Archive for the ‘in CAMPANIA’ Category
11 dicembre 2013
Dovessi scegliere tra i fiano di Avellino in circolazione quello con il rapporto prezzo-qualità più sorprendente questo qui di Sabino Loffredo si giocherebbe alla grande il podio più alto.

L’impianto è solido e promette ancora buona evoluzione, bello già il colore carico e luminoso. A cercare il pelo nell’uovo il profilo organolettico manca forse di quello scatto mordace a cui siamo abituati nei vini di Pietracupa, qui abbastanza sobrio; di certo l’annata è stata letta più che bene, gestita con coraggio nonostante il caldo di quell’anno spingesse molti a vendemmiare in fretta e furia facendo poi vini sostanzialmente più magri e verticali.
Gli ha fatto bene stare in bottiglia, non a caso pare tra i più performanti fiano duemilaundici in circolazione. È un piacere starci col naso nel bicchiere, offre rimandi varietali di grande autenticità e in fin dei conti trovo di giustezza anche il sorso, pulito, rinfrancante, sapido, assai piacevole soprattutto se accompagnato con pietanze poco salsate.
Tag:annata calda, fiano di avellino, irpinia wines, montefredane, pietracupa, sabino loffredo
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9 dicembre 2013
Non c’è che dire, le bottiglie di Luigi e Laura hanno decisamente bisogno di spazio davanti, hanno bisogno di una lunga progressione nel tempo per distendersi ed affinarsi. Ancor più le annate recenti.

Sontuoso l’Exultet 2010, sontuoso e al tempo stesso vibrante mi viene da aggiungere. Un fiano di Avellino dal profilo organolettico di un tale spessore da rimanerci di sasso, soprattutto se ti capita servito alla cieca in mezzo ad altri quattro Campioni di tutto rispetto. Vino dal naso prorompente, che un po’ lo cogli già dal colore bello luminoso e carico che ti debba qualcosa di particolare: si rivela pieno, verticale, complesso, finissimo.
A giocare coi ricordi ci senti dentro tutta la frutta gialla che conosci a menadito, matura e succosa, camomilla e tiglio, ci cogli sensazioni dolci e quel rintocco un po’ agrumato un po’ balsamico che fa rinvenire tutto a primitiva freschezza. Quanto è buono te ne accorgi sin dal primo sorso: l’attacco è vivace e l’allungo carnoso e minerale, tremendamente sapido. Bianco impressionante per fittezza, eleganza, equilibrio. Ma c’è di più: che abbia fatto (in parte) legno lo sai solo quando tiri via la stagnola dall’etichetta.
E questo è un’altro grande merito del lavoro di Luigi mai contento dei risultati nonostante il grande successo, un uso sempre più misurato del legno e come sempre mai fine a se stesso. Ecco, puoi credere di essere bravo, puoi pensare di saper già tutto del fiano, dei fiano, quelli migliori, autentici. Puoi tranquillamente continuare a farlo ma tieni in conto che non sarà mai abbastanza!
Tag:exultet, fiano di avellino, giallo d'arles, laura di marzio, luigi moio, mirabella eclano, quintodecimo, via del campo
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5 dicembre 2013
Raffaele Pagano è in piena ‘vendemmia’, comincia a raccogliere i frutti di un durissimo lavoro che lo vede, in prima persona, a girare il mondo coi suoi vini da cinque anni ininterrottamente.

Frutti che hanno il sapore dolce del consenso e il valore prezioso del riacquisto, frutti che raccoglie con entusiasmo non a fiere e sagre di paese ma presso clienti e posti Top dove qualcuno convintamente ha scelto di avere anche i suoi i vini. Un investimento che se volessimo fargli due conti in tasca probabilmente recupererà giusto tra una decina d’anni ma che lo colloca di già tra i più autorevoli produttori irpini.
Un fatto per la verità non nuovo a chi lo segue da tempo. Anche perché di applausi e recensioni positive¤ ai suoi vini c’è ne sono a bizzeffe ovunque nella letteratura enoica degli ultimi anni – ‘Joaquin come una maison d’Haute Couture’ qualcuno ha cominciato a pensare -, lui però è rimasto sempre un po’ dimesso, frequenta pochi panel e roadshow (non ha tante bottiglie da dare a destra e a manca) e questo lo tiene costantemente un po’ fuori dal cerchio magico dei ‘graditi’ fianisti, tanto per dirne una.
Aggiungo, non senza un filo di ironia che ahimè lui è forestiero, tra l’altro non ha (ancora) vigne di proprietà per dirsi abbastanza vignaiolo (secondo qualcuno ben pensante) e nemmeno una produzione di fiano, greco, aglianico, falanghina, coda di volpe seriale ogni anno costante e numericamente importante per figurare tra le aziende irpine di riferimento. Uno sfigato insomma, verrebbe da pensare, nonostante una cantina – bella imponente – a Montefalcione, collaborazioni di tutto rispetto (Maurizio De Simone, Sergio Romano per dire) e una continua ricerca a tappeto sul territorio che lo ha condotto a conoscere palmo palmo tutte le vigne del circondario. E progetti sempre vivi e innovativi, quando non preziosi o rari come vinificare l’aglianico in bianco o fare un fiano da sole piante centenarie¤. Per non parlare del rilancio della viticultura a Capri¤.

Tornando a noi, mi è piaciuto molto questo Vino della Stella 2012. Ancorché memore di un timido ma già promettente esordio del 2009¤ diventato poi solo col tempo grande e maturo: il primo assaggio di questo duemiladodici s’è rivelato invece già davvero superbo. Ha un naso scattante e propulsivo, con sentori e riconoscimenti che si sovrappongono con freschezza e minuzia impressionante, da grande fiano moderno. Teso, sapido e lungo il sorso che non soffre la struttura importante. 4500 bottiglie da una vigna di 4 ettari in Contrada Fortuna a Montefalcione. Per i prossimi 4/5 anni ci sarà da togliersi ancora belle soddisfazioni, Raffaele caro.
Tag:campania wines, fiano di avellino, irpinia, joaquin, raffaele pagano, vino della stella
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4 dicembre 2013
In principio mi rimase impresso il firmarsi col cognome e poi col nome. E’ un fiano tra i più buoni da sempre, profondo, minerale, incalzante; quei sentori che tutti conosciamo come markers identitari del fiano li abbiamo imparati anzitutto bevendo Colli di Lapio, e non necessariamente grazie a bottiglie ‘vecchie’ e/o mature, tutt’altro.

Si continua a ‘spingere’ affinché la Signora del Fiano si decida a ritardare l’uscita sul mercato del suo bianco di un anno o due. Magari, mi verrebbe da aggiungere. Però c’è addirittura chi va oltre, un po’ troppo a parer mio raccomandandosi e consigliando pratiche enologiche che migliorerebbero le prospettive di un vino già di per se buonissimo ma che, secondo questi fenomeni, rimane privo di un certo ‘…non è dato sapere’ che sbaragli le carte in tavola. A leggere certe cose, beh… che dire, non resta che aspettare e sperare che il giovane enologo di belle speranze Angelo Pizzi (faccino sorridente) faccia tesoro di questi comandamenti.
Invero credo che possa capitare che un’annata scappi di mano, o che non sia proprio sto granché o ancora porti con se imprevisti e quindi, forse, non è proprio raccomandabile tenerla a lungo in cantina o, più semplicemente, suggerire di berla dopo 6/7 anni. Mica tutto deve durare in eterno, o no?
Questo 2005 ne è testimone e non macchia assolutamente la qualità del lavoro dell’azienda. La pienezza del colore conta poco, ci sta e non è nemmeno eccessivamente maturo – ho visto di peggio -; qui è il naso a mancare, è un po’ in là con le note ossidative anche se offre comunque un quadro varietale accettabile: è tenue, risolto per così dire, e concentrico su sfumature dolci e resinose. Il sorso invece pare ingessato, teso, lungo e ancora fresco. Certo è slegato, contraddittorio, ma la Madonna puoi mica sempre vederla in tutto il suo splendore! Didattico e irriverente.
Tag:angelo pizzi, arianello, big picture, colli di lapio, fiano, fiano di avellino, irpiniawhites, romano clelia
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3 dicembre 2013
L’annata, contrariamente a quella precedente, ha consegnato vini generalmente longilinei e verticali, fatte salve alcune eccezioni, soprattutto interpretative. Il fiano di Picariello viaggia in questo momento proprio su questa linea anche se, a dirla tutta, è davvero molto presto per tirarne fuori un giudizio esaustivo.

Sta di fatto che la qualità della materia non si discute, la stoffa minerale e la matrice balsamica non tradisce il terroir di provenienza, quel carattere ‘nordico’ che da queste parti è ormai un marker inconfondibile.
Ha un colore paglierino tenue ma cristallino e luminoso. Il naso è appena sussurrato, sottile ma fine. Una contrazione evidente in questa fase che trattiene ma non nasconde: erbaceo, balsami e frutta gialla, tiglio e buccia di lime. Il sorso è vivissimo, fitto e sgraziato, ritorna piacevole una sensazione mentolata e di tostato dolce sul finale di bocca. Una tessitura che forse non andrà ad ‘allargarsi’ più di tanto ma saprà senz’altro alzare l’asticella verso quella verticalità a cui Ciro Picariello ci ha abituato.
Sembra tra l’altro che proprio una parte di questo 2012 sia stato messo da parte per farne una sorta di Cru o Selezione che arriverà sul mercato nella primavera prossima. Una scelta commerciale chiara, così a primo acchito, che amplia l’offerta di fiano della piccola cantina di Summonte ma che magari farà storcere il naso a chi, già abituato a bere così bene dovrà dividersi e districarsi tra più etichette nonostante una produzione limitata.
Tag:annata 2012, campania wines, ciro picariello, cru, fiano di avellino, irpinia, Rita picariello, selezione, summonte
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28 novembre 2013
Ce n’è abbastanza di letteratura su questo blog che racconta di Raffaele Moccia¤ e della sua piccola cantina, tanta da potermi ritenere, sin dai suoi primi passi, un suo grande fan.

