Archive for the ‘Da raccontare’ Category
30 luglio 2013
A conferma di quanto appena scritto qui¤ merita due righe a parte lo Strione¤ 2009 di Gerardo Vernazzaro, bianco che nasce dalle vigne di falanghina a due passi dal cratere degli Astroni.

Alleggerito e ridefinito concettualmente conserva la spinta emozionale per cui è nato ma soprattutto quella lunghezza che tiene attaccati naso e bocca al bicchiere continuativamente. Il naso è concentrico ma franco, pulito, chiaro e immediatamente leggibile. Ci senti la macchia mediterranea ed ha continui rimandi di buccia d’agrumi e citronella. Il sorso è pieno, bello fresco e chiude sapido, deliziosamente sapido. Falanghina work in progress…
Tag:andiamotrips, cantine astroni, falanghina dei campi flegrei, gerardo vernazzaro, strione
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29 luglio 2013
Una vibrante, conviviale, interessante serata¤ in compagnia di vecchi e nuovi amici con nel bicchiere tante belle anime di una splendida terra. La mia.

Brava Karen Phillips¤ a pensare questa¤ bella iniziativa, a coinvolgere i quattro produttori presenti e, nonostante sia caduta a fine luglio quando in molti sono già con la valigia sulla porta, le tante persone appassionate che vi hanno preso parte.
Tralasciando il racconto di ognuna delle realtà che Luigi e Vincenzo Di Meo, Raffaele Moccia¤, Gerardo Vernazzaro e Francesco Jr Martusciello¤ rappresentano, di cui trovate su queste pagine già ampio riscontro e cronaca, queste che seguono sono le mie impressioni riguardo il senso compiuto di una inizativa del genere e i vini là in degustazione quella sera, non senza una doverosa puntualizzazione: a La Sibilla è andata in scena una suggestiva – speriamo definitiva – presa di coscienza di quanto valore abbia la risorsa agricola (vitivinicola) nei Campi Flegrei; al contempo, l’interessante rincorsa a ritroso nel tempo da un lato conferma quante sorprese riservino i vini di questa terra sospesa tra cielo e mare, grazie anche a bottiglie dalla solida impronta territoriale, ognuna con una propria precisa personalità, dall’altro non smette di ricordarci che certe ‘riletture’ vale sì la pena ‘sentirle’ ma non debbono divenire un dogma.

Mi spiego meglio: vini come il Domus Giulii 2009¤ di Vincenzino o il Vigna del Pino¤ 2003 di Raffaele, come pure il Coste di Cuma 2007 aperti l’altra sera sono stati, a loro modo, una piacevole e gradita sorpresa. Buccioso e profondo il primo, empireumatico e dannatamente sapido quello di Moccia, perfetto (!) – è proprio il caso di sottolinearlo – il cru dei Martusciello nonostante i cinque anni alle spalle.
Continuo però a pensare che la Falanghina dei Campi Flegrei debba rimanere un vino comprensibile già al primo naso, sin dal primo sorso, direi già solo a sentirne il nome: che quando lo bevi sia il cuore a richiamare adrenalina, piacere, divertimento e non la testa a doversi scervellare su cosa, perché, come.
Certo il tempo ci sta insegnando a non temerlo, il tempo. Va bene. E certi assaggi dicono che sì, si può osare, ma attenti però a non perdere la bussola e a non confondere oltremodo gli appassionati che già faticano tanto ad orientarsi davanti a uno scaffale o con una carta dei vini tra le mani. Quando la trovano la Falanghina dei Campi Flegrei sugli scaffali o in una carta dei vini. Insomma, godiamoci tutto il meglio possibile ma rimaniamo concentrati sul pezzo¤, please!

Colle Imperatrice 2012 Cantine Astroni¤. Invitante e pieno di verve il bianco di Gerardo¤, è sgraziato e coinvolgente, non smette un attimo di stuzzicare le papille gustative. Si colgono sentori agrumati dolci e pietra focaia, il sorso è fresco e sapido.
Agnanum 2011 Raffaele Moccia. Non ne sbaglia una Raffaele di bottiglie, quella vigna è un gioiello e i suoi vini perle d’autore. Francamente sono rimasto rapito anche dalla duemiladodici portata in anteprima, che è ancora in vasca e uscirà solo in autunno. Naso sempre sugli scudi, sorso ‘verace’ e lungo, chiusura quasi salina. Una bella esperienza anche la 2003, un po’ monocorde al naso ma dal sorso ancora vibrante e ricco di sfumature.
Coste di Cuma 2007 e 2011 Grotta del Sole. Bello il regalo di portare in degustazione la 2007, la prima annata con bottiglia ed etichetta nuove, la prima a segnare il definitivo cambio di passo sull’uso dei legni con un convinto ritorno all’acciaio e bottiglia come valore aggiunto. Il vino perfetto l’altra sera, esempio lampante di quanto si sia continuato a lavorare duro e bene nonostante i successi¤ e i numeri. Il duemilaundici invece è appagante e minerale, assolutamente pronto da bere e l’estrema godibilità non fa che rassicurarti.
Cruna DeLago 2011 La Sibilla¤. E che dire ancora di questo meraviglioso bianco, che è buono? Che da solo vale il viaggio in cantina? Certo, anche. Vincenzo Di Meo sta lavorando duro per essere all’altezza, Luigi in campagna ha ripreso a fare quello che gli è sempre piaciuto fare, stare dietro ad ogni filare e portare in cantina la migliore uva possibile. E i risultati ci sono tutti!
Tag:agnanum, andiamotrips, campi flegrei, cantine astroni, coste di cuma, cruna de lago, gerardo vernazzaro, grotta del sole, karen phillips, la sibilla, raffaele moccia, snapshot, vincenzo di meo
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25 luglio 2013
Sul numero 12 di ‘Capri The Divine Coast¤‘ è uscita una mia breve intervista. Le origini, le prime esperienze, il lavoro oggi qui al Capri Palace. Come sempre mi porto tutto dietro…

Quando ha deciso di diventare sommelier? Finita la scuola (Istituto Alberghiero, ndr) ho iniziato a lavorare in un ristorante di Pozzuoli, cucina tipica e vino sfuso. In sei anni sono diventato direttore in sala e ho creato una cantina di 4 piani con centinaia di etichette. Da lì è iniziata la mia passione per il vino…
Quali sono i vini di punta della vostra cantina? E’ una cantina legata al territorio con il 40% di vini campani, il meglio dei vini italiani, tra cui Barolo e tanti toscani; e una bella selezione di bollicine, con anche molti nomi francesi. Ma siamo forti anche per quanto riguarda i vini al bicchiere, proponendo al cliente una scelta di circa 40 etichette divise nelle varie tipologie. E poi aggiorniamo le nostre carte, una per ogni ristorante, ogni giorno.
Il complimento più bello che ha ricevuto nel suo lavoro? Quando si rendono conto della sincronia della nostra brigata.
Cosa rende speciale Anacapri? La natura che qui è rimasta così potente ed è lo sfondo ideale per queste bellezze, ha mai fatto una passeggiata nelle vigne di Anacapri?
Un abbinamento che sa di Capri, un vino e un cibo? Spaghetti con i ricci con Pedirosa 2012 La Sibilla, un rosato dei Campi Flegrei.
Da sorseggiare al tramonto sulle terrazze del Riccio, una coppa di… Un asprinio d’Aversa, con bocconcini di mozzarella.
© Gruppo Editoriale – Capri The Divine Coast
Tag:anacapri, asprinio d'aversa, capri palace hotel, capri the divine coast, gruppo editoriale, la fattoria del campiglione, pedirosa la sibilla, sophia loren
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9 luglio 2013
Un po’ di tempo fa, era di Maggio, sono stato ospite con un po’ di amici e colleghi a pranzo da Tonino e Rita Mellino nel loro stupendo Ristorante Quattro Passi a Nerano. Si presentavano alcune nuove annate di Silvio Jermann¤.

Una bellissima esperienza. Da tempo mancavo appuntamenti di questo genere per i tanti impegni che durante la bella stagione ti costringono sistematicamente a rifiutare gli inviti. C’è da fare, tanto da fare. Non c’è un momento da perdere…

Però stare assieme a tanti bravi professionisti dell’ospitalità campana fa bene. Un confronto, uno scambio di opinione, due chiacchiere sono sempre assai utili, soprattutto quando accompagnati da una cucina d’autore come quella di Tonino e vini che hanno sempre qualcosa in più da raccontare, ogni anno di più.

‘Ha coraggio Silvio ad uscire col Were Dreams 2011 col tappo a vite’, ci siamo detti. Io ci sono, lui lo sa. Io ci credo. E bene fa a mettere assieme tante personalità, professionisti (qualcuno di lunghissimo corso), per tastare il polso sulla faccenda. Il tappo a vite è il futuro, ne siamo convinti in molti, ma bisogna saper gestire bene la cosa affinché non s’inneschi solo un fenomeno che faccia moda per un po’ e non la storia.

Dei vini magari scriverò un report più in là (ancora?). Di getto vien da ribadire quanto il Vintage Tunina rimanga un grande bianco, uno dei più affascinanti italiani e, più in generale, che anche da queste parti ci si è accorti di quanto sia necessario sempre più riscoprire valori come la ‘leggerezza’ e la ‘franchezza’, soprattutto nei bianchi, riducendo magari all’essenziale l’apporto dei legni a favore di una maggiore freschezza a discapito di rotondità talvolta troppo accentuate. E proprio il Were Dreams 2011 (ma anche il 2010) sta a testimoniarlo.

La cucina del Quattro Passi è un po’ riassunta in queste poche istantanee: mediterranea, istintiva, essenziale, saporita. Vera. Non sta certo a me dirlo, ma mi pare come un tuffo nella tradizione più pura. Che poi ci mancavo da qualche anno e con i locali completamente rinnovati camminare su e giù per le sale, la terrazza, il giardino è un vero piacere. Mi è piaciuto molto la luce che si riesce ad apprezzare ovunque in giro. Poi quel panorama è un vero e proprio regalo pei sensi.

