La giostra delle emozioni si ferma. Inventario terminato. Due mandate alla cantina Dolce Vite, due alla Cantina del Giorno, una al deposito. A presto…
Intervallo. Tutti a casa, tutte a nanna!
19 ottobre 201222-23-24-25 Ottobre Duemiladodici. Il Viaggio…
17 ottobre 2012Sabatino, quasi 20 anni al Palace, se ne va in pensione. Gennaro festeggia per il terzo anno di seguito i suoi 50 anni. Antonio, non so perché, ma ci sta bene. Luca s’è fatto il culo, come del resto un po’ tutti quanti noi quest’anno, lui però giusto quel poco in più che quando c’è si nota subito. Nando, eh Nando, ah sì, per grazia di Dio. Pino? Beh, Marianna gli ha preso 16, se lo merita, lui! Fabrizio, Gianni, Mimmo sarà un piacere enorme averli con noi. Francesco poi ci deve stare per forza, sennò…
Insomma, per farla breve, il 22 ottobre prossimo si parte e il 23, 24, 25 saremo da quelle parti (e altrove) tra vigne e cantine. A conoscere persone. Ce lo siamo meritato tutto. Sì, anch’io, sino all’ultima goccia!
Guide ai ristoranti d’Italia 2013, così L’Espresso
11 ottobre 2012Voto: 16
Un Cappello: cucina buona, interessante.
Bicchiere: particolare cura nella ricerca e nel servizio dei vini, internazionali, nazionali o locali.
“Dissolto nell’aria ogni orpello di cucina internazionale, seduti sulle poltrone di cashmere o a tovagliati davanti alla piscina, scoprirete il ritorno al futuro: l’esaltazione di uno stile italiano che ha l’ambizione di coniugare il meglio della nostra terra – e del mare – con una cucina attenta alla “leggerezza”. Assistiti da un sommelier scoppiettante come Angelo Di Natale Di Costanzo e coccolati da un servizio che non smette un attimo di porgere pani e oli e sali e burri, sfilano i nuovi classici di Andrea Migliaccio: supplì di riso con ragù di pesce e strepitosa crema di cipollotti con scarola, acciughe e crostini. Un equilibrio antico che sigla il matrimonio felice tra la palamita e la lingua di vitello, testimone fave, piselli, pancetta e caviale, mentre il merluzzo nero duella in una nuvola di vapore con spinaci, pomodori secchi e spuma di whisky. Il carrello dei formaggi fa strada a quelli dei gelati e dei dolci: uno per tutti, il babà. Degustazione da 200 euro, sui 150 alla carta”. (da Le guide de L’Espresso – I ristoranti d’Italia 2013)
Intervallo, vendemmia 2012 ad Anacapri. Faccio il sommelier e queste sono le mie mani oggi!
11 ottobre 2012Pescatrice in foglia di melanzana con cremoso di Caciocavallo di Futani e alici di Cetara
10 ottobre 2012Carmine Mazza, il giovane Poeta Vesuviano ha voluto consegnarci questo piccolo boccone di mare e terra; un piatto molto facile da ripetere anche in casa, stuzzicante e saporito sia come antipasto che come secondo.
Ingredienti:
- 1 Pescatrice da 1 kg
- 1 melanzana lunga
- 8 fettine di guanciale
- 4 foglie di basilico
- 1 ciuffetto di menta o basilico per decorare
- 200 g di pomodorini del piennolo
- origano q.b.
- 1 spicchio d’aglio
- 200 gr di latte
- 200 gr di Caciocavallo del Cilento (Futani)
- 20 gr di burro
- Alici sott’olio di Cetara
- 10 gr di capperi
- 1 cipollotto piccolo
- Olio extravergine di oliva
- Sale
Preparazione: lavate accuratamente e sfilettate la Pescatrice ricavandone 2 filetti; tagliateli e pareggiateli per metà cosi da avere 4 porzioni di pesce di circa 125gr cadauna. Poi, tagliate la melanzana per il lungo e friggete le fette in abbondante olio extravergine d’oliva; asciugatele su della carta assorbente, sovrapponetene due/tre fette e salate. Avvolgete i filetti di Pescatrice prima con le fettine di guanciale, unendovi del basilico, poi con quelle di melanzane. Mettete tutto in forno a 180 gradi per 12 minuti.
A parte, tagliate i pomodorini del Piennolo in 4 parti e conditeli con sale, olio, origano e uno spicchio d’aglio schiacciato; lasciateli in forno a 180 gradi per 6 minuti.
Frattanto, in un pentolino a parte versate del latte, il burro e il caciocavallo tagliato a pezzetti piccoli, cuocete il tutto a bagnomaria sino ad ottenere una crema senza grumi. Sgocciolate quindi dei filetti di alici, tritateli finemente insieme ai capperi e al cipollotto e, in una boule, emulsionateli con dell’olio extra vergine d’oliva.
Prima di andare in tavola, stendete “a specchio”, sul fondo del piatto, il cremoso al Caciocavallo di Futani, ponetevi al centro il fagotto di Pescatrice e melanzana, con sopra i pomodori del Piennolo confit finendo poi il piatto con l’emulsione di olio, alici di Cetara, capperi e cipollotto.
Carmine Mazza, Il Poeta Vesuviano, sta a Torre del Greco.
Taurasi, Grecomusc’ 2010 Cantine Lonardo
8 ottobre 2012Sono tanti i fattori da prendere in considerazione (in attesa di una pronta evoluzione in bottiglia) che non lasciano esprimere, al momento, un giudizio “definitivo” su quest’ultimo vino: che sì, offre uno splendido colore, un naso avvincente, un sorso implacabile, però…: è l’evoluzione della specie? E’ un cambio di rotta da uno stile forse troppo estremo? Insomma, quale di questi è il grecomusc’ di riferimento?
