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Montefalco, Contrario 2008 Antonelli San Marco

1 luglio 2011

Non è mai facile riprendere a bere dopo dieci giorni filati di antibiotico, aerosol e compagnia cantando, ma pur lentamente bisognava comunque tentare di riconquistare quella freschezza svanita nelle scorse tristi giornate di inedia etilica.

Così dopo ancora un paio di giorni di quasi digiuno, e, pare, un paio di chili lasciati chissà dove – Lilly te lo giuro, la bilancia non mente! – tra una scaraffata e l’altra, ho potuto lentamente ritrovare quella sensibilità degustativa decisamente sopitasi a furia di amoxicillina triidrato, ambroxol cloridrato e cose del genere insipide ed algide così come il nome che si portano dietro; l’occasione, un assaggio per festeggiare, diciamo così, il nulla, e tanto per cambiare, novità su novità, cercare di capire cosa ti combinano in quel di Montefalco reinventandosi – dicono – il sagrantino in una veste insolita, dinamica e sbarazzina nonché – udite, udite – di pronta beva. Ehmbé, quasi quasi ci credo…

Appena un paio di settimane fa, riprendendo il filo tessuto dal buon Jacopo Cossater, ho scritto del Trebbiano Spoletino Trebium 2009, proprio di Antonelli San Marco; una vera sorpresa per me, e a quanto pare per tutti gli appassionati bianchisti, che finalmente si ritrovano dall’Umbria un’autentica novità non più giocata sull’emulazione del binomio chardonnay-grechetto tanto fortunato in quel di Castello della Sala quanto ovvio e scontato così come ripreso altrove. Per amor di verità, di bei vini bianchi in regione ce ne sono e come, basta però uscire un po’ fuori dall’ovvio, quel buco nero nel quale invece pare ormai entratoci irreversibilmente l’Orvieto, che soprattutto dopo l’ultimo recente cambio di disciplinare pare emergere ancor di più privo di una qualsivoglia identità se non quella imposta dall’uso e dal consumo del momento.

Ritornando a noi invece, proprio dalle vigne di Filippo Antonelli nasce, nel 2008, l’idea del Contrario, un’altra novità – decisamente offline – che certamente farà storcere il naso a qualcuno ma, a quanto pare, seriamente valutata: il sagrantino da bersi giovane. Approfonditi studi infatti, portati avanti in azienda con la collaborazione del professor Di Stefano dell’Istituto San Michele all’Adige, hanno condotto all’idea che in alcune vigne della proprietà, ove insistono particolari condizioni climatiche, se vendemmiato con giusto anticipo e vinificato ed affinato ad una certa maniera, il sagrantino riesce ad esprimere caratteristiche di unicità e prontezza di beva fuori dai soliti canoni offerti dal vitigno e dalla tipologia docg Montefalco. Così la sfida di proporre al mercato un sagrantino in versione “più giovane” di due anni e senza passaggio alcuno in legno; un prodotto, se vogliamo easy to drink, destinato a fare leva sui consumatori con la sua vivace freschezza anziché la proverbiale opulenza e struttura tannica solita del “vino madre”. Insomma, un sagrantino al 100%, ma al contrario. 

Ed in effetti il colore è bello ricco, vivace, concentrato e con piacevoli nuances rubine; il primo naso è intenso e voluminoso, ampio: lo spettro olfattivo invita ai fiori e ai frutti rossi maturi, succosi e appena premuti. Lo spettro olfattivo s’allarga, di annusata in annusata, anche su sottili note di cipria ed inchiostro; poi il palato, avvinto alla freschezza assoluta, asciutto, succoso anche qui, sferzante eppure piacevole e rotondo con un finale piacevolmente amaro e ferroso. Un gradevole bere, non c’è che dire, anche se non posso esimermi dall’avanzare dubbi su quanto questo vino possa dare l’idea di ciò che in realtà è il sagrantino di Montefalco, visto che di questi pare rifuggire proprio le caratteristiche primarie di quello che è, agli occhi e al palato di tutti, uno dei vini più austeri ed autentici del panorama rossista italico. Magari l’idea potrà risultare vincente, soprattutto in loco, nell’avvicinare quei giovani consumatori, quei palati meno esigenti, al consumo di un vino locale anziché il solito morellino, il dolcetto o un raboso del piave; ma ripensandoci un attimo, non dovrebbe essere questa la mission affidata ai secondi vini ricadenti su territori di così nobili origini? Ah già, qui il Rosso, in quanto a territorio ed autenticità, è già bello che andato!

Pro e Contro

21 giugno 2011

Il rosso e il nero, il sole e la luna, l’alba e il tramonto. Chi per l’uno, chi per l’altro. Così il vino, di spessore o sottile. Spesso, diciamocelo, certe scelte sono dettate esclusivamente da pura vanità intellettuale, altre volte, giustamente, da un gusto personale imprescindibile, altre ancora, comprensibilissimo, la predilezione del momento.

Quindi un’imbarcata dinanzi ad un vino florido, ricco, abbondante, copioso, robusto, ci può stare. Perché un vino splendido rimane tale, sempre. Un rosso dal naso fittissimo, copioso, etereo, cioccolatoso; palato pieno, sano, sfarzoso, sontuoso ma al tempo stesso regale, significativo, tangibile, brillante, polposo, vigoroso, procace, fitto, più orizzontale che verticale, di gran soddisfazione comunque; solo corvina e rondinella per l’Amarone della Valpolicella 2007 Le Vigne di S. Pietro.

Per contro, la sottile, acuta, filiforme veste di questo splendido altro bicchiere. Primo naso fine, flessuoso, dapprima leggero, lieve, longilineo, poi quasi rarefatto, sagace e profondo, echeggiante passaggi aridi di gariga e note di macchia mediterranea e terra nera. No, affatto una beva difficile, asciutta sì, penetrante, fitta, stretta a note austere e minerali ma minuziose, pure, sofisticate: un vino, concedetemelo, micrometrico. Si parla di nerello mascalese e dell’ Etna rosso Archineri 2009 di Pietradolce.

A rischio di passare per qualunquista, oggi mi sento tanto pro quanto contro.

Montefalco, Trebbiano Spoletino Trebium ’09

20 giugno 2011

“Antonelli San Marco è un’azienda vitivinicola di 170 ettari in un corpus unico al centro della zona Docg Montefalco con una grande storia alle spalle, una grande passione tramandata per questo territorio e una grande cura della qualità dei prodotti”.

Così recitano le tre righe di presentazione dell’azienda sul loro sito istituzionale, aggiungendo che “da anni la Antonelli San Marco ha intrapreso un percorso di ricerca e miglioramento continuo dalla vite fino alla bottiglia secondo uno stile che è volto alla tipicità e all’equilibrio, alla bevibilità e all’eleganza, più che alla potenza, con estrazioni delicate e un uso moderato del legno”. Al di là dell’uso compulsivo della parola “grande” (ripetuta per ben tre volte) non si può certo negare all’azienda di Montefalco il grande lavoro di qualità riscontrabile nei suoi vini, su tutti il Chiusa di Pannone, che rimane – per me – uno dei migliori sagrantino mai saggiati negli ultimi anni.

Prendendola alla larga, c’è da dire che il trebbiano è un vitigno che mi ha sempre affascinato tanto; povero lui, ne ha vissute e subite tante, ogni dove, e se non fosse stato per quei pochi, pochissimi exploit abruzzesi, in verità giusto Valetini e qualcun altro lì intorno, hai voglia che vitigno minore e dimenticato da Dio! Pertanto ben venga chi lavora – in questo caso però in Umbria – per rivalutarne le sorti, offrendone magari una visione/versione altrettanto interessante e meritevole di attenzione.

Negli ultimi tempi poi mi sono ancor di più appassionato alla faccenda leggendo Jacopo Cossater,  qua e la , a proposito della necessità di guardare con occhi nuovi al trebbiano, a quello spoletino in particolare, tornando più volte sull’argomento offrendo tra l’altro sempre maggiore chiarezza; così mi sono chiesto se non mi corresse l’obbligo di fare anch’io un passaggio sul tema. Da neofita.  Ho quindi pensato di inserire in carta, ormai già da qualche settimana, il Trebium duemilanove di Antonelli San Marco, giusto per vedere l’effetto che fa. 

Ebbene, riprendendo una citazione dello stesso Jacopo, il quale definisce il trebbiano spoletino“un vino davvero dritto”, mi sento a ragion veduta di avallarne a mani basse la definizione; vi aggiungerei, solo, che trattasi di una bella sorpresa! Si offre vestito di un bel paglierino intenso, cristallino e discretamente consistente nel bicchiere. Il primo naso è vivace, virtuoso, sottile su note floreali quanto più ampio su quelle fruttate e minerali: vira da nitidi riconoscimenti di biancospino a precisi sentori di mango e frutto della passione, e, sul finale, un sospiro di bergamotto e lievi aromi speziati. In bocca è asciutto, verrebbe quasi da dire drastico, possiede una trama acida di spessore ed ampiezza gustativa incontenibile, non è certo un vino di facile beva, ovvero uno di quei bianchi raccomandabili a palati assuefatti a burro e caramello; chi ama invece le durezze, chi ricerca nei bianchi, soprattutto in estate, la freschezza, saprà come goderne appieno! Un primo (p)assaggio decisamente convincente.

Depressione* professionale

18 giugno 2011

Una bottiglia di vino può nuocere gravemente alla salute, quella mentale prima che fisica. Ciò è un dato di fatto, dicono. Quella della salubrità del nettare di Bacco d’altronde, è questione millenaria, inutile ribadire che rimane un concetto caldo strettamente legato all’uso sobrio od improprio che se ne riesce o meno a fare; bevetela pure tutta la bottiglia, e quando c’è, pure la storiella di turno, ma siate almeno in due, un testimone fa sempre comodo, più dello spartirsi l’ebbrezza; e quando vi è possibile, raccontatela in giro, con la stessa moderazione con la quale l’avete scelta da uno scaffale o da una carta dei vini.

Seguono alcuni pensieri e parole a margine di riflessioni raccolte qua e la, se vi fa piacere dategli un’occhiata. Il resto è solo un brutto momento, ma va bene così.

A proposito di guide ai vini d’Italia: “per fare un buon vino, pluripremiato dalle migliori guide, può bastare comprarne una giusta quantità dall’azienda a cui da sempre conferisci le tue uve e chiedergli di etichettarne qualche centinaio di bottiglie con la tua partita iva. Fa niente se fai l’imbianchino o il ginecologo, tanto diciamolo francamente, non è che ti sia mai importato più tanto di sto’ cazzo di mondo del vino, ma oggi è un must e tu vuoi esserci.” Da gran Viveur…

I buoni propositi campanilisti: “il miglior aglianico mai prodotto in Irpinia sotto i cinque euro franco cantina lo produce un’azienda che sta in provincia di Napoli; nessuno però lo scriverà mai, perché?” Perché nun se fanno ancora capaci!

Giro in cantina: …ho visto una vasca di aglianico “Atto a divenire Taurasi” con il cartellino “Merlot 100% al I travaso”. Mi sono dato subito due pizzicotti. Un sogno ad occhi aperti?

Insindacabile. “L’Oslavje 2000 di Radikon bevuto l’altra sera era una vera cioféca, checché se ne dica sullo stimatissimo produttore; l’avessi pagata vorrei subito indietro i miei euri”. In effetti non l’ho pagata.

Italia-Francia. “Sì è vero, i francesi sulla comunicazione “ci fanno il culo”, ma voi quando imparerete a fare vini “cazzuti” come quelli dei cugini francesi?” Altro che testate.

Mea culpa. “Chiedo scusa, forse quel vino non meritava tanto entusiasmo; se qualcuno l’ha beccato quel pacco forse un po’ di colpa è anche mia che ne ho parlato con tanto rigore”. Onestà intellettuale 1.

Il duro lavoro del recensore. “Non mandatemi campionature omaggio, i vini da degustare e, quando meritevoli, da recensire, preferisco venirmeli a bere in cantina o semmai andarmeli a comprare nelle enoteche”. Onestà intellettuale 2.

Una carriera specchiata. “Scrivo di vino da sempre, ricordo che quando iniziai fui tra i primi a raccontare del Torchiato di Fregona; eravamo alla fine dell’88, quando il mio editore tagliò i fondi alla redazione e decise di sana pianta che doveva essere solo uno ad occuparsi di giardinaggio, così ebbi l’intuizione, il futuro è del vino”. Il cosiddetto circolo virtuoso del fai da te…

A proposito di enoteche: “ci sono scoperte sorprendenti, delle quali non si può non ringraziare chi, attraverso i suoi viaggi riesce ogni volta a portarci in dono certe dritte; questo vino, credetemi, saprà come emozionarvi, ne scrivo sentendone ne l’aere ancora il fittissimo quadro empireumatico; e pensate che costa soltanto 7 euro o giù di lì. Davvero un grande affare, da comprare assolutamente (Possibilmente nella mia enoteca). Disonestà intellettuale, che ne dite?

* Depressione [de-pres-sió-ne] s.f.

  • 1 In geologia discontinuità di livello per cui una parte risulta più bassa di quelle circostanti. SIN appallamento avvallamento, abbassamento: d. del terreno || d. continentali, quelle inferiori al livello del mare e che si trovano nell’interno dei continenti.
  • 2 In meteorologia d. barometrica, zona di bassa pressione atmosferica, area ciclonica.
  • 3 In economia fase recessiva del ciclo economico.
  • 4 Comportamentale stato caratterizzato da malinconia, senso di vuoto, caduta di ogni interesse vitale venale: cadere in d.
  • 5 In ambito della sommellerie a lavare la testa all’asino si perde tempo e si spreca oltretutto prezioso vino; d. professionale.

Terzigno, di Villa Dora e del suo ultimo Lacryma Christi del Vesuvio, il Rosato Gelsorosa 2010

17 giugno 2011

Strano il destino del Lacryma Christi del Vesuvio, un vino conosciuto ed amato in tutto il mondo, icona – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è azienda campana, di quelle che contano, numeri alla mano, che non ne ha in listino almeno una referenza: è un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva anche ad indirizzo dell’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, ai turisti tout-court, si vende da solo.

E’ però una denominazione decisamente in sofferenza, da tempo ormai. Soffre, manco a dirlo, soprattutto la produzione di qualità, quella fatta dai piccoli viticoltori, o da coloro che hanno scelto di fare, sul Vesuvio, buona viticultura e vini fini anziché vendere carta straccia ed avallare così cisterne che dal Sannio-Beneventano corrono a rimpinguare le casse dei cosiddetti mediatori, talvolta con vini belli e fatti, altre volte con uve che… manco a dirlo; in ogni caso, in tempo di vendemmia, sono loro a dettare legge; una legge, inutile sottolinearlo, spietata.

Soffre, quindi, soprattutto chi ha scelto di fare grandi vini – che esprimano il territorio, come si dice -, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse; lavorare la vigna così significa portare in cantina uva di primissima qualità e sapere dove mettere le mani, lavorarle come dio comanda e aspettare; sì aspettare, perché è necessario che il tempo faccia il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché la falanghina, la coda di volpe, l’aglianico ed il piedirosso di queste terre – siano essi quindi vini bianchi o rossi – abbiano la capacità di maturare il giusto tempo per arrivare a quella prontezza necessaria per essere colti nella loro essenza, e colpire nell’anima.

Ecco allora perché bere questo Gelsorosa 2010, per avvicinarsi a questa idea di viticoltura e di vino nuova e diversa, perché in questi prossimi due/tre mesi di caldo si può benissimo, bypassando l’opulenza di certi bianchi, rinunciare al tannino e alla glicerina dei rossi per ricercare, cogliere, assaporare nella freschezza e nella mineralità di questo bel rosato da aglianico e piedirosso, tutta la franchezza di un territorio che nonostante tutto riesce a guardare al futuro sempre con occhi nuovi.

Ecco, di Villa Dora, sin dagli esordi, apprezzo soprattutto la capacità di saper aspettare i suoi vini; una qualità questa – divenuta per qualche sprovveduto una costrizione acuitasi con la crisi del mercato – che ha reso i suoi Lacryma, dal bianco Vigna del Vulcano ai rossi Gelsonero e Forgiato¤, tre fulgidi esempi di come le vigne vesuviane siano adatte ad esprimere grandissimi vini capaci di attraversare il tempo con la stessa scioltezza con la quale una lama calda passa nel burro. Sono questi vini d’altri tempi, che il tempo lo sfidano, con sfrontatezza.

Bottiglie che si rivolgono ad un consumatore attento e lanciato alla ricerca di sensazioni ben determinate, alte, fuori dai soliti canoni organolettici comuni, e soprattutto fuori da ogni logica che accomuna tanti altri Lacryma nati esclusivamente per finire, perché mai nasconderlo, a fare bella mostra di se sulla mensola della cucina; bottiglie meravigliose quando con quel tratto del Vesuvio stilizzato in etichetta rievocano magari una passeggiata a Pompei o un tuffo memorabile al Faro di Anacapri, un po’ meno quando finiscono nel bicchiere, quando ci finiscono. No, i vini di Vincenzo Ambrosio e sua figlia Giovanna seguono altre strade, quelle che conducono direttamente al cuore.

Bacoli, la Falanghina 2010 di Michele Farro

13 giugno 2011

Michele Farro è uno di quei personaggi che non potevamo non prendere in considerazione in questa ricostruzione dal basso della vitivinicoltura flegrea che vi stiamo proponendo negli ultimi mesi su queste paginette enoiche di Pozzuolidice; un one man show in tutto e per tutto che proprio non poteva mancare all’appello delle migliori tra le aziende flegree.

Fiero e caparbio, cervello fine e modi dorotei, gli bastano due parole per farti capire che è uno di quelli che si è fatto da solo, e che la sua azienda, dal nulla, in poco più di un decennio, è oggi annoverata tra quelle di riferimento per tutto il territorio; è vero, gli ettari a conduzione diretta rimangono pochi, circa quattro, in rapporto alle bottiglie prodotte, ad oggi sulle 200.000; ma rimangono tante invece le vigne monitorate in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo, nonché la capacità, destrezza, di poter abilmente arginare le influenze di mercato nelle annate eccellenti e, da contraltare, raccogliere solo il meglio in quelle così così.

Dicevamo di una persona tutta d’un pezzo, impettito; non ricordo di averlo mai incontrato senza giacca e cravatta, e senza quel suo mezzo toscano tra le labbra; un tipo vulcanico eppur capace come pochi altri di confrontarsi, interloquire, intervenire: sa di avere, con altri, un ruolo di prim’ordine in quanto a produttore di vino flegreo, e di certo non si è fatta sfuggire l’occasione quando c’è stato da assumere posizioni di rilievo; infatti già da qualche anno ricopre la carica di presidente del Consorzio di Tutela dei vini dei Campi Flegrei, un ente di cui per la verità in giro si sa ancora troppo poco o nulla, e che, a dirla fuori dai denti, poco o nulla ha fatto di concreto, ma le colpe non sono certo da attribuire solo a lui pur avendone egli stesso, come ovvio che sia, condiviso e decretato quelle poche, ancora pochissime scelte indirizzate al tanto agognato salto di qualità dei vini flegrei, in lento ma costante divenire; personalmente continuo però a nutrire grande fiducia a che si cambi registro, e si guardi, tutti, finalmente nella giusta direzione.

