Archive for the ‘DEGUSTAZIONI VINI’ Category
3 settembre 2011
1811-2011, duecento anni. A pensarci bene non sono mica pochi, e tanto – da solo – dovrebbe bastare per significare quanto lavoro di fino sia stato fatto alla Perrier Jouet, oggi di proprietà del colosso Pernod Ricard, per arrivare in così splendida forma sino a noi.

Blason Rosé è la cuvée più antica della maison di Epernay, perlopiù riconosciuta in tutto il mondo per il marchio Belle Epoque ma che, come testimonia anche l’etichetta qui sopra, rimane – soprattutto per volontà di numerosi storici afeçionados al blason de France -, ancorata fortemente a questa premiere cuvée rosè caratterizzata per la maggior parte da uve pinot, nero e meunier.
Lo champagne si sa è senza dubbio il vino di maggior successo al mondo, o quantomeno il più conosciuto e ricercato, non a caso come pochi sembra non soffrire affatto della crisi economica che sta attanagliando mezzo mondo. Ma lo champagne è anche il vino più personale che esista, hai voglia di parlare di terroir, pedoclima, frutto o integrità, qui il valore aggiunto rimane la cantina, anzi la cave, ovvero lo chef de cave, “l’alchimista” che con le sue intuizioni, le sue scelte e le mille diavolerie nell’assemblaggio, tra tete de cuve e liqueurs, decide del destino di milioni di bottiglie, e con esse, del piacere di centinaia di milioni di appassionati.
Il Blason Rosé di Perrier-Jouët è composto come detto da pinot noir per il 50% e pinot meunier e chardonnay per il restante 50%, questi ultimi più o meno in parti eguali. E’ una cuvée che offre una splendida beva, coinvolgente, vivace, piuttosto gratificante. Si propone con un colore rosa chiaretto intenso e luminoso, le bollicine sono finissime ed infinite; il primo naso esalta note aromatiche decisamente fresche e sbarazzine di frutta, lamponi e fragola anzitutto, che infondono persuasione ed invitano al secondo sorso; poi sottili nuances candite e officinali, ma nulla di inappropriato. In bocca è secco, bilanciatissimo, ha personalità e al tempo stesso delicatezza, asperge il palato con dolcissime note agrumate prima di chiudere asciutto e vellutato. Lo trovate nelle enoteche intorno ai 78/85 euro, in Italia è distribuito in esclusiva da Marchesi Antinori.
Tag:belle epoque, blason de france, blason rosè, champagne, chardonnay, cuvee de champagne, epernay, marchesi antinori, perrier jouet, pino nero, pinot meunier, tete de cuve
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Francia, nel MONDO | Leave a Comment »
31 agosto 2011
Pensare a un vino e dire che non ha pari è più che innamorarsene, è perderci la testa. Personalmente ho sempre avuto un gran debole per i vini di Villa Russiz, una realtà decisamente incredibile che fa vini al di sopra di ogni aspettativa, qualsiasi ne bevi, i bianchi in primis.

Più del Grafin de La Tour, lo chardonnay capace di attraversare decenni senza alcun cedimento, tra i pochissimi italiani a potersi permettere passerelle oltralpe e oltreoceano, è il Sauvignon de la Tour ha catalizzare da sempre ogni mia particolare attenzione verso i vini di Gianni Menotti e la sua band. Un vino ogni anno straordinario, infinito, ma questo duemilaotto appare decisamente enorme, assolutamente oltre ogni aspettativa. Tre assaggi in un anno, ognuno più dell’altro, mi fanno pensare, offrono conferma – nonostante sia la mia una passione piuttosto nutrita sino ad oggi -, di non aver mai bevuto prima un sauvignon così entusiasmante. Da manuale.
Di un bellissimo giallo paglierino luminoso si offre ad un approccio olfattivo strabiliante; il naso è portentoso, strepitoso per eleganza e finezza, direi superlativo: inizialmente delicato, si apre ad un corollario di sentori e riconoscimenti incredibili, note erbacee e speziate che fanno da trampolino a sottili nuances vegetali e di frutti esotici e agrumi; sensazioni balsamiche di salvia e maggiorana che rincorrono peperone giallo, pesca e pompelmo. E l’immancabile passion fruit. In bocca l’attacco è disincantato, senza freni, fitto, tanto ampio quanto profondo, acidità a tutto spiano addolcita da una struttura importante, stratificata, non indifferente. Unico appunto, non ce n’è più in giro. A meno che in Fondazione non decidano di dar fondo alla cantina di Capriva dove riposano – si dice – ancora un paio di migliaia di bottiglie di duemilaotto in attesa di una possibile reimmissione sul mercato nel 2014. Mai attesa sarà più gradita!
Tag:capriva del friuli, chardonnay grafin de la tour, fondazione villa russiz, friulano, gianni menotti, ribolla gialla, sauvignon, sauvignon de la tour, villa russiz
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Friuli Venezia Giulia, I Vini del Cuore, in ITALIA | 2 Comments »
26 agosto 2011
Ne abbiamo già raccontato qui¤; Tramonti è un luogo unico al mondo, suggestivo come pochi, da godere con occhi ben aperti e respirando a forza per portarsi via quanta più aria possibile. E’ vero, ti riempie il cuore!

Chi c’è stato¤ non ha potuto far altro che constatare che quanto dicevamo rappresentava solo in minima parte l’emozione, fortissima, che si prova nel camminare le vigne ultracentenarie immerse tra le montagne che sovrastano, imponenti, la costiera Amalfitana; quanto a noi, quello che abbiamo raccontato di Gigino Reale e Alfonso Arpino¤ per esempio, è già una testimonianza che ha fatto storia su questo blog: le verticali del Borgo di Gete¤ e del Monte di Grazia rosso¤ permangono due tracce indelebili continuamente appetite dai “pasionari” del tintore, mentre la recensione del primo Per Eva 2008¤ passatomi tra le mani, una delle più lette e assiduamente ricercate.
Luciano Pignataro¤, in questo¤ suo interessante post, parla addirittura di “miracolo del vino a Tramonti”; il fatto è che siamo indiscutibilemente di fronte ad un vero e proprio fenomeno enologico, tra i pochi così eclatanti registrati in regione nell’ultimo ventennio; e qui bisogna guardare, con sempre maggiore attenzione per godere del pieno successo del vino made in Campania senza scannarsi con l’annosa, dilaniante questione dei numeri. Certo, il territorio, la denominazione, vanno fermamente salvaguardati, oggi più che mai, per preservarne, unitamente al successo commerciale, l’enorme valore culturale, sociale, identitario, economico, che, come detto, qui rimane più unico che irripetibile.

Ciò che fa dei bianchi di qui veri “pezzi d’artiglieria” per la tavola sono anzitutto le vigne, alcune delle quali piuttosto vecchie e quindi caratterizzate da bassa produttività; starseti centenari allignati per lo più su terreni calcarei, di origine anzitutto vulcanica; poi vi è l’ambiente pedoclimatico che le circonda, particolarmente caratterizzante. In primis le forti escursioni termiche dovute all’altitudine, che in alcuni punti raggiunge i 500 metri sul livello del mare, e il triventum, i tre venti che rinfrescano costantemente tutto l’areale di Tramonti.

Se ne giovano in particolar modo anche le vigne di Gaetano Bove, non a caso i suoi vini bianchi risultano tra i più interessanti del circondario, giocati di sovente, come questo Per Eva, sull’uvaggio di falanghina, il vitigno bianco a maggiore diffusione in regione, ginestra e pepella (vedi foto), autoctoni a diffusione perlopiù locale; combinazioni tra l’altro interpretate in maniera impeccabile da Carmine Valentino.
I
l Costa d’Amalfi bianco Per Eva 2009 splende di un colore giallo paglierino netto con accennati riflessi dorati, vivo e cristallino. Il naso non è così ampio come il precedente duemilaotto, ma è solo questione di tempo; l’annata ha consegnato vini lievemente più austeri ed ermetici, ma di cui non si può non avere ottime aspettative; qui si colgono anzitutto note erbacee, seguite da sentori di frutta a polpa gialla come la pesca nonché continui ritorni agrumati, lievi ma decisivi. In bocca è fulgido, asciutto, fresco, balsamico, ci ritorni volentieri su a berne un secondo, poi un terzo bicchiere, ancor più saporito, minerale. Una bottiglia compagna ideale di certe sere di fine estate, affacciati al balcone a pensare, a contare le stelle e aspettare qualcuno che “…Angelo, è ora di andare”. E l’indomani partire. Ancora una volta.
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:angelo di costanzo, borgo di gete, carmine valentino, costa d'amalfi, costa d'amalfi tramonti bianco per eva 2009 tenuta san francesco, falanghina, gaetano bove, ginestra, luciano pignataro, monte di grazia, nonsolodivino blog, pepella, sommelier, stefano ghisletta, tintore di tramonti, tramonti, vini della campania
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 2 Comments »
24 agosto 2011
Null’altro che una breve segnalazione di un “qualcosa” da bere, decisamente interessante, da ricercare tra una scarpinata e l’altra per chi si trovasse ancora in vacanza in quel meraviglioso luogo che è il Cilento; questo scorcio di fine agosto poi è perfetto per godere al meglio delle mete più belle di questo pezzo di Campania, sicuramente tra le più suggestive che la nostra “terra felix” sa offrire ai suoi avventori, continuamente sospese tra il cielo azzurro delle vicine colline – che in certi luoghi del parco si fanno vera e propria montagna – e il mare infinitamente blu delle coste incontaminate.

Si chiama La Matta, è praticamente uno spumante naturale, a dosaggio zero prodotto da uve fiano, l’ultimo vino nato in casa di Betty e Pasquale Mitrano, per mano – quel poco che è servito mettercele, a quanto pare – di Fortunato Sebastiano, enologo visionario e al tempo stesso mosso sempre da grande concretezza. Da quanto mi ha spiegato Pasquale, l’uva, il processo produttivo, seguono quella linea biodinamica e naturale ormai fortemente consolidata a Casebianche; il che significa: grande lavoro in vigna, cernita pressoché maniacale, soprattutto per cogliere al meglio solo quei grappoli con acini al loro massimo tenore di acidità, e che la presa di spuma, dopo la prima fermentazione classica per fare il vino base, avviene attraverso una lenta rifermentazione naturale e spontanea, e non attraverso l’addizione di anidride carbonica, zuccheri o additivi vari come si è soliti attuare.

Curioso anche il packaging, piuttosto scarno (e insolito) rispetto a quanto siamo abituati: le bottiglie, di vetro chiaro (!) fanno trasparire tutto il contenuto, compreso il deposito, che non manca di intorbidire il vino non appena scosso, e che esprime però tutta l’essenza di un progetto che più “integrale” non si potrebbe definire; bottiglie tra l’altro vengono tappate con un insolito tappo a corona anziché il più classico sughero ingabbiato “a fungo”, con ancora il bidule. Occhio quindi a maneggiarle con cura alla stappatura, soprattutto per evitare “botti e lanci” sconvenienti.
Il vino offre indubbiamente spunti molto interessanti, soprattutto nell’ottica di sviluppare un progetto di “bollicine alternative” e non semplicemente fini a se stesse, un po’ come accade ultimamente nell’area del prosecco, dove alcuni piccoli (e bravi) produttori hanno riscoperto, e quindi rilanciato, il cosiddetto “prosecco col fondo”, dando vita tra l’altro – soprattutto sul web – anche ad un forte movimento opinionista sull’argomento, dal valore storico e culturale abbastanza sentito in loco, ma che appariva quanto mai sopito negli ultimi anni. Così anche il La Matta 2010 mostra tutti i segnali organolettici più classici di un prodotto artigianale – e col fondo -, dal colore paglierino pallido/torbido al naso sicuramente poco incline a sentori fini ed eleganti, ma non per questo trascurabili.
Tuttavia gioca moltissimo il fattore emozionale, quello anzitutto di stare bevendo un prodotto che più naturale non si può, vivace quanto basta – non ci si può certo fossilizzare nel parlare di spuma, perlage e altro dinanzi a certi vini – e dal sapore davvero unico, che conserva tutta l’austerità della vendemmia precoce e la maturità del vino che va rincorrendo, bilancino alla mano, il suo equilibrio tra frutto e componenti dure: oltremodo secco, ancora a tratti citrino, regala però una gran soddisfazione di beva, tra l’altro con un tenore alcolico, 11 gradi e mezzo, piuttosto moderato. Magari non ci perderete la testa, ma ne conserverete senz’altro un piacevole ricordo!
Tag:azienda agricola casebianche, betty mitrano, campania, campania felix, cilento, enologo, fiano del cilento, fortunato sebastiano, la matta, la matta spumante naturale, pasquale mitrano, torchiara
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 8 Comments »
20 agosto 2011
Tema scottante la ricchezza di questi tempi, soprattutto nell’ottica di come siamo abituati, irrimediabilmente oramai, a sentirci ogni giorno più poveri, e non solo in termini economici. Giustapporre questi due vini non nasce certo dall’idea di un confronto possibile, evidentemente paradossale, ma da un fugace momento di riflessione su quanto siano costretti sempre più ad emozionare certi grandi vini nonostante le aspettative volgano a loro favore e quanto invece risultino sempre più sorprendenti certi altri meno blasonati, diciamo pure inesistenti agli occhi dei più, ma di indiscusso valore territoriale, morale, evocativo.