Poi ti portano in tavola le dolcezze e capisci che no, non ti eri sbagliato. Qua è proprio il paradiso! Per inciso, quella tartelletta alle fragoline là credo sia la più buona mai mangiata in vita mia. Fresca, gustosa, appena dolce. Per i Maritozzi, petit fours e coccole a fine pasto poi non ho parole.
Ristorante Quattro Passi
Via A. Vespucci – Loc. Nerano, 13/N
80061 Massa Lubrense
http://www.ristorantequattropassi.com
info@ristorantequattropassi.com
Tel +39 081 8082800
Tel/Fax +39 8081271
Tag:giancarlo marena, jermann, massa lubrenze, nerano, quattro passi, rita mellino, silvio jermann, tonino mellino, tonino quattro passi, vintage tunina, were dreams
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3 giugno 2013
Sono stato a Vitigno Italia¤ per un breve passaggio con degli amici. Della fiera in se mi viene da dire poco o niente; ci sono stato troppo poco tempo, a malapena un paio d’ore, ma certe cose si colgono a pelle. ’Il braccialetto? Il braccialetto! E il braccialetto?’ Oh, manco fossero ‘le farfalle’ di Cruciani!

C’è uno sforzo enorme per farlo sopravvivere questo Salone, va detto, ci sta anche bene. E’ pur sempre una valida opportunità per i napoletani di rimanere in contatto con uno spicchio di mercato nazionale. Come rimane suggestiva la location a Castel dell’Ovo seppur con le tante difficoltà operative che comporta.
Va sottolineato però che a distanza di quattro anni (dalla mia ultima fugace partecipazione) poco o nulla mi è parso cambiato in meglio. Dal cosiddetto servizio d’ordine – ahimé talvolta fin troppo sgarbato – ai problemi di sempre mai risolti: vini bianchi non proprio alla giusta temperatura, qualche espositore (assente al banco) in perenne ritardo, qualcun altro chiaramente poco interessato all’interlocutore di turno.
Qualche buon assaggio però me lo son portato dietro lo stesso. Meravigliosi due bianchi su tutti: il Vette di San Leonardo 2012¤, dell’omonima azienda di Avio, vicino a Trento e poi il Nussbaumer stessa annata di Tramin. Uno strepitoso sauvignon blanc il primo, di una vivacità olfattiva tanto coinvolgente quanto invitante: pesca bianca, frutto della passione e menta piperita, salvia e roccia calcarea. Niente pipì di gatto insomma. In bocca è secco e acidulo, rinfrescante e sapido. Di enorme bevibilità, piacerebbe persino a chi non ama per niente il sauvignon.
Il Nussbaumer 2012 invece conferma che il gewurztraminer ha superato brillantemente quella fase di pura tendenza e sta cominciando a proporsi ogni anno sempre più a grandi livelli. Fitto e compulsivo il naso, oltremodo piacevole e balsamico, di grande equilibrio (finalmente) il sorso; è quindi secco, fresco, godibilissimo. Senza sbavature.
Buono buonissimo (ché c’era bisogno di conferme?) il Giorgio I 2009 di Giampaolo Motta¤. Assai varietale il purpureo Colle Rotondella 2012 degli amici Gerardo¤ ed Emanuela e, a tema, stuzzicante anche se un tantino interlocutorio il piedirosso 2012 di Vincenzino Di Meo¤. Un po’ avanti al naso, un po’ in ritardo in bocca. E’ pur vero che è in bottiglia da pochissimo e l’approccio non è stato dei più felici (un caldo!), e mi intriga l’idea di tostare i vinaccioli, però un piedirosso d’annata che pinotnoireggia così ti spiazza, ed un poco confonde. Ci siamo ripromessi di parlarne e berci su nuovamente tra qualche tempo.
Tag:assaggi sparsi, castel dell'ovo, degustazioni, fiere ed eventi, giorio I la massa, napoli, nussbaumer, piedirosso la sibilla, vette san leonardo 2012, vitigno italia
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26 Maggio 2013
Tag:aglianico, antonio papa, campantuono, capri palace hotel&Spa, carta dei vini, falciano del massico, falerno del massico, masseria felicia, piedirosso, ristorante L'Olivo
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24 Maggio 2013

Un tremendo temporale la scorsa notte del 22 Maggio ha provocato l’allagamento di una parte de La Dolce Vite del Capri Palace. Niente di particolarmente grave, la situazione è già rientrata, è tutto sotto controllo e la cantina è più fresca e pulita che mai…
Tag:angelo di costanzo, camerieri, capri palace hotel&Spa, eventi straordinari, la dolce vite, maggio inverno, maltempo a capri, sommelier, temporali
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19 Maggio 2013
Finalmente ho conosciuto Enrico Bernardo: che splendida persona, che stile! Sarò franco, mi viene sempre difficile pensare ad un maestro o a un idolo per quanto mi riguarda; negli anni ho conosciuto tante persone che nella vita privata come nel lavoro mi hanno insegnato tanto e tanto hanno significato per me, per quello che sono oggi. Ma maestri no, sinceramente credo proprio di non averne avuti.

Uno dei riferimenti come sommelier in quanto tale però è certamente lui: sveglio, intelligente, non sgomita, non ama blaterare a vanvera e, soprattutto, non ricordo di averlo mai colto a sculettare :-). Ha classe e stile da vendere Enrico, l’ho ammirato a lungo in passato in alcune sue degustazioni e performance, di tanto in tanto preso appunti su quanto facesse in giro là in Francia. Ammirazione tanta, talvolta un pizzico di invidia pure, senza malizia però, o colpo ferire. Giovedì scorso, a Venezia¤, il piacere di condividere una splendida serata in occasione del gran galà Pommery Italia. Iniziata così, indimenticabile. Perché con uno come lui si potrebbe andare tranquillamente anche solo a pesca!
Tag:andare a pesca, bernardo wines, enrico bernardo, gran galà pommery, pesca, pommey, venezia, vino
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9 aprile 2013
In un momento di mercato dove registriamo una frenesia senza eguali nel fare bollicine di facile lettura, con qualsiasi varietale spendibile, tirar fuori un metodo classico di 25 anni appare pura follia! Un asprinio d’Aversa¤ poi, ma di cosa stiamo parlando?

Già, di cosa stiamo parlando? Eppure basterebbe domandarsi cos’erano nemmeno 20/25 anni fa la Franciacorta¤, la doc Trento¤ o l’Oltrepò Pavese¤ giusto per fare qualche nome tanto in voga oggigiorno. Ecco, fermiamoci qua, e tra un rimpianto e l’altro godiamoci a piccoli sorsi queste poche bottiglie messe via per passione dalla buonanima di Gennaro Martusciello che, nell’88, già da qualche anno – Grotta del Sole¤ così com’è nemmeno esisteva – smanettava in cantina dando forma e sostanza ai suoi studi spesi lì a Conegliano Veneto con quel chiodo fisso in testa: gli autoctoni campani, quelle alberate¤, l’asprinio, il metodo champenois.
L’asprinio è un piccolo grande vitigno, misconosciuto, rude, vigoroso, dalla carica acida impressionante, perfetto per farne spumanti. Sul breve dà vini bianchi secchissimi, asprigni appunto, ma di grande bevibilita’¤. Che alla lunga però sanno regalare piacevoli sorprese¤, conservano vivida freschezza e tirano fuori, col tempo, note olfattive talvolta anche empireumatiche assai suggestive.
Così questo metodo classico gioca di fino su note ossidative, ha un bel colore dorato, un primo naso sottile, lievemente salmastro, poi idrocarburico, quasi un rimando ancestrale, speziato di ginger e via via, lentamente, più definito di camomilla e agrumi canditi. In bocca è invece immediato, asciutto, tuttora vibrante, ben dritto, senza ammiccamenti ‘drai’ o ‘estradrai’, una stilettata segnata dal tempo ma ancora pienamente efficace. Che poi si sa, in altri tempi a 25 anni anche la più capricciosa delle donne sapeva bene quel che desiderava dalla vita.
Tag:alberata aversana, asprinio d'aversa, big picture, campi fegrei, conegliano veneto, don pedro de toledo, extra brut, gennaro martusciello, grotta del sole, metodo ancestrale, metodo classico, quarto, riserva 1988 grotta del sole, vinicola flegrea
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7 aprile 2013
Così oggi se ne va, a 91 anni suonati, ‘l’ultimo fedele guardiano intransigente della tradizione del Brunello’, quel Franco Biondi Santi¤ da tutti quanti riconosciuto qual vero e autentico gentiluomo d’altri tempi. Appena due anni fa ne raccontammo qua¤, fu un momento a dir poco indimenticabile! R.I.P..

Tag:annata brunello, brunello di montalcino, franco biondi santi, il papà del brunello, lutto a montalcino, morte franco biondi santi, sangiovese, tancredi biondi santi, wine news
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12 marzo 2013
Non si dica che la manifestazione non sia guardata con sempre maggiore attenzione da parte dei giornalisti del vino di un certo spessore. Mi è parso, anzi, piuttosto ispirato il parterre di questa edizione 2013 di Taurasi Vendemmia¤, cui ho avuto ancora una volta il piacere di prendere parte. Ispirato e pure di un certo respiro ‘internazionale’ quest’anno.
Alla sempre nutrita schiera di giornalisti e blogger italiani si è unito quest’anno anche Daniele Cernilli¤, senza dubbio tra i palati più fini in circolazione. Come sempre molto appassionato invece Carlo Macchi¤, come del resto Gigi Brozzoni del Seminario Veronelli, Monica Coluccia¤ di Bibenda e tanti altri ancora particolarmente accorti nel seguire da vicino le vicende dell’aglianico, dell’Irpinia e della Campania tutta.
A guardare poi attentamente in giro, davvero suggestivi gli accrediti ai giornalisti stranieri. Mi confermano che c’erano, nell’ordine: Benjamin Weinberg¤ di In Vino Veritas – Usa, Tom Maresca¤ di Decanter – Usa, Tom Hyland¤ di The World of Fine Wine, Sommelier Journal e Decanter – Usa, Anders Levander di Livets Goda dalla Svezia, Kuba Janicki¤ dalla Polonia, Wolfgang Schedelberger di Gast.at dall’Austria e Walter Speller¤ per Jancis Robinson blog.
Embè, non so se ne abbiano contezza i produttori, e più in generale il territorio, di quanto sia una rara opportunità una così qualificata finestra sul mondo. Io però una parolina di entusiasmo per chi ci sta mettendo la faccia e tanto duro lavoro di comunicazione in tutto questo la spenderei a prescindere. Forza e complimenti ragazzi, avanti così!
Tag:aglianico, carlo macchi, daniele cernilli, diana cataldo, doctor wine, irpinia wines, jancis robinson, massimo iannaccone, miriade&partners, monica coluccia, paolo de cristofaro, taurasi vendemmia, tom hyland
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10 marzo 2013
Forse sarà ancora più chiaro dopo quest’altra bella edizione messa su da Miriade&Partners¤: dove non arrivano per manifesta incapacità le istituzioni e la politica, può riuscire – e bene – il privato, soprattutto quando motivato da grande sensibilità, professionalità e serietà, ancor più quando sostenuto con forza ed entusiasmo da tutto il sistema, dalle aziende in primis.

