Papaccelle m’buttunate educatamente, 2007

29 novembre 2009 by

Ingredienti per 6 persone:

  • 6 Papaccelle napoletane dolci (presidio Slow Food)
  • 400 gr di mollica di pane raffermo
  • 100gr olive nere snocciolate
  • 3 acciughe salate diliscate
  • capperi
  • 200 gr formaggio pecorino mediamente stagionato
  • olio extravergine di oliva
  • origano secco

Preparazione: lavare accuratamente le papaccelle napoletane dolci, svuotarle dei semi facendo attenzione a limitare il taglio sul torsolo, sciacquarle e passarne accuratamente con le mani la parte esterna con un velo d’olio extravergine di oliva. Metterle in forno caldo a 200° per circa 30 minuti. A parte preparate il ripeno tritando grossolanamente la mollica di pane raffermo, unire ad essa il pecorino grattuggiato finemente e le olive nere snocciolate e tagliate, le acciughe sminuzzate ed i capperi, rimestare sino ad ottenere un composto uniforme. 

Terminata la prima fase di cottura delle papaccelle tirarle fuori dal forno e riempirle, aiutandovi se necessario con un cucchiaio da thè, sino all’orlo con il composto che avete preparato nel frattempo; Un filo d’olio extravergine ed una manciata di origano garantirà una certa vivacità aromatica alla preparazione. Infornare nuovamente e lasciare terminare la cottura sempre a 200° per altri 30 minuti circa. Et voilà, la tradizione è servita!

Per il servizio: ogni singola papaccella m’buttunata sarà servita in un piatto piano bianco, con ancora una manciata di origano spolverata intornoed un filo d’olio extravergine a crudo a completare la preparazione; Eccezionale come portata di antipasto  o come antrèe per un pranzo a tema tradizionale.
 

Ricetta di Lilly Avallone, da provare per credere…

 

Chiacchiere distintive, Marianna Vitale e Sud

29 novembre 2009 by

Guardo negli occhi Lilly, le sfioro la mano, metto giù la tazza di caffè: “che ne pensi, un bel pranzo non trovi?” Sì certo, davvero tutto buono! Ho appena scostato più in là la mezza crostatina al cioccolato fondente meringata, sarebbe stato davvero troppo ma era doveroso provarla nonostante non ami particolarmente ne’ la meringa ne’ passare per un golosone: di solito al secondo dessert so dire stop, il terzo al massimo lo assaggio appena.

Finisce così il pranzo della domenica a Sud, il ristorante che la giovane chef Marianna Vitale ha aperto a Quarto poche settimane fa’ realizzando il sogno di una vita, far da mangiare cosa ama mangiare e fare accoglienza così come desidera essere accolta quando va’ fuori con il suo Pino. Iniziano qui le nostre chiacchiere, Marianna ci viene a salutare e ci dedica un po’ del suo tempo appena dopo aver impiattato le ultime portate, con Pino al suo fianco: “allora, tutto bene, vi sono piaciuti i piatti?” Sì Marianna, abbiamo molto apprezzato.

In verità spero non averti creato problemi nell’aver scelto “à la carte”, ma sai, eravamo curiosi di andare oltre il pur invitante menù degustazione (35 euro, 6 portate: a trovarne!). “Assolutamente no, la mia preoccupazione era più che altro se vi fossero intolleranze varie o qualche difficoltà su alcuni ingredienti. Pur essendo tutti molto tradizionali amo molto giocare con essi, accostarli e sovrapporli mi da’ possibilità di sperimentare, di esprimere la mia cucina, perciò ci tengo affinchè non vi siano sbavature.” 

Piatti intelligenti, “puliti” nella loro esecuzione e sinceramente espressivi di un talento vero, di buona tecnica e soprattutto di cotture e condimenti delicati, da manuale. Adesso però dicci, come nasce il Sud di Marianna Vitale e perché? Beh, più o meno si sa’ della mia passione sin da piccola, della nonna che mi ha messo sin da bambina le pentole in mano e permesso di seguirla ai fornelli di casa, ma il grande imput mi è nato soprattutto dalla voglia di esprimere in cucina (e a sua volta Pino in sala) ciò di cui ero sempre alla ricerca ogni volta che uscivo con amici e parenti: equilibrio e semplicità, e farlo soprattutto nei Campi Flegrei.”

Bene, ci sei riuscita, a quanto pare, benissimo. Mi fa’ piacere che ti stia a cuore la sorte di questa terra, sono curioso e mi domando: immagino che da quando è iniziato a circolare il vostro nome ci siano state visite più o meno velate anche di ristoratori della zona, dimmi che impressioni ne hai tratto? Beh, devo essere sincera, siamo davvero molto felici per questo, ci arrivano anche  tante altre persone, la rete è stata un viatico di grande visibilità (un grazie particolare a Luciano Pignataro, ndr) assolutamente fuori dalla nostra quotidianità e spesso chi viene qui a cena esagera anche con gli accostamenti ad altre realtà campane…”

Dicci però la verità, non trovi curioso che molti di questi ristoratori della zona vengano con piacere a “scoprirvi”, magari ritornando con una certa puntualità, pur rimanendo nel loro quotidiano piattume dei 10 antipasti a vagonate e dei menù turistici? Marianna sorride, le lascio il tempo di un gesto veloce, quasi imbarazzato, si tocca la punta del naso come a tirare via uno sbuffo di farina, che non c’è. Ci siamo capiti al volo, non insisto oltre sull’argomento e Pino mi dà la possibilità di parlar d’altro.

“Adesso dicci tu, come hai trovato la carta dei vini, ti piace? Ci tengo alla tua opinione”. Assolutamente in linea con la vostra proposta, inutile avere carte sterminate, meglio far girare la cantina e saper consigliare un buon vino adatto ad ogni momento. Se qualche stolto oserà avanzare riserve gli basti guardarsi intorno e capire che si trova in un locale con meno di 30 posti;

Piuttosto – ma questa è una mia pura e personale deformazione professionale che non manco mai di esprimere – non amo le carte per “varietale”, una moda abbastanza in voga ultimamente ma sempre poco realista e praticabile, soprattutto quando con l’intenzione di fare servigio al cliente ci si complica la vita e spesso con poco successo (la Falanghina di Telaro non è monovarietale, Il Flòres di Spada pure, l’Amarone men che meno ecc…), meglio essere razionali, chi vuole sa cosa scegliere e dove cercare, il padrone di casa fa il resto. Sorridono.

La cucina ha un’ampia vetrata, la brigata è tutta al femminile, movimenti ridotti all’essenziale e sincronizzati al millesimo; con Marianna, c’è la mamma stretta al suo fianco tra colapasta e fruste mentre lei è all’opera e gira intorno ai fornelli in cucina come a danzare, in sala, invece, con l’ottimo Pino, cordiale, propositivo, attento, c’è Stefania, davvero brava, puntuale e perfetta nello spiegare e motivare i piatti che escono dalla cucina; l’ho ascoltata parlare anche con gli altri clienti, non una parola di troppo con chi si è mostrato riservato, assolutamente disponibile e solare con la bambina capricciosa di turno, complimenti davvero per il savoir faire!

Siamo ai saluti finali, le chiacchiere quindi stanno a zero, Sud merita l’attenzione che si è guadagnata e potrei anche chiuderla qua: ma i piatti? Tutti buoni, punto. Andateli a scoprire in via Santi Pietro e Paolo a Quarto, in barba ai coglioni che non riescono ad immaginare un futuro diverso per chi ancora crede nei valori che questa terra, i Campi Flegrei ci lascia scorrere nelle vene.   

Quartodiluna 2007, grrr…affiante Grotta del Sole

28 novembre 2009 by

Una giornata normale, un invito a pranzo informale, per così dire, di lavoro, per discutere tra amici cosa fare dal prossimo gennaio. Le idee ed i progetti sono tanti, le iniziative numerose e pertanto fermare le bocce di tanto in tanto per riflettere su dove, come e quando aiuta non poco ad analizzare oggettivamente prospettive ed obiettivi da raggiungere.

 Ci lasciamo andare, tra una precisazione e l’altra ad un delizioso stufato di verdure, ad una zuppetta di orzo e farro perlati e ad una sana pappardella con funghi porcini, quelli veri; la bella giornata ormai è schiarata, il sole è alto tanto da costringerci ad abbassare le persiane, l’appetito che mangiando viene ci induce a lasciarci suggerire anche una languida entrecote all’aglianico. Bravo Tonino Raia, giovane chef, remissivo sin troppo ma pur sempre in grande spolvero dietro i fornelli del Tiff di Pozzuoli.

Ci accompagnano durante tutto il pranzo i vini di Grotta del Sole della famiglia Martusciello, in particolare le riserve come le indicano loro, i cru come amo definirli io, “quelli buoni” come ci tiene a precisare qualcun’altro a tavola; Rispondo deciso: beh, a dirla tutta ci sarebbe un granchè da discutere su questo, la storia è spesso bugiarda, per una o due cose sbagliate non valgono mille successi. Pensate, basterebbe rispondere a cosa sarebbe stato del Gragnano o dell’Asprinio d’Aversa senza il lavoro di recupero, di restauro enologico oserei dire, portato avanti negli anni da Angelo e Gennaro Martusciello per avere bene in mente il valore del lavoro culturale prima che commerciale protratto da questa famiglia in Campania negli ultimi vent’anni, ma chi si sofferma sul passato, soprattutto in una epoca economica come quella odierna ha poco a cui pensare nel futuro, molta poca strada da camminare.

Dopo un breve passaggio bianchista Coste di CumaQuartodiluna 2007 siamo passati al Piedirosso Riserva Montegauro 2005 (in grande spolvero) ed all’aglianico di Castelfranci Quartodisole (davvero godibile, di nerbo).Le chiacchiere sparse qua e la’ ci hanno appena scaldato gli animi quando il ritorno sul greco Quartodiluna ci ha fatto sinceramente sobbalzare: un ventaglio di profumi eccelsi ed una notevole trama gustativa, davvero intensa e persistente. Il colore già ben identificato in precedenza rimarcava note paglierine cristalline, vivaci su sfumature giallastre. Il naso dapprima erbaceo e vegetale adesso aveva virato su note mentolate, agrumate intense e di erbe aromatiche, mentuccia, di buccia di pompelmo, maggiorana. Ventaglio vivo e fresco; in bocca poi la persistenza gustativa già adocchiata in precedenza continuava a darci segnali di ampiezza ed equilibrio tra acidità e morbidezza, con una conturbante mineralità a fare da sfondo ad un vino pieno e vigoroso pur risultante di estrema godibilità.

Ecco, ci piace davvero, superbo, aggiungo io, e di più, eccovi il manifesto di un lavoro negli anni andato avanti mentre i molti si sono fermati alle chiacchiere, ecco l’identità precisa di un vino che cresce e si forgia sulle nuove scelte aziendali come quella di avere una base concreta, tradotta in terra e vigne da condurre con le proprie idee e con i propri ideali enologici. Ecco il graffiante Greco di Tufo Quartodiluna 2007 di Grotta del Sole. Prendete appunti!!

a Nusco, a caccia di stelle

28 novembre 2009 by

La Locanda di Bu

festeggia la stella Michelin

Mercoledì 2 Dicembre ore 20,30

…la ricchezza di una terra è l’entusiasmo dei suoi giovani. L’entusiasmo di Antonio Pisaniello e di sua moglie Jenny, che insieme hanno dato vita non solo a questo splendido locale ma anche a Umberto o Bu, come lui stesso pronuncia il suo nome. Anni di duro lavoro che pian piano hanno consacrato La locanda di Bu a riferimento indiscusso della ristorazione irpina e campana, e la prima stella Michelin piombata a Nusco non è che l’inizio di un nuovo percorso.
   
I piatti di Antonio Pisaniello sono giocati sulla tradizione, sugli ingredienti locali, e tutti proposti con un’allure straordinaria come se questo chef, autodidatta, avesse passato la vita a girare il mondo, imparando a proporre ciò che è locale in una forma immediatamente accettabile da chi parla un linguaggio internazionale. Per l’occasione, con la presenza di Enzo Ercolino verranno presentati i vini nella nuova giovane e dinamica azienda irpina A CASA.

Conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo.

Informazioni e prenotazioni: 
Vicolo dello Spagnuolo 1
83051 Nusco (AV)
Telefono: +39 0827 64619
Fax:+39 0827 64619
www.lalocandadibu.com
info@lalocandadibu.com

Centomoggia, il Casavecchia del Principe

28 novembre 2009 by

Peppe Mancini sta al Casavecchia (e al Pallagrello) come Mastroberardino al Taurasi. Fatte le dovute proporzioni, il risultato minimo comune denominatore è la storia.