La Baroness Philippine de Rothschild si mostra in tutto il suo splendore, icona abbondante di una ricchezza debordante, materiale, scintillante, zecchina. La sua storia, quella della famiglia, ci racconta una storia suggestiva a tratti caratterizzata da episodi implacabili; ma ciò che interessa di più a noi del blasone de Rothschild lo ritroviamo tutto in questo mezzo bicchiere offertomi da Mr Adam per avere controprova del perché sia così infinita la sua passione per Mouton e, più in generale, per i vini di questo pezzo di Bordeaux da sempre luogo d’elezione per vini di altissimo profilo.
Un Pauillac 2004 strepitoso, non c’è che dire: colore rubino vivo, denso, quasi impenetrabile. Il naso è ampio, caldo, considerevole, a tratti ridondante di quei piccoli frutti rossi e neri talvolta stancanti altre volte immancabilmente attesi, desiderati, quasi rapiti; in bocca è consistente, copioso, fastoso, grasso, intenso, oltremodo largo, opulento, polposo di un frutto infinito, notevole, pieno, sontuoso mi verrebbe da dire. Ci sta tutto. L’attacco al palato è calorico, il vino ha parecchio spinta e non lo nasconde, esprime freschezza e tannino incisivi e voluttuosi, il ritorno gustolfattivo poi è elegante e raffinato: come te lo aspetti. Il finale di bocca chiude saporito, sfarzoso, soffice quanto basta e squillante quanto lo hai potuto solo immaginare, succoso, carezzevole. Un rosso pregnante, roba da ricchi insomma, mica male!

Raffaele Moccia¤ è invece una persona semplice, allevatore e vignaiolo nei Campi Flegrei. Le sue mani, segnate dal lavoro quotidiano in vigna, sono l’unico biglietto da visita che sa offrire all’avventore di turno. Quell’aria sorniona poi, che non riesce mai a svestire, rimane uno dei tratti più belli della sua personalità forgiata da grande fierezza e lucida caparbietà. Un uomo d’altri tempi.
Il Per ‘e palummo dei Campi Flegrei Agnanum 2010 è uno dei più buoni rossi mai usciti dalla piccola cantina di Raffaele: austero, disadorno da ammiccamenti inutili e sovraestrattivi, scevro da ogni maquillage che ne confonda l’origine, l’essenza, l’espressività. C’ha messo un po’ ad uscire il duemiladieci, le solite cavolate burocratiche della doc – unito ad un colpevole ritardo del produttore nel consegnare i campioni per le varie commissioni d’assaggio – ne hanno coscritto la commercializzazione a fine giugno quando invece molti clienti – taluni puntando anche i piedi – ne sollecitavano la pronta consegna già in maggio, a causa soprattutto delle numerose richieste ricevute. Invero, male non fa ai vini di Raffaele uscire qualche mese più tardi in là sulla stagione, ma essere una piccola azienda, che fa poche, pochissime bottiglie, talvolta rappresenta tanto un pregio quanto un limite difficile da comunicare e, peggio, far comprendere.
Il colore è chiaramente rubino vivace, appare magro e trasparente nel bicchiere, nudo, così come la terra pare averlo consegnato nelle mani del vignaiolo. Il primo naso è avaro, ma gli basta giusto un giro di orologio per mostrarsi in tutta la sua franchezza, spoglio di nuances carnose e gliceriche e guarnito di frutta a polpa croccante, succosa ed invitante. In bocca è spicciolo ma non approssimativo, stiracchiato su di un equilibrio dolcissimo tirato tutto tra fresca acidità e insistente vinosità, misurato, composto, efficace. In tempo di crisi, poveri noi, per bere bene senza sentirsi più di tanto in colpa!
Tag:agnanum, baroness philippine de rothschild, bordeaux, campi flegrei, chateau mouton rothschild, cratere degli astroni, de rothschild, francia, pauillac, per e palummo, piedirosso, piedirosso dei campi flegrei, premiere grand cru classé, raffaele moccia, ricchi e poveri
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Francia, I Vini del Cuore, in CAMPANIA, in ITALIA, nel MONDO | 4 Comments »
14 agosto 2011
Così ci fermiamo per qualche settimana. Poche, non abbiate timore, giusto il tempo di ricaricare le batterie e riorganizzare le idee, tante e in continuo fermento, per garantirvi al meglio una informazione libera e, come avviene in questa rubrica, poche ma essenziali pillole di cultura enogastronomica.

Per l’occasione – è tempo di vacanza, di leggerezza – scelgo quindi di proporvi un vino di facilissima lettura, un rosato, cogliendo tra l’altro l’occasione per riparlarvi di una delle aziende più slow dei Campi Flegrei che mi sta particolarmente a cuore: La Sibilla della famiglia Di Meo.
Il vino, il Pedirosa, è nato qualche anno fa quasi per gioco, e nemmeno potuto replicare ad ogni vendemmia; del resto non tutti gli anni si può produrre tutto, seguendo quei rigidissimi canoni di qualità imposti non certo dal mercato quanto dalle scelte anzitutto agronomiche e quindi produttive fatte dalla piccola cantina di Luigi Di Meo & famiglia: poco – e quando capita anche pochissimo – ma buono, anzi buonissimo! Del resto si sa, il vino rosato o è un miscuglio di tutto ciò che non convince al momento della raccolta dell’uva, o è, come in questo caso, il fiore all’occhiello – magari partorito da vigne giovani ed esuberanti – che fa splendere l’intera gamma di vini capace in tutto e per tutto, come pochi altri in ambito flegreo, di esprimere in tutta franchezza l’essenza di un territorio unico ed irripetibile.

Ecco spiegato in poche parole il Pedirosa, duemiladieci per l’occasione: per ‘e palummo dei Campi Flegrei vinificato sapientemente in bianco, cioè con una brevissima macerazione a temperatura controllata del mosto sulle bucce, così da estrarre dalla massa solo il cuore pulsante, l’anima più sbarazzina e fragrante che concorre a farne, senza ombra di dubbio, uno dei vini rosati più riconoscibili in riferimento al varietale; al naso offre un bouquet rispettoso dei cardini classici del vitigno e della tipologia, inizialmente soave poi man mano più ampio e complesso: floreale passito, fruttato dolce e minerale, quasi sulfureo; al palato, la beva è carezzevole, giustamente secca, breve ma efficace.
Un vino rosato delizioso, facile come detto, immediato e dissetante, da spendere freddo sulla più gustosa delle zuppe di pesce del golfo, o così, d’emblè, per brindare alla prossima ambìta meta in riva alla spiaggia più bianca e suggestiva nei vostri desideri. Chi volesse un qualche riscontro, ne trova traccia sul web anche qui, ad opera della brava sommelier Sara Marte e ancor prima qui, in un nostro precedente post. Quindi, buone vacanze a tutti e, mi raccomando, portate un po’ della vostra terra flegrea in vacanza con voi.
Come detto, Pozzuolidice si ferma per qualche settimana per ritornare, perentorio, verso i primi giorni di settembre; con il rosato di piedirosso prodotto da La Sibilla di Bacoli, come sempre troverete una ricetta imperdibile affidata stavolta ad un ospite d’eccezione, Francesco Spagnuolo del Ristorante Morabianca di Mirabella Eclano (Av).
Tag:bacoli, campania rosato pedirosa la sibilla, campi flegrei, francesco spagnuolo, luciano pignataro, pedirosa la sibilla, per e palummo, piedirosso, risotrante morabianca del radici resort di mirabella eclano, sara marte, vincenzo di meo
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | Leave a Comment »
12 agosto 2011
Per quanto potessi scriverne bene di questo splendido vino nulla potrebbe essere più evocativo – e sinteticamente rappresentativo delle emozioni provate bevendolo – delle parole di Nadia Romano, a cui ho chiesto di raccontarmi l’origine dell’idea, del progetto, della nascita de Il Cancelliere e del Riserva Nero Né 2005 oggetto di questa recensione.

Mi dice: << …era fine ottobre, nell’aria c’era il sogno de Il Cancelliere; c’era pioggia e ancora pioggia, ma tanta pioggia, e ancora un po’ di uva da vendere; il lavoro di un anno che andava in fumo. Mia madre disse: “facciamo un po’ di vino per noi, usiamo la botte di castagno come ogni anno”. Arrivò per fortuna una giornata di sole, e ci affrettammo a vendemmiare. Il giorno dopo, manco a dirlo, ancora pioggia. Abbandonammo quindi l’idea di vendemmiare la vigna di Nero Né. In cantina, mentre fermentava il nostro vino arrivò Antonio di Gruttola, accompagnato da mio fratello che credo l’avesse incontrato solo poche ore prima e per caso presso un’altra cantina. Parlammo. >>

“Arrivarono successivamente belle giornate di sole e si vendemmiò finalmente anche la vigna di Nero Né, ma non c’erano botti disponibili. Un vicino di casa ci prestò un serbatoio, così riuscimmo a mettere assieme quel che oggi è nelle poche bottiglie a disposizione. Iniziò la fermentazione e così, naturalmente, tutto il percorso consigliatoci da Antonio. Dopo due anni arrivò il momento di imbottigliare il Nero Né, ma – inutile dirlo – non avevamo le attrezzature.”

“Così Pasqualino Di Prisco ci prestò imbottigliatrice e tappatore. In un angolo c’erano due barrique vuote, rigenerate, comprate da un artigiano di Caposele, si decise di riempirle e stiparle ancora, senza rifletterci troppo. Ecco, così è nata la nostra riserva 2005, e il vino fatto per noi divenne Gioviano 2005.”
A questo punto, sinceramente, non so nemmeno quanto sia necessario aggiungervi altro. Invero, avevo scritto qualcosa di una qualche utilità sull’analisi organolettica di questo affascinante aglianico, che trovo disarmante per quanto integro, dritto, profondo, diretto e, non di meno, proiettato a testa bassa negli anni a venire. Ma credetemi, pochi vini sono capaci di essere materia viva come questo, in grado quindi di ben raccontarsi anche da soli!
Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.
Tag:aglianico, antonio di gruttola, contrada iampenne, il cancelliere, montemarano, nadia romano, romano soccorso, taurasi, taurasi riserva nero né 2005
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 7 Comments »
3 agosto 2011
Ancora Bordeaux, stavolta però “rive droite”, per un passaggio di primissimo piano tra le eccellenze d’oltralpe; siamo a Saint-Emilion e nel bicchiere ci godiamo uno Chateau Figeac 2004 davvero avvincente, in grande spolvero!

Lo chateau: Figeac è a Saint-Émilion, la rive droite di Bordeaux, una delle più ambìte delle appellation del bordolese. Numeri alla mano, quello della famiglia Manoncourt – Thierry è scomparso appena un anno fa a 92 anni – è il vigneto più grande dell’areale con i suoi 40 ettari piantati quasi in egual misura con cabernet sauvignon (35%), cabernet franc (35%) e merlot (circa il 30%). Di molto ridimensionato rispetto alla sua origine, ben più estesa e dalla cui spartizione, per vicissitudini ereditarie e/o finanziarie susseguitesi negli anni, ne hanno beneficiato in parecchi, ha conservato tuttavia intatto il grandissimo fascino di uno dei luoghi più vocati del bordolese. Qui, contrariamente alla consuetudine che vuole il merlot predominante negli assemblaggi, questi vi è presente per appena un terzo dell’uvaggio; il vino viene solitamente lasciato maturare esclusivamente in legni nuovi. Per quanto possa valere la classificazione – qui davvero poco se non nel merito puramente commerciale -, Figeac viene annoverato come un premier grand cru classé, seppur ancora di classe B nonostante la lunga battaglia (persa) di una riqualificazione in classe A.

La vigna: poco da dire, se non che il terreno qui è eccezionalmente caratterizzato dai cosiddetti graves de feu, letteralmente ciottoli di fuoco, collocati all’estremità nord-occidentale della denominazione, al confine con Pomerol. L’areale è suddiviso perlopiù in cinque microaree ben definite, due delle quali partoriscono oggi quel fenomeno chiamato Cheval Blanc, mentre le restanti tre, Le Moulins, La Terrasse e L’Enfer ricadono ancora nel dominio di Figeac.

