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17 agosto 2013
Hanno ripreso a fare vino da poco più di vent’anni i Liger-Belair¤, se vi va, qua¤ potete leggerne di più sull’azienda, la loro filosofia, i loro vini importati in Italia da Gaja Distribuzione¤.

Inutile sottrarsi a un po’ di sana riverenza davanti a certe bottiglie, al blasone del nome di quella terra¤, al cospetto di un pinot noir tra i più ricercati e apprezzati al mondo. Ad ogni buon conto l’Echezeaux Grand Cru 2011 di Liger-Belair è un grande vino. Emozionante!
Va però sottolineato che berlo oggi, scriverne oggi, tentare di descriverlo compiutamente oggi è un mero esercizio di stile che riduce (di molto) lo slancio emotivo che questa etichetta riuscirà senz’altro a regalare nei prossimi 30 anni.
Detto questo, vale la pena lasciare traccia di qualche appunto. E’ impressionante la centralità del frutto, in primissimo piano e già finissimo ed elegante, incastonato tra balsami e sentori speziati dolcissimi. Ha spessore, una chiara e rilevante trama acido-tannica, di una lunghezza infinita. E non fa che migliorare sorso dopo sorso. Il giorno dopo, quella mezza bottiglia, l’ho ritrovata ancor più invitante, inebriante, succosa del giorno prima.
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Qui¤ e qui¤ su NonSoloDiVino¤, altro materiale interessante da leggere.
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Tag:borgogna, comte liger belair, echezeaux, gaja distribuzione, grand cru, liger-belair, pinot noir
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14 agosto 2013
Lo scorso 9 agosto è passato di qui Alfio Ghezzi¤ della Locanda Margon, il Ristorante della famiglia Lunelli in quel di Trento; con Andrea Migliaccio¤ han messo su una bella sequenza di piatti protagonisti di una serata a dir poco effervescente, a cominciare dai finger food…

Trentodoc¤ Ferrari Perlé 2006, con il Perlé Rosè 2007 protagonista dell’overture in Terrazza al Bar degli Artisti. 100% chardonnay il primo, pinot nero all’80% e per il resto chardonnay il rosé, sempre più sugli scudi!

Caprino e Caviale, un divertissement da manicomio (con l’originale mis en place sulle gabbiette del prestigioso Giulio Ferrari Riserva del Fondatore¤).

Poi Mozzarella in Carrozza. Una rivisitazione davvero niente male da buttare già in un sol boccone!

Polpetta fritta di Agnello con Uvetta, Scarola e Pinoli su crema di Cipollotto Nocerino. Sapori autentici che esaltano tutta la verve del Perlé Rosé, dal sorso un po’ meno teso delle precedenti uscite ma sempre impareggiabile per bouquet e piacevolezza di beva!

Pesce Bandiera marinato al Timo , crema di Zucchine a ‘Scapece’ e Pane Raffermo.

Sfoglie di Granoturco, Corniolo e Uova di Trota. Contrasto dolce-sapido sul filo di lana. Qui ritorna utile tutta la fragranza e la freschezza del Perlé Brut!
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Le foto sono di Umberto D’Aniello¤ per il Capri Palace Hotel&Spa¤ ©. Tutti i diritti di riproduzione, anche parziali, sono riservati.
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Tag:alfio ghezzi, andrea migliaccio, capri palace hotel, f.lli lunelli, ferrari, ferrari perlé brut, ferrari perlé rosé, locanda margon
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11 agosto 2013
Negli ultimi anni la crescita qualitativa degli spumanti italiani¤, dai Franciacorta¤ agli stessi Trentodoc in giù, è esponenziale e viene difficile farla passare inosservata persino ai francesi. Non mancano esempi¤ di distinzione un po’ ovunque ma il Giulio Ferrari¤ rappresenta a pieno titolo l’essenza stessa di tutte queste eccellenze.
Il 2001 è meno ridondante rispetto alle precedenti annate qui¤ raccontate, ma molto probabilmente è solo una questione di tempo. E’ ancora tutto proteso in verticale. Pare difficile spiegarlo con altre parole – a qualcuno sembrerà una forzatura – ma è un vino ancora ‘giovane’ nonostante i suoi 12 anni.
Te ne accorgi soprattutto dal sorso: teso, assai fresco, lungo. Il corredo aromatico è sempre di grandissima levatura, invitante, suggestivo, dipinto da una sovrapposizione di tante piccole sfumature che si rincorrono di continuo. Nel bicchiere c’è tanta materia, una tessitura fine e precisa che non mancherà di regalare bei momenti per molti anni a venire.
Anche per questo non mi sorprende più di tanto quanto sia ogni volta emozionante tornare pure sul 1994¤. Conta poco aggiungere altro alle note già descritte qui ma quello che vale la pena ripetere fino alla noia è quanto questo vino continui ad attraversare il tempo con disinvoltura senza soffrirne più di tanto il peso degli anni. Certo è evoluto, ma è incredibile la sua progressione gustativa e quel ventaglio di sentori che va lentamente aprendosi sino a dolci note di miele, mandorle tostate e frutta candita e di zenzero. Un vino da meditazione, per dirla con poche parole.
Tag:cantine ferrari, chardonnay, franciacorta, giulio ferrari, riserva del fondatore, spumanti italiani, trentodoc
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8 agosto 2013
Scrissi di questa nuova piccola azienda lo scorso Febbraio dopo aver provato un insolito pinot nero¤ fatto là sulle colline appena sopra Vico Equense.
Abbazia di Crapolla¤ è una realtà in lento divenire, seguita tra l’altro da un bravo enologo allievo di Luigi Moio, Arturo Erbaggio. Quel primo assaggio fu però contraddittorio, ma forse anche per questo parecchio affascinante. Certo ci vuole coraggio a piantare pinot nero in Campania, mi dissi allora, in quelle zone poi, misconosciute ai più. Meno complicato invece mi apparve subito arrivare alla falangina e al fiano, due grandi varietali che in regione la fanno da padrone e che anche qui – a quanto pare – sembrano venire fuori alla grande.
Conservavo questa bottiglia da qualche tempo ma invero già alcuni colleghi amici mi avevano ben rassicurato sul fatto che forse il bianco più che il rosso avesse più cose da dire. Così armato di tanta curiosità finalmente l’ho aperta. In effetti tutto sembra esser riuscito alla perfezione: l’uvaggio pare ben calibrato, ha franchezza, spinta e buona progressione gustativa, non v’è legno e, bonus, offre una bevibilità senza stress da prestazione. Il Sireo bianco 2011 garantisce insomma proprio un gran bel bere.
Il colore è paglierino appena dorato, luminoso, molto invitante. Il naso è subito un portento: sa di citronella, buccia d’agrumi e nettamente di mela bianca. Un bouquet che si arricchisce con pienezza di fresche note minerali (quasi fumé) molto interessanti, che ritornano di continuo anche sul finale di bocca. Il sorso è vivace, pieno ma non eccessivo, naviga in perfetto equilibrio, piacevolissimo, bello sapido. Un bianco con stoffa e carattere, da tenere a portata di mano soprattutto in queste giornate d’estate. L’avrei volentieri abbinato proprio al fritto¤ di Pasquale Torrente.
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Tag:abbazia di crapolla, arturo erbaggio, big picture, falanghina, fiano, luigi moio, sireo bianco 2011, vico equense, vino bianco per l'estate
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7 agosto 2013
E’ uno dei ricordi più vivi della mia adolescenza il fritto di mare. Mia madre, al sabato e alla domenica ci passava ore intere davanti a quella cucina a friggere merluzzi, triglie, suace, alici, sogliole per papà e miei fratelli di ritorno dalla pesca.

