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Serralunga d’Alba, Barolo Vigna Lazzarito ’96

20 ottobre 2011

Chiariamo: tre giorni sono pochi – pochissimi – per cogliere tutte le sfumature che questa straordinaria terra sa offrire di se. Per questo, presto – molto presto – vi tornerò ancora; mi si è aperto un mondo davanti che sento valga seriamente la pena d’esser camminato, ovunque mi porti…

Ma cosa si può raccogliere in soli tre giorni? Beh, anzitutto i colori: siamo stati davvero fortunati, mai in ottobre il tempo è stato così clemente, con quell’aria quasi agostana che ci ha accolti a Barolo e ci ha fatto sentire subito a nostro agio, così come nella splendida Serralunga d’Alba. Ma c’è dell’altro, molto altro. Le colline tutt’intorno, un paesaggio splendido; qui si rischia davvero di lasciarci l’anima; solo a Vosne-Romanée ho provato la stessa unica sensazione di sentirmi in “un altro mondo”. Ma la dolcezza delle linee, ben definite, che si stagliano continuamente all’orizzonte non hanno nulla o quasi a che vedere con la pur amatissima Borgogna.

Qui, più che la mano di Dio ha potuto la fierezza dell’uomo, capace, pur tra mille difficoltà – nonostante qualche intuizione a dir poco esecrabile -, a difendere strenuamente un paesaggio finemente scolpito nella terra viva tra La Morra, Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga, giusto per citare alcuni dei comuni del circondario a portata di mano. E poi le persone, certe storie, con alcuni dei loro vini assolutamente indimenticabili, tali da riempire decine e decine dei prossimi post. Leggerete.

A Serralunga d’Alba un passaggio tra i più felici di questa “treggiorni in langa”, tra i filari di uno dei crus più apprezzati dagli appassionati di Barolo di tutto il mondo: Lazzarito; poco più di otto ettari collocati in una conca naturale che arriva a circa 400 m slm con una esposizione sud/sud-ovest ed un profilo territoriale unico, con terreni poveri di materia organica e di origine sedimentaria marina ricco però di marne calcaree dal colore biancastro.

Qui, Fontanafredda, proprietaria di gran parte del vigneto (poi ci sono Vietti e Germano, credo), ha la sua vigna più preziosa, che tra l’altro, col millesimo 2007 esce in questi giorni sul mercato rispolverando un altro marchio storico di queste terre, Casa E. di Mirafiore, dalle chiare origini reali e svanito durante il secolo scorso, ma pur sempre all’origine di quella che è diventata prima Tenimenti di Fontana Fredda e Barolo e Fontanafredda poi.

Ma ritorniamo al Lazzarito così com’era: non è stata un’annata eccezionale la ’96, ma l’andamento climatico di quella estate, e in settembre inoltrato, nonostante non abbia risparmiato temporali e piogge, ha comunque consegnato in tempo utile nelle mani dei viticoltori della buona uva, e chi ne ha saputo fare buon uso in cantina ha tirato fuori comunque dei piccoli capolavori. Come questo. Certo, quindici anni per un Barolo non sono per niente l’eternità, tutt’altro, e anzi i tre lustri sono forse il limite minimo richiesto oltre i quali intravedere il reale potenziale di una bottiglia; ecco perché mi sento di dire che questo assaggio si è mostrato davvero speciale, una sorpresa da fissare nella memoria, imprevedibile appunto, ed estremamente rappresentativo.

Il colore è di un bel rosso granato netto, limpido, conserva ancora una certa vivacità, addirittura sull’unghia del vino appare piacevolmente cristallino. Il primo naso è subito finissimo, è lì nel bicchiere da molto, e nette sono le note di sottobosco, finocchio selvatico, fiori e foglie secche; poi ancora funghi, tabacco e quindi note più dolci, di liquirizia per esempio. In bocca è piuttosto austero, i tannini hanno di gran lunga subito il tempo, pur conservando una loro precisa trama, sottile ma ancora ben definita, vibrante, e che offrono quindi un sorso sì caparbio ma fine e morbido al tempo stesso, quanto basta, finanche lungo e avvolgente.

Solo in certe annate si verificano “piccoli miracoli” come questi, durante la degustazione l’abbiamo apostrofato come un nebiùl didattico, di quelli bastardi, duri a morire, arduo da domare, uno di quelli che ti regala solo un’annata complessa e poco generosa come questa. A Serralunga in particolar modo. Il tempo ha saputo farne tesoro, e regalarcene ancora l’emozione.

Guide ai ristoranti d’Italia 2012, il Gambero Rosso

19 ottobre 2011

 

Punteggio: 87 – due forchette
Cucina: 52
Cantina: 16
Servizio: 18
Bonus: 1

Lo sapete, questo è uno degli alberghi più belli d’Italia. Il suo “Olivo” è di conseguenza un posto splendido (bonus), curato nei minimi dettagli, di grandissimo fascino e confortevole come pochi. Servizio attento, cortese e professionale, carta dei vini molto assortita e cantina da vedere. In cucina ora c’è  Andrea Migliaccio, mano felice ed equilibrata, inventiva ben dosata e miscelata con la cucina regionale, per un risultato notevole nei piatti assaggiati. Trilogia di cotto e crudo di mare (gamberi, cappesante e palamita), carpaccio di cefalo e tartare di scampi con caviale e cuore di bue alla colatura, risotto al limone con gamberi rossi e bisque, spaghetti ai ricci, maialino croccante con scarola e zuppa forte, babà con zabaione, frutti di bosco e Ratafià. Tutti piatti esenti da critiche, che risultano soddisfacenti e meritevoli di una cena, come tutto il complesso che ritorna meritatamente nei punteggi alti dell nostra Guida. Sulla terrazza da quest’anno troverete il Bistrot Ragù, con vista magnifica sul mare, che offre la possibilità di fare una sosta più informale, sempre in questa incantevole, e impagabile cornice. (da I Ristoranti d’Italia 2012 del Gambero Rosso)

Alba, di Montanaro e della grappa dell’Alchimista

18 ottobre 2011

“S’ci l’è foll!”. Questo è un matto, per dirla alla maniera albese. E a pensarci bene Giulio Bongiovanni non fa proprio niente per smentirsi, per apparire alla mano, anche più di quanto in realtà lascerebbe intuire d’essere. “L’è così, prendere o lasciare!”. Noi, naturalmente, prendiamo…

La grappa, o “il sole d’uva imbottigliato” per dirla con Paolo Monelli, ha avuto in Alba il suo più autorevole precursore in Francesco Trussoni, maestro di alambicchi, detto l’alchimista, che nel 1885 si mise in testa di fare la prima grappa di Barolo, la prima monovitigno della storia. Una storia proseguita negli anni trenta sotto l’egida di Mario Montanaro, suo genero, che contribuì in maniera sostanziale a delineare l’attuale fama di cui gode la distilleria di Gallo d’Alba, nel cuore delle Langhe. Da poco più di un ventennio la Distilleria Montanaro è passata nelle mani di Giulio Bongiovanni, altro maestro artigiano langarolo di primissimo piano. Un gran personaggio!

Le vinacce arrivano in distilleria, quindi selezionate tra quelle ritenute di pregio, adatte quindi agli standards di casa, e quelle meno funzionali destinate magari a lavorazioni di tipo industriale, del tipo per tirarne fuori alcol puro o utilizzate come combustibile bionaturale. Ma la materia prima non è altro che un mezzo per arrivare al cuore della lavorazione, l’ispirazione necessaria per godere di tutti i segreti di una distillazione che conserva un’arte antica e mistica, infinatamente preziosa. Vengono quindi stoccate in silos di cemento da dove man mano vengono confluite, attraverso un nastro trasportatore, alle caldaie in rame.

Le “cotte” durano all’incirca un ora, e le caldaie, praticamente, si autoalimentano grazie alla pressione e al vapore da loro stesse prodotti. Sono infatti collegate tra loro due a due, alimentandosi a vicenda; esauritasi una “cotta”, attraverso l’apertura/chiusura di determinate valvole se ne fa entrare in funzione una seconda coppia, e così via sistematicamente. L’impianto è rimasto praticamante immutato, salvo piccoli ammodernamenti, sin dalla sua creazione nel 1927.

Giulio Bongiovanni, come detto è da poco più di vent’anni proprietario della distilleria Mario Montanaro. Qui è un’istituzione, lo dipingono come uno tosto e dal carattere ruspante, “ruvido”; a me è sembrato un tizio che la sa davvero lunga, un piacere ascoltare i suoi aneddoti, e poi, quel suo bianco Montanaro poi…

Dalle caldaie, attraverso una serie innumerevole di tubi e tubicini, il primo fiore distillato fa un giro piuttosto virtuoso spostandosi in tre diversi locali della distilleria, passando dallo stato liquido a quello gassoso almeno un paio di volte durante il suo “cammino”, così da liberarsi anche del benché minimo residuo sgradevole allo scopo di ottenere acqueviti o grappe purissime.

Il ragno invece, è un complesso sistema di tubicini e microfiltri che s’incrociano apparentemente caotici in una piccola caldaietta che sembra essere la destinazione finale del nettare dell’alchimista. Qui tutto è in rame: poco prima, in una caldaia poco più grande (se ne scorge uno scorcio nella foto, in alto a destra) il liquido viene “intiepidito” e “valorizzato” prima di venire fuori, purissimo, a circa 80 gradi. Praticamente una bomba. Da qui, la raccolta del distillato, tutto sigillato secondo normativa dalle punzonature della Guardia di Finanza; poco dopo il via libera, dritto all’infernot.

Qui riposa il meglio della produzione, dove vi rimane per almeno una dozzina d’anni prima di finire nelle bottiglie di acqueviti o grappe Montanaro. Qui però vi è anche dell’altro, infatti in alcune di queste botti giacciono anche acqueviti e grappe di almeno quarant’anni che concorrono al patrimonio aziendale, che è davvero importante, con alcune partite che arrivano sino al 1960. Non so voi, ma il fascino dell’alchimista mi attira non poco…

Distilleria Dott. Mario Montanaro
Via Garibaldi, 6
12051 Alba Fraz. Gallo (CN)
Tel. 0173/262.014
Fax: 0173/231.378
www.distilleriamontanaro.com
distilleriamontanaro@distilleriamontanaro.com
 

Pollenzo, Ristorante da Guido

17 ottobre 2011

Quindici anni fa, più o meno, ne seguivo le fortunate vicende dalle pagine del Gambero Rosso. Talvolta anche sul “channel”, soprattutto la rincorsa alle ricette tradizionali piemontesi che la Signora Lidia non ha mai fatto mancare ai suoi avventori.

E’ Guido da Costigliole, nome da dipolamatico per un ristorante che da Santo Stefano Belbo è entrato a pieno titolo nella storia dell’ enogastronomia italiana. Sobrio ed essenziale, oggi il ristorante “Guido” è a Pollenzo, presso l’Agenzia voluta da Slow Food che ospita, tra le altre cose, l’Università del Gusto e la Banca del Vino. Nasce dalla riuscita unione di due storiche prestigiose realtà della costumanza gastronomica piemontese, Guido da Costigliole d’Asti appunto e La Noce di Volpiano della famiglia Mongelli.

Padrone di casa stasera è Piero Alciati che, con il fratello Ugo ai fornelli – e qua e la una comparsa della mammissima Lidia -, continuano a proporre piatti tradizionali e tipici della cucina piemontese, accompagnati come detto in questa nuova, suggestiva avventura, dalla famiglia Mongelli. Ma veniamo alla cruda cronaca di una serata piacevole e rilassata a poco più di due passi dalle Langhe.

