Archive for the ‘in CAMPANIA’ Category
17 febbraio 2011
Raccolgo l’invito di Gerardo: “dai che domani sarà una bella giornata, ti porto a vedere la vigna del Colonnello ai Camaldoli, e poi, giusto a titolo d’informazione – quando al telefono pronuncia questa frase pare “vederlo” sorridere – François ed Emanuela hanno già messo sul fuoco il ragù…”. Ecco, non si può dire di no ad una carezza del genere, io che tra l’altro, di camminare le vigne non mi stancherei mai!

Invero mi si era detto anche che a fare da sfondo c’era oltretutto l’opportunità di trascorrere una piacevole domenica all’aria aperta con alcuni amici vecchi e nuovi; sapevo infatti che Luciano (Pignataro, ndr) desiderava da tempo ritornare in Cantina Astroni, tre anni dopo aver battezzato proprio lui l’esordio dello Strione (leggi qui), così l’opportunità di riunire intorno a un tavolo i giornalisti dell’Arga Campania e l’Ais Napoli si è resa propizia per saggiarne una breve verticale discutendo sul reale potenziale del vitigno falanghina e della fine intuizione della famiglia Varchetta, lontana ormai più di un lustro, che ha portato alla consapevolezza di produrre nei Campi Flegrei un vino bianco macerato che esuli dagli acclarati canoni estetici e degustativi che vogliono il varietale di queste terre ancorato a parametri di esile bevibilità e stringata complessità.

Lo Strione nasce dalla piccola vigna coltivata sulle pendici del cratere del Parco degli Astroni dove sorge tra l’altro la bella e funzionale cantina, qui la falanghina viene allevata con un impianto guyot bilaterale e rende in vendemmia più o meno 60 quintali per ettaro. La macerazione con le bucce è generalmente – fatte salve le stringenti peculiarità dell’annata – prolungata per tutta o quasi la durata della fermentazione alcolica, l’affinamento e l’elevazione del vino avviene in diverse fasi in serbatoi d’acciaio e in legno nonché in bottiglia per un periodo minimo mai al di sotto dei tre anni. Uscirà infatti solo il prossimo giugno il millesimo 2008 che al momento dell’assaggio risulta imbottigliato da poco più di un mese.
La mia lunga frequentazione con Gerardo Vernazzaro ed Emanuela Russo negli ultimi due anni non mi lascia certamente granché spazio a manifestazioni di sbandierata imparzialità o asettica critica enologica, tant’é che a detta di molti amici, e loro in particolar modo, continuo ad essere – e confesso di credere fermamente di rimanerlo ancora a lungo – la persona meno indicata a scrivere un “redazionale” su un vino del genere, vista la mia contradditoria naturale avversità ai vini bianchi macerati. Risulta curioso oltretutto come al netto delle copiose bevute di Astro spumante condivise, non ricordi di aver mai bevuto lo Strione se non in fugaci assaggi dalle vasche in cantina e comunque mai in un percorso di confronto così interessante come questa mini-verticale. Pertanto con la stessa (o forse ancor più) curiosità dei convenuti, queste sono le mie impressioni che a ragion del vero credo collimino in buona parte con quelle manifestate da Tommaso Luongo, delegato Ais Napoli, e dallo stesso Luciano Pignataro, che ringrazio per avermi invitato a farlo, con i quali ho avuto il piacere di condurre la breve ma intensa sessione di degustazione.

Campi Flegrei Falanghina Strione 2006 La matrice, ad occhi chiusi, condurrebbe senza mezze misure alla recensione di un buon vino rosso adeguatamente affinato, dai tratti caratteriali certamente risoluti ma in buono stato di grazia. Il primo naso è volto a sensazioni terziarie ed in continua evoluzione, le marcate sensazioni volatili iniziali non faticano a lasciare spazio a note molto particolari che virano dai fiori di camomilla disidratati a concentriche sbuffate idrocarburiche nonché nuances speziate di impronta orientale. E’ molto interessante notare come questo vino più venga lasciato ossigenare nel bicchiere più pare tornare indietro; mi spiego meglio: superata la complessa fase olfattiva iniziale incentrata come dicevo su caratterizzazioni molto marcate, comincia invece a giocare di fino su sottili e gradevolissime note balsamiche, mentuccia e salvia in particolar modo. Palato asciutto, debitamente morbido con solo una sottile reminescenza acida sul finale di bocca. Non ultimo il colore, oro pallido di buona limpidezza, segnato dal tempo ma non ancora del tutto superato. Tutta la massa ha fatto macerazione sulle bucce e per tutta la durata della fermentazione alcolica.
Campania bianco Strione 2007 Annata complessa, vino complicato ma non troppo, pur evidente uno stato di forma smagliante e certamente una maggiore consapevolezza da parte di Gerardo di ciò che andava plasmando. Il colore è luminoso perlopiù giocato su un giallo con evidenti sfumature oro; Il primo naso è più ricco del precedente, seppur paghi una fase iniziale maggiormente scomposta, poi, man mano sorprendente; qui si fanno inizialmente spazio un forte sentore di camomilla e mimosa passita ed evidenti note di frutta candita, albicocca in particolar modo. Alla lunga riprende poi, in maniera ancor più elegante, il quadro empireumatico del precedente, rimanendo su una caratterizzazione piuttosto incisiva. In bocca è ricco, prevale certamente la sfrontata morbidezza sulla carica acida, estremamente evidente, in questo millesimo più del precedente, così anche la sapidità, che diviene dopo una lunga ossigenazione, palpabile salinità. La macerazione sulle bucce in questo caso è stata protratta sino ai ¾ della fermentazione alcolica.
Campania bianco Strione 2008 Dei tre l’espressione meno fedele forse all’idea originaria, lontano al momento dalle caratterizzazioni dei primi due, ma senza alcun dubbio quella più elegante, nonché, alla lunga – con tutte le riserve del caso – il vino che si lascerà apprezzare di più per la sua evidente finezza. Di certo, bevuto oggi, con i parametri appena descritti del duemilasei e del duemilasette si lascia, per l’appassionato alla tipologia, ad una non facile interpretazione, poiché all’evidenza nel bicchiere di un deciso salto di qualità verso l’eleganza e la finezza non corrisponde al momento la voluttuosità dei precedenti; E’ chiaro che paga una annata non particolarmente felice, pertanto tanta cautela profusa in fase di vinificazione e quindi di macerazione; per qualche convenuto è un chiaro segnale di reinterpretazione, io credo più semplicemente il manifesto di un’annata fresca o quantomeno poco confacente alla lunga macerazione. Il colore è paglierino tenue, il naso è ancora troppo compìto per offrirsi a divagazioni sul tema, ma la spiccata matrice minerale lascia ben sperare, non mancano comunque interessanti note floreali e fruttate di agrumi. In bocca è secco, bello fresco e di prolungata persistenza gustativa, corroborante quasi. Anche qui è chiara l’essenziale sapidità che rimane per questo vino un marcatore ineludibile. In questo caso la macerazione sulle bucce è stata protratta al 50% della fermentazione alcolica, anche per questo sono proprio curioso di attenderlo per almeno tutto un anno ancora.
Leggi questo articolo anche su www.lucianopignataro.it.
Tag:ais, angelo di costanzo, campania wine, campi flegrei, cantine astroni, emanuela russo, falanghina, gerardo vernazzaro, italian wines, luciano pignataro, napoli, strione, verticale, vulcano
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA, Verticali & Orizzontali | 25 Comments »
6 febbraio 2011
La settimana scorsa per motivi di lavoro ho trascorso alcuni giorni a Montalcino, in provincia di Siena. A leggere alcuni numeri – il comune conta poco più di cinquemila abitanti per non più di 260 kmq di territorio – si penserebbe a nient’altro che a un piccolo punto sulle mappe stradali, mentre a parlar di vino, nescienti del fenomeno storico, a poco più di una goccia nel mare magnum dell’enologia italiana.

Eppure questi luoghi sono vissuti e riconosciuti da tutto il mondo, e qui, anche in pieno inverno, in gennaio e con le colline di neve imbiancate, non è difficile incontrare, pure in tempo di crisi, turisti e viaggiatori in cerca di scoprire e capire quel luogo che ha dato i natali ad uno dei vini più preziosi ed ambìti al mondo: il Brunello di Montalcino, appunto.
Così, ispirato anche dall’indimenticabile incontro con Franco Biondi Santi, erede della più antica famiglia di vignaioli in Montalcino e produttore di quello che oggi è considerato l’archetipo del vino Brunello, dopo l’esordio dedicato a Raffaele Moccia, tra i più validi interpreti moderni della viticultura flegrea, ho pensato per questa uscita che fosse opportuno, necessario mettere un punto fermo anche sulle origini e la storia della vitienologia flegrea, partendo col raccontarvi di un vino, il Montegauro di Grotta del Sole, ed una famiglia, i Martusciello, che senz’altro rappresentano ad oggi – fatte naturalmente le dovute proporzioni storico, culturali e sociali che ci separano anni luce dalla vitivinicoltura toscana – ciò che i Biondi Santi sono per Montalcino, ovvero la massima espressione tangibile della loro terra in giro per il mondo.

I Martusciello quindi iniziatori di quello che poco più di vent’anni fa, in piena epoca di cementificazione, appariva pura utopia per i Campi Flegrei, la valorizzazione delle risorse agricole, di quella terra, la vigna, i suoi frutti, visti non più come facili prede del calcestruzzo ma bensì come preziose opportunità di creare economia sul territorio, quel territorio, non dimentichiamocelo, a quel tempo ancora profondamente segnato socialmente dallo sgombero del Rione Terra dei primi anni settanta e moralmente devastato dal terremoto-bradisismo dei primi anni ottanta. Fu quella, fine intuizione commerciale o inguaribile follia di un generoso atto d’amore per i Campi Flegrei? Nell’uno o nell’altro caso, a guardare il risultato, vero e proprio rinascimento viticolo flegreo.
Il Montegauro, prodotto con uve per’ e’palummo in purezza, è vinificato e invecchiato con sapiente utilizzo di legno di rovere francese, e sin dai suoi esordi, a metà anni novanta, ha sempre impressionato per qualità e finezza; certo che le prime annate, soprattutto a distanza di anni, hanno mostrato qualche problema nel reggere il tempo, pur concedendosi in qualche gradita sorpresa. Ricordo infatti, a tal proposito, un 1997 bevuto poco più di un anno fa e ritrovato in grandissimo spolvero. Il millesimo 2007 invece ha un bel colore rubino a dir poco cristallino. L’annata, rivelatasi particolarmente calda e austera, ha condensato in questo vino tanta materia che si manifesta attraverso un bouquet ampio e complesso composto di sentori di fiori e frutti rossi ed un gusto alquanto deciso, ricco, profondo, di sontuosa bevibilità, lontano dalla più comune interpretazione del vitigno, che taluni vogliono scolorito, leggiadro e spesso senza nerbo; Il Montegauro è indiscutibilmente l’accezione più alta del piedirosso ascrivibile ai Campi Flegrei, da guardare come riferimento assoluto sul piano del suo massimo potenziale espressivo. Un vino eccellente, manifesto di questa splendida terra che vuole parlare al mondo, aspettando che si decida finalmente, e lo dico a viva voce ai nostri amministratori, che la finiscano di mercanteggiare utopie come se fossero sogni nostri e che comincino costoro a lavorare seriamente affinché il mondo possa finalmente parlarci da vicino, magari camminandola la nostra terra. E Montalcino in questo è di molto più grande!
Questa settimana su Pozzuolidice nella rubrica di enogastronomia dove troverete anche una deliziosa ricetta della nostra Ledichef oltre che nuovi spunti per imparare “a leggere” il vino.
Tag:angelo di costanzo, biondi santi, campi flegrei, edicola, giornale, l'arcante, martusciello, piedirosso, pozzuoli dice, quarto, riserva montegauro, vini della campania
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 7 Comments »
26 gennaio 2011
E’ il fiore all’occhiello dell’enologia campana, partorito – al netto delle stupide ingerenze della natura umana – da una delle terre viticole più belle d’Italia e d’Europa: parliamo di Taurasi. L’occasione è un appuntamento di cui si sentiva sinceramente la mancanza e del quale – proprio non me ne capacito, giuro – non ci si rende conto, in sede istituzionale intendo, quanta importanza abbia ai fini della comunicazione; pertanto, in prima istanza è doveroso, necessario ringraziare chi si è tanto adoperato affinché di aglianico, e di Taurasi, se ne sia tornato a parlare con termini di paragone comuni e non più in assoluta solitudine monocratica. Quindi, un “bravo, bravissimi!” agli amici della Miriade&Partners¤ che hanno rispolverato – in piena autonomia finanziaria – il sano format di “Anteprima Taurasi”, e a chi, tra cui l’impagabile Paolo De Cristofaro, ha fatto da inarrivabile Cicerone.

Tralasciandovi dettagli su dati tecnici e/o relativi all’andamento climatico (che potete però consultare qui) mi rimane da anticiparvi solo che si è trattato, del millesimo duemilasette, di un’annata tesa ad una disarmante caratterizzazione: calda, asciutta ed anticipata, seppur con le mille sfaccettature figlie anzitutto delle difformi caratterizzazioni microclimatiche nonché delle dissimili interpretazioni stilistiche; è bene ricordare che parlare di Taurasi significa raccontare di un territorio – quello iscritto alla docg intendo – di circa 993 ettari di cui più della metà, appena 415 ettari, destinati alla produzione di Taurasi propriamente detto. In sintesi questi gli assaggi più interessanti della sessione di degustazione, avvenuta sabato 22 gennaio scorso al Castello Marchionale di Taurasi. Tutti i vini sono stati egregiamente gestiti nel servizio dalla locale delegazione Ais di Avellino e serviti in assoluta anonimia ed alla giusta temperatura.
****/* Taurasi 2007 Colle di San Domenico. In assoluto, assieme al Contrade di Taurasi di Lonardo – seppur su linee emozionali diametralmente opposte – il miglior assaggio della sessione. Dal colore ricco e concentrato, rubino netto e carico di splendore. Naso importante, possente, variopinto di sfumature di frutta in confettura – mai la visciola fu così facile e piacevole da cogliere – note iodate, speziate: un ventaglio olfattivo non particolarmente intenso ma ampio, fine ed elegante. In bocca è d’impatto, voluttuoso, entra orizzontale e si distende in maniera costante ed ampia. Un vino essenziale, tecnicamente ineccepibile, figlio di un millesimo complesso e complicato, manifesto di come in annate del genere siano le aziende senza lacci a cavarsela meglio.
****/* Taurasi Contrade di Taurasi 2007. Il Colore è cupo, quasi impenetrabile, il primo naso rivolto a note subito terziarie: cuoio, terra bagnata, sentori animali. Il frutto fa fatica a venire fuori se non dopo una lenta ed inesorabile ossigenazione. Riassaggiato dopo almeno un ora ricalca linearmente il timbro, un vino non immediato ma di gran carattere ed in bocca conferma tutta la sua austerità: secco, piuttosto caldo, propriamente risoluto, non invadente ma evidente il finale alcolico non senza una lieve nota amarognola.
**** Taurasi Vigna Andrea 2007 Colli di Lapio. Altro bell’assaggio, non da capogiro ma ricco di sfumature intriganti. Di colore rubino, mediamente concentrato tendente al granato. Primo naso intenso, verticale, costruito su note eteree, inchiostro. Lentamente sopraggiungono odori di corteccia, sintesi di spezie fini, infine liquerizia. Palato piuttosto caldo, avvolgente, dal tannino poco pronunciato.
**** Taurasi 2007 Pietracupa. L’aglianico di Sabino continua a misurarsi alla grande, il millesimo non proprio avvincente gli consegna materia prima forgiata con ottime intuizioni. Il colore è rubino carico, quasi impenetrabile, cristallino. Il primo naso è lieve, non particolarmente intenso ma giocato su ottima complessità, fine e bilanciate su piacevoli fragranze fruttate e sottili note speziate. Sapore asciutto, corposo e di buona sapidità, inesorabilmente pronto da bere.
**** Taurasi 2007 Antico Castello. La sorpresa della batteria, pari solo all’assaggio del Taurasi di Antica Hirpinia, seppure questi si dimostri appena una spanna sotto. Un azienda da tenere d’occhio, a questo punto anche sotto il profilo aglianicista; bello il colore, rubino vivo. Naso essenziale, molto gradevole l’approccio olfattivo, frutto in primo piano, leggiadro ma fragrante, composto. Palato decisamente pronto, senza asperità alcuna, da bere e godere adesso, il finale di bocca è teso e speciale di ciliegia sottospirito.
***/* Taurasi 2007 Urciuolo. Non ho ancor ben compreso lo stile minimalista del Taurasi dei fratelli Urciuolo, ritrovo infatti nelle degustazioni alla cieca degli ultimi, buoni vini ma perennemente sospesi tra l’eccellenza e l’essenziale. Anche qui un vino dal colore rubino con sfumature lievemente aranciate, il primo naso volge immediatamente a note terziarie, caratterizzate cioè da un frutto risoluto e giocato quindi su note essenzialmente fugaci, eteree e scomposte, di terra, di sfumature speziate. In bocca è secco, abbastanza intenso seppur non propriamente persistente. Un poco amaro il finale di bocca.
***/* Taurasi 2007 Antica Hirpinia. Una piacevole notizia questo assaggio, ovvero un forte messaggio di incoraggiamento dalla storica cantina taurasina, preda degli ultimi anni dell’immancabile cerchiobottismo locale. Colore rubino appena teso al granato, comunque non particolarmente carico. Primo naso di note spiritose ma subito coperto da sensazioni più eteree; con un poco di tempo, al riassaggio, note di confettura di prugna. In bocca è piacevole, particolarmente rotondo, senza asperità; piacevole ma non entusiasmante il retrogusto tostato.
***/* Taurasi 2007 Donnachiara. Colore rubino/granato molto bello a vedersi, concentrato. Naso abbastanza complesso, frutto in primo piano affiancato da note tostate e speziate, di buona verve. Palato anch’esso di spessore, ricco, glicerico, dalle spalle larghe, forse solo una tantino monocorde. Un vino da bere, dalla prospettiva abbastanza ridotta ma del quale godere adesso. Figlio dell’annata.
***/* Taurasi Sant’Eustachio 2007 Boccella. Bello colore rubino vivace, primo naso essenzialmente gradevole e dolce. Frutti neri croccanti, polposi, incipit lievemente speziato. Al palato asciutto ed intenso, non lunghissimo ma molto piacevole. Legno ben dosato, frutto ben bilanciato, finale minerale e di discreta sapidità. Quando il manico preserva l’artigianalità.
***/* Taurasi Radici 2007 Mastroberardino. Da riassaggiare tra qualche tempo, un approccio troppo al di sotto delle aspettative, o forse una bottiglia poco fortunata. Colore rubino di buona vivacità e trasparenza, primo naso spiritoso ma chiuso e lontano dal divenire, al primo come al secondo assaggio, così da risultare non ampissimo; In bocca gode decisamente di altra personalità, pare rifuggire le complicazioni di un millesimo steso al sole e non ammicca a sentori scontati. Palato quindi gradevole, asciutto, con l’alcol ben fuso alle componenti acido-tanniche.
***/* Taurasi 2007 Feudi di San Gregorio. Colore rubino mediamente concentrato, molto vivace. Naso molto piacevole, non scontato, pur senza palpiti, a tratti idrocarburico. Poi note fruttate intense e concentrate di frutti neri in confettura, mirtillo su tutti. Palato ricco, concentrato, polposo, glicerico, materia prima piuttosto interessante seppur manchi di spunti acidi capaci di bilanciarne un equilibrio decisamente volto alla morbidezza.
***/* Taurasi 2007 Bambinuto. Bello il colore rubino tenue, cristallino. Primo naso addirittura vinoso, poi ciliegia, comunque pronunciato sul varietale e non coperto eccessivamente dal legno o dal lungo affinamento. Palato asciutto, abbastanza intenso, di buona profondità. Da riassaggiare tra qualche tempo per ricercarne l’evidente eleganza del ventaglio olfattivo, sobrio ma palese.
*** Taurasi 2007 Terre Irpine. Colore rubino, qui concentrato, cristallino. Naso marcato da interessanti note terziarie seppur non finissime, il frutto infatti soffre decisamente una persistenza caratterizzate da note smaltate, idrocarburiche, sino a rimanerne vittima. In bocca è secco e piuttosto caldo, non credo abbia grossi margini di miglioramento.
*** Taurasi Poliphemo 2007 Luigi Tecce. Colore rubino di bella vivacità, abbastanza concentrato. Il primo naso è lieve su note di fiori secchi e frutta spiritosa, niente di più. Il palato è integro, austero ma non offre assolutamente spazio a picchi emozionali, risulta in verità un poco greve, non è eccessivo definirlo addirittura corto. In bocca offre una buona bevibilità, ruvida ma senza particolare carattere. Se si è trattato di cattiva interpretazione del millesimo o solo di un silente momento di forma, il tempo ce ne darà conto, frattanto è bene continuare a bere altro.
*** Taurasi 2007 Villa Raiano. Colore rubino con piccole sfumature rosso granato, naso tenue, senza sfoggio di particolare intensità ma elegante e lineare su note di frutta e fumature minerali. Dopo una lunga ossigenazione, al secondo riassaggio, una nota quasi sanguigna ne caratterizza l’olfatto. Palato fine, abbastanza intenso con una lieve eccedenza dell’alcol, molto ben dosato il legno.
*** Taurasi 2007 Di Prisco. Un tantino sottotono e devo aggiungere, una volta svelate le bottiglie, molto inaspettatamente; bello il colore rubino, cristallino, lo spettro olfattivo offre ben poco oltre un legno nuovo, sopra il frutto, solo aspettandolo per tempo un ne viene fuori un sottofondo di liquerizia. In bocca è secco, il tannino è evidentemente pronunciato, seppur nobile. Da aspettare e rivalutare, decisamente.
Tra gli ultimi assaggi, per la sequenza non certo per la bontà, da segnalare tra i campioni di botte, lo Spalatrone di Cantine Russo, dal naso piuttosto elegante e dal sapore ben bilanciato ed il Taurasi Nero Né de Il Cancelliere, di Romano Soccorso; azienda in grande crescita nonché sempre più identificativa dello splendido territorio di Montemarano; un vino – al netto dei pregiudizi sull’annata – finalmente non caratterizzato da quella possenza tanto voluttuosa quanto spesso troppo al di sopra della sopportabilità gastrica. Interessante anche l’assaggio di Cortecorbo seppur in evidente ritardo di equilibrio, soprattutto gustativo, rispetto agli altri competitors.
Legenda: ***** Eccellente, **** Ottimo, *** Buono, ** Sufficiente, * Mediocre
____________________________
Così Anteprima Taurasi 2005¤.
Tag:aglianico, angelo di costanzo, antica Hirpinia, bambinuto, benvenuta vendemmia, colle san domenico, di prisco, il cancelliere, irpinia, l'arcante, luigi tecce, mastroberardino, paolo de cristofaro, poliphemo, taurasi, taurasi radici, villa raiano
Pubblicato su APPUNTAMENTI, Da raccontare, DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 40 Comments »
25 gennaio 2011
Quanto è difficile raccontare di un vino spumante del genere, andare a scovare una ragione nobile per la quale valga la pena battere i polpastrelli sulla tastiera – un tempo si sarebbe preferito il senso estetico di “impugnare penna e calamaio” – per descrivere un così sottile e fugace piacere; eh si, perchè qui le emozioni c’entrano poco, si tratta solo di puro piacere.