Ma veniamo al dunque, o a quelle prime impressioni a caldo cui seguiranno poi le mie personali note di degustazione.
Taurasi, l’abbiamo detto e scritto più volte, vuol dire eterogeneità e il duemilanove sembra a grandi linee confermarlo a pieno. Come pure che il Taurasi ha ancora tanta strada da fare e che i produttori si devono mettere bene in testa, una volta per tutte, che son finiti i tempi belli di una volta dove tutto ciò che si faceva comunque si vendeva e bene. Per emergere, imporsi sul mercato, debbono decidere cosa vogliono fare da grandi.
Sì perché fare vino con l’aglianico è cosa molto seria e fare Taurasi come Dio comanda, farlo bene per davvero intendo, rimane ancora affare per pochi. Non basta affatto affidarsi all’enologo di grido, o a protocolli assoluti per mettere la testa davanti. L’autoconvincimento di saperci fare poi, le brochures patinate, i listini ‘copia incolla’ possono forse darla a bere a qualche ultimo sprovveduto ma il bicchiere, quello ahimè non mente. E da bel un pezzo.
Insomma, annata interlocutoria quindi la 2009. Con tanto caldo a maggio e poi in agosto, ma anche tanta pioggia nella seconda parte dell’anno che a fasi alterne ha creato non pochi problemi anche solo per entrare in vigna a lavorarci, soprattutto in settembre e in ottobre quando, verso metà del mese, è cominciata per molti la raccolta delle uve, protrattasi in alcuni areali, un po’ per tradizione o per necessità, con non poche difficoltà, sino a novembre inoltrato.
Problemi fito-sanitari, uve ingrossate dall’acqua, marciume addirittura in qualche caso. Si è salvato chi ha potuto giocare d’anticipo o permettersi rese bassissime o cernite maniacali. Anche per questo, tenuto conto pure di alcuni altri assaggi fatti da me fuori da questa manifestazione (Quintodecimo¤, Joaquin¤) l’impressione è che sembrano venirne fuori meglio anzitutto i cosiddetti ‘migliori’ (sparsi a macchia di leopardo qua e là in tutte e quattro le macro-aree), ma anche i vini ‘da assemblaggio’ – Rocca del Principe, Feudi di San Gregorio, Mastroberardino giusto per citarne alcuni -, così detti perché fatti con uve provenienti da diversi areali della docg e chi ha saputo leggere attentamente l’andamento climatico, facendo scelte piuttosto nette, sin dai primi interventi in vigna ma soprattutto successivamente in cantina.
Che poi, dato affatto trascurabile, non a caso in diversi hanno addirittura rinunciato a fare Taurasi 2009, favorendo secondi e terzi vini e denominazioni di ricaduta (Benito Ferrara, Il Cancelliere, Clelia Romano ad esempio) contribuendo a far registrare, per il terzo anno consecutivo, una sensibile diminuzione della produzione di Taurasi e Taurasi Riserva con 227 denunce effettive su 296 ettari iscritti alla docg*.
Naturalmente è presto per esprimersi definitivamente, molti vini saggiati infatti sono apparsi decisamente ‘in ritardo’ quando non ‘contratti’, come fossero imbrigliati; un dato poco convincente invece, che non depone sicuramente a favore di certi produttori, chiaramente un mezzo passo indietro, è la poca pulizia olfattiva e gustativa di alcuni vini in batteria. Ancora troppi infatti quei vini con sovrabbondanza di ‘legno’, o riduzioni eccessive oppure volatili insopportabilmente alte. Come se l’aglianico, ancor più l’annata, continuassero ad essere per taluni argomenti del tutto subalterni alla propria idea di vino, talvolta visionaria, talvolta solo confusa.
Per chiudere, belle conferme invece dalla ‘rilettura’ del 2006, dei 2007 (Guastaferro, ancora Mastroberardino col Radici Riserva) e 2008 (I Favati, Terredora, Lonardo, Il Cancelliere, un sontuoso Macchia dei Goti di Caggiano) presenti in degustazione, alcuni anche con versioni Riserva di pregevole spessore e finezza. Qui c’è stato veramente tanto buon lavoro da fare per scegliere i migliori assaggi, ma in generale c’è stato un gran bel bere tra tanta integrità, profondità e piacevolezza. Ne parleremo senz’altro.
* fonte Taurasi Vendemmia Ed. 2013¤.
Tag:aglianico, big picture, diana cataldo, evento degustazione taurasi, l'arcante, massimo iannaccone, miriade&partners, paolo de cristofaro, taurasi, taurasi riserva, taurasi vendemmia, valutazione taurasi 2009, venticinque aglianico i favati
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5 marzo 2013
Lo scorso Dicembre, con questo post¤ anticipammo tra il serio e il faceto alcune novità in arrivo per il blog; tra le prime, un poco più di attenzione alle immagini, ormai quasi tutte originali soprattutto per quanto riguarda il lavoro di Lilly¤ in cucina e, per rendere ancora più scorrevole la lettura dei post questo simbolo – ¤ – segnalato in grassetto subito dopo una parola che altro non è che l’invito ad aprire un link correlato all’articolo che si legge.

Altra novità è il nuovo dominio, sempre su piattaforma ‘wordpress’ ma autonomo (e più snello): http://www.larcante.com; abbiamo, come spero sia sempre più chiaro, intenzioni molto serie, di trattare a dovere gli argomenti che più ci piacciono, quelli legati al cibo e al vino che ci capitano a tiro; intenzioni tra l’altro supportate da un numero sempre maggiore di appassionati lettori. Che dire: un piccolo passo per L’Arcante, un grande passo per questa comunità.
E’ importante sottolineare che il dominio di questi primi tre anni e mezzo, http://www.larcante.wordpress.com, rimarrà comunque attivo ed automaticamente reindirizzerà chi ci cerca a questo nuovo. Sta per cominciare una nuova bella stagione e, come anticipato¤, il 2013 sarà ancor più una splendida annata!
Tag:angelo di costanzo, dominio web, l'arcante, larcante cambia indirizzo, larcante.com, lilly avallone, wordpress.com
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3 gennaio 2013
Un formato speciale di 12 litri che se ne stava lì da più di quattro anni a ricordarmi una delle piacevoli soddisfazioni che mi ha regalato questo mestiere, vincere nel 2008 il titolo di Primo Sommelier della Campania.

Icona ingombrante, quasi impossibile conservarla alla giusta maniera, con un paio di traslochi sul groppone, non s’aspettava che l’occasione giusta per farla fuori. E venne il giorno lo scorso 30 dicembre, quando l’abbiamo condivisa, bicchiere più bicchiere meno, con una cinquantina di persone in occasione della prima Festa del Clan®¤.
Si tratta di pallagrello nero e casavecchia della vigna omonima “Piancastelli” in località Beneficio a Castel Campagnano. E’ il vino di Manuela¤, nel senso che è il suo prototipo: un rosso di caratura importante, grande struttura, non necessariamente votato al lungo invecchiamento perché destinato ad un consumo diciamo sul breve. Così nasce il Vigna Piancastelli, da grappoli selezionati uno ad uno, con una piccola percentuale lasciata addirittura appassire in pianta. Poi legno, nuovi e francesi, con tanti mesi di affinamento in bottiglia, all’incirca diciotto.
Cosa raccontarvi? Lasciando stare parole troppo impegnative – non eravamo certo in una condizione ambientale assai favorevole ad una degustazione tecnica -, a quanto pare è piaciuto tanto; invero spiazzando molti, che nemmeno immaginavano si potesse osare tanto col pallagrello¤ e il casavecchia¤. Dalla sua, nonostante le ambasce di una conservazione non proprio ortodossa, sicuramente il formato speciale che l’ha aiutato a preservarsi al meglio; trovarlo però così pimpante ci ha rinsavito un po’ tutti: addirittura ancora vinoso, dal naso invitante, ben centrato sul frutto in molte sue declinazioni e sfumature (mirtillo, prugna ma anche melissa e tabacco), senza una sbavatura, con un sorso di spessore, teso e avvolgente e con un finale sì morbido ma piacevolmente setoso e ammiccante. Adesso non mi rimane che portarmi via quel titolo dalla bottiglia, con l’etichetta, bellina, firmata quell’anno da Giovanna Picciau.
Tag:ais, angelo di costanzo, castel campagnano, concorso primo sommelier della campania, l'arcante, la festa del clan, primo sommelier della campania, vigna piancastelli
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3 gennaio 2013
Luigi Moio ha rilasciato una breve intervista a civiltadelbere.com. Mi permetto di segnalarvela perché, come sempre, certe pillole di saggezza contribuiscono molto a comprendere meglio quanto nel vino progettualità, lavoro ed abnegazione siano segnali distintivi senza eguali.

“Un grande vino deve invecchiare lentamente e durare a lungo. Terziarizzazione e successivo decadimento devono avvenire il più tardi possibile. Il decadimento di un vino porta alla sua omologazione, mentre il suo picco evolutivo coincide con la sua massima differenziazione. Questo comporta da parte del produttore la volontà di affrontare una sfida costosa, una precisa filosofia vitienologica. Per favorire questa lenta evoluzione occorre partire da uve sanissime, caratterizzate da elevati precursori aromatici. Inoltre le uve, al momento della raccolta, devono presentarsi in perfetto equilibrio biochimico”.
Qui tutta l’intervista a cura di Roger Sesto¤.
Tag:civiltà del bere, fiano di avellino, greco di tufo, irpinia, luigi moio, quintodecimo, roger sesto, taurasi
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1 dicembre 2012
Come ogni anno anche per questo piccolo blog in dicembre è tempo di classifiche; cosa sia L’A.W.A. è ormai chiaro a tutti i nostri lettori: diciamo che è un piccolo riconoscimento che ci sentiamo di dare a quelle persone, a quei vini che più ci hanno appassionato durante tutto l’anno che andiamo a metterci alle spalle. Eccovi quindi le nominations per il dumiladodici; se vi va, diteci pure la vostra.