E’, con il gelato, forse il piatto più riuscito della serata, il benvenuto dello chef, uno gnocco di zucca con ragù di salsiccia e tartufo bianco d’Alba: un trionfo di profumi, netti, distinti avvolgenti ma al tempo stesso calibratissimi, e che non mancano di fondersi in tutt’uno e regalare un’esplosione di sapore unico.

Sono da poco passate le otto e mezza e il locale è già bello pieno. La grande sala, un tempo scuderie del comprensorio “albertino” che ospita l’Agenzia di Pollenzo, ha una dozzina di tavoli distribuiti in un ambiente piuttosto ampio, che in senso verticale – a dirla tutta -, risulta un tantino enorme per decretare quell’atmosfera intima e misurata che appare suggerita ad ogni passaggio in tavola, ma che invero si fa fatica a cogliere nell’aria di uno spazio così dilatato.

Non poteva mancare la Fassona, qui in carpaccio su una fresca insalatina e ancora un passaggio di tartufo bianco (per acclamazione). L’animale si sa è tra le razze più apprezzate, la fibra è tonica e muscolosa: pelle fine ed elastica, ossatura leggera e scarse quantità di grasso sottocutaneo tra l’altro ben amalgamato con la polpa senza mai stravolgerne particolarmente il sapore; la carne infatti è tenerissima, anche perché non è fibrosa, infatti, a dispetto dei muscoli, numerosi e sviluppati, non ha grande quantità di fibre e, come detto, di grasso. Conserva piuttosto un’altissima qualità nutrizionale grazie al ricco contenuto di amminoacidi, vitamina B e minerali di varia natura come il potassio, il selenio, magnesio, calcio, ferro e zinco. Conta molto invece la frollatura, che trasforma il muscolo in carne e, come in questo caso, è quanto mai importante saper offrire un taglio pronto e una preparazione appropriata.

Quindi gli Agnolotti al Plin di mamma Lidia, un piatto di tale disarmante semplicità quanto infinita è la bontà e il sapore che sprigiona; vengono serviti appena saltati in padella con un sugo ristretto di arrosto. E non mancano quelli “al tovagliolo”, semplicemente fritti, e se vogliamo ancora più buoni, che ci vengono portati in centro tavola appena un attimo dopo!

Si chiude con un gustoso Agnello al forno cotto a bassa temperatura: fragrante di aromi dolcissimi, sugoso, pura scioglievolezza in netto contrasto con i carciofi crudi e cotti che svolgono al meglio la loro funzione di contorno e di sgrassatura del palato, infondendo piacevole equilibrio gustativo.

In cantina ci sarebbe da perdersi, non a caso le carte dei vini che ci arrivano in tavola sono addirittura tre: una incentrata sui “vini bianchi”, quel poco che serve a stimolare la curiosità, una “extraregionale e internazionale” e  una “territoriale”, dove mi appare quasi inutile soffermarmi sulla profondità e la complessità dell’offerta, molto più che esaustiva (e a tratti emozionante), lasciando quindi scegliere ai commensali dove andare a parare; in verità alla fine sceglierà Piero, rendendo omaggio alla nostra splendia giornata in langa e proponendoci un immortale e infinito Barolo Riserva 1988 di Borgogno.

Davvero una bella esperienza questa cena da Guido, senza dubbio uno dei luoghi che continuerà a segnare e scandire al meglio il tempo dell’alta ospitalità piemontese; cos’altro aggiungere… ah sì, il gelato al Fiordilatte: beh, che dire… semplicemente commovente!

 
Ristorante da Guido
Via Fossano, 19 12060 Pollenzo (CN)
Tel. +39 0172.458422
www.guidoristorante.it
info@guidoristorante.it
Apertura a cena dal martedi al sabato
 

Barolo, Barbera d’Alba Superiore ’09 Borgogno

15 ottobre 2011

Ci sono vini come questo che non smetterò mai di amare, bere, raccontare. E’ quel vino di cui molti amano descrivere tutto il suo corredo organolettico sintetizzandone l’esperienza con una sola parola: “franco”. Come a dire “è inesorabilmente lui, punto e basta!”.

Borgogno in Barolo è storia, vera, un tantino travagliata se vogliamo, per troppo tempo rimasta lì impolverata, messa in un angolo, in attesa di chissà che, chissa chi se ne ricordasse. E’ curioso pensare come un’azienda tra le più antiche di Langa, anno di fondazione 1761, potesse pagare un dazio così salato tanto da passare quasi inosservata agli occhi dei più che cercavano sul territorio un richiamo tangibile dell’origine di tutto; è vero, i riferimenti sono tanti, molti altri, ma l’inizio di tutto è anche qui, tra le mura antiche di questo piccolo gioiello nel pieno centro della “capitale” delle Langhe.

E l’avrà pensato anche Oscar Farinetti quando ha deciso, nel duemilaotto, di farne il fiore all’occhiello del suo regno enoico langarolo rilevandola, in chiaro affanno, dagli ultimi eredi Cesare e Giorgio Boschis per consegnarla nelle mani del figlio poco più che ventenne Andrea. Una bella sfida, accidenti! mi sono detto, “Una gran figata!”, mi ha risposto il giovane Farinetti. Ma di questo però ce ne occuperemo in un prossimo post raccontando di una straordinaria verticale di Barolo e di molto altro ancora.

Frattanto, il duemilanove è stato l’ultimo raccolto portato in cantina dai Boschis, con le mani ancora in pasta di Cesare; da li in poi sarebbe toccato ad Andrea Farinetti – studi in enologia appena terminati e tanta, tanta grinta -, guardarsi intorno e capire che direzione prendere per rilanciare un marchio e i suoi vini che godono sì di tanto blasone ma pure di enormi difficoltà sul mercato che, incredibilmente, stenta a credere talvolta anche all’evidenza più chiara: la storia qui di langa non può non tenere in giusta considerazione questa azienda.

Le uve, tutte di proprietà, sono coltivate in località Liste e Crosia, nel territorio del comune di Barolo. In cantina niente più lieviti selezionati e vinificazione tradizionale in acciaio, con una permanenza sulle bucce di circa una decina di giorni prima di passare per non meno di dodici mesi in botti di rovere di diversa grandezza (ma non barriques). Il colore è splendido, di un rosso rubino particolarmente intenso e vivace. Il primo naso è vinoso, l’imprinting voluminoso e persistente, viene fuori un frutto rosso fresco e invitante che ad ogni passaggio, dopo un po’, s’accompagna a sbuffate di viola passita e note ferrose, che richiamano in maniera ineludibile il terroir. In bocca è secco, pochi gli angoli acuti ma il sorso è ricco, succoso e di buon corpo, conserva nerbo senza affaticare la beva che rimane costantemente fluida e piacevole. Davvero buono! Con il “generale inverno” alle porte e con una tavola sempre più ricca, ecco un buon “soldato” da non far mai mancare in cantina.

Barolo, Langhe Freisa 2009 Bartolo Mascarello

14 ottobre 2011

Camminare per le viuzze di Barolo è davvero piacevole, più che mai in una giornata di ottobre soleggiata e calda; l’atmosfera qui pare conservare perenne pacatezza nonostante siamo in uno dei luoghi del vino più amati, conosciuti e visitati al mondo.

Il centro cittadino, piccolo borgo capitale del vino di Langa, appare al visitatore vivace ma non caotico, animato, – in alcuni momenti della giornata parecchio -, ma non chiassoso. Insomma è tutto in ordine, un elogio alla lentezza, con ogni cosa sempre al suo posto. E proprio all’ingresso di Barolo, subito a sinistra in via Roma, c’è quella che critici e appassionati, unanime, dicono rappresenti l’azienda che in tutto e per tutto esprime al meglio l’anima barolista tra le più tradizionali in circolazione: Cantina Mascarello. Cinque ettari tra La Morra e qui in Barolo – tra cui 1 ettaro in pieno Cannubi –, oggi, dopo la scomparsa del mitico Bartolo nel 2005, nelle mani di Maria Teresa. “Papà Bartolo – racconta la figlia con gli occhi colmi di orgoglio -, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, e per chi ha imparato a leggerne e seguire il modello, l’ideale, rimane un simbolo indelebile, uno strenuo difensore dell’identità barolista, senza se e senza ma”.

Forse è anche per questo che si rimane decisamente rapiti da questa bottiglia: cotanto blasone, guadagnato sul campo, coltivato in quasi cento anni di storia, pare sciogliersi dolcemente dinanzi a un bicchiere di vino che vuole essere tutto tranne che aristocratico o espressione di risoluta austerità. La freisa di Maria Teresa è tutto quello che non potrebbe mai esprimere un Barolo tradizionale, quello dei Mascarello in particolar modo: di un colore rubino porpora, fruttato e ammiccante, polposo, sottile e vivace quando non leggermente zuccherino; insomma, leggerezza e disimpegno, quelli necessari nelle lunghe chiacchierate intorno a una tavola imbandita di cose semplici e goderecce, un sorso veloce, sbarazzino, offerto dinanzi a un piatto unico e completo, come per esempio una buona pizza o un panino caldo.

Una freisa “nebbiolata” come mi racconta Maria Teresa, come si faceva un tempo in langa, ripassata per poche ore sulle vinacce del nebiolo (quello autentico si scrive con una sola b) risolvendo la fermentazione alcolica prima del dovuto lasciandovi così un contenuto residuo zuccherino tale da garantirgli una seconda fermentazione in bottiglia, utile a conferirgli vivace complessità ma senza stravolgerne compostezza e trama e, soprattutto, capace di donargli quella deliziosa immediata bevibilità altrimenti lontana nel tempo. In fondo, a rileggere la storia recente della famiglia Mascarello, questa vivacità d’animo è sempre aleggiata in casa, soprattutto in certe iniziative di papà Bartolo; un controcanto di leggerezza, talvolta audace, beffardo, addirittura anarchico se vogliamo, ma sempre fiero, e distante anni luce da certi stereotipi, politici come enologici soprattutto incalzanti negli anni novanta: chi non ricorda il “no Berlusconi, no barriques!” “gridato a viva voce” con una etichetta firmata di proprio pugno e che ha fatto storia e da eco a quel no! fermo all’innovazione che strizzava l’occhio al modello bordolese a quel tempo lontanissimo da Barolo eppure tanto costantemente inseguito. Ma questa è un’altra storia, come tanti gli altri aneddoti tutti da raccontare nei prossimi post; frattanto però godiamoci questo primo inatteso e fresco sorso di langa.

Reims, Vintage 2002 Veuve Clicquot-Ponsardin

9 ottobre 2011

“Véeev Clicooò!?”. Ok, siamo alle solite: cosa ti aspetti da una bottiglia di champagne? Certamente una esperienza. E quanto il fascino del marchio – la sua storia ultrabicentenaria, il blasone -, il peso dell’etichetta, il “nome” insomma, influenzano il tuo giudizio finale sulla bevuta?

Vigneto Veuve Clicquot a Montagne de Reims

Personalmente non più di quanto gli sia dovuto. Per intenderci, conta quello che mi arriva nel bicchiere; capisco naturalmente tutte le difficoltà di chi comunque fa fatica a liberarsi di vecchi stereotipi, come del resto comprendo che è impossibile non prendere in considerazione – laddove ve ne sia – un percorso storico e culturale affascinante, o anche semplicemente suggestivo, che contribuisce talvolta a “valorizzare” ancor più un vino; ma la “la prova del nove” rimane il calice, da lì non si sfugge!

