chardonnay, Pinot Noir e Pinot Meunier rappresenta una continuità ineffabile, ottimo vino da sbicchierare come aperitivo ma anche ideale per poter pasteggiare. Non offre spunti olfattivi particolarmente complessi, soprattutto a chi ama di Bollinger la Grande Année, ma state certi che se avete bisogno di uno Champagne per non sbagliare di questa etichetta vi potete fidare! Bel colore paglierino carico, tendente al dorato, bollicine piuttosto intense seppur non proprio finissime. Palato gradevolissimo.

Bruno Paillard Réserve Privée Blanc de Blancs. Champagne d’autore, di prim’ordine. Fragrante, avvenente, impulsivo e sinuoso nella beva. Chardonnay in purezza delle migliori parcelle confluito in quello che è nato come un gioco di piacere personale ed oggi condiviso dai migliori palati dei clienti più esigenti. Un grande Champagne per dare un valore aggiunto ad un appuntamento importante o più semplicemente per dare lustro al proprio piacere: “ma sì, ce le siamo meritate!”

Gosset Grand Réserve Rosé. Arriverà il Celbris ’98¤, conservo la recensione nel “cassetto” delle bozze del blog, aspetto però un riassaggio per avere conferme della non comune intensità e complessità olfattiva riscontrata in questo vino. Per il momento accontentiamoci di questo rosè dal bellissimo colore rosa tenue, profumato di caramella al lampone e saporito ed arcigno solo come il Pinot Noir sa esprimere. Buono a tutto pasto, specialmente su carni bianche e formaggi! 

Pommery Noir. Il marchio soffre di una distribuzione poco felice, quindi viene percepito – secondo me – in malo modo. Poi, sarò sincero, non posso nasconderlo, di recente nemmeno l’Apanage, uno dei loro must, mi ha fatto impazzire quando l’ho bevuto; però gli concedo volentieri comunque un passaggio tra queste mie note di degustazione. Mettiamola così, uno Champagne alla stessa stregua di una media bollicina franciacortina, sia chiaro, il prezzo (sui 33-35 euro in enoteca) non si discosta poi tanto da quest’ultima, però non è certamente quello che ci si aspetta da un vino elaborato con uve provenienti da aree delle più vocate della regione. Rimandato ad un nuovo assaggio.

Mumm de Cramant. Davvero ottimo questo Chardonnay in purezza proveniente dalle vecchie vigne di Cramant, uno dei Gran Cru della Champagne. Colore integro, paglierino tenue, bollicine finissime seppur non intensissime. In bocca è secco, piuttosto fresco ed abbastanza lungo, chiude su di un finale nocciolato e burroso davvero gradevole. Costa più o meno quanto uno dei più commerciali Champagne che si possano trovare in enoteca, da segnare in agenda!

Taittinger Grand Crus Prelude. E’ la maison che vanta il vigneto “in corpo unico” più esteso della Champagne e questo già la dice lunga sulla vocazione e la tradizione di casa Taittinger. E’ tra le pochissime, se non l’unica tra le grandi griffe ad aver conservato una propria autonomia rispetto ai grandi gruppi finanziari che di tanto in tanto razzolano marchi e proprietà sulla regione champenois, ed anche questo è un particolare che non va trascurato visto che si traduce costantemente in una conservazione di un rapporto prezzo-qualità di indiscusso surplus rispetto ai diretti concorrenti. E’ prodotto con le migliori uve provenienti dai Grand Cru di proprieà, Pinot Nero e Chardonnay di spessore per un vino invitante, dal naso orientaleggiante e dal sapore tanto austero quanto piacevolmente bilanciato. Da non dimenticare!