Che poi sino a qualche anno fa lungi dall’essere tra i miei piatti preferiti a tavola. Magari i calamari si, tondini a frotte, ma il pesce proprio no, mi scocciava sporcarmi le mani (e non dite che voi la frittura di pesce la mangiate con coltello e forchetta, vi prego, è abominevole!). Questo qui è il fritto di Pasquale Torrente¤, ‘Al Convento’ di Cetara.
Tag:al convento, cetara, eataly, frittura di calamari, frittura di pesce, pasquale torrente, ristoranti provincia di salerno
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6 agosto 2013
Chateau Pavie-Macquin è un premier grand cru classé (B) di Saint-Emilion. I 15 ettari della proprietà sono tutti collocati sul pianoro più alto di Saint-Emilion. Che poi parlare di altitudine sembra quasi irriverente se pensiamo di trovarci a circa 75/100 metri s. l. m..

Devo essere sincero: Bordeaux mi manca. Nel senso che sono ormai cinque/sei anni che cerco di provarmeli tutti quelli che mi passano tra le mani. Ma non è abbastanza. Una mia idea per la verità me la sono pure fatta, sembrerà banale ma è così: grandi vini ce ne sono ma bisogna spendere cifre importanti per poter godere di una ‘grande esperienza’. Tuttavia non mancano belle sorprese come certi cru bourgeois e secondi e terzi vini poco conosciuti; ma bisogna starci dietro assiduamente e più che in altri casi nel mondo fare bene attenzione alle annate in circolazione. Buoni e cattivi non ne mancano mai.
Non posso dire di esserne rimasto rapito ma questo 2004 mi è sicuramente piaciuto. Ho letto un po’ di cose di Albert Macquin, il fondatore dello Chateau, un vero pioniere cui in molti riconoscono un ruolo importante nel rilancio di Bordeaux devastata dalla Fillossera. Come delle tante difficoltà che non ha mai consentito a Pavie-Macquin di esprimere grandi vini prima del 1998, quando, con l’avvento della nuova proprietà, oggi in mano a Benoit e Bruno Corre e Marie-Jacques Charpentier, si è cominciato a cambiare registro e farsi notare un poco di più.
Di Bordeaux, e più in generale della Francia, mi ha sempre affascinato enormemente quanto siano capaci di esaltare al massimo il concetto di terroir che viene prima dell’uva e della stessa idea di vino che si vuole realizzare. Un terroir qui complesso più che mai: dalle precipitazioni che sembrano cambiare di metro in metro alle particolari condizioni colturali; nella sola proprietà di Chateau Pavie-Macquin si contano 9 diversi tipi di terreno per la maggior parte caratterizzato da argilla e calcare. Così si è piantato più merlot (80%) che cabernet franc (18%) e cabernet sauvignon (appena il 2%).
Il colore di questo duemilaquattro è nerastro, profondo, intransigente. Il naso si lascia attendere un po’, al primo approccio non è proprio pulito, quasi idrocarburico ma di buona complessità: tira fuori sentori di frutta rossa matura e sotto spirito (è netto il cassis), erbette, pepe nero ma anche tabacco bagnato, liquirizia. Il sorso è vellutato, centrale, appena caldo con un buonissimo ritorno fruttato sul finale. Tutto sommato se li porta davvero bene i suoi quasi 10 anni. Una buona bottiglia di quelle da mettere tra gli assaggi dell’anno da ricordare.
Tag:albert macquin, bordeaux, cabernet franc, cabernet sauvignon, chateau pavie macquin, merlot, saint emilion
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5 agosto 2013
Il regalo più bello che ti possa fare un cliente è il suo sorriso e la sua viva soddisfazione. Poi se ci scrive su pure qualcosa di così gratificante fa indubbiamente piacere condividerlo…

‘First and foremost I wish to thank Angelo for taking time out to show us “La Dolce Vite”, the wine cellar of Capri Palace and for spending time educating us on the wines of Campania, as well as his journey in the wine industry.’
‘I must admit my being in the wine industry has afforded many opportunities to meet wine personalities and visit cellars in an intimate and personalized manner but, the time spent with Angelo was truly one that stands out and will be remembered for a very long time.’ Terrance Mason, blogger.
Se vi va, qui¤ su Sagacious Palate, il suo blog, l’articolo completo con un bel corollario di foto della Dolce Vite del Capri Palace Hotel&Spa.
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Tag:angelo di costanzo, capri, capri palace, l'olivo, la dolce vite, new york, ny, sagacious palate, terrance mason, visit capri, wine industry
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4 agosto 2013
E’ un’uva venuta da ‘fuori’, a quanto pare introdotta sull’isola più o meno verso la metà dell’800 per dare manforte al bianco isolano per antonomasia, la biancolella. Rendergli quel poco di spessore in più senza però appesantirne il corpo.
In Campania l’idea del monovarietale si sa, sui bianchi in primis, è cosa abbastanza recente. Del resto basta dare una occhiata alle più prestigiose denominazioni in regione per rendersene subito conto: qui la tradizione, la storia, quindi il legislatore, hanno sempre sostenuto gli uvaggi più che tendere a restringere il campo a vini prodotti da una sola uva. E bianchi come il fiano di Avellino, il greco di Tufo ma anche i migliori rossi campani, dal Taurasi al Falerno, per quanto questi vengano ben interpretati da ogni singolo produttore con solo l’aglianico o, come nel caso del Falerno col primitivo, alla base delle singole denominazioni di appartenenza si prevedono comunque uvaggi di due se non più varietà.
L’uv e l’isul come viene chiamata ad Ischia la forastera è una varietà molto sensibile, specialmente all’oidio e pure in cantina dà i suoi bei grattacapi: ‘è necessario gestire al meglio soprattutto le prime fasi di vinificazione – precisa Nicola Mazzella cui ho chiesto spiegazioni – per evitare di ritrovarsi in bottiglia un vino verde e poco espressivo’. ‘Dopo 13 vendemmie mi sembra di aver intrapreso la strada giusta: lavoriamo le uve praticamente sottovuoto (stoccaggio, pigiatura e fermentazioni avvengono a temperatura controllata, ndr) e ci teniamo, anche per questo che è il nostro vino base, solo il mosto fiore che rimane circa 30 giorni sulle fecce fini prima di finire in bottiglia per qualche mese’.
Nel bicchiere arriva un bianco molto ‘particolare’, di spiccata personalità ma assolutamente godibile. E’ bello il colore paglierino/verdognolo, luminosissimo, invitante; è particolare il naso che ad occhi chiusi pare riportare immediatamente a paesaggi luminosi e assolati, alle vigne su per le colline e alle parracine ischitane spazzate dalla brezza marina. E’ marcato da una sottile e gradevole pungenza, mi ricorda per certi versi un bianco altoatesino che a me piace molto, il kerner; come questo è assai minerale, a primo acchito quasi tagliente, che regala un sorso di incredibile autenticità, unico. In più però qua dentro c’è un bel pezzo di storia del Mediterraneo. Hai detto niente…
Tag:cantine mazzella, doc, docg, forastera, ischia, isola verde, nicola mazzella, parracine, vini da suoli vulcanici
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2 agosto 2013
Venerdì 9 Agosto continua la stagione enogastronomica al Capri Palace Hotel & Spa con un nuovo appuntamento di primissimo piano.
L’Olivo apre le porte a Cantine Ferrari per celebrare un importante evento dove l’Arte della cucina e del vino si incontrano in uno degli scenari più suggestivi del mondo. Gli Chef Andrea Migliaccio e Alfio Ghezzi della Locanda Margon saranno gli autori di un esclusivo menu in abbinamento alle prestigiose bollicine Trentodoc di Ferrari.
Alle ore 20.00, sulla panoramica terrazza del Bar degli Artisti Aperitivo & Finger food a quattro mani con Trentodoc Ferrari Perlè Brut 2006 e Trentodoc Ferrari Perlè Rosè 2007, poi la serata continuerà al Ristorante L’Olivo con questo menu degustazione:
(Andrea Migliaccio)
Seppia con patate, erba cipollina, bottarga e limone alla fava tonka
***
(Alfio Ghezzi)
Blanc de Blancs Gabilo di fresca salatura, zuppetta allo Chardonnay
Con Trentodoc Ferrari Riserva Lunelli 2005
***
(Alfio Ghezzi)
Riso mantecato all’aneto, fasolari, caprino e polvere di trombette nere
Con Trentodoc Ferrari Perlè Nero 2006
***
(Andrea Migliaccio)
Spigola cotta in olio con pesca bianca, finocchio croccante e composta di prugna
Con Trentodoc Riserva del Fondatore Giulio Ferrari 2001
***
(Andrea Migliaccio)
Ciliegie alla cannella con spuma di yogurt e lime &
Ananas, cioccolato bianco e lampone
Con Trentodoc Riserva del Fondatore Giulio Ferrari 1994
Per Info e prenotazioni
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’Olivo
Tel. : (+39) 081 978 0560
olivo@capripalace.com
http://www.capripalace.com
Tag:big picture, bollicine, cantine ferrari, capri palace hotel, ferrari perlé, giulio ferrari, l'olivo divino, riserva del fondatore, trento, trentodoc
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1 agosto 2013
Una bottiglia che ti rimette in pari con le tante aperte negli ultimi tempi di sangiovese ‘vintage’ rivelatesi chi più chi meno delle mezze delusioni (quando non vere e proprie ‘disgrazie’).
Mi sono avvicinato a questa bottiglia, va sottolineato, con fare spocchioso e prevenuto, magari anche per questo ci metto ancor più entusiasmo nel riportare la bella esperienza regalata da questo Nobile.
Mi è sempre piaciuto bazzicare da queste parti pur nella convinzione che forse proprio Montepulciano, il suo Nobile e con esso, per ricaduta, il Rosso siano vini un poco sottovalutati tra i beneamati toscani in giro; non so se ‘apprezzati’ in misura minore ma di sicuro meno di quanto meriterebbero.
A pensarci bene pare chiaro che non godono del sempiterno successo commerciale del Chianti, quale che sia la sua declinazione e non hanno vissuto – o almeno non ricordo – un vero e proprio boom come successo ad esempio negli anni sessanta per il Brunello, consacrato ormai all’altare dei migliori; nemmeno si può dire abbiano avuto l’exploit di Scansano e del Morellino o l’ascesa di certi bolgheresi. Il Vino Nobile è lì, praticamente da sempre, vivacchia, penso io.
Gli corro dietro da parecchio tempo a un sangiovese – non brunello – così. Poche, pochissime le bottiglie di dieci e più anni capaci di emozionarmi, lasciarmi un segno, sorprendermi fuori da Montalcino. E invece: Antica Chiusina ’98 è davvero ‘un capolavoro’ come riporta la pagina internet di Fattoria del Cerro. Là dentro, in quei bicchieri, c’era di tutto iersera, proprio tutto per farti pensare di stare dinanzi ad un piccolo miracolo, ad una bottiglia in perfetto stato di grazia, incredibile, capace di stravolgerti completamente i pensieri.
Un colore rubino bellissimo, perfettamente integro, addirittura con ancora riflessi porpora (!) sull’unghia del vino nel bicchiere, intenso, di rara profondità. Il quadro aromatico è imponente, un lento divenire con tutta la frutta rossa che ti viene in mente – ciliegia, amarena, ribes – ancora in primissimo piano, sospinta da una dolcissima verve balsamica. Il sorso è lineare, succoso, avvolgente, materico, manca forse appena un pelo di vivacità ma è piacevolissimo tornarci su e seguirne l’evoluzione nel bicchiere. Carte alla mano prometteva almeno 15 anni di buona conservazione. Promessa assolutamente mantenuta. Per me un grandissimo vino!
Tag:antica chiusina, colorino, fattoria del cerro, montepulciano, prugnolo gentile, sangiovese, siena, vino nobile di montepulciano
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30 luglio 2013
A conferma di quanto appena scritto qui¤ merita due righe a parte lo Strione¤ 2009 di Gerardo Vernazzaro, bianco che nasce dalle vigne di falanghina a due passi dal cratere degli Astroni.

