Segnalazioni| Privo, il vino senza solfiti aggiunti

18 marzo 2013 by

Il progetto è di più ampio respiro, Maurizio De Simone lo sta portando avanti da un po’ di tempo e su più fronti varietali, così anche Paola Riccio gli ha voluto dare attenzione e seguito.

Campania rosso Privo - Alepa

Alepa¤ come è noto è un piccola realtà dell’alto casertano impegnata soprattutto sul fronte pallagrello bianco e nero e, tra l’altro, da sempre molto attenta alla sostenibilità ed alla espressività naturale delle sue bottiglie. Così ad una agricoltura di estrema sensibilità e qualità si va affiancando un passo ancora più avanti sull’integrità dei vini rinunciando di fatto all’aggiunta dei solfiti. Ecco perchè Privo. 

In poche parole il protocollo di lavorazione esclude completamente l’uso di solfitazioni e di metabisolfito di potassio sostituendoli con l’utilizzo di prodotti naturali derivati dai vinaccioli del vino, che hanno notoriamente proprietà antiossidanti e antimicrobiche che, unitamente alle cure di un’attenta pratica enologica soprattutto sotto il profilo della profilassi batterica, hanno consentito di ottenere vini liberi dalle interferenze dei solfiti. Questo cabernet sauvignon è il testimone numero uno ma l’anno venturo seguirà anche il primo pallagrello bianco senza solfiti aggiunti. Staremo a vedere. 

L’annata 2012 ha consegnato un vino ricchissimo tanto che in fermentazione il residuo zuccherino è rimasto predominante. Una caratteristica ‘naturale’ che Maurizio e Paola non si sono sentiti di attenuare o smorzare con tagli o altri interventi di vario genere così da portare in bottiglia un rosso vigoroso, intriso di rimandi fruttati e speziati tipicamente varietali ma dal chiaro sapore dolce e rotondo. Un cabernet da fine pasto, da mettere in tavola magari fresco e principalmente su dolci al cioccolato, o caffè, ma anche solo per fare quattro chiacchiere in libertà.

Tu chiamale se vuoi distrazioni… con Riserva

17 marzo 2013 by

E’ chiaro che nulla cambia sulla sostanza della faccenda, il Coste 2008 dei Lonardo è un grandissimo vino, forse proprio lui il migliore tra i 64 vini assaggiati all’anteprima di Serino, con tutte le potenzialità per rimanere lì per tantissimi anni avanti. 

Se ne sono accorti proprio tutti, ma soprattutto oltre oceano premiandolo giustamente con punteggi altissimi, quanto merita. Mi fa specie però che una critica¤ di tale ‘portata’ non verifichi particolari nella forma così importanti per quanto riguarda l’etichetta di un vino, presentandolo come Taurasi Riserva (come pure il gemello diverso Vigne d’Alto) quando in realtà non lo è. Semmai è un cru ‘annata’ che esce però sul mercato un po’ più in là rispetto agli altri, una selezione cui i Lonardo destinano – lo fanno da poco e solo nelle migliori annate¤ – la raccolta di quei grappoli migliori dalle vigne tutto intorno Taurasi, le ‘coste’ appunto. 

Ma allora che è successo? C’è stata cattiva informazione in merito? A Taurasi Vendemmia¤ sicuramente no! Tutti i vini erano chiaramente esplicitati nelle due liste (una alla cieca ed una nominale) consegnate a ciascuno dei degustatori presenti. Per quanto riguarda Parker¤ invece si possono solo supporre probabili ‘giustificazioni’: i vini gli saranno stati presentati così magari dall’importatore cui s’è rivolto, con un po’ di confusione sulla traduzione dei termini Selezione, Riserva o Cru. Ma perché non approfondire la questione vista poi l’altissima valutazione? 

Insomma, per farla breve e venire al dunque, è chiaro che il fissato sono solo io, ci mancherebbe, ma si trascura un effetto ahimè non proprio trascurabile di un certo modo di fare: una critica così autorevole e seguita, si rivolge ad una platea ampia che, nonostante i luoghi comuni tendono a liquidare frettolosamente come ‘internazionale’ e disinteressata a certi vini di spiccata personalità è invece particolarmente attenta ed esigente, ha passione e non di meno disponibilità tali da spostare sensibilmente i consumi. Ma possiede di sovente anche il piglio e la spocchia necessari per mandarti indietro una bottiglia dove non c’è scritto sopra Taurasi Riserva Coste come si aspetta di trovare. E non sarà certo Parker ad aver sbagliato!

Taurasi Riserva Della Società 2009 Joaquin

16 marzo 2013 by

Ci tenevo a lasciare traccia di questo sorprendente assaggio in anteprima del Taurasi Riserva Della Società 2009 di Raffaele Pagano, diciamo nuovo a cimentarsi con l’aglianico anche se a qualcuno non sarà sfuggito quello ‘in bianco’ de I Viaggi 2006¤ di qualche anno fa.

Raffaele Pagano - foto A. Di Costanzo

Ebbene, sono andato a trovarlo a Montefalcione profittando degli impegni per Taurasi Vendemmia¤. L’intenzione era di provare soprattutto l’ultima ‘trovata’ sul fiano, il Piante a Lapio 2011, ma anche dare una sbirciatina a ciò che ha prodotto la scorsa ‘dura’ vendemmia ad Anacapri¤ cui ebbi il piacere di collaborare.

Mi sono ritrovato dinanzi a più di una sorpresa: anzitutto il riassaggio di un Oyster 110 2008 in splendida forma; un greco (con un piccolo saldo di falanghina) buccioso e rassicurante al naso come asciutto e saporito in bocca, dal sorso sottile e ancora ben piantato. Ma anche tante nuove idee messe in campo in lungo e in largo in Irpinia e il ritorno all’utilizzo in cantina di legni inusitati come l’acacia ed il castagno.

Taurasi Riserva della Società 2009 Jaoquin - foto A. Di Costanzo

Ma veniamo al Taurasi Riserva 2009. Lavorare l’aglianico rappresenta per Raffaele una sfida nuova e parecchio impegnativa, lui che da sempre punta a stupire con bianchi¤ insoliti e spesso anche irripetuti, smarcandosi abilmente dai molti e per questo considerato un visionario, un po’ fuori, e non solo dalle comuni logiche produttive.

Con questo passaggio va invece affacciandosi su di uno scenario¤ assai più contorto, benché complesso e controverso soprattutto per lui che ancora non ha vigne di proprietà su cui costruire il ‘peso’ storico di una etichetta. Allorché il confine tra banalità ed incomprensione rimane estremamente sottile e la presunzione di saperci fare esposta a subire passivamente il fascino e l’aggravio del tempo nel quale rischia di dissolversi così, senza sconti.

Come sempre però le chiacchiere stanno a zero quando a parlare è il bicchiere. Ed eccolo il Taurasi di Joaquin¤, fatto con pochi grappoli di aglianico portati in cantina da una vigna di nemmeno quattro ettari in Paternopoli, che sembra promettere tante cose, consegnarci un’interpretazione rigorosa ed ossequiosa di enorme freschezza e fittezza degustativa. Ha frutto, tanta polpa e verticalità, nerbo, tannini dannatamente ruvidi e sapido quanto basta. Appena una manciata di bottiglie che nemmeno oso pensare quanto gli costeranno al Pagano tenere ancora un anno là in cantina, ma sui cui posso scommettere si aprirà una caccia senza tregua per essere tra i primi a tirargli il collo.

Taurasi Vendemmia 2009| Le mie degustazioni

13 marzo 2013 by

Con ogni probabilità la 2009 è di quelle vendemmie cui bisognerà attendere almeno due/tre anni ancora prima di capire a pieno quale possa essere una sua reale prospettiva nel tempo. Non mi sorprenderebbe nemmeno, alla luce degli assaggi fatti e quanto scritto poi qui¤, che sia tra quelle annate cui servirà, a torto o a ragione, metterci un bell’asterisco ‘in attesa di revisione’.

Carta geografica del Taurasi docg - foto L'ArcanteFrattanto, queste che seguono, sono le mie personali considerazioni sugli assaggi fatti là a Serino. Tutti i vini di varia provenienza¤ sono stati serviti ‘alla cieca’ – anche quando è stato necessario riassaggiarli – dai sommelier dell’Ais Avellino, cui va il mio personale ringraziamento per qualità del lavoro svolto. Così la mia valutazione:

***** Eccellente **** Ottimo  *** Buono ** Suffic. * Mediocre

Appena 16 i Taurasi 2009 in degustazione, e solo uno ‘da botte’. In entrambi i casi, se non sbaglio, credo sia il numero più basso di etichette mai presenti all’anteprima; affiancate però da un fortunato corollario di secondi vini a denominazione di ricaduta come l’Irpinia Aglianico e l’Irpinia Campi Taurasini ed arricchita da una formidabile sessione di rilettura dei 2008, 2007, 2006.

***/* Taurasi Principe Lagonessa 2009 Amarano, Montemarano – Versante Sud/Alta Valle. E’ Montemarano, con Mirabella Eclano, dati climatici e meteorologici alla mano, che scandisce l’andamento sinusoidale della vendemmia 2009. Proprio a Montemarano si è registrato tra l’altro l’indice più alto di piovosità stagionale con anche diverse problematiche prima e durante la raccolta. Da Montemarano però, strano a dirsi, forse il migliore assaggio tra quelli in batteria. Viene dai 7 ettari in Contrada Torre di Amarano, della famiglia Romano, è il Principe Lagonessa¤. Colore rubino quasi porpora, molto invitante, con un ventaglio olfattivo variegato e abbastanza verticale: frutta rossa matura ma anche segnali iodati, terragni e nuances di caffé e cioccolato. Sorso meno vigoroso del solito ma ben avviato, ha tannini di buona fittezza e notevole lunghezza. L’aspettiamo però più avanti, con un legno più digerito.

***/* Taurasi Radici 2009 Mastroberardino¤, Atripalda – Assemblaggio. Viene in parte dalle vigne storiche di proprietà in Montemarano e in parte da quelle del nuovo suggestivo insediamento a Mirabella Eclano. Colore rubino porpora di rara luminosità. Ha naso franco e dolce, assai invitante, con rimandi ciliegiosi ma anche di mora, con note balsamiche appena sussurrate. Solido il richiamo di frutto al palato, che pare aggraziato e lineare, senza spigolature. Sorso di buonissima fattura, sostenuto da tannini sottili e medio corpo. Tra i migliori assaggi di questa tornata.