Così chiudevo il racconto di una delle più belle verticali a cui abbia partecipato lo scorso anno; l’organizzarono, a Napoli, da Rosiello, in collaborazione coi Lonardo’s, l’amica sommelier Marina Alaimo e Luciano Pignataro (qui). Fu quello un viaggio appassionato ed appassionante attraverso sette annate rivelatesi immediatamente assai diverse tra loro, in qualche caso proprio in antitesi. In poche parole, il Grecomusc’ 2010 di Cantine Lonardo è senz’altro un grande bianco ma in piena evoluzione, lentamente in divenire e tutto da scoprire nei prossimi anni. Ma soprattutto, senza particolari istruzioni del caso (abbinamenti o cose del genere), da bere in libertà e quando si vuole.
Frattanto, a distanza di quasi un anno, il duemiladieci ha fatto incetta di premi e riconoscimenti arrivati da ogni pulpito; gli elogi della critica infatti sono arrivati trasversalmente da tutte le maggiori guide di settore. Non che se ne sentisse l’urgenza, o il bisogno commerciale, che poi il fenomeno delle Guide ormai si sa, per quanto ancora utilissime alla statistica e all’orientamento nel mare magnum delle aziende italiane, non ha più la stessa capacità di spostare i consumi del mercato come effettivamente, va riconosciuto, accadeva negli anni ottanta/novanta; tra l’altro stiamo parlando di un vino andato esaurito ancor prima di uscire sul mercato. Certo però che quando degustatori seriali, esperti e fini giornalisti di settore premiano vini come questo fa solo bene a tutto il sistema.
A questo, si aggiunga il lustro, lo spessore mi verrebbe da dire che certamente acquisisce in maniera definitiva il lungo, faticoso e controverso percorso di ricerca scientifica e culturale messo in campo sul grecomusc’ e portato avanti da un nutrito e qualificatissimo gruppo di lavoro, un esempio pari a pochissimi altri in Italia (leggi qui).
Insomma, a parlar di questo bianco di ciccia ce n’è e come, provare per credere; tocca però, per scriverne definitivamente il nome nel firmamento, aspettare cosa diranno nel tempo le bottiglie, e chiarire – se c’è – l’equivoco di cui in apertura. Bottiglie che bisogna però cercare in giro, e conservare gelosamente perché, come detto, di Grecomusc’ 2010, come di tutte le annate precedenti, in cantina non ve n’è manco a pagarle a peso d’oro. Rien ne va plus!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Montemarano, Taurasi Vigna Cinque Querce 1992 Salvatore Molettieri. E’ successo già ieri…
7 ottobre 2012La prima cosa che viene in mente è che trovare in giro Taurasi di vent’anni è sempre impresa non da poco; tolto infatti Mastroberardino – che rimane l’unica azienda a possedere un archivio storico liquido di un certo spessore – e qualche appassionato della prima ora sparso qua e là nel mondo, viene proprio difficile reperire bottiglie a testimonianza di quegli anni a cavallo tra gli ottanta e i novanta.
Anzitutto per questo ho trovato sensazionale questa bottiglia, rivelatasi perfettamente integra e sinceramente appassionante sorso dopo sorso, capace, un passaggio dopo l’altro, di una suggestione organolettica unica ed insolita, importantissima.
Aggiungerci del mio serve a ben poco, volendo potrei cucirci sopra la più “alta” delle recensioni effimere. Mentre non ci provo nemmeno a pensare cosa fosse nel ’92 l’azienda di Salvatore Molettieri, in quale condizioni la sua cantina; meno m’importa sapere di rese, fermentazioni e macerazioni più o meno lunghe. Ciò che ho raccolto, immediatamente, è l’anima del varietale, cresciuta e arricchitasi col tempo: quell’essenza ruvida, sgraziata, agli occhi di molti imperfetta eppure autentica più che mai in quel tempo, che negli anni però si è fatta finissima eleganza e che si fa, quando succede, molto di rado, esperienza di rara bellezza. Irripetibile.
Triglia con ricotta affumicata, olive taggiasche, broccoli al tartufo e crema di cavolfiori e vaniglia
7 ottobre 2012Una bella ricetta del nostro Andrea Migliaccio per un piatto sicuramente fuori dai soliti schemi, sopra le righe ma che vale veramente la pena provare.
Ingredienti:
- 1 Triglia di 100/120 gr circa
- 80 gr di ricotta affumicata
- 20 gr di ricotta vaccina
- 30 gr di olive taggiasche denocciolate
- 100 gr di fior di cavolfiori
- 1 stecca di vaniglia
- 100 gr di broccoli calabresi
- 10 gocce di olio aromatizzato con Tartufo nero
- Tartufo nero di Bagnoli Irpino a lamelle q.b.
- 4 petali di pomodoro San Marzano confit
Preparazione: pulite e diliscate la triglia, salate ed aggiustatela con del pepe. Farcitela con la ricotta opportunamente miscelata e le olive taggiasche denocciolate. Mettetela in forno a 160° per circa 4 minuti.
A parte, prima di infornare la triglia, preparate le due creme partendo dalla cottura in acqua salata bollente dei cavolfiori e dei broccoli. Una volta tiepidi, frullateli, separatamente, lavorandoli sino alla giusta consistenza. Aromatizzate quindi la crema di cavolfiore con la vaniglia, aggiungete invece a quella di broccoli le gocce di olio al tartufo.