Miglior vino bianco
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Brda Sauvignon Opoka 2008 Marjan Simcic
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Irpinia bianco Cupo 2010 Pietracupa
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Langhe bianco Alteni di Brassica 1998 Gaja
Miglior vino rosato
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Salento Rosato Vigna Mazzì 2010 Rosa del Golfo
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Lacryma Christi del Vesuvio Vigna Lapillo 2011 Sorrentino
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Alto Adige Pinot Nero Rosé 2011 Franz Haas
Miglior vino rosso
Miglior vino dolce
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Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco Targa 1840 Florio
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A. A. Moscato Rosa Praepositus 2009 Abbazia di Novacella
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Jurançon Les Jardins de Babylone 2005 Didier Dagueneau
Miglior vino spumante
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Franciacorta Collezione Brut Rosé 2005 Cavalleri
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Riviera Ligure di Ponente Pas Dosé Abissi 2009 Bisson
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Trento Riserva Lunelli 2004 Ferrari – F.lli Lunelli
Miglior vino straniero
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Saint Estèphe 2006 Cos d’Estournel – Bordeaux, Francia
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Champagne Cristal 1997 Louis Roederer – Champagne, Francia
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Corton Charlemagne 2010 Philippe Pacalet – Borgogna, Francia
L’azienda/Produttore dell’anno
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Gaja – Barbaresco, Piemonte
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Fattoria La Massa – Panzano, Toscana
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Occhipinti – Vittoria, Sicilia
L’enologo dell’anno
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Maurizio De Simone, enologo consulente
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Thierry Gasco, chef de cave Vranken-Pommery
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Mattia Vezzola, enologo consulente
Tag:big picture, blog di angelo di costanzo, guide ai vini, L'A.W.A, l'arcante, l'arcante wine award®, l'arcante wine awards®, larcante blog, nominations, premio al vino dell'anno, sommelier, vino premiato dal blog larcante, wine awards
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21 novembre 2012
Cadeva il 13 novembre 2009 la messa on line dei primi post qui su L’Arcante. Il 4 è stato il compleanno di Lilly, oggi 21 novembre il mio. Insomma, questo mese ci sono ricorrenze cui far fronte. Così eccovi una bella torta di compleanno, “very easy to do” ma molto, molto… buonissima!

Ingredienti:
In una boule, aiutandovi con una frusta, lavorate le 3 uova intere con lo zucchero ed il pizzico di sale; unitevi quindi 3 cucchiai di Nutella®, tutto il latte, la farina ed il lievito. Continuate a rimestare sino ad ottenere un impasto uniforme e senza grumi. Imburrate e passate di farina lo stampo che avete scelto e versatevi l’impasto. Mettete in forno caldo e cuocete a 180° per 30 minuti.
Una volta cotta, lasciatela raffreddare; frattanto, in un’altra boule montatevi la panna. Se l’impasto è cresciuto tanto in cottura (come nel nostro caso), potete optare anche per una torta con doppia farcitura; comunque 2 cucchiai di Nutella® ancora dovrebbero bastare. Tagliate quindi la torta per due volte in orizzontale ottenendo così tre strati alti circa 1 cm di cui due da farcire prima con la panna e poi con la Nutella®. Coprite il tutto con ancora uno strano sottile di panna e, aiutandovi con un sac à poche, con qualche fiocco qua e la. Le briciole che vi rimangono tagliando la torta non buttatele via, usatele come decorazione spolverizzandole sopra, otterrete un ottimo effetto visivo, altrimenti potreste pensare a delle scaglie finissime di cioccolato fondente.
Tag:angelo di costanzo, auguri sommelier, big picture, cake, l'arcante, larcante blog, lilly avallone, nutella, pan di spagna, ricorrenze, torta alla nutella, torta con panna e cioccolato, torta di compleanno, tre anni di blog
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14 novembre 2012
Mancava solo “Lei” all’appello e puntuale è arrivata. E’ stata presentata infatti oggi a Milano l’edizione duemilatredici della seguitissima “guida rossa” della Michelin. Si chiude così ufficialmente la stagione delle Guide ai Ristoranti d’Italia 2013.

- 4 Cucchiaio&Forchette (luogo di Gran confort)
- 2 Stelle (Tavola Eccellente)
- Grappolo Rosso (Specialità e Vini scelti)
Mosaico di mare (preparazione di pesci, crostacei, e frutti di mare crudi, cotti e marinati), Merluzzo Nero al vapore con spinaci, pomodori secchi e spuma al whisky torbato. Dolcezza al caffé con sbriciolato di nocciole e salsa alla liquirizia. Un vasto e raffinato salotto dove illuminazione, tessuti e decorazioni creano un’ineguagliata armonia di stile e benessere; in cucina il giovane Migliaccio si fa portabandiera di piatti mediterranei e creativi, eleganti e sofisticati.

P.S.: con grande soddisfazione salutiamo quest’anno, dopo “la promessa” dell’anno scorso, la prima Stella Michelin al Ristorante & Beach club Il Riccio sulla Grotta Azzurra. Bene, bene, bene!
Addendum: e come sempre un plauso agli amici Marianna e Pino di Sud che si confermano ancora quest’anno una bella realtà e, naturalmente, tutti quanti gli altri (leggi qui), Due Stelle e Una Stella, che a Napoli e in tutta la Campania portano avanti con grande slancio la buona cultura enogastronomica della nostra splendida terra! [A. D.]
Tag:andrea migliaccio, angelo di costanzo, big picture, capri palace hotel anacapri, due stelle michelin a Capri, fausto arrighi, l'olivo capri palace, la guida rossa, marianna vitale, michelin 2013, ristorante il riccio, stella michelin a quarto, stelle michelin a Capri, sud ristorante quarto
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30 ottobre 2012
Bel posto il Lord Nelson Pub, sul lungomare di Chiavari, in Riviera Ligure di Levante. Ci siamo capitati grazie all’invito di Pepi Mongiardino che ci ha voluto far assaggiare lì alcuni tra i migliori prodotti distribuiti in Italia con la sua Moon Import.

E’ stato fondato oltre trent’anni fa da Angelo Molinari, navigato barman e grande appassionato di distillati. Trent’anni spesi a fare cocktail, servire spirits, Champagne e piatti d’autore che lentamente l’hanno reso celebre, ho scoperto poi, in tutto il mondo. Oggi, dopo la scomparsa del patron è gestito dall’intera famiglia; in un locale, ci sono praticamente sette locali diversi riuniti insieme. Pub, cocktail bar, whiskyteca, enoteca – con una cantina da far paura -, bistrot e ristorante d’impronta classica con una offerta davvero deliziosa. Eccone alcuni.

Buonissimo, tale da meritarsi subito un Bis, il Tegamino: con Totani, sedano e passatina di ceci. E buonissimo, manco a dirlo, il Sancerre 2010 La Moussière di Alphone Mellot bevuto in abbinamento.

Gli Spaghettoni di grano arso con il pesto di basilico e zucchine pure fanno la loro bella figura al cospetto di un Mas de Daumas Gassac blanc 2010, bianco aromatico, nerboruto e di buon corpo prodotto in larga parte con uve chardonnay, viognier, chenin blanc e petit manseng in Languedoc Roussillon, nel sud della Francia.

Saporita, cotta a puntino e ben abbinata ai condimenti invece La Triglia stufata con la sua pelle croccante. Entrée con cui abbiamo aperto le danze continuando a sorseggiare quel campione di bontà che è il Grand Blanc 2002 di Philipponat, Champagne Blanc des blancs di puntuta finezza e gradevolissima beva.

Sul finire, i Petit Fours: biscotti d’orzo, avena e cioccolato e gelatina di arancia, con cui abbiamo invece terminato la piacevole serata e cominciato a sorseggiare Cognac, Bas Armagnac e Rhum della preziosissima selezione Moon Import.
Lord Nelson Pub
Corso Valparaiso, 25 Chiavari (GE)
Tel. 0185 302595
www.thelordnelson.it
info@thelordnelson.it
Prenotare sempre
Tag:alphonse mellot, angelo molinari, chiavari, genova, grand blanc, la moussiere, languedoc roussillon, mas de dumas gassac, moon import, pepi mongiardino, petit manseng, philipponnat, riviera ligure di levante, the lord nelson, viognier
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29 ottobre 2012
Certo è che il suo Giorgio Primo non é un vino accessibile a tutti, ma ciò che vale, sopra tutto, è l’idea che Giampaolo rincorre da sempre con i suoi vini, produrre cioè bottiglie che gli assomiglino e che sappiano vivere e viaggiare nel tempo.

Del personaggio, della straordinaria personalità che ne fa una delle persone del mondo del vino che più mi ha impressionato ne parlerò in un successivo post dove anche i vini avranno il loro spazio. I pensieri oggi vanno a mille e le sensazioni sono tutte solo positive. Ma andiamo per ordine.

Una vita in fuga, mi verrebbe da dire, a rincorrere i suoi sogni. Questo ho pensato mercoledì sera dopo la bella serata passata assieme a parlare di calcio, macchine, amici, Bordeaux, Jimi Hendrix. Non a caso l’idea che l’accompagna da sempre era quella di poter rappresentare nella sua cantina una “rossa” con dodici cilindri a V che sfreccia sul traguardo.
E sin qui pensi all’ennesima stravagante idea di chi ha una cosa di soldi da spendere e ne fa quel che vuole; e ci starebbe pure, se questa folle idea non avesse invece alla base una lucidissima visione, un progetto serissimo, di ciò che è e non debba essere una cantina, nella sua massima espressione di bellezza, funzionalità, ergonomia.

La nuova cantina si distende praticamente sotto la collina della dimora storica di Fattoria La Massa, datata più o meno 1340. L’ingresso è a pochi metri da una delle splendide vigne che cingono, a vista, l’intera struttura, è lastricato di piastrelle bianche e nere dove ai suoi lati corrono le “testate” (le vasche), 12, pienamente visibili però solo al piano di sotto. Qui avvengono le prime importanti fasi di lavorazioni. C’è un nastro di cernita doppio, a L: le uve incassettate arrivano in sul primo punto, qui 4 persone si occupano di una prima selezione che viene lasciata salire nella diraspatrice. Da lì, per caduta, tutti gli acini passano su di un breve piano mobile dove i più piccoli vengono automaticamente risucchiati dalle feritoie e passati ad altra destinazione. I migliori invece, continuano la corsa su un secondo nastro di cernita dove il lavoro di almeno 8 persone pensa a quali portare definitivamente a vinificazione. Tutto questo naturalmente accade per ognuna delle varietà coltivate a La Massa: sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, petit verdot e alicante.