***/* Taurasi Mater Domini 2009 Rocca del Principe, Lapio – Assemblaggio. L’azienda di Ercole Zarrella si fa notare negli ultimi anni anzitutto per lo splendido fiano di Avellino¤ di Lapio, ma a quanto pare le intenzioni sono tra le più serie anche con l’aglianico. Buono, nonostante un’annata non proprio sorridente questo duemilanove. Dalla cernita dei 6 ettari di vigna di proprietà per metà a Paternopoli e metà a Taurasi. Colore rubino un poco cupo, naso di pregevole fattura tutto centrato su marasca e viola passita, appena accennate le sfumature speziate. Sorso inizialmente un po’ sospeso, secco e sapido, alla lunga rivela buona fittezza e morbidezza; non graffia ma regala un sorso assai piacevole.

*** Taurasi 2009 Feudi di San Gregorio, Sorbo Serpico – Assemblaggio. Ho ancora sotto al naso e continuo a masticare il Riserva Piano di Montevergine 2008 quando mi decido a riassaggiare, ancora alla cieca, il campione n.18, il 2009 dei Feudi. Inutile stare a spiegare il divario tra i due, ma la chiave di lettura rimane univoca: c’è uno slancio notevole rispetto anche al recente passato nelle ultime uscite degli aglianico, quale che sia il suo posizionamento di mercato, dalla cantina di Sorbo Serpico. Bello il timbro cromatico violaceo, di buona vivacità; naso gioviale, invitante, ciliegioso, con accenni appena speziati. Sorso asciutto, di buona progressione, non particolarmente profondo ma chiaramente ben messo. Da bere.

*** Taurasi 2009 Villa Raiano, San Michele di Serino – Versante Sud/Alta Valle. Dalle vigne in Castelfranci una buona lettura alleggerita e di pronta beva del principe dei rossi italiani. Messa così, analisi dell’annata alla mano, va più che bene, anzi, quasi un lusso. Colore rubino con velate trasparenze, dal naso invitante, sottile, piuttosto varietale e persuasivo: sa di viola, amarena, con accenni tostati ed un timido richiamo di grafite. Sorso pacato, di buona fittezza, dal finale piacevolmente sapido. Da mettere già nei bicchieri.

*** Taurasi 2009 Urciuolo, Forino – Versante Sud/Alta Valle. Questo aglianico viene dai 6 ettari di proprietà divisi tra Contrada Terrone a Montemarano e Contrada Candriano di Castelfranci, vigne di età media tra gli 8-12 anni. Buono il colore rubino fitto ed invitante, corredo aromatico fruttato ed essenzialmente officinale, con allunghi di tabacco e cioccolato. Di buona taglia anche il sorso, polposo, ben tessuto. Ancora un tantino invadente il legno. Opportuno riassaggiarlo tra qualche mese per coglierne a pieno la buona sostanza.

*** Taurasi 2009 Poliphemo Tecce, Paternopoli – Versante Sud/Alta Valle. E’ notoria l’impronta che Tecce tenta di dare ai suoi vini, un’idea forse anche unica da queste parti di pensare l’aglianico. Rimane tuttavia l’ennesima esperienza del vino più difficile da ‘leggere’ all’anteprima tra tutti i 64 campioni in degustazione. Stranamente però, anche il più ‘facile’ da riconoscere alla cieca; non sono bastate infatti tre bottiglie per svelarne a pieno tutte le sfumature. Ossidato il primo assaggio, il secondo appena al limite ma tremendamente segnato da una volatile fuori controllo, alla terza bottiglia punto e a capo. Ce lo siamo potuto godere a pieno solo al banco d’assaggio (durante la pausa pranzo) dove la bottiglia, aperta tra l’altro à la volée ha svelato tutta la buona tessitura e il buon frutto in primo piano; ciononostante però in divenire, da aspettare.

*** Taurasi 2009 Di Prisco, Fontanarosa – Assemblaggio. Meno incisivo del solito il primo assaggio dell’anno del Taurasi che verrà di Pasqualino Di Prisco, convincente però molto più di altri in batteria. Dalle vigne in Fontanarosa e conferimenti da Castelfranci un rosso di colore rubino con buona vivacità. Naso chiaramente un po’ timido, come sovrapposto perciò inespresso ma comunque di buon auspicio: è anzitutto floreale e fruttato di susina e amarena, balsamico in divenire, chiudendo quasi iodato. Sorso di buona grana, secco e di discreta lunghezza. Sapido.

*** Taurasi Opera Mia 2009 Tenuta Cavalier Pepe, Sant’Angelo all’Esca – Valle Centrale/Riva destra del Calore. L’azienda di Milena Pepe conta 40 e più ettari di vigne di cui ben 20 piantati ad aglianico. Nonostante un’annata così così l’enologa di origini belghe ha ben saputo dove e come intervenire portando in bottiglia comunque un buon risultato. Colore rubino di buona integrità con appena accenni di maturità, sgranato sull’unghia del vino nel bicchiere. Naso però molto interessante, accattivante, sa di ciliegia, è balsamico con anche spunti empireumatici. Sorso caldo, avvolgente, di buon nerbo. Mai così ‘leggibile’ all’anteprima il vino della bravissima Milena nonostante fosse ancora una volta un campione da botte.

*** Taurasi 2009 Pietracupa, Montefredane – Quadrante Nord/Riva Sinistra del fiume calore. Conosciuta dai più per i suoi meravigliosi bianchi vibranti e fuori dal tempo Pietracupa continua con una certa buona costanza anche un discreto lavoro sull’aglianico. Da circa un ettaro a Torre Le Nocelle, Sabino Loffredo prova a venir fuori da un millesimo abbastanza controverso, con non pochi chiaroscuri. Non mancano un bel colore rubino e un naso assai mediterraneo, maturo ma elegante, dolce, a tratti quasi confettato. Al palato è pacato, forse un poco troppo ‘caldo’ nonostante si distingua soprattutto per il nerbo chiaramente minerale.

**/* Taurasi Passione 2009 Masseria Murata, Mercogliano – Versante Sud/Alta Valle. Tra le ultime nate in zona, 2005, con uve provenienti da Montemarano, propone una versione forse un po’ comune negli ultimi anni come Taurasi ma di certo non scontata. Vino che ha bisogno anzitutto di un poco di tempo per digerire un legno in questa fase un tantino invadente soprattutto in bocca. Rimane però di buona trama il colore, rubino vivace ed il naso dal timbro efficace, piuttosto invitante: floreale, fruttato, appena dolce e speziato. Manca forse di un po’ di spessore.

**/* Taurasi 2009 Bambinuto, Santa Paolina – Versante Sud/Alta Valle. Il 2009 ci ha consegnato buonissimi Greco di Tufo e da queste parti ne sanno qualcosina visto che il Picoli¤, il bianco di punta di Marilena Aufiero non è passato certamente inosservato alla critica. Così come la voglia di continuare a cimentarsi anche con l’aglianico. Proviene da conferimenti in Montemarano e Castelfranci, ha colore rubino di rara luminosità ed un naso essenzialmente varietale, centrato sul frutto, ma troppo soverchiato dal legno in questo momento. Ne risente il sorso, oggi poco leggibile. Tra qualche mese forse più godibile.

**/* Taurasi 2009 Donnachiara, Montefalcione – Quadrante Nord/Riva Sinistra del fiume calore. Da segnalare un primo passaggio nel bicchiere poco felice, con una chiara predominanza di note ‘ossidative’. Il riassaggio ha invece rimescolato le carte, convinto un po’ di più, rimettendo in primo piano polpa e discreta tessitura. Colore rubino poco trasparente, con accenni subito balsamici, poi di prugna, amarena, tabacco, terra bagnata. Conta riassaggiarlo.

** Taurasi Alta Valle 2009 Colli di Castelfranci¤, Castelfranci – Versante Sud/Alta Valle. Al solito colore piuttosto ricco e vivace, quasi imperturbabile dalle trasparenze. Naso timido, lungamente atteso, anche qui con qualche problema iniziale di volatile troppo alta e lieve predominanza di stucchevoli note di rovere. Sorso caldo, anche intransigente, di grana ruvida, dalla chiusura però un poco amara. Assolutamente da aspettare.

** Taurasi Santa Vara 2009 La Molara, Luogosano – Valle Centrale/Riva destra del Calore. Altro passaggio poco convincente, cui aggiungo una mia personale evidente sorpresa data l’ammirazione per tante passate uscite di Taurasi Santa Vara¤. Ne ho colto un naso un po’ fuori traccia, molto avanti, surmaturo quasi, timidamente terragno ma che non spiega però quali altri sensazioni inseguire. In bocca si offre sgraziato, con un ritorno anche piacevolmente tabaccoso se non fosse per il finale fin troppo amaro. Da ritornarci su al più presto.

** Taurasi Albertus 2009 Di Marzo, Tufo – Versante Ovest/Le Terre del Fiano. Da Lapio, da vigne di 25 anni, una visione abbastanza ‘leggiadra’ della tipologia. Il colore pare infatti un po’ spoglio, quasi aranciato sull’unghia del vino nel bicchiere, col naso giocato inizialmente su sentori di piccoli frutti rossi maturi e da un floreale quasi vellutato. Sorso diluito, poco incisivo, difficile coglierne l’anima in questo momento.

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Qui Taurasi Vendemmia 2008¤.

Qui Taurasi Vendemmia 2007¤.

 Qui Anteprima Taurasi 2005¤.

Taurasi Vendemmia 2013| Una critica autorevole

12 marzo 2013 by

Non si dica che la manifestazione non sia guardata con sempre maggiore attenzione da parte dei giornalisti del vino di un certo spessore. Mi è parso, anzi, piuttosto ispirato il parterre di questa edizione 2013 di Taurasi Vendemmia¤, cui ho avuto ancora una volta il piacere di prendere parte. Ispirato e pure di un certo respiro ‘internazionale’ quest’anno.

Alla sempre nutrita schiera di giornalisti e blogger italiani si è unito quest’anno anche Daniele Cernilli¤, senza dubbio tra i palati più fini in circolazione. Come sempre molto appassionato invece Carlo Macchi¤, come del resto Gigi Brozzoni del Seminario Veronelli, Monica Coluccia¤ di Bibenda e tanti altri ancora particolarmente accorti nel seguire da vicino le vicende dell’aglianico, dell’Irpinia e della Campania tutta.

A guardare poi attentamente in giro, davvero suggestivi gli accrediti ai giornalisti stranieri. Mi confermano che c’erano, nell’ordine: Benjamin Weinberg¤ di In Vino Veritas – Usa, Tom Maresca¤ di Decanter – Usa, Tom Hyland¤ di The World of Fine Wine, Sommelier Journal e Decanter – Usa, Anders Levander di Livets Goda dalla Svezia, Kuba Janicki¤ dalla Polonia, Wolfgang Schedelberger di Gast.at dall’Austria e Walter Speller¤ per Jancis Robinson blog.

