E… che ne dite di una sera a cena con Jermann?

1 giugno 2013 by

Were Dreams

L’Olivo DiVino¤

Jermann al Capri Palace Hotel&Spa

Emanuele Scarello & Andrea Migliaccio
Aperitivo & Finger food
Con Venezia Giulia Pinot Grigio 2012
e Venezia Giulia bianco Vinnae 2012

***
Andrea Migliaccio
Baccalà, fagioli di Controne, pomodoro e pesto di basilico
Con Venezia Giulia bianco Vintage Tunina 2011
***
Emanuele Scarello
Zuppa di Colatura, gnocchi di Godia e castraure
Con Venezia Giulia bianco Were Dreams 2010
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Andrea Migliaccio
Spaghettoni con calamaretti spillo, peperoncini verdi e provola affumicata
Con Venezia Giulia bianco Were Dreams 1997
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Emanuele Scarello
Della “pezzata rossa”:
la schiena tostata, la lingua salmistrata e la battuta a coltello
Con Venezia Giulia rosso Pignacolousse 2007
***
Petit-fours

Gala dinner Euro 160 per persona.
Per informazioni dettagliate e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri
Phone: (+39)081 978 0225
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com
www.jermann.it
 

Taurasi Pago dei Fusi ’06 Terredora. Parliamone!

27 Maggio 2013 by

Per quanto mi riguarda continuerò con molta probabilità a preferirgli il Fatica Contadina, senza alcun dubbio tra i Taurasi di maggior spessore in circolazione, in certe uscite davvero memorabile, vera e propria pietra miliare.

Taurasi Pago dei Fusi 2006

Con circa 200 ettari di vigneto di proprietà sparsi qua e là in Irpinia Terredora è certamente un riferimento di tutto rispetto, una di quelle aziende capaci di riuscire a coniugare grandi numeri a bottiglie in grado di strapparti comunque compiacimento e soddisfazione.

Etichette sulla bocca di tutti ma non sempre in prima pagina; una famiglia, quella dei Mastroberardino, tra l’altro abituata a tenere un profilo basso nonostante la dimensione produttiva attuale faccia pensare ad altro, ed una conduzione aziendale che rimane a misura familiare, con papà Walter saldamente alle redini e Daniela e Paolo a correre qua e là in giro per stare appresso alle pubbliche relazioni ed al mercato ormai chiaramente di livello internazionale.

Rimarcare la forte impronta territoriale dei suoi vini era anche una prerogativa del lavoro del compianto Lucio, il terzo dei fratelli Mastroberardino purtroppo prematuramente scomparso ad inizio di quest’anno. Persona che ha lasciato dietro di sé un grande ricordo, serbato con affetto e stima da tutti, da coloro che l’hanno conosciuto di persona a quelli come me che ne hanno solo sentito parlare in bene, per le sue capacità umane prima che professionali.

Lucio Mastroberardino

I suoi bianchi ad esempio non hanno mai ceduto al fascino della barriques, e i rossi mai sono stati spinti sopra le righe per piacere a tutti i costi, soprattutto i Taurasi, il Fatica Contadina, il Campore Riserva e, per l’appunto, il Pago dei Fusi, uscito la prima volta nel 2003 con l’intento di dare lustro alle vigne di proprietà in Pietradeifusi. Un 2006 dal colore rubino intenso, quasi ombroso, con un naso che è tutto un rincorrersi di fiori passiti e frutti rossi, ciliegia matura, susina, poi nuances tostate, ma anche spezie dolci e tabacco bagnato. Il sorso è gratificante, ricco di materia, asciutto ed appena tannico. Proprio quel vino spesso utile a chi si avvicina per la prima volta al Taurasi.

Intervallo|L’amore non si vende né si compra. L’amore si regala…

26 Maggio 2013 by

Carta dei Vini de L'Olivo del Capri Palace Hotel

Vesuvio bianco Emblema 2012 Cantine Olivella

25 Maggio 2013 by

C’è davvero da rallegrarsi per la costanza con la quale molte etichette campane continuano a crescere e garantire ogni anno vini di chiara impronta territoriale.

Vesuvio bianco Emblema 2012 Cantine Olivella - foto A. Di Costanzo

Quando poi questa garanzia di qualità vien fuori da un territorio di grande vocazione ma che ha sempre vissuto col freno a mano tirato come il Vesuvio non si può non esserne felici nel vero senso della parola.

Un rinascimento/rilancio quello del vigneto vesuviano che seguo sempre più da vicino – appassionandomi in qualche caso – grazie soprattutto alle molte nuove leve che stanno riscrivendo, lentamente ma progressivamente, la storia vitivinicola contemporanea là alle falde del grande vulcano napoletano. Talvolta sono realtà molto piccole ma che vanno però tracciando un solco molto profondo scostandosi così da un passato in perenne impasse in balìa dei ‘grandi imbottigliatori’ e numeri francamente insostenibili.

La strada è lunga, sia chiaro, il territorio tra l’altro continua a dover fare i conti con i tanti drammi irrisolti che le amministrazioni locali sono state e sono tutt’ora chiaramente incapaci di gestire e risolvere (salvaguardia del territorio, sviluppo economico), eppure c’è tanto entusiasmo e a piccoli passi i risultati sembrano maturare in bene. Insomma, raccontare oggi di Lacryma Christi e più in generale dei vini del Vesuvio comincia ad essere anche gratificante oltre che un esercizio di stile suggestivo.

Buone conferme in tal senso vengono da una delle tante aziende che potrei citare, tipo Cantine Olivella e dalla seconda uscita del suo Emblema, un doc Vesuvio bianco da caprettone in purezza, praticamente un manifesto di quanto di buono si sta facendo da queste parti riportando i varietali autoctoni locali, come pure la catalanesca ad esempio, nella loro giusta dimensione traendone vini leggeri, di approccio immediato, essenziali direi, freschi, sinceramente minerali e sapidi, anche per questo caratterizzati da grande bevibilità. Un successone!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Intervallo| Acqua alta a Capri

24 Maggio 2013 by

Acqua Alta in cantina

Un tremendo temporale la scorsa notte del 22 Maggio ha provocato l’allagamento di una parte de La Dolce Vite del Capri Palace. Niente di particolarmente grave, la situazione è già rientrata, è tutto sotto controllo e la cantina è più fresca e pulita che mai…

Cuvée Louise Pommery, le mie impressioni…

20 Maggio 2013 by

Quando mi hanno dato la parola era troppo tardi, quel microfono stava lì tra le mie mani, alla fine non se ne sono pentiti; sino a qualche minuto prima, ascoltando Enrico Bernardo ero ancora convinto che qualcuno di lì a poco se ne uscisse con una frase del tipo ‘Oh, sei su scherzi a parte!’¤.

Venezia, a due passi (d'acqua) da San Marco - foto A. Di Costanzo

Detto questo, più che lanciarmi in una lunga disquisizione tecnica-degustativa dei vari millesimi provati assieme a Maestri degustatori quali Giuseppe Vaccarini, Fabrizio Sartorato ed Ivano Boso – oltre al già citato Bernardo – durante la splendida serata lì al Danieli, val più ribadire quanto, a mio parere, Thierry Gasco¤ sia riuscito negli anni con grande tenacia a tenere ben dritta la bussola nonostante il vortice internazionale lentamente ha risucchiato molte Maisons de Champagne spedendone tante direttamente nell’oblio dell’omologazione assoluta.

Un lavoro straordinario quello di Thierry, mai urlato. Uno stile inconfondibile quello delle Cuvée Louise di Pommery¤, al passo coi tempi, precise, mai sopra le righe, luminose, fragranti, freschissime, contrassegnate da una eleganza sottile e da grande personalità, unite per di più ad una bevibilità fruibilissima¤.

Pommery, copertina

Cuvée Louise 2002 Giuseppe Vaccarini all’overture in anteprima assoluta ne ha dipinto un profilo di grande suggestione, cui va aggiunto ben poco se non sottolinearne la grandeur di un millesimo di grande richiamo per la Champagne ed un tratto gustativo di enorme nerbo, ancora lontano dal rivelarsi pienamente nel bicchiere.

Cuvée Louise 2000 Ne ha viste tante passare tra le sue mani Ivano Boso, head sommelier di lungo corso a casa Pinchiorri¤. Io ne ho trovato un profilo organolettico di giustezza, variegato ma centrato essenzialmente su note agrumate, anche candite, e minerali. Di buonissima trama il sorso che chiude setoso e rinfrancante.

Cuvée Louise 1999¤ Personalmente, appena una spanna sopra il ’90, il migliore della batteria, in perfetto stato grazia nella sua vivacità olfattiva intrisa di rimandi fruttati e tostati ed un sorso di gran nerbo, slanciato, lungo, efficace. Una di quelle cuvée capaci di accompagnare tutto un pasto senza perdere un colpo. L’ha raccontato Fabrizio Sartorato, head sommelier del Ristorante ‘da Vittorio’ in Brusaporto.

Cuvée Louise 1990 Chi volesse può dare una occhiata su facebook sul profilo de L’Arcante¤ dove ho postato il video¤ della magistrale degustazione di Enrico Bernardo, veramente da manuale! Mi va di aggiungere solo che bere uno Champagne di 23 anni e trovarlo così in splendida forma è una di quelle esperienze che rimette tante cose a posto quando a qualcuno, per misconoscenza o supponenza, vien qualche dubbio sul perché proprio là, tra la Montaigne de Reims e la Cote des Blancs nascano vini di così straordinaria qualità.

