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E… se il cliente mi chiede vino Kosher?

8 gennaio 2010

Il periodo di lavoro appena trascorso a Capri mi ha spesso messo a confronto con richieste di vino Kosher, occasioni, quelle, per saperne qualcosa in più sulla particolare procedura grazie alla quale certi vini possono ottenere la certificazione dal Rabbinato d’Israele per essere poi consumati dagli avventori ebrei.  

La premessa è che il vino, nella sua sacralità e nel suo contenuto di potenzialità nascosta che si trasforma in atto, richiama la mente all’idea della Creazione, con l’insieme di leggi naturali e sacerdotali destinate all’umanità in genere ed il popolo d’Israele in particolare. Per questo la preparazione accurata eseguita anche manualmente da ebrei osservanti è l’unica garanzia di un uso moderato e sobrio che riconduce l’uomo della gioia del cuore secondo il verso dei salmi “il vino farà gioire il cuore dell’uomo” nell’eseguire la volontà del creatore.

Proprio per questi motivi ogni operazione manuale ed ogni spostamento mosto/vino deve essere eseguita da ebrei osservanti che collegheranno i tubi necessari ed azioneranno pompe, valvole e raccordi su indicazione del tecnico di cantina. Ogni eventuale operazione eseguita da altri comprometterebbe l’intera vasca di produzione; Per evitare intromissioni è necessario quindi sigillare con 2 segni in alto ed in basso con piombi e firma.

Durante le fasi della produzione è importante che tutti gli impianti in metallo o vetroresina siano precedentemente lavati con acqua bollente; Le parti di raccordi in gomma, qualora già in uso in cantina da diverso tempo, vanno procurate nuove. Il personale ebraico entra in scena sin dall’operazione di spremitura delle uve, per ribaltare il camion e far pervenire le uve nella coclea, azionare le pigiatrice e diraspatrice e le pompe che dirigono il mosto nel tino. A questo punto, le bucce ed i semi vengono chiusi e sigillati per essere portati in distilleria dopo aver bollito l’impianto. I prodotti che ne derivano da questa catena sono oramai considerati Mevushal (vino cotto), quindi da questo momento può essere toccato da ogni operatore purchè ad ogni travaso o altra operazione successiva sia presente l’autorità Rabbinica. In fase di lavorazione del vino è permessa l’immissione di:

  • anidride solforosa S02;
  • zuccheri, purché controllati in forma di mosto concentrato, solo se certificato, generalmente molto difficile reperirlo in Italia;
  • aggiunta di saccaromiceti controllati dal Rabbinato francese, tipo Kl Lavine o prodotti certificati Isecco;
  • bentonite;
  • la bollitura e la cottura, sono fasi necessarie visto che trasformano la qualità del prodotto rispetto agli addetti professionali e tecnici, che solo dopo questa fase possono intervenire manualmente. La recente esperienza vinicola prevede di collegare un pastorizzatore ad un refrigeratore così il vino passa in poco più di 4 – 5 secondi alla temperatura di 86 Celsius per essere immediatamente raffreddata a -4 C. Tale procedura garantisce un mantenimento delle qualità organolettiche del prodotto senza perdita di aroma e profumo.

Durante la fase di filtraggio è necessario per poter avere il prodotto Kasher Le Pesach, controllare che i filtri in cellulosa non contengano amidi o derivati da altri cereali. La maggior parte di filtri in commercio se certificati rispondono a questi requisiti. Dopo una preparazione e pulizia dell’impianto è possibile imbottigliare in bottiglie nuove e pulite secondo la normale procedura. La norma ebraica richiede che vi siano tre segni di riconoscimento della specificità del prodotto:

  • l’etichetta
  • eventuale retroetichetta o in alternativa capsula termica
  • tappo con segno di riconoscimento o marchio del Rabbinato.

Nell’etichetta dovrà apparire inoltre il nome del Rabbino che ha eseguito il controllo e che rilascia il certificato. Tale etichetta può anche essere eventualmente applicata sulle scatole d’imballaggio. Sarà l’Autorità Rabbinica a rilasciare ogni volta il numero di etichette o tappi necessari all’operazione. Tutta la produzione annuale sarà accompagnata da un certificato originale registrato presso il Rabbinato Centrale d’Israele che ne garantisce l’esportazione.

Tra le più rinomate etichette del panorama enologico modiale dei vini Kosher, oltre ai marchi storici Israeliani Domaine Du Castel, Dalton, Galil Mountain, Yarden, Barkan, Ella Valley, Noah-Hevron Heights, Tanya non mancano alcune etichette italiane di aziende anche di enorme spessore come la nostra Feudi di San Gregorio (molto buono l’Aglianico Rosh ed il Fiano di Avellino Maryam) ed altre come la romana di Zagarolo Federici, la marchigiana Azienda Agricola Degli Azzoni Avogadro Carradori oltre che le californiane Baron Herzog e Covenant.

Il Sommelier, tecnico professionista del vino

7 gennaio 2010

Il sommelier professionista è una figura professionale altamente qualificata che non può mancare nei ristoranti di alto livello, nelle enoteche e in genere in tutti quei locali dove si offre una qualità di food&beverage e servizi di categoria elevata. Si occupa innanzitutto di selezionare i vini, acquistando quelli che più ritiene più idonei da proporre ai clienti tenendo conto di diversi fattori decisivi: la qualità dell’ambiente in cui opera e la sua clientela, l’originalità e l’autenticità dei prodotti selezionati, e di questi ultimi, la loro bontà espressiva e possibile commercializzazione, l’interazione con la propria offerta di food, la profonda conoscenza del mercato e dei suoi andamenti; mai assoggettando in maniera autarchica le richieste dei clienti alle proprie fisse o ai soli fini della sterile vendita.

I vini prescelti, eventualmente con i distillati ed i vini speciali, vengono descritti in modo dettagliato sulla carta, che deve risultare chiara, articolata in maniera risoluta e di facile consultazione. Da evitare enciclopedie, peggio a volumi, e sfoggio di personalismi altamente (banalmente) didattici, quasi sempre indigesti ai fini di un giusto risultato e che spesso non fanno altro che complicare la vita (la giusta scelta) all’avventore di turno. Piuttosto pensare di aggiornarla continuamente o magari stupire il proprio cliente con proposte di vini fuori carta da raccomandare e raccontare in maniera appassionata e convincente.   

Tutto ciò necessita da parte del sommelier professionista una profonda ed articolata conoscenza del proprio lavoro e del mondo in cui opera, sia esso enologico che gastronomico. Questi ha basi di conoscenza enologica e merceologica di spessore, consolidate in anni di studio e specializzazione, in viaggi alla scoperta di realtà nuove ed avvincenti e confronti in aziende, fiere ed eventi; quindi, degusta continuativamente i vini ed è sempre costantemente aggiornato sulle novità di mercato, sia esso locale che internazionale, carpendo e magari anticipandone le tendenze.

Pertanto oltre a confrontarsi costantemente con gli altri reparti interni alla struttura dove opera, (cucina, bar ecc…) sia esso un ristorante, winebar, albergo, enoteca, deve saper gestire il settore beverage anche interagendo al meglio con gli input che gli arrivano dall’esterno, gestendo i rapporti con i produttori o suoi rappresentanti e con gli stessi professionisti del settore in cui opera (colleghi sommeliers, ristoratori, manager), in entrambi i casi la sua competenza deve essere tecnica, puntuale e precisa. Continua…

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Sorbo Serpico, l’alto aglianico 2004 dei Feudi

6 gennaio 2010

Aglianico, aglianico, aglianico. Si sprecano gli elogi e gli applausi ai pregi del più prezioso dei vitigni a bacca rossa campani e forse di tutto il sud Italia. Si sprecano, alla stessa stregua degli encomi, i tentativi di carpirne e discernere le peculiarità attraverso vini esemplari avendo come riferimento oggi questo, domani quello: di clone in clone, di areale in areale, di vino in vino sino all’azienda di turno, all’etichetta del giorno. Un dato è certo, è un grande vitigno che può dare grandi vini con aspettative di lunga vita ma non bastano, ad oggi, le vendemmie vissute per poterne trarre il dado certo di quale sia la migliore strada, in assoluto, percorsa, ne tantomeno l’unica da imboccare. Tuttalpiù, divergenze importanti per risultati unici.

In principio fu Serpico, tra i pochi, primissimi vini a reinterpretare il modello aglianico di Taurasi in Irpinia, non entrando volutamente nel disciplinare d.o.c.g. per offrirsi prontamente al mercato e già (più o meno) dopo 14 mesi di barriques e poco più di sei mesi di affinamento in bottiglia. Quali e quanti dopo? Tanti, ma più che altro fini a se stessi, utili senz’altro a rinfoltire i grami listini aziendali ed a specchiare le ambizioni di rappresentanti manolesti, molto poco funzionali, a ragion del vero, a quel percorso di zonazione vitivinicola tanto necessario e caro a molti, oggi, quanto più semplice da intuire (ed assolutamente disatteso) in quel tempo.

Un grande rosso in lenta ma costante crescita qualitativa, qui nel millesimo 2004 davvero in grande spolvero, soprattutto ai fini di una propria e specifica  caratterizzazione stilistica. Si sono susseguiti, negli anni, altri esempi e cloni di una idea diversa di aglianico irpino capace di svestire l’etichetta “Taurasi”, per qualcuno sempre troppo fedele a se stessa per poter ambire a mete e mercati più preziosi e di più ampio respiro internazionale. Ma il Serpico rimane ancora un modello inarrivabile nonostante qualcuno dalla memoria più ferrea ricorderà le difficoltà iniziali di questo vino, accolto sul mercato con tanta curiosità quanto scettiscismo:  siamo, calendario alla mano, nel 1995, siamo, non a caso aggiungo io, ancora in epoca di sfide e scommesse con Luigi Moio in regia, che lascerà a distanza di qualche mese (suo malgrado), il posto a Riccardo Cotarella. Il colore, a distanza di cinque anni, è rubino vivace, praticamente impenetrabile. Il primo naso è teso su di un ventaglio olfattivo davvero complesso: fruttato, floreale, balsamico, in primo piano ciliegie nere, viola passita, liquirizia. Dopo poco si capisce la grandezza di questo piccolo gioiello enologico: l’effluvio delle note olfattive continua su sentori speziati di coriandolo, di pelle animale, terra bagnata, sempre costantemente fini ed eleganti. In bocca è secco e caldo, possiede una quadratura acido-tannica sorprendente ed eccellente: durezze e morbidezze in perfetta fusione ed armonia, per un vino da godere oggi mentre scorre nel bicchiere piuttosto che tra un decennio almeno. Da aprire tempestivamente per goderne al meglio del frutto, almeno un paio d’ore prima, servire in calici ampi e su piatti di grande carattere e succulenza e/o aromaticità: su tutti, agnello arrosto e mozzariello (appena piccante) alla brace.

Ariano Irpino, caccia alla Volpe… Rosa

6 gennaio 2010

Alla domanda cosa rende un uomo libero, io rispondo sempre, i suoi sogni! Una frase fatta? Non mi interessa risultare scontato e nemmeno conoscere chi l’abbia detta prima, so solo che suona bene, è da effetto ma soprattutto rende subito l’idea della personalità di chi ci crede.

Da bambino nutrivo sempre un certo rancore quando mi facevano giocare in porta, ma lo facevo sempre con grande impegno sognando di imitare, nonostante tifassi Napoli for ever, l’uomo ragno Zenga, tanto che nel tempo, i risultati obbligarono i miei amici a chiedermi di fare prima il difensore, poi l’attaccante sino a quando fui io a decidere, se avessero voluto schierarmi tra le loro fila, di fare il regista e dettare i tempi di gioco. Come calciatore non sono andato tanto lontano, tuttavia ho sempre pensato di non dare tutto per scontato e fare ogni cosa nella mia vita con impegno e dedizione profonda.

Così con i vini di Cantina Giardino, ai quali non posso certo dire di essermi avvicinato con grande entusiasmo. E’ vero, c’era di che raccontare: vini naturali, che sull’onda del fenomeno (mai poi tanto fenomeno) biodinamico per un tempo sembravano poter sconvolgere ogni cosa in materia di vino. C’era e c’è insistente, il grande progetto culturale, qualcuno ci aggiunge a ragion del merito, filosofico, che vede impegnati a vari livelli l’enologo Antonio di Gruttola che ho avuto il piacere di conoscere ad un bellissimo laboratorio proprio sui vini naturali che ci inventammo nel 2007 con l’Ais Napoli a Bacoli, poi Daniela e Davide De Gruttola e non ultimi Pasquale Giardino ed Antonio Corsano, ma in alcuni vini poi nel bicchiere, a dirla tutta, di ciccia ne intravedevo davvero poca, soprattutto in quei primi Fiano Gaia e Greco Adam, mentre a destarmi entusiasmo furono da subito i due Aglianico, il Nude ed il Drogone, davvero gradevole il frutto del primo, impressionante a tutto tondo il secondo.

In generale quindi, la mia idea era di vini certamente espressione profonda di una voluttà territoriale possibile, ma difficili, soprattutto appena superata la comprensione intellettuale prima dell’approccio gusto-olfattivo. Vini evoluti e a tratti forzati, contrariamente alla naturale lentezza che invocavano; in sintesi, soprattutto i bianchi, li ritenevo vini che più che complessi li recepivo come complicati, ermetici, soprattutto in virtù delle aspettative varietali in materia di fiano e greco.

Curioso invece e a tratti sensazionale questa coda di volpe rossa, vitigno praticamente scomparso se non tra i giardini davanti casa dei contadini avellinesi più attempati, dove resistono vigne anche di oltre 60 anni che l’azienda con sapiente e maniacale cernita segue e ne ritira le uve, vinificandole con una breve criomacerazione e una successiva fermentazione su lieviti endogeni. Risultato? Circa 400 bottiglie prodotte a sottolineare – se ce ne fosse stato bisogno – l’anacronistico non-buisness e, non ultimo, un gradevolissimo rosato di grande empatia.

Esaltante riprovare il Volpe Rosa 2004 a distanza di due anni dall’ultima bevuta ed ancora più esaltante ritrovare un vino, dopo cinque anni ancora più integro ed affascinante di prima. Colore rame vivacissimo con piccole sfumature aranciate, cristallino. Il primo naso è un effluvio di sensazioni floreali passite, garofano, poi di agrumi canditi, buccia di mandarino, pera williams. Poi ancora china rossa, e sottile nota caramellata, dolce e profonda. In bocca è secco, ha conservato una trama fitta di acidità con un finale di bocca davvero gradevole e corroborante. Un vino davvero interessante, piacevole, infinito, che al cospetto di un Rosato di Ama 2007 di Castello di Ama ed un blasonato Rosato Tenuta Greppo 2005 Biondi Santi li ha messi tutti e due in fila con un sol colpo… di coda naturalmente!!