Embè, non so se ne abbiano contezza i produttori, e più in generale il territorio, di quanto sia una rara opportunità una così qualificata finestra sul mondo. Io però una parolina di entusiasmo per chi ci sta mettendo la faccia e tanto duro lavoro di comunicazione in tutto questo la spenderei a prescindere. Forza e complimenti ragazzi, avanti così!

Taurasi Vendemmia 2009| Impressioni a caldo

10 marzo 2013 by

Forse sarà ancora più chiaro dopo quest’altra bella edizione messa su da Miriade&Partners¤: dove non arrivano per manifesta incapacità le istituzioni e la politica, può riuscire – e bene – il privato, soprattutto quando motivato da grande sensibilità, professionalità e serietà, ancor più quando sostenuto con forza ed entusiasmo da tutto il sistema, dalle aziende in primis.

Taurasi Vendemmia Edizione 2013 - foto Livia Cosentino (tratta dal web)

Ma veniamo al dunque, o a quelle prime impressioni a caldo cui seguiranno poi le mie personali note di degustazione.

Taurasi, l’abbiamo detto e scritto più volte, vuol dire eterogeneità e il duemilanove sembra a grandi linee confermarlo a pieno. Come pure che il Taurasi ha ancora tanta strada da fare e che i produttori si devono mettere bene in testa, una volta per tutte, che son finiti i tempi belli di una volta dove tutto ciò che si faceva comunque si vendeva e bene. Per emergere, imporsi sul mercato, debbono decidere cosa vogliono fare da grandi.

Sì perché fare vino con l’aglianico è cosa molto seria e fare Taurasi come Dio comanda, farlo bene per davvero intendo, rimane ancora affare per pochi. Non basta affatto affidarsi all’enologo di grido, o a protocolli assoluti per mettere la testa davanti. L’autoconvincimento di saperci fare poi, le brochures patinate, i listini ‘copia incolla’ possono forse darla a bere a qualche ultimo sprovveduto ma il bicchiere, quello ahimè non mente. E da bel un pezzo.

Insomma, annata interlocutoria quindi la 2009. Con tanto caldo a maggio e poi in agosto, ma anche tanta pioggia nella seconda parte dell’anno che a fasi alterne ha creato non pochi problemi anche solo per entrare in vigna a lavorarci, soprattutto in settembre e in ottobre quando, verso metà del mese, è cominciata per molti la raccolta delle uve, protrattasi in alcuni areali, un po’ per tradizione o per necessità, con non poche difficoltà, sino a novembre inoltrato.

Problemi fito-sanitari, uve ingrossate dall’acqua, marciume addirittura in qualche caso. Si è salvato chi ha potuto giocare d’anticipo o permettersi rese bassissime o cernite maniacali. Anche per questo, tenuto conto pure di alcuni altri assaggi fatti da me fuori da questa manifestazione (Quintodecimo¤, Joaquin¤) l’impressione è che sembrano venirne fuori meglio anzitutto i cosiddetti ‘migliori’ (sparsi a macchia di leopardo qua e là in tutte e quattro le macro-aree), ma anche i vini ‘da assemblaggio’ – Rocca del Principe, Feudi di San Gregorio, Mastroberardino giusto per citarne alcuni -, così detti perché fatti con uve provenienti da diversi areali della docg e chi ha saputo leggere attentamente l’andamento climatico, facendo scelte piuttosto nette, sin dai primi interventi in vigna ma soprattutto successivamente in cantina.

Che poi, dato affatto trascurabile, non a caso in diversi hanno addirittura rinunciato a fare Taurasi 2009, favorendo secondi e terzi vini e denominazioni di ricaduta (Benito Ferrara, Il Cancelliere, Clelia Romano ad esempio) contribuendo a far registrare, per il terzo anno consecutivo, una sensibile diminuzione della produzione di Taurasi e Taurasi Riserva con 227 denunce effettive su 296 ettari iscritti alla docg*.

Naturalmente è presto per esprimersi definitivamente, molti vini saggiati infatti sono apparsi decisamente ‘in ritardo’ quando non ‘contratti’, come fossero imbrigliati; un dato poco convincente invece, che non depone sicuramente a favore di certi produttori, chiaramente un mezzo passo indietro, è la poca pulizia olfattiva e gustativa di alcuni vini in batteria. Ancora troppi infatti quei vini con sovrabbondanza di ‘legno’, o riduzioni eccessive oppure volatili insopportabilmente alte. Come se l’aglianico, ancor più l’annata, continuassero ad essere per taluni argomenti del tutto subalterni alla propria idea di vino, talvolta visionaria, talvolta solo confusa.

Per chiudere, belle conferme invece dalla ‘rilettura’ del 2006, dei 2007 (Guastaferro, ancora Mastroberardino col Radici Riserva) e 2008 (I Favati, Terredora, Lonardo, Il Cancelliere, un sontuoso Macchia dei Goti di Caggiano) presenti in degustazione, alcuni anche con versioni Riserva di pregevole spessore e finezza. Qui c’è stato veramente tanto buon lavoro da fare per scegliere i migliori assaggi, ma in generale c’è stato un gran bel bere tra tanta integrità, profondità e piacevolezza. Ne parleremo senz’altro.

* fonte Taurasi Vendemmia Ed. 2013¤.

Aglianico del Taburno Ris. Terra di Rivolta 2008

7 marzo 2013 by

Aglianico del Taburno Riserva Terra di Rivolta 2008 Fattoria La Rivolta. Al netto del nome piuttosto lungo, anche solo da ricordare, non si può dire certo che del Taburno e dei meravigliosi vini che ne vengono fuori se ne parli abbastanza, o almeno quanto ne meriterebbero un così straordinario terroir e certe bottiglie come questa.

Fattoria La Rivolta, autunno 2007 - foto A. Di Costanzo

Se l’Irpinia è la culla del principe dei rossi italiani, quel Taurasi che si va celebrando tra l’altro questo fine settimana a Serino¤ e l’Ager Falernus¤ conserva la memoria storica millenaria in regione, l’areale di Torrecuso, tra i più ‘giovani’ a vedere la ribalta, volge, seppur lentamente, a conquistarsi quello spazio nella storia vitivinicola campana in perenne sospensione tra il vecchio e il nuovo.

Paolo Cotroneo¤ nel ‘97 ci ha investito l’anima in questo progetto, con tutto se stesso. Ed in molti, tra appassionati di vario genere e critici autorevoli ne hanno colto sin da subito tutto lo spirito e gli orizzonti possibili. Ad oggi siamo più o meno a 30 ettari di proprietà tutti a conduzione biologica, con una mano importante agli esordi da uno dei più autorevoli enologi italiani, Angelo Pizzi, e la benedizione proseguita con l’avvento in cantina, recentemente, di Vincenzo Mercurio. Qualche anno dopo, a farla conoscere al grande pubblico al debutto fu l’affermazione commerciale di una sorprendente versione di coda di volpe mai saggiata prima, di grande estrazione, dall’espressività fortemente mediterranea, ricca di polpa, calda e vigorosa: fu un successo memorabile!

Eccetto il ‘Sogno di Rivolta’ che fa storia a se (per l’assemblaggio, il legno) vi si fanno vini bianchi estremamente franchi e quasi mai sopra le righe, con le varie masse criomacerate prima di passare in acciaio e poi messi in bottiglia a conservarne freschezza e tipicità; sui rossi il lavoro è un po’ più articolato ma sono generalmente di carnosa personalità gli aglianico, sottile e piuttosto affabulatore il piedirosso.

Aglianico del Taburno Riserva Terra di Rivolta 2008 Fattoria La Rivolta - foto A. Di Costanzo

E’ un’indomabile Paolo, come la sua terra in contrada Rivolta. Tolto il virtuosismo di spumantizzare il greco di quelle parti è l’aglianico, senza ombra di dubbio il suo fiore all’occhiello, dove viene fuori probabilmente il ‘capolavoro’ a Fattoria La Rivolta¤; e il Terra di Rivolta Riserva ’08 ne è piena testimonianza; un vino risultato di dieci anni di paziente attesa spesi a comprendere palmo a palmo quelle vigne e riconoscerne ogni minimo sussulto in cantina, dallo scarto degli acini scalognati ai giusti tempi e procedure delle fermentazioni e macerazioni, l’affinamento, l’imbottigliamento addirittura.

Un lento progredire che porta oggi nel bicchiere un rosso, dopo quattro anni, che di tutti questi passaggi rivela essenzialmente il solo frutto, lasciando carezzare l’idea della pienezza assoluta senza compromessi ed intermediazioni artificiali. Crudo, nudo, puro. Il naso sa di violetta, prugna e marasca, è balsamico e speziato, profuma di tabacco e caffè tostato. Il sorso è di spessore, intenso, largo, lunghissimo. Una velatura ancora di balsamico ne richiama l’impronta assai territoriale, una sferzata tannica, importante ma affatto invadente, ne sottolinea stoffa e carattere da vendere. Adesso come tra dieci anni, almeno. Un gran bel bere.

Ci tenevamo a dire che abbiamo intenzioni serie

5 marzo 2013 by

Lo scorso Dicembre, con questo post¤ anticipammo tra il serio e il faceto alcune novità in arrivo per il blog; tra le prime, un poco più di attenzione alle immagini, ormai quasi tutte originali soprattutto per quanto riguarda il lavoro di Lilly¤ in cucina e, per rendere ancora più scorrevole la lettura dei post questo simbolo – ¤ segnalato in grassetto subito dopo una parola che altro non è che l’invito ad aprire un link correlato all’articolo che si legge.

GRaffette-tile

Altra novità è il nuovo dominio, sempre su piattaforma ‘wordpress’ ma autonomo (e più snello): http://www.larcante.com; abbiamo, come spero sia sempre più chiaro, intenzioni molto serie, di trattare a dovere gli argomenti che più ci piacciono, quelli legati al cibo e al vino che ci capitano a tiro; intenzioni tra l’altro supportate da un numero sempre maggiore di appassionati lettori. Che dire: un piccolo passo per L’Arcante, un grande passo per questa comunità.

E’ importante sottolineare che il dominio di questi primi tre anni e mezzo, http://www.larcante.wordpress.com, rimarrà comunque attivo ed automaticamente reindirizzerà chi ci cerca a questo nuovo. Sta per cominciare una nuova bella stagione e, come anticipato¤, il 2013 sarà ancor più una splendida annata!