Preparate infine i pomodori confit: sbollentate per intero un pomodoro San Marzano, una volta freddo, spellatelo, conditelo con poco olio extavergine di oliva, dell’aglio e del timo e tenetelo in una teglia in forno a 85° per circa 1 ora. Tutto è pronto, componete il piatto e portatelo in tavola possibilmente come nella foto.
Bacoli, Falanghina Domus Giulii 2009 La Sibilla
4 ottobre 2012Un bianco? Certo. Territoriale? Nì, ma anche no (secco) o non necessariamente. Ciononostante, malgrado la mia riluttanza, si continua a tirare fuori dalle vigne flegree cose “diversamente” nuove ed interessanti…
Del Domus Giulii, al suo esordio, ne parlai già qui qualche tempo fa. Lo fa una delle più promettenti realtà della denominazione, con il cento per cento di falanghina dei Campi Flegrei, vitigno diffusissimo in Campania ma che sembra avere proprio nei comuni a ridosso della provincia di Napoli il suo terroir migliore – suoli vulcanici, basse rese, sole a mezzogiorno, il mare dentro –, che ne esalta al contempo la spiccata vivacità e l’antica sgraziata tipicità.
Viene da vigne più o meno vecchie coltivate tra i comuni di Bacoli e Pozzuoli dalla famiglia Di Meo. Vincenzo, enologo giovanissimo, ha voluto “sperimentare” un bianco lungamente macerato ed affinato sulle fecce fini. Luigi, il papà vignaiolo che sta invece in campagna, l’ha lasciato fare, così, tanto per capire. Ci regalano un bianco unico – poco più di 600 le bottiglie del 2009, che è solo il secondo passaggio ufficiale -, tanto raro e prezioso quanto imprevedibile.
Ha un bel colore oro, maturo, ricorda agli appassionati certi vini elevati in anfora, però è limpido, infatti la luce l’attraversa luminosa, calda. Il primo naso è subito buccioso, poi si fa speziato, un poco dolce, sa di scorzette d’arancia e pompelmo appena candite e un po’ salmastro, eppure pulito e franco. Il sorso è quasi materico, sulle prime spiazzante ma di buon carattere e discreta acidità e persistenza. Intriga il palato e lascia la bocca quasi ammantata, d’uva e di sale. Inutile negarglielo un passo avanti rispetto al debutto col duemilaotto, ancora uno solo però. Perché? Perché buono è buono ma il modello da seguire rimane per me il Cruna DeLago.
Ora basta!
3 ottobre 2012Non v’è più ragione che tenga dopo l’ennesima – maledettissima – bottiglia “di tappo”. Ora basta! Non se ne può più. Lo dico da tempo e lo ribadisco oggi ancora una volta con maggiore fermezza: per certe bottiglie è arrivato il momento di passare alle chiusure alternative, il tappo a vite su tutte! 
E i produttori di vino dovrebbero essere i primi ad incavolarsi; tanta fatica, tanto lavoro in vigna e in cantina buttati lì nel lavandino per cosa, per nulla. Ecco, sono proprio loro le prime vittime di una bottiglia che sa “di tappo”. Quest’anno poi per qualcuno, spiace solo pensarlo, è stato proprio un gioco al massacro. Insopportabile!
Certo loro che possono farci, si dice. Bene, io come sommelier ci metto la faccia lì davanti al tavolo; loro, in più di una occasione, ci rimettono la reputazione (e non solo al cospetto del cliente). Di quella etichetta ne posso tessere le lodi, magari ci ricamo su un sentimento di appartenenza, ne esalto quando posso le peculiarità, l’originalità, talvolta l’unicità del prodotto. Poi, l’irreparabile, la beffa, tutto pare svanire in uno stappo: corked! bouchonné! tappo!
Sono cose che capitano, si dirà, l’incidenza tra l’altro è di poco superiore al 2-3%. Beh, io non ci sto lo stesso! Invero mi sono proprio stufato di buttare all’aria tempi e servizio (più i soldi) per un tappo di sughero da niente. E dover rincorrere magari una “impasse” che rischia, come mi è capitato almeno due/tre volte solo quest’anno, di diventare “orrore” a causa di due bottiglie di seguito di tappo allo stesso tavolo. Vaglielo a spiegare a quello che voleva bere Cloudy Bay mentre tu gli hai promesso la visione della Madonna in vacanza in giro per la Costiera!
Ora basta! Fate qualcosa, facciamo qualcosa. Subito!
Durbach, Baden Riesling 2011 Alexander Laible
28 settembre 2012Un bianco sorprendente quello di Alexander Laible, giovanotto poco più che trentenne che da qualche anno sta facendo letteralmente impazzire (almeno lì in Germania) molti degli appassionati del riesling e non solo.
Con molta probabilità Durbach non sarà mai Turkheim, o Kaysersberg, come è quasi certo che il Baden difficilmente potrà mai essere scambiato per l’Alsazia, però una cosa è chiara, dalle vigne di Laible, dal duemilasette, continuano a venire fuori vini di grande riconoscibilità, piacevolezza e compattezza.
Il Trocken 2011 di Alexander Laible è un gran bel riesling, di carattere, ben strutturato, compatto e di delicata acidità. Invitante è il colore, tendente sì al verdolino ma vivace e luminoso. Il primo naso è un manifesto alla freschezza, sbarazzino, aromatico e minerale; immediatamente agrumato, offre quindi un ventaglio olfattivo di gran finezza, di frutta gialla, pesca, albicocca e deliziose dolci note di mela cotogna. Poi si fa ancora più aromatico, di erbe di montagna, ficcanti e balsamiche, poi ancora, pian pianino diviene tostato, quasi fumé. In bocca è un tripudio di contrasti, eppure sottile, fresco, irrequieto quasi, salino. Manca forse di quella profondità che spesso caratterizza certi riesling alsaziani o, restando nel paese, della vicina Rheingau, nonostante i tredici gradi in alcol contribuiscano ad un certo spessore, ma chissà che non sia solo una questione di tempo. Del resto il giovane Alexander è appena salito in rampa di lancio, proprio come i suoi – m e r a v i g l i o s i – vini!