Persona per bene, discreta, assolutamente fuori dal coro, Raffaele non ha mai dovuto alzare la voce per farsi notare, men che meno i suoi vini, originali, sobri e profondi che un po’ per la dimensione dell’azienda, un po’ per la denominazione rimangono quasi sempre fuori dai soliti circuiti di mercato, ciononostante per vocazione continuano ad essere tra i più autentici (e contemporanei) in circolazione.
Sono rimasto profondamente conquistato da questo per ‘e palummo 2012, forse il migliore di sempre venuto fuori da quella splendida vigna che si arrampica su per il costone napoletano di Agnano, fin su il limitare del Parco degli Astroni. Migliore sì, anche del buonissimo 2010¤.
Viene fuori da piante di un vigneto vecchio ormai di 40 anni che pare sgarruparsi ogni qualvolta le piogge torrenziali si abbattono su Napoli, una vigna che Raffaele riesce a tenere su solo grazie ad una grande volontà e tanta tanta fatica; un lavoro immane, come quello di preservare tra questi filari una biodiversità unica, varietà sconosciute ai più come la suricella (nera) e la marsigliese, una tradizione che resiste, forte, come forte ha resistito alla speculazione edilizia che qui pur ha lasciato segni di devastazione evidente in gran parte del paesaggio circostante.
Bellissimo vino quindi, vivace, di quelli immediatamente comprensibili. Ha un colore rubino purissimo e un naso incalzante e fitto: sa maledettamente di frutti rossi, è vinoso e variopinto persino di spezie dolci. Un quadro organolettico che ritorna croccante e invitante anche al palato, con un sorso franco, non ostentato, saporito e succoso. Se dovessi portare a cena un rosso stasera, eccolo qui, quale che sia il tema sarebbe un successone!
Tag:agnanum, campi flegrei, per e palummo, piedirosso, raffaele moccia
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8 novembre 2013
Dell’acidità ne abbiamo parlato a più riprese, del suo valore¤ e talvolta della sua deriva¤. Un assaggio interlocutorio sul tema mi è parso il Perella 2009 di Bruno De Conciliis, un vino simbolo dell’azienda e tra i primi bianchi Cilentani e campani a suscitare scalpore ed attenzione ai più, che viaggia oggi verso la maggiore età produttiva. Una vigna, quella dove nasce il Perella, ben esposta che da uve sanissime e implica un lavoro particolarmente accurato sui lieviti, fermentazioni e affinamento (parte in in acciaio e parte in Tonneaux) soppesato con destrezza e maestria.
Il risultato? Un bianco notevole, di chiara impronta territoriale, luminoso, di spessore ma anche scontroso e irreprensibile. E se può passare come un valido esercizio di stile soffermarsi sulla sublime consistenza del quadro olfattivo mi sembra invece doveroso sottolineare quanto sia parecchio complicato gestirne il sorso, ahimè slegato, a tratti tagliente sino all’aspro, tale da allontanare quasi. Un nervosismo gustativo che mette a dura prova l’appassionato quanto il degustatore seriale. Certo è evidente prevederne una evoluzione gustativa notevole nei prossimi anni ma oggi che ci mettiamo nel bicchiere?
Tag:acidità, bruno, cilento, de conciliis, fiano, perella, prignano
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4 novembre 2013

In generale l’annata 2011 è andata un po’ così così, fatte salve alcune belle bevute regalateci solo dai migliori in zona. Vini però comunque snelli, di grande godibilità e caratterizzati da una matrice organolettica abbastanza omogenea. Certo si sa che il greco non è il fiano e quando il millesimo non lo bacia proprio in fronte qualche accenno di perdenza viene naturale. D’altronde il greco di Tufo è sempre stato, più del fiano, un vino ‘di pancia’, di quelli cioè senza starci a girare intorno più di tanto: o è o non è.
Meno male che Montefusco non è Santa Paolina, giusto per citarne uno degli altri 7 comuni ammessi alla docg, dove pare si sia sofferto un po’ meno le bizze climatiche di quell’anno. E che Mastroberardino¤ è sempre Mastroberardino¤. Così Massimo Di Renzo¤, forte dell’ormai decennale esperienza nell’areale, c’ha regalato un’interpretazione ‘classica’ e molto molto piacevole. Colore paglierino, di buona luminosità, dal naso di mela bianca e pera appena matura, dal timbro vivace e fugace. Sorso sottile ma abbastanza lungo, sapido e minerale a tutto spiano che pare declinare alla perfezione gli abbinamenti più classici della cucina napoletana, penso alle ricche insalate di mare ma anche quegli indimenticabili piatti di alici e fragagli fritti aggiustati con sale e pepe.
Tag:bianchi campani, big picture, greco di tufo, massimo di renzo, mastroberardino, novaserra, piero mastroberardino, wines
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12 settembre 2013
La diversità, l’autenticità dei varietali campani sono per me l’arma letale con la quale stendere ogni qualsivoglia tentazione di omologazione si azzardi dalle mie parti; e quando ne parlo coi miei ospiti, spesso provenienti da tutto il mondo, con un bicchiere di questi in mano statene certi che ne rimangono profondamente colpiti e rapiti.
Così per lasciargli cogliere a pieno quanto sono determinanti e ‘vincenti’ le intenzioni di recuperare e rilanciare la memoria storica e colturale di certe aree viticole regionali, durante una degustazione privata mi è venuto in mente di proporgli questo casavecchia, un 2001 alba della rinascita in quelle terre per un vitigno assolutamente unico fuori dal coro.
Uva dai grossi grappoli, in origine coltivata a ‘spalliera’ alta perlopiù nei soli comuni di Pontelatone, Formicola, Liberi e Castel di Sasso in provincia di Caserta, è stata spesso confusa come una varietà ‘da tavola’. Nome curioso casavecchia, che prende origine dal fatto che le prime piantine furono rinvenute proprio presso un’antica casa romana (da cui appunto: casa vecchia).
E’ quantomeno suggestivo riassaggiare questo 2001 di Vestini Campagnano¤, credo forse l’ultima firmata da Luigi Moio¤ e dal duo Barletta/Mancini¤ prima della separazione; vino tra l’altro premiato praticamente da tutti in quegli anni e che ha segnato il boom¤ di questo vitigno al pari dei suoi conterranei pallagrello bianco e nero.
D’acchito mi ricorda a grandi linee un aglianico (Taurasi) ben avviatosi a piena maturazione, dal colore ancora vivissimo e dal naso assai avvincente: ampio, terroso, che sa di tabacco ma che conserva ancora sottili e gradevoli nuances di frutta macerata. Il sorso è magnifico, risoluto, intenso e lungo, corpo perfettamente bilanciato e senza sbavatura alcuna. Il riassaggio a brevi intervalli regala ai più attenti una miriade di affinità coi migliori e grandi cabernet d’oltralpe. Ecco, il casavecchia sta giusto lì nel mezzo, tra i grandi. Assaggio da vino del cuore.
Tag:barletta, casa vecchia, castel campagnano, luigi moio, peppe mancini, pontelatone, sia, vestini campagnano
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8 settembre 2013
Da diverso tempo vado qua e là in cerca di buone espressioni¤ di questo piccolo misconosciuto vitigno bianco campano che sa farsi grande col metodo classico¤ e ‘semplicemente’ unico quando fermo¤…

Una interessante interpretazione ci arriva anche dall’azienda Vestini Campagnano, nota ai più per aver contribuito a ridare luce e lustro ai vitigni autoconi delle Terre del Volturno Pallagrello bianco e nero e Casavecchia.
Questo qui viene fuori da alcuni vecchi impianti di viti ‘maritate’ di asprinio coltivati a Casal di Principe, nel casertano. Ha un bellissimo colore paglierino assai luminoso, un naso tenue e garbato ma che non nasconde però sensazioni verdi tipiche del varietale con in più pungenti note minerali. Ha un sorso appagante, sferzante vien da dire, tremendamente secco ma assai piacevole con i piatti giusti; un vivacissimo esempio di buona tradizione a tavola. Da non perdere!
Tag:asprinio, asprinio d'aversa, casal di principe, terre del volturno, vestini campagnano
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2 settembre 2013
Capita di svegliarsi al mattino con un motivetto nelle orecchie. Capita che accendi la tv e la prima cosa che ti appare è la scena madre del Titanic. E quando metti mano alla correzione della carta dei vini vai a levar via ancora due tre gioielli dalla tua collezione. Ci pensi un po’ su e ti vengono in mente tre parole…