Alleggerito e ridefinito concettualmente conserva la spinta emozionale per cui è nato ma soprattutto quella lunghezza che tiene attaccati naso e bocca al bicchiere continuativamente. Il naso è concentrico ma franco, pulito, chiaro e immediatamente leggibile. Ci senti la macchia mediterranea ed ha continui rimandi di buccia d’agrumi e citronella. Il sorso è pieno, bello fresco e chiude sapido, deliziosamente sapido. Falanghina work in progress…
Tag:andiamotrips, cantine astroni, falanghina dei campi flegrei, gerardo vernazzaro, strione
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29 luglio 2013
Una vibrante, conviviale, interessante serata¤ in compagnia di vecchi e nuovi amici con nel bicchiere tante belle anime di una splendida terra. La mia.

Brava Karen Phillips¤ a pensare questa¤ bella iniziativa, a coinvolgere i quattro produttori presenti e, nonostante sia caduta a fine luglio quando in molti sono già con la valigia sulla porta, le tante persone appassionate che vi hanno preso parte.
Tralasciando il racconto di ognuna delle realtà che Luigi e Vincenzo Di Meo, Raffaele Moccia¤, Gerardo Vernazzaro e Francesco Jr Martusciello¤ rappresentano, di cui trovate su queste pagine già ampio riscontro e cronaca, queste che seguono sono le mie impressioni riguardo il senso compiuto di una inizativa del genere e i vini là in degustazione quella sera, non senza una doverosa puntualizzazione: a La Sibilla è andata in scena una suggestiva – speriamo definitiva – presa di coscienza di quanto valore abbia la risorsa agricola (vitivinicola) nei Campi Flegrei; al contempo, l’interessante rincorsa a ritroso nel tempo da un lato conferma quante sorprese riservino i vini di questa terra sospesa tra cielo e mare, grazie anche a bottiglie dalla solida impronta territoriale, ognuna con una propria precisa personalità, dall’altro non smette di ricordarci che certe ‘riletture’ vale sì la pena ‘sentirle’ ma non debbono divenire un dogma.

Mi spiego meglio: vini come il Domus Giulii 2009¤ di Vincenzino o il Vigna del Pino¤ 2003 di Raffaele, come pure il Coste di Cuma 2007 aperti l’altra sera sono stati, a loro modo, una piacevole e gradita sorpresa. Buccioso e profondo il primo, empireumatico e dannatamente sapido quello di Moccia, perfetto (!) – è proprio il caso di sottolinearlo – il cru dei Martusciello nonostante i cinque anni alle spalle.
Continuo però a pensare che la Falanghina dei Campi Flegrei debba rimanere un vino comprensibile già al primo naso, sin dal primo sorso, direi già solo a sentirne il nome: che quando lo bevi sia il cuore a richiamare adrenalina, piacere, divertimento e non la testa a doversi scervellare su cosa, perché, come.
Certo il tempo ci sta insegnando a non temerlo, il tempo. Va bene. E certi assaggi dicono che sì, si può osare, ma attenti però a non perdere la bussola e a non confondere oltremodo gli appassionati che già faticano tanto ad orientarsi davanti a uno scaffale o con una carta dei vini tra le mani. Quando la trovano la Falanghina dei Campi Flegrei sugli scaffali o in una carta dei vini. Insomma, godiamoci tutto il meglio possibile ma rimaniamo concentrati sul pezzo¤, please!