Curiosità: Laible ama segnalare le migliori selezioni tra i suoi vini appuntando in etichetta delle stelle. Si va dai “vini base” con 1 stella alle “prime scelte” indicate invece con 3 stelle (come in questo caso in etichetta).
Intervallo. Marina Piccola, sembra l’altro ieri…
23 settembre 2012Intervallo. Crudo di mare e Carjcanti 2009 Gulfi
22 settembre 2012Crudo di Ricciola e Gamberi rossi con capperi di Pantelleria, bottarga di tonno, salvia e pesto di basilico. Puro manifesto mediterraneo: fresco, intensamente aromatico, appena dolce, col finire piacevolmente salino.
Con un campione di leggerezza, il Carjcanti di Gulfi, un bianco sorprendente ad ogni assaggio. E’ pur vero che il naso si nasconde a lungo, il corollario agrumato, aromatico e balsamico che lo caratterizza infatti non è così sfrontato, netto come altre volte ma dove questo duemilanove appare invece superbo è in bocca: ha un sorso sottile, finissimo, sinuoso, mediterraneo, minerale, a tratti tagliente, col finale quasi fumé. Ecco, non è mica sempre necessario mostrare i muscoli per conquistarsi la scena.
Amuse bouche a quattro mani con Riccardo Di Giacinto e Andrea Migliaccio. Io porto da bere…
20 settembre 2012Letteralmente arriva “per compiacere la bocca”, questo è un “amuse bouche”, un antipasto allettante che si offre di solito all’inizio del pasto. Generalmente diverso dagli altri piatti in carta, un amuse bouche è il saluto che uno chef riconosce ai suoi ospiti, da mandar giù in un sol boccone, tante volte anche due.
Molto saporita mi è parsa la Crocchetta di astice e patate con maionese di uova affumicate di Riccardo Di Giacinto del Ristorante All’Oro di Roma. Ha croccantezza e una sottile succulenza bastevoli però per meritarsi il migliore Almerita Brut di Tasca d’Almerita mai prodotto: un 2009 davvero invitante, fresco e salino al punto giusto ad inondare il palato.
Avanti poi con una cosa facile facile, la Zuppetta di fagioli con totani appena scottati, del nostro Andrea Migliaccio. Appena un un paio di bocconi profumati e saporiti da buttare giù con un bel bianco d’autore col mare dentro, il Biancolella d’Ischia Vigna del Lume 2010 di Cantine Mazzella: è un vino bianco spesso sottovalutato quello dell’isola verde, questo qui invece saprà come farvi ricredere: ha un sorso compiuto e sbarazzino, finemente minerale che saprà lasciarvi piacevolmente sorpresi.
Buona l’idea, ancora di Riccardo Di Giacinto, di maritare il Tonno arrosto con la panzanella alla romana e zabaione al limone. Un connubio di profumi e sapori che esplodono in bocca sin dal primo boccone: tiepido e avvolgente, succulento, dolce e lievemente aromatico; qui ci vedo parecchio bene un vermentino di gran carattere, magari quel meraviglioso Dettori bianco 2009 aperto qualche tempo fa e ancora qua sotto al naso tanto era spesso e profondo. Quando si dice che bere naturale può essere una esperienza significativa…
Eccallà, il dolce. Un amouse bouche? Non necessariamente, però se vi porta tanto dispiacere peccare di gola fermatevi pure ad un sol boccone. La Sfoglia salata, con pan brioche tostato con mousse di capra, fichi e gelato al Moscato passito pensato da Andrea Migliaccio vuole rendere omaggio ai sapori forti e semplici del nostro amato sud. Mettiamoci su allora un bel Moscato di Saracena Milirosu 2010 di Masseria Falvo, che sa di zagara ed albicocca candita e carezza il palato di freschi sapori dolci di fine stagione.
Ecco, l’avevo pensato proprio così questo post, a tutto sud, con Roma Capitale!
Un Tignanello è per la vita, sta scritto nel tuo bicchiere, chiaro e tondo come mai prima d’ora!
17 settembre 2012Buono è buono, ogni volta però sembra di stare a scoprire l’acqua calda, così non ci si può nemmeno ricamare su più di tanto perché il Tignanello è il Tignanello e da qualsiasi punto di vista tu lo possa leggere, interpretarlo o decantare è e rimane il grande rosso Toscano italiano famoso in tutto il mondo.
E’ un rosso che vanta numerosi primati e numeri importanti, tra i più importanti in Italia. Ciononostante, non so se ve ne siete mai accorti, ne girano davvero poche di recensioni sul web; sembra quasi che sia deleterio, soprattutto per i critici enofili più affermati, anche il solo scriverne due righe, men che meno di apprezzamento. Eppure è sempre lì, tra i primi nelle migliori guide ai vini d’Italia di ogni tempo.
La vigna, contigua a quella del Solaia, è più o meno sempre quella, poco meno di 50 ettari su per le colline chiantigiane tra i borghi Montefiridolfi e Santa Maria a Macerata. Tignanello è stato il primo sangiovese a vedere la barrique nonché il primo vino rosso con varietà internazionali e, tra gli altri, uno dei primi vini rossi fatti nel Chianti a non usare più uve bianche. Nel ’70, quanto è uscito per la prima volta, recava in etichetta la denominazione “Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello”, con ancora del canaiolo, trebbiano e malvasia; con il ‘71 è diventato semplicemente Tignanello e con l’annata 1975 le uve bianche sono state completamente eliminate dall’uvaggio. E’ dal 1982 che la composizione varietale è invariata: sangiovese all’80%, 15% cabernet sauvignon e cabernet franc per il restante 5%.