Lungo. E’ l’amplesso del manuale del sommelier. E’ la ragione di vita di chi scrive di vino, soprattutto di chi scrive di vino. Un rosso dal finale lungo è un po’ come ritrovarsi dinanzi alla scena dell’affondamento del Titanic¤: panico ovunque, l’orchestra che suona, la speranza che i soccorsi arrivino in tempo nonostante sia già tutto scritto da quasi cent’anni.
Non mi piacciono i vini ‘lunghi’ se monocordi e avvitati su se stessi. La confettura e l’alcol non sono poi tutto sto gran piacere. Mi fa impazzire invece un Riserva Ducale Oro 1985 di Ruffino che lo tieni nel bicchiere e che per almeno due ore ti manda al manicomio coi riconoscimenti e i sentori. E che sorso dopo sorso si distende, si allunga ogni volta dippiù e in maniera diversa. Una straordinaria esperienza pei sensi, un grandissimo esempio di come da quelle parti si sia persa la retta via da molto tempo.
Corto. E’ una parola che nel linguaggio comune dei degustatori seriali viene considerata con accezione negativa se non con vero e proprio senso spregiativo. Non è mica sempre così, o almeno non tutte le volte. Se bevo un Brunello di Montalcino oppure un Taurasi di chicchessia giusto per fare due nomi e mi viene da dire ‘corto’ allora val bene discuterne. Ma dinanzi a un rosato ma anche a un bianco d’annata, senza particolari velleità, quella stessa parola andrebbe soppesata e ben interpretata. O spiegata meglio.
Così non mi preoccupa affatto se il Rosalice 2012 di Felicia¤ è un vino che qualcuno potrebbe intendere ‘corto’. Anzi, siamo sicuri che certi vini debbono avere proprio tutto? Quel colore rosa appena sussurrato e quel bouquet tanto poco ruffiano mi è piaciuto molto, assolutamente fuori dal coro, ed il fatto che in bocca terminasse fresco e sapido e basta non mi ha particolarmente allarmato. Non è che sta proprio qui il successo dei rosè provenzali?
Pacioccone. Prometto di ritornarci su con maggiore cognizione. Di solito lo faccio dopo averci camminato le vigne, bevuto i vini coi produttori che è possibile incontrare, giusto per non dire cose campate in aria. Bolgheri non è più la El Dorado toscana, mi pare e i vini bolgheresi vanno mutando in cerca di una più precisa identità che non sia solo piaciona e confettata. In effetti basterebbe stappare qualche bottiglia di Sassicaia 2002 oppure Ornellaia 2000 per rendersi conto che i riferimenti ci sono sempre stati e che magari andavano studiati bene anziché copiaincollare a cazzo di cane. Due belle bevute di cui è superfluo tirare le fila ma che val bene ribadire a dieci anni e più dalla vendemmia. E non mi si venga più a dire che il duemiladue è stata un’annata disastrosa!
Liberamente ispirato a ‘Il Lungo, il Corto e il Pacioccone¤ – ©Zecchino d’Oro 1968.
Tag:il corto, il lungo, il pacioccone, ornellaia, provenza, riserva ducale oro, rosalice, rosato, ruffino, sassicaia, titanic, toscana, tre parole, zecchino d'oro
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22 agosto 2013
C’è una sorta di tristezza di fondo, forse inconsapevole, che ci porta talvolta a vivere un vino passivamente, starcene lì senza prendere iniziativa, adattandosi a quello che viene con la convinzione che è lui – il bicchiere – a dover fare il primo passo. Vero o no?

E’ un po’ come quel desiderio che da là, in fondo all’anima, vuole emergere ma non desidera mostrarsi: c’è la paura di sbagliare, di vivere un momento come non si è mai avuto, o più semplicemente non ci si sente all’altezza. C’è riverenza e rispetto. Ma soprattutto aspettativa.
E dinanzi all’Etichetta Bronzo¤ 2010 di Maria Felicia è un po’ così, adesso. Un gioco a mostrarsi poco o niente, senza esporsi, sottotraccia; in fondo è tutto così in divenire, e ogni volta è sempre così, parti convinto di saper dove mettere le mani, da dove cominciare e invece no, ti sbagliavi: ti odio Maria Felicia Brini¤!
C’è un continuo stato di transitorietà e di tumulto interno nei tuoi vini, tutto fatto, secondo me, nella negazione del tempo che passa. Ti rivolgi spudoratamente con languore verso un passato immaginifico lanciandoti a scavezzacollo in un futuro idilliaco, fuori dal tempo, impossibile da stabilire nel presente. Sei unica! T’amo Falerno del Massico Etichetta Bronzo!
Tag:aglianico, big picture, etichetta bronzo, falerno del massico, maria felicia brini, odi et amo, piedirosso, poesia del vino
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18 agosto 2013
Abbiamo avuto modo di ribadire più volte che di Asprinio d’Aversa se ne parla troppo poco. L’esperienza degli anni passati ci è servita per capirci ancor di più qualcosa e analizzando quanto questo vino particolare sia apprezzato dagli appassionanti provenienti da tutto il mondo proviamo a dare evidenza di alcune etichette imperdibili.

L’Asprinio ci piace, e piace un sacco, difficile confonderne il gusto così spiccato: ha una marcia in più, davvero originale, unico! Inebriante nelle versioni spumante resta degno compagno di tutto un pasto nella versione ferma.
Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola – Ducenta, Villa di Briano, Villa Literno in provincia di Caserta e Giugliano, Qualiano e Sant’Antimo in provincia di Napoli. Sono i 22 comuni dove è possibile produrre l’Asprinio d’Aversa, doc istituita nel luglio ’93 per disciplinare la produzione di un bianco fermo e due tipologie di vino spumante, un metodo Martinotti (charmat lungo) e un Metodo Classico. In etichetta, quando le uve provengono esclusivamente da viti maritate, è ammessa la dicitura “alberata” o “da vigneti ad alberata”.
Se ne ottiene un bianco dal colore verdolino e dal profumo tenue, che sa di fiori gialli, di mela, note agrumate. Ma è in bocca che conquista l’appassionato, caratterizzato da un’elevata acidità fissa, dovuta dagli elevati livelli di acido malico che ne fa un’ottima base per la produzione di spumante di qualità: ha un sapore decisamente secco, asprigno appunto, fresco e caratterizzato da una certa profondità degustativa quando lavorato con sapiente attenzione in cantina.
Certo bisogna lavorarci un po’ su, soprattutto saperlo comunicare meglio di quanto venga fatto oggigiorno, visto che ai più è praticamente misconosciuto. Anche per questo auspichiamo una maggiore attenzione da parte di tutti, dal ristoratore che perde l’occasione di distinguersi a caccia del miglior prezzo per il peggiore dei spumantini all’indomito cameriere che sa tutto lui e continua a fare di tutte le bollicine un ‘bel prosecchino’.
Confidiamo poi nella critica di settore affinché si possa in qualche modo sostenere con maggiore entusiasmo un vitigno e vini così autentici¤ che oltre a far parte del patrimonio¤ vitivinicolo italiano rappresentano anche un bel pezzo della nostra storia da più o meno duemila anni.
Questi che seguono alcuni indirizzi utili cui fare riferimento per fare incetta di questi meravigliosi vini freschi, taglienti, minerali. Che nelle versioni Spumante, Metodo Martinotti e ancor più in quelle Metodo Classico¤, sanno essere a dir poco sorprendenti.
Salvatore Martusciello
Via spinelli, 4 80010 Quarto (Na) – Tel. 3483809880
info@salvatoremartusciello.it
www.salvatoremartusciello.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa Spumante Trentapìoli “Vigneti ad Alberata” (Metodo Martinotti).
I Borboni
Via E. De Nicola, 7 81030 Lusciano (Ce) – Tel. 081 814 13 86
info@iborboni.com
www.iborboni.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa Spumante Brut (Metodo Charmat), Asprinio d’Aversa Vite Maritata, Asprinio d’Aversa Santa Patena.
Azienda Agricola Vestini Campagnano
Via Casilina, 81044 Conca della Campania (Ce) – Tel. 0823 679087
info@vestinicampagnano.it
http://www.vestinicampagnano.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa “da Viti Maritate”
Cantine Magliulo
Via G. Manna, 29 81030 Frignano (Ce) – Tel. 081 890 0928
info@vinimagliulo.it
www.vinimagliulo.com
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa.
Masseria Campito
Via Casolla, 55 81030 Gricignano di Aversa (Ce) – Tel. 0815027540 – Cell. 3348022297 – 3356641717
info@masseriacampito.it
http://www.masseriacampito.it
Di particolare pregio: Asprinio d’Aversa Atellanum, Asprinio d’Aversa Spumante Brut Priezza (Metodo Classico), Asprinio d’Aversa Spumante Brut (Metodo Martinotti).
Leggi anche L’Alberata aversana o di quell’uva sospesa nel tempo Qui.
La foto di copertina è opera dell’amico Alessandro Manna¤.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:asprigno, asprinio d'aversa, autoctono, aversa, frignano, i borboni, lusciano, magliulo, masseria campito, metodo classico, metodo martinotti, spumante
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8 agosto 2013
Scrissi di questa nuova piccola azienda lo scorso Febbraio dopo aver provato un insolito pinot nero¤ fatto là sulle colline appena sopra Vico Equense.
Abbazia di Crapolla¤ è una realtà in lento divenire, seguita tra l’altro da un bravo enologo allievo di Luigi Moio, Arturo Erbaggio. Quel primo assaggio fu però contraddittorio, ma forse anche per questo parecchio affascinante. Certo ci vuole coraggio a piantare pinot nero in Campania, mi dissi allora, in quelle zone poi, misconosciute ai più. Meno complicato invece mi apparve subito arrivare alla falangina e al fiano, due grandi varietali che in regione la fanno da padrone e che anche qui – a quanto pare – sembrano venire fuori alla grande.
Conservavo questa bottiglia da qualche tempo ma invero già alcuni colleghi amici mi avevano ben rassicurato sul fatto che forse il bianco più che il rosso avesse più cose da dire. Così armato di tanta curiosità finalmente l’ho aperta. In effetti tutto sembra esser riuscito alla perfezione: l’uvaggio pare ben calibrato, ha franchezza, spinta e buona progressione gustativa, non v’è legno e, bonus, offre una bevibilità senza stress da prestazione. Il Sireo bianco 2011 garantisce insomma proprio un gran bel bere.
Il colore è paglierino appena dorato, luminoso, molto invitante. Il naso è subito un portento: sa di citronella, buccia d’agrumi e nettamente di mela bianca. Un bouquet che si arricchisce con pienezza di fresche note minerali (quasi fumé) molto interessanti, che ritornano di continuo anche sul finale di bocca. Il sorso è vivace, pieno ma non eccessivo, naviga in perfetto equilibrio, piacevolissimo, bello sapido. Un bianco con stoffa e carattere, da tenere a portata di mano soprattutto in queste giornate d’estate. L’avrei volentieri abbinato proprio al fritto¤ di Pasquale Torrente.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:abbazia di crapolla, arturo erbaggio, big picture, falanghina, fiano, luigi moio, sireo bianco 2011, vico equense, vino bianco per l'estate
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4 agosto 2013
E’ un’uva venuta da ‘fuori’, a quanto pare introdotta sull’isola più o meno verso la metà dell’800 per dare manforte al bianco isolano per antonomasia, la biancolella. Rendergli quel poco di spessore in più senza però appesantirne il corpo.
In Campania l’idea del monovarietale si sa, sui bianchi in primis, è cosa abbastanza recente. Del resto basta dare una occhiata alle più prestigiose denominazioni in regione per rendersene subito conto: qui la tradizione, la storia, quindi il legislatore, hanno sempre sostenuto gli uvaggi più che tendere a restringere il campo a vini prodotti da una sola uva. E bianchi come il fiano di Avellino, il greco di Tufo ma anche i migliori rossi campani, dal Taurasi al Falerno, per quanto questi vengano ben interpretati da ogni singolo produttore con solo l’aglianico o, come nel caso del Falerno col primitivo, alla base delle singole denominazioni di appartenenza si prevedono comunque uvaggi di due se non più varietà.
L’uv e l’isul come viene chiamata ad Ischia la forastera è una varietà molto sensibile, specialmente all’oidio e pure in cantina dà i suoi bei grattacapi: ‘è necessario gestire al meglio soprattutto le prime fasi di vinificazione – precisa Nicola Mazzella cui ho chiesto spiegazioni – per evitare di ritrovarsi in bottiglia un vino verde e poco espressivo’. ‘Dopo 13 vendemmie mi sembra di aver intrapreso la strada giusta: lavoriamo le uve praticamente sottovuoto (stoccaggio, pigiatura e fermentazioni avvengono a temperatura controllata, ndr) e ci teniamo, anche per questo che è il nostro vino base, solo il mosto fiore che rimane circa 30 giorni sulle fecce fini prima di finire in bottiglia per qualche mese’.
Nel bicchiere arriva un bianco molto ‘particolare’, di spiccata personalità ma assolutamente godibile. E’ bello il colore paglierino/verdognolo, luminosissimo, invitante; è particolare il naso che ad occhi chiusi pare riportare immediatamente a paesaggi luminosi e assolati, alle vigne su per le colline e alle parracine ischitane spazzate dalla brezza marina. E’ marcato da una sottile e gradevole pungenza, mi ricorda per certi versi un bianco altoatesino che a me piace molto, il kerner; come questo è assai minerale, a primo acchito quasi tagliente, che regala un sorso di incredibile autenticità, unico. In più però qua dentro c’è un bel pezzo di storia del Mediterraneo. Hai detto niente…
Tag:cantine mazzella, doc, docg, forastera, ischia, isola verde, nicola mazzella, parracine, vini da suoli vulcanici
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30 luglio 2013
A conferma di quanto appena scritto qui¤ merita due righe a parte lo Strione¤ 2009 di Gerardo Vernazzaro, bianco che nasce dalle vigne di falanghina a due passi dal cratere degli Astroni.