Cuvée Louise Rosé 2000 - foto A. Di Costanzo

Cuvée Louise Rosé 2000 Il mio vino. Senza tirarla per le lunghe lascio traccia di ciò che è stato il mio intervento. L’approccio a questa cuvée è facile, a patto che si sappia bene cosa si tiene tra le mani. E’ la sintesi tra il vecchio e il nuovo, è storia, centinaia di anni di storia di Champagne che rivivono con tutta normalità il nostro tempo. Un terroir unico, irripetibile, diciamocelo pure, una cultura di indiscutibile vocazione ereditata con rispetto e con altrettanto rispetto consegnata costantemente al futuro. Valori ancestrali preziosissimi questi, riproposti con questa cuvée con una chiave di lettura modernissima: un colore scarno, quasi salmone, un effluvio di sentori e rimandi floreali e fruttati, di pesca e di piccoli frutti di bosco, un sottinteso minerale, un sorso vivace, lungo e gradevolissimo.

Uno stile quasi sussurrato, che vive del grande rispetto per lo straordinario chardonnay di Avize e Cramant e di grande riverenza verso i migliori pinot noir di Aÿ e Bouzy. Il vecchio e il nuovo, che però camminano a braccetto, in assoluta armonia, pensando ad una cucina sempre più spogliata di grassume e quegli ingredienti troppo invadenti. Puro piacere, ‘parfait!’ verrebbe da dire!

Qui¤ in contemporanea anche sul blog di Luciano Pignataro.

Enrico Bernardo, il miglior sommelier del mondo… con cui è uno spasso andare a pesca!

19 Maggio 2013 by

Finalmente ho conosciuto Enrico Bernardo: che splendida persona, che stile! Sarò franco, mi viene sempre difficile pensare ad un maestro o a un idolo per quanto mi riguarda; negli anni ho conosciuto tante persone che nella vita privata come nel lavoro mi hanno insegnato tanto e tanto hanno significato per me, per quello che sono oggi. Ma maestri no, sinceramente credo proprio di non averne avuti.

Enrico Bernardo - foto A. Di Costanzo

Uno dei riferimenti come sommelier in quanto tale però è certamente lui: sveglio, intelligente, non sgomita, non ama blaterare a vanvera e, soprattutto, non ricordo di averlo mai colto a sculettare :-). Ha classe e stile da vendere Enrico, l’ho ammirato a lungo in passato in alcune sue degustazioni e performance, di tanto in tanto preso appunti su quanto facesse in giro là in Francia. Ammirazione tanta, talvolta un pizzico di invidia pure, senza malizia però, o colpo ferire. Giovedì scorso, a Venezia¤, il piacere di condividere una splendida serata in occasione del gran galà Pommery Italia. Iniziata così, indimenticabile. Perché con uno come lui si potrebbe andare tranquillamente anche solo a pesca!

Costadilà 330 s.l.m., è primavera (quasi estate)

15 Maggio 2013 by

Immaginate di stare seduti su un prato verde con a due passi una vigna in fiore, l’odore forte di gelsomini che però arriva e non arriva spazzato da una leggera brezza, con le api che balzano voraci da un fiore all’altro.

Costadilà

Pensatevi sereni, sorridenti, felici di regalarvi un paio d’ore all’ombra di una quercia secolare in una splendida giornata di primavera inoltrata, calda ma non pesante. Una lunga passeggiata tra i filari, col naso al cielo, lunghi respiri a pieni polmoni. Finalmente un morso alla frittata di pasta, uno alla pizza rustica. Uno, due sorsi di questo delizioso vino frizzante di Costadilà sur lie, 330 s. l. m..

Un filo d’erba tra i denti, una margherita colta alla piccola che stringi delicatamente mano nella mano, un’altra che non vedi l’ora di poggiare tra i capelli della tua splendida moglie, un’altra ancora da sfogliare tutti assieme. E speriamo che sia femmina…

I love Falernum, Papa. Un tempo, la storia del mio Falerno del Massico di Antonio Papa

13 Maggio 2013 by

La Viticoltura, come arte per attingere al valore originario della vita e per affermare valori profondi e segreti. Uno strumento di contatto con i ricordi e con la realtà del presente, che parte da una volontà di partecipazione al flusso della natura e della storia in contrapposizione all’imbarbarimento della società.

Antonio Papa, da piccolo

Nasco come viticoltore nel 2000, quando intrapresi gli studi in Lettere Classiche, mi accorsi della straordinaria contemporaneità delle tradizioni. Dopo un’adolescenza dominata da un senso di distacco dalla vita agreste, mi resi conto della sublime arte, appena raggiunta l’indipendenza intellettuale. “Ahimè, come sarebbe bello, vivere tra i filari, avendo con sé solo una donna e i propri segreti!”

Mi accorsi – poi – della difficoltà di decidere, quando cominciarono i primi “assemblaggi”: quattro vigneti, ubicati in quattro zone profondamente distinte per natura, creano un subbuglio nello stomaco, ma riuscire – poi – ad accoppiare i sapori, gli umori della terra, i colori, le gioie, i dolori di un anno, è cosa sorprendente ed impegnativa, ma sublime.

Nel 2002 la prima vinificazione con l’enologo che mi segue tuttora, Maurilio Chioccia. “Cambio vita” … si dice. I segni del tempo assumono una fisionomia geometrica. Appare subito chiaro, di non voler snaturalizzare il “canto del terreno”, ma modificare sensibilmente lo spartito è necessario. Gli impianti in vigna e il “modus operandi” in cantina subiscono un rinnovo che ha traghettato il vino (Campantuono¤ in primis), inizialmente materico, in un vino “misterico”, collocandolo nella prospettiva di un prodotto di nicchia e dando voce ad una cultura del vino, capace di assumere caratteri fino ad allora inosservati.

Antonio Papa, oggi

L’apertura a questo mondo – grazie soprattutto a mio padre – ha sì aperto in me anche interrogativi sulla civiltà contemporanea, sui limiti, sui valori di questi anni e del tempo, anche nei suoi aspetti più inquietanti. Però la straordinarietà del vino, sta nel fatto di essere impegno fisico diuturno e travaglio dei sentimenti più nascosti.

“Poetica dell’oggetto” che si muove, sì in direzioni contrastanti ma al momento del suo definirsi è comunque vita ed autocoscienza di poesia. Questa nozione di poesia si realizza con una serie di trasformazioni nei vari momenti dell’attività e naturalmente c’è da dire che questo “travaglio” è ancora in atto, anche attraverso la continua ricerca di “toni nuovi”: intensi, precisi, più dei precedenti opachi e incerti. Rompere una campana di vetro, quella in cui era rinchiuso un paese intero, tristemente opacizzato nel suo definirsi.

Campantuono Papa - foto Altissimo Ceto

Dare nuova linfa al luogo d’origine è pura poesia. Scrivere gli “accordi” per una nuova canzone¤ – quella che canteremo presto (spero)- partendo in primo luogo dalla ricerca di un linguaggio, il cui modello più vicino è ancora il mondo dell’Epos e dell’ormai riconosciuto insediamento Romano in Agro Falerno (Ager Falernus III/II sec. A.C. – II/III sec. D.C.).

Ne risulta un originalissimo equilibrio, tra meditazione esistenziale e definizione del paesaggio, una meditazione appassionata, magniloquente, che come movimento incessante e ripetuto del mare, poggia sulla costa aspra e rocciosa i segni di una vita, la vite appunto!

di Antonio Papa¤, Faccia da Falerno – L’Arcante 2013.

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C’è tanta mediocrità in giro, te ne accorgi al primo sorso di vino, talvolta ancor prima di levare il tappo, certe altre ancor prima di mettere gli occhi sull’etichetta. Le bottiglie di Antonio annullano qualsiasi aspettativa, quale che sia la presunzione, la convinzione con cui credi di sapere tutto di Falerno e di Primitivo. Una continua scoperta, il suo Falerno! (A. D.)

RSVP|Me l’aspetto: ‘Sei su scherzi a parte!’

10 Maggio 2013 by

Giovedì 16 maggio, a Venezia, presso il Ristorante Terrazza Danieli¤ dell’omonimo prestigioso albergo situato lungo Riva degli Schiavoni, di fronte alla laguna, andrà in scena la V edizione della verticale storica di Cuvée Louise Pommery¤.

Invito Pommery

Con Thierry Gasco¤, a tenere una breve presentazione delle cuvée ci saranno 5 sommelier italiani; si succederanno sul palco Giuseppe Vaccarini¤, Enrico Bernardo¤, Ivano Boso¤ e Fabrizio Sartorato¤. Poi – se mi lasceranno entrare, se non ci ripensano dico – un certo Angelo Di Costanzo¤.