Dopo la pressatura soffice, le uve ammostate vengono immediatamente passate, per caduta, nelle vasche tronconiche d’acciaio che danno al piano sottostante. Qui, scegliendo la giusta prospettiva, si ha la “visione”: le dodici vasche a V (6 per lato) corrono lungo i lati dello spazio su un piano piastrellato bianco e nero al cospetto del soffitto rosso Ferrari! Questo però è solo uno degli effetti della bellissima suggestione provocatoria di Giampaolo Motta: sfrecciare con le sue bottiglie sulle migliori “piste” del mondo. Ciò che invece colpisce, tanto, è l’estrema razionalità con la quale è costruita la cantina. Addirittura già modulabile per le eventuali future necessità.

A guardala con attenzione, per tutto il perimetro interno della struttura non v’è un solo tubo, dico uno, che intralcia lo spazio o il lavoro. Tutto infatti corre esternamente all’ambiente di cantina, lungo una intercapedine, comodamente ispezionabile, tutt’intorno la struttura. Dalle piastrelle, con una collocazione ben precisa, sbucano solo i rubinetti necessari per il lavoro di cantina.
Vi è poi un braccio meccanico, disegnato proprio da Giampaolo, computerizzato, che corre in lungo e in largo tra le vasche e che ha, tra le varie funzioni principali, quella del batonnage/remontage che avviene praticamente contemporaneamente e senza stress alcuno per i mosti (e per gli operatori). Le vasche infatti, sia dall’alto che in basso sono facilmente accessibili, con le “bocche” poste a circa un metro e mezzo da terra, così dopo i travasi, le fecce vengono agilmente prelevate, messe in un contenitore studiato all’occorrenza che grazie ad un semplice muletto sono portate in un angolo della cantina dove un “torchio meccanico”, con discesa programmata, provvede a spremerle per bene. Due ampie “stazioni di lavaggio” poi segnano il confine tra lo spazio di lavoro e le zone di preparazione.

C’è poi un sistema integrato di controllo della temperatura e di tutte le emissioni interne la cantina che, durante il giorno, ma soprattutto durante la notte, “legge” la situazione negli ambienti. Così, una concentrazione sopra le righe di so2, una fuga di gas o altro viene segnalato da un semaforo posto dinanzi a tutti gli ingressi della cantina cosicché da segnalare, per esempio a chi sta per entrarvi, quale condizione può trovarvi una volta varcata la soglia. Sicuro. Maniacale.

La barriccaia occupa due piani di un secondo tronco della cantina, già modulata qualora in futuro servisse aumentare gli spazi destinati alla vinificazione e allo stoccaggio. Invero, qui vi è solo una parte dei vini in affinamento, altro sta ancora nella parte “vecchia” della fattoria sotto la dimora storica di La Massa. Lì, alcune vasche di cemento vengono utilizzate all’occorrenza per una breve sosta del sangiovese che ormai viene destinato tutto al secondo vino aziendale, il La Massa appunto; ma vi sono anche le barriques di buona parte delle cuvée del Giorgio Primo.
Qui i locali suggeriscono una memoria storica importante, che và piuttosto indietro nel tempo, ma sono angusti, dislocati su più livelli, di difficile gestione soprattutto per un team che ha tratto dal patron tutte le fisime possibili ed immaginabili in fatto di pulizia, muffe e quant’altro! Nella parte nuova, per concludere, un’area importante è destinata al magazzino. Al momento vi sono circa un migliaio di bottiglie in formati speciali (3 litri e litri e mezzo, ndr) e poche altre centinaia delle ultime annate 2007 e 2008. Il 2009 invece è praticamente esaurito. Con grande soddisfazione per Giampaolo.

Mi piace terminare questo primo scritto su Fattoria La Massa con alcune note di degustazione sul Giorgio Primo 2001, l’ultimo con in etichetta la dicitura Chianti Classico, poi abbandonata. Un rosso che a me, a distanza di oltre dieci anni è piaciuto tantissimo e che, per tutto il tempo che l’ho avuto nel bicchiere, ha mostrato gran carattere, un naso ben definito, con un bel timbro di frutta matura, tabacco, nell’insieme complesso, speziato, forse solo un po’ troppo terroso. In bocca era disteso ma ancora con una bella tessitura, con un tannino sottile, piacevolissimo e finale balsamico. Diciamo che, per chi ama i punteggi, in una batteria alla cieca un bel 92/93 non glielo avrebbe negato nessuno.
Bene, a Giampaolo non è piaciuto: “non era questo che volevo ritrovare in una mia bottiglia dopo appena dieci anni”. Avrete senz’altro capito il personaggio.
Qui, Giampaolo Motta, a man beyond immagination #2.
Tag:barrique, cabernet sauvignon, chianti classico, fattoria la massa, giampoalo motta, giorgio primo, l'arcante, la massa, la nuova cantina di giampaolo motta, merlot, panzano, panzano in chianti, petit verdot, sangiovese
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27 ottobre 2012
Una delle prime cose capitate a tiro durante la splendida due giorni con Pepi Mongiardino è questo documento, ripreso tra l’altro sia sul catalogo cartaceo di Moon Import che sul loro sito on line qui. Si parla di chiusure alternative, dell’esperienza sul campo di uno dei pionieri della Biodinamica in Alsazia, Jean Pierre Frick da Pfaffenheim che, addirittura, chiude le sue bottiglie con un “innovativo” tappo a corona.

“L’eliminazione del tappo in sughero sconvolge l’immaginario quanto ravviva l’odorato e il gusto. Dalla nostra raccolta del 2002 la bottiglia non è piú tappata da sughero ma da capsule coronate in inox. Con un piccolo disco di polietilene che assicura l’impermeabilitá. L’aumento incessante delle deviazioni organolettiche (sapori e aromi) causato dal tappo in sughero, ci ha portati a questa scelta. La diversificazione dei nostri fornitori di tappi e l’acquisto di sughero di qualitá sempre migliore non ha portato a nessun risultato soddisfacente. Al 4-5% del gusto di tappo, facilmente identificabile, si aggiungono almeno altrettante bottiglie “deformate”, influenzate proprio dai tappi. Questa seconda categoria è molto piú sorniona, perché il degustatore attribuisce al vino l’opacità che deriva dal tappo. Il cambiamento del tipo di tappo ha poi altri vantaggi: permette anzitutto l’accrescimento della longevità delle mezze bottiglie; i vini trasportati a temperature troppo elevate, rischiano meno di avere dei disturbi proteici e, ancora, il passaggio dei polifenoli del tappo nel vino può non solamente comunicare un gusto, ma anche far precipitare le proteine del vino”.
E alle domande che più di sovente vengono naturalmente sollevate quando si parla di questo cambiamento, Jean Pierre Frick risponde così.
Il tappo ermetico non impedisce al vino di evolversi? “Già da trent’anni Emile Peynaud ha dimostrato che nella bottiglia nessun vino assorbe l’ossigeno dell’aria quando questo è tappato da un eccellente sughero; è proprio perché l’impermeabilità al gas è variabile da un tappo all’altro, che alcuni viticultori mettono della cera sul collo e sul tappo della bottiglia; le capsule di stagno non perforate, a copertura del tappo, assicurano una totale impermeabilità: dalle catene di imbottigliamento e di etichettatura escono qualche volta delle bottiglie con la capsula, ma senza tappo, che non lasciano uscire la minima goccia di vino; gli champagne e i crémant maturano sur latte per anni in bottiglie tappate da capsule. La maturazione del vino è un processo fisico-chimico che non necessita di ossigeno dall’esterno”.

Perché rimpiazzare un prodotto naturale con il polietilene? “Il sughero non viene utilizzato nel suo stato naturale: il lavaggio non si fa più nel cloro, ma con prodotti e procedimenti diversi a seconda del sugherificio e i tappi non pieni subiscono un trattamento di riempimento al silicone, alla paraffina o alla miscela dei due. Il solo fatto di far scivolare il vino sulle tracce di paraffina o di silicone lasciate dal tappo sul collo della bottiglia, modifica il vino in confronto a quello estratto dalla stessa bottiglia con una pipetta. Questo fatto è particolarmente considerevole per i vini che contengono dei residui di zuccheri”.
Perché non provate a proporre una filiera di sughero biologico? “L’idea di una cultura in bio-dinamica di querce da sughero, non produttivistica, che potrebbe ridurre le influenze del sughero, è interessante, tuttavia noi non abbiamo, anche collettivamente, la forza di influenzare l’ambiente. La domanda di sughero è molto più forte che l’offerta, il giorno che si invertirà questa situazione, i cambiamenti potrebbero suggerire una filiera di quel tipo”.
“Tra l’altro, per concludere, l’estetica della bottiglia non è assolutamente colpita, il collo della bottiglia aperta si presenta sulla tavola allo stesso modo di una bottiglia di Champagne o di Crémant. D’ora in avanti l’appassionato di vino, che ha diverse bottiglie della stessa cuvée, troverà ogni volta la vera espressione del vino”. Jean Pierre Frick.
Pierre Frick è distribuito in Italia da Moon Import.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:alsazia, angelo di costanzo, biodinamica, chiusure alternative, demeter, jean pierre frick, l'arcante, moon import, pepi mongiardino, sommelier, tappo a corona, tappo a vite
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24 ottobre 2012
La mente umana non può aspirare all’oggettività, pertanto quella che viene spacciata per tale è solo una chimera. A parlar di vino ancor di più. E questo viene sempre più chiaro.

Ora, se in un rapporto causa-effetto quindi tutto accade unicamente in maniera soggettiva, l’idea stessa di ritenere collegati i due fenomeni non avrebbe alcun fondamento logico, ma nascerebbe cioè da un istinto di abitudine, dovuto al fatto di vederli usualmente accadere in sequenza.
Così chi oggi azzardasse mettesse avanti i 100/100 per il Monfortino 2001 di Giacomo Conterno lo farebbe partendo da un assunto strettamente soggettivo, anticipando di gran lunga i reali valori in campo, rimettendoci, a suo rischio e pericolo, la faccia oltreché il buon nome; 100/100 che, dopo iersera, diventano un giudizio più che opinabile e, al momento, almeno per i molti che ancora rimuginano attorno a quella bottiglia lì a La Ciau del Tornavento, assai disatteso.
Tag:barolo riserva monfortino giacomo conterno, beppe rinaldi, big picture, cascina francia, clerico, giovanni conterno, la ciau del tornavento, langhr, monforte d'alba, monfortino, nebbiolo, roberto conterno, serralunga d'alba
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20 ottobre 2012
Quando dico in giro che l’Irpinia è una delle mie mete preferite non lo faccio mai tanto per dire; ci passerei, laddove mi fosse possibile, tutto il tempo il necessario per non perdermi nemmeno un colore, un sapore, un profumo del suo infinito patrimonio eno-gastro-culturale.