Loreto Aprutino, Montepulciano d’Abruzzo 1995

29 Maggio 2010 by

Il vino ci salva tutti! Il prelibato nettare gelosamente conservato in ognuna delle ambite bottiglie concede a tutti una chance, ai cultori e agli ignoranti, agli appassionati di lungo corso e ai neofiti, professionisti, millantatori, cronisti, giornalisti o presunti tali, tutti trovano nel vino, nel grande vino in particolare, tutte le risposte alle proprie domande, alle proprie manie, alla propria presunzione; vignerons per la vita o più convenientemente produttori di occasioni, costruttori di falsi miti o egocentrici fanatici – gli “enorchici” li chiamo io -, cioè un po’ enofili, un po’ anarchici, un po’ orchi, a volte un po’ coglioni: il vino, il grande vino, li salva tutti! 

Folco Portinari affermava che né Mario Soldati Giuan Brera, (icone per molti cantori del vino di oggi) si intendevano di vini, o meglio “avevano l’assidua abitudine di sovrapporre al piacere di parlare di vini e di cibi il parlare di se stessi, per cui più che la mera capacità di discernere gli argomenti era il loro irreprensibile istrionismo fabulatorio, la loro irruenza verbale, lo stile a tratti baroccheggiante ed umorale a divenire protagonisti delle loro decantazioni enologiche”. Può non sorprendere quindi che lo stesso Mario Soldati, pur avendo vissuto lungamente l’Abruzzo non abbia mai riportato nemmeno il solo nome di Valentini nei suoi racconti, che pur hanno segnato un passo fondamentale della cronaca enologica del nostro paese. Erano certamente altri tempi e nulla potrà mai dissacrare la potenza comunicativa ci certi mostri sacri, ma nulla di più banale sarebbe continuare a crearne nuovi presunti tali delegando loro, soprattutto agli “enorchici”, il racconto dell’Italia del vino; la leggenda del grande Edoardo Valentini allora, e quella della sua azienda oggi sono legate anche alla loro costante lontananza da certi meccanismi mediatici, quindi non è poi così necessario apparire, soprattutto quando si ha dalla propria l’indiscussa capacità di essere.

E’ un grande vino questo Montepulciano d’Abruzzo ’95, forse non il più grande tra quelli venuti al mondo dalle vigne abruzzesi del compianto Edoardo, ma certamente tra i più anacronistici e forse per questo sorpendenti. Il colore ha conservato una veste rosso rubino con riflessi appena granata, poco trasparente, quasi materico nel bicchiere, ricco di sostanza estrattiva. Il primo naso è lampante di prime note di riduzione, lontano certamente dalle aspettative di neofiti e di chi non conosce la materia che ha tra le mani, ma anche a questi ultimi basterà appena una decina di minuti per rendersi conto di non aver mai bevuto qualcosa di simile e di ripetibile, di aprirsi quindi, come il vino non smetterà mai di fare di qui ad un paio d’ore, a sensazioni olfattive e gustative autentiche, vere, uniche.

I profumi vengono fuori gradualmente, invitanti, coinvolgenti, avvolgenti, costantemente giocati su di un contrasto tanto incomprensibile quanto affascinante, dalla frutta matura a note di tabacco, dalla confettura di amarene e ribes a nuances speziate, da sensazioni animali, terragne e sottili e finissime note minerali. Una marcia lenta verso un ventaglio olfattivo di una complessità entusiasmante. In bocca poi sfodera un carattere di gran classe, entra con estrema morbidezza, il tannino scivola sulle papille gustative completamente risoluto, il nerbo acido è sottile ma presente, il frutto ha di gran lunga la meglio, è prepotente ed intenso, è dolcemente persistente fino a cocludere la sua corsa emozionale in un finale lungo, quasi masticabile, di frutta candita, di cioccolato, di note iodate. Un vino oggi probabilmente nel suo momento migliore, estremamente godibile, vero purosangue italiano, fuori da ogni schema, disegno, trama che non sia strettamente riconducibile alla terra di origine ed al suo più grande interprete.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Montefusco, Fiano di Avellino 2006 Terredora

