Archive for the ‘Amici di Bevute’ Category

Niente e nessuno ci salverà mai da cattive bevute

10 gennaio 2013

Su Intravino, sopraggiunta la noia nel seguire il casino in cui è sfociata l’intelligente e puntuale riflessione lanciata invece da Jacopo Cossater¤ sull’editoriale di Eleonora Guerini apparso sullo scorso numero del Gambero Rosso, ho buttato un occhio al post di Ale¤ sullo scritto di Michel Bettane¤, anche questo pubblicato sul Gambero, sempre a riguardo dei vini cosiddetti “naturali”; una disamina, una riflessione, un allarme, un invito quelli di Bettane che invero non ho mai smesso di argomentare, sottolineare e riproporre sin da quando faccio il mio mestiere e, guarda un po’, senza necessariamente alzare barricate. 

Michel Bettane, foto tratta da Bettane+Desseauve

Auguriamo sinceramente agli appassionati di vino italiano di non dover subire in futuro ciò che sta accadendo in Francia: un’invasione di cattivi vini detti “naturali”, cioè i cosiddetti “senza zolfo”, con la complicità di numerosi sommelier, enotecari e giornalisti irresponsabili. Esiste certamente una viticoltura biologica e ne siamo contenti. Il successo di questa viticoltura viene dall’osservazione e dal rispetto degli equilibri naturali della vigna e soprattutto dal ritorno alla vita biologica dei suoli, che qualsiasi agronomo serio sa essere alla base di ogni viticoltura nelle nostre denominazioni di origine. Ma non possiamo avallare i danni provocati all’immaginario degli appassionati dai cattivi vinificatori, che pretendono di fare del vino naturale senza zolfo, e che vogliono spacciare la loro “bibita” per la verità del terroir!

I loro prodotti si riconoscono facilmente: i vini rossi puzzano, e tutti i vitigni e i territori finiscono per somigliarsi perché i cattivi lieviti indigeni con i quali sono realizzati, così avidi di cannibalizzare quelli buoni se il vinificatore li lascia fare, sono gli stessi in tutto il pianeta, i loro colori sono torbidi e instabili e mostrano una presenza eccessiva di gas carbonico che dà l’impressione di vino incompiuto. I vini bianchi sono – se possibile – ancora più cattivi: più o meno ossidati fin dalla nascita, e dunque nati morti, ne viene “gestita” a posteriori la decomposizione! Restiamo a bocca aperta davanti all’ingenuità di tanti ottimi chef che ormai non propongono nient’altro nelle loro carte dei vini, quando sono così attenti ai loro piatti e sarebbero i primi a essere desolati di proporci dei prodotti avariati! Che sia chiaro, alcuni dei più grandi vini del pianeta provengono da una produzione d’ispirazione biologica, ma chi li produce, cosciente delle loro responsabilità, perfeziona continuamente le loro vinificazioni con strumenti moderni e puliti, dalle presse ai serbatoi. Nelle denominazioni meno prestigiose poi ci sono decine di vignaioli rispettosi del suolo, della vigna, dell’uva e del vino, ma curiosamente si vedono in giro solo i produttori “spacconi”, che parlano meglio di quanto agiscano e i furbi, eccellenti manipolatori d’opinione, spesso amici degli enotecari e dei distributori. Sono molti allora i giovani ristoratori che diventano delle facili prede!

Tocca quindi ai clienti di fargli notare che quello che credono essere un vino più vicino alla “natura” non è altro che un vinaccio senza interesse se non quello di non far venire il mal di testa. Con la fortuna e della perseveranza è possibile produrre senza aggiunta di zolfo dei vini da bere giovani e sul luogo di produzione, dei vini semplici e fruttati molto piacevoli, ma allora si devono conservare in una cantina fresca e soprattutto non farli viaggiare! E per ogni cuvée riuscita, il vignaiolo si ritroverà con due o tre completamente sbagliate. Ma chi può permettersi di non venderle e assumersi la responsabilità dei propri errori?

Ora mi chiedo, dato per acclarato che niente e nessuno ci salverà mai da cattive bevute, e che questo non ce l’abbiano mai garantito nemmeno i cosiddetti vini convenzionali, ma è davvero così complicato che i vini naturali, oltre ad essere tutte quelle belle cose che raccontano di voler essere, siano anche semplicemente puliti e buoni da bere per tutti?

credits: Intravino¤, Gambero Rosso¤, Michel Bettane¤.

Monforte d’Alba, Barolo Riserva Monfortino ’01 Conterno. Ma… a che ora è la fine del mondo?

24 ottobre 2012

La mente umana non può aspirare all’oggettività, pertanto quella che viene spacciata per tale è solo una chimera. A parlar di vino ancor di più. E questo viene sempre più chiaro.

Ora, se in un rapporto causa-effetto quindi tutto accade unicamente in maniera soggettiva, l’idea stessa di ritenere collegati i due fenomeni non avrebbe alcun fondamento logico, ma nascerebbe cioè da un istinto di abitudine, dovuto al fatto di vederli usualmente accadere in sequenza. 

Così chi oggi azzardasse mettesse avanti  i 100/100 per il Monfortino 2001 di Giacomo Conterno lo farebbe partendo da un assunto strettamente soggettivo, anticipando di gran lunga i reali valori in campo, rimettendoci, a suo rischio e pericolo, la faccia oltreché il buon nome; 100/100 che, dopo iersera, diventano un giudizio più che opinabile e, al momento, almeno per i molti che ancora rimuginano attorno a quella bottiglia lì a La Ciau del Tornavento, assai disatteso.

22-23-24-25 Ottobre Duemiladodici. Il Viaggio…

17 ottobre 2012

Sabatino, quasi 20 anni al Palace, se ne va in pensione. Gennaro festeggia per il terzo anno di seguito i suoi 50 anni. Antonio, non so perché, ma ci sta bene. Luca s’è fatto il culo, come del resto un po’ tutti quanti noi quest’anno, lui però giusto quel poco in più che quando c’è si nota subito. Nando, eh Nando, ah sì, per grazia di Dio. Pino? Beh, Marianna gli ha preso 16, se lo merita, lui! Fabrizio, Gianni, Mimmo sarà un piacere enorme averli con noi. Francesco poi ci deve stare per forza, sennò…

Insomma, per farla breve, il 22 ottobre prossimo si parte e il 23, 24, 25 saremo da quelle parti (e altrove) tra vigne e cantine. A conoscere persone. Ce lo siamo meritato tutto. Sì, anch’io, sino all’ultima goccia!

Chiacchiere di fine agosto, o di quanto sia utile e salutare sapere di avere l’acqua calda in casa…

24 agosto 2012

C’è un dato oggettivo che non si può più assolutamente trascurare, molti vini bianchi della Campania vanno acquisendo sempre maggiore rispetto da parte dei consumatori, soprattutto quelli più attenti e coloro i quali possono vantare palati abituati assai bene. Ergo, scopro l’acqua calda o ché..?

Mi riferisco per esempio a chi, in maniera continuativa, in carta al ristorante punta vini di una certa levatura: parliamo di bianchi di spessore, non necessariamente nerboruti o grassi ma vini che hanno comunque gran materia, una certa impronta territoriale e una propria storia come certificato di garanzia. Così, pare, che da Puligny, Vouvray e Kaysersberg a Montefredane e Lapìo via Campi Flegrei la strada divenga sempre più breve mentre il viaggio sopra ogni cosa molto piacevole oltreché avvincente.

Adesso, più di ieri però conta dire la verità, starci naturalmente dentro e mantenere la calma. I prossimi dieci anni ci diranno se la generazione di vignaioli campani che si sono fatti “un mazzo tanto così” negli ultimi dieci/quindici avranno definitivamente un futuro da star o meno. Le loro bottiglie, frattanto, ne stanno scrivendo un bel pezzo e tra i tanti attori sul palco molti ci stanno mettendo tutta l’anima per disegnarle ed interpretarle al meglio, qualcuno devo dire è davvero fenomenale! Non sarà quindi un romanzo breve, piuttosto speriamo in una scrittura epica.

In poscritto, per maggiori informazioni a riguardo, farsene un’idea più precisa intendo, consiglio vivamente di stappare e poi aspettare i duemiladieci del Cupo di Pietracupa di Sabino Loffredo, del Fiano di Clelia Romano e, non ultimo, il Cruna DeLago di Vincenzino Di Meo.

Intervallo. Risotto con nervetti di vitella, gli scampi e la liquirizia di Annie Féolde e Italo Bassi

4 agosto 2012

Non è un piatto qualunque, è il Risotto con nervetti di vitella, scampi e liquirizia di Annie Féolde e Italo Bassi dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze.

C’è dentro equilibrio e sapienza, il mare e la terra, v’è soave dolcezza e puntuta speziatura, delicata consistenza e al tempo stesso leggerezza, profumi antichi e nuovi riveduti con esecuzione magistrale di un piatto border line tra tradizione e creatività.

Montemarano, Campi Taurasini Malambruno 2008 Amarano: l’aglianico sopra tutto!

26 marzo 2012

Chi segue le vicende aglianiciste avrà notato quanto fossero trasversali – per non dire contrastanti – diversi giudizi sui Taurasi passati in rassegna durante la scorsa edizione di “Taurasi Vendemmia 2008”. Una delle voci critiche più ricorrenti nei giorni a seguire le varie degustazioni sottolineava quanto certi vini soffrissero ahimè ancora troppo l’incidenza – leggi uso eccessivo – del legno. Ecco, l’incidenza del legno.

Così durante i miei giri da quelle parti ho pescato qua e là un po’ di bottiglie duemilaotto non Taurasi, denominate Campi Taurasini o tuttalpiù prodotte in quelle zone da chi certamente non lesina qualità sui suoi secondi vini, garantendo, pur con etichette sostanzialmente di ricaduta, una qualità assoluta di materia prima e serietà produttiva.

Lo scopo? Verificare quanto con una minore “contaminazione” del legno (generalmente 9-12 mesi al massimo) si potesse avere del millesimo un quadro organolettico ancor più chiaro e prospettico. Debbo dire che non sono mancate delle belle sorprese, e con un po’ di pazienza spero di potervele raccontare tutte, soprattutto in virtù di quanto vini come questo Malambruno 2008 di Amarano riescono ad offrire, a prezzi estremamente onesti ed alla portata praticamente di tutti, delle gran belle esperienze degustative; quantomeno per chi va alla ricerca di una certa specificità di gusto ed armonia di beva. Qui, quasi impagabile.