Alleggerito e ridefinito concettualmente conserva la spinta emozionale per cui è nato ma soprattutto quella lunghezza che tiene attaccati naso e bocca al bicchiere continuativamente. Il naso è concentrico ma franco, pulito, chiaro e immediatamente leggibile. Ci senti la macchia mediterranea ed ha continui rimandi di buccia d’agrumi e citronella. Il sorso è pieno, bello fresco e chiude sapido, deliziosamente sapido. Falanghina work in progress…
Tag:andiamotrips, cantine astroni, falanghina dei campi flegrei, gerardo vernazzaro, strione
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29 luglio 2013
Una vibrante, conviviale, interessante serata¤ in compagnia di vecchi e nuovi amici con nel bicchiere tante belle anime di una splendida terra. La mia.

Brava Karen Phillips¤ a pensare questa¤ bella iniziativa, a coinvolgere i quattro produttori presenti e, nonostante sia caduta a fine luglio quando in molti sono già con la valigia sulla porta, le tante persone appassionate che vi hanno preso parte.
Tralasciando il racconto di ognuna delle realtà che Luigi e Vincenzo Di Meo, Raffaele Moccia¤, Gerardo Vernazzaro e Francesco Jr Martusciello¤ rappresentano, di cui trovate su queste pagine già ampio riscontro e cronaca, queste che seguono sono le mie impressioni riguardo il senso compiuto di una inizativa del genere e i vini là in degustazione quella sera, non senza una doverosa puntualizzazione: a La Sibilla è andata in scena una suggestiva – speriamo definitiva – presa di coscienza di quanto valore abbia la risorsa agricola (vitivinicola) nei Campi Flegrei; al contempo, l’interessante rincorsa a ritroso nel tempo da un lato conferma quante sorprese riservino i vini di questa terra sospesa tra cielo e mare, grazie anche a bottiglie dalla solida impronta territoriale, ognuna con una propria precisa personalità, dall’altro non smette di ricordarci che certe ‘riletture’ vale sì la pena ‘sentirle’ ma non debbono divenire un dogma.

Mi spiego meglio: vini come il Domus Giulii 2009¤ di Vincenzino o il Vigna del Pino¤ 2003 di Raffaele, come pure il Coste di Cuma 2007 aperti l’altra sera sono stati, a loro modo, una piacevole e gradita sorpresa. Buccioso e profondo il primo, empireumatico e dannatamente sapido quello di Moccia, perfetto (!) – è proprio il caso di sottolinearlo – il cru dei Martusciello nonostante i cinque anni alle spalle.
Continuo però a pensare che la Falanghina dei Campi Flegrei debba rimanere un vino comprensibile già al primo naso, sin dal primo sorso, direi già solo a sentirne il nome: che quando lo bevi sia il cuore a richiamare adrenalina, piacere, divertimento e non la testa a doversi scervellare su cosa, perché, come.
Certo il tempo ci sta insegnando a non temerlo, il tempo. Va bene. E certi assaggi dicono che sì, si può osare, ma attenti però a non perdere la bussola e a non confondere oltremodo gli appassionati che già faticano tanto ad orientarsi davanti a uno scaffale o con una carta dei vini tra le mani. Quando la trovano la Falanghina dei Campi Flegrei sugli scaffali o in una carta dei vini. Insomma, godiamoci tutto il meglio possibile ma rimaniamo concentrati sul pezzo¤, please!

Colle Imperatrice 2012 Cantine Astroni¤. Invitante e pieno di verve il bianco di Gerardo¤, è sgraziato e coinvolgente, non smette un attimo di stuzzicare le papille gustative. Si colgono sentori agrumati dolci e pietra focaia, il sorso è fresco e sapido.
Agnanum 2011 Raffaele Moccia. Non ne sbaglia una Raffaele di bottiglie, quella vigna è un gioiello e i suoi vini perle d’autore. Francamente sono rimasto rapito anche dalla duemiladodici portata in anteprima, che è ancora in vasca e uscirà solo in autunno. Naso sempre sugli scudi, sorso ‘verace’ e lungo, chiusura quasi salina. Una bella esperienza anche la 2003, un po’ monocorde al naso ma dal sorso ancora vibrante e ricco di sfumature.
Coste di Cuma 2007 e 2011 Grotta del Sole. Bello il regalo di portare in degustazione la 2007, la prima annata con bottiglia ed etichetta nuove, la prima a segnare il definitivo cambio di passo sull’uso dei legni con un convinto ritorno all’acciaio e bottiglia come valore aggiunto. Il vino perfetto l’altra sera, esempio lampante di quanto si sia continuato a lavorare duro e bene nonostante i successi¤ e i numeri. Il duemilaundici invece è appagante e minerale, assolutamente pronto da bere e l’estrema godibilità non fa che rassicurarti.
Cruna DeLago 2011 La Sibilla¤. E che dire ancora di questo meraviglioso bianco, che è buono? Che da solo vale il viaggio in cantina? Certo, anche. Vincenzo Di Meo sta lavorando duro per essere all’altezza, Luigi in campagna ha ripreso a fare quello che gli è sempre piaciuto fare, stare dietro ad ogni filare e portare in cantina la migliore uva possibile. E i risultati ci sono tutti!
Tag:agnanum, andiamotrips, campi flegrei, cantine astroni, coste di cuma, cruna de lago, gerardo vernazzaro, grotta del sole, karen phillips, la sibilla, raffaele moccia, snapshot, vincenzo di meo
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1 luglio 2013
Io me li porterei sempre dietro prima di partire per una vacanza. Anche solo appuntati su di un foglietto. Pochi vini, giusto qualche etichetta che non riesco a fare a meno di segnalare come i vini di questa mia estate (di lavoro) 2013. A cominciare da qualche buon assaggio di rosati 2012…