Sono sincero, non ho ancora ben compreso cosa ci faccio io là tra Campionissimi del mondo e mostri sacri della sommellerie italiana, fattostà che una volta scelto il mio angolino mi toccherà dire due parole. Speriamo di essere all’altezza. Questo il programma¤ (si apre un pdf). Per tutto il resto, vi faccio sapere…

I love Falernum, Masseria Felicia. Il ritorno e il desiderio dell’abitudine di Maria Felicia Brini

9 Maggio 2013 by

Camminare a passi lenti e brevi tra i filari e lasciarsi cogliere da un sorriso, quasi una smorfia della bocca che si trasforma in mezzaluna, e illuminare l’aria. Questa semplice azione che poi si è trasformata in abitudine, è quella che mi ha spinto a viverci tra queste vigne e questi uliveti. Il ritorno e il desiderio dell’abitudine.

Maria Felicia Brini

Anno zero – Io, sei/otto anni, tra il 1982 e 1984. Le Scale. Gioco sulle scale di marmo dai morbidi profili della casa di mia nonna, anzi della casa di cui lei era il colono. Quella in cui ora vivo. Paura e meraviglia nello stesso tempo, erano queste le emozioni che mi attraversavano salendo quelle scale di pietra lisce. Per arrivare al primo piano. Nella stanza delle bambole intoccabili, con gli occhi di vetro. L’odore forte del pane le domeniche mattina, di olio, di alloro affumicato per spazzare via la cenere dal forno, la luce accecante contro il buio della cantina di tufo e le scale rotte “che non devi scendere altrimenti cadi!”, e quel sentore di umido e la fragranza del sasso gocciolante. Mai scesa fin lì, per me territorio inesplorato. Oggi un giorno sì e un’altro giorno pure. L’abitudine che non c’era, ma il desiderio di goderne, sì.

Masseria Felicia, cantina (le scale)

Anno zero – Vigna Etichetta Bronzo, 1995. Ancora quelle Scale. Papà (Alessandro Brini): tu te la sentiresti di fare il vino? Se proviamo con la cantina mi dai una mano? Che dici, facciamo la cantina qui? Sotto quelle scale. Si riscendono quelle scale, si risalgono, quelle rozze scale della cantina in tufo a nove metri, si sorride. Si guarda fuori, c’è quella meraviglia di Monte Massico. Che protegge da tutto, anche dai pensieri cattivi. affascina e coinvolge. Non per la sua storia, ma per la sua attualità. Per la sua veridicità. Per quello che oggi potrebbe diventare domani. Per la sua vicinanza al vulcano di Roccamonfina, prolungamento, meravigliosamente possente, dei ricordi lavici. Casa comprata. Terra comprata.

Ancora Maria Felicia da piccola

Poi viene il 17 gennaio, le ore 17. Mia nonna è morta, si torna alle origini, l’attuale Masseria Felicia era stata persa a carte dal nonno di mio marito. Comprata da una baronessa che amava il Monte Massico, la mia seconda nonna era diventata colei che la gestiva, (da scriverci un romanzo d’appendice). In anni non li ho mai visti tornare. Si fa il vino, anzi si continua, anzi no, si comincia con una nuova vigna, il Falerno, aglianico e piedirosso. Con i dettami della tradizione. Impiantiamo và!

Anno uno – Io, è il 2000. Gli Esami. Frequentare lettere e imbattersi/sbattersi per l’esame di latino e scoprire che si parla proprio di quella terra dove mi rinchiudo per studiare e da dove, dal balconcino, vedo la vigna e il monte apre l’anima e innesca progetti, pensieri, possibilità, che vedi crescere dopo ogni mese, dalle foglie ai germogli vivi vivissimi. Materici sogni che attecchiscono. Forse, e dico forse, e oggi dico, che è vero: la terra ti dice quello che è giusto. Troppe intuizioni, troppe interferenze emotive e storiche, non si può lasciare andare così un progetto nato dal cuore, dalla carne di mio padre, di mia madre? Perché si viene a studiare qui? Perché è isolato, perché non ci sono sovrapposizioni, nemmeno la televisione. Perché si è soli e soli si rimane. Questo è un grande problema. Ma c’è possibilità di esprimersi, di creare da zero. Di dare voce a questa terra. Darle un nome.

Anno uno – vigna Etichetta Bronzo, 1999/2002. Ancora Esami. E’ il 1999¤, la prima vendemmia. La vigna ci parla di lei. Da sola. Senza ausili. Con tenerezza, come l’odore della pelle di un bambino appena nato. Solforosa? Malolattica? No. Castagno, botticella, torchio a mano con mattoni sporchi. Eccolo il suo primo figlio! Vero. Vulcanico, sanguigno. E’ un Falerno, senza legno, no barrique. E quello che vedo fuori i vetri. E’ quello che viene dalle braccia di mio padre, dai miei occhi indecisi, su quanto si faccia sul serio. E sul serio si fa a Vinitaly nel 2002. Con l’annata 2000, ma senza rendersene ancora conto. Dopo anni il territorio si muove, una nuova cantina si presenta con due etichette, anche questo un caso. Etichetta color Bronzo, Etichetta color Senape. Falerno del Massico Masseria Felicia¤ barrique e quello che non “c’entrava” corre in acciaio. L’esame, quello con la gente, quello con i giornalisti. Chiunque si avvicini ai nostri calici è uno sconosciuto; è, per noi, curiosità di intenti, quello che rotea il bicchiere e che fa roteare i nostri occhi. E’ andata. Che si fa?

Alessandro Brini con Alice

Anno vero – Io, nel 2004. Determinazioni. Mi sono trasferita, è nata mia figlia qui, quest’anno. Le scale sono cambiate, si studia su due binari, la tesi da finire, e il vino da comprendere, stesso Massico protettore, alla finestra, e quella domanda nella testa che sbatte sulle pareti inconsistenti di un piccolo spazio visivo: dove possiamo arrivare? Eccolo il mio lavoro. Unico, si cambia tutto. Eccoli mio padre, mia madre, Fabrizio mio marito, che investono tempo, cuore, anima e corpo soprattutto.

Anno vero – Le vigne, 2001/2003/2005. Ancora Determinazioni. Nel frattempo, la Vigna dell’Etichetta Bronzo¤ cresce, altro non c’è che un vino che piano piano ridefinisce la sua fisionomia, un vino che “attrezza” il suo altare. Altre due vigne impiantate, Ariapetrina, quella che è la voce della vita terrena di questo posto, e la vigna del futuro Falerno del Massico¤ e la nuova conduzione della vecchia vigna del nonno, un piedirosso vecchio, ma vecchio quanto lui. Vendemmia 2004, con Alice qua nel marsupio.

Maria Felicia Brini

Anno canovaccio – Io, è già 2006/2008. Presa di coscienza. Ritorna il 17. Mi sono laureata il 17 febbraio. È il mio numero, lo so. Non sono nemmeno emozionata, né nervosa. Rilassata, forse perché la cosa più importante della mia vita l’ho “già fatta”, quella per cui le foglie delle palme, degli ulivi, della vite, cantano dalla finestra e insieme si ascoltano, al vento d’autunno, ed è Alice che le intende e che da un significato a quelle scale, a quegli esami.

Anno canovaccio – Le vigne, sempre là tra il 2006 e il 2008. Altra presa di coscienza. E’ ora di crescere, di cambiare, di imparare. Di rinunciare alla coincidenza e prendere decisioni, farsi una ragione del perché la strada che da Napoli che conduce a Sessa non sia più percorsa. Perché stare lì. Perché il Falerno e la sua terra è diventata una ragione di vita. Una bottiglia di vino è diventata fondamentale, diventata interlocutrice da comprendere, e da rispettare. L’incontro, voluto, con Vincenzo Mercurio¤ che cambia le prospettive, la progettualità non invasiva, la richiesta di cooperazione, il patto che qui si entra in famiglia, si fa vivo e rinnova con l’annata 2008 la ricerca con la coscienza del fare.

Maria Felicia in cantina

Oggi – Insieme, quasi un tutt’uno. Crescere in maniera naturale, senza alcun tipo di filtri e di barriere mentali o di sovrastrutture che ti appesantiscano un terreno (un territorio), viverlo, sentirne i colori e i profumi, questo è un inizio vero, familiare, questo sta vivendo mia figlia. Questo ho vissuto io. La sua storia, l’immensa consapevolezza che arriva con lo studio, con un ‘assimilazione spinta dalla curiosità, con la cognizione di avere anni di passato alle spalle e sulle braccia fatica umana e sacrificio economico – “narrazione latina” e avvicendamenti familiari, rendono il nostro lavoro molto difficile emotivamente e progettualmente.

Oggi sei i vini. Amo i loro nomi portatori di storie nate singole e rimaste individuali: Etichetta Bronzo¤, Ariapetrina, Falerno del Massico, Anthologia, Sinopea, Rosalice¤, per tre vigne e le loro piccole parcellizzazioni; sono conosciuti, richiesti, ma soprattutto rispettati. La gente viene e ci sorride e percorre con noi quella vigna, vede il Massico, gli raccontiamo una storia che parte dai poeti latini e arriva alla fatica contadina, per essere oggi dimostrazione che c’è del buono, del sano, del vero a Caserta, in quell’Ager Falernus non ancora nominato fin ora: per profondo pudore nel doversi confrontare con così tanto, perché c’è la necessità di doversi reinventare oggi e non “campare di allori antichi”. Per sorridere. Perché siamo fortunati. E bravi, e sì, siamo bravi, ma più importante, felici.

di Maria Felicia Brini, Faccia da Falerno – L’Arcante 2013.