Giusto per chi non lo sapesse, l’areale Campi Taurasini indicato su certe bottiglie come sottozona della doc Irpinia rientra praticamente, fatte salve alcune poche altre località, nell’intero territorio protagonista della stessa docg Taurasi: quindi Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, San Mango sul Calore, Sant’Angelo all’Esca, Taurasi, Torre le Nocelle, Venticano con in più Chiusano San Domenico, Grottaminarda, Gesualdo, Nusco, Melito Irpino, Torella dei Lombardi e Villamaina. E come detto, chi decide di farlo, sa di dover garantire massima espressività, talvolta nemmeno tanto lontana da certi Taurasi.

Dell’azienda ne ho già raccontato ampiamente qui, conquistato dai suoi Taurasi nerboruti e sapidi, così vado sottolineandovi ancora solo quanto valga la pena stappare quest’altro loro rosso. Ricco il colore, rubino limpido e vivace, e ricco il quadro olfattivo, ampio ed insistente su deliziose note di frutta matura: amarena, mora di rovo, prugna; poi lievi note tabaccose e di cioccolato. Il sorso è invitante, succoso, asciutto, sapido e persistente, centrato sul frutto, una sottile venatura tannica e sostenuto di giustezza dai 13 gradi d’alcol. Del legno nessuna traccia, perfettamente “digerito”, con il millesimo che si conferma in grande spolvero e ci consegna un rosso davvero imperdibile, quadrato e di gran valore: appena 6 euro e cinquanta franco cantina. Un affarone!  

Un anno di blog, ritorna L’Arcante Wine Award®

25 novembre 2011

Ritorna L’Arcante Wine Award®, ovvero cosa ci è piaciuto di più di quello che ci è capitato a tiro, nel 2011. Sottotitolo: perchè siamo convinti che i vini, e quindi le aziende, hanno sempre bisogno di essere riconosciute, tanto quanto di vedersi premiate. Un titolo in più non gli farà mica male, anche perchè, per esperienza vissuta, sembra che le mensole negli uffici di rappresentanza siano sempre più solide, come decisamente affollate le librerie nelle sale degustazioni aziendali o le pareti di fresco imbiancate degli uffici commerciali.

Qui trovate il nostro regolamento completo, mentre qui tutti i premiati dello scorso anno; queste che seguono invece le categorie ammesse ogni anno ai L’Arcante Wine Awards®: Miglior vino bianco, Miglior vino Rosato, Miglior vino rosso, Miglior vino dolce, Miglior vino spumante, Miglior vino straniero, L’azienda/Produttore dell’anno, L’enologo dell’anno. Inoltre ci riserviamo un Premio Speciale L’Arcante Wine Awards® per la persona del vino dell’anno, che con la sua opera fattiva ha contribuito o contribuisce a dar lustro al mondo del vino. Presto tutte le nominations e quindi i risultati. Stay tuned!

Bacoli, la Falanghina 2010 di Michele Farro

13 giugno 2011

Michele Farro è uno di quei personaggi che non potevamo non prendere in considerazione in questa ricostruzione dal basso della vitivinicoltura flegrea che vi stiamo proponendo negli ultimi mesi su queste paginette enoiche di Pozzuolidice; un one man show in tutto e per tutto che proprio non poteva mancare all’appello delle migliori tra le aziende flegree.

Fiero e caparbio, cervello fine e modi dorotei, gli bastano due parole per farti capire che è uno di quelli che si è fatto da solo, e che la sua azienda, dal nulla, in poco più di un decennio, è oggi annoverata tra quelle di riferimento per tutto il territorio; è vero, gli ettari a conduzione diretta rimangono pochi, circa quattro, in rapporto alle bottiglie prodotte, ad oggi sulle 200.000; ma rimangono tante invece le vigne monitorate in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo, nonché la capacità, destrezza, di poter abilmente arginare le influenze di mercato nelle annate eccellenti e, da contraltare, raccogliere solo il meglio in quelle così così.

Dicevamo di una persona tutta d’un pezzo, impettito; non ricordo di averlo mai incontrato senza giacca e cravatta, e senza quel suo mezzo toscano tra le labbra; un tipo vulcanico eppur capace come pochi altri di confrontarsi, interloquire, intervenire: sa di avere, con altri, un ruolo di prim’ordine in quanto a produttore di vino flegreo, e di certo non si è fatta sfuggire l’occasione quando c’è stato da assumere posizioni di rilievo; infatti già da qualche anno ricopre la carica di presidente del Consorzio di Tutela dei vini dei Campi Flegrei, un ente di cui per la verità in giro si sa ancora troppo poco o nulla, e che, a dirla fuori dai denti, poco o nulla ha fatto di concreto, ma le colpe non sono certo da attribuire solo a lui pur avendone egli stesso, come ovvio che sia, condiviso e decretato quelle poche, ancora pochissime scelte indirizzate al tanto agognato salto di qualità dei vini flegrei, in lento ma costante divenire; personalmente continuo però a nutrire grande fiducia a che si cambi registro, e si guardi, tutti, finalmente nella giusta direzione.

L’aspettavo l’uscita dell’annata 2010 della falanghina di Michele, capace come pochi altri di proporre vini sempre pulitissimi, franchi, sinceri.  Nasce da vigne allocate perlopiù nel circondario della collina di Cigliano, nel comune di Pozzuoli, Cuma verso Bacoli e piccole parcelle terrazzate in località Monte di Procida. Vino senza lacci e senza ammiccamenti, delizioso e rinfrancante, dal colore paglierino piuttosto vivo e con un naso immediato, sottile, sfuggente ma invitante: note di fiori bianchi, sentori erbacei e qualche buono spunto esotico, in bocca è asciutto, lievemente citrino inizialmente ma che sa rinsavire il palato sino a conquistarlo con una decisa e lunga sapidità. Da bere a secchiate nelle calde sere afose sulla via Panoramica di Monte di Procida, o come spesso mi è accaduto di fare in passato, nei vicoli a due passi dal porto di Pozzuoli, dinanzi a un piatto di fragranti fragaglie appena fritte condite con poco sale e pepe. Insomma, un classico puteolano!

Questo articolo è stato pubblicato la scorsa settimana sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove, come sempre, abbiamo anche pubblicato una nuova ed interessante ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Inutile ribadire quanto ci fa enormemente piacere il consenso che la rubrica pare riscuotere. Grazie!

La Campania che vogliamo, Piero Mastroberardino a L’Olivo per una serata speciale al Capri Palace

1 Maggio 2011

Venerdì 13 Maggio dalle 19.30, nella suggestiva cornice del Capri Palace Hotel&Spa di Anacapri, “Mastroberardino incontra L’Olivo”.

Appuntamento esclusivo imperdibile per fare quattro chiacchiere con il professor Piero Mastroberardino, erede della storica tradizione vitivinicola campana, che ci guiderà attraverso gli oltre 130 anni di storia di vite della sua famiglia col vino in Italia e nel mondo.

L’evento avrà inizio come consuetudine con un happening di benvenuto nella cantina Dolce Vite, continuerà poi in terrazza a L’Olivo dove verrà servita una cena gourmet preparata a quattro mani da Andrea Migliaccio, executive chef del Capri Palace, e Francesco Spagnuolo, chef del Ristorante Morabianca del Radici Resort di Mirabella Eclano. Un incontro di talenti, profumi e sapori per inaugurare questo nuovo percorso enogastronomico che vedrà avvicendarsi in questa stagione aziende del calibro di Biondi Santi, Bellavista, Donnafugata, e Villa Matilde. Qui il programma completo con le date e gli chef ospiti.

In degustazione per questo appuntamento:

  • in cantina, come benvenuto, il Greco di Tufo Novaserra 2010 e l’Aglianico RediMore 2009.
  • A L’Olivo, durante la cena, in abbinamento ai piatti, il Fiano di Avellino More Maiorum 2008, Taurasi Radici 2006, Taurasi Naturalis Historia 2005, Taurasi Riserva Centotrenta 1999 ed Aglianico passito Anthéres 2009.
Per informazioni dettagliate e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri – ITALIA
Phone: (+39)081 978 0225
Fax: (+39) 081 978 0593
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com

Carano di Sessa Aurunca, I love Falernum!

12 marzo 2011

Seminare, quindi raccogliere; coltivare, quindi godere. Con grande piacere vi rendiamo notizia di un evento in programma il prossimo venerdì 25 Marzo alla Locanda delle Carrozze di Carano di Sessa Aurunca; protagonista, l’amato Falerno del Massico e le sue declinazioni!

Dopo l’evento dello scorso novembre andato in scena all’Antica Trattoria Fenesta Verde di Giugliano, uno dei luoghi storici della tradizione culinaria flegrea, dove, in molti ricorderanno, un grande successo di pubblico decretò l’altissimo gradimento sia dell’ottima cucina di Luisa e Laura Iodice nonchè dei vini di Masseria Felicia, Papa, Bianchini Rossetti, Migliozzi e Cantina Zannini.

Così, giusto per dare, ove ce ne fosse stato ancora bisogno, ancor più lustro all’opera degli amici della Confraternita del Falerno torna in scena per un secondo atto il Falerno del Massico, in odor, ci solleticano alcuni rumors, di docg; Ed ecco che ad allietare questo secondo imperdibile appuntamento per gli appassionati dell’Ager Falernus entrano in campo le prestigiose aziende Villa Matilde, Moio, Volpara, Nugnes e non ultima Trabucco. Segnatevelo in agenda quindi, il prossimo venerdì 25 marzo dalle ore 20.00 al Ristorante Locanda delle Carrozze di Carano di Sessa Aurunca, il vino unisce ciò che gli uomini dividono! 

Per tutte le informazioni:
Antonio Russo Cell. 320 791 2249
Giuseppe Orefice Cell. 335 874 7180
www.confraternitadelfalerno.it
info@locandadellecarrozze.com  

Montalcino, Amici di Bevute a caccia di Brunello

21 gennaio 2011

Amici di Bevute

professional

24 – 25 – 26 Gennaio

a Montalcino a caccia di forti emozioni 

Ma perchè? Come? Dove? Provate allora a chiedere a Nando Salemme quanto sia duro mantenere una così costante crescita qualitativa nella sua Osteria (non a caso con la “O” maiuscola) in un momento di crisi così forte ed implacabile; oppure, andate a domandare a Roberto Adduono quanto risulti difficile mantenere accese le luci su un palcoscenico come quello dove si muove quotidianamente dovendo, oltre a far stropicciare gli occhi ai suoi ospiti, far quadrare i conti a fine stagione. Pensate solo per un attimo a quanta passione, quanto amore, quanto sacrificio ci vuole in tutto quello che facciamo per voi ed avrete ottenuto tutte le risposte che desiderate. Credeteci, è dura la vita del sommelier, catapultata ogni giorno alla continua ricerca del suo santo Graal! 🙂 

Lunedì 24 Gennaio

ore 10,30 – Biondi Santi

ore 16,00 – Casanova di Neri

Martedì 25 Gennaio

ore 10,00 – Pian dell’Orino

ore 16,00 – Soldera Case Basse

Mercoledì 26 Gennaio

ore 10,00 – Podere San Lorenzo

ore 16,00 – Il Paradiso di Manfredi

Comucare il vino, con tutto l’amore possibile! Così si può.