Sono proprio questi¤ quelli da bere con semplicità, magari in compagnia e senza troppe fisime; quei vini capaci di sollazzare il palato, accompagnare a dovere quattro chiacchiere ed una cucina che in estate si alleggerisce parecchio senza però perdere il gusto della precisione e della territorialità.
Uno di quelli da mettere nero su bianco con una certa sottolineatura è il rosato di quest’anno di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli. Il loro Costa d’Amalfi 2012 è fine ed elegante, ha un naso avvincente di viola e di ciliegia; è secco, piacevolissimo, soave sul finale di bocca. E rimanendo da queste parti non male anche il rosato di Tenuta San Francesco, su a Tramonti, solo un poco più ‘carico’ e asciutto, con quel pizzicore amaro sulla chiusura di bocca.
Molto buoni continuano imperterriti ad essere il Negroamaro rosato di Rosa del Golfo, ormai una certezza assoluta per chi beve rosati da anni come pure il Chiaretto Rosamara di Costaripa. Là in Salento la formula è immutata: un vino schietto e verace con tutto il sapore dolce e croccante dei frutti rossi della bella stagione. Mattia Vezzola invece l’ha indovinata ancora una volta e il suo Chiaretto si può dire ormai a tutti gli effetti il vero antagonista ai classici provenzali: dal colore tenue, ha naso sottile ed intrigante intrecciato persino di aromi lievemente speziati ed un sapore avvenente e delicato, tanto da richiamare continuamente il sorso.
Poco più su, in Alto Adige – ne ho già scritto qualche tempo fa -, m’è parsa una bella scoperta La Rose 2012 di Manincor¤. Un vino dalle tante sfumature eppure essenziale e piacevolissimo. Sempre sugli scudi il Pinot Nero Rosé di Franz Haas, già al terzo anno di successi con la vendemmia 2012 e, da segnalare, la buona uscita del Lagrein Rosé 2012 di Terlan.
Ritornando ai ‘nostri’¤, qualche appunto in chiusura: Peppino Pagano, San Salvatore, ha tirato fuori un Vetere 2012 un po’ più alleggerito; sinceramente mi è piaciuto meno del 2011 (per non dire dello strepitoso 2010¤), va detto però che tiene bene la freschezza e la gradevolezza della beva. Tra i tanti altri campani mi riservo invece di dedicare più attenzione alle bevute del Vado Ceraso 2012 di Vestini Campagnano, del Pedirosa 2012 di Vincenzino Di Meo e, non ultimo, il Rosalice¤ 2012 di Maria Felicia Brini, ‘versione aglianico’ stavolta, di cui conservo ancora buoni ricordi sin dal suo esordio. Il loro primo assaggio mi è parso assai interessante, d’altronde l’estate è appena cominciata…
Tag:aglianico, alto adige, costaripa, estate rosa, la rose de manincor, negroamaro, piedirosso, pinot nero, rosamara, rosati d'Italia, vini rosè
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12 giugno 2013
Aziende come Mustilli pare che te le trovi sempre lì, a portata di mano, nonostante ti perdi qualche passaggio o annata. Una di quelle che non fanno ‘rumore’, né cedono più di tanto alla mondanità o tendenze modaiole che pur stanno imperversando in regione in lungo e in largo da qualche tempo.

E’ là, a Sant’Agata dei Goti¤, uno dei borghi d’Italia più belli e imperdibili. Un vigneto, sparso tra il Sannio e il Beneventano, sempre troppo poco pubblicizzati e attenzionati nonostante oltre ai numeri siano ormai decine le aziende meritevoli di maggiore rispetto.
Una famiglia, quella dei Mustilli¤, che tanto ha fatto e fa per il vino campano. Si deve – forse in molti fanno presto a scordarlo -, proprio all’ing. Leonardo Mustilli l’invenzione della falanghina ‘in bottiglia’, nel 1979. Altri tempi. Gente che lavora sodo insomma e che, nonostante la crisi, toma toma, si permette il lusso, appena in giugno, di aver già esaurito buona parte delle nuove annate in carnet.
E poi c’è Fortunato Sebastiano¤, tra i più bravi e attenti enologi campani che con Anna Chiara Mustilli stanno pian pianino rivoltando come un calzino le vigne e i processi di produzione in cantina. Un lavoro silenzioso, quasi sussurrato, ma che attraverso bottiglie sempre più ‘leggibili’ e fruibili, buone, varietali – in una parolona: tipiche! -, vengono via alla grande. Tra l’altro, se non lo avete ancora fatto, provate pure l’ultimo piedirosso loro: è un portento per rapporto prezzo-qualità!
Che poi non so se questo duemiladodici del Vigna Fontanella sia il più buono di sempre uscito dalla loro cantina, però certo è che viene di una franchezza e piacevolezza davvero uniche. E’ sottile, vivace, invitante al naso, secco ma lentamente scioglievole in bocca. Un bianco che poi si smarca nettamente dall’idea di copiaincollare ciò che si fa in Irpinia, dove il greco assume spesso caratteri sulfurei e terrosi molto marcati, particolari, talvolta inarrivabili per complessità e animosità.
Ecco quindi una versione di più facile approccio forse, immediata ma affatto banale, da spendere a più riprese su qualsivoglia piatto leggero, di mare, da mettere in tavola soprattutto in questo inizio estate.
Tag:annachiara mustilli, beneventano, falanghina, fortunato sebastiano, ing leonardo mustilli, maril' mustilli, mustilli, sannio, sannio greco, sant'agata dei goti, vigna fontanella
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3 giugno 2013
Sono stato a Vitigno Italia¤ per un breve passaggio con degli amici. Della fiera in se mi viene da dire poco o niente; ci sono stato troppo poco tempo, a malapena un paio d’ore, ma certe cose si colgono a pelle. ’Il braccialetto? Il braccialetto! E il braccialetto?’ Oh, manco fossero ‘le farfalle’ di Cruciani!

C’è uno sforzo enorme per farlo sopravvivere questo Salone, va detto, ci sta anche bene. E’ pur sempre una valida opportunità per i napoletani di rimanere in contatto con uno spicchio di mercato nazionale. Come rimane suggestiva la location a Castel dell’Ovo seppur con le tante difficoltà operative che comporta.
Va sottolineato però che a distanza di quattro anni (dalla mia ultima fugace partecipazione) poco o nulla mi è parso cambiato in meglio. Dal cosiddetto servizio d’ordine – ahimé talvolta fin troppo sgarbato – ai problemi di sempre mai risolti: vini bianchi non proprio alla giusta temperatura, qualche espositore (assente al banco) in perenne ritardo, qualcun altro chiaramente poco interessato all’interlocutore di turno.
Qualche buon assaggio però me lo son portato dietro lo stesso. Meravigliosi due bianchi su tutti: il Vette di San Leonardo 2012¤, dell’omonima azienda di Avio, vicino a Trento e poi il Nussbaumer stessa annata di Tramin. Uno strepitoso sauvignon blanc il primo, di una vivacità olfattiva tanto coinvolgente quanto invitante: pesca bianca, frutto della passione e menta piperita, salvia e roccia calcarea. Niente pipì di gatto insomma. In bocca è secco e acidulo, rinfrescante e sapido. Di enorme bevibilità, piacerebbe persino a chi non ama per niente il sauvignon.
Il Nussbaumer 2012 invece conferma che il gewurztraminer ha superato brillantemente quella fase di pura tendenza e sta cominciando a proporsi ogni anno sempre più a grandi livelli. Fitto e compulsivo il naso, oltremodo piacevole e balsamico, di grande equilibrio (finalmente) il sorso; è quindi secco, fresco, godibilissimo. Senza sbavature.
Buono buonissimo (ché c’era bisogno di conferme?) il Giorgio I 2009 di Giampaolo Motta¤. Assai varietale il purpureo Colle Rotondella 2012 degli amici Gerardo¤ ed Emanuela e, a tema, stuzzicante anche se un tantino interlocutorio il piedirosso 2012 di Vincenzino Di Meo¤. Un po’ avanti al naso, un po’ in ritardo in bocca. E’ pur vero che è in bottiglia da pochissimo e l’approccio non è stato dei più felici (un caldo!), e mi intriga l’idea di tostare i vinaccioli, però un piedirosso d’annata che pinotnoireggia così ti spiazza, ed un poco confonde. Ci siamo ripromessi di parlarne e berci su nuovamente tra qualche tempo.
Tag:assaggi sparsi, castel dell'ovo, degustazioni, fiere ed eventi, giorio I la massa, napoli, nussbaumer, piedirosso la sibilla, vette san leonardo 2012, vitigno italia
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27 Maggio 2013
Per quanto mi riguarda continuerò con molta probabilità a preferirgli il Fatica Contadina, senza alcun dubbio tra i Taurasi di maggior spessore in circolazione, in certe uscite davvero memorabile, vera e propria pietra miliare.

Con circa 200 ettari di vigneto di proprietà sparsi qua e là in Irpinia Terredora è certamente un riferimento di tutto rispetto, una di quelle aziende capaci di riuscire a coniugare grandi numeri a bottiglie in grado di strapparti comunque compiacimento e soddisfazione.
Etichette sulla bocca di tutti ma non sempre in prima pagina; una famiglia, quella dei Mastroberardino, tra l’altro abituata a tenere un profilo basso nonostante la dimensione produttiva attuale faccia pensare ad altro, ed una conduzione aziendale che rimane a misura familiare, con papà Walter saldamente alle redini e Daniela e Paolo a correre qua e là in giro per stare appresso alle pubbliche relazioni ed al mercato ormai chiaramente di livello internazionale.
Rimarcare la forte impronta territoriale dei suoi vini era anche una prerogativa del lavoro del compianto Lucio, il terzo dei fratelli Mastroberardino purtroppo prematuramente scomparso ad inizio di quest’anno. Persona che ha lasciato dietro di sé un grande ricordo, serbato con affetto e stima da tutti, da coloro che l’hanno conosciuto di persona a quelli come me che ne hanno solo sentito parlare in bene, per le sue capacità umane prima che professionali.

I suoi bianchi ad esempio non hanno mai ceduto al fascino della barriques, e i rossi mai sono stati spinti sopra le righe per piacere a tutti i costi, soprattutto i Taurasi, il Fatica Contadina, il Campore Riserva e, per l’appunto, il Pago dei Fusi, uscito la prima volta nel 2003 con l’intento di dare lustro alle vigne di proprietà in Pietradeifusi. Un 2006 dal colore rubino intenso, quasi ombroso, con un naso che è tutto un rincorrersi di fiori passiti e frutti rossi, ciliegia matura, susina, poi nuances tostate, ma anche spezie dolci e tabacco bagnato. Il sorso è gratificante, ricco di materia, asciutto ed appena tannico. Proprio quel vino spesso utile a chi si avvicina per la prima volta al Taurasi.
Tag:aglianico, daniela mastroberardino, irpinia wines, lucio mastroberardino, pago dei fusi, pietradeifusi, taurasi, terredora, walter mastroberardino
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25 Maggio 2013
C’è davvero da rallegrarsi per la costanza con la quale molte etichette campane continuano a crescere e garantire ogni anno vini di chiara impronta territoriale.