Mi spiego: non ci troviamo di fronte ad una première cuvée ritrovata per chissà quale fato in un buio e dimenticato anfratto di Mesnil sur Oger, e nemmeno dell’ultima genialata di turno per far passare per nettare biodinamico uno sciroppo per la tosse buono appena ( a volte nemmeno) per condire l’insalata. Niente di tutto questo, nessun lavoro ai fianchi insomma, nessuna aurea vocazione riscoperta, nessuna aberrazione di “marchetting”, trattasi di solo vino, rosato spumante, buono!
Questo vino quindi merita sincera attenzione, la stessa che non mi sono fatto mancare poco più di un anno fa, al primo assaggio, la medesima ripagata quest’anno da una prova ancor più convincente, un approccio franco e diretto, che mi fa pensare ad una costante crescita del prodotto in termini di qualità della materia prima utilizzata, aglianico in parte sannita, in parte taurasino, e della particolare cura profusa in fase di vinificazione, utilizzando – tra i pochi in Campania – un metodo charmat lungo che arriva sino a dieci mesi di lavorazione, prevedendo oltretutto, come opportuno, un doppio inoculo di lieviti selezionati.
Colli Irpini non la scopro certo io, è una delle tante aziende campane sbocciate nel solco tracciato dall’entusiasmo dei primi anni novanta ma che ha saputo nel tempo costruirsi spalle belle larghe, rimanendo ancorata a pochi ma salubri principi produttivi, lasciando ad altri il compito di favoleggiare, e puntando su una più che corretta qualità media dei suoi prodotti offerti tra l’altro a prezzi piccoli piccoli. Ricordo uno dei miei primi assaggi, più o meno dieci anni fa, di un fantomatico fiano di Avellino frizzante – Ilios – leggero e vivace a tal punto che non facevi nemmeno in tempo ad aprire la bottiglia che già te ne chiedevano una seconda. Erano quelli altri tempi, l’altra faccia di una medaglia che, perché negarlo, ha arricchito molti, i ristoratori in primis, e che molti, sotto sotto, rimpiangono e come: che numeri ragazzi! Forse non torneranno mai più, e mi riferisco, in generale, a quelli degli ordini a pedane, quelli delle “500lire per tappo” che molti rappresentanti di vino sino ad una dozzina di anni fa non avevano problema a promettere e che oggi farebbero carte false per rispolverare; in poche parole, quel “lato b”, nemmeno tanto oscuro, che ha fatto tanto bene a molte realtà agricole consentendo di costruire aziende sane e, aspetto non certo secondario, capaci di garantire, al territorio, ai contadini, una discreta continuità di reddito pur dovendo rinunciare a vestire quei panni da profeti di una territorialità tanto apparentemente necessaria al nostro tempo quanto effimera. O no?
Questo vino mi piace perché è questo che mi aspetto da una bollicina del genere, non mi deve raccontare una storia, non ne ho bisogno, non ne ha forse nemmeno la vocazione, ma mi deve, per quello che promette sulla carta un aglianico spumante, questo lo esigo, rendere grazia. Bellissimo il colore cerasuolo tenue, reso brillante da una gradevole vivacità, il bicchiere è coronato da una spuma fine e delicata, caratterizzato da un corollario di bollicine mediamente sottili seppur evanescenti. Il primo naso è davvero gradevole, le note floreali di rosa e violetta vengono subito affiancate da piacevolissime sensazioni di mora e lampone, per altro neppure sfiorate da note fermentative; ma dove questo vino mi è piaciuto di più è in bocca: immediato e delicato, schietto e fresco, con una beva lineare e senza asperità, degno compagno di tutto un pasto, con un costante, un piacevolissimo ritorno fruttato e, dato non trascurabile, mai pesante nella carbonica, il che lo rende particolarmente digeribile. In soldoni, meno di dieci euro in enoteca, in pratica, gli altri, li mette in fila tutti!
Tag:aglianico rosè, colli irpini, fiano di avellino, ilios, michele d'argenio, montesolae, taurasi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | Leave a Comment »
16 gennaio 2011
Andare a zonzo in Irpinia è sempre un piacere, ancor più quando a farti da cicerone è una persona deliziosa e competente come Antonio Pesce, con il quale parlare di vino può divenire solo l’ultimo degli argomenti che ti viene in mente di trattare mentre macini i chilometri che da Napoli ti dividono dall’incrocio per Santa Paolina. A questo aggiungici ancora un paio di amici di bevute dalla forgiata caratura passionale, ed ecco che camminare le vigne, oltre che “lavoro di piacere”, diviene anche una imperdibile lezione di vita tout court.

Piombiamo in casa di Marilena Aufiero verso le dieci e mezza del mattino, lei, cordiale e disponibile, ci accompagna nella piccola cantina ricavata praticamente nel sottoscala di casa, dove però si respira un’aria dal sapore tanto artigianale quanto intrisa di calore familiare; con Antonio e gli altri, ci facciamo un giro di vasche per testare cosa di buono abbia offerto la vendemmia appena raccolta a ciò che di qui a qualche mese ritroveremo nei lieti calici: il greco di Tufo 2010, quello base, pare di sentirlo ancora in bocca!
Bambinuto è un piccola realtà, nasce solo nel 2006 dall’intuizione di papà Raffaele di vinificare e mettere in bottiglia in proprio una parte di quelle uve greco sino ad allora sempre conferite a terzi imbottigliatori. L’idea piace subito a tutti in famiglia, ma prende forma e sostanza soprattutto grazie all’impegno delle due figlie Marilena e Michela che, sposando appieno il progetto, decidono però di dettare, nel vero senso della parola, delle linee guida ancor più rigide di quelle nelle intenzioni del padre: non solo fare vino di qualità ma possibilmente distinguersi dal già affollato corollario bianchista locale. Oggi, all’ottima proposta di greco di Tufo offerti, uno fermo base ed una selezione (il loro Picoli è senz’altro tra i migliori greco dell’areale) più uno spumante metodo classico ed un passito di prossima uscita, si sono affiancate piccole quantità di fiano di Avellino ed aglianico di Taurasi, per completare una gamma di prodotti decisamente convincenti, così come molto piacevole ho trovato l’ottimo aglianico Matèrtera, un rosso a buon mercato e decisamente interessante se valutato come base d’ingresso sul panorama dei rossi irpini.

Spesso ci siamo detti, su queste pagine in primis, quanto le aziende, le piccole aziende in particolare siano funzionali alla crescita del comparto agricolo quando seriamente impegnate nella loro specializzazione e non mestamente risucchiate da improbabili aspettative commerciali; pertanto mosso da questo principio ma aperto a mille varianti del caso, non mi dispiace pensare a quanto sia intelligente l’impegno profuso dalla famiglia Aufiero nella valorizzazione del greco di Tufo quanto però utile e necessaria la realizzazione di vini rossi fini e leggiadri come questo aglianico che li aiutino a ritagliarsi spazio sul mercato senza per questo scimmiottare un modello irraggiungibile per vocazione e distinzione territoriale.

Così se il Picoli¤ assurge a modello di ineccepibile e particolare complessità, con un timbro organolettico decisamente sopra le righe per l’areale, puntato su maturità del frutto e piena espressione piuttosto che la magra freschezza scelta da alcuni, così il Matèrtera, prodotto da uve aglianico provenienti da vigne allocate in Montemarano e Castelfranci ricalca un modello, godurioso e facilino, tanto difforme dai must taurasini quanto invece funzionale alla causa: lasciarsi bere! Il Matèrtera 2008 (dal latino, sorella della madre) viene affinato in botti di legno di secondo passaggio per 4/5 mesi rimanendo in bottiglia per almeno dieci mesi prima della vendita. Il colore è rubino tenue, prodigo di piacevoli sensazioni olfattive, floreali e fruttate ma anche lievemente boisè che trovano conferma in un gusto secco, direi asciutto, ma incentrato su leggerezza e gradevolezza della beva. Uno di quei vini, più o meno dieci euro al ristorante, che in due finisce che un piacere: non è forse questo di cui avete bisogno, cari amici ristoratori?
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:aglianico di taurasi, antonio pesce, bambinuto, gerardo vernazzaro, irpinia, irpinia aglianico, marilena aufiero, matèrtera
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | Leave a Comment »
8 gennaio 2011
C’è una sensazione – meravigliosa – che questa terra riesce a lasciarti dentro ogni volta che ci cammini le vigne, è la serenità, ritrovata, dell’anima, che sei hai imparato a gestirla a dovere, difficilmente te la riescono a scippare di dosso: a meno che non sei destinato, nel tuo viaggio di ritorno, a mete sovrappopolate e caotiche come Napoli e dintorni. Forse è per questo, per non incappare nel rischio di un brusco rientro – quasi rischioso come un jet lag – che solo come nelle più romantiche delle avvertenze prima dell’uso, mi concedo, dopo ogni fuijtina in terra irpina, almeno un paio di giorni di isolamento. A tenermi al caldo, stavolta, un paio di bicchieri di Taurasi Santa Vara 2004 di La Molara, hand made in Luogosano.

La denominazione è delle più classiche della mia amata Campania felix e forse proprio per questo la più complicata e controversa da raccontare. In effetti, cartina alla mano, l’areale si presenta come un territorio dalle linee e caratteristiche geografiche particolarmente eterogenee e pure gli assaggi dei vini qui prodotti negli ultimi dieci/quindici anni, seppur tra alti e bassi, hanno costantemente evidenziato come sia difficile parlare genericamente di Taurasi senza tener conto delle mille e più varianti ricadenti su un’area di circa 900 ettari (di cui però appena la metà concorre alla d.o.c.g.) e distribuita su ben 17 comuni della provincia di Avellino. Non a caso, soprattutto tra gli addetti ai lavori, si cerca ormai da tempo di delineare, del territorio, una mappa verosimile con la quale poter sviluppare più chiavi di lettura per non incappare reiteratamente nella tentazione di banalizzare, rendendola univoca, una offerta enologica di un territorio che di univoco ha ben poco, vitigni compresi; uno stallo questo tanto comodo ai profittatori quanto però indigesto ai piccoli vignerons che hanno saputo cogliere nella propria – a volte difforme – diversità, un valore aggiunto di incredibile preziosità, pur costretti a fare i conti con una solitudine (soprattutto in assenza di un’adeguata politica promozionale) difficile da colmare, almeno in tempi accettabili.

L’azienda è un mio vecchio pallino, un sussulto della prima ora si direbbe, ormai però sono passati quasi una decina d’anni dall’esordio sulla scena, e senza non poche difficoltà si è ancora alla ricerca di una sua definitiva collocazione nello splendido ma sempre più affollato corollario taurasino. Le qualità, a questa piccola gemma di Luogosano, non gli sono mai mancate: vigne di proprietà anzitutto, 7 ettari in una zona a dir poco vocata per l’aglianico, una discreta spinta economica di soci tra l’altro piuttosto motivati, i pochi numeri (appena 40.000 le bottiglie prodotte oggi, ndr) e non ultimo anche un discreto apprezzamento di critica appena usciti sul mercato; ma come spesso accade, causa anche le non poche asperità di un mercato ancora ostico – se non propriamente avverso – al cosiddetto Barolo del sud, per qualche tempo si è perso un poco la bussola affidandosi, non senza presunzione, ad una invocazione bianchista che avrebbe dovuto sanare tutti i mali ma che in verità non è mai stata del tutto compresa, rimanendo così, anche sul versante rossista, su di una linea di galleggiamento che non ha certo favorito l’affermazione di una realtà che proprio sul Taurasi meriterebbe invece un posto in primissimo piano sullo scacchiere irpino!
Gli ultimi assaggi fatti in cantina, per l’occasione con una guida d’eccezione qual è il loro enologo Antonio Pesce, e lo splendido stato di forma del 2004 bevuto tra le mure amiche hanno potuto solo confermare quanto sia ricco, polposo ed elegante l’aglianico che matura tra le vigne di questo piccolo gioiello irpino. E che si tratti di un nettare d’autore non si fa certo fatica a pensarlo, sin dall’approccio col giovane e morbido Naif, il loro vino aglianico base, un tempo pennellato da una mano di merlot ma da almeno un paio di vendemmie (me l’hanno giurato!) non più: purpureo, carico di sfumature gioviali, snello e beverino, proteso insomma a conquistare i palati di neofiti ritrosi con quel tannino di molto sopito.
L’ossuta trama del Santa Vara invece è destinata a fare breccia nel cuore degli appassionati di grandi vini dall’infinita persistenza gusto olfattiva, voluminosi e robusti all’esordio, agili e scattanti per il tempo a venire, sempiterno gustosi. Se infatti, a distanza di oltre sei anni, ho ritrovato un 2004 carico di mineralità e giustezza tannica, sono rimasto molto impressionato dalla carica imponente del Taurasi 2007 di prossima uscita sul mercato e ancor più dalla possenza del millesimo 2008 ancora in invecchiamento, che ricorda ad assaggio ripetuto, per voluttà e persistenza emotiva, il Cinque Querce 2001 di Salvatore Molettieri.
Il rapporto frutto-polpa/acidità-tannino di quest’ultimo evoca quindi assaggi non più pervenuti, da allora, dalla denominazione, se non in rare eccezioni¤. In definitiva, tra le mani, la convinzione che nonostante il tempo non abbia ancora consegnato a La Molara grosse chance di essere consacrata all’altare delle migliori in Irpinia, rimanga un riferimento assoluto per chi voglia scegliere di bere un grande aglianico “di territorio” con tutte le carte in regole, capace addirittura di attraversare il tempo senza che questi ne scalfisca minimamente il pregio. Bere per credere, insomma!
Tag:aglianico, antonio pesce, avellino, cinque querce, irpinia, l'arcante, la molara, luogosano, naif, salvatore molettieri, santa vara, taurasi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 3 Comments »
5 gennaio 2011
Continuiamo il nostro viaggio tra i “vini bianchi macerati” occupandoci oggi di una piccola azienda irpina, la Cantina Bambinuto di Santa Paolina. Gran vino il greco di Tufo, forse il più conosciuto tra i bianchi prodotti in Campania, senza dubbio tra i primi ad essere apprezzati in tutto il mondo ed annoverati tra “i più” dell’odierna produzione italiana. Vino a denominazione di origine controllata e garantita – nel sud Italia assieme solo a un altro campione di bontà regionale, il fiano di Avellino – il greco di Tufo è prodotto esclusivamente con uve provenienti da vigneti situati in una delimitata zona dell’Irpinia, comprendente i comuni di Tufo (da cui prende il nome la d.o.c.g.), Santa Paolina, Montefusco, Petruro Irpino, Chianche, Torrioni, Altavilla Irpina e Prata di Principato Ultra.

Il vitigno, corrispondente alla cosiddetta aminea gemina cui faceva riferimento lo storico Columella, è originario della Tessaglia, da dove fu importato in Campania dai pelasgi che ne diffusero la coltivazione prima nella provincia di Napoli, in particolar modo sulle pendici del Vesuvio, e successivamente in alcune zone proprio della provincia di Avellino, in particolare nel circondario di Tufo, dove il terreno ricco di zolfo ed altri minerali risultò particolarmente vocato alla sua propagazione. Invero, il vitigno non è certo tra i più docili, anzi, le peculiarità del grappolo, piuttosto compatto, e degli acini, con buccia decisamente sottile, ne fanno una varietà, da un punto di vista strettamente colturale, addirittura cagionevole e che richiede una particolare attenzione e cura soprattutto in fase di maturazione. In compenso però, cosa certamente più gradita oggi nei vini che in passato, offre sempre valori decisamente elevati di acidità e sostanze fenoliche, che lo rendono, per esempio a riguardo di uve provenienti dalle zone più vocate, particolarmente adatto a variazioni sul tema alquanto suggestive come possono essere, tra le tante, vino base ideale per spumanti a metodo classico oppure, come nel caso proprio di questo vino, delle versioni piuttosto originali macerate sulle bucce.

Bambinuto nasce solo nel 2006, ma per quanto poche le vendemmie alle spalle per delinearne un quadro risolutivo, la volontà della famiglia Aufiero di fare bene c’è tutta ed i primi riscontri, sia di critica che di pubblico, sin dagli esordi, hanno avvalorato la tesi che un nuovo piccolo gioiello della viticultura irpina andava ritagliandosi il suo spazio, e per quanto minimo, di assoluta considerazione. Oggi, all’ottima proposta di greco offerti – due fermi, quello base ed una selezione (il Picoli appunto, ndr) più uno spumante metodo classico ed un passito di prossima uscita – si sono affiancate poche bottiglie di fiano di Avellino ed aglianico di Taurasi per completare una gamma di prodotti decisamente convincenti – a breve vi racconterò infatti dell’ottimo aglianico Matèrtera – a buon mercato e comunque limitate ad una quantità non superiore alle 30.000 bottiglie.
Il greco di Tufo Picoli 2009 viene prodotto dalle vigne piantate nell’omonima frazione di Santa Paolina da dove viene raccolto generalmente a fine ottobre. Nel 2009 la resa in uva è stata di circa 80 q/h, con una resa in vino intorno al 70%. Tutto nella norma, insomma, se non fosse per la gradazione alcolica che supera il 14,50 % in volume, comunque sostenuto, a oltre due anni dalla vendemmia, da una decisa acidità. Ha un colore oro carico, segnale di concentrazione oltre che di maturità acquisita, del tutto cristallino. Il primo naso è particolare, fruttato di confettura di albicocca e buccia d’arancia candita ma ricco di sfumature empiriche. Infatti, lasciata volare via l’insistenza bucciosa del frutto ed una prima nota volatile, vengono fuori sentori marcatamente minerali che si rifanno a polvere pirica e nuances quasi idrocarburiche. Non che sia un vino vecchio, precisiamo, ma il timbro, anzitutto olfattivo, è volutamente mantenuto come pensato dalla produttrice Marilena Aufiero, con la consulenza del bravo Antonio Pesce, su di uno stampo del tutto fuori dagli schemi per l’areale, puntando sulla maturità del frutto, la sua piena espressione, anziché sulla magra freschezza e bevibilità scelta da alcuni altri. Non a caso infatti, durante le fasi di vinificazioni, una volta eliminata la grossolana feccia di mosto, il vino rimane su quelle fini sino a fine marzo dell’anno successivo la vendemmia, praticamente 5 mesi, più o meno. Un vino particolare dunque, di pronta beva (non a caso esce infatti dalla cantina quasi un anno dopo il millesimo) e da spendere su piatti importanti; Da annoverare assolutamente tra le vostre prossime esperienze degustative da segnare in agenda.
Tag:antonio pesce, avellino, bambinuto, famiglia aufiero, greco di tufo, irpinia, marilena aufiero, marotta, picoli, santa paolina, vini bianchi macerati
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 2 Comments »
30 dicembre 2010
Sono passati si e no una decina d’anni da quando ho conosciuto Roberto Di Meo, più o meno quando, da Salza Irpina, l’azienda di famiglia muoveva i primi convincenti passi nel già affollato panorama delle novità irpine. Dei suoi vini mi sono subito piaciuti in particolare lo stile, inconfondibile quello del suo fiano di Avellino e ancor di più la correttezza dei prezzi – l’aglianico, quello base, allora praticamente imbattibile per rapporto prezzo/qualità – elementi questi sempre più rari, ancora oggi, e che mi hanno immediatamente conquistato, avvalorati poi da una costante magistrale esecuzione enologica di materia prima viva e pura, di qualità superiore.

Il tempo non mi ha smentito, seppur scandito da qualche passo falso – non ho mai ben compreso per esempio l’uscita di un grand cru come il Don Generoso quando già i suoi Taurasi sono ineccepibili – e ritrovare, ancor oggi, in cotanto grande spolvero qualche vecchia bottiglia di fiano Colle dei Cerri o del più austero (e senz’altro economico) Vigna Olmo rimane una emozione non da poco. In effetti, fare poche bottiglie di un grande vino, costoso (il Don Generoso costicchia eccome!), rimane sempre un plausibile esercizio di stile, anche se a volte fine a stesso, mentre riuscire a condensare tutta la qualità possibile anche nelle etichette per così dire “base” rimane invece impresa davvero per pochi. Le sue qualità come enologo quindi, dal manico finissimo, sono in definitiva indiscutibili come del resto l’alto gradimento di tutti i vini che firma nella sua cantina collocata oggi in quella che fu la storica dimora settecentesca dei principi Caracciolo di Avellino.