L’aspettavo l’uscita dell’annata 2010 della falanghina di Michele, capace come pochi altri di proporre vini sempre pulitissimi, franchi, sinceri.  Nasce da vigne allocate perlopiù nel circondario della collina di Cigliano, nel comune di Pozzuoli, Cuma verso Bacoli e piccole parcelle terrazzate in località Monte di Procida. Vino senza lacci e senza ammiccamenti, delizioso e rinfrancante, dal colore paglierino piuttosto vivo e con un naso immediato, sottile, sfuggente ma invitante: note di fiori bianchi, sentori erbacei e qualche buono spunto esotico, in bocca è asciutto, lievemente citrino inizialmente ma che sa rinsavire il palato sino a conquistarlo con una decisa e lunga sapidità. Da bere a secchiate nelle calde sere afose sulla via Panoramica di Monte di Procida, o come spesso mi è accaduto di fare in passato, nei vicoli a due passi dal porto di Pozzuoli, dinanzi a un piatto di fragranti fragaglie appena fritte condite con poco sale e pepe. Insomma, un classico puteolano!

Questo articolo è stato pubblicato la scorsa settimana sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove, come sempre, abbiamo anche pubblicato una nuova ed interessante ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Inutile ribadire quanto ci fa enormemente piacere il consenso che la rubrica pare riscuotere. Grazie!

Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso #2

7 giugno 2011

Una faccenda simile a quella descritta nel finale del post precedente, che vuole cioè difetti originati da una cattiva gestione del vigneto o della vinificazione nonché dell’affinamento, proposti ed insidiati nell’immaginario collettivo come tipicità, è stata per anni propinata raccontando del nostro piedirosso dei Campi Flegrei, che ha, guarda caso, una spiccata tendenza sia alla riduzione, durante le fasi di lavorazione in cantina e, se le uve raccolte non godono di perfetta maturazione, al vegetale.

I napoletani e l’apologia del piedirosso. Per lungo e troppo tempo abbiamo sentito affermare che la puzzetta del piedirosso è un tratto caratteriale tipico del vitigno, o del territorio: affatto! Il carattere vegetale poi, come detto, è riconducibile solo ed esclusivamente ad una non corretta maturità dell’uva, derivante da una non ottimale gestione del vigneto (pirazine), mentre la riduzione è dovuta dalla produzione di idrogeno solforato (uova marce) e metantiolo (acqua stagnante, straccio bagnato) ad opera del lievito, sia esso indigeno o selezionato, quando è in condizioni di particolare stress per carenza di ossigeno o per carenza di azoto. I suoli vulcanici composti principalmente da sabbie sono terreni sciolti, poveri di azoto, tale macroelemento è indispensabile per il corretto metabolismo del lievito, quindi avendo valori di azoto prontamente assimilabile (APA) bassi – in media tra 80-120 mg/l quando solitamente ne occorrono circa il doppio -, non è difficile decifrare quale fosse l’origine del male di certi piedirosso sempre troppo sospesi tra l’inferno ed il purgatorio. A questo aggiungiamoci certe pratiche enologiche che definire scorrette è poco, dalla cattiva gestione dell’ossigeno, o un eccesso di anidride solforosa in fase di ammostamento, alla noncuranza delle uve in fase di pre-lavorazione con il doppio effetto negativo di produzione di esenoli – note erbacee – e l’eccessiva produzione di feccia vegetale che tende a sottrarre ossigeno al lievito. Bisogna fare pertanto attenzione quando si parla di tipicità e soprattutto di territorio. Il territorio negli ultimi quarant’anni ha subito notevoli trasformazioni, per di più il clima è cambiato, le buone pratiche di campagna abbandonate e le stalle, quelle vere, scomparse.

Il sovescio per esempio, veniva applicato sistematicamente in tutte le vigne del circondario flegreo, e qualcuno ancora riesce a mantenere, con non poca fatica, questa tradizione; consiste nel seminare in autunno leguminose, in modo particolare favino e lupinella, per interrarle poi in primavera; un sistema naturale atto ad arricchire il terreno anzitutto di azoto, ma anche di ferro grazie alla congiunta semina del rapestone. Il letame proveniente dalle stalle, stabulato e maturato, arricchiva il suolo di sostanza organica e carbonio, aumentandone così capacità di scambio cationico (C.S.C), cioè la capacità intrinseca del terreno di rendere disponibile i macro e i microelementi all’apparato radicale delle piante. Il letame, inoltre, ripristinava ogni anno la carica batterica del suolo fondamentale per rendere “vivo” il terreno.

Anziani contadini delle mie parti di sovente mi raccontano che il vino piedirosso presentava al tempo colore rubino brillante e spesso gradazioni alcoliche sostenute e buona struttura tannica, ovviamente il tutto in zone vocate e in particolare da vini prodotti con uve da viti vecchie.

Oltretutto le temperature erano più fresche e di conseguenza anche l’acidità era più alta ed il Ph più basso, ciò era molto interessante per tutte le ricadute microbiologiche e chimico-fisiche e per la capacità del vino di tenere nel tempo. Inoltre, il mosto veniva fermentato in tini di legno aperti con grande disponibilità di ossigeno per i lieviti indigeni, aspetto di fondamentale importanza per quanto detto prima. Infine, l’affinamento, anzi, a quel tempo era un mero stoccaggio in previsione di un trasporto che avveniva generalmente in fusti di castagno e ciliegio, non certo quindi per velleità ma per necessità; tra l’altro, il ciliegio a poco alla volta andava sostituito nel corso del tempo dal castagno, a causa della sua elevata porosità e quindi incidente sulla diminuzione di quantità di vino. In ogni modo anche questi legni conferivano tipicità al prodotto.

Il castagno, se ben stagionato, conferiva struttura e probabilmente al primo passaggio anche una nota amarognola e mentolata, con il tempo di sicuro il suo contributo migliorava perché meno aggressivo e comunque restava la capacità di ossigenare il vino attraverso il cocchiume e le doghe, cosa sicuramente positiva per l’evoluzione. Il ciliegio, fintanto che è stato presente nella filiera, in perfetto equilibrio con il castagno, donava dolcezza e frutto. Oltre a queste perdite naturali che hanno definito in passato la cosiddetta tipicità del piedirosso, un forte aggravio lo si è avuto dall’introduzione dell’acciaio in cantina. Il vitigno, si può dire quindi, è vittima del mal d’acciaio. Essendo l’acciaio un contenitore inerte, non traspirante, incide notevolmente sulla tendenza che ha il vitigno alla chiusura ed alla riduzione, talvolta irreversibile se non si ha l’accortezza di gestire bene i travasi, oppure adoperando la tecnica della micro ossigenazione; il per e’ palummo vinificato in acciaio è come un uomo stretto da una morsa al collo, che ha non poche difficoltà a respirare.

Come si evidenzia da quest’ultimo breve periodo, tante cose sono cambiate, ma una appare chiaramente non mutata nel tempo, la fretta del napoletano. Il napoletano è fast, comprende poco o nulla della cultura Slow, vive di precarietà da secoli e l’aforisma Carpe Diem pare cucitogli addosso in maniera calzante: poco, maledetto e subito!

Così per il vino, un prodotto da consumare subito, entro l’anno. Per fortuna oggi c’è qualche segnale di cambiamento, c’è qualcuno, qualche mosca bianca che inizia a rallentare ad andare più Slow, a sperimentare quell’arte di “saper attendere” anche sulla produzione dei vini. Questi segnali sono più che evidenti nell’ultimo decennio, tangibili nelle aziende storiche flegree come pure in quelle piccole realtà venute fuori negli ultimi tempi; di questi ci sono alcuni piedirosso, nomi e cognomi alla mano, La Sibilla, Contrada Salandra, Agnanum, dei quali godere appieno, e nessuno di questi caratterizzato, pur rappresentati come espressioni tipiche del territorio, da quella “tipica puzzetta” fastidiosa e certamente ben lontana, per quanto detto, dal varietale e dai Campi Flegrei; evidentemente quindi tutti lavorati bene e figli della scienza e di una enologia pulita. Si, perché dietro ad ognuna di queste aziende c’è un bravo enologo: a Bacoli, a La Sibilla c’è il giovane e bravo enologo di famiglia Vincenzo Di Meo, Giuseppe Fortunato di Contrada Salandra si avvale dei preziosi consigli di Antonio Pesce, che tra l’altro con i vini delle sabbie vulcaniche ha grande dimestichezza, mentre Raffaele Moccia, Agnanum, ha potuto beneficiare dell’imprinting iniziale dello start-up del vulcanico, competente ed estroso Maurizio De Simone.

In definitiva, il piedirosso incarna forse anche la marginalità di Napoli, a volerlo dire con una espressione greca usata nelle scritture apocalittiche, Napoli e il piedirosso si trovano sempre Parà ta éscheta ovvero prossimi ai limiti estremi, vicini alle cose ultime, sull’orlo dell’abisso, in bilico, sempre a un passo dalla resurrezione ma anche ad un passo dal precipizio. Infatti, uno dei grandi problemi irrisolti di questo vitigno è la scarsa produttività e quindi la definizione di un modello viticolo moderno, capace di esaltarne le peculiarità limitandone le avversità; intanto i contadini, proprio per questo motivo lo stanno estirpando, sostituendolo nella migliore delle ipotesi con la falanghina, di certo più plastica e generosa; quindi è d’obbligo lanciare un appello al mondo della ricerca, della produzione e della comunicazione, per lavorare uniti al fine di preservare il valore assoluto di questo straordinario vitigno, l’orgoglio agricolo nonché ancora di salvezza, rinascita viticola della nostra città. Save the piedirosso!

 Qui “Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso” – parte prima.

Qui l’articolo in versione integrale  su www.lucianopignataro.it.

Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso #1

7 giugno 2011

Premessa: il vino è storia e cultura, è arte e poesia, ma soprattutto è natura; è però – indiscutibilmente – anche scienza.Il naso. Fiori freschi bianchi, colorati, fiori appassiti e secchi, frutta fresca, matura, cotta e secca; profumi erbacei, vegetali, aromatici, speziati, pungenti o meno, ma anche minerali, tostati, animali; terragni, eterei.

Quando si parla di vino non si può non parlare anche di naso. Questi è uno strumento di precisione infallibile, o quasi; un software collegato ad un hardware ancora più complesso e potente qual è il cervello. Mille e più recettori differenti di cui ognuno di noi è capace al massimo di attivarne appena un centinaio, e a livello assai differente tra loro in quanto è scientificamente provato che esiste una predisposizione genetica all’olfazione, e che in ognuno matura e migliora solo attraverso un continuo allenamento e non di certo dall’oggi al domani. Le cellule nervose olfattive hanno inoltre la capacità di rigenerarsi con una certa frequenza tant’è che si può dire che in media ogni tre mesi abbiamo un naso del tutto “nuovo”; può capitare infatti che dopo uno shock, come ad esempio un forte raffreddore, per riacquistare una completa funzionalità dei recettori olfattivi dobbiamo attendere almeno 2-3 mesi.

Ma cosa sentiamo quando avviciniamo le narici al calice? Come anticipato, non tutti hanno la capacità di cogliere tutte le sfumature, il 50% degli individui per esempio non percepisce nemmeno il più semplice dei sentori, quello di violetta per esempio, o il succoso lampone (β-ionone); senza dire poi della fatica a ricordare il tabacco, l’amarena matura, figli di quel β-damascenone caratteristico dei vari Syrah, Gamay e non ultimo Pinot Nero? Una gran faticaccia! Tali composti varietali, tra l’altro presenti in tutte le varietà a bacca rossa, sono derivanti dalla degradazione dei carotenoidi ad opera della radiazione luminosa; ai fini strutturali non sono molto importanti per la loro espressione aromatica diretta, dato che difficilmente raggiungono concentrazioni superiori alla soglia di percezione, ma, anche a basse concentrazioni, sono in grado di funzionare come esaltatori di aromi primari fruttati. La loro concentrazione aumenta con l’aumento dell’esposizione dei grappoli alla luce, per questo motivo, non è blasfemico, ma scientificamente provato, poter ritrovare in dei vini bianchi prodotti da uve sovraesposte dei sentori che ci rimandano ai frutti rossi.

Altra molecola aromatica interessante è il 4-metilmercaptopentanone (4MMP), che appartiene alla famiglia dei tioli – il Sauvignon Blanc ad esempio -; questi, a basse concentrazioni corrisponde alla nota fruttata di frutto della passione, o all’erbaceo del bosso, mentre ad alte concentrazioni è spesso associato alla nota pungente della pipì di gatto – nota non sempre apprezzata – caratterizzante certi particolari sauvignon blanc della Loira, di Sancerre in particolare, dove sono state identificate per la prima volta, seppur presenti, in minor concentrazioni in molti altri vini europei. Le molecole aromatiche variano in base alla soglia di percezione che corrisponde alla quantità minima di una singola molecola che viene percepita da almeno il 50% di un campione in condizioni standard, la soglia può variare da qualche nanogrammo/litro fino ad alcuni milligrammi/litro per le molecole più pesanti.

Un altro fattore interessante da non sottovalutare, che incide talvolta non poco, è la pre-percezione che sovviene ad opera di altri sensi che partecipano all’analisi organolettica di un vino, come nel caso della vista; si, perché già il solo colore tende ad influenzare notevolmente la verbalizzazione; in un recente esercizio di degustazione, un bianco tra i più classici, colorato di rosso per l’occasione, ha condotto immediatamente tutti a riconoscere in quel vino aromi tipici di frutti e fiori rossi; altro esempio calzante è quello dell’idea che va maturando l’opinione pubblica della piccola cantina a confronto di una più grande, e non solo in relazione a termini numerici: una chiara pre-percezione di piccolo è bello e grande industriale; decisamente negativo per la seconda. Lo stesso vino inoltre – è noto – degustato in un posto evocativo, magari con il produttore presente, ha un sapore diverso da quello bevuto magari in altre occasioni meno suggestive: risulta decisamente più buono!

Ritornando alle molecole, altro elemento davvero interessante è 2-metossi-3-isobutilpirazina (IMBP) che è di sovente responsabile del carattere vegetale avvertito nei vini; il vegetale va distinto dall‘erbaceo che è generato invece da altre molecole aldeidi ed alcoli a 6 atomi di carbonio (esanale – esenale), che si formano con l’eccessivo maltrattamento dell’uva in fase di lavorazione (cattiva vendemmiatrice, cattiva pigiadiraspatrice, eccessiva pressatura). Fortunatamente la concentrazione di tali molecole è spesso inferiore alla loro soglia di percezione pertanto hanno un’influenza limitata. Il carattere vegetale è dunque da associare nella maggior parte dei casi alle pirazine piuttosto che agli esenoli. Il carattere vegetale, spesso riscontrato nel cabernet sauvignon, franc, merlot e sauvignon blanc, corrisponde al peperone verde, all’ortica, alle fave crude, ha una soglia di percezione di 15 nanogrammi/litro e la sua concentrazione diminuisce con l’avanzare della maturità dell’uva. Quindi in generale tutte le uve a bacca rossa se non ben mature generano vini vegetali. Il vegetale come già anticipato, si degrada con l’esposizione diretta alla luce, ma è anche presente nei vini prodotti da uve provenienti da zone calde dove la vigna non è stata opportunamente gestita (parete fogliare troppo espansa, eccessivo ombreggiamento dei grappoli) o l’annata è stata eccessivamente fredda e piovosa. In alcune zone viticole impossibilitate ad eliminare “il carattere vegetale” a causa delle avverse condizioni climatiche in cui si opera, si è addirittura arrivati a sbandierare questo “difetto” quale tipicità del territorio quando non peculiarità di quel determinato prodotto.

Stessa cosa è avvenuta ed avviene ancora in parte in alcune zone viticole per un’altra categoria di molecole odorose: i fenoli volatili (divisi in vinil-fenoli ed etilefenoli) di origine microbica prodotti dal lievito Brettanomyces. I vinil-fenoli che corrispondono a note farmaceutiche, di medicinali, di cerotto sono più presenti nei vini bianchi; mentre gli etilfenoli associati all’odore di sudore di cavallo, alla stalla, sono più presenti nei vini rossi. I fenoli sono sempre negativi, perché coprono l’aroma del varietale! In un viaggio di alcuni anni fa fatto in Spagna nella zona della Rioja buona parte delle cantine visitate presentavano vini con altissime concentrazioni di etilfenoli, questi per loro erano “vini tipici”, quegli aromi di stallatico ci venivano enunciati come markers del territorio, ma in realtà erano solo frutto dell’inquinamento delle botti da loro utilizzate ad opera del Brettanomyces. C’è da aggiungere che le molecole fenoliche purtroppo creano assuefazione, e dopo un certo tempo se si ha un inquinamento ambientale sarà difficile identificarle soprattutto per chi lavora da anni in quella stessa cantina.

Qui “Il naso, i napoletani e l’apologia del piedirosso” – parte seconda.

Qui l’articolo in versione integrale  su www.lucianopignataro.it.

Paestum Fiano Pian di Stio 2010 San Salvatore

6 giugno 2011

Un anno fa l’esordio, ne raccontava in maniera compiuta l’amico Luciano Pignataro sul suo seguitissimo wineblog; qualche settimana più tardi un primo assaggio, poi ancora non mi sono fatto sfuggire l’occasione di metterci la bocca (qui e qui) alla ricerca di altre conferme, ma soprattutto per coglierne quella sana variazione sul tema aglianico/fiano/Cilento che l’azienda San Salvatore sembra aver colto nel segno!

L’azienda dell’anno? Perché no! In verità non mi stupirebbe affatto visto anche l’incredibile consenso dei suoi finissimi vini; un piccolo gioiello? Possiamo tranquillamente affermarlo; nato nei dintorni di Capaccio/Paestum, a Stio, è da considerarsi pura merce rara, rarissima visti pure gli ultimi tempi. Il progetto è sano e serio, e guarda lontano, messo su da uno dei personaggi più vulcanici dell’imprenditoria alberghiera campana, quel Peppino Pagano che di certo non ha deciso di mettersi in gioco per fare di questa avventura una mera comparsata.