Il vino: è palese quanto sia disdicevole appassionarsi a certi vini, apparentemente tutti uguali di anno in anno come se nulla mutasse di millesimo in millesimo; in realtà così non è: qui, più che altrove, l’annata incide notevolmente sull’imprinting del vino, e si fa sentire e come. Questo duemilaquattro pare calzare perfettamente lo stile dello chateau, meno – dicono – quello dell’appellation: Figeac, con questo uvaggio, se vogliamo atipico, è storicamente forse il meno rappresentativo dei vini di Saint-Émilion, ma quasi sempre estremamente fedele alla migliore delle interpretazioni dell’annata; così con questo millesimo, con un vino complesso, di nerbo e freschezza gustativa da vendere, tannini particolarmente eleganti.
Il colore è ricco, rubino vivo e poco trasparente; il primo naso è emblematico, frutti rossi croccanti, prugna e mirtillo in grande evidenza e note eteree, più di quelle balsamiche e speziate, piacevolissime, che richiamano tra l’altro un sentore piuttosto caratterizzante, sottile ma insistente, di brodo di carne. Al palato è asciutto, quasi arido, con un ritorno di frutta secca e spezie molto gradevole; il tannino non è aggressivo, per nulla invadente, ma non manca di sfoderare una certa vivacità gustativa, soprattutto sul finale di bocca quasi vibrante, di ottima fattura. In definitiva, un rosso di grande efficacia, con una spina dorsale importante ma tannino finissimo ed elegante e, non ultimo, una beva a dir poco gratificante dal primo all’ultimo sorso.
Curiosità: Château Figeac produce anche un secondo vino, La Grange Neuve de Figeac; non è da confondere invece con Château La Tour Figeac o con lo Château La Tour du Pin Figeac con i quali non ha, oggi, nulla a che spartire. Pensate inoltre che in tutta la Francia vi sono almeno 150 chateaux che in un modo o in altro recano nel proprio nome la parola Figeac, molti dei quali proprio nei dintorni di Saint-Émilion.
Tag:cabernet franc, cabernet sauvignon, chateau figeac, cheval blanc, Elizabeth Manoncourt, francia, grand cru classé de St. Emilion, Henri de Chevremont, La Grange Neuve de Figeac, merlot, premiere grand cru classé, rive droite, st emilion, Thierry Manoncourt, vitigni bordolesi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Francia, nel MONDO | Leave a Comment »
2 agosto 2011
Il vino dell’estate? Forse. Di certo c’è tutto un mondo da scoprire dietro ognuna di queste etichette; storie di una terra straordinaria, di persone che credono in quello che fanno ma soprattutto in quello che hanno da raccontare attraverso i loro vini. Ringrazio Luciano Pignataro per avermi chiesto di scrivere queste righe, da prendere essenzialmente come sintesi delle bevute più significanti di questa stagione di lavoro.
Nessuna classifica – come del resto son certo vi sia qualcuno dimenticato tra gli appunti -, ma solo un modo come un altro per ribadire quanto la mia terra, i Campi Flegrei, continui ad esprimere vini che meritano sempre più di essere bevuti più che raccontati. Infine un invito ai produttori, soprattutto ai “piccoli”, naturalmente senza la pretesa di essere ascoltato: specializzatevi, e puntate il mercato in senso verticale, non in orizzontale…
Nel pezzo, on line qui sul sito di Pignataro, si parla della Falanghina dei Campi Flegrei Agnanum ’10 di Raffaele Moccia, del Coste di Cuma 2009 di Grotta del Sole, della Falanghina Grande Farnia ’10 di Antonio Iovino; poi di Colle Spadaro, Cantine Astroni e di Cantine Di Criscio, Carputo, Cantine del Mare, Michele Farro, senza dimenticare, dulcis in fundo, lo strepitoso Passio 2007 di La Sibilla.
Tag:antonio iovino, bacoli, campi flegrei, cantine del mare, colline di napoli, contrada salandra, falanghina, falanghina dei campi flegrei, gerardo vernazzaro, grotta del sole, luciano pignataro, luciano pignataro wineblog, martusciello, michele farro, monte di procida, napoli, pianura, piedirosso, pozzuoli, quarto, vigne flegree
Pubblicato su Camminare le Vigne, DEGUSTAZIONI VINI, I LUOGHI DEL VINO, in CAMPANIA | Leave a Comment »
30 luglio 2011
Pozzuoli è un porto di mare, con la terra, tanta, lì a due passi tutto intorno; il mare lo senti ovunque, il suo ascendente, l’odore, talvolta il rumore: ti rapisce l’anima; e il cuore antico della città ne riporta segni indelebili. Così la terra su per le colline della città, o nel popoloso hinterland, generosa e procace: ma anche qui se ne sono fatti tanti di scempi, è ora di finirla!

Ed è proprio lì il segreto del successo di domani, il perno attorno al quale costruire un futuro plausibile, concreto, realizzabile; certo, appare lontano immaginare una realtà non più grumosa come quella attuale, impicciata in fatti e misfatti che non lasciano trapelare speranza, eppure bisogna consegnare alle generazioni future almeno un briciolo di radici solide, da cui rinascere, ripartire, sognare, lasciandosi alle spalle un presente confuso e per niente felice. Radici che ci sono, forti; basterebbe tornare e pensarle tali, a dare magari voce allo sguardo di uno qualunque tra i vecchi pescatori del Valjone, o un briciolo di dignità a chi ancora preferisce zappare e coltivare la terra invece di offrire il fianco a quelle mezze calzette che non sanno far altro che tirare la giacca al politicante di turno.

Antonio Iovino, dalle terrazze della sua piccola azienda agricola, in località Monte Spina, l’aria di mare la respira tutti i giorni, ed ha imparato a leggerlo il mare, con occhi colmi di rispetto; così come ha saputo dare valore alla sua terra, quella che sin da bambino amava camminare a piedi scalzi, quando aiutava i fattori a potare e legare le viti di falanghina e per ‘e palummo maritate ai pali; viti che avrebbero dato buon vino fresco e leggero da rivendere ai sempre affollati ristoranti lì sul porto. Quella di Antonio in fondo, è una storia semplice: un giovane – oggi poco più che quarantenne -, che più o meno una dozzina d’anni fa ha scelto di continuare l’antica vocazione agricola di famiglia piuttosto che piantare, tra i suoi filari coltivati a spalatrone, assi d’acciaio e colate di cemento. “Qui la terra è argillosa e ricca di sostanze indispensabili per la vite, come fosforo, ferro, magnesio, tutti elementi che concorrono ad ottenere vini di buona sostanza e qualità ineccepibile, sarei stato un matto a pensarla diversamente”.

Ecco allora di cosa avremmo veramente bisogno nei Campi Flegrei, di tanti matti capaci di saper scegliere tra la terra ed il cemento! Quanto valore ha una pazzia del genere? Eppure, ma forse non a caso, l’azienda di Antonio, rimane una delle poche vigne di città strappate all’abominevole speculazione edilizia esplosa dopo il rientro dell’emergenza bradisismo, oggi, con vanto, un piccolo fiore all’occhiello della viticoltura flegrea.
Così, per questo vino, l’ispirazione per il nome Grande Farnia, perché come una quercia, qui sulle colline intorno al vulcano Solfatara, la vigna è stata capace di resistere al tempo ma soprattutto agli uomini; una vigna generosa, baciata dalla brezza marina e benedetta da importanti escursioni termiche. Il vino si offre di un colore paglierino tenue ma cristallino, il naso è subito vivace ed immediato, su sentori erbacei e frutti a polpa bianca, nonché accompagnato da una intrigante nota salmastra che ne rivela tutta l’essenza territoriale; la beva è asciutta, fresca, snella e sapida, difficile non ritornarvi ancora, ancora e ancora.
Ancora una vigna di città protagonista assoluta questa settimana sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice. Tocca ad Antonio Iovino e la sua minuscola azienda in località Monte Spina salvaguardare la tradizione agricola puteolana. La ricetta invece è come sempre affidata all’estro della nostra Ledichef.
Tag:antonio iovino, az. agricola monte spina, campi flegrei, coste di agnano pozzuoli, falanghina dei campi flegrei, grande farnia, monte spina pozzuoli, pozzuoli, pozzuoli dice, quercia, recensioni antonio iovino, vulcano solfatara
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 1 Comment »
25 luglio 2011
Non so voi, ma è da un po’ che ci penso a sta cosa: possibile che negli ultimi tempi quando si parla di vini toscani lo si faccia quasi solo eslusivamente in riferimento alle catastrofiche conseguenze dell’inarrestabile emorragia del cambio dei disciplinari o delle cazzate amnesie varie dei consorzi di tutela o degli enti promotori? O forse a riguardo di Chianti Classico, Brunello e Rosso di Montalcino, Morellino di Scansano e Nobile di Montepulciano – quelli bevuti intendo – si è detto già tutto e di tutti?

Vabbè, magari poi ritornano, e come tutte le mode che si ripresentano andranno nuovamente ridiscusse. Qualche tempo fa invece, ebbi il piacere di ricevere da Giampaolo Paglia alcune bottiglie in degustazione dei suoi vini prodotti a Poggio Argentiera; tra questi, i suoi due morellino di Scansano, il Capatosta e il Bella Marsilia, e due nuove “idee” che subito mi conquistarono: il Bucce, da uve ansonica, e Il Principio, un ciliegiolo in purezza, praticamente allo start up, prodotto a quattro mani con il vignaiolo Antonio Camillo nella vigna presa in affitto tra Vallerana, Sgrilla e Sgrilozzo. “E’ una bellissima zona, appena all’interno e a non più di 10 km dal mare, poco più a nord di Capalbio” era scritto, tra le altre cose, nella missiva che accompagnava le bottiglie.

Da allora sono passati giusto un paio di stagioni, e l’impegno di Giampaolo nel progetto Bucce si può dire ancor più convinto: il 2008 rimane davvero interessante, mentre il lavoro sul ciliegiolo è un crescendo apprezzabile ed apprezzato anche dai palati meno attenti ad assaggi così insoliti, almeno in seno all’areale; il vitigno infatti, nonostante venga considerato uno dei più tradizionali e più antichi di Toscana – tra l’altro tanto strettamente legato al sangiovese dall’essere spesso confuso come un suo clone o progenitore – ha sempre trovato pochi estimatori nella sua valorizzazione in purezza, favorendone quindi un suo utilizzo quasi sempre a mezzo servizio, se non in piccole percentuali a saldo. E quando vinificato da solo o giù di lì, il più delle volte è stato quasi esclusivamente per dare vita a vinelli tipo “quelli della casa”.
In effetti il ciliegiolo nasce da una pianta piuttosto generosa, che produce – come si evidenzia dalla foto – grappoli belli grandi, offrendo vini quasi sempre con tinte particolarmente vivaci; da un punto vista colturale poi, ha una maturazione piuttosto precoce ed una buona produzione, il che ne ha fatto naturalmente una preda facile più per colture intensive che per altro. Non è certo il caso del Vallerana Alta 2008, che riesce invece a coniugare nel bicchiere ottima freschezza, evidente già nel bel colore rubino trasparente, a vivace complessità olfattiva giocata soprattutto su frutti rossi e neri croccanti, ed una beva asciutta, dinamica e polposa ad un equilibrio gustativo estremamente bilanciato in quanto a tannino, acidità ed alcol. Un vino fuori dal coro e che, secondo me, nemmeno aspira ad entrarvi, nato da una giusta intuizione, un progetto di sana viticultura e di intelligente lungimiranza; insomma, dalla Maremma ci consegnano un rosso alternativo da non perdere, da bere magari adesso, proprio in questi giorni di caldo torrido, servito più o meno intorno ai 14 gradi e lanciato alla mercé del puro godimento!
Tag:antonio camillo, bella marsilia, brunello di montalcino, capatosta, chianti classico, consorzio di tutela, disciplinari di produzione, giampaolo paglia, Morellino di Scansano, nobile di montepulciano, poggio argentiera
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in ITALIA, Toscana | Leave a Comment »
23 luglio 2011
Il Desiderio è uno stato di affezione dell’io, consistente in un impulso volitivo diretto a un oggetto esterno, di cui si desidera la contemplazione oppure, più facilmente, il possesso. La condizione propria al desiderio comporta per l’io sensazioni che possono essere dolorose o piacevoli, a seconda della soddisfazione o meno del desiderio stesso.

Il dolore morale subentra con la consapevolezza dell’impossibilità di soddisfarlo, e quanto più forte è il desiderio disatteso – per esempio la mancanza della persona amata o un oggetto o ancora una condizione di cui si ha assolutamente bisogno -, tanto più forte è la delusione, quindi, la decadenza del desiderio stesso. Chi ne è capace però, per una rinnovata opportunità, per innata forza di carattere, o più semplicemente per un reiterato amor del vero, può riprovarci, talvolta con spirito rinnovato, anche solo per quella sottile quanto forte e coinvolgente sensazione di poter presto rivivere la stessa attesa, quel desiderio appunto, che la mente riesce a rievocare, e rinnovare, in modi più o meno evanescenti e/o realistici nonostante le percezioni dell’esperienza effettivamente vissuta.
Questo Margaux, classificato come 3eme cru classè, è di sovente prodotto con un uvaggio composto al 40% da cabernet sauvignon, 30% merlot, 20% cabernet franc e circa il 10% di petit verdot; un classico bordolese insomma. Più o meno. Al primo vino dello Chateau Kirwan, questo per l’appunto, viene destinato circa il 65% della raccolta, pertanto è lecito pensare che vi sia una gran cura nello scegliere solo i grappoli migliori per la sua produzione. Il duemilasei in questione è rimasto in legno – un terzo dei quali nuovi – per circa diciotto mesi; non tantissimi, ma nemmeno pochini.
Nel bicchiere mi son ritrovato un vino piuttosto vivo, non c’è che dire, sia nel colore rubino, bello concentrato, che nel frutto, certamente piacevole al naso – ampio e composito delle più classiche sfumature e sensazioni olfattive -, nonché concentrato ed abbastanza fresco al palato; il sorso però, tra l’altro nemmeno così persistente, non è proprio invitante, sinuoso e rotondo come le aspettative spesso lasciano intendere; appare materico e voluttuoso ma l’incidenza speziata, in particolar modo, risulta decisamente debordante sino a conferirgli, nel finale di bocca, sensazioni di amarezza e scompostezza eccessive. Da quel che ricordo, il duemilaquattro non mi dispiacque affatto, però dicono di questo ’06 che sia un Margaux di maggiore carattere, spigoloso quanto basta e con una bella struttura: “eccellenza in divenire”. Beh, in verità vi dico che no, ad oggi non ci siamo proprio. Io da certi vini voglio decisamente di più. E subito!
Tag:3eme cru classé, cabernet franc, cabernet sauvignon, chateau kirwan, classificazione Bordeaux, francia, margaux, merlot, petit verdot, troisieme cru classé, vini bordolesi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Francia, nel MONDO | 4 Comments »
20 luglio 2011
Una settimana all’insegna dell’enigmistica, quella disegnatami da amici poco amici – in preda a tautologia compulsiva -, da avvenimenti che val la pena buttare subito alle spalle nonché da algoritmi incomprensibili, quelli che regolano il mondo 2.0, per me ancora troppo lontani dall’essere colti. Mi rimane da fare quello che son capace di fare: bere e raccontare.