Il prodotto di cui però voglio raccontarvi in questo passaggio è forse il più delizioso del portafoglio offerto dai Di Meo e senza ombra di dubbio il più particolare di quelli tirati fuori dalla piccola ma dinamica cantina di Salza Irpina, ovvero Il Ratafià di Nonna Erminia; Un prodotto davvero sorprendente, che dopo averlo assaggiato, credetemi, vi lascerà pensare perchè mai non l’avete mai bevuto prima. Il Ratafià è un prodotto del tutto naturale, a dimensione poco più che artigianale, la cui realizzazione trova ispirazione nell’antica tradizione tutta irpina del cosiddetto “vino pa’ neve”, comunemente conosciuto come vincotto, ma che in in questa occasione si rinnova e prende nuovo vigore grazie alla maestria con la quale vengono selezionate ed amalgamate le foglie e le erbe aromatiche (principalmente foglie di ciliegio e amarene di diverse varietà oltre che circa dodici erbe differenti) lasciate macerare sino ad un anno nel vino aglianico di Taurasi invecchiato per almeno sei anni prima in fusti di castagno come da tradizione. Quello che ne viene fuori è un nettare delizioso, giustamente raffinato e addizionato quindi di acquavite di vino e lasciato ancora per almeno un altro paio d’anni ad affinare in barriques di vecchio utilizzo.
E’ un liquore di impronta dolce, ma assolutamente non stucchevole, il gusto è solo l’apice di una piramide di sensazioni organolettiche subliminali. Ha colore scuro, ricorda quello della liquirizia, scorre nel bicchiere piuttosto consistente, quasi viscoso. I profumi sono infiniti, il primo naso è sottile di spezie e frutti macerati, l’alcol, intorno al 36% in volume, non riesce mai a soverchiare la piacevolissima escalation di nuances tostate ed eteree contornate da sentori di ciliegie sottospirito, marroni, chiodi di garofano, liquirizia che offrono un piacere olfattivo finissimo e a dir poco seducente. Il gusto è deciso, qui invece l’alcol impone la sua essenza ma non nasconde, anzi la esalta, l’estrema piacevolezza, infonde calore e gratitudine ed i piccoli sorsi sono ogni volta sospesi tra note di frutta sotto spirito e sensazioni cioccolatose. Un liquore, il Ratafià di Nonna Erminia, da scoprire e da conservare in dispensa, che si offre di mettere al bando il migliore dei distillati che tenete in bella mostra sul vostro carrello e quanto possibile il più amato tra i vostri Porto o Sherry, insomma, un Ratafià candidato come ideale compagno di lente e meditate riflessioni oppure di silenti e risoluti fine pasto, o se preferite, più semplicemente, per amarsi con un po più di lentezza.
Tag:aglianico, aglianico di taurasi, avellino, barrique, chiodi di garofano, colle dei cerri, di meo, digestivo, l'arcante, liquore, ratafià di nonnna erminia, roberto di meo, salza irpina, vigna olmo
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 7 Comments »
29 dicembre 2010
I Campi Flegrei offrono sempre nuovi spunti di riflessione e degustazione, così dopo l’exploit che si sta vivendo sul versante rossista con la sempre maggiore specializzazione di coloro i quali hanno creduto e valorizzato il piedirosso anziché lanciarsi in rincorse empireumatiche internazionali, è davvero piacevole notare come anche la falanghina sia non poco attenzionata e riferimento di interessanti lavori in corso.

Così dopo l’intuizione di Gerardo Vernazzaro (Cantine Astroni) che con il suo Strione ha introdotto anche in terra flegrea la “sperimentazione” di una versione più spinta di falanghina, cioè lungamente macerata sulle bucce, eccovi un’altra chicca proposta questa volta da una delle aziende più amate e dinamiche del territorio, La Sibilla di Luigi e Tina Di Meo che con i figli Vincenzo e Salvatore vanno ritagliandosi un posto di primissimo piano nella spledida iconografia viticolturale non solo locale.
Questa variazione sul tema falanghina, ci tengo a precisare, non è di quelle per la quale vado perdendo la testa, e chi mi conosce sa bene che non ne faccio certo un mistero; invero, durante tutto quest’ultimo anno, armato dell’idea di scardinare definitivamente quello che ritenevo un mio evidente limite culturale sulla tipologia in generale, mi ci sono dedicato abbastanza, sino a maturare, per adesso, l’idea che no, non ci sono al momento – tolti alcuni, pochi grandi classici friulani/sloveni – vini bianchi macerati per cui mi strapperei i capelli.
E’ bene ribadire infatti, che, se culturalmente certi vini appartengono ad un ideale del tutto condivisibile, da un punto di vista strettamente degustativo, vini del genere, soprattutto quando bianchi, hanno necessità di un approccio piuttosto disinvolto a quel che verrà poi nel bicchiere: generalmente, riferendomi anzitutto ad un appassionato medio, sono questi vini che per almeno 2/3 dell’esame organolettico più classico – quello per esempio di sovente utilizzato dai sommeliers – sovvertono, a volte stravolgendoli, buona parte dei canoni estetici nonchè le più basilari aspettative olfattive.

Infatti, l’originalità con la quale questi vini tendono ad esprimersi, è spesso figlia di lunghissime macerazioni sulle fecce fini quando non di particolari passaggi di affinamento (anfore ecc.) e/o invecchiamento; ciò naturalmente premette grande qualità della materia prima, quindi la certezza di un gran lavoro in vigna, oltre che finissima capacità di intelligere il terroir da parte del vignaiolo di turno; ma il vino, come spesso può accadere, rischia di passare come una boutade estemporanea piuttosto che un serio riferimento di qualità. Ecco quindi che, una tale concentrazione di colore e particolarità di profumi abbiano necessità – da parte dell’avventore di turno – di una certa esperienza degustativa o quantomeno apertura mentale, per poter esser colti come marcatori di autenticità e non come un frainteso esercizio di stile, fine a se stesso, se non addirittura deleterio per la tipologia, quando soprattutto denominata.
Il Domus Giulii 2008 nasce da una piccola vigna di falanghina, poco più di un ettaro, allocata in località pozzolani al Fusaro, nei pressi di Bacoli, che la famiglia Di Meo, dopo praticamente un quarto di secolo di esproprio, si è vista riconsegnare in gestione dalla soprintendenza ai beni archeologici. Il nome infatti trae evidente origine dalla vicina villa di Giulio Cesare, una delle tante dimore flegree degli imperatori romani tanto innamorati di questa terra quanto – è indubbio pensarlo – delusi dai loro posteri per come l’hanno poi ridotta e sacrificata all’altare dell’ignavia.
E’ un vino certamente atipico, come già accennato, fuori cioè dai soliti canoni estetici ed odorosi a cui siamo felicemente abituati con il vitigno più diffuso nei Campi Flegrei. Il colore è oro pallido, la vivacità è evidentemente sacrificata alla concentrazione che è il primo dei tanti segnali da leggere per meglio apprezzare tutte le sfumature che questo vino è capace di offrire. Il primo naso è vinoso, marcato fortemente da quel sentore buccioso tipico dei vini che subiscono lunghe macerazioni sulle fecce fini. E’ importante bere questo vino alla sua giusta temperatura di servizio, più vicina ai 14° che ai 12° spesso raccomandati per i vini bianchi di maggiore struttura. Un bianco di grande estrazione, dal quale vengono fuori sentori molto interessanti, mela annurca, uva spina, scorza d’arancia candita, e lasciandolo respirare a lungo, persino note di mais e di polvere di zenzero. I sei mesi di macerazione offrono un frutto polposo e decisamente persistente, in bocca è morbido, rotondo, non certo tannico come comunque si può essere indotti a pensare, il tempo ha in verità ben levigato persino la discreta acidità di cui il vitigno non ha mai mancanza. Un vino da bere adesso, per compiacere magari piatti di pesce piuttosto speziati o formaggi mediamente stagionati.

Ad oggi, il Domus Giulii è ancora in affinamento in bottiglia, verrà commercializzato, con molta probabilità solo nei prossimi giorni di fine gennaio e, data l’esigua quantità a disposizione per questo millesimo, sarà inizialmente acquistabile solo recandosi in cantina al Fusaro: poco più di 600 le bottiglie, presumibilmente classificate come igt Campania e non come d.o.c. Campi Flegrei; un vino simbolo del grande lavoro di ricerca e sperimentazione, in maniera del tutto autonoma, che questa azienda sta maturando negli ultimi anni, iniziato dieci anni orsono con il coraggioso studio avviato sui vitigni minori – leggi per esempio marsigliese – e parallelamente votato all’assoluta fedeltà alla valorizzazione della falanghina che ha trovato, già da un paio di vendemmie, la massima espressione di questo pezzo di terra flegrea nel loro ottimo Cruna DeLago, come poche altre etichette della denominazione, vero e proprio vessillo di tipicità territoriale!
Tag:bacoli, big picture, campi flegrei, cantine astroni, cruna delago, falanghina, fusaro, gerardo vernazzaro, la sibilla, luigi di meo, pozzolani, strione
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 6 Comments »
24 dicembre 2010
Un territorio in forte ascesa, una terra votata al vino che nonostante le mille difficoltà, ambientali, sociali, amministrative sta maturando quel salto di qualità estremamente necessario per ritagliarsi uno spazio importante nel mondo del vino. I numeri, quelli seri e chiari, ci consegnano una realtà con un potenziale di crescita incredibile, laddove le vigne più vocate sono giustamente indirizzate alla specializzazione e dove chi fa il vino ha ben compreso che il tempo delle farse è finito e che il consumatore, quello attento, quello più esigente, non si accontenta più della denominazione ma ha voglia di conoscere e capire cosa c’è dietro una etichetta. Ecco, con questo scenario, capace di lasciarci affermare con tutta certezza che finalmente dire Campi Flegrei non è più semplicemente vantare una viticoltura astratta, vi offriamo un breve corollario delle migliori bottiglie passateci per mano in quest’ultimo anno; Ci teniamo a sottolineare che, con questo elenco, non ci si vuole certo arrogare la pretesa di una infallibile lista di vini, ma potete stare certi che, bicchiere alla mano, con questi nomi si può istruire un viaggio decisamente entusiasmante attraverso alcune, se non le migliori, vigne flegree.

Malazè spumante di Falanghina Cantine Babbo. Camminare le vigne dello Scalandrone a Pozzuoli può risultare addirittura salutare, pare infatti che salire e scendere le ripide rive dei costoni che incorniciano da un lato il lago d’Averno e dall’altro il piccolo salmastro lago Fusaro risulti un esercizio fisico non indifferente. Malazè, il cui nome trae ispirazione dalla tradizione marinara flegrea (è la traslazione dialettale della parola magazzino) è prodotto da uve falanghina dei Campi Flegrei con il tradizionale metodo charmat: esprime un vino franco, leggero e gradevole al naso quanto nella beva, sottile e beverino è ideale come aperitivo. Una dritta, provatelo come base spumante per offrire ai vostri ospiti un leggiadro Kyr! € 10,00
Brezza Flegrea spumante di Falanghina Cantine del Mare, altro lavoro ben riuscito sulla spumantizzazione della falanghina. Qui la materia prima proviene da una delle aree viticole più vocate dei Campi Flegrei e meno conosciuta ai più, le coste di Monte di Procida, molte terrazze delle quali a strapiombo sul mare del canale di Procida. Gennaro Schiano, noto imprenditore del luogo, ha deciso di occuparsi a tempo pieno dell’azienda, coadiuvato dal giovane e bravo enologo Gianluca Tommaselli, e questo spumante rimane il fiore all’occhiello della sua produzione: naso assai fragrante, frutta a polpa bianca e reminescenze minerali per un vino dalla beva vivace e baldanzosa e mai stancante, a dirla tutta, un piccolo capolavoro di equilibrio gusto-olfattivo. € 14,00
Falanghina dei Campi Flegrei 2009 Antonio Iovino. A Pozzuoli, a due passi dal centro storico, c’erano un tempo terre vocatissime alla viticultura, con gli anni lasciate sventrate dalle due più grandi sciagure che possano capitare al mondo, lo sciacallaggio dell’uomo innamorato pazzo del cemento, e peggio, l’idiozia di chi dovrebbe amministrare la nostra vita sociale. Tantè che le coste d’Agnano, quelle che nel cuore della città s’innalzano dal mare del golfo sino al vulcano Solfatara, celano ancora pezzi di terra, letteralmente strappati alla speculazione, che continuano ad offrire frutti prelibati. Antonio Iovino, da almeno un decennio cura le sue vigne cercando di risanare queste ferite, ne vengono fuori vini leggiadri e ricchi in minerali. Piacevolissimo iniziare un pasto con un vino di tal piacevolezza: naso erbaceo, a tratti sulfureo e palato fresco, lievemente citrino con piacevoli sfumature salmastre. € 8,00
Falanghina dei Campi Flegrei Colle Imperatrice 2009 Cantine Astroni, i Campi Flegrei, terra dei fuochi. Si potrebbe dire, altra zona, altro vulcano; Le uve provengono in buona parte da una vigna di circa dodici anni allocata a circa 230 m/slm sulla collina degli Spadari a Pianura, in cantina il vino viene lavorato solo in acciaio e dopo circa tre mesi di affinamento sulle fecce fini finisce in bottiglia. Una vigna in città quindi, a due passi dal cratere spento degli Astroni, il polmone della città di Napoli. Un vino dalla graffiante verve gustativa e dalla beva composta, acidità particolarmente interessante quasi subito smorzata dalla giustezza sapida, ideale compagno a tutto pasto per i palati più esigenti. € 8,00

Falanghina dei Campi Flegrei Coste di Cuma 2008 Grotta del Sole, ancora un salto tra le maglie di una terra unica e rara. L’azienda non ha bisogno certo di presentazioni, la famiglia Martusciello rimane la memoria storica dei Campi Flegrei e questo vino, il Coste di Cuma il suo testimone più fedele; Nato per la verità sull’onda dell’entusiasmo dei bianchi passati in legno di metà anni novanta, ha superato brillantemente le prime fasi di una non precisa identità territoriale esprimendo nell’ultimo lustro uno dei più convincenti lavori sul vitigno flegreo, e questo grazie anche al pregevole lavoro dell’enologo Francesco Jr Martusciello. Dai profumi deliziosi di fiori bianchi e frutta a polpa gialla impregnati di note salmastre, regala sempre una beva di discreta consistenza e profondità. Perfetto su tutti i piatti di pesce salsati, non disdegna accostamenti azzardati come formaggi freschi e carni bianche, anche grigliate. € 13,00
Campania rosato Pedirosa 2009 La Sibilla, bere leggero non significa per forza di cose bere vini inconsistenti, tutt’altro. Se tra i bianchi, conosciuto come vitigno per vini leggiadri e risoluti, la falanghina è capace anche di esprimere vini di indubbio carattere, il piedirosso tra le uve a bacca nera è forse il più convincente e poliedrico dei vitigni campani. Luigi Di Meo, con il figlio Vincenzo, sono ormai un riferimento nei Campi Flegrei, e quando si parla di falanghina non si può certo dimenticarsi di loro. C’è poi un insolito ed avvincente studio-sviluppo sul vitigno marsigliese, giunto ormai al decennale di sperimentazione nonchè alla quinta vendemmia, che ne fanno veri e propri fautori di un nuovo “illuminismo” territoriale. Così, dopo alcuni anni passati ad aggiustare il tiro, anche questo rosato prodotto da uve piedirosso sembra esprimersi con una veste nuova e, fatte le dovute proporzioni, decisamente appassionante. Dal colore buccia di cipolla, offre un naso piacevolmente floreale ed un gusto asciutto e delicatamente persistente, perfetto per chi vuole bere leggero ma non si accontenta per questo di bere vini bianchi. € 8,00
Piedirosso dei Campi Flegrei 2008 Contrada Salandra, ci siamo occupati proprio nelle ultime settimane di questo piccolo produttore flegreo. Giuseppe Fortunato con la moglie Sandra iniziano finalmente a raccogliere i frutti tanto appassionatamente seminati negli ultimi anni. Dalle vigne in conduzione biologica di Cuma-Licola vengono fuori poche bottiglie di fresca e beverina falanghina nonchè di questo sorprendente e delizioso piedirosso: ai più, il colore rubino-granato ricorderà subito i pinot nero dell’Alto Adige ma il naso timbrato da nuances floreali e così marcatamente minerali è assolutamente figlio della sua terra flegrea. Un rosso da spendere a tutto pesce giocando intelligentemente con la temperatura di servizio, da comprare e bere e da serbare per le prossime migliori occasioni dove leggerezza ed unicità siano argomenti topici. € 10,00
Piedirosso dei Campi Flegrei Agnanum Viticoltori Moccia, bere i vini di Raffaele Moccia è come succhiare dal seno di una mamma, dove il vino sta al latte e il seno per i Campi Flegrei. Non poteva chiudersi altrimenti questa carrellata dedicata a “bere il territorio flegreo”, un invito che ci sentiamo di fare, oggi più che mai, con la consapevolezza che questa terra sia veramente capace di stupire i suoi avventori, anche i palati più esigenti, con vini – questi vini – straordinariamente evocativi e di qualità indubbiamente superiore. Il per e’palummo di Raffaele è un vino delizioso, che offre un colore purpureo, vivo, caratterizzato da buona concentrazione; Al naso, superate le prime note di evidente riduzione, in molti casi una caratteristica peculiare del varietale, dei vini di Raffaele in particolare, già dopo qualche minuto si riescono ad apprezzare un susseguirsi di sfumature piuttosto invitanti che evidenziano un frutto polposo e speziato, quasi terroso. In bocca è fresco, asciutto, avvincente ed avvolgente pur rimanendo sempre leggiadro e godibilissimo dal primo all’ultimo sorso. Una scoperta per taluni, la storia per altri. € 10,00
I prezzi sono indicativi e riferiti a quelli probabili in enoteca, rilevati non più di due settimane fa. ( A. D.)
Tag:agnanum, bacoli, campi flegrei, cantine astroni, cantine del mare, contrada salandra, di meo, grotta del sole, iovino, la sibilla, martusciello, monte di procida, pozzuoli, raffaele moccia, schiano
Pubblicato su Camminare le Vigne, DEGUSTAZIONI VINI, I LUOGHI DEL VINO, in CAMPANIA | 2 Comments »
20 dicembre 2010
Salvare il Natale, almeno quello, non è una missione impossibile. Quante magre figure si rischiano, e quanti dubbi ci assalgono: avrò scelto bene? Gli piacerà? E c-o-s-a c-i a-b-b-i-n-o m-a-i al cenone? Sono queste domandone dalle risposte critiche, lo so, quantomeno però cerchiamo di non scegliere a caso cosa bere, tanto più quando si spendono cifre blu per carni e pesci che quasi sempre rischiano di rimanerci sullo stomaco tanto la colpa, si sa, andrà al vino (magari da due euro o poco più) “forse troppo acido o alcolico”; E che ne dite poi di quelle costosissime bottiglie – e credetemi che ne ho viste delle belle – il cui destino, quasi certo, è quello di finire riciclate perchè per niente capite, apprezzate quasi sempre solo per la forma sinuosa della bottiglia o per la preziosa confezione-cofanetto. No, quest’anno l’invito è a bere bene, superando alcuni stupidi pregiudizi e cercando magari di scoprire pure nuovi riferimenti.