Tutto nasce alla fine degli anni ’80, l’avvocato che in questa storia poi diverrà Principe come consuetudine ama recarsi nella sua casa di campagna nel fine settimana per riprendersi dalle fatiche e le angherie del foro e rifarsi gli occhi ed il palato con i colori, i profumi e i sapori della terra dell’alto casertano che qui a Castel Campagnano sembrano acquisire tonalità uniche avvicinabili solo alle più famose colline del cosiddetto “Chianti shire” nella lontana Toscana. In quegli anni l’avvocato si diletta con la vigna e la vinificazione tanto che lasciandosi aiutare dai contadini della zona riesce pian piano a mettere su un piccolo vigneto di circa 2 ettari allevato con il sistema tradizionale della pergola casertana recuperando alcune marze di barbatelle di uve che qui tutti conoscono (vinificandole da tempo per consumo proprio) come casavecchia e pallarella nera e bianca ma che in realtà nemmeno risultano negli annali ufficiali degli albi poiché spesso confuse con altre varietà autoctone campane già esistenti come la coda di volpe nera e bianca.

Nel 1991 la prima vendemmia, conservata gelosamente in damigiane da 54 litri della quale però non si riuscirà a goderne del frutto poiché andate letteralmente a ruba, nel senso che vennero trafugate dalla cantinola di Peppe Mancini mentre lui era a Napoli per lavoro. Convinto però di stare seguendo la via giusta, nel 1992 durante una cena di piacere ebbe modo di conoscere l’enologo Angelo Pizzi, allora mentore della Cantina del Taburno che non fece mancare i suoi consigli per dare maggiore spinta, semmai vi fosse bisogno, al desiderio dell’avvocato di realizzare il sogno di tirare fuori da quei vitigni tanto sconosciuti vini che potessero conquistarsi un posto significativo nel panorama vinicolo campano al fianco dei già conosciuti Aglianico, Fiano, Falanghina e Greco di Tufo allora in piena evoluzione di gradimento sul mercato.

Il 1998 è l’anno dell’incontro con il prof. Luigi Moio che teneva a Caserta, presso la camera di commercio un convegno sui vitigni autoctoni campani e l’intuizione di Vincenzo Ricciardi di invitare Peppe Mancini a presentare i suoi vini si rivelò un coupe de teatre fenomenale che diede il via, di lì a poco alla realizzazione del sogno del neo vigneron, che si vide capitare tutto in un colpo sulla sua strada dapprima l’enologo giusto per la sua causa e dopo poco tempo anche la spalla giusta per dare lo slancio necessario al suo progetto: Manuela Piancastelli.

Giornalista de Il Mattino, tra le prime specializzate a caccia delle novità enogastronomiche campane, punto di riferimento in regione del buon Gino Veronelli che mai mancava di manifestare la sua stima per questa elegante, professionale e caparbia dama del buon gusto, Manuela cercò nel tempo di saperne di più su questo famigerato nuovo produttore campano che veniva fuori dal nulla con la storia di vitigni centenari recuperati dall’estinzione certa, che peraltro alimentava il mistero negandosi ad ogni richiesta di intervista sino a divenire coscritto dalla sua educata quanto spudorata insistenza: è un colpo di fulmine, è amore a prima vista.

Arrivano così i primi anni del duemila: l’avventura Vestini Campagnano, la prima azienda ad incarnare il progetto di Peppe Mancini è al suo capolinea; diversi i riconoscimenti già arrivati per il Casavecchia tra i quali alcuni di grande lignaggio ma la voglia di ripartire è tanta che subito con Manuela nel 2003 inizia l’avventura Terre del Principe, con Luigi Moio sempre al loro fianco ed una nuova storia da consegnare agli annali della viticoltura campana che annovera tra i suoi esponenti un’altra azienda a cinque stelle.

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2008 L’assaggiamo direttamente dalle barriques, Peppe Mancini ci tiene a farci dare uno sguardo alla bottaia dove riposano i vini scrupolosamente stipati di carato in carato distinti per filare ed epoca vendemmiale nonché per caratteristiche post fermentative. Un lavoro maniacale che appartiene più al vigneron che all’enologo che vuole i suoi vini massima espressione distintiva di ogni singolo cru aziendale. Il colore è stupendo, viola melanzana che lascia sulla parete del bicchiere tracce cromatiche cristalline con sfumature inchiostro. Il naso è una esplosione di vinosità e succo di piccoli frutti neri, mirtillo, ribes e mora. In bocca è secco, caldo, l’assaggio dalle barrique ci consegna come prima sensazione una nota tostata leggera e ben miscelata con il tannino, comunque di latente imprinting a favore di una gradevole acidità, chiudendo ancora su di un frutto delizioso e persistente. Ne verrà un bellissimo vino.

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2006 Il vitigno ha una origine ancora poco certa ma una cosa è acclarata e cioè che è presente qui nell’areale di Castel Campagnano da tempo immemore, forse il rinomato Trebulanum dell’epoca romana era composto proprio da questa uva che proprio per la sua alta resistenza alle malattie della vite è sopravvissuta al tempo ed all’uomo. Il colore è molto invitante, rosso rubino con netti riflessi violacei, poco trasparente, un biglietto da visita assai ammaliante per un vino di tre anni. Il primo naso è caratterizzato da note olfattive fruttate molto gradevoli e persistenti. Lasciandolo “aprire” mostra pian piano di avere anche note lievemente balsamiche e di burro di cacao; di buona beva, corpo e di buona profondità gustativa. Ideale se abbinato a primi piatti con ragout di carni, penso ad una bolognese o a carni bianche ricche di nerbo ai ferri. Indomabile la polposità del frutto che accompagna ogni fase della degustazione. 

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2005 Vendemmia particolare questa, la piovosità che ha accompagnato il ciclo di maturazione dell’uva ha creato non pochi problemi in cantina ed onde evitare vini con poco carattere si è dovuto intervenire (previo salasso, nda) cercando di concentrare maggiormente il frutto evitando di diluire oltremodo la materia estrattiva che è alla base della qualità di questo vino, prodotto già con bassissime rese per ettaro e con il giusto dosaggio di legni, questi ultimi sempre di secondo passaggio per non sovrastare oltremodo il frutto con i suoi tannini ellagici ceduti durante la fase di affinamento. Il colore permane su di un timbro rubino con piccole sfumature violacee, qui la trasparenza manifesta una sua minore concentrazione cromatica che trova conferma in una media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è abbastanza persistente, caratterizzato sempre da note olfattive di piccoli frutti rossi che sembrano essere caratteristica distintiva del vitigno, il cosiddetto marker, quello dei mirtilli, mora e ribes che caratterizza il casavecchia in tutta la sua fase evolutiva. In bocca forse il suo punto debole, estremamente morbido, avvinghiato su una beva scorrevole ma senza particolare profondità. In questa fase non sarebbe male berlo su alcuni piatti di pesce salsati o in tempura (penso al Baccalà, ad esempio).

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2004 Ritorna un naso leggermente più complesso del millesimo precedente, certamente il fruttato, sicuramente più intenso e persistente ma non di meno note terziarie in piena evoluzione. Già il colore tende di nuovo ad una maggiore concentrazione, è più vivace, poco trasparente ed a retto bene i cinque anni alle spalle. Le sensazioni olfattive si fanno via via maggiormente intriganti, prima vengono fuori note balsamiche, poi erba aromatica, una nota soave di rosmarino che ritorna soprattutto dopo la beva. E’ secco, caldo, abbastanza morbido con una discreta acidità a sorreggere un vino abbastanza equilibrato. Lasciare ampiamente respirare questo vino, da accostare per esempio a formaggi pecorini freschi.

Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2003 Mi ha colpito molto questo vino, abbastanza lontano dai precedenti assaggiati e con una storia tutta sua: il 2003 è l’anno di nascita dell’azienda, quando ancora era in via di finitura la cantina con tutte le problematiche relative alla gestione della vinificazione e dello stoccaggio delle masse; peraltro in un millesimo non certo facile: l’annata la ricordiamo tutti per il caldo torrido che ha imperversato in lungo ed in largo, creando in molti casi i presupposti più per succhi di frutta che per vini degni di attenzione. Eppure questo Centomoggia sembra avere una marcia in più, il colore ha retto bene, conserva sempre quel timbro rubino netto e manifesta una certa consistenza. Il primo naso è subito su note terziarie, molto elegante e profondo, nuances balsamiche, liquerizia, erbe aromatiche, cuoio, terra bagnata che non smette mai di porre all’attenzione durante la beva. In bocca è secco, decisamente più austero dei precedenti, ha lasciato alle spalle brillantemente le note tostate cedute dal legno (all’epoca nuovi) e conserva un anima propria molto affascinate, altro segno che ci sono margini evolutivi possibili e tutti da scoprire anche per questo “nuovo” autoctono campano e soprattutto che probabilmente nulla gli vieta di superare il decennio di vita con la giusta brillantezza e profondità: benvenuto Casavecchia, tra i grandi vini italiani.

Torrecuso, aspettando La Rivolta

27 novembre 2009 by

Torrecuso, Fattoria La Rivolta. Il gioiello di Paolo Cotroneo e famiglia.

I colori più belli dell’anno, Torrecuso è il posto più suggestivo del Taburno.

Come dire, rifarsi gli occhi dopo aver ritemprato il palato.

La natura sa essere molto suggestiva, soprattutto dopo aver donato i suoi frutti.

 

Turriga 2000, is sardus

27 novembre 2009 by

Il sud è una terra di grandi vini, soprattutto rossi. Pur buoni, i vini bianchi hanno sempre avuto un ruolo marginale che a dire il vero pian piano negli anni sta spazzando via, ma i colori, i profumi e le sensazioni più calde a scaldare gli animi di avventori e degustatori sono quasi sempre ricercate e ritrovate nei grandi rossi piuttosto che nei bianchi.
Il Turriga è senz’altro uno di questi grandi interpreti, materico, ossuto, profondo, il vino sardo per antonomasia ed il rosso isolano che più di tutti scalda il cuore come gli scenari ed i paesaggi dal Campidano arrivano poi sino al mare cristallino ed alle spiagge bianche di qua e di là del golfo di Cagliari. Selegas è una piccola frazione posta a circa 230 metri sul livello del mare, nell’entroterra cagliaritano, qui il terreno è calcareo medio, con substrati ciottolosi e sassosi, con uno scheletro particolarmente adatto alla viticoltura di qualita’ e soggetto ad influenze microclimatiche che nel tempo hanno delineato di questo terroir un profilo di eccellenza davvero unico e raro. Qui le selezioni dei migliori Cannonau, Carignano e Bovale Sardo che vengono utilizzate assieme alla Malvasia Nera per la produzione del Turriga, magistralmente interpretate da Marino Murru e dal suo mentore Giacomo Tachis.

La vendemmia duemila è passata per molti come un’annata da ricordare pur con tutti i suoi capricci stagionali: diverse le problematiche avute in tutte Italia e soprattutto al nord dove alcune grandinate di fine estate causarono non pochi problemi soprattutto alla viticoltura di qualità, le temperature fresche di luglio facevano invece ben sperare, soprattutto al sud e sulle isole, in una vendemmia più regolare ma il caldo torrido di agosto, prevedibile ma non così soffocante,sgomberò subito il campo da paventate idee di vendemmie tardive o sovra estrazioni naturali prive di stress idrico o complicazioni di vario genere da risolvere poi in cantina.
Il processo produttivo del Turriga è generalmente da manuale, la vendemmia delle uve, diversa e protratta nel tempo a seconda del grado di maturazione delle diverse varietà implicate è svolta di primo mattino, prima ancora dell’alba, quando le temperature consentono di non subire la calura asfissiante altrimenti troppo pressante, evitando anche il rischio di eventuali grappoli soggetti per rottura degli acini a pre-fermentazioni indesiderate; La ricerca di una sana e consona temperatura continua anche per tutto il processo di pigiadiraspatura e vinificazione, per preservarne qualità di frutto ed una originalità davvero spiazzante per integrità e compostezza riscontrabile nel bicchiere.

Proprio seguendo questo filo logico di autentica maniacale perseveranza non vi è, per la fase fermentativa, aggiunta di lieviti selezionati in laboratorio ma bensì la sola attesa che siano gli stessi lieviti endogeni (cioè presenti sulle bucce) a scatenarsi durante il processo di macerazione, spesso protratto anche oltre i 20 giorni; Succede poi un periodo di circa 24 mesi di invecchiamento in barriques, nuove ed un successivo affinamento in bottiglia per ulteriori 6 mesi. Nell’ampio bicchiere un vino di notevole intensità cromatica, rosso rubino che lascia poco spazio alla trasparenza e solo accennate venature granata, dopo nove anni ha conservato una indiscutibile vivacità di colore e concentrazione. Il primo naso è subito terziario, balsamico, speziato, etereo, lo spazio tra una sensazione e l’altra è appena sottoposta ad una nota alcolica un tantino invadente. Il lungo passaggio nel bicchiere tra un sorso e l’altro lo aiuta a venir fuori alla distanza con un timbro davvero interessante: adesso le sensazioni olfattive si fanno frutta in confettura, amarene dolcissime e marmellata di piccoli frutti di bosco, poi cuoio, caramello, stecca di liquerizia. In bocca è possente, è secco e caldo, il tannino ampiamente levigato, nobilissimo e docilissimo, persuasivo. Una lunga ed accorata cavalcata tra intensità e persistenza, equilibrio e finezza, possenza e bevibilità, un vino perfettamente stabile, godibile, esaustivo, pregnante di una qualità certamente attesa, ben interpretata ed assolutamente meritevole di plauso. La “Grande Madre”, così come rappresentata in etichetta ha un nobile, vigoroso e valoroso figlio!!