Ci sono occasioni nelle quali ci si domanda cosa portare in tavola: fa caldo, tremendamente caldo, eppure bisogna rimediare con qualcosa. E’ il caso di magiare leggero, talvolta piatti freddi senza fronzoli né ambizioni particolari; un pomodoro, forse due, una mozzarella – o perché no -, dei filetti di tonno di quelli seri, una manciata di rucola, un filino d’olio extravergine e via così. Beh, semmai ci scappasse un tentativo – di quelli seri però – di vitello tonnato saremmo, come si dice, a cavallo; ma chi s’accontenta, si sa, gode lo stesso.
Opportuno non trastullarsi troppo per la scelta del vino, ma chi ha un pizzico di malizia non può non tentare l’asso nella manica, un rosato di quelli per niente banali da trattare oltretutto con i guanti: una scelta arguta, una giocata d’astuzia; un rosato color buccia di cipolla, delicato, esile a prima vista, ma fino e verticale nei profumi quanto nella vivace e ficcante beva. Quando bello fresco. No, non è affatto magro come si può pensare, qui il sangiovese è di quelli di primissimo piano, minuto ma di grandissima levatura, tanto da avere bisogno di stare a lungo in bottiglia, dice Franco Biondi Santi. Per contro rimane per poco, molto poco, nel vostro bicchiere. Si pensa al Rosato di Toscana Tenuta Greppo 2007 di Biondi Santi.

Invece certe sere a cena ti toccano piatti solidi, compositi, verrebbe da definirli variegati oltre che variopinti; vengono in mente linee orizzontali attraverso le quali si distendono moltitudini di profumi e sapori importanti ma non decisivi gli uni sugli altri; uno spartito complesso ma non di difficile esecuzione. Piatti ruvidi, talvolta salsati, che offrono spigolature accentuate pur senza eccessi sofisticati.
Si ha bisogno quindi di un vino florido, grasso, magnifico nel suo ego ma non raccapricciante per personalità; un rosso ricco, abbondante, copioso di frutta macerata e spezie fini, ferace di sensazioni uniche e votato a conquistare la pienezza gustativa, non necessariamente la profondità. Un sorso quasi principesco, snob per qualcuno, maledettamente efficace per altri; un bere disincantato prosperoso, robusto, quasi ammiccante. Si parla di casavecchia e pallagrello nero, in parte surmaturi, del Terre del Volturno Vigna Piancastelli 2008 di Terre del Principe.
Tag:biondi santi, brunello di montalcino, casavecchia, castel campagnano, manuela piancastelli, orizzontali, pallagrello nero, peppe mancini, rosato di toscana, settimana enigmistica, tenuta greppo, terre del principe, verticali, vigna piancastelli 2008
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA, in ITALIA, Toscana | 4 Comments »
16 luglio 2011
Di Carputo, più che la storia, ho bene in mente quante ne ho stappate di bottiglie; a metterli in fila, i tappi, si sarebbero coperti, senza esagerazione, chilometri. Erano, c’è da aggiungere, altri tempi, sto parlando di almeno una quindicina d’anni fa; ricordo che il per’ e palummo scorreva a fiumi mentre la falanghina non faceva in tempo a varcare la soglia del frigo che subito usciva in tavola.

Un successone insomma, sia per i numeri tra le mani del buon Antonio Palma, che ne curava le sorti commerciali su Pozzuoli e dintorni, che per il gradimento, indubbiamente alto, da parte di tutti gli avventori del ristorante dove mi dimenavo da ragazzino, la Fattoria del Campiglione; il perché era piuttosto semplice da individuare: vini fini, sottili, lineari come l’areale meglio non riusciva a fare, e a prezzi decisamente alla portata, allora come del resto oggi.
C’è da premettere che Quarto non ha mai goduto di una particolare vocazione vitivinicola, e segni distintivi che ne elevino le vigne a cru imperdibili ve ne sono oltretutto ben pochi; il clima qui è bizzoso e tremendamente umido, in certe estati poi rimane costantemente caratterizzato da una canicola a dir poco sfiancante.
Le condizioni cambiano invece proprio sulla collinetta di Viticella, dove la vigna – coltivata ancora con sistemi tradizionali – riesce, grazie alla sua collocazione che domina la piana quartese, a godere di maggior respiro e – data anche la particolare conformazione dei terreni di natura tufacea – di una migliore condizione pedoclimatica complessiva, facendone così un luogo d’elezione sia per il piedirosso ma anche e soprattutto per la falanghina; qui, come dimostra questo vino, il vitigno pare ravvivarsi notevolmente, e soprattutto, grazie anche alle repentine escursioni termiche che si succedono tra giorno e notte, maturare frutti sani, integri, che esprimono vini sì di bassa gradazione alcolica ma connotati di una rinfrancante freschezza gustativa; elementi questi che contribuiscono in maniera decisiva a farne vini assai apprezzati in accompagnamento alla cucina tradizionale napoletana, sia essa quella marinaresca e schietta dei piccoli e grandi ristoranti di Napoli e provincia, sia quella lenta e godereccia della tavola della domenica partenopea.
Del resto spesso ci si dimentica quale sia il ruolo principale del vino, almeno per quanto riguarda il nostro modo di vivere l’argomento a tavola, e cioè funzionale a tutto un pasto completo e non ad una singola portata: l’abbinamento cibo-vino infatti è una voluttà, pur nobile, che poco appartiene alla nostra cultura enogastronomica, che vuole invece, e spesso addirittura lo impone, vini leggeri e poco impegnativi che vadano ad accompagnare i piatti più che a sostenerli. E quando si hanno tra le mani bottiglie come il nostro per’ e palummo o la nostra falanghina non si va certo alla ricerca, escludendo quelle poche e rare interpretazioni, dell’opulenza o della grassezza, elementi questi, a primo acchito, sempre poco avvicinabili sia all’una che all’altra faccia della nobile tradizione vitivinicola flegrea; la semplicità prima di tutto, primaria espressione della nostra cultura enoica, poi tutto il resto.
Continua l’appassionato racconto della splendida vigna flegrea sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice. Questa settimana nella nostra rubrica di enogastronomia vi raccontiamo anche di una gustosa ricetta, da non perdere, per preparare in maniera diversa il pesce bandiera.
Tag:angelo di costanzo, carputo, collina viticella, falanghina dei campi flegrei, franco carputo, l'arcante, piana quartese, pozzuoli, pozzuoli dice, quarto
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 2 Comments »
11 luglio 2011
Il Pinot Nero sa essere una varietà decisamente ostica da maneggiare, soprattutto quando non gli si riesce a corrispondere un giusto metodo di interpretazione e quell’attenzione assoluta necessaria in tutte le fasi produttive del vino; rimane infatti un’uva delle più difficili da collocare, quindi da coltivare e, come appena accennato, da vinificare ed elevare con giustezza.

Non è difficile intuire perché in molti non sappiano cogliere tutto il suo fascino; quel sottile nerbo che ne fa un vino tanto austero, quasi mistico in certe uscite, quanto unico ed elegante come solo pochi vini sanno essere; si potrebbe dire – di questo vino come di pochissimi altri – che o lo ami o lo odi, ma il più delle volte il rancore verso questo varietale, i suoi vini, è più imputabile alla superficialità di chi l’ha pensato che all’espressione stessa del terroir che l’ha generato; come dire che il pinot nero non è cosa per tutti, né quindi per ogni dove.
I fattori che nel tempo ne hanno alimentato il mito sono tanti, e tutti strettamente correlati gli uni agli altri: il vitigno, come detto, fa la sua parte, poi gli interpreti, alcuni dei quali capaci di farne esecuzioni magistrali (leggi qui), infine, ma non certamente per ultimi, la terra, i microclimi, che con i protagonisti appena citati partecipano al cosiddetto terroir; la Borgogna, è stranoto, rimane la regione per elezione, certe vigne poi irraggiungibili per equilibrio pedoclimatico, e non è un caso che proprio qui vengono prodotti, da sempre, molti vini semplicemente inarrivabili; di certo non sono trascurabili nemmeno alcune belle versioni altoatesine, quanto, perché non dirlo, parecchie bottiglie nordamericane e qualche buona versione dalla California (date un’occhiata qui e qui). La Borgogna però rimane, per questo vino e per i suoi adepti più appassionati, l’ombelico del mondo.
Meursault è, nell’immaginario collettivo, di sovente associata agli opulenti bianchi a base chardonnay, e non a caso visto che l’areale è destinato alla produzione di questi vini per circa il 98% della sua estensione; tuttavia però, non mancano, come testimonia questo splendido rosso, pinot nero capaci di stupire e conquistare anche l’avventore più appassionato. Les Durots è confinante con Les Santenots, forse il più conosciuto ed apprezzato dei climats qui classificati premier cru, che poco più a nord, attraverso Les Santenots du milieu e Les Santenots blancs va congiungendosi con le vigne e l’appellation di Volnay, spesso, in quanto alla produzione di pinot nero, preferita – per la sua notorietà per i vini rossi – a quella di Meursault; Pierre Morey è una di quelle aziende di cui raccontare troppo contribuirebbe solo a dirne una in più di quanto già detto o scritto da altri, quindi vi basti leggere di una famiglia di vignerons con più o meno un centinaio di anni di storia alle spalle e che dal 1998 l’azienda è totalmente votata all’agricoltura biologica. I vini qui prodotti, certificati Biodyvin, hanno un senso materico particolare, inconfondibile, profondo.
E il Meursault Les Durots 2008 ha tutti i tratti distintivi di un vino, un pinot nero, raccomandabile ad occhi chiusi a chi si volesse avvicinare ai cosiddetti “vini naturali” senza rischiare di beccarsi l’ennesima sola. Il colore è di uno splendido rubino/porpora trasparente, il primo naso è subito pronunciato su note erbacee e vegetali come menta, foglia di pomodoro e aneto, ma ciò che impressiona particolarmente è la schiettezza del frutto che lentamente governa tutto l’imprinting olfattivo e, successivamente, quello gustativo: la polposità dell’uva è incredibile, ciliegia, lampone, fragola e mirtillo in splendida evidenza, poi tutto il resto compreso note di spezie e caffè tostato, compreso un tannino fine, perfettamente calzato e sostenuto di giustezza da soli 12 gradi e mezzo d’alcol. Uno splendore di vino, decisamente da non perdere!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:alto adige, angelo di costanzo, borgogna, burgundy, california, climats, francia, l'arcante, le santenots, mersault, mersault les durots, pierre morey, pinot nero, pinot noir, red wine from burgundy, sommelier, triple a, velier
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Francia, I Vini del Cuore, nel MONDO | 5 Comments »
3 luglio 2011
Camminare i Campi Flegrei, la nostra terra, è un esercizio che pare mancare a molti, diciamocelo francamente; badate bene però, dico camminare, con i piedi ben saldi per terra, e non girare magari in auto come qualcuno spesso preferisce fare. Ma se proprio ne siete schiavi, dell’auto intendo, vi do una dritta da non mancare, nemmeno difficile da verificarne la giustezza.

La strada provinciale che da Pozzuoli conduce a Pianura, oltre a rappresentare un annoso problema di viabilità intercomunale – per le buche, la scarsa illuminazione, l’immane scarico selvaggio dei rifiuti – pare meritare comunque una “curva stretta a sinistra” proprio poco prima di entrare sul lungo vialone che taglia in due il popoloso quartiere napoletano: da un lato c’è via Sartania, che lentamente, costeggiando il parco monumentale degli Astroni, discende verso Agnano, dall’altro invece gli edifici ammassati gli uni sopra gli altri che anticipano la collina dei Camaldoli.

Poco prima, dicevo, basta voltare per la collina degli Spadari, un luogo ameno, così chiamato dai romani perché qui venivano forgiate le loro spade, un lembo di terra dove lentamente la campagna cerca di rifarsi sugli abusi edilizi subiti.

Qui Ciro Riccio, detto Giro e’ schiass per le genuine guance rosse in viso, iniziò nel 1952 a piantare, tra un seminato e l’altro, viti di falanghina e di per’ e palummo; oggi a condurre l’azienda c’è il genero Luca, che con sua figlia Maria si occupano a tempo pieno sia della cantina che dell’azienda agricola; qui, infatti, insiste anche un piccolo allevamento di maiali e di animali da cortile, oltre che una sana coltivazione di verdure e pomodori che finiscono puntualmente in conserve dal sapore antico. Elementi questi che contribuiscono certamente a stuzzicare ancor più la curiosità dell’avventore.