Renzo Cotarella va affermando da tempo che Tignanello e Solaia, due delle tante punte di diamante delle tenute del Marchese Antinori, col 2007 ma ancor più con il 2008, dopo la piena maturità delle vigne reimpiantate tra il 2000 e il 2001, avrebbero cominciato un nuovo percorso verso l’eccellenza, del tutto diverso dai loro primi anni di vita. Un timbro, il loro, di nuova forgia che nasce dopo la lunga analisi, negli anni, di ogni singolo aspetto del terroir lì in tenuta. Una caratterizzazione che gli consentirà così di sfidare il tempo alla stessa maniera dei grandi chateaux di Bordeaux. Vedremo.
Intanto il duemilaotto tira le fila a tanta materia, evidente già nel colore ricco, ma soprattutto al naso, dove l’iniziale esplosione di frutta rossa va lentamente defilandosi per lasciare il passo a note di tutto un po’: è intrigante ritrovarvi sin da subito un tono iodato piuttosto marcato, sanguigno; poi si fanno largo sottili spezie dolci ma anche cuoio bagnato e sentori balsamici. Il sorso è gustoso, il piacere lungo e avvolgente, non mancano le spigolature – più acide che tanniche – ma, vivaddìo, che carattere che ha questo Tignanello. E pensate un po’ che se ne fanno (quasi ogni anno) svariate centinaia di migliaia di bottiglie. Gulp!
Save the date, dietro l’angolo c’è BianchIrpinia!
16 settembre 2012Dopo il rilancio di Taurasi Vendemmia, il calendario delle rassegne vinicole italiane saluta il ripristino di un evento interamente dedicato ai più importanti vini bianchi della provincia di Avellino.
Ad oltre un lustro dall’ultima edizione, celebrata all’interno della rassegna enogastronomica Terra Mia di Atripalda (Av), ritorna infatti BianchIrpinia, la manifestazione promossa dall’agenzia di comunicazione integrata Miriade & Partners S.r.l. insieme alle aziende partecipanti per presentare a stampa specializzata nazionale ed internazionale e agli operatori di tutta Italia le nuove annate di Fiano di Avellino e Greco di Tufo Docg.
L’evento si terrà in Irpinia (location in via di definizione) da giovedì 15 a domenica 18 Novembre 2012.
Si conferma dunque quel percorso “orizzontale” tra l’azienda promotrice della rassegna e le cantine irpine, formula che tanto successo ha riscontrato negli ultimi due anni e che sta di fatto contribuendo alla costruzione di un modello del tutto nuovo per la provincia di Avellino – ma non solo – che vede protagonisti i veri attori della vitivinicoltura irpina, con un forte rilancio di comunicazione e approfondimento per quella che è di fatto una delle coppie territoriali in bianco più apprezzate al mondo.
Per tutte le informazioni del caso MIRIADE & PARTNERS SRL Diana Cataldo – tel. 329.9606793 Massimo Iannaccone – tel. 392.9866587 E-mail: ufficiostampa@miriadeweb.it Sito internet: www.bianchirpinia.itPoi c’è Tasca d’Almerita con Riccardo Di Giacinto
14 settembre 2012A conclusione di quest’altra splendida stagione di collaborazione con alcune tra le più prestigiose aziende del vino e tante mani sapienti ai fornelli, arriva “la notte dei leoni” con Tasca d’Almerita ed il giovane Riccardo Di Giacinto del “Ristorante All’Oro” di Roma.
Da La Dolce Vite a L’Olivo la strada è sempre più breve ed affascinante, in molti se ne sono accorti ed anche per questo pure stasera l’evento è sold out! Poi naturalmente vi racconto per bene com’è andata.
Il Prosecco ieri, oggi e domani. E dell’ottimo “Ius Naturae” 2011 della famiglia Bortolomiol
12 settembre 2012La domanda del giorno è: cosa ne vogliamo fare di questo Prosecco oltre che continuare ad allungargli sempre di più il nome? 
La domanda me la pongo da un po’ di tempo, da quando, penso un paio d’anni fa, mi accorsi, leggendo dalle pagine di una delle ultime Duemilavini ricevute che gran parte dei produttori di “Prosecco di Valdobbiadene” erano passati, apparentemente così d’emblé, dall’utilizzo di uve prosecco al 100% al ben più “povero” e diffuso glera, chi in uvaggio, chi invece addirittura in purezza.
Ad un mio commento a caldo su Facebook, dove mi dicevo sinceramente un po’ confuso sull’argomento, qualche giorno più tardi, un giovane (bravo) produttore di prosecco di Asolo mi avvisava che non c’era tanto da stupirsi poiché in realtà in molti si preparavano semplicemente allo sbarco della nuova docg Valdobbiadene Prosecco Superiore che sarebbe arrivata di lì a poco.
Perché? Cosa stava per accadere al vino spumante italiano che da anni, secondo l’ex Ministro ed attuale Governatore della Regione Veneto Luca Zaia, va sfidando in giro per il mondo i consumi dello Champagne? Senza entrare troppo nel merito della faccenda è bene sapere che dal 1 Aprile 2010 la parola “Prosecco” è divenuta identificativa di un vino a denominazione di origine e non più di una varietà di uva. Quest’ultima ha assunto il nome di glera.