Polpettina di melanzane su vellutata di pomodorini del piennolo, 2007

26 novembre 2009 by

Ingredienti per 12 polpettine:

  • 3 melanzane lunghe di media grandezza
  • mollica di pane raffermo
  • 2 uova
  • parmigiano reggiano grattuggiato
  • pane grattuggiato (per la panatura)
  • 1 cipolla bianca, 1 spicchio d’aglio (servirà per la cottura del pomodoro)
  • sale, pepe
  • Olio extravergine di oliva
  • Olio di semi di Girasole (per la frittura delle polpettine)
  • 200gr pomodorini del Piennolo

Preparazione: lavate e sbucciate le melanzane, tagliatele a tocchetti più o meno piccoli e stufatele in pentola con cipolla, olio extravergine di oliva e sale. A cottura ultimata riporle in un colapasta affinchè cedano l’acqua in eccesso e quindi lasciarle raffreddare completamente. A parte preparate la salsa di pomodoro con cui preparare la vellutata: soffriggere in olio extravergine di oliva lo spicchio d’aglio, unirvi i pomodori del piennolo accuratamente lavati e tagliati a metà. A cottura ultimata omogeneizzare la salsa di pomodoro e passarla in un setaccio per eliminare i semi.

A questo punto unire alle melanzane la mollica di pane raffermo preventivamente tritata, il pepe, il parmigiano reggiano grattuggiato e le uova intere. Rimestare il composto sino ad ottenere una pasta sufficientemente compatta. Preparare a parte una padella con l’olio di semi di Girasole e portarla alla giusta temperatura per la frittura, con le mani preparare le polpettine, passarle nel pane grattuggiato e friggerle sino ad una omogenea doratura, riporle man mano in un piatto di servizio con della carta assorbente per eliminare l’olio in eccesso.

Per il servizio: disporre al centro di un piatto piano bianco un cucchiaio di salsa vellutata di pomodorini del piennolo, porre al suo centro una polpettina, una manciata di scaglie di parmigiano completerà la preparazione, un ciuffetto di prezzemolo fresco come decorazione. Piatto di sicuro appeal, come antipasto o come stuzzichino.

Ricetta di Lilly Avallone, ledichef per amore di una cucina semplice ed originale.

Sorbo Serpico,Taurasi 1993 Feudi di San Gregorio

26 novembre 2009 by

Dinamicità, evoluzione, crescita. Termini affascinanti comuni a molti trattati di gestione e marketing aziendale, parole che divengono dogmi se ben supportati, argomentati e comunicati.

I professori universitari fanno a gara ad imporre il proprio modello, a definire una teoria vincente vestibile ad ogni realtà manageriale, che sia allocata in una delle grandi metropoli mondiali o nel cuore della campagna irpina, che si facciano zip o che si pestino uve, che si giochi nell’immobiliare o che si metta un’altra pietra sopra la porta o un’altra barrique della propria cantina. Ecco Feudi di San Gregorio, azienda nata nel 1986 e da allora in continua crescita, evoluzione inarrestabile, dinamicità incontrollabile. Osannata ed odiata, premiata ed interdetta, schivata e ricercata ma sempre e soltanto se stessa, una coscienza moderna apparentemente senza passato fortemente votata al futuro; una stella caduta nel cuore dell’Irpinia non per terminare il proprio viaggio, la propria vita scintillante ma per stravolgere, sconvolgere, soverchiare una viticoltura, appunto, statica e racchiusa su stessa, su quello che è stato e su quello che aveva difficoltà di esprimere e di essere: un valore aggiunto al patrimonio enologico italiano.

Feudi osannata, dicevamo, dai distributori, “vini che si vendono da soli” ed odiata dai facinorosi terroiristi del vino “quale identità territoriale?” , Feudi premiata da tutte le guide possibili ed immaginabili “…persino in Lapponia” ed interdetta su tutti i fronti per il primo Merlot 100% campano, schivata così dai  “grandi” talent scout cronisti del piccolo è bello ma sempre più ricercata – mah …stranezza tutta italiana – quando ci si rende conto che alla fine si hanno davvero pochi argomenti su cui trattare la materia in regione o elargire consensi e prestigiosi riconoscimenti. Feudi di San Gregorio a poco più di vent’anni dalla sua fondazione è già tutto questo, incredibile!

Il Taurasi 1993 può in qualche modo rappresentare tutto quanto scritto di questo percorso nella sua disarmante liquidità, al di là dell’essere la prima annata prodotta con la fascetta d.o.c.g. e di avere una veste quasi felliniana sacrificata al tempo in divenire; Un vino nato dalle mani sapienti di un’allora astro nascente dell’enologia campana, quel Luigi Moio giramondo ma fortemente attratto, già allora, dall’austerità dell’aglianico di queste terre ancora poco conosciuto ai più, un vino perfettamente integro, evoluto sì, risoluto pure ma espressivo di un Taurasi lontano nel tempo ma vicino nel gusto di chi vuole e vede nell’aglianico il Barolo del sud, il fratello, senza minore, dei grandi vini italiani e non l’imitazione spudorata e caricaturale dei cugini d’oltralpe.

Il colore è rosso rubino con tendenza al granata e con evanescenti venature aranciate sull’unghia, mediamente consistente e poco trasparente. Il naso è subito terziario, elegante, intenso e complesso, si riconoscono nitidamente cuoio, polvere di cacao, pepe, cannella; alla lunga è il frutto a ritornare deciso, piccoli frutti rossi disidratati, frutti secchi, noci. In bocca è secco, abbastanza caldo, il tannino è nobilmente assopito, ben legato ad una acidità sommessa ed in armonia con una intensa sapidità che accompagna tutta la beva.

Un vino certamente franco, espressione conclusiva di un percorso temporale giunto al suo apice, un vino frutto che è stato un piacere ritrovare, tanto caro alla mia memoria: proprio le bottiglie dei Feudi assieme a quelle di Mastroberardino sono state le prime a passare tra le mie mani di apprendista sommelier, erano tempi di duro lavoro, di mille coperti alla settimana e di tanta ma tanta carne alla brace, e di molte, tantissime bottiglie aperte ed assaggiate per accrescere il mio palato. Una esperienza, questa bevuta, che per qualcuno può fare o non fare notizia, per me ha solo confermato che la dinamicità, l’evoluzione, la crescita sono valori più che termini che se gestiti bene non possono che migliorare la storia, di un’azienda come di un vino e di un territorio!!

Barile, terra del vino

26 novembre 2009 by

Barile, veduta panoramica delle antiche cantine nel centro storico

la terra vulcanica, arsa nei vigneti di Paternoster a Barile, Vulture

La piccola barriccaia di Rino Botte a Barile, Cantine Macarico

Nuovi impianti di aglianico del vulture, razionali e votati alla qualità

Il Vulture secondo Elena Fucci, in verticale

26 novembre 2009 by

la Familgia Fucci al completo, Elena in primo piano con il suo aglianico tra le mani.

L’occasione era di quelle da non perdere, una delle prime e delle poche uscite di Elena Fucci qui nei Campi Flegrei, il luogo che le ha splancato la porta dandogli il benvenuto è l’accogliente Osteria di Nando Salemme, Abraxas; Sono convenuti molti amici, anche produttori per assistere a quella che si è poi rilevata una bella e piacevole serata in compagnia di buoni piatti e di questo interessante aglianico del vulture, bevuto in verticale, sgraziato ed avvincente da millesimo a millesimo. Ecco com’è andata la verticale:

Aglianico del Vulture Titolo 2005 L’aggettivo che meglio esprime questo vino è sicuramente “ammaliante”, con tutto quello che può rappresentare nella sua ampia interpretazione. “Delle tre ultime annate prodotte, 2006, 2005, 2004 – dice Elena – non abbiamo registrato variazioni climatiche particolarmente incidenti sulla definizione complessiva del nostro Aglianico”, io le credo senz’altro, ma nel bicchiere mi ritrovo comunque un vino da raccontare con un tono diverso. Il colore è rosso rubino, poco trasparente e manifesta nel calice buona concentrazione glicerica. Il primo naso è intenso e avvolgente su note di piccoli frutti rossi surmaturi, poi vengono fuori note speziate (pepe) e sensazioni terziarie molto interessanti, cuoio e smalto in primis. In bocca si pone intenso ed abbastanza persistente, il frutto diviene quasi masticabile, di buon corpo; Si può tranquillamente affermare di stare bevendo un vino con un’ impronta più godibile, immediata, ma senz’altro poco calzante alle aspettative di chi si aspetta un Aglianico più austero.

Aglianico del Vulture Titolo 2004 La prima annata condotta personalmente da Elena Fucci, con i consigli in vigna del nonno e con tutto il suo personale amore ed estro tra vasche e barriques, quest’ultime scelte dopo alcuni anni di ricerca e sperimentazione con l’azienda francese Boutes di Bordeaux. Il colore riprende note cromatiche molto affascinanti, rosso rubino con lievi sfumature granata, abbastanza trasparente e di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso è assai intenso su note evolute, con un approccio balsamico e con una evoluzione in spezie, cuoio, liquirizia. In bocca è asciutto, intenso e di buona persistenza, sorretto da una buona acidità, con un tannino levigato ma ancora presente e tangibile, mai invadente per tutta la beva. Un gran bel vino, da goderne adesso e certamente per chi ne avrà la possibilità da non perdere di vista nei prossimi anni.

Aglianico del Vulture Titolo 2003 Della vendemmia in questione si è parlato tanto e forse troppo, dei numerosi problemi che ha causato la calura estiva e dei trampolini che molti viticoltori hanno dovuto usare per rimanere attaccati al mercato. Adesso però che si iniziano ad aprire le bottiglie, dopo un lapalissiano tempo di attesa si hanno piacevoli scoperte. Nel Vulture la sensazione catastrofica dell’annata per la verità non la si è avuta sin dall’inizio e – come dice Elena Fucci – “prima ci hanno detto che correvamo il rischio di buttare tutto via, poi l’anno dopo si sono distribuiti alla 2003 premi a destra e a manca”. Si sono dimenticati però di premiare questo bellissimo vino, aggiungo io, curato sino all’estrema ratio da Sergio Paternoster: di colore rubino carico, poco trasparente, consistente. Un naso eccelso, pulito, con un approccio elegante e fine su note aromatiche che vanno dal floreale passito, al fruttato in confettura, allo speziato al sentore animale di pelliccia. In bocca è secco, austero alla vecchia maniera, sorretto da una acidità masticabile e da un tannino che proprio non ne vuole sapere di assopirsi. Carattere da vendere.

Qui un bell’articolo di Monica Piscitelli che è stata a trovare Elena in azienda.

Mastroberardino, la storia siamo noi

25 novembre 2009 by

Lo stato d’animo è quello giusto, partecipano a questo panel alcuni Sommelier e Chef della Campania che va, tanto per rubare uno slogan all’amica Monica Piscitelli tanto foneticamente affascinante quanto di geniale primogenitura, tutti accomunati dalla grande professionalità e disponibilità nel comunicare il territorio che scorre in ogni calice che viene servito ai propri avventori. Con me, tra gli altri, ci sono Gianni Piezzo di Torre del Saracino, Tonino Faratro de La Caravella di Amalfi, Rocco Iannone di Pappacarbone e molti altri operatori della ristorazione di qualità campana sparsa qua e là tra le province di Napoli e Salerno.

Il Panel è tanto impegnativo quanto affascinante, un percorso attraverso le varie anime dei Taurasi della storica azienda irpina sempre più volti ad identificarsi e rappresentare profili territoriali (terroirs, per dirla in un termine a me caro e sublime) unici e riconoscibili di annata in annata. Dario Pennino, neo amministratore delegato della Mastroberardino S.p.a. ci introduce alacremente alla storia dell’azienda di Atriplalda chiosando poi con una frase che apre ad una riflessione tanto scontata quanto sorprendentemente disarmante: “tutti dicono che Mastroberardino sia la storia in Irpinia, va bene, ci fa piacere, ma noi questa storia ce la vogliamo continuare a conquistare; Mi piace pensare alla nostra azienda come il marchio Levi’s, non ti poni mai il problema se è di moda o meno, sai che ti calza bene e quindi ne hai sempre almeno uno nel tuo guardaroba che quando non sai cosa mettere, vai lì, lo tiri fuori e sai di aver risolto. Ecco, noi siamo così, siamo qui da centotrenta anni, fuori dalle mode, dentro le vostre cantine, e puntiamo ad essere sempre più costantemente all’altezza della vostra situazione…”.