Colle Imperatrice 2012 Cantine Astroni¤. Invitante e pieno di verve il bianco di Gerardo¤, è sgraziato e coinvolgente, non smette un attimo di stuzzicare le papille gustative. Si colgono sentori agrumati dolci e pietra focaia, il sorso è fresco e sapido.
Agnanum 2011 Raffaele Moccia. Non ne sbaglia una Raffaele di bottiglie, quella vigna è un gioiello e i suoi vini perle d’autore. Francamente sono rimasto rapito anche dalla duemiladodici portata in anteprima, che è ancora in vasca e uscirà solo in autunno. Naso sempre sugli scudi, sorso ‘verace’ e lungo, chiusura quasi salina. Una bella esperienza anche la 2003, un po’ monocorde al naso ma dal sorso ancora vibrante e ricco di sfumature.
Coste di Cuma 2007 e 2011 Grotta del Sole. Bello il regalo di portare in degustazione la 2007, la prima annata con bottiglia ed etichetta nuove, la prima a segnare il definitivo cambio di passo sull’uso dei legni con un convinto ritorno all’acciaio e bottiglia come valore aggiunto. Il vino perfetto l’altra sera, esempio lampante di quanto si sia continuato a lavorare duro e bene nonostante i successi¤ e i numeri. Il duemilaundici invece è appagante e minerale, assolutamente pronto da bere e l’estrema godibilità non fa che rassicurarti.
Cruna DeLago 2011 La Sibilla¤. E che dire ancora di questo meraviglioso bianco, che è buono? Che da solo vale il viaggio in cantina? Certo, anche. Vincenzo Di Meo sta lavorando duro per essere all’altezza, Luigi in campagna ha ripreso a fare quello che gli è sempre piaciuto fare, stare dietro ad ogni filare e portare in cantina la migliore uva possibile. E i risultati ci sono tutti!
Tag:agnanum, andiamotrips, campi flegrei, cantine astroni, coste di cuma, cruna de lago, gerardo vernazzaro, grotta del sole, karen phillips, la sibilla, raffaele moccia, snapshot, vincenzo di meo
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26 luglio 2013
Siamo noi, siamo questi, con queste facce qui. Chi fa cosa in sala al Capri Palace Hotel. Con calma, non appena possibile, tocca poi ai commis e agli chef de rang. Nell’ordine si va da destra a sinistra…

Giovanna Ragone, Cava de’ Tirreni, classe ’85. E’ arrivata al Palace nel 2005 come commis de rang. Oggi con Enrico ed Angelo supporta Luca nella direzione del Ristorante. ‘Supporta’ si può leggere sia in italiano che in dialetto napoletano. Beve responsabilmente.
Fabio Raucci con i suoi quasi 37 anni suonati è il veterano, ha vissuto praticamente tutta l’evoluzione del Ristorante L’Olivo e le vicende dell’Albergo sin dal 2001. Ha cominciato come chef de rang, oggi è F&B Manager. Più birra che vino.
Io¤ sono arrivato al Capri Palace nel maggio del 2009 dopo una lunga esperienza per conto mio a Pozzuoli. Qui metto a posto carte, sistemo cartoni, stappo bottiglie (soprattutto). Ogni tanto sciabolo.
Enrico Moschella è di Taormina, classe ’81; è arrivato qui nel 2009, praticamente abbiamo cominciato assieme questa avventura. E’ entrato come chef de rang, dall’anno scorso è Assistant Restaurant Manager. Beve con piacere – dice – a piccoli sorsi.
Angelo Cobucci è di Alfano, una ridente località in provincia di Salerno. E’ stato da queste parti già nel 2005 come chef de rang, poi dopo un po’ di montagne ci è tornato. Anche lui tiene la ‘giacca’. Beve solo roba buona.
Luca De Coro è di Marano di Napoli, ha trent’anni ed è qui dal 2005 quando arrivò come commis de rang. Nel 2010 è stato nominato dalla Leading Hotels of the World¤ – di cui l’albergo fa parte – Employee of the year. E’ il Restaurant Manager de L’Olivo. Ha una gran passione per le bollicine!
© 2013 Capri Palace Hotel&Spa¤ Staff
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25 luglio 2013
Sul numero 12 di ‘Capri The Divine Coast¤‘ è uscita una mia breve intervista. Le origini, le prime esperienze, il lavoro oggi qui al Capri Palace. Come sempre mi porto tutto dietro…