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Sant’Agata de’Goti, il Gotico 2007 di Ciervo

5 gennaio 2010

Si scrive Sant’Agata dei Goti ma si legge, per molti, Mustilli. Il gran lavoro portato avanti negli anni, con grande sacrificio ed ostinazione dall’ing. Leonardo e Marilì, proseguito poi nel tempo dalle tenaci e solari Paola ed Annachiara, hanno senza dubbio contribuito in maniera decisiva alla nascita ed alla crescita di un terroir sempre troppo poco appariscente sulla scena enologica campana, pur essendone, da un punto di vista volumetrico, l’areale regionale di maggiore interesse vitivinicolo. Un primato costantemente subìto come fardello piuttosto che elogio alla nobile arte enoica qui conosciuta e praticata con successo sin dai tempi dell’antica Saticula e sempre commista alle molteplici attività produttive del luogo. Il riscatto è alle porte, e passa soprattutto da vini come questo Gotico 2007 della famiglia Ciervo, dallo straordinario rapporto prezzo-qualità, che lo vede collocarsi nelle enoteca, in vendita al pubblico, a poco più di 4 euro e 50. Negli assaggi di dell’ultimo scorcio del 2009, solo il Gallicius Aglianico di Adolfo Spada mi ha colpito così piacevolmente tra i vini rossi di questa fascia di prezzo, sempre più un riferimento indispensabile per i rivenditori specializzati per uscire fuori da questo stato di catalessi economica venutosi a creare negli ultimi anni, quantomeno per scongiurare il ritorno, insopportabile per molti, soprattutto per coloro che se l’erano allegramente lasciato alle spalle appena pochi anni fa, del pur redditizio mercato del vino sfuso.

Nasce da vigne di aglianico ed una piccola percentuale di merlot, allevate a spalliera con una media intensità d’impianto, circa 3500 piante per ettaro esposte a sud, sud-est, allignate da tempo intorno alle colline di Sant’Agata de’Goti. In vinificazione si predilige l’utilizzo del solo acciaio con una fermentazione a temperatura controllata, intorno ai 25°, ed un tempo di macerazione bucce-mosto mai inferiore ai 20 giorni, per garantire una estrazione lenta, controllata e non troppo spinta.

Ne viene fuori un vino dal colore deliziosamente vivo, rosso rubino con sfumature violacee, di buona vivacità e poco trasparente. Il primo naso è una sventagliata di frutto e vinosità, mora, lampone e rosa rossa, lentamente vengono fuori anche note vegetali e balsamiche, gradevoli, fini. In bocca è secco, caldo, di buon corpo, discreto e delicato il tannino che scorre sulle papille gustative, durante la beva, senza lasciare tracce ruvide o tendenzialmente amare. Ottimo anche il finale di bocca, fruttato, pulito ed equilibrato, con una piacevole sensazione di nuovo balsamica che richiama la buona fittezza dell’aglianico ed una armonia complessiva esemplare, tipica del merlot. Un vino facile, senza ombra di dubbio, ma ogni tanto non è male tenerne a portata di mano uno o due di riferimento, soprattutto per rinsavire la voglia di bere bene e spendere appena una manciata di euro, in questo caso davvero pochi, e mai investiti così bene!

Dieci bollicine campane per festeggiare il 2010

31 dicembre 2009

Diciamolo francamente, che il 2009 se ne vada pure a quel paese, tanto arriva subito il 2010. Ogni fine anno coincide con i bilanci, le riflessioni, gli auspici mancati e quelli futuri, le delusioni da allontanare al più presto e le aspettative più vive che mai.

Personalmente, ormai è di dominio pubblico, tra gli amici, ho chiuso col botto: mi è nata una figlia, quasi sotto l’albero, che appena avrò realizzato del tutto cosa significhi, mi renderò conto del da farsi. Nel frattempo avevo cambiato casa, mi sono cercato un nuovo lavoro, ho sviluppato meglio una non precisata coscienza di scrivere e raccontare la mia passione per il vino e per il mondo che gli gira intorno. Tutto nel 2009. Che anno è stato? Di grande sacrifici, a tratti immani, mai ostentati, come lo saranno i prossimi a venire, ma non ci voglio pensare oggi, lo farò da domani, stasera, nel frattempo, ci voglio prima bere su, bollicine naturalmente, campane se preferite. Queste, quelle che mi sono passate per le mani quest’anno e che ritengo opportuno segnalare:

Selim spumante 2008 De Conciliis, da uve fiano, aglianico e barbera. La risposta cilentana alla manìa di Bruno De Conciliis di non lasciare nulla di intentato. La terra al centro di ognuna delle sue intuizioni, la sua terra, le sue vigne, le sue passioni, il suo modo di esprimerle. Giallo paglierino brillante, bellissima la veste cromatica intrisa di bollicine sottili e costanti. Naso delizioso di frutti dolci, pera, ananas e mango su tutti. Asciutto, rinfrancante, con una bella acidità in primo piano ma mai invadente, finale di bocca giustamente sapido. Con frittura di calamari.

Dubl Falanghina spumante 2006 Feudi di San Gregorio, probabilmente la migliore edizione di sempre, continuando ad essere senza ombra di dubbio la migliore interpretazione spumante delle tre realizzate dalla solida azienda di Sorbo Serpico. Più del Dubl Greco 2005, irreprensibile nella sua evoluzione-involuzione e molto di più del Dubl Aglianico, del quale si ha ancora poca percezione della sua collocazione stilistica. Paglierino brillante, di spuma greve ma dai profumi fitti e gradevoli, eleganti; Di buona acidità, minerale e di gradevole beva. Sul polpo all’insalata.

Asprinio d’Aversa brut Grotta del Sole, il vino da non farsi mai mancare a casa. Del vitigno e del vino che ne nasce se ne parla sempre troppo poco, del grande lavoro di valorizzazione messo in atto dalla famiglia Martusciello ancor di meno, eppure a chiedere in giro, fuori regione, questo vitigno lo si conosce quasi esclusivamente grazie a loro. Io rimango fortemente legato alle interpretazioni passate, più dure ed aspre di quella di oggi, legata, molto, alla crescente domanda di bollicine facili, tendenti quindi più all’extra dry che al brut. Rimane un gran bel vino, verdolino brillante, con una spuma elegante e sofficissima, dalle bollicine sempre più fini. Un naso erbaceo, floreale di glicine; In bocca naturalmente secco, piacevolmente ammandorlato. Sulle “pizzelle di ciurilli”.

Cabrì Fiano spumante 2007 I Favati, perché una volta con il Fiano di Avellino si producevano anche delicati e sinuosi vini frizzanti e spumanti, a conferma di quale ecletticità abbiano i vitigni campani, tanta almeno quanta ne dimostrano i viticoltori a seconda dell’andamento del mercato. Il Pietramara rimane il vino che più mi piace di Giancarlo e Rosanna, ma ripenso con piacere alla leggerezza che riesce a donare il Cabrì 2007: giallo paglierino maturo ma brillante, spuma fine e bollicine costanti e mediamente fini; Sentori dolci, profumi di mandorla e gelso, poi di fieno, in bocca asciutto, gradevole, pacatamente sapido con un finale lievemente amarognolo. Sui cannolicchi crudi.

Montesolae Aglianico Rosè spumante s.a. Colli Irpini. Sono rimasto sempre piacevolmente colpito dalla costanza con la quale l’azienda Montesolae replicava il successo del suo fiano frizzante Ilios, che devo dire, in certi luoghi di mare, con certe cucine tradizionali ci andava davvero a braccetto, zuppe di pesce in primis. La curiosità con la quale mi sono invece avvicinato a questo spumante è la stessa che ti prende quando non hanno null’altro da offrirti con le bollicine: della serie “va bene, proviamo”. Il colore è molto gradevole, rosa chiaretto con una spuma delicata e fine. Le Bollicine risultano un po’ grossolane ma sono abbastanza intense. Il naso è delicato su note di rosa canina, lamponi e fragole, in bocca è secco, di buona freschezza e lievemente astringente pur rimanendo abbastanza armonico. Sul capitone fritto.

Malazè Falanghina spumante s.a. Cantine Babbo, con il quale abbiamo festeggiato, lo scorso venerdì 4 Dicembre il bel percorso enologico maturato da Vincenzo Mercurio. Prodotto da uve Falanghina dei Campi Flegrei viene lavorato con il classico metodo di fermentazione in autoclave, segue la scia, di cui sopra, dell’esigenza di bollicine facili e gradevoli al palato come al naso: quale vitigno più della falanghina verace riesce ad essere così persuasivo? Nessuno. Eccolo nel bicchiere, paglierino con riflessi ancora verdolini, bollicine abbastanza fini e di grana compatta, naso delicato di frutta a polpa bianca e di fiori appena sbocciati, di mela golden e mimosa su tutti. In bocca è secco ma non troppo, freschezza da vendere e minerale quanto basta, corroborante e per niente invadente. Sulle cappesante scottate agli agrumi.

Brezza Flegrea Falanghina spumante s.a. Cantine del Mare, prodotto con metodo charmat, si presenta con un bel colore giallo paglierino, brillante con una spuma delicata ed abbastanza persistente, le bollicine sono abbastanza fini. Il primo naso è improntato soprattutto su note erbacee, poi vengono fuori sentori agrumati e sottili frutti tropicali, è certamente intenso e di qualità assolutamente fine. In bocca è secco, non invadente nella sua vivacità, giustamente acido ed estremamente godibile nella beva anche grazie ad una nitida e gradevole sapidità. Sulla polpa di granzeola bollita con aggiunto un filo di olio extravergine di oliva.

Astro Falanghina spumante brut s.a. Cantine Astroni, dopo la famiglia Martusciello, da sempre impegnata nella spumantizzazione dell’asprinio, i Varchetta sono stati i primi, tra le aziende flegree a proporre bollicine d’autore, credendo nel potenziale della falanghina come vitigno base per uno spumante. Il colore giallo è paglierino vivace con riflessi tendenti al verdolino, le bollicine sono abbastanza fini e mediamente intense. Il primo naso è essenziale su note floreali e fruttate, si riconoscono gelsomino e fiore d’arancio, pesca e lievi note minerali. In bocca è secco, gradevolmente fresco, gode di una buona struttura acida e piacevole sapidità che rende il finale lungo e piacevole. Sulla bruschetta con le alici e pomodori cuore di bue.

Falanghina spumante extra dry s.a. Cantina del Taburno, è sul mercato da appena un paio di anni ed è il segnale di come questo vitigno sia fortemente preso in considerazione come base per vini spumanti, quantomeno per tentare di contrapporlo allo strapotere commerciale che anche nella nostra regione ha il prosecco, non solo di Valdobbiadene. Mossi proprio da questo scatto d’orgoglio molte aziende campane si sono attrezzate in questa direzione ed una delle versioni metodo charmat più riuscite è proprio questo delizioso spumante del Consorzio Agricolo Provinciale di Benevento. Di colore giallo paglierino, è brillante e con una spuma fine ed abbastanza persistente. Il naso è avvinghiato su note fresche di frutti a polpa gialla e lievi sentori di frutta secca. In bocca è secco, abbastanza caldo, di buona acidità e mineralità, di beva scorrevole con un finale morbido e risolutivo. Da spaghettone alle vongole veraci, il buon corpo gli rende più sostanza di quanto si pensi.

Nyx Moscato spumante dolce s.a. I Vini del Cavaliere, ma potrei tranquillamente dirne ancora uno citando il delizioso Lacryma Christi spumante dolce s.a. Grotta del Sole, solo per ribadire il concetto che è possibile berne di tutti i gusti, in questo caso dolci, se si ha la pazienza di cercare e la voglia di premiare lo sforzo che molte aziende campane hanno fatto negli ultimi anni per dare forma e sostanza a vini spumanti (secchi e dolci) di qualità senza per forza scimmiottare una tradizione sicuramente più appannaggio di altre regioni italiane. Il Nyx è prodotto da uve moscato bianco, siamo nell’areale di Capaccio-Paestum, in Cilento dove come in Basilicata si sta cercando di recuperare l’interesse verso questo tipo di vitigno e di vino. E’ un vino delicato, giallo paglierino con riflessi verdolini, la spuma è molto intensa e cremosa, le bollicine sono abbastanza fini seppur evanescenti. Il naso è tutto incentrato sulle note aromatiche dolci, ma anche fruttato di mela verde, floreale di tiglio ed acacia. In bocca è dolce, giustamente equilibrato da una gradevole sapidità che non lo rende pertanto stucchevole. Su tutto quello che viene in mente di mettere in tavola dopo il cenone, “…seule pour parler”!

Denver, Colorado Cabernet Franc 2001

30 dicembre 2009

Spero Winery nasce nel 1996 quando June, moglie di Clyde Spero eredita un piccolo appezzamento di terra proprio a ridosso di Denver. Si decide, piuttosto che costruire immobili, di piantare un vigneto con la prospettiva di mettere su, nel tempo, una vera e propria azienda vitivinicola, ripercorrendo in qualche modo le tracce storiche della tradizione familiare paterna. La prima vendemmia arriva nel 2000, ed ai primi assaggi, tutto fa pensare a che si sia fatto un gran bel lavoro. I vini base risultano di particolare pregio, le uve selezionate, perlopiù vitigni internazionali mostrano di avere fittezza di aromi e carattere da vendere, pertanto la via maestra è imboccata.

La storia della famiglia Spero è per certi versi la stessa di tante famiglie italiane che agli inizi del secolo scorso hanno lasciato il nostro paese in cerca di fortuna negli Stati Uniti; Tutto nasce da Gaetano Spero, originario di Potenza, che ha appena 13 anni quando assieme a due amici, anch’essi poco più che adolescenti sbarca a Nuova York, con appena 5 dollari in tasca. Inizia qui il lungo viaggio che lo porterà ad attraversare praticamente tutti gli stati confederati dall’east coast sino in Colorado, dove grazie all’aiuto di alcuni lontani parenti che l’avevano preceduto, riuscirà a trovare lavoro in una miniera di carbone. Come da manuale, con il passare degli anni sono tante le ricorrenze e le tradizioni attraverso le quali si cerca di conservare un forte legame con le proprie origini, e Gaetano, le sue origini vulturine le vuole conservare seriamente tanto che lo portano di anno in anno, tra le altre cose, a produrre, in proprio, discrete quantità di vino (da uve internazionali) per il consumo familiare. Fare vino è un’arte che sa bene come interpretare: scegliere le uve, valutarle, vinificarle nella giusta maniera vengono affrontati con una tale perizia e maestria tanto da dover in più di una occasione rifiutare interessanti proposte di avviare una seria commercializzazione avanzategli da diversi amici-rivenditori locali. Clyde Spero, non ha fatto altro, qualche anno più tardi, che riprendere le fila di questa tradizione e la bontà dei suoi vini ne sono oggi tangibile testimonianza.

Il Cabernet Franc (conosciuto in giro per il mondo anche con i nomi Bouchet, Breton, Carmenet, Grosse-Vidure) predilige ambienti pedoclimtici freddi, è una varietà apprezzatissima se vinificata in uvaggio, soprattutto con il cugino Cabernet Sauvignon, che tende generalmente a stemperarne molto le sue note varietali soprattutto erbacee e vegetali, che ne fanno per questo un vitigno poco ambìto alla lavorazione più o meno al 100% (fatte le dovute eccezioni, una su tutte il mitico Chateau Cheval Blanc di Saint Emilion che è, per gran parte, proprio Cabernet Franc).

Nel bicchiere un vino rosso rubino con unghia granata appena accennata, è vivace e per niente trasparente. Il primo naso è molto invitante, appare subito intenso e complesso, fine; subito note di frutti rossi e fiori secchi, si riconoscono su tutti, sentori caramellati di lampone e amarena, poi lavanda, noce di cocco, poi ancora note balsamiche di liquerizia, cuoio. In bocca è importante, materico, profondo: è secco, molto caldo, possiede discreta acidità e poco tannino, scorre via in una beva di corpo, quasi robusta, con un finale di buona sapidità ed armonia. Un vino quasi masticabile, dal finale dolcemente equlibrato e lungamente piacevole. Da servire, dopo un’attenta ossigenazione, in ampi calici di cristallo per esaltarne tutte le sfumature organolettiche, su piatti importanti, bolliti come “dio comanda” o maialino cotto a bassa temperatura, piatti insomma di buona grassezza e succulenza da vendere, anche con intense aromaticità.