Quando poi questa garanzia di qualità vien fuori da un territorio di grande vocazione ma che ha sempre vissuto col freno a mano tirato come il Vesuvio non si può non esserne felici nel vero senso della parola.
Un rinascimento/rilancio quello del vigneto vesuviano che seguo sempre più da vicino – appassionandomi in qualche caso – grazie soprattutto alle molte nuove leve che stanno riscrivendo, lentamente ma progressivamente, la storia vitivinicola contemporanea là alle falde del grande vulcano napoletano. Talvolta sono realtà molto piccole ma che vanno però tracciando un solco molto profondo scostandosi così da un passato in perenne impasse in balìa dei ‘grandi imbottigliatori’ e numeri francamente insostenibili.
La strada è lunga, sia chiaro, il territorio tra l’altro continua a dover fare i conti con i tanti drammi irrisolti che le amministrazioni locali sono state e sono tutt’ora chiaramente incapaci di gestire e risolvere (salvaguardia del territorio, sviluppo economico), eppure c’è tanto entusiasmo e a piccoli passi i risultati sembrano maturare in bene. Insomma, raccontare oggi di Lacryma Christi e più in generale dei vini del Vesuvio comincia ad essere anche gratificante oltre che un esercizio di stile suggestivo.
Buone conferme in tal senso vengono da una delle tante aziende che potrei citare, tipo Cantine Olivella e dalla seconda uscita del suo Emblema, un doc Vesuvio bianco da caprettone in purezza, praticamente un manifesto di quanto di buono si sta facendo da queste parti riportando i varietali autoctoni locali, come pure la catalanesca ad esempio, nella loro giusta dimensione traendone vini leggeri, di approccio immediato, essenziali direi, freschi, sinceramente minerali e sapidi, anche per questo caratterizzati da grande bevibilità. Un successone!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:cantine olivella, caprettone, catalanesca, emblema, lacryma christi, sant'anastasia, vesuvio, vesuvio bianco
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7 Maggio 2013
Come spesso accade ai degustatori seriali anche agli appassionati più attenti piace fare ricorso a riferimenti trasversali quando un vino colpisce l’immaginario, in particolar modo quando questi smuove il caos della memoria e ripropone prepotentemente vecchie esperienze piacevoli da ricordare.

I vini di Sabino Loffredo, i bianchi in particolar modo, sono sempre più un porto sicuro dove rifuggire da tentennamenti. Poco tempo fa ricordavo quanto si sia alzata l’asticella qualitativa della proposta bianchista regionale grazie anche a vini come il suo splendido Cupo¤, che nella versione duemiladieci regala sorsi maledettamente avvincenti e appaganti. Non è da meno il greco 2011: luminoso, cangiante quasi, offre un ventaglio delizioso fitto di richiami agrumati unitamente a ritorni minerali chiarissimi, nonché un sorso sgraziato, di sostanza e di rassicurante freschezza.
Come è noto abbiamo in parte superato quella vecchia consuetudine di metter fuori al più presto i vini d’annata, guadagnandoci di apprezzare un greco di Tufo piuttosto che un fiano di Avellino più armonici e ‘pronti da bere’ quando ci arrivano nel bicchiere. Così pensati questi vini hanno saputo farsi strada emergendo di slancio grazie soprattutto alla forte personalità, a dispetto di quel mare magnum di chardonnay e pinot grigio che avevano monopolizzato l’offerta dei ristoranti italiani tra gli anni ’70 e tutti i ’90. Le cose per fortuna sono cambiate da un po’ di tempo, di strada ce n’è ancora tanta da fare ma una nuova visione della faccenda fa sicuramente ben sperare soprattutto grazie anche alla crescente attenzione che i consumatori stessi ci mettono nello scegliere un vino dalla carta di un locale.
Così, a poco meno di un anno mezzo dalla vendemmia, di cui buona parte spesi in bottiglia, riusciamo a godere a pieno del lavoro maniacale fatto nei tre ettari e mezzo tra Santa Paolina e Prata Principato Ultra e dell’impegno magistrale profuso in cantina riconducibili ad una precisa ed originale interpretazione, che fa della sua verve minerale una forza della natura impressionante e, contemporaneamente, del tempo che verrà solo una proiezione senza alcun timore reverenziale. In attesa del ritorno dell’indimenticato ‘G’ in versione 2010, di cui si dice in giro già un gran bene, questo greco vale più di una consolazione!
Tag:cupo, greco di tufo, montefredane, pietracupa, prata principato ultre, sabino loffredo, santa paolina, vini binachi campani
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2 Maggio 2013
Il successo del succoso Fiorduva di Andrea e Marisa ha pochi eguali in Campania, tra l’altro ormai universalmente riconosciuto tra i grandi bianchi italiani ogni anno sempre più applaudito.

Un riconoscimento che si fa ancor più grande se si pensa a quei luoghi, a quelle vigne strappate letteralmente alla montagna che ricadono a strapiombo sul mare, visione questa di una suggestione unica e rara che ha pochi equivalenti. Sono gli stessi luoghi dove nasce pure quest’altro piccolo capolavoro di falanghina e biancolella che, opinione del tutto personale, sempre più spesso mi viene addirittura naturale mettere davanti al Fiorduva stesso.
Possiede una straordinaria franchezza espressiva il Furore bianco 2012, lo cogli sin dal primo approccio, appena ci metti il naso nel bicchiere, non appena ti bagni le labbra. Passeremmo ore a discutere davanti ad una vecchia bottiglia di fiano di Avellino di Vadiaperti o di Lacryma Christi bianco di Villa Dora, magari dello stesso Fiorduva se ne trovassimo qualcuna in giro ben conservata.
Sono bianchi questi ultimi capaci di sovvertire luoghi comuni e convinzioni vetuste: profondità, larghezza, spessore sarebbero le parole più gettonate, ne sono convinto, come infinite ritornerebbero le disquisizioni emozionali dinanzi a bottiglie sorprendenti finalmente proiettate nel tempo con la stessa apertura di credito riconosciuta sino a pochi anni fa solo a certune d’oltralpe (Borgogna, Alsazia ecc…).
Talvolta, certe volte, c’è però bisogno di altro: di un sospiro, un piacere, una voluttà immediatamente leggibile, non necessariamente ancestrale, bensì immediata, da stappare al volo e da godere adesso, subito. E’ pure di questo che si ha bisogno, no? Cogliere l’attimo, quel glicine appena in fiore, la mela appena matura, un respiro a ‘pieni polmoni’ affacciati su una terrazza qualsiasi di Furore, ‘il paese dipinto’; la macchia mediterranea, il sale appena accennato, il sole là appena al tramonto. Una goccia in mezzo al mare sì, ma sempre più unica!
Tag:bacco, bianclella, costa d'amalfi, falanghina, fiorduva, furore 2012, luigi moio, marisa cuomo, marisa cuomo gran furore divina costiera, terrazza
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20 aprile 2013

Il mare, la terra, una rincorsa senza tregua. Il Raviolo di Mozzarella con scarola e Palamita, sapori netti, unici, profondi, tra i nostri più tradizionali che fanno capolino in questo riuscitissimo piatto di Andrea Migliaccio, frutto del lavoro di un anno di prove e riprove.
C’è la sfoglia carezzata a mano, Mozzarella di Bufala senza eguali e quello sfondo verde, quella speranza che ognuno di noi merita di vedere oltre l’orizzonte; e poi il mare, la Palamita appena scottata, con quel sale in punta di forchetta che infonde vivacità ad ogni singolo assaggio. Armonia di colori da mangiare…

Così questo splendido bianco tirato fuori dalla terra che più terra non si può, non smette un momento di condurre proprio lì, a un passo dal mare. Un grande fiano di Avellino questo duemilaundici di Ercole Zarrella, di quelli che non finiresti mai di bere, offrire in qualsiasi momento, occasione, abbinamento.
Luminoso, verticale, trasversale. Tutto infiocchettato a dovere. C’è dentro tutta la forza di una terra straordinaria, c’è l’ebbrezza dello spazio infinito senza un filo di vertigini, c’è il sole riflesso a pelo sull’acqua che si colloca con precisione millimetrica nel mediterraneo più prossimo. E’ sferzante, balsamico e sapido, anzi, salato proprio. Formidabile! Fate spazio amici miei, giacché fosse tra i migliori adesso non basterà nemmeno metterlo semplicemmente tra i primi.
Tag:abbinamenti col vino, andrea migliaccio, arianiello, aurelia fabrizio, capri, capripalacehotel, ercole zarrella, executive chef migliaccio, isola di capri, l'olivo, michelin, mozzarella di bufala, ristorante L'Olivo, rocca del principe, tonino cacace
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9 aprile 2013
In un momento di mercato dove registriamo una frenesia senza eguali nel fare bollicine di facile lettura, con qualsiasi varietale spendibile, tirar fuori un metodo classico di 25 anni appare pura follia! Un asprinio d’Aversa¤ poi, ma di cosa stiamo parlando?