Partiamo dallo scongiurare il più grosso dei pregiudizi insistenti tra “i più” su uno degli champagne più venduto e – non a caso – più apprezzato mai prodotti, la mitica etichetta arancione di Veuve Clicquot-Ponsardin, giusto per andare controcorrente e non finire col rifilarvi l’ultima bufala biodinamica in circolazione. Seguono altre cinque referenze, alcune conosciute, altre meno, che definire interessanti è dire davvero poco, con le quali potete giocare a costruire il vostro abbinamento ideale sia per il cenone della vigilia che per il lungo, a volte infinito, pranzo di Natale.
Champagne carte jaune s.a. brut Veuve Clicquot Ponsardin, un classico di sempre, checchè se ne dica, un piacere sottile e – se la smetteste di abbinarlo solo ai frutti di mare crudi – decisamente sorprendente a tutto pasto! Perchè la vedova aveva palato fine tanto quanto il cervello e ha saputo mettere in fila tanti sapientoni e maghi assoluti dell’assemblage affermando uno stile inconfondibile che non è solo perenne sospensione tra prestigio e dannazione. Per i meno, mettiamola così: è arrivato il momento di farla smettere di girare tra i regali riciclati ovvero di tirarla via – volesse il cielo – dalla dispensa una volta per tutte, non solo per la foto di rito per l’ultimo compleanno della figlia, ma per tirarle, finalmente, il collo! Con il fritto misto di gamberi e calamari per esempio, o col pane, burro salato ed acciuga.
Asprinio d’Aversa spumante Grotta del Sole, perchè a voler scegliere lo spumante più tradizionale che abbiamo in Campania non si può che passare per queste bollicine. La storica azienda flegrea della famiglia Martusciello produce anche una deliziosa versione charmat, più fresca e leggera ed assai indicata per innaffiare senza troppe preoccupazioni le vostre serate natalizie, ma se volete colpire dritto al cuore dei vostri accoliti, correte subito in enoteca – o meglio in cantina a Quarto – a comprare questa preziosa versione metodo classico che esce solo quando dio comanda ed in quantità piuttosto limitata, sembra infatti che proprio in questi giorni si riaffacci di nuovo sul mercato dopo una assenza di almeno tre anni. Presto che è già tardi, poi mi direte magari come è andato abbinato al tradizionale baccalà fritto, e quanto d’amore e d’accordo con le tartine con burro e salmone affumicato.
Greco di Tufo Giallo d’Arles 2008 Quintodecimo. Dovrete pur concedervela una uscita di senno per le spese di natale: vorrete il polpo più fresco tanto da appostarvi per ore dinanzi ai cancelli del mercato, non batterete ciglio sul prezzo dell’agognata spigola di mare o dell’astice blu del mediterraneo, quindi, non rompete le balle se è il greco di Tufo più caro che troverete in enoteca! Lasciatevi quindi conquistare da uno dei migliori vini prodotti in questo millesimo nell’areale nonchè dal fascino di una delle aziende più belle e suggestive d’Irpinia: complessità ed opulenza gustativa fuori da ogni schema precorso, di rara eleganza e profondità minerale. E vi prego, se pensate di regalarlo, fatevene uno pure voi, magari vi viene poi voglia di fare una capatina a trovare Laura e Luigi Moio nella splendida tenuta a Mirabella Eclano. Superbo con il pesce al forno, ma soprattutto con la pizza di scarola e alici della mattina della vigilia.
Costa d’Amalfi Tramonti bianco Per Eva 2008 Azienda Agricola San Francesco. E’ il bianco più ricercato e letto su questo blog, è il vino che al momento – dopo anche i vari assaggi di quest’anno – reputo migliore della comunque ottima offerta dell’azienda di Gaetano Bove in quel di Tramonti. Un bianco di rara eleganza e verticalità olfattiva, un vino da spendere a tutto pasto per esclusivo piacere delle papille gustative, che per’altro mai si stancheranno di lasciarsi andare all’adagio minerale che si diffonde ad ogni sorso. Dopo il Fiorduva, un altro capolavoro della divin costiera che però costa almeno tre volte meno del soave bianco di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo. Una bottiglia da non perdere insomma, bevetela pure bella fresca e sposatela per interesse, tanto, potete starne certi, finirà sicuramente lei prima di voi! Qui la recensione. Con il primo piatto ai frutti di mare, con il polpo all’insalata ma anche con la zuppetta di lumachine di mare.
Campania Aglianico Le Fole 2008 Cantina Giardino, perchè quando avrete voglia di tagliarvi la lingua con il tannino potete pure scegliervi uno qualunque dei Taurasi tanto reclamizzati ultimamente; Ma se invece, con tutto il ben di dio che c’è in menu per le prossime feste, punterete alla leggerezza, ecco il vino, la chicca che fa per voi. Perchè? Ci sono almeno tre ragioni: la prima – una figata pazzesca giocarvela con gli amici più colti – è che l’azienda, di Ariano Irpino, è una delle più alternative del momento, che fa viticultura sana e totalmente vocata alla naturalità degli interventi in vigna come in cantina; La seconda è che questo vino si lascia bere con una piacevolezza estrema senza confondervi mai le idee su ciò che state bevendo tanto è espressivo ed integro il frutto, e la terza – forse la ragione più importante – è che, almeno per quanto mi riguarda, l’ho trovato estremamente digeribile, cioè tanto piacevole da bere quanto da sostenere di pancia. Con la “pizza ripiena” della mattina della vigilia, con il primo piatto con ragù di polpo del cenone ma anche con la parmigiana di melanzane del pranzo di Natale.
Brunello di Montalcino Bramante 2005 Podere Sanlorenzo. Questo è davvero da non perdere se si ha voglia di mettere in tavola un grande rosso, pagando – in riferimento alla tipologia – un prezzo piccolo piccolo e che conserva tra le maglie del suo bel frutto tutto l’eccellente lavoro di un giovane e validissimo viticoltore ilcinese, Luciano Ciolfi, destinato ad un grande futuro. Trovate su queste pagine alcune tracce dell’azienda, e non mi nego di segnalarvi anche dove cercarlo poichè dalle nostre parti è un tantino difficile scovarlo. Un vino dal colore ciliegia che offre tutte le trasparenze del rosso più tradizionale di Montalcino, dal variegato ventaglio olfattivo e dal sapore asciutto, austero ma finissimo come pochi. Io ho subito avuto ben chiaro, tra le due o tre bottiglie destinate, cosa conservarmi come ultimo desiderio enoico dell’anno! Con il ragù di carne del pranzo di Natale ma non è osar troppo provarlo anche con la minestra maritata del pranzo del 26.
E con il dolce? Vi chiederete… beh, non v’è dubbio che siete degli insaziabili perfezionisti, ma vi tocca aspettare la prossima puntata. 😉
Tag:aglianico, agricola san francesco, asprinio d'aversa, bramante, cantina giardino, champagne, giallo d'arles, greco di tufo, grotta del sole, le fole, luciano ciolfi, natale vigilia di natale, per eva, podere sanlorenzo, quintodecimo, veuve clicquot ponsardin, vini per il cenone
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Francia, in CAMPANIA, in ITALIA, nel MONDO, Toscana | 2 Comments »
10 dicembre 2010
Pozzuoli, autunno 2003. Vanno via gli ultimi clienti, rimaniamo in cinque o sei, forse qualcuno in più, ma comunque solo buoni amici; abbiamo ancora voglia di bere, brindare, non di festeggiare, ma di fissare bene nella memoria questo giorno, l’inizio di una nuova, splendida avventura nel fantastico mondo del vino: nasce così, dopo un anno di intenso rodaggio, “Amici di Bevute”, e non poteva trovare, a L’Arcante, una casa migliore.

Tra i pochi rimasti, Sandra e Giuseppe Fortunato, conosciuti già qualche anno prima per i loro deliziosi mieli flegrei. Peppino, timidamente, chiede di poterci far assaggiare il suo vino, prodotto artigianalmente e frutto del duro lavoro di recupero della vigna di famiglia di via Tre Piccioni, sulla litoranea che da Pozzuoli conduce alla marina di Licola (per capirci, in zona coste di Cuma), un posto baciato dalla natura ma come spesso accade dalle nostre parti sventrato dall’abusivismo edilizio dilagante degli anni ottanta e novanta. Tant’è che ci arrivano sul tavolo, nella curiosità generale, due bottiglie di per e’palummo.
Ne apriamo una prima, bello il colore vivace, ma il vino al naso è marcato da una decisa nota di riduzione che non lascia spazio a molto altro, se non al piacevole e coinvolgente racconto; dissertiamo infatti, con ampie premesse, su cosa ci si aspetta da quel pezzo di terra fortemente voluto preservare ma che deve in qualche modo trovare una sua dimensione, soprattutto per evitare di finire nel limbo dell’abbandono, o peggio, della cementificazione. Su questo Peppino ha sempre avuto le idee molto chiare, lui e Sandra sono da sempre fortemente sensibili alla salvaguardia dell’ambiente ed hanno imparato, girando per fiere con i loro mieli, che seppur lento, c’è un ideale che puntualmente ritorna, in ogni generazione, a spazzare via ogni conquista qualunquista: è il valore assoluto della terra, per cui vale la pena lottare!

Frattanto decidiamo di aprire la seconda bottiglia, i tratti espressivi non si discostano più di tanto, è chiaro che c’è una mano poco esperta in cantina, eppure non manca di frutto, di carattere; la passione e l’amore per ciò che si fa non sono tutto e Peppino ne è consapevole, ma a parte gli evidenti difetti di manico cerchiamo, con gli accoliti, di comprendere l’anima ribelle di quel frutto che deve pur sfociare nella realizzazione di un sogno, ma è solo l’inizio, ed il tempo si sa, è un gran dottore; qualcuno tra noi chiosa, con poche parole ma che ci aiutano a ben sperare: “ha quel sapore d’uva che mi ricorda il vecchio per e’palummo sopra Cigliano, quello o’vero”. Risata a parte, li ricordo anch’io quei vini, ruvidi, austeri, squilibrati, che piacciono – quando piacciono – più alla pancia che alla bocca, eppure non mentono mai, anche quanto allontanano!
Da allora sono passati sette anni, Peppino Fortunato, silente e riflessivo come è nella sua natura, ha continuato nella sua opera di recupero e valorizzazione della vigna di famiglia, ha chiamato ad aiutarlo in cantina quella mano di cui tanto aveva bisogno, quell’Antonio Pesce che tanto conosce di piedirosso e che tanto ha imparato a rispettarlo e valorizzarlo, così appena messo piede in cantina si è subito cambiato registro. Ottimo fu il 2005, il primo millesimo di riferimento assoluto per Contrada Salandra; ricordo ancora come fosse ieri, l’amichevole “scontro” verbale avuto proprio quell’anno con Peppino, che impaurito dalle prime difficoltà commerciali, aveva deciso di declassare buona parte della vendemmia precedente per meglio collocarlo – come igt – sul mercato locale ad un prezzo decisamente appetibile: “scellerato, gli dissi, non te ne curare, i tuoi obiettivi sono altri!”.
Il 2008 è la rappresentazione esemplare di quegli obiettivi, prima la terra, poi l’uva, quindi l’uomo, capaci di interagire ma in nessun modo di superarsi; un millesimo, qui come altrove nei Campi Flegrei, specchio di quell’anima, tutta flegrea, appannaggio di pochissimi sul territorio che del territorio ne hanno tessuto la storia e si propongono oggi più che mai di salvaguardarla e valorizzarla. E parlo dello storico, fondamentale coinvolgimento della famiglia Martusciello, del silenzioso ma efficacissimo lavoro dei Di Meo piuttosto che la maniacale ricerca di Gerardo Vernazzaro, ma anche della rincorsa dei vari Antonio Iovino o di Cantine del Mare. Oggi il piedirosso sembra avviato ad arrivare sulla bocca di tutti, o meglio, da più parti si spinge affinchè sia proprio questo rosso tutto nostrano a soppiantare il fallimento – solo temporale – del più nobile dei vitigni campani, l’aglianico. E’ il piedirosso o dover riscaldare gli animi, a fare da apripista al ben più austero e longevo aglianico, il chiavistello da insinuare nelle maglie, sempre più intricate, di un mercato in persistente agonia e perennemente oppressivo sulle esigenze che hanno invece certi rossi da invecchiamento.
Per qualcuno insomma, la cosiddetta manna dal cielo, ma si badi bene, e questo è un monito, non un semplice invito, non si tenti di fare di questo straordinario vitigno un figlio di puttana qualunque da prostrare ai piedi dell’ignorante di turno, soprattutto perchè è in terra flegrea, dove giace in gran parte ancora a piede franco, che meglio riesce, più di qualunque altro luogo in Campania, ad esprimere la sua verità varietale.
Il Piedirosso 2008 di Contrada Salandra esprime un gran bel vino, e più di ogni altra parola val la pena veramente di berlo, quasi ascoltato in ognuno dei sorsi che suggerisce. Una eccellenza frutto di un lavoro durato almeno cinque anni, secondo me già sfiorata, di una o due spanne, nel 2007, ma qui, oggi, decisamente colta nel segno. Le uve sono state raccolte il 25 e 26 ottobre nei vigneti di Monterusciello e Licola, dopo la diraspapigiatura hanno subito criomacerazione a 4 – 5°c per circa 24 -36 ore; successivamente all’avvio del processo di fermentazione la stessa è stata prolungata per circa 22 gg, con rimontaggi leggeri più o meno ogni 8 ore (tre al giorno!). E’ un vino che non è stato chiarificato, ma filtrato, ha fatto solo acciaio ed è stato imbottigliato solo lo scorso giugno 2010. Il colore, rubino scarico, ricorda la ciliegia in via di maturazione, vivace e particolarmente luminoso.
Il primo naso è volto a sensazioni molto sottili e fini di fragranti fiori e frutti rossi, molto gradevole anche la vinosità, pacata e ben fusa al quadro olfattivo generale, che spesso caratterizza il per e’palummo flegreo. In bocca è secco, pervade il palato con una decisa sensazione di freschezza e nonostante gli oltre 13 gradi e mezzo non sembra affatto soffrire di alcuna pesantezza gustativa, offre infatti una beva costantemente pulita e fine, con un ritorno di frutto, anche sul finale, piacevolmente minerale. Un rosso di estrema piacevolezza, da pochi giorni commercializzato, da non far mancare alla vostra tavola natalizia. Avete presente gli spaghetti col ragù di polpo?
Tag:aglianico, campi flegrei, contrada salandra, dolci qualità, gerardo vernazzaro, giuseppe fortunato, martusciello, peppino fortunato, piedirosso, pozzuoli, raffaele moccia, sandra castaldo
Pubblicato su Amici di Bevute, DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 6 Comments »
7 dicembre 2010

C’è gran fermento in Villa Matilde. Proprio in queste settimane vanno ultimandosi alcuni importanti accorgimenti nella struttura aziendale di cui Maria Ida e Tani Avallone non nascondono di andarne molto fieri; Si conclude così quel processo avviato un paio d’anni fa chiamato “fattoria ad emissione zero” che ha riguardato anzitutto la conversione dei principali impianti di energia elettrica adesso alimentati per buona parte da fonti rinnovabili, nello specifico impianti fotovoltaici. Inoltre, approfittando dell’aria di rivoluzione, si è intervenuto anche sulla riqualificazione di alcune aree operative dell’azienda: “spostando la linea di imbottigliamento da una parte all’altra dell’azienda per esempio, siamo riusciti a destinare più spazio alla cantina di invecchiamento e soprattutto ai magazzini di stoccaggio, consentendoci così una maggiore serenità non solo nella gestione ordinaria dei vari passaggi in cantina (sfecciature, travasi ecc., ndr) – mi dice Fabio Gennarelli, l’enologo di casa – ma soprattutto nella conservazione dei vini e continuare quindi quel percorso iniziato già da tempo che ci consente di far arrivare sul mercato le nostre selezioni, il Caracci ed il Cecubo per esempio, e le riserve come il Camarato, quanto più possibile vicine al loro miglior momento espressivo”.

Qui mi scappa una breve riflessione, su quanto siano davvero poche le aziende in Campania capaci di sviluppare negli anni una programmazione del genere, seria e costante, di crescita qualitativa dell’offerta ma anche di un valido lavoro di marketing che non faccia mai mancare orecchie attente sulla sempre variegata domanda, appannaggio indubbiamente di quelle poche che possono vantare una storia decisamente radicata sul territorio, nonché spalle belle larghe ma intelligenti e capaci di sostenere, e quando è stato necessario, superare e vincere, le dure sfide di un mercato che soprattutto negli ultimi 10-15 anni non ha certo mancato di far sentire la sua enorme pressione. Un esempio, per quanto di banale compresnsione, è anche l’incoraggiante messaggio lanciato al sistema quando, appena raccolte le ultime crescenti richieste, soprattutto dall’estero, di una possibile variazione sul tema bottiglie con chiusure di tappi a vite – solo su falanghina e aglianico base, ndr – invece che storcere il naso nel buon nome dell’italiota fedeltà al sughero, ci si è dati subito una mossa all’indirizzo di capire quando e come poter affrontare questa nuova sfida commerciale. Personalmente, come ho già avuto modo di esprimere qui, non posso che approvare questa intelligente apertura che di certo farà arrivare i nostri vini campani laddove per abitudine o mera esigenza commerciale si tende a sponsorizzare chiusure con tappo a vite anzichè tradizionali sugheri. Una opportunità, perché mancarla?

Ma veniamo al Camarato 2005, come è noto il vino prende il nome dalla vigna omonima allocata a S. Castrese, piccolo comune ad un tiro di schioppo da Sessa Aurunca in provincia di Caserta, non lontano dalla cantina storica della famiglia Avallone situata a Cellole, praticamente fronte strada sulla litoranea statale Domiziana. Se le vigne che circondano la bella Fattoria sulla costa sono caratterizzate da terreni di natura sabbiosa che danno vita a vini, qui solo bianchi da uve falanghina, esili e beverini, i suoli della Tenuta di S. Castrese sono invece di origine marcatamente vulcanica con una buona dotazione di fosforo e potassio, e gli impianti, allevati a guyot con una densità di piante per ettaro di circa 4500 ceppi, hanno una età media di 40 anni, decisamente il fiore all’occhiello della proprietà agricola di Maria Ida e Tani Avallone.
Il colore è rosso rubino, perfettamente integro ed invitante, marcato (ma non troppo) nella sua concentrazione. In questa fase, a circa 6 mesi ancora dalla sua prossima uscita, il naso esprime un profilo olfattivo già ben delineato con sentori di frutta a polpa rossa matura che va continuamente a sostenere gradevolissime sfumature balsamiche di liquerizia e note speziate di pepe nero. In bocca invece è evidente un sano squilibrio, che non inficia certo la consistenza e la voluttà del vino, la materia prima è ricca e direi piuttosto sorprendente per la sua profondità gustativa, ma il tannino “va di petto” che è una bellezza e ne coscrive la trama gustativa. La nota impressionante che ho subito percepito di questo vino, figlio di una buona annata, non eccezionale come per esempio la 2001, ma caratterizzata da ottime escursioni termiche e giuste precipitazioni, è che pare finalmente non soffrire di quella “grassezza” compulsiva che ha spesso diviso critici ed appassionati del Camarato al suo debutto in commercio e che non di rado, pur premiandolo costantemente, non ne riuscivano sempre a cogliere immediatamente l’anima identitaria, con questo millesimo, questa interpretazione, non manco di azzardare a definire più Falerno del Massico che mai, più dei precedenti e quindi ancor più rafforzato in quel ruolo di portabandiera di un territorio unico e straordinario che solo imparando a camminare e cogliere in tutte le sue eterogenee anime si è poi capaci di rendergliene giusto merito. Bel lavoro davvero, tanto di cappello!
Tag:aglianico, avallone, camarato, cellole, falerno del massico, l'arcante, piedirosso, s. castrese, vigna camarato, villa matilde
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 5 Comments »
3 dicembre 2010
Quando ti lasci alle spalle Sessa Aurunca e cominci la risalita verso Ponte e quindi S. Carlo, ti accorgi subito di stare varcando una soglia che non è solo metrica ma soprattutto temporale. Capita ormai non di rado che anche luoghi piuttosto ameni, mi riferisco in questo caso all’agro sessano, soffrano anch’essi, inesorabilmente, di un convulso traffico di autoveicoli, e le insegne al neon, anche qui tinte di colori dei più sgargianti, non aiutano certo a sostenere che se sei scappato qui, tra le rocce ammantate di verde – in questo tempo più brune che verdi – di Roccamonfina è proprio per scrollarti di dosso quella “puzza di città” di cui sinceramente non ne puoi più.

La strada ti accompagna soave, la pioggia, sottile e costante ti invita alla cautela, i soffici banchi di nebbia che ti si aprono davanti non lasciano apprezzare lo stupendo panorama che invece di solito sa offrire, vista da qui, l’infinita piana di terra di lavoro. Querce, lecci e castagni sembrano abbracciare ognuna delle curve, sovrastano i costoni, e dopo l’ennesima, praticamente a gomito, ecco l’imbocco di Fontana Galardi, che ti accoglie con le sue vigne dispiegate sui fianchi di un lungo viale contornato da cipressi che offrono un colpo d’occhio dal fascino bolgherese che ne fa un particolare che non manca certo di suggestionare l’avventore di turno; mi lascio volentieri riportare indietro nel tempo, rapire dal ricordo, lontano dieci anni orsono, di ciò che avevo allora appena scoperto e che oggi, affascinante più che mai, mi ha indotto al ritorno: Terra di Lavoro, un grande vino, assolutamente non un vezzo!
L’azienda, giusto per riprenderne le fila, nasce nel 1991 ad opera di Roberto Selvaggi e Maria Luisa Murena e i fratelli Francesco e Dora Catello con il marito Arturo Celentano; esordisce con le prime, pochissime bottiglie, con l’annata ‘94. Proprio con Arturo Celentano ripercorriamo la storia recente del Terra di Lavoro, unico vino qui prodotto e che tale è rimasto nonostante frattanto il vigneto, immerso nel parco di Roccamonfina, sia entrato a regime con tutti i nove ettari e mezzo attuali, mantenendo, dal ’97 ad oggi, praticamente invariato anche il numero massimo di bottiglie prodotte per anno che mai hanno varcato la soglia delle trentamila unità.

“Se volessimo sottolineare alcune tappe fondamentali per l’azienda ma in particolar modo per il vino potremmo identificare, dopo l’esordio, nel millesimo 1999 un punto di svolta importante; Forse l’inizio di tutto, la spinta decisiva a quello che vuole essere il Terra di Lavoro e che sentiamo di aver consolidato e concretizzato nel tempo ma che, a distanza di un decennio, riesce ad esprimere al meglio a partire proprio da questa vendemmia 2008”. Mi si dice, di questo 2008, di un millesimo praticamente perfetto, con un andamento stagionale ineccepibile ed uve di sanità e qualità ben al di sopra di ogni altra vendemmia registrata prima.
Ed in effetti, bicchiere alla mano, non v’è dubbio di stare bevendo forse il miglior Terra di Lavoro mai approcciato prima, nonostante l’ottimo, impressionante allora, 2001 nonchè l’eccellente 2004. Un colore vivacissimo, rubino porpora cristallino ed invitante. Il naso è sfrontato, ricco di sfumature, per questo attenzionato con particolare devozione; Bere questo vino dopo averlo aperto per tempo, almeno un paio d’ore prima, non passi come una raccomandazione fine a se stessa, tantè che l’ora dedicatagli – minuto più, minuto meno – ci ha offerto una ampio ventaglio di sensazioni e percezioni particolarmente fini ed eleganti, sempre incentrate su di un frutto ricco di polpa e tuttavia intriso di gradevolissime nuances balsamiche che si fanno via via delicatamente speziate. In bocca poi è ricco, anche qui bello carico, caldo e avvolgente, con un tannino in evidenza ma non offensivo; ciò che più impressiona nella voluttà della beva è proprio la reminescenza acido-tannica che ritorna, puntualmente, ad ogni sorso sino ad accompagnare un finale costantemente persistente, sapido e minerale.
E’ a questo punto che il mio pensiero va all’ultimo riassaggio di un altro millesimo piuttosto interessante ma forse un poco male interpretato, il 2006¤: un’annata, anche questa, decisamente interessante ma che ha offerto un vino palesemente diverso da questo, dal naso quasi ermetico che faticava a venire fuori e dal sapore austero, caratterizzato da una trama acido-tannica a tratti tagliente, quasi sfuggita di mano. Mistero della fede!