Bene. Tornando al vino, le bottiglie prodotte dalle sole vigne di proprietà sono poco più di 15.000, ognuna testimonianza di una promessa di continuità fatta a suo tempo a papà Ciro, nonché di un legame indissolubile con la propria terra anche per le nuove generazioni. Dei vini di Colle Spadaro mi piace anche il piedirosso, sbarazzino, pulito, franco, proprio come questa falanghina: un bianco sincero, devo ammettere continuamente una sorpresa con i suoi 12 gradi e mezzo in perfetta armonia con una giusta acidità e maturazione del frutto.
Una falanghina proprio deliziosa, vestita col suo colore più classico, giallo paglierino con chiare nuances verdoline, cristallino e pieno di fascino; il primo naso non è ampissimo – ma quale falanghina flegrea ne è capace? -, è però efficace e di sostanza; vi si riconoscono, nitidi, sentori di fiori bianchi e di frutta a polpa bianca, mela verde e pera, poi uno sbuffo che tende all’agrumato. Palato asciutto, freschissimo e di ottima sapidità, forgiato da quella mineralità classica e ad ogni assaggio nuova che caratterizza quasi tutti i vini flegrei. Il classico bianco da spendere all’aperitivo o magari durante quelle cenette informali, tra amici, quando il vino pare non bastare mai.
Questo articolo è appena uscito sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove troverete, tra l’altro, anche una nuova gustosa ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Questa settimana ritorniamo inoltre a rendervi conto del significato della nostra valutazione in “stelle” dei vini proposti.
Tag:angelo di costanzo, ciro riccio, colle spadaro, collina degli spadari, falanghina dei campi flegrei, l'arcante, parco monumentale degli astroni, pianura, piedirosso, pozzuoli, pozzuoli dice
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 1 Comment »
1 luglio 2011
Non è mai facile riprendere a bere dopo dieci giorni filati di antibiotico, aerosol e compagnia cantando, ma pur lentamente bisognava comunque tentare di riconquistare quella freschezza svanita nelle scorse tristi giornate di inedia etilica.

Così dopo ancora un paio di giorni di quasi digiuno, e, pare, un paio di chili lasciati chissà dove – Lilly te lo giuro, la bilancia non mente! – tra una scaraffata e l’altra, ho potuto lentamente ritrovare quella sensibilità degustativa decisamente sopitasi a furia di amoxicillina triidrato, ambroxol cloridrato e cose del genere insipide ed algide così come il nome che si portano dietro; l’occasione, un assaggio per festeggiare, diciamo così, il nulla, e tanto per cambiare, novità su novità, cercare di capire cosa ti combinano in quel di Montefalco reinventandosi – dicono – il sagrantino in una veste insolita, dinamica e sbarazzina nonché – udite, udite – di pronta beva. Ehmbé, quasi quasi ci credo…

Appena un paio di settimane fa, riprendendo il filo tessuto dal buon Jacopo Cossater, ho scritto del Trebbiano Spoletino Trebium 2009, proprio di Antonelli San Marco; una vera sorpresa per me, e a quanto pare per tutti gli appassionati bianchisti, che finalmente si ritrovano dall’Umbria un’autentica novità non più giocata sull’emulazione del binomio chardonnay-grechetto tanto fortunato in quel di Castello della Sala quanto ovvio e scontato così come ripreso altrove. Per amor di verità, di bei vini bianchi in regione ce ne sono e come, basta però uscire un po’ fuori dall’ovvio, quel buco nero nel quale invece pare ormai entratoci irreversibilmente l’Orvieto, che soprattutto dopo l’ultimo recente cambio di disciplinare pare emergere ancor di più privo di una qualsivoglia identità se non quella imposta dall’uso e dal consumo del momento.

Ritornando a noi invece, proprio dalle vigne di Filippo Antonelli nasce, nel 2008, l’idea del Contrario, un’altra novità – decisamente offline – che certamente farà storcere il naso a qualcuno ma, a quanto pare, seriamente valutata: il sagrantino da bersi giovane. Approfonditi studi infatti, portati avanti in azienda con la collaborazione del professor Di Stefano dell’Istituto San Michele all’Adige, hanno condotto all’idea che in alcune vigne della proprietà, ove insistono particolari condizioni climatiche, se vendemmiato con giusto anticipo e vinificato ed affinato ad una certa maniera, il sagrantino riesce ad esprimere caratteristiche di unicità e prontezza di beva fuori dai soliti canoni offerti dal vitigno e dalla tipologia docg Montefalco. Così la sfida di proporre al mercato un sagrantino in versione “più giovane” di due anni e senza passaggio alcuno in legno; un prodotto, se vogliamo easy to drink, destinato a fare leva sui consumatori con la sua vivace freschezza anziché la proverbiale opulenza e struttura tannica solita del “vino madre”. Insomma, un sagrantino al 100%, ma al contrario.
Ed in effetti il colore è bello ricco, vivace, concentrato e con piacevoli nuances rubine; il primo naso è intenso e voluminoso, ampio: lo spettro olfattivo invita ai fiori e ai frutti rossi maturi, succosi e appena premuti. Lo spettro olfattivo s’allarga, di annusata in annusata, anche su sottili note di cipria ed inchiostro; poi il palato, avvinto alla freschezza assoluta, asciutto, succoso anche qui, sferzante eppure piacevole e rotondo con un finale piacevolmente amaro e ferroso. Un gradevole bere, non c’è che dire, anche se non posso esimermi dall’avanzare dubbi su quanto questo vino possa dare l’idea di ciò che in realtà è il sagrantino di Montefalco, visto che di questi pare rifuggire proprio le caratteristiche primarie di quello che è, agli occhi e al palato di tutti, uno dei vini più austeri ed autentici del panorama rossista italico. Magari l’idea potrà risultare vincente, soprattutto in loco, nell’avvicinare quei giovani consumatori, quei palati meno esigenti, al consumo di un vino locale anziché il solito morellino, il dolcetto o un raboso del piave; ma ripensandoci un attimo, non dovrebbe essere questa la mission affidata ai secondi vini ricadenti su territori di così nobili origini? Ah già, qui il Rosso, in quanto a territorio ed autenticità, è già bello che andato!
Tag:antonelli san marco, castello della sala, contrario 2008, filippo antonelli, fondazione edmund mach, iasma, istituto san michele all'adige, jacopo cossater, orvietano rosso, red wines from umbria, rosso di motefalco, sagrantino, sagrantino di montefalco, umbria rossi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in ITALIA, Umbria | Leave a Comment »
21 giugno 2011
Il rosso e il nero, il sole e la luna, l’alba e il tramonto. Chi per l’uno, chi per l’altro. Così il vino, di spessore o sottile. Spesso, diciamocelo, certe scelte sono dettate esclusivamente da pura vanità intellettuale, altre volte, giustamente, da un gusto personale imprescindibile, altre ancora, comprensibilissimo, la predilezione del momento.

Quindi un’imbarcata dinanzi ad un vino florido, ricco, abbondante, copioso, robusto, ci può stare. Perché un vino splendido rimane tale, sempre. Un rosso dal naso fittissimo, copioso, etereo, cioccolatoso; palato pieno, sano, sfarzoso, sontuoso ma al tempo stesso regale, significativo, tangibile, brillante, polposo, vigoroso, procace, fitto, più orizzontale che verticale, di gran soddisfazione comunque; solo corvina e rondinella per l’Amarone della Valpolicella 2007 Le Vigne di S. Pietro.

Per contro, la sottile, acuta, filiforme veste di questo splendido altro bicchiere. Primo naso fine, flessuoso, dapprima leggero, lieve, longilineo, poi quasi rarefatto, sagace e profondo, echeggiante passaggi aridi di gariga e note di macchia mediterranea e terra nera. No, affatto una beva difficile, asciutta sì, penetrante, fitta, stretta a note austere e minerali ma minuziose, pure, sofisticate: un vino, concedetemelo, micrometrico. Si parla di nerello mascalese e dell’ Etna rosso Archineri 2009 di Pietradolce.
A rischio di passare per qualunquista, oggi mi sento tanto pro quanto contro.
Tag:amarone della valpolicella le vigne di san pietro, corvina veronese, etna rosso archineri pietradolce, mineralità, nerello mascalese, pro e contro, rondinella e molinara, sicilia, sicilian wines, valpolicella, venetian wines, veneto, vini sottili, vini surmaturi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Sicilia, Veneto | 1 Comment »
20 giugno 2011
“Antonelli San Marco è un’azienda vitivinicola di 170 ettari in un corpus unico al centro della zona Docg Montefalco con una grande storia alle spalle, una grande passione tramandata per questo territorio e una grande cura della qualità dei prodotti”.

Così recitano le tre righe di presentazione dell’azienda sul loro sito istituzionale, aggiungendo che “da anni la Antonelli San Marco ha intrapreso un percorso di ricerca e miglioramento continuo dalla vite fino alla bottiglia secondo uno stile che è volto alla tipicità e all’equilibrio, alla bevibilità e all’eleganza, più che alla potenza, con estrazioni delicate e un uso moderato del legno”. Al di là dell’uso compulsivo della parola “grande” (ripetuta per ben tre volte) non si può certo negare all’azienda di Montefalco il grande lavoro di qualità riscontrabile nei suoi vini, su tutti il Chiusa di Pannone, che rimane – per me – uno dei migliori sagrantino mai saggiati negli ultimi anni.
Prendendola alla larga, c’è da dire che il trebbiano è un vitigno che mi ha sempre affascinato tanto; povero lui, ne ha vissute e subite tante, ogni dove, e se non fosse stato per quei pochi, pochissimi exploit abruzzesi, in verità giusto Valetini e qualcun altro lì intorno, hai voglia che vitigno minore e dimenticato da Dio! Pertanto ben venga chi lavora – in questo caso però in Umbria – per rivalutarne le sorti, offrendone magari una visione/versione altrettanto interessante e meritevole di attenzione.

Negli ultimi tempi poi mi sono ancor di più appassionato alla faccenda leggendo Jacopo Cossater, qua e la , a proposito della necessità di guardare con occhi nuovi al trebbiano, a quello spoletino in particolare, tornando più volte sull’argomento offrendo tra l’altro sempre maggiore chiarezza; così mi sono chiesto se non mi corresse l’obbligo di fare anch’io un passaggio sul tema. Da neofita. Ho quindi pensato di inserire in carta, ormai già da qualche settimana, il Trebium duemilanove di Antonelli San Marco, giusto per vedere l’effetto che fa.
Ebbene, riprendendo una citazione dello stesso Jacopo, il quale definisce il trebbiano spoletino“un vino davvero dritto”, mi sento a ragion veduta di avallarne a mani basse la definizione; vi aggiungerei, solo, che trattasi di una bella sorpresa! Si offre vestito di un bel paglierino intenso, cristallino e discretamente consistente nel bicchiere. Il primo naso è vivace, virtuoso, sottile su note floreali quanto più ampio su quelle fruttate e minerali: vira da nitidi riconoscimenti di biancospino a precisi sentori di mango e frutto della passione, e, sul finale, un sospiro di bergamotto e lievi aromi speziati. In bocca è asciutto, verrebbe quasi da dire drastico, possiede una trama acida di spessore ed ampiezza gustativa incontenibile, non è certo un vino di facile beva, ovvero uno di quei bianchi raccomandabili a palati assuefatti a burro e caramello; chi ama invece le durezze, chi ricerca nei bianchi, soprattutto in estate, la freschezza, saprà come goderne appieno! Un primo (p)assaggio decisamente convincente.
Tag:acidità, antonelli san marco, enoiche illusioni, jacopo cossater, trebbiano spoletino, trebium 2009 antonelli san marco, umbria, vini bianchi freschi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in ITALIA, Umbria | 3 Comments »
17 giugno 2011
Strano il destino del Lacryma Christi del Vesuvio, un vino conosciuto ed amato in tutto il mondo, icona – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è azienda campana, di quelle che contano, numeri alla mano, che non ne ha in listino almeno una referenza: è un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva anche ad indirizzo dell’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, ai turisti tout-court, si vende da solo.

E’ però una denominazione decisamente in sofferenza, da tempo ormai. Soffre, manco a dirlo, soprattutto la produzione di qualità, quella fatta dai piccoli viticoltori, o da coloro che hanno scelto di fare, sul Vesuvio, buona viticultura e vini fini anziché vendere carta straccia ed avallare così cisterne che dal Sannio-Beneventano corrono a rimpinguare le casse dei cosiddetti mediatori, talvolta con vini belli e fatti, altre volte con uve che… manco a dirlo; in ogni caso, in tempo di vendemmia, sono loro a dettare legge; una legge, inutile sottolinearlo, spietata.

Soffre, quindi, soprattutto chi ha scelto di fare grandi vini – che esprimano il territorio, come si dice -, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse; lavorare la vigna così significa portare in cantina uva di primissima qualità e sapere dove mettere le mani, lavorarle come dio comanda e aspettare; sì aspettare, perché è necessario che il tempo faccia il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché la falanghina, la coda di volpe, l’aglianico ed il piedirosso di queste terre – siano essi quindi vini bianchi o rossi – abbiano la capacità di maturare il giusto tempo per arrivare a quella prontezza necessaria per essere colti nella loro essenza, e colpire nell’anima.