Dieci cose che ho capito e che mi hanno tolto dalla mente ogni ragionevole dubbio!

10 gennaio 2011

Al supermercato ci vado sempre molto volentieri, amo fare la spesa e quasi sempre l’azzecco in tutto e per tutto, con buona pace della mia signora! Ho imparato addirittura anche a confrontare i prezzi, gli sconti e le offerte, anche se alla fine, diciamocelo, tutto quello che prendi da un prodotto lo perdi – a volte di brutto – su altri due o tre. Ma tantè che ci piace giocare a carte scoperte e non è certo questo il nocciolo della questione, perchè tutto è lì, in bella mostra, sei tu a scegliere, quindi una volta arrivato alla cassa, rimani l’unico responsabile dei tuoi rimorsi. Così è se vi pare, ecco perchè anche su queste pagine, troverete sempre un diario scritto a carte scoperte, che cerca di mettere assieme i tasselli di una passione e di tanto in tanto un qualche tentativo di capire, pure quando questo significa mettersi in gioco. Così, dopo più di anno di posts, persone, sbevazzate e rincorse per vigne e cantine, eccovi alcune cose che ho capito in un anno e più di blog che ritengo opportuno rilanciare per sgombrare la mente da ogni ragionevole dubbio!

1- Iniziamo con una avvertenza: Il sommelier non fa proprio tutto quello che combina Antonio Albanese nella sua divertentissima parodia. A meno che non siate disposti a sborsare una lauta mancia!

2- Le guide ai vini d’Italia, come quelle ai ristoranti servono e come. Una o due al massimo però! La prima per gli enostrippati, se no per tutto novembre di cosa scriviamo? L’altra, magari a “editori uniti” (e degustatori pure, ma quanti sono?) per il largo, larghissimo numero di consumatori, al netto dei committenti!

3- I produttori di vino ne hanno le scatole piene, ma piene per davvero, più della cantina di bottiglie, di una burocrazia che serve (nel vero senso della parola) solo ai burocrati e molto poco a loro e a i consumatori. “Avete idea di quanto costi in termini di tempo e denaro stare appresso a sti coglioni?” (cit. anonima)

4- Il giornalista enogastronomico visita tutte le aziende e/o i ristoranti di cui scrive, anonimamente, pagando i conti regolarmente (dietro ricevuta fiscale rimborsata) e ne riporta recensioni del tutto obiettive. Quindi se ti senti un mago ma non ti filano, non è colpa tua, solo questione di tempo!

5- A tal proposito, scrivere di vino non fa guadagnare, e quando lo fa, solo al farmacista di turno!

6– Inutile ribadirlo, ma per scrivere di vino, di quel vino, devi quantomeno averlo prima assaggiato.

7- Fondamentale: per poter scrivere di vino (e godere di un checchè di credibilità) devi aver letto almeno un paio di volte Mario Soldati ed aver mancato d’un soffio – per un tot così – di conoscere Gino* Veronelli, e possibilmente mettere qua e là nelle tue recensioni uno o due passaggi tanto cari ai maestri. Se no rischi di essere un tuo contemporaneo, sfigato! (*) Chiamarlo Gino – e non Luigi – è segno di gran devozione oltre che di pane quotidiano!

8- Nel Taurasi, come dimostrato per la “faccenda Brunello”, non v’è merlot o cabernet che tenga, basta non fare troppe domande in giro e pretendere pure delle risposte. Per tutto il resto, c’è il piedirosso!

9- Capri è l’isola azzurra, Ischia l’isola verde, l’isola ecologica però non sta nel golfo di Napoli.

10- Infine, questo blog non gode di sponsors, quindi niente benefattori, ma non l’ho mai scritto perchè se qualcuno volesse fare della pubblicità sul nostro blog… non saprei, dovrei vedere, valutare, mi si aprirebbe una questione etica prima che morale: vabbuò può essere che accettiamo! 😉

Pozzuoli, del Piedirosso 2008 di Contrada Salandra e di come nulla il tempo possa smentire

10 dicembre 2010

Pozzuoli, autunno 2003. Vanno via gli ultimi clienti, rimaniamo in cinque o sei, forse qualcuno in più, ma comunque solo buoni amici; abbiamo ancora voglia di bere, brindare, non di festeggiare, ma di fissare bene nella memoria questo giorno, l’inizio di una nuova, splendida avventura nel fantastico mondo del vino: nasce così, dopo un anno di intenso rodaggio, “Amici di Bevute”, e non poteva trovare, a L’Arcante, una casa migliore.

Tra i pochi rimasti, Sandra e Giuseppe Fortunato, conosciuti già qualche anno prima per i loro deliziosi mieli flegrei. Peppino, timidamente, chiede di poterci far assaggiare il suo vino, prodotto artigianalmente e frutto del duro lavoro di recupero della vigna di famiglia di via Tre Piccioni, sulla litoranea che da Pozzuoli conduce alla marina di Licola (per capirci, in zona coste di Cuma), un posto baciato dalla natura ma come spesso accade dalle nostre parti sventrato dall’abusivismo edilizio dilagante degli anni ottanta e novanta. Tant’è che ci arrivano sul tavolo, nella curiosità generale, due bottiglie di per e’palummo.

Ne apriamo una prima, bello il colore vivace, ma il vino al naso è marcato da una decisa nota di riduzione che non lascia spazio a molto altro, se non al piacevole e coinvolgente racconto; dissertiamo infatti, con ampie premesse, su cosa ci si aspetta da quel pezzo di terra fortemente voluto preservare ma che deve in qualche modo trovare una sua dimensione, soprattutto per evitare di finire nel limbo dell’abbandono, o peggio, della cementificazione. Su questo Peppino ha sempre avuto le idee molto chiare, lui e Sandra sono da sempre fortemente sensibili alla salvaguardia dell’ambiente ed hanno imparato, girando per fiere con i loro mieli, che seppur lento, c’è un ideale che puntualmente ritorna, in ogni generazione, a spazzare via ogni conquista qualunquista: è il valore assoluto della terra, per cui vale la pena lottare!

Frattanto decidiamo di aprire la seconda bottiglia, i tratti espressivi non si discostano più di tanto, è chiaro che c’è una mano poco esperta in cantina, eppure non manca di frutto, di carattere; la passione e l’amore per ciò che si fa non sono tutto e Peppino ne è consapevole, ma a parte gli evidenti difetti di manico cerchiamo, con gli accoliti, di comprendere l’anima ribelle di quel frutto che deve pur sfociare nella realizzazione di un sogno, ma è solo l’inizio, ed il tempo si sa, è un gran dottore; qualcuno tra noi chiosa, con poche parole ma che ci aiutano a ben sperare: “ha quel sapore d’uva che mi ricorda il vecchio per e’palummo sopra Cigliano, quello o’vero”. Risata a parte, li ricordo anch’io quei vini, ruvidi, austeri, squilibrati, che piacciono – quando piacciono – più alla pancia che alla bocca, eppure non mentono mai, anche quanto allontanano!

Da allora sono passati sette anni, Peppino Fortunato, silente e riflessivo come è nella sua natura, ha continuato nella sua opera di recupero e valorizzazione della vigna di famiglia, ha chiamato ad aiutarlo in cantina quella mano di cui tanto aveva bisogno, quell’Antonio Pesce che tanto conosce di piedirosso e che tanto ha imparato a rispettarlo e valorizzarlo, così appena messo piede in cantina si è subito cambiato registro. Ottimo fu il 2005, il primo millesimo di riferimento assoluto per Contrada Salandra; ricordo ancora come fosse ieri, l’amichevole “scontro” verbale avuto proprio quell’anno con Peppino, che impaurito dalle prime difficoltà commerciali, aveva deciso di declassare buona parte della vendemmia precedente per meglio collocarlo – come igt – sul mercato locale ad un prezzo decisamente appetibile: “scellerato, gli dissi, non te ne curare, i tuoi obiettivi sono altri!”.  

Il 2008 è la rappresentazione esemplare di quegli obiettivi, prima la terra, poi l’uva, quindi l’uomo, capaci di interagire ma in nessun modo di superarsi; un millesimo, qui come altrove nei Campi Flegrei, specchio di quell’anima, tutta flegrea, appannaggio di pochissimi sul territorio che del territorio ne hanno tessuto la storia e si propongono oggi più che mai di salvaguardarla e valorizzarla. E parlo dello storico, fondamentale coinvolgimento della famiglia Martusciello, del silenzioso ma efficacissimo lavoro dei Di Meo piuttosto che la maniacale ricerca di Gerardo Vernazzaro, ma anche della rincorsa dei vari Antonio Iovino o di Cantine del Mare. Oggi il piedirosso sembra avviato ad arrivare sulla bocca di tutti, o meglio, da più parti si spinge affinchè sia proprio questo rosso tutto nostrano a soppiantare il fallimento – solo temporale – del più nobile dei vitigni campani, l’aglianico. E’ il piedirosso o dover riscaldare gli animi, a fare da apripista al ben più austero e longevo aglianico, il chiavistello da insinuare nelle maglie, sempre più intricate, di un mercato in persistente agonia e perennemente oppressivo sulle esigenze che hanno invece certi rossi da invecchiamento.

Per qualcuno insomma, la cosiddetta manna dal cielo, ma si badi bene, e questo è un monito, non un semplice invito, non si tenti di fare di questo straordinario vitigno un figlio di puttana qualunque da prostrare ai piedi dell’ignorante di turno, soprattutto perchè è in terra flegrea, dove giace in gran parte ancora a piede franco, che meglio riesce, più di qualunque altro luogo in Campania, ad esprimere la sua verità varietale.