Quella del vintage di casa Clicquot-Ponsardin è una storia solida; l’intuizione della veuve Barbe-Nicole scatta nel 1810 ma è il millesimo successivo, il 1811 – conosciuto come l’anno della cometa che contribuì alla celebrità della maison de Reims alla corte di Alessandro I “Zar di tutte le Russie – a consegnare agli annali l’idea, finissima, di mettere in bottiglia una cuvée prodotta utilizzando esclusivamente vini di un singolo raccolto. E come da tradizione, anche in questo Champagne brut Vintage 2002 a predominare è il pinot noir, in gran parte proveniente dal Grand cru di Verzenay a Montagne de Reims, mentre il pinot meunier e lo chardonnay vengono rispettivamente selezionati tra le migliori parcelle della Vallée de la Marne il primo (a Ludes, Premier cru) e della prestigiosa Cote de Blancs (a Mesnil sur Oger, Grand cru) il secondo.

Il colore è di uno splendido paglierino brillante, le bollicine fini e interminabili. Il naso è slanciato, immediatamente voluminoso, espressivo e ampio, fresco e sostenuto da ottima persistenza. Il primo naso è agrumato, poi sentori più austeri di frutta secca e fieno, erbe e poi ancora spezie dolci. L’approccio è asciutto, il sapore denso, il palato è pervaso da una costante piacevolezza che solletica le papille e accompagna la beva ben definita, intensa, persistente. Uno Champagne a tutto tondo, e non il solito champagne, da bersi a tutto pasto e servito tranquillamente in un calice degno di un grande vino bianco che ha da raccontare più o meno un decennio di attesa prima di finire nel vostro bicchiere. Insomma, passione pura!

Guide ai ristoranti d’Italia 2012, così L’Espresso

8 ottobre 2011
Voto: 15
Un Cappello: cucina buona, interessante.
Bicchiere: particolare cura nella ricerca e nel servizio dei vini, internazionali, nazionali o locali.

“A volte capita, nel corso della vita, che d’un tratto ci venga offerta una occasione imprevista e imprevedibile, una bella opportunità: è successo ad Andrea Migliaccio, trentenne chiamato dall’oggi al domani a prendere il posto del celebrato Oliver Glowig, come chef del ristorante e dell’albergo più blasonato dell’Isola Azzurra. E Migliaccio non si è fatto spaventare, ben spalleggiato da una squadra più che rodata, il sommelier Angelo Di Costanzo in primis, pronto a offrire con la stessa disinvoltura millesimati milionari o falanghine di nicchia. Una cucina delicata e avvolgente, con pochi angoli acuti, capace di entusiasmare una clientela curiosa e viziata. Gustosa la crema di cipollotti con scarola e acciughe, carico di agrumi il risotto all’astice, appetitoso il pollo di Bresse con salsa al fois gras e friarielli (broccoli campani). Trionfo di pani, piccola pasticceria e orgia di dolci: d’obbligo meringata e gelati. Degustazioni da 150 e 190 euro. Sui 130 alla carta.” (da Le guide de L’Espresso – I ristoranti d’Italia 2012)

Mirabella Eclano, Ristorante Morabianca del Radici Resort della famiglia Mastroberardino

7 ottobre 2011

Diciamolo subito, questa non è una recensione come le altre e, probabilmente, nemmeno tanto attendibile :-). Per due validi motivi: il primo è che ormai è così tanta la stima riposta in Francesco che mai un mio giudizio sul suo fine lavoro al Morabianca del Radici Resort della famiglia Mastroberardino potrebbe essere meno entusiasta di quanto già meriti di suo. Il secondo è che chi viene qui rischia con molta probabilità di lasciarci anche un pezzo dell’anima: il luogo, tutt’intorno, l’immenso verde che lo circonda, contribuisce non poco a rassenerare lo spirito, a prepararti al meglio, a stemperare insomma anche quell’ultimo cipiglio critico…

E in verità, più che una “recensione” fine a se stessa mi stuzzicava l’idea di “raccontare” a voi, nostri lettori, un pranzo davvero memorabile; se vogliamo essenziale, “territoriale” come si usa dire di solito per rincarare la dose sulla proposta gastronomica locale, senza alcuna sbavatura e valorizzata tra l’altro da un servizio sinceramente impeccabile coordinato in sala da Rocco Platì. Ecco, uno di quei pranzi che meritano di rimanere nella memoria.

Si comincia con un piccolo appetizer con salsiccia rustica tagliata “a coltello” e un assaggio di Podolico servitoci appena arrivati, sotto al gazebo a due passi dalla terrazza che da immediatamente sulla vigna. Tra le mani, un fresco calice di Lacrimarosa 2010, il rosato da uve aglianico di casa Mastroberardino; poi, poco dopo, a tavola, ci arriva una polpettina di melanzane fritta adagiata su del sugo al pomodoro: fragrante e delicatamente croccante. Via in un sol boccone…

E’ sempre un tantino complicato gestire il Baccalà come portata d’ingresso, questa Trilogia però offre di sé una lettura decisamente ammiccante e per niente banale: in tempura, con una passatina di ceci e pomodoro confit, impanato e fritto, su brunoise di verdurine e, infine, con una delicatissima crema di patate impreziosita da una grattugiata di Tartufo nero di Bagnoli Irpino.

I pani, come gli ottimi grissini, sono naturalmente fatti in casa. Non ho fatto in tempo ad immortalare quello al latte, sparito via come niente fosse anche al secondo servizio: davvero superlativo per elasticità, sofficità e masticabilità. Ottimo comunque anche questo all’acciuga, naturalmente da centellinare per la sua accentuata sapidità.

Ecco poi uno dei must di tutta l’Irpinia che Francesco non fa certo mancare nella sua proposta: Ricotta fritta di Montella con Soppressata della vicina Venticano; qui il salume è preferito servito con un taglio a julienne, la quenelle di ricotta è perfettamente calibrata e la tempura senza un filo d’olio residuo di frittura. E’ qui che il Fiano di Avellino Radici 2010 si esprime al meglio, in tutta la sua franchezza, giocata di fino su intensità e rotonda persistenza gustolfattiva. 

Cavatelli acqua e farina con pomodorini del Vesuvio e Pecorino, aggiungere una sola parola in più sarebbe davvero troppo; aah! se il web potesse farvi arrivare il profumo di questo piatto! Da qui cominciamo a sorseggiare il giovane e fresco Aglianico RediMore 2009, prodotto proprio nella vigna su cui affaccia il ristorante qui a Mirabella Eclano.

Quindi, il piatto forse più complesso da gestire in tavola arrivati a questo punto: il pacchero – trafila in bronzo dell’irpino “Pastificio Baronìa” della famiglia De Matteis -, è perfettamente al dente oltreché ben fuso con la crema di fave, che risulta però un tantino spiazzante per la sua prolungata persistenza amarognola. E’ questa l’occasione per far respirare un attimo il palato, un sorso ancora di aglianico e via a rincorrere Letizia a caccia di fiovi e assaggi d’ùa…

Prontii, per la ri-partenza… via!: Sedani (sempre Baronìa) con Ragù di cipolla ramata di Montoro, un vero trionfo di sapori, con una decisa virata alla tendenza dolce appena smorzata dall’acidità della fresca mela con cui vengono saltati prima del servizio. Un assaggio intrigante, di territorio, ben eseguito.

E’ arrivato frattanto nel bicchiere il Taurasi Riserva Radici 2005 che tanto accuratamente Rocco aveva scolmato e lasciato aperto per farlo ossigenare. Che dire, negli ultimi anni – parliamo di Taurasi in generale -, è sempre più palese un ritorno (ove mai vi sia stata una partenza!), al gusto di un tempo, a quella rusticità arcaica persa secondo alcuni nella tra le maglie della memoria di una terra troppe volte sopravvissuta a se stessa; un richiamo a quel gusto talvolta rarefatto di sottile ferrosità che in molti ricorderanno, soprattutto negli anni ’90, veniva drasticamente ricacciato indietro perché tacciato di vetusto, superato, fuori tempo.

Ebbene, nell’ultimo decennio, diciamo dal ’99 ad oggi, dopo alcuni anni ancora di seria confusione – il legno, aah il legno!: grande, piccolo, prima l’uno poi l’altro, viceversa boh! –  in molti hanno finalmente colto che strada intraprendere, offrirsi al proprio destino, decidere per la propria visione. Mastroberardino pare invece aver seguitato a condurre sempre il gioco, almeno per quanto riguarda il “Radici” e i “Riserva“: frutto in primo piano ma mai scaduto in banale confettura, “tannino nobile” propriamente detto e mai, in nessun caso invadente e capriccioso, tutt’altro, sempre finissimo e composto al fine di garantire un sorso asciutto ma mai superato o inefficace. Insomma, la tradizione al tempo di facebook!

Ci servono così il secondo: Guancia di Vitello cotta a bassa temperatura con pappa di pere e pistacchi di Bronte (qui la ricetta). La carne si scioglie in bocca, i pistacchi sbriciolati infondono croccantezza mentre la pappa di pere condensa un sapore intriso di dolcezza che lascia venire fuori una delicata sensazione di pienezza e al contempo pulizia del palato. 

Il vezzo, giunti a questo punto, sarebbe quello di chiudere in dolcezza: Tortino al cioccolato con cuore clado. Lo so, c’entra poco o nulla con l’Irpinia e tutta la poesia di cui sopra, ma vuoi mettere una tale scioglievolezza con la ragione? Poco prima tra l’altro avevo notato in dispensa una bottiglina nera che recava una scritta in verticale: “Halconerìa“. Ma cosa sarà mai?

Detto fatto! E’ un nuovo vino di Mastroberardino, concepito (credo nel 2007, ndr) con l’intento di verificare tutto il potenziale dell’aglianico qui a Mirabella Eclano. Halconerìa 2007 è una vendemmia tardiva di aglianico – non un passito, non un muffato -, un rosso da uve stramature che pare faccia tra l’altro un lungo percorso tra legno e bottiglia. In verità vi dico che non c’ho perso la testa: ha un naso incisivo, fluttuante tra la rosa e la viola passita, tra il pepe in grani e i chiodi di garofano, però in bocca si perde quasi subito, scorre via delicato, manifesto, senza particolari sussulti. E’ chiaro che è solo il primo assaggio, ma si sa, talvolta chi ben comincia… vedremo.

La carta del Ristorante Morabianca propone due passaggi gastronomici tradizionali, a 35 e 45 euro, quest’ultimo in un percorso di sette portate. La carta dei vini è essenzialmente incentrata sulla proposta di casa Mastroberardino – dove comunque c’è tanta sostanza, anche in verticali introvabili altrove, ndr – ma non mancano alcune buone referenze italiane delle più classiche. 

Ristorante Morabianca del Radici Resort
Executive chef Francesco Spagnuolo
Contrada Corpo di Cristo
Mirabella Eclano 83036 (Av)
Tel. +39.0825.431537
Fax. +39 0825.431964
e-mail:info@morabianca.com
Chiuso: Domenica sera e Mercoledi
 

Capri, di agricoltura sostenibile e Scala Fenicia

1 ottobre 2011

Questo giovanotto si chiama Andrea Koch, è romano, laureato in filosofia e musicista per vocazione: “faccio una musica particolare, decisamente introspettiva, fatta di chitarra e voce, la mia sola voce (talvolta distorta); effetti naturalmente che pochi comprendono in pieno”. Sua l’azienda Scala Fenicia, intenta a rilanciare la doc Capri bianco.