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Pare sentirla la voce di Maria Felicia mentre scrive questo post, raccontare questo pezzo di storia di famiglia. Manco una virgola mi son permesso di spostare. Quale modo migliore per raccontare una terra, un vino, persone se non quello di starle ad ascoltare¤? [A. D.]

Aspettando il ‘G’… Greco di Tufo 2011 Pietracupa

7 Maggio 2013 by

Come spesso accade ai degustatori seriali anche agli appassionati più attenti piace fare ricorso a riferimenti trasversali quando un vino colpisce l’immaginario, in particolar modo quando questi smuove il caos della memoria e ripropone prepotentemente vecchie esperienze piacevoli da ricordare.

Greco di Tufo 2011 Pietracupa - foto A. Di Costanzo

I vini di Sabino Loffredo, i bianchi in particolar modo, sono sempre più un porto sicuro dove rifuggire da tentennamenti. Poco tempo fa ricordavo quanto si sia alzata l’asticella qualitativa della proposta bianchista regionale grazie anche a vini come il suo splendido Cupo¤, che nella versione duemiladieci regala sorsi maledettamente avvincenti e appaganti. Non è da meno il greco 2011: luminoso, cangiante quasi, offre un ventaglio delizioso fitto di richiami agrumati unitamente a ritorni minerali chiarissimi, nonché un sorso sgraziato, di sostanza e di rassicurante freschezza.

Come è noto abbiamo in parte superato quella vecchia consuetudine di metter fuori al più presto i vini d’annata, guadagnandoci di apprezzare un greco di Tufo piuttosto che un fiano di Avellino più armonici e ‘pronti da bere’ quando ci arrivano nel bicchiere. Così pensati questi vini hanno saputo farsi strada emergendo di slancio grazie soprattutto alla forte personalità, a dispetto di quel mare magnum di chardonnay e pinot grigio che avevano monopolizzato l’offerta dei ristoranti italiani tra gli anni ’70 e tutti i ’90. Le cose per fortuna sono cambiate da un po’ di tempo, di strada ce n’è ancora tanta da fare ma una nuova visione della faccenda fa sicuramente ben sperare soprattutto grazie anche alla crescente attenzione che i consumatori stessi ci mettono nello scegliere un vino dalla carta di un locale.

Così, a poco meno di un anno mezzo dalla vendemmia, di cui buona parte spesi in bottiglia, riusciamo a godere a pieno del lavoro maniacale fatto nei tre ettari e mezzo tra Santa Paolina e Prata Principato Ultra e dell’impegno magistrale profuso in cantina riconducibili ad una precisa ed originale interpretazione, che fa della sua verve minerale una forza della natura impressionante e, contemporaneamente, del tempo che verrà solo una proiezione senza alcun timore reverenziale. In attesa del ritorno dell’indimenticato ‘G’ in versione 2010, di cui si dice in giro già un gran bene, questo greco vale più di una consolazione!

Cartoline dall’Alto Adige, La Rose de Manincor

4 Maggio 2013 by

Una cartolina può avere tanti colori, immagini suggestive, parole d’affetto. Colori, immagini, parole spesso costrette in pochissimo spazio, chiuse tra un francobollo ed un indirizzo sempre così vivo nei ricordi quanto mai precisissimo da riprendere al momento di metterlo nero su bianco.

A. Adige La Rose de Manincor - foto A. Di Costanzo

Sono sfumature certo, ma fanno la differenza, quella differenza che fa sì che un messaggio, la cartolina appunto, arrivi a destinazione. E sia ben accetta.

Il mondo dei vini rosati mi appartiene, anche se non posso definirmi un appassionato assoluto; mi piace cimentarmi ogni anno con tanti numerosi assaggi perché mi aiutano a capire certe differenze. La prima, quella buona, è quanto ci crede un produttore quando decide di farne uno, cosa ci mette dentro la bottiglia: il salasso di uno o più vini, il vino base rosso poco convincente o, magari come avviene per certi spumanti, parte di quello vecchio ‘tagliato’ col nuovo. Cose così insomma.

La seconda, buona ma non necessaria, che potrebbe cioè interessare a qualcuno, è se ha un senso quella bottiglia, se ha qualcosa da raccontare, un messaggio da consegnare che non sia solo ‘il completamento di gamma’ ma una idea più o meno precisa che venga fuori da un progetto ben definito piuttosto che da una fisima, un ‘pallino’ o una mera velleità di chi l’ha pensato. Ci metto cuore nel raccontare una bottiglia di Vigna Mazzì¤ o Rosato del Greppo¤, un po’ meno forse per questa La Rose de Manincor¤ che, però, è buona buonissima uguale.

E’ composto da un infinito elenco di varietali piantati (probabilmente in via sperimentale) da quelle parti là in Alto Adige: lagrein, merlot, cabernet, pinot nero i più comprensibili, ma anche petit verdot, tempranillo, syrah che concorrono a consegnare al palato una cuvèe rosé insolita – fermentata parzialmente in legno con lieviti indigeni – dal profilo sottile nel colore e dolce e fragrante di frutti rossi al naso, di impressionante facilità di beva. Ricorda, per i più informati, i classici Bandol provenzali, da Chateau de Romassan in giù. Non so cos’altro aggiungere, se non che sempre più spesso la cucina di pesce ci strizza l’occhiolino e non sappiamo talvolta che bottiglia pigliare. Eccola.

Gran Furor Divina Costiera!

2 Maggio 2013 by

Il successo del succoso Fiorduva di Andrea e Marisa ha pochi eguali in Campania, tra l’altro ormai universalmente riconosciuto tra i grandi bianchi italiani ogni anno sempre più applaudito.

Costa d'Amalfi Furore bianco 2012 Marisa Cuomo - foto A. Di Costanzo

Un riconoscimento che si fa ancor più grande se si pensa a quei luoghi, a quelle vigne strappate letteralmente alla montagna che ricadono a strapiombo sul mare, visione questa di una suggestione unica e rara che ha pochi equivalenti. Sono gli stessi luoghi dove nasce pure quest’altro piccolo capolavoro di falanghina e biancolella che, opinione del tutto personale, sempre più spesso mi viene addirittura naturale mettere davanti al Fiorduva stesso.

Possiede una straordinaria franchezza espressiva il Furore bianco 2012, lo cogli sin dal primo approccio, appena ci metti il naso nel bicchiere, non appena ti bagni le labbra. Passeremmo ore a discutere davanti ad una vecchia bottiglia di fiano di Avellino di Vadiaperti o di Lacryma Christi bianco di Villa Dora, magari dello stesso Fiorduva se ne trovassimo qualcuna in giro ben conservata.

Sono bianchi questi ultimi capaci di sovvertire luoghi comuni e convinzioni vetuste: profondità, larghezza, spessore sarebbero le parole più gettonate, ne sono convinto, come infinite ritornerebbero le disquisizioni emozionali dinanzi a bottiglie sorprendenti finalmente proiettate nel tempo con la stessa apertura di credito riconosciuta sino a pochi anni fa solo a certune d’oltralpe (Borgogna, Alsazia ecc…).

Talvolta, certe volte, c’è però bisogno di altro: di un sospiro, un piacere, una voluttà immediatamente leggibile, non necessariamente ancestrale, bensì immediata, da stappare al volo e da godere adesso, subito. E’ pure di questo che si ha bisogno, no? Cogliere l’attimo, quel glicine appena in fiore, la mela appena matura, un respiro a ‘pieni polmoni’ affacciati su una terrazza qualsiasi di Furore, ‘il paese dipinto’; la macchia mediterranea, il sale appena accennato, il sole là appena al tramonto. Una goccia in mezzo al mare sì, ma sempre più unica!

L’Olivo DiVino| Il live blog è su L’Arcante!

30 aprile 2013 by

Eventi Enogastronomici al Capri Palace 2013 - foto A. Di Costanzo

Ci siamo! Ecco tutti gli appuntamenti enogastronomici de “La Dolce Vite”, la cantina del Capri Palace Hotel&Spa. Dopo Mastroberardino¤, Gaja, Quintodecimo¤, Feudi di San Gregorio, Donnafugata, Tasca D’Almerita, Borgogno¤ e tanti altri ancora che hanno calcato la scena eccovi pronto il programma della stagione 2013: si parte il 24 Maggio con Terredora e lo Chef Donato Tornillo, il 7 Giugno sarà la volta di Jermann con ai fornelli lo Chef bi-stellato Emanuele Scarello¤; il 19 Luglio invece con la Maison Louis Roederer cucinerà a quattro mani col nostro Andrea Migliaccio lo Chef Philippe Mille de Les Crayères¤ di Reims. Ancora, il 2 Agosto Cantine Ferrari con Alfio Ghezzi della Locanda Margon¤ ed infine, il 6 Settembre, chiusura col botto con la Maison Pommery.

Per informazioni e prenotazioni
Ristorante L’Olivo
Capri Palace Hotel & Spa
ia Capodimonte 14, Anacapri
Tel. 081 978 0560
olivo@capripalace.com
http://www.capripalace.com
 

Pochi post per tanto lavoro

29 aprile 2013 by

Aprile è un mese da sempre abbastanza tosto da far conciliare con gli impegni di questo blog con tutti voi lettori, che poi nonostante la poca ‘ciccia’ messa in rete in queste settimane non avete comunque mollato un attimo la presa. Che dire, grazie, grazie assai.