Formicola, Casavecchia 2008 Vigne Chigi

29 dicembre 2009

Formicola è un piccolo comune campano, in provincia di Caserta, con circa millequattrocento anime per quasi 600 famiglie. Per dargli una collocazione geografica, è bene riportare che sorge fra il Monte Maggiore e i colli della Callicola, nell’area montana che separa la bassa valle del Volturno da quella alta. L’origine etimologica del suo nome deriva con ogni probabilità da piccola forma, ossia un canale artificiale, con il suffisso diminutivo -icola. Altre ipotesi conducono all’ebraico Fhor-michol, ossia ruscello bollente, in riferimento a delle possibili strutture termali ritrovate in rovina, ma quest’ultima ha, a tutt’oggi, pochi riscontri plausibili.

Del casavecchia ne abbiamo già parlato ampiamente raccontandovi la bella favola di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini, ma ricordarne un po’ di storia antica, in una realtà rurale così in piena evoluzione non fa mai male. Il Trebulanum, come ci dicono gli scritti antichi, era il vino dei soldati, non ci sono tuttavia conoscenze certe sull’origine del vino casavecchia, esiste solo una leggenda tramandata tra i contadini che ne fa risalire la scoperta in un vecchio rudere, “’a casa vecchia”, appunto. Lì fu rinvenuto agli inizi del ‘900 un vecchio ceppo di circa 1 metro di diametro sopravvissuto sopra ogni probabilità alle epidemie di oidio e fillossera dell’800. Di qui la sua propagazione, che avvenne attraverso il taglio e l’impianto di talee così come descritto con “l’antico metodo della propaggine”, da Columella, con l’interramento cioè di un tralcio di vite finchè non sviluppa radici proprie.

Il casavecchia ha un grappolo di una forma cilindrica con più ali, è spesso molto spargolo e quindi più facilmente resistente alla peronospora e alla botrytis; è generalmente un vitigno molto vigoroso ma di scarsa produzione, condizione naturale grazie alla quale non c’è mai stato bisogno di indurre i contadini ad interventi o potature particolarmente drastici in vigna per ridurre le rese, visto che, come sappiamo, questi sono sempre poco avvezzi nell’accettare limiti, diciamo così, sovranaturali. La natura, quindi, ci ha pensato da sé, infatti è molto difficile riscontrare in colture di casavecchia rese che superino i 60 ql per ettaro.

Vigne Chigi, di proprietà della famiglia Chillemi, si è affacciata da poco sul mercato del vino, e come tutte le nuove aziende ne avrà di vendemmie davanti con le quali confrontarsi e quindi forgiare una solida esperienza produttiva: la materia prima, c’è da dirlo, è certamente di buona qualità e fittezza, ho bevuto, tra gli altri, un solido pallagrello bianco 2008, di buona esecuzione ma tendenzialmente troppo “caldo e robusto” per poter, alla lunga, sostenere tutto un un pasto. Da rivedere, quindi, nelle prossime uscite.

Il loro casavecchia 2008 invece, da pochissimo messo in bottiglia, è un vino dal bel colore rubino con netti riflessi violacei e mediamente consistente. Il primo naso è subito fruttato e lievemente floreale, poi speziato. Si riconoscono piacevoli sentori di piccoli frutti di bosco, di prugna e ciliegia, spezie fini. In bocca è secco, abbastanza caldo, con una buona freschezza ed un tannino abbastanza greve, poco sensibile, con una beva, quindi, equilibrata e piacevolmente legata ad una discreta sapidità. Non certamente un vino che possa durare nel tempo, ma giustamente pronto da bere adesso, con primi piatti al sugo di carne e pomodoro ma anche con calde zuppe di legumi e carni di maiale. Piccoli vitigni crescono, lasciamogli il loro tempo.

Napoli, Refettorio di Ostetrica del II Policlinico

28 dicembre 2009

“Gli antipasti tendono tutti al beige”. “Molte verdure, perché le si possa mangiare, dovrebbero passare in una centrifuga. Sono tutte bagnate”. “Non oso pensare dove sono state saltate le patate che accompagnano il pollo. L’ultima cosa che direi è una padella”. “Le infermiere sono di grande aiuto. Se essere d’aiuto significa tirare il menu attraverso la porta, come fosse un pezzo di carne lanciato tra le fauci di un leone”. “Se mi vengono offerte delle alternative? Sì, posso scegliere 3 alternative altrettanto orrende”.

Così un giornalista inglese del “The Sun” racconta le avventure di “Traction Man”, un paziente inglese che in circa 22 settimane di ospedalizzazione ha tirato fuori una vera e propria guida ai refettori ospedalieri inglesi. La sua storia sta facendo il giro del mondo e su dissapore Massimo Bernardi ne ha raccolto le fila raccontadone alcuni particolari interessanti. Io, mosso più che altro “dal non so che cavolo c’entra ma mi piace raccontarvelo”  vi lascio traccia dell’esperienza di Lilly, alias Ledichef, neomamma della dolcissima Letizia e appena dimessa dalla degenza post-parto nel reparto di Ostetrica del U.O. Policlinico II di Napoli, ai quali medici ed infermieri tutti, desidero manifestare ancora, pubblicamente, la mia stima più profonda per il loro operato altamente professionale, umanamente attento e seriamente scrupoloso.

Questo il pranzo previsto dal menu Dieta P del 26.12.09, che è bene precisare viene curato da un’azienda leader a livello nazionale per i servizi di ristorazione collettiva. Viene servito verso le ore 12.30, la mise en place è essenziale, doverosamente uso e getta, opportunamente sottovuoto ed il tutto presentato su vassoi in plastica dura (un po’ usuraticci, a dire il vero); l’aspetto delle pietanze è sintetizzabile nell’abbastanza presentabile, di routine in questi casi, e decisamente franco per quanto concerne il riconoscimento delle stesse: per la serie, “chell’è”! Il primo piatto è un consommè a base di sedano, carote, patate e pomodori pelati suggellato da una deliziosa pastina bianca, stelline (ma ine ine) en passant, cioè lì molto incidentalmente! Il secondo, roast-beef di 1° taglio agli aromi (alpini, aggiungerei io) all’olio extravergine di oliva: la carne è oltremodo magra, un po’ fibrosa e priva della necessria succulenza, della serie: “s’adda magnà, a criatura s’adda nutrì“! Per finire una delicatissima vellutata di zucchine, leggera, poco sapida (per niente), tendenzialmente amarognola, piatto poco appetibile ma certamente utile alla causa, nel senso “capisci a mme“!

Insomma, mentre in giro andavano in scena i fervidi preparativi per il cenone della vigilia, si dibatteva tra le altre cose sulla opportunità o meno dell’alice salata nell’insalata di rinforzo e si litigava su cosa servire prima se il panettone o gli struffoli, questo era l’andazzo, più o meno, della treggiorni post-parto della nostra Ledichef; in questo caso, coraggiosa come non mai, ha calato il classico velo pietoso su questo passaggio, assolutamente salutista ma indubbiamente anti-gourmet, chiosando stamattina, mentre ci lasciavamo alle spalle l’ospedale, con una frase per noi “Amici di Bevute” divenuta un must: “Adda venì Baffone“!

Arvier, un Enfer très suitable

27 dicembre 2009

Pensi al profondo nord ed immagini paesaggi dai colori chiari, pastello, spesso grigi quando non innevati e bianchissimi. Vuoi pensare ad un vino del profondo nord e scegli subito un bianco, magari aromatico, abbastanza fresco, bello sapido, magari anche più o meno beverino: ma quanti ne hai già bevuti di così? Allora ti fermi un attimo e sforzando le meningi tiri fuori un rosso: ecco! Andrebbe bene anche un rosso, un Lagrein, un Teroldego, una Schiava, esagerando a fare il sofisticato ti arriva alla mente un Refosco, un nerbato Tazzelenghe, il Terrano. Ok, lasciamo stare il dito sulla carta, lasciam perdere cosa vuole chi e tiriamo in ballo l’intuizione del sommelier: scelga lei, ma che sia un rosso interessante! Ti fai aprire la bottiglia, naturalmente alla cieca, e comincia il gioco dei sensi: c’è da divertirsi, quasi sempre, non ci azzecchi mai, quasi sempre!

La storia: l’Enfer d’Arvier è stato tra i primi vini valdostani ad ottenere la Denominazione di Origine Controllata, nel 1972. I vigneti da cui trae origine si estendono lungo l’areale comunale di Arvier, prevalentemente sulla sponda sinistra della Dora Baltea. Lo scenario che si staglia con i terrazzamenti che si inerpicano fino alla base dei pendii rocciosi sovrastanti è formidabile, pensare che qui si fa’ viticultura è pensare di amare la propria terra sopra ogni limite comprensibile. Qui la vallata costituisce un anfiteatro naturale, la vite si sviluppa in un ambiente pedoclimatico davvero particolare: l’altitudine, le forti escursioni termiche, la composizione dei terreni e poi il sole, che soprattutto d’estate è costantemente alto e caldo tanto da dare a tutta la vallata l’appellativo, appunto, di “inferno”. Qui nasce la Coopérative de l’Enfer (Coenfer) nel 1978, pochi anni dopo l’istituzione della d.o.c., che riunisce circa 90 soci conferitori e gestisce tutt’oggi tutta l’attività vitivinicola dell’areale inclusi l’imbottigliamento e la commercializzazione.

Il vino: Il “Clos de l’Enfer” viene prodotto solo nelle migliori annate e raggiunge una produzione di circa 40 mila bottiglie, tante quante servono perlopiù per il mercato locale che soprattutto in estate, con l’arrivo dei vacanzieri che scelgono la montagna al mare ne aumenta smisuratamente la domanda. L’Enfer 2006 è realizzato per l’85% da uve Petit Rouge e da altri vitigni per il 15%: Pinot Noir (varietà internazionale tra le più coltivate  assieme alla Chardonnay), Vien de Nus, NeyretMayolet tutte allocate all’interno del comune di Arvier. Il vino ha un bellissimo colore rosso rubino, vivace e poco trasparente. Il primo naso è intenso su note fruttate mature ed in confettura, poi leggermente balsamico, speziato, etereo. Vengono fuori lentamente note di mora selvatica, mirtillo, liquerizia e smalto. In bocca è secco, di corpo importante, il tannino è mascherato da una buona carica alcolica (scopriremo poi, 14,50%), comunque non risulta particolarmente incisivo, il vino gode di una media freschezza e di buona sapidità. In primo piano, anche in bocca rimane il frutto, sempre in buona evidenza e disteso su di un euquilibrio gustativo complessivo abbastanza armonico anche se la beva chiude con una nota lievemente amarognola. Un vino rosso di corpo, da aprire e bere (con parsimonia), invitante, immediato, piacevole, da accompagnare a carni arrostite anche aromatizzate, anche se non troppo succulenti oppure a formaggi mediamente stagionati (Petit Tomme Valdotaine).

Il Sommelier, questo (s)conosciuto…

27 dicembre 2009

Nelle ultime settimane ci sono arrivate  numerose richieste e segnalazioni che abbiamo valutato con attenzione e a cui speriamo di dare nei prossimi post risposte esaustive ed avanzare opportune utili osservazioni. E’ partita infatti questa nuova rubrica Professione Sommelier. Ebbene, senza troppi preamboli personali, iniziamo a qualificare formalmente la figura professionale del Sommelier che, nell’ambito strettamente operativo, una volta terminato il percorso formativo (sia esso di scuola A.i.s., F.i.s.a.r. ecc…) deve dimostrare costantemente di avere questi requisiti fondamentali.

Classe e stile: ovvero modi e gusti signorili, sintesi di eccellenza professionale raggiunta.

Cultura e spirito di osservazione: non solo strettamente legata alla propria professione.

Dinamismo: spirito di iniziativa, vitalità, costanza.

Umiltà: la consapevolezza delle proprie capacità professionali vanno suggerite e rese disponibili, mai esaltate e sbandierate.

Conoscenza e capacità di applicazione: in sintesi l’operatività vera e propria della propria formazione professionale, delle tecniche e delle regole del servizio di sala, della tecnica di degustazione nonchè delle nozioni generali fondamentali riguardanti la viticultura, l’ enologia, la geografia e legislazione vitivinicola.

Conoscenza delle migliori e moderne tecniche di gestione di cantina, pertanto know-how finanziario del mercato del vino e del suo andamento periodico, ma anche organizzazione di un budget, approvviggionamenti e stesura della carta dei vini.

Comunicazione, elemento quest’ultimo fondamentale per esaltare al meglio tutte le qualità sino a qui espresse, da gestire con estremo equilibrio e perizia. Parlare più di una lingua straniera, aggiornarsi costantemente, partecipare ad eventi e seminari di degustazione, visitare le aziende vitivinicole aiuteranno ad accrescere sensibilmente la propria cultura e la capacità di relazionarsi con il proprio mondo operativo.

Altri requisiti indispensabili per il raggiungimento da parte del Sommelier di un eccellente risultato sul lavoro sono: intelligenza viva e pronta, tatto, cortesia, buona memoria, puntualità e precisione, padronanza si se stesso, contatto umano, intuito psicologico, ambizione ed attitudine al comando; questi ultimi requisiti, tra i quali l’ambizione e l’attitudine al comando sono fondamentali per quel Sommelier che aspira a raggiungere obiettivi professionali massimi, ed esprimerli, sempre, con umiltà e tatto significherà essere già all’80% dell’opera. 

Il vino, come servirlo (spiegato facile)

26 dicembre 2009

Qual’è la successione dei vini da tavola? La successione dei vini a tavola è strettamente correlata a quella dei piatti che verranno serviti. Per semplificare le cose potremmo dire che sia cibi che vini dovrebbero essere serviti seguendo un ordine crescente di complessità di struttura e aromi. Cominciare cioè con pietanze semplici e più leggere, accompagnate dal giusto vino, proseguendo poi con piatti e vini sempre più strutturati e robusti: si parte da vini giovani e leggeri per arrivare a vini più invecchiati e complessi. Una domanda sorge spontanea: quanti vini vanno serviti durante un pranzo?  Beh, in effetti potremmo pensare che per un pranzo (o cena naturalmente) non molto impegnativo due vini possono essere più che sufficienti, mentre per pranzi più importanti, che prevedono magari pietanze anche abbastanza diverse tra loro, possiamo utilizzare anche più di tre o quattro vini diversi sino al dessert.

Anzitutto sfatiamo la vecchia credenza che diceva che mischiare vini diversi per colore e tipologia possa essere dannoso per la salute o possa far ubriacare di più. L’unico danno alla salute può essere provocato soltanto dall’abuso nelle quantità di vino, non certo dal cambiare la tipologia nello stesso pasto. Una sequenza ideale di come proporre i vini a tavola deve tener conto che: i vini spumanti secchi o brut precedono generalmente i vini bianchi secchi leggeri, a questi succedono i vini bianchi più corposi (o che abbiano fatto per esempio un passaggio in botte), i vini rosati, i vini rossi giovani, i vini rossi mediamente affinati (non necessariamente in legno), i  vini invecchiati e passati in legno, i vini dolci (moscati e passiti), i vini liquorosi.