Qualcuno avrà già letto di questa piacevole novità qui, in un pezzo della collega sommelier Marina Alaimo che l’anno scorso, proprio di questi tempi, prese parte alla prima vendemmia della famiglia Koch in questo splendido e suggestivo luogo a due passi dal porto di Marina Grande a Capri.

Per chi non lo sapesse, l’antica scala fenicia, da cui prende il nome l’azienda, collega la piana a monte di Marina Grande con il ciglio della rupe dove oggi sorge Villa San Michele ad Anacapri. Le scale vere e proprie – fatte una sola volta e solo per metà, circa 800 gli scalini!! -, cominciano dolcemente a salire a partire dal bivio di Torra (73 mt s.l.m.) e poi continuano a salire rettilinee e sempre più ripide attraverso un boschetto fino a quota 150 mt. Qui inizia il tratto tortuoso che in breve conduce fin sulla strada rotabile (siamo a 250 mt) subito dopo aver superato l’antica cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova. Un ultimo breve tratto quasi rettilineo conduce fino alla porta d’ingresso ad Anacapri a due passi proprio da Villa San Michele (quota 290 mt).

Poco più di quattromila metri, meno di mezzo ettaro di cui appena un moggio piantato a vigneto. In tutto quattro pezze (così vengono chiamate localmente le terrazze con muretti a secco) con piante allevate perlopiù a pergola; in alcuni punti invece è ancora possibile scorgere vecchi ceppi allevati con il tradizionale spalatrone puteolano, dove si arrampicano qua e là un po’ di biancolella, qui detta san nicola, piedirosso, falanghina e ciunchese, quest’ultimo ritenuto da alcuni contadini vitigno autoctono caprese quando in realtà si tratta praticamente del ben noto greco.

Sistema di “coltura integrata”, nel senso che il regime di gestione del vigneto guarda al biologico, tra l’altro certificato, pur dovendo fare i conti con andamenti climatici piuttosto bizzosi. L’Isola Azzurra in effetti non è proprio luogo ideale per fare una sana e florida viticoltura, però con il giusto piglio e “l’aiuto del Signore” – come ci dice Giggino, il mezzadro ultra settantenne che qui cura la vigna da oltre 50 anni -, si riesce a portare a casa quasi sempre un risultato più che discreto.  

In cantina, piccolissima e davvero suggestiva, si lavorano le uve raccolte e cernite esclusivamente a mano con una piccola pressa e diversi piccoli tini in acciaio costruiti su misura su indicazioni dell’enologo che segue Andrea in quest’avventura, Giuseppe Pizzolante Leuzzi. Il vino che ne viene fuori, la prima annata 2010 è composta da ciunchese al 50%, san nicola 30% e per il restante 20% falanghina, matura poi come da protocollo esclusivamente negli stessi tini d’acciaio e quindi in bottiglia sino a maggio dell’anno successivo la vendemmia. Salvo nuove intuizioni.

Il vino di Scala Fenicia, come già anticipato qui da Luciano Pignataro, ha anzitutto un grande valore storico prima che culturale, poiché strappa dall’oblìo una denominazione a rischio di sparizione dal mercato, e rilancia – aggiungo, certo che ce n’è gran bisogno -, l’idea di una nuova e rinnovata visione della vita economica isolana laddove non è più possibile pensare che la vocazione di Capri possa essere legata esclusivamente a quel turismo d’elite che continua sì a far battere cassa ma comincia anche a richiedere sforzi imprenditoriali che né gli amministratori locali né i capresi stessi appaiono disposti – il più delle volte nemmeno capaci -, a pianificare, sostenere, far maturare. Non a caso questa splendida vigna, ma come del resto molte altre sparse qua e là sull’isola, prima dell’intuizione della famiglia Koch, è rimasta, nonostante fosse da sempre tra le più ambite dell’isola, lungamente dimenticata.

Un bianco, il Capri 2010 di Andrea, fragrante, fresco e asciutto, perfettamente calato nel ruolo di sommesso compagno di beva richiestogli. Offre un colore paglierino nitido e cristallino, piuttosto invitante; di primo acchito non esprime un naso particolarmente intenso, perlomeno non in questo preciso momento, articolato com’è essenzialmente su note erbacee e lievi sentori agrumati. E’ in bocca però che offre un bello spunto emozionale, uno schiaffo minerale davvero prezioso.

Capri Bianco 2010 Scala Fenicia - foto A. Di Costanzo

Il sorso è intenso, asciutto come detto, persistente e intriso di fresca sapidità; svela quindi buona materia prima su cui costruire quantomeno un paio d’anni di fine evoluzione. Un tempo utile, necessario, per ritornarci entusiasti col naso nel bicchiere e per saggiare che scenari possa nuovamente offrire al palato. Anche perchè, pur giustificato da un impegno produttivo importante, più unico che raro, non è di poco conto, almeno per il consumatore medio, l’investimento necessario per portarsi a casa questo vino: più o meno 18 euro in enoteca.

A proposito di guide ai vini d’Italia…

27 settembre 2011

Sono anni che ci si scaglia contro le guide ai vini d’Italia per la loro immobile ripetizione, quel “copia e incolla” mai capace secondo molti di rappresentare chiaramente “i vini da non perdere” prodotti nelle vigne italiane. Eppure sembra che non si possa mai fare a meno di seguirle. Sembra.

Un elenco, in qualche caso infinito, che non sai mai se viene naturale dall’incredibile capacità di talune etichette di garantire tale costante qualità dal vederle sempre premiate anno dopo anno – anche in quelle annate cosiddette minori, addirittura in quelle secondo alcuni da bandire assolutamente dagli almanacchi, vedi il 2002 -, o più semplicemente una conveniente scelta editoriale per garantirsi quell’appeal imperdibile da parte del consumatore medio che ha bisogno fortemente del “solito nome” per comprare la tua guida piuttosto quella edita da altri.

Tant’è che produttori, cronisti, giornalisti (ivi compresi presunti tali), sommeliers, enotecari, bloggers eccetera non fanno altro in questi giorni che passarsi in rassegna le varie liste e spendere intere ore a scannarsi sul web; una faida senza peli sulla lingua tra commenti rancorosi e motivazioni delle più fantasiose “sul perché mai quel vino si e l’altro no”, o “è sempre lo stesso papocchio, ma daiii!”. Tutti, ma proprio tutti sentiamo quell’indomabile richiamo che ci spinge ad esserci, di dire pure magari “io quella guida non la comprerò mai e… bla bla bla” e, cosa assai comune, nemmeno rendersi conto di affermare talvolta tutto e il contrario di tutto pur di sputare sentenze.

Un dato cuorioso invece è che tutto ciò accade talvolta anche per vini che in alcuni casi non è nemmeno (più) possibile bere, a meno di imbattersi in qualche enotecaro o ristoratore sfigato; si perché vedete, parecchi di questi Trebicchieri, Supertrestelle, Eccellenze, 5Grappoli e – aspetto di essere smentito – Chiocciole che si voglia, sono già da tempo esauriti persino nelle stesse cantine che li producono. Mentre molti altri bisognerà addirittura aspettarli ancora a lungo prima di poterli trovare sugli scaffali o nelle carte dei ristoranti, in alcuni casi tanto di quel tempo da non ricordarsi nemmeno più che cavolo di premio abbiano ottenuto per costare così tanto! Qualcosa evidentemente non funziona…

Asprinio d’Aversa Extra Brut Ris. Grotta del Sole

25 settembre 2011

L’antefatto – un mio post su facebook che vantava delle grazie e dell’ottimo rapporto prezzo/qualità di questo vino – conduce a una riflessione più o meno azzeccata sul concetto sempre troppo poco chiaro su ciò che è percepito come caro e ciò che invece risulta più semplicemente costoso. O quantomeno più costoso di altri.

Questa è una delle più riuscite operazioni glamour di Louis Vuitton, si chiama Monogram Nova Minaudière; nome piuttosto altisonante per una mini borsetta che pesa un grammo ed è grande più o meno quanto una palla da albero di natale. E’ invece – dicono -, un piccolo capolavoro d’ingegneria nonché di salatissima manodopera (?): è infatti interamente ricoperta di minuscoli Swarovski argentati e neri, incastonati a mano uno ad uno. Costa circa 35.000 dollari, quanto una bmw, con tutti i confort s’intende.

Questa cosa invece è un cannolo siciliano, creato ad hoc da Carey Iennaccaro, pasticcere italo-americano all’opera presso il ristorante Jasper di Kansas City, nel Missouri, Stati Uniti. Preparazione di finissima arte culinaria è arricchita da una collana made in Italy costellata di purissimi diamanti e lavorata dalle mani esperte del gioielliere Tom Tivol che viene servita insieme al dolce, a sua volta ricoperto di foglie d’oro commestibili. E’ servita solo su prenotazione (!), a più o meno 26.000 dollari (si sa che il prezzo della ricotta subisce forti speculazioni negli Usa). Astenersi diabetici.

Questo qui sopra, come è noto a molti, è un vigneto di asprinio “ad alberata aversana”, un modo di fare viticoltura assolutamente fuori dal tempo, consegnatoci da generazioni tanto passate che si perdono nella memoria; loro erano convinti che ne avremmo saputo fare buon uso, noi ne abbiamo contezza da qualche tempo. Da queste uve così piantate nasce un vino sottile e particolarmente acido; tanto sottile da perdersi facilmente nel bailàm dei cento e più vitigni autoctoni campani. Quanto all’acidità invece, ne ha saputo fare vanto, e ne ha tratto solo giovamento, anzi, forse l’unica ragione che l’ha strappato all’oblìo dell’estirpazione e consegnato alle borgognotte della famiglia Martusciello di Grotta del Sole.

Non a caso, molti lo ignorano – in verità pochi lo sanno -, l’asprinio metodo classico di cui vi parlo si chiama proprio Riserva Grotta del Sole, a significare, ove ce ne fosse stato bisogno, quanto valore quest’uva e questo vino abbiano per la famiglia di vignaioli flegrei e quanto abbia contato in assoluto il loro impegno per la salvaguardia di questa antica produzione campana. Sul vino c’è da dire giusto quel poco che serve leggere: ha una spuma copiosa seppur non particolarmente persistente mentre le bollicine s’infilano sottili, fini e piuttosto insistenti. Il colore marca un bel giallo paglierino carico e luminoso, brillante; il naso è pulito, fragrante, offre un bel ventaglio olfattivo sgraziato e intrigante, che chiude su note di frutta secca ed eleganti rimandi speziati. Ciò che sbanca però è il sorso, asciutto ma ricco, profondo e avvolgente, dritto ma senza spigoli eccessivi. A venderlo caro, sui 18 euro in enoteca (un metodo classico così è da incorniciare a memoria d’uomo!).

Questa recensione esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it.

Barbaresco, del Bric Balìn 2000 di Moccagatta

24 settembre 2011

L’azienda è, per gli annali, un piccolo gioiello langarolo, fondata in quel di Barbaresco, proprio sulla strada Rabajà, verso la prima metà degli anni cinquanta da Mario Minuto. Oggi a condurla ci sono i figli Francesco e Sergio nella doppia funzione di agronomi ed enologi.