L’occasione per ribadire ancora una volta quanto sia imperdibile l’assaggio dei vini dell’azienda San Salvatore è questo Pian di Stio 2010, prodotto con uve coltivate secondo agricoltura biologica e che esprime tutte quante le facce di una terra di rara bellezza, il Cilento, sospesa tra il cielo e il mare e capace di imprimere ai suoi frutti un imprinting inconfondibile. Del fiano di questa parte della Campania, si dice che abbia una vocazione ben precisa – fresca, impulsiva, immediata – e che non debba ambire a sfidare il tempo, ovvero senza nutrire ambizioni di reggerlo; questione questa – secondo taluni – tutto appannaggio del fiano di Avellino. Un altro punto sul quale ritornare sicuramente, possibilmente con argomenti più forti, e con calma.

Adesso però c’è questo vino, dal bellissimo colore paglierino, luminoso e invitante. Il primo naso è uno schiaffo balsamico, ad occhi chiusi pare camminare una gariga, dove la terra arida si alterna a cespugli sempreverdi di erica, corbezzolo, ginestra. Ha bisogno di tempo, e lentamente si scopre anche fruttato, croccante – turgido -, con una complessità ed una persistenza olfattiva indimenticabili. In bocca è ficcante, regala un sorso di pregevole finezza, intensità e persistenza: le papille gustative si perdono e si ritrovano tra l’austerità dell’acidità e la graditissima sapidità, anch’essa lunga e persistente. Un bianco, non uno qualunque, per oggi e per domani, memorabile sin da ora, ma capace di stupire ancora e ancora tra qualche tempo. Un fuoriclasse insomma! Intelligente ed insolita la scelta di metterlo in bottiglie da mezzo litro, belle da vedere e funzionali ad una bevuta più sobria del solito; ah dimenticavo!, e a portata di tutte le tasche!

L’esate in rosa, drink pink made in Italy

3 giugno 2011

Ecco a voi il drink pink made in Italy che segue di pochi giorni quello propostovi a riguardo delle etichette più interessanti – secondo noi – di vini rosati campani. Anche qui un paio di novità, due grandi classici e… diciamo così, una forzatura di cui però volevo raccontarvi!

Un itinerario tra il solito e l’insolito, da un classico Cerasuolo abruzzese al più affidabile tra i rosati italiani prodotto a Bolgheri. Poi un bel chiaretto del Garda, un raffinatissimo Pinot Nero dall’Alto Adige ed un vino bianco vestito di rosa.

Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo 2009 Nestore Bosco. E’ una delle più rappresentative della regione, soprattutto all’estero dove i suoi vini corrono in giro per il mondo ormai da tempo immemore pur conservando l’azienda un profilo basso e poco clamore mediatico; grande attenzione in vigna, alla sostenibilità ambientale e, cosa più importante ancora, all’integrità dei vini anzitutto sulla linea tradizionale, espressi devo dire, su più livelli di eccellenza. Questo Cerasuolo è essenzialmente quello che vuole essere, suggestivo ed originale, per frutto, schietteza e bevibilità. I numeri dell’azienda sono importanti ma non tradiscono assolutamente la sua vocazione, come detto, al naturale, al biologico e a tutte quelle buone pratiche atte a consegnare al consumatore vini sempre buoni, puliti, giusti; si fa bere copiosamente pur garantendo una certa sostanza, una certa aderenza territoriale, direbbero più.

Garda Classico Chiaretto Rosamara 2010 Costaripa. Chiedete in giro chi è Mattia Vezzola e in molti vi risponderanno che è un grande! I cronisti del vino dicono che ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada Vittorio Moretti, chi capisce di vino – e ne sa del mondo del vino – rilancia che in effetti è forse lui che ha fatto la fortuna di Bellavista e di tutto l’arcipelago Terre Moretti; Costaripa invece è il gioiello di famiglia per Vezzola, la casa del buen retiro sul Garda, il giardino delle memorie ed il laboratorio sperimentale del futuro. Il Rosamara nasce dall’uvaggio classico di questo lembo di terra dal sapore mediterraneo nel cuore della Valtenesi: groppello, marzemino, sangiovese e barbera per un chiaretto dal colore invitante e dai profumi floreali intensi e persuasivi, dal sapore asciutto, inebriante, sapido. Pronto da bere. Della stessa azienda mi piace ricordare il Molmenti 2008, un cru dalle simil fattezze ma che esprime, grazie al suo medio invecchiamento, ancor più profondità e incisività; in entrambi i casi, proprio un gran bel bere.

Bolgheri Rosato Scalabrone 2010 Tenuta Guado al Tasso. Non è necessario spendere parole particolari su questo vino, anche perché credo proprio che non ne abbia affatto bisogno. E non vorrei – sottolineando questo vino più degli altri –  nemmeno far torto al grande impegno profuso dalla famiglia Antinori nel creare ed affermare la tenuta di Guado al Tasso tra la costellazione dei piccoli chateaux bolgheresi seguiti all’exploit del marchese Incisa della Rocchetta e del suo Sassicaia; quindi dico solo che lo Scalabrone è, e rimane, uno dei vini più affidabili proposti in quel di Bolgheri, e tra i rosati italiani certamente uno dei più buoni: a me poi mi garba e di molto! Dal colore intenso e luminoso offre un naso incredibilmente invitante, floreale, succoso di frutta e sottili e gradevoli nuances speziate. In bocca scorre via che è un piacere, un sorso tira l’altro ed il successivo è sempre più saporito del precedente. Da cabernet sauvignon, merlot e syrah.

Alto Adige Pinot Nero Rosé 2010 Franz Haas. Bella novità dall’Alto Adige, da Montagna per la precisione, con tutto il fascino di chi ha dedicato una vita al pinot nero e sa di avere un talento innato nel valorizzare questi come pure i principali bianchi tradizionali atesini. I passaggi di vinificazione richiamano accortezza della lavorazione classica in bianco con l’esperienza di chi mastica rosso da sempre. Dopo la diraspatura l’uva viene pressata sofficemente come per le varietà bianche mentre il mosto viene lasciato successivamente fermentare per qualche tempo in barrique, dove vengono meglio fissati i classici markers del varietale, rendendogli un naso certamente più complesso ed efficace. Bellissimo il colore ciliegia tenue, il primo naso è franco, spinge immediatamente avanti aromi di ciliegia e lamponi, ma anche sensazioni molto gradevoli di erbe aromatiche di alpeggio, fesche e balsamiche. Il sorso è incredibile, stupisce per la sua spiccata acidità subito ben bilanciata da una lunga sapidità. Già in lizza per il titolo vino rosato dell’anno.

Vigneto delle Dolomiti Pinot Grigio Fontane 2010 Zeni. Un bianco di fatto, vestito di rosa. Sempre affascinante raccontare di un vino che amo da sempre, per un po’ troppo tempo messo da parte dai vignaioli di queste stesse terre per dare più ampio respiro a vitigni bianchi forse più utili ai fini commerciali delle grandi cooperative che insistono sul territorio; ma fortunatamente da qualche anno – da che ricordo io più o meno una dozzina – pare vivere un vero e proprio rinascimento, lento ma costante, che lo vede ripreso e riproposto con risultati a dir poco interessanti; e quello di Zeni è certamente uno dei più autentici. Il termine ramato è originario, si racconta, dei contratti di vendita che lo voleva così chiamato sin dai tempi della Repubblica di Venezia; rimane un vino bianco a tutti gli effetti, pur offrendo ampie e complesse suggestioni, soprattutto olfattive, grazie anche alla breve macerazione buccia-mosto di 12 ore; l’azienda conta oggi circa 20 ettari di vigneto, un terzo dei quali ubicati proprio nella Piana Rotaliana da dove provengono anche le uve di questo vino. Del colore buccia di cipolla è presto detto, basta aggiungere che offre un naso affascinante che vira da sentori finissimi di erbe a note dolci mela renetta e di pera matura. Il sorso è delicato, asciutto, persistente, leggero, con un finale di bocca sapido ed estremamente lineare. Non poteva mancare!

Qui il drink pink made in Campania.

Una buona idea

1 giugno 2011

Non ho nessuna intenzione di parlarvi del Greco di Tufo di Cantine dell’Angelo e men che meno del Fiano di Avellino particella 928 di Cantine del Barone. Pur ammettendo che è difficile, dopo certe bevute intendo, non dedicargli spazio; ma chissà, non si può mai dire, o forse aspetto solo di camminarci le vigne.

Perché allora non scriverne comunque? Perché da almeno un paio d’anni non si fa altro, e forse – anzi, molto probabilmente – anche per questo non se n’è fatto mai niente. Quello che invece mi preme segnalarvi è l’intuizione che hanno avuto Angelo Muto e Luigi Sarno (quest’ultimo tra l’altro è anche enologo di Cantine dell’Angelo) prima di uscire con l’annata 2009; idea che spero vivamente possano continuare a sviluppare sempre con maggiore entusiasmo e fattibilità. Se date infatti un’occhiata alle bottiglie qui a sinistra vi renderete conto che il restyling a cui entrambe sono state sottoposte, e le nuove etichette in particolar modo, le avvicinano in maniera così palese tanto dal poterle intendere come prodotte dalla stessa azienda.

I due, raccogliendo forse anche l’invito che molti (me compreso) fanno di sovente ai piccoli produttori specializzati di non snaturare la propria vocazione al monovarietale (seppur Luigi si cimenti già da tempo anche con l’aglianico e il greco, ndr) andando a caccia di quel consenso che, ahimè, li costringerebbe a comprare uve o addirittura vini “belli e fatti” da terzi – a volte di qualità che c’entra poco o nulla con i propri standards – pur di soddisfare la domanda di questo o quel cliente che, ostinatamente, oltre al fiano di Avellino (o Greco di Tufo) – quello per cui sei riconosciuto e apprezzato – ha per forza bisogno anche del greco di Tufo (o Fiano di Avellino) per farti un benedetto ordine!

Ad esser sincero non so nemmeno se a questo mio pensiero corrisponda o no una formale intesa commerciale tra i due; ad oggi infatti mi risulta che abbiano sì l’agente in comune e che cerchino di ottimizzare gli ordini, ma è certo anche che entrambi continuano a vendere con la propria società; è interessante – direi quantomeno intelligente – che si vada sviluppando un progetto di tali fattezze invece che, come hanno preferito in molti, lasciarsi condizionare dal mercato andando così alla ricerca di ampliare il portafoglio prodotti a discapito del proprio talento.

L’estate in rosa, drink pink made in Campania

30 Maggio 2011

L’estate è alle porte. Converrebbe, come del resto avviene da sempre in Francia, accantonare per qualche tempo i grandi rossi – due/tre mesi, non di più – e pensare di dare più ampio respiro, oltre ai soliti noti ed insoliti bianchi, ai vini rosati (o rosé, che fa più chic!). A cercarne bene ultimamente se ne trovano di molto interessanti. In Campania così come altrove in Italia.Vi propongo quindi, in due uscite, una breve selezione maturata discorrendo delle bottiglie che più mi hanno conquistato in questo primo scorcio di stagione. Quest’anno, come nei programmi, ho continuato a dare ancora più spazio al bere rosa nei miei precetti, assaggiando e provandone parecchi, proponendoli oltretutto  in carta anche con una nuova posizione, nelle primissime pagine, cosicché da renderli tutti subito individuabili da parte dell’avventore appassionato alla tipologia; giuro che prima o poi la mia carta dei vini ve la presento, frattanto però eccovi tra le etichette prescelte, quelle che ritengo più interessanti e meritevoli della vostra attenzione.   

Aglianico del Taburno Rosato Le Mongolfiere a San Bruno 2010 Fattoria La Rivolta. Pensi al Taburno e la mente corre subito ad aglianico opulenti e indelebili; cominciamo col dire invece che questo rosato rappresenta ancora un colpo a segno per la splendida azienda di Paolo Cotroneo, riesce a coniugare forza evocativa e freschezza da vendere; prodotto da sole uve aglianico, del Taburno appunto, è vibrante ed efficace dal primo naso all’ultimo goccio calato nel bicchiere. Interessante anche in virtù del fatto che si propone non solo sul breve ma anche capace di reggere discretamente il tempo, anche un paio d’anni; buono da bere anche su piatti importanti. Il nome rievoca un episodio realmente accaduto a Torrecuso nel giorno di S. Bruno che vide piombare in Fattoria, in contrada La Rivolta, praticamente sbucate dal nulla, due mongolfiere planate dal cielo per toccare con mano – si disse – le splendide colline ammirate dall’alto. 

Campania Rosato Pedirosa 2010 La Sibilla. Eh sì, mi piace vincere facile; del resto quando si gioca in casa le probabilità di portare a casa il risultato sono sempre più alte. Piedirosso dei Campi Flegrei vinificato sapientemente in bianco con una brevissima macerazione del mosto sulle bucce, sicuramente uno dei più riconoscibili in riferimento al varietale; offre un naso rispettoso dei cardini classici del vitigno e della tipologia, inizialmente soave poi man mano più ampio e complesso: floreale passito, fruttato dolce e minerale, quasi sulfureo; la beva è carezzevole, giustamente secca, breve ma efficace. Da spendere sulla più gustosa delle zuppe di pesce del golfo. A trovarne naturalmente (di zuppa di pesce buona, intendo)!

Lacryma Christi del Vesuvio Rosato Vigna Lapillo 2009 Sorrentino. Benny Sorrentino non accetta compromessi, cosicché i suoi vini, quelli impressi nel fuoco dei lapilli vulcanici del monte Somma e nell’hinterland vesuviano, riposano almeno sei mesi prima di uscire sul mercato. Questo rosato duemilanove ha un colore piuttosto insolito per la tipologia, ricco e compatto, il vino è intriso di note di frutta rossa polposa e sbuffi di macchia mediterranea, si concede con un sorso intenso, ricco, minerale, che infonde al palato freschezza e consistenza. Ottimo lavoro direi, e gran bella beva; nasce da un marriage di piedirosso con una piccola percentuale di aglianico, lo consiglio di sovente sui carpacci di pesce o sul risotto agli agrumi, ma si può tranquillamente pensare di berlo anche con le carni, purché non stracotte o troppo sugose.

Paestum Aglianico Rosato Vetere 2010 San Salvatore. Poco o altro da aggiungere alla recensione già passata su queste pagine qualche settimana fa, se non l’efficace controprova avuta da allora dai numerosi clienti a cui l’ho proposto che hanno molto apprezzato soprattutto l’impostazione frutto/carattere voluta da Peppino Pagano e, naturalmente sottintesa, da Riccardo Cotarella. Aglianico di gran levatura allevato nei dintorni di Cannito, in pieno Cilento; anche in questo caso un vino polivalente, da non pensare di bere solo sul pesce, pur raccomandandone l’uso su quello grigliato.

Roseto del Volturno 2010 Terre del Principe. Pallagrello e casavecchia, non poteva essere altrimenti in casa di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini, abituati come sono – e come ormai ci aspettiamo che facciano – a fare le cose per bene e nei modi e nei tempi giusti. Ritorno volentieri a raccontare di loro, in verità l’avrei potuto anche fare prima, conservo infatti diversi appunti su una mini verticale di Vigna Piancastelli, ma aspetto di limarne qua e là alcuni concetti, ne scriverò quindi a tempo debito. Adesso spazio a questo delizioso vino uscito per la prima volta l’anno scorso e riproposto in gran forma con il 2010. Il colore è forse il più bello tra quelli presentati in questa batteria: ricco, luminoso, invitante. Il naso è un po’ sfuggente ma non manca certo sui fondamentali sentori floreali e fruttati; non facile da cogliere a freddo ma molto interessante la sottile linea speziata che si insinua non appena si alza di qualche grado la temperatura di servizio; ma, sia chiaro, pensateci solo per gioco: questo vino, come tutti gli altri raccomandati qui, beveteli belli freschi, l’estate è alle porte e vestire di rosa il vostro bicchiere sta a significare anche mettere per un po’ da parte le fisime dei sbevazzatori col termometro!

Una o due annotazioni in chiusura. E’ chiaro che la Campania può cimentarsi con buona capacità sulla tipologia, a patto però che non corra nella direzione sbagliata. Leggi banalizzazione ed omologazione. Per fare un buon vino rosato bisogna partire da un progetto serio e meticoloso, che guardi nel tempo ad una prospettiva certa e non solo al momento commerciale favorevole; quindi anzitutto uve sane e atte a tale scopo, poi tutto il resto che non sto nemmeno a sottilineare. Oltre ai vini segnalati in questo post vi sono altri che meriterebbero di essere raccontati ma ai quali era opportuno mettere avanti chi non avesse ancora avuto spazio su questo blog. Bene per esempio anche il Rosato di Tenuta San Francesco, e restando in tema tintore, pure quello di Alfonso Arpino di Monte di Grazia seppur ancora troppo scomposto nella fase gustativa: it needs time!

Qui il drink pink made in Italy.

Napoli, storica verticale di Taurasi Struzziero: un lungo viaggio nel tempo a caccia di emozioni…

23 Maggio 2011

Ecco una di quelle occasioni di confronto e crescita professionale che mai mi sarei perso di vivere; le ultime settimane di lavoro sono state particolarmente impegnative, dure, volendone sottolineare lo stress fisico, ma una verticale storica come quella messa su dall’amico Luciano Pignataro, che rincorre, indietro nel tempo, dal 2004 al 1977, oltre trent’anni di Taurasi, era un appuntamento da non mancare.

Sull’azienda ci sono poche altre parole da spendere se non la promessa, da parte mia, di continuarla a seguire con maggiore attenzione; chi volesse saperne di più, può dare un’occhiata quiqui   per avere contezza dell’entusiasmo che si palesa dalle note di degustazione che seguono. Bene ribadire forse che Struzziero, dopo solo Di Marzo e Mastroberardino, è la terza azienda per storicità in Irpinia, e che, come solo la concorrente azienda di Atripalda può fare, è ancora capace di offrire tangibilità liquida di annate di Taurasi così lontane nel tempo. Alla sessione di degustazione, coordinata in maniera egregia dal gruppo servizi dell’Ais Napoli, hanno partecipato, con il sottoscritto, Antonio Paolini, storica firma del Messaggero di Roma e grandissimo conoscitore di vini, Alberto Capasso, docente Slow Food, Mario Struzziero, enologo e proprietario dell’azienda di Venticano e naturalmente, in grande forma, Luciano Pignataro.

Taurasi Riserva Campoceraso 2004 (campione da botte) Si offre con grandi aspettative, per molti l’annata è di quelle da ricordare, tra le migliori che si ricordino nell’areale in epoca moderna; qualcuno addirittura la indica come riferimento assoluto, l’inizio del nuovo corso di una denominazione che non si può dire certo avulsa dall’enorme confusione interpretativa venutasi a creare soprattutto nell’ultimo decennio a causa – non a caso – dell’acuirsi della crisi delle vendite; a dire il vero ci aggiungerei anche quel peccato di vanità (leggi improvvisazione) che taluni proprio non si sono fatti mancare. Un bel rubino a vedersi, concentrato e vivace; il primo naso risente ancora della lunga, lunghissima sosta in legno – siamo ad oggi ai sette anni – ma esprime, in maniera quasi disarmante, una integrità e compostezza di eccellente fattura. Sentori fitti e fini di frutta matura carpiti subito appena svolte le nuances tostate, addolciti da spunti alcolici evidenti ma non ingombranti; lentamente poi emergono sentori balsamici e note che sanno di terra: l’imprinting, si direbbe, dei Taurasi di Struzziero; poi il tempo avrà modo di ricomporre a modo il puzzle. Beva asciutta, vigorosa, di ottima persistenza. Finale di sostanza, appena sopra le righe i tannini, in evidenza, crespi ma di pregiata finitura.