A che temperatura vanno serviti questi vini? La giusta temperatura di servizio di un vino è una componente fondamentale da rispettare se si vuole gustarlo al meglio. Generalmente infatti una temperatura troppo elevata per un vino bianco comporta una discreta perdita della percezione di freschezza in bocca ed un’eccessiva esaltazione dell’eventuale alcolicità; per contro, una temperatura troppo bassa in un vino rosso ne appiattisce notevolmente gli aromi e non ci fa avvertire l’armonia dei sapori. Ecco pertanto, in sintesi, quali sono le giuste temperature di servizio dei vini per meglio esaltare le qualità dei vini da servire in tavola:

  • Spumanti 8-10 gradi (alcuni vini, specialmente se solo frizzanti e leggeri, anche 6 gradi);
  • Vini bianchi 10 gradi;
  • Vini bianchi più strutturati 10-12 gradi;
  • Vini rosati 10-12 gradi;
  • Vini rossi vivaci o novelli 12-14 gradi;
  • Vini rossi giovani, anche quando non particolarmente tannici 14 gradi;
  • Vini rossi mediamente invecchiati, maturi e/o di grade struttura 16 gradi;
  • Vini liquorosi o da dessert 8-10 gradi (fatta eccezione per alcune tipologie speciali come Porto, Marsala, Madeira con particolare invecchiamento che richiedono una temperatura più elevata).

Ci lasciamo con ancora una domanda: quale il miglior bicchiere per il servizio? Molto spesso si tende a sottovalutare l’importanza del bicchiere nel quale degustiamo un vino. E’ invece indispensabile scegliere con attenzione il contenitore all’interno del quale servirlo, il calice, per esempio, nelle sue varie forme e dimensioni, è assolutamente prezioso per esaltare al meglio le caratteristiche organolettiche di questo o quel vino. Le caratteristiche di base che devono avere tutti i bicchieri da degustazione sono una forma a calice, appunto, più o meno panciuta, con uno stelo mediamente lungo. Caratteristiche queste che variano a seconda della diversa tipologia dei vini cui i bicchieri sono dedicati ma, in generale, devono tutti avere queste tre caratteristiche di base.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Banditella, Bella Marsilia 2007 PoggioargentierA

24 dicembre 2009

Poggio Argentiera è Gianpaolo Paglia, agronomo di origini maremmane, e Justine Keeling, marketing manager inglese che cominciano nel 1997 a produrre morellino partendo da appena 6 ettari di vecchi vigneti.

Oggi l’azienda di Gianpaolo e Justine è una realtà sotto gli occhi di tutti e che dovrebbe essere da esempio per molte piccole e medie aziende italiane e moltissimi imprenditori del vino che pensano di campare di rendita su ciò che è stato fatto in passato dagli avi (spesso nulla) sulle terre dove oggi campeggia il loro trono. Dinamicità ed autenticità sono invece i tratti caratteriali che più risaltano attraverso i loro vini, tra i quali mi sono piaciuti particolarmente il bianco Bucce, il ciliegiolo Principio (prodotto con il vignaiolo Antonio Camillo) e fresco di bevuta proprio questo Bella Marsilia.

Poggio Argentiera attualmente è composta da due poderi entrambi situati in Maremma ma con peculiarità microclimatiche differenti: Il Podere Adua si trova proprio in prossimità del Parco Naturale della Maremma, quasi di fronte ad Alberese dal quale dista circa 3 km in linea d’aria. Il mare di Marina di Alberese si trova a circa 6 km e l’altitudine è quasi al livello del mare. I terreni qui sono prevalentemente sabbiosi e limosi, con poca argilla e poca sostanza organica. il Podere Keeling invece si trova nella zona collinare a nord del comune di Scansano, nel versante che guarda la montagna amiatina, qui i terreni sono ricchi di scheletro, di medio impasto e tendenzialmente argillosi. L’altidudine arriva sino a 250 m slm con esposizione a nord, nord-ovest, pertanto gode di un clima sicuramente più fresco.

Il Bella Marsilia nasce da uve sangiovese per l’85%, ciliegiolo per il 10% ed alicante al 5%,  tutte allevate all’interno del Podere Adua in prossimità della costa tirrenica nel comune di Alberesa, in provincia di Grosseto. Il colore è molto bello, rosso rubino, vivace e poco trapsarente, il vino scorre nel bicchiere quasi materico, di buona consistenza. Appena aperta la bottiglia e versato il primo calice, ho avuto, alla primissima sniffata, una netta sensazione di terra bagnata, di lignite, molto intrigante che però con la giusta ossigenzaione è svanita. Il primo naso invece è “maremmante”, come direbbe, forse, lo stesso Gianpaolo, intenso e complesso aggiungo io, su note fruttate di confettura, ciliegia nera ed amarena spiritosa. Il bouquet è teso e aereo, costantemente echeggiante note fruttate e via via floreali, poi vegetali, rimanendo sempre lineare e fine.

In bocca è secco, dona subito una sensazione di importanza e consistenza: frutto ancora in primo piano, sorretto e spinto da una buona acidità ed un tannino equilibrato e nobile, i primi sorsi risultano così corroboranti da dover stare attenti a non lasciarsi andare, la spalla alcolica c’è e si fa sentire di lì a poco, soprattutto nel finale dolce e caldo. Un vino che fa della piacevolezza una sua arma vincente, è avvenente al naso come invitante nel colore e nella beva, un vino ideale per bere bene senza troppi taccuini a portata di mano, solo buoni ricordi di una piacevole bevuta. Da servire in calici medi per esaltarne la complessa piacevolezza olfattiva, io l’ho bevuto su due costatine di maiale scottate in padella con sale e pepe, ieri sera, dopo 42 ore di non stop. Stamattina mi sono svegliato come un angioletto con un sorriso splendente!

E’ arrivata Letizia, nel suo nome la nostra felicità

23 dicembre 2009

E’ dolce, forte e vera, come il pensiero di un amore, profondo, il solo, vissuto tutta una vita. Benvenuta…

 

Erbusco, Annamaria Clementi 2002 Ca’del Bosco

21 dicembre 2009

La storia ci consegna questa favola: in Franciacorta, area viticola della Lombardia, nel bresciano, in una grande casa nel bosco, si stabilì verso la metà del 1965 Annamaria Clementi Zanella, madre di quel Maurizio Zanella che oggi firma con il suo nome una delle più prestigiose realtà enologiche italiane, Ca’ del Bosco.

Azienda Ca'del Bosco-Erbusco

Qui, fra le colline di Erbusco, Maurizio incomincia a coltivare la passione per vini nobili e pregiati e di lanciare la sfida, in quegli anni parecchio ambiziosa, di dare vita e sostegno ad un nuovo polo spumantistico italiano all’avanguardia.

Ca’ del Bosco oggi conduce circa 155 ettari di vigneto dislocati in otto comuni diversi della Franciacorta. Negli anni molte delle vecchie vigne sono state reimpiantate per dare vita a sistemi di coltivazione più efficienti, abbandonando i vecchi sistemi a Sylvoz e Casarsa (3 mt. x 3 mt. con piante in coppia, ovvero 2.200 ceppi per ettaro) con il più moderno Guyot (1,00 mt. x 1,00 mt., ovvero 10.000 ceppi per ettaro): nuove metodologie d’impianto che, con un maggior numero di piante per ettaro e una minor quantità di uva per pianta hanno permesso negli anni di ottenere uve di maggiore pregio e quindi vini base per i Franciacorta di qualità superiore.

L’Annamaria Clementi 2002 è di colore giallo paglierino molto intenso, di estrema luminosità, limpido sino alla brillantezza, le bollicine sono fini e molto persistenti e regalano una spuma intensa e cremosa. Il primo naso offre sensazioni immediatamente dolci, fruttate e floreali, si percepiscono nitidamente note di pesca sciroppata, di mango, poi sentori di paglia e fieno. L’ampio spettro olfattivo è molto intenso ed assolutamente di qualità fine, vengono fuori anche note sottili di agrumi e poi lentamente vaniglia e nocciola. Un naso emblematico ed avvincente. In bocca è decisamente appagante, acidità e sapidità sono fuse e profuse verso una morbidezza accattivante ed invitante alla beva.

Annamaria Clementi - foto Archivio Cà del Bosco

Un vino di pregevole intensità, integrità ed equilibrio, non mi va di sciorinare raccomandazioni sulla sua conservazione vita natural durante poiché sono convinto assertore che certe bollicine vanno gustate nello stesso momento in cui si è deciso di farle passare sul mercato, ma dimenticarla per qualche anno in cantina, per sbaglio, non ne pregiudicherebbe certo il suo valore.

La cuvèe Annamaria Clementi viene prodotta da Ca’del Bosco dal 1979 unicamente con le migliori uve di proprietà e solo nelle annate più favorevoli. Da bere su piatti particolari, lo vedrei perfettamente integrato al delizioso Raviolo di patate di Folloni con tartufo bianco Irpino di Tonino Pisaniello della Locanda di Bu di Nusco.

Monte di Procida, tira la Brezza Flegrea

20 dicembre 2009

Le bollicine sono certamente affare complicato, indiscutibilmente appannaggio dei cugini d’oltralpe e di poche realtà “attrezzate” italiane. Ciò non toglie che vi possano essere interpretazioni interessanti con vitigni tradizionali affascinanti che vanno a ritagliarsi tra gli appassionati avventori un piccolo spazio emozionale.

Questo vuole essere il Brezza Flegrea di Cantina del Mare, che assieme ad altre poche realtà campane ha deciso da un paio di anni di esplorare l’affollato mondo delle “bollicine autoctone” italiane, tirando fuori questa piccola chicca enologica dal comprensorio viticolo flegreo, prodotta con il vitigno falanghina e spumantizzata in quel di Valdobbiadene.

La cantina nasce nel 2003 ad opera di Gennaro Schiano e Pasquale Massa, più per una esigenza personale che commerciale, un piccolo rifugio dalla quotidiana realtà, ricavata a fatica da uno stretto e antico cellaio dell’inizio del secolo scorso con il soffitto a volta , dove sono, magistralmente stipati piccoli fermentini in acciaio, un piccolo essenziale impianto di imbottigliamento e qua e là alcuni contenitori in legno di diverso calibro con i quali si sta sperimentando il potenziale del piedirosso locale in affinamento.

Il Brezza Flegrea è prodotto con metodo charmat, si presenta con un bel colore giallo paglierino, brillante con una spuma delicata ed abbastanza persistente, le bollicine sono abbastanza fini. Il primo naso è improntato soprattutto su note erbacee, poi vengono fuori sentori agrumati e sottili frutti tropicali, è certamente intenso e di qualità assolutamente fine. In bocca è secco, non invadente nella sua vivacità, giustamente acido ed estremamente godibile nella beva anche grazie ad una nitida e gradevole sapidità. Un vino franco, sincero, che appaga una esigenza di palato di leggerezza e finezza. Ideale da aperitivo, ottimo anche a tutto pasto, da abbinare soprattutto a crostacei appena sbollentati o in umido ma anche a deliziosi soutè di tartufi di mare; da servire ad una temperatura intorno agli 8°, non necessariamente in una flute, un calice un po’ più ampio lascerà apprezzare meglio tutto il suo spettro aromatico.

Chiacchiere distintive, Sabatino Di Costanzo

19 dicembre 2009

Ovvero, della ruralità di cui si sentirà sempre più la mancanza e che io voglio fortemente ricordare, memoria di una infanzia vissuta con i piedi nella terra.

Buongiorno Sabatino, tutto apposto? “Eh, figlio mio, che ti devo dire, vecchio m’hai lasciato e più vecchio mi ritrovi; La pioggia qua, vedi, non vuole proprio farci lavorare…”. “Come ti sei fatto grande, ti ricordi quando con i tuoi compagnielli vi venivate a scippare l’uva dalle piante? Ah quante scoppettate vi sareste meritati!” Sabatino, tengo bisogno di due-tre tralci di vecchie viti, ne avete estirpati qualcuno a fine vendemmia? “Vieni, vieni, andiamo in campagna, statti attento a non sporcarti con la terra però, mantieniti sulla parte dura del terreno”. Sabatino mio, una delle poche cose che proprio non mi dispiace è sporcarmi con la terra, la mia terra ricca di pozzolana!

Sabatino Di Costanzo (nessuna parentela, nemmeno alla lontana) è il contadino puro, il lavoratore indefesso della terra. Pensare a lui mi riporta immediatamente alla mia infanzia, quando appena undicenne mi mandavano a comprare il vino per casa, quello “del contadino” era l’unico capace di far quadrare il bilancio e dare da bere agli assetati di tranquillità dopo una dura giornata per mare. Sabatino oggi ha più di ottant’anni, tutte le mattine alle cinque e trenta porta la frutta al mercato ortofrutticolo di Pozzuoli, la poca che gli è rimasta di coltivare dopo l’espropriazione dei terreni subita a fine anni ottanta per lasciare costruire un casermone finito e rifinito ormai da oltre dieci anni e lasciato decadere alla buona faccia dei contribuenti. “Mi avessero lasciato almeno il frutteto, sai che belle mele annurche venivano qua?” Eh si, me le ricordo le vostre mele, i magnifici mandarini, le fave dolcissime che coltivavate tra i filari di per’ e’palummo e falanghina in primavera. “Stì disgraziati, si sono mangiati in dieci anni più di 150 anni di storia e tre generazioni di contadini.

Allora dimmi, fai ancora “quello del vino, come si dice, o’ summelier? Eh si, caro Sabatino, mi avete rincorso con l’uva in saccoccia da bambino ed oggi mi ritrovo io a rincorrere le bottiglie di vino. “Eh, mio caro Angelo, ma il vino che vendi tu alla gente non è come questo, qua’ il vino lo fa’ la natura, io ci metto solo la bocca, e la mia bocca, credimi, è quella che vale!”. Sabatino mio, non ho argomenti per trattare male la vostra opinione, ma credetemi, che la vostra bocca non è la stessa mia, e quello che potete cercare voi nel vostro vino non è lo stesso che vado trovando io e qualcun altro. Un vino deve tenere qualcosa di dire!

Ci spostiamo adesso sotto il pergolato, si avvicina la Signora Concettina, la moglie, imbracciando una bottiglia di vetro chiaro con il tappo di plastica giallo, ci accomodiamo sulla panca sotto la quale arde un piccolo braciere: “Vieni qua’, senti questo che tiene da dirti”, mi sussurra mentre mi versa un abbondante bicchiere del suo piedirosso; il colore non è certo limpido ma è bello vivace, rubino netto ed anche abbastanza concentrato. Lo porto subito al naso, il bicchiere, il classico tumbler da osteria, non è certo ideale per cogliere tutte le sfumature, ma ad esser sincero poco mi aspetto di trovare. “Questo qua figlio mio, lo faccio solo per me, se lo dovessi vendere, come minimo mi dovrebbero dare quattro euri al litro, vallo a far capire a questa manica di fetienti qua intorno”.  In effetti sono sorpreso, lasciata sfumare la lieve nota volatile iniziale, viene fuori un bouquet davvero piacevole, vinoso, floreale di geranio e viola, fruttato di ciliegia polposa, berlo poi è davvero gradevole, frutto ancora in primo piano, fresco quanto basta e lievemente sapido. Nessuna nota sgradevole sul finale di bocca.