Rimettersi in macchina dopo una mattinata del genere è un gran piacere, ritrovare, seppur tra la pioggia, lo splendore di una delle tenute più belle e suggestive della Campania rimane una esperienza sublime; non è banale, né trascendentale sottolineare come questo bellissimo luogo sia incantevole e come sia importante che ci siano persone che hanno deciso di dedicare buona parte del loro impegno quotidiano a valorizzarne i contenuti, territoriali anzitutto, sempre troppo poco considerati, soprattutto perché quando preso di mira rischia costantemente di rimanerne sconvolto, particolarmente da chi coltiva l’insana idea che per fare di questi luoghi una meta ambìta serva più di tutto fare agriturismi “a tempo” ripulendo un casotto qua ed uno là ed offrendo, tra caprette belanti e struzzi napoletani, quattro piatti precotti. Io non credo, penso proprio che ci voglia ben altro!
Tag:aglianico, arturo celentano, fontana galardi, francesco e dora catello, galardi, maria luisa murena, piedirosso, roberto selvaggi, roccamonfina, s. carlo di sessa aurunca, terra di lavoro
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 3 Comments »
2 dicembre 2010
La fierezza, la dignità dell’appartenenza, la sottile malinconia di valori tanto radicati quanto a volte facilmente ignorati. Non si può produrre vino prescindendo dai primi due elementi appena citati, non ha senso invischiarsi nell’impresa di fare vino se non credi nel valore della tua terra, men che meno se la ignori in virtù del solo fine di produrre reddito. Mi sono ritrovato, ultimamente, parecchie volte a guardare la vigna su cui affaccia il balcone di casa mia; tutta sarà poco più di un ettaro, terrazzato, curato con parsimonia, vecchio quasi come il contadino che lo conduce ed allevato con il sempre suggestivo “spalatrone puteolano”; a dirla tutta, dà un vino da poco o niente, ma la fierezza e la dignità dell’appartenenza con la quale don Antonio, e di tanto in tanto suo fratello, vecchio forse più di lui, ci spendono intere giornate, in questi giorni anche sotto la pioggia, mi fa pensare a qual valore abbia la terra per chi coltiva la vite. Decisamente Incalcolabile.

Con questo pensiero mi lascio alle spalle Cesinali, così si esaurisce la piacevole giornata trascorsa a casa di Rosanna Petrozziello e la famiglia Favati tutta, con le stesse ultime curve prima della strada statale che mi avevano accompagnato qui dall’uscita autostradale Avellino est. Con me però anche la convinzione di aver ritrovato vini davvero importanti, come avevo sempre avuto modo di assaggiare, ma oggi più che mai ascritti ad una identità ben precisa e a quanto mi è parso sempre più riconoscibile soprattutto nella personalità di una straordinaria donna del vino –Rosanna appunto – che al vino, d’un tratto, si è dovuta concedere in tutto e per tutto per dare continuità ad un progetto iniziato per volontà della famiglia ma che in lei, anzitutto in lei, ha trovato linfa vitale per affermarsi e progressivamente proporsi come tra i più interessanti e solidi dell’areale irpino.
L’azienda nasce nel 1996 per volontà dei fratelli Piersabino e Giancarlo Favati (di cui Rosanna è moglie, ndr) e sin dal primo imbottigliamento, annata 2000, si è subito imposta come un riferimento da non perdere d’occhio, sul fiano in particolare che rimane la loro specializzazione, il loro fiore all’occhiello, espresso tra l’altro anche con un sempre interessante spumante metodo charmat, il Cabrì. Per la verità la prima vendemmia del fiano di Avellino è avvenuta nel 1999, ma date alcune complicanze sopraggiunte in commissione per l’allora doc, in primis per banali errori di interpretazione del grado alcolico, si lasciò preferire, pur di non declassare la produzione, il tombino della cantina allo svilimento di quattro anni e mezzo di lavoro, il che la dice lunga sull’approccio che coltiva la famiglia Favati con il mondo del vino!
Oggi l’azienda conta giusto 12 ettari di vigna di cui 10 di proprietà, sparsi qua e là nelle sottozone maggiormente vocate del territorio sia per quanto riguarda il fiano di Avellino che l’aglianico di Taurasi, tra la stessa Cesinali per il primo e varie parcelle nei comuni di Montemarano e Venticano per quando riguarda il secondo. I due ettari di greco sono invece in conduzione, ma ciò nulla toglie, ed il Terrantica 2009 ne è testimonianza tangibile, alla straordinaria capacità di ben interpretare uno tra i più interessanti varietali regionali. Il tutto si traduce in circa 100.000 bottiglie prodotte, delle quali più della metà vanno all’estero.

Dagli assaggi per la verità gran parte della mia attenzione è ricaduta sull’ottimo Fiano di Avellino 2009, sempre etichetta bianca, che personalmente ritengo il migliore sino ad oggi uscito dalle porte di questa cantina, oggi seguita da Vincenzo Mercurio: un vino di una piacevolezza olfattiva e progressione gustativa sinceramente molto al di sopra della media dei Fiano 2009 sino ad oggi assaggiati. Ma non posso negare la tanta curiosità su questo greco di Tufo, anzitutto perché se per i Favati fare fiano è una vocazione naturale, il greco non sembra affatto soffrire di minor attenzioni, sfoggiando con questo millesimo una gran verve, soprattutto al gusto, che ne fa presagire non poca fortuna.
Sia chiaro, non è un vino “facile”, tutt’altro, e la veste di selezione – o come spesso anch’io amo tradurre in cru – confido sia ben spiegata al ristoratore di turno come dal sommelier all’avventore appassionato: è un vino che va lasciato respirare e soprattutto servito ad una giusta temperatura (12°-14°) per non ghiacciare con le papille gustative anche i sottili ma persistenti profumi minerali e soprattutto una vivacità gustativa che sorso dopo sorso si tramuta in una profondità davvero encomiabile, che avvolge il palato e non lo lascia per molto, molto tempo.
Si è parlato, spesso, di non pochi errori di interpretazione di questo come altri varietali autoctoni campani, nel tentativo, di rendere più slanciate note olfattive per la verità sempre poco caratterizzanti vini del genere, il greco su tutti, ed ammorbidire certe sfumature gustative magari troppo poco appetibili dal gusto internazionale quanto invece patrimonio di questo vitigno in particolare. Ebbene, lo stile dei vini dei Favati non si è mai piegato a questo gioco al massacro e semmai servisse un esempio per ribadire ancora una volta il concetto che l’unica molla su cui fare leva per affermare e consolidare la viticultura regionale sia la profonda biodiversità che la caratterizza e non il vano tentativo di renderla puttana, beh, il Terrantica etichetta bianca 2009 merita sicuramente una delle poche candidature alle primarie!
Tag:aglianico, cesinali, etichetta bianca, fiano di avellino, greco di tufo, i favati, rosanna petrozziello, taurasi terzo tratto, vincenzo mercurio
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA, in ITALIA | 5 Comments »
28 novembre 2010
Ho conosciuto Antonio Papa più o meno un anno fa¤, ma da almeno un paio d’anni prima ero rimasto folgorato da un suo vino in particolare, il Campantuono: un vinone dall’accentuata personalità tanto persuasivo nella beva quanto masticabile nel frutto, partorito tra l’altro da una terra tra le più suggestive in Campania e sotto l’egida di una delle denominazioni più controverse – quantomeno particolarmente eteregonea – presente in regione.

Così, armato di tanta curiosità mi sono avviato sulla via per Falciano del Massico, con Mondragone, uno dei cinque comuni ammessi alla doc Falerno¤ e “specializzato” nella coltivazione di primitivo anziché, come capita negli altri casi, nell’aglianico e piedirosso, con l’obiettivo di camminarne le vigne!
La cantina è proprio nel cuore del paese, le vigne allocate poco più lontano. I Papa si dichiarano viticoltori sin dal 1900 e non mancano certo i segni di una tradizione così forte e radicata, anche quando sul finire degli anni novanta è stato necessario prendere decisioni importanti sul futuro dell’azienda stessa, che pur rimanendo un riferimento per tutto il circondario ha avuto bisogno di un forte rilancio per affermare il suo modo di intendere il primitivo, pur inconfondibile, ma che con l’allora andamento del mercato rischiava di essere coinvolto nel volano della banalizzazione e quindi bollato più comunemente come un vino dal gusto “internazionale”. La svolta, come spesso accade, non è stata immediata e nemmeno semplice da gestire, convincere per esempio lo stesso papà Gennaro ad intervenire drasticamente in vigna per dimezzare la resa per ettaro sino agli attuali 45-50 quintali non è stato certo facile, ma indispensabile, ed i risultati ad oggi gli danno ragione: in poco più di un decennio la piccola azienda di Falciano, nonostante le poche bottiglie prodotte, appena 15.000 bottiglie, si può ritenere a tutti gli effetti un piccolo gioiello della vitienologia campana, ed in quanto a primitivo senza dubbio una spanna al di sopra degli altri, e non solo in regione.
L’Azienda¤ quindi è specializzata nella coltivazione e produzione di primitivo, il Campantuono ne è l’espressione più autorevole, il vino di punta, ma dagli assaggi effettuati in cantina, più del nuovo 2007 – più sottile ed elegante del precedente 2006¤ ma di certo meno impressionante – mi ha conquistato il Conclave 2008, il secondo vino, altro cru anch’esso con base primitivo, che l’anno scorso al suo esordio con il millesimo 2007 non mi dispiacque affatto ma che oggi, con grande slancio, conferma ancor di più quanto sia necessario iniziare a ragionare anche nell’Ager Falernus sulla molteplicità di espressioni legate ognuna, fortemente, al singolo vigneto, al terreno, al suo microclima di appartenenza e non più solo alla generica denominazione Falerno del Massico.
Il Falerno del Massico Primitivo Conclave 2008 possiede davvero una bella trama, sia nella forma che nella sostanza. Il colore è di un rubino violaceo giovanissimo, impenetrabile data la concentrazione manifesta nel bicchiere. Offre un naso ampio e delizioso di frutti rossi polposi e quando ben ossigenato di note cioccolatose; in bocca è ricco, avvolgente, più fresco – quindi vivace – che tannico e potente nonostante gli oltre 14 gradi. A questo punto, più che ripetermi sulle peculiarità tecnico-produttive, qui come in tutti i vini di Papa votate all’assoluta qualità, ci terrei in questo caso a lanciare espressamente un invito a cercare e bere questo vino per meglio comprendere quanto siano necessari, alla nostra viticultura, vignaioli così integralisti ed attenti come la famiglia Papa, dove per integralismo s’intende la salvaguardia di territori come quelli che ho avuto la fortuna di camminare con loro e quando per attenzione si vuole suggerire anzitutto l’onestà con la quale si è sul mercato producendo solo quanto si è intenzionati a fare e non solo capaci di sostenere.
Tag:ager falernus, angelo di costanzo, antonio papa, campantuono, caserta, conclave, degustazione vini, falciano del massico, falerno del massico, l'arcante, primitivo
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 5 Comments »
12 novembre 2010

Di ritorno da Capri, vado spulciando in questi giorni tra gli appunti di degustazione della scorsa estate, una impresa a dire il vero nemmeno così tanto impossibile visto che qualcuno ha pensato bene di “donarci” un abile strumento chiamato Office Word. L’intenzione è quella di rivedere, magari riprendere, stralci di recensioni lasciate per una qualche ragione – di tempo innanzitutto – a metà strada tra un labile e sfuggente pensiero positivo e una vera e propria analisi tecnica. Più semplicemente però mi accorgo di ritrovare con piacere tante tessere, alcune più ingombranti di altre, di un puzzle bello grande ed un tantino complesso, ma forse proprio per questo molto interessante. Le tracce più eloquenti conducono ad una sfilza di vini bianchi, molti dei quali campani, che per una ragione o per un’altra mi hanno lasciato sensazioni particolari e interessanti, indizi, se così li vogliamo chiamare, spesso divergenti tra loro ma che evidenziano una prova di maturità da parte di molti produttori nostrani a riguardo di alcune tipologie di vino, sulla falanghina in particolar modo.
Non più tardi di una decina di anni fa questo vitigno sembrava destinato a fare la stessa fine di molti chardonnay della marca trevigiana o peggio ancora di quelli pugliesi, terre di conquista dove quando non fosse esistito affatto il territorio si metteva avanti la ragion di mercato e, come invece nel caso della Puglia, ove il territorio rispondesse con discreti risultati si è andato ad oltranza giocando con burro e marmellata sino alla totale saturazione della tipologia con conseguenze sull’agricoltura locale – leggi prezzi delle uve – a dir poco disastrose.

Così infatti, seguendo questo modello tanto internazionale quanto poco confacente alla nostra cultura enoica, anche in Campania si è corso il rischio di annientare quel poco di credibilità colturale, Luigi Moio docet, sul varietale bianco più diffuso in regione. Appunti alla mano, ho constatato come sia oggi evidente un netto ritorno sui propri passi anche di coloro che parevano rimasti letteralmente folgorati sulla via di Allier. Molti di questi ad esempio, non hanno perso tempo, soprattutto nel leggere l’evidente variazione del mercato che subito hanno riportato – in alcuni casi drasticamente – certe loro etichette, in passato sempre in bilico tra l’ovvio e l’omologato, verso una maggiore sottigliezza di palato, sgrassando i vini e puntando parecchio su un naso meno cotto e soprattutto rivalutando il senso dell’acidità del vino, sino ad allora strenuamente combattuto a favore della morbidezza. Altri, coerentemente mi sento di aggiungere, pur non rinnegando mai le loro scelte passate hanno prodotto invece un netto salto di qualità verso quella che è la ricerca di un proprio stile sempre più riconoscibile piuttosto che figlio di un modello prestampato. Alcuni esempi lampanti, quelli se vogliamo più facilmente riscontrabili da chi ci legge, sono nel primo caso la Falanghina Serrocielo 2009 dei Feudi di San Gregorio, dal naso finissimo e dal palato fresco, quasi citrino mentre nel secondo, un sempre più convincente Coste di Cuma di Grotta del Sole, col 2008 davvero in grande spolvero, incentrato tutto su frutto e mineralità da un lato, sulla pulizia olfattiva e l’integrità gustativa dall’altro: come dire, figlio di una ineguagliabile terra flegrea e di esecuzione tecnica ineccepibile!
C’è poi chi continua a rincorrere un ideale di un vino, per dirlo alla sua maniera, alternativo, certamente possibile, ma indubbiamente diverso, se non spiazzante; E’ Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, convinto come pochi in regione a fare sul serio sulla falanghina tanto da spingerlo a continuare strenuamente nella sua personale ricerca di un bianco autoctono flegreo macerato e capace di sfidare il tempo: il 2008 dello Strione, dai primi assaggi promette buone aspettative, staremo a vedere cosa saprà raccontare tra qualche tempo ancora. Frattanto però, io gli continuo a preferire il Colle Imperatrice, l’altro cru aziendale, che di sfide non ne vuole lanciare, e nemmeno ambisce a grandi traguardi se non quelli di confermare, ove mai ce ne fosse stato bisogno, un vino perfettamente calato nella sua dimensione territoriale nonché nel suo ruolo commerciale, pura esibizione di carattere ad un prezzo piccolo piccolo.
Le uve provengono in buona parte da una vigna di circa dodici anni allocata a circa 230 m/slm sulla collina degli Spadari a Pianura, in cantina il vino si lavora solo in acciaio e dopo circa tre mesi di affinamento sulle fecce fini finisce in bottiglia. Di colore giallo paglierino, mostra una bella mise limpida e cristallina, il primo naso è erbaceo e lievemente floreale, foriero di un più gradevole bouquet che pian piano va mutuando note fruttate di mela e nuances di albicocca matura. In bocca è secco, entra con leggerezza e diffonde subito una piacevole sensazione di freschezza, inizialmente grazie anche ad una vivacità quasi citrina che coinvolge tutto il palato; La beva è asciutta e rimane costantemente gradevole dal primo all’ultimo sorso, l’acidità che si porta dietro viene subito smorzata dalla giustezza sapida, il che ne fa un vino da spendere in ogni occasione, a tutto pasto o come intrattenimento in attesa che arrivi l’ultimo, sempre in ritardo, ospite a cena. Cercatelo nelle migliori enoteche, ma se avete un paio d’ore da investire, andate pure in cantina, non ve ne pentirete assolutamente!
Tag:angelo di costanzo, campi flegrei, cantine astroni, capri, colle imperatrice, coste di cuma, falanghina, feudi di san gregorio, gerardo vernazzaro, grotta del sole, luigi moio, serrocielo, strione
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 7 Comments »
8 novembre 2010

Ci sono storie che appassionano, altre meno. Il più delle volte in un libro come in un film il soggetto è talmente determinante per la buona riuscita del racconto dal risultare a volte più ingombrante dei personaggi stessi, al punto da sovrastarne l’interpretazione; In tal senso, non mancano esempi, in letteratura come nella cinematografia più recente, di come pur avendo le basi di una trama forte e sensibilmente avvincente, gli interpreti, pur essendo star di primissimo piano, risultino comunque inefficaci al fine di emozionare l’avventore di turno: mi viene in mente per esempio il Pinocchio di Benigni.
Pinocchio, famoso per le sue bugie, non è certamente l’esempio migliore a cui rifarsi per raccontare di un vino che in realtà esprime una grande verità, il suo territorio, il Vesuvio, nella sua essenza più nuda e cruda, dove anche l’imperfezione risulta preziosa ed imprescindibile. E credo che le produttrici, le brillanti sorelle Siglioccolo, di cui si racconta siano grandi sognatrici, non potranno che esserne felici; In più, bere il loro vino, alla tavola di Carmine Mazza, tra una riflessione e l’altra, mi ha fatto venire in mente la parola menzogna, che pare una delle più spese, soprattutto negli ultimi tempi, nel supermercato mediatico scatenatosi a seguito delle continue emergenze rifiuti in Campania, che vede – non ultimo – proprio l’areale vesuviano ed il parco naturale come protagonista, suo malgrado, dell’ennesimo capitolo di una triste e fetida faccenda di servilismo politico e reiterato delitto civile.
Detto questo, aggiungo pure che non sono nemmeno certo che questo vino conquisti tutti coloro che vi si avvicineranno per la prima volta, o quanto meno coloro che cercano in un vino uno stereotipo “ballerino” tanto figlio del nostro tempo quanto lontano da questo Lacryma Christi rosso 2008 di Terre di Sylva Mala. Questi, nonostante non disdegni la barrique, non ha trame merlottiane, e scordatevi, per una volta, anche la vaniglia e la marmellata, apritevi invece ad un vino figlio della sua terra, scuro, austero ma soprattutto leggero. Prima di scrivere queste righe ho chiesto, non avendo avuto ancora occasione di fargli visita, alcune delucidazioni tecniche a Miriam, che assieme alla sorella Kyra si occupa in prima persona della tenuta di poco più di 6 ettari di proprietà divisi tra i comuni di Boscotrecase e Terzigno, in pieno parco naturale del Vesuvio. I vigneti di aglianico e piedirosso (80% e 20%) che compongono il Brigante giacciono su terreni sabbiosi di origine chiaramente vulcanica ad una altitudine di 300/400 m sul livello del mare e godono di una esposizione sud-sud ovest. Prima di finire in bottiglia, come già accennato, questo Lacryma fa passaggio in legno e in acciaio.
Il vino, appena 1500 bottiglie prodotte, con il duemilaotto al suo debutto sul mercato, sfoggia un bel colore rosso rubino concentrato, non appare limpidissimo ma ciò nulla toglie alla sua vivacità nel bicchiere. Il naso offre subito spunti di frutti neri turgidi e note spiccatamente minerali, il legno, come detto barrique, è solo un labile ricordo di sottofondo, il ventaglio olfattivo infatti è giocato tutto su linde note varietali e terziari appena accennati. Il punto di forza di questo vino però rimane la beva, come già accennato, in bocca è sensibilmente asciutto ma lo senti scivolare via baldanzoso lasciando traccia di una fresca vinosità, sempre in primo piano, a sgrassare e pulire il palato: ora ti punge l’aglianico, tanto ti solleva il piedirosso, un gioco delle parti perfettamente in equilibrio se non fosse per il finale di bocca lievemente amarognolo. E’ il classico rosso da spendere su paste ripiene al pomodoro, o se preferite seguire un consiglio spassionato, sul filetto di cernia con porcini e patate cilentane de Il Poeta Vesuviano di Torre del Greco, un altro indirizzo da non far mancare in agenda.
Tag:aglianico, angelo di costanzo, benigni, boscotrecase, brigante, kyra siglioccolo, lacryma christi del vesuvio, miriam siglioccolo, piedirosso, pinocchio, terre di sylva mala, terzigno, vesuvio
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 3 Comments »
3 novembre 2010
Conosco Raffaele Moccia da oltre un decennio, ho camminato a lungo con lui ogni palmo della sua vigna ad Agnano, alle pendici del cratere spento degli Astroni; esperienza per certi versi cruda, per la fatica che impieghi a farlo ma soprattutto per il rammarico nel constatare come molti altri non hanno saputo, come lui, conservare la vigna preferendogli invece cemento e lamiere come se piovessero dal cielo.