Già, di cosa stiamo parlando? Eppure basterebbe domandarsi cos’erano nemmeno 20/25 anni fa la Franciacorta¤, la doc Trento¤ o l’Oltrepò Pavese¤ giusto per fare qualche nome tanto in voga oggigiorno. Ecco, fermiamoci qua, e tra un rimpianto e l’altro godiamoci a piccoli sorsi queste poche bottiglie messe via per passione dalla buonanima di Gennaro Martusciello che, nell’88, già da qualche anno – Grotta del Sole¤ così com’è nemmeno esisteva – smanettava in cantina dando forma e sostanza ai suoi studi spesi lì a Conegliano Veneto con quel chiodo fisso in testa: gli autoctoni campani, quelle alberate¤, l’asprinio, il metodo champenois.
L’asprinio è un piccolo grande vitigno, misconosciuto, rude, vigoroso, dalla carica acida impressionante, perfetto per farne spumanti. Sul breve dà vini bianchi secchissimi, asprigni appunto, ma di grande bevibilita’¤. Che alla lunga però sanno regalare piacevoli sorprese¤, conservano vivida freschezza e tirano fuori, col tempo, note olfattive talvolta anche empireumatiche assai suggestive.
Così questo metodo classico gioca di fino su note ossidative, ha un bel colore dorato, un primo naso sottile, lievemente salmastro, poi idrocarburico, quasi un rimando ancestrale, speziato di ginger e via via, lentamente, più definito di camomilla e agrumi canditi. In bocca è invece immediato, asciutto, tuttora vibrante, ben dritto, senza ammiccamenti ‘drai’ o ‘estradrai’, una stilettata segnata dal tempo ma ancora pienamente efficace. Che poi si sa, in altri tempi a 25 anni anche la più capricciosa delle donne sapeva bene quel che desiderava dalla vita.
Tag:alberata aversana, asprinio d'aversa, big picture, campi fegrei, conegliano veneto, don pedro de toledo, extra brut, gennaro martusciello, grotta del sole, metodo ancestrale, metodo classico, quarto, riserva 1988 grotta del sole, vinicola flegrea
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3 aprile 2013
Sembra facile lasciarsi andare a facili entusiasmi dinanzi a certe bottiglie, costruirci sopra magari architetture letterarie senza precedenti, talvolta anche impetuose, assai istintive, emozionanti, suggestive.

Con il Cupo 2010 è ancorché semplice sebbene pienamente ispirato, e continua ad esserlo in maniera perentoria ogniqualvolta mi ci avvicino, da un anno a questa parte, per coglierne le sfumature.
L’ho messo sin da subito tra i miei migliori assaggi dell’anno passato, anzi, il miglior bianco in assoluto passatomi per mano nel 2012¤. Un azzardo forse un anno fa, per un vino se vogliamo in fase embrionale, solo parzialmente espresso, eppure già assolutamente emozionante, teso e vitale con una propulsione gustativa incredibilmente dinamica.
Ha grande stoffa questo fiano di Sabino, sulla carta un igt Campania, per scelta non certo per le origini che stanno sempre là tra quei 3 ettari e mezzo a Montefredane, luogo d’elezione del fiano di Avellino di cui Pietracupa continua ad essere tra i più degni e sicuri interpreti in circolazione. Il duemiladieci¤ si sa, ha consegnato un millesimo di grande prospettiva, vini di notevole consistenza, pregevole tessitura e questo riassaggio conferma con quanto entusiasmo ci si possa aspettare, riuscendone a conservare qualcuna di queste bottiglie, un bianco fuori dal tempo ma a pieno titolo nella storiografia del varietale.
Tag:bianchirpinia, campania igt, campania igt cupo, cupo, cupo 2010, fiano di avellino, irpinia wines, l'arcante wine award®, montefredane, pietracupa, sabino loffredo
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25 marzo 2013
Senza esagerare e perderci in troppi rivoli sempre complicati da navigare a vista diciamo che il Jungano incarna, è proprio il caso di dire, quel rosso di grande polpa che fa (quasi) sempre piacere ritrovare nel bicchiere: un aglianico del nostro tempo con tanta sostanza, tessuto e ciccia necessaria per stare in tavola, volendo, anche tutti i giorni.

E’ un vino di prorompente vivacità, anche immediato, di quelli che non hai bisogno del manuale d’istruzione per capire da dove cominciare. Ma attenzione però a non confondere questa chiarezza espressiva con la solita solfa di vini comuni a tutto tondo, anzi. Il Jungano 2010 è solo il primo giro di serratura che va spalancando le porte all’aglianico di questo sorprendente pezzo di terra sopra Paestum. Un rosso di gran carattere ma che sa toccare le corde giuste.
Non ci metti molto a capirlo, è un rosso dal frutto incredibilmente piacevole, nero, teso, gioviale, che cede poco alla terziarizzazione, te ne accorgi tenendolo a lungo nel bicchiere, anche per un giorno intero: è un continuo riecheggiare di mora e rimandi balsamici che spiegano a pieno quanto potenziale possiede questo straordinario varietale quando sboccia stretto nella morsa di un terreno avido e minerale com’è da queste parti. Sapientemente interpretato.

Non dimentichiamoci infatti la grande sostanza del progetto di Peppino Pagano che non si è certo lanciato in quest’avventura da sprovveduto, o solo per inseguire quella moda tanto cara – in tutti i sensi – agli imprenditori di successo in altri campi di fare vino per hobby. San Salvatore¤ è anzitutto un’azienda agricola a 360°, biologica non per manifesto ma per vocazione e che gira a palla sin dal suo debutto commerciale, non a caso in appena una manciata di vendemmie è già riuscita a smarcarsi proprio grazie alla forte personalità dei suoi vini bianchi¤ quanto più dei suoi due rossi¤.
Tag:aglianico, calpazio, gillo dorfles, giungano, jungano, paestum, peppino pagano, pian di stio, san salvatore, trentenare, trentinara
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21 marzo 2013
Ho avuto spesso, qui e altrove, parole di profonda stima ed ammirazione per Maurizio De Simone e il suo lavoro speso in lungo e in largo in Campania. Opera che ci ha permesso, lo dico soprattutto a noi bottiglieri, di menarcela alla grande con gli appassionati più incalliti in giro pei ristoranti; con, tra le mani, veri e propri piccoli capolavori¤ in bottiglia che a qualcuno infatti non sono certo sfuggiti¤. 
Approfitto di questo assaggio del Piante a Lapio 2011 di Joaquin per rendergli pubblicamente omaggio, a lui ma anche a Raffaele Pagano¤ che continua a sorprendere forte: Maurizio¤, nonostante la sua esuberanza l’abbia portato spesso in passato anche a scelte di profonda rottura, continua invece a lavorare con grande attenzione ed abnegazione lasciandoci tracce davvero significative in un circuito che, diciamocelo, talvolta si mostra fin troppo impalpabile. E ciò che ha appena iniziato con Pagano sembra avere tutti i tratti di un sogno cullato per anni con radici molto profonde nella memoria del tempo; così gli ho chiesto qualche chiarimento, da cui poi ne avrei dovuto trarre spunto per scriverci su qualcosa, ma sono così ricche di suggestione queste sue parole che ve le trascrivo pari pari. E’ un post un po’ lungo ma ne vale veramente la pena!

Questo il suo pensiero. “Da sempre ritengo che le selezioni massali, operate negli ultimi 50 anni dai vivaisti, abbiamo modificato i caratteri originali delle varietà più antiche. Lo scopo commerciale di riprodurre viti genera criteri di selezione legati a fattori riproduttivi e di attecchimento senza tener conto dei risvolti enologici. Pertanto i vitigni che coltiviamo oggi, sono certamente molto diversi dai loro progenitori”.
“La Campania è tra le poche zone del mondo dove è possibile trovare piante precedenti alla fillossera, e quindi espressioni primordiali dei vitigni senza interferenze del portainnesto e di selezione artificiosa, da qui deriva la mia ricerca, ormai ventennale, di vinificare le uve di queste piante in purezza e cercare di capire le peculiarità enologiche per individuare quali potessero essere le caratteristiche che hanno reso famosi questi vini già nell’antichità e che hanno avuto tale successo da arrivare fino a noi, a questo serve però legare la ricerca di sistemi di vinificazione quanto più tradizionali e materiali di affinamento capaci di esaltare questa unicità senza interferire nella sostanza”.
“Oggi si parla tanto di terroir, ma come si fa a definire un carattere ‘tipico’ se non siamo andati a verificare il legame vite-terra-uomo che ne hanno condizionato l’evoluzione? In Campania abbiamo un patrimonio da preservare e potrebbe essere quella marcia in più in un mercato piatto, lo dico da sempre ma ormai sono rimaste pochissime opportunità di ricerca”.
“Con Raffaele ho solo ripreso fattivamente un lavoro cominciato e (personalmente) mai interrotto nel lontano 1992, con il prof. Antonio Troisi, papà di Raffaele Troisi di Vadiaperti, che condivideva con me queste idee e riteneva Lapio la culla del fiano, come poi si è dimostrato negli anni, dove cominciammo anche ad individuare i primi ceppi su piede franco che oggi stiamo valorizzando con Joaquin”.
“Il fatto rilevante è che queste piante sviluppano generalmente il grappolo già alla seconda gemma, elemento che confermerebbe – teoricamente, perché non c’è nessun elemento scientifico per dimostrarlo -, che l’interferenza dell’uomo è stata tale da averne modificato la genetica e se tanto mi da tanto dovremmo anche pensare di rimettere in discussione quei caratteri definiti ‘tipici’ del fiano; sia chiaro, non che ritengo queste piante capaci di dare vini migliori, ma almeno sondando e verificandone tutte le potenzialità sapremmo da dove si è partiti per arrivare poi ad oggi”.

“L’idea di Piante a Lapio quindi è di produrre un fiano da sole piante centenarie¤ a ‘piede franco’ e intervenire il meno possibile enologicamente¤, come pure, ad esempio, sostituire l’anidride solforosa con un coadiuvante antisettico naturale estratto dai polifenoli del vinacciolo che contribuisce ad eliminare un ulteriore fattore di interferenza quali sono di solito i solfiti aggiunti¤”.