Ecco allora perché bere questo Gelsorosa 2010, per avvicinarsi a questa idea di viticoltura e di vino nuova e diversa, perché in questi prossimi due/tre mesi di caldo si può benissimo, bypassando l’opulenza di certi bianchi, rinunciare al tannino e alla glicerina dei rossi per ricercare, cogliere, assaporare nella freschezza e nella mineralità di questo bel rosato da aglianico e piedirosso, tutta la franchezza di un territorio che nonostante tutto riesce a guardare al futuro sempre con occhi nuovi.
Ecco, di Villa Dora, sin dagli esordi, apprezzo soprattutto la capacità di saper aspettare i suoi vini; una qualità questa – divenuta per qualche sprovveduto una costrizione acuitasi con la crisi del mercato – che ha reso i suoi Lacryma, dal bianco Vigna del Vulcano ai rossi Gelsonero e Forgiato¤, tre fulgidi esempi di come le vigne vesuviane siano adatte ad esprimere grandissimi vini capaci di attraversare il tempo con la stessa scioltezza con la quale una lama calda passa nel burro. Sono questi vini d’altri tempi, che il tempo lo sfidano, con sfrontatezza.
Bottiglie che si rivolgono ad un consumatore attento e lanciato alla ricerca di sensazioni ben determinate, alte, fuori dai soliti canoni organolettici comuni, e soprattutto fuori da ogni logica che accomuna tanti altri Lacryma nati esclusivamente per finire, perché mai nasconderlo, a fare bella mostra di se sulla mensola della cucina; bottiglie meravigliose quando con quel tratto del Vesuvio stilizzato in etichetta rievocano magari una passeggiata a Pompei o un tuffo memorabile al Faro di Anacapri, un po’ meno quando finiscono nel bicchiere, quando ci finiscono. No, i vini di Vincenzo Ambrosio e sua figlia Giovanna seguono altre strade, quelle che conducono direttamente al cuore.
Tag:aglianico, angelo di costanzo, coda di volpe, falanghina, forgiato, gelsorosa, giovanna ambrosio, lacryma christi del vesuvio, lacryma christi del vesuvio rosato gelsorosa 2010, piedirosso, terzigno, vesuvio, vigna del vulcano, villa dora, vincenzo ambrosio
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore | 2 Comments »
13 giugno 2011
Michele Farro è uno di quei personaggi che non potevamo non prendere in considerazione in questa ricostruzione dal basso della vitivinicoltura flegrea che vi stiamo proponendo negli ultimi mesi su queste paginette enoiche di Pozzuolidice; un one man show in tutto e per tutto che proprio non poteva mancare all’appello delle migliori tra le aziende flegree.

Fiero e caparbio, cervello fine e modi dorotei, gli bastano due parole per farti capire che è uno di quelli che si è fatto da solo, e che la sua azienda, dal nulla, in poco più di un decennio, è oggi annoverata tra quelle di riferimento per tutto il territorio; è vero, gli ettari a conduzione diretta rimangono pochi, circa quattro, in rapporto alle bottiglie prodotte, ad oggi sulle 200.000; ma rimangono tante invece le vigne monitorate in tutto l’hinterland napoletano, con la risultante di una profonda e quasi invidiabile conoscenza del vigneto flegreo, nonché la capacità, destrezza, di poter abilmente arginare le influenze di mercato nelle annate eccellenti e, da contraltare, raccogliere solo il meglio in quelle così così.
Dicevamo di una persona tutta d’un pezzo, impettito; non ricordo di averlo mai incontrato senza giacca e cravatta, e senza quel suo mezzo toscano tra le labbra; un tipo vulcanico eppur capace come pochi altri di confrontarsi, interloquire, intervenire: sa di avere, con altri, un ruolo di prim’ordine in quanto a produttore di vino flegreo, e di certo non si è fatta sfuggire l’occasione quando c’è stato da assumere posizioni di rilievo; infatti già da qualche anno ricopre la carica di presidente del Consorzio di Tutela dei vini dei Campi Flegrei, un ente di cui per la verità in giro si sa ancora troppo poco o nulla, e che, a dirla fuori dai denti, poco o nulla ha fatto di concreto, ma le colpe non sono certo da attribuire solo a lui pur avendone egli stesso, come ovvio che sia, condiviso e decretato quelle poche, ancora pochissime scelte indirizzate al tanto agognato salto di qualità dei vini flegrei, in lento ma costante divenire; personalmente continuo però a nutrire grande fiducia a che si cambi registro, e si guardi, tutti, finalmente nella giusta direzione.
L’aspettavo l’uscita dell’annata 2010 della falanghina di Michele, capace come pochi altri di proporre vini sempre pulitissimi, franchi, sinceri. Nasce da vigne allocate perlopiù nel circondario della collina di Cigliano, nel comune di Pozzuoli, Cuma verso Bacoli e piccole parcelle terrazzate in località Monte di Procida. Vino senza lacci e senza ammiccamenti, delizioso e rinfrancante, dal colore paglierino piuttosto vivo e con un naso immediato, sottile, sfuggente ma invitante: note di fiori bianchi, sentori erbacei e qualche buono spunto esotico, in bocca è asciutto, lievemente citrino inizialmente ma che sa rinsavire il palato sino a conquistarlo con una decisa e lunga sapidità. Da bere a secchiate nelle calde sere afose sulla via Panoramica di Monte di Procida, o come spesso mi è accaduto di fare in passato, nei vicoli a due passi dal porto di Pozzuoli, dinanzi a un piatto di fragranti fragaglie appena fritte condite con poco sale e pepe. Insomma, un classico puteolano!
Questo articolo è stato pubblicato la scorsa settimana sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove, come sempre, abbiamo anche pubblicato una nuova ed interessante ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Inutile ribadire quanto ci fa enormemente piacere il consenso che la rubrica pare riscuotere. Grazie!
Tag:bacoli, cantine farro, consorzio di tutela dei vini dei campi flegrei, cuma, falanghina, michele farro, pozzuoli, pozzuoli dice, rubrica enogasronomica, via panoramica monte di procida, vini dei campi flegrei
Pubblicato su Amici di Bevute, DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 4 Comments »
6 giugno 2011
Un anno fa l’esordio, ne raccontava in maniera compiuta l’amico Luciano Pignataro sul suo seguitissimo wineblog; qualche settimana più tardi un primo assaggio, poi ancora non mi sono fatto sfuggire l’occasione di metterci la bocca (qui e qui) alla ricerca di altre conferme, ma soprattutto per coglierne quella sana variazione sul tema aglianico/fiano/Cilento che l’azienda San Salvatore sembra aver colto nel segno!

L’azienda dell’anno? Perché no! In verità non mi stupirebbe affatto visto anche l’incredibile consenso dei suoi finissimi vini; un piccolo gioiello? Possiamo tranquillamente affermarlo; nato nei dintorni di Capaccio/Paestum, a Stio, è da considerarsi pura merce rara, rarissima visti pure gli ultimi tempi. Il progetto è sano e serio, e guarda lontano, messo su da uno dei personaggi più vulcanici dell’imprenditoria alberghiera campana, quel Peppino Pagano che di certo non ha deciso di mettersi in gioco per fare di questa avventura una mera comparsata.

L’occasione per ribadire ancora una volta quanto sia imperdibile l’assaggio dei vini dell’azienda San Salvatore è questo Pian di Stio 2010, prodotto con uve coltivate secondo agricoltura biologica e che esprime tutte quante le facce di una terra di rara bellezza, il Cilento, sospesa tra il cielo e il mare e capace di imprimere ai suoi frutti un imprinting inconfondibile. Del fiano di questa parte della Campania, si dice che abbia una vocazione ben precisa – fresca, impulsiva, immediata – e che non debba ambire a sfidare il tempo, ovvero senza nutrire ambizioni di reggerlo; questione questa – secondo taluni – tutto appannaggio del fiano di Avellino. Un altro punto sul quale ritornare sicuramente, possibilmente con argomenti più forti, e con calma.
Adesso però c’è questo vino, dal bellissimo colore paglierino, luminoso e invitante. Il primo naso è uno schiaffo balsamico, ad occhi chiusi pare camminare una gariga, dove la terra arida si alterna a cespugli sempreverdi di erica, corbezzolo, ginestra. Ha bisogno di tempo, e lentamente si scopre anche fruttato, croccante – turgido -, con una complessità ed una persistenza olfattiva indimenticabili. In bocca è ficcante, regala un sorso di pregevole finezza, intensità e persistenza: le papille gustative si perdono e si ritrovano tra l’austerità dell’acidità e la graditissima sapidità, anch’essa lunga e persistente. Un bianco, non uno qualunque, per oggi e per domani, memorabile sin da ora, ma capace di stupire ancora e ancora tra qualche tempo. Un fuoriclasse insomma! Intelligente ed insolita la scelta di metterlo in bottiglie da mezzo litro, belle da vedere e funzionali ad una bevuta più sobria del solito; ah dimenticavo!, e a portata di tutte le tasche!
Tag:aglianico, cannito, cilento, fiano di avellino, giungano, l'arcante, luciano pignataro, paestum fiano pian di stio, peppino pagano, pian di stio, san salvatore, white wines from campania, wine blog
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 3 Comments »
3 giugno 2011
Ecco a voi il drink pink made in Italy che segue di pochi giorni quello propostovi a riguardo delle etichette più interessanti – secondo noi – di vini rosati campani. Anche qui un paio di novità, due grandi classici e… diciamo così, una forzatura di cui però volevo raccontarvi!

Un itinerario tra il solito e l’insolito, da un classico Cerasuolo abruzzese al più affidabile tra i rosati italiani prodotto a Bolgheri. Poi un bel chiaretto del Garda, un raffinatissimo Pinot Nero dall’Alto Adige ed un vino bianco vestito di rosa.
Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo 2009 Nestore Bosco. E’ una delle più rappresentative della regione, soprattutto all’estero dove i suoi vini corrono in giro per il mondo ormai da tempo immemore pur conservando l’azienda un profilo basso e poco clamore mediatico; grande attenzione in vigna, alla sostenibilità ambientale e, cosa più importante ancora, all’integrità dei vini anzitutto sulla linea tradizionale, espressi devo dire, su più livelli di eccellenza. Questo Cerasuolo è essenzialmente quello che vuole essere, suggestivo ed originale, per frutto, schietteza e bevibilità. I numeri dell’azienda sono importanti ma non tradiscono assolutamente la sua vocazione, come detto, al naturale, al biologico e a tutte quelle buone pratiche atte a consegnare al consumatore vini sempre buoni, puliti, giusti; si fa bere copiosamente pur garantendo una certa sostanza, una certa aderenza territoriale, direbbero più.
Garda Classico Chiaretto Rosamara 2010 Costaripa. Chiedete in giro chi è Mattia Vezzola e in molti vi risponderanno che è un grande! I cronisti del vino dicono che ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada Vittorio Moretti, chi capisce di vino – e ne sa del mondo del vino – rilancia che in effetti è forse lui che ha fatto la fortuna di Bellavista e di tutto l’arcipelago Terre Moretti; Costaripa invece è il gioiello di famiglia per Vezzola, la casa del buen retiro sul Garda, il giardino delle memorie ed il laboratorio sperimentale del futuro. Il Rosamara nasce dall’uvaggio classico di questo lembo di terra dal sapore mediterraneo nel cuore della Valtenesi: groppello, marzemino, sangiovese e barbera per un chiaretto dal colore invitante e dai profumi floreali intensi e persuasivi, dal sapore asciutto, inebriante, sapido. Pronto da bere. Della stessa azienda mi piace ricordare il Molmenti 2008, un cru dalle simil fattezze ma che esprime, grazie al suo medio invecchiamento, ancor più profondità e incisività; in entrambi i casi, proprio un gran bel bere.
Bolgheri Rosato Scalabrone 2010 Tenuta Guado al Tasso. Non è necessario spendere parole particolari su questo vino, anche perché credo proprio che non ne abbia affatto bisogno. E non vorrei – sottolineando questo vino più degli altri – nemmeno far torto al grande impegno profuso dalla famiglia Antinori nel creare ed affermare la tenuta di Guado al Tasso tra la costellazione dei piccoli chateaux bolgheresi seguiti all’exploit del marchese Incisa della Rocchetta e del suo Sassicaia; quindi dico solo che lo Scalabrone è, e rimane, uno dei vini più affidabili proposti in quel di Bolgheri, e tra i rosati italiani certamente uno dei più buoni: a me poi mi garba e di molto! Dal colore intenso e luminoso offre un naso incredibilmente invitante, floreale, succoso di frutta e sottili e gradevoli nuances speziate. In bocca scorre via che è un piacere, un sorso tira l’altro ed il successivo è sempre più saporito del precedente. Da cabernet sauvignon, merlot e syrah.
Alto Adige Pinot Nero Rosé 2010 Franz Haas. Bella novità dall’Alto Adige, da Montagna per la precisione, con tutto il fascino di chi ha dedicato una vita al pinot nero e sa di avere un talento innato nel valorizzare questi come pure i principali bianchi tradizionali atesini. I passaggi di vinificazione richiamano accortezza della lavorazione classica in bianco con l’esperienza di chi mastica rosso da sempre. Dopo la diraspatura l’uva viene pressata sofficemente come per le varietà bianche mentre il mosto viene lasciato successivamente fermentare per qualche tempo in barrique, dove vengono meglio fissati i classici markers del varietale, rendendogli un naso certamente più complesso ed efficace. Bellissimo il colore ciliegia tenue, il primo naso è franco, spinge immediatamente avanti aromi di ciliegia e lamponi, ma anche sensazioni molto gradevoli di erbe aromatiche di alpeggio, fesche e balsamiche. Il sorso è incredibile, stupisce per la sua spiccata acidità subito ben bilanciata da una lunga sapidità. Già in lizza per il titolo vino rosato dell’anno.
Vigneto delle Dolomiti Pinot Grigio Fontane 2010 Zeni. Un bianco di fatto, vestito di rosa. Sempre affascinante raccontare di un vino che amo da sempre, per un po’ troppo tempo messo da parte dai vignaioli di queste stesse terre per dare più ampio respiro a vitigni bianchi forse più utili ai fini commerciali delle grandi cooperative che insistono sul territorio; ma fortunatamente da qualche anno – da che ricordo io più o meno una dozzina – pare vivere un vero e proprio rinascimento, lento ma costante, che lo vede ripreso e riproposto con risultati a dir poco interessanti; e quello di Zeni è certamente uno dei più autentici. Il termine ramato è originario, si racconta, dei contratti di vendita che lo voleva così chiamato sin dai tempi della Repubblica di Venezia; rimane un vino bianco a tutti gli effetti, pur offrendo ampie e complesse suggestioni, soprattutto olfattive, grazie anche alla breve macerazione buccia-mosto di 12 ore; l’azienda conta oggi circa 20 ettari di vigneto, un terzo dei quali ubicati proprio nella Piana Rotaliana da dove provengono anche le uve di questo vino. Del colore buccia di cipolla è presto detto, basta aggiungere che offre un naso affascinante che vira da sentori finissimi di erbe a note dolci mela renetta e di pera matura. Il sorso è delicato, asciutto, persistente, leggero, con un finale di bocca sapido ed estremamente lineare. Non poteva mancare!
Qui il drink pink made in Campania.
Tag:alto adige, antinori, bellavista, bosco nestore, bruciato, chiaretto del garda, costaripa, drink pink, franz haas, guado al tasso, lago di garda, mattia vezzola, molmenti, montepulciano d'abruzzo, piana rotaliana, pinot grigio ramato, pinot nero rosè, roberto zeni, rosati d'Italia, rosè wines, scalabrone, terre moretti, trentino, vittorio moretti
Pubblicato su Abruzzo, Alto Adige, DEGUSTAZIONI VINI, in ITALIA, LA VITE, IL VINO, Lombardia, Toscana, Trentino | 7 Comments »
31 Maggio 2011
Bisogna augurare al Taurasi di non avere mai successo, per non avere fretta di rincorrere il mercato e rifuggire quel giusto tempo di maturazione di cui ha maledettamente bisogno. Il successo commerciale, com’è noto, porta all’estremo tentativo di ripeterlo pedissequamente, riproponendosi frettolosamente – a volte ciechi – dinanzi alle solite aspettative, non di fronte all’attimo fuggente. I tempi del resto sono quelli che sono.