22 Maggio 2010 by

Ci sono aziende che rappresentano per qualità dell’offerta una continuità espressiva inappuntabile, sono spesso marchi che ci portiamo dietro da sempre, sembrerebbe sin dalla notte dei tempi; Sono lì, costantemente presenti, pur non curandoli in maniera particolare pare impossibile trascurarli del tutto. Sono etichette per qualcuno storiche, per altri più semplicemente rappresentazioni di storie di famiglie che il vino, in questo caso in Campania, l’hanno letteralmente inventato ed imposto sul mercato come unico modello di sviluppo possibile, una opportunità economica da non mancare assolutamente, soprattutto in anni in cui, siamo verso la fine dei settanta, oltre alla politica di asservimento del “Palazzo”, in alcuni areali, rurali in particolar modo, di certezze tangibili ve n’erano davvero ben poche.

“Il lavoro rende liberi”, una frase che rievoca certamente ricordi oscuri di un passato tremendo, eppure presa così com’è potrebbe rappresentare il manifesto di “liberazione” di una terra, l’Irpinia, che faticosamente sta riscoprendo e affermando sempre più una propria identità/vocazione – chiamiamola rurale, viticola, enoturistica – che non può passare inosservata alle politiche di sviluppo che il “palazzo” (in questo caso scritto in minuscolo perchè minuscoli son gli interpreti moderni) deciderà di delineare per questa regione nella regione.

Tutto questo fermento, oggi continuamente rinnovato dai tanti nuovi piccoli vignaioli, talvolta veri e propri “garagiste” – devo dire interpreti di ottimi primi vini – e talvolta costellato di ex imprenditori del cemento, dell’asfalto, ex capitani d’impresa, ex piloti di nave da crociera ed ex qualcosa che tanto funziona sempre, va delineando un profilo territoriale davvero eterogeneo, diverso, ma che dico, di più, biodiverso, ma che ha nel dna le tracce indelebili degli iniziatori, tra questi la famiglia Mastroberardino, di qui il ramo familiare di Walter che in quel di Montefusco con i figli Daniela, Lucio e Paolo sin dal 1978 ha continuato con Terredora di Paolo a lavorare le vigne ed in cantina per portare la Campania del vino in tutto il mondo, guadagnandosi tra le tante gran menzioni, di entrare nel 2007 tra le prime cento aziende al mondo selezionate da Wine Spectator per continuità e qualità offerta (!).

Oggi l’azienda produce mediamente 1.200.000 bottiglie l’anno, particolare attenzione è destinata senz’altro ai vini dell’areale storico irpino, personalmente ritengo per esempio il Taurasi Fatica Contadina tra le più autentiche espressioni della denominazione e non di meno ineccepibile la costanza qualitativa dei vini bianchi base, il Greco di Tufo ed il Fiano di Avellino. Lo spunto per questa recensione nasce però dalla piacevole bevuta di questo cru di Fiano Avellino Terre dei Dora 2006, un bianco, dopo quattro anni, davvero soprendente, per vivacità, complessità e bontà gustativa. Il colore è marcato da un giallo paglierino intenso, appena teso a venature ossidative, il primo naso è salmastro, inizialmente, ti invita quasi ad allontanarti dal calice, ma appena alla seconda sniffata ti accorgi di ritrovarti di fronte ad un grande bianco. Il ventaglio olfattivo ha smarrito l’eleganza delle note fruttate e floreali ma in compenso si offre terragno, minerale, etereo, cremoso, quasi tostato. In bocca è asciutto, l’ingresso gustativo è grasso ma si distende immediatamente con una freschezza inaspettata, gratificante, piacevolmente lunga, il finale minerale riconsegna nuovamente il leit motiv a sensazioni cremose e salmastre. Un fiano da non banalizzare su primi piatti ai frutti di mare, piuttosto ben indicato su estrose preparazioni gourmet, penso al Carciofo ripieno con burrata di Andria e scampi crudi del nostro Oliver Glowig. Ed è ancora scoperta…

Salerno, Miglior Sommelier Campania 2010

22 Maggio 2010 by

Associazione Italiana Sommelier

Associazione Sommeliers Campania

presentano

Concorso

Miglior Sommelier Campania 2010

Lunedì 21 Giugno ore 10.00

Grand Hotel Salerno

Lungomare Tafuri, 1

Come tutte le precedenti edizioni il concorso è aperto ai sommeliers professionisti e ai non professionisti. Un occasione di confronto e di crescita, una opportunità per stare assieme e vivere la propria passione, la propria professione con quel pizzico di competizione che non guasta mai.