L’assenza di continuità di questi giorni è dovuta principalmente al tanto lavoro speso in cantina qui a Capri, a rimettere le cose in linea con i nostri standards e soprattutto con le aspettative di una stagione che si prefigura tra le più importanti degli ultimi anni. Un lavoro determinato che consentirà però di raccogliere buoni frutti sin da questa settimana; c’è infatti già tanta carne sul fuoco, nerboruta e succulenta, che fa poco fumo e tanto arrosto: c’è da raccontare di alcuni nuovi assaggi ma anche e soprattutto delle prime impressioni sulle nuove uscite degli ormai grandi classici, campani in primis. Stay tuned!

Del Casavecchia Centomoggia 2009 di Terre del Principe: l’attesa, il ritorno, la grazia di sempre

27 aprile 2013 by

Ci si deve andare a Castel Campagnano, per capire bene, cogliere a pieno tutto lo splendore che certe bottiglie riescono solo appena a sussurrare.

Manuela Piacastelli - foto M. Fermariello

A Peppe Mancini e Manuela Piancastelli¤ sono occorsi diversi anni per chiarire per bene di cosa si parlava quando versavano copiosi calici pallagrello bianco e nero e casavecchia ai curiosi che si avvicinavano al loro stand in fiera; qualcuno li aveva vivamente consigliati di cercarseli e starli a sentire, di assaggiare e riprovare i loro vini – il Fontanavigna¤, il Le Sèrole, l’Ambruco¤, il Centomoggia¤-, che dalla Campania qualcosa di nuovo, diverso, davvero particolare sembrava venir fuori alla grande.

Un cammino lungo di cui oggi beneficiano in molti: la scoperta, la valorizzazione, la fermezza nel cercare di dare a questi vitigni misconosciuti pari dignità degli altri già da tempo sulla scena, una carta d’identità che addirittura per un momento sembrava impossibile potessero avere, additati come fuorilegge, trattati alla stessa stregua di sigarette da contrabbando.

Peppe Mancini e Manuela Piancastelli

Radici profonde e valori assoluti, oltre la bottiglia di vino, oltre questa o quella etichetta. Una lotta vera e propria. Vinta, per nostra fortuna. Anche per questo vale la pena passarci da queste parti, per respirarne l’aria, sentire l’odore di questa terra, assaporare quanta fatica, quanta anima, quanto carattere c’è dietro ognuna di queste bottiglie. Toccare con mano una realtà tanto solida quanto affascinante quando suggerita liquida. Pontelatone, Castel di Sasso un po’ come Radda o Castellina in Chianti: tutto può essere.

Il tempo l’anello mancante. Mancava a noi appassionati, non certo a Peppe e Manuela, o Luigi Moio che li segue da sempre in cantina. Loro sin da subito ci hanno creduto, alla buona prospettiva dei bianchi come e più dei rossi, dell’Ambruco, del Centomoggia. Vini di grande appeal sin da subito, deliziosi i bianchi, succosi i rossi ma ancora poco conosciuti al cospetto del tempo passato.

Le Etichette di Terre del Principe

Proprio su queste pagine appena qualche anno fa scrissi di una verticale se vogliamo storica per il Centomoggia¤, vissuta proprio assieme a loro e qualche altro amico là in cantina a Squille. Sei annate tra le quali però mancava proprio il 2009, ancora in affinamento nei legni; l’ho saggiato poi l’anno scorso, senza trarne francamente un giudizio definitivo: lo trovai ‘immaturo’, ‘incazzato’ quasi.

Oggi, dopo un anno, ha voluto dimostrarmi che non ce l’aveva con me; voleva solo starsene un po’ per conto suo. Sottile, invitante, mediterraneo, finissimo il naso: è balsamico, sa di violetta, marasca e liquerizia che ritornano perentorie all’assaggio. Il sorso è pacato, nerboruto ma senza le velleità di alcuni millesimi indietro, né l’increspatura colta l’anno scorso. Ecco, il valore del tempo, dell’attesa. L’indomani ho aperto un 2004, che se non fosse stato per una chiusura di bocca lievemente amara sarebbe là a giocarsela alla grande. Di raffinata piacevolezza, si dice in perfetto stato di grazia.

Ravioli di Mozzarella con Scarola e Palamita con il Fiano di Avellino 2011 di Rocca del Principe

20 aprile 2013 by

Ravioli di mozzarella con scarola e palamita di Andrea Migliaccio - foto A. Di Costanzo

Il mare, la terra, una rincorsa senza tregua. Il Raviolo di Mozzarella con scarola e Palamita, sapori netti, unici, profondi, tra i nostri più tradizionali che fanno capolino in questo riuscitissimo piatto di Andrea Migliaccio, frutto del lavoro di un anno di prove e riprove.

C’è la sfoglia carezzata a mano, Mozzarella di Bufala senza eguali e quello sfondo verde, quella speranza che ognuno di noi merita di vedere oltre l’orizzonte; e poi il mare, la Palamita appena scottata, con quel sale in punta di forchetta che infonde vivacità ad ogni singolo assaggio. Armonia di colori da mangiare…

Fiano di Avellino 2011 Rocca del Principe - Foto A. Di Costanzo

Così questo splendido bianco tirato fuori dalla terra che più terra non si può, non smette un momento di condurre proprio lì, a un passo dal mare. Un grande fiano di Avellino questo duemilaundici di Ercole Zarrella, di quelli che non finiresti mai di bere, offrire in qualsiasi momento, occasione, abbinamento.

Luminoso, verticale, trasversale. Tutto infiocchettato a dovere. C’è dentro tutta la forza di una terra straordinaria, c’è l’ebbrezza dello spazio infinito senza un filo di vertigini, c’è il sole riflesso a pelo sull’acqua che si colloca con precisione millimetrica nel mediterraneo più prossimo. E’ sferzante, balsamico e sapido, anzi, salato proprio. Formidabile! Fate spazio amici miei, giacché fosse tra i migliori adesso non basterà nemmeno metterlo semplicemmente tra i primi.

Intervallo. Torno subito…

14 aprile 2013 by

L’Extra Brut 1988 ‘ancestrale’ di Grotta del Sole

9 aprile 2013 by

In un momento di mercato dove registriamo una frenesia senza eguali nel fare bollicine di facile lettura, con qualsiasi varietale spendibile, tirar fuori un metodo classico di 25 anni appare pura follia! Un asprinio d’Aversa¤ poi, ma di cosa stiamo parlando?

Asprinio Riserva Grotta del Sole - foto A. Di Costanzo

Già, di cosa stiamo parlando? Eppure basterebbe domandarsi cos’erano nemmeno 20/25 anni fa la Franciacorta¤, la doc Trento¤ o l’Oltrepò Pavese¤ giusto per fare qualche nome tanto in voga oggigiorno. Ecco, fermiamoci qua, e tra un rimpianto e l’altro godiamoci a piccoli sorsi queste poche bottiglie messe via per passione dalla buonanima di Gennaro Martusciello che, nell’88, già da qualche anno – Grotta del Sole¤ così com’è nemmeno esisteva – smanettava in cantina dando forma e sostanza ai suoi studi spesi lì a Conegliano Veneto con quel chiodo fisso in testa: gli autoctoni campani, quelle alberate¤, l’asprinio, il metodo champenois.

L’asprinio è un piccolo grande vitigno, misconosciuto, rude, vigoroso, dalla carica acida impressionante, perfetto per farne spumanti. Sul breve dà vini bianchi secchissimi, asprigni appunto, ma di grande bevibilita’¤. Che alla lunga però sanno regalare piacevoli sorprese¤, conservano vivida freschezza e tirano fuori, col tempo, note olfattive talvolta anche empireumatiche assai suggestive.

Così questo metodo classico gioca di fino su note ossidative, ha un bel colore dorato, un primo naso sottile, lievemente salmastro, poi idrocarburico, quasi un rimando ancestrale, speziato di ginger e via via, lentamente, più definito di camomilla e agrumi canditi. In bocca è invece immediato, asciutto, tuttora vibrante, ben dritto, senza ammiccamenti ‘drai’ o ‘estradrai’, una stilettata segnata dal tempo ma ancora pienamente efficace. Che poi si sa, in altri tempi a 25 anni anche la più capricciosa delle donne sapeva bene quel che desiderava dalla vita.

Franco Biondi Santi, l’autentico gentiluomo

7 aprile 2013 by

Così oggi se ne va, a 91 anni suonati, ‘l’ultimo fedele guardiano intransigente della tradizione del Brunello’, quel Franco Biondi Santi¤ da tutti quanti riconosciuto qual vero e autentico gentiluomo d’altri tempi. Appena due anni fa ne raccontammo qua¤, fu un momento a dir poco indimenticabile! R.I.P..

Franco Biondi Santi - foto A. Di Costanzo

Torta alla crema con amarene

4 aprile 2013 by

Un dolce davvero facile da preparare e di una bontà unica. Per partire alla grande a colazione ma delizioso anche in pausa caffè. 