La verticale:

Taurasi Riserva Radici 1997 Rimane una mia convinzione, non lo so, ma l’annata ’97 per il Riserva Radici segna un confine superato il quale questo Taurasi ha virato verso una godibilità del frutto più immediata e di “moderna” concezione, che seppur maggiormente appagante per profumi e gusto di un avventore in cerca di immediatezza ha lasciato indietro quei ricordi sublimi di un aglianico forzatamente austero e ruvido, certamente più antico ma sempre all’altezza di piatti rustici, sinceri come la tradizione enogastronomica campana, quella Irpina in testa, propone con naturalezza e semplicità disarmanti. Di colore aranciato, mediamente consistente e trasparente si pone con una naso mediamente intenso su note terziarie di tostato, chiodi di garofano. In bocca è secco, caldo di buon corpo con una beva scorrevole e legata ad una spiccata freschezza ancora tangibile. Pronto da bere, su cacciagione arrosto, penso per esempio al cinghiale con papaccelle.

Taurasi Riserva Centotrenta 1999 Non avevo ancora avuto modo di berlo, presentato lo scorso anno per consacrare alla storia i 130 anni del marchio Mastroberardino, tra i primi ad essere esportato in tutto il mondo, in sud America in particolar modo sin dalla seconda metà dell’800 come testimonia l’iscrizione alla camera di commercio di Roma (sede della società di spedizione) datata 1878. Il vino è di un bel colore rubino con sfumature granata, consistente ed abbastanza trasparente. Il primo naso è vivace su note aromatiche intense ed abbastanza persistenti di fiori secchi, spezie fini, poi ceralacca, smalto. In bocca è asciutto, austero con un frutto davvero invitante, intenso e persistente e con una spiccata profondità. Un Taurasi tra il vecchio ed il nuovo, perfetto su di un cosciotto d’agnello glassato, ma capace di tenere testa anche a formaggi stagionati e di carattere.

Taurasi Riserva Radici 2003 Presentatoci come anteprima dato che non è ancora commercializzato, questo vino nasce dai vigneti che l’azienda conduce in quel di Montemarano, area tra le più vocate per la denominazione di origine controllata e garantita Taurasi e sempre di difficile intepretazione; Si pensi che qui capita non di rado che la vendemmia venga protratta sino a metà novembre, spesso con le prime nevicate in continuo agguato. Il colore è molto affascinante, rosso rubino, piccole sfumature granata di buona vivacità, consistente. Il primo naso è molto invitante, prugna e marasca mature, poi note tostate ed intense avvolte in una aromaticità molto gradevole di polvere di cacao e caffè. In bocca è secco, caldo, la morbidezza è ancora un miraggio lontano, anima sincera di un aglianico che speriamo ci possa accompagnare per molti anni a venire, un vino di carattere da accostare a piatti ricchi, una bella tagliata di “marchigiana” appena scottata ed in stagione accompagnata con una manciata di porcini appena rosolati.

Taurasi Historia Naturalis 2004 Storia tribolata quella del Historia Naturalis, vino nato alcuni anni orsono per dare spunto ad uno studio di ricerca accurato sul matrimonio aglianico-piedirosso sempre molto a cuore a Piero ed all’azienda tutta ma che in realtà non ha mai sortito gli effetti sperati se non quello di valorizzare un nome molto evocatico oggi tutto a vantaggio di un nuovo Taurasi prodotto esclusivamente dalle uve di vecchie vigne quarantennali in Mirabella Eclano, Cru di particolare elezione per l’aglianico di Taurasi di recente acquisizione dove sorge il Radici Resort, la nuova struttura votata all’ospitalità di casa Mastroberardino. Il colore di questo vino è assai affascinante, rubino con riflessi violacei, di bella vivacità. Il primo naso è un effluvio di sentori fruttati nitidi e freschi di piccoli frutti rossi, mirtillo e mora su tutti accompagnati da una gradevolissima sensazione tostata. Il gusto è secco, caldo, con una piacevole tannicità che sorregge una beva caratterizzata dal ritorno di sensazioni classiche dell’aglianico come un finale di bocca balsamico e speziato. Un rosso di carattere, che piace e piacerà a chi si avvicina all’aglianico di Taurasi per la prima volta e a chi ricerca in questo nobile vino una maggiore concentrazione di frutto. Su cosciotto d’agnello agli aromi con patate al forno. 

Taurasi  Radici 1968 Piero Mastroberardino e Dario Pennino decidono di sorprenderci regalandoci questa emozione unica e poco replicabile a chiusura di questo bellissimo percorso di degustazione. Si aprono alcune bottiglie di Taurasi Radici 1968, all’epoca ancora doc e l’unico dei vini del sud a poter essere ammesso ai confronti con i già blasonati Barolo e Brunello di Montalcino. Nasce proprio da qui l’intuizione di conservarne qualcuna di queste bottiglie in un millesimo molto apprezzato da alcuni vignaioli langaroli di fama amici di Antonio Mastroberardino che lo invitarono a stipare qualche cassa di questo vino nelle proprie cantine, e così fu. Settecentoventi lire, questo il prezzo all’epoca necessario per poter godere di questo nettare, a vederlo oggi in questo bicchiere, sotto il mio naso, penso a quanti negli ultimi anni fanno il prezzo dei loro vini pensando esclusivamente a quanto li vende il proprio vicino o alla necessità di rientrare del proprio investimento nel più breve termine possibile fregandosene di “fare cantina”. Pazzi, incoscienti del valore della condivisione e del fascino del tempo, innamorati solo del proprio portafogli o al massimo della propria silouette riflessa allo specchio. Ma veniamo al dunque, le bottiglie vengono stappate almeno un’ora prima del servizio, attentamente gestite dallo staff e versate senza residuo alcuno nei calici di ognuno.

Il colore è bellissimo, rosso granata con nuances arancio sull’unghia del bicchiere, cristallino e limpido. Il primo naso è sorprendente, ci si aspettano sensazione vetuste e poco eleganti ed invece è una esaltazione stilistica di eleganza e finezza: pout-pourri di fiori e frutta secca, corteccia, carrube linearmente accompagnati  da note balsamiche fini ed abbastanza persistenti. In bocca è secco, abbastanza caldo, assolutamente preservato da una freschezza sorprendente e tangibile ancora oggi, un vino magistrale, minerale, decisamente una esperienza degustativa che rimarrà ben impressa nella mia memoria: ho finalmente un parametro di longevità tangibile dell’aglianico che mira alla finezza ed all’eleganza come solo pochi grandi Pinot Noir borgognoni possono esprimere; E’ vero, è dura aspettare 40 anni e più, ma qualcosa dovrà pur rimanere alle generazioni future oltre che le nostre scorie e le nostre sciagurate scelte politiche!

La Basilicata in bianco, Re Manfredi 2008

25 novembre 2009 by

La Basilicata è senza ombra di dubbio una terra unica e straordinaria e seppur l’origine etimologica stessa del suo nome, proveniente forse da Blaseus – Terra dei Re – evochi blasone e regalità colpisce e stupisce per la semplicità disarmante delle sue bellezze naturali tanto care ai viaggiatori dell’800, per i suoi paesaggi chiaro-scuri incastonati tra il mare e la terra, tra lo Ionio ed il Tirreno, tra il Vulture e le montagne sacre del Pollino.

Qui sorge Terre degli Svevi, azienda agricola di particolare suggestione e piccolo gioiello della viticoltura vulturina tra le aree di Venosa e Maschito, particolarmente vocate per la produzione dell’aglianico del Vulture ma che grazie alla loro peculiare esposizione ben si adattano alla sperimentazione di impianto di vitigni, senz’altro innovativi per l’area, come il muller thurgau ed il traminer aromatico iniziate nel 2001 con risultati decisamente incoraggianti.

Il Re Manfredi bianco è un vino che sin dal mio primo assaggio avvenuto al Vinitaly nel 2004 (annata 2003, non commercializzata) mi ha colpito ed entusiasmato, soprattutto per l’imprinting olfattivo del quale tutto si poteva immaginare tranne che fosse un vino del sud, addirittura del Vulture. Una novità assoluta per il panorama dei vini bianchi del sud, senza dubbio una botta di vitalità per un areale che mietendo i dovuti riconoscimenti per il suo straordinario aglianico non riusciva ancora a proporre nulla di chè rilevante sul versante bianchista (a parte poche buone interpretazioni di Fiano) per supportare una proposta commerciale sicuramente di eccelsa qualità ma recepita come un “unicum” territoriale con tutte le problematiche ad esso correlate.

I primi appunti di degustazione dell’annata 2008, all’epoca appena arrivato sugli scaffali li avevo lasciati sul sito dell’amico Luciano Pignataro circa un anno fa’ ma la curiosità di capire, dopo quasi un anno (appunto) cosa fosse successo era tanta, pertanto bando alle ciance e calice alto: il colore è rimasto di un bel giallo paglierino, chiaro, nitido ed ha conservato una verve cristallina ineccepibile, di media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è intenso, ampio, senzazioni aromatiche inseguono note erbacee, spunti mentolati, un fruttato quasi dolce di mela, pesca e di banana, mandorle.

In bocca è secco, possiede una trama acida di prezioso equilibrio, per niente invadente, direi anzi invitante e godibile dall’ingresso alla deglutizione. In conclusione un vino che ha ancora spalla per reggere bene un altro paio di giri di calendario, sinonimo di grande qualità in vigna ed in cantina, di esperienza da vendere, di un terroir straordinario che ha trovato una nuova vocazione, bianchista, di grande aiuto ad una offerta vulturina che come detto pur di grande qualità soffre, soprattutto in fase di stagnazione, di una minore capacità di penetrazione sul mercato “medio”, soprattutto internazionale.

Un vino da bere molto fresco, da accostare a pesci fritti, ricordo le vope e le mennelle fritte che mia madre non smetteva mai di friggere per la voracità con la quale sparivano dalla tavola della domenica, ma quelli erano altri tempi, altri profumi, altri sapori a cui nemmeno un re avrebbe resistito!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Clos des Goisses 1996, applause!!

24 novembre 2009 by

La ricerca dello champagne preferito non ha fine, ci sono esempi storici, camei indimenticabili di imperatori e re follemente innamorati di questo o di quello champagne; governatori,  papi e starlettes capricciosi sino all’inverosimile tanto da meritarsi dediche di intere cuvèe.

Perché stupirsi allora quando a marcare il visibilio più totale è l’annata del cuore, quella da non far mai mancare nella propria cantina, quel vezzo tanto prezioso che caratterizzava tanto la molto beneamata Madame Pompadour, fiera devota al suo Moet del 1746 quanto l’ineffabile James Bond, vinto solo dal fascino del suo Bollinger RD. Il Clos des Goisses è il gioiello di casa Philipponat, uno champagne molto particolare, non per tutti o almeno per coloro che pensano e credono che le bollicine d’oltralpe siano solo un vezzo per viziati e sedicenti imbonitori. Questo cru Nasce a Mareuil sur Ay, in un vigneto-giardino bellissimo che costeggia gli argini del fiume Marna, un climat da cartolina, una veduta da perderci il fiato. Il ’96 come molte delle precedenti annate è stato prodotto con un blend di pinot noir e chardonnay, con il principe dei vitigni a baca rossa prevalere per il 70%  e solo in minima parte affinato il legno.

Il 1996 è uno champagne di rara personalità, ha un colore paglierino brillante, scintillante, possiede una trama di bollicine fitte ed eleganti, persistenti, infinite, cloni a se stesse. Il primo naso è una spruzzata di agrumi, di spezie orientali: buccia limone, pompelmo, poi ginger, foglia di thè e cannella. Un ventaglio assai fine e fitto, complesso e persuasivo, avvincente, inebriante; il gusto è secco, intenso, abbastanza caldo, per niente morbido, spiccatamente citrino: taglia il palato in profondità, una volta mandato giù il primo sorso, per 3,4,5 secondi hai solo il piacere di chiudere gli occhi ed immaginare bevute simili, un confronto decente, una prospettiva futura, così ti convinci di berne ancora, di ricercare altre sensazioni. Ti accorgi così di navigare a vista, speri in un punto di riferimento che non c’è, torni a metterci il naso dentro, lo riassaggi, esprimi una doverosa contropinione sulla sua fittezza di acidità, gli concedi più o meno un ventennio per smussarla e per goderne ancora: cavolo ma è il Clos des Goisses di Philipponnat, punto e basta!

A questo punto sarebbe opportuno buttare giù un paio di piatti adatti ad avvicinare cotanta ricchezza organolettica, ecco allora che mi vengono a mente un paio di esperienze, una recentissima che è la lasagnetta di lingua di vitello in guazzetto di Tartufi di mare di Marianna Vitale del ristorante Sud di Quarto, l’altra mi appartiene per convenzione: la scacchiera di mare di Oliver Glowig (qui), forse il piatto più emozionante (qui conta poco essere di parte) mangiato nel 2009 assieme alla creme brulée di baccalà di Francesco Sposito di Taverna Estia.

Sant’Agata de’Goti, Mustilli

24 novembre 2009 by

Vigneto di Falanghina dove nasce il Vigna Segreta di Mustilli

Vecchie bottiglie, memoria storica liquida della famiglia Mustilli

Femminella di Falanghina, la vendemmia ha già avuto il suo corso

Solo i grappoli più sani vengono portati in cantina, il buon vino nasce così

 

Quarto, dietro l’angolo c’è Sud

23 novembre 2009 by

E’ domenica mattina, ancora alle prese con i ringraziamenti per gli auguri per il mio compleanno appena trascorso quando mi imbatto sul promemoria di oggi che mi dice: Sud!