Il Piedirosso 2008 di Contrada Salandra esprime un gran bel vino, e più di ogni altra parola val la pena veramente di berlo, quasi ascoltato in ognuno dei sorsi che suggerisce. Una eccellenza frutto di un lavoro durato almeno cinque anni, secondo me già sfiorata, di una o due spanne, nel 2007, ma qui, oggi, decisamente colta nel segno. Le uve sono state raccolte il 25 e 26 ottobre nei vigneti di Monterusciello e Licola, dopo la diraspapigiatura hanno subito criomacerazione a 4 – 5°c per circa 24 -36 ore; successivamente all’avvio del processo di fermentazione la stessa è stata prolungata per circa 22 gg, con rimontaggi leggeri più o meno ogni 8 ore (tre al giorno!). E’ un vino che non è stato chiarificato, ma filtrato, ha fatto solo acciaio ed è stato imbottigliato solo lo scorso giugno 2010. Il colore, rubino scarico, ricorda la ciliegia in via di maturazione, vivace e particolarmente luminoso.

Il primo naso è volto a sensazioni molto sottili e fini di fragranti fiori e frutti rossi, molto gradevole anche la vinosità, pacata e ben fusa al quadro olfattivo generale, che spesso caratterizza il per e’palummo flegreo. In bocca è secco, pervade il palato con una decisa sensazione di freschezza e nonostante gli oltre 13 gradi e mezzo non sembra affatto soffrire di alcuna pesantezza gustativa, offre infatti una beva costantemente pulita e fine, con un ritorno di frutto, anche sul finale, piacevolmente minerale. Un rosso di estrema piacevolezza, da pochi giorni commercializzato, da non far mancare alla vostra tavola natalizia. Avete presente gli spaghetti col ragù di polpo?

Giugliano, Parlare di Vino con il Terra di Lavoro

24 novembre 2010

Il prossimo 2 dicembre all’antica trattoria Fenesta Verde un nuovo appuntamento con “Parlare di Vino”, il ciclo di incontri monotematici che ci siamo inventati per raccontarvi i grandi vini italiani in verticale. Siamo partiti, come il cuor comandava, dai due vini se vogliamo più rappresentativi, ognuno nelle proprie realtà, della Campania nonchè della coraggiosa scelta di una azienda di produrre un solo grande vino a dispetto di una domanda di mercato negli anni sempre più cresciuta e soprattutto pressante. Ecco quindi che dopo la bellissima sessione condivisa con Silvia Imparato lo scorso 11 novembre proviamo a raccontarVi, con uno dei patron, Arturo Celentano, un’altro grande rosso campano, il Terra di Lavoro di Galardi prima di aprirci, il prossimo anno, ai confini nazionali con altre perle questa volta dell’enologia italiana.

Giugliano, le tante anime del Falerno del Massico

11 novembre 2010

Un nuovo appuntamento da non perdere il prossimo mercoledì 24 novembre all’Antica Trattoria Fenesta Verde di Giugliano, dove ci siamo messi in testa di raccontarvi le tante anime di un vino, il Falerno del Massico, tra i più antichi al mondo e di un’areale in grande fermento. Con Maria Felicia Brini, Antonio Papa, Tony Rossetti, Giovanni Migliozzi e non utlima, Cantina Zannini, “cammineremo”, bicchiere alla mano, nell’affascinate mondo di un vino con oltre duemila anni di storia. Dopo Silvia Imparato, e prima della storica verticale di Terra di Lavoro del prossimo dicembre, un altro appuntamento, firmato L’Arcante, da vivere con tutto l’amore possibile! 

Per informazioni e prenotazioni
Antica Trattoria Fenesta Verde
Vico Sorbo, 1 Giugliano in Campania (NA)
Tel. 081 894 1239 – Cell. 338 830 5646

Giugliano in Campania, si ritorna a Parlare di Vino

20 ottobre 2010

Con l’arrivo dell’autunno mettiamo subito in campo tutte le vecchie buone intenzioni per continuare a tessere quel filo diretto con la terra, i luoghi, le persone, che ci consentono, quotidianamente, di comunicare il vino con tutto l’amore possibile! Molte le iniziative in pentola, con Amici di Bevute riprenderemo presto a camminare le vigne e mettere su incontri conviviali da non perdere, da raccontare e ripetere all’infinito. Giovedì 11 novembre invece parte un nuovo progetto, itinerante, si chiama “Parlare di Vino”, ci porterà in giro a raccontare i grandi vini con parole semplici, perchè in un momento in cui si sente come non mai, nel mondo del vino in particolare, la necessità di scoprire, conoscere, capire pensiamo che tra i tanti un modo utile per farlo al meglio sia proprio quello di aprire – a tutti – quello scrigno meraviglioso che custodisce i grandi vini!

Questo il primo appuntamento in programma

Illasi, Valpolicella Sup. Monte Lodoletta 2004

25 settembre 2010

Ricordo come fosse ieri quando, più o meno una quindicina di anni fa, lavorando tra i tavoli di uno dei ristoranti più cool dell’epoca a Pozzuoli, La Fattoria del Campiglione, non di rado mi capitava di aprire signore bottiglie, a volte in una sequenza e con una costanza che avrebbero fatto imbarazzo anche alla migliore “cantina” d’Italia.

Tra i vini più gettonati vi erano immancabili alcuni tra i nomi già allora storici dell’enologia italiana e gli immancabili SuperTuscan che vivevano, forse,  il loro momento top: Sassicaia, Ornellaia, Solaia e i vari figli di un “aia” superiore sembravano lanciatissimi in un’ascesa inarrestabile, e con i vari Gaja e Biondi Santi – come se l’uno e l’altro producessero un solo unico vino di inestimabile valore – sembravano assurgere a pane vino quotidiano, la bottiglia da non far mancare sulla tavola, lo status symbol da sbattere in faccia ad amici enogastrofanatici o come talvolta accadeva, più semplicemente un classico e banale sciovinismo di ignoranti enosboroni alla ricerca di alcol e tannini per allungare la bottiglia di coca-cola da un litro.

Nel mezzo di tutto questo marasma enoico, tra il dire fantastico ed il mio illibato diletto da provetto sommeliericchio, ci capitavano di tanto in tanto una o due bocce di tal Quintarelli Giuseppe o del suo mite ma ambizioso allievo Romano Dal Forno: erano quelli, momenti di gran confusione frammisti però alla tangibile percezione di stare maneggiando nettare ieratico a cui mai avevo avuto accesso prima di allora, e non sapevo, puntualmente, dove andare a parare per avere un riferimento utile degustativo per meglio comprendere l’intensità, l’opulenza e la profondità che questi vini erano capaci di scatenare, al naso come al palato; poi, nel tempo, capii che non ne esistevano, probabilmente erano proprio quelli dei nuovi a cui guardare.

Di Romano Dal Forno e del suo maestro Quintarelli non oso nemmeno scrivere due righe, ma solo perchè nonostante le belle esperienze sensoriali successive agli esordi appena descritti, maturate tra l’altro con una coscienza sempre più ferrata in materia, non ho avuto ancora l’onore di toccare con mano le loro realtà, pertanto, speranzoso di camminare nuovamente quelle terre per finalmente colmare questo vuoto, vi rimando a questo bellissimo ed esaustivo pezzo di Roberto Giuliani che trovate su LaVINIum, leggerlo vi aprirà la mente su una storia, quella di Dal Forno, che oggi è sì leggenda, ma che ha origini ancora più suggestive.

Dove invece ci metto volentieri la bocca è su questo straordinario vino, il Valpolicella Superiore Monte Lodoletta 2004, quest’anno assaggiato, tra i tanti, in più di una occasione; sorpresa delle sorprese, l’altra sera con gli Amici di Bevute, radiografandone a puntino tutte le possibili sfumature l’abbiamo consacrato a pieni voti a… “Mamma che vino!”. Il Colore ha una carica impressionante, è puro inchiostro, cristallino, impenetrabile e vivacissimo, pare ancora sobbollire nei tini; il primo naso offre uno spin up incredibilmente coinvolgente: frutta macerata, polpa di frutti neri in confettura, cioccolato, cuoio, cipria. In bocca ha un attacco deciso, infonde immediatamente una gran voluttà, ha muscoli tonici e non vuole certo nasconderli ma, come forse solo in pochi, non tende all’ostentazione, piuttosto scivola via setoso, fresco, pulito, in profondo equilibrio, lasciando il palato imbrigliato tra il frutto decisamente croccante ed una sostanza glicerica sostenuta eppure mai stancante, di estrema finezza ed eleganza: proprio un gran bel vino, che vale tutti i novantacinque/cento euro che vi chiederanno in una onesta e fornita enoteca. 

Ecco, credo proprio che puoi rischiare di lasciarci il naso in un bicchiere del genere, pensare di farla finita una volta per tutte con i cosiddetti vini facili (ma quali sono poi?), eppure penso che sono proprio grandi vini come questo che ti lasciano apprezzare quanto possiamo ritenerci fortunati in Italia ad avere terre e vigne così profondamente dissonanti ed uomini e vini così marcatamente diversi tra loro, a volte più unici che rari, con buona pace dell’effimera, stupida omologazione che, non ultimo vedi il caso Cirò, non si smette ancora oggi, di rincorrere.

La torrida estate e 6 buoni vini da non perdere (ma se ve li perdete non succede mica qualcosa!)

5 agosto 2010

Agosto, è piena estate! A parte l’intenso ma breve schiaffo temporalesco della settimana scorsa possiamo affermare di essere già da un pezzo nel bel mezzo della bella stagione, e fra tre-quattro giorni, dicono gli esperti, le temperature potranno salire ancora fino a 38 gradi, in particolare, come sempre, al sud. Sempre gli esperti ci dicono che ormai è uno schema risaputo e che tutti gli anni ci tocca, è diventato quasi regolare infatti l’assenza di una primavera degna di questo nome, e neppure l’inizio dell’estate, quella tiepida di fine maggio, per intenderci, risulta più riconoscibile: in pratica “non esisterebbe più la mezza stagione”.

Qualcuno ha gridato: e l’anticiclone delle Azzorre, che fine ha fatto? Beh, pare abbia pure lui i suoi problemi, in verità si vocifera che il nostro bene amato se ne stia per conto suo visto i tempi che corrono dalle nostre parti. Pertanto, cari Amici di Bevute , tenetevi la calura, e se accettate un consiglio, beveteci su; Cose semplici s’intende, fresche, di quelle che “nippano” le papille gustative e rivitalizzano il gargarozzo: ma si, per una volta che vadano pure al mare sti’ sommelier, della serie “faciteme sta’ quijete”!!

L’ordine è più o meno sparso, gli assaggi abbastanza recenti e sostenuti da ampio confronto e gradimento con i miei avventori, pertanto potete fidarvi :-).