Sabatì, ma questo è davvero buono! “Allora qua parliamo e non ci capiamo, questo è solo uva, io ci metto solo la bocca!”. Però ditemi la verità, qua non c’è solo il piedirosso, e poi non mi potete certo dire che è tutta uva di qua, nella piana di Toiano il vino non riesce a raggiungere questa maturità di frutto. “E chi te lo dice, questo è dodici gradi e mezzo, e nessuna per’e’palummo a meno che non sia “trattata” ti riesce a dare di più”.  Con le mani e con gli occhi mi fa’ segno di girarmi e guardare quei quattro filari là, proprio sotto la montagna di Monte S. Angelo: “questo viene da là, è dell’anno passato, 5 damigiane e poche altre bottiglie di sciampagna, ne un dito in più, ne uno in meno. E non sempre però. Tu rispetta la terra, essa sa’ bene cosa darti!”

La pioggia ha smesso di cadere già da qualche minuto, decidiamo di salutarci, io mi porto via i miei tralci di vite vecchi ed un’altra lezioncina di cui fare tesoro. Se il tempo mantiene, con i pampini ormai tutti caduti, Sabatino potrà finalmente lavorare le sue viti in procinto del lungo riposo invernale. Potrà passare in rassegna i pali di sostegno per verificarne la stabilità, legare le viti al palo con i rametti di salice, piegare i tralci e fermarli a dovere con il fil di ferro. Attorno ad ogni pianta potrà togliere le erbacce e metterci il letame o il concime. Poi a Marzo, al risveglio della natura, si vedrà.

A lui dedico queste righe, a lui ed ai suoi fratelli Antonio, don Gennaro e Luigi che, ultrasettantenni ci hanno però lasciato qualche anno fa’; ripensando ai miei ricordi, pesco nella mia infanzia, bellissima, memorie di giornate spese a correre tra le loro “terre”, a giocare in mezzo alla campagna e fuggire rincorsi costantemente sotto la minaccia di “scoppettate” o vangate, per la verità mai ricevute, per un pallone di troppo calciato nel fienile o per una manciata di pesche, ciliegie e fave trafugate di sabato pomeriggio.

A Natale e Capodanno, bollicine buone buone

18 dicembre 2009

E’ indubbio che uno dei piaceri sublimi delle tavole di questi giorni è legato alle bollicine, di cui, proprio nei prossimi giorni se ne stapperanno a milioni e che vedrà come da tradizione il suo apice nella notte di capodanno quando per salutare il vecchio ed accogliere, ricolmi di speranza e buoni auspici il nuovo anno, si faranno fuori milioni di bottiglie di vini spumanti, champagne e tutto ciò che possiede un tantino di anidride carbonica tanto da far saltare un tappo. Più che una lezioncina su quale migliore bollicina scegliere, mi è parso interessante farvi vedere quale il risultato visivo di una o più specifiche modalità di lavorazione grazie alle quali queste o quelle bollicine arrivano poi nel bicchiere.

Bollicine abbastanza intense, ma grossolane, che non hanno cioè una certa continuità ed uniformità. Questo è il risultato di speciali vini frizzanti, ma potrebbe esserlo anche di vini spumanti prodotti con metodo Charmat breve o con tecniche poco oculate ed uve non particolarmente vocate. Il vino, il più delle volte, risulterà appena fragrante al naso, con note erbacee ed una piacevole freschezza gustativa oltre che una beva decisamente leggera quando non appena acida. Questa caratteristica, fatte naturalmente le dovute eccezioni, è  riscontrabile in alcuni vini bianchi secchi prototipo come il pignoletto frizzante emiliano, il muller thurgau o lo chardonnay della Valdadige. Vini piacevoli, in certe stagioni dell’anno, vedi l’estate quando appaiono ideali, ma non certo caratterizzati da bollicine di particolare pregio e finezza.

Bollicine fini ma poco persistenti, è una delle caratteristiche più comuni di vini spumanti prodotti con Metodo Martinotti (o Charmat lungo) o Metodo Marone-Cinzano, con uve particolarmente vocate e vinificate con la giusta attenzione e spumantizzazione. Il primo vino che vi deve venire in mente è il Prosecco spumante, quello di Conegliano Valdobbiadene ma anche quello meno conosciuto della d.o.c. Montello e Colli Asolani. E’ un timbro visivo gradevole, il colore cristallino si riflette solitamente nelle bollicine che sono sì fini ma risultano poco persistenti e formano una corona di spuma nel bicchiere mediamente consistente. E’, come detto, una peculiare caratteristica del prosecco spumantizzato come di altri che hanno fatto la storia delle bollicine made in Italy, pensate per esempio anche agli Asti Moscato d’Asti vivaci o spumanti che siano – quando si preferisce il dolce al brut o all’extra dry, ai vini prodotti nell’Oltrepò Pavese prima dell’avvento, anche qui, della ricerca e del successo sui metodo classico. Ma non sono da trascurare le interessanti e tradizionionalissime bollicine dello storico Asprinio d’Aversa campano e tutta quella serie di vini spumanti venuti fuori negli ultimi anni sulla scia del sempre più crescente appeal che le bollicine hanno sui palati italiani; penso alla Falanghina e al Greco di Tufo, per prendere ad esempio strade assolutamente (o quasi) sconosciute sino a pochissimo tempo fa, dove alcune interessanti etichette non mancano certo di stupire anche il palato più fine ed attento, ma anche a quelle “nicchie” di sempre come la ribolla gialla friulana o la vernaccia di serrapetrona (rosso) . 

Bollicine fini e persistenti, è questo il marchio di fabbrica dei grandi spumanti italiani e dei migliori Champagne delle più prestigiose maisons, quando per spumanti italiani s’intendono quelli che hanno una storia, una tradizione, una cultura propria e tipica di denominazioni, per esempio, come Trentodoc o Franciacorta, tradotte spesso, più semplicisticamente, come metodo classico e basta. Difficile pensare allo Champagne come termine generico di bollicine francesi piuttosto che icona di una specifica area viticola storicamente vocata e legata a produzioni di grande slancio e prestigio internazionale.  In Italia, negli anni, soprattutto negli ultimi 20, vi sono piccole aree che hanno trovato, nel tempo, una propria identità espressiva in materia spumantistica, ma quelle maggiormente rappresentative continuano a rimanere quelle definite dalle due denominazioni sopracitate, che nulla tolgono a microproduzioni di qualità venute fuori nelle langhe piemontesi piuttosto che nelle vigne di San Severo in Puglia, ma che indubbiamente riescono meglio a dare voce, quantomeno in senso numerico, alla solida tradizione spumantistica italiana che non si può non tener ben in mente quando si sceglie una bella bottiglia da stappare.

Sono quindi generalmente bollicine fini e persistenti quelle che si sprigionano numerose esaltando la brillantezza di un giallo paglierino intenso anche con venature dorate, sinonimo spesso di lunga permanenza del vino base sui lieviti e di grande qualità e compattezza delle uve vinificate. Sono questi vini di alto profilo organolettico, che regalano profumi deliziosi e sapori intensi, che hanno percorso già tanta strada in evoluzione in bottiglia e che aspettano solo di essere aperte. E’ vero, sono questi vini che possono durare una vita, ma la loro grandezza sta anche nella capacità di condensare il meglio di sè già nel momento in cui il Maitre Caviste da il via libera alla sua commercializzazione. 

Scegliete quale bollicina avete piacere di incontrare nel vostro bicchiere, sarà piacere visivo e biglietto da visita da conservare bene nella memoria. Il futuro merita sempre, quantomeno, un brindisi di auguri!

Barbara, Maschio da Monte 2005

15 dicembre 2009
Un vino ha sempre qualcosa da dire, basta lasciarlo esprimere. Ci sono alcuni che puoi aspettarli per ore, parlo naturalmente di vini di un certo spessore, ma che non sempre rispettano le aspettative, certi altri invece hai quasi da placargli l’animo talmente che sono esplosivi: eccovi in poche righe il Maschio da Monte 2005 di Santa Barbara. L’Azienda di Stefano Antonucci rappresenta sicuramente una delle più belle realtà venute fuori negli ultimi anni nelle Marche, area viticola di grande spessore ma sempre troppo defilata (non certo per vocazione) dai rumors mediatici in materia di vino. I suoi Verdicchio sono rincorsi in giro per il mondo e non solo per la storica bottiglia ad anfora, ma ciò che sorprende ogni anno di più è la grande crescita rossista a cui si è assistito in maniera sistematica e costante per tutto l’ultimo ventennio e che ha fatto di alcuni vini ormai dei must imperdibili per il cultore appassionato.
 
Di Stefano Antonucci amo la profonda mineralità che sa regalare il suo Le Vaglie, un verdicchio che si propone di anno in anno sempre in grande spolvero; Sono stato più di una volta impressionato dalla grande concentrazione del Pathos, internazionale sì ma di grande franchezza. Il Maschio da Monte, dei suoi vini, rimane però il mio preferito, fosse anche perchè mi piace più l’espressione soave ed elegante marchigiana rispetto alla rude concentrazione abruzzese, ma questo, come il Dorico di Moroder o il Cùmaro di Umani Ronchi rappresentano per me interpretazioni davvero superlative di ciò che questo vitigno sa esprimere.

Rosso Piceno è una denominazione nata verso la fine degli anni settanta per dare lustro alle prime produzioni di qualità intorno alla provincia di Ascoli. Negli anni, oltre alle classiche varianti di blend con il sangiovese, ciò che è risultato un grande valore aggiunto è stata proprio la scelta di indirizzare importanti sforzi di riqualificazione della d.o.c. verso la produzione di vini da sole uve Montelpulciano, ed il Maschio da Monte ne è valida esaltazione. Colore rosso rubino scuro, poco trasparente, consistente, Il primo naso è caratterizzato da una intensa sensazione fruttata, ricorda in maniera esplicità la visciola, poi è floreale e lievemente tostato.

Un vino dal naso complesso, estremamente fine ed elegante. In bocca è secco, caldo, di buona freschezza e persistenza gustativa, il frutto pervade il palato, ma il tannino, presente, vivido, concede poco spazio, in questa fase, alla morbidezza; solo dopo qualche secondo, questa (pur piacevole) sensazione di robusta invadenza riesce a lasciare spazio ad un ritorno di piacevole sensazione fruttata e poi balsamica. Un rosso da spendere su piatti carichi di succulenza ed aromaticità, perfetto per un bollito degno di questo nome, oppure della cacciaggione al forno. 

Quintodecimo, il 2007 secondo Luigi Moio

15 dicembre 2009

Tutto inizia con una domanda, con la quale ci lasciamo la vigna¤ alle spalle prima di accomodarci in casa di Laura e Luigi per la degustazione dei vini: “Moio realizza Quintodecimo, il suo sogno, perché in Irpinia?”.

Più di una le risposte, che aprono discussioni¤ sul passato ed auspici sul futuro, argomenti che hanno fondamenti più o meno espliciti di cui non si può non tenerne conto e che si potrebbero sintetizzare in questa frase: “Ero stanco di rincorrere sfide, era venuto il momento di lanciarne una,  quella decisiva”.

Premesso che: ha fatto la storia dell’enologia campana, ha stravolto atavici equilibri e bilanciati dei nuovi, ha rilanciato sin da tempi non sospetti il senso fondamentale della terra, della vigna prima di tutto al quale ha applicato con minuziosa visceralità il concetto, per molti secondario sino ad allora, di conoscenza scientifica dei suoi elementi. Ha reinventato, praticamente dal nulla, progetti sparuti divenuti in pochi anni perle enologiche, ha dato grande slancio a cantine cooperative con oltre 400 soci e saputo esaltare, allo stesso tempo, il valore aggiunto di piccole aziende a conduzione familiare, interpretando alla grande quel concetto di “unico e raro” tanto in voga oltralpe e spesso, alla meglio, solo mestamente scopiazzato nell’italica penisola. La Falanghina, il Pallagrello Nero e Bianco, il Casavecchia, la Pepella, la Ginestra, l’Aglianico, il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo: piccoli vitigni e grandi vini con un dna straordinario ed un solo grande interprete: Luigi Moio.

Anteposto che: l’Irpinia è un territorio unico, e qui si fanno vini di eccezione, Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Taurasi. Ha un territorio caratterizzato da un continuo succedersi di montagne, colline, pianure intervallate da corsi d’acqua con terreni che presentano un’ampia variabilità. E poi la vicinanza della costa tirrenica, che da qui dista poco più di 60 chilometri alternata alla rigidità appenninica profondono nelle vigne Irpine elementi contrastanti come freddo, neve, vento, piogge, gelate, caldo estivo, tutte condizioni che giustamente condensate portano le uve a giusta maturazione ed una concentrazione di tali peculiarità da partorire vini di fascino e carattere superiore. Ancora del tutto inespressi.

Desumo: vini di eccezionale equilibrio, in questo momento, espressioni nitidi di ciò che solo il tempo ci dirà quanto tipico del loro territorio di origine oppure interpretazione del loro illustre artefice.

Campania Falanghina Via del Campo 2007, il bianco del cuore, quel vitigno sul quale il professore ha riversato anni di studi minuziosi regalandoci una delle poche pubblicazioni scientifiche sul suo profilo agronomico ed organolettico, oggi testo imprescindibile per gli appassionati di questo delizioso e generoso vino campano. Via del Campo è anche il nome di una delle più struggenti canzoni di De Andrè, da giovane una delle prime a passare tra le corde della sua chitarra, così proprio come una grande interpretazione della Falanghina vuole oggi riversarsi nei calici di ognuno e conquistarli. Di colore giallo paglierino con nuances dorate, cristallino. Ha profumi intensi ed avvolgenti, fini ed eleganti. Fiori bianchi, frutta a polpa gialla, minerali. Netti riconoscimenti di mela e banana sono ben presto sovrapposti ad iniziali fresche note mentolate e minerali. Vino delizioso. Ha un gusto secco, di buon corpo e vibrante freschezza, un bianco da pesce e da carni bianche, una Falanghina di carattere.

Fiano di Avellino Exultet 2007, “[…] non mancheranno, le prossime vendemmie a delinearci un profilo più altisonante per questo vino, degno insomma del miglior Moio”, così definivo l’Exultet ’06¤ l’anno scorso, convinto di non aver trovato un fiano in grande spolvero ma certo che era solo l’inizio di un percorso verso l’eccellenza. Sono rimasto sinceramente impressionato da questa bevuta, un vino di grande impatto olfattivo, grasso e voluttuoso al naso come in bocca. Mai bevuto prima. Il colore è splendente, giallo paglierino con note verdi che rincorrono una luminosità esemplare, il primo naso è possente, esplosivo: tartufo bianco sottile, elegante, penetrante. Poi viene fuori un varietale accattivante, note floreali di tiglio e di acacia, sfumature mielate e tostate. In bocca è secco, avvolgente con una trama acida invidiabile soverchiata sul finale da una deliziosa matrice minerale. Da bere per puro piacere, da rimanerci col naso attaccato dopo aver ingurgitato ostriche a palate.

Greco di Tufo Giallo d’Arles 2007, la pittura come la musica rifugio intimo dell’uomo Moio, chi visita la sua cantina rimarrà folgorato (quasi sconcertato) dalla maniacale ricerca dell’ordine e della pulizia, così come chi entra in casa sua rimane affascinato dai tanti quadri che riprendono soggetti e paesaggi impressionisti, tutte opere personali, alcune delle quali devo dire, davvero belle. Il giallo d’Arles era il colore preferito da Van Gogh, quello che caratterizza per esempio la “Vigne Rouge”, giallo tendente quasi all’ocra, lo stesso colore che si può ammirare nel Greco di Tufo 2007 di Quintodecimo; timbro cromatico davvero importante per quello che è però il vino, in questo momento, meno impulsivo della batteria bianchista assaggiata. Primo naso sottile di frutta gialla matura, nitidi sentori di albicocca e cedro candito, poi mandorla. In bocca è secco, caldo, di buon corpo, frutto in perfetta armonia ma poco profondo, acidità comunque ben legata, gode di una beva di buona freschezza e sapidità. Un bianco importante da abbinare a piatti di pesce grassi, penso per esempio ad una trippa di baccalà ma anche a formaggi vaccini mediamente stagionati. 