Il Bric Balìn, da nebiùl in purezza, è tra i loro prodotti di punta, messo in bottiglia per la prima volta col millesimo ’85 e votato, sin da subito, a ricercare un nuovo modello di modernità per un vino, il Barbaresco, in quel momento stretto tenacemente nella morsa del tempo e di un mercato da sempre appannaggio esclusivo del più nobile vicino di casa Barolo. Un assaggio un tantino controverso questo appena passatomi nel bicchiere; non posso certo dire che mi sia dispiaciuto, però nemmeno che mi abbia entusiasmato particolarmente; in fin dei conti però l’esperienza si è rivelata comunque interessante, almeno sotto il punto di vista didattico. Si perché mi intrigava non poco l’idea della ricerca di un Barbaresco già in quell’epoca proiettato nel futuro, molto “moderno” visto anche l’utilizzo esclusivo di barriques – per altro sempre nuove ad ogni passaggio -; un vino dove nelle intenzioni si andava ricercando l’esaltazione del frutto piuttosto che le più complesse sensazioni eteree figlie di una terziarizzazione sempre troppo lontana da raggiungere di slancio. E a quanto pare, non attendibile.

Un Barbaresco, il Bric Balin 2000 dal colore rubino/granata con ancora evidente brillantezza e solo sottili nervature aranciate. Il primo naso è inizialmente balsamico, intriso di aromi intensi che sgomitano per primeggiare e che solo una giusta ossigenazione lascia esprimere in pieno; comunque puliti, franchi si direbbe: ecco (ancora!) quell’imponente corredo fruttato, ciliegia e prugna in confettura su tutti e quindi quel sottile quanto delizioso sottofondo di violetta. Col tempo si colgono distintamente anche note di tabacco e cacao, poi cuoio, liquirizia, pepe in grani. Il sorso è asciutto, dapprima un po’ eccessivamente spiritoso, poi fresco e ancora piacevolmente tannico. Chiude un tantino scomposto, ancora frutto e va bene, balsamico pure, ma sopra tutto una strana sensazione di granulosità che scorre il palato ad ogni sorso, come se vi fossero micro residui a stuzzicare, fastidiosamente, insistentemente le papille.

E’ necessario a questo punto un qualche assaggio di annate più recenti, per riuscire a coglierne eventuali passi in avanti della personalità, dello stile ricercato da Moccagatta con questo suo Barbaresco. O quantomeno per avere un prequel di quel che poi sarà tra dieci o vent’anni. Al momento invece, per dirla tutta, pare difficile avere contezza della longevità di questo vino dinanzi a una bottiglia che in appena dieci anni pare avere già assolto a tutti i suoi doveri. Ché non è proprio questo il limite del nuovo che avanza(va)?

Cucina vs Sala. E il sommelier?

21 settembre 2011

Ci pensavo proprio ieri sera, ricordando a degli amici una scena del genere vista pochi giorni prima in un ristorante: “è una guerra continua, l’inizio della quale si perde nella notte dei tempi, e si protrae, con sempre nuovo vigore, quotidianamente – soprattutto al pass -, in tutte le cucine del mondo”.

La scintilla che ha di fatto scatenato il conflitto non ha origini ben definite, del resto ne l’una ne l’altra brigata contendente si arroga mai la presunzione di aver fatto il primo passo; ma, e questo è quantomeno da apprezzare, nemmeno l’ardire di sentirsi parte offesa per prima. Più semplicemente, è successo, succede, succederà. Così è questa guerra, vissuta sulla carne viva, e tra pentole e comande strappate al vento, va avanti – tra alti e bassi – continuando a segnare tra l’altro anche una straordinaria importanza storica e culturale per entrambe le professioni: “possiamo essere in perfetta sintonia, concentrati sull’obiettivo comune di una prestazione eccezionale, ma non saremo mai complici, siamo troppo diversi!” vi dirà lo chef, in quei rari momenti di tregua. “Sono loro che dipendono da noi, non viceversa; avanti così, giammai al soldo di una cucina qualunque!” ribatterà dalla sala il maitre (ancora visibilmente infuriato per la variazione non comunicatagli tempestivamente).

Insomma, tra una “chiamata” mancata ed una “uscita” in ritardo, ci sono i soliti echi di normale frustrazione professionale. Poi c’è il sommelier, the peacemaker, che quando sa il fatto suo, quando sa fare il proprio lavoro, è capace di mettersi proprio lì in mezzo al guado, giusto a metà strada, pronto a risolvere la situazione. Quando (e solo se) chiamato in causa.

Campomarino, Tintilia 2008 Di Majo Norante

11 settembre 2011

Di certo non v’è da strapparsi i capelli, però vi posso assicurare che l’affare c’è, tanto nell’aver colto qualcosa di cui è utile avere contezza – certi vini vanno sempre raccontati – come nell’ottimo rapporto prezzo-qualità.

Oggi si parla di tintilia, un vitigno autoctono molisano poco conosciuto fuori regione – se non per una o due referenze distribuite anche oltre i confini regionali, e questa è tra le prime – ma assolutamente capace di offrivi (e garantirvi) una piacevole esperienza degustativa. Il varietale per la verità non ha origini propriamente locali, infatti vi è l’ipotesi che sia stato introdotto in Italia in epoca Borbonica, partendo quindi proprio da qui al sud sino a raggiungere finanche certe regioni del nord ovest; si sa infatti che, come tante altre varietà di origini iberiche piantate in vigna in quel tempo, si pensi ad esempio a l’alicante, o a la garnacha, certe uve richiamino sulla loro carta d’identità più che nomi propri autentici, semplici nomignoli derivati dall’etimo ispanico “tinto”, così detti per la loro particolare ricchezza in antociani e quindi per il colore rosso particolarmente concentrato dei loro vini; due esempi su tutti? Il tintore di Tramonti e il teinturier piemontese, oggi vere rarità colturali e talvolta espressioni di vini tanto unici nei loro contesti territoriali quanto irripetibili altrove. Proprio come questo Tintilia 2008 di Di Majo Norante.

Il colore è di un rosso rubino intenso, particolarmente ricco e vivace, con evidenti sfumature porpora sull’unghia. Il primo naso è molto invitante, significativo di frutti maturi e violetta; lasciato cadere l’iniziale sbuffo alcolico, prevalgono un susseguirsi molto gradevole di note aromatiche, poi carezzevoli e dolci nuances balsamiche e speziate. Mi piace godere di questo frutto sempre in primo piano: l’amarena, la prugna, e una vinosità piuttosto costanti. Il sorso è docile, succoso e persuasivo; ritornando alle disquisizioni sul varietale, è palese quanto questo vino sia distante dalle durezze – e dalla profondità, forse anche dalla longevità – del tintore e del teinturier sopra citati. Ma è evidente che proprio qui sta l’unicità di questi vini, misconosciuti, sottovalutati, eppure così autentici. Qui la beva scorre morbida, “pronta” si usa dire in questi casi, e di tannini infatti solo minime tracce, ben fuse alla complessiva struttura del vino.

Varna, Kerner Praepositus ’10 Abbazia Novacella

9 settembre 2011

Il kerner è un vitigno aromatico a bacca bianca creato intorno al 1929 da un certo August Herold, intento a risolvere la problematica di come far “sopravvivere” la vite nel dipartimento agricolo del Württemberg, in Germania.

Dopo numerosi tentativi, la chiave di volta, l’incrocio tra la schiava grossa – varietà a bacca rossa di più o meno basso profilo organolettico, conosciuta anche col nome di trollinger – e il già apprezzato e conosciuto riesling renano. Così il kerner, nome conferitogli in onore di Justinus Kerner, medico e poeta tedesco, ai quali finissimi scritti si era profondamente appassionato Herold. Oggi questo vitigno continua ad essere coltivato perlopiù in Germania, Austria, Svizzera e – limitatamente all’Alto Adige, o Südtirol – , in Italia, dove proprio in Valle Isarco e Val Venosta pare esprimere le interpretazioni migliori. Sono queste aree viticole generalmente caratterizzate da un pedoclima ben definito, piuttosto austero, che tra l’altro il varietale pare sopportare egregiamente. Il kerner infatti non ha particolari esigenze colturali, si adatta bene a qualsiasi tipologia di suoli, più del riesling, e germoglia piuttosto tardi; fa registrare oltretutto scarsa sensibilità alla peronospora e all’oidio (a meno di annate disastrose) nonché una esplicita resistenza al freddo, qui solito arrivare anche oltre i -10 °C pure in piena epoca vendemmiale.

Il Kerner Praepositus 2010 di Abbazia di Novacella è forse il meglio che si possa trovare in giro di questo vino – con quello di Strasserhof tra i miei preferiti in assoluto -, sicuramente non un bianco per tutti se non per quegli appassionati che non temono affatto l’acidità, che non la subiscono cioè come un fastidio ma piuttosto la ricercano e se la godono come pregio. Il colore è splendido, giallo paglierino vivacissimo, il naso subito particolarmente invitante, quasi pungente. Le prime sensazioni a farsi strada sono toni quasi moscati, e comunque aromi freschi, erbacei, balsamici, fruttati che lentamente si amplificano e si aprono a cenni chiaramente più dolci, insistenti: ecco venire fuori mela golden, pompelmo e mango. In bocca è secco, secchissimo direi, costantemente. Avvolge il palato in un susseguirsi continuo di sensazioni acide e minerali, un piacere quasi espettorante, irrinunciabile. Freschezza, adesso ti conosco!

Chiaramonte Gulfi, Carjcanti 2008 Gulfi

8 settembre 2011

Scrivi carricante e t’immagini l’Etna, così il pensiero va subito al Pietramarina, il piccolo gioiello di Giuseppe Benanti che (mi) ha aperto questo vitigno a letture organolettiche sino ad allora inesplorate. E ogni anno sempre con maggiori attese ed attenzioni.

Carjcanti invece è il vino di Gulfi, l’azienda fondata da Vito Catania, oggi nelle mani del figlio Matteo, e portata e raccontata in giro per il mondo – con la sua “I Vigneri” – dall’enologo Salvo Foti, uno dei massimi studiosi nonché conoscitori dei vitigni autoctoni siciliani e mostro sacro dell’enologia isolana; manco a dirlo, lo stesso di Benanti.

Sull’Etna le vigne si levano dalla cenere, e si sa che qui, come forse in nessun altro posto al mondo, più che il vitigno è il microclima, particolarissimo, a contribuire in maniera decisiva a produrre vini di altissima espressività territoriale. Ma pure a Chiaramonte Gulfi, siamo in Valcanzjria, nel ragusano, 150 chilometri più a sud, pare farsi strada un ottimo clone, arrivato proprio dalle pendici del vulcano e per niente lontano da quel modello già apprezzato nei bellissimi bianchi etnei.

Il Carjcanti 2008, con un piccolo saldo di albanello, altro vitigno autoctono locale, richiama immediatamente alla mente le tracce lasciate impresse dalle precedenti vendemmie: vivida brillantezza nel colore, naso costantemente irrorato da sentori minerali e palato di grande sapidità e nerbo acido; il tutto al servizio di un fuoriclasse lanciato spedito nella rincorsa del tempo. La Vigna Campo è per lo più caratterizzata da terreni calcareo-argillosi, impiantata ad alberello, proprio come sull’Etna – con un sistema però meccanizzato, alla borgognona – con una densità di circa 9000 viti per ettaro; il vino tendenzialmente affina parte in acciaio e parte in barrique da 225 litri e in fusti da da 500 litri. Il colore è di un bellissimo dorato acceso, il primo naso è figlio del sole, con sentori fruttati di mango e pesca e scorzette di limone, poi i profumi si distendono in ampiezza e profondità, foraggiati continuamente da reminescenze balsamiche e speziate, sentori erbacei, quindi minerali, e sul finale canditi, di infinita eleganza, finezza e acutezza. In bocca l’ingresso è deciso, spicca inizialmente per l’essenza acida tipica del varietale, ma il sorso viene subito sopraffatto dall’insistente sapidità e carezzato continuamente da morbida mineralità. Dodici gradi e mezzo di pura estasi degustativa, e senza nessuna preclusione per l’abbinamento: si può bere tranquillamente prima di tutto e, quando necessario, dopo tutto.