Taurasi Riserva Campoceraso 2001 L’ho subito accolto come il migliore della batteria, sin dal primo assaggio passatomi dai bravi sommelier del gruppo Ais di Napoli a cui era affidato il compito di governare la storica sessione di degustazione. Migliore non perché una spanna sopra gli altri, che tranne il ’77 – e per la verità soltanto al naso – erano perfettamente, aggiungo oltre ogni mia aspettativa, integri e godibili; semplicemente, in maniera evidente, quello più vicino, a mio modesto parere, a quel modello di riferimento “tradizionale” che in molti ricercano nel Taurasi. Colore di uno splendido aranciato maturo e vivace, abbastanza trasparente, il primo naso è subito invitante ed inebriante di aromi finissimi di frutta secca, corteccia, spezie e note balsamiche sottili e dolcissime: carrubo, china, pepe bianco e liquerizia. In bocca neppure il tempo di pensarci un attimo, secco, austero, intenso e persistente; tannino in grande spolvero ed equilibrio, non certo un campione di morbidezza, guai a pensarlo dinanzi a certe bottiglie, ma perfettamente bilanciato e pacato nel finale lievemente amaro. Davvero un gran bel bere, sull’immediato ed in prospettiva. 

Taurasi Riserva Campoceraso 1997 Dell’annata si tessono lodi da sempre, per qualcuno addirittura “l’annata del secolo scorso”; personalmente è la prima che ricordi, vissuta, come “grande”. Un riferimento su tutti, che ha ovviamente poco a che spartire con l’aglianico, il Solaia ’97 di Antinori, bevuto in compagnia di splendidi amici, una sera a Santa Cristina, appena dopo aver ricevuto la nomina di “vino dell’anno” da Wine Spectator. Ma torniamo a noi, ovvero al Taurasi di Mario Struzziero. Il colore offre una splendida verve aranciata, trasparente quanto basta per esaltarne le sfumature sull’unghia. Naso inizialmente empireumatico, sporco, ma con la giusta attenzione non si fa certo fatica a riprendere le note lasciate nei calici precedenti; qui ancora sentori evidenti di frutta secca e spezie; poi terra, humus, in lento e finissimo divenire. Palato asciutto, oltremodo austero: l’alcol, come i precedenti sui tredici gradi e mezzo, pare sparito dal contesto ma in effetti qui da padrona la fa l’acidità – viva, espressiva, caratterizzante – ed il tannino, finissimo e infinitamente elegante. Un capolavoro per chi non ha paura delle durezze del Taurasi, per me, che paura non ho, rimane comunque una incollatura sotto alla duemilauno, e non solo per il naso inizialmente scomposto.

Taurasi Riserva 1990 Annata calda, la prima vissuta in prima persona da Mario in cantina; e a distanza di un ventennio ancora in piena evidenza nel bicchiere. Il colore rimane di un aranciato vivo e compiuto, seppur lievemente opaco rispetto ai precedenti, abbastanza trasparente. Il naso è subito dolce, le note di frutta secca e corteccia qui emergono come macerate, liquorose, di finissimo spessore ma un tantino più scontate rispetto ai precedenti ventagli olfattivi. Di tanto in tanto una sbuffata cioccolatosa e ancora di liquirizia. In bocca è secco ed abbastanza caldo, qui l’alcol – come tradizione a quel tempo raggiunge di poco i dodici gradi e mezzo – pare dominare eccessivamente il sorso, che rimane sì di buona persistenza ma esce meno incisivo dei precedenti, più corto, sicuramente meno emozionante pur non essendo affatto scontato. In perfetto stato di conservazione ma probabilmente nella sua fase di compiuta espressività.

Taurasi 1977 L’avessimo beccata tutti quell’unica (credo) bottiglia in quasi perfetto stato di forma saggiata al momento della “verifica tappo”, ne staremmo a parlare in altri termini; ma ahimé così non è stato, e probabilmente non poteva essere altrimenti; a quei tempi, in quegli anni dico, gli obiettivi erano essenzialmente altri e non certo votati alla speranza di ritrovarsi dopo oltre trent’anni a discutere di Taurasi così vecchi. Avendo la capacità di berlo dimenticandone subito il naso intriso di dolci note marsalate, se ne potrebbe trarre un quadro gustativo di tutto rispetto: secco, oltremodo asciutto, in perfetto stato di grazia e compostezza, con un tannino dissolto ma con un nerbo ancora non del tutto sopito. Un bel bere si direbbe, ma null’altro. Al netto, naturalmente, dell’unicità e dell’indimenticabile esperienza.

Qui invece da non perdere il report della brava collega sommelier (e giornalista)  Monica Piscitelli pubblicato in contemporanea su www.lucianopignataro.it. Altre interessanti impressioni le trovate qui su Percorsi Di Vino, il blog di Andrea Petrini.

Novi Ligure, Filagnotti ’09 Cascina degli Ulivi

20 Maggio 2011

Qualcosa non andava, sarò stato io, o la sottile insistenza di quella volatile incipiente; al che mi son convinto nel prendere tempo. Lasciar andare su la temperatura, aspettare e profondere maggiore attenzione. Decisamente dovuta.

E’ chiaro che, al momento, non sarò mai un fan della biodinamica, o di quel dire “così è se vi piace, e non può essere altrimenti” intendo, rimangono troppi punti oscuri che il mio intelletto fa ancora fatica, e parecchio, a decifrare: su tutti, dove finisce “il pensiero filosofico” e dove invece comincia l’opportunità commerciale? Un classico insomma! Ciononostante non riesco a fare a meno di ritornarci su, di tanto in tanto, ed infilarci le mani in pasta, ovvero il naso nel bicchiere. Un po’ come dannarsi l’anima con il cubo di Rubik, senza perdere però il sottile piacere della sfida.

Poi c’è il Filagnotti duemilanove di Cascina degli Ulivi, un vino decisamente complesso, per non dire complicato; contorto e scomposto di primo acchito, ma che sa, pieno di sé, cosa vuole dire e come vuol farlo: è lui l’altro Gavi, o quello che non c’è più, dato che dalla vendemmia 2008 è fuori disciplinare docg: una scelta meditata, dicono, sofferta ma necessaria. Nasce da uve cortese coltivate in località Tassarolo, da vigne con esposizione a sud ovest, su terreni rossi e argillosi. La raccolta 2009 del cortese, “tra le migliori mai avute” – mi racconta Sonia Torretta, l’enologa, raggiunta al telefono per aver più chiaro il quadro produttivo -, è avvenuta quell’anno verso metà settembre, poco dopo aver tirato giù dalle piante il moscato, subito prima del dolcetto; E’ stato vinificato esclusivamente in botti di legno di acacia di 25 hl, in ognuna è stata lasciata una quantità pari a 25 kg di grappoli non diraspati. Così, dopo un primo (ed unico) travaso per eliminare le fecce più grossolane, è rimasto per tutto un anno sulle fecce fini, sur lies si direbbe, sempre in legno prima di finire in bottiglia.

Il colore è un giallo paglierino carico, tendente all’oro, naturalmente non limpidissimo ma consistente e pieno di fascino. Il primo naso, come detto, allontana, però merita attenzione; una volta superata una prima fase di evidente empasse comincia a tirare fuori carattere e franchezza, qualità tra l’altro confermate certamente al gusto. Naso buccioso, vinoso, con sottili note di erbe officinali e frutta passita che rincorrono sentori di fieno e foglie secche, nocciola e frumento.

Vino di carattere, nonostante i 12 gradi e mezzo, di buon corpo; offre una beva non certamente facile, a tratti ruvida e graffiante, eppure espressiva, oltretutto di una buona prospettiva di vita. Difficile accostarlo a tavola sui classici piatti di pesce, meglio su primi piatti sugosi, anche aromatizzati, o preparazioni a base di carni, non necessariamente bianche, o ancora su formaggi mediamente stagionati. Attenzione a non servirlo troppo fresco, bene sui 12°/14°. Utile segnalarvi che non v’è assolutamente aggiunta di solforosa. Importante ribadire che chi non ama questa tipologia di vini, me compreso, difficilmente se ne innamorerà anche dopo questo assaggio; ma mettiamola così, perché non concedersi, ogni tanto, una stravagante avventura?

Per saperne di più sull’azienda o il pensiero Biodinamico di Stefano Bellotti date pure un’occhiata qui al sito di Cascina degli Ulivi.

Napoli, Verticale Storica Taurasi Struzziero

18 Maggio 2011

Napoli – Castel dell’Ovo

Domenica 22 maggio ore 15,00

VERTICALE STORICA STRUZZIERO

Degustazione storica delle annate 2004 (campione da botte), 2001, 1997, 1990, 1977;

Con la partecipazione di:

  • Alberto Capasso del gruppo Slow Wine;
  • Angelo Di Costanzo, miglior sommelier Ais Campania 2008;
  • Luciano Pignataro;
  • Mario Struzziero;

L’azienda di Venticano è la terza per anzianità in Irpinia e rappresenta una memoria storica fissata da uno stile tradizionale inconfondibile: solo legno grande, lunghissime attese prima di andare in commercio.

Per la prima volta si svolge una verticale così profonda, una sfida nel tempo. Mario Struzziero, enologo, terza generazione, sarà presente per raccontare il grande rosso di Taurasi, aspettando l’uscita della Riserva 2004.

Per informazioni e Prenotazioni (max 35 posti) info@vitignoitalia.eu.

Moscato di Pantelleria Kabir 2004 Donnafugata, dolcezza al naturale di una sconfinata giovinezza!

17 Maggio 2011

Un vino straordinariamente sorprendente! E’ bene dirlo subito, giusto per rendere chiara l’idea di cosa sto per raccontare, soprattutto a chi, non amando la tipologia, possa pensare di soprassedere appena dopo aver letto le sole prime quattro parole di questa recensione.

Un vino dolce naturale il Kabir, tra i più popolari, ma non per questo confondibile con i tanti altri moscati prodotti a Pantelleria; invero, se c’è un merito da affibbiargli anzitutto, gli va riconosciuto quello di essere rimasto, negli anni, sempre estremamente fedele ad una precisa identità territoriale prima che produttiva.

Un sorso di Kabir, quale che sia l’annata, parla direttamente all’anima, ma questo duemilaquattro, pur inaspettatamente, la conquista e la rapisce definitivamente; così la butto lì, perché anche sui vini dolci (da meditazione e compagnia cantando) non sarebbe male, di tanto in tanto, aprire una piccola finestra dalla quale affacciarsi su un mondo che rimane ancora profondamente misconosciuto, certamente lontano dal blasone sauternais, o di certi deliziosi nettari mitteleuropei, ma che non manca di fornire, come questo vino testimonia, spunti emozionali decisamente interessanti di cui non si può non tenerne conto.

Prima di passare ai fatti, superato l’annoso empasse che lo vuole perennemente fratello minore del ben più noto e ambìto Ben Ryè, ho dato una scorsa ad alcuni dati forniti dall’azienda sul suo sito – che devo dire risulta essere tra i più gradevoli e funzionali visitabili in rete quanto a spot aziendali – giusto per avere una idea da dove questa bottiglia sia partita prima di scivolare oggi nel mio paffuto bicchiere: il 2004 viene indicato come un millesimo rigido e lineare, partorito da un inverno ed una primavera piuttosto piovosi (rispetto alla media siciliana) e un’estate, contrariamente alla consuetudine isolana, dalle temperature decisamente miti. Ne deduco, come suggerito tra l’altro tra le righe, una maggiore finezza aromatica ed una minore polposità e concentrazione del frutto, quindi di zuccheri residui, così di alcol.

Poi c’è la pregiudiziale del tempo, l’imponderabile evoluzione di certi vini dolci, la probabile contrazione del nerbo acido quando meno te l’aspetti. Sei pronto quindi ad un vino più che maturo, dal colore cupo e sopito, con crepe ossidative olfattive, una scontata e stucchevole caduta palatale. Tutt’altro! Il colore è invece splendido, giallo paglierino cristallino con nuances dorate e di una lucentezza quasi abbagliante; il naso offre un effluvio di note dolci, tracimanti, in una consequenzialità da manuale: dalle più labili e sottili note florali e fruttato di pompelmo, a quelle più nette, e man mano accentuate, di agrumi canditi e miele di zagara. Il gusto, poi, è coinvolgente: intenso, ricco, fine e persistente, presenta un finale di bocca lunghissimo, avvolgente, continuamente rinfrescato da una spinta acida ancora presente e fondamentale nel renderne perfetto l’equilibrio degustativo. In definitiva, un bellissimo vino.

Invito, chi ne conservasse ancora una bottiglia, a non rammaricarsi del millesimo così lontano nel tempo, questo Kabir è il sorso più delizioso che vi possa capitare a tiro, ideale per suggellare una sincera stretta di mano o da spendere alla fine di un pasto da ricordare, un momento da fissare nella mente, oppure ancora – perché no! – per consacrare un amore di sconfinata giovinezza!

Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.

Chiacchiere distintive, Gerardo Vernazzaro

5 Maggio 2011

Una laurea in Viticoltura ed Enologia in tasca, conseguita a Udine nel 2001, poi alcune esperienze formative pregnanti prima di ritornare a casa: su tutte, una presso l’azienda agricola Leonildo Pieropan a Soave, l’altra, indimenticata, in Argentina, presso l’azienda Luigi Bosca di Mendoza; Gerardo Vernazzaro, amico di bevute memorabili, oltre ad essere un tecnico di elevatissimo talento prima che di conoscenze, è una gran bella persona, di quelle capaci di risolverti una giornata con una battuta folgorante. E’, tra l’altro, segretario regionale dell’Assoenologi Campania. Cura, di tanto in tanto su questo blog, una delle rubriche che dedichiamo alla viticoltura di qualità.

Allora Gerardo, le lunghe chiacchierate tra “amici di bevute” trovano finalmente una via di confronto più ampia; partiamo dalle origini, l’inizio di tutto: perché uno “scugnizzo” della periferia napoletana decide di fare il tuo mestiere? Non ho mai pensato di diventare enologo fino a quando nell’ estate del ’97, durante una vacanza a Ibiza, mi ritrovai a tirare le somme della mia vita vissuta sino a quel momento. Avevo appena finito le superiori, fresco di qualifica di perito informatico (mio malgrado) e con ben poche prospettive se non quella di vedermi, dopo anni di precariato, mal pagato, seduto per ore dietro a una scrivania; proprio non mi garbava. Ripensai così a quando da bambino giravo in cantina, dai miei zii, per sbarcare il lunario durante la pausa estiva e per mettere da parte qualche lira per i miei sfizi; Così da cantiniere qual ero – e per la verità dopo un po’ non mi andava nemmeno più di tirar tubi, lavar serbatoi e riempir damigiane – decisi che ne dovevo saper di più, così corsi ad iscrivermi a enologia e viticoltura, consigliato dall’amico, oggi collega, Maurizio De Simone che mi indirizzò a Udine; lì, in quegli anni, la formazione era specifica e di buon livello. Preferire Udine col tempo si è dimostrata la scelta giusta, in quegli anni la passione è maturata e cresciuta in maniera esponenziale, e ciò grazie anche alla quotidianità che vivevo in Friuli, dove al posto del caffè si beve vino sin dal mattino. Qui ho colto quale fosse la mia strada.

Il fattore che mi ha fatto innamorare del mio mestiere e’ stata la concretezza, cioè la possibilità di mettere subito in pratica gli insegnamenti scolastici; al primo anno di studi già mi ero attrezzato con un piccolo laboratorio ed alla fine del secondo (1999-2000) ho gestito interamente la mia prima vendemmia: 6000 quintali di uva, con il quaderno degli appunti ed il “Ribereau Gayon”, la bibbia degli enologi; alla fine ero soddisfatto, ma oggi quando ripenso a quei vini rabbrividisco!

Meno male averti conosciuto molto dopo allora! Quindi gli studi, la laurea, le prime esperienze: ma cosa ti rimane di quegli anni? Mi rimangono le amicizie vere, in quanto mi sento e mi vedo frequentemente con tanti amici e colleghi dell’Università con i quali ho trascorso anni bellissimi, divertenti e costruttivi; tra l’altro, ricordo come fosse grande la soddisfazione di aver sovvertito ogni pronostico inizialmente a mio sfavore: “Eccolo qui, il napoletano fancazzista, che non studia, non lavora, mi sentivo dire…”; ed invece dopo appena 6 mesi gli stessi erano costretti persino a chiedermi gli appunti!

Poi il ritorno a casa, in famiglia, a smanettare in cantina; ma fuori dal lavoro? Aver studiato fuori mi e’ servito tanto, mi ha fatto vedere con occhi diversi la mia citta’ e la mia famiglia, con maggior apertura, spirito critico e lucidità. Sai, quando vivi a Napoli è come essere coinvolti in una rissa senza alcuna colpa, solo avendo la fortuna di guardare il tutto da fuori decidi se entrarci o meno.

Non posso negare un certo disagio nel ristabilirmi a Napoli, ho sofferto il riadattamento, il ritorno alla quotidiana frenesia, al caos; in più sopraggiungeva un fattore nuovo, direi inaspettato: la “solitudine professionale”; cioè la mancanza di persone con le quali poter condividere la mia passione per il vino, e non solo nel farlo, ma anche nello scoprire, confrontarsi; all’inizio è stata davvero dura! Poi per fortuna le cose sono cambiate, nella mia vita oltre ad Emanuela sono entrati nuovi amici e colleghi con i quali poter parlare e finalmente condividere tante cose e passioni, non solo il lavoro: Ivan Pavia, Antonio Pesce, Massimo Di Renzo, Fabio Gennarelli, Fortunato Sebastiano, Gennaro Reale, Michele d’ Argenio, Francesco Martusciello Jr e tanti altri; per me stare insieme, condividere è una necessità irrinunciabile, ho un continuo bisogno di confrontarmi.

E’ stato così anche in famiglia? Mi spiego: la storia, le tradizioni, valori così radicati, sono sicuramente pregnanti, riferimenti assoluti, ma talvolta si corre il pericolo di scontrarsi con convinzioni ataviche, stereotipi difficili da superare. O no? La famiglia e’ un valore fondamentale e la storia e le tradizioni sono altrettanto importanti; in verità ogni volta che ho proposto dei cambiamenti, anche radicali, come certe innovazioni, la mia famiglia era già all’ opera nel realizzarli; hanno capito, e i fatti hanno sempre anticipato le chiacchiere.