A tutti coloro che sceglieranno di esserci, professionisti e non, il mio personale in bocca al lupo, che sia una esperienza indimenticabile! (A.D.)

per maggiori informazioni:
Nicoletta Gargiulo
Resp. regionale Concorsi
Cooperativa Casa Caserta 1
Via delle Querce 81023
Centurano – Caserta
info@aiscampania.it
Tel. 0823 345188

Mirabella Eclano, il Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2004 di Luigi Moio

19 Maggio 2010 by

L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro. (Milan Kundera, l’insostenibile leggerezza dell’essere).

Come Milan Kundera Luigi Moio¤ esprime un concetto talmente semplice e reale quanto sfuggente, presi come siamo ogni giorno dalla continua ricerca, nella vita come nel vino, di una continuità fine a se stessa impossibile da ottenere sistematicamente senza rinunciare alle emozioni; Alla base di tutto vi è un concetto elementare: ogni nostra azione, ogni nostro istante è irripetibile; Perché la vita stessa è irripetibile. Kundera con il suo meraviglioso libro ci dice che non siamo preparati ad essa e che non abbiamo seconde possibilità. Tutto ciò che scegliamo o consideriamo inizialmente come leggero rivela presto il suo incredibile peso.

Così Moio, in maniera disarmante concede attraverso i suoi vini una chiave di lettura del terroir antica e nuova allo stesso tempo, un ossimoro palpabile ad ogni sorso di questo straordinario Vigna Quintodecimo 2004, autentica territorialità ed eleganza da vendere, nettezza d’aglianico e finezza esemplare, lontana anni luce da quel Taurasi che dopo anni di intimo (non tanto) vagar sospeso tra il tutto ed il niente sembra aver riscoperto nelle piccole imperfezioni dei nuovi interpreti la sua franchezza. E’ così tanta la strada da fare, perchè pensare di aver già trovato la quadratura del cerchio? E’ perchè sprecare tempo (leggi denaro) e parole invece di investirli in ricerca e conoscenza? Questo il messaggio che mi è parso rileggere, ancora una volta in questo eccellente vino.

Il Taurasi Riserva Vigna Quintodecimo 2004 è vino incredibilmente espressivo, sin dal colore rubino vivace, concentrato e splendente, con appena accennate sfumature granata sull’unghia. Il naso offre un ventaglio olfattivo delizioso ed intrigante, varietale, intenso e complesso, sensazioni di finissimi terziari in ascesa ma appena espresse. Un ventaglio olfattivo imponente, decisamente aperto a concedere minuto dopo minuto, quarto d’ora dopo quarto d’ora sempre fresche sensazioni olfattive: piccoli frutti neri, fiori passiti a rincorrere nuances di spezie ficcanti ma suadenti, note balsamiche dolcissime cadenzate da nerbo e giustezza. Vino secco, in bocca entra con la stessa delicatezza delle parole di Kundera, innescando con la sottile invadenza una profondità attesa e allo stesso tempo sorprendente; il frutto pervade tutto il palato, costantemente sopra le righe, incanta e coinvolge per bene tutte le papille gustative, si ha quasi la sensazione di metterle costantemente in riga a chiedergli di aver ben compreso il messaggio prima di lasciare il campo allo spesso nerbo acido-tannico, presente ma castamente defilato in attesa di tempi migliori.

Un vino per i prossimi vent’anni, una emozione per i prossimi cento, aperta ad ogni confronto, la terra d’Irpinia racconta, Luigi Moio ci rende partecipe del suo canto!