San Marzano di San Giuseppe, il Primitivo di Manduria Sessantanni 2007 Feudi di San Marzano

6 settembre 2011

Il progetto Feudi di San Marzano si deve all’intuizione che ha unito nel 2003 le Cantine San Marzano a Farnese Vini, colosso abruzzese da oltre dieci milioni bottiglie l’anno che qui aveva intenzione di creare il più grande polo produttivo di vini di qualità pugliesi in regione. Oggi l’azienda produce sei milioni e mezzo di bottiglie, e cammina da sola.

Questo vino nasce ogni anno da vecchie vigne di primitivo di più o meno di sessant’anni d’età, piantate per lo più ad alberello su terreni argillosi a tessitura fine e generalmente caratterizzati da affioramenti rocciosi di natura calcarea. Poi si sa, qui le condizioni climatiche sono quelle che sono, austere sino alla criticità in certe annate, abbondanti oltremodo (pochissime per la verità) in talune altre; comunque vada, a quanto pare, vi è richiesto tanto lavoro in vigna e doviziosa cernita delle uve in cantina. O almeno così ci raccontano gli annali. Sta di fatto che l’assaggio di questo Primitivo di Manduria Sessantanni 2007 mi ha regalato quest’anno una delle più solide esperienze degustative della stagione: così invitante, affascinante, potente com’è. Un vino rosso decisamente robusto, per dirla alla vecchia maniera didattica dell’Ais. Ma c’è senz’altro di più, e tanto.

Il colore è assai avvincente, rosso/bluastro con floride nuances ancora in bilico tra il porpora e il granato intenso, praticamente impenetrabile. Il primo naso offre immediatamente nitidi sentori di classici piccoli frutti rossi e neri in confettura, ma anche interessanti spunti speziati, di tabacco e cioccolato che man mano vanno affinandosi e amplificandosi sino a definire un profilo olfattivo complesso e significativo. In bocca è poderoso, scorre energico e florido, l’imprinting è terragno, sanguigno, autentico insomma; i tannini sono soffici, superati energicamente da una struttura glicerica vigorosa e nerboruta, la beva è quindi solida, debordante, succosa, grassa ma intransigente. Nessuna traccia di legno nonostante la barrique, il frutto sopra tutto. Da bere certe sere in inverno, coccolati dalla neve.

Epernay, Blason Rosé di Perrier Jouet

3 settembre 2011

1811-2011, duecento anni. A pensarci bene non sono mica pochi, e tanto – da solo – dovrebbe bastare per significare quanto lavoro di fino sia stato fatto alla Perrier Jouet, oggi di proprietà del colosso Pernod Ricard, per arrivare in così splendida forma sino a noi.

Blason Rosé è la cuvée più antica della maison di Epernay, perlopiù riconosciuta in tutto il mondo per il marchio Belle Epoque ma che, come testimonia anche l’etichetta qui sopra, rimane – soprattutto per volontà di numerosi storici afeçionados al blason de France -, ancorata fortemente a questa premiere cuvée rosè caratterizzata per la maggior parte da uve pinot, nero e meunier.

Lo champagne si sa è senza dubbio il vino di maggior successo al mondo, o quantomeno il più conosciuto e ricercato, non a caso come pochi sembra non soffrire affatto della crisi economica che sta attanagliando mezzo mondo. Ma lo champagne è anche il vino più personale che esista, hai voglia di parlare di terroir, pedoclima, frutto o integrità, qui il valore aggiunto rimane la cantina, anzi la cave, ovvero lo chef de cave, “l’alchimista” che con le sue intuizioni, le sue scelte e le mille diavolerie nell’assemblaggio, tra tete de cuve e liqueurs, decide del destino di milioni di bottiglie, e con esse, del piacere di centinaia di milioni di appassionati.

Il Blason Rosé di Perrier-Jouët è composto come detto da pinot noir per il 50% e pinot meunier e chardonnay per il restante 50%, questi ultimi più o meno in parti eguali. E’ una cuvée che offre una splendida beva, coinvolgente, vivace, piuttosto gratificante. Si propone con un colore rosa chiaretto intenso e luminoso, le bollicine sono finissime ed infinite; il primo naso esalta note aromatiche decisamente fresche e sbarazzine di frutta, lamponi e fragola anzitutto, che infondono persuasione ed invitano al secondo sorso; poi sottili nuances candite e officinali, ma nulla di inappropriato. In bocca è secco, bilanciatissimo, ha personalità e al tempo stesso delicatezza, asperge il palato con dolcissime note agrumate prima di chiudere asciutto e vellutato. Lo trovate nelle enoteche intorno ai 78/85 euro, in Italia è distribuito in esclusiva da Marchesi Antinori.

Capriva del Friuli, il Sauvignon de la Tour 2008

31 agosto 2011

Pensare a un vino e dire che non ha pari è più che innamorarsene, è perderci la testa. Personalmente ho sempre avuto un gran debole per i vini di Villa Russiz, una realtà decisamente incredibile che fa vini al di sopra di ogni aspettativa, qualsiasi ne bevi, i bianchi in primis.

Più del Grafin de La Tour, lo chardonnay capace di attraversare decenni senza alcun cedimento, tra i pochissimi italiani a potersi permettere passerelle oltralpe e oltreoceano, è il Sauvignon de la Tour ha catalizzare da sempre ogni mia particolare attenzione verso i vini di Gianni Menotti e la sua band. Un vino ogni anno straordinario, infinito, ma questo duemilaotto appare decisamente enorme, assolutamente oltre ogni aspettativa. Tre assaggi in un anno, ognuno più dell’altro, mi fanno pensare, offrono conferma – nonostante sia la mia una passione piuttosto nutrita sino ad oggi -, di non aver mai bevuto prima un sauvignon così entusiasmante. Da manuale.

Di un bellissimo giallo paglierino luminoso si offre ad un approccio olfattivo strabiliante; il naso è portentoso, strepitoso per eleganza e finezza, direi superlativo: inizialmente delicato, si apre ad un corollario di sentori e riconoscimenti incredibili, note erbacee e speziate che fanno da trampolino a sottili nuances vegetali e di frutti esotici e agrumi; sensazioni balsamiche di salvia e maggiorana che rincorrono peperone giallo, pesca e pompelmo. E l’immancabile passion fruit. In bocca l’attacco è disincantato, senza freni, fitto, tanto ampio quanto profondo, acidità a tutto spiano addolcita da una struttura importante, stratificata, non indifferente. Unico appunto, non ce n’è più in giro. A meno che in Fondazione non decidano di dar fondo alla cantina di Capriva dove riposano – si dice – ancora un paio di migliaia di bottiglie di duemilaotto in attesa di una possibile reimmissione sul mercato nel 2014. Mai attesa sarà più gradita!

Tramonti, Costa d’Amalfi bianco Per Eva 2009

26 agosto 2011

Ne abbiamo già raccontato qui¤; Tramonti è un luogo unico al mondo, suggestivo come pochi, da godere con occhi ben aperti e respirando a forza per portarsi via quanta più aria possibile. E’ vero, ti riempie il cuore!

Chi c’è stato¤ non ha potuto far altro che constatare che quanto dicevamo rappresentava solo in minima parte l’emozione, fortissima, che si prova nel camminare le vigne ultracentenarie immerse tra le montagne che sovrastano, imponenti, la costiera Amalfitana; quanto a noi, quello che abbiamo raccontato di Gigino Reale e Alfonso Arpino¤ per esempio, è già una testimonianza che ha fatto storia su questo blog: le verticali del Borgo di Gete¤ e del Monte di Grazia rosso¤ permangono due tracce indelebili continuamente appetite dai “pasionari” del tintore, mentre la recensione del primo Per Eva 2008¤ passatomi tra le mani, una delle più lette e assiduamente ricercate.

Luciano Pignataro¤, in questo¤ suo interessante post, parla addirittura di “miracolo del vino a Tramonti”; il fatto è che siamo indiscutibilemente di fronte ad un vero e proprio fenomeno enologico, tra i pochi così eclatanti registrati in regione nell’ultimo ventennio; e qui bisogna guardare, con sempre maggiore attenzione per godere del pieno successo del vino made in Campania senza scannarsi con l’annosa, dilaniante questione dei numeri. Certo, il territorio, la denominazione, vanno fermamente salvaguardati, oggi più che mai, per preservarne, unitamente al successo commerciale, l’enorme valore culturale, sociale, identitario, economico, che, come detto, qui rimane più unico che irripetibile.

Ciò che fa dei bianchi di qui veri “pezzi d’artiglieria” per la tavola sono anzitutto le vigne, alcune delle quali piuttosto vecchie e quindi caratterizzate da bassa produttività; starseti centenari allignati per lo più su terreni calcarei, di origine anzitutto vulcanica; poi vi è l’ambiente pedoclimatico che le circonda, particolarmente caratterizzante. In primis le forti escursioni termiche dovute all’altitudine, che in alcuni punti raggiunge i 500 metri sul livello del mare, e il triventum, i tre venti che rinfrescano costantemente tutto l’areale di Tramonti.

Se ne giovano in particolar modo anche le vigne di Gaetano Bove, non a caso i suoi vini bianchi risultano tra i più interessanti del circondario, giocati di sovente, come questo Per Eva, sull’uvaggio di falanghina, il vitigno bianco a maggiore diffusione in regione, ginestra e pepella (vedi foto), autoctoni a diffusione perlopiù locale; combinazioni tra l’altro interpretate in maniera impeccabile da Carmine Valentino. 

Il Costa d’Amalfi bianco Per Eva 2009 splende di un colore giallo paglierino netto con accennati riflessi dorati, vivo e cristallino. Il naso non è così ampio come il precedente duemilaotto, ma è solo questione di tempo; l’annata ha consegnato vini lievemente più austeri ed ermetici, ma di cui non si può non avere ottime aspettative; qui si colgono anzitutto note erbacee, seguite da sentori di frutta a polpa gialla come la pesca nonché continui ritorni agrumati, lievi ma decisivi. In bocca è fulgido, asciutto, fresco, balsamico, ci ritorni volentieri su a berne un secondo, poi un terzo bicchiere, ancor più saporito, minerale. Una bottiglia compagna ideale di certe sere di fine estate, affacciati al balcone a pensare, a contare le stelle e aspettare qualcuno che “…Angelo, è ora di andare”. E l’indomani partire. Ancora una volta.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Buon Compleanno Feudi di San Gregorio!

25 agosto 2011

Azienda parecchio chiacchierata quella dei Feudi di San Gregorio; criticata, talvolta sino all’inverosimile, tale dall’essere addirittura demonizzata; per contro, come smentirlo, ci sono centinaia di migliaia di professionisti e consumatori che ne hanno fatto una icona, un riferimento assoluto ed indiscusso per i loro acquisti.

La verità, come sempre sta nel mezzo: i Feudi hanno tracciato la storia contemporanea del vino campano in maniera indelebile, sino agli anni novanta senza protagonisti di rilievo fatto salvo i soli Mastroberardino e giusto uno o due nomi in più. C’è stato, come negarlo, una Campania del vino prima dei Feudi, dal sapore romantico, quasi nostalgico ma mai incisiva e persuasiva sul mercato del vino; e una dopo e con loro: attenzionata, rivisitata, finalmente considerata, rivalutata e rispettata, lanciata come non mai; un lavoro ai fianchi che per vent’anni ha visto l’azienda di Sorbo Serpico protagonista indiscussa sulla scena italiana e internazionale, a far da apripista, e in molti casi da traino, a centinaia di nuovi piccoli e audaci produttori.