Dai declivi dei terrazzamenti ti accorgi quanto duro lavoro serva qui per portare avanti la vite, in un lembo di terra letteralmente strappato alla periferia napoletana e chissà a quale scempio condonabile; ogni due passi nel risalire la collina sono più o meno un metro netto regalato alla natura, un gesto del tutto estraneo al contesto che gli scorre velocemente sotto il naso. I rumori assordanti di uno dei quartieri più popolosi di Napoli sono ad un tiro di schioppo, ma risalendo la china, una volta arrivati qui, appaiono quasi del tutto assorbiti dal moto lento che la natura stessa esige ed impone.
Tre ettari e mezzo strappati alla città dicevamo, piantati perlopiù a piedirosso – qui per tradizione detto per e’palummo – e falanghina per la parte che interessa la produzione vinicola di Agnanum; ma, qua e là tra i filari, alcuni dei quali ultra centenari, non mancano altre varietà a bacca bianca tradizionalmente presenti, in maniera certamente minore, su tutto il territorio flegreo, come la catalanesca, la biancolella e la gesummina, utilizzate però in questo caso dal papà di Raffaele per suo ludico diletto. E poi l’immancabile marsigliese, vitigno a bacca rossa dalle origini certamente francesi (si paventa una somiglianza col Tannat), di sovente utilizzata altrove come “varietà tintoria”. La stessa, recentemente, pur in maniera solo ufficiosa, è stata fortemente valorizzata dal buon lavoro della famiglia Di Meo de La Sibilla della vicina Bacoli, che ne ha fatto, con il suo cru Marsiliano, un gran bel vino, rilanciando la prospettiva di un modo nuovo per leggere i Campi Flegrei con una scrittura pur estranea alla doc locale.
Il per e’palummo 2009 di Raffaele, giuro, sarà un vino sorprendente per molti, a patto però di armarsi di una santa pazienza certosina. Eh si, perché i vini di Agnanum, pur caratterizzati da una bevibilità unica, vanno aspettati a lungo, lasciati respirare, “aprirsi”, concedendogli cioè il giusto tempo di ossigenazione, a conferma di una storia agricola pregnante, un millesimo, questo 2009, particolarmente interessante in terra flegrea ed una artigianalità espressa al massimo dai particolari, con il piedirosso più della falanghina. Un vino dal colore purpureo, vivo, caratterizzato da buona concentrazione; il primo naso va lasciato sfumare, le prime note di evidente riduzione possono rappresentare in molti casi una caratteristica peculiare del varietale, ma già dopo qualche minuto si riescono ad apprezzare un susseguirsi di sfumature piuttosto invitanti, a tratti atipiche, che dopo poco tempo vanno evidenziando un frutto sì polposo ma soprattutto note speziate e terrose molto particolari, direi quasi ficcanti.
Mentre il naso va maturando una sua linearità a tempo debito, il palato non ha bisogno di lancette per lasciare traccia della sua essenza: è subito intenso, fresco, asciutto quanto basta, un vino avvincente ed avvolgente pur mantenendosi leggiadro e godibilissimo dal primo all’ultimo sorso, offrendo alle papille gustative un costante esercizio ricognitivo di un frutto integro e sempre in primo piano. Raffaè, a dire che buono è buono, anzi direi eccellente, ma niente niente ti sono scappati due o tre grappoli di marsigliese in questo piedirosso?
Tag:agnanum, angelo di costanzo, bacoli, campi flegrei, di meo, gesummina, la sibilla, marsigliese, marsiliano, maurizio de simone, napoli, piedirosso, raffaele moccia, vigne di città
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 12 Comments »
16 ottobre 2010

Non c’è che dire, il territorio irpino continua ad essere, meritatamente, l’epicentro indiscusso della vivace nouvelle vague della vitienologia campana; Invero, in regione si assiste già da tempo – almeno da che me ne ricordi io – ad uno slancio notevole della viticultura di qualità, che di fatto ne fa una delle regioni italiane la cui crescita propositiva viene maggiormente apprezzata dalla critica tutta; La costante maturità, in termini di qualità oggettiva dei vini ed espressione territoriale, di denominazioni come Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi pare faccia da traino ad aree certamente meno conosciute ma non di meno vocate: il Cilento per esempio continua a far registrare ottimi passi in avanti, indirizzati soprattutto ad una marcata specializzazione che va consegnando al fiano il testimone per i bianchi e all’aglianico, con vini sempre più integri e longevi, lo scettro per i rossi; Al di là di conferme, performance sempre più convincenti in quel delle Terre del Volturno e di Roccamonfina, uno spaccato di rilievo, particolarmente vivace, lo offre l’areale del Falerno: proprio qui non può passare inosservato tutto il fermento in atto, con ottimi produttori, molti dei quali a dimensione artigianale ma soprattutto fedeli a modelli agricoli ampiamente condivisibili come la “lotta integrata”, che prevede cioè una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci in vigna; Piccole realtà che mettono a segno anno dopo anno ottimi millesimi, che li vedono indubbiamente impegnati a ritagliarsi un posto in primo piano di fianco alla storica coppia d’assi Villa Matilde-Moio.
Tra le maglie di queste terre, dall’Irpinia al Sannio, dal Cilento al casertano ha deciso di muoversi Fortunato Sebastiano, giovane enologo dal profilo basso e dalle brillanti prestazioni, che ha saputo raccogliere – e vincere! – sfide impegnative (leggi Mustilli) senza però trascurare le piccole intuizioni, vedi Calafè, oggi affidata nelle mani di Gennaro Reale piuttosto che Boccella ad Avellino o Viticoltori Migliozzi a Casale di Carinola: un fil rouge sembra caratterizzare ognuno dei vini di queste aziende, l’integrità del frutto, che attraversa un areale piuttosto che un altro della nostra regione con trame identitarie davvero suggestive e con una ricetta, mai fine a se stessa, scritta dalla vigna prima che dalla mano dell’enologo, che offre dei vini una chiave di lettura scorrevole e di una polposità a dir poco invidiabile.
Così nasce forse l’intuizione, in Villa Raiano, di portarlo a lavorare le vigne aziendali nella nuova e funzionale cantina di San Michele di Serino: “avevamo necessità, con questo progetto, soprattutto di una maggiore attenzione agronomica; Luigi Moio ha lasciato una traccia indelebile nella nostra pur giovane storia aziendale, a lui va il merito di aver saputo raccogliere le nostre idee, il nostro progetto-vino e renderli tecnicamente perfetti, era arrivato però il tempo di camminare una nuova strada”; così Paolo Sibillo suggella il passato e presenta il debutto dei due nuovi cru di Fiano di Avellino 2009 (Alimata e “22”) e questo interessante Greco di Tufo Contrada Marotta 2009.
Il vino nasce integralmente dalle uve allocate in Contrada Marotta, nel comune di Montefusco, ad una altitudine vicina ai 650 mt. Slm, il sesto d’impianto è di 2,20 metri x 1 metro con allevamento a guyot, la produzione annua per ettaro non supera i 60 quintali. La vendemmia 2009 è stata svolta nella prima decade di ottobre ma nulla vieta, vedi questa vendemmia 2010 di prolungare oltremodo la maturazione in pianta. Le uve, successivamente alla diraspapigiatura con pressatura soffice sono vinificate solo in acciaio e soggette ad una leggera macerazione pellicolare, poi lungamente affinate sulle fecce fini sino all’imbottigliamento che è avvenuto a circa sei mesi dalla vendemmia. Il colore offre una bella veste cromatica giallo paglierino abbastanza carica, il naso, come spesso accade per il Greco, non offre un ventaglio olfattivo particolarmente verticale, però è molto interessante notare come la pur sottile insistenza delle sensazioni floreali, erbacee e fruttate sia in continuo divenire con l’ossigenazione nel bicchiere. In bocca l’ingresso è bello ampio, il vino mostra subito una marcia in più, ammanta il palato, baldanzoso, scandisce sensazioni “acido-quasi-tanniche” davvero notevoli che ne fanno un bianco dalla beva particolarmente interessante, rinfrescante e piuttosto persistente. Il frutto è ineccepibile e con buona pace del tempo non è azzardato aspettarsi una promettente evoluzione in bottiglia. Un vino da bere adesso per averne coscienza, da riprovare di qui ad un anno per cercare conferme, da segnare in agenda e da tenere d’occhio per meglio apprezzare l’idea che Villa Raiano ha deciso di lanciare con questi crus, una sfida al territorio ed un invito al mercato: Il greco di Tufo, come il fiano di Avellino hanno nomi propri ed identità precise da valorizzare e quindi, saper cogliere. Buona secondo me, anche l’idea, su questi vini, di un ritorno alla più tradizionale bottiglia borgognona alta invece che della solita – inflazionata – tronco-conica e di etichette dal sapore antico che strizzano l’occhio ai cugini francesi!
Tag:calafè, cilento, contrada marotta, fortnato sebastiano, greco di tufo, irpinia, paolo sibillo, villa raiano, vini campania, viticoltori migliozzi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 3 Comments »
4 ottobre 2010
Mi passa davanti un fotogramma, immagino la vendemmia a Quintodecimo¤ nel 2001: Laura e Luigi, vestiti di tutto punto intenti a pestare coi piedi l’aglianico atto a divenire nettare con il quale brindare all’inizio della nuova avventura di Mirabella Eclano.

Ebbene si, sono passati già quasi dieci anni, e pensare che in molti si ostinano a rincorrere modelli preconfezionati pur di non faticare, spesso non hanno nemmeno un metro quadrato di vigna, a volte nemmeno un indirizzo, nella migliore delle ipotesi una buona cantina nelle vicinanze di casa dove comprano o si fanno fare il vino, imbottigliato e già etichettato, rivendicando poi – che faccia tosta! – di essere proprio loro “autentici”, i loro vini quelli “veri” o come capita sempre più spesso negli ultimi tempi – ahinoi la peggiore delle ipotesi – dei rivoluzionari.

Per Quintodecimo è andata diversamente e chi oggi arriva lì in cantina¤ lo respira appena messi i piedi per terra, non appena varcata la soglia del giardino, appena Moio, con la sua disarmante dialettica, sale in cattedra: è questo il secondo fotogramma a cui mi rifaccio, Luigi¤ ama raccontarsi e raccontare mentre è affacciato sulla terrazza che dà direttamente sulla vigna; spende parole chiare, racconta di esperienze professionali fondamentali, di ricerche, microvinificazioni, zonazione (?), di emozioni reali che riesce a trasmettere con forza e precisione, ha tra le mani, le stesse che mentre parla muove nell’aria quasi ad accarezzarla, la storia dell’enologia campana e la porge con la stessa generosità con la quale l’ha immaginata, studiata, vissuta profondamente, lui sì rivoluzionata, prima di consegnarla oggi ai suoi numerosi posteri allievi.
Il Vigna Cerzito 2001 è stato il primo vino prodotto qui a Mirabella Eclano nonchè l’ultimo dall’omonima vigna¤, di oltre trent’anni, che proprio successivamente alla raccolta è stata completamente espiantata per far posto al nuovo sesto d’impianto secondo i precetti del professore. All’epoca l’idea di metterlo in bottiglia, dopo due anni di legni nuovi, nasceva dalla necessità di lasciare una traccia dell’inizio di tutto, non certamente dall’esigenza di fare vino, fattostà che queste bottiglie non hanno mai visto la porta della cantina, al massimo la tavola della cucina di Laura, che è solita offrire solo agli amici più cari. Un vino quindi mai commercializzato, nemmeno denominato, di cui però è bene, credo, lasciare traccia per piacere di cronaca, e perché se molti si rifanno a questo modello di aglianico, austero, asciutto, tannico, vigoroso, sia utile scrivere che proprio Moio sembra averlo superato, a Quintodecimo, da più o meno una decina di anni.

Il colore è maturo, l’unghia ha già ben espressa una chiara nuances aranciata, rimane però cristallino e di buona vivacità. Il naso è decisamente volto a note terziarie, cioè caratterizzato da sensazioni odorose – foglie secche, mallo di noce, terra bagnata, caffè tostato – dovute innanzitutto al lungo invecchiamento passato tra legno e bottiglia; all’assaggio è asciutto, austero, il tannino ancora recalcitrante ma avviato lentamente alla dissoluzione (chissà il nerbo della prima ora?), la beva è generosa ma fluida, marcata da una acidità sottile ma ancora percettibile, appena lievemente amarognolo sul finale di bocca.
Tant’é, pur non esprimendo la verticalità a cui si può fare tranquillamente affidamento nelle più recenti interpretazioni di Luigi, il Riserva Quintodecimo¤ 2004 ne è sintesi disarmante, la complessità, qui compressa da uno start up certamente non facile per una primissima vendemmia, offre una palese dimostrazione di come, pur partendo da una materia prima non di primissimo pelo, Moio sia capace, attraverso una sana ed ineccepibile interpretazione tecnica, la così tanta vituperata ma indispensabile mano dell’uomo, dare voce e lunga vita all’aglianico: eh già, quasi come in un film, professore di nome e di fatto!
Tag:aglianico, angelo di costanzo, exultet, giallo d'arles, irpinia, laura di marzio, luigi moio, mirabella eclano, quintodecimo, riserva quintodecimo, sommelier, taurasi, terra d'eclano, vigna cerzito
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 16 Comments »
28 settembre 2010

L’aglianico, un vino da bere quando? Questo Taurasi anche ora…
Molti paventano il 2004 come il millesimo di riferimento per questa storica denominazione irpina, ma guardando all’ampia eterogeneità della tipologia non si fa certo fatica a pensare che vi siano stati, pur in maniera altalenante, già provvidi segnali di rinascita, dopo un lungo e amorfo peregrinare sin dalla prima metà degli anni novanta, culminato con vini come per esempio il Radici Riserva 1999 di Mastroberardino (etichetta bianca, ndr) o dello stesso millesimo il Contrade di Taurasi di Sandro Lonardo, da considerarsi a mani basse, ognuno nella propria dimensione, pura esaltazione del varietale, nonché espressione di autentica territorialità passata attraverso un magistrale esercizio di stile. Ecco, mi piace pensare che sono questi i vini da avere come modello e specchio dell’anima di un terroir straordinario come quello taurasino, magari il volano di rilancio che si auspica, evitando se possibile déjà-vu banali e pacchiani come quello che mi è capitato di leggere di recente – sorridendo non poco – su una etichetta/manifesto, buona solo ad un’inutile autoreferenzialismo isterico e nulla più, della serie “io il vino lo faccio con l’uva, e tu?”
Il Taurasi continua a soffrire il mercato, si dice, fa fatica a reggere in numeri prodotti, a penetrare in quello che conta o quantomeno occupa costantemente una posizione troppo defilata rispetto a quella ambìta e che certamente meriterebbe di avere nelle carte dei vini dei ristoratori come nel cuore di ogni appassionato avventore del mondo. L’aglianico di Taurasi è un signor vino, ancora tutto da scoprire però, ed ecco perché secondo me, chiavi di lettura come questo Terzotratto 2005 de I Favati, seguita oggi da Vincenzo Mercurio, pur non centrando appieno il cuore riesce ad evocare un fascino ed una piacevolezza che può solo far del bene alla nomenclatura taurasina. La vocazione della piccola azienda di Cesinali è – e deve rimanere – il Fiano di Avellino, il loro Pietramara rappresenta una perla del corollario bianchista irpino e campano ed anche nelle annate cosiddette minori, è capace di sfoderare una cifra stilistica davvero convincente. Sull’aglianico il percorso è appena agli inizi, proprio del Terzotratto ci siamo occupati più o meno un anno fa e analizzando questo secondo millesimo non si può non registrare un interessante passo avanti verso un approccio con la tipologia, sicuramente meno efficace degli altri sopra citati ma non per questo meno emozionante, tutt’altro: un vino caratterizzato da un bel colore rubino, netto e vivace, con un naso ampio, costellato di richiami fruttati maturi, vegetali e di appena accennata terziarizzazione.
Facendo buon uso dell’ossigenazione, vengono fuori gradevoli tracce di sottobosco che conquistano spazio ed una discreta verticalità: ancora, note tostate di un legno puritano, sbuffi cioccolatosi che sembrano giocare, un sorso dopo l’altro, a rimpiattino con il palato, infondendo alla beva un nerbo sottile ma costantemente sostenuto da un tannino chiaramente nobile, una bella freschezza e quindi, una franchezza a dir poco ineccepibile. L’andamento climatico del millesimo non ha certo favorito una gestione didattica del varietale, dopo un inizio quasi caustico e le forti precipitazioni di fine estate sembrava dover presentare il conto a parecchi in zona, ma la diluizione del frutto si è scongiurata grazie ad una rapida ripresa delle piante proprio nel periodo antecedente la vendemmia, risultando come manna dal cielo proprio per l’aglianico, qui raccolto come consuetudine dopo i primi giorni di novembre. In definitiva un ottimo lavoro per un ottimo vino ed un prezzo, non più di 18 euro in enoteca, decisamente superlativo!
Tag:angelo di costanzo, cesinali, enoteche, giancarlo favati, i favati, irpinia, lonardo, mastroberardino, piersabino favati, rosanna petrozziello, taurasi, taurasi terzotratto, vincenzo mercurio
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 2 Comments »
27 settembre 2010

L’annata 2003 è passata alla storia per l’incredibile andamento meteorologico, per un caldo torrido, fuori da ogni previsione che ha imperversato senza tregua sino a raggiungere, in alcuni frangenti della stagione, temperature assurde, condizione questa favorita anche dalla miserabile scarsità delle precipitazioni registrate. Tantè che i dati analitici pre-vendemmiali subito fecero, all’epoca, enorme scalpore, facendo sorridere molti, soprattutto coloro che ogni anno per compiacere un mercato sempre più smanioso di curve e rotondità erano costretti a “ravvedere” mosti poco concentrati ricorrendo a macchine infernali o quantomeno ad assumere a tempo determinato un enologo-prestigiatore; Per molti altri invece, il millesimo ha semplicemente consegnato agli annali almanacchi, vini surmaturi e privi di nerbo, e dove invece non cotti, marmellatosi, decisamente privi di carattere, destinati più semplicemente ad una vita piuttosto breve.
Il più grande piacere che può offrire una bottiglia di vino, oltre alla facile libidine dell’ebbrezza, è la scoperta, ancora più grande e deliziosa se inattesa ma soprattutto quando viene a conferma dell’idea che l’eccezione alla regola è un valore, semmai ne avessimo ancora dubbio, da non sottovalutare mai, anche di fronte a pregiudiziali così nitide, nel vino in particolar modo. Così è capitato a tiro, in una bevuta tra Amici di Bevute – rigorosamente alla cieca – un assaggio piuttosto atipico, in una batteria di una dozzina di campioni che volevano parlarci di aglianico e che invece ci hanno costretti a riflettere che forse sarebbe ora di rivedere certi precetti ovvero di rifarsi la bocca con il più classico dei blend campani, l’aglianico maritato al sempiterno misconosciuto piedirosso, interpretato in maniera eccelsa proprio dal Camarato di Villa Matilde.
Per gli amanti dei dati tecnici, il Camarato nasce nelle tenute di S. Castrese a Sessa Aurunca in provincia di Caserta, non lontano dalla cantina storica della famiglia Avallone a Cellole, sulla litoranea statale Domiziana. Qui i suoli sono di origine vulcanica con una buona dotazione di fosforo e potassio, i primi impianti sono stati fatti nel 1970, la loro collocazione altimetrica non supera i 150 mt. slm ed i ceppi sono stati piantati con non meno 4500 viti per ettaro, per l’epoca un gran passo avanti per il territorio. L’allevamento è a guyot e generalmente non si va oltre le sei gemme per pianta; Il mosto ottenuto viene lasciato in fermentazione con sue vinacce per circa 25 giorni, dopo la malolattica, il vino passa in legno, affina in barriques di rovere di Allier per almeno 12 mesi e successivamente in bottiglia per ancora due anni circa.
Il 2003 nel bicchiere, un vino per i posteri, dal colore granato appena aranciato sull’unghia, cristallino e vivo. Il naso è sottile e ficcante, il tempo ha concesso al piedirosso di venire fuori alla grande con tutta la sua eleganza, tutta la sua lineare, composta fragranza floreale passita, con in più un finale, lieve, dall’impronta terrosa, di cuoio e spezie fini ad infondere complessità e tipicità. In bocca è sorprendentemente sottile, l’ingresso è asciutto, pacatamente equilibrato, il primo sorso scivola via che è un amore, i successivi non hanno nemmeno bisogno di essere pensati. Un vino decisamente godibile, probabilmente per niente vicino alle annate precedenti e future e nemmeno alle aspettative di questo millesimo, ma capace, come detto, di smuovere la coscienza, quantomeno la nostra, e far parlare, parlare, parlare, e riflettere!
Tag:aglianico, almanacco, Amici di Bevute, angelo di costanzo, camarato, campania, cellole, domiziana, falerno del massico, maria ida avallone, piedirosso, sommelier, tani avallone, tenuta san castrese, vigna camarato, villa matilde
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 3 Comments »
21 settembre 2010