Oggi si va fuori, proprio dietro l’angolo di casa, più o meno, mi metto al telefono e chiamo per prenotare il tavolo nel ristorante di Marianna Vitale e Pino Esposito a Quarto. Arriviamo perfettamente in orario, sono circa le due, ci accoglie Stefania che ci accompagna al nostro tavolo; Pino ci saluta con calore, quel “vi aspettavamo” più che un accoglienza doverosa suona come un grande attestato di stima, potenza della rete.

Il menu nel complesso è esaustivo, cinque antipasti, altrettanti primi piatti e secondi, una deliziosa proposta di desserts; sono tentato dal “degustazione”, 6 piatti con due antipasti e due primi, un secondo ed un dessert a libera scelta dalla carta, davvero encomiabile per il prezzo (35 euro!), ma decidiamo con Lilly di scegliere à la carte.

Ci arrivano in sequenza il tortino di scarole, pane croccante e polpo su passatina di fagioli cannellini e ristretto di piedirosso (nella foto di M. Alaimo), un piatto dall’armonia disarmante, poi la lasagnetta di lingua di vitello con friarielli e tartufi di mare, che vuoi o non vuoi merita un applauso oltre che per la bontà, per l’intuizione e per il coraggio nel proporla e una cheesecake di baccalà profumato al finocchietto con ceci e pomodori confit, un gioco di tendenze dolci, acidità e sapidità ancora a favore delle prime ma di riuscita appetibilità.

I due primi sono due esecuzioni esemplari di innovazione e tradizione, le linguine con astice e cicerchie dei Campi Flegrei (quelle di Luigi Di Meo de La Sibilla) e gli ziti lardiati al sugo di coniglio, quest’ultimo più leggero (e digeribile) di quanto appaia citato in carta. Segue il trancio di lampuga in guazzetto di frutti di mare e broccoli e il Baccalà fritto in pastella, sapori nitidi di un mare vivo, non poi così distante da quella vista sul golfo di Pozzuoli dove Pino e Marianna avevano sognato di aprire il loro Sud prima di scegliere Quarto. Chiudiamo con un delizioso cremoso al caffè ed un morbido di “ricotta&pera” convincente, ci lasciamo poi persuadere dall’assaggio della crostatina al cioccolato fondente meringata, chiusura ad hoc per un pranzo della domenica da Diario enogastronomico.

Dalla carta, sinceramente esaustiva nella proposta, ho scelto di bere dapprima un tradizionale Greco di Tufo Novaserra 2007 di Mastroberardino, ma non convinto del tutto dalla bottiglia (lievissimo “tappo”) con la comprensione di Pino abbiamo optato per un solido e fresco Fiano Colli di Lapio di Clelia Romano. Intelligente l’offerta del benvenuto con l’Asprinio d’Aversa brut di Grotta del Sole (così si fa, territorio!) accompagnato da una interessante amouse bouche, pancetta arrostita su quenelle di ricotta e passatina di friarielli. L’ambiente è molto curato, caldo nonostante i colori apparentemente freddi, la tavola è apparecchiata in maniera elegante, moderna ma non eccentrica, a guardarsi intorno risulta molto interessante il sobrio passaggio fotografico che gira tutt’intorno la sala; il servizio è gestito molto bene dallo stesso Pino e dalla brava Stefania, attenta, puntuale (talvolta oltremodo), assolutamente professionale nei tempi e nei modi con i quali si propone agli avventori. Questo è Sud, quello che ci piace cercare e trovare nei piatti, condividere!!

Nota aggiuntiva del 28 Febbraio 2010: torniamo con piacere alla tavola di Pino e Marianna per un pranzo domenicale, con noi alcuni amici. Scopriamo l’inedito di nuovi piatti tra quelli già divenuti un classico della proposta di Sud, come la cheesecake di Baccalà o desserts come la crostatina meringata piuttosto che il cremoso alla liquirizia; aggiungiamo alla lista dei ricordi più saporiti, Polpo e Polpessa croccanti su insalatina di puntarelle, un modo elegante e composto di proporre “la frittura”, con materia prima freschissima, cottura biondissima ed insalata perfettamente condita. Da plauso le linguine con porri e salsiccia pezzente, connubio intenso ed armonico di aromaticità, tendenza dolce e succulenza, davvero un piatto intelligente, semplice nella sua essenza, ma perfettamente eseguito ed integrato in un menù degustazione che rimane, nella sua interezza, sempre su standards elevatissimi e a prezzi favorevolissimi.

La carta dei vini ha subìto qualche ritocco in positivo, la presenza di alcune verticali di vini campani sta a dimostrazione del fatto che si vuole crescere anche in cantina, opportuno però rivedere, di questi, alcuni ricarichi, un po’ troppo fuori mercato. Il servizio ricevuto, nonostante il locale fosse pieno, conferma, se ce ne fosse stato bisogno, le ottime attitudini di Pino e Stefania: garbati, presenti, disponibili. Da segnalare infine gli ottimi pani serviti, quello con le alghe veramente delizioso!

Nota aggiuntiva del 12 Marzo 2010. Ancora a Sud: la voglia di farlo scoprire ad alcuni amici a cui era ancora sfuggente era tanta. Ci sediamo di venerdì sera in un clima da sold out, le prime avvisaglie si hanno con la frenetica corsa di Pino e Stefania, che lo aiuta in sala, ad aprire la porta agli ospiti. Siamo raccomandati, o più semplicemente, avendo la carrozzina della bimba, ingombranti, otteniamo quindi lo stesso tavolo della volta precedente: comodo, a prima vista sulla cucina e però latente al vocìo che man mano si alza alle nostre spalle.

Tra le conferme, innanzitutto gli standards sempre costanti del servizio, si dispensano sorrisi, educazione, disponibilità. Proviamo oltre ai consolidati piatti citati nelle precendenti recensioni, ancora tre novità: Spaghettoni cacio e pepe con bianchetti, perfetto equilibrio tra l’aromaticità del condimento e la fragranza dei freschi bianchetti, grassezza e succulenza del cacio unita magistralmente alla sottile speziatura del pepe; ottime anche le fettucce con il coniglio ed olive nere sploverate di mandorle, anche qui esaltazione, quasi didattica, di tutti gli elementi componenti il piatto: cottura della pasta al bacio, coniglio saporito, condimento essenziale, avvolgente e non stucchevole.

Marianna sembra rincorrere nei suoi piatti oltre la perfetta coniugazione dei sapori che li compongono, anche i colori, ognuna delle sue preparazioni esprime una cromaticità che non passa inosservata, lampante ad esempio quando ci si ritrova davanti la sua cheesecake di baccalà, una girandola di colori prima che di profumi e sapori nitidi. Deliziose le costine di agnello, fuori carta e proposte scottate in padella con un semplice contorno di broccoli: anche la semplicità pare acquisire maggior fascino tra i fuochi di Sud. Questo è tutto, cronaca di una costante ascesa, a cui ogni buon appassionato della buona cucina vorrà partecipare!

Ristorante Sud
Via SS Pietro e Paolo n° 8
Quarto (Napoli)
tel. 081.0202708
www.sudristorante.it
Aperto la sera, domenica e festivi a pranzo
Chiuso il lunedì

Frasso Telesino, la première Fois

23 novembre 2009 by

Capita per caso da queste parti, sa che quattro chiacchiere non le facciamo mai mancare, in più lo turba la scelta della nuova etichetta dell’aglianico Donna Candida di prossima uscita, pertanto ci concede una ragione in più per alimentare argomentazioni.

Entra nel bel mezzo di Diario di una Bevuta, il Terra di Lavoro di Galardi è di scena ma non ha, sino ad ora imbroccato il piano sequenza giusto per impalarci davanti al bicchiere, per cui in attesa di segnali più convincenti  l’happening vira più che sul vino versato su fatti di altri vini, persone, luoghi. Fulvio Cautiero è un giovane dalla faccia pulita, è sveglio, educato, attento; è entrato nel mondo del vino in punta di piedi, era il 2002, con l’intelligenza e con l’entusiasmo di chi a 26 anni anziché sognare Belen o il Grande Fratello ha voglia di sporcarsi le mani con la terra: 2002, pessima annata, per molti anche l’inizio della lunga crisi economica che ancora oggi ci attanaglia.

Nulla però negli anni ha fatto vacillare il suo progetto alle pendici del Taburno, in località Frasso Telesino, comune sconosciuto (quasi) persino alle mappe di google ma non alle strade del vino: “qui il vino c’è l’hanno nel sangue, ma tengono la capa tosta”, diceva suo nonno Giovanni Di Mezza, contadino per vocazione e viticoltore per passione riferendosi alle enormi potenzialità dell’area e all’assoluta incapacità di fare sistema puntando sulla qualità. Dopo aver rilevato la Masseria Donna Candida, 4 ettari nel cuore del Sannio, Fulvio ha sviluppato un percorso conoscitivo del terroir molto profondo, per circa due anni si è dedicato in maniera costante allo studio dei terreni, qui generalmente ricchi di scheletro e di natura argilloso-calcarei pur non senza differenziazioni da sud a sud-ovest della tenuta, ed ha nel tempo, reimpiantato tutte le vigne vecchie, molte delle quali allevate male o con sistemi obsoleti. Oggi l’azienda arriva a produrre circa 9.000 bottiglie tra falanghina, greco ed aglianico, tra un paio di anni si supereranno le 10.000 con il cru Donna Candida che esordisce quest’anno con poche bottiglie di una possente vendemmia 2007 (di cui parlerò in seguito) ma che entrerà a pieno regime nel 2011.

Il Fois 2007 invece è il vino per così dire base, rientra nella doc Sannio (preferita alla doc Solopaca) e lasciando stare le prime, personali, riserve sull’etichetta lo mettiamo subito alla prova, anche perché nel frattempo il pur buono Terra di Lavoro 2006 ci fa mancare il suo apporto emozionale, soprattutto al palato dove una spiccata acidità, assolutamente inaspettata e quasi fastidiosa, ci tiene lontano da ammiccamenti e standing ovations. Colore rubino con netti riflessi porpora, concentrato nel bicchiere, poco trasparente, invitante.

Il primo naso è spiccatamente floreale e fruttato, si sentono nitidamente viola, amarena, mirtillo. Lo lasciamo respirare un poco, ha una nota terziaria che tarda a svelarsi; Fulvio ci spiega che il Fois viene lasciato per circa un anno in barriques di terzo passaggio, ecco quindi la nota tostata che addiviene lievemente amara in bocca, qualcuno l’aveva percepita come sentore di tabacco, caratteristica per certi versi dell’aglianico amaro di queste parti, ma non di questo vino che nasce da cloni “vulture” e “taurasi”. Il giusto tempo di attesa ci concede altre riflessioni sul Terra di Lavoro e l’ossigenazione al vino una beva davvero piacevole, intrisa di frutto, fresca e scorrevole nonostante i 14 gradi abbondanti (14.28): in cinque la bottiglia è sparita prima di fargli i complimenti, poco prima dell’ultimo boccone di pizza nel ruoto con origano ed olive nere di mia suocera.

‘Marenna con salsiccia e friarielli, 2007

22 novembre 2009 by

Ingredienti per 4 persone:

  • 6 fascetti di friarielli
  • 200gr di salsiccia
  • olio extravergine di oliva
  • aglio, sale, peperoncino
  • 4 panini mignon

Preparazione: lavate e mondate i friarielli facendo attenzione alla cernita delle migliori foglie; a parte lasciare soffriggere in padella dell’ottimo olio extravergine di oliva con uno spicchio d’aglio, del peperoncino tritato fresco e sale, aggiungere poi i friarielli e coprire sino a media cottura. A parte lasciare bollire le salsiccie in una pentola bassa con un bicchiere d’acqua ed un bicchiere di vino bianco, servirà a “sgrassarle” e renderle maggiormente appetibili. Unite le salsicce ai friarielli, avendo cura di tagliarle preventivamente a bocconcini, ed ultimare la cottura.

Per il servizio: utile per il servizio monoporzione un piatto piano bianco, ma la preparazione si presta benissimo anche ad un servizio “a vassoio”; Preparate i panini mignon con un taglio tangenziale al centro, riporre al loro interno una giusta quantità di friarielli ed uno o due bocconcini di salsiccia, il panino sarà presentato appena socchiuso, un filo d’olio extra vergine completerà la preparazione.

Una ricetta di Lilly Avallone, semplice e fortemente radicata nella tradizione napoletana, idea vincente per stupire i commensali come benvenuto o come happening per un aperitivo.

Greve in Chianti&Montalcino, Tenimenti Folonari

22 novembre 2009 by

Montalcino, Tenuta La Fuga. La bottaia nel sottoscala della Villa padronale. Piccola e accogliente, qui riposano innumerveoli vecchie annate di Brunello. 

Il Nobile Tor Calvano è uno dei migliore Nobile in circolazione; il Chianti Classico Riserva La Forra, manco a dirlo, superlativo (il 2005 eccezionale. Poi Cabreo il Borgo, un fuoriclasse assoluto: anime e corpo in evidenza. 