Al centro di un circo mediatico tanto utile e funzionale al progetto di crescita quanto talvolta deleterio e deterrente per quella territorialità sempre evidenziata ma mai espressiva sino in fondo, o quantomeno immediatamente riconoscibile. Insomma, allori, fama, prestigio e primati indiscutibili; ma anche errori e orrori – di cui si è discusso tra l’altro infinitamente, sino alla nausea – che ne hanno fatto troppo spesso capro espiatorio di una visione del mondo del vino speculativa e globalizzata, per molti da condannare, ma essenzialmente segno del nostro tempo piuttosto che marchio di fabbrica depositato. In fin dei conti, tutti ben sanno che solo chi non fa non sbaglia mai.

Tant’è buon compleanno Feudi di San Gregorio!. Questo 2011 ci consegna i tuoi primi 25 anni di attività; agli occhi di molti possono sembrare tanti ma chi sa di vino (e vigne) conosce bene invece che è un tempo assai breve per sedersi sugli allori, quindi, aggiungo Ad maiora!. E il Campanaro, questo duemiladieci non fa altro che confermarlo, rimane il bianco più rappresentativo dell’azienda, forse il modo migliore con il quale salutare questo importante avvenimento. Personalmente l’ho sempre considerato, con il Taurasi Riserva Piano di Montevergine, il loro vino simbolo. Qui vivace, cristallino, dal naso davvero interessante e in lento divenire, come via via negli anni sa rinnovarsi voluttuoso, austero e adulatore, giustamente minerale.

Ricchi e Poveri

20 agosto 2011

Tema scottante la ricchezza di questi tempi, soprattutto nell’ottica di come siamo abituati, irrimediabilmente oramai, a sentirci ogni giorno più poveri, e non solo in termini economici. Giustapporre questi due vini non nasce certo dall’idea di un confronto possibile, evidentemente paradossale, ma da un fugace momento di riflessione su quanto siano costretti sempre più ad emozionare certi grandi vini nonostante le aspettative volgano a loro favore e quanto invece risultino sempre più sorprendenti certi altri meno blasonati, diciamo pure inesistenti agli occhi dei più, ma di indiscusso valore territoriale, morale, evocativo.

La Baroness Philippine de Rothschild si mostra in tutto il suo splendore, icona abbondante di una ricchezza debordante, materiale, scintillante, zecchina. La sua storia, quella della famiglia, ci racconta una storia suggestiva a tratti caratterizzata da episodi implacabili; ma ciò che interessa di più a noi del blasone de Rothschild lo ritroviamo tutto in questo mezzo bicchiere offertomi da Mr Adam per avere controprova del perché sia così infinita la sua passione per Mouton e, più in generale, per i vini di questo pezzo di Bordeaux da sempre luogo d’elezione per vini di altissimo profilo.

Un Pauillac 2004 strepitoso, non c’è che dire: colore rubino vivo, denso, quasi impenetrabile. Il naso è ampio, caldo, considerevole, a tratti ridondante di quei piccoli frutti rossi e neri talvolta stancanti altre volte immancabilmente attesi, desiderati, quasi rapiti; in bocca è consistente, copioso, fastoso, grasso, intenso, oltremodo largo, opulento, polposo di un frutto infinito, notevole, pieno, sontuoso mi verrebbe da dire. Ci sta tutto. L’attacco al palato è calorico, il vino ha parecchio spinta e non lo nasconde, esprime freschezza e tannino incisivi e voluttuosi, il ritorno gustolfattivo poi è elegante e raffinato: come te lo aspetti. Il finale di bocca chiude saporito, sfarzoso, soffice quanto basta e squillante quanto lo hai potuto solo immaginare, succoso, carezzevole. Un rosso pregnante, roba da ricchi insomma, mica male!

Raffaele Moccia¤ è invece una persona semplice, allevatore e vignaiolo nei Campi Flegrei. Le sue mani, segnate dal lavoro quotidiano in vigna, sono l’unico biglietto da visita che sa offrire all’avventore di turno. Quell’aria sorniona poi, che non riesce mai a svestire, rimane uno dei tratti più belli della sua personalità forgiata da grande fierezza e lucida caparbietà.  Un uomo d’altri tempi.

Il Per ‘e palummo dei Campi Flegrei Agnanum 2010 è uno dei più buoni rossi mai usciti dalla piccola cantina di Raffaele: austero, disadorno da ammiccamenti inutili e sovraestrattivi, scevro da ogni maquillage che ne confonda l’origine, l’essenza, l’espressività. C’ha messo un po’ ad uscire il duemiladieci, le solite cavolate burocratiche della doc – unito ad un colpevole ritardo del produttore nel consegnare i campioni per le varie commissioni d’assaggio – ne hanno coscritto la commercializzazione a fine giugno quando invece molti clienti – taluni puntando anche i piedi – ne sollecitavano la pronta consegna già in maggio, a causa soprattutto delle numerose richieste ricevute. Invero, male non fa ai vini di Raffaele uscire qualche mese più tardi in là sulla stagione, ma essere una piccola azienda, che fa poche, pochissime bottiglie, talvolta rappresenta tanto un pregio quanto un limite difficile da comunicare e, peggio, far comprendere.

Il colore è chiaramente rubino vivace, appare magro e trasparente nel bicchiere, nudo, così come la terra pare averlo consegnato nelle mani del vignaiolo. Il primo naso è avaro, ma gli basta giusto un giro di orologio per mostrarsi in tutta la sua franchezza, spoglio di nuances carnose e gliceriche e guarnito di frutta a polpa croccante, succosa ed invitante. In bocca è spicciolo ma non approssimativo, stiracchiato su di un equilibrio dolcissimo tirato tutto tra fresca acidità e insistente vinosità, misurato, composto, efficace. In tempo di crisi, poveri noi, per bere bene senza sentirsi più di tanto in colpa!

Campania Rosato Pedirosa 2010 La Sibilla

14 agosto 2011

Così ci fermiamo per qualche settimana. Poche, non abbiate timore, giusto il tempo di ricaricare le batterie e riorganizzare le idee, tante e in continuo fermento, per garantirvi al meglio una informazione libera e, come avviene in questa rubrica, poche ma essenziali pillole di cultura enogastronomica.

Per l’occasione – è tempo di vacanza, di leggerezza – scelgo quindi di proporvi un vino di facilissima lettura, un rosato, cogliendo tra l’altro l’occasione per riparlarvi di una delle aziende più slow dei Campi Flegrei che mi sta particolarmente a cuore: La Sibilla della famiglia Di Meo.

Il vino, il Pedirosa, è nato qualche anno fa quasi per gioco, e nemmeno potuto replicare ad ogni vendemmia; del resto non tutti gli anni si può produrre tutto, seguendo quei rigidissimi canoni di qualità imposti non certo dal mercato quanto dalle scelte anzitutto agronomiche e quindi produttive fatte dalla piccola cantina di Luigi Di Meo & famiglia: poco – e quando capita anche pochissimo – ma buono, anzi buonissimo! Del resto si sa, il vino rosato o è un miscuglio di tutto ciò che non convince al momento della raccolta dell’uva, o è, come in questo caso, il fiore all’occhiello – magari partorito da vigne giovani ed esuberanti – che fa splendere l’intera gamma di vini capace in tutto e per tutto, come pochi altri in ambito flegreo, di esprimere in tutta franchezza l’essenza di un territorio unico ed irripetibile.

Ecco spiegato in poche parole il Pedirosa, duemiladieci per l’occasione: per ‘e palummo dei Campi Flegrei vinificato sapientemente in bianco, cioè con una brevissima macerazione a temperatura controllata del mosto sulle bucce, così da estrarre dalla massa solo il cuore pulsante, l’anima più sbarazzina e fragrante che concorre a farne, senza ombra di dubbio, uno dei vini rosati più riconoscibili in riferimento al varietale; al naso offre un bouquet rispettoso dei cardini classici del vitigno e della tipologia, inizialmente soave poi man mano più ampio e complesso: floreale passito, fruttato dolce e minerale, quasi sulfureo; al palato, la beva è carezzevole, giustamente secca, breve ma efficace.

Un vino rosato delizioso, facile come detto, immediato e dissetante, da spendere freddo sulla più gustosa delle zuppe di pesce del golfo, o così, d’emblè, per brindare alla prossima ambìta meta in riva alla spiaggia più bianca e suggestiva nei vostri desideri. Chi volesse un qualche riscontro, ne trova traccia sul web anche qui, ad opera della brava sommelier Sara Marte e ancor prima qui, in un nostro precedente post. Quindi, buone vacanze a tutti e, mi raccomando, portate un po’ della vostra terra flegrea in vacanza con voi.

Come detto, Pozzuolidice si ferma per qualche settimana per ritornare, perentorio, verso i primi giorni di settembre; con il rosato di piedirosso prodotto da La Sibilla di Bacoli, come sempre troverete una ricetta imperdibile affidata stavolta ad un ospite d’eccezione, Francesco Spagnuolo del Ristorante Morabianca di Mirabella Eclano (Av).

Montemarano, Taurasi Riserva Nero Né 2005

12 agosto 2011

Per quanto potessi scriverne bene di questo splendido vino nulla potrebbe essere più evocativo – e sinteticamente rappresentativo delle emozioni provate bevendolo – delle parole di Nadia Romano, a cui ho chiesto di raccontarmi l’origine dell’idea, del progetto, della nascita de Il Cancelliere e del Riserva Nero Né 2005 oggetto di questa recensione.

Mi dice: << …era fine ottobre, nell’aria c’era il sogno de Il Cancelliere; c’era pioggia e ancora pioggia, ma tanta pioggia, e ancora un po’ di uva da vendere; il lavoro di un anno che andava in fumo. Mia madre disse: “facciamo un po’ di vino per noi, usiamo la botte di castagno come ogni anno”. Arrivò per fortuna una giornata di sole, e ci affrettammo a vendemmiare. Il giorno dopo, manco a dirlo, ancora pioggia. Abbandonammo quindi l’idea di vendemmiare la vigna di Nero Né. In cantina, mentre fermentava il nostro vino arrivò Antonio di Gruttola, accompagnato da mio fratello che credo l’avesse incontrato solo poche ore prima e per caso presso un’altra cantina. Parlammo. >>

“Arrivarono successivamente belle giornate di sole e si vendemmiò finalmente anche la vigna di Nero Né, ma non c’erano botti disponibili. Un vicino di casa ci prestò un serbatoio, così riuscimmo a mettere assieme quel che oggi è nelle poche bottiglie a disposizione. Iniziò la fermentazione e così, naturalmente, tutto il percorso consigliatoci da Antonio. Dopo due anni arrivò il momento di imbottigliare il Nero Né, ma – inutile dirlo – non avevamo le attrezzature.”

“Così Pasqualino Di Prisco ci prestò imbottigliatrice e tappatore. In un angolo c’erano due barrique vuote, rigenerate, comprate da un artigiano di Caposele, si decise di riempirle e stiparle ancora, senza rifletterci troppo. Ecco, così è nata la nostra riserva 2005, e il vino fatto per noi divenne Gioviano 2005.”

A questo punto, sinceramente, non so nemmeno quanto sia necessario aggiungervi altro. Invero, avevo scritto qualcosa di una qualche utilità sull’analisi organolettica di questo affascinante aglianico, che trovo disarmante per quanto integro, dritto, profondo, diretto e, non di meno, proiettato a testa bassa negli anni a venire. Ma credetemi, pochi vini sono capaci di essere materia viva come questo, in grado quindi di ben raccontarsi anche da soli!

Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.

Innovazione e Tradizione| Italia-Russia a tavola

6 agosto 2011

Un report per immagini che parla (quasi) da solo dell’evento enogastronomico tenutosi qui a L’Olivo lo scorso 15 luglio in collaborazione con il Varvary restaurant di Mosca dello chef Anatoly Komm e Moon Import di Pepi Mongiardino. Per dire: innovazione e tradizione, di gran fascino!

L’invito per la cena di gala a quattro mani, per l’occasione preceduto da un delizioso happening – immancabile – in cantina La Dolce Vite…

I protagonisti, Anatoly Komm, chef russo di indiscusso talento e tecnica, inserito tra l’altro dalla Lista San Pellegrino tra i primi 50 chef al mondo…

L’innovazione: azoto liquido, per la preprazione base di uno dei piatti più caratteristici della proposta culinaria di Komm, la Borscht; praticamente la rivisitazione di uno dei fondamentali della cucina rurale di madre Russia, la zuppa di Barbabietola…

La tradizione: la manualità classica richiesta dalla cucina mediterranea, qui nella preprazione di uno dei piatti must di Andrea Migliaccio, la Triglia farcita…

Prato estivo, di Anatoly Komm. Una misticanza di verdure cotte e crude con uovo hi-tech e salsa al tartufo bianco di Alba…

La Triglia con patè di olive nere e crema di cavolfiori alla vaniglia, uno dei piatti del nostro Andrea Migliaccio già divenuto un must…

Borscht con foie gras e vodka Kauffman Luxury vintage 2005; è richiesta una lunga preparazione per questo piatto, particolarmente scenografico e dai gusti piuttosto accesi e profondi; che a dire il vero non mi è affatto dispiaciuto, anzi…

Il Torrone ghiacciato con marmellata di pompelmo, mandorle tostate e balsamico, con le Farfalle con gamberetti, cocco, asparagi di mare e alici alla colutra le due novità di mezza stagione in carta a L’Olivo presentate in anteprima proprio quella sera…

Su tutto, le sublimi bollicine di Philipponnat, Il Royale Reserve Pure Cuvée 243 ed il setoso Grand Blanc, distribuite in esclusiva per l’Italia da Moon Import.

St. Emilion 1er Grand Cru Classé 2004 Chateau Figeac, ovvero quando Bordeaux sale in cattedra

3 agosto 2011

Ancora Bordeaux, stavolta però “rive droite”, per un passaggio di primissimo piano tra le eccellenze d’oltralpe; siamo a Saint-Emilion e nel bicchiere ci godiamo uno Chateau Figeac 2004 davvero avvincente, in grande spolvero!

Lo chateau: Figeac è a Saint-Émilion, la rive droite di Bordeaux, una delle più ambìte delle appellation del bordolese. Numeri alla mano, quello della famiglia Manoncourt – Thierry è scomparso appena un anno fa a 92 anni – è il vigneto più grande dell’areale con i suoi 40 ettari piantati quasi in egual misura con cabernet sauvignon (35%), cabernet franc (35%) e merlot (circa il 30%). Di molto ridimensionato rispetto alla sua origine, ben più estesa e dalla cui spartizione, per vicissitudini ereditarie e/o finanziarie susseguitesi negli anni, ne hanno beneficiato in parecchi, ha conservato tuttavia intatto il grandissimo fascino di uno dei luoghi più vocati del bordolese. Qui, contrariamente alla consuetudine che vuole il merlot predominante negli assemblaggi, questi vi è presente per appena un terzo dell’uvaggio; il vino viene solitamente lasciato maturare esclusivamente in legni nuovi. Per quanto possa valere la classificazione – qui davvero poco se non nel merito puramente commerciale -, Figeac viene annoverato come un premier grand cru classé, seppur ancora di classe B nonostante la lunga battaglia (persa) di una riqualificazione in classe A.

La vigna: poco da dire, se non che il terreno qui è eccezionalmente caratterizzato dai cosiddetti graves de feu, letteralmente ciottoli di fuoco, collocati all’estremità nord-occidentale della denominazione, al confine con Pomerol. L’areale è suddiviso perlopiù in cinque microaree ben definite, due delle quali partoriscono oggi quel fenomeno chiamato Cheval Blanc, mentre le restanti tre, Le Moulins, La Terrasse e L’Enfer ricadono ancora nel dominio di Figeac.

Il vino: è palese quanto sia disdicevole appassionarsi a certi vini, apparentemente tutti uguali di anno in anno come se nulla mutasse di millesimo in millesimo; in realtà così non è: qui, più che altrove, l’annata incide notevolmente sull’imprinting del vino, e si fa sentire e come. Questo duemilaquattro pare calzare perfettamente lo stile dello chateau, meno – dicono – quello dell’appellation: Figeac, con questo uvaggio, se vogliamo atipico, è storicamente forse il meno rappresentativo dei vini di Saint-Émilion, ma quasi sempre estremamente fedele alla migliore delle interpretazioni dell’annata; così con questo millesimo, con un vino complesso, di nerbo e freschezza gustativa da vendere, tannini particolarmente eleganti.

Il colore è ricco, rubino vivo e poco trasparente; il primo naso è emblematico, frutti rossi croccanti, prugna e mirtillo in grande evidenza e note eteree, più di quelle balsamiche e speziate, piacevolissime, che richiamano tra l’altro un sentore piuttosto caratterizzante, sottile ma insistente, di brodo di carne. Al palato è asciutto, quasi arido, con un ritorno di frutta secca e spezie molto gradevole; il tannino non è aggressivo, per nulla invadente, ma non manca di sfoderare una certa vivacità gustativa, soprattutto sul finale di bocca quasi vibrante, di ottima fattura. In definitiva, un rosso di grande efficacia, con una spina dorsale importante ma tannino finissimo ed elegante e, non ultimo, una beva a dir poco gratificante dal primo all’ultimo sorso.

Curiosità: Château Figeac produce anche un secondo vino, La Grange Neuve de Figeac; non è da confondere invece con Château La Tour Figeac o con lo Château La Tour du Pin Figeac con i quali non ha, oggi, nulla a che spartire. Pensate inoltre che in tutta la Francia vi sono almeno 150 chateaux che in un modo o in altro recano nel proprio nome la parola Figeac, molti dei quali proprio nei dintorni di Saint-Émilion.

La Falanghina dei Campi Flegrei e i dieci vini da non perdere… refresh your mind, right now!

2 agosto 2011

Il vino dell’estate? Forse. Di certo c’è tutto un mondo da scoprire dietro ognuna di queste etichette; storie di una terra straordinaria, di persone che credono in quello che fanno ma soprattutto in quello che hanno da raccontare attraverso i loro vini. Ringrazio Luciano Pignataro per avermi chiesto di scrivere queste righe, da prendere essenzialmente come sintesi delle bevute più significanti di questa stagione di lavoro.

Nessuna classifica – come del resto son certo vi sia qualcuno dimenticato tra gli appunti -, ma solo un modo come un altro per ribadire quanto la mia terra, i Campi Flegrei, continui ad esprimere vini che meritano sempre più di essere bevuti più che raccontati. Infine un invito ai produttori, soprattutto ai “piccoli”, naturalmente senza la pretesa di essere ascoltato: specializzatevi, e puntate il mercato in senso verticale, non in orizzontale…

Nel pezzo, on line qui sul sito di Pignataro, si parla della Falanghina dei Campi Flegrei Agnanum ’10 di Raffaele Moccia, del Coste di Cuma 2009 di Grotta del Sole, della Falanghina Grande Farnia ’10 di Antonio Iovino; poi di Colle Spadaro, Cantine Astroni e di Cantine Di Criscio,  Carputo, Cantine del Mare, Michele Farro, senza dimenticare, dulcis in fundo, lo strepitoso Passio 2007 di La Sibilla.

Pozzuoli, Falanghina Grande Farnia ’10 Iovino

30 luglio 2011

Pozzuoli è un porto di mare, con la terra, tanta, lì a due passi tutto intorno; il mare lo senti ovunque, il suo ascendente, l’odore, talvolta il rumore: ti rapisce l’anima; e il cuore antico della città ne riporta segni indelebili. Così la terra su per le colline della città, o nel popoloso hinterland, generosa e procace: ma anche qui se ne sono fatti tanti di scempi, è ora di finirla!

Ed è proprio lì il segreto del successo di domani, il perno attorno al quale costruire un futuro plausibile, concreto, realizzabile; certo, appare lontano immaginare una realtà non più grumosa come quella attuale, impicciata in fatti e misfatti che non lasciano trapelare speranza, eppure bisogna consegnare alle generazioni future almeno un briciolo di radici solide, da cui rinascere, ripartire, sognare, lasciandosi alle spalle un presente confuso e per niente felice. Radici che ci sono, forti; basterebbe tornare e pensarle tali, a dare magari voce allo sguardo di uno qualunque tra i vecchi pescatori del Valjone, o un briciolo di dignità a chi ancora preferisce zappare e coltivare la terra invece di offrire il fianco a quelle mezze calzette che non sanno far altro che tirare la giacca al politicante di turno.

Antonio Iovino, dalle terrazze della sua piccola azienda agricola, in località Monte Spina, l’aria di mare la respira tutti i giorni, ed ha imparato a leggerlo il mare, con occhi colmi di rispetto; così come ha saputo dare valore alla sua terra, quella che sin da bambino amava camminare a piedi scalzi, quando aiutava i fattori a potare e legare le viti di falanghina e per ‘e palummo maritate ai pali; viti che avrebbero dato buon vino fresco e leggero da rivendere ai sempre affollati ristoranti lì sul porto. Quella di Antonio in fondo, è una storia semplice: un giovane – oggi poco più che quarantenne -, che più o meno una dozzina d’anni fa ha scelto di continuare l’antica vocazione agricola di famiglia piuttosto che piantare, tra i suoi filari coltivati a spalatrone, assi d’acciaio e colate di cemento. “Qui la terra è argillosa e ricca di sostanze indispensabili per la vite, come fosforo, ferro, magnesio, tutti elementi che concorrono ad ottenere vini di buona sostanza e qualità ineccepibile, sarei stato un matto a pensarla diversamente”.

Ecco allora di cosa avremmo veramente bisogno nei Campi Flegrei, di tanti matti capaci di saper scegliere tra la terra ed il cemento! Quanto valore ha una pazzia del genere? Eppure, ma forse non a caso, l’azienda di Antonio, rimane una delle poche vigne di città strappate all’abominevole speculazione edilizia esplosa dopo il rientro dell’emergenza bradisismo, oggi, con vanto, un piccolo fiore all’occhiello della viticoltura flegrea. 

Così, per questo vino, l’ispirazione per il nome Grande Farnia, perché come una quercia, qui sulle colline intorno al vulcano Solfatara, la vigna è stata capace di resistere al tempo ma soprattutto agli uomini; una vigna generosa, baciata dalla brezza marina e benedetta da importanti escursioni termiche. Il vino si offre di un colore paglierino tenue ma cristallino, il naso è subito vivace ed immediato, su sentori erbacei e frutti a polpa bianca, nonché accompagnato da una intrigante nota salmastra che ne rivela tutta l’essenza territoriale; la beva è asciutta, fresca, snella e sapida, difficile non ritornarvi ancora, ancora e ancora.

Ancora una vigna di città protagonista assoluta questa settimana sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice. Tocca ad Antonio Iovino e la sua minuscola azienda in località Monte Spina salvaguardare la tradizione agricola puteolana. La ricetta invece è come sempre affidata all’estro della nostra Ledichef.