Piuttosto era far comprendere all’esterno i cambiamenti in corso; il fatto di appartenere ad una famiglia del vino a Napoli con una storia così forte, per taluni appariva un limite invalicabile, e quando proponevo il mio lavoro, i miei vini, c’era sempre qualcuno che diceva “ah si, Varchetta, quelli del vino sfuso!”, senza nemmeno assaggiare i vini. Una pre-percezione negativa che ha reso il “gioco” più duro di come lo immaginassi, diciamo un condannato a priori. Ma dopo dieci anni di duro lavoro e tanti investimenti, per fortuna di scettici ne son rimasti pochi, anche perché crediamo di aver operato sempre in maniera trasparente: che la mia famiglia vendesse vino sfuso (cosa che tra l’altro continuiamo a fare) era logico oltre che normale; abbiamo oltre un secolo di storia nel vino, e come si sa, quello imbottigliato è presente (ed apprezzato) sul mercato, campano in particolar modo, da poco più di 20-25 anni. C’e’ stata una evoluzione repentina che abbiamo attraversata tutta, dai fusti di legno in castagno a quelli di ciliegio, al cemento, per poi passare al vetroresina e quindi all’acciaio, per finire, negli ultimi vent’anni appunto, col vetro. Cambiamenti epocali, da commercianti di uve e vini a vinificatori, e nell’ultimo decennio vignaioli a pieno titolo, con investimenti importanti e mirati ad una viticoltura sostenibile ma di precisione, specializzata in produzioni di qualità, e soprattutto orientata al recupero e alla valorizzazione di luoghi impensabili dall’immaginario collettivo. Ecco la risposta che attendevi, la storia e la tradizione per me oggi non sono affatto ostacoli ma punti di forza su cui costruire il futuro!

Ecco, veniamo ai tuoi di ideali, dal lavoro in vigna alla cantina, qual è il tuo approccio? Il buon senso anzitutto. E il basso impatto. Agli inizi, fresco di studi, mi sentivo super, con le mie conoscenze in enologia pensavo di poter fare tutto, sempre ed in ogni annata. Dunque, poco più che ventenne pensavo che nulla era impossibile, e che in cantina si potesse fare davvero il bello e il cattivo tempo.

Da quando ho iniziato a mettere le mani realmente in pasta, a vinificare l’uva sul cratere degli Astroni, ma anche altre uve di qualità provenienti da diversi areali campani, ho capito che c’era una grande differenza in termini di lavoro in cantina e sui vini finiti. Fare il vino in vigna è d’altronde persino più conveniente. Oggi, dopo le mie prime 12 vendemmie, ritengo sia fondamentale conoscere bene il terreno, attraverso analisi del suolo, per intervenire ove mai fosse necessario in modo scientifico, ma anche e soprattutto analisi fogliari, per capire gli assorbimenti dei macro e microelementi presenti nel vigneto; lavorare di fino sulla dotazione azotata delle uve per diminuire gli interventi di nutrizione al lievito, sia esso indigeno o selezionato, in fermentazione alcolica. Per buon senso intendo anche sviluppare quella conoscenza e sensibilità in vigna per poter limitare al minimo tutti gli interventi invasivi sulla pianta, quindi sull’ uva, e di conseguenza sul suolo: se malauguratamente uno prende la tosse non deve mica ricorrere alla chemio…

Non mi ritengo un interventista quindi, ma se l’ annata non e’ buona, quindi come si dice, ostile, non mi va di perdere il raccolto; quello che è certo è che da quell’uva non faremo un gran vino, ed in quanto tale va proposto in maniera coerente al mercato. Credo infine che attualmente produrre vini dal basso impatto sia divenuto quasi un dovere per un produttore; bisogna limitare l’uso di fitofarmaci invasivi, che oltretutto il più delle volte possono compromettere la fermentazione e rilasciare residui certamente non genuini al vino, limitare l’uso di additivi chimici, ridurre l’uso della solforosa, ma non solo per un discorso etico, come lo vogliono far passare in molti, ma piuttosto per la salubrità del vino e da ultimo perché un vino stabile e buono, con un contenuto basso di solforosa si lascia bere con più faciltà, e quindi, presumibilmente, se ne dovrebbe vendere di più.

Quali sono invece i tuoi riferimenti, chi ti ha ispirato di più? Come stimolo professionale il mio professore Roberto Zironi, e non di meno il grande Gennaro Martusciello, per tutti “O’ duttore”: due persone da cui ho tratto grande ispirazione. Ricordo ancora il primo giorno di Università, quando il Prof. Zironi mi chiese da dove venivo ed io gli risposi “dalla Campania, da Napoli…”; lui mi disse, “lì da voi avete un grande enologo, Gennaro Martusciello, lo conosci?” E poi ancora, rivolgendosi stavolta alla classe tutta: “sapete, questo tecnico campano ai convegni mette in seria difficoltà tutti noi relatori con domande intelligenti e quasi sempre spiazzanti”. Fu molto bello ascoltare tali lodi per una persona che ho imparato poi negli anni a conoscere ed apprezzare sempre di più. Infine, la persona forse più importante, mio zio Vincenzo, che è stato, e lo è tutt’ora, un riferimento assoluto per la mia vita prima che per il mio lavoro.

Si dice, sempre più frequentemente, che è proprio nel passato il futuro della viticoltura moderna; una frase di comodo o c’è del vero? Sicuramente basta leggere il De agri cultura di Marco Porzio Catone, il De re rustica di Columella, o qualsiasi scritto di Plinio il Vecchio,Varrone per capire che in 2000 anni le buone pratiche agricole sono veramente cambiate poco: i sovesci, le concimazioni organiche con letame stagionato, le rotazioni in campagna, le buone regole per impiantare un vigneto, la vocazione dei terreni e tanto ancora; nulla o quasi è stato inventato oggi.

E l’enologia, la scienza che studia il vino e la sua produzione, come si pone dinanzi a queste prospettive? Il vino deve essere prima buono e sano, poi se biologico, biodinamico, raro, vero, ecc. ancora meglio.

Qui ti voglio: biologico, raro, vero, naturale, biodinamico, convenzionale, tecnologico; giusto perché qualcuno non pensasse che invece basti dire rosso, bianco o rosato. Ma cos’è tutta questa confusione? Partiamo dall’assunto che il vino biologico non esiste, ma solo il vino prodotto da uve da agricoltura biologica; del resto ad oggi non esiste ancora un disciplinare per la produzione di vino bio, e spesso succede che in cantina si fa di tutto e di più, e ancor più spesso si trovano in commercio vini detti impropriamente bio che hanno però, per esempio, dosi di solforosa altissime; non v’è coerenza. Per me il biologico non si può fare ovunque, e soprattutto non si può fare sempre, a patto di essere disposti a perdere anche tutta la produzione; certo è che non lo possono fare tutti, ci vuole grande sensibilità, conoscenza del territorio e delle vigne; anzi, di ogni singola vite

Sulla possibilità di vinificare senza solforosa o comunque ridurre l’utilizzo della stessa, come detto è una strada obbligata per tutti i produttori contemporanei; ritengo tuttavia che ci siano varietali più predisposti di altri a questo approccio e quindi bisogna stare sempre attenti a ciò che si comunica e ciò che si è capaci di garantire; ad esempio, per rimanere in regione, io stesso ho provato a vinificare il Greco di Tufo senza solforosa, e sono certo che si può fare, come l’Asprinio, come il Tintore di Tramonti e l’Aglianico di Taurasi. Tutte queste uve però possiedono acidità altissime e ph molto bassi, quindi a ph3 vi è nel mosto un’azione antisettica e antibatterica naturale, pertanto possiamo rinunciare tranquillamente alla So2; addirittura per i due bianchi citati è, se vogliamo, raccomandabile; perché senza So2 non c’è protezione dall’ossigeno e quindi avviene un ossidazione immediata di tutta la frazione fenolica instabile, già partendo dal mosto, così da ridurre anche l’utilizzo di chiarificanti. Per il Tintore poi non utilizzare So2 è auspicabile, altrimenti con tenori alcolici così sostenuti ed il ph a 2.9-3, con buone probabilità la fermentazione malolattica può non avvenire .

A proposito di Tintore, e di Alfonso Arpino cosa mi racconti? Alfonso è un grande! L’ incontro con lui è avvenuto nel 2004, venne ad Astroni con Anna sua moglie, mi portarono una bottiglia del loro rosso 2003, uno spettacolo, un colore mai visto prima, rimasi talmente affascinato dal vino nella sua interezza che lo ricordo ancora come fosse ieri; Alfonso mi disse che cercava un enologo giovane, ma io gli dissi che non potevo seguirlo, non avrei trovato tempo da dedicargli, e lui, impassibile, mi disse: “Vieni a vedere le mie vigne, poi decidi…”. Quando arrivai a Tramonti e vidi le sue vigne rimasi impietrito, non avevo mai pensato prima di allora che potessero esistere viti così antiche, credimi la commozione mi pervase, accettai. Di ritorno verso Napoli pensavo all’onore di vinificare uve da viti secolari, a quanti uomini avessero vendemmiato quelle uve, a quante vendemmie, a quante storie. E adesso anch’io ne entravo a far parte. Mi sentii e mi sento un privilegiato. Alfonso ed Anna poi sono persone eccezionali e mi hanno dato tanto in questi anni, oltre che buoni consigli, mi hanno trasferito l’amore per la terra, loro sì che sono Slow! Oggi a Monte di Grazia l’enologo e il cantiniere è Alfonso, io mi limito a dare qualche consiglio ma poi è lui che fa quello che vuole e ritiene opportuno; questo secondo me è un buon rapporto tra tecnico e produttore, cioè tra il tecnico che si limita a dare consigli e proporre al produttore diverse strade, ma alla fine è il produttore a scegliere quale percorrere. Il vino così è figlio del territorio e del produttore e non dell’enologo!

Approfitto di questo spazio per chiarire un altro concetto, spesso sento dire “non vogliamo il vino dell’enologo!”. Mi verrebbe da dire “e che vuoi il vino del salumiere?”. Il vino è scienza, e lo fa l’enologo, o quantomeno l’enologo moderno, che deve saper leggere un terroir e ben interpretarlo, senza mai stravolgere la sua vocazione, ma comunque producendo vini puliti, fini, ed ove possibile eleganti e soprattutto digeribili. L’equazione vino dell’enologo=vino costruito o peggio ancora vino chimico non mi piace proprio.

L’enologia degli anni 70-80 quella era sì chimica, dissociata dalla viticoltura; quella moderna è biotecnologica (microbiologia, biochimica) e sempre più saldamente legata alla viticoltura; l’enologo moderno si affaccia sempre di più alla viticoltura e all’agronomia e, purtroppo, in giro c’e’ troppa gente che confonde il chimico con il biochimico e la chimica con la microbiologia. Quante persone parlano in modo molto superficiale di enzimi, lieviti, solforosa, brettanomyces e altro senza sapere cosa siano realmente? Tante, troppe!

Quindi anche la comunicazione ha le sue responsabilità. Dal tuo punto di vista di consumatore prima che di tecnico, tra l’altro particolarmente appassionato – ne sono testimone – dove si sbaglia? Non so dove si sbagli, la comunicazione ha giocoforza il suo ruolo, ma ti posso dire dove sbagliano i produttori e i tecnici: bevono poco e spesso solo i loro vini, e questo è un grande limite; per formare nella propria mente una idea di vino più ampia, completa, come spesso asserisce anche il prof. Luigi Moio: “il vino nasce prima da un’idea che prende forma nella nostra mente…”. Un altro tabù è l’aggiornamento tecnico e lo scambio di conoscenze, ma su queste problematiche ci stiamo lavorando anche noi come Assoenologi Campania assieme al nostro presidente Roberto Di Meo.

Una cosa sulla comunicazione, in generale, te la posso dire; sono stato diverse volte in Cina e lì ho capito quanto sto per affermare: quando usciamo fuori dai nostri confini, e abbiamo la presunzione che tutti ci conoscono, non per i vini, ma di certo per le nostre bellezze: Napoli, Ischia, Sorrento, Capri, sbagliamo! E di grosso. Questi non sanno nemmeno dov’è posizionata l’Italia sul mappamondo, figuriamoci tutto il resto; qualcuno conosce Roma, alcuni Milano per la moda o per il calcio. Incredibile! Noi purtroppo continuiamo a presentarci in questi luoghi con una proposta troppo frammentata e spesso la “diversità” più che un valore aggiunto rischia costantemente di divenire un punto debole della nostra offerta, perché mal comunicati. Da questo punto di vista in Italia non è mai stato costruito nulla di solido e valido su cui puntare veramente per noi aziende, c’è troppo campanilismo, per non parlare poi nella dimensione regionale. Una catastrofe!

L’esempio continua ad essere la Francia, hanno saputo inculcare nelle menti dei consumatori mondiali che i migliori vini (ma anche i formaggi per esempio) sono solo francesi, e non sud, nord, centro o isole; tutti. Poi, se uno vuole bere grandi rossi di struttura beve i bordolesi, se ricerca finezza beve Borgogna, se bollicine Champagne e così via. Noi italiani invece continuiamo a flagellarci, un esempio lampante è stato lo scandalo del Brunello; ricordo quell’anno al Vinitaly, in molti tra i produttori di altre regioni se la ridevano, “gli sta proprio bene ai Toscani, così imparano!”, senza pensare che il fango colpiva un vino patrimonio della storia d’Italia e che sotto accusa non era certo solo la Toscana, ma tutto il “sistema vino” nostrano.

Ma veniamo a noi, ci parli un po’ di Cantine Astroni, come nasce e dove vuole andare, quale direzione ha deciso di seguire? Cantine Astroni nasce dalla volontà di valorizzare la proprietà sul costone del cratere degli Astroni, ma anche come percorso obbligato per l’evoluzione vitivinicola della mia famiglia; non abbiamo un punto di arrivo, ma di certo una direzione, quella di preservare quanto più possibile il bello rimasto nel nostro areale e di puntare nel tempo ad eccellenze che conservino un’anima tutta partenopea.

Parte delle vigne sovrastano appunto il Parco Monumentale degli Astroni, un luogo suggestivo ed evocativo di storie straordinarie; chi si affaccia da lì non può non rimanerne rapito; qual invito ti senti di fare a chi vive con non poca frustrazione l’assedio della metropoli? Come il grande Eduardo ogni tanto ci tocca pensare pure a noi “Fujitevenne!”, ma non è cosi decisivo; a chi non passa per la testa di scappare da Napoli in questo momento?Agli assediati consiglio di visitare e conoscere meglio la nostra città, di cogliere ed apprezzare le sue bellezze nonostante tutto e soprattutto di ritornare a studiare un po’ della nostra storia per capire chi ha calpestato la nostra terra prima di noi e perché stiamo come stiamo; oggi si vive quel che qualcuno ha inteso come “immobilismo frenetico”, ma che cela un bello ineguagliabile sepolto non dalla spazzatura ma dalla troppa ignoranza, la madre di tanti mali che affligge la nostra città, e dall’ arroganza; due aspetti pregnanti della nostra società civile d’oggi, ed ahimé della nostra politica.

Hai scelto, pur potendo cercare altre vie, di vivere e lavorare nella tua terra; ci sarà mai il riscatto per questa Napoli “siccome immobile”? Dice Aldo Masullo: “La nostra Napoli è una città sempre in bilico, sempre a un passo dalla resurrezione ma anche a un passo dal precipizio, in un continuo alternarsi dei suoi mutevoli stati d’ animo di esaltazione e depressione, città piena di dualismi e di forti contrasti estremi”. Bene, io mi sento spesso come la mia città. E non credo di essere l’unico. Mi piacerebbe un giorno ascoltare un Tg bianco, dove per almeno 10 minuti vengano trasmesse solo notizie positive, perché sono sicuro che c’é tanta gente nella nostra città che si impegna nel sociale, che fa cose belle e soprattutto buone! In fin dei conti sì, sono ottimista, credo che ci sarà un riscatto per Napoli, ma il processo sarà lentissimo; la cosa più preoccupante secondo me è che purtroppo stiamo assistendo nel frattempo ad una “napoletanizzazione” di tutto lo stivale, ed ahimé nel senso più negativo del termine, con sceneggiate, commedie e teatrini il cui finale è ancora tutto da scrivere!

Bene. E secondo te, la terra, la vite, il vino, hanno ancora un valore per questa città e la sua provincia? Oggi più che mai, la terra, la vite e il vino hanno gran valore per questa città e per la sua provincia, sono la roccaforte delle tradizioni e la risposta alla cementificazione e al brutto, serve tanta specializzazione e le poche vigne rimaste secondo me devono divenire dei veri e propri giardini, le vigne metropolitane forse hanno più valore delle altre perché sono delle oasi nel deserto di cemento, avamposti da salvaguardare e tutelare!

Chiudiamola così: ti invito a pranzo domani, prima però dimmi cosa porti da bere? Angelus ’93. Basta poco, chéccevo’!

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Giungano, Paestum Aglianico Rosato Vetere 2010

4 Maggio 2011

Ne racconterò, appena possibile, in maniera più approfondita e dettagliata, di tutti gli assaggi dei vini prodotti da questa nuova (notevole per potenzialità!) realtà cilentana nata dalla sapienza imprenditoriale di uno dei più noti albergatori di Paestum, tale Peppino Pagano, ma soprattutto dall’immensa passione che questi nutre per la sua terra ed i suoi frutti.

San Salvatore è a Stio, con cantine a Giungano, due dei luoghi più incontaminati e suggestivi del Parco del Cilento; chi volesse può sin da adesso approfondirne la conoscenza, vi è, qui e qui, un doppio passaggio dell’amico Luciano Pignataro che, come sempre, più di tutti – e come nessun altro –  ne racconta in maniera più che esaustiva; quella dei Pagano è un’azienda agricola a tutti gli effetti – qui si allevano infatti bufale da latte e si coltiva la terra in tutte le sue sfaccettature – e come detto promette di essere una delle realtà più importanti da non perdere di vista nei prossimi anni venturi.

E’ incredibilmente sorprendente come tutta la produzione esprima livelli altissimi di qualità, a partire dalla spiccata mineralità del Fiano Trentenare 2010, un igt Paestum – che mi ha letteralmente conquistato, forse oltre le aspettative e comunque più di tutti gli altri vini – per arrivare al succoso ed indolente Aglianico Jungano 2009, che si apre, tra l’altro, ad una prospettiva di evoluzione molto interessante. Eccellente anche il cru Pian di Stio 2010, un fiano prodotto con uve coltivate e certificate biologiche, confezionato in bottiglie da mezzo litro, che esprime un caratterino, una complessità niente male per una tipologia, il fiano, quello di queste terre intendo, spesso annoverato – e liquidato senz’altro troppo in fretta – come tra le espressioni del varietale in Campania potenzialmente meno capace di reggere il tempo. L’aspettiamo, chi vivrà, vedrà.