Coda di Volpe del Taburno 2009 Fattoria La Rivolta, sempre in crescendo i vini di Paolo Cotroneo, la sua coda di volpe, abbandonata la veste muscolosa che l’ha accompagnata egregiamente agli esordi di qualche anno fa, spunta ad ogni nuovo millesimo un risultato migliore del precedente. Dal colore paglierino tenue con sfumature dorate esprime un ventaglio olfattivo molto pulito, piuttosto invitante. In bocca è decisamente asciutto, con una beva di sostanza ma sorretta da una acidità importante. Avete presente una tranquilla cena a pochi centimetri sopra il mare, con il vento che lentamente ti gira intorno e ti tiene lieve mentre due occhi neri ti stampano la felicità nel cuore?

Vdt bianco Joaquin dall’Isola 2009 JoaquinRaffaele Pagano ci ha ormai abituati a vini per niente banali, con la sua cantina ha messo su in realtà, in quel di Montefalcione, un piccolo “laboratorio” enologico a disposizione di chi, come enologo, voglia cimentarsi con i vitigni autoctoni campani ed esprimere attraverso questi la propria arte di fare vino. Non poteva mancare nella “collezione 2009” un vino di una suggestione unica, che nasce dalle vigne capresi che guardano il mare del golfo di Napoli dall’alto della solenne tranquillità della piccola Anacapri. Greco, Biancolella e Falanghina selezionati acino per acino da Sergio Romano per un vino sinceramente sorprendente: dal colore paglierino tenue, intriso di sentori floreali molto invitanti e di sfumature agrumate assai gradevoli. In bocca è asciutto, possiede un ottimo slancio gustativo che avvolge di sana freschezza il palato e chiude su un finale lievemente iodato. Ecco la novità dell’anno, solo 820 magnum, per un vino ben fatto, che va molto oltre la semplice intuizione di dare nuovo slancio alla viticultura caprese. Bravo Raffaele!!

Langhe Arneis Blangè 2009 Ceretto, è un vino che non riesco ad amare, e sinceramente nemmeno ci provo, sarà un mio limite? Idiosincrasia a parte però, mi trovo costretto a prendere atto di un fenomeno di mercato tanto comune quanto apprezzato, a tratti ricercato. C’ho buttato dentro, così per caso ( 😦 ) il naso, pulito, interessante, di fiori e frutta esotica; Me ne sono appena bagnato le labbra, poi un sorso, e ancora uno per essere certo di aver ben compreso: è un buon vino, sinuoso ma senza particolare profondità, appena godibile, leggero.

Asprinio d’Aversa brut Grotta del Sole. “Vorrei poter bere un vino bello freddo, fregandomene per una volta, dei precetti. Lo vorrei secco, anche un tantino acido, magari con delle belle bollicine che mi tengano sveglio il palato. Desidero un vino di questo tipo, che posso trovare con una certa facilità e ad un prezzo conveniente, che sia però prodotto da una azienda di cui mi possa fidare, che magari mi possa raccontare di se e della sua terra, dei suoi vini autentici”. Devo aggiungere altro?

Rheingau Riesling Sauvage 2008 George Breuer, seppur la gente continua a storcere il naso quando gli proponi una bottiglia con il tappo a vite, sono sempre più convinto che il sughero, quello buono, dovremmo pensare seriamente di preservarlo solo per le bottiglie migliori e destinate ad un lungo invecchiamento.  E’ indubbio che si tratti di una questione innazitutto culturale – soprattutto mittel europea – che dovremo prima o poi fare anche nostra. Venendo a questo riesling, tedesco per elezione, è un vino decisamente affascinate, uno di quei vini dalla pulizia olfattiva disarmante, quasi inebriante. All’approccio gustativo è tagliente, infonde notevole freschezza al palato richiamandone subito un nuovo sorso, non ha, al momento, le suadenti note di idrocarburi che a taluni piacciono tanto, ma tanto è finemente minerale quanto particolarmente saporito. Da ricordare di bere.

Collio Sauvignon Ronco delle Mele 2009 Venica&Venica. E’ – con il de la Tour 2008 di Villa Russiz e il Picol 2008 di Lis Neris – tra i migliori assaggi di quest’anno del varietale; Un vino che non posso fare a meno di annoverare tra i miei preferiti italiani nel gioco di rincorsa al più austero e selvaggio dei vitigni internazionali. Sempre sugli scudi, proprio da un recente assaggio – 25 campioni da tutto il mondo, alla cieca – il Ronco è emerso a mani basse e senza smentita alcuna come il più appassionate dei blanc in batteria: dal colore paglierino viene fuori un bouquet olfattivo sempre in grande spolvero, fiori di sambuco e note vegetali su tutti, balsamico. Al palato non fa mancare una certa vivacità gustativa, quasi intransigente prima di offrirsi in un finale di bocca ricco e oltremodo piacevole. Da tenere sempre a portata di mano!

Magari poi mi ringrazierete pure, forse.

La calda estate degli Amici di Bevute: quando il Fiano di Avellino sorprende, conquista, delude.

26 luglio 2010

Appena qualche giorno fa vi ho raccontato di una spelndida serata¤ vissuta tra amici in quel dell’Abraxas¤ a Pozzuoli dove ci eravamo riuniti, di piacere e di gusto, per bere del buon Pinot Nero. Entusiasti di come era andata quella cena, ci eravamo ripromessi di rivederci appena possibile per un nuovo appuntamento, stavolta centopercento bianchista; tra un sms e l’altro, è venuto fuori di puntare una dozzina di fiches bottiglie sul fiano.

Premessa: Qualcuno avrà pensato di apparire troppo originale nel portare con se bottiglie non Irpine, cosicchè alla fine ci siamo ritrovati con 11 vini dei quali 10 Fiano di Avellino ed uno solo, Il Cumalè di Pasquale e Betti Mitrano di Casebianche, del Cilento. Vatti a fidare del buon intuito…

Prologo: ognuno si è preoccupato di procurare almeno tre bottiglie di vino, opportunamente celate da carta stagnola e decapsulate. Al momento dell’arrivo a casa di Gerardo ed Emanuela sono state consegnate nelle mani di una persona che successivamente non ha partecipato alla degustazione (e neppure siedeva tra noi) che ha provveduto a numerarle e poi di volta in volta a consegnarle alla tavola. Tutto questo pragmatismo, sia ben chiaro, non è stato messo su per ostentare certe “pippe mentali” sulla tecnica della degustazione alla cieca (che tanto ci piace ma che in queste serate preferiamo relegare al noncipuofregardemeno!) ma piuttosto perchè se divertimento doveva essere volevamo che lo fosse fino in fondo.

Questo il risultato a latere di un piacevolissimo convivio tra Amici di Bevute; la sequenza dei primi cinque vini esprime quello che potremmo definire “il podio”, in base ad una loro valutazione in termini di franchezza, integrità e piacevolezza. Gli altri vini, alla luce di quanto espresso, vengono ritenuti praticamente alla pari seppur alcuni di essi ci sono apparsi in chiara difficoltà, qualcuno addirittura rovinato.

Fiano di Avellino 2008 Colle di San Domenico, un vino davvero delizioso, assai piacevole, di una freschezza memorabile ed una franchezza incredibile. Ci ha conquistati tutti, all’unanimità e senza riserva alcuna. Dal bellissimo colore cristallino ai profumi freschi e profondamente varietali, alla distanza anche di una particolare ampiezza ed eleganza. L’impressione è di una materia prima di altissimo lignaggio e molta poca tecnica in cantina se non lo stretto necessario, da manuale insomma.

Fiano di Avellino Exultet 2008 Quintodecimo, della serie, già un classico? I vini di Luigi Moio come pochi riescono a dividere (non si capisce perchè :-)) ma come pochissimi altri riescono ad esprimere una tale perfezione tecnica. Un vino infinito, impressionante per la materia che esprime, in bocca più che al naso. Dal bellissimo colore paglierino carico, al naso è carezzevole e suadente, intenso, ampio e profondo, giocato su di una eleganza di rara fittezza. E’ buono, ma buono per davvero, come il pane!

Fiano di Avellino Pietracalda 2009 Feudi di San Gregorio, tecnicamente perfetto, molto piacevole, nessuna sbavatura. Ottimo compagno a tutto pasto di grasse bevute, nessun sussulto se non il pensiero di come in Feudi di San Gregorio stiano percorrendo una strada di crescita qualitativa costante, espressa a mani basse da una gamma di vini, ormai prodotti in quantità certamente industriale ma che difficilmente risultano inaffidabili. Per palati al primo approccio con il varietale, ammiccante.

Fiano di Avellino Colli di Lapio 2007 Romano Clelia, l’annata calda non l’aiuta certamente ad esprimere il meglio di se, di un terroir assolutamente d’elezione per il varietale e senz’altro di riferimento per il movimento bianchista in Campania, ma val bene l’assaggio. Il colore è un tantino surmaturo, già tendente all’oro, il naso è un effluvio di sensazioni dolci, molto piacevoli a dire il vero, ma guai a lasciare andare la temperatura sopra la soglia ottimale dei 10-12 gradi, il ventaglio olfattivo ai più potrebbe risultare stucchevole se non addirittura spiacevole. Buono il palato, manchevole in profondità, non in acidità.

Fiano di Avellino 2009 Cantina Astroni, il padrone di casa naturalmente non ha resistito alla tentazione di infilare in batteria una delle sue bottiglie. Sulla falsa riga del Fiano di Colle di San Domenico abbiamo ritrovato in questo vino estrema piacevolezza. Naso molto invitante, palato pulito, fresco, di gran bella beva. Non un vino lunghissimo in bocca, ma certamente impossibile da confondere. Ottimo passaggio, di certo il pensiero che questo è solo il secondo anno nel quale Gerardo si cimenta in tutto e per tutto nella vinificazione di Fiano di Avellino è foriero di ottimi auspici per il futuro aziendale, soprattutto perchè le uve hanno origine in un’areale ben esposto della denominazione, a Montefalcione.

A margine, come detto, Il Vintage 2002 di Mastroberardino (risultato di tappo), il Cumalè 2009 di Casebianche che non ci ha convinti ma siamo certi che si sia trattato di una bottiglia poco espressiva. Nando Salemme ci ha tenuto a sottolineare che ne aveva goduto appena la sera prima ed era di tutt’altra pasta, io stesso ho avallato tale opinione essendo un convinto fan dei vini¤ di Pasquale e Betti Mitrano. Il Vigna Pezze 2007 di Struzziero invece non è per niente pervenuto: un vino decisamente greve, assolutamente inespressivo, ma qui la qualità della bottiglia c’entra poco.