E’ il bianco dell’estate 2010! E’, senza dubbio alcuno, lo stupore per i palati più fini in cerca di un easy to drink finalmente convincente, è la protagonista assoluta delle nostre e vostre tavole, è letteralmente, una escalation di il, lo, la che più di uno schiaffo all’Accademia della Crusca sembra essere la conferma di un paradosso tutto italiano: versatilità unica e decisamente rara per un unico vitigno, che fa, di una tra le uve più coltivate in Campania, a seconda della vocazione territoriale (o se vogliamo delle esigenze di mercato) adesso un vino spumante, poi fermo, degno di nota pur quando macerato o all’evenienza dolce frutto passito: insomma, ogni volta decisamente fuori dall’ordinario, una vera potenza al servizio della bevibilità e, dato non trascurabile, per tutte le tasche 🙂 !
Astro brut spumante di Falanghina s.a. Cantine Astroni, rimane una delle interpretazioni più gradevoli e corroboranti del vitigno spumantizzato con il metodo charmat. Le uve sono in parte flegree ed in parte beneventane, la beva danza sull’equilibrio minerale delle prime e sulla acidità delle seconde: una bottiglia, in due, va via più veloce della luce: quanto valgono 8 euro?
Brezza Flegrea spumante di Falanghina s.a. Cantina del Mare. Ad oggi è la bollicina che più mi ha impressionato tra quelle pensate in terra flegrea. Siamo sulle coste a strapiombo sul mare di Monte di Procida, il vino di Pasquale Massa e Gennaro Schiano ha personalità e complessità da vendere, davvero una bella sorpresa anche per i palati più preparati alla tipologia, da tutto pasto. Da € 15
Campi Flegrei Falanghina Cruna DeLago 2008 La Sibilla, Ne ho raccontato, ampiamente, in un precedente post, continuo a pensare che negli anni l’azienda di Luigi Di Meo e Tina Somma e questo vino in particolare, vanno delinendosi un ruolo nei Campi Flegrei tanto rilevante quanto, per esempio, Sandro Lonardo a Taurasi: autentica espressione territoriale! Da € 15
Campi Flegrei Falanghina Vigna del Pino 2006 Agnanum. Raffaele Moccia è viticoltore ad Agnano, se non fosse per lo storico ippodromo fareste fatica anche a capire dove sia, a Napoli, Agnano. Molti, negli anni, lo hanno identificato come un vignaiolo di città, lui continua a preferire definirsi più semplicemente un agricoltore, come a voler sottolineare, semmai ce ne fosse bisogno, il suo legame con la terra di origine, che non ammette – dice – specializzazioni, richiede solo tanta fatica, sacrifici; Quei 3 ettari e mezzo di vigna sono la stessa terra solcata nel tempo dal nonno e dal padre, e oggi, con viva speranza, sogna di consegnarla, un giorno, nelle mani del nipotino. I vini di Raffaele gli assomigliano, sono terra vulcanica e frescura notturna, sono crudi ed imperfetti come cruda ed imperfetta è la realtà che circonda le sue vigne. Ma sono vini veri, seri, “fatti con l’uva”, direbbe se fosse qui al mio fianco nel dettarmi cosa scrivere. Il cru Vigna del Pino ’06 ha avuto tempo per aggiustare il tiro, la pulizia olfattiva non è mai stato il suo forte, e forse nemmeno il colore, oggi bello carico, un po sopito, ma se volete avere idea di come e cosa può esprimere una falanghina dei Campi Flegrei negli anni, segnatevi in agenda questo vino, vi aprirà la mente: è figlio di frutti selezionati e trattati come perle, il timbro gustativo è maturo ma di ficcante acidità, pieno, salino, evocativo! Da € 14 (ma non ne troverete in giro, ndr).
Falanghina Beneventano 2008 Poggi Reali (Guido Marsella). La verità, diciamocela, è che proprio non ci va giù che un produttore, vigneron d’avanguardia in terra di fiano di avellino vada predicando il mercato con vini che non appartengono alla sua vocazione. Così per rimpinguare il listino, oltre ad un mediocre Greco di Tufo, il buon Guido si è inventato con il marchio Poggi Reali questa falanghina che invece va detto, è davvero deliziosa, affiancandola al suo già famoso fiano di Summonte. Cercatela e bevetene, è un vino che merita l’assaggio, bello da vedere, docile al naso, asciutto e piacevolmente acido al palato. Da € 12
Sannio Falanghina Via del Campo 2008 Quintodecimo. Siamo alle solite, il sommelier che non riesce a far altro che parlar bene del professor Luigi Moio: ebbene si! Sfido chiunque a non riconoscere nei vini di Quintodecimo un determinato senso di appagamento gustolfattivo. Anche su questa falanghina, raffinata esecuzione il cui nome va all’indimenticata sonata di Fabrizio De Andrè, dove aleggia l’anima nobile di un vigneron che insegue il proprio ideale, non è forse il maggiore conoscitore in circolazione del varietale?“[…] e ti sembra di andar lontano, lei ti guarda con un sorriso, non credevi che il paradiso fosse solo lì, al primo piano sorso […]”. Da € 28
Roccamonfina Fiorflòres 2009 Tenuta Adolfo Spada, Ernesto Spada è un gran signore, con il fratello Vincenzo hanno preso molto sul serio un mestiere che in realtà nasce dalla voglia di mettersi in gioco, guardare con occhi diversi un’antico pallino familiare, il desiderio del papà Adolfo di fare a Galluccio un grande vino, ed il Gladius se ancora non lo è poco gli manca. Il Fiorflòres invece è appena sbocciato, un passo avanti – mi dicono – alla falanghina+fiano Flòres che aveva esordito appena un paio di vendemmie fa ed accantonata (solo per il momento?) per far spazio a questo cru 100% falanghina con origini, e timbro organolettico, flegrei. Dal colore paglierino tenue, ha naso lieve ma fine, in bocca mostra una bella spalla acida ed un finale decisamente piacevole, con qualche mese in più di bottiglia si potrà goderne pienamente il frutto, per cui aspetto e spero. Da € 9
Sant’Agata de’ Goti Falanghina 2009 Mustilli, imbattibile per leggerezza e bevibilità, rimane, assieme a pochi altri, il vino di riferimento per la tipologia in Campania. La storica azienda di Sant’Agata dei Goti, che ha letteralmente inventato la falanghina come vino da tavola di qualità offre puntualmente, ad ogni vendemmia, una interpretazione assoluta della sua falanghina. Dal colore sempre cristallino, ha un ventaglio olfattivo pronunciato e schietto, in bocca è secco, fresco e sul finale si evidenzia una delicata amarognola. Pochi i vini bianchi da pesce come questo! Da € 8
Taburno Falanghina Adria 2009 Torre dei Chiusi. Domenico Pulcino lavora in maniera essenziale, fermo nel sostenere i principi dettati dai suoi predecessori ed è indiscutibilmente un ottimo interprete della sua terra. Il Taburno ha da tempo trovato i suoi protagonisti assoluti, i volumi della Cantina del Taburno, le visioni di Libero Rillo (ricordate la falanghina “2001”?), la costante crescita di Fattoria La Rivolta e via via sino a dare spazio e degno lustro ai nuovi arrivati, Nifo Sarrapochiello e per l’appunto l’azienda Torre dei Chiusi. Falanghina di gran nerbo questa di Domenico, spiccatamente varietale al naso ed incalzante nella beva, un vino pulito, buono e non di meno di giustissimo prezzo! Da € 8
Roccamonfina passito Eleusi 2006 Villa Matilde. Non poteva mancare, in questo breve viaggio nel mondo della falanghina, una segnalazione ad hoc versione dulcis in fundo. Sia chiaro, in molti si sono cimentati negli anni nella tipologia, ed i risultati di eccellenza non si sono certo fatti attendere, si pensi ad esempio al beneventano Jocalis dei fratelli Pascale di Aia dei Colombi o magari al particolarissimo Passio di La Sibilla nei Campi Flegrei, però l’Eleusi di Tani e Maria Ida Avallone rimane il bianco dolce di maggiore riferimento in regione, costanza ed affidabilità sul varietale sui generis. Dal colore ambra cristallino, naso soavemente incentrato su frutta secca, scorze di agrumi e di albicocca candita e malto d’orzo. Come da manuale l’acidità che ritorna appena dopo la deglutizione ad infondere equilibrio e compostezza. Da € 21 (0,375)
Questo vino è il nostro vino dolce dell’anno.
Nota a margine: come sempre nessun voto, solo esperienze tangibili di bevute sul campo e constatazioni tra i tavoli, ma cosa insolita, vi indichiamo per tutte le etichette segnalate il prezzo; Non lo facciamo spesso perchè ci sono tante variabili (distribuzione, regione, enoteca o ristorante, ecc…) che incidono sul prezzo finale al consumatore, pertanto quello segnalato qui – in enoteca – è da ritenere puramente indicativo. A voi, una volta bevuti, l’ardua sentenza; Per saperne di più sul varietale, potete leggere qui la radiografia del vitigno.
Tag:agnanum, aia dei colombi, campi flegrei, cantine astroni, cantine del mare, domenico pulcino, ernesto spada, falanghina, gennaro schiano, gerardo vernazzaro, guido marsella, la sibilla, libero rillo, luigi di meo, luigi moio, maria ida avallone, metodo charmat, mustilli, nino pascale, paolo cotroneo, pasquale massa, poggi reali, quintodecimo, raffaele moccia, sant'agata de'goti, taburno, tani avallone, tenute adolfo spada, tina somma, torre dei chiusi, varietale, vigna del pino, villa matilde
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA, PROFESSION SOMMELIER | 8 Comments »
19 settembre 2010
Stamattina ho ricevuto una mail, un messaggio che mi ha profondamente colpito (e gratificato), dove le parole che leggevo raccontavano sobriamente una reale emozione, quella di cui in effetti abbiamo spesso necessità di vivere per stare bene con noi stessi e con gli altri, e perchè no, ritrovare in un vino.
“[..] ho seguito a lungo il tuo scrivere su diverse pagine in internet, sono per esempio un fan di Luciano Pignataro, e una sera, trovandomi in vacanza a Capri sono tra l’altro venuto a trovarti al Palace; non è stato necessario presentarci, hai immediatamente, con la tua disponibilità, conquistato il tavolo tutto: ci hai fatto bere quello che volevi, anche il misconosciuto Grecomuscio che ho imparato solo in seguito a comprendere meglio ed apprezzare. Per caso ieri sera, cercando tue nuove recensioni sul web, mi sono imbattuto in questa bella, suggestiva recensione che mi ero perso, di un vino, il Taurasi ’88 di Molettieri, che tu stesso definisci “una sottile delusione” . […] saresti capace, come forse nessuno, di vendere sabbia nel deserto, sei un grande!
Questa la recensione in oggetto che riprendo integralmente dal sito dell’amicoLuciano Pignataro per cui la scrissi circa un anno fa.

E’ domenica mattina, finalmente sono a casa, mi giro e mi rigiro nel lettone e tra un’esitazione e l’altra mi accorgo che il tempo è scivolato via tanto velocemente che è già mezzogiorno, rischio di rimanere senza pane fresco per il pranzo. Faccio un salto in centro, a Quarto, sulla strada mi fermo ed entro nel primo negozio a portata di mano, da Gabriellina Bulangerì”: infissi in alluminio verde, scaffali disorientati, generi alimentari e casse d’acqua messi un po’ alla meglio, poco più in la il detersivo, ancora merceria sparsa alla rinfusa e tutto intorno un profumo delizioso ma incipiente di ragù!
Dal fondo della stanza si apre una porta a vetri, uno sbuffo di vapore accompagna la sagoma di un’anziana signora che mi viene incontro, mi saluta e mi da il benvenuto. Le sorrido, stranito, la cucina che intravedo di là della porta è in fermento, due giovani si danno il cambio ad impanare qualcosa che mi pare pollo, una signora con un fazzoletto annodato tra i capelli è intenta a girare qualcosa faticosamente in un pentolone; adesso viene fuori anche l’odore acre di fritto, di melenzane e di friarielli. La situazione è davvero surreale, d’altri tempi come il conto scritto a penna sul foglio di carta del pane a sancire che il mondo ovunque andrà si sarà sempre perso qualcosa o qualcuno per strada: sorrido, stavolta di gran piacere, ringrazio e prendo la via dell’uscita. Ho pensato a lungo a questa scena, ritornatami alla mente appena aperte queste due bottiglie tirate fuori dal caveau del Capri Palace qualche giorno fa per gli amici rimasti a cena a L’Olivo dopo la degustazione I vini delle isole minori.

Perchè? Perchè ho pensato a cosa potesse essere Montemarano 21 anni fa, in una irpinia ancora lontana dal riprendersi dallo choc del terremoto dell’80, a cosa potesse somigliare allora la cantina di Salvatore Molettieri, alle sue giornate su e giù per le contrade Iampenne e Musanni nel vano tentativo di addomesticare le vecchie viti del vigneto Cinque Querce piuttosto che reimpiantarle per compiacere gli imbottigliatori a cui vendeva le uve. Ho pensato a tutto questo, immaginando un Taurasi d’altri tempi che il tempo ha sopraffatto, ad un profilo Molettieri che a questo punto non so se non abbiamo più ritrovato o se forse mai veramente conosciuto. Questo Taurasi ha un colore decisamente aranciato, abbastanza limpido per la presenza di alcune microparticelle di sedimenti in sospensione ma trasparente: la materia colorante ha avuto lungo corso ma ha raggiunto il suo capolinea. Il primo naso è essenzialmente terziario, non invitante ai primi passaggi olfattivi anche a causa di una prima nota di riduzione evidentemente pressante. Lasciato respirare a lungo manifesta spunti organolettici piuttosto particolari, lontani certamente dal “vino-frutto” con il quale la piccola azienda di Montemarano ci ha sconvolto con il 2001, il 2001 Riserva ed il 2003, nitidi i sentori di foglie secche si castagno, terra, polvere, non ultimo ruggine. In bocca è secco, abbastanza caldo, l’acidità ed il tannino appaiono dissolti pur rimanendo le uniche note gustative su cui fare leva in mancanza di una decisa profondità e di un frutto a questo punto magro, rimanendo gradevolmente lineare, certamente stanco, ma ancora bevibile concedendoci il tempo per costruire un utile critica storica. Particolare l’etichetta, francesizzante, con la denominazione Taurasi in rosso su carta bianca utilizzando diversi caratteri di scrittura che, come dicono oltralpe, esaltano l’immediata riconoscibilità del vino.
Avevo aperto qualche tempo fa un’altra bottiglia di questo ‘88, di cui conserviamo in cantina ancora una dozzina, e l’uniforme dissoluzione del frutto venuta fuori dalle degustazioni mi lascia pensare che non vi è null’altro da aspettarsi da questo vino se non la continua conferma che l’aglianico di Taurasi rimane un vitigno ed un vino, pur grande, dalle mille e una sfaccettature e sicuramente ancora lontano dall’essere pienamente longevo nonostante la straordinaria esperienza del ‘68 di Mastroberardino mi aveva aperto ad altre e più entusiasmanti considerazioni. Non so, a questo punto e sinceramente, se la sottile delusione sia maggiore del piacere di aver bevuto, tra i primi, un raro Taurasi di 21 anni di Salvatore Molettieri.
Un grazie di cuore a chi, quotidianamente ci legge e a chi, come Livio, che ringrazio pubblicamente, conoscendoci da tempo, apprezza tra le varie cose che cita nella mail, soprattutto la passione che ci mettiamo. Io mi permetto di aggiungere lo sforzo che sosteniamo per rendere questo blog quantomeno aggiornato e soprattutto fruibile a tutti… Grazie ancora! (A.D.).
Tag:aglianico, ais, ais campania, angelo di costanzo, avellino, blog, capri palace, cinque querce, contrada musanni, degustazioni, internet, lettori, luciano pignataro, passione per il vino, salvatore molettieri, taurasi, wineblog
Pubblicato su APPUNTAMENTI, Da raccontare, DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 4 Comments »
30 agosto 2010
Una volta giunti a Marina Grande, dal mare, non si può non rimanere affascinati dallo scenario che si presenta dinanzi agli occhi: la banchina, bassa, pare uno scivolo sull’acqua, una passerella dove si muovono con una certa fretta mille cose e centinaia di persone, dominata dalle case e dai palazzi dai colori pastello che si innalzano sino a Capri città, con il panorama sullo sfondo delle alte rocce della Madonna, sulla via di Anacapri.

Il porto, quasi a dispetto del nome avuto in dote, rimane piccolo, circoscritto e come detto brulicante di vita, il solo pensare al numero di persone che vi transitano durante l’anno pare quasi uno schiaffo alla tranquillità ed alla normalità che si respira nell’aria, fresca, iodata, rinfrancante, anche in questi giorni di pieno agosto. La storia di Capri si identifica in tutto e per tutto in quella delle persone che ci vivono, in maniera stanziale o di passaggio, in un contrasto di tradizione e globalizzazione poco comune altrove e piuttosto affascinante, spunto di riflessione da sempre; E’ bella Capri, capace al tempo stesso di essere risorsa archeologica, dimora imperiale prima che meta preziosa e ricercata.

Isola tanto amata per la sua natura incontaminata, con i suoi suggestivi sentieri dei fortini¤ a strapiombo sul mare e musa ispiratrice, del settecento neoclassico e del romantico e decadente ottocento, luogo dal fascino conturbante rilanciato dal periodo libertino e futurista di inizio novecento e sbeffeggiata dal ventennio fascista che l’ha voluta austera eppure patinata, buen retiro negli anni cinquanta e vetrina luccicante negli anni sessanta, anni di cui ancor oggi se ne soffre maliconicamente la mancanza.
E’ immortale Capri, capace ieri, oggi e senza dubbio domani di conquistare le copertine di tutto il mondo e scivolare dolcemente sulla bocca e nella vita di tutti. Sull’isola di Tiberio “il Giusto” però la viticultura non ha mai avuto grande appeal. I terreni si sono presto rivelati particolarmente faticosi da lavorare, per la presenza di rocce disgregate nella terra e per la posizione degli stessi, in alcuni casi su pendenze a dir poco proibitive; il clima poi, particolarmente umido non ha di certo favorito la sperimentazione di selezioni clonali ad hoc, e la rincorsa all’alfabetizzazione ricettiva, non ha di fatto aiutato la vocazione agricola dell’isola, che solo in alcune enclavi, in verità concentrate nel comune di Anacapri, ha trovato salvaguardia ed un minimo di valorizzazione.

La stessa istituzione della doc Capri, risalente al 1971, tra le prime in Italia, non ha potuto far altro che certificare il valore simbolico di un souvenir vinoso portato in giro nel mondo, e questo è un limite imputabile anche a chi, come la stessa famiglia Brunetti della vinicola Tiberio, “il vino di Capri” dal 1909, avrebbe potuto fare di più o se vogliamo, non ha fatto sino in fondo il suo dovere, adagiandosi per più di un ventennio sulle fortunate vendite del mediocre bianco Capri Blu, invece che investire nella valorizzazione di alcuni cru insistenti sull’isola, pur avendo tra le mani la storia di una terra unica e rara ed una vetrina sul mondo che nessun altro possiede in Italia, nemmeno terre nobilissime e vocatissime come le Langhe piemontesi ed il comprensorio Ilcinese.
Il tempo per rimediare è arrivato, presto o tardi, un seme è stato piantato, già da qualche anno, e da qualche tempo con buonissimi risultati. Il Piedirosso 2006 dell’Antico Convento S. Michele rappresenta, nella sua disarmante franchezza, integrità, cosa sarebbe potuto essere per Capri la viticultura di qualità, una mera opportunità più che un banale souvenir da mandare in giro nel mondo al solo fine di troneggiare come centro tavola a mo’ di vaso da fiori, un sano prodotto di una terra ricca di fascino, storia e tradizione e non solo ricca e basta.
Nasce dalle vigne di piedirosso, qui come nei Campi Flegrei¤ e Ischia chiamato per ‘e palummo, di proprietà dell’Antico Convento di S. Michele Arcangelo in Anacapri, oggi uno dei luoghi più visitati dell’isola dove è possibile ammirare, tra le altre cose, il bellissimo pavimento maiolicato che rappresenta la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre ad opera di un angelo con la sua spada infuocata; un’opera impreziosita da tantissime piante sgargianti, animali, anche di fantasia, che circondano la coppia, tra cui anche un prezioso raro unicorno.
Il vino viene prodotto proprio dalla famiglia Brunetti e solo nelle annate più favorevoli, dalle vigne meglio esposte sui terrazzamenti che affacciano sul golfo di Napoli, in appena 1200 bottiglie, da finire d’un fiato. Il colore è rubino carico, piuttosto vivace nonostante i suoi quattro anni di riposo tra legno e bottiglia. Il naso va subito oltre il varietale di fiori passiti e frutti neri polposi, molto fine, intenso con una discreta persistenza aromatica che lascia sul finale una piacevolissima nota tostata. In bocca è secco, austero, conserva tutta la freschezza del vitigno: il piedirosso è il campione della bevibilità, il frutto è croccante, polposo, non stravolto dal passaggio in legno, direi invece nobilitato e per questo particolarmente apprezzabile il finale non proprio lunghissimo, privo di nerbo, tipico del per e’palummo e piuttosto atipico nelle sue moderne interpretazioni che hanno voluto gonfiare i muscoli di un vino che muscoli non ha, con risultati, in più di una occasione, alquanto imbarazzanti!