Mi è piaciuto molto questo Vetere 2010, da uve aglianico coltivate in località Cannito, più di ogni rosato assaggiato sino ad ora per questo millesimo; più del beneamato Monte di Grazia di Alfonso Arpino, più del pur ottimo Roseto del Volturno di Terre del Principe, del Crote dalle bellissime colline di Castelfranci, del Pedirosa di casa mia di Luigi Di Meo, giusto per citarne alcuni; mi ha colpito particolarmente per la sua integrità, per la sua quasi perfetta corrispondenza naso-bocca, assai difficilmente riscontrabile nella tipologia. Mi spiego meglio: spesso il rosé è un vino che nasce per completare la gamma, ancor più spesso nasce dagli “scarti” di produzione, talvolta da incomprensibili manie “di poter far tutto” ad ogni costo (per il consumatore), così da offrire quasi sempre vini che hanno naso ma poco palato, o peggio, pochissimi profumi e corpo da mattonella di terracotta.

Ebbene, senza entrare troppo nella fenomenologia roséista che, ribadisco, merita sì molta più attenzione di quanto gli si riesca a dedicare, ma attenzione che vada giustamente ponderata per non farne l’ennesimo “nuovo che avanza” per tutti i gusti; tanto si sa quanto siano diventati bravi, certi soloni, a sfasciare tutto; è questo un vino che mi sento di consigliare spassionatamente; bello il colore lampone, vivace, il naso è un concentrato di frutta fresca, dolce, sottile e persistente, una ventata di primavera di erbe e fiori appena sbocciati. In bocca è secco, sobrio ma di buon spessore, giustamente lungo e sapido, rinfrancante. Ci ritorni volentieri su, un secondo sorso, poi un terzo; frattanto la serata ha preso tutta un’altra piega, e non conta, a questo punto, se vi capiterà di vedere un bufalo aggirarsi tra le vigne; state tranquilli, non è l’effetto dell’alcol, siete a casa di Peppino Pagano!  

Pauillac, Grand Vin de Chateau Latour 2004

28 aprile 2011

Eccola qua, l’attendevo; e come se l’attendevo. Una delle ragioni per cui pensi valga la pena fare certi sacrifici, stare lontano da casa, dai tuoi affetti, lavorare dodici, a volte anche quattordici ore al giorno; no, non è una bottiglia che ti ripaga di tanta dedizione, può solo la soddisfazione del cliente, e non quella scritta sulla comment card di fine servizio, se vogliamo algida e buona forse per le statistiche, ma quella che spunta sui saluti finali, che senti trasalire dalla tensione della stretta di mano.

Si dice che quando Bordeaux cade in disgrazia per un cattivo millesimo, sia il Grand Vin de Latour l’unico riferimento, l’unica garanzia per godere comunque del miglior frutto del terroir bordolese anche in una pessima annata. In verità vi dico che rimango scettico, non poco, sulla grandezza di certi vini presi così, d’emblée, al netto della liturgica suggestione della loro storia, pur costruita – tra l’altro con minuziosa perizia, soprattutto commerciale – in oltre duecento anni di storia viticola, almeno quelli più tangibili dalla critica enologica.

Tant’é che parliamo di un gran vino, di nome, e di fatto; Latour duemilaquattro è cabernet sauvignon per l’80%, merlot al 18%, cabernet franc e petit verdot per il restante 2%; un taglio millimetrico, si direbbe. Gli annali dicono di 78 ettari di proprietà tutti allocati lungo la sponda sinistra della Gironda, nei dintorni di Pauillac, dove però solo 47 ettari concorrono alla produzione del Grand Vin, mentre il resto viene distribuito tra il secondo vino rosso, Les Forts, ed il Pauillac propriamente detto.

Il colore è rubino scuro, decisamente caratterizzato, di notevole estrazione, impenetrabile, denso; il primo naso è sottile, volto al terroso, apparentemente scomposto; gli bastano però pochi minuti per riproporsi, con particolare suggestione, sulle più classiche note di frutti neri, ribes e mirtillo, poi ancora ginepro; lascio il bicchiere per qualche ora, mi dedico al servizio, c’è gente stasera. Quindi ci ritorno su a fine serata. Le bottiglie aperte qua e là mi hanno frattanto offerto altri piacevoli stappi, ancora assaggi interessanti di cui conservo qualcuno dei nuovi. Discutiamo, con Sabatino, il mio cantiniere, sull’opportunità o meno di proporlo il Biserno ’07 del Marchese Ludovico Antinori – “Angelo, sicuro? Pe’ mmé è ancora così giovane…” – ma il cliente ha pur sempre ragione; e il mio budget pure. Un sorriso tira l’altro, così riprendo tra le mani questo benedetto Latour 2004, stipato con tanta gelosia da occhi indiscreti: il timbro olfattivo adesso è virato, ora primeggiano note minerali, salmastre, corteccia; poi finissimo pellame, infine tabacco. Il sorso è intenso, caldo e profondo, e non potrebbe essere altrimenti; il tannino, dolcissimo, non smette di carezzare il palato, avvinghiato a finissima acidità.

E’ vero, certe etichette restano maledettamente inarrivabili, forse assurde, eppure… Bonne chance! Monsieur Dauphin, grazie mille per avermi concesso, per tre volte, di condividere con lei questo prezioso ed esclusivo passaggio a Medòc…

Chiacchiere distintive, Benny Sorrentino

24 aprile 2011

Laureata alla facoltà di agraria di Portici nel 2006, Benny Sorrentino è l’unica enologa in Campania campana; un’ importante esperienza formativa presso il Centro Ricerche per l’Enologia di Asti e nel 2008, a Torino, la specializzazione in scienze viticole ed enologiche. Nello stesso anno, l’abilitazione alla professione di agrotecnico laureato. Con il fratello Giuseppe, si occupa a tempo pieno dell’azienda di famiglia, venti ettari nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio.

Togliamoci subito dall’imbarazzo: dal pettinar le bambole a smanettare in cantina; sono io che la vedo dura o il percorso è più breve di quanto si possa pensare? In realtà fin da piccola ho sempre vissuto molti momenti tra campagna e cantina, e le bambole erano mie compagne di avventura. Effettivamente tra pettinare le bambole e stare in cantina ci sono delle differenze, richiedono ‘sforzi’ diversi. Ma

sono due cose indirettamente collegate, hanno dei punti in comune quali l’ordine e la massima cura. Nel primo caso forse maggiore cura e minore sforzo pratico, mentre nel secondo si intensifica la praticità. Mettiamola così, pettinare le bambole è stato un buon allenamento per la definizione dei particolari, dell’eleganza e dell’immagine dei miei vini. Poi in cantina ho cominciato a sviluppare altri aspetti di gestione e di forza! Tutto sommato mi è andata bene.

Quali sono stati gli ostacoli più duri da superare? Forse la difficoltà maggiore è stata il cercare il miglior metodo di lavoro e di organizzazione, conciliare cioè tutto ciò che era teoria con la pratica perseguendo gli obiettivi prefissati. Da piccola passeggiavo tra le vigne, raccoglievo l’uva in vendemmia, entravo in cantina e osservavo tanti movimenti; ora che ho maggiori basi di conoscenza tutto assume diverse prospettive e tutti quei “movimenti” diventano specifici e determinanti.

La vigna, la cantina, il mercato; nel mezzo la sostenibilità, un tema molto ricorrente ultimamente, qual è il tuo pensiero, il tuo ideale? La sostenibilità è un tema molto ricorrente perché credo che col passare degli anni si sia diffuso un uso incontrollato di prodotti di sintesi in agricoltura e in enologia convenzionale che possono aver provocato uno squilibrio naturale. Non tutti conoscono bene l’azione ad esempio di alcuni principi attivi che sono somministrati in vigna ma soprattutto gli effetti che possono provocare a lungo termine il loro uso improprio.

Ovviamente la sostenibilità si propone di non sconvolgere gli equilibri naturali e di rispettarli. Usare quantitativi minimi di risorse “artificiali” limitando così sempre più l’impatto su di essi. E’ indubbio che alcuni tipi di mercato sono interessati alla sostenibilità più di altri, ma ognuno bada ovviamente alla qualità, alla tipicità, e non ultimo alla piacevolezza del vino. Pertanto ritengo che se si rispetta l’ambiente e dalla terra si hanno prodotti sani che vengono trasformati senza sconvolgere le loro potenzialità, siamo sulla strada giusta.

Il Vesuvio nell’immaginario collettivo è una icona, eppure l’areale vesuviano rimane tra i più martoriati della provincia di Napoli; possibile che le amministrazioni (locali, regionali, nazionali) non riescono a vedere ciò che avete colto e valorizzato voi? A volte non tutti conoscono le realtà che costituiscono il territorio e in taluni casi nelle persone rimane l’immagine poco felice che viene trasmessa in seguito a diverse situazioni che vedono l’areale in forte difficoltà. Ritengo invece che l’area vesuviana assieme a tutte quelle vicine al mare siano importantissime e da tenere in grande considerazione; anzitutto per l’antica vocazione viticola e, come nel nostro caso, trattandosi di una zona vulcanica tra le più vaste in Europa continentale, con un vulcano ancora attivo e, per l’ambiente pedoclimatico davvero particolare.

Il problema sostanziale credo sia rappresentato dall’età media elevata delle persone che si sono fatti carico in passato della crescita e della valorizzazione del territorio, soprattutto per le difficoltà di strutturare un’efficace interlocuzione, come spesso è accaduto, non adoperando i giusti mezzi di comunicazione. Ecco perché confido molto nelle nuove generazioni, le associazioni, spero nei consorzi locali, affinché possano svolgere il loro lavoro nel migliore dei modi al fine di diffondere al meglio la cultura, le colture vesuviane e i prodotti da esse derivanti.

Il Lacryma Christi del Vesuvio, croce e delizia dell’enologia campana, ambìto da tutti per il suo storico prezioso valore di mercato, eppure mai nessuna grande azienda se l’è sentita di investire seriamente in loco; un bene, un’occasione mancata oppure… Il Lacryma Christi del Vesuvio è una tipologia di vino che viene ottenuta da differenti tipi di varietà distinte sia per il bianco che per il rosso. Le varietà, le loro peculiarità devono essere studiate e seguite a lungo ed attentamente, per poterne migliorare la coltivazione ed affinare quindi la qualità dei vini che vi si ottengono. Bisogna conoscere ovviamente l’areale, il suolo, il clima e cercare quelle “combinazioni” giuste per raggiungere il loro massimo equilibrio. Mi rendo conto che ciò è dispendioso, in particolar modo per chi si approccia al Vesuvio non vivendolo costantemente; si tratta di un vero e proprio investimento, anzitutto programmatico, che richiede tempo, conoscenza e supporti tecnici all’altezza. Ogni azienda ha una propria filosofia, si prefigge quindi gli obiettivi che più ha nelle corde, decide quindi dove, come e se investire.

Vigna Lapillo rosso, Natì, Catalò giusto per citarne alcuni; i tuoi vini, rossi e bianchi, sono indiscutibilmente tra i più rappresentativi dell’areale, sprizzano energia ad ogni sorso: qual è quello che ti assomiglia di più? Quelli che citi sono vini a cui siamo arrivati dopo un’attenta analisi e selezione delle nostre migliori uve; la volontà di esaltare quanto più possibile  le potenzialità viticole ed enologiche delle varietà vesuviane, attraverso meticolose scelte dei tempi e dei modi di coltivazione, di vinificazione e quindi di affinamento. Gesti di sapienza che si fondono con quelli provenienti dall’innovazione. L’idea è quella di raggiungere un equilibrio che parte in primis dalla vigna, continua in cantina e termina con l’affinamento che renderà complesso e armonico un vino pur non essendo d’annata.

Ogni bicchiere di vino cerca di essere un piccolo vulcano, direi che forse quello che più mi assomiglia è il Catalò, da uve Catalanesca, a cui tengo particolarmente ed al quale mi sono molto dedicata. Le uve vengono raccolte in zone molto circoscritte dell’areale vesuviano, e questo lo rende ancor di più aderente alla sua tipicità; la cosa più interessante di questo vino è che a distanza di anni di affinamento, ho constatato conservi buone caratteristiche di freschezza, oltre che persistenza ed un notevole bouquet. Questo forse è l’esempio più rappresentativo della conciliazione della teoria acquisita nel corso dei miei studi sperimentali e della pratica.

Ecco, la Catalanesca: c’è, non c’è, si può fare, no? La Catalanesca è conosciuta anche come Catalana o uva Catalana, la sua presenza attualmente è limitata solo ad alcune zone dell’areale vesuviano e sembra risalire al 1500. Sono state ritrovate alcune descrizioni risalenti al 1804 fatte da Columella Onorati che la inserisce tra ‘le uve buone a mangiare’, nel 1844 Gasparrini, poi nel 1848 Semmola e tanti altri in anni successivi ne forniscono sintetiche ma efficaci descrizioni che sottolineano la morfologia del grappolo grande e spargolo con bacche grosse e il suo stadio tardivo di maturazione.

Per salvaguardare i vitigni autoctoni è stato realizzato un sistema di protezione attraverso gli accordi Stato-Regioni, in particolare la Catalanesca è stata inserita nella classificazione delle varietà di vite da vino coltivabili nella Regione Campania grazie al D. D. n.377 del 11 ottobre 2006. Nel corso della riunione del Comitato Nazionale Vini DO e IG del 23 e 24 febbraio 2011 è stato dato parere positivo per il riconoscimento della IGT Catalanesca del Monte Somma, prodotta nelle tipologia “bianco” e “passito e la cui zona di produzione delle uve è ubicata in provincia di Napoli. Pertanto alla luce di quanto scritto sopra la Catalanesca si può vinificare e il vino prodotto potrà anche riportare la denominazione IGT/IGP.

Bene, un po’ di chiarezza non guasta mai. Da qualche tempo producete, a mio modesto parere, uno tra i migliori vini rosé in regione, il Vigna Lapillo rosato; mi chiedo, e ti chiedo, fare rosato sul Vesuvio può essere una vocazione da valorizzare maggiormente? Certamente! Produciamo rosato da quando è nata l’azienda, e l’esperienza maturata vendemmia dopo vendemmia, il miglioramento delle tecniche viticole, ci hanno solo aiutato a migliorarlo. Generalmente il rosato è un vino che fa breccia solo nel cuore dei fans, ma chi si è avvicinato al Vigna Lapillo per la prima volta, pur con un certo distacco, ha dovuto ricredersi sino a rimanerne rapito.

Ne sono testimone. Torniamo a noi, chi fa il tuo mestiere è costantemente proiettato al futuro, non potrebbe essere altrimenti; spesso però bisogna fare i conti col passato, chiamiamola pure tradizione; tu come la vedi? Domanda che richiederebbe un argomentazione abbastanza lunga e complessa; diciamo che dal passato c’è sempre da imparare, anzi, spesso è il nostro riferimento per intraprendere con perizia nuovi progetti e studi. La viticoltura vesuviana è costituita perlopiù da contadini che gestiscono piccoli vigneti; da una parte hanno saputo conservare le vecchie tradizioni ma anche il prezioso materiale viticolo su piede franco, ma dall’altra non si prestano facilmente a fare investimenti sul miglioramento di alcuni aspetti legati alla coltivazione. E’ questo è senz’altro un limite che impedisce al territorio un immediato salto di qualità; tuttavia il potenziale rimane altissimo.

Oltre alla formazione, spesso ci sono incontri decisivi nella vita professionale di ognuno; nel tuo caso ce n’è stato uno? Gli anni della permanenza torinese mi hanno decisamente segnata, infatti ho vissuto molte esperienze che mi hanno vista a diretto contatto con una mentalità in continua evoluzione che ricerca lavori per poter migliorare il settore vitivinicolo e che è sostenuta dagli enti di ricerca attrezzati con strumenti di analisi all’avanguardia da poter mettere al servizio anche di piccoli enti.

Probabilmente questo modo di agire e di voler studiar meglio i processi è stato determinante senza aspettare che una cosa accada solo perché è legata ad una particolare vendemmia (certo potrebbe sicuramente incidere) o all’incrocio casuale o non ben rintracciabile di alcuni fattori. Ho ritrovato questa stessa determinazione nel voler analizzare con accuratezza e con la giusta tempistica gli aspetti viticoli ed enologici nell’enologo Carmine Valentino con cui condivido molti dei miei momenti di crescita e che per me rappresenta un forte stimolo di miglioramento.

In chiusura, per ringraziarti della chiacchierata, vorrei offrirti da bere: mi dai tre vini da proporti per fare centro? Ultimamente ho avuto modo di assaggiare dei vini di altre zone vulcaniche ed ho colto inaspettatamente delle analogie pur essendo vitigni differenti! La prova cioè di quanto possa essere forte la territorialità ed in particolare l’incidenza del suolo vulcanico. Il Soave Classico vigneto du Lot- 2009 di Inama; Garganega in purezza che all’assaggio mi ha evocato i sentori del Caprettone non d’annata! Buon corpo, intensità aromatica ed una interessante spiccata mineralità.

Oppure il Quota 600 2009 di Graci, Nerello Mascalese e sempre dalla Sicilia, il Koiné 2007 di Antichi Vinai, anche questo da uve Nerello Mascalese.Il primo esprime freschezza e bouquet molto interessanti, al gusto un buon tannino. Sembra di bere un Piedirosso della mia terra con note fruttate, balsamiche e minerali, fresche ed abbastanza pronunciate. Nel secondo rosso invece ho rivisto il Lacryma Christi rosso da invecchiamento, con note speziate miste a quelle balsamiche in evidenza. In entrambi i casi si tratta dello stesso vitigno che sembra mantenere delle caratteristiche basilari di riconoscimento ma che ovviamente risente della diversa esposizione dei vigneti e del grado di affinamento in legno. Un po’ come analogamente accade anche sul Vesuvio, dove le uve conferiscono ai vini tipiche note distintive che però possono subire delle modifiche a seconda dell’iter di lavorazione, dettato naturalmente dalla filosofia aziendale.

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Quarto, Campi Flegrei Falanghina Quartum ’10

23 aprile 2011

Un grande valore della rinascita vitivinicola dei Campi Flegrei, avviata nella prima metà degli anni novanta dalla storica famiglia Martusciello, è senz’altro la giovane età dei protagonisti che vi si affacciano di continuo e vanno affermandosi con la loro dinamicità e voglia di fare.