Torta alla Crema e Amarene, il ripieno - foto A. Di Costanzo

Ingredienti per 8/10 porzioni:

Per la pasta frolla:

  • 2 uova intere
  • 250 gr di farina
  • 100 gr di zucchero
  • 100 gr di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • un pizzico si sale

Per la crema ed il ripieno:

  • 2 uova intere
  • 500 ml di latte
  • 100 gr di zucchero
  • 50 gr di farina ‘00’
  • 1 busta di vanillina
  • un pizzico di sale
  • 50 gr frutto e sciroppo di amarena Fabbri

E’ bene cominciare dalla pasta frolla: versate in una boule capace tutta la farina, le 3 uova intere, il burro ammorbidito, la busta di vanillina, lo zucchero, un pizzico di sale. Impastate sino ad ottenere un panetto omogeneo e compatto. Continuate quindi a lavorarlo su di un piano da lavoro per definirlo per bene. Lasciatelo riposare in frigo, magari avvolto da una pellicola per circa 30 minuti. 

Passate quindi alla preparazione della crema: in un pentolino, lavorate a freddo le uova con tutto lo zucchero, un pizzico di sale e la bustina di vanillina, unitevi quindi la farina ed infine il latte. Portate il composto sul fuoco e a fiamma bassa fatelo addensare. Dopodiché lasciate riposare quindici minuti. 

Torta alla Crema e Amarene - foto A. Di Costanzo

Imburrate a questo punto lo stampo e passatelo con della farina sin sopra il bordo, vi aiuterà a che la pasta frolla non si attacchi. Stendete la pasta frolla con il matterello, sottile ma non troppo, adagiate la sfoglia nello stampo e sistematela per bene con le mani facendo attenzione a non bucarla; versatevi la crema lasciando almeno mezzo centimetro dal bordo alto e sistemate a piacere le amarene qua e là. Con un altro pezzo di frolla formate dunque un disco sottile di pasta a chiudere la torta. Mettete in forno caldo a 180° per 30/40 minuti monitorando attentamente la cottura.

Il Cupo 2010 di Pietracupa è un grande vino!

3 aprile 2013 by

Sembra facile lasciarsi andare a facili entusiasmi dinanzi a certe bottiglie, costruirci sopra magari architetture letterarie senza precedenti, talvolta anche impetuose, assai istintive, emozionanti, suggestive.

Campania Fiano 2010 Cupo Pietracupa - foto A. Di Costanzo

Con il Cupo 2010 è ancorché semplice sebbene pienamente ispirato, e continua ad esserlo in maniera perentoria ogniqualvolta mi ci avvicino, da un anno a questa parte, per coglierne le sfumature.

L’ho messo sin da subito tra i miei migliori assaggi dell’anno passato, anzi, il miglior bianco in assoluto passatomi per mano nel 2012¤. Un azzardo forse un anno fa, per un vino se vogliamo in fase embrionale, solo parzialmente espresso, eppure già assolutamente emozionante, teso e vitale con una propulsione gustativa incredibilmente dinamica.

Ha grande stoffa questo fiano di Sabino, sulla carta un igt Campania, per scelta non certo per le origini che stanno sempre là tra quei 3 ettari e mezzo a Montefredane, luogo d’elezione del fiano di Avellino di cui Pietracupa continua ad essere tra i più degni e sicuri interpreti in circolazione. Il duemiladieci¤ si sa, ha consegnato un millesimo di grande prospettiva, vini di notevole consistenza, pregevole tessitura e questo riassaggio conferma con quanto entusiasmo ci si possa aspettare, riuscendone a conservare qualcuna di queste bottiglie, un bianco fuori dal tempo ma a pieno titolo nella storiografia del varietale.

Il territorio nel vino: suggestione o realtà?

2 aprile 2013 by

C’è una Campania che va, fa ed affascina come pochi. E’ quella che centinaia di produttori cercano di mettere nelle proprie bottiglie nel miglior modo possibile e che tanti di noi appassionati, sommelier, cronisti del vino tentiamo poi di descrivere, raccontare, far rivivere con parole proprie talvolta a centinaia di chilometri di distanza. E’ tutta suggestione o ché?

Locandina AISSA convegno Vinitaly

A Verona, il prossimo 8 aprile, si tenterà di fare chiarezza sull’argomento con un convegno ad hoc che si presenta tra i più affascinanti fra quelli messi in calendario¤ al prossimo Vinitaly 2013:  ‘Il territorio nel vino: suggestione o realtà?’¤ (si apre un pdf).

Promotore e primo relatore del convegno sarà Fabio Terribile¤, Ordinario di Pedologia dell’Università Federico II di Napoli nonché Presidente della Società Italiana Pedologi (SIPE), da anni impegnato col suo gruppo scientifico in diversi progetti di zonazione di successo (Soave, Etna, ecc…) e, in via sperimentale, sul monitoraggio di alcuni varietali a noi particolarmente cari (aglianico, piedirosso). Insomma, se state in zona, non mancate!

Buona Pasqua!

31 marzo 2013 by

Lilly Avallone, Angelo Di Costanzo - foto Letizia Di Costanzo

Pastiera

30 marzo 2013 by

Non potevamo certo mancare di mettere qui su queste pagine la ‘nostra’ Pastiera. E qualche consiglio sull’abbinamento? Beh, non vi resta che leggere in ‘poscritto’ la mia riflessione. Frattanto, sinceri auguri di una serena Pasqua. (A.D.)

Pastiera, cover - foto A. Di Costanzo

Ingredienti per 12 Porzioni (2 Pastiere):

Per la pasta frolla:

  • 3 uova intere
  • 500 gr di farina
  • 200 gr di zucchero
  • 200 gr di burro
  • 1 bustina di vanillina
  • un pizzico si sale

Per il ripieno:

  • 500 gr di grano cotto
  • 200 gr di latte
  • 40 gr di burro
  • 500 gr di ricotta romana
  • 300 gr di zucchero
  • 6 uova intere
  • 1 fiala d’acqua di mille fiori o fior d’arancio

Pastiera, lavorazione - foto A. Di Costanzo

Cominciate a preparare la pasta frolla: mettete in una boule capace la farina, le 3 uova intere, il burro (lasciato prima ammorbidire), la busta di vanillina, lo zucchero, un pizzico di sale. Impastate sino ad ottenere un panetto omogeneo e compatto. Continuate quindi a lavorarlo su di un piano da lavoro per amalgamarlo per bene. Lasciatelo riposare in frigo, avvolto da una pellicola per circa 30 minuti.

Passate quindi alla preparazione dell’impasto per il ripieno: cuocete in una pentola il grano, con il latte e il burro sino ad ottenerne una crema densa e risoluta. A parte, in una boule, lavorate le 6 uova intere con lo zucchero quasi a volerne ottenere una sorta di zabaione; unitevi quindi la ricotta, l’impasto cremoso col grano, quindi la fiala di mille fiori. Rimestate costantemente sino a quando il tutto sarà ben amalgamato e tenetelo da parte.

Pastiera, definizione - foto A. Di Costanzo

A questo punto imburratevi gli stampi e passateli con della farina sin sopra il bordo, vi aiuterà a che la pasta frolla e l’impasto non vi si attacchino; ricordatevi infatti che durante la cottura in forno il volume del ripieno della vostra Pastiera tenderà comunque a gonfiarsi leggermente.

Stendete quindi la pasta frolla con il matterello, sottile ma non troppo – dovrà comunque contenere un impasto bello consistente, ndr -, adagiate la sfoglia nello stampo e sistematela per bene con le mani facendo attenzione a non bucarla; versatevi l’impasto lasciando almeno mezzo centimetro dal bordo alto. Con la stessa frolla formate dunque delle strisce di pasta da congiungere a rombi come decorazione sopra la Pastiera. Mettete in forno caldo a 180° per almeno un’ora e controllate attentamente la cottura; una volta ultimata, spegnete il forno e lasciate tutto lì dov’è. Mai avere fretta di mangiarla.

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Ho letto spesso qua e là di abbinamenti abbastanza fantasiosi, per non dire ‘forzati’. La Pastiera è un dolce particolarmente ricco, calorico, profumatissimo, dolce. Vi sono addirittura versioni, ancor più tradizionali di questa di Lilly, arricchite con canditi o ad esempio con lo strutto anziché il burro negli ingredienti. Ecco, non sarebbe male, per non dire meglio quindi, accostare a tanta sovrabbondanza un po’ di leggerezza; dolce certo, ma meno prorompente, definitivo di un vino liquoroso o da meditazione. Ci stanno bene anche vini da ‘vendemmia tardiva’, ‘muffati’ o passiti purché poco alcolici e con un residuo zuccherino contenuto, magari con anche delle bolle, per non appesantirne l’accostamento, la beva. Non dimenticate tra l’altro che questo dolce, il più delle volte arriva in tavola al termine di un pasto già di per sé ricco e abbondante. (A.D.)  

Tortano

27 marzo 2013 by

Tortano o Casatiello? Le uova messe là sopra fanno la differenza, si sa, ma io preferisco rimanere nella convinzione che il Casatiello è la celebrazione della Pasqua in tavola per tradizione, mentre il Tortano, che le uova – sode e sgusciate – le tiene dentro, un richiamo succulento buono tutto l’anno!