Quando ha deciso di diventare sommelier? Finita la scuola (Istituto Alberghiero, ndr) ho iniziato a lavorare in un ristorante di Pozzuoli, cucina tipica e vino sfuso. In sei anni sono diventato direttore in sala e ho creato una cantina di 4 piani con centinaia di etichette. Da lì è iniziata la mia passione per il vino…
Quali sono i vini di punta della vostra cantina? E’ una cantina legata al territorio con il 40% di vini campani, il meglio dei vini italiani, tra cui Barolo e tanti toscani; e una bella selezione di bollicine, con anche molti nomi francesi. Ma siamo forti anche per quanto riguarda i vini al bicchiere, proponendo al cliente una scelta di circa 40 etichette divise nelle varie tipologie. E poi aggiorniamo le nostre carte, una per ogni ristorante, ogni giorno.
Il complimento più bello che ha ricevuto nel suo lavoro? Quando si rendono conto della sincronia della nostra brigata.
Cosa rende speciale Anacapri? La natura che qui è rimasta così potente ed è lo sfondo ideale per queste bellezze, ha mai fatto una passeggiata nelle vigne di Anacapri?
Un abbinamento che sa di Capri, un vino e un cibo? Spaghetti con i ricci con Pedirosa 2012 La Sibilla, un rosato dei Campi Flegrei.
Da sorseggiare al tramonto sulle terrazze del Riccio, una coppa di… Un asprinio d’Aversa, con bocconcini di mozzarella.
© Gruppo Editoriale – Capri The Divine Coast
Tag:anacapri, asprinio d'aversa, capri palace hotel, capri the divine coast, gruppo editoriale, la fattoria del campiglione, pedirosa la sibilla, sophia loren
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15 luglio 2013
Che le bollicine in Italia tirino alla grande è ormai cosa risaputa. Si è generato tra l’altro un movimento trasversale che vede coinvolto a vario titolo un po’ tutto il territorio nazionale da nord a sud.
Bollicine d’autore, metodo classico di spessore affiancati qua e là da altri spumanti: da uve autoctone e non, Prosecco col fondo (o col tranello), rosé, dolci, vini ‘di facile beva’. Un mare di cose interessanti¤, qualcosa di veramente sorprendente¤, altre un po’ meno centrate ma comunque funzionali all’economia aziendale. E mentre ci si divide tra origine certa e presunta, tra chi lo Charmat ce l’ha più lungo o il Marone Cinzano con più o meno botto, il mio pensiero va sempre là dove fare spumante è diventato nel frattempo arte e cultura, tipo in Trentino¤ o in Franciacorta¤.
E proprio qui, in Franciacorta, ormai sono tante le aziende di riferimento, tra le quali non manca quella del cuore capace di rimettere sempre ordine ai pensieri.
Delle sboccature più recenti assaggiate ho colto tante belle conferme con una nota su tutte: è chiara una maggiore propensione alla produzione dei pas dosé quando non, più in generale, un costante ‘alleggerimento’ del dosaggio stesso delle cuvée, una tendenza benaugurante capace così di esaltare alla grande certe peculiarità laddove si lavora con un buon numero di sovrapposizioni, siano esse varietali che tecniche, come avviene, appunto, per produrre Franciacorta. E questa etichetta qua di Cavalleri¤ mi è parsa ancora una volta molto ben riuscita, direi appena una spanna sopra le altre.
Una cuvèe ottenuta assemblando vini da vigne tutte attorno ad Erbusco, cuore della docg, solo chardonnay che per il 65% viene dalla vendemmia 2009, 25% dalla 2008 ed il restante dalla 2007. Quasi tutto fermentato in acciaio con solo un 5% che fa botte grande di rovere e un 5% barrique vecchie.
Il risultato è un Blanc de Blancs brut – un francesismo mai improprio in casa Cavalleri¤, ndr – brillante, cremoso, pieno di verve. Il colore è di un paglierino maturo splendido e le bollicine richiamano carezze e finezza senza mai fine. Pulito il naso: chiaro, invitante, fragrante con tutte note fruttate e aromatiche che si rincorrono sino a divenire candite, soavi, addirittura di rimando a spezie orientali. Il sorso è franco, dritto, vibrante direi, lungo. Ha materia e si fa bere, vuole cibi ricchi e profumati, va che è un piacere a tutto pasto. Un riferimento imperdibile!
Tag:big picture, Blanc de Blancs, Brut Cavalleri, chardonnay, franciacorta, giovanni cavalleri, l'arcante, pas dosé, pinot nero, s.a., terre di franciacorta, trentino, trento doc
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14 luglio 2013
Lo ripeto spesso ai miei più stretti collaboratori. E’ un insegnamento prezioso che mi tengo molto caro: se hai fatto tutto quanto necessario per metterti in linea con le ‘duties’, che tu lavori in un ristorante tradizionale o in un posto gurmé tutto ti viene più facile.
Dico: se la carta dei vini è in ordine, con le bollicine, i bianchi e i vini dolci tutti a disposizione in frigo, la cantina del giorno a posto, i bicchieri in mis en place perfettamente puliti e tutto quanto necessario per il servizio pronto per l’uso, non hai da temere impasse.
Certo, c’è l’imprevisto. Una richiesta particolare, un momento durante il servizio che diviene concitato, magari perché un vecchio sughero ti si spezza o una bottiglia che apri non ti convince del tutto. Cosa fai? Niente panico, con la calma si risolve tutto. L’errore ci sta, quando si sta in sala capita di commetterne, ma è come lo si gestisce che fa la differenza. Per dirla con un vecchio adagio pubblicitario ‘la sicurezza è nulla senza il controllo’.
Fare il sommelier significa lavorare duramente da mediano. Quelle due/tre ore in sala non sono altro che l’atto conclusivo di tutto un giorno di lavoro. Quanto si fa in sala, il servizio in senso stretto dico, è appena il 30% del lavoro. Poi vabbé, c’è chi preferisce pensare ad altro, ai lustrini, a sgomitare, sculettare e dipingere iperboli per farsi bello e bravo. Ci sta, a qualcuno piace più stare sul palco che nella realtà…
Tag:angelo di costanzo, big picture, capri palace hotel, l'arcante, professione sommelier, servizio sommelier, sommelier
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11 luglio 2013
Fine anni ’90, primi del 2000, anni di gran fermento. Qualcosa nel mio lavoro stava cambiando repentinamente. Poco più che ventenne avevo tra le mani una delle cantine¤ più fornite allora in circolazione dalle mie parti. E la fortuna di vederla girare a mille.
Con Michele e Nicola de La Fattoria del Campiglione¤ a Pozzuoli l’abbiamo scavata con le mani nude quella cantina; stagioni incredibili, dure, di gran sacrificio eppure indimenticabili e di grandi soddisfazioni. Qualcosa stava cambiando nel mio modo di vedere la sala e la gestione della cantina. Uscivano belle bottiglie, ‘importanti’ si dice, che meritavano maggiore attenzione e conoscenza. Era urgente, se non indispensabile, affiancare alle letture e alle bevute propedeutiche una formazione solida e prospettica. Visitare cantine, frequentare altre realtà, tavole da prendere ad esempio sembrava non bastare più. Volevo fare il sommelier.
Veniva Ferragosto, le ferie sino a settembre. L’aspettavano tutti per andarsene in Sardegna o in Spagna – ad Ibiza per dirne una -; io e Lilly partivamo per Guardiagrele per andare a mangiare ‘Pallotte case e ove’ da Peppino Tinari a Villa Maiella e fare una capatina alla scoperta di una nuova cantina, ci dicevano di un certo Gianni Masciarelli. Poi magari più su a conoscere l’estro di Moreno Cedroni a Senigallia. Da lì da Umani Ronchi, poi Lungarotti, Ercole Velenosi, ma anche Tenuta di Nozzole, Castello di Verrazzano, Ruffino, Badia a Passignano, Castello della Sala e bla bla bla… con gli occhi spalancati sempre grandi così!
Ci siamo andati pure noi in Sardegna, mica eravamo così scemi, ma una capatina da Sella&Mosca piuttosto che a bere torbato alla Cantina Cooperativa di Santa Maria La Palma o un Nepente ad Oliena era d’obbligo. Insomma: niente vacanze senza vino e cibo, senza appunti di viaggio. Così siamo ‘cresciuti’.
Poi c’era il Gambero Rosso¤. Quel Gambero Rosso. Era un riferimento assoluto. Sembra un’eternità tanto è cambiata l’epoca così repentinamente. Leggevo Cernilli¤, Sabellico, le scorribande catalane di Bolasco, le ‘sue’ birre, poi il Bastian Contrario Luciano Di Lello. Puntuale, ogni mese, ero lì in edicola. Non me ne perdevo una di uscita. E buttavo giù i miei appunti, le mie prime sensazioni delle cose che bevevo, di certe etichette, scoprendo termini e intuizioni a me nuovi, cercandone di capire il senso in quei bicchieri.
Così, la sera, delle decine di bottiglie ‘buone’ conservavo quelle due dita da assaggiarmi con calma a fine servizio. Mi prendevano per matto: a fine serata invece di andarmene a casa me ne stavo lì, nell’office, a farmi le ‘pippe mentali’. Taurasi ‘88 Mastroberardino la prima volta che provai un sussulto. Montevetrano ’97 il primo grande rosso capace a convincermi che sì, si poteva fare.
Provai a mandare qualche mia recensione alla rubrica ‘Scelti da Voi’: Spett.le Gambero Rosso – via A. Bargoni 8, 00153 Roma. E chi se lo scorda! Cernilli introduceva le recensioni sempre con un suo breve ‘cappello’, a Rosanna Ferraro toccava metterne qualcuna in fila per la pubblicazione. Un mese, poi due, quasi volevo rinunciare. Poi uscì la prima, la seconda, ricordo che una volta (o due mi pare) me ne pubblicarono addirittura più d’una: immaginatevi me, dieci, dodici anni fa, che buttavo giù quattro righe poi pubblicate sul Gambero Rosso…
Ecco, l’altro giorno giocando agli esploratori con Letizia, tra le vecchie cartine geografiche che usavamo per andarcene in giro ho ritrovato alcune vecchie recensioni che non ho mai spedito; credo perché preso ormai da altro, soprattutto dal lavoro una volta aperta l’enoteca, siamo nel 2002, che per almeno 5/6 anni non mi ha fatto più pensare ad altro che portare avanti la baracca.
Poco dopo, nel 2006, l’avvento del web, Luciano Pignataro ed il suo Wineblog¤. Altro tempo, altra esperienza, altra crescita. E non si finisce mai di imparare.
P.S.: scrive Rosanna Ferraro: ‘Quante ne ho lette di tue lettere! Eri diventato un “amico” anche se sconosciuto in un’epoca e con modi di comunicare che adesso sembrano jurassici. All’inizio ti credevo un po’ fuori di testa e pensavo che ti saresti stufato presto e invece… puntuali come cambiali ne arrivavano sempre. Sei stato fedele e costante oltre ogni immaginazione. E ogni volta ti miglioravi. Parola. Non so più quante tue recensioni ho pubblicato, ma tante. Una sorta di precursore degli attuali blogger, quando di “serial writer” (in positivo, ovviamente) ce n’erano pochi e niente!’
Tag:angelo di costanzo, daniele cernilli, gambero rosso, l'arcante, lilly avallone, luciano di lello, luciano pignataro, roma, rosanna ferraro, sommelier, via angelo bargoni 8
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9 luglio 2013
Un po’ di tempo fa, era di Maggio, sono stato ospite con un po’ di amici e colleghi a pranzo da Tonino e Rita Mellino nel loro stupendo Ristorante Quattro Passi a Nerano. Si presentavano alcune nuove annate di Silvio Jermann¤.

Una bellissima esperienza. Da tempo mancavo appuntamenti di questo genere per i tanti impegni che durante la bella stagione ti costringono sistematicamente a rifiutare gli inviti. C’è da fare, tanto da fare. Non c’è un momento da perdere…

Però stare assieme a tanti bravi professionisti dell’ospitalità campana fa bene. Un confronto, uno scambio di opinione, due chiacchiere sono sempre assai utili, soprattutto quando accompagnati da una cucina d’autore come quella di Tonino e vini che hanno sempre qualcosa in più da raccontare, ogni anno di più.

‘Ha coraggio Silvio ad uscire col Were Dreams 2011 col tappo a vite’, ci siamo detti. Io ci sono, lui lo sa. Io ci credo. E bene fa a mettere assieme tante personalità, professionisti (qualcuno di lunghissimo corso), per tastare il polso sulla faccenda. Il tappo a vite è il futuro, ne siamo convinti in molti, ma bisogna saper gestire bene la cosa affinché non s’inneschi solo un fenomeno che faccia moda per un po’ e non la storia.