Irpinia Aglianico Terra d’Eclano 2007, piccolo Taurasi cresce. Appena due dati tecnici per meglio inquadrare dove e come nasce questo piccolo gioiello irpino. Nasce da sole uve aglianico di Mirabella Eclano, vigneto di circa 4 ettari in corpo unico allevato con cordone speronato con un impianto di 5000 ceppi per ettaro piantati con esposizione sud/est, sud/ovest, nord/ovest tanto per non farsi mancare nessuna delle possibili influenze micro-climatiche, ad un’altitudine di circa 450 metri sul livello del mare ed una resa per ceppo di circa 1kg. Dopo la vinificazione il vino passa almeno 18 mesi tra barriques nuove e di primo passaggio ed almeno 6 mesi in bottiglia. Il duemilasette è un vino entusiasmante! Il colore è rosso rubino vivace, cristallino e poco trasparente, consistente nel bicchiere. Il primo naso è sinceramente ricchissimo di frutto e spezie, intenso, complesso, fine, elegante, debordante di sensazioni fragranti ed invitanti. Il bouquet vira continuamente dal floreale al fruttato, allo speziato, netti i riconoscimenti di viola e confettura di prugna, di pepe e carruba. L’ampio spettro olfattivo rimane intenso e complesso per tutta la beva, armonicamente fuso ad un gusto asciutto, tendenzialmente morbido, di buona compattezza e finezza superlativa. Mai bevuta di aglianico fu così equilibrata ed armonica, carattere da vendere ma avvincente e godibile dal primo all’ultimo sorso, con tannini che appaiono dissolti in un frutto sempre al centro dell’attenzione, le durezze sono come ammantate dalla setosità glicerica del corpo del vino.

Il Terra d’Eclano è il primo di quelli che saranno i tre grandi cru di aglianico di Quintodecimo, già affiancato quest’anno dal Taurasi¤ e presto dal Grande Cerzito che vedrà però la luce solo tra qualche tempo, non appena la vigna avrà maturato il giusto spessore che Luigi Moio intende poi trasferire in sintesi a tutti i suoi vini, quello di essere ognuno nella propria dimensione, dalla falanghina all’aglianico, una “sfida”, quella di cui ha bisogno ogni uomo per guardare sempre avanti nella propria vita, spesso passata a raccoglierle, qualche volta a vincerne alcune, meno a lanciarne.

Supertuscan nel Chianti Classico, Cabreo il Borgo 2003 di Ambrogio&Giovanni Folonari

13 dicembre 2009

Chi ama impara a correre presto, ed io il vino l’ho imparato a rincorrere a lungo ed ovunque. Estate 2007, viaggio in Toscana con alcuni Amici di Bevute alla scoperta del sangiovese di Montalcino, poi del Chianti Classico, poi di Scansano, perchè camminare le vigne e sgranare gli occhi sono le cose che mi riescono meglio, per dirla, più o meno, con Luigi Veronelli.

Sarà pure un concetto, diciamo così, astratto, e se vogliamo pure banale, ma il vino – oibò – si fa in vigna. Fu quello un viaggio straordinario, per vigne e cantine, avremmo in quell’occasione bevuto un centinaio di vini, pochi tenuto conto dell’immenso patrimonio enologico del triangolo in questione, ma tanti se pensiamo ad una tre giorni di totale full immersion. Indimenticabile!

E Il Borgo non poteva certo mancare; nasce in un luogo da sogno, in località Cabreo di Zano, una posizione che domina la cittadina di Greve in Chianti, dove, in circa 46 ettari quasi in unico corpo, si coltivano il sangiovese ed il cabernet sauvignon che danno vita a questo bellissimo vino. Esce la prima volta nel 1985 con il millesimo 1982, “si fonda su una felice combinazione di uve sangiovese e cabernet sauvignon che insieme esaltano, da un lato, l’eleganza e la sapidità del sangiovese, dall’altro la rotondità e concentrazione del cabernet”, parole assolutamente non banali per descriverlo in maniera sintetica ed esaustiva.

Il duemilatre rispetto al duemilaquattro bevuto qualche tempo fa possiede una morbidezza ed un avvolgenza più espressiva, marcato forse da un’annata calda ma anche di una evoluzione più costante in un tempo comunque relativamente breve per un vino di questa portata. Il colore è rosso rubino vivace, limpido e di buona concentrazione, tanto da risultare assolutamente poco trasparente. Il primo naso è intenso e complesso, arrivano subito note mature,  frutta a polpa rossa in confettura, note vegetali e speziate, visciole, frutti sotto spirito, foglia di pomodoro, pepe. Fini ed eleganti, sopraggiungono poi note di caffè tostato e cioccolato. In bocca è ricco, intenso, frutto ancora in grande spolvero, tannino presente, sostenuto da una decisa carica glicerica, un vino robusto, quasi materico durante tutta la sua beva che chiude con una piacevole sensazione dolcemente balsamica. Un rosso super, da bere dopo averlo lasciato lungamente respirare su piatti importanti, strutturati, cacciaggione con spezie ed aromi, arrosti ricchi e succulenti, formaggi parecchio stagionati, anche erborinati. Un vino nel mio cuore, un Supertuscan nel cuore del Chianti Classico.

Questa è la mia terra, vivila con il cuore in mano

12 dicembre 2009

Si possono sprecare parole di elogi, rivangare una storia millenaria che comunque ritorna da se ogni qualvolta si mette mano alla ricerca delle origini, citare persone, luoghi, nomi che vanno ad incarnare una storia, un paesaggio, una identità che pur nelle mille diversità conducono sempre ad un unico concetto ormai chiaro a tutti: Campania Felix!

Terra mitica per i greci, giardino imperiale per i Romani, per i regnanti delle due Sicilie poi, ci hanno trapassato il cuore in tanti e feriti i peggiori, ma l’anima, la vocazione rimangono pure ed originali. Io, noi amiamo i vini della Campania, questo è tutto. Ma è solo l’inizio…

Il fuoco, vedo il Vesuvio¤ con la sua forza immensa, con la falanghina e la coda di volpe (qui caprettone) che hanno innaffiato terre atlantiche quanto a levante, ridato vita ed humus a portafogli aridi come le anime che ci marciavano sotto, profumi di una terra del fuoco che ha finalmente ritrovato la sua dignità e che corre, entusiasta, verso il suo riscatto. Olivella, sciascinoso, catalanesca, discendono il Monte Somma come lava e lacrime¤ sino ai bicchieri di ognuno.

Pietra lavica e fuoco che nei Campi Flegrei nutrono per ‘e palummo¤ e falanghina¤, iodate dal mare del golfo, inasprite dalle terre di tufo, dalle sabbie degli Astroni¤, le acque dell’Averno come discesa agli inferi per poveri diavoli che giammai ebbero di che nutrirsi; Ischia, Capri, mete verdi ed azzurre sempre prostrate ai palati più fini e leggeri, biancolella, ventrosa ed uva rassa a inebriare ricchi e viziosi di un gioco infinito, magari piantati in asso da sirene senza più voce ne canti da regalare, a Sorrento come a Furore¤, a Ravello o a Tramonti¤: tintore, pepella, ginestra, san nicola, fresche bevute e sapidi rospi, ebbri da panorami mozzafiato e da tinte rosse, fosche di primo mattina.

Il mare, azzurro, cristallino, brillante come diamanti, il Cilento ed i sassi, la pietra liscia di spiagge incantate, incontaminate proprio ai piedi di montagne irte ed adombrate, frescure che esaltano vini di eccellente spiccata aromaticità, il fiano su tutti, e rossi corpulenti, polposi, minerali, rei di accecare il palato e conquistare lo stomaco; piccoli vigneti, agricoltori che cercano se stessi e colgono in flagranza di reato la propria anima¤, la propria origine, scappati via nella città e rifuggiti da questa per ritrovarsi ambiziosi di riscoprirsi appartenenti alla campagna. L’aglianico rifugio di destini controversi.

La terra, aspra e generosa, ferita in maniera indelebile e capace di ricostruirsi un futuro più solido, più forte della malasorte, più ambiziosa di generazioni semplici e conservatrici. Ecco l’Irpinia, la terra di mezzo, spartiacque di culture ed esaltazione di colture, l’aglianico¤, il fiano di Avellino¤ ed il greco di Tufo¤ come massima espressione enologica della nostra regione. Una convulsa evoluzione che ha stravolto le menti e gli equilibri italici, vini prestati al desìo altrui divenuti finalmente protagonisti di se stessi, della propria origine, testimoni¤ della propria terra¤ che pian piano stanno ritrovando e marcando come unicità e rarità: è Taurasi la porta del successo!

La creta che diviene fango, prende forma tra le mani, diventa specchio della propria anima, finalmente il Sannio-Beneventano balla da solo. Polmone inesauribile a rimpolpare vinacci da niente, vinodotto inesauribile che ha scosso le coscienze e motivato princìpi di autenticità¤. Sant’Agata de’Goti, Castelvenere, Guardia Sanframondi, terre spogliate come le loro vigne dalle foglie in autunno, coraggiosamente oggi rivendicano una identità superiore: il piedirosso, l’aglianico, ma anche la falanghina ed il greco, la barbera e l’agostinella, un circolo vizioso che circuisce e vizia chi non si ferma al palo, chi riesce a vedere oltre e a toccare con mano. Piaceri ineluttabili al caldo di un camino accesso a fescine.

Il vecchio e il nuovo, il passato che avanza nel futuro che è già prossimo, che è già oggi. Il Falerno¤ come vocazione antica, primitivo rosso campano tanto amato dai romani che incapaci di reggerne la possenza lo sventravano con nefandezze delle più dolci pur di mentire a se stessi. L’Ager Falernus¤ come terra eletta che riscopre oggi una vocazione per troppo tempo assopita e banalizzata, il Massico¤ che vive una nouvelle vogue entusiata di esserci e di scomettere su se stesso.

Da qui a Roccamonfina¤, vigneti sperimentali e gran cru campani, ricerca ed innovazione che regalano grandi vini e simpatiche interpretazioni, l’aglianico maritato al piedirosso, la falanghina vestita con il sauvignon, uno strappo, quest’ultimo, alla tradizione da non confondere con la tradizione stessa, una fiche buttata lì sul tavolo verde che vale la giocata ma non deve essere la partita, non abbiamo bisogno di mezzucci per abbreviare il tragitto, solo un po’ più di palle per guadare il fiume. Attributi che non sono mancati a chi¤ ha reinventato poco più in là una viticultura scomparsa, a chi, per esempio riscoprendo il pallagrello¤ bianco e nero ed il casavecchia¤ non ha abbassato le braghe agli storpi e biechi burocrati del no e ci continua a regalare emozioni liquide pure attraverso vini esemplari e ricchi di fascino.

A costoro e a tutti quelli che amano la vigna, piccola¤ o grande¤ che sia, io dico grazie. A tutti quelli che di fronte a questi vini si troveranno ribadisco: “questa è la mia e la vostra terra, vivetela con il cuore in mano!”

© L’Arcante – riproduzione riservata

Sancerre, Cuvée Edmond 2002 Alphonse Mellot

11 dicembre 2009

Difficile pensare ai grandi vini bianchi e non menzionare Sancerre, difficile pensare di aver bevuto grandi sauvignon senza prima aver “passato per le armi” i vini di questa denominazione, difficile, quasi impossibile non amare i vini di Alphonse Mellot ed in particolare questo straordinario Cuvée Edmond 2002, ricco, di carattere, ancora impulsivo nella sua profonda mineralità gustativa.

Siamo in Francia, naturalmente. Nella Loira più caratteristica per alcuni, meno conosciuta per altri, siamo nella città di Sancerre che ancora divide la sua origine etimologica tra Giulio Cesare ed i Sassoni che proprio sulla collina dove oggi si erge il centrocittà si insediarono durante in regno di Carlo Magno. Ci troviamo di fronte ad un bellissimo vino che ha tanto da raccontare di se e della sua terra, un vino austero e brillante, fragrante ed invitante, complesso e sorprendente. Duemiladue, dicevamo, ma potrebbe essere un vino di uno o due anni al massimo, l’equilibrio e la continua profusione di aromi varietali ed eterei tengono attaccati il naso al bicchiere e costantemente il palato assetato.

L’aspetto nel bicchiere è limpido, cristallino, luminoso, giallo oro netto, di buona consistenza. Il primo naso è un effluvio di sentori erbacei secchi, fiori e frutti dolci, note balsamiche. Camomilla e menta piperita, poi miele,  mango ed albicocca, ancora sentori di grafite e pietra focaia. In bocca è secco, caldo, decisamente fresco, vira continuamente la sensazione calorica di un struttura importante verso una spiccata mineralità che apporta freschezza di beva e continua sapidità.

Un vino perfettamente armonico, di estrema piacevolezza ed equilibrio gustativo. Nasce da sole vecchie vigne di oltre cinquant’anni del Domaine de La Moussière, nel cuore dell’appellation Sancerre; alcuni dati ricevuti dall’azienda indicano che le masse di sauvignon blanc delle varie parcelle della vigna percorrono strade diverse prima di incrociarsi per l’affinamento in barriques. Circa un 60% del mosto viene lasciato fermentare in legni nuovi, il restante in legni di primo e secondo passaggio, succede un percorso di affinamento che di millesimo in millesimo può variare tra i 10 ed i 14 mesi. Stupendo se abbinato a pesci salsati, ma non vedo come non potrei cedere di fronte ad un più tradizionale Baccalà fritto.

Nusco, Locanda di Bu

11 dicembre 2009

Pompei, 7 novembre 2003, qui ci incontrammo la prima volta con Tonino Pisaniello. Era, tra le giornate del congresso internazionale Slow Food a Napoli, forse la più suggestiva ed affascinante che potesse andare in scena; Eravamo nella “Palestra Grande” degli scavi archeologici, illuminata a giorno dalle torcie e vissuta da oltre un migliaio di persone tra addetti ai lavori ed ospiti. Tonino era lì, tra le tante Osterie Slow Food della Campania, con il suo staff del Gastronomo di Montemarano, io con Lilly coordinavamo la gestione della cantina: un gesto sancì il nostro arrivederci, lui ci regalò a fine serata il suo grembiule “chiocciolato”, noi una delle ultime bottiglie di Taurasi Radici di Mastroberardino per festeggiare con i suoi ragazzi lo straordinario successo dei suoi piatti.