Sangiovese prima dell’invaiatura a Villa Nozzole, Greve in Chianti. Dalle vigne più vecchie della tenuta nasce il La Forra, il Riserva di punta dei Tenimenti Ambrogio e Giovanni Folonari.  

Greve in Chianti, Tenimenti Folonari, il bellissimo borgo che domina la collina. Qui nasce il Cabreo. 

Rochioli 2001, Pinot Noir californication

21 novembre 2009 by

California patria di chardonnay e terra eletta del cabernet sauvignon, ma anche terroir eccezionale, nella Russian River valley per il pinot noir. Siamo nel cuore della Sonoma County, lungo le sponde del fiume Russian che da il nome all’Ava (american viticultural area) che denomina questo superbo vino. Difficile pensare ad un Pinot Noir con questa materia estrattiva, e pensare che anche in Italia ci hanno provato in molti, aldilà dell’areale che molti vedono come maggiormente vocato nel nostro paese come l’altipiano di Mazzon, in Alto Adige: da Antinori a Castello della Sala al Gruppo Italiano Vini nella tenuta di Machiavelli nel cuore del Chianti Classico, Fontodi nella stessa Toscana piuttosto che Maurizio Zanella in Lombardia ma i risultati sono sempre stati poco entusiasmanti.

Il ragionamento di base è quasi sempre lo stesso, terreni più o meno avvicinabili per caratteristiche di natura e composizione simili, la scelta delle migliori marze spesso di origine borgognone, condizioni climatiche con non poche similitudini, esperienza da vendere dei vignerons ma ahimè il risultato non è mai stato così scontato come appare. Il Pinot Noir ha forse bisogno di qualcos’altro, forse di quell’alchimia che non è possibile prevedere, che non è assolutamente possibile creare artificialmente, replicare schiacciando magari un bottone: ecco, forse come nascono i grandi Pinot Noir!

Questo vino è sinceramente buonissimo, nasce come detto in una delle aree più vocate al mondo fuori dal vecchio mondo; Quando, nel 1938 la California è stata inondata di tagli bordolesi solo qui si è pensato di dare respiro al sogno di una eleganza senza la grassezza del Cabernet o la vivacità del Merlot puntando alla subliminazione del vitigno principe, quel Pinot Noir così complicato da decifrare ma tanto affascinate, così austero quanto generoso nel tempo, magari tanto da concedersi alla stessa maniera dei grandi Volnay, Musigny, Richebourg ecc…

Il vino si presenta con un bel colore rubino tendente al granato, soavemente trasparente e di media consistenza. Il primo naso è davvero affascinante, le note olfattive sono in piena elevazione, la bottiglia è aperta da parecchio e le sensazioni dapprima fruttate mature virano costantemente su note tostate, caramellate, speziate, animali sino a sfumature di terra e lievemente ferrose. In bocca è secco, caldo e di buona profondità gustativa. Un vino costantemente appagante. Chi ama non può che lasciarsi amare da questo vino, hai voglia di pensare agli abbinamenti, non vi è nulla che non possa subliminare il piacere di girare questo nettare nel bicchiere. Utile come accennato aprire la bottiglia un paio d’ore prima, da servire in ampi balloon ad una temperatura intorno ai 16 gradi.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Terra di Lavoro 2006, appuntamento mancato

21 novembre 2009 by

Premessa: ho scoperto personalmente Galardi poco più di una decina di anni fa, ne avevo sentito parlare durante una bella serata di degustazione presso l’enoteca La Botte di Casagiove, dove, aspirante sommelier mi ero recato con alcuni amici di bevute. Poco dopo, incuriosito e convinto che ne valesse la pena organizzai con gli stessi amici una giornata fuoriporta a Roccamonfina, ufficialmente per raccogliere castagne e mangiare il casatiello ma in realtà avevo già fissato un appuntamento con la signora Maria Luisa Murena con la speranza di fare un giro in cantina a San Carlo di Sessa Aurunca alla scoperta di questo nuovo gioiello di cui si parlava un gran bene e si diceva lanciata alla conquista di un posto al sole nella enologia campana.

L’azienda era un cantiere aperto, si stava lavorando alacremente alla nuova piccola area di vinificazione dove c’erano già i primi macchinari tecnologicamente avanzati consigliati da Cotarella per salvaguardare la grande qualità della materia prima raccolta in vigna; ascoltare il racconto del progetto Galardi da Maria Luisa e poi le parole di Arturo Celentano che ci raggiunse più tardi giù nella barriccaia (scarna ma molto suggestiva) bastò a darmi la sensazione che di questo vino se ne sarebbe parlato a lungo e difficilmente con sufficienza: e così è stato.

Da allora sono passati diversi anni, tutti i Novanta dei “vini bianchi burrosi e vanigliati” e dei rossi merlotizzati e cabernetizzati, sta passando lentamente anche questo primo decennio del duemila che tra le tante ha visto passarci tra le mani vini di molti produttori improvvisati e di tanti affaristi sprovveduti che speravano in un’onda lunga infinita e che invece si sono ritrovati svuotati e decisamente “alla canna”: ecco, queste sono alcune deficienze di cui per fortuna non avremo certamente rimpianti. Ci rimangono però diverse certezze, soprattutto in Campania, seppur qualcuno ancora fatichi a comprenderlo, una delle quali è che il futuro del nostro vino è racchiuso in due aggettivi semplici e complementari, a volte talmente naturali da apparire banali, eppure mai scontati: autenticità ed originalità. Una originalità – sia chiaro – non dettata da chiusure antiche e vetuste ma bensì dall’intuito e dal pensiero moderno che si deve avere oggi della “tradizione”, ed una autenticità che solo chi ama la terra ed i suoi frutti sa esprimere a livelli altissimi.

 

Dell’annata 2006 me ne sono occupato già agli inizi di quest’anno (vedi qui) e in linea di massima non c’è granchè da aggiungere tranne che per una (mancata) evoluzione soprattutto gustativa che mi ha lasciato non poco perplesso. Il vino è spesso sinonimo di moto continuo, si spera in continua evoluzione e nonostante l’annata duemilasei sia stata definita da qualcuno minore, pare e mi aveva certamente convinto già al primo assaggio di aprile che ne fosse venuto fuori comunque un piccolo capolavoro di equilibrio e godibilità tra le componenti austere ed eleganti dell’aglianico e del piedirosso di cui è composto, nonostante il ricordo dell’eccellente 2004 rischi ogni volta di sopraffare le mie aspettative.

Il colore è rimasto di un bel rosso rubino integro e poco trasparente, mediamente consistente. Il primo naso è caratterizzato da sentori floreali secchi e fruttati in confettura, col tempo, nel bicchiere si distinguono nitidamente sentori rosa passita, amarena, poi mora e mirtillo sino a note di pepe nero, carruba ed una lieve sensazione balsamica. In bocca è secco, abbastanza caldo e di buon corpo, il tannino già evidente e pronunciato all’esordio qui è amplificato da una nota acida slegata che ne esalta in maniera inopportuna una durezza tanto inaspettata quanto pressante e per niente supportata dalla sapidità. Ne risente innanzitutto l’equilibrio gustativo oltre che l’armonia complessiva, un frutto così nitido e così avvincente al naso non può rivelarsi così risoluto ed in così poco tempo: è vero sono note di durezza che tendenzialmente dovrebbero assopirsi, ma appena pochi mesi fà questa durezza era più contenuta, meno evidente, non così invadente.

Insomma rimane quell’anima draconiana che affascina e che lascia davvero poco spazio all’ovvietà ma di certo mi conduce a rivedere, al momento, quell’apertura alle molte aspettative che in questo caso appaiono sfuggite ad una complessità non proprio esemplare ed avvincente come da manuale. A volte certi vini manifestano staticità, ma non per questo hanno finito il loro percorso evolutivo, così mi strappo una promessa, di riassaggiarlo almeno tra sei mesi, e vediamo cosa accade.

Tramonti, solo Per Eva

20 novembre 2009 by
Un gioco di parole quasi scontato, eppure il riassaggio di questo vino conferma sempre di più una evoluzione stilistica eccezionale per questo bianco della costa d’Amalfi prodotto a Tramonti.
Un vino, anno dopo anno, di assaggio in assaggio sempre più convinvente. L’ azienda agricola San Francesco nasce nel 2004 figlia della scommessa di Gaetano Bove, “veterinario in vigna” come ama definirsi, ma anche “cuor di leone”, come lo identificano i compaesani (per la sua verve), era stanco di dover ogni anno sottostare alle problematiche relative alla vendita dell’uva agli imbottigliatori dell’areale amalfitano. Qui del resto già da qualche anno si è spostata l’attenzione dei media grazie al fragore dei successi di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli che con i loro vini stanno sbancando mezzo mondo, e la qualità delle viti centenarie della tenuta San Francesco non poteva essere certo da meno, così con tutti i mille sacrifici di chi inizia dal niente è partito questo progetto.
Le uve su cui si è puntato sono quelle autoctone, da sempre allignate nell’areale di Tramonti, terza sottozona della Costa d’Amalfi dopo Ravello e Furore: tra i bianchi la falanghina, ma anche la biancolella ed alcune piccole varietà locali a bacca bianca come la pepella e la ginestra e a bacca rossa come il tintore – qui chiamato per ovvie ragioni legali aglianico-tintore -, che con il piedirosso dà vita alla denominazione Tramonti rosso.

Nello specifico il Costa d’Amalfi Tramonti bianco Per Eva 2008, etichetta dedicata alla moglie di Gaetano per tutto il tempo che questi ha dovuto rubare alla famiglia per curare questa nuova avventura, sembra essere in perfetta sintonia con il suo alter ego di Furore, il Fiorduva; Selezione in vendemmia tardiva di falanghina, pepella e ginestra, dal bellissimo colore giallo paglierino con riflessi maturi, è un vino dal primo naso complesso ed elegante. Dapprima erbaceo, poi floreale, minerale, addirittura su note leggermente mentolate. Ricordiamo che qui siamo sul mare, in costiera amalfitana, ma in alta montagna, con vigne racchiuse in una conca molto suggestiva, con vigne secolari e vini che sono espressione diretta della grandezza di un terroir davvero unico nel suo genere, con la frescura del clima che soprattutto di notte concede escursioni termiche notevoli. In bocca si mostra di ottima spalla acida, ritornano le note erbacee e fruttate con un finale lungo e persitente su note minerali. Da servire ad una temperatura di circa 12 gradi in calici di media grandezza, magari su una Pezzogna al Sale di Mothya, magari seduti alla tavola della Caravella di Amalfi. L’arte ha sempre bisogno di un palcoscenico d’autore.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Tortino di Verza in foglia di speck, 2006

19 novembre 2009 by

Ingredienti per 8 porzioni:

  • 1 verza di media grandezza
  • 3 uova
  • Parmigiano Reggiano q.b.
  • 1 cf panna da cucina
  • aglio, sale, pepe, olio extravergine di oliva q.b.
  • pane grattuggiato e burro, per gli stampini
  • 8 fette di speck tagliate sottili

Lavate e sfogliate la verza, tagliatela a listarelle più o meno sottili e stufatela in pentola aglio schiacciato, olio extravergine di oliva ed un pizzico di sale. Successivamente la cottura frullare la verza aggiungendovi le 3 uova, il Parmigiano Reggiano finemente grattugiato e la panna da cucina. A parte imburrate 8 stampini avendo sempre cura di passarli preventivamente con del pane grattugiato, versare il composto negli stampi e infornare a 190° per 45 minuti circa. A cottura ultimata, lasciali intiepidire in forno spento.

Per il servizio: capovolgere gli stampini al centro di un piatto piano bianco (esalterà la cromaticità della preparazione), il tortino andrà avvolto completamente da una fettina di speck, terminare la preparazione con un filo d’olio extravergine di oliva a circondare il piatto, un pizzico di pepe macinato fresco. Un antipasto delizioso, che piace anche a chi non piace la verza.

Questa è una ricetta di Lilly Avallone dedicata alla campagna flegrea, sprazzi di un agricoltura che fu ma che a volte ritorna forte alla mente.

 

Gladius 2003 vs Gladius 2006, storie di cappa e di Spada

19 novembre 2009 by

La terra, l’uva, l’ambiente, l’uomo, di vigna, e l’enologo che gioca in cantina, l’uvaggio, l’invecchiamento, l’affinamento, la conservazione. Una serie di elementi che giungono ad una conclusione quasi mai scontata. Puoi avere la terra più importante del mondo ed il winemaker più illustre del momento, ma se non hai tra le mani uva vera hai voglia di perdere tempo e sbattere la testa. C’è chi crede che le cantine servono a fare il vino e chi invece giura che se ne può tranquillamente fare a meno, c’è il fan delle barriques ed il melanconico del cemento, c’è di tutto e di più, c’è chi gioca a fare il piccolo scout e chi alla fine, ma proprio alla fine di tutto si rende conto (ma và!) che oltre l’80% di una bottiglia di vino è composta perlopiù da acqua. E allora, a chi la vogliamo dare a bere?