Dei vini magari scriverò un report più in là (ancora?). Di getto vien da ribadire quanto il Vintage Tunina rimanga un grande bianco, uno dei più affascinanti italiani e, più in generale, che anche da queste parti ci si è accorti di quanto sia necessario sempre più riscoprire valori come la ‘leggerezza’ e la ‘franchezza’, soprattutto nei bianchi, riducendo magari all’essenziale l’apporto dei legni a favore di una maggiore freschezza a discapito di rotondità talvolta troppo accentuate. E proprio il Were Dreams 2011 (ma anche il 2010) sta a testimoniarlo.

La cucina del Quattro Passi è un po’ riassunta in queste poche istantanee: mediterranea, istintiva, essenziale, saporita. Vera. Non sta certo a me dirlo, ma mi pare come un tuffo nella tradizione più pura. Che poi ci mancavo da qualche anno e con i locali completamente rinnovati camminare su e giù per le sale, la terrazza, il giardino è un vero piacere. Mi è piaciuto molto la luce che si riesce ad apprezzare ovunque in giro. Poi quel panorama è un vero e proprio regalo pei sensi.

Poi ti portano in tavola le dolcezze e capisci che no, non ti eri sbagliato. Qua è proprio il paradiso! Per inciso, quella tartelletta alle fragoline là credo sia la più buona mai mangiata in vita mia. Fresca, gustosa, appena dolce. Per i Maritozzi, petit fours e coccole a fine pasto poi non ho parole.
Ristorante Quattro Passi
Via A. Vespucci – Loc. Nerano, 13/N
80061 Massa Lubrense
http://www.ristorantequattropassi.com
info@ristorantequattropassi.com
Tel +39 081 8082800
Tel/Fax +39 8081271
Tag:giancarlo marena, jermann, massa lubrenze, nerano, quattro passi, rita mellino, silvio jermann, tonino mellino, tonino quattro passi, vintage tunina, were dreams
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6 luglio 2013
Quante volte ve l’hanno detto che l’annata 2002 è stata piovosa e che i vini di quell’anno non sono un granché?. Quante volte l’avete sentito dire o letto in giro? Come pure che, nel 2003, al contrario, l’annata molto calda, caldissima ha dato vini tutti cotti dal sole buoni solo da spalmare sulle fette a colazione?

Ecco, come si dice: l’Italia è un paese di Santi, Navigatori e… grandi degustatori! Eppure il vino, certi vini come questo, sono capaci di metterci a nudo come più di una predica alla domenica in chiesa e a volte più di un temporale in piena estate.
Nulla da dire sulla piovosità del 2002, proprio io quell’anno compravo per la prima volta una Nuova Vespa che ho poi subito rivenduto ai primi di settembre: tanta acqua non l’ho mai più presa in vita mia. Però qua la differenza sta tutta nell’uva e in quella terra straordinaria che è il Vulture. Nemmeno tanto nel manico del produttore, a quel tempo Michele Cutolo aveva appena cominciato e stava pieno di impicci da sistemare. Credo tra l’altro non avesse ancora nemmeno la cantina là a Barile.
Ma che vino il Teodosio 2002! Vivo, polposo, disteso. Il colore è perfetto, sul rubino appena sfumato. Il naso è dapprima tabaccoso, poi viene fuori tutta la freschezza dell’aglianico, la dolcezza della ciliegia, il balsamico della liquirizia, l’erbaceo secco e piacevolmente pungente. Il sorso è netto, spogliato del tutto del tannino ma ben dritto, caldo e avvolgente, succoso e lungo, fine, piacevolissimo. E’ nato proprio quell’anno al posto del primo vino di Basilisco, non prodotto. Una bella e profonda esperienza.
Tag:2002, aglianico, aglianico del vulture, annata 2002, barile, basilicata, basilisco, michele cutolo, qualità dell'annata 2002, teodosio
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3 luglio 2013
Uno dei rosè più stuzzicanti di questa estate. Sa proprio di pepe rosa come il nome anticipa. Certo, col syrah si fanno vini molto più interessanti ma non sottovaluterei la riuscita di questo qui…

Invero non credo sia così diffuso qui in Italia, pare che l’azienda lo produca solo per alcuni importers americani che da qualche anno ne facevano pressante richiesta. Chissà.
Viene ottenuto per salasso dal mosto preparato per Il Bosco, il primo vino 100% syrah di Tenimenti d’Alessandro prodotto con l’uva delle vigne intorno Cortona. Cru che in genere viene ammostato in tini tronconici. Da qui, più o meno un 10-15% viene quasi subito passato in acciaio e lavorato alla stessa stregua di un bianco.
Ecco perché viene una delle cose più interessanti da fare col syrah, soprattutto in tempi come questi dove si assiste ad una drastica riduzione di richieste di vini robusti e muscolosi molto, a volte ancora troppo, ‘stile anni ‘90’. Il colore è tenue ma non per questo meno invitante, anzi; poi ha un naso che è un portento, intrigante di note floreali ed aromatiche, con un continuo rimando delizioso a spezie ed erbe officinali. Il sorso è sottile, bello fresco, molto piacevole e con un ritorno sul finale che sa proprio di pepe rosa. Appunto.
Tag:big picture, cortona, pepe rosa, rosè syrah, syrah il bosco, tenimenti luigi d'alessandro, toscana rosè wine
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1 luglio 2013
Io me li porterei sempre dietro prima di partire per una vacanza. Anche solo appuntati su di un foglietto. Pochi vini, giusto qualche etichetta che non riesco a fare a meno di segnalare come i vini di questa mia estate (di lavoro) 2013. A cominciare da qualche buon assaggio di rosati 2012…

Sono proprio questi¤ quelli da bere con semplicità, magari in compagnia e senza troppe fisime; quei vini capaci di sollazzare il palato, accompagnare a dovere quattro chiacchiere ed una cucina che in estate si alleggerisce parecchio senza però perdere il gusto della precisione e della territorialità.
Uno di quelli da mettere nero su bianco con una certa sottolineatura è il rosato di quest’anno di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli. Il loro Costa d’Amalfi 2012 è fine ed elegante, ha un naso avvincente di viola e di ciliegia; è secco, piacevolissimo, soave sul finale di bocca. E rimanendo da queste parti non male anche il rosato di Tenuta San Francesco, su a Tramonti, solo un poco più ‘carico’ e asciutto, con quel pizzicore amaro sulla chiusura di bocca.
Molto buoni continuano imperterriti ad essere il Negroamaro rosato di Rosa del Golfo, ormai una certezza assoluta per chi beve rosati da anni come pure il Chiaretto Rosamara di Costaripa. Là in Salento la formula è immutata: un vino schietto e verace con tutto il sapore dolce e croccante dei frutti rossi della bella stagione. Mattia Vezzola invece l’ha indovinata ancora una volta e il suo Chiaretto si può dire ormai a tutti gli effetti il vero antagonista ai classici provenzali: dal colore tenue, ha naso sottile ed intrigante intrecciato persino di aromi lievemente speziati ed un sapore avvenente e delicato, tanto da richiamare continuamente il sorso.
Poco più su, in Alto Adige – ne ho già scritto qualche tempo fa -, m’è parsa una bella scoperta La Rose 2012 di Manincor¤. Un vino dalle tante sfumature eppure essenziale e piacevolissimo. Sempre sugli scudi il Pinot Nero Rosé di Franz Haas, già al terzo anno di successi con la vendemmia 2012 e, da segnalare, la buona uscita del Lagrein Rosé 2012 di Terlan.
Ritornando ai ‘nostri’¤, qualche appunto in chiusura: Peppino Pagano, San Salvatore, ha tirato fuori un Vetere 2012 un po’ più alleggerito; sinceramente mi è piaciuto meno del 2011 (per non dire dello strepitoso 2010¤), va detto però che tiene bene la freschezza e la gradevolezza della beva. Tra i tanti altri campani mi riservo invece di dedicare più attenzione alle bevute del Vado Ceraso 2012 di Vestini Campagnano, del Pedirosa 2012 di Vincenzino Di Meo e, non ultimo, il Rosalice¤ 2012 di Maria Felicia Brini, ‘versione aglianico’ stavolta, di cui conservo ancora buoni ricordi sin dal suo esordio. Il loro primo assaggio mi è parso assai interessante, d’altronde l’estate è appena cominciata…
Tag:aglianico, alto adige, costaripa, estate rosa, la rose de manincor, negroamaro, piedirosso, pinot nero, rosamara, rosati d'Italia, vini rosè
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23 giugno 2013
Certi giorni metti assieme tante di quelle ore di lavoro che nemmeno ti accorgi che giorno è. Poi però ti rendi conto che è così che deve andare.