Antonio Pisaniello nel frattempo ne ha fatta di strada, ha lasciato il gastronomo per approdare con l’amata moglie Jenny in quel di Nusco per aprire la Locanda di Bu, dove “bu” sta’ per Umberto, nome del primogenito e dove Locanda sta’ a casa, perché quando si viene qui ci si può solo sentire a proprio agio come stare in casa propria. Il locale è molto carino, ci si arriva dalla piazzetta di Nusco dopo appena girato il vicoletto, i colori sono quelli della calma e della passione, il bianco della flemma aurica di Jenny Auriemma, che accoglie gli ospiti, li accompagna al tavolo e gli racconta i piatti ed i vini con un savoir faire dolce e disponibile, il rosso fuoco di Antonio, audace e socievole con i suoi ospiti come dinamico e creativo con i suoi piatti sempre sul filo di una originalità esemplare (territorio prima di tutto) e tecnica sopraffina (il confronto con il mondo intorno). Antonio ha camminato già tante vie nella sua storia, ha viaggiato in lungo ed in largo, non ha, e non ha mai ricercato un curriculum di peso con il quale impressionare gli avventori, ha cercato e fortemente voluto solo poche esperienze, per così dire “ante litteram”,che lo potessero far accrescere professionalmente e culturalmente prima di lanciarsi nella sua sfida più grande, proporre una cucina che fosse pura e semplice traduzione gustolfattiva della sua storia, della sua terra, dei suoi ingredienti.

A 17 anni apre il primo locale, il pub Babylon dove poi incontrerà la giovanissima Jenny e comincerà, per magia, forse tutto; Poco dopo nasce con la famiglia tutta “il Gastronomo”, a Montemarano, che da subito farà parlare di se e del puro talento di Tonino tanto da meritarsi immediatamente segnalazioni e riconoscimenti dalle principali guide ai ristoranti italiani; Verranno poi negli anni l’esperienza newyorkese con Rocco Dispirito, l’incontro con la giornalista Carla Capalbo che, mi dice Antonio, non smetterà mai di ringraziare soprattutto per la grande spinta motivazionale che gli ha dato negli anni e per l’appunto la Locanda di Bu a Nusco, dove tutto riparte, dove tutto si sarebbe potuto sintetizzare come punto di arrivo e dove invece tutto si è rinnovato, in uno dei borghi più belli dell’Irpinia e città natale della mamma, Pisaniello ha continuato a camminare la sua strada, con il suo talento, con la sua voglia di crescere sino a quella che è stata, notizia di questi giorni, la prima, sudata, strameritata stella Michelin.

Prima di passare alla tavola, Tonino ci accompagna in cantina che dista solo pochi metri dalla Locanda, piccola, costruita con le proprie mani nelle giornate meno intense di lavoro, raccoglie il meglio dell’enologia campana non senza le “grandi” bottiglie italiane per i clienti in vena di bere, tra gli altri, Barolo, Barbaresco piuttosto che Brunello o supertuscans.

I piatti sono come detto l’essenza di una territorialità eccezionale come solo questa terra sa regalare, magistralmente interpretati e condotti negli anni nell’albo Pisaniello, dal Gastronomo alla Locanda: si inizia con “la tartare di podolica con maionese agli agrumi” piatto del 2008 che coniuga creatività e sapore intensissimo (viene servito come amuse bouche a mo’ di mini-hamburgher), poi il piatto della memoria, quello di cui nessuno dei suoi clienti riesce a fare a meno di chiedergli sin dal 2002, “la ricotta fritta di Montella con broccoli e soppressa di Venticano”, avvolgente e succulento; Decisamente appassionante il “Baccalà in due modi con pomodoro, olive e capperi”, datato 2008, piatto ricco ed equilibrato; Tecnicamente fine invece ma ancora da affinare nella presentazione (tanti gli elementi nel piatto) il “Sottobosco Neonato 2009”, geniale interpretazione dei sapori e profumi irpini ma poco avvincente nella presentazione a substrati.

Da Applausi invece il “Raviolo di patate di Folloni con tartufo bianco irpino” che Tonino e Jenny propongono con successo dall’anno scorso, appena naturalmente riescono ad accaparrarsi i pochi grammi di preziose pepite del tubero più ricercato (anche dal secondogenito Filippo, ndr); Da lacrime, sinceramente, il “Maialino con la mela annurca, pistacchi ed olio alla vaniglia”(2005), scioglievolezza finissima e delicatissima. Buona l’idea del dessert, il “dolce di castagne con salsa all’aglianico”, rivisitazione del castagnaccio servito semifreddo con una stecca di carbone alimentare e scaglie di cioccolato tartufato. In sintesi, una grande esperienza gastronomica, che ho rincorso per tutta l’estate tra messaggini di prenotazione in chat su Facebook e sms di disdetta, che abbiamo alla fine fortemente voluto sin dal mio rientro da Capri, lo scorso 4 novembre; Qualcuno poi ha deciso di metterci la ciliegina sulla torta facendo cadere a Nusco, pochi giorni dopo, la prima stella Michelin per Antonio e Jenny: adesso, caro Tonino, meno viaggi e di nuovo notti insonni a cercare di dare sfogo al puro talento del geniale Pisaniè. Firmato Dicostà!!  

Locanda di Bu

Vicolo dello Spagnuolo,1
Tel. 0827.64619
http://www.lalocandadibu.com
Sempre aperto. Chiuso domenica sera e lunedì
Ferie: un mese tra gennaio e febbraio. Una settimana a luglio

Omaggio a Tonino Aversano e alla napoletanità a tavola che seppe amare e raccontare come pochi

9 dicembre 2009

Tonino Aversano è stato il patron del ristorante Don Salvatore a Mergellina di Napoli per oltre 25 anni prima di cedere il passo al figlio Francesco ed al nipote Vincenzo Esposito; E’ stato, a suo modo, antesignano della sommellerie napoletana e per oltre 30 anni specchiato promotore dell’Ais Napoli e Campania; Noi lo vogliamo ricordare con questo suo personalissimo trattato sulla cucina napoletana, ad un anno dalla sua scomparsa avvenuta proprio nel dicembre del 2008.

“Le cucine regionali non devono essere considerate come cucine inferiori. Sono, invece, serbatoi di un repertorio antico e nuovo che si concede abilmente al piacere della tavola, tenendo conto dei moderni orientamenti sulla salute e sull’armonia alimentare. Esse rappresentano i pilastri della cucina italiana!”

La gastronomia partenopea, in quanto mediterranea, è stata sicuramente influenzata dai vari popoli (Fenici, Greci, Arabi, Francesi, ecc.), che, dai tempi lontani ad epoche recenti, ebbero frequenti rapporti con le nostre regioni costiere. Ed infatti molti piatti della nostra cucina di oggi, ci vengono direttamente dal passato (pensate agli struffoli e il capretto con uova e piselli dalla Grecia, l’utilizzo dell’aglio, dell’olio e del basilico dalla Provenza, …). Il primo vero ricettario napoletano è il Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1765. Trattasi di una raccolta di ricette di piatti “ricchi”, in quanto il Corrado aveva esperienze solo di case di facoltosi signori. Nella Cucina teorico pratica del Duca di Buonvicino di don Ippolito Cavalcanti invece già si intravede qualche esempio di “cucina povera” nel napoletano nonostante in prevalenza il Cavalcanti faccia riferimento soprattutto alla cucina francese di moda nelle famiglie patrizie e dell’alta borghesia.

Solo nel 1884, nel suo Ventre di Napoli, Matilde Serao ci informa sull’alimentazione della “plebe” e ci parla di alcune ricette popolari come la zuppa di maruzze e la zuppa di freselle con il brodo di polpo. Siamo convinti che le tradizioni enogastronomiche dei popoli siano legate strettamente al carattere e, naturalmente, alle condizioni economiche, sociali ed ambientali degli stessi. A Napoli ed in Campania le testimonianze del passato splendore di città europea e di capitale si manifestavano anche in cucina. L’influsso delle culture è stato adattato alle esigenze, al gusto, al carattere del popolo. ecco perchè la cucina regionale campana è a volte ricca e fastosa (timballo di maccheroni, sartù di riso, …) ed a volte fantasiosa e povera (caponata, pizza, …). In sostanza i napoletani sono stati sempre capaci di nutrirsi gustando anche una sola fetta di pane condita con un filo d’olio e un pizzico di sale, mentre era festa grande quando potevano dare fondo a ricchi piatti. Ecco perchè la pizza è nata a Napoli e non altrove. Oggi la pizza, ormai diffusa in tutto il mondo, è elevata a rango di stuzzichino, di “sfizio”. Fino a non molto tempo fa costituiva il pasto quotidiano per una grandissima parte di napoletani. Essa ha origini antichissime, un primo esempio ci viene certamente dai romani, anche se in realtà era una focaccia.

All’inizio del ‘600, nel suo Lo cunto de li cunti il Basile, nella novella intitolata Le due pizzelle, ci parla appunto di una specie di pizza, naturalmente si trattava sempre di qualcosa di diverso della nostra attuale pizza. Solo con la produzione del pomodoro in Campania, a partire dal 1700, si stabilì quel matrimonio fantastico che portò prima alla pizza al pomodoro e poi, nel 1889, alla regale Margherita inventata, come ormai tutti sanno, dal pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito in onore alla Regina Margherita. Si dice che la cucina napoletana è povera, fatta per poveri. A mio avviso bisogna aggiungere che è ricca di fantasia ed estremamente varia, proprio come il carattere dei napoletani. Basta pensare ad un piatto di pomodori tagliati, una foglia di basilico, un po’ di origano, aglio ed olio ed avete a disposizione una cena stupenda per una serata di agosto. Ma anche quando è ricca e sontuosa non è mai complicata, poichè si basa su ricette semplici, su cibi schietti e dal sapore preciso, pieno di profumi ed umori. Il difficile sta proprio nella capacità di mantenere, dopo la cottura, la fragranza dei singoli ingredienti.

In sostanza nella cucina campana i sapori sono e restano quelli primari dei singoli ingredienti. Tra l’altro il motivo è semplice: le risorse alimentari di questa regione sono state sempre di carattere essenzialmente agricole, e l’appellativo di “Campania Felix” significa appunto la fertilità di una vastissima campagna. E naturalmente anche dei prodotti del mare. Ecco perchè dominano molti legumi, ortaggi, frutta, pesce, ma poca carne (in particolare ovina, famoso il castrato del cilento). Proprio per questo motivo fino al settecento i napoletani, o meglio i “cafoni”, venivano chiamati “mangiafoglie“. Con l’avvento dei maccheroni nella zona immediatamente vicina a Napoli (Torre del Greco, Gragnano, …) fiorirono numerose aziende dell’industria bianca, con maestri artigiani di alta professionalità. Nacque in quest’epoca l’uso di unire la pasta agli ortaggi e quindi quella grande varietà di piatti (pasta e zucchine, pasta e broccoli, pasta e fagioli, …), che ancora oggi sono molto ricercati. Il Cavalcanti, nella sua già citata opera, accenna ai ceci e laganelle.

Quando in seguito i maccheroni si sposarono allegramente con i pomodori, e da “mangiafoglie” i napoletani diventarono “mangiamaccheroni“, allora la fantasia si sbizzarrì con l’invenzione di salse e salsette. Ancora oggi si può dire che non si è esaurita la fantasia, la ricerca, tanto che si sente spesso di nuovi abbinamenti, nuove trovate e nuove esperienze. Ed è proprio questo il bello della gastronomia, non si esaurisce mai, anche perchè con i tempi variano anche i gusti. Si spiega così perchè oggi sono molto ricercati i piatti tipici regionali, naturalmente rivisitati ed adeguati alle nuove mode.

Oltre al cordoglio già espresso a suo tempo ed il felice ricordo di oggi, ci sentiamo di mandare un invito forte a non lasciar passare in sordina il ricordo di chi a Napoli ha contribuito alla valorizzazione, attraverso la propria opera, della nostra storia enogastronomica. Le radici, mai perderle di vista!

Terzigno, tutti i vini di Villa Dora ed un memorabile Lacryma Christi rosso Forgiato ’01

8 dicembre 2009

E’ il vino che non ti aspetti, ti sorprende a tal punto che a fatica credi di stare bevendo un Lacryma Christi! 

Diversi anni fa quando conobbi Vincenzo Ambrosio, il titolare di Villa Dora, ebbi subito l’impressione di stare stringendo la mano di una persona per bene, e che avrebbe sicuramente portato nella viticoltura vesuviana una sferzata di orgoglio ed entusiasmo sino a poterne rivalutare profondamente la stessa denominazione, secondo me, tra quelle campane, la più interessante ed eclettica che si possa annoverare tra i disciplinari regionali, per la particolare identità del territorio, per la diversità e l’autenticità dei vitigni coltivati e vinificati in più declinazioni e non da ultimo per il richiamo storico culturale inevitabilmente unico in questo lembo di terra strappato letteralmente al fuoco.

Eppure del Lacryma Christi del Vesuvio, oltre la storia ed i fiumi di vino venduti nel mondo rimane sempre l’alone di una denominazione vetusta, l’idea statica di un vino fine a se stesso, souvenir d’antàn senza pretese per le carovane di turisti con sandali e calzini bianchi della Penisola Sorrentina piuttosto che liquido emozionale per gli appassionati importatori nipponici che hanno proprio in Giappone costituito del nostro beneamato, un brand straordinario di “vino del vulcano”. Camminare le vigne di Villa Dora è appassionante, io l’ho fatto più di una volta, dapprima per curiosità, poi sempre per pura passione.

Siamo nel cuore del Parco del Vesuvio, a Terzigno, dove la terra è nera e dura come le pietre laviche dei muretti a secco che cingono le vigne e le difendono dal bosco, un percorso emozionale da vivere, su e giù per i saliscendi tutti intorno alla piccola cantina gioiello con annesso frantoio, tra le vigne di falanghina e coda di volpe, di aglianico e piedirosso, 13 ettari di uve ricche, sane che danno vita a vini straordinari che meriterebbero certamente migliore conoscenza e sorte da parte di un mercato e di un consumatore abituato, di inerzia, ad accontentarsi di bere una denominazione invece che ciò che di una terra è la vera espressione, oro puro, il nettare più prezioso.

Il Vigna del Vulcano, Lacryma Christi bianco è un vino che sfida il tempo, uvaggio di coda di volpe e falanghina di straordinaria complessità e mineralità, tra i migliori bianchi vesuviani mai assaggiati e riassaggiati nel tempo, il 2005 proprio in questi giorni mi ha regalato ancora una impressionante verve gustolfattiva, un vino portentoso e coraggiosamente consegnato al mercato dopo almeno due anni di affinamento tra acciaio e bottiglia, una scelta sicuramente inusuale per la consuetudine storica dell’areale.

Il Gelsonero, Lacryma Christi rosso è il connubio perfetto tra il piedirosso e l’ aglianico dell’areale, tra la leggerezza e l’immediato fruttato del primo e l’austera speziatura, la polposità del secondo, un vino proiezione reale di ciò che declinato per tante volte quante sono le bottiglie prodotte sul Vesuvio potrebbe essere la denominazione: un viaggio emozionale tra i diversi interpreti moderni di una storia antica, uno vino subito godibile al debutto sul mercato ma capace di evolvere e maturare nel tempo.

Questo lo spirito con il quale nasce anche il Forgiato, il rosso di punta dell’azienda, l’essenza forse di tutto il progetto di Vincenzo Ambrosio affidato sin dalla prima ora a Roberto Cipresso, l’enologo filosofo che certamente ha trovato sulle pendici del Vesuvio un laboratorio naturale di eccezionale vocazione dove sperimentare al meglio tutte le sue teorie. Il 2001 è un vino possente, da saper aspettare, incredibilmente longevo, fuori pertanto dai quei canoni di cui sopra che si ha necessità di superare per godere fino in fondo di ciò che questa terra sa veramente regalare al suo avventore. Selezione accurata delle migliori uve aglianico e piedirosso, elevato per circa 24 mesi tra legno e bottiglia, si presenta con un colore intrigante, rosso rubino con piccole nuances granata, poco trasparente, di buona consistenza nel bicchiere.