Ecco un altro pezzo di Capri da ammirare, magari che non fa girare la testa come certe donnine in piazzetta, ma di certo piacevole da alzare in calice come augurio di un sobrio arrivederci alla prossima estate, all’ombra dei Faraglioni!
Tag:anacapri, angelo di costanzo, antico convento san michele, brunetti, capri, capri rosso, convento s. michele, doc capri, per e'palummo, piazzetta di capri, piedirosso, vigne, vinicola tiberio
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 9 Comments »
5 agosto 2010
Agosto, è piena estate! A parte l’intenso ma breve schiaffo temporalesco della settimana scorsa possiamo affermare di essere già da un pezzo nel bel mezzo della bella stagione, e fra tre-quattro giorni, dicono gli esperti, le temperature potranno salire ancora fino a 38 gradi, in particolare, come sempre, al sud. Sempre gli esperti ci dicono che ormai è uno schema risaputo e che tutti gli anni ci tocca, è diventato quasi regolare infatti l’assenza di una primavera degna di questo nome, e neppure l’inizio dell’estate, quella tiepida di fine maggio, per intenderci, risulta più riconoscibile: in pratica “non esisterebbe più la mezza stagione”.
Qualcuno ha gridato: e l’anticiclone delle Azzorre, che fine ha fatto? Beh, pare abbia pure lui i suoi problemi, in verità si vocifera che il nostro bene amato se ne stia per conto suo visto i tempi che corrono dalle nostre parti. Pertanto, cari Amici di Bevute , tenetevi la calura, e se accettate un consiglio, beveteci su; Cose semplici s’intende, fresche, di quelle che “nippano” le papille gustative e rivitalizzano il gargarozzo: ma si, per una volta che vadano pure al mare sti’ sommelier, della serie “faciteme sta’ quijete”!!
L’ordine è più o meno sparso, gli assaggi abbastanza recenti e sostenuti da ampio confronto e gradimento con i miei avventori, pertanto potete fidarvi :-).
Coda di Volpe del Taburno 2009 Fattoria La Rivolta, sempre in crescendo i vini di Paolo Cotroneo, la sua coda di volpe, abbandonata la veste muscolosa che l’ha accompagnata egregiamente agli esordi di qualche anno fa, spunta ad ogni nuovo millesimo un risultato migliore del precedente. Dal colore paglierino tenue con sfumature dorate esprime un ventaglio olfattivo molto pulito, piuttosto invitante. In bocca è decisamente asciutto, con una beva di sostanza ma sorretta da una acidità importante. Avete presente una tranquilla cena a pochi centimetri sopra il mare, con il vento che lentamente ti gira intorno e ti tiene lieve mentre due occhi neri ti stampano la felicità nel cuore?
Vdt bianco Joaquin dall’Isola 2009 Joaquin. Raffaele Pagano ci ha ormai abituati a vini per niente banali, con la sua cantina ha messo su in realtà, in quel di Montefalcione, un piccolo “laboratorio” enologico a disposizione di chi, come enologo, voglia cimentarsi con i vitigni autoctoni campani ed esprimere attraverso questi la propria arte di fare vino. Non poteva mancare nella “collezione 2009” un vino di una suggestione unica, che nasce dalle vigne capresi che guardano il mare del golfo di Napoli dall’alto della solenne tranquillità della piccola Anacapri. Greco, Biancolella e Falanghina selezionati acino per acino da Sergio Romano per un vino sinceramente sorprendente: dal colore paglierino tenue, intriso di sentori floreali molto invitanti e di sfumature agrumate assai gradevoli. In bocca è asciutto, possiede un ottimo slancio gustativo che avvolge di sana freschezza il palato e chiude su un finale lievemente iodato. Ecco la novità dell’anno, solo 820 magnum, per un vino ben fatto, che va molto oltre la semplice intuizione di dare nuovo slancio alla viticultura caprese. Bravo Raffaele!!
Langhe Arneis Blangè 2009 Ceretto, è un vino che non riesco ad amare, e sinceramente nemmeno ci provo, sarà un mio limite? Idiosincrasia a parte però, mi trovo costretto a prendere atto di un fenomeno di mercato tanto comune quanto apprezzato, a tratti ricercato. C’ho buttato dentro, così per caso ( 😦 ) il naso, pulito, interessante, di fiori e frutta esotica; Me ne sono appena bagnato le labbra, poi un sorso, e ancora uno per essere certo di aver ben compreso: è un buon vino, sinuoso ma senza particolare profondità, appena godibile, leggero.
Asprinio d’Aversa brut Grotta del Sole. “Vorrei poter bere un vino bello freddo, fregandomene per una volta, dei precetti. Lo vorrei secco, anche un tantino acido, magari con delle belle bollicine che mi tengano sveglio il palato. Desidero un vino di questo tipo, che posso trovare con una certa facilità e ad un prezzo conveniente, che sia però prodotto da una azienda di cui mi possa fidare, che magari mi possa raccontare di se e della sua terra, dei suoi vini autentici”. Devo aggiungere altro?
Rheingau Riesling Sauvage 2008 George Breuer, seppur la gente continua a storcere il naso quando gli proponi una bottiglia con il tappo a vite, sono sempre più convinto che il sughero, quello buono, dovremmo pensare seriamente di preservarlo solo per le bottiglie migliori e destinate ad un lungo invecchiamento. E’ indubbio che si tratti di una questione innazitutto culturale – soprattutto mittel europea – che dovremo prima o poi fare anche nostra. Venendo a questo riesling, tedesco per elezione, è un vino decisamente affascinate, uno di quei vini dalla pulizia olfattiva disarmante, quasi inebriante. All’approccio gustativo è tagliente, infonde notevole freschezza al palato richiamandone subito un nuovo sorso, non ha, al momento, le suadenti note di idrocarburi che a taluni piacciono tanto, ma tanto è finemente minerale quanto particolarmente saporito. Da ricordare di bere.
Collio Sauvignon Ronco delle Mele 2009 Venica&Venica. E’ – con il de la Tour 2008 di Villa Russiz e il Picol 2008 di Lis Neris – tra i migliori assaggi di quest’anno del varietale; Un vino che non posso fare a meno di annoverare tra i miei preferiti italiani nel gioco di rincorsa al più austero e selvaggio dei vitigni internazionali. Sempre sugli scudi, proprio da un recente assaggio – 25 campioni da tutto il mondo, alla cieca – il Ronco è emerso a mani basse e senza smentita alcuna come il più appassionate dei blanc in batteria: dal colore paglierino viene fuori un bouquet olfattivo sempre in grande spolvero, fiori di sambuco e note vegetali su tutti, balsamico. Al palato non fa mancare una certa vivacità gustativa, quasi intransigente prima di offrirsi in un finale di bocca ricco e oltremodo piacevole. Da tenere sempre a portata di mano!
Magari poi mi ringrazierete pure, forse.
Tag:angelo di costanzo, asprinio d'aversa, biancolella, blangè ceretto, cortese, degustazione, estate, falanghina, fattoria la rivolta, frilui, greco, grotta del sole, isola di capri, joaquin dall'isola, lis neris, piemonte arneis, riesling, ronco delle mele, sauvignon, sommelier, vacanze, villa russiz, vini bianchi della campania
Pubblicato su Amici di Bevute, DEGUSTAZIONI VINI, FATTI, PERSONE, Friuli Venezia Giulia, in CAMPANIA, in ITALIA, Pensieri e Parole, Piemonte | 16 Comments »
26 luglio 2010
Appena qualche giorno fa vi ho raccontato di una spelndida serata¤ vissuta tra amici in quel dell’Abraxas¤ a Pozzuoli dove ci eravamo riuniti, di piacere e di gusto, per bere del buon Pinot Nero. Entusiasti di come era andata quella cena, ci eravamo ripromessi di rivederci appena possibile per un nuovo appuntamento, stavolta centopercento bianchista; tra un sms e l’altro, è venuto fuori di puntare una dozzina di fiches bottiglie sul fiano.

Premessa: Qualcuno avrà pensato di apparire troppo originale nel portare con se bottiglie non Irpine, cosicchè alla fine ci siamo ritrovati con 11 vini dei quali 10 Fiano di Avellino ed uno solo, Il Cumalè di Pasquale e Betti Mitrano di Casebianche, del Cilento. Vatti a fidare del buon intuito…
Prologo: ognuno si è preoccupato di procurare almeno tre bottiglie di vino, opportunamente celate da carta stagnola e decapsulate. Al momento dell’arrivo a casa di Gerardo ed Emanuela sono state consegnate nelle mani di una persona che successivamente non ha partecipato alla degustazione (e neppure siedeva tra noi) che ha provveduto a numerarle e poi di volta in volta a consegnarle alla tavola. Tutto questo pragmatismo, sia ben chiaro, non è stato messo su per ostentare certe “pippe mentali” sulla tecnica della degustazione alla cieca (che tanto ci piace ma che in queste serate preferiamo relegare al noncipuofregardemeno!) ma piuttosto perchè se divertimento doveva essere volevamo che lo fosse fino in fondo.
Questo il risultato a latere di un piacevolissimo convivio tra Amici di Bevute; la sequenza dei primi cinque vini esprime quello che potremmo definire “il podio”, in base ad una loro valutazione in termini di franchezza, integrità e piacevolezza. Gli altri vini, alla luce di quanto espresso, vengono ritenuti praticamente alla pari seppur alcuni di essi ci sono apparsi in chiara difficoltà, qualcuno addirittura rovinato.

Fiano di Avellino 2008 Colle di San Domenico, un vino davvero delizioso, assai piacevole, di una freschezza memorabile ed una franchezza incredibile. Ci ha conquistati tutti, all’unanimità e senza riserva alcuna. Dal bellissimo colore cristallino ai profumi freschi e profondamente varietali, alla distanza anche di una particolare ampiezza ed eleganza. L’impressione è di una materia prima di altissimo lignaggio e molta poca tecnica in cantina se non lo stretto necessario, da manuale insomma.
Fiano di Avellino Exultet 2008 Quintodecimo, della serie, già un classico? I vini di Luigi Moio come pochi riescono a dividere (non si capisce perchè :-)) ma come pochissimi altri riescono ad esprimere una tale perfezione tecnica. Un vino infinito, impressionante per la materia che esprime, in bocca più che al naso. Dal bellissimo colore paglierino carico, al naso è carezzevole e suadente, intenso, ampio e profondo, giocato su di una eleganza di rara fittezza. E’ buono, ma buono per davvero, come il pane!
Fiano di Avellino Pietracalda 2009 Feudi di San Gregorio, tecnicamente perfetto, molto piacevole, nessuna sbavatura. Ottimo compagno a tutto pasto di grasse bevute, nessun sussulto se non il pensiero di come in Feudi di San Gregorio stiano percorrendo una strada di crescita qualitativa costante, espressa a mani basse da una gamma di vini, ormai prodotti in quantità certamente industriale ma che difficilmente risultano inaffidabili. Per palati al primo approccio con il varietale, ammiccante.
Fiano di Avellino Colli di Lapio 2007 Romano Clelia, l’annata calda non l’aiuta certamente ad esprimere il meglio di se, di un terroir assolutamente d’elezione per il varietale e senz’altro di riferimento per il movimento bianchista in Campania, ma val bene l’assaggio. Il colore è un tantino surmaturo, già tendente all’oro, il naso è un effluvio di sensazioni dolci, molto piacevoli a dire il vero, ma guai a lasciare andare la temperatura sopra la soglia ottimale dei 10-12 gradi, il ventaglio olfattivo ai più potrebbe risultare stucchevole se non addirittura spiacevole. Buono il palato, manchevole in profondità, non in acidità.
Fiano di Avellino 2009 Cantina Astroni, il padrone di casa naturalmente non ha resistito alla tentazione di infilare in batteria una delle sue bottiglie. Sulla falsa riga del Fiano di Colle di San Domenico abbiamo ritrovato in questo vino estrema piacevolezza. Naso molto invitante, palato pulito, fresco, di gran bella beva. Non un vino lunghissimo in bocca, ma certamente impossibile da confondere. Ottimo passaggio, di certo il pensiero che questo è solo il secondo anno nel quale Gerardo si cimenta in tutto e per tutto nella vinificazione di Fiano di Avellino è foriero di ottimi auspici per il futuro aziendale, soprattutto perchè le uve hanno origine in un’areale ben esposto della denominazione, a Montefalcione.
A margine, come detto, Il Vintage 2002 di Mastroberardino (risultato di tappo), il Cumalè 2009 di Casebianche che non ci ha convinti ma siamo certi che si sia trattato di una bottiglia poco espressiva. Nando Salemme ci ha tenuto a sottolineare che ne aveva goduto appena la sera prima ed era di tutt’altra pasta, io stesso ho avallato tale opinione essendo un convinto fan dei vini¤ di Pasquale e Betti Mitrano. Il Vigna Pezze 2007 di Struzziero invece non è per niente pervenuto: un vino decisamente greve, assolutamente inespressivo, ma qui la qualità della bottiglia c’entra poco.
Ci è dispiaciuto invece non aver potuto godere e dissertare di Bambinuto, piccola realtà (in verità specializzata sul Greco di Tufo) in buona crescita, ma la bottiglia di Fiano aperta ci ha letteralmente sconvolto: crediamo essersi trattato di un serio problema che speriamo non comune ad altre bottiglie in giro, il vino era praticamente rancido, il colore sull’ambrato, assolutamente svanito al naso.
Una considerazione a parte meritano i due Fiano di Avellino di Ciro Picariello e Guido Marsella, entrambi 2006 ed inaspettatamente relegati – ad unanimità – in fondo alla classifica. Del valore dei due “winemaker” ne abbiamo piena coscienza soprattutto per la ventata di nuovo ideologico sul varietale (addirittura avvicinabile – in certe annate – al Riesling della miglior Mosella¤) che sono stati capaci di affermare soprattutto negli ultimi quattro-cinque anni in Campania; non è da meno l’enorme considerazione che nutriamo per il terroir di Summonte che i suddetti, con i propri vini, rappresentano in maniera più che egregia, in certe annate davvero con esecuzioni eccezionali; questa omogeneità espressiva però sembra tanto una costante di primissimo pelo nelle grandi annate quanto un limite invalicabile in quelle definite “minori”.
Di Picariello rimane indimenticato indimenticabile il 2004, di Guido Marsella oltre al vino, la sua storia personale che lo ha consegnato ad esso e immediatamente consacrato come il “rookie” più interessante dell’ultimo ventennio; una storia contornata tra le altre cose da una passione infinita, tanto da farlo decidere di rompere col passato per tuffarsi, letteralmente, in vigna.

Insomma, il millesimo 2006 non è stato per niente tenero con il fiano e la diluizione del frutto che si palesa nei bicchieri non ci offre certo spunti di riflessioni entusiastiche, ma per dirla tutta, un semino di assennatezza lo vogliamo lanciare: è proprio tutta colpa dell’annata o c’è dell’altro? Inoltre, questo limite, siamo disposti in tutto e per tutto ad accettarlo accontentarci o tecnicamente si potrebbe fare di più? E cosa direste se vi avessero detto che prima di berle queste stesse bottiglie avreste dovuto aspettarle almeno per tre-quattro anni, con tale risultato nel bicchiere?
Hanno partecipato al convivio, per precisione di cronaca: il sottoscritto, Vanna Ambrosino e Nando Salemme (ristoratori, il secondo sommelier professionista), Emanuela Russo (sommelier), Lilly Avallone (sommelier professionista), Gerardo Vernazzaro (enologo), Rosaria Fiorillo (sommelier) oltre che alcuni Amici di Bevute particolarmente appassionati.
Tag:angelo di costanzo, bambinuto, ciro picariello, colle di san domenico, exultet, feudi di san gregorio, fiano di avellino, gerardo vernazzaro, guido marsella, irpinia, luigi moio, mastroberardino, nando salemme, quintodecimo, sommelier, struzziero
Pubblicato su Amici di Bevute, DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 19 Comments »
13 luglio 2010
“Guardi avrei proprio voglia di lasciarmi consigliare da lei un bel vino campano, qualcosa che mi possa far cambiare idea ed opinione a riguardo: deve sapere che lì, su al nord, non è che si beva benissimo, ci sono certi soloni, tutti matti per lo sciardonnè, ma per me che amo il sud rimane comunque piuttosto difficile trovare dei vini della vostra regione che mi entusiasmino in modo particolare, ma è possibile che avete solo Cantine Sociali..?”

Carlo Bernini (nome puramente di fantasia, ndr) si è dimostrato un ospite molto gradito. Avvocato in Cassazione, spalle larghe, almeno quanto il bacino e sessant’anni nemmeno a vedergli la carta d’identità, viso tondo tendente al paffuto, dagli occhi azzurri, semi chiusi; persona però distinta, appena un po sfacciata, curiosa, insomma uno di quei clienti che pagheresti per avere alla tua tavola, e non solo per le belle bottiglie che ti lascia decidere di aprire, e nemmeno per la lauta mancia che ti offrirà alla fine per ringraziarti, stavolta con gli occhi ben aperti, azzurri, lucidi, soddisfatti per avergli riservato una piacevole serata: la tua soddisfazione, la grande soddisfazione l’avrai ottenuta invece da quelle poche parole, tra le mille venute fuori durante la cena, che ha saputo far entrare, esprienza alla mano, con le sue osservazioni, con le sue puntualizzazioni, con i suoi aneddoti, nella tua mente, prepotentemente, parole che mai dimenticherai!
L’avvocato Bernini ne ha viste tante in vita sua, e ne ha districate troppe per fidarsi ciecamente: “mi sono occupato di frodi alimentari e di vino per circa un ventennio, e credimi mio bel sommelier, la purezza delle tue parole, il tuo racconto mi affascinano, ma non mi convincono, ho bisogno di più”. Avvocato mi lasci dire, che brutta opinione che s’è fatto del vino, lasciamo stare le mie chiacchiere, facciamo che a parlare sia il bicchiere, io le faccio bere due-tre cosette, lei, alla fine, mi deciderà cosa val la pena pagare e cosa no, ci stà? “Intraprendente…”.
Così dopo una ouverture leggiadra a base di Biancatenera di Tramonti (Monte di Grazia bianco ’09) confido che sia il Cruna DeLago di Luigi e Restitua Di Meo a scalfire la mistica pervasione del vino nostrano agli occhi dei transumanti avventori dell’alta langa. “Un vino delizioso, ti dà l’impressione di volerti piacere per forza ma non è ruffiano, non ammicca in maniera insolente, dico bene?” Dice bene, essere se stesso è un suo tratto caratteriale. Il vitigno di cui è composto, la Falanghina dei Campi Flegrei ha la capacità di conquistare i palati senza sciolinare false pretese, offre vini sinceramente franchi, austeri e sottili al naso, asciutti e minerali, profondi al palato. Il vino che ne viene fuori è di solito vivo come la storia millenaria imprigionata nelle centinaia di enclavi di monumenti che ne costellano il territorio tutto, da Pozzuoli a Bacoli, ed il Cruna DeLago è una delle sue massime interpretazioni: giallo splendente, intriso di profumi di glicine e pino mediterraneo, quello delle coste di Agnano, austero proprio come l’anima dei suoi vignaioli, legati alla propria terra più che a se stessi, un nettare asciutto e minerale come le falde ardenti del vulcano Solfatara, salmastro non per evoluzione ma per finissima vocazione.
Ecco avvocato, mi sono tenuto defilato, niente nomoni, non le ho nemmeno raccontato della crescita inimmaginabile, il successo del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo, e le ho servito il Fiorduva solo perchè così come richiesto dal dotto’ Impresacchi: ma mi dica, le sono piaciuti i vini? “Angelo, ho molto apprezzato, vorrei tanto conoscere di questo Alfonso Arpino, come si fa ad allevare vigne di cent’anni? E poi i Campi Flegrei, pensare alla Falanghina con questa profondità così mediterranea non mi era mai capitato prima, oggi ho scoperto due bei vini!
E’ solo l’inizio mio caro Avvocato, questa è la mia terra e non ha confini!
Tag:ais, angelo di costanzo, campania, campi flegrei, capri, capri palace, chef de rang, cruna delago, degustazione, falanghina, la sibilla, maitre, mestiere, olivo, pozzuoli, PROFESSION SOMMELIER, sala, sommelier, vini bianchi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, FATTI, PERSONE, in CAMPANIA, Pensieri e Parole | 10 Comments »
11 luglio 2010

Uno degli aspetti che più amo del mio lavoro è imparare, riuscire a cogliere uno stimolo, un insegnamento, da ogni esperienza che vivo, quotidianamente. E’ da un po che mi frulla in mente di parlare del vino Kasher, argomento che in realtà ho già affrontato passato, ma aspettavo l’occasione per entrare nel merito di una produzione che appartenesse alla nostra Campania, e che riscuote, tra l’altro, un ottimo successo. Ai più non sarà sfuggito che il vino, più di ogni altra bevanda, gode da sempre di una sua particolare sacralità, ma non quella dettata dai fanatici guru guidaroli o dai neo profeti in patria, ma quella intesa nel vero senso letterale della parola, di liturgica definizione, che fa cioè del dolce frutto offerto all’uomo dalla terra, un dono di Dio, e per questo curato (in vigna) e prodotto (in cantina) seguendo protocolli rigidissimi al fine di preservarne purezza ed integrità.
Il vino Kasher rappresenta in Italia una produzione certamente di nicchia ma più diffusa ed apprezzata di quanto si pensi, tanto dallo spingere diverse aziende italiane ad investire in tale direzione per potersi garantire anche solo uno spicchio di un mercato, che se in patria può risultare circoscritto in particolar modo a Roma o su di lì, in certi paesi, Stati Uniti in primis, può rappresentare una importante opportunità commerciale. Così una delle più preziose delle aziende leader in Campania, per qualità dell’offerta e diffusione sul mercato offre da qualche anno due riuscitissime interpretazioni di vino kasher: il Fiano di Avellino Maryam e l’Aglianico Rosh; Stiamo parlando evidentemente dei Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico.
I Protocolli di produzione, come detto sono rigidissimi, basti pensare per esempio che ogni operazione manuale o spostamento mosto/vino deve essere eseguita da ebrei osservanti; Ogni eventuale intervento da parte di terzi comprometterebbe l’intera produzione di vino Kasher. Durante le varie attività di produzione è importante che tutti gli impianti in metallo o vetroresina siano precedentemente lavati con abbondante acqua bollente; Le parti di raccordi in gomma, qualora già utilizzati in cantina vanno procurate nuove.
Il personale ebraico entra in scena sin dall’operazione di spremitura delle uve, già per ribaltare le cassette da far pervenire nella coclea, azionare la pigiatrice e/o diraspatrice, le pompe che dirigono il mosto nel tino. Solo da questo momento, il Mevushal (vino cotto) può essere toccato da ogni operatore purchè ad ogni travaso o altra operazione successiva sia presente l’autorità Rabbinica, la quale poi provvederà a certificare la congruità delle fasi di lavorazione nonché il prodotto imbottigliato attraverso da tre segni distintivi: l’etichetta, l’eventuale retroetichetta ed il tappo di sughero con il segno di riconoscimento o marchio del Rabbinato. In particolare in etichetta dovrà apparire il nome del Rabbino che ha eseguito il controllo e che rilascia il certificato, tale etichetta può anche essere eventualmente applicata sulle scatole d’imballaggio, sarà comunque sempre l’Autorità Rabbinica a rilasciare ogni volta il numero di etichette o tappi necessari all’operazione. Tutta la produzione annuale viene comunque accompagnata da un certificato originale registrato presso il Rabbinato Centrale d’Israele che ne garantisce tra l’altro anche l’esportazione. Rosh come detto è prodotto da uve aglianico, in verità chi si è appassionato negli anni a quel campione di ottimo rapporto prezzo-qualità che è il Rubrato, saprà cogliere in questo vino similitudini assai efficaci. Il vino sfoggia un bel colore rubino con fresche nuances violacee, mediamente consistente. Il primo naso è fragrante, intenso, non ampissimo, ma le sensazioni di frutta a polpa rossa e le note caramellose contribuiscono a definirne un profilo olfattivo molto invitante che chiude su leggere sfumature speziate. In bocca è secco, l’ingresso sul palato è molto gradevole, il frutto rimane in primo piano, delicato, pulito, anche in questa fase non si concede profondissimo ma è piuttosto gradevole ed appagante, leggero, schietto.
Tra le varie specifiche dettate dal Rabbinato ci sono ulteriori condizioni imprescindibili che l’azienda deve garantire per poter produrre vino Kasher, tra queste ne rammentiamo alcune tra le più importanti: le piante da cui provengono le uve devono essere vecchie di almeno 4 anni, le stesse ogni sette anni debbono essere lasciate improduttive e non è possibile produrre verdure o frutta tra i filari; Infine ad ogni vendemmia almeno l’1% della produzione di vino deve essere buttata nelle vigne rifacendosi al rito che simboleggia la tassa del 10% che una volta si pagava al Tempio di Gerusalemme.
Tag:aglianico, avellino, campania, feudi di san gregorio, gerusalemme, irpinia, israele, kosher, protocollo isaraelita, rabbinato d'israele, rabbino, rubrato, sorbo serpico, vino kasher
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA, PROFESSION SOMMELIER | 1 Comment »