Castelfranci, Taurasi Riserva Alta Valle 2007

5 marzo 2013 by

Anche per il Taurasi l’annata 2007 è ben nota a tutti per essere stata tra le ultime più calde, eppure sembra consegnarci, soprattutto in aree così chiaramente caratterizzate da un microclima particolare, vini abbastanza equilibrati, con un frutto ben espresso, sempre in primo piano, se vogliamo quindi immediatamente leggibili ma anche dalle buonissime prospettive evolutive.

Taurasi Riserva Alta Valle 2007 Colli di Castelfranci - foto A. Di Costanzo

Colli di Castelfranci¤ è una solida realtà nel panorama irpino, con un vigneto di proprietà di circa 25 ettari di cui ben 20 piantati ad aglianico; siamo sul versante Sud della denominazione, nell’areale forse più particolare della docg con vigne che proprio tra Castelfranci, Montemarano e la vicina Paternopoli vanno sfiorando tranquillamente i 650 metri sopra il livello del mare, con condizioni climatiche, come accennato, assai particolari, quasi da viticoltura di montagna.

Dell’azienda è presto detto: è giovane, dinamica, molto aggressiva sul mercato. La pulizia e la franchezza espressiva dei loro bianchi, a me piace molto ad esempio anche come lavorano il fiano di Avellino, fa il paio con rossi talvolta ruvidi, arcigni ma pur sempre di ragguardevole fruibilità degustativa, tra l’altro tutte le volte riconoscibilissimi e proposti con un rapporto qualità-prezzo molto fortunato. Non a caso proprio il loro Taurasi “base” rimane tra i più interessanti di quelli a buon mercato.

Di notevole levatura è anche questo Riserva Alta Valle 2007, dal naso ricco di fascino e dalle spalle belle larghe per sopportare, secondo me con una certa tranquillità, tanti anni a venire. Il timbro è quasi violaceo, fitto e profondo. Dai primi sentori di prugna, poi marasca e ribes nero si va quasi subito su note più intransigenti di tabacco bagnato, caffé in polvere e liquerizia. Il sorso è ricco di sostanza, poderoso e lungo, con un ritorno assai costante sul frutto; il tannino poi, ruvido e graffiante com’è sembra quasi masticarlo nonostante il controcanto dei 15 gradi in alcol. Va bevuto con attenzione questo Taurasi, forse anche con moderazione, magari ben accompagnato in tavola, ma senza dubbio va bevuto, e con grande piacere.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Contea di Sclafani Rosso del Conte 2007 Tasca d’Almerita, o di un viaggio lungo quasi 40 anni!

4 marzo 2013 by

E’ curioso come un vino possa praticamente da solo rappresentare la storia degli ultimi 40 anni di tutta un’azienda, ancor più quando questa è tra le più rappresentative di un territorio, la Sicilia, al centro di un vero e proprio moto rivoluzionario negli ultimi anni in tema vitivinicolo.

Contea di Sclafani Rosso del Conte 2007 Tasca d'Almerita - foto A. Di Costanzo

Quel vino è il Rosso del Conte. Ciò che oggi ritorna nel bicchiere passa infatti attraverso le tante tappe vissute in Tasca d’Almerita. Un vino sicuramente tra i più conosciuti tra quelli siciliani eppure tra i più controversi e discussi per il continuo cambiar pelle negli anni da quando, nel 1970, fu pensato come fiore all’occhiello della produzione a Regaleali, la Riserva del Conte, per dare valore aggiunto alle splendide vigne ad alberello di nero d’Avola di San Lucio, cui s’aggiunsero negli anni quelle di Cordicella , Girato, Cozzo Ginestre, Piana Gelso e Rossi.

Numerose le evoluzioni, quindi, dalle uve messe in bottiglia ai diversi accorgimenti sull’affinamento; non a caso, a detta dei più fortunati, una verticale di Rosso del Conte, diciamo pure solo di quindici/venti annate, più che raccontare il vino in se è capace di raccontare tutto quanto successo in azienda, se non in Sicilia, negli ultimi 40 anni: dai primi timidi passi da protagonista del nero d’Avola sul mercato degli anni settanta all’introduzione massiva sull’isola dei cosiddetti vitigni internazionali, sino all’odierna riscoperta degli autoctoni isolani, perricone tra tutti. Per non parlare poi di quanto fatto e disfatto coi legni di vario genere e sperimentazioni in cantina.

Ma veniamo a questo 2007. Bello il colore rubino porpora vivace e profondo. Naso invitante, che sa di confettura di prugna e frutti neri, balsami e liquerizia, con un richiamo finissimo di arancia rossa. Il sorso ha respiro e tanta sostanza: è secco, fluido e avvolgente, solo sul finale di bocca chiude appena dolce. Conserva tannini ben integrati, che graffiano un po’ meno ad esempio rispetto al sontuoso 2006, ha buona spalla alcolica ma non è ingombrante, sicché se ne giova la beva che rimane sostenuta e piacevole ad ogni sorso. Un Rosso del Conte di immediata bellezza.

Anticipazioni| La Dolce Vite al Capri Palace 2013

3 marzo 2013 by

Eventi Enogastronomici al Capri Palace 2013 - foto A. Di Costanzo

Una settimana con oltre 200 sfumature di rosso!

2 marzo 2013 by

Sfogliando il mio calendario mi accorgo di tanta bella carne al fuoco per la prossima settimana. Mi ci vuole proprio!, direi, dopo dieci giorni di passione vera pur segnati da tanta, ma tanta nuova energia: ho il cuore alle stelle e l’animo serenamente in pace, e son certo che il 2013 sarà una splendida annata!

Logo Taurasi Vendemmia 2013 - courtesy Miriade&Partners

Ma cominciamo dall’imminente edizione 2013 di Taurasi Vendemmia¤, anteprima dedicata ai Taurasi 2009 e alle nuove uscite irpine con al centro il principe dei rossi italiani, l’aglianico. Ci sarà, tra le altre, anche l’opportunità di una rilettura meditata dei 2008 protagonisti lo scorso anno.

E’ indubbio che la kermesse, quest’anno anticipata da un’altra bella iniziativa, Campania Stories¤ a Telese Terme, va confermandosi come un momento di prezioso approfondimento e ragionamento sul territorio, occasione imperdibile per tutti gli appassionati e la stampa specializzata che guardano alla Campania ed al distretto produttivo irpino con sempre maggiore attenzione ed aspettative. Insomma, ci si vede sabato 9 marzo a Serino, non mancate.

Come ogni anno non farò mancare una mia riflessione sugli assaggi che farò, che vi segnalerò al solito seguendo l’usuale Legenda che accompagna ormai da sempre le mie incursioni tra le anteprime e i banchi d’assaggio: ***** Eccellente – **** Ottimo – *** Buono

Maggiori informazioni le trovate qui:
MIRIADE & PARTNERS SRL
Diana Cataldo – tel. 329.9606793
Massimo Iannaccone – tel. 392.9866587
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Brunello di Montalcino Bramante ’08 Sanlorenzo

1 marzo 2013 by

Non c’è da stupirsi se da un’annata non proprio coi fiocchi il Brunello di Sanlorenzo ne viene fuori comunque in grande spolvero. Il lavoro di Luciano¤ in vigna è costante, maniacale a tal punto dal conoscere quasi meglio ognuna delle sue piante che ciò che gli tintinna in tasca.

Brunello di Montalcino Bramante 2008 Sanlorenzo - foto A. Di Costanzo

Duemilaotto a Montalcino a 4 stelle. C’è però un limite a quest’annata, secondo molti. Da quel che ho letto in giro alcuni critici intervenuti a Benvenuto Brunello 2013¤ hanno provato a coglierlo: un limite che qualcuno ha tenuto a sottolineare come una carenza episodica¤, qualche altro come una diversità espressiva¤ poco tipica ma tuttavia accettabile, qualchedun altro ancora invece come la perenne incapacità del sangiovese brunello di mantenere fede alle aspettative, quasi sempre in credito col suo reale valore di mercato. C’è infine chi¤ non le ha mandate affatto a dire sibilando che molto probabilmente il limite grosso dinanzi a certe annate è proprio della critica, soprattutto quella internazionale, ormai talmente appiattita dai vini d’asfalto del nuovo mondo dal non sapere più leggere certi vini italiani.

Non c’ero, quindi non entro nel merito e lungi da me esprimermi su linee di carattere generale. Ho bevuto però i nuovi vini di Luciano Ciolfi, a più riprese, con la calma dei forti e la pazienza di un fan. Il Bramante 2008 farà faville sul mercato. E’ vero, in questo ha ragione da vendere Antonio Galloni¤, rientra certamente tra quei Brunello 2008 di grande slancio degustativo che tanto piacerà ai ristoratori appassionati sempre alle prese con troppe scelte difficili in materia di Brunello di Montalcino. Ma ci dispiacerà?

Ha però un naso di grande integrità ed intensità, che sa di arancia Sanguinella ed erbe officinali, poi man mano di garofano, ciliegia e liquerizia. Il sorso ha spessore, deciso, manca però forse di quella spinta acida a cui ci eravamo abituati nelle precedenti uscite, ma è succoso e tremendamente sapido. Ecco, Il duemilaotto di Sanlorenzo¤, contrariamente al recente passato non gioca stavolta sull’elegante sottrazione, austera e pregnante nel 2004 come nel 2006 ma, per la prima volta, sull’abbondanza di una o due curve in più. Io dico che ce ne faremo una ragione, convintamente.

Maiori, Costa d’Amalfi bianco Puntacroce 2011

25 febbraio 2013 by

La mia Campania si conferma una terra straordinaria per il vino, con sorprese che sembrano dietro ogni angolo di posto, ancor più golose ed imperdibili quando lanciate a conquistarsi spazio e memoria nel tempo.

Costa d'Amalfi bianco Punta Croce 2011 Raffaele Palma - foto A. Di Costanzo

Una piacevole sorpresa sembra arrivare da quel cilindro magico di paradiso dei bianchi che è divenuta in così pochi anni la Costa d’Amalfi; Puntacroce pare iscrivere¤ il suo nome a chiare lettere tra quei vini nuovi da non perdere assolutamente di vista nei prossimi anni. Vien fuori da un assemblaggio di falanghina con biancolella, ginestra ed altre varietà locali fenileripolo e pepella, che qualcuno forse già ricorderà grazie ai successi dei ben più noti vini di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo¤ da Furore se non per quelle piccole gemme di Alfonso Arpino¤ e Gaetano Bove¤ da Tramonti.