Esistono però storie che spesso fanno da legante tra tutti questi elementi, storie di persone e storie di una terra, cronaca di passioni e di caparbia ricerca della sua esaltazione, del successo che fanno di un vino qualcosa in più di un liquido vivificante, un timbro, un marchio in rilievo tangibile e duraturo. Storie comuni a tante persone in Campania che strenuamente hanno maturato la propria ricerca personale affrancandosi da subito da stereotipi puramente “commerciali” e sommessamente, passo dopo passo, anche dopo riconoscimenti importanti non hanno mai smarrito la propria origine, mai perso di vista quel timbro, quel marchio originario con il quale sono nati e per il quale vivono.

Un vino, un nome, una terra: sintesi perfetta del Gladius di Ernesto e Vincenzo Spada made in Roccamonfina. Un nome da sobillatore che gioca il ruolo delle parti fino in fondo, un vino didattico da scoprire se si vuole capire sino in fondo cosa è capace di donare l’areale di Roccamonfina ma soprattutto due millesimi che come lame stagliano profili organolettici paralleli ma alla continua ricerca di una simmetria organolettica. Si pone come l’inchiostro il 2003, ricco, impenetrabile, consistente, quasi eccessivo; E’ decisamente più elegante la scorrevolezza del 2006, mediamente intenso, di buona concentrazione ma non sovraestratto: figlio di una vendemmia strenue il primo, sfoggio di materia di prim’ordine il secondo. Il primo naso del 2003 è surmaturo, intenso e persistente di piccoli frutti rossi, mirtillo e ribes neri, poi note balsamiche, ancora lignite. Di gradevole equilibrio il naso del 2006, dapprima austero, aglianico e piedirosso fusi magistralmente a contendersi le prime sensazioni olfattive: fiori secchi, amarena sottospirito, pepe nero, un po’ dell’uno qualcosa dell’altro. Velluto rosso la beva del primo, intenso e rotondo il frutto, quasi masticabile, sospinto da una carica glicerica importante, a tratti sovrastante. Ispido il 2006, intenso il nerbo tannico ma equilibrato e sostenuto da un frutto ricco e ben maturo, quasi materico, in combutta con una buona e sana acidità, profondo, corroborante. Fine di un viaggio, mi verrebbe da dire, apice di una evoluzione, godibile ma non inossidabile per il 2003; Di carattere, invitante, voluttuoso e generoso il 2006, equilibrato e dalle spalle larghe, il tempo ci svelerà tutta la sua anima. Nera l’etichetta del primo, bianca del secondo, un grappolo quasi metallico a rappresentare il 2003, una pennellata astratta per il 2006. Non è forse un caso che Gladius, la spada, avesse due lame affilatissime a cui erano affidate la storia ed il destino dei soldati che la impugnavano, fieri della propria storia, delle proprie origini e del proprio nome.

Campania, piccole bollicine crescono

18 novembre 2009 by

Nell’epoca in cui viviamo la comunicazione è divenuto un fattore fondante del successo di un prodotto, di un marchio, di una azienda; no, non scopriamo certo l’acqua calda, in effetti “la pubblicità – si è sempre detto – è l’anima del commercio” ed in ogni stagione negli ultimi cento anni si è fatta prima pudica, poi elegante persuasione sino a divenire insidiosa al punto di vestire troppo spesso l’arroganza dell’invadenza. Oggi più che di pubblicità, termine ormai relegato al linguaggio popolano si è sempre propensi a parlare di comunicazione, “perché con la comunicazione s’intende lanciare un messaggio che è molto più complesso, spesso originale, della banale pubblicità”. Non solo quindi manifestare la bontà di un prodotto, l’intuizione di una idea,  l’identità di un marchio da lanciare o consolidare e invitare al suo acquisto, ma rendere tutti questi, attraverso un linguaggio minuzioso, magari supportato da una proposizione anche visiva, una parte integrante di una esperienza unica del destinatario di turno, insomma un momento culminate del proprio vivere quotidiano, magari di una passione, di un piacere che potrà essere a lungo condizionato tanto da modificarne le abitudini.

Ecco come si può arrivare a pensare di stravolgere le abitudini di operatori professionali ed appassionati consumatori, come si possa pensare di proporre in alternativa al Prosecco di turno la Falanghina o l’Asprinio d’Aversa spumanti, come avviare una lenta conversione alla valorizzazione di progetti interessanti sul primo, diffusissimo vitigno che sembra trovare con la spumantizzazione un’anima intrigante, deliziosamente appagante, una espressione per niente banale e sul secondo che grazie all’impegno di pochi viene costantemente reso salvo dall’estinzione. Un lento progredire che possa condurre all’idea che sia il Prosecco a divenire una valida alternativa di Asprinio e Falanghina, non fosse altro per la soddisfazione di chi ama rallegrarsi con le bollicine autoctone campane e per la buona pace dei redattori delle varie guide ai ristoranti che proprio non ne possono più di ritrovarsi a Sorrento come a Pozzuoli, a Paestum come a Caserta o Ischia sempre costantemente serviti come “calice di benvenuto” il Prosecco (spesso uno dei più mesti) o magari un Oltrepò Pavese Pinot Nero vinificato in bianco e quando gli va bene una flute di Franciacorta: nessuno, o quasi (poiché le eccezioni vi sono sempre) che pensi che uno spumante di Falanghina (quindi Asprinio d’Aversa o Greco di Tufo) possa essere un buon viatico di accoglienza quantomeno in tono alla propria tavola spesso proposta come tradizione della enogastronomia campana.

Un percorso sicuramente non facile, che passa innanzitutto dalla qualità dei prodotti proposti dalle aziende, che non si può negare, ce la stanno mettendo tutta per migliorare i propri vini, raccogliendo e vinificando le uve con le caratteristiche più adatte alla tipologia e qualificando sempre di più la propria esperienza investendo in risorse umane avvalendosi di consulenti specialisti (quasi sempre proprio provenienti dalla scuola enologica di Conegliano, nda) ed in tecnologia di cantina, con gli spumanti quanto mai essenziali per proporre un vino di qualità e rispettoso delle caratteristiche organolettiche della tipologia. Investimenti onerosi che servono necessariamente per fare il salto di qualità e garantire una filiera inattaccabile.

Una buona dose di entusiasmo in questa direzione non guasterebbe, soprattutto da parte di chi come gli operatori del settore, sommeliers, enotecari, ristoratori, distributori spesso decidono le sorti di un vino piuttosto che di un altro; non senza le dovute osservanze: i parametri della qualità devono essere integerrimi, quelli dei costi discussi seriamente e serenamente al fine di trovare un giusto equilibrio (spesso ricarichi assurdi sino al 300% sulle bollicine allontanano da certe scelte) ma soprattutto l’intelligenza di non prendere per partito preso posizioni assolutistiche, i vini spumanti da vitigni autoctoni campani non vanno contrapposti ostinatamente ai vari modelli italiani e soprattutto d’oltralpe, Champagne in testa. Sono questi, vini la cui storia è inattaccabile, la cui origine di valore straordinario e di qualità certamente superiore da prendere per modello per valorizzazione dei terroirs espressi e non da scimmiottare con interpretazioni storpiate che hanno portato negli anni a vinificare di tutto purchè frizzante.

Il valore aggiunto per le nostre bollicine autoctone campane oltre al prezzo quasi sempre alla portata di tutti, risiede nella capacità di comunicare il nostro territorio con schiettezza e semplicità non senza rimanere affascinati dalla storia di una viticoltura eroica (penso ai vigneti di Asprinio ad alberata dell’aversano, ai terrazzamenti di Falanghina di Monte di Procida ecc…) capace solo qui, attraverso questi vini di imprimere un marchio indelebile di una terra unica e straordinaria. Valori, schiettezza e sincerità che non dovrebbero mai mancare anche nei comunicatori del vino. Prosit!

Un Taurasi…totale, Contrade di Taurasi 1999

18 novembre 2009 by

Ci sono persone nel mondo del vino che non vivono di prime pagine, di riviste patinate e di rincorsa a concorsi e premi speciali, semplicemente hanno deciso di seguire la propria strada, in questo caso tracciata dalle proprie origini e dalla propria capacità di intendere la vita ed il proprio lavoro.

Così capita che persone del genere s’incontrino, e che bastano poche parole per ritrovarsi univocamente coinvolti in un progetto molto affascinante e di grande espressione territoriale, Contrade di Taurasi. Progetto che vede a più livelli ed in varie fasi aziendali l’intervento di uno staff scientifico talmente specializzato ed altisonante da far rabbrividire anche il più meticoloso degli appassionati per una produzione di appena 20.000 bottiglie e questo perchè solo attraverso la sperimentazione e la ricerca scientifica il vino può migliorare ed elevarsi a livelli di eccellenza; alla testa di tutti c’è Sandro Lonardo, una persona deliziosa, sincera, coinvolgente, trasparente mi verrebbe da dire, coadiuvato dalle figlie Enza ed Antonella, ma chi mi affascina di più per il suo sapere è Giancarlo Moschetti, professore universitario a Palermo che si occupa tra le altre cose di ricerca microbiologica e responsabile scientifico per l’azienda: un pozzo di saperi, di grande disponibilità umana, così come Maurizio De Simone, l’enologo che segue l’azienda con grande professionalità e perizia.

Parlare con Giancarlo e Maurizio vuol dire scoperchiare un mondo molto affascinante, fatto di  grande conoscenza del territorio, della vigna e dei trattamenti naturali capaci di preservarla nel tempo come la micorrizzazione della pianta, utile soprattutto a non stressarne nel tempo le radici; la conoscenza come detto, che parte dallo studio scientifico dei cloni, dei lieviti indigeni, quel “fingerprint” necessario per isolare ed esaltare l’aglianico di Taurasi a vitigno con la V maiuscola; una conoscenza che porta a non aver paura di lunghe fermentazioni e che soprattutto non conduce l’enologo a scegliere legni nerboruti, invasivi, spesso utili solo a sovrastare il frutto, qui di grande impatto e riconoscibilità taurasina dall’aglianico base alle Riserve nonostante i suoi quasi 50 mesi di invecchiamento prima della commercializzazione.

Ecco perché questo Taurasi ’99 mi ha sorpreso ed incantato, un vino fisso nella mia memoria pur motivata da una buona esperienza sul vitigno: un colore avvincente, rubino netto senza nessuna tendenza a mostrare i suoi dieci lunghi anni alle spalle, addirittura vivace nella sua trama cromatica. Il naso è di estrema finezza, il primo naso conduce ancora a sensazioni “verdi”, varietali, sempre difficili da scindere nell’esame olfattivo di un vino di tale elevazione, ma qui facilmente percettibili come la viola, la marasca, poi le note speziate caratteristiche del vitigno veramente eleganti e fini. Un susseguirsi di sensazioni molto gradevoli che si ritrovano in un gusto deciso, austero, rinfrancante, ancora lontano da una morbidezza plausibile, spesso esigibile se non scontata in un vino di dieci anni, ma non in un aglianico di questa portata, non nei vini di Contrade di Taurasi, con questo millesimo davvero in grande spolvero.

Ho avuto la fortuna di condividere questa bevuta con diversi amici tra i quali l’amico Nando Salemme, patròn dell’Osteria Abraxas di Pozzuoli che ha scelto di abbinarci una locena di maiale cotta a bassa temperatura (60° per 12 ore) con il suo fondo con contorno di scarola alla carrettiera: beh, che dire, qual miglior abbinamento!

Cantine Lonardo è l’Azienda/Produttore dell’anno.

Casale di Carinola, il Rampaniuci di Migliozzi

18 novembre 2009 by

Nasce un nuovo indirizzo per la denominazione Falerno del Massico, nasce a Casale di Carinola e si chiama Viticoltori Migliozzi, ovvero Rampaniuci.

La storia di famiglia ci racconta un legame forte con la terra, quell’Ager falernus tanto decantato e tanto amato dagli storici quanto non ancora del tutto riportato a giusta collocazione territoriale, ovvero ancora si scoprono versioni interessanti e fonti meritorie di attenzione sulla vera estensione di questa antica denominazione che già in epoca romana risultava alla storia come custode di inebriante nettare bacchiano. La tenuta vanta in totale circa 20 ettari incentrati perlopiù sulla coltivazione di frutteti e prodotti generici della terra che rappresentano il “core buisness” aziendale e di questi un piccolo appezzamento di circa 5 ettari è votato a vigneto, in località Rampaniuci, una piccola collina che da il nome all’unico vino prodotto.