Le tue 12/13 ore (di media) non saranno mai paragonabili alle 15/16 necessarie per arrivare e tornare – chennesò – dalle parti del Quebec, in Canada. E conta poco o nulla chi fosse in servizio quella sera: quel sorriso carico di soddisfazione, quelle calorose strette di mano, quegli abbracci ripetuti, sinceri, sono per tutti. E di tutti! Nero su bianco. 🙂
Tag:anacapri, camerieri, capri palace hotle, comment card, commenti dei clienti, complimenti allo staff, due stelle michelin, isola di capri, l'olivo, recensioni, servizio in sala, sommelier
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16 giugno 2013
Entrando dal fruttivendolo noto subito delle bellissime pesche bianche. Chiedo quanto vengono al chilo e, se possibile, la loro provenienza. ‘Guardi, non saprei dirle, io tra l’altro sono Geometra, di frutta non ci capisco granché, ma vanno via a ‘due lire’ e col vino, come aperitivo – mi creda -, c’ho preso il diploma, ci stanno alla grande!’.

Avevo male a un dente. Un molare per la precisione. Un po’ di carie, ma soprattutto mancavo di fare una pulizia decente da qualche anno, insomma la solita abitudine a sottovalutare la prevenzione. Chiedo a un amico, Gerardo – un caro amico -, se conosce qualcuno che mi possa aiutare. Mi porta dall’avvocato: ‘scusa, ma che ci facciamo dall’Avvocato?’. ‘Non ti preoccupare: chillo è avvocato? E sta bene. Sa il fatto suo…, poi ci diamo una cassa di vino – quello ci capisce – e tutto si aggiusta!’

La mia macchina viaggia per i 204.000 chilometri. Peugeot 206, del ’99. Consuma un po’- olio soprattutto -, gli ho appena rinfrescato il motore con due litri, ieri l’altro. Da qualche settimana però mi fa le bizze, anzi, mi fischia. Saranno i freni, mi son detto. Sono i freni. ‘Uno di questi giorni sarai costretto a frenare coi piedi per terra, mi sfotte Nando (un amico). E portala a vedere da un Veterinario; quello che ci mette, dieci minuti, ci fa un check-up e via! Mo’ se preso pure il diploma…’.

Vabbè dai. Fermiamoci qui. Potrei continuare all’infinito. Si, sono tutti sommelier. E sono tutti i nuovi clienti del tuo ristorante e di questo dove lavoro io. Clienti, quelli di oggi, con la ‘C’ maiuscola: che conoscono, che bevono, che fanno i ‘laboratori’, i ‘seminari’, che sanno. Però, ogni tanto mi viene lo stesso da domandarmelo: ma che c’entra il Geometra, l’Avvocato, il Veterinaio, l’Assicuratore, l’Otorinolaringoiatra, il Segretario (comunale, amministrativo, con varie attitudini) col mio mestiere? E dire che hanno studiato, talvolta sono finissimi intellettuali, si sono dannati l’anima per non finire a fare, come me, il cameriere; e poi…

Eh già, quello che s’atteggia sarei io. Troppo serio. Anzi, ‘quello che si prende sul serio’. Ebbene si, è vero, io faccio il Sommelier. Solo quello so fare. Il Sommelier, solo quello mi va di fare. Seriamente!
Tag:assicurazioni auto, avvocato, cameriere, doposci, fruttivendolo, geometra, intelletuale, medico, noi di sala, pescivendolo, professione sommelier, sommelier, veterinaio
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12 giugno 2013
Aziende come Mustilli pare che te le trovi sempre lì, a portata di mano, nonostante ti perdi qualche passaggio o annata. Una di quelle che non fanno ‘rumore’, né cedono più di tanto alla mondanità o tendenze modaiole che pur stanno imperversando in regione in lungo e in largo da qualche tempo.

E’ là, a Sant’Agata dei Goti¤, uno dei borghi d’Italia più belli e imperdibili. Un vigneto, sparso tra il Sannio e il Beneventano, sempre troppo poco pubblicizzati e attenzionati nonostante oltre ai numeri siano ormai decine le aziende meritevoli di maggiore rispetto.
Una famiglia, quella dei Mustilli¤, che tanto ha fatto e fa per il vino campano. Si deve – forse in molti fanno presto a scordarlo -, proprio all’ing. Leonardo Mustilli l’invenzione della falanghina ‘in bottiglia’, nel 1979. Altri tempi. Gente che lavora sodo insomma e che, nonostante la crisi, toma toma, si permette il lusso, appena in giugno, di aver già esaurito buona parte delle nuove annate in carnet.
E poi c’è Fortunato Sebastiano¤, tra i più bravi e attenti enologi campani che con Anna Chiara Mustilli stanno pian pianino rivoltando come un calzino le vigne e i processi di produzione in cantina. Un lavoro silenzioso, quasi sussurrato, ma che attraverso bottiglie sempre più ‘leggibili’ e fruibili, buone, varietali – in una parolona: tipiche! -, vengono via alla grande. Tra l’altro, se non lo avete ancora fatto, provate pure l’ultimo piedirosso loro: è un portento per rapporto prezzo-qualità!
Che poi non so se questo duemiladodici del Vigna Fontanella sia il più buono di sempre uscito dalla loro cantina, però certo è che viene di una franchezza e piacevolezza davvero uniche. E’ sottile, vivace, invitante al naso, secco ma lentamente scioglievole in bocca. Un bianco che poi si smarca nettamente dall’idea di copiaincollare ciò che si fa in Irpinia, dove il greco assume spesso caratteri sulfurei e terrosi molto marcati, particolari, talvolta inarrivabili per complessità e animosità.
Ecco quindi una versione di più facile approccio forse, immediata ma affatto banale, da spendere a più riprese su qualsivoglia piatto leggero, di mare, da mettere in tavola soprattutto in questo inizio estate.
Tag:annachiara mustilli, beneventano, falanghina, fortunato sebastiano, ing leonardo mustilli, maril' mustilli, mustilli, sannio, sannio greco, sant'agata dei goti, vigna fontanella
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10 giugno 2013
Dario Cavallo mi è venuto a trovare. Di solito vale l’inverso, come è giusto che sia, però che piacere conoscerlo e scambiarci due chiacchiere.