Tortano, panorama - foto A. Di Costanzo

Ingredienti per 6/8 persone: 

  • 1kg farina ‘00’
  • 600gr acqua
  • 1 lievito di birra
  • ½  cucchiaino di zucchero
  • Olio extravergine di oliva
  • Sugna
  • Sale, tanto pepe macinato fresco

Companatico:

  • 200gr salame Napoli a cubetti
  • 4 uova sode (da sgusciare e tagliuzzare quando fredde)
  • 200gr mortadella Bologna a cubetti
  • 200gr di ciccioli (se non li amate, sostituiteli con del prosciutto cotto) a cubetti
  • 300gr provolone frammisto dolce e piccante
  • 100gr pecorino romano a cubetti 

Mettete tutta l’acqua tiepida in una boule abbastanza capace e scioglietevi il lievito con mezzo cucchiaino di zucchero e due cucchiai di olio extravergine di oliva. Aggiungete lentamente tutta la farina ed il sale (tre cucchiaini da caffé) ed impastate con efficacia. Una volta ottenuto il panetto portatelo su di un piano da lavoro e maneggiatelo energicamente. Dopodiché, con le mani, spianatelo per bene al suo centro, senza stenderlo troppo mi raccomando, ed unitevi in successione due cucchiai di sugna, tanto pepe macinato fresco ed un po’ alla volta tutto il ‘companatico’ ben mischiato. Riunite quindi tutto l’impasto, ben amalgamato, e lasciatelo riposare per almeno un paio d’ore o sino a quando il suo volume non sarà almeno il doppio.

Tortano - foto A. Di Costanzo

Al momento di passarlo alla cottura ponete l’impasto in una teglia da forno di forma circolare (di quelle classiche per una ciambella, per intenderci) e mettete in forno già caldo a 180° per circa 50 minuti. Ricordate che con un forno ‘ventilato’ la cottura è certamente più veloce e definita con almeno 10 minuti di anticipo. E’ Pasqua, ma come anticipato potrebbe esserlo tutto l’anno!

Paestum Aglianico Jungano 2010 San Salvatore

25 marzo 2013 by

Senza esagerare e perderci in troppi rivoli sempre complicati da navigare a vista diciamo che il Jungano incarna, è proprio il caso di dire, quel rosso di grande polpa che fa (quasi) sempre piacere ritrovare nel bicchiere: un aglianico del nostro tempo con tanta sostanza, tessuto e ciccia necessaria per stare in tavola, volendo, anche tutti i giorni.

Giungano, San Salvatore - foto A. Di Costanzo

E’ un vino di prorompente vivacità, anche immediato, di quelli che non hai bisogno del manuale d’istruzione per capire da dove cominciare. Ma attenzione però a non confondere questa chiarezza espressiva con la solita solfa di vini comuni a tutto tondo, anzi. Il Jungano 2010 è solo il primo giro di serratura che va spalancando le porte all’aglianico di questo sorprendente pezzo di terra sopra Paestum. Un rosso di gran carattere ma che sa toccare le corde giuste. 

Non ci metti molto a capirlo, è un rosso dal frutto incredibilmente piacevole, nero, teso, gioviale, che cede poco alla terziarizzazione, te ne accorgi tenendolo a lungo nel bicchiere, anche per un giorno intero: è un continuo riecheggiare di mora e rimandi balsamici che spiegano a pieno quanto potenziale possiede questo straordinario varietale quando sboccia stretto nella morsa di un terreno avido e minerale com’è da queste parti. Sapientemente interpretato.

Jungano 2010 - foto A. Di Costanzo

Non dimentichiamoci infatti la grande sostanza del progetto di Peppino Pagano che non si è certo lanciato in quest’avventura da sprovveduto, o solo per inseguire quella moda tanto cara – in tutti i sensi – agli imprenditori di successo in altri campi di fare vino per hobby. San Salvatore¤ è anzitutto un’azienda agricola a 360°, biologica non per manifesto ma per vocazione e che gira a palla sin dal suo debutto commerciale, non a caso in appena una manciata di vendemmie è già riuscita a smarcarsi proprio grazie alla forte personalità dei suoi vini bianchi¤ quanto più dei suoi due rossi¤.

Fiano JQN 203 ‘Piante a Lapio’ 2011. Il sogno, la visione di Raffaele Pagano e Maurizio De Simone

21 marzo 2013 by

Ho avuto spesso, qui e altrove, parole di profonda stima ed ammirazione per Maurizio De Simone e il suo lavoro speso in lungo e in largo in Campania. Opera che ci ha permesso, lo dico soprattutto a noi bottiglieri, di menarcela alla grande con gli appassionati più incalliti in giro pei ristoranti; con, tra le mani, veri e propri piccoli capolavori¤ in bottiglia che a qualcuno infatti non sono certo sfuggiti¤. Raffaele Pagano, Joaquin

Approfitto di questo assaggio del Piante a Lapio 2011 di Joaquin per rendergli pubblicamente omaggio, a lui ma anche a Raffaele Pagano¤ che continua a sorprendere forte: Maurizio¤, nonostante la sua esuberanza l’abbia portato spesso in passato anche a scelte di profonda rottura, continua invece a lavorare con grande attenzione ed abnegazione lasciandoci tracce davvero significative in un circuito che, diciamocelo, talvolta si mostra fin troppo impalpabile. E ciò che ha appena iniziato con Pagano sembra avere tutti i tratti di un sogno cullato per anni con radici molto profonde nella memoria del tempo; così gli ho chiesto qualche chiarimento, da cui poi ne avrei dovuto trarre spunto per scriverci su qualcosa, ma sono così ricche di suggestione queste sue parole che ve le trascrivo pari pari. E’ un post un po’ lungo ma ne vale veramente la pena! 

Maurizio De Simone - foto Giusy Rapuano

Questo il suo pensiero. “Da sempre ritengo che le selezioni massali, operate negli ultimi 50 anni dai vivaisti, abbiamo modificato i caratteri originali delle varietà più antiche. Lo scopo commerciale di riprodurre viti genera criteri di selezione legati a fattori riproduttivi e di attecchimento senza tener conto dei risvolti enologici. Pertanto i vitigni che coltiviamo oggi, sono certamente molto diversi dai loro progenitori”. 

“La Campania è tra le poche zone del mondo dove è possibile trovare piante precedenti alla fillossera, e quindi espressioni primordiali dei vitigni senza interferenze del portainnesto e di selezione artificiosa, da qui deriva la mia ricerca, ormai ventennale, di vinificare le uve di queste piante in purezza e cercare di capire le peculiarità enologiche per individuare quali potessero essere le caratteristiche che hanno reso famosi questi vini già nell’antichità e che hanno avuto tale successo da arrivare fino a noi, a questo serve però legare la ricerca di sistemi di vinificazione quanto più tradizionali e materiali di affinamento capaci di esaltare questa unicità senza interferire nella sostanza”. 

“Oggi si parla tanto di terroir, ma come si fa a definire un carattere ‘tipico’ se non siamo andati a verificare il legame vite-terra-uomo che ne hanno condizionato l’evoluzione? In Campania abbiamo un patrimonio da preservare e potrebbe essere quella marcia in più in un mercato piatto, lo dico da sempre ma ormai sono rimaste pochissime opportunità di ricerca”. 

Prof. Antonio Troisi (1994) - foto Lino Sorrentino“Con Raffaele ho solo ripreso fattivamente un lavoro cominciato e (personalmente) mai interrotto nel lontano 1992, con il prof. Antonio Troisi, papà di Raffaele Troisi di Vadiaperti, che condivideva con me queste idee e riteneva Lapio la culla del fiano, come poi si è dimostrato negli anni, dove cominciammo anche ad individuare i primi ceppi su piede franco che oggi stiamo valorizzando con Joaquin”. 

“Il fatto rilevante è che queste piante sviluppano generalmente il grappolo già alla seconda gemma, elemento che confermerebbe – teoricamente, perché non c’è nessun elemento scientifico per dimostrarlo -, che l’interferenza dell’uomo è stata tale da averne modificato la genetica e se tanto mi da tanto dovremmo anche pensare di rimettere in discussione quei caratteri definiti ‘tipici’ del fiano; sia chiaro, non che ritengo queste piante capaci di dare vini migliori, ma almeno sondando e verificandone tutte le potenzialità sapremmo da dove si è partiti per arrivare poi ad oggi”.

Vigne Vecchie del Piante a Lapio - foto Courtesy of Jaoquin A.A

“L’idea di Piante a Lapio quindi è di produrre un fiano da sole piante centenarie¤ a ‘piede franco’ e intervenire il meno possibile enologicamente¤, come pure, ad esempio, sostituire l’anidride solforosa con un coadiuvante antisettico naturale estratto dai polifenoli del vinacciolo che contribuisce ad eliminare un ulteriore fattore di interferenza quali sono di solito i solfiti aggiunti¤”.

Piante a Lapio 2012 in affinamento - foto A. Di Costanzo

“Abbiamo poi scelto di affinarlo in legni di castagno di Agerola, perchè da sempre viene ritenuto il migliore per la produzione di botti, e la spiegazione che ho individuato in merito è che sul Faito il terreno fertile è spesso pochi centimetri e quindi l’albero stenta a crescere, donando dei legni più compatti e visto che il difetto principale del castagno è l’eccessiva permeabilità di ossigeno, con conseguente ossidazione del vino contenuto, questo fattore ha fatto sì che i nostri ‘vecchi’ lo individuassero come ‘migliore’ perché i vini qui conservati risultavano incredibilmente più espressivi che altrove, nonché più stabili. Ricordo in merito che il papà di Luigi Di Meo (La Sibilla, ndr) mi raccontava che il “Per ‘e Palummo¤” nel castagno di Agerola era di sovente destinato ai Signori napoletani, mentre il vino delle altre botti era il vino per il ‘popolino’ e i prezzi erano notevolmente diversi. Per questo con Cione Botti di Avellino ci siamo selezionati i legni di Agerola e stiamo costruendo botti da 500 litri”. 