Il primo naso è intenso su sentori terziari, ma non stucchevole: vira dal tabacco alla liquerizia, dalla confettura di more selvatiche a rimandi di polvere di cacao; Il vino è aperto da parecchie ore, quindi riesce ad offrire di se un ventaglio olfattivo davvero complesso ed intrigante sino a sentori animali e di terra. In bocca è secco, caldo, conserva una discreta freschezza ed una piacevole profondità e polposità del frutto, in perfetto equilibrio. Un rosso davvero stupefacente, qui alla sua prima annata, aspettato pazientemente per 6 lunghi anni, utili a superare le iniziali riserve e certamente ad accrescere, magari sostanzialmente, la cultura e conoscenza del vino, di cui non si smette mai di aver bisogno!

© L’Arcante – riproduzione riservata

Pozzuoli, Osteria Abraxas

7 dicembre 2009

Nando Salemme è un caro amico, un ragazzone che a guardarlo bene ogni giorno va assomigliando più ad un intellettuale rivoluzionario degli anni settanta piuttosto che ad un giovanotto mio coetaneo di questi tempi. Ci lega un legame d’amicizia sincero, appena possiamo ci cerchiamo, ci riuniamo, ci confrontiamo per dare sostegno alle idee, agli ideali, alle intuizioni.

Pozzuoli, Abraxas. L'ingresso di una volta.

Abbiamo iniziato i nostri progetti paralleli (che però spessissimo si sono incrociati) diversi anni orsono, io con Lilly a L’Arcante e lui con la moglie Vanna al Wine Bar, con gli anni divenuta una delle poche Osterie sul territorio meritevoli di questo nome; un po’ per seguire un sogno, un po’ per liberarsi dai quei freni inibitori che spesso hanno caratterizzato la ristorazione flegrea con personaggi “vecchi” ed atavici assertori dell’ovvio, spesso sconfortando il talento di molte delle giovani leve.

Veniamo al dunque: l’Abraxas è situato in un luogo da cartolina, incastonato nella collina che sovrasta il Lago Fusaro da un lato, il lago d’Averno dall’altro, lungo via Scalandrone, spartiacque naturale tra i comuni di Pozzuoli e Bacoli.

Il locale è completamente rivestito di pietre di tufo incastonate a mò di reticolatum con sovrapposizione di mattoni e capitelli stile romano; le tre sale sono disposte una al piano terra, piccola, calda, che guarda a vista il banco dei formaggi e salumi mentre su per le scale c’è l’altra sala, con la fornitissima cantina a vista ed un piccolo dehor che in estate diviene un accogliente gazebo che si apre sul bellissimo giardino, curato (con che fatica!!), ricco di fiori e piccoli ceppi di vite falanghina sparsi qua e là che s’inerpicano su per il tetto.

Pozzuoli, Abraxas. Panorama.

La cucina è affidata nelle mani sapienti del giovane chef  Tommasino Di Meo, ma Nando è sempre lì a supervisionare, non ama interferire, ma le mani in pasta significano tanto per lui: le verdure, le carni, gli ortaggi, le conserve, le paste e molti altri prodotti sono tutti tracciabili e soprattutto hanno tutti una faccia, un nome e cognome: qui nulla è scontato.

Il menu non è ampissimo, ma la proposta è convincente ed adeguata al locale e poi l’intelligenza di non strafare gli sta concedendo tempo e modo di una crescita che negli ultimi dieci anni è stata concessa solo a pochi qui nei Campi Flegrei, del resto non è assolutamente vero che la cucina flegrea è scontata, quasi sempre lo sono gli interpreti! Piccoli assaggi di una superlativa verza con salsicce e castagne, morbide crepes con fonduta di formaggio e crema di noci, la parmigiana di patate, il tortino con bieta e formaggio, la polenta con salsiccia e provolone del Monaco.

Anche i primi piatti sono ricchi, saporiti, presentati bene: fiocchetti di pasta fresca con zucca e noci, tortino di riso con carne e funghi, gnocchi con crema di cavoli e finocchio. Ampia e curata la proposta dei secondi di carne, coniglio in porchetta, filetto di maiale con battuto alle erbe, entrecote di angus alla brace, poi ancora in carta la selezione di formaggi variamente assortita che non delude mai. Anche i dolci sono fatti in casa: abbiamo gustato un delicatissimo flan al cioccolato. Spesso si ospitano serate a tema con le varie associazioni presenti sul territorio, diverse con Slow Food ma anche con piccoli e grandi produttori di vino; il conto non supera quasi mai i 35 euro vini esclusi.

Nando Salemme

Nota del 19 Marzo 2010. Ci sediamo alla tavola di Nando e Vanna di venerdì sera, è la mia prima festa del papà, sarà banale, ma un po’ ci tenevo a trascorrerla in perfetta armonia con la mia famiglia. Così è stato, proprio una bella serata. Chiediamo, visto che siamo in quaresima, di evitarci portate con carni: si sussegono così deliziosi assaggi di antipasti giocati su verdure ed ortaggi, freschissimi. Stufati, Parmigiana di melanzane, millefoglie, poi la girella di pasta in salsa di noci e gorgonzola, che si merita quantomeno il riassaggio.

Scegliamo poi dalla carta un primo piatto dal profumo evocativo, Caserecce con friarielli e baccalà, sapori decisi ma ben equilibrati, aromaticità, grassezza e succulenza da baciare il palato, finale piacevolmente sapido che il Greco di Tufo 2007 di Peppino Di Prisco, devo dire, spalleggia alla grande. Affoghiamo la tristezza di non poter convenire con il Maialino cotto lungamente a bassa temperatura nell’ampia selezione di formaggi, serviti con miele e confettura di mandarino: su tutti una stupenda Toma di Podolica ed un Maiorchino sapidissimo, ed un piacevolissimo Taurasi ’05 di Contrade di Taurasi. E poi? E poi la zeppola di S. Giuseppe, se no che festa del papà è!

Cesinali, Taurasi Terzotratto 2004 I Favati

7 dicembre 2009

Quale futuro per il Taurasi? Molti vedono lustrini e paillettes, tanti ci sperano, qualcuno storce il naso e rimane a guardare. Continuare e bere l’aglianico di Taurasi ci servirà nel frattempo per capire quale strada si sta percorrendo e quali le difficoltà più ardue per la comprensione di un vino tanto importante nel panorama enologico italiano quanto incompreso soprattutto dal mercato internazionale.

Il Terzotratto 2004 sancisce il debutto dell’azienda di Piersabino e Giancarlo Favati nella denominazione di origine controllata e garantita più prestigiosa del sud Italia, la prima in assoluto, anche nella stessa Irpinia prima dell’avvento, solo nel 2003, del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo; L’azienda, condotta in maniera eccellente anche dalla brava Rosanna Petrozziello, moglie di Giancarlo, era sino a qui conosciuta soprattutto per lo splendido Fiano di Avellino Pietramara, vino superbo che assieme a poche altre etichette possono vantare ancora oggi di essere un riferimento assoluto in materia bianchista nella nostra regione. Il Terzotratto nasce sotto una buona stella, il 2004 è millesimo di grande slancio evocatico, per molti addirittura l’anno zero della nouvelle vogue taurasina offrendo in generale vini eleganti, fini, risoluti nella loro trasparenza gustolfattiva di un frutto franco e caratterizzato da mineralità spinte capaci di garantirgli con molta probabilità longevità ed evoluzione per lungo tempo. Vincenzo Mercurio qui ha fatto il resto, raccogliendo la sfida ben sapendo come condensare con la sua opera in cantina tutti questi elementi.

Il colore è rosso rubino con accennate nuances tendenti al granato, vivace e poco trasparente, di buona consistenza nel bicchiere. Il primo naso mostra subito un interessante ventaglio olfattivo, è subito fruttato maturo, si percepisce nitidamente la  marasca e la prugna, poi diviene etereo, sottile, note delicatamente speziate e balsamiche, pepe nero e china. In bocca è intenso, profondo, il tannino viene rincorso da una sapidità spiccata ma che ancora fatica a compensarne la durezza, rimane vivido ed espressivo per tutta la beva, piacevole e confortante di un vino di carattere e di un potenziale ancora del tutto da svelare. Esecuzione lineare per un vino di grande qualità, mi ricorda per impronta, il Macchia de’Goti di Caggiano di qualche anno fa, stilisticamente improntato sulla finezza aromatica e sulla sottile nerbatura del frutto, ancora in divenire. Da aprire almeno un paio d’ore prima di servirlo, in calici mediamenti ampi, ha bisogno di piatti caratterizzati da buona aromaticità, succulenza e morbidezza innanzitutto, penso per esempio al  maialino cotto lungamente a bassa temperatura di Tonino Pisaniello della Locanda di Bu di Nusco.

Chiacchiere distintive, Luigi Moio

7 dicembre 2009

E’ una bella giornata, e nonostante le prime bizze facciano pensare al peggio, la macchina va e vuole arrivare lontano. Arriviamo a Mirabella Eclano in tarda mattinata, ci lasciamo alle spalle sulla statale il bellissimo Radici Resort dei Mastroberardino prima di imboccare la viuzza che in località Cerzito cia apre allo straordinario scenario del piccolo chateau di Luigi Moio e Laura Di Marzio nel cuore del Taurasi d.o.c.g..

Luigi Moio - foto A. Di Costanzo

Quintodecimo ci appare come un bellissimo giardino d’inverno con colori bruni e giallastri a rincorrersi come nel più ermetico dei quadri impressionisti, con in cima la sua bella e discreta casa colonica con il tetto rosso. Ci accoglie Laura e subito dopo arriva Luigi Moio, è dalla prima mattinata in giro per l’azienda a verificare i dettagli dei lavori ancora in corso su e giù nella cantina. L’approccio, devo dirlo, è un po’ contratto, pare quasi accademico, ma non poteva essere altrimenti, la riverenza nei confronti del professor Moio c’è, traspare, lo riconosciamo, eppure impareremo a scoprirlo sotto una veste diversa, piano piano durante questa mattinata d’un tratto avremo capito perchè qui si fa la storia mentre altrove solo chiacchiere, come grappoli censiti uno ad uno, come acini selezionati uno ad uno arriveremo al cuore di Quintodecimo, alla terra, al sogno, all’uomo, poi al vino, alle sensazioni ed alle emozioni che evocano, esplorano, regalano, all’esaltazione di quella parola di cui tanti abusano ma che pochi riescono a proporre con tale e tanta naturalezza: terroir.

“Quintodecimo nasce qui perchè qui c’è quello di cui avevo bisogno, così immaginavo un giorno la mia azienda, nel cuore dell’irpinia perchè l’irpinia la porto nel cuore; con l’aglianico, il fiano ed il greco in primis perchè sono, senza rischio di smentita, i vitigni più importanti della nostra regione e da questi nascono i vini di grande profilo organolettico. La Falanghina poi è senza dubbio il vitigno a cui sono maggiormente legato, era il momento di concedergli quel riscatto che merita ed il valore straordinario che ha ancora da conquistarsi sul mercato” . Un sogno inseguito e costruito negli anni a macinare chilometri in giro per il mondo a rincorrere conoscenza e tecnica da profondere poi qui, a Mirabella Eclano, in un’azienda con un vigneto giardino, una cantina che scopriremo poi essere stata pensata oltre trent’anni fa, sin dagli ultimi esami da perito agrario, prima di tutto quel percorso che avrebbe formato e forgiato il professore Luigi Moio, ordinario per professione straordinario per vocazione. “Ho nutrito tante passioni sin da piccolo, la chitarra, la pittura, l’arte, il simbolismo, oggi sono profondamente innamorato dei miei figli, della mia Laura e del mio lavoro in questa terra meravigliosa”.

Siamo in cima alla vigna, proprio ai piedi della cantina, mentre parla, mentre racconta la sua storia il clima accademico è già virato nella conversazione, nel confronto, quello concesso all’amico di ritorno da un viaggio straordinario che ha necessità di raccontare e che abbiamo sete di ascoltare. Ascoltare Luigi (a conferma di ciò, nel frattempo abbiamo deciso di darci del tu) è come il sottile piacere provocato dal cioccolato fondente sulla lingua, lentamente cede la sua austerità alla subliminazione della gola, e diviene piacere; ascoltarlo mentre parla senza perdere di vista nemmeno per un attimo il vigneto è come se stesse semplicemente ripetendo ciò che proprio quella vigna gli ha chiesto di fare: “raccontami!”

Cantina a Quintodecimo - foto A. Di Costanzo

Ci spostiamo in cantina, alcuni collaboratori stanno preparando le ultime (poche) casse di vino rimaste, colpisce subito la presenza di tanti piccoli tini d’acciaio¤, inizia proprio qui un’altro viaggio, l’applicazione di tanti accorgimenti profusi negli anni qua e la’ in giro soprattutto nel sud Italia nelle aziende che segue come consulente, ma che solo qui hanno acquisito corpo unico ed espressione oserei dire “totale”: “vengono vinificate uve di tante piccole parcelle dei vari vitigni che lavoriamo, pertanto osservare ognuna di queste peculiarità già dalla prima fase produttiva mi serve per capire, esaltare ogni singola caratterizzazione propria di questo o quel vigneto“.

Ci incamminiamo lungo la barricaia¤ accompagnati dal gradevole profumo di legni nuovi misto al vinoso dell’aglianico che in questi giorni sta subendo i primi travasi, arriviamo nel piccolo caveau dove Luigi ha iniziato a riporre il personale archivio storico liquido, dalle vecchie, vecchissime bottiglie di Michele Moio alle preziose ed alcune introvabili bottiglie di bordolesi e borgognoni (tra cui Hospice de Beune), alle numerose nate e cresciute sotto la sua guida tecnica, dal Taurasi di Antonio Caggiano ai cru di cantina del Taburno, agli ultimi di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini¤: “hanno tutti un posto particolare nel mio cuore, questi come tutti gli altri indistintamente, a loro ho dato tanto impegno e serietà professionale, mi hanno ricambiato negli anni con profonda diligenza e stima, siamo riusciti assieme a dare nuovi impulsi alla viticultura campana, e queste bottiglie sono la testimonianza del mio e del loro lavoro innanzitutto, che voglio sempre tenere a portata di mano”.

Ci avviamo verso l’uscita della cantina, alcune curiose particolarità non potranno che rimanere nell’immaginario dell’avventore di turno, come quella di conservare le teste e le code¤ degli imbottigliamenti (materiale prezioso per le bevute personali) e di stoccare tutte le bottiglie avviate man mano alla commercializzazione in ampie casse di legno anzichè in anonime griglie di ferro. Chiudiamo qui il percorso tra vigna e cantina, ci spostiamo in casa di Laura (che adesso stringe al petto l’ultimo nato, quattro mesi fa) e Luigi, i vini sono lì pronti per la degustazione, ma questa è tutta un’altra storia che non mancherò di raccontare prossimamente…

P.S.: in tutta questa giornata, a parte gli occhi sgranati sul colpo d’occhio della Vigna¤ a Quintodecimo il ricordo più bello che portiamo via è il momento in cui Luigi, prendendoci per mano ci accompagna nel suo studio, dove tutto è nato e attorno al quale poi si è sviluppata l’azienda: ci ha mostrato il suo progetto di allora, datato 1975, presentato poi anche alla commissione d’esami da perito agrario: aveva appena quindici anni, tutto era già scritto!