Mi ha raccontato un po’ della sua terra, delle sue vigne, qualcuna parecchio vecchia, dei suoi vini. Dei primitivo anzitutto. Di MilleUna, l’azienda che conduce con il figlio là in Puglia, nel tarantino, ne avevo già letto in giro qualcosina: di solito certe buone notizie fanno il giro alla larga, ma poi arrivano.
E’ rosso poderoso il Tretarante 2009, di sfacciata consistenza e lunghezza. Il colore è praticamente impenetrabile, quasi inchiostro. Il naso sparge a ventaglio note molto invitanti di frutti neri e confettura di prugna, poi nuances di tabacco, caffè ed un piacevole rimando cioccolatoso. Il sorso è notevolmente caldo, balsamico, sinceramente appagante e rotondo, condito da una buona freschezza.
Un modo per goderne a pieno in questi giorni di afa – perché lo merita, credetemi – è giocare un po’ di fino abbassandone la temperatura di servizio di quel tanto che basta tenendolo una mezz’ora in frigo, giusto sino ai 14°. Così, il suo 18% in alcol viene di sentirlo ‘attenuato’ e la croccantezza del frutto diviene magistrale e godibilissima. Tutto il resto è un piacevolissimo danzare sul velluto.
Tag:2009, capri, capri palace, dario cavallo, milleuna, primitivo, primitivo del salento, puglia, salento, tretarante
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8 giugno 2013
Non che siano mancati argomenti e bottiglie interessanti da segnalarvi, anzi, ma sono giorni davvero molto, molto intensi qui a Capri. Tra l’altro qualche giorno fa m’è pure venuta in mente una cosettina non da poco pensando di ricatalogare tutte e diecimila le bottiglie sistemate in cantina. E solo quelle per fortuna. A ‘bere’ assieme però ci torniamo presto, promesso. Capita ogni tanto di dover fare un lungo respiro…
Tag:assente con giustica, assenteismo, capri palace, dolce vite, l'arcante, lavori in cantina, sommlier
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6 giugno 2013
Tag:100 vini da non perdere, angelo di costanzo, guida ai vini, il primo libro di angelo di costanzo, libro vini, professione sommelier, sommelier non si nasce (ancora), storia di un sommelier, vita da sommelier, vorrei bere per cent'anni
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3 giugno 2013
Sono stato a Vitigno Italia¤ per un breve passaggio con degli amici. Della fiera in se mi viene da dire poco o niente; ci sono stato troppo poco tempo, a malapena un paio d’ore, ma certe cose si colgono a pelle. ’Il braccialetto? Il braccialetto! E il braccialetto?’ Oh, manco fossero ‘le farfalle’ di Cruciani!

C’è uno sforzo enorme per farlo sopravvivere questo Salone, va detto, ci sta anche bene. E’ pur sempre una valida opportunità per i napoletani di rimanere in contatto con uno spicchio di mercato nazionale. Come rimane suggestiva la location a Castel dell’Ovo seppur con le tante difficoltà operative che comporta.
Va sottolineato però che a distanza di quattro anni (dalla mia ultima fugace partecipazione) poco o nulla mi è parso cambiato in meglio. Dal cosiddetto servizio d’ordine – ahimé talvolta fin troppo sgarbato – ai problemi di sempre mai risolti: vini bianchi non proprio alla giusta temperatura, qualche espositore (assente al banco) in perenne ritardo, qualcun altro chiaramente poco interessato all’interlocutore di turno.
Qualche buon assaggio però me lo son portato dietro lo stesso. Meravigliosi due bianchi su tutti: il Vette di San Leonardo 2012¤, dell’omonima azienda di Avio, vicino a Trento e poi il Nussbaumer stessa annata di Tramin. Uno strepitoso sauvignon blanc il primo, di una vivacità olfattiva tanto coinvolgente quanto invitante: pesca bianca, frutto della passione e menta piperita, salvia e roccia calcarea. Niente pipì di gatto insomma. In bocca è secco e acidulo, rinfrescante e sapido. Di enorme bevibilità, piacerebbe persino a chi non ama per niente il sauvignon.
Il Nussbaumer 2012 invece conferma che il gewurztraminer ha superato brillantemente quella fase di pura tendenza e sta cominciando a proporsi ogni anno sempre più a grandi livelli. Fitto e compulsivo il naso, oltremodo piacevole e balsamico, di grande equilibrio (finalmente) il sorso; è quindi secco, fresco, godibilissimo. Senza sbavature.
Buono buonissimo (ché c’era bisogno di conferme?) il Giorgio I 2009 di Giampaolo Motta¤. Assai varietale il purpureo Colle Rotondella 2012 degli amici Gerardo¤ ed Emanuela e, a tema, stuzzicante anche se un tantino interlocutorio il piedirosso 2012 di Vincenzino Di Meo¤. Un po’ avanti al naso, un po’ in ritardo in bocca. E’ pur vero che è in bottiglia da pochissimo e l’approccio non è stato dei più felici (un caldo!), e mi intriga l’idea di tostare i vinaccioli, però un piedirosso d’annata che pinotnoireggia così ti spiazza, ed un poco confonde. Ci siamo ripromessi di parlarne e berci su nuovamente tra qualche tempo.
Tag:assaggi sparsi, castel dell'ovo, degustazioni, fiere ed eventi, giorio I la massa, napoli, nussbaumer, piedirosso la sibilla, vette san leonardo 2012, vitigno italia
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1 giugno 2013

L’Olivo DiVino¤
Jermann al Capri Palace Hotel&Spa
Emanuele Scarello & Andrea Migliaccio
Aperitivo & Finger food
Con Venezia Giulia Pinot Grigio 2012
e Venezia Giulia bianco Vinnae 2012
***
Andrea Migliaccio
Baccalà, fagioli di Controne, pomodoro e pesto di basilico
Con Venezia Giulia bianco Vintage Tunina 2011
***
Emanuele Scarello
Zuppa di Colatura, gnocchi di Godia e castraure
Con Venezia Giulia bianco Were Dreams 2010
***
Andrea Migliaccio
Spaghettoni con calamaretti spillo, peperoncini verdi e provola affumicata
Con Venezia Giulia bianco Were Dreams 1997
***
Emanuele Scarello
Della “pezzata rossa”:
la schiena tostata, la lingua salmistrata e la battuta a coltello
Con Venezia Giulia rosso Pignacolousse 2007
***
Petit-fours
Gala dinner Euro 160 per persona.
Per informazioni dettagliate e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
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27 Maggio 2013
Per quanto mi riguarda continuerò con molta probabilità a preferirgli il Fatica Contadina, senza alcun dubbio tra i Taurasi di maggior spessore in circolazione, in certe uscite davvero memorabile, vera e propria pietra miliare.

Con circa 200 ettari di vigneto di proprietà sparsi qua e là in Irpinia Terredora è certamente un riferimento di tutto rispetto, una di quelle aziende capaci di riuscire a coniugare grandi numeri a bottiglie in grado di strapparti comunque compiacimento e soddisfazione.
Etichette sulla bocca di tutti ma non sempre in prima pagina; una famiglia, quella dei Mastroberardino, tra l’altro abituata a tenere un profilo basso nonostante la dimensione produttiva attuale faccia pensare ad altro, ed una conduzione aziendale che rimane a misura familiare, con papà Walter saldamente alle redini e Daniela e Paolo a correre qua e là in giro per stare appresso alle pubbliche relazioni ed al mercato ormai chiaramente di livello internazionale.
Rimarcare la forte impronta territoriale dei suoi vini era anche una prerogativa del lavoro del compianto Lucio, il terzo dei fratelli Mastroberardino purtroppo prematuramente scomparso ad inizio di quest’anno. Persona che ha lasciato dietro di sé un grande ricordo, serbato con affetto e stima da tutti, da coloro che l’hanno conosciuto di persona a quelli come me che ne hanno solo sentito parlare in bene, per le sue capacità umane prima che professionali.

I suoi bianchi ad esempio non hanno mai ceduto al fascino della barriques, e i rossi mai sono stati spinti sopra le righe per piacere a tutti i costi, soprattutto i Taurasi, il Fatica Contadina, il Campore Riserva e, per l’appunto, il Pago dei Fusi, uscito la prima volta nel 2003 con l’intento di dare lustro alle vigne di proprietà in Pietradeifusi. Un 2006 dal colore rubino intenso, quasi ombroso, con un naso che è tutto un rincorrersi di fiori passiti e frutti rossi, ciliegia matura, susina, poi nuances tostate, ma anche spezie dolci e tabacco bagnato. Il sorso è gratificante, ricco di materia, asciutto ed appena tannico. Proprio quel vino spesso utile a chi si avvicina per la prima volta al Taurasi.
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23 giugno 2013Certi giorni metti assieme tante di quelle ore di lavoro che nemmeno ti accorgi che giorno è. Poi però ti rendi conto che è così che deve andare.
Le tue 12/13 ore (di media) non saranno mai paragonabili alle 15/16 necessarie per arrivare e tornare – chennesò – dalle parti del Quebec, in Canada. E conta poco o nulla chi fosse in servizio quella sera: quel sorriso carico di soddisfazione, quelle calorose strette di mano, quegli abbracci ripetuti, sinceri, sono per tutti. E di tutti! Nero su bianco. 🙂
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