Così appena vi è un’occasione, un momento cruciale, ci faccio volentieri un giro. Terra straordinaria! Anche perché: che ne direste voi di poter maritare al piacere della buona tavola anche un percorso “didattico” tra vigna e cantina?

Ecco che, nel programmare il pranzo di fine anno con lo staff de L’Olivo, abbiamo scelto di fare visita alla splendida azienda di Sorbo Serpico e sederci poi alla tavola di Paolo Barrale ed Angelo Nudo al Ristorante Marennà.

La tarda mattinata è stata tutta dedicata ad una piacevole passeggiata tra i filari là intorno, il roseto, le varie aree di sosta e vinificazione delle uve, la cantina, nonché la sempre suggestiva bottaia accompagnati per mano da Angelo Nudo, impeccabile padrone di casa.
Tra l’altro, sono questi giorni di vendemmia, quindi fortuna ha voluto anche regalarci alcuni momenti di reale “lavori di cantina” cosicché da poter argomentare meglio tanti passaggi produttivi che spesso, bottiglia alla mano, sfuggono magari a quei colleghi che generalmente hanno altro cui pensare durante il servizio. Decisamente un bel momento di crescita insomma.

Viene adesso la prova del nove, la tavola. Ed è subito assai invitante l’amuse bouche, composta da una deliziosa Ricotta di Bufala con caviale ed olio extravergine d’oliva accompagnata da una classica Bruschetta con pomodorini Datterini.

Perfetto nella forma e nella sostanza il Baccalà con le verdurine in carpione, giustamente sapido ed avvolto in una pastella perfettamente eseguita. E in splendida forma ho trovato il Campanaro 2010, discreto e rinfrescante sull’antipasto ma degno compagno anche del Riso, pomodoro, basilico e “neve” di mozzarella.

Un grande classico, la Pasta e patate… al Fumo: piatto impreziosito per l’occasione con scaglie di tartufo nero e innaffiato con il sempre amato Taurasi Riserva Piano di Montevergine, duemilasette “supersprint”, vestito di un rosso vivo e marcato da un sorso fresco, ricco di frutto, ben centrato e in primissimo piano. Impeccabile!

Trionfale, pura scioglievolezza invece, il Maialino da latte con composta allo sfusato e cipollotto, degnamente servito con il Serpico 2008, a mio modesto parere in una delle sue migliori versioni di sempre, un aglianico di rara eleganza e profondità degustativa.

Un grande classico, per chiudere, il buonissimo Caffè e Nocciola del quale trovate proprio su queste pagine la ricetta regalataci da Paolo qualche tempo fa, accostato come loro consuetudine al Privilegio 2010. Finale più dolce, migliore, non poteva proprio esserci.
L’ambiente, il servizio, tutto il resto… al posto giusto; nessuna annotazione in particolare, com’ è ovvio che sia, per rispetto oltreché per piena soddisfazione; rimane infatti che siamo stati davvero bene: rilassati, tranquilli, praticamente come fossimo stati a casa nostra (eravamo in 24!). Conto più o meno sui 50 euro. Spesi non bene, dippiù! 🙂
Grazie infinite, per gran parte delle foto a Enrico Moschella ©.
Tag:angelo nudo, big picture, caffè e nocciola, campanaro, cantina dei feudi, capri palace hotel&Spa, enrico moschella, feudi di san gregorio, grappa di serpico, l'arcante, l'olivo, maialino, marennà, paolo barrale, privilegio, serpico, taurasi
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13 ottobre 2012

Punteggio: 88 – due forchette
Cucina: 52
Cantina: 16
Servizio: 18
Bonus: 2
Locale d’eccezione all’interno di un albergo eccezionale. L’Olivo è senza dubbio un posto di lusso, frequentato da una clientela per gran parte internazionale e cosmopolita che ha disponibilità economiche non comuni e aspettative non comuni. Tuttavia la cifra stilistica di questa splendida struttura, e in fondo la ragione per la sua straordinaria fortuna, è sempre stata la solidità, la concretezza. Andrea Migliaccio interpreta con istintiva facilità questa filosofia: la sua è una cucina che trasforma ingredienti di assoluta qualità e li presenta in tavola con un’attenzione estetica inevitabile in un contesto come quello di un hotel in cui gli ospiti e opere d’arte abitano in egual modo gli spazi (bonus), ma ciascun piatto è, per l’appunto, solido e concreto. Di terra o di mare, le proposte dello chef sono tutte costruite a partire dalla centralità del gusto della materia prima e strutturate perché questo gusto giunga intenso alle papille. Uovo con mousse di provolone del Monaco puntarelle e pomodori canditi, risotto al basilico con seppie pomodori brasati e bottarga, merluzzo nero con spinaci pomodori secchi e spuma di whisky, solo per dare qualche indicazione dal menu. Servizio di altissima classe e professionalità, carta dei vini importante e ben costruita, “seguita” dall’ottimo sommelier Angelo Di Costanzo. Bonus per l’attenzione ai bambini, cui è dedicato un menu apposito. (da I Ristoranti d’Italia 2013 del Gambero Rosso)
Tag:andrea migliaccio, angelo di costanzo, cantina del capri palace, clara barra, gambero rosso, giancarlo perrotta, recensioni ristoranti L'Olivo Anacapri, ristorante l'olivo del capri palace hotel, ristoranti d'italia 2014
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11 ottobre 2012

Voto: 16
Un Cappello: cucina buona, interessante.
Bicchiere: particolare cura nella ricerca e nel servizio dei vini, internazionali, nazionali o locali.
“Dissolto nell’aria ogni orpello di cucina internazionale, seduti sulle poltrone di cashmere o a tovagliati davanti alla piscina, scoprirete il ritorno al futuro: l’esaltazione di uno stile italiano che ha l’ambizione di coniugare il meglio della nostra terra – e del mare – con una cucina attenta alla “leggerezza”. Assistiti da un sommelier scoppiettante come Angelo Di Natale Di Costanzo e coccolati da un servizio che non smette un attimo di porgere pani e oli e sali e burri, sfilano i nuovi classici di Andrea Migliaccio: supplì di riso con ragù di pesce e strepitosa crema di cipollotti con scarola, acciughe e crostini. Un equilibrio antico che sigla il matrimonio felice tra la palamita e la lingua di vitello, testimone fave, piselli, pancetta e caviale, mentre il merluzzo nero duella in una nuvola di vapore con spinaci, pomodori secchi e spuma di whisky. Il carrello dei formaggi fa strada a quelli dei gelati e dei dolci: uno per tutti, il babà. Degustazione da 200 euro, sui 150 alla carta”. (da Le guide de L’Espresso – I ristoranti d’Italia 2013)
Tag:anacapri, andrea migliaccio, angelo di costanzo, big picture, capri, capri palace, guide 2013, guide ai ristoranti d'italia, l'espresso, l'olivo, recensioni ristoranti, ristorante l'olivo del capri palace, sommelier
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11 ottobre 2012
Oggi si va in vigna a fare la vendemmia. Poche casse, preziosissime, da un pezzetto di terra letteralmente strappato all’incuria e all’abbandono proprio a due passi dall’albergo dove lavoro, dietro la seggiovia qui in Anacapri. Grazie Raffaele, grazie mille, per ieri, oggi e domani. Poi il report…

Tag:anacapri, biancolella, big picture, ciunchesa, falanghina, foto vigne, joaquin dall'isola, mani, proprietà de tomaso in Anacapri, raffaele pagano, vendemmia 2012, vigne in anacapri
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1 ottobre 2012
Tra qualche settimana ritornerà finalmente una delle più interessanti kermesse del vino irpino, BianchIrpinia. Così, nel prepararmi alle scorribande su e giù per la “Terra dei lupi” vado da qualche tempo riassaggiandomi alcuni capisaldi tra cui molti in degustazione in quei giorni col nuovo millesimo duemilaundici.