Azienda Biologica Raffaele Palma, le vigne sul mare

Tra l’altro, il progetto di Raffaele Palma qui a due passi da Maiori, vicino Capo d’orso, sembra essere di quelli solidi e di grande prospettiva vista la serietà degli intenti e l’enorme sforzo economico sostenuto per rifare, praticamente daccapo e in perfetta armonia col paesaggio rurale circostante, tutti quei bellissimi terrazzamenti a secco che stringono, ferrei, a strapiombo sul mare, le splendide vigne e i rigogliosi limoneti condotti secondo agricoltura biologica.

Tant’è che nel bicchiere sorprende e come questo Puntacroce 2011, soprattutto per l’imponente verticalità che lenta si fa poi dolce e mansueta. Bianco davvero particolare, colorito e vivace, disincantato e invitante: al naso richiama immediatamente sentori agrumati di mandarino ed albicocca confettati, ma anche note più alte e fitte come balsami, resine e tarassaco. Il sorso è asciutto e ben indirizzato, stuzzicante, minerale e giustamente sapido con, in ultimo, un piacevolissimo ritorno mandorlato sul finire di bocca. Da bersi potenzialmente a secchiate.

Quintodecimo, a casa di Laura e Luigi

23 febbraio 2013 by

I passaggi¤ a Quintodecimo non sono mai ripetitivi, mi portano bene e danno ogni volta quella scossa necessaria per cogliere al meglio quelle nuove prospettive necessarie in un mondo sempre troppo avvitato su se stesso. Il piacere di stare assieme, le storie, la musica, quella dell’anima, alla fine ci salvano tutti!

Luigi Moio, Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Ne lascio qualche traccia non per pavoneggiarmi dell’amicizia di Laura e Luigi, persone per bene, disponibili ed intelligenti quanto basta per fare di ogni attento visitatore il migliore degli ospiti possibili, ma per anticipare a quegli stessi appassionati che vorranno andarci prossimamente, una o due cose abbastanza rilevanti con in più un paio di novità da non mancare.

La prima cosa è che l’azienda è sempre più bella, pure quando la vigna è spoglia, con la cantina, ordinatissima e suggestiva, praticamente vuota! Nel senso che a parte le vasche e i legni con le nuove annate in affinamento e le riserve di Taurasi in elevazione, niente, non v’è traccia di bottiglie se non quelle di prossima uscita in Marzo; e l’archivio storico naturalmente, che però, da quanto confessato da Laura, bene farebbe Moio a tenersele sottochiave. In tempo di crisi, direi che non è poco.

Quintodecimo, passaggio in cantina - foto A. Di Costanzo

La seconda constatazione – che poi sono due – sta nell’aver colto, durante gli assaggi dei cru 2011 in bottiglia e 2012 in affinamento tra vasche e legno, un “alleggerimento” sostanziale del sorso a favore però di una profondità gustativa di notevole rilevanza, così, d’emblé, assai più immediatamente incisiva al primo assaggio che nelle precedenti uscite. Un vero schiaffo!

Ne sono testimonianza, nella loro chiara diversità, la falanghina Via del Campo duemilaundici che sembra avere già tutti i numeri a posto per sparigliare le carte in tavola: luminosa, verticale, ineccepibile e l’Exultet 2012, la cui parte in affinamento in legno sembra chiaramente “urlare” di finire in bottiglia sin d’ora così com’è. Non a torto (nostro).

E’ chiaro che questi ultimi 5 anni sono serviti al Professore per avere piena contezza di quanto dicessero le sue idee e le scelte portate avanti con ragionevole fermezza; che, per coglierne sommariamente una vaga idea basterebbe riassaggiare il sorprendente Exultet 2006¤, il primo, per comprendere a pieno quanto il fiano, ma lo stesso aglianico¤ o il greco, la falanghina nelle mani di Moio avranno tanto da dire soprattutto nei prossimi anni a venire. Una roba da non credersi, un vino in grande forma, sbocciato imperiosamente ed in piena voluttà espressiva.

Fiano di Avellino Exultet 2006 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Dicevo poi delle novità: una è l’arrivo ormai imminente del secondo cru di Taurasi Riserva, il Grande Cerzito¤ 2009 in uscita si pensa il prossimo novembre 2013, di cui però, come sugli altri rossi, scriverò dettagliatamente a breve; l’altra è l’acquisto di tre ettari e mezzo di vigna a greco nel cuore di Tufo, l’anima più antica forse della denominazione che sarà del Giallo d’Arles¤, quel campione di cui da un paio d’anni faccio davvero fatica a stare senza. Cru era, da una sola vigna di Santa Paolina, cru rimarrà, ma ora, finalmente, di proprietà. Che dopo l’impianto di qualche anno fa proprio a Mirabella Eclano di falanghina (il 2011 già reca in etichetta l’Irpinia doc) ed il consolidamento della conduzione in Lapio con la vigna che da vita all’Exultet, sembra chiudersi il cerchio magico dei domaines di Quintodecimo.

Poi vabbè, ci sarebbe da dire di quel Metamorphosis, ma questa è un’altra bella storia non ancora da svelare.

Fieno di Ponza bianco ’11 di Cantine Migliaccio

21 febbraio 2013 by

Ponza è un posto magico, vi si dovrebbe passare almeno una settimana l’anno della propria vita; non a luglio o ad agosto naturalmente, mesi in cui la calca dei turisti ingolfa la passeggiata del Porto e la caciara dei natanti le acque antistanti.

Lazio bianco Fieno di Ponza 2011 Antiche Cantine Migliaccio - foto A. Di Costanzo

Di quei luoghi ho ricordi bellissimi ed un grande unico cruccio, Palmarola, che non son stato capace di visitare, causa mare grosso, entrambe le volte che sono passato sull’isola e per tutta una intera settimana. Da sfigati insomma, ma mi rifarò.

Da uno dei promontori più suggestivi dell’Isola di Ponza, punta Fieno, arriva questo insolito e caratteristico bianco composto in massima parte da biancolella e falanghina, vino dal profumo vulcanico e dal sapore antico. Ci lavorano da un po’ di anni con una certa perseveranza ed ostinazione Luciana Sabino¤ e suo marito Emanuele Vittorio; ne avrete letto tra l’altro già qui¤.

Punta Fieno, le vigne sopra la collina

In cantina l’hanno condotto con mano ferma prima il bravo Maurizio De Simone, che ne ha saputo immediatamente leggere ed interpretare l’anima valorizzandone al massimo la “naturalità” espressiva e poi, oggi, con una visione prospettica altrettanto interessante Vincenzo Mercurio¤, capace di sottolinearne al meglio tutta la matrice minerale esaltandone il profilo organolettico decisamente sopra le righe.

Il Fieno bianco 2011 viene fuori da quei 2 ettari di vigna piantati per lo più nel tufo tra le sabbie dei muretti a secco lungo quella piccola collina che lega la splendida Chiaia di Luna al Faro, posto raggiungibile esclusivamente attraverso una stretta mulattiera; un luogo di una suggestione unica, che durante le estati più calde fa registrare temperature vicine ai 40-50 gradi, anche se rinfrescate nella notte da escursioni termiche altrettanto importanti. Ne viene fuori un bianco dal corredo aromatico molto particolare, per lunghi tratti sulfureo, salmastro, che sa di fieno (!) e genziana, dal sorso efficace e sgraziato. Un quadro organolettico certamente non banale e sostanzialmente assai tipicizzante un vino unico nel suo genere, insolito e da provare e riprovare anche nel tempo.

Giungano, Greco Calpazio 2011 San Salvatore

20 febbraio 2013 by

Peppino Pagano lo racconta come fosse un piccolo gioiello di famiglia, anzitutto per averlo letteralmente strappato dalle grinfie di chi non vedeva tanto di buon occhio piantare greco da quelle parti.

Paestum Greco Calpazio 2011 San Salvatore.docx

In effetti quando nacque il progetto di San Salvatore¤ e si decise dove e cosa piantare, il greco era stato sì preso in considerazione ma solo in maniera puramente sperimentale; si pensava di mettere a dimora giusto un paio di filari per vedere cosa riuscissero a dare: “all’ultimo invece, preso dall’entusiasmo, ne piantai quasi un ettaro e mezzo – dice Peppino –, che oggi continua a regalarmi grandi soddisfazioni!”.

Il bicchiere conferma a pieno merito la bontà delle scelte; quella di farne un bianco fuori dal comune da queste parti, dove i più ricorderanno essenzialmente tanti buoni fiano¤ ma soprattutto quella di farne un vino bianco dall’approccio immediato, assai varietale e, quando l’annata lo permette, di grande freschezza gustativa. Così è paglierino luminoso il colore, naso di pera ed erbette, con un sorso coerente e giustamente sapido.

Sembrerebbe riportare a tavola quel piacere un po’ anni settanta ma sempre più contemporaneo di bere greco leggiadri e fragranti, senza tante sovrastrutture aromatiche o gustative che talvolta caratterizzano soprattutto quelli di provenienza Irpina, notoriamente terra d’elezione per il vitigno cui però rifarsi letteralmente suonerebbe arduo per non dire banale, poco efficace vista la statura di quelli più rappresentativi. Pure il 2012 provato dalle vasche – che arriverà verso primavera -, conferma di stare camminando la strada giusta.

Coming soon| Campania Stories a Telese Terme, più in qua Taurasi Vendemmia 2013 a Serino

15 febbraio 2013 by

Sembra tutto pronto per “Campania Stories”, la nuova rassegna messa in campo da Miriade&Partners per promuovere il meglio della produzione enoica campana nelle province di Caserta, Benevento, Salerno e Napoli; l’evento, previsto nel Sannio per il 6 e il 7 Marzo, anticiperà di qualche giorno il sempre attesissimo “Taurasi Vendemmia”, alla sua decima edizione che andrà invece in scena a Serino (Av) l’8 e 9 Marzo prossimi, dedicato come sempre al principe dei rossi irpini. Dal 6 al 10 Marzo quindi, dedicate un po’ del vostro tempo alla nostra storia!

Logo Taurasi Vendemmia 2013 - courtesy Miriade&Partners

Per tutte le informazioni del caso
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Epernay, Blanc de Blancs 1er cru 2005 Mandois

14 febbraio 2013 by

Pare ascoltarli gli innamorati che in queste ore fanno mille pensieri, smorfie, promesse pur di non mancare “l’appuntamento” dell’anno col proprio destino. E suona un po’ così: “dammi tre parole…”.