In parole povere oggi il “Prosecco è un vino ricavato da uve di varietà glera prodotto solo nel nord est d’Italia, rigidamente vincolato da un disciplinare che ne distingue le diverse varietà qualitative in base alla zona di origine”. Per dirne una, chiunque in Italia o nel mondo che vorrà acquistare barbatelle di glera (non più di prosecco) potrà chiamare il vino “Prosecco” solo se esse crescono nelle zone previste dal disciplinare, in caso contrario sarà “costretto” a chiamarlo “Glera” ed in etichetta potrà riportare solo il nome “Glera” (frizzante, Spumante, ecc.) senza nessun riferimento o legame al Prosecco. Più chiaro di così…
E’ evidente quindi che con queste prospettive in molti si stanno dando un gran da fare per migliorare sia la propria presenza sul mercato che, in senso più stretto, la qualità stessa dei vini proposti. Qualità che, sia chiaro, a certi livelli viene garantita da anni, ma è indubbio che questa svolta, che possiamo tranquillamente definire epocale sul Prosecco, è di grande stimolo per tutti produttori a fare sempre meglio.
Ecco quindi capitarmi a tiro lo Ius Naturae 2011 di Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana Bortolomiol che, oltre al nome lunghissimo in etichetta, viene presentato come la sintesi del lavoro di anni di conversione al biologico di alcuni vigneti di famiglia proprio nel cuore di Valdobbiadene, all’interno del Parco della Filandetta.
Un Brut, Millesimato, molto interessante: ha bollicine abbastanza fini ed un colore molto invitante, paglierino assai luminoso. Il naso è sincero, ha un buon timbro minerale e i sentori sono fragranti e puliti. Il sorso è fresco, equilibrato, la sensazione zuccherina appare ben contrastata da una buona dose acida e dalla giusta sapidità. La strada mi sembra quella giusta, conserva – vivaddìo! – grande bevibilità ed è questo, al di là di lustrini e paillettes, che desidero non manchi mai a questo vino.
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Qui il viaggio nelle terre del prosecco di qualche anno fa.
Reims, Champagne Cuvée Brut Rosé Alain Thiénot
7 settembre 2012Il mio riferimento sotto il Prestige Rosé di Taittinger – per rapporto prezzo/qualità incredibile! – rimane il Blason Rosé di Perrier Jouet. Poi ti capitano a tiro cuvée come questa, e non si può non dedicargli almeno due righe: il Rosé Brut di Thiénot è proprio un gran bel bere.
Viene assemblato con una buona percentuale di pinot noir di cui una discreta quantità proveniente da vini base di vecchie annate, poi chardonnay e quindi pinot meunier. Per dirla con le stesse parole di Alain Thiénot, ha tutta la qualità, il carattere e l’eleganza che uno Champagne – un rosé in particolare, aggiungo di mio -, è importante possa garantire all’appassionato.
E’ da un po’ che ci ritorno su con una certa continuità, mi piace molto questa cuvée, è proprio una bella scoperta, ha equilibrio e franchezza: bello il colore salmone brillante e assai attraente (florida e cremosa) invece la spuma. Al naso, smarriti quasi immediatamente i classici sentori post-fermentativi s’innescano piacevoli tonalità di piccoli frutti rossi e neri e lievi sentori di spezie dolci; les bulles non sono fittissime ma piuttosto persistenti e fini. Ha sapore asciutto e delicato, il sorso è fresco, comincia amabile e finisce meglio, rotondo ed appassionante. E’ senza dubbio un bell’asso nella manica.
Qualcosa si muove (sul tappo a vite)!
5 settembre 2012In ritardo ma con un certo buon umore apprendo delle ultime buone notizie che ci arrivano dal Palazzo, come ci segnala il buon Angelo Peretti sul suo Internet Gourmet. Incrociamo le dita.
“Le novità contenute nel nuovo decreto sull’etichettatura e presentazione dei vini Dop e Igp e altri prodotti vitivinicoli (leggi qui), sono, ancora una volta, una dimostrazione del lavoro attento e continuo che il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali svolge nei riguardi dei produttori, degli operatori e di tutti gli attori della filiera vitivinicola. L’adozione delle disposizioni normative, volte a tutelare le nostre produzioni, è una misura indispensabile per proteggere le nostre eccellenze nel modo adeguato”. [Mario Catania, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali].
Cari Produttori, state in allerta che è il popolo che ve lo chiede! [A. D.]
San Martino sulla Marrucina, Montepulciano d’Abruzzo Marina Cvetic ’00 Gianni Masciarelli
3 settembre 2012Lì a San Martino sulla Marrucina ci sono capitato ahimé una sola volta, era pieno agosto 2001 e la cantina era tutto un cantiere. Non potemmo vedere molto, ma cogliemmo pienamente quanto si andava scrivendo in quegli anni in quello splendido angolo d’Abruzzo; l’ormai consolidato successo del Montepulciano Villa Gemma e il talento irrefrenabile di Gianni Masciarelli avevano bisogno di una “casa” all’altezza della situazione.
Con Lilly avevamo deciso di passare quell’estate tra le vigne d’Abruzzo, Marche, Umbria e Toscana; Guardiagrele, Peppino Tinari, Valentini e Masciarelli appunto erano solo la prima tappa di un viaggio che si sarebbe rivelato poi una delle esperienze più ricche ed entusiasmanti della nostra vita.