Ci è dispiaciuto invece non aver potuto godere e dissertare di Bambinuto, piccola realtà (in verità specializzata sul Greco di Tufo) in buona crescita, ma la bottiglia di Fiano aperta ci ha letteralmente sconvolto: crediamo essersi trattato di un serio problema che speriamo non comune ad altre bottiglie in giro, il vino era praticamente rancido, il colore sull’ambrato, assolutamente svanito al naso.

Una considerazione a parte meritano i due Fiano di Avellino di Ciro Picariello e Guido Marsella, entrambi 2006 ed inaspettatamente relegati – ad unanimità – in fondo alla classifica. Del valore dei due “winemaker” ne abbiamo piena coscienza soprattutto per la ventata di nuovo ideologico sul varietale (addirittura avvicinabile – in certe annate – al Riesling della miglior Mosella¤) che sono stati capaci di affermare soprattutto negli ultimi quattro-cinque anni in Campania; non è da meno l’enorme considerazione che nutriamo per il terroir di Summonte che i suddetti, con i propri vini, rappresentano in maniera più che egregia, in certe annate davvero con esecuzioni eccezionali; questa omogeneità espressiva però sembra tanto una costante di primissimo pelo nelle grandi annate quanto un limite invalicabile in quelle definite “minori”.

Di Picariello rimane indimenticato indimenticabile il 2004, di Guido Marsella oltre al vino, la sua storia personale che lo ha consegnato ad esso e immediatamente consacrato come il “rookie” più interessante dell’ultimo ventennio; una storia contornata tra le altre cose da una passione infinita, tanto da farlo decidere di rompere col passato per tuffarsi, letteralmente, in vigna.

Insomma, il millesimo 2006 non è stato per niente tenero con il fiano e la diluizione del frutto che si palesa nei bicchieri non ci offre certo spunti di riflessioni entusiastiche, ma per dirla tutta, un semino di assennatezza lo vogliamo lanciare: è proprio tutta colpa dell’annata o c’è dell’altro? Inoltre, questo limite, siamo disposti in tutto e per tutto ad accettarlo accontentarci o tecnicamente si potrebbe fare di più? E cosa direste se vi avessero detto che prima di berle queste stesse bottiglie avreste dovuto aspettarle almeno per tre-quattro anni, con tale risultato nel bicchiere?

Hanno partecipato al convivio, per precisione di cronaca: il sottoscritto, Vanna Ambrosino e Nando Salemme (ristoratori, il secondo sommelier professionista), Emanuela Russo (sommelier), Lilly Avallone (sommelier professionista), Gerardo Vernazzaro (enologo), Rosaria Fiorillo (sommelier)  oltre che alcuni Amici di Bevute particolarmente appassionati.

Pozzuoli, metti una sera di luglio a cena…

8 luglio 2010

E’ accaduto ieri sera, e qualche tempo prima, un saluto accorato ci ha legati ad una promessa, di ripeterlo tra qualche giorno, e poi ancora dopo l’estate, ma non vi nascondo che c’è un altissima probabilità che ciò continui all’infinito, non un appuntamento fisso – le agende servono a poco quando a scriverle è chi ha solo l’interesse a riempirle quanto più gli è possibile – ma cadenzato dalle opportunità del momento, dal piacere di stare assieme.

E’ accaduto ieri sera, dicevo: c’era l’aria giusta, leggera, a dirla tutta anche un po frescolina, il buon umore si respirava a grasse boccate tanto che il nostro ritardo è passato (quasi) inosservato; le facce, belle seppur per niente abbronzate (!) non avevano fretta di sorridere, ma ne avrebbero colto l’occasione appena arrivato il momento del saluto. Le strette di mano? Solo il primo approccio a baci e abbracci appiccicosi: come si sa può sempre capitare di ritrovarsi a cena senza conoscersi tutti, e pur consapevole che ciò non sempre è una scelta vincente, il piacere di stare assieme, quello puro, per rimanere indelebile, pare rafforzarsi nella lieve attesa, con l’inaspettato incontro ravvicinato con “l’altro tipo”.

E’ bastato un sms, di poche righe, inviato quasi per gioco: “oh, ci vediamo mercoledì, alle nove. Porta una paio di bottiglie di Pinot Nero, celate, mi raccomando”.

Così nasce tutto, così è stato, è accaduto che ci siamo riuniti intorno ad un tavolo, nella casa di Nando e Wanna, come stare a casa propria: abbiamo mangiato purezza e semplicità, chiacchierato a lungo, (s)parlato quel poco che basta, sorriso moltissimo. Ah, quasi dimenticavo, abbiamo bevuto molto bene!

P.S.: giammai accettare ancora Sauvignon da Gerardo Vernazzaro 😉

Professione Sommelier, viaggio in Borgogna…

9 giugno 2010

Associazione Italiana Sommeliers Campania

presenta

Viaggio in Borgogna

Un evento memorabile di scoperta e crescita professionale; Il viaggio-studio nella regione simbolo del mondo del vino rappresenta un appuntamento imperdibile, da vivere con tutto l’amore possibile! Noi ci saremo, e non mancheremo di raccontarvelo… tutto!

Questo l’itinerario in programma:

  • Mercoledì 16/06
  • Trasferimento aeroporto Torino/hotel Le RichebourgVosne-Romanée
  • Nel pomeriggio escursione a Digione e rientro dopo cena 
  • Giovedì 17/06
  • Mattinata
  • h 10.00 visita all’ azienda DomaineDujac a Morey S. Denis
  • h 12.00 visita all’azienda Chateau de La Tour a Vougeot 
  • Pomeriggio 
  • escursione a Beaune, rientro dopo cena 
  • Venerdì 18/06
  • Mattinata
  • h 10.00 visita all’azienda Trapet Pere et Fils a Gevrey- Chambertin
  • Pomeriggio
  • h 16.00 visita all’azienda Domaine Charlopin-Parizot a Brochon
  • Sabato 19/06
  • Escursione e visita all’Abbazia di Fontenay a Montbard
  • Eventuale serata a Digione
  • Domenica 20/06
  • Rientro a Torino con sosta e visita a Chambery
  • in serata volo di rientro a Napoli

Associazione Sommeliers Campania
Cooperativa Casa Caserta 1 – Via delle Quercie
Centurano
Caserta
Italia
81023
info@aiscampania.it
Telefono: 0823/34.51.88
Fax: 0823/34.51.88

Quando le bollicine fanno (fare) ohh… è Krug!

12 marzo 2010

Calma, calma, lo ammetto subito, ho sbagliato abbigliamento, ma volendo cadere, per così dire, in piedi, mettiamola così: la voglia di essere immortalato con Olivier Krug, con in mano un bicchiere di Collection Millesime brut 1982 e inneggiare al “campione!” pur essendo rimasto senza parola è cosa da pochi, ed era oltretutto, il minimo che potessi fare per sua maestà Krug! Che dite, ne esco..?

L’evento è stato, mediaticamente parlando, uno di quelli passati un po’ sommessamente; la maison ha invitato alcuni clienti da tutto il sud Italia per condividere con loro le più preziose delle bollicine di casa Krug e con l’occasione presentare la nuova distribuzione, che dopo l’uscita di scena di Antinori è passata completamente nelle mani della proprietà LMVH, per intenderci stesso canale Moet Hennessy; Per l’occasione ha scelto come location la Città del Gusto di Napoli e la cucina del giovane, e aggiungo bravo, chef Nicola Miele affidando poi la cabina di regia ad alcuni “pezzi da novanta” del gruppo servizi dell’Ais Napoli, che devo dire, hanno dato dimostrazione di come la professionalità del sommelier è fondamentale per esaltare al meglio certi appuntamenti di degustazioni.

Tutto ha inizio nel lontano 1843 grazie al fondatore Johann-Joseph Krug ma sembra, dalla leggerezza e dalla pervicacia delle parole di Olivier, che sia passato pochissimo tempo e che si stia ancora cercando quel mito, per molti già affermato, fine ultimo della costante ricerca della complessità e del valore aggiunto di ognuna delle bottiglie di questo straordinario champagne. “Ognuna di queste bottiglie non vuole essere fine a se stessa e non vuole ricalcare ogni anno il millesimo o la cuvèe dell’anno precedente, non ci siamo mai preoccupati di ripeterci, solo di dare la più alta valorizzazione al millesimo raccolto ed alla materia prima che ci ha consegnato”.  Ogni anno, ci racconta, si ritrovano col papà Henry e con lo zio Remy, assieme ad alcuni degli chefs de cave della maison, ad assaggiare mediamente 1600-1800 vini base per far fronte costantemente alle evoluzioni dei vini base raccolti o in affinamento-invecchiamento in cantina. Solo le microvinificazioni d’annata sono almeno 250 per vendemmia, vigna per vigna, parcella per parcella, in alcuni casi, come Clos du Mesnil, di filare in filare, poi si passa alle riserve custodite nelle caves, e tutto questo almeno due-tre volte durante tutto un anno: un lavoro maniacale, mastodontico, ma necessario per portare in bottiglia l’essenza dell’eccellenza che solo la terra di Champagne sa offrire, ormai da almeno 6 generazioni.

La tavola è preparata per bene, essenziale ma curata, il maitre con i suoi commis puntuali e disponibili, il pranzo è un susseguirsi di portate eccelse, ottimo l’amuse bouche di baccalà, particolarmente buono la scacchiera di Tofu con la cappasanta, delizioso il tortello di seppia; Avrei, sinceramente, solo evitato la commistione maialino-fois gras-astice del secondo, davvero azzardato, poco grato ad ognuno dei sapori. Il servizio dei vini, come detto, senza una grinza, anzi le temperature dei vini sono state millimetriche, fondamentali per cogliere ognuna delle sfaccettature carpite nei vini. Ma i vini? Beh, passabili, Overture con Clos du Mesnil ’98, poi in sequenza Krug Vintage ’98, Krug Grande Cuvèe e a chiudere, credevamo, Krug Rosè. Ai saluti finali il colpo a sorpresa, Krug Collection brut 1982, ma di questi profumi e sapori ne leggerete solo tra qualche giorno, rimanete sintonizzati!!

A Tramonti sotto l’acqua e col vento…in faccia!

10 marzo 2010

Metti un giorno a Tramonti, alcuni Amici di Bevute a camminar le vigne, a caccia di tintore. Non pensate però di ritrovarvi col solleone e con la sottile brezza della vicina Costiera Amalfitana a rinfrescarvi dal caldo: abbiamo preso tanta di quell’acqua e di quel freddo che nemmeno il capitano Findus se li può sognare!