Champagne Blanc de Blancs 1er cru 2005 Mandois - foto A. Di Costanzo

Oggi di tappi ne salteranno a centinaia di migliaia, milioni in tutto il mondo, soprattutto di Champagne. In questo mare infinito di bolle i più fortunati avranno letto appena in tempo questo breve post prendendo per buona questa bottiglia di Claude Mandois, uno chardonnay imperdibile che personalmente amo profondamente. Invero, chi si fosse innamorato della precedente 2004¤ sappia aspettarsi qualcosa di meno, appena una minore spinta acida che gli donava quel non-so-ché di materico davvero apprezzabile, ma pure il 2005 va da se che è una bomba di piacevolezza.

Le credenziali stanno tutte là in etichetta, in bella mostra: solo chardonnay della Côte des Blancs e delle Côtes d’Epernay, Premier cru, millesimato. Uno Champagne su cui vale la pena farci pochi giri di parole: è luminoso, fitto, con un gran naso elegante, fine, circostanziato; sa di fiori bianchi ed agrumi, erbette e balsami, il sorso invece è soave ma ben indirizzato, invitante e coerente, senza cadere in quelle note un poco amare o citrine talvolta indesiderate anche dai palati più attenti. Decisamente a tutto pasto!

Una bollicina per stasera? Leggi anche qui¤, o qui¤.

Saracena, Milirosu 2011 Masseria Falvo 1727

13 febbraio 2013 by

Moscato di Saracena 2011 Milirosu Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Che poi l’acidità¤, strano forse a dirsi, diviene pilastro per certi vini come questo Moscato di Saracena¤: dal sapore dolce, leggiadro, mellifluo, che sa di zagara ed agrumi glacé. Il sorso è delizioso, accattivante ma quieto; chiude morbido rinfrancando il palato di giusta freschezza, salace quasi, smarcando abilmente inutili stucchevolezze. Una conferma, ancora uno scatto in avanti. Da fine pasto, o da meditazione, magari però sulle chiacchiere¤.

L’acidità, il pH e quel maledetto gusto personale: che ne dite, è il caso di fare un po’ di chiarezza?

12 febbraio 2013 by

I sapori dolci sono popolani mentre quelli acidi conservano un non so ché di quasi intellettuale. Più di qualcuno la pensa così, non sempre a ragione. Tant’è che l’argomento mi appassiona, così ho chiesto all’amico Gerardo Vernazzaro¤ un suo piccolo contributo sulla questione della “deriva acidistica” ripresa qualche post in là¤. Quanto segue non è certamente del tutto esaustivo sulla faccenda, mi pare però chiarire alcuni aspetti e quindi di larga utilità per chi ci legge. [A.D.]

Gli acidi organici contribuiscono in modo determinante alla composizione, alla stabilità microbiologica e chimico fisica ed alle qualità sensoriali di tutti i vini; l’altro parametro fondamentale in relazione all’acidità è il pH, che esprime la “forza acida” di un alimento, nel nostro caso, del vino. E’ fondamentale definire dei valori medi di acidità totale e di pH nei vini prima di introdurre termini quali “basso”, “elevato”, “sostenuto” ecc.

Possiamo affermare che l’acidità media di un vino può essere compresa tra 4,5 – 8 grammi per litro ed il pH può essere compreso tra 3 e 4. Qui va chiarito un punto: mentre l’acidità è espressa in grammi litro (g/l), quindi più comprensibile, il pH è adimensionale ed appare spesso come astratta e teorica in quanto definita matematicamente come logaritmo negativo a base 10 della concentrazione di ioni d’idrogeno associati a molecole di acqua: pH=-log 10 [H3O+]; ai fini pratici dunque, per una maggiore comprensione del ph, diremo più semplicemente che esso esprime la “forza acida” di un vino, tenendo conto che la scala del pH va da 0 a 14, con la neutralità a 7, definendo quindi le sostanze acide in un intervallo compreso tra 0 e 6,99 e le sostanze basiche nell’intervallo da 7,1 a 14.

Il vino ha mediamente un ph compreso tra 3 e 4 e fa parte quindi della famiglia delle sostanze acide. Più alto è il valore di acidità, più basso è il pH (più si avvicina a 3), più l’acidità è bassa più il pH è alto (più si avvicina a 4). Si aggiunga che un vino bianco con acidità totale 6,5 – 7,5 g/l e pH 3,10 – 3,30 ha maggiore potenziale di conservazione e quindi maggiore longevità; un vino bianco invece con acidità totale pari a 4,5 – 5,50 g/l e pH 3,40 – 3,70 avrà minore potenziale di conservazione, meno longevità quindi, ma sicuramente una maggiore godibilità nell’immediato.

Il pH gioca un ruolo fondamentale in enologia anche ai fini della selezione microbica durante la fermentazione alcolica in quanto intorno al valore 3 si adattano e lavorano meglio i lieviti, mentre intorno al 4 sono anzitutto i batteri che trovano un ambiente favorevole al proprio sviluppo; così in un mosto con una acidità elevata ed un pH basso prossimo a 3 come valore, durante il processo fermentativo saranno favoriti i lieviti, mentre a pH alti, prossimi  a 4 ad esempio, saranno favoriti batteri lattici, quelli acetici ed altre famiglie che vanno confondendosi ai lieviti; la fermentazione così non risulterà “pulita” col primo rischio di trovarci in presenza di fermentazioni miste di lieviti e batteri ottenendo quindi vini sommariamente “sporchi”, con effetti chiaramente negativi sulla qualità e sulla finezza espressiva; rischio questo che in annate particolarmente calde, col pH che tende a valori alti, conduce inevitabilmente ad un abbassamento della qualità dei profumi varietali a favore di quelli post-fermentativi; in definitiva mosti con ph bassi e acidità totali elevate danno garanzia di pulizia fermentativa conservando un’accentuata naturale capacità di sfidare il tempo.

Per quanto riguarda i vini rossi va aggiunto che ben sopportano acidità più basse e pH più alti in quanto i composti fenolici in essi contenuti ne accentuano il gusto acido e contribuiscono ancor più alla loro tenuta nel tempo. Ovviamente, per il loro reale potenziale evolutivo contribuiscono alla causa anche l’alcol ed i polifenoli totali.

Ma quali sono questi acidi? I principali acidi organici dell’uva sono l’acido tartarico, l’acido malico e l’acido citrico. L’acido tartarico è il più rappresentativo dei mosti e dei vini ed è poco diffuso in natura al di fuori dell’uva; diluendolo in acqua e degustandolo siffatto presenta una sensazione strenuamente amara, nei mosti e nei vini il suo quantitativo varia da circa 3 a 6 g/l in base alla zona di produzione (nord o sud), l’annata (calda o fresca) e la tipologia di suolo. L’acido malico si riscontra in tutti gli organismi viventi ed è abbondante sopratutto nelle mele verdi da cui il suo nome, quindi il suo gusto è da associare alla sensazione della mela acerba, quindi  un acido “tagliente”; la sua concentrazione è variabile da 1 a 5 g/l e la sua presenza viene compromessa soprattutto nelle annata particolarmente calde.

Per i vini bianchi la tendenza attuale è quella di preservare l’acido malico per garantire al vino una maggiore freschezza e giovinezza, mentre per i vini rossi nella maggior parte dei casi viene fatta svolgere ad opera dei batteri lattici la cosiddetta fermentazione malolattica, che altro non è che la trasformazione dell’acido malico in acido lattico: per ogni grammo di malico si generano 0,67 circa di lattico, quindi assistiamo ad un calo del contenuto di acidità e sopratutto al cambiamento della qualità sensoriale, in quanto l’acido lattico è un acido che potremmo definire più “dolce” o “morbido”. L’acido citrico è molto diffuso in natura, ad esempio negli agrumi, sopratutto nel limone, tant’è che il suo gusto è da associare proprio a quello del limone acerbo; è il meno rappresentativo e il suo quantitativo medio è compreso tra 0,5 – 1 g/l.

Per meglio completare il quadro acidico di un vino dobbiamo fare un breve accenno anche agli altri acidi organici che si generano in fermentazione, primo tra questi è l’acido acetico prodotto soprattutto per l’attività dei batteri acetici dopo la fermentazione ed il suo quantitativo nei vini sani può variare tra 0,2 a 0,6 g/l, con casi particolari dove può raggiungere anche 1 g/l, soprattutto nei vini rossi di lungo invecchiamento dove l’acido acetico può giocare un ruolo sensoriale positivo e complessante. Vi è quindi l‘acido lattico nelle forme D e L: il primo di origine batterica, il secondo prodotto dal metabolismo dei lieviti, l’acido succinico il cui tenore nei vini si aggira intorno a 1 g/l, l’acido butirrico, l’acido propionico ed altri.

In enologia si parla di acidità totale sommando la gran parte degli acidi presenti in un vino, l’ acidità volatile espressa in g/l di acido acetico e l’acidità fissa che si ottiene sottraendo il valore dell’acidità volatile dall’acidità totale. Queste “tre forme dell’acidità”  unitamente al pH hanno una grande  influenza sensoriale e giocano un ruolo importante nella formazione degli equilibri gustativi con le sensazioni dolci (zuccheri e alcoli, glicerolo, mannoproteine) e con le sensazioni amare (composti fenolici); quindi non dovremmo parlare di bella acidità ma più precisamente di “equilibrio acidico” in quanto una acidità elevata con un pH basso, non bilanciata da un buon contenuto di glicerolo o di polisaccaridi da lievito o da legno, potrebbe avere un effetto poco piacevole sul piano sensoriale o quantomeno sbilanciato. L’acidità dunque va sempre valutata in rapporto ad altre numerose sostanze presenti nel vino e dal suo bilanciamento ed equilibrio con queste.

Così, come in musica le note devono essere ben bilanciate per comporre una buona armonia, anche nel vino non dovrebbero esserci note stonate, anche se ultimamente più di qualche addetto ai lavori sembra lodare ad oltranza “l’acidità” di un vino senza precisarne i canoni, creando così tanta confusione tra le varie legioni di appassionati chiaramente non sempre, o non tutti bevitori esperti, lasciandoli così in balìa di tutta una serie di considerazioni che poco aiutano a fare chiarezza, anzi, confondono oltremodo.

Gerardo Vernazzaro, enologo e viticoltore a Cantine Astroni¤.

Amici di Bevute® Professional| Note sparse

9 febbraio 2013 by

Ho un po’ di cose da raccontare, persone da ringraziare, temi da affrontare; così ci metto in mezzo pure qualche buona etichetta saggiata che vale la pena segnalarvi.