Ricordo, lasciato allora tra gli appunti di una sbiadita copia della Michelin di quell’anno, un grande Montepulciano Marina Cvetic 1997 bevuto proprio una sera di quelle passata a mangiare “Pallotte case e ove” e “Costine d’Agnello” al Villa Maiella: “spettacolare” si legge, “l’Albergo Ristorante dei Tinari ed il vino di Masciarelli”. Se chiudo gli occhi mi pare di rivedere tutto lo splendido carrello della colazione servita in camera ogni mattina. Un incanto di profumi e sapori abruzzesi. Poi riassaporo quel vino, dal colore intenso e porpora, il naso ruvido e sgraziato, appena ridotto ma di una autenticità unica, corpulento e succoso. Senza fronzoli e franco. Gran Vino!
Un vino deve avere una storia, portare con se un messaggio, rievocare la sua terra, le persone che l’hanno forgiato, si dice. Eccone uno di quelli impeccabili, tiri via il tappo a questo 2000, temi l’irreparabile ed invece ti si apre un mondo davanti: colori, profumi e sapori di una terra splendida che non vorresti mai smettere di camminare, vivere, portare con te. Il bicchiere mostra un vino ancora in grande forma, il timbro è rosso rubino, solo appena sgranato sull’unghia. Il naso è un portento, c’è ancora tanto frutto, maturo, pienamente espresso ma vivo: si colgono persuasive note di viola, mora, amarena, poi ancora mirtillo, quindi tabacco e liquirizia, cuoio e una certa carica balsamica. Il sorso è succoso, pare tingere il palato, ancora appena tannico ma di enorme piacevolezza. Chiude nerboruto e sfrontato, come i meravigliosi anni che ci ha regalato Gianni Masciarelli.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Intervallo. E’ settembre…
2 settembre 2012Beaune, Corton-Charlemagne ’10 Philippe Pacalet
30 agosto 2012Un bianco sontuoso, quadrato, impeccabile. Ha un colore biondo luminoso, mentre il naso è un portento: ampio, fitto, orizzontale. Il sorso è subito materico, va però sciogliendosi dolcemente in bocca, lentamente, sino a dissolversi rarefatto e minerale…
Qualcuno di voi lo conoscerà senz’altro, questo qui è Philippe Pacalet, di mestiere fa il Négotiant e sta in Borgogna dove si prende cura – più o meno – di circa 9 ettari di vigna. Ci fa generalmente grandi vini. Si muove con destrezza tra Pommard, Gevrey-Chambertin, Meursault, Chambolle-Musigny, Puligny-Montrachet, Vosne-Romanée, Nuits-St. Georges dove si è scelto con cura alcune piccole particelle dove mettere le mani, talvolta accontentandosi addirittura di pochi filari. Da queste ci fa almeno 25 vini diversi, starci dietro può essere davvero un’impresa. Anche se molto piacevole.
Sa il fatto suo sia sul pinot noir che sullo chardonnay (più sul primo che sul secondo, a dirla con tutta franchezza), è uno che in vigna ci sa fare e per questo tra i cosiddetti vini naturali le sue selezioni sono tra le più ricercate ed ambite. I rossi hanno generalmente bisogno di un po’ di tempo per distendersi ma non è trascurabile la loro finezza sin dalla giovine età. Talvolta possono essere un vero e proprio manifesto dell’annata. I bianchi, Chassagne-Montrachet, Puligny-Montrachet e Corton-Charlemagne su tutti, forse una decina d’anni in meno ma quest’ultimo, a mio modesto parere, rimane il più buono in assoluto: in poche, semplici, esaustive parole, c’è tanta vita qua dentro.
Addendum: e non mi venite a dire che mi piace vincere facile e che è troppo presto per stappare un Corton-Charlemagne 2010 perché lo so ma non me ne può fregar di meno!
Chiacchiere di fine agosto. Dove vai se non ce l’hai la recensione dell’Opinion Leader?
29 agosto 2012Scrivo questa cosa non perché voglia compiacermi – semmai dovreste compatirmi -, ma succede talvolta di rimanere ancora basito su come si vive a questo mondo la comunicazione del vino. Anche quella specializzata.
Per chiarezza d’intenti, non è che abbia critiche o nomi da fare, ognuno coi propri soldi ci fa quel che gli pare, ci mancherebbe, anche perché di comune accordo col titolare dell’azienda in questione, che ha commissionato a terzi l’iniziativa, abbiamo già deciso di prenderla a ridere (per non piangere, per la verità).
Tant’è, la settimana scorsa mi è arrivata una mail (all’indirizzo di lavoro) dove mi si anticipava di qualche giorno una telefonata atta a promuovere i vini dell’azienda nelle principali destinazioni di lusso del Bel Paese. In questa mail, dalla trama devo dire molto cordiale e precisa, venivano citati, verso la fine, anche alcuni link di certi Siti Specializzati e wine Blog dove alcuni prestigiosi “opinion leaders” già raccontavano entusiasti i vini oggetto dell’iniziativa promozionale, alcuni dei quali tanto eloquentemente che se avessi voluto avrei potuto già da lì “gustarne il sapore unico ed autentico” anche solo leggendone. Poi, se fosse montato l’interesse, mi sarebbe stata recapitata una campionatura completa, aggratis naturalmente. Ok, va bene, mi fermo qui.
Eh sì, perché al di là di una personale considerazione sull’inutilità di una iniziativa del genere, praticamente a cavallo di ferragosto, io credo ancora possibile l’altro tipo di approccio azienda/cliente, quello vecchia maniera, fatto di carne e ossa, strette di mano e calici mezzi pieni, laddove possibile magari anche sporcandosi di terreno le scarpe. Ma soprattutto perché non vi dico quanto è tremendo scoprire di essere ritenuto da qualcuno già un Opinion Leader e che le cose che scrivo, per quanto male lo faccia, possano risultare addirittura imperdibili e gustose. Bah…
Chiacchiere di fine agosto, o di quanto sia utile e salutare sapere di avere l’acqua calda in casa…
24 agosto 2012C’è un dato oggettivo che non si può più assolutamente trascurare, molti vini bianchi della Campania vanno acquisendo sempre maggiore rispetto da parte dei consumatori, soprattutto quelli più attenti e coloro i quali possono vantare palati abituati assai bene. Ergo, scopro l’acqua calda o ché..?