D’altro canto il consumatore meno appassionato si aspetta che anche certi vini, certe tipologie, sappiano offrire di se sempre qualcosa di familiare, una ripetitività che tra l’altro nessuno dice di inseguire ma che in fin dei conti piace a molti, troppi, quasi tutti; poi c’è chi pretende anche che si presentino delle novità, purché non troppo distanti dalla consuetudine, efficaci ma non necessariamente plasmate su sostanziali diversità. Basta la facciata, il primo naso magari; così l’enologo, esperto o furbetto, vedete voi, può inserire qualcosa di suo, di nuovo, discretamente diverso, capace magari di richiamare comunque la tradizione. In fin dei conti, non è il gioco della convenzione e dell’innovazione, della familiarità e della novità la ricetta perfetta per avere successo?

Struzziero, i suoi Taurasi, che conoscevo abbastanza pur non così in profondità, sembrano piombati in Irpinia da un altro pianeta, eppure ne rappresentano da sempre l’essenza; proprio loro sono stati infatti tra i primi, assieme a Di Marzo e Mastroberardino, ad “esportare il territorio” fuori dai confini locali, addirittura oltreoceano; Eppure rimangono così lontani – Giovanni, Mario, i loro vini stessi – da quanto appena paventato; distanti anni luce da tutta quella chirurgia estetica a cui molti sono ricorsi negli ultimi anni per stare dietro al mercato: un affanno incredibile; talvolta esortati, è bene rammentarlo, anche da chi, cosciente o meno, autodefinitosi finissimo scouter (evidentemente di primo pelo) pare capace di cogliere nuovi profeti ovunque, anche laddove altri ne avevano colto egregi vignaioli bravi il giusto per guadagnarsi la copertina in un’annata fortunata.

E come dimenticare l’assoluta incapacità di comunicarli certi valori; ricordo come fosse ieri le parole di un noto enologo di una nota cantina taurasina che in quel del Castello Marchionale, durante una delle ultime anteprime andate in scena, tirò fuori dal cilindro – mentre parlava ad un parterre di giornalisti, operatori ed appassionati alcuni dei quali provenienti da tutta Italia – una frase che più o meno recitava così: “abbiamo bisogno di una mano, il nostro aglianico soffre il mercato, non incontra il gusto moderno del vino, vorremmo capire come fare, abbiamo le cantine piene”. Poco più in là, giusto un paio di file indietro a me, mi parve di cogliere un sibilo fulmineo, netto: “ma che è pazzo questo?”. Insomma, un disastro!
Comunque, grande vino questo vino, immediatamente fatto mio! L’ho subito accolto come il migliore della batteria, sin dal primo assaggio passatomi dai bravi sommelier del gruppo Ais di Napoli a cui era affidato il compito di governare la storica sessione di degustazione andata in scena lo scorso 22 maggio a Castel dell’Ovo durante l’ultimo Vitigno Italia.
Migliore non perché emergesse per qualche particolare sopra gli altri, che a dire il vero tranne il ’77 – per la verità soltanto al naso – erano perfettamente integri e godibili; semplicemente, in maniera evidente, pare incarnare, a mio modesto parere, quel modello più vicino al riferimento tradizionale che in molti, tra gli appassionati, gli addetti ai lavori, promuovono del Taurasi. Il colore è di uno splendido aranciato maturo e vivace, abbastanza trasparente; il primo naso è subito invitante ed inebriante di aromi finissimi di frutta secca, corteccia, spezie e note balsamiche, sottili e dolcissime: carrubo, china, pepe bianco e liquerizia. In bocca neppure il tempo di una esitazione: secco, austero, intenso e persistente; tannino in grande spolvero ed equilibrio, non certo un campione di morbidezza, guai a pensarlo dinanzi a certe bottiglie, ma perfettamente bilanciato e pacato con un finale appena lievemente amarognolo. Davvero un gran bel bere, sull’immediato e, senza indugio alcuno, in prospettiva.
Questa recensione esce in contemporanea su www.lucianopignataro.it.
Tag:aglianico, area di produzione docg taurasi, campoceraso, irpinia, irpinia wines, luciano pignataro, mario struzziero, red wines from campania, struzziero, taurasi, treno avellino-rocchetta, verticali ed orizzontali, vitigno italia 2001
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 2 Comments »
30 Maggio 2011
L’estate è alle porte. Converrebbe, come del resto avviene da sempre in Francia, accantonare per qualche tempo i grandi rossi – due/tre mesi, non di più – e pensare di dare più ampio respiro, oltre ai soliti noti ed insoliti bianchi, ai vini rosati (o rosé, che fa più chic!). A cercarne bene ultimamente se ne trovano di molto interessanti. In Campania così come altrove in Italia.
Vi propongo quindi, in due uscite, una breve selezione maturata discorrendo delle bottiglie che più mi hanno conquistato in questo primo scorcio di stagione. Quest’anno, come nei programmi, ho continuato a dare ancora più spazio al bere rosa nei miei precetti, assaggiando e provandone parecchi, proponendoli oltretutto in carta anche con una nuova posizione, nelle primissime pagine, cosicché da renderli tutti subito individuabili da parte dell’avventore appassionato alla tipologia; giuro che prima o poi la mia carta dei vini ve la presento, frattanto però eccovi tra le etichette prescelte, quelle che ritengo più interessanti e meritevoli della vostra attenzione.
Aglianico del Taburno Rosato Le Mongolfiere a San Bruno 2010 Fattoria La Rivolta. Pensi al Taburno e la mente corre subito ad aglianico opulenti e indelebili; cominciamo col dire invece che questo rosato rappresenta ancora un colpo a segno per la splendida azienda di Paolo Cotroneo, riesce a coniugare forza evocativa e freschezza da vendere; prodotto da sole uve aglianico, del Taburno appunto, è vibrante ed efficace dal primo naso all’ultimo goccio calato nel bicchiere. Interessante anche in virtù del fatto che si propone non solo sul breve ma anche capace di reggere discretamente il tempo, anche un paio d’anni; buono da bere anche su piatti importanti. Il nome rievoca un episodio realmente accaduto a Torrecuso nel giorno di S. Bruno che vide piombare in Fattoria, in contrada La Rivolta, praticamente sbucate dal nulla, due mongolfiere planate dal cielo per toccare con mano – si disse – le splendide colline ammirate dall’alto.
Campania Rosato Pedirosa 2010 La Sibilla. Eh sì, mi piace vincere facile; del resto quando si gioca in casa le probabilità di portare a casa il risultato sono sempre più alte. Piedirosso dei Campi Flegrei vinificato sapientemente in bianco con una brevissima macerazione del mosto sulle bucce, sicuramente uno dei più riconoscibili in riferimento al varietale; offre un naso rispettoso dei cardini classici del vitigno e della tipologia, inizialmente soave poi man mano più ampio e complesso: floreale passito, fruttato dolce e minerale, quasi sulfureo; la beva è carezzevole, giustamente secca, breve ma efficace. Da spendere sulla più gustosa delle zuppe di pesce del golfo. A trovarne naturalmente (di zuppa di pesce buona, intendo)!
Lacryma Christi del Vesuvio Rosato Vigna Lapillo 2009 Sorrentino. Benny Sorrentino non accetta compromessi, cosicché i suoi vini, quelli impressi nel fuoco dei lapilli vulcanici del monte Somma e nell’hinterland vesuviano, riposano almeno sei mesi prima di uscire sul mercato. Questo rosato duemilanove ha un colore piuttosto insolito per la tipologia, ricco e compatto, il vino è intriso di note di frutta rossa polposa e sbuffi di macchia mediterranea, si concede con un sorso intenso, ricco, minerale, che infonde al palato freschezza e consistenza. Ottimo lavoro direi, e gran bella beva; nasce da un marriage di piedirosso con una piccola percentuale di aglianico, lo consiglio di sovente sui carpacci di pesce o sul risotto agli agrumi, ma si può tranquillamente pensare di berlo anche con le carni, purché non stracotte o troppo sugose.
Paestum Aglianico Rosato Vetere 2010 San Salvatore. Poco o altro da aggiungere alla recensione già passata su queste pagine qualche settimana fa, se non l’efficace controprova avuta da allora dai numerosi clienti a cui l’ho proposto che hanno molto apprezzato soprattutto l’impostazione frutto/carattere voluta da Peppino Pagano e, naturalmente sottintesa, da Riccardo Cotarella. Aglianico di gran levatura allevato nei dintorni di Cannito, in pieno Cilento; anche in questo caso un vino polivalente, da non pensare di bere solo sul pesce, pur raccomandandone l’uso su quello grigliato.
Roseto del Volturno 2010 Terre del Principe. Pallagrello e casavecchia, non poteva essere altrimenti in casa di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini, abituati come sono – e come ormai ci aspettiamo che facciano – a fare le cose per bene e nei modi e nei tempi giusti. Ritorno volentieri a raccontare di loro, in verità l’avrei potuto anche fare prima, conservo infatti diversi appunti su una mini verticale di Vigna Piancastelli, ma aspetto di limarne qua e là alcuni concetti, ne scriverò quindi a tempo debito. Adesso spazio a questo delizioso vino uscito per la prima volta l’anno scorso e riproposto in gran forma con il 2010. Il colore è forse il più bello tra quelli presentati in questa batteria: ricco, luminoso, invitante. Il naso è un po’ sfuggente ma non manca certo sui fondamentali sentori floreali e fruttati; non facile da cogliere a freddo ma molto interessante la sottile linea speziata che si insinua non appena si alza di qualche grado la temperatura di servizio; ma, sia chiaro, pensateci solo per gioco: questo vino, come tutti gli altri raccomandati qui, beveteli belli freschi, l’estate è alle porte e vestire di rosa il vostro bicchiere sta a significare anche mettere per un po’ da parte le fisime dei sbevazzatori col termometro!
Una o due annotazioni in chiusura. E’ chiaro che la Campania può cimentarsi con buona capacità sulla tipologia, a patto però che non corra nella direzione sbagliata. Leggi banalizzazione ed omologazione. Per fare un buon vino rosato bisogna partire da un progetto serio e meticoloso, che guardi nel tempo ad una prospettiva certa e non solo al momento commerciale favorevole; quindi anzitutto uve sane e atte a tale scopo, poi tutto il resto che non sto nemmeno a sottilineare. Oltre ai vini segnalati in questo post vi sono altri che meriterebbero di essere raccontati ma ai quali era opportuno mettere avanti chi non avesse ancora avuto spazio su questo blog. Bene per esempio anche il Rosato di Tenuta San Francesco, e restando in tema tintore, pure quello di Alfonso Arpino di Monte di Grazia seppur ancora troppo scomposto nella fase gustativa: it needs time!
Qui il drink pink made in Italy.
Tag:aglianico, benny sorrentino, campania, campi flegrei, cannito, casavecchia, cilento, drink pink, la sibilla, manuela piancastelli, pallagrello nero, peppe mancini, peppino pagano, piedirosso, riccardo cotarella, rosè, rosè wines made in campania, san salvatore, sorrentino, terre del principe, vesuvio, vigna lapillo, vini rosati
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA | 9 Comments »
23 Maggio 2011
Ecco una di quelle occasioni di confronto e crescita professionale che mai mi sarei perso di vivere; le ultime settimane di lavoro sono state particolarmente impegnative, dure, volendone sottolineare lo stress fisico, ma una verticale storica come quella messa su dall’amico Luciano Pignataro, che rincorre, indietro nel tempo, dal 2004 al 1977, oltre trent’anni di Taurasi, era un appuntamento da non mancare.