Lo è stato allora, quando poco più che ventenni debuttavano in società, a Grotta del Sole, i giovanissimi Salvatore e Francesco, innescando un processo virtuoso di passaggio generazionale assolutamente non trascurabile, culminato con l’ingresso in cantina a pieno titolo di regia del giovane (e bravo!) Francesco jr sulle orme dello stimatissimo zio Gennaro; un salto questo seguito tra l’altro negli anni da altri validissimi giovani produttori ed enologi flegrei, impegnati in prima linea nella guida delle aziende di famiglia o di nuove proprie; penso per esempio a Vincenzino Di Meo di La Sibilla, a Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, a Peppino Fortunato di Contrada Salandra, giusto per citarne alcuni tra i più bravi di cui abbiamo raccontato in precedenza su queste pagine.

Così è stato per i giovani fratelli Di Criscio, Francesca Adelaide, Rosa e Luigi, che dopo gli studi hanno preferito recuperare e valorizzare un’antica tradizione familiare che vedeva, più o meno cento anni fa, i loro nonni, e prima ancora già i bisnonni, impegnati nelle campagne quartesi e di rimbalzo nella ristorazione locale. Due ettari e poco più di vigna nel pieno centro a Quarto, l’azienda produce poche altre bottiglie di aglianico e di un rosato del beneventano, ma personalmente spero che in futuro l’ideale rimanga quello di puntare tutto sulla valorizzazione dei soli vitigni flegrei; perché mai no? Francesca Adelaide, tra l’altro, è da qualche tempo presidente de Le strade del vino dei Campi Flegrei, l’associazione nata per mettere assieme le tante anime dell’enoturismo locale che dopo diversi anni di difficile gestazione, si spera possa finalmente avviarsi a camminare con le proprie gambe, e far girare ai turisti le splendide vigne flegree; per questo confido personalmente nel suo entusiasmo e nella sua notoria caparbietà.

Ma veniamo al vino, questo è solo il primo assaggio di falanghina duemiladieci che vi propongo; ho scelto Quartum una sera a cena dall’amico Rino del Ristorante Il Rudere, “è appena arrivato…” mi dice: “assaggiamolo subito..!” gli rispondo. La luce che attraversa il mio bicchiere evidenzia subito l’espressione più docile del varietale, tipica delle uve coltivate nelle campagne quartesi, il colore è di un paglierino tenue, di discreta vivacità; il primo naso è lieve, sono ancora evidenti in primo piano le note vinose post fermentative, ma un leggero aroma erbaceo ne accompagna un primo sorso fresco, subito franco, leggero, gradevolissimo. Sarà così sino all’ultima goccia, bottiglia che in due va via che è un piacere, poco più di dodici gradi alcolici ben sorretti da una discreta acidità; da portare con se al prossimo invito a cena per offrirla agli amici come benvenuto!

Questo articolo è stato appena pubblicato questa settimana sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove, come sempre, potrete trovare una nuova ed interessante ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Questa settimana vi rendiamo anche conto del significato della nostra valutazione in “stelle” dei vini proposti.

Taurasi, Grecomusc’ 2008 Cantine Lonardo

14 aprile 2011

Ecco un esempio di come la ricerca rimanga un valore assoluto da non perdere mai di vista, un assunto per niente opinabile e, men che meno, subalterno a questo o quel giochino politico di turno; il lavoro portato avanti su questo raro e, a quanto pare, straordinario vitigno campano dal prof. Giancarlo Moschetti & co., ci induce oltretutto a pensare, qualora qualcuno non ne avesse ancora colto il valore, non senza una sana presunzione, che la Campania del vino ha tutto quanto necessario per ambire a primeggiare nell’affollato e sempre più omologato calderone del mondo del vino italiano.

Quel che è certo, è  che non abbiamo i numeri per competere con regioni ben più prolifiche della nostra, e a dirla tutta manchiamo anche di annali storici degni di nota, ma da qualcosa bisogna pur partire, e non è certo sul breve, in vitivinicoltura più che mai, che si costruiscono e si affermano ambizioni di questo genere; sono quindi altri gli elementi su cui fare leva e spianarsi al successo. Se ai numeri ed al blasone degli altri si è capaci di contrapporre elementi ancor più preziosi come la continua valorizzazione, come in questo caso, e la riscoperta del nostro straordinario patrimonio ampelografico, soprattutto in virtù di una loro precisa collocazione territoriale, della loro identità, che in certi luoghi, e per certi mercati in particolare, esprimono un valore che va ben oltre la normale esperienza degustativa, ecco svilupparsi un potenziale a dir poco eccezionale, invidiabile, un potere culturale di suggestione unica, un significato antropologico ineludibile; in altri termini, percorrendo questa strada non ci sono ragioni che tendano ad ostacolarci, il futuro è certamente nostro!

La ricerca dicevamo; quella genetica, ampelografica ed agronomica messa in campo sul Rovello bianco ha pochi altri precedenti nel recente passato in regione, e ciò la dice lunga sul fascino che questa varietà ha subito destato agli occhi dei ricercatori che se ne sono occupati, oltre che naturalmente sulla fermezza dei Lonardo’s a riguardo del progetto scientifico. Lo studio ha evidenziato che la varietà, allocata perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’, si differenzia nettamente da altri vitigni sia regionali che nazionali italiani. Storicamente poi, si sapeva che il Roviello o Greco moscio fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche, sin dal 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà, fiano e greco su tutte, probabilmente a causa della sua precocità, e quindi destinato praticamente all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, spesso ancora a piede franco, più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per fini produttivi.

Qui il grande merito di un’azienda come Cantine Lonardo, che sin dai suoi esordi, pur rappresentando appieno lo spirito enoico più tradizionalista, e se vogliamo integralista del comprensorio taurasino, non ha mai smesso di ricercare e sperimentare al fine di migliorare e far crescere la qualità espressiva dei suoi vini, finanche dei già superlativi Taurasi; non a caso è venuta per esempio la scelta di avvalersi, dopo la decisione del bravissimo Maurizio De Simone di prendersi un periodo sabbatico, della collaborazione dell’ottimo Vincenzo Mercurio, profondo conoscitore del terroir irpino nonché tecnico brillante e misurato in cantina.

Ne avevo già di molto apprezzato il duemilasette, annata non certo favorevolissima per i bianchi irpini, ancor meno per una varietà precoce come questa che si offre matura già alla terza decade di settembre, ma questo duemilaotto pare rivelarsi, a distanza di tempo, e cosa ancor più stupefacente, in prospettiva, a dir poco straordinario; bel paglierino nitido, cristallino, offre, a chi ama rincorrere certe sensazioni, un impulso emozionale che ha poco a che spartire forse con l’intero panorama bianchista nazionale; per questo, senza ombra di dubbio, superiore. “Il Grecomusc’ è una varietà che ha una quantità notevole di catechine che è necessario preservare dall’ossidazione durante la vinificazione e l’affinamento”, mi dice, interpellato, Giancarlo Moschetti; “quindi oltre ad una diraspa-pigiatura molto soft, in  riduzione, gli concediamo un tempo di permanenza sui lieviti abbastanza lungo, e di deproteinizzazione naturale mediante precipitazioni a freddo di cantina, per evitare di utilizzare chiarifiche”. Tra l’altro, aggiunge, “essendo un vitigno di tipo tiolico”, caratterizzato cioè da markers piuttosto netti (pensate al bosso o alla ginestra di certi sauvignon, ad esempio), “per preservarne una certa integrità espressiva, vengono preferiti lieviti ambientali selezionati in vigna che possiedono degli enzimi denominati “B liasi”, che tramutano i caratteristici aromi tiolici” – chiare note agrumate, sottile frutto della passione, pietra focaia in lento ma marcato divenire –,“da criptici a presenti”, così da consentirgli di esprimere caratteristiche odorose tipiche di queste tipologie di uve, che certamente non sono per tutti i gusti ma offrono una complessità eccezionale, e che in più mira a garantire al vino una longevità davvero interessante, di cui certo non possiamo ancora avere piena contezza, ma per come si esprime nel bicchiere questo duemilaotto, ricco, tagliente, minerale, non possiamo che apprezzarne l’interessante prospettiva.

Non nego che è piuttosto difficile pretenderlo, soprattutto in un momento di mercato così difficile e complesso dove basta poco per perdere la bussola, però ritornando a noi, al valore assoluto della nostra vitivinicoltura, la specializzazione rimane l’unica via praticabile, e questo vino ne è l’esempio più illuminante; pensare che sia possibile presentarsi ai propri consumatori con un vino bianco così insolito, e non per completare la gamma aziendale – se ci pensate, sarebbe bastato, come fanno tra l’altro in tanti, comperare una o due vasche di fiano di Avellino o greco di Tufo per annata – ma per raccogliere una opportunità di recuperare e valorizzare un vitigno misconosciuto altrimenti disperso, non è mica male come idea vincente, non trovate?

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Campi Flegrei Falanghina 2009 Cantine del Mare

9 aprile 2011

Cantine del Mare, Monte di Procida (NA)

Monte di Procida nell’immaginario collettivo di noi flegrei è sempre stata terra di partenza; a buttare uno sguardo agli albi comunali si leggono tracce che raccontano anni di migrazioni di massa; spesso intere famiglie, a volte più generazioni che hanno lasciato questo piccolo comune dei Campi Flegrei per raggiungere mete lontane talvolta migliaia di chilometri: Stati Uniti, Canada, sud America le destinazioni più ambìte; più di una volta senza fare ritorno, se non per la vecchiaia. Monte di Procida annovera anche una marineria tra le più esperte in forza alle numerose compagnie multinazionali di shipping che solcano i mari di tutto il mondo; gente esperta ed impavida, che porta nel proprio dna un legame fortissimo con il mare.

Gennaro Schiano aveva un’idea che gli frullava nella testa da anni; no, non quella di lasciare la sua terra natìa, sentiva anzi sempre più forte l’esigenza, l’impellenza, di piantarvi radici ancora più profonde; così la passione per il vino ha preso il sopravvento, l’idea di una terra in movimento è divenuto un progetto solido e duraturo; si gode così, dalle sue vigne, lo splendore del mare d’inverno, e gli straordinari tramonti all’orizzonte: oggi a girare il mondo preferisce mandare le sue bottiglie di vino, falanghina e per e’palummo.

Così nel duemilatre nasce Cantine del Mare, con la collaborazione dell’amico Pasquale Massa, a cui tocca fare divulgazione, e del giovane Gianluca Tommaselli a cui sono state affidate le redini della piccola e suggestiva cantina in tufo di via Cappella. Le uve predilette, come detto, sono quelle tradizionali flegree; con la falanghina, oltre al delizioso bianco di cui vi parlo oggi, viene prodotto anche un interessante vino spumante, il Brezza Flegrea.

Con questo vino di Cantine del Mare inauguriamo il nuovo corso bianchista della nostra rubrica, che nelle scorse settimane aveva volutamente dato ampio spazio soprattutto al piedirosso, vitigno decisamente meno diffuso della falanghina nei Campi Flegrei, ma non per questo meno ricercato. Nelle prossime uscite quindi vi racconteremo approfonditamente dei nuovi bianchi 2010, anche in virtù di una primavera che, a dispetto del calendario, tarda sì ad arrivare ma, che non possiamo non sentire già nell’aria. Iniziamo però da un duemilanove, dal vecchio millesimo per intenderci, dove eravamo rimasti. Un bianco, questo di Gennaro, essenziale ed immediato, lieve, minerale, franco, proprio come penso debba essere una falanghina della nostra terra; in questo momento, dopo un anno e più di bottiglia, nel suo momento migliore, è al suo apice espressivo. Qui la marcia in più è la sapidità, quella gradevole sensazione di compiuta bevilibilità che solo certi bianchi sanno offrire, e la “nostra” in questo caso ne è regina; un bianco leggiadro, fine ed elegante, che solletica il palato ma non affonda le unghie, che infonde calore ma non appesantisce il palato. Un bel biglietto da visita per i Campi Flegrei!

Questo articolo è stato pubblicato questa settimana su Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove abbiamo offerto ai nostri lettori anche una fresca e saporita ricetta di mare consigliataci qualche tempo fa dall’amico Carmine Mazza de Il Poeta Vesuviano di Torre del Greco; piatto perfettamente abbinabile a questa sottile e finissima falanghina flegrea. Ne “il Dizionario del vino” inoltre,  anche un nuovo termine per imparare “a leggere” il vino.

Le 10 domande più “cool” da fare ai produttori per ravvivare l’atmosfera al prossimo Vinitaly

6 aprile 2011

Quest’anno passo la mano, ma solo perché ho ancora troppe cose da fare e troppo poco tempo a disposizione prima che inizi la nuova stagione; mi scuseranno i tantissimi, che per piacere o semplicemente per dovere, non m’hanno fatto mancare l’invito a passarli a trovare; ci saranno altre occasioni. Vinitaly quindi è alle porte, qualcuno lo aspetta sempre mi verrebbe da dire, c’è però chi lo snobba (non serve! dicono), altri lo ignorano proprio, altri ancora sanno che sta lì, prima o poi ci andranno. Forse.

Si accendano quindi le telecamere, le fotocamere, i tablets di ogni marca e generazione, notebooks, telefonini, caricatori di; per i più nostalgici, si sfoderino pure le vecchie penne e i taccuini in finta pelle nera! Poi i biglietti – oddio i biglietti! – la rubrica telefonica con tutti i numeri utili, l’invito. Con questi, masse di professionisti, enotecari, salumieri, ristoratori, trattori, rappresentanti, sommeliers, giornalisti (quelli veri), bloggers – da non confondersi con i giornalisti, anche quando si spacciano di esserne colleghi – e semplici appassionati si apprestano a partire alla volta di Verona per trascorrere uno, due o cinque giorni all’insegna di grandi rivelazioni, delusioni o nuove esaltanti esperienze e, faccenda non certo di secondaria importanza, bevute e mangiate irripetibili; o almeno si spera.

A tutti quanti dico: divertitevi, e bevete tutto quello che pensate vi possa appassionare! Fate esperienza, allenate il vostro palato, incontrate persone, stringete più mani che potrete; non fate i fighetti, portate pazienza se gli stands saranno affollati e non vi lamentate alla prima occasione perché non vi hanno riconosciuto; capita, forse nemmeno vi rendete conto cosa significa per un produttore stare lì cinque giorni ed essere assaliti (si spera) costantemente da orde di genti da ogniddove! Fate di questo evento una bella passeggiata tra persone, bottiglie e bicchieri, e non la vostra idea definitiva del mondo del vino; cogliete l’occasione magari per allacciare nuove conoscenze, chiedete magari quando e come sarà possibile poi fare un salto in cantina, a camminare le vigne.

Infine una dritta, aggratis: le dieci domande, secondo me, più cool da fare ai produttori ai loro banchi d’assaggio qualora intuite un calo di attenzione nei vostri confronti. Attenzione però, leggere attentamente le avvertenze prima dell’uso! N.B.: tra parentesi un suggerimento di alcuni passaggi utili da tenere, in prima istanza, solo come un pensiero.

1 – Sono sempre stato affascinato dai vostri vini, li preferisco da sempre, quel vostro Riserva poi… che annata è in commercio adesso? Assicuratevi di stare parlando della stessa azienda, e che frattanto non siano trascorsi vent’anni dall’ultima volta che avete assaggiato un loro vino!

2 – Barrique di primo, secondo o terzo passaggio? Un classico, un caposaldo si direbbe seppur un tantino inflazionato; però se beccate quel piccolo produttore alla sua prima esposizione, avete fatto centro!

3 – Quante ne fate di questo? Se non siete dei maghi non impelagatevi in numeri che mai più ricorderete appena girato le spalle.

4 – Questo vino non fa malolattica, (e se la fa, solo in parte) dico bene? Domanda ficcante, da vero esperto; girate però alla larga da quegli stands con coltri di amerrecani in fila :-).

5 – Avete rappresentanti nella mia zona (sa perché è da un po’ che vorrei inserirvi in carta)? Astenersi se pensate di farla franca, magari il Vostro ve lo propone almeno da un paio d’anni mentre voi ve ne siete convinti solo ora giusto perché qua e là un paio di articolini ne parlano bene.

6 – Davvero notevole (si sente però l’annata calda), duemilasette vero? Schiere di grandi vini vi attendono, fate attenzione però a non relegarli nell’accezione più morbida del significato “grande vino”.

7 – Che portainnesto utilizzate, 140 Ruggeri o 779 Paulsen? Questa è proprio figa, ma tenetevela just in case siete sicuri di poter strappare un appuntamento per il dopo cena. E solo se la produttrice vi ispira, naturalmente; e comunque, occhio, in nessun caso citare il Kober 5 BB.

8 – Lieviti indigeni o selezionati (no perché le spiego, ormai ho maturato una certa sensibilità)? Attenzione a non avvicinare il calice all’altezza degli occhi mentre vi scappa di farla (sta domanda), e fissate bene il vostro interlocutore mentre vi risponde. Se gli vibra l’orecchio destro, mente spudoratemente!

9 – Mica ha un biglietto d’ingresso omaggio in più da offrirmi per un amico? Confidenziale, a dirla tutta, la più sputtanata delle domande che vi possa venire in mente. Qui serve un sorriso immenso e/o una gran faccia tosta, fate voi!

10 – Quanti milligrammi per litro di solforosa ci mettete in questo vino? La più cool di tutte, la domanda con “D” maiuscola, la madre di tutte, quella da 10 e lode, la più gettonata e all’altezza del trend attuale; badate bene però a chi la rivolgete, astenersi da omaccioni bio naturalqualcosa, caschereste male!

E ricordatevi, comunque vada, sarà un successo! 🙂

Scusa Ameri, ti interrompo dallo stadio San Paolo

3 aprile 2011

Carissimi, mi scuserete per questa breve incursione decisamente “off topic”, spero mi sia consentita visto che erano più di quindici anni che mancavo allo stadio San Paolo e che partite come queste – che regalo ragazzi! – entrano a pieno titolo negli annali del calcio italiano come “match al cardiopalma”, da ricordare e consegnare ai posteri!

Invero, nutrivo più di una semplice convinzione che sarebbe stata una esperienza indimenticabile, giuro mai così incredibile, per quanto avessi previsto una partita in sofferenza ma vinta; qualcuno tra i miei amici sorriderà senz’altro nel leggere che fossi certo di una prestazione straordinaria di Cavani&Co. anche dopo il due a zero laziale. Non è presunzione, ne senno di poi, piuttosto ero lì, in uno stadio gremito in ogni ordine di spazio, che non ha mai smesso di incitare i propri giocatori; proprio in quel momento, sullo 0-2, i tifosi azzurri, sì proprio noi, abbiamo letteralmente preso in mano le redini del gioco, l’anima dei calciatori. Vabbé, poi è salito in cattedra El Matador, la vivacità di Mascara, la precisione di Lavezzi (!) e, mettiamoci pure un po’ di mazzo, si sono così spente le velleità biancazzurre: risultato, Napoli-Lazio 4-3, Mauri (L) Dias (L), Dossena (N), Cavani (N), Aronica (Aut.), Cavani (N), Cavani (N). “Milano chiama, Napoli risponde”*. Beh, io c’ero!