Mi riferisco per esempio a chi, in maniera continuativa, in carta al ristorante punta vini di una certa levatura: parliamo di bianchi di spessore, non necessariamente nerboruti o grassi ma vini che hanno comunque gran materia, una certa impronta territoriale e una propria storia come certificato di garanzia. Così, pare, che da Puligny, Vouvray e Kaysersberg a Montefredane e Lapìo via Campi Flegrei la strada divenga sempre più breve mentre il viaggio sopra ogni cosa molto piacevole oltreché avvincente.
Adesso, più di ieri però conta dire la verità, starci naturalmente dentro e mantenere la calma. I prossimi dieci anni ci diranno se la generazione di vignaioli campani che si sono fatti “un mazzo tanto così” negli ultimi dieci/quindici avranno definitivamente un futuro da star o meno. Le loro bottiglie, frattanto, ne stanno scrivendo un bel pezzo e tra i tanti attori sul palco molti ci stanno mettendo tutta l’anima per disegnarle ed interpretarle al meglio, qualcuno devo dire è davvero fenomenale! Non sarà quindi un romanzo breve, piuttosto speriamo in una scrittura epica.
In poscritto, per maggiori informazioni a riguardo, farsene un’idea più precisa intendo, consiglio vivamente di stappare e poi aspettare i duemiladieci del Cupo di Pietracupa di Sabino Loffredo, del Fiano di Clelia Romano e, non ultimo, il Cruna DeLago di Vincenzino Di Meo.
Charchigné, Poiré Granit 2011 Eric Bordelet
18 agosto 2012Di tante bottiglie che mi passano tra le mani ogni anno mi piace conservare sempre un buon ricordo di quelle insolite, soprattutto quando, come in questo caso, il nettare servito – che hai provato, scelto tu di mettere in carta e vivaddìo pure finito! – fa la sua bella figura nei calici dei tuoi avventori.
Questa era una delle novità di questa stagione, si chiama Poiré Granit ma non è un vino. Invero è difficile convincermi che oltre il vino in senso stretto ci sia qualcos’altro di sorprendente da poter mettere in carta al ristorante da offrire ai clienti; per dirne una, non sono mai stato per esempio un fan della Carta delle Birre, men che meno di quelle Artigianali che hanno bisogno di un palcoscenico sensibilmente diverso e di una proposta culinaria molto più specifica e caratterizzante per esaltarsi. Aggiungo, birre di 8 barra 9 o 10 gradi in alcol sono ben altra cosa di ciò che le nostre papille gustative sono in grado di riconoscere come una “bionda o rossa” o giù di lì. Pertanto lasciamo divertire nei loro garage con i kit preconfezionati i più di cento mastri birrai venuti fuori negli ultimi anni in Italia e guardiamo ad altro, per il momento.
Ritornando a noi, questo tizio si chiama Eric Bordelet, è stato per tanti anni sommelier a L’Arpège, poi ad un certo punto della sua vita ha dato un taglio netto a tutto ed è ritornato alle origini riprendendo in mano le sorti dell’azienda di famiglia nel sud della Normandia, dove coltiva frutti, mele e pere anzitutto.
In poche righe, Poirè Granit è una bevanda ottenuta da fermentazione naturale del succo di pera, in questo caso circa una ventina di varietà diverse tipiche dell’areale; allo Chateau Hauteville, che dista pochi chilometri da Charchigné, il suolo è praticamente granitico come fosse un prolungamento della falda che caratterizza il massiccio Armoricano; qui la piantagione di frutta ne trae un forte beneficio e la poduzione di Sidre e Poiré di Bordolet ne riesce a condensare parecchia conservando una timbrica gustativa molto particolare. Tra l’altro quasi tutte le piante qui hanno in media oltre trecento anni, ed altezze ragguardevoli sino a 20 metri, il ché la dice lunga sulla storicità e la tradizione di queste coltivazioni. In più Eric Bordolét, per chi ne avesse suggestione, è anche uno dei maggiori portavoce dell’Unions de Gens de Metiérs (qui).
Il Granit 2011 ha un gradevole colore paglierino, una spuma consistente e molto invitante. Il primo naso è subito caratterizzato da note fermentative e agrumate frammiste però alla tipicità fruttata dolce della pera appena frullata, ma anche deliziose nuances moscate, di fieno e zafferano in polvere. Il sorso è sorprendente, la vivacità e la temperatura ne accentuano sin da subito la freschezza, avvenente direi, rinfrescante, con un finale sì dolce ma per niente stucchevole; sa naturalmente di succo di pera ma si colgono con una certa piacevolezza diverse sfumature che vanno dallo zucchero grezzo di canna ad un retrogusto un po’ speziato.
In definitiva, più del Sidre Brut che ho trovato un tantino imbrigliato nelle note ossidative e che chiude un po’ troppo amaro, il Poiré Granit vi conquisterà definitivamente per la sua grazia. Ha appena 4% in alcol, così se appare scontato proporlo come fine pasto (uso Moscato d’Asti, ndr) su dessert cremosi pensatelo invece come un fresco e leggero aperitivo agostano da bere ghiacciato.












