“Abbiamo poi scelto di affinarlo in legni di castagno di Agerola, perchè da sempre viene ritenuto il migliore per la produzione di botti, e la spiegazione che ho individuato in merito è che sul Faito il terreno fertile è spesso pochi centimetri e quindi l’albero stenta a crescere, donando dei legni più compatti e visto che il difetto principale del castagno è l’eccessiva permeabilità di ossigeno, con conseguente ossidazione del vino contenuto, questo fattore ha fatto sì che i nostri ‘vecchi’ lo individuassero come ‘migliore’ perché i vini qui conservati risultavano incredibilmente più espressivi che altrove, nonché più stabili. Ricordo in merito che il papà di Luigi Di Meo (La Sibilla, ndr) mi raccontava che il “Per ‘e Palummo¤” nel castagno di Agerola era di sovente destinato ai Signori napoletani, mentre il vino delle altre botti era il vino per il ‘popolino’ e i prezzi erano notevolmente diversi. Per questo con Cione Botti di Avellino ci siamo selezionati i legni di Agerola e stiamo costruendo botti da 500 litri”.

Ma veniamo all’assaggio di questa prima uscita del Piante a Lapio 2011, sulla carta un igt Campania Fiano, per essere pignoli. E’ subito chiarissimo che ha tanta materia in canna, ma anche che solo il tempo, di qui ad almeno due/tre anni la saprà districare, stratificare e consegnare per bene ai palati più attenti. E’ un bianco evocativo, di grande slancio olfattivo, oggi più orizzontale che verticale, concentrico su toni di macchia mediterranea, garighe, origano, arricchito da fluttuanti nuances di acacia e zenzero candito; con un sorso di grande energia, tremendamente asciutto, recalcitrante quasi, a conferma di quanto impeto conservi, con una chiusura di bocca di grande freschezza e dal sapore di una promessa immancabile. Che, naturalmente, sapremo attendere e non ci vogliamo perdere per nulla al mondo.
Tag:antonio troisi, campania fiano, fiano di avellino, joaquin, jqn 203, l'arcante, maurizio de simone, piante a lapio, raffaele pagano, vadiaperti, vini senza aggiunta di solfiti, viti secolari
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19 marzo 2013
Si chiude con quest’ultimo post il report sugli assaggi seriali di Taurasi Vendemmia 2013. Come anticipato qui¤, il ritorno sull’annata 2008 ha riservato tante piacevoli sorprese, concendendo tra l’altro a chi non era stato presente l’anno scorso, per un motivo o per un’altro, di proporsi con grande slancio ed efficacia. Non a caso proprio da questi i sussulti migliori. Chiudo infine col segnalarvi le tre etichette 2007 che più mi sono piaciute!

***** Taurasi Coste 2008 Cantine Lonardo, Taurasi – Valle Centrale/Riva destra del Calore. Non a caso ha messo tutti d’accordo, esperti e meno esperti che l’hanno provato e riprovato quasi increduli dinanzi a tanta sostanza espressa in maniera così pregevole. Secondo me solo una spanna o due sopra il Macchia dei Goti di Caggiano. Colore rubino fitto, poco trasparente, tinge di viola il calice. Naso ineccepibile, didattico mi verrebbe da dire, si concede a tratti ed ogni volta assai diverso e più intenso: amarena, mirtillo, cuoio, terra, sottobosco, anche dell’animale prima di finire dolce e balsamico. Sorso di grande sostanza, vigoroso, carnoso, con tanta materia, nerbo che s’allungano e allargano un palmo in più ad ogni passaggio in bocca. E’ un cru ‘annata’, non un Riserva come erroneamente riportato da alcuni¤, fatto solo quando possibile con le migliori uve colte dalle vigne di proprietà intorno Taurasi.
***** Taurasi Macchia dei Goti 2008 Caggiano, Taurasi – Valle Centrale/Riva destra del Calore. ‘Un aglianico di grandissima levatura’. Preso dall’entusiasmo per ciò che avevo nel bicchiere così chiudevo i miei appunti di degustazione appena dopo riassaggiato il campione n. 43. Invero mi sembra di ricordarlo preciso com’era ancora adesso che ne trascrivo le note, meraviglioso, non c’è che dire! Assente a Taurasi Vendemmia 2008¤, l’anno in bottiglia sembra avergli regalato quella compostezza che sinceramente da un po’ mancavo di trovare così nitidamente nel Macchia dei Goti. Ha uno splendido colore rubino vivace, un naso invitante, franco, di frutti rossi polposi e balsami, liquerizia. Sorso di grande respiro, caldo, ammanta quasi il palato con una impronta territoriale di grande fascino, slanciato, lunghissimo.
****/* Taurasi Riserva Piano di Montevergine 2008 Feudi di San Gregorio, Sorbo Serpico – Valle Centrale/Riva destra del Calore. 12.000 bottiglie di pregevolissimo aglianico che rimangono testimonianza di quanto una grande azienda oltre ai numeri sappia far quadrare anche il bilancio storico che la vede sicuramente portabandiera, con poche altre, dell’affermazione dei vini irpini nel mondo. Il Riserva Piano di Montevergine è il gioiello di casa Feudi, per me, da sempre, il miglior rosso, checché sappia ‘raccontare’ in certe annate il loro Serpico¤. Bello il colore di questo 2008, rubino appena sgranato sull’unghia del vino nel bicchiere. Naso molto invitante, variopinto, sa anzitutto di amarena e prugna, poi di pepe, liquerizia, un tocco di caffé a chiudere. Sorso di buonissima sostanza, teso, giustamente tannico, con un allungo sul finale marcatamente balsamico.
**** Taurasi Vigne d’Alto 2008 Cantine Lonardo, Taurasi – Valle Centrale/Riva destra del Calore. E’ chiaro che la scelta fatta dai Lonardo di venire fuori con tante diverse etichette¤ secondo quanto gli viene consegnato da madre natura ogni anno va applaudita e seguita con sempre maggiore attenzione nei prossimi anni, soprattutto per far comprendere meglio queste diversità a chi non sia proprio incline alle vicende aglianiciste taurasine. Vigne d’Alto, a differenza del fratello gemello Coste, viene fuori da piante vecchie, in media di 60-100 anni site in contrada Case d’Alto, a Taurasi. Anche qui il colore rubino è ben espresso, fitto e vivace. Ha un naso ciliegioso e speziato di pepe nero, anche un po’ cinerino. Il sorso è asciutto, austero, col tannino appena un po’ più pronunciato. Impeccabile esecuzione comunque.
**** Taurasi Riserva Terzotratto¤ Etichetta Bianca 2008 I Favati, Cesinali – Assemblaggio. E’ un impegno costante ormai quello ‘rossista’¤ dei fratelli Favati e Rosanna Petrozziello, per la prima volta in campo addirittura con un Taurasi Riserva. Da uve provenienti da San Mango sul Calore e Venticano una manciata di bottiglie, appena 4.000, che sapranno però farsi ben valere tra le più conosciute ed apprezzate ‘Etichetta Bianca’ di casa, i cru di greco di Tufo¤ e fiano di Avellino. Mostra un bel colore rubino maturo di buona integrità. Ha un naso delicato ma di buona fittezza, ne viene fuori frutta matura, anche sottospirito ma soprattutto uno speziato molto invitante e curioso. Sorso austero di buon peso, sostenuto da una trama carezzevole e piacevolmente balsamica.
**** Taurasi Nero Nè 2008 Il Cancelliere¤, Montemarano – Versante Sud/Alta Valle. Sembrerebbe che alla fine dovremo rinunciare a vedere in giro bottiglie di Taurasi Nero Né 2007. Oppure no, chissà. Tant’è che ancora quest’anno rimane lì in cantina a Montemarano, lontano da occhi indiscreti. Su questo 2008 poco o nulla da aggiungere, è uno splendido rosso austero assai tipico, di cui tra l’altro trovate qui¤ una più ampia ed accorta recensione, se vi va.
**** Taurasi 2008 Perillo¤, Castelfranci – Versante Sud/Alta Valle. Un’altra grande interpretazione che mancava all’appello lo scorso anno a Montemiletto, a ragione evidentemente. Davvero riconciliante questo assaggio, il tempo speso in bottiglia gli ha solo giovato. Colore rubino concentrato, naso di buonissima espressività: c’è viola, ciliegia sottospirito, pepe, con note tostate appena dolci sullo sfondo. Sorso di buona levatura, ha tannino di carattere ma ben integrato, è dritto e sgraziato quanto ci si aspetta.
Per chiudere questa bellissima pagina di assaggi seriali tenuti a Taurasi Vendemmia 2013, mi piace infine lasciare traccia dei miei preferiti anche tra quelli proposti nella batteria dei 2007, tra i quali mi son tanto piaciuti più di tutti tre vini: il Taurasi Riserva Radici 2007 Mastroberardino ****/*, Assemblaggio, dal colore rubino di buona trasparenza ed un naso estremamente fine, con un sorso di bella fattura ma sottile, tutto giocato in sottrazione, risoluto, sapido. Il riferimento¤!
Il Primum Riserva 2007 di Guastaferro ****/*, da Taurasi – Valle Centrale/Riva destra del Calore. Un rosso di pregevole fittezza, di grande levatura, invitante, intenso, nitido che sa di prugna e piccoli frutti neri e riesce a regalare un sorso di grande sostanza ma non più così debordante, anche affaticato, come qualche passaggio sembrava consegnare talvolta in passato.
E, per la sua composta interpretazione, il Taurasi Riserva Il Vicario 2007 di D’Antiche Terre ****/* – Quadrante Nord/Riva Sinistra del Calore. Un rosso delizioso, dal colore rubino piuttosto fitto, con un naso di grande precisione, molto invitante, sa di frutta rossa matura e note dolci che aprono ad una bevuta di buona stoffa e concentrazione. Credo tra l’altro non costi nemmeno tanto per essere un Riserva, insomma un vero affarone.
***** Eccellente **** Ottimo *** Buono ** Suffic. * Mediocre
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