Valichiamo il passo di Chiunzi in perfetto orario, sono circa le dieci e mezzo quando ci incontriamo a Tramonti; Lungo il viaggio, in macchina, con l’enologo Gerardo Vernazzaro abbiamo cercato di fare il punto della situazione, un preambolo necessario a prepararci all’incontro con un luogo e con dei vini necessariamente da vivere e bere qui per rendersi conto pienamente del valore e del significato che portano dentro di loro. Arriviamo a Tenuta San Francesco verso le undici, ci accoglie Gaetano Bove, inizia a piovere a dirotto, si alza un vento freddo, gelido e ficcante, ci spostiamo nella piccola cantina dove il mentore del Per Eva ci racconta la sua storia, la sua vocazione fortemente motivata da origini indelebili e del progetto dell’azienda che senza dubbio sarà in futuro il passpartout per far arrivare Tramonti ed i suoi vini in tutto il mondo. Riusciamo, dato i tempi strettissimi, a “sentire” solo due vini curati dall’enologo Carmine Valentino, che nel frattempo ci ha raggiunti nella piccola bottaia. E’ Iss 2007, tintore in purezza che uscirà però sul mercato solo dopo l’estate ed il 4 spine 2007. Non possiamo, ahinoi, accettare l’invito di Gaetano a rimanere a pranzo, ci aspetta di lì a pochi minuti, Gigino Reale a Gete.

Arriviamo così all’Osteria Reale, Luigi detto Gigino ci aspetta con il fratello nell’accogliente sala del ristorante di famiglia preparata per l’occasione per intrattenerci (finalmente al caldo) per la verticale del suo tintore, fuori continua a piovere, a tratti a neve, ed il freddo è ancora più incisivo data l’altitudine. Il senso dell’ospitalità che amano profondere certe persone è impagabile, come il senso di un vino, il Borgo di Gete che è un patrimonio affettivo prima che storico di uno dei luoghi più suggestivi della Costa d’Amalfi.

Così lo abbiamo inteso condividendolo con due persone eccezionali, e Gigino in particolare ci è apparso una di quelle persone che non smetteresti mai di invitare a casa tua, tale è la sua spontaneità, tale la sua capacità di interazione che da Tramonti e dal tintore ci siamo ritrovati all’improvviso persi tra Silvia Imparato, i giornalisti e finti tali e le poche regole che non debbono mai mancare nei rapporti umani, tra cui il rispetto delle persone innanzitutto. Così tra l’ottima mineralità dell’Aliseo e l’occhietto ammiccante del Cardamone ci siamo deliziati con tutte le annate dal 2005 al 2009 del Borgo di Gete, tracciando una prima linea caratteriale, a dir poco sorprendente, di questo intrigante vitigno autoctono di Tramonti tutto da scoprire.

Abbiamo certamente sforato con i tempi, ma poco importa, ci lasciamo Gete alle nostre spalle e ritorniamo giù per andare a dare una occhiata alla cantina Monte di Grazia di Alfonso Arpino, lungo la strada una sosta, doverosa, al vigneto “Madonna del Carmine” dove è letteralmente “da lacrime” ammirare le decine di viti ultracentenarie di tintore che s’intrecciano a raggiera a disegnare un paesaggio fantastico, certamente fuori da ogni regola vitivinicola sostenibile e fuori da ogni esperienza-ricordo vissuti sino ad oggi. Continua a piovere a dirotto, continua a fare un freddo tagliente, sembra quasi che il tempo ci metta alla prova. Risalire però quest’altro lembo di costone ci lascia ammirare una cartolina di una suggestione unica, adesso la vista sull’areale è praticamente assoluta, l’acqua ha reso incredibilmente splendente il verde delle colture di sovescio che riluccicano ai piedi dei grossi tralci di vite che disegnano traiettorie apparentemente senza mete ma che invece consegnano un colpo d’occhio, geometrico, folgorante, inimmaginabile.

Vorrei poter conferire con il sindaco di Tramonti per lasciargli capire, se ce ne fosse mai bisogno, dell’inestimabile patrimonio che si ritrova tra le mani la sua comunità e sensibilizzarlo invece, urgentemente, anche costringendolo in qualche modo, a rimuovere l’ammasso di ferraglie (materiale di risulta, auto dismesse, baracche) che fanno da sfondo, ahimè, a tutto questo bel vedere. In cantina Gerardo Vernazzaro, con cui abbiamo messo su questo appuntamento, ci lascia assaggiare l’ultima vendemmia dei vini di Alfonso, dapprima il freschissimo Monte di Grazia bianco, poi il delizioso rosato ed infine il tintore, davvero impressionante in questa fase il colore inchiostro, il naso variegato e l’imprinting gustativo semplicemente superbo.

Ci spostiamo poi a casa degli Arpino, nel centro storico di Tramonti dove ci attende la signora Anna, col focolare acceso ed alcune prelibatezze che però mangeremo solo dopo la storica verticale di Monte di Grazia rosso, dalla primissima annata 2003 sino all’ultima già in bottiglia, il 2008, che avrà però ancora un paio di anni da maturare prima di vedere la via del mercato. Tutto questo però è un’altra storia, che riprenderò a breve.

Un ringraziamento agli Amici di Bevute che ci hanno seguito, con Gerardo Vernazzaro, in questa bella avventura piovosa, fredda ma forse proprio per questo particolarmente suggestiva, unica nel suo genere (speriamo!). Un ringraziamento infinito a Gaetano Bove e alla sua famiglia, al grande Gigino Reale (!) e al dott. Alfonso Arpino, la moglie Anna e la figlia Olivia: certe volte riusciamo ad essere molto rumorosi, ma solo con le persone che stimiamo particolarmente!

Tramonti, Amici di Bevute a caccia di Tintore

6 marzo 2010

Amici di Bevute

professional

Martedì 9 Marzo, ore 9,30

una giornata a Tramonti a caccia di Tintore

Con gli amici Gerardo Vernazzaro e François Di Domenico abbiamo pensato ed organizzato questa giornata evento dedicata gli amici sommeliers di alcuni tra i più prestigiosi ristoranti della Campania, a caccia di Tintore (e dei vini bianchi) di alcune delle più piccole realtà vitivinicole della Costa d’Amalfi più alta, da promuovere e comunicare con maggiore cognizione di causa anche (soprattutto) in quei luoghi, spesso vetrine internazionali, dove questi vini alcune volte possono soffrire di poca visibilità anche per le sole questioni legate alla loro pronta reperibilità. 

E per questo che abbiamo chiesto a Gaetano Bove dell’azienda agricola San Francesco, Alfonso Arpino dell’azienda agricola Monte di Grazia  e Luigi Reale dell’azienda omonima situata nel fascinoso Borgo di Gete, di aprirci le porte delle loro cantine e farci assaggiare i nettari prelibati di questo piccolo lembo di terra letteralmente strappato alla montagna dove si coltiva una viticoltura a dir poco eroica.

L’evento è completamente gratuito, per chi ancora volesse accreditarsi (solo sommelier professionisti) può farlo inviandoci una mail a larcante@libero.it con nome, cognome e luogo dove si presta la propria professione. Muoveremo con mezzi propri, seguirà nel primo pomeriggio, per chi lo volesse, pranzo informale all’Osteria Reale di Tramonti. 

Comucare il vino, con tutto l’amore possibile! Conoscendo, si può.

Angelo Di Costanzo

Castello della Sala: terre, uomini e vini che hanno fatto la storia in Italia e nel mondo

17 febbraio 2010

 

Il salottino ha le luci basse, l’atmosfera è molto rilassata proprio come quando si è tra amici. Gli argomenti di discussione sono tra i più disparati, vino, cibo, mercato (ma và!) e le soluzioni ai problemi alle difficoltà espresse in questi ultimi anni, tra le più irrazionali, e non perché siamo ciucchi, tutt’altro, dobbiamo ancora metterci a tavola, ma perchè ci accorgiamo che proprio la semplicità disarmante, dei nostri buoni propositi, appare come un’arma paradossalmente lontana da ciò che in realtà si sta mettendo in campo in questi anni, per frenare l’emorragia in atto nel mondo del vino: territorialità a prezzi centrati, alta qualità espressiva, originalità innanzitutto, servizi e professionalità. Comunque, tra un bicchiere di Bramito del Cervo 2008 e dell’eterno incompiuto Pinot Nero, nel millesimo 2006, si arriva al clou della serata: ci raggiunge Renzo Cotarella, a.d. di Antinori ed in tutto e per tutto il fautore numero uno del successo e dell’affermazione di Castello della Sala, del Cervaro in particolare, come riferimento assoluto dell’enologia bianchista italiana nel mondo. Delle chiacchiere con il responsabile di tutta la produzione delle aziende della famiglia Antinori ne parlerò a breve, la cronaca di una giornata speciale in questo meraviglioso lembo di Umbria tanto vicino a questo territorio quanto suggestiva finestra sulla Borgogna si è guadagnata  priorità e mia profonda devozione.

Il primo pomeriggio lo abbiamo dedicato esclusivamente a camminare, a lungo, le vigne; Siamo stati fortunati, nonostante la temperatura rigida ci ha accompagnato un sole tiepido ma efficace a non farci flagellare oltremodo dalle lievi folate di vento gelido che tagliano in questi giorni il fondovalle del fiume Paglia, lungo il quale si estendono a perdita d’occhio i centosettanta ettari di chardonnay, grechetto, riesling, sauvignon, semillon e procanico del vigneto ai piedi del castello, tutto piantato a cordone sperato con una densità di circa 5.500 ceppi ed una resa quasi sempre al di sotto degli 80ql per ettaro. A monte invece, sulla collina terrazzata denominata “Consola”, l’impianto di Pinot Nero, sfida e ostinazione di Renzo Cotarella alla ricerca di una quadratura del cerchio ancora lontana su quello che è, senza dubbio, l’unico vino tra tutti quelli prodotti nelle tenute del Marchese Antinori, dal Piemonte alla Puglia, ancora incompiuto. Ci accompagnano in questo percorso i giovani e bravissimi Massimiliano Pasquini, direttore in loco della produzione a Castello della Sala e Federica Amicone, anch’essa enologa, che l’indomani ci aprirà anche le porte di La Braccesca a Montepulciano.