* Luigi Necco, del finissimo giornalista partenopeo nonché ineguagliabile telecronista rai (1978-1983) del Napoli che fu anzitutto di Maradona. 

Castelfranci, Taurasi 2005 Boccella

30 marzo 2011

Un riassaggio tra i più “sinceri” fatti alla rassegna “Parlano i Vignaioli” lo scorso 20 Marzo a Bacoli. Ricordo che giusto due anni fa, proprio qui sul blog di Luciano Pignataro , dopo l’Anteprima Taurasi 2005, era in quell’occasione il suo debutto ufficiale, ne raccontavo inserendolo tra i miei assaggi preferiti pur avanzando riserve, scomposto com’era, sulla sua godibilità nel breve termine; chi ha portato pazienza, si ritroverà oggi nel bicchiere un gran bel bere; già allora però mi colpì parecchio l’integrità del frutto, più dell’inusuale schiettezza.

Le vigne di queste terre, con quelle di Paternopoli e Montemarano, sono sempre state un serbatoio di uve rare e contese, non solo in regione; non mancano infatti, a tal proposito, memorie di lunghi e tortuosi viaggi che queste uve, proprio da Castelfranci partivano per mete lontane mille e più chilometri, talvolta verso nord, sino in Francia, altre invece appena fuori l’uscio di casa, nella vicinissima Puglia degli affari d’oro. E’ indubbio che negli ultimi vent’anni l’Irpinia ha visto sufficientemente stravolti tutti i suoi equilibri economico-produttivi orbitanti attorno al fenomeno vino, praticamente una rivoluzione, che, senza entrare troppo nel merito del ruolo di questo o quel papabile protagonista, sarebbe già ora di rivedere in chiave moderna, riformista come si suol dire, per avviarne immediatamente un’altra, stavolta sul piano delle denominazioni o, se preferite, sull’identificazione specifica delle diverse espressioni territoriali; in tanti se lo augurano ormai da tempo, lo dicono tra l’altro in parecchi tra gli addetti ai lavori, ma ch’io vedo necessario sul breve, giustappunto per non lasciar cadere l’avventore di turno nella tentazione di continuare a pensare che il Taurasi sia solo, per così dire, espressione dell’aglianico coltivato nel grazioso paesino irpino da cui prende origine il nome invece che un’etichetta dietro la quale si celano una moltitudine di territori, vigne ed interpreti decisamente diversi tra loro.

Ecco, Castelfranci è uno di questi, uno dei 17 comuni della d.o.c.g. alla quale porta in dote poco più di 63 ettari di vigna; da un punto di vista geografico, in riferimento alla distensione dell’areale, siamo verso sud della denominazione, con altitudini che passano, anche bruscamente, dai 400 agli oltre 600 metri d’altezza; praticamente da coltivazioni espressamente collinari si arriva ad una viticoltura quasi di montagna, che richiede oltretutto raccolti particolarmente tardivi, spinti di sovente sino alla prima decade di novembre. Qui, verso Sant’Eustachio, a quasi 600 metri, c’è il vigneto di famiglia dei Boccella, poco più di tre ettari votati perlopiù all’aglianico con pochi altri filari di fiano, il tutto a conduzione biologica certificata dal duemilasette.

La sincerità dicevo, questo vino la esprimeva allora come appare chiara oggi, dopo due anni ancora di bottiglia. Probabilmente il Taurasi dei fratelli Boccella non sarà mai un campione di eleganza, penso; eppure chissà se l’opulenza con la quale si esprime oggigiorno non gli conservi sorprese inaspettate come certi Taurasi di Mastroberardino d’antan. Qui la materia prima appare eccezionale, so per certo di una torchiatura tradizionale a mano, di decantazioni e precipitazioni a temperature ambiente (!), di legni grandi per l’affinamento e tanto, tanto tempo da aspettare. Al momento, dopo appena sei anni, questo duemilacinque m’è parso in splendida forma, con quel suo colore rubino di una vivacità a dir poco invitante, poi con quel naso, intenso, verticale, polposo di frutta ma al contempo intriso di note empireumatiche dolcissime: tabacco, noce, caffè tostato. Ciò che ritorna, anche al palato, è proprio quella splendida e netta sensazione di stare bevendo dritto dalla pianta, e che il tempo ne abbia dovuto solo “addolcire” il sorso, smorzato le velleità acido-tanniche alquanto scomposte, per donargli una beva asciutta, sfrontata, energica.

Sapete, ultimamente sembra si sia scatenata una sorte di rincorsa sulla primogenitura di questa o quella scoperta che, boh, a chi interessa poi e a quale pro non s’è mica ben capito; si vince qualche cosa? Ecco, adesso ve lo starete chiedendo anche voi, chi l’ha scoperto sto Boccella? Chissenefrega, mi verrebbe da dire!

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Ariano Irpino, Paski 2009 Cantina Giardino

29 marzo 2011

Il varietale è senz’altro tra quelli da sempre meno considerati di altri in regione, se non a “mezzo servizio”, come uva da taglio, per allungare, o meglio smorzare il brodo, come si suol dire. Eppure non mancano esempi di grande slancio, di cui non si può non tenerne conto per avere un’idea più precisa di cosa stiamo parlando.

Penso ad esempio alle bellissime interpretazioni di Raffaele Troisi di Vadiaperti consegnate agli annali, o a quelle per me indimenticabili di Ocone, le prime bevute che ricordi da sommelier a cavallo tra il ’99 ed il 2001. Furono tra l’altro proprio Antonio Troisi in Irpinia e Domenico Ocone in provincia di Benevento, ad inizio degli anni novanta, a ridare voce e dignità a questo antichissimo vitigno utilizzato sino ad allora perlopiù per tagliare i bianchi in quel tempo più alla moda, il fiano ed il greco, così da smorzarne da subito le spiccate acidità; qualcheduno forse ne avrà contezza più di me, ma a quel tempo si usciva con le nuove annate già a metà dicembre, giusto per non perdere il treno delle folli spese natalizie.

Le motivazioni di un suo rilancio sono state poi suffragate negli anni dal continuo aumento dei prezzi delle altre uve bianche, la falanghina, piuttosto che il fiano e il greco, hanno praticamente monopolizzato i consumi di questi ultimi anni, ed un vino come la coda di volpe, che si esprime tra l’altro con una tipicità così arguta, non ha mancato di fare proseliti e costruirsi la sua bella coltre di fedeli appassionati; per dirne una, un po’ come capita oggi per chi va preferendo il Pallagrello bianco ai soliti noti fiano di Avellino e greco di Tufo.

La mia esperienza di appassionato mi ha consegnato negli ultimi dieci-dodici anni diversi assaggi parecchio gratificanti di vini da coda di volpe; ricordo per esempio, oltre ai suddetti, le primissime uscite di Paolo Cotroneo, Fattoria La Rivolta, davvero notevoli: concentrazioni certamente estreme, quasi materiche, a cui eravamo molto poco abituati per i bianchi, ma indubbiamente di notevole impatto emotivo. Quasi da contraltare, dallo stesso areale, già andava affermandosi, sin dalla sua prima annata nel ’95, la finissima versione di Cantina del Taburno, quell’Amineo inventato da Angelo Pizzi tanto esile quanto sempre estremamente godibile, dal primo all’ultimo sorso. E ritornando all’Irpinia, mi è sempre piaciuto, con Vadiaperti e Di Meo, le mie preferenze assolute dall’areale, il Bianco di Bellona della giovane irpino-belga Milena Pepe.

Anche per questa sua vocazione non-vocazione alla versatilità più estrema è davvero sorprendente il lavoro di Antonio di Gruttola con questa coda di volpe Paski 2009, bevuta e ribevuta a più riprese lo scorso 20 Marzo ai banchi d’assaggio di Parlano i Vignaioli. Un vino prodotto da qualche anno – in principio solo in damigiana e ad uso e consumo familiare (!) – e a quanto pare sempre un po’ in ombra rispetto agli altri bianchi di Cantina Giardino, che detto fuori dai denti, in questa occasione mi hanno convinto ancor meno di quanto abbiano fatto in passato al primo assaggio; il fiano Gaia ed il greco T’ara rà 2009 presenti in degustazione, sono in evidente ritardo, ma non potrebbe essere altrimenti visto che proprio questi due, a dispetto di tanti altri vini, sono da attendere a lungo, e quindi in questa fase l’impressione ricevuta è certamente labile; ne convengo quindi che sarebbe decisamente prematuro esprimere giudizi, porteremo pazienza.

Altro giro, altre emozioni invece per questo Paski 2009, un sussulto d’orgoglio che ci consegna un vino sopra le righe ma assai rassicurante, per la naturale vocazione e per l’integrità espressiva che ne rende fruibile una piena e sana godibilità da subito. Mi racconta Daniela De Gruttola che nasce da una attenta diraspatura manuale, che appena dopo la pigiatura passa subito in botte di acacia e castagno dove vi rimane per quattro giorni in macerazione sulle bucce; successivamente, per circa tre mesi, in fermentazione sulle fecce grossolane; poi, dopo il travaso, l’unico ed il solo a cui è soggetto in questa fase, rimane ancora un anno sulle fecce fini senza mai essere mosso, nemmeno rabboccato, con l’intento di conferirgli, in contemporanea, una doppia evoluzione in fase di affinamento, ossidativa e riduttiva. Il colore paglierino è intenso ma non più della media dei vini così prodotti. Il naso è subito variopinto, buccioso, inizialmente crudo, ma basta lasciargli raggiungere la giusta temperatura, ed un tantino di ossigenazione in più, che si riescono a cogliere note ancor più verticali, in continuo divenire, un timbro fenolico insolito per il varietale ma davvero avvincente. La sua ricchezza trova ulteriore conferma al palato, incisivo ma risoluto, di estrema bevibilità. La solforosa totale è minore di 20 mg/l ed è stata aggiunta solo all’imbottigliamento. Il nome è un omaggio all’autore del quadro rappresentato in etichetta.

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Tramonti, Monte di Grazia bianco 2009

24 marzo 2011

E’ decisamente complicato scrivere serenamente di vino quando praticamente a due passi da casa tua imperversa la guerra; eppure, nonostante l’aria appaia così pesante, è indubbio pensarlo, più difficile forse è renderne l’idea, butto giù qualche riga per rasserenarmi.

L’occasione è rappresentata “da due dita di bianco” lasciate in frigo in bottiglia aperta, più o meno per una settimana; un assaggio folgorante, ne rimango rapito. Vado così ricercando tra le righe di qualche vecchio scritto passato su questo blog conferma di quanto i vini di Alfonso Arpino¤ riescano, come e più di altri, costantemente a lasciarmi un segno profondo ad ogni bevuta, continuando inesorabilmente a sorprendermi per l’incredibile personalità che esprimono; Tramonti poi, con i suoi scenari, e il nuovo che avanza, fa indubbiamente la sua parte.

Il caso, ma non tanto per caso aggiungo, ha voluto oltretutto rimettermi dinanzi ad un assunto lasciato quasi volontariamente decantare per circa un anno, nonché ad una riflessione; in Campania ci sono luoghi del vino ancora troppo poco esplorati, che hanno sì necessità di essere portati alla ribalta della cronaca enologica, ma con attenta parsimonia; da un lato un patrimonio da salvaguardare, spesso non solo vitivinicolo, che subisce quasi, quell’impellente necessità di essere sempre più riconosciuto, valorizzato, per sfuggire alla confusione di un mercato dove continua a regnare sovrano l’aspetto economico a discapito di quello emozionale, e faccenda quasi tutta nostra, il profilo identitario del varietale piuttosto che quello territoriale. Poi l’incomprensibile, per i forestieri in particolar modo, frammentazione produttiva campana; certamente un valore assoluto, una biodiversità incredibile, come si potrebbe non pensarlo, eppure profondamente misconosciuta; e quando trattata, considerata in maniera troppo superficiale.

Il Monte di Grazia bianco 2009, nasce da uve biancatenera, ginestra e pepella, varietà autoctone allevate perlopiù in tutto il circondario della costa d’Amalfi ma che trovano qui a Tramonti una caratterizzazione davvero particolare, un areale avvicinabile per certi versi forse solo a poche altre regioni vitivinicole del mondo, capace di esprimere vini che coniugano una forza caratteriale incredibile, tipica per esempio di certi Chablis, e l’eleganza, magistrale, pari solo ad alcuni finissimi riesling d’Alsazia.

Poco più di milleduecento bottiglie – sia chiaro, da tempo esaurite, ma il duemiladieci che verrà presentato tra poche settimane non è certo da meno – per un vino simbolo del suo territorio; in cantina tutto il lavoro di vinificazione avviene in acciaio così da preservare tutto il carattere esuberante di uve che sembrano conservare nel proprio dna un animo rupestre difficilmente confondibile, tant’è che proprio con l’annata duemilanove si è deciso di utilizzare in fermentazione solo lieviti indigeni per non dissiparne il prezioso valore. Il vino esprime un bellissimo colore paglierino, decisamente cristallino. Il primo naso è esuberante, l’imprinting è indubbiamente agrumato con evidenti variazioni sul tema, dalla foglia di limone alla scorza di mandarino, con continui richiami di macchia mediterranea e nuances balsamiche; poi ci si rende conto di quanto possa fare solo del bene lasciare aprire questo vino, un ventaglio olfattivo marcatamente minerale prende il sopravvento segnandone una eleganza a dir poco stupefacente, una verticalità da brividi per un vino che, tra l’altro, garantisce con i suoi 12 gradi alcolici (il 2010 sarà 11,20!) una bevibilità incredibilmente esaustiva! Avete ancora qualche dubbio su quale bianco puntare per l’estate prossima?

Qui¤, qui¤ e qui¤ altre suggestioni su Monte di Grazia e Tramonti.

Fastignano ’08 Papa, quando il primitivo è dolce

23 marzo 2011

Ritorno molto volentieri a parlare di primitivo, convinto come sono che val sempre la pena spenderci una parola, non solo per sottolineare il profilo identitario di certe etichette, ormai perfettamente aderenti in tutto e per tutto a questo areale ma anche per ribadire quanto in terra di Falerno si stia lavorando alacremente per delinearne vini sempre meno convenzionali e di spessore tale dal permettersi di varcare agilmente i confini regionali, ed in alcuni casi, internazionali.

Così, se il Campantuono duemilasette di Antonio, pur mancando nella straordinaria profondità che ancor oggi caratterizza il suo predecessore duemilasei, offre di se una chiave di lettura fine ed elegante, a strizzare l’occhio a quei palati più sensibili, non di rado convinti di poter fare tranquillamente a meno dell’opulenza di certi primitivo, ci pensa questo delizioso nettare.

Il Fastignano duemilaotto, non è un semplice vino dolce, uno di quelli che proprio in terra di Falerno rappresenta la coniugazione meno diffusa del vitigno, ma, secondo me, una delle più piacevoli conferme che si possano avere dal varietale coltivato in zona; la decisiva caratterizzazione di questo prodotto parte già dalla drastica selezione dei grappoli appassiti in vigna, sulle poche viti quasi centenarie che la famiglia Papa conserva tra i filari del vigneto proprio a ridosso del ben più conosciuto loro cru Campantuono. Una volta giunte in cantina, le uve vengono lasciate asciugare per ancora 15 giorni sulle classiche arèle da appassimento; poi, a mano, vengono spulciati uno ad uno gli acini più integri che vengono successivamente pressati una prima volta in maniera soffice. Il mosto che se ne ottiene fermenta dai 25 ai 30 giorni in acciaio poi viene nuovamente pressato, lentamente e con molta pazienza e l’estratto passa quindi in acciaio per una prima sfecciatura. Dopo un mese avviene una seconda sfecciatura e parte del mosto viene trasferita per poche settimane in barrique già utilizzate per il Campantuono. Dopo ancora un breve ritorno in acciaio, si passa all’imbottigliamento e dopo più o meno quattro mesi alla sua commercializzazione.

Un vino dal colore assai invitante, nero-inchiostro con elegantissime sfumature porpora sull’unghia, decisamente impenetrabile. Il primo naso è avvolto da un ventaglio olfattivo intrigante e seducente, dalle più classiche note di frutti neri in confettura, a sensazioni ancor più dolci che richiamano spezie ed aromi dalla suggestione unica, quando, per esempio, nelle case d’un tempo il naso aveva ancora desiderio e speranza di cercare nell’aria note tostate di caffè appena passato nel macinino oppure rimaneva inebriato dai profumi officinali delle erbe rimaste ad asciugare sul davanzale della finestra, di quelle con le ante in legno. La beva si offre copiosa, dolce, inebriante ma di spessore, giustamente fresco e cadenzato da innumerevoli richiami fruttati e tostati, mai stucchevole e spendibile in abbinamento in più di una occasione, con formaggi erborinati piuttosto che con dolci al cioccolato. Finale piuttosto caldo, avvolgente, da ponderare la tentazione di un sorso eccessivo, il piacere è e rimane sublime solo se non indirizzato all’ebbrezza!

Spesso, non a torto aggiungo io, si avanzano non poche riserve sull’identità territoriale, sulla tipicità capace di esprimere un vino del genere, prodotto con un procedimento tanto articolato quanto pregnante come l’appassimento in pianta e cantina oltre che un lungo affinamento tra legno e bottiglia; eppure mai come in questo caso si è autorizzati a sbandierarlo ai quattro venti, un richiamo storico-culturale sintetizzato tanto nel nome quanto nel vino stesso. A dirla tutta, m’è parso di cogliere proprio questa ragione fondamentale che spinge Antonio e suo padre Gennaro a produrre, solo nelle annate più generose, questo particolare vino, se vogliamo anche piuttosto antieconomico dato l’esiguo numero di bottiglie, appena un migliaio, e la quantità d’uva utilizzata, 20 quintali per ottenerne appena un 30% in vino (!): il legame, forte, di questa famiglia con la tradizione vitivinicola locale che non allontana certo il passato perché proprio lì, nelle generazioni alle spalle, ha da ricercare gli insegnamenti più preziosi riproponendoli in chiave moderna e, laddove possibile, rivalutarli.

Non a caso, è bene ricordare, che fino agli anni ‘ 70, il Falerno di queste terre, di Falciano del Massico come di Mondragone intendo, era un vino molto più dolce di quello conosciuto ai nostri palati, e sfogliando le pagine della storia ci si accorge che era proprio quel modello ad avvicinarsi di più a quello descritto nella classicità latina chiamato, guarda caso, Faustianum, poi declinato in Fastignano nel 1500; una variante che oggi, nel linguaggio moderno, siamo abituati a definire “abboccato” e pertanto, ritornando agli antichi fasti, decisamente più godibile del Falernum austero prodotto nel territorio dell’Ager.