Qui le degustazioni di tutti gli altri vini di Quintodecimo¤ del millesimo 2007.

Chiacchiere distintive, Nicoletta Gargiulo e il suo programma elettorale per l’Ais Campania

17 Maggio 2010 by

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Nicoletta Gargiulo le sue idee programmatiche da realizzare qualora venga eletta presidente regionale dell’Ais Campania.

Da una prima analisi, come lei stessa non manca di sottolineare nel messaggio di posta inviatoci, i punti sono essenziali e diretti al cuore dei temi rappresentati: “Non amo promettere cose irrealizzabili, pertanto chiedo che questi pochi passaggi vengano interpretati come grande volontà da parte mia di interagire con tutti i sommeliers che vorranno partecipare al forte rinnovamento che tutti auspicano da tempo ma che pochi, a quanto pare, sembrano disposti a sostenere veramente !” (Nicoletta Gargiulo).

Particolare attenzione, come del resto ci si aspetta da una Miglior Sommelier d’Italia, è destinata a migliorare e qualificare sempre di più il sommelier professionista che opera sul campo. Ecco i passaggi più significativi del programma:

Programmare di inserire Didattica, Relatori e Degustatori Ais nelle scuole alberghiere.

Lavorare decisi per la nascita di un “Salone del vino della Campania”.

Una idea importante da realizzare e destinare con grande comunicazione a tutti i sommeliers, anche fuori regione, “la Guida ai vini della Campania a cura dell’Ais Campania”.

Migliorare e rendere vivibile a tutti la sede di rappresentanza dell’Ais Campania.

Supportare aggiornamenti e lezioni supplementari sui servizi offerti dall’associazione, integrandoli con l’intervento di professionisti che operano sul campo per trasmettere agli aspiranti e a tutti gli appartenenti al gruppo servizi le esperienze tecniche necessarie per un servizio ad hoc.

Programmare incontri tecnici e di pubblica audizione con enologi e viticultori, per aprire ai sommeliers non solo le porte delle cantine ma anche per crescere e migliorare l’altrui comprensione di un linguaggio tecnico-produttivo che spesso incontra difformità da quello puramente didattico-degustativo.

Programmare e migliorare parthnerships con aziende vinicole e ristorative, soprattutto delle grandi strutture ricettive, per stages formativi per i futuri sommelier professionisti.

Così per i viaggi-studio nelle aree di maggior interesse vinicolo, una risorsa importante da sviluppare con maggiore convinzione.

Scuola concorsi, un punto di svolta per la formazione dei migliori sommelier capaci di confrontarsi con il panorama nazionale ed internazionale, in particolare con una didattica basata su lezioni più approfondite di enografia, cultura e tradizione territoriale, degustazioni magari con l’ intervento di relatori esperti nelle materie di maggiore interesse.

Concorsi Primo sommelier della Campania, Master dell’Aglianico, Primo sommelier nelle scuole alberghiere. Da continuare e dove possibile migliorare per renderli sempre più appetibili!

E poi maggiore attenzione agli eventi, da curare e sviluppare in prima persona, in cui l’Ais deve entrarci con profonda sinergia e professionalità: Sagrantino day, Anteprima Taurasi (ripristino di),  spingere per la nascita di almeno un evento specificatamente territoriale in ciascuna delegazione; Poi ancora proseguire la strada tracciata con l’arrivo di “Ais Campania TV Tastevin”, e seguire con attenzione gli sviluppi per l’Enoteca Regionale in Campania.

Infine l’ascolto, aprirsi alle proposte che arrivano da parte di ciascun delegato per far si che l’Ais Campania sia la casa di tutti, di tutti i sommeliers campani e gli appassionati del mondo del vino.

Ringraziando Angelo per l’opportunità concessa, cordiali saluti,

Nicoletta Gargiulo

Potete leggere qui il nostro invito ai candidati della scorsa settimana e prendere visione qui del programma inviatoci a suo tempo da Marco Starace.