Angelo Di Costanzo - courtesy of Karen Philips

Anzitutto mi preme ringraziare Nando¤ per l’ospitalità, amico di lunga data ed ormai inseparabile compagno di ventura assieme a Pino¤, Gerardo¤ e Fabrizio con i quali – benedetto il vino! – riusciamo a divertirci da matti senza prenderci troppo sul serio dinanzi pure a certe belle bottiglie.

E poi Vincenzo Mercurio¤, come sempre di una disponibilità e serietà professionale impagabile, capace di tenere testa ad un gruppo di sbevazzatori professionisti a quanto dire abbastanza recalcitranti; amicizia preziosissima la sua, come sempre più sopraffina sembra maturare la sua esperienza nelle cantine in giro per l’Italia.

Il territorio, il varietale, le idee, il vino. Sono temi che aprono scenari infiniti, accendono il dibattito, possono confondere e indurre in tentazioni più o meno lecite. Ma non chi ha capito bene qual è il suo ruolo dietro e davanti una bottiglia di vino. Mentre là fuori si scannano tra conservatori ed avanguardisti, convenzionali e vinnaturisti, della qualità e bontà espressiva del vino siffatto sembrano occuparsene sempre meno purché i principi, il manifesto, siano etici e in qualche modo riconducibili ad una sigla, un marchio, un’associazione.

Ecco perché mi piace l’approccio di Mercurio col suo lavoro: non ammette preconcetti e nemmeno deroghe ma lunghe ed appassionate riflessioni, tanto studio, che lo hanno condotto con la stessa dovizia a mettere mano nella patria del fiano di Avellino e dell’aglianico (dove ha mosso i primi passi) come nella Calabria della guarnaccia e del magliocco, piuttosto che in Puglia, a Ponza o sull’Isola dei Nuraghi, tirando via sempre risultati molto incoraggianti, di grande precisione espressiva e, a quanto pare, assolutamente mai banali, pure con quei varietali cosiddetti difficili e/o minori. Così, giusto per farvi qualche buono esempio mettete da parte questi tre/quattro buoni consigli e fatemi sapere.

Vestalis 2011 Cantine Barone, Pircoca 2011 Masseria Falvo - foto A. Di Costanzo

Paestum bianco Vestalis 2011 Cantine Barone. Dal Cilento, un fiano in purezza di buona caratura che va atteso con calma, lasciandolo respirare, aprire per bene; è stato capace di smentirmi seccamente, non appena svestita quell’onta un po’ burrosa e legnosa tanto stile italiota anni novanta. Alla lunga infatti s’è ricomposto venendo fuori in grande spolvero, suave, succoso e minerale. Ciononostante rimane il dubbio di un refrain – legittimo, per amor di Dio – ma sempre meno attuale che non so quanti palati siano ancora disposti a rivivere. Comunque sono poco meno di un migliaio di bottiglie, magari per i nostalgici, che arricchiscono il carnet di una bella realtà cilentana.

Terre di Cosenza Pircoca 2011 Masseria Falvo. Pregevole l’impegno portato avanti ai piedi del Pollino, nel cuore più antico della Calabria. Dell’azienda¤ e dei Falvo¤ ne ho scritto a più riprese già l’anno scorso e questo duemilaundici conferma a pieno il grande lavoro che si sta facendo là da quelle parti. E’ gentile e sapido il Pircoca, ma la prova tangibile della gran materia prima è il loro poderoso cru di guarnaccia, il Donna Filomena 2011, che si conferma un bianco davvero interessante, minerale, fitto, di grande compattezza. Insolito ed intrigante.

Campania Aglianico 2007 I Favati, Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa - foto A. Di Costanzo

Campania Aglianico Venticinque 2007 I Favati. Un gran bel rosso fuori dal tempo, un Taurasi a tutti gli effetti se non fosse che il disciplinare non vede la borgognotta tra le bottiglie ammesse come contenitore ideale, per questo declassato a igt. Un naso di grande slancio, dapprima di pepe e tabacco, poi di caffè e Mon Cherì. Il sorso è invece classicheggiante, asciutto, con un tannino nerboruto ed affilato. Un contrasto invitante e stimolante ad ogni sorso. Con uve dalle vigne di Venticano.

Isola dei Nuraghi Lièrra 2009 Poderosa. Siamo al recupero di uno tra i varietali più antichi dell’amata Sardegna, un lavoro quasi archeologico. Il cagnulari non è certo il più conosciuto tra i rossi isolani fuori dai confini regionali, tant’è che pure quando prodotto lo si preferisce in uvaggio, come da taglio, crudo e fiero com’è. Approccio molto interessante, dal naso ciliegioso e polveroso, il sorso è ricco di polpa e glicerina sebbene supportato da una precisa, quasi millimetrica impronta acido-tannica; sgraziato il finale bello caldo. Gavino Ledda¤, scrittore e storico della cultura sarda, ne ha fatto il vino della libertà, lièrra appunto.

Grazie a Karen Phillips¤, la foto in copertina è sua. Ma anche a Michela Guadagno¤, Giovanni Piezzo e Aniello Nunziata (Torre del Saracino), Michele Grande, Alessandro Manna¤, con i quali è venuto fuori proprio un bel pomeriggio!

San Terenzano, Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2008 Masseria Felicia

8 febbraio 2013 by

Di Masseria Felicia¤ e dei suoi vini ne ho scritto tanto e a lungo, dell’Etichetta Bronzo¤ manco a dirlo; eppure ogni qualvolta mi avvicino ad una di queste bottiglie va da se che qualcosa di nuovo da ascoltare, capire, dire sembra venir fuori quasi naturalmente.

Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo 2008 Masseria Felicia - foto A. Di Costanzo

Un rosso del Sud, dalla Campania, in provincia di Caserta; l’Ager Falernus¤, in un posto, San Terenzano, poco lontano da Sessa Aurunca; aglianico e piedirosso di una piccola vigna, piccolissima, praticamente il giardino di casa dei Brini. Quante cose da spiegare per farsi trovare là, su quel puntino della mappa del vino del mondo. Potremmo cavarcela, per farla breve, col dire Falerno del Massico¤ rosso. Potremmo, ma a chi la daremmo a bere?

Bevo il vino di Maria Felicia alla fine di una splendida degustazione tra amici di cui magari se ne leggerà anche in giro nei prossimi giorni. Arriva dopo 4 batterie, una ventina di vini divisi tra bianchi e rossi di un certo spessore, degustati in un’atmosfera davvero d’altri tempi; che, devo esser sincero, mi mancava di respirare da un po’. “Oddio che orrore!” si direbbe, “un tal vino così bistrattato”.

Talvolta, spesso per inerzia, rincorriamo la consuetudine, quel fenomeno che ci sta facendo tutti perdere di vista quantomeno un grande valore del nostro mondo del vino: quello della condivisione, del confronto, la convivialità. E tutto per quell’inutile continua autocelebrazione, effimera quanto inquietante.

Poi magari è vero, ci mancherebbe, meriterebbe un palato meno stanco, una maggiore attenzione, quella prontezza necessaria ed indispensabile dinanzi ad una Signora bottiglia come questa. Ma perché? Per stare lì a ripetere del colore cupo e impenetrabile? O quel naso dannatamente mascolino e variopinto capace di tenerti là per ore? Beh, forse, non so; di certo, che un rosso così austero, fitto e nerboruto sarebbe capace di spezzare le reni a chiunque, a cominciare dal tempo, ci metti poco, molto poco a capirlo. Il 2008 è una così tremenda sferzata pei sensi, un tale schiaffo all’impertinenza che lo capirebbe pure mio cugino Tanino che di mestiere fa l’acquaiuolo.

Della “deriva acidistica” [cit.] e del Fiano di Avellino Exultet 2009 di Quintodecimo

5 febbraio 2013 by

Qualche settimana fa Daniele Cernilli¤ sul suo Doctor Wine ha scritto un pezzo¤ davvero molto interessante a riguardo di una sorta di deriva acidistica a cui pochi produttori, ma anche degustatori ed appassionati, sembrano saper far fronte con la giusta coscienza e prospettiva. 

Fiano di Avellino Exultet 2009 Quintodecimo - foto A. Di Costanzo.docx

Potremmo fare spallucce e ricondurre la faccenda ad un semplice fenomeno di rigetto delle curve morbide e burrose promesse ai palati negli anni novanta, ma così sottovaluteremmo la questione. Così, senza entrare troppo nel merito tecnico della faccenda, che pure andrebbe amplificato ed approfondito a dovere, visto anche il pericolo dell’approssimazione sempre in agguato, che Cernilli bene fa a sottolineare nel suo articolo, non fa mai male ribadire che una bottiglia, una di quelle che vale la pena ricordare, debba saper regalare all’appassionato di turno una ben definita coerenza gustativa, quella che alcuni tendono talvolta a banalizzare con parole tipo “pronto da bere” ma che in realtà dovrebbe tradursi con il ben più complesso concetto di equilibrio gustativo; se non, ancor meglio, in una certa armonia espressiva.

Va da se che si aprono scenari abbastanza complessi, che viene piuttosto difficile sintetizzare in poche righe: elementi come le caratteristiche peculiari di certi varietali, il terroir, la coltura e le tecniche messe in campo per produrlo, come pure l’età stessa del vino, sono solo alcuni dei punti fermi da tenere in particolare considerazione per valutare al meglio il potenziale di una bottiglia. Un richiamo però a questi principi appare ogni volta indispensabile, irrinunciabile quando troppe volte disatteso.

Così per farla breve, e rendere a pieno l’idea di un vino – di un grande vino bianco in questo caso – che ritengo oggi, a mio modesto parere, in perfetta armonia espressiva, basterebbe puntare questo Fiano di Avellino Exultet 2009 di Quintodecimo¤. Ha un colore di gran fascino, di un paglierino appena maturo ma parecchio luminoso, col naso che offre un ventaglio di note varietali di una suggestione unica, di fiori di tiglio, acacia e timo, che si fa poi, lentamente, di pesca ed albicocca, di nocciola, camomilla e rimandi balsamici. Il sorso è di gran spessore, l’approccio è quasi denso ma intransigente, inesorabile e dritto, ricco di una matrice minerale preziosa e raffinata, di gran lunga piacevole.

Eccola l’acidità che non fuggo – né temo, anzi -, e il legno che non mi turba, incisivo ma affatto in evidenza, il manico che non discuto. Mai!

Vico Equense, Nero 2011 Abbazia di Crapolla

4 febbraio 2013 by

Il fiordo di Crapolla è un’antichissimo approdo di pescatori poco distante da S. Agata sui due golfi, nei pressi di Torca. Dell’Abbazia di San Pietro non resta che una vecchia cappella votiva intitolata allo stesso Santo, costruita con le stesse pietre dell’antico edificio.