Iniziamo col fiano di Avellino. La successione con la quale vi presento alcuni dei miei migliori assaggi di quest’anno è random, non ha pertanto nessun valore di merito particolare; le impressioni descritte, ci tengo a precisarlo, richiamano o completano appunti di degustazione messi giù durante tutta l’estate ma fotografano ognuna delle etichette al loro ultimo assaggio datato non più di quindici giorni fa.
Fiano di Avellino Colli di Lapio 2010 Romano Clelia. “Quella che si firma con cognome e nome” rimane un riferimento indiscusso per chi, avvicinandosi al fiano di Avellino, non vuole cedere al fascino dell’imprevisto. Un bianco di spessore il duemiladieci della “Signora del Fiano”, un poco in ritardo sull’equilibrio al palato, un tantino scomposto ma che offre certamente una validissima lettura del millesimo lì a Lapio, tra gli ultimi non proprio il più semplice da interpretare. Chiede un po’ di tempo.
Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2010 Villa Diamante. Ed ecco, secca, la smentita a quanto appena detto! Diciamolo subito: in questo momento è la punta più alta del millesimo di cui poter godere a pieno; è ovvio che ha tutta la stoffa per sbaragliare il tempo a mani basse, ma per quanto appare godibile ed espressivo il fiano di Antoine Gaita e Diamante Renna già oggi è una gran fortuna da non lasciarsi scappare. E’ chiaramente una spanna sopra tutti gli altri, per intensità, densità e profondità.
Fiano di Avellino 2010 Ciro Picariello. Naso quasi impertinente, diversamente varietale verrebbe da dire, tale, alla cieca, da confonderne l’approccio. Sa però come allungarsi senza apparire troppo distante dalla sostanza, essenzialmente sapida; è bella pimpante questa uscita di Picariello, un fiano snello, ancora “verde” ma pieno di vitalità.
Fiano di Avellino Exultet 2010 Quintodecimo. Per quanto mi riguarda il 2009 rimane al momento insuperato, per equilibrio, profondità, prospettiva. Dovessi scegliere di bere un bianco duemiladieci di Luigi infatti preferirei, al fiano, di gran lunga lo splendido greco di Tufo Giallo d’Arles. L’Exultet 2010 è in divenire, il naso ne avrebbe ma appare ancora ermetico, mentre il sorso pare già farla da padrone. Ciò gli costa in equilibrio, ma ci invita a non avere fretta, quella fretta che rischia però di farci rimanere senza. Puntualmente, ogni anno!
Fiano di Avellino Particella 928 2010 Cantine del Barone. Un po’ troppo “avanti” sui tempi il bel fiano di Luigi Sarno; non manca certo di una buona tensione acida ma tra quelli bevuti esce fuori come il bianco più maturo della batteria: ha un naso estremamente “didattico” e, a tratti, assai avvenente, di acacia e nocciola in particolare. Il sorso è ben bilanciato ma chiude forse un po’ troppo “caldo”, mancando di quel guizzo tanto coinvolgente nel precedente duemilanove.
Fiano di Avellino Radici 2010 Mastroberardino. “Ottima prestazione!” per dirla con le parole del telecronista sportivo di turno. Impeccabile l’esecuzione, altrettanto la cifra stilistica: varietale, vivace, fresco al palato, riconoscibile tra i più conosciuti. Mi sa però che tra qualche mese avrà ancor più cose da dire, vale quindi la pena, anche qui, aspettarlo.
Campania bianco Campanaro 2010 Feudi di San Gregorio. Ne avevo tessuto le lodi già un anno fa, praticamente al suo debutto sulla scena. E’ ormai una certezza che va rinnovandosi il Campanaro dei Feudi, vivace, cristallino, dal naso sempre interessante e dal sorso voluttuoso, austero e adulatore. Invero, ci si aspetterebbe dopo un anno ancora di bottiglia, uno scatto in avanti, un cambio di passo che però tarda ad arrivare; ciononostante quello che è a tutti gli effetti il bianco di punta dell’azienda di Sorbo Serpico rimane un acquisto sempre azzeccato. Diciamo pure una buona tappa intermedia di avvicinamento.
Campania bianco Cupo 2010 Pietracupa. Vaglielo a spiegare alla gente quanto costa a Sabino Loffredo fare il Cupo così buono com’è. Ma che vino amici miei! Ha tutta la verve di quei bianchi taglienti e pungenti che un tempo il mercato pareva rifiutare a prescindere; sin dal naso, balsamico e minerale ma poi soprattutto in bocca, teso e vitale, fa incetta di meraviglia, si distende senza preoccuparsi minimamente del rischio “dipendenza”. Ha stoffa e carattere, forse meno grasso dei Cupo precedenti ma, come il fuoriclasse tra i migliori in campo, lascia a bocca aperta sulla pregevole giocata di fino sul finale.
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BianchIrpinia 2012 è promossa dall’agenzia di comunicazione integrata Miriade & Partners S.r.l. insieme alle aziende partecipanti per presentare a stampa specializzata nazionale ed internazionale e agli operatori di tutta Italia le nuove annate di Fiano di Avellino e Greco di Tufo Docg. Si terrà ad Aiello del Sabato da giovedì 15 a Lunedì 19 Novembre 2012.
Per tutte le informazioni del caso
MIRIADE & PARTNERS SRL
Diana Cataldo – tel. 329.9606793
Massimo Iannaccone – tel. 392.9866587
E-mail: ufficiostampa@miriadeweb.it
Sito internet: www.bianchirpinia.it
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20 settembre 2012
Letteralmente arriva “per compiacere la bocca”, questo è un “amuse bouche”, un antipasto allettante che si offre di solito all’inizio del pasto. Generalmente diverso dagli altri piatti in carta, un amuse bouche è il saluto che uno chef riconosce ai suoi ospiti, da mandar giù in un sol boccone, tante volte anche due.

Molto saporita mi è parsa la Crocchetta di astice e patate con maionese di uova affumicate di Riccardo Di Giacinto del Ristorante All’Oro di Roma. Ha croccantezza e una sottile succulenza bastevoli però per meritarsi il migliore Almerita Brut di Tasca d’Almerita mai prodotto: un 2009 davvero invitante, fresco e salino al punto giusto ad inondare il palato.

Avanti poi con una cosa facile facile, la Zuppetta di fagioli con totani appena scottati, del nostro Andrea Migliaccio. Appena un un paio di bocconi profumati e saporiti da buttare giù con un bel bianco d’autore col mare dentro, il Biancolella d’Ischia Vigna del Lume 2010 di Cantine Mazzella: è un vino bianco spesso sottovalutato quello dell’isola verde, questo qui invece saprà come farvi ricredere: ha un sorso compiuto e sbarazzino, finemente minerale che saprà lasciarvi piacevolmente sorpresi.

Buona l’idea, ancora di Riccardo Di Giacinto, di maritare il Tonno arrosto con la panzanella alla romana e zabaione al limone. Un connubio di profumi e sapori che esplodono in bocca sin dal primo boccone: tiepido e avvolgente, succulento, dolce e lievemente aromatico; qui ci vedo parecchio bene un vermentino di gran carattere, magari quel meraviglioso Dettori bianco 2009 aperto qualche tempo fa e ancora qua sotto al naso tanto era spesso e profondo. Quando si dice che bere naturale può essere una esperienza significativa…

Eccallà, il dolce. Un amouse bouche? Non necessariamente, però se vi porta tanto dispiacere peccare di gola fermatevi pure ad un sol boccone. La Sfoglia salata, con pan brioche tostato con mousse di capra, fichi e gelato al Moscato passito pensato da Andrea Migliaccio vuole rendere omaggio ai sapori forti e semplici del nostro amato sud. Mettiamoci su allora un bel Moscato di Saracena Milirosu 2010 di Masseria Falvo, che sa di zagara ed albicocca candita e carezza il palato di freschi sapori dolci di fine stagione.
Ecco, l’avevo pensato proprio così questo post, a tutto sud, con Roma Capitale!
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10 settembre 2012
E’ qui per fare vacanza, starsene tranquillo con l’amata Lucia e trascorrere le primissime ore del mattino a passeggiare alla Migliara ad Anacapri. Poi però cede alla tentazione lanciatagli iersera tra una chiacchiera e l’altra: “Le va di raccontare un po’ di storia della famiglia Gaja ai ragazzi dello staff, sarebbero onorati della sua presenza?”. “Manco a chiederlo Angelo, a che ora ci vediamo?”.

Inutile ricordare quanto sia bravo a tenere banco. Non è la prima volta che gli siedo davanti, ma oggi è più piacevole che mai. Il ricordo dei fondatori dell’azienda è un intercalare appassionato, poi si emoziona visibilmente quando parla di nonna Clotilde Rey*, della sua figura di donna severa e determinata, autoritaria ed esigente, di quanto sia stata fondamentale nella storia della famiglia. Cala il capo, prima di esplodere in un sorriso carico d’affetto, quando cita suo nonno Angelo che verso la fine dei suoi anni gli ricordava di sovente: “ad un uomo può anche capitare di sposare una donna più brava di lui, una in gamba, tosta. Ci pensi su ed arrivi alla conclusione che o la uccidi, o la segui. Io ho scelto di seguirla…”.
E’ una lunga storia, a tratti epica e ricca di sfumature. E’ orgoglioso quando rivendica le sue scelte, che ammette anche non essere state proprio tutte azzeccate ma ci tiene a riprenderle, una ad una, spiegandocele ognuna per bene.
Si va dalle prime occasioni mancate di comprar vigna in Barolo all’idea di andare in Toscana, sull’onda della grandeur dei Supertuscans; si passa poi dalla scelta, secondo lui obbligata – “per mille ragioni, ci dice” – di passare alla Langhe Nebbiolo coi suoi Grand Crus a quell’indimenticato “Darmagi!” esclamato da suo papà dopo aver piantato cabernet in terra di nebbiolo. Lo fa con orgoglio dicevo, sentimento che vira in felicità quando ci racconta dell’acquisto delle Cascine Marenca e Rivette a Serralunga d’Alba – dove si fa lo Sperss** -, avvenuta nell’88 e salutata quasi come una liberazione. Un omaggio al padre che proprio lì, in gioventù, aveva condotto le sue prime vendemmie; e di Ca’ Marcanda, che porta nel nome tutta la sua personale ostinazione che l’ha portato a sbarcare finalmente a Bolgheri dopo mesi di estenuanti tira e molla e trattative infinite con la vecchia proprietà.

E’ un fiume in piena Angelo Gaja, tantissimi gli argomenti toccati che non basterebbe una giornata per discutere di tutto e riportarne la cronaca; così, anche per questo, ci siamo dati appuntamento a fine ottobre lì a Barbaresco.
Ad alcune domande, tra le ultime, risponde con parole forti: lo fa su chi, dalle sue parti, continua a professarsi – autonomamente – conservatore della tradizione langarola quando “la storia nemmeno li ha sfiorati”. E non disdegna, più in generale, di condannare con fermezza la voracità della vetusta politica italiana, oltreché l’ostinazione di certi suoi esponenti intenti a guardare solo il proprio orticello più che l’interesse del paese. Un invito infine ai giovani, ad imparare sin da subito l’inglese e spostare, se necessario, le proprie ambizioni sin oltre i confini nazionali.