Il Falerno del Massico Rampaniuci nasce con l’intento di esprimere letteralmente ciò che rappresenta questa collina, un piccolo crù per dirla alla francese capace di distinguersi dalle altre espressioni della doc, da Cellole a Mondragone sino a Falciano non senza caratterizzarsi di una identità precisa e riconoscibile nel tempo. Circa 20.000 le bottiglie che si raggiungeranno con l’annata 2008, attualmente in affinamento, prodotte con la supervisione di Fortunato Sebastiano, giovane e bravo enologo campano che continua a farsi le ossa con i vitigni autoctoni più tradizionali (Aglianico e Piedirosso in testa) nelle varie aree viticole campane che segue, soprattutto in Costa d’Amalfi (Reale, Tramonti) e Benevento (Mustilli, S. Agata de’Goti); Proprio in merito all’Aglianico appare evidente, anche in questo Rampaniuci, nel quale blend entra in proporzione del 70% che continui la sua personale interpretazione e caratterizzazione del vitigno a bacca rossa più diffuso in regione, già manifesta con l’ottimo risultato tirato fuori con il Grifo di Rocca di Mustilli, un vino dal frutto riconoscibile ed estrememente equilibrato in acidità e tannino avvincente e coinvolgente tanto per il degustatore esperto quanto per l’avventore medio.

Un lavoro fatto di ricerca, di prove e perseveranza, basato su di una “idea del vino” precisa ed inattaccabile da preconcetti e pregiudizi, che nasce innanzitutto in vigna, con una cura maniacale del vigneto e della sua resa in uva, che continua in cantina con la massima cura di tutti i processi produttivi non senza qualche decisa applicazione controtendenza, su tutte una: lunga, lunghissima macerazione, fino a 50-60 giorni, tale da rendere unico il rapporto vino-terroir, da rendere impossibile ogni fraintendimento, per rendere quanto più limitato possibile il lavoro (e quindi di elementi ceduti) del legno utilizzato per il successivo affinamento, che avviene in botte grande e non in Barrique. Le altre uve che concorrono alla composizione di questo Falerno sono il Piedirosso al 20% ed il Primitivo al 10%, tutte uve di proprietà presenti in eguali percentuali nel vigneto Rampaniuci da circa 30 anni. Come detto, un vino espressione fedele del terroir che rappresenta.

Falerno del Massico Rampaniuci 2007 Senza dubbio il vino più complesso delle tre annate assaggiate in occasione della sessione di degustazione, caratterizzato da un primo naso estremamente intenso e persistente su note che vanno dal fruttato al floreale e da sensazioni via via più eteree, terragne, con sfumature addirittura tartufate. In bocca è secco, caldo con una spiccata acidità indice di carattere e presagio di aspettative di tutte rispetto. La riconoscibilità del frutto è avvincente è gli concede una beva assai gratificante, per chi ama vini di spessore ma non pesanti, un Falerno poco allineato alle altre espressioni della denominazione ma dal sicuro effetto sorpresa. 15.000 circa le bottiglie prodotte, da bere in calici mediamenti ampi, su pietanze arrosto e con una buona aromaticità.

Falerno del Massico Rampaniuci 2006 Di colore rosso rubino con nitide sfumature porpora si presenta con una buona consistenza nel calice e poco trasparente. Il primo naso è caratterizzato da note olfattive immediatamente riconoscibili, uva fragola e sensazioni floreali passite; Poi note di polvere di cacao ed ancora sensazioni di terra, di humus. In bocca è secco, caldo di buon corpo e manifesta un equilibrio gustativo più immediato, è piacevolemente rotondo, carezzevole nella sua beva. Questa è l’annata attualmente in commercio del Rampaniuci, un vino di estrema franchezza ed immediatezza consegnato al mercato proprio come le tendenze degli ultimi anni hanno per certi versi imposto e richiesto, ma prodotto da uve autoctone e con una propria identità precisa e già riconoscibile. Da abbinare a preparazioni di carni non particolarmente grasse seppur caratterizzate da buona succulenza ed aromaticità.

Falerno del Massico Rampaniuci 2005 Risultato del lavoro profuso in prima persona da Giovanni Migliozzi, titolare della omonima azienda che ha trascorso lunghe giornate in cantina e molte notti insonni per tirare fuori questa prima annata del Rampaniuci, con una resa in vigna di circa 60 quintali per ettaro ed un duro, durissimo lavoro in cantina tra serbatoi e barriques. Ebbene sì, l’intraprendenza del giovane vignaiolo lo aveva condotto a scegliere la barrique, un pò per convizione che potesse essere la scelta ottimale, un pò per nouvelle vogue visto che sino ad allora ancora molto di moda. Il vino si presenta con una veste cromatica molto interessante, a distanza di quattro anni il colore è ancora vivace, rosso rubino con nuances leggermente granata, poco trasparente. Il primo naso è molto interessante, intenso ed abbastanza persistente su note terziarie molto gradevoli: note balsamiche, polvere di cacao, tabacco, liquerizia di estrema finezza e franchezza. In bocca ha un buon ingresso, con il frutto sempre in buona espressione ma che non riesce a sostenere una persistenza meritoria come i due millesimi dui cui sopra, quasi svanisce. Effetto questo legato proprio alla diversa interpretazione iniziale soprattutto in fase di lavorazione in cantina, dove la macerazione raggiungeva appena le due settimane e dove il lavoro del legno delle barrique utilizzato non ha sortito l’esito sperato. Molto gradevole da bere su primi piatti al sugo di carne, pensando ad una Bolognese tradizionale.

Venerdì 4 Dicembre, nuovo “viaggio al centro dell’autoctono”: la Campania nel bicchiere

18 novembre 2009 by

 

Venerdì 4 dicembre dalle dalle ore 18,00 a L’Arcante Enoteca ed al Ristorante Il Rudere di Pozzuoli, l’enologo Vincenzo Mercurio racconta il suo viaggio nella Campania degli autoctoni attraverso i vini di cinque aziende, una per ciascuna provincia: Falanghina Spumante prodotta nei Campi Flegrei per Napoli, il Fiano del Cilento per quella di Salerno, il Fiano del Sannio per la provincia di Benevento e a chiudere il Falerno del Massico per Caserta e il Taurasi per l’Irpinia .

Il viaggio al centro dell’autoctono inizia alle ore 18,00 presso L’Arcante Enoteca della sommelier Lilly Avallone, dove Angelo Di Costanzo, Primo Sommelier della Campania 2008 guiderà le degustazioni (gratuite) di Malazè Spumante di Falanghina dell’azienda flegrea Cantine Babbo ed il delizioso Piedirosso del Taburno di Fattoria La Rivolta.

Al termine della degustazione, alle 20,30 l’evento continua presso l’adicente Ristorante Il Rudere con una cena-degustazione dal percorso didattico e al tempo stesso conviviale, guidata da Vincenzo Mercurio, winemaker campano di successo e lo stesso Angelo Di Costanzo. I vini saranno abbinati alle creazioni dello chef Antonio Lubrano che per l’occasione costruirà dei piatti con richiami a prodotti territoriali locali per ciascuna provincia.

Sarà questa l’occasione per illustrare con brevi cenni il progetto di microzonazione aziendale n°1 in Campania dell’azienda irpina Sanpaolo, che tra l’altro sarà oggetto di uno speciale evento in programma per l’inizio del 2010. L’azienda, ubicata nel cuore dell’Irpinia, a 550 metri sul livello del mare su una fertile e dolce collina di vigneti di Greco di Tufo docg fa parte dell’ambizioso progetto “Magistravini” dell’imprenditore e biologo di fama mondiale Claudio Quarta: una rete di 12 cantine strutturate “a grappolo”, nelle quali si producono vini d’eccellenza, per restituire, insieme al sapore della terra, anche storia, identità, saperi di territori vocati da secoli alla produzione vitivinicola. In sintesi ecco tutte le aziende coinvolte sotto il segno del grande vitigno autoctono campano: Cantine Barone – Cilento, Cantine Babbo – Campi Flegrei, Fattoria La Rivolta– Sannio, I Favati– Irpinia, Masseria Felicia– Alto Casertano, Sanpaolo –Irpinia.

La degustazione delle ore 18.00 in enoteca, è gratuita.
La cena-degustazione delle ore 20.30 costa 38 euro per persona.
E’ gradita la prenotazione, impegnativa.
L’Arcante Enoteca
Via Pergolesi, 86  Pozzuoli
tel 081.303.10.39
larcante@libero.it
www.larcante.wordpress.com
 

contatti stampa: Giulia Cannada 339 8789602

si ringrazia: Le Officine Gourmet per il supporto e le aziende tutte per la disponibilità

Diario di una Bevuta, tutte le date di Novembre

18 novembre 2009 by
 

 

DIARIO di una BEVUTA, ecco programma settimanale del mese di novembre all’insegna del grande vino da conversazione, quel vino cioè capace di raccontare se stesso attraverso ogni singolo sorso. Luoghi, persone e memorie che fanno di alcuni vini grandi ed esclusivi nettari d’autore.
  • SABATO 28 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Franciacorta cuvèe brut s.a. Bellavista
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
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  • VENERDI’ 27 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Taurasi Macchia de’Goti 2004 Antonio Caggiano
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  •  
  • GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Amarone della Valpolicella 2004 Tommasi
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MERCOLEDI’ 25 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • A.A. Pinot Nero Schweizer 2004 Franz Haas
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MARTEDI’ 24 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Aglianico del Vulture Rotondo 2005 Paternoster
  • ticket di partecipazione di €ur 12,00
  • SABATO 21 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Champagne Cuvèe “D” n.m. Devaux
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • VENERDI’ 20 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Turriga 2000 Argiolas
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • GIOVEDI’ 19 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Terra di lavoro 2006 Galardi
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MERCOLEDI’ 18 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Nuits S. Georges 2006 J. Drouhin
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • MARTEDI’ 17 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Chianti Classico La Selvanella 1995 Melini
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • SABATO 14 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Vino Nobile di Montepulciano Asinone 2006 Poliziano
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00
  •  
  • VENERDI’ 13 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Degustazione gratuita dei vini della Tenuta Adolfo Spada, seguirà cena-Degustazione presso il Ristorante Il Rudere
  • ticket di partecipazione di €ur 38,00
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  • GIOVEDI’ 12 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Saremo a Battipaglia, alla “Fabbrica dei Sapori” Verticale Bocca di Lupo 2006 – 2004 – 2003 – 2001 Tormaresca per AGLIANICO&AGLIANICO 2009
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  • MERCOLEDI’ 11 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Faro Palari 2005 Palari
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00 
  • MARTEDI’ 10 NOVEMBRE ore 19.30 – 20.30
  • Amarone della Valpolicella 2005 Zenato
  • ticket di partecipazione di €ur 14,00

conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo

Comunicare il vino, con tutto l’amore possibile.

Vallesaccarda, l’Oasis dei sapori antichi

17 novembre 2009 by

La crescita qualitativa di indirizzi di qualità in Campania è pari a poche altre regioni in Italia, e questa non è un’affermazione buttata lì poiché accertata e giustificata da tutte le guide specializzate del settore che indicano proprio nella nostra regione un vero e proprio exploit.

La materia prima rimane eccellente, i luoghi da sempre suggestivi, cambiano però gli attori, nemmeno i copioni, ma gli interpreti; sono infatti davvero pochi, pochissimi i modelli e le interpretazioni moderne e post-moderne di una cucina internazionale in piena saturazione che hanno fatto breccia nei cuori degli chef campani. Qui da noi quello che conta è l’origine, è più si è radicati in essa più si ha capacità di sfondare. Vallesaccarda è un paesino particolarmente ameno, per così dire, l’uscita autostradale si scorge appena sulla Napoli-Canosa, da qui Avellino dista oltre 60 Km, sono almeno 130 i kilometri da Pozzuoli. La curiosità però era tanta, gli ultimi anni hanno segnato una crescita costante, quasi esponenziale della bella realtà della famiglia Fischetti di cui non si fa altro che parlar un gran bene, e allora, pazienza e partenza per la missione Oasis, alla riscoperta degli antichi sapori!

Il Ristorante è nel centro di Vallesaccarda, nel cuore della “Terra della Baronìa” ad un paio di chilometri dall’uscita, appunto dell’autostrada Napoli-Canosa, un tempo meta di professionisti in cerca di pausa pranzo, poi luogo di ricevimenti per le feste di famiglia locali, oggi ristorante gourmet a tutti gli effetti fuori dagli itinerari classici. Il locale è caldo, ben arredato, i tavoli sono ben distanziati e circondati da fiori rigogliosi. Ci accolgono con garbo, non è ancora ora di pranzo ma non ci fanno mancare attenzione e cordialità né di accompagnarci al nostro tavolo. I piatti che si susseguono sono assolutamente territoriali, tra i più riusciti la zuppa di farro, i ravioli di burrata e mantèca, i trilli ai carciofi, l’agnello in crosta di peperoni, il filetto di vitello all’olio extravergine di oliva ravece.

Diversi i dessert proposti alla carta (spesso abbinati ai vini passiti in mescita del giorno) tra i quali la millefoglie alla crema ed il frollino di gianduia. La carta è molto ampia e ben strutturata, un po’ alti, se vogliamo essere fiscali, i ricarichi, ma d’altronde quaggiù non è facile gestire questo elevato numero di etichette pertanto vengono ampiamente giustificati. Vale la pena almeno una volta sedersi a questa tavola, e ritornarci.

Oasis – Sapori Antichi
Vallesaccarda (Av)
Tel +39 0827 97021 / 97444
Fax +39 0827 97541
Chiuso il Giovedì e le sere dei Festivi