Nero 2011 Abbazia di Crapolla - foto A. Di Costanzo

L’azienda Abbazia di Crapolla sta a San Salvatore di Vico Equense, ha una superficie vitata di circa 2 ettari con le vigne dislocate su diverse piane perfettamente integrate a vecchi ulivi e degli orti, con un antico convento che ospita invece la cantina. C’è piantato, di nuovo, a spalliera, del fiano, della falanghina (circa 6500 piante) e del pinot nero (circa 2000 piante) mentre si sono volutamente ripresi alcuni vecchi impianti a tendone di merlot ed uva sabato, messi invece a dimora sin dalla fine degli anni 70.

Il progetto è partito nel 2007, con  una scelta sicuramente inusuale ma ben precisa: piantare in quelle vigne, lassù, tra gli altri, del pinot nero; un po’ per la grande passione della proprietà per i grandi rossi di Borgogna, ma anche per la ricerca di una certa originalità trovandosi ad operare in un’areale lontano dai tradizionali circuiti viticoli regionali e con, oltretutto, un particolare microclima che poneva interrogativi riguardo l’adattabilità di varietà a bacca rossa autoctone. In pratica, mi conferma Arturo Erbaggio, che segue da qualche tempo l’azienda, “si è puntato su una varietà precoce, che non ponesse molti problemi di maturità tannica e che conducesse, nel tempo, a delineare un rosso di buona freschezza aromatica, acidità, eleganza”. 

L’assaggio del Nero 2011 conferma in tutto e per tutto l’azzardo ma anche l’originalità e il coraggio di una scelta così impegnativa là in Costiera. Luminoso il colore rubino appena trasparente, il calice offre un naso pulito, sottile e fine, brevemente variopinto di sentori floreali e piccoli frutti rossi. Un quadro organolettico abbastanza armonico col varietale, anche invitante. Discreto invece il sorso: asciutto, di buona freschezza, forse solo un poco impreciso, un tantino slegato; eppure lascia in bocca quel sapore dolce-amaro sempre un po’ particolare in una sfida appena cominciata e che non vede, sul breve, vincitori e vinti ma un acceso confronto di studio a colpi da manuale. Poi si sa, nel vino come nella vita gli esami non finiscono mai. Come certe sorprese.

Le Tagliatelle

2 febbraio 2013 by

Fare la pasta mi rasserena ed è più semplice e veloce di quanto si possa pensare; inutile sottolineare l’utilità di una buona macchina per la pasta, per ottenere magari un formato trafilato per bene, alla perfezione, ma con un po’ di attenzione e pazienza se ne potrebbe addirittura fare a meno.

Le Tagliatelle - foto A. Di Costanzo

Per queste tagliatelle, giuste per 4 ma anche 6 persone, bastano 300 gr di Farina “00”, 3 uova intere e 2 cucchiai di un buon olio extravergine d’oliva. Lavorate a mano tutti gli ingredienti in boule e lasciate riposare l’impasto per almeno una mezz’ora prima di stenderlo e tagliarlo. Di sovente amo proporle con un classico sugo alla bolognese, sembra che funzioni.

Rösti

1 febbraio 2013 by

Il Roesti di patate - foto A. Di Costanzo

Ingredienti per 2 persone:

  • 3 patate grandi (grattugiate a crudo)
  • del burro
  • pepe
  • sale

Se preferite potreste arricchirlo con cipolla e/o della pancetta a cubetti. 

Röschti, Roesti. E’ molto semplice da preparare, basta pelare e grattugiare a scaglie le patate in modo da ottenere una sorta di julienne molto sottile. Fate poi sciogliere in una padella antiaderente un po’ di burro e versatevi tutte le patate; se previsto, mischiatevi prima la cipolla, tagliata altrettanto finemente e la pancetta. Sopra tutto del pepe macinato fresco e giusto un pizzico di sale. 

Fate cuocere a fuoco lento – sarà l’amido contenuto nelle patate a “legare” il tutto -, spostando ogni tanto la padella muovendola come di solito fate per una frittata. Non appena il bordo della tortina inizia a dorarsi, vuol dire che la parte sotto è bella cotta, quindi giratela, con molta attenzione, proprio come fareste con una frittata aiutandovi magari con un coperchio o un piatto. Lasciate quindi rosolare anche l’altra parte ed il vostro Röschti è fatto. E’ buono da mangiare anche da solo, come merenda ad esempio, ma vale anche come un buon contorno ai classici secondi alla brace. La tradizione svizzera invece lo propone generalmente come un piatto da colazione.  

Con il Le Pergole Torte 2000 di Montevertine ad esempio, non ci siamo presi proprio per niente!

29 gennaio 2013 by

E’ sempre particolarmente difficile scrivere una critica poco entusiasta di un vino simbolo come il Le Pergole Torte di Montevertine, prodotto da un “grande” della viticoltura toscana come Sergio Manetti (fu proprio questa la sua ultima vendemmia, ndr) e seguito in cantina da un’altro storico pezzo da 90 dell’enologia italiana come il buon Giulio Gambelli.

Toscana igt Le Pergle Torte 2000 Montevertine - foto A. Di Costanzo

Eppure va fatto, perché di spunti positivi da questa bottiglia ne son venuti davvero pochini. E poco c’entra l’irriverenza che pure spesso sta lì in agguato di fronte ad una bottiglia probabilmente poco performante. Come la presunzione di chi scrive di saperne abbastanza sul sangiovese – nonostante le tante bevute -, per dire che no, non ci siamo proprio. 

Anche per questo lo faccio poche volte, convinto che rimanga tanto su cui riflettere, aspettando di riprovarci magari ad un altro giro, come mi son detto per giorni e giorni a seguire dopo aver preso un’altra sonora bastonata per le mie convinzioni di appassionato e devoto a certe etichette simbolo del vino italiano come il Monfortino¤. 

Però due appunti me li sono scritti: dalla sua un’annata non proprio tra le migliori lì a Radda, eppure pare offrire davvero troppo poco per il blasone che si porta dietro. Cupo già nel colore, teso chiaramente all’aranciato, ha un naso ombroso che sa di vetusto, di erbe officinali e tira dritto dritto su note animali. Il sorso è asciutto, quasi risentito, afflitto da una costante sottrazione che consegna alla bocca solo un finale amaro, tremendamente risoluto. E il giorno dopo, nonostante l’attesa, niente di nuovo, null’altro. Lapidario. Non ci siamo presi proprio per niente!

F.F.S.S.| Fatti Forte Super Sommelier

28 gennaio 2013 by

Non ho tanto da aggiungere alle solite tante raccomandazioni¤ che vale la pena ripetere a chi voglia avvicinarsi alla professione di sommelier, un ruolo sempre più al centro dell’attenzione nella ristorazione di qualità come in altri ambiti, anche diversi, ma ad essa magari correlata, come ad esempio la comunicazione o la consulenza. Studiare è la parola d’ordine, conoscere la chiave di volta.

Resistenza - fonte web

Questi invece alcuni aspetti – certi anche nuovi ed insoliti, altri un po’ meno -, che mi sento però di sottolineare in funzione di una figura professionale all’avanguardia, moderna e sempre più votata alla qualificazione di un sommelier-comunicatore per eccellenza. O giù di lì.

1- La chimica, non solo quella più chiara e comprensibile: atomi, molecole, ossido-riduzioni, reazioni acido-base, decomposizioni, reazioni organiche, cose del genere insomma; appaiono argomenti sempre più utili da trattare con padronanza, per stare in scioltezza dinanzi ai clienti. 

2- Lo slogan può apparire nuovo ma è estremamente contemporaneo: Dire, Fare, Potare. 

3- Scriverci articoli sobri dei vini che piacciono di più, incuriosiscono o si vendono. Pochi possono oggi permettersi una carta dei vini senza Minutolo, Verdicchio o Pignoletto. 

4- Sui cosiddetti Vini Naturali, puzzette e sfighe varie a parte, lascia dire, fare agli altri, per il momento. C’è in atto una guerra¤ e il fronte non è ancora cosa tua, almeno sino a che non decidono quali armi di distrazione di massa sono ammesse! Mettici su un bel cartello “Lavori in corso”¤. 

5- Archeologia della vite, la vecchia nuova frontiera sempre di moda di tanto in tanto; non ancora del tutto sondata vanta però almeno un centinaio di trattati inediti ed inesplorati che non possono mancare nella biblioteca di un sommelier moderno esperto ed attento. Che prima o poi sarà utile rispolverare. 

6- O sei “con” oppure “contro”. Un poco per i caxxi tuoi nemmeno a pensarci! Non suona bene, anzi, mi sa tanto di una trama già letta. Ma quel sangue lì sulle maniche della camicia sembra dire qualcos’altro. 

7- Quanti vini hai bevuto nell’anno? Quanti ne hai capiti? Quanti ti hanno parlato al cuore? E che cavolo! Un po’ di francese però ti tocca, se continui a scrivere cru con l’accento perché lui ti si presenta così, con la r un po’ moscia e col naso all’insù non va bene, non va mica bene. 

8- Dieci aziende, ne dovresti aver visitate durante l’anno almeno dieci. Solo un paio di prescrizioni: attenzione alle quota rosa, molta attenzione alle quote rosa; e buttaci dentro quantomeno uno o due di quelle proprio piccole, tipo scantinato e, mi raccomando, col torchio ben in vista nelle foto. Non serve a nulla sciorinare immagini d’ordinanza con alle spalle l’opera ultima del Mago di Oz se poi t’ha sbancato la collina e l’ha trafitta con tubi e cemento a go go: è roba vecchia! 

9- I.C.R.F.. Cos’è? Beh, se pensavi di saper tutto di quell’azienda sappi che ti sbagli di grosso; è questa la vera carta d’identità del vino italiano, quella tracciabilità che tutti vomitano come un valore ma che in molti preferiscono nascondere dietro un codice. Impara a riconoscerlo ed avrai il 30% delle risposte di cui hai bisogno. 

10- Alla fine, se ci riesci, migliora il tuo servizio, a stare in sala, in una brigata magari, ad avere a che fare con gli ospiti. A fare il tuo lavoro insomma. E’ vero, le associazioni che dovrebbero sostenere e far crescere queste qualità di un sommelier hanno altro per la testa soprattutto in questo momento di magra: nuovi iscritti, corsi, diplomi, guide; più ne fai e più sei ricco, pensano. Come se fosse quello l’unico scopo di tutto: una tessera, una bevuta, un pezzo di carta, l’ennesimo catalogo. I soldi.

L’Arcante – riproduzione riservata ©