A pensarci bene è fatto proprio così, non si schermisce Angelo Gaja, non nasconde per esempio nemmeno di essere un vanitoso, e di essere inviso a diversi, eppure la percezione è che anche per coloro i quali il gradimento è ai minimi sopportabili rimanga un’istituzione per il mondo del vino italiano; e di certo lui non si fa mancare, di tanto in tanto, di ricordarlo in giro. Dice di farlo a modo suo, ne parla molto coi suoi clienti ma anche con i tanti (troppi!, cit.) “opinion leaders” di settore sparsi qua e là nel mondo eppure sempre proprio dietro l’angolo.
A tal proposito ci tengo a chiedergli ancora giusto un altro paio di cose sulla sua ultima uscita. Mi sorride, mi stringe forte al petto e prendendomi poi sotto braccio mi fa: “guarda che è tardi, facciamo tardi, tu hai da lavorare. Ci pensa due secondi su… “Vabbé dai, forza, sputa il rospo!”. E’ un grande!
Bene. In questi giorni è in giro sul web un suo pensiero sulla vendemmia 2012 e su come affrontare i cambiamenti climatici in atto. E’ lì la vera sfida del futuro per chi fa vino? Viviamo un tempo di grandi sfide, bisogna raccoglierle e fare del nostro meglio per affrontarle fino in fondo. Un tempo bastava consolidare la tradizione ereditata dalla famiglia, impegnandosi laddove possibile nel rilanciarla, affermarla, farla crescere. Oggi è diverso, non basta più solo quello, è necessario tirar fuori dalla storia nuovi orizzonti, scoperte, obiettivi.
E per far questo di cosa c’è bisogno secondo lei, tenendo conto del momento che converrà non essere proprio esaltante? Anzitutto la terra. Abbiamo in Italia ampie risorse per ricostruire un percorso di crescita economica virtuoso e proiettato nei lunghi termini. L’agricoltura ha bisogno di grande attenzione, innovazione, cura. E dare fiducia ai giovani, parlo soprattutto di noi vecchi che dobbiamo essere lì ad indicargli la via, non imporgliela, metterli sulla strada giusta e ricordargli la storia. Ma questi devono avere i mezzi per potersi mettere in gioco. In questo c’è bisogno di un grande slancio a livello istituzionale.
I cambiamenti climatici saranno quindi decisivi tanto da dover sviluppare una nuova agricoltura? Ma certo. L’Agricoltore, il vignaiolo per quanto ci riguarda, avranno un ruolo sempre più determinante. Solo chi vive la vigna sa di cosa ha bisogno in un determinato momento. Ma dovrà sapersi adeguare alle nuove occorrenze; certe malattie (della vite, ndr), ad esempio, a causa delle variazioni climatiche vanno scomparendo ma ne arrivano altre che bisogna saper affrontare.
Di concreto quindi c’è bisogno di tanta ricerca; possiamo anche immaginare l’abbandono di certe colture a favore di altre più adatte alle nuove “occorrenze”? Di certo c’è che con tutto il caldo di queste estati quelle che soffrono di più sono le varietà precoci. E’ necessario quindi imparare a “leggere” l’annata sin da subito, intervenire costantemente in vigna, con potature adeguate, defogliazione, ripensare l’irrigazione di soccorso, e avere naturalmente persone preparate per farlo al meglio.
Specializzazione insomma. Ma è lecito quindi pensare che la cantina, in senso stretto, acquisirà sempre maggiore importanza? Non si rischia così quell’omologazione di cui un po’ tutti fanno fatica anche solo a nominare? La cantina ha sempre avuto un ruolo importante, tuttavia ciò che la ricerca deve garantire sempre più è che il lavoro fatto in vigna venga interpretato al meglio senza stravolgerne l’essenza. Sicuramente chi può contare sulle giuste tecnologie ha una carta in più da giocare. Si può essere artigiani del vino senza essere necessariamente degli sfigati.
Per finire Sig. Gaja, ritornando ad internet e blog vari. Molti le imputano di usarli spesso come corrieri dei suoi pensieri, lei però si guarda bene da una vera interazione con i suoi frequentatori. Perché? Non è necessario, o non lo è quasi sempre. Poi, mettiamola così, io sono all’antica, c’ho 72 anni, ho bisogno di tempo per ragionarci su certi argomenti. Lì, nella rete o come diavolo la chiamate voi bloggers, tutto corre così velocemente che spesso tanti buoni argomenti, che andrebbero ragionati ed articolati, si perdono tra tante piccole fesserie.
* Alla nonna paterna Clotilde Rey (e alla prima figlia Gaia) è dedicato lo Chardonnay Gaia&Rey, un nome che volle essere un omaggio alla tradizione e al contempo uno slancio nel futuro.
** Sperss un tempo era Barolo Docg, oggi come tutti in Grand Crus di Gaja è un Langhe Nebbiolo. Quel luogo, le Cascine Marenca e Rivette in Serralunga, erano un vecchio pallino, scelto seguendo le orme del papà che in gioventù, per tre anni, lì ci aveva fatto vendemmia.
Tag:agricoltura, angelo gaja, barbaresco, barolo, big picture, blog, blogger, cambiamenti climatici, capri palace, clotilde rey, gaja, l'arcante, langhe, nebbiolo, serralunga d'alba, viticoltura, web
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16 luglio 2012
La storia, il ”blasone enogastronomico”, forse un po’ anche il look, possono pesare tanto, creare pregiudizio; ti aspetti infatti una donna cui l’anticipa il “personaggio”, apparentemente un po’ distante, per qualcuno con la puzza sotto il naso, la grande chef scesa a Capri a fare passerella, riverita dalla grande Maison e dalla stampa tutta. E’ pur sempre, non dimentichiamocelo, l’artefice del “3 stelle Michelin” italiano più conosciuto al mondo.

E invece no. Che straordinaria persona è invece Annie Féolde, che esempio di umiltà e disponibilità professionale. L’abbiamo capito subito, quando ce la siamo ritrovata, così d’emblé, all’ingresso delle cucine dell’albergo, con al suo fianco il fidato Italo Bassi intenti a scaricare i prodotti che han voluto portarsi dietro dalla Toscana per preparare i piatti della serata dell’indomani. Era un po’ provata Annie, accaldata ma con un bel sorriso smagliante stampato in faccia, e quando io le accenno un inchino ed il baciamano d’ordinanza, lei quasi vorrebbe darmi un pizzicotto per l’eccessiva riverenza: benvenuta al Capri Palace, Madame La Cuisine! Risata generale, abbiamo rotto gli indugi.

Questo giorno era scritto che dovesse arrivare, prima o poi; sin da quando, verso fine anni novanta m’era scattata la fissa del vino e della cucina. Lei, proprio lei e Giorgio Pinchiorri (G i o r g i o P i n c h i o r r i!) i primi riferimenti in assoluto, il primo ristorante da non perdere negli anni a venire, il primo libro di cucina comprato (nel 2004), divorato ogni giorno con quelle splendide ricette tutte da provare a replicare, magari vicine anche lontanamente! Poi il fascino del successo ogni anno sempre più fragoroso, con l’Enoteca Pinchiorri che assurge a icona assoluta ed un fatto quantomeno curioso, incredibile ma vero: lei francese, protagonista assoluta della scena mondiale della cucina made in Italy e lui, italiano, tra i più stimati e corteggiati sommelier del pianeta e grandissimo conoscitore e collezionista di bottiglie francesi (e non solo). Insomma, tanta roba pe’ i posteri.

Ho cercato così di cogliere l’occasione per farci quattro chiacchiere, almeno con lei, raccogliere di persona un po’ di riscontri storici, di esperienze personali, di vedute, prospettive. E Annie Feolde, garbatissima e disponibile, si racconta; e non basta certo un post, ma vanno bene queste poche righe per raccontarvi almeno l’emozione e il piacere dell’incontro.
Ci ha raccontato del suo arrivo a Firenze nel 1969, in verità per studiare l’italiano non certo per cucinare, ma conoscere Giorgio qualche tempo dopo le ha completamente stravolto i progetti di vita. Così nel ’72, con lui appena diplomato sommelier rilevano l’antica cantina del palazzo lì in via Ghibellina, dove cominciano come enoteca e dove lentamente, ma in crescendo, si vira su qualcosa che ci mette davvero poco a diventare un riferimento assoluto per l’intera città. I primi piatti cucinati arrivano nel ’74, con l’aiuto prezioso della madre di Giorgio in cucina, poi gli antipasti e i dolci a cura proprio di Annie. “Tutto secondo il proprio istinto, da perfetta autodidatta, con orgoglio e senza pregiudizio, traendo qua e là ispirazioni ma con il chiodo fisso della primaria qualità degli ingredienti, made in Italy e toscani anzitutto”.

Sembra che fare di testa propria allora sia stato un’intuizione decisiva, eh sì perché di là c’erano – ci sono – le origini francesi, la nouvelle cuisine che impazzava, mentre di qua una terra di adozione straordinaria, come la sua Francia ricca di storia ma soprattutto di una cucina tradizionale, soprattutto quella povera, ancora vivissima; quella cucina popolare che Oltralpe già la rivoluzione francese aveva praticamente spazzato via d’un colpo. Un eccidio continuato negli anni, si pensi ad esempio a quell’elemento che da sempre divide i due paesi in cucina: il burro di là, l’olio extravergine d’oliva di qua. Abbastanza facile scegliere, no?, sussurra. “E poi ci sono le verdure, le mille ricette sul tema, il pomodoro, l’Aceto Balsamico Tradizionale, il Parmigiano Reggiano”. Insomma, sulla varietà e qualità della materia prima non c’è storia, anche se bisogna sempre tenere bene a mente, sottolinea, che la scuola francese rimane un caposaldo per tecnica ed esecuzione.
Tanto curiosa M.me Féolde che l’indomani ci ha onorato della sua presenza durante tutto il briefing di pre-servizio serale: aveva piacere di stare con noi, condividere sino in fondo l’evento messo su in collaborazione con la Maison Vranken-Pommery (vedi qui) di cui è oggi Ambasciatrice in cucina. E come è stato splendido, a fine serata, fare le due del mattino in terrazza a continuare la bella chiacchierata, riprendere dove s’era interrotto. E quando s’è alzata per andar via, visibilmente stanca, c’ha tenuto a salutare e stringere le mani – uno ad uno – a tutto lo staff del ristorante riunito lì per un brindisi finale. Ineccepibile, Annie Féolde.
Ecco, Signora Annie – basta francesismi, a questo punto-, come si fa a rimanere sulla cresta dell’onda per 40 anni suonati? “E’ semplice, basta non fermarsi mai e cercare sempre di migliorare, non adagiarsi. C’è sempre qualcosa di meglio che si può dare agli ospiti. Ogni giorno”.
Enoteca Pinchiorri
Via Ghibellina 87 50122 Firenze
Tel.+39 055 242757 – +39 055 242777
Fax +39 055 244983
www.enotecapinchiorri.com – ristorante@enotecapinchiorri.com
Alcuni riconoscimenti tra i più significativi
Dal 2004 ad oggi: Tre Stelle, Guida Michelin.
2004: Primo Ristorante d’Italia, secondo le sette principali Guide ai Ristoranti.
2003: Annie Féolde, Five Star Diamond Award American Academy of Hospitality Sciences.
1995-2003: Due Stelle, Guida Michelin.
1993-1994:Tre Stelle, Guida Michelin.
1992: Primo Ristorante d’Italia, secondo le sette Guide ai Ristoranti principali.
1987: Annie Féolde, Personnalitè de l’Année Distinction Internationale, Paris.
1986: Giorgio Pinchiorri viene nominato Cavaliere all’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
1983-1992: Due Stelle, Guida Michelin.
1983: ingresso in Relais e Chateaux e Tradition et Qualité.
1982: Una Stella, Guida Michelin.
Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.
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