L'etichetta - foto A. Di Costanzo

Ma veniamo all’assaggio di questa prima uscita del Piante a Lapio 2011, sulla carta un igt Campania Fiano, per essere pignoli. E’ subito chiarissimo che ha tanta materia in canna, ma anche che solo il tempo, di qui ad almeno due/tre anni la saprà districare, stratificare e consegnare per bene ai palati più attenti. E’ un bianco evocativo, di grande slancio olfattivo, oggi più orizzontale che verticale, concentrico su toni di macchia mediterranea, garighe, origano, arricchito da fluttuanti nuances di acacia e zenzero candito; con un sorso di grande energia, tremendamente asciutto, recalcitrante quasi, a conferma di quanto impeto conservi, con una chiusura di bocca di grande freschezza e dal sapore di una promessa immancabile. Che, naturalmente, sapremo attendere e non ci vogliamo perdere per nulla al mondo.

Taurasi Vendemmia 2013| A chiudere, la sorpresa dei miei Taurasi e Taurasi Riserva 2008 preferiti

19 marzo 2013 by

Si chiude con quest’ultimo post il report sugli assaggi seriali di Taurasi Vendemmia 2013. Come anticipato qui¤, il ritorno sull’annata 2008 ha riservato tante piacevoli sorprese, concendendo tra l’altro a chi non era stato presente l’anno scorso, per un motivo o per un’altro, di proporsi con grande slancio ed efficacia. Non a caso proprio da questi i sussulti migliori. Chiudo infine col segnalarvi le tre etichette 2007 che più mi sono piaciute!

Servizio 'coperto' dei Taurasi

***** Taurasi Coste 2008 Cantine Lonardo, Taurasi – Valle Centrale/Riva destra del Calore. Non a caso ha messo tutti d’accordo, esperti e meno esperti che l’hanno provato e riprovato quasi increduli dinanzi a tanta sostanza espressa in maniera così pregevole. Secondo me solo una spanna o due sopra il Macchia dei Goti di Caggiano. Colore rubino fitto, poco trasparente, tinge di viola il calice. Naso ineccepibile, didattico mi verrebbe da dire, si concede a tratti ed ogni volta assai diverso e più intenso: amarena, mirtillo, cuoio, terra, sottobosco, anche dell’animale prima di finire dolce e balsamico. Sorso di grande sostanza, vigoroso, carnoso, con tanta materia, nerbo che s’allungano e allargano un palmo in più ad ogni passaggio in bocca. E’ un cru ‘annata’, non un Riserva come erroneamente riportato da alcuni¤, fatto solo quando possibile con le migliori uve colte dalle vigne di proprietà intorno Taurasi.

***** Taurasi Macchia dei Goti 2008 Caggiano, Taurasi – Valle Centrale/Riva destra del Calore. ‘Un aglianico di grandissima levatura’. Preso dall’entusiasmo per ciò che avevo nel bicchiere così chiudevo i miei appunti di degustazione appena dopo riassaggiato il campione n. 43. Invero mi sembra di ricordarlo preciso com’era ancora adesso che ne trascrivo le note, meraviglioso, non c’è che dire! Assente a Taurasi Vendemmia 2008¤, l’anno in bottiglia sembra avergli regalato quella compostezza che sinceramente da un po’ mancavo di trovare così nitidamente nel Macchia dei Goti. Ha uno splendido colore rubino vivace, un naso invitante, franco, di frutti rossi polposi e balsami, liquerizia. Sorso di grande respiro, caldo, ammanta quasi il palato con una impronta territoriale di grande fascino, slanciato, lunghissimo. 

****/* Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2008 Feudi di San Gregorio, Sorbo Serpico – Valle Centrale/Riva destra del Calore. 12.000 bottiglie di pregevolissimo aglianico che rimangono testimonianza di quanto una grande azienda oltre ai numeri sappia far quadrare anche il bilancio storico che la vede sicuramente portabandiera, con poche altre, dell’affermazione dei vini irpini nel mondo. Il Riserva Piano di Montevergine è il gioiello di casa Feudi, per me, da sempre, il miglior rosso, checché sappia ‘raccontare’ in certe annate il loro Serpico¤. Bello il colore di questo 2008, rubino appena sgranato sull’unghia del vino nel bicchiere. Naso molto invitante, variopinto, sa anzitutto di amarena e prugna, poi di pepe, liquerizia, un tocco di caffé a chiudere. Sorso di buonissima sostanza, teso, giustamente tannico, con un allungo sul finale marcatamente balsamico. 

**** Taurasi Vigne d’Alto 2008 Cantine Lonardo, Taurasi – Valle Centrale/Riva destra del Calore. E’ chiaro che la scelta fatta dai Lonardo di venire fuori con tante diverse etichette¤ secondo quanto gli viene consegnato da madre natura ogni anno va applaudita e seguita con sempre maggiore attenzione nei prossimi anni, soprattutto per far comprendere meglio queste diversità a chi non sia proprio incline alle vicende aglianiciste taurasine. Vigne d’Alto, a differenza del fratello gemello Coste, viene fuori da piante vecchie, in media di 60-100 anni site in contrada Case d’Alto, a Taurasi. Anche qui il colore rubino è ben espresso, fitto e vivace. Ha un naso ciliegioso e speziato di pepe nero, anche un po’ cinerino. Il sorso è asciutto, austero, col tannino appena un po’ più pronunciato. Impeccabile esecuzione comunque. 

**** Taurasi Riserva Terzotratto¤ Etichetta Bianca 2008 I Favati, Cesinali – Assemblaggio. E’ un impegno costante ormai quello ‘rossista’¤ dei fratelli Favati e Rosanna Petrozziello, per la prima volta in campo addirittura con un Taurasi Riserva. Da uve provenienti da San Mango sul Calore e Venticano una manciata di bottiglie, appena 4.000, che sapranno però farsi ben valere tra le più conosciute ed apprezzate ‘Etichetta Bianca’ di casa, i cru di greco di Tufo¤ e fiano di Avellino. Mostra un bel colore rubino maturo di buona integrità. Ha un naso delicato ma di buona fittezza, ne viene fuori frutta matura, anche sottospirito ma soprattutto uno speziato molto invitante e curioso. Sorso austero di buon peso, sostenuto da una trama carezzevole e piacevolmente balsamica. 

**** Taurasi Nero Nè 2008 Il Cancelliere¤, Montemarano – Versante Sud/Alta Valle. Sembrerebbe che alla fine dovremo rinunciare a vedere in giro bottiglie di Taurasi Nero Né 2007. Oppure no, chissà. Tant’è che ancora quest’anno rimane lì in cantina a Montemarano, lontano da occhi indiscreti. Su questo 2008 poco o nulla da aggiungere, è uno splendido rosso austero assai tipico, di cui tra l’altro trovate qui¤ una più ampia ed accorta recensione, se vi va. 

**** Taurasi 2008 Perillo¤, Castelfranci – Versante Sud/Alta Valle. Un’altra grande interpretazione che mancava all’appello lo scorso anno a Montemiletto, a ragione evidentemente. Davvero riconciliante questo assaggio, il tempo speso in bottiglia gli ha solo giovato. Colore rubino concentrato, naso di buonissima espressività: c’è viola, ciliegia sottospirito, pepe, con note tostate appena dolci sullo sfondo. Sorso di buona levatura, ha tannino di carattere ma ben integrato, è dritto e sgraziato quanto ci si aspetta. 

Per chiudere questa bellissima pagina di assaggi seriali tenuti a Taurasi Vendemmia 2013, mi piace infine lasciare traccia dei miei preferiti anche tra quelli proposti nella batteria dei 2007, tra i quali mi son tanto piaciuti più di tutti tre vini: il Taurasi Riserva Radici 2007 Mastroberardino ****/*, Assemblaggio, dal colore rubino di buona trasparenza ed un naso estremamente fine, con un sorso di bella fattura ma sottile, tutto giocato in sottrazione, risoluto, sapido. Il riferimento¤! 

Il Primum Riserva 2007 di Guastaferro ****/*, da TaurasiValle Centrale/Riva destra del Calore. Un rosso di pregevole fittezza, di grande levatura, invitante, intenso, nitido che sa di prugna e piccoli frutti neri e riesce a regalare un sorso di grande sostanza ma non più così debordante, anche affaticato, come qualche passaggio sembrava consegnare talvolta in passato. 

E, per la sua composta interpretazione, il Taurasi Riserva Il Vicario 2007 di D’Antiche Terre ****/* Quadrante Nord/Riva Sinistra del Calore. Un rosso delizioso, dal colore rubino piuttosto fitto, con un naso di grande precisione, molto invitante, sa di frutta rossa matura e note dolci che aprono ad una bevuta di buona stoffa e concentrazione. Credo tra l’altro non costi nemmeno tanto per essere un Riserva, insomma un vero affarone.

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

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