La tenuta qui in Umbria è di proprietà degli Antinori dal 1940, è collocata geograficamente giusto al centro tra Roma e Firenze, in provincia di Orvieto, ad un tiro di schioppo dal confine regionale con la Toscana. Come detto, gli ettari sono 170, una cantina di vinificazione, terminata nel 2006, perfettamente integrata nel paesaggio, con le più moderne tecnologie produttive a disposizione ed il castello con la bellissima e maestosa “torre del rifugio” che domina a perdita d’occhio tutta la tenuta a 360°, nel ventre del quale si intersecano centinaia e centinai di metri di cunicoli ed anfratti, perfettamente restaurati, che ne fanno uno dei luoghi del vino più suggestivi ed affascinanti che abbia mai camminato negli ultimi anni. Qui giacciono migliaia di bottiglie, oltre a tutte le annate prodotte nella tenuta, tutte quelle altre di maggiore prestigio, dal Solaia al Tignanello, che appena possono Piero Antinori e lo stesso Renzo Cotarella vengono a degustare per comprovarne l’evoluzione stilistica e la tenuta nel tempo: millesimi eccezionali e minori, sparsi ordinatamente qua e là nel caveau, oggigiorno introvabili in giro, assolutamente impossibili da riavere, a memoria storica liquida degli ultimi trent’anni della produzione di maggiore pregio delle tenute del marchese.

Un viaggio emozionante, evocativo di un passato nobile e laborioso e suggestivo di un presente e di un futuro straordinario, votato all’assoluta intransigenza nella ricerca della qualità, della massima espressione territoriale che un vino può donare di sé, che un bicchiere di vino possa riportare alla mente e fissare nella memoria. Camminare queste vigne, strusciare queste mura, odorare queste atmosfere non può che riappacificare l’animo, donare l’impossibile sensibilità tattile per immaginare il passato e sognare il futuro. Poi, Il Cervaro della Sala ’87 bevuto, fa tutto il resto!

Una giornata (bagnata) a Masseria Felicia: scoprire e capire il vino con gli Amici di Bevute

1 febbraio 2010

Niente e nessuno ci fermerà! non siamo certo dei sovversivi ma amiamo talmente tanto camminare le vigne che questo è il solo motto che conosciamo per non perderci davanti ad una giornata cupa e grigia e piovosa come non mai nelle ultime settimane. Ci stava aspettando!

Ci riuniamo di prima mattina, qualcuno ci raggiungerà strada facendo, direzione Sessa Aurunca alla scoperta della piccola e deliziosa azienda della famiglia Brini, Masseria Felicia, ai piedi del versante nord del monte Massico, quello, per intenderci, che guarda verso la provincia di Latina. Il cammino è un po’ a rilento, la pioggia, in certi tratti particolarmente incessante non ci aiuta a rimanere a vista, così qualcuno, più o meno inconsciamente arriva sino a Caianello prima di accorgersi di aver superato l’uscita autostradale di Capua da almeno 15 chilometri: e vabbuò, so cose che capitano.

Ci accoglie, sotto la pioggia, Maria Felicia e ci accompagna subito al tepore del camino acceso nel salotto di casa. Invadiamo, ma solo per qualche minuto lo spazio giochi della piccola Alice, che ci osserva con occhi vispi mentre tra una tirata di orecchie al dinosauro ed un bacio all’orsacchiotto del cuore aiuta la nonna Giuseppina a preparare la tavola per la ricca colazione che ci attende alla fine della visita in cantina, non prima però di una scarpinata tra le vigne. Sotto la pioggia, naturalmente. Ci raggiungono frattanto il papà di Maria Felicia, Sandro e l’enologo Vincenzo Mercurio che ci teneva particolarmente ad essere presente per darci ampia descrizione del particolare lavoro progettuale condotto qui a Terenzano con l’agianico ed il piedirosso dell’azienda della famiglia Brini. “Sono vini sorprendenti, l’aglianico qui acquisisce una forza capace di farlo sopravvivere per una intera generazione, e senza intervento alcuno in cantina se non quello di preservazione delle sue peculiarità”. 

Sandro Brini ci racconta dell’inizio, di quando, siamo nei primi anni novanta, con la moglie decisero di dare il via alla ristrutturazione del casale che oggi ospita la loro casa, la cantina e sotto la quale fu ritrovato un antico cellaio dove oggi riposano le vecchie annate destinate alla memoria liquida del falerno di Masseria Felicia. “Anni entusiasmanti, a tratti vissuti da incoscienti, ma il richiamo della propria terra, della propria storia, delle proprie radici diveniva ogni giorno sempre più forte. Così come forte è il legame che traspare dall’assaggio dei vini e la terra che interpretano, tra il Falerno Ariapetrina 2004 straordinariamente succoso di frutto e l’Etichetta Bronzo 2006, il cru di casa, duro e puro come le mani intrise di terra e calli di papà Sandro e la stessa Felicia, che mai si è sottratta alle fatiche della campagna. Un legame solidissimo come la longevità del Falerno ’99 regalatoci in degustazione prima del saluto, la prima annata, il principio di tutto,  mai commercializzata, eccezionalmente austero e destinato ancora a lunga vita. Assaggiamo, grazie al nulla osta del buon Mercurio, anche il Rosato di aglianico 2009 di prossima uscita del quale parlerò a breve, anch’esso fuori dagli schemi, tenue sì, ma dal carattere inconfondibile, lo stesso che appare delinerare costantemente il profilo dei vini di Masseria Felicia, vivacità e freschezza sui generis per vini non obbligati a concedersi immediatamente, ma sinceri e schietti come l’aria che tira alle pendici del monte Massico da questa parte del versante. Ci spostiamo in salotto, il focolare ci attende, scambiamo quattro chiacchiere, distintive come sempre, con Vincenzo, poi mamma Giuseppina ci guida nella degustazione degli oli extravergini, prodotti esclusivamente dagli olivi della masseria e franti per gentile concessione dalla rinomata Badevisco proprio qui a Sessa Aurunca, garanzia di qualità superiore: uno è composto da diverse cultivar, leccino e sessana su tutte,  l’altro invece è in purezza da varietà Itrana, quest’ultimo davvero buono, superlativo per fragranza ed equilibrio.

Fuori la pioggia continua a battere incessantemente, il vento pare rifuggire  i filari spogli che s’intravedono dalle grandi vetrate, dentro c’è solo il calore, c’è n’è ormai abbastanza da rimanerne succubi, le buone cose messe in tavola ci hanno dato il giusto sostegno morale e supporto, per così dire tecnico, ai deliziosi nettari bevuti. Grazie di cuore alla famiglia Brini, per averci regalato questa bellissima mattinata e lasciatoci immaginare come eravamo per continuare a sognare come dovremmo essere.

Qui tutte le foto a cura dell’amico Giovanni Lamberti.

Qui la resentazione del breve viaggio nell’Ager Falernus: la storia, la d.o.c., i vini.

Qui la passione di Antonio Papa nell’azienda di famiglia a Falciano del Massico.

Qui invece l’esperienza di Tony Rossetti, produttore a Casale di Carinola con l’azienda Bianchini Rossetti.

Sessa Aurunca, sabato 30 Gennaio: Amici di Bevute in visita da Masseria Felicia

24 gennaio 2010

AMICI di BEVUTE

 Viaggio al centro dell’autoctono

Sabato 30 Gennaio 2009 ore 9,00

visita presso l’azienda MASSERIA FELICIA

“In conclusione, un grande vino, un rosso che ha fatto storia, un’azienda commovente per l’unità familiare, la determinazione ad andare avanti, la serietà della conduzione in vigna e in cantina”. (Luciano Pignataro)

Masseria Felicia è situata alle falde del monte Massico, tra le antiche Suessa e Sinuessa (oggi Sessa Aurunca e Levagnole) in prossimità della Via Appia e dell`antico Ponte Aurunco. Appena 5 ettari di terreno, di cui 3 coltivati a vigneto e 2 ad oliveto. L`azienda ha sede in un casale degli inizi del `900, ristrutturato nel pieno rispetto della sua forma originale e davvero suggestivo agli occhi dell’avventore di turno. Le uve, tutte di proprietà subiscono procedimenti produttivi estremamente curati, l`invecchiamento dei vini avviene nella cantina interrata, scavata nel tufo. Il trasporto tra i locali sottostanti della lavorazione alle barrique avviene per caduta, senza l`ausilio di alcuna pompa così da evitare inutili stress al vino. L`azienda è condotta personalmente dalla proprietaria Maria Felicia Brini che si avvale della consulenza enologica di Vincenzo Mercurio.

L’evento è a numero chiuso di partecipanti, organizzato, promosso e condotto da L’Arcante Enoteca e Masseria Felicia gratuitamente, pertanto è richiesta la prenotazione per tempo.

Muoveremo da Pozzuoli con mezzi propri, per chi volesse rimanere il loco per il pranzo (da comunicare all’atto della prenotazione) è possibile usufruire di una particolare convenzione presso il caratteristico ristorante, situato nel centro storico di Sessa Aurunca, La Vecchia Dogana della famiglia Bencivenga.

Prenotazioni esclusivamente a:
L’ARCANTE ENOTECA
Via Pergolesi, 86 Pozzuoli
Tel. 081 303 1039
larcante@libero.it

 

MASSERIA FELICIA
Loc. San Terenzano
Fraz. Carano di Sessa Aurunca
Sessa Aurunca (CE)
www.masseriafelicia.it
info@masseriafelicia.it
Tel. 0823 935095
RISTORANTE LA VECCHIA DOGANA
Corso lucilio, 194
81037 – Sessa aurunca (CE)
Tel. 0823 936546

Diario di una Bevuta, appuntamento speciale per “Quelli della Domenica” con il Falerno di Papa

20 gennaio 2010

 

Domenica 24 Gennaio alle ore 11,30 incontro con il produttore GENNARO PAPA per un “approccio Primitivo al Falerno del Massico”.

Falciano del Massico, in un area tra le più vocate alla viticoltura della nostra regione campania e senza dubbio tra le più antiche ed apprezzate, sin dai romani che ne fecero la loro piccola “Bordeaux”, nasce la piccola azienda di Gennaro Papa, poco più di 10.000 bottiglie per vini d’autore di assoluto pregio, che con la presenza di Antonio Papa, figlio di Gennaro vi vogliamo raccontare in questo happening domenicale nella nostra enoteca in Pozzuoli.

In degustazione, gratuita, due dei tre vini prodotti dall’azienda in abbinamento a due sfiziose interpretazioni di finger food da aperitivo di Lilly Avallone:

  • Falerno del Massico Campantuono 2006  
  • Campania Primitivo Conclave 2007  

conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo

 

Informazioni e prenotazioni
L’Arcante Enoteca
Via Pergolesi, 86 Pozzuoli (NA) 
Tel. 081.3031039
larcante@libero.it