Sull’azienda ci sono poche altre parole da spendere se non la promessa, da parte mia, di continuarla a seguire con maggiore attenzione; chi volesse saperne di più, può dare un’occhiata qui e qui per avere contezza dell’entusiasmo che si palesa dalle note di degustazione che seguono. Bene ribadire forse che Struzziero, dopo solo Di Marzo e Mastroberardino, è la terza azienda per storicità in Irpinia, e che, come solo la concorrente azienda di Atripalda può fare, è ancora capace di offrire tangibilità liquida di annate di Taurasi così lontane nel tempo. Alla sessione di degustazione, coordinata in maniera egregia dal gruppo servizi dell’Ais Napoli, hanno partecipato, con il sottoscritto, Antonio Paolini, storica firma del Messaggero di Roma e grandissimo conoscitore di vini, Alberto Capasso, docente Slow Food, Mario Struzziero, enologo e proprietario dell’azienda di Venticano e naturalmente, in grande forma, Luciano Pignataro.

Taurasi Riserva Campoceraso 2004 (campione da botte) Si offre con grandi aspettative, per molti l’annata è di quelle da ricordare, tra le migliori che si ricordino nell’areale in epoca moderna; qualcuno addirittura la indica come riferimento assoluto, l’inizio del nuovo corso di una denominazione che non si può dire certo avulsa dall’enorme confusione interpretativa venutasi a creare soprattutto nell’ultimo decennio a causa – non a caso – dell’acuirsi della crisi delle vendite; a dire il vero ci aggiungerei anche quel peccato di vanità (leggi improvvisazione) che taluni proprio non si sono fatti mancare. Un bel rubino a vedersi, concentrato e vivace; il primo naso risente ancora della lunga, lunghissima sosta in legno – siamo ad oggi ai sette anni – ma esprime, in maniera quasi disarmante, una integrità e compostezza di eccellente fattura. Sentori fitti e fini di frutta matura carpiti subito appena svolte le nuances tostate, addolciti da spunti alcolici evidenti ma non ingombranti; lentamente poi emergono sentori balsamici e note che sanno di terra: l’imprinting, si direbbe, dei Taurasi di Struzziero; poi il tempo avrà modo di ricomporre a modo il puzzle. Beva asciutta, vigorosa, di ottima persistenza. Finale di sostanza, appena sopra le righe i tannini, in evidenza, crespi ma di pregiata finitura.
Taurasi Riserva Campoceraso 2001 L’ho subito accolto come il migliore della batteria, sin dal primo assaggio passatomi dai bravi sommelier del gruppo Ais di Napoli a cui era affidato il compito di governare la storica sessione di degustazione. Migliore non perché una spanna sopra gli altri, che tranne il ’77 – e per la verità soltanto al naso – erano perfettamente, aggiungo oltre ogni mia aspettativa, integri e godibili; semplicemente, in maniera evidente, quello più vicino, a mio modesto parere, a quel modello di riferimento “tradizionale” che in molti ricercano nel Taurasi. Colore di uno splendido aranciato maturo e vivace, abbastanza trasparente, il primo naso è subito invitante ed inebriante di aromi finissimi di frutta secca, corteccia, spezie e note balsamiche sottili e dolcissime: carrubo, china, pepe bianco e liquerizia. In bocca neppure il tempo di pensarci un attimo, secco, austero, intenso e persistente; tannino in grande spolvero ed equilibrio, non certo un campione di morbidezza, guai a pensarlo dinanzi a certe bottiglie, ma perfettamente bilanciato e pacato nel finale lievemente amaro. Davvero un gran bel bere, sull’immediato ed in prospettiva.
Taurasi Riserva Campoceraso 1997 Dell’annata si tessono lodi da sempre, per qualcuno addirittura “l’annata del secolo scorso”; personalmente è la prima che ricordi, vissuta, come “grande”. Un riferimento su tutti, che ha ovviamente poco a che spartire con l’aglianico, il Solaia ’97 di Antinori, bevuto in compagnia di splendidi amici, una sera a Santa Cristina, appena dopo aver ricevuto la nomina di “vino dell’anno” da Wine Spectator. Ma torniamo a noi, ovvero al Taurasi di Mario Struzziero. Il colore offre una splendida verve aranciata, trasparente quanto basta per esaltarne le sfumature sull’unghia. Naso inizialmente empireumatico, sporco, ma con la giusta attenzione non si fa certo fatica a riprendere le note lasciate nei calici precedenti; qui ancora sentori evidenti di frutta secca e spezie; poi terra, humus, in lento e finissimo divenire. Palato asciutto, oltremodo austero: l’alcol, come i precedenti sui tredici gradi e mezzo, pare sparito dal contesto ma in effetti qui da padrona la fa l’acidità – viva, espressiva, caratterizzante – ed il tannino, finissimo e infinitamente elegante. Un capolavoro per chi non ha paura delle durezze del Taurasi, per me, che paura non ho, rimane comunque una incollatura sotto alla duemilauno, e non solo per il naso inizialmente scomposto.
Taurasi Riserva 1990 Annata calda, la prima vissuta in prima persona da Mario in cantina; e a distanza di un ventennio ancora in piena evidenza nel bicchiere. Il colore rimane di un aranciato vivo e compiuto, seppur lievemente opaco rispetto ai precedenti, abbastanza trasparente. Il naso è subito dolce, le note di frutta secca e corteccia qui emergono come macerate, liquorose, di finissimo spessore ma un tantino più scontate rispetto ai precedenti ventagli olfattivi. Di tanto in tanto una sbuffata cioccolatosa e ancora di liquirizia. In bocca è secco ed abbastanza caldo, qui l’alcol – come tradizione a quel tempo raggiunge di poco i dodici gradi e mezzo – pare dominare eccessivamente il sorso, che rimane sì di buona persistenza ma esce meno incisivo dei precedenti, più corto, sicuramente meno emozionante pur non essendo affatto scontato. In perfetto stato di conservazione ma probabilmente nella sua fase di compiuta espressività.
Taurasi 1977 L’avessimo beccata tutti quell’unica (credo) bottiglia in quasi perfetto stato di forma saggiata al momento della “verifica tappo”, ne staremmo a parlare in altri termini; ma ahimé così non è stato, e probabilmente non poteva essere altrimenti; a quei tempi, in quegli anni dico, gli obiettivi erano essenzialmente altri e non certo votati alla speranza di ritrovarsi dopo oltre trent’anni a discutere di Taurasi così vecchi. Avendo la capacità di berlo dimenticandone subito il naso intriso di dolci note marsalate, se ne potrebbe trarre un quadro gustativo di tutto rispetto: secco, oltremodo asciutto, in perfetto stato di grazia e compostezza, con un tannino dissolto ma con un nerbo ancora non del tutto sopito. Un bel bere si direbbe, ma null’altro. Al netto, naturalmente, dell’unicità e dell’indimenticabile esperienza.
Qui invece da non perdere il report della brava collega sommelier (e giornalista) Monica Piscitelli pubblicato in contemporanea su www.lucianopignataro.it. Altre interessanti impressioni le trovate qui su Percorsi Di Vino, il blog di Andrea Petrini.
Tag:aglianico, ais, alberto capasso, andrra petrini, antonio paolini, castel dell'ovo, irpinia wines, luciano pignataro, mario struzziero, monica piscitelli, napoli, percorsi di vino, red wines from italy, slow food, slow wine, sommelier, struzziero, taurasi, taurasino, venticano, vitigno italia 2011, wines fron campania
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in CAMPANIA, LA VITE, IL VINO, Verticali & Orizzontali | 6 Comments »
20 Maggio 2011
Qualcosa non andava, sarò stato io, o la sottile insistenza di quella volatile incipiente; al che mi son convinto nel prendere tempo. Lasciar andare su la temperatura, aspettare e profondere maggiore attenzione. Decisamente dovuta.

E’ chiaro che, al momento, non sarò mai un fan della biodinamica, o di quel dire “così è se vi piace, e non può essere altrimenti” intendo, rimangono troppi punti oscuri che il mio intelletto fa ancora fatica, e parecchio, a decifrare: su tutti, dove finisce “il pensiero filosofico” e dove invece comincia l’opportunità commerciale? Un classico insomma! Ciononostante non riesco a fare a meno di ritornarci su, di tanto in tanto, ed infilarci le mani in pasta, ovvero il naso nel bicchiere. Un po’ come dannarsi l’anima con il cubo di Rubik, senza perdere però il sottile piacere della sfida.

Poi c’è il Filagnotti duemilanove di Cascina degli Ulivi, un vino decisamente complesso, per non dire complicato; contorto e scomposto di primo acchito, ma che sa, pieno di sé, cosa vuole dire e come vuol farlo: è lui l’altro Gavi, o quello che non c’è più, dato che dalla vendemmia 2008 è fuori disciplinare docg: una scelta meditata, dicono, sofferta ma necessaria. Nasce da uve cortese coltivate in località Tassarolo, da vigne con esposizione a sud ovest, su terreni rossi e argillosi. La raccolta 2009 del cortese, “tra le migliori mai avute” – mi racconta Sonia Torretta, l’enologa, raggiunta al telefono per aver più chiaro il quadro produttivo -, è avvenuta quell’anno verso metà settembre, poco dopo aver tirato giù dalle piante il moscato, subito prima del dolcetto; E’ stato vinificato esclusivamente in botti di legno di acacia di 25 hl, in ognuna è stata lasciata una quantità pari a 25 kg di grappoli non diraspati. Così, dopo un primo (ed unico) travaso per eliminare le fecce più grossolane, è rimasto per tutto un anno sulle fecce fini, sur lies si direbbe, sempre in legno prima di finire in bottiglia.

Il colore è un giallo paglierino carico, tendente all’oro, naturalmente non limpidissimo ma consistente e pieno di fascino. Il primo naso, come detto, allontana, però merita attenzione; una volta superata una prima fase di evidente empasse comincia a tirare fuori carattere e franchezza, qualità tra l’altro confermate certamente al gusto. Naso buccioso, vinoso, con sottili note di erbe officinali e frutta passita che rincorrono sentori di fieno e foglie secche, nocciola e frumento.
Vino di carattere, nonostante i 12 gradi e mezzo, di buon corpo; offre una beva non certamente facile, a tratti ruvida e graffiante, eppure espressiva, oltretutto di una buona prospettiva di vita. Difficile accostarlo a tavola sui classici piatti di pesce, meglio su primi piatti sugosi, anche aromatizzati, o preparazioni a base di carni, non necessariamente bianche, o ancora su formaggi mediamente stagionati. Attenzione a non servirlo troppo fresco, bene sui 12°/14°. Utile segnalarvi che non v’è assolutamente aggiunta di solforosa. Importante ribadire che chi non ama questa tipologia di vini, me compreso, difficilmente se ne innamorerà anche dopo questo assaggio; ma mettiamola così, perché non concedersi, ogni tanto, una stravagante avventura?
Per saperne di più sull’azienda o il pensiero Biodinamico di Stefano Bellotti date pure un’occhiata qui al sito di Cascina degli Ulivi.
Tag:bio e dinamica, biodinamica, cascina degli ulivi, cortese, cortese di gavi, demeter, filagnotti, gavi, gavi di gavi, piemonte, stefano bellotti, steiner, velier, vini bianchi piemontesi
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in ITALIA, LA VITE, IL VINO, Piemonte | 1 Comment »
17 Maggio 2011
Un vino straordinariamente sorprendente! E’ bene dirlo subito, giusto per rendere chiara l’idea di cosa sto per raccontare, soprattutto a chi, non amando la tipologia, possa pensare di soprassedere appena dopo aver letto le sole prime quattro parole di questa recensione.

Un vino dolce naturale il Kabir, tra i più popolari, ma non per questo confondibile con i tanti altri moscati prodotti a Pantelleria; invero, se c’è un merito da affibbiargli anzitutto, gli va riconosciuto quello di essere rimasto, negli anni, sempre estremamente fedele ad una precisa identità territoriale prima che produttiva.
Un sorso di Kabir, quale che sia l’annata, parla direttamente all’anima, ma questo duemilaquattro, pur inaspettatamente, la conquista e la rapisce definitivamente; così la butto lì, perché anche sui vini dolci (da meditazione e compagnia cantando) non sarebbe male, di tanto in tanto, aprire una piccola finestra dalla quale affacciarsi su un mondo che rimane ancora profondamente misconosciuto, certamente lontano dal blasone sauternais, o di certi deliziosi nettari mitteleuropei, ma che non manca di fornire, come questo vino testimonia, spunti emozionali decisamente interessanti di cui non si può non tenerne conto.

Prima di passare ai fatti, superato l’annoso empasse che lo vuole perennemente fratello minore del ben più noto e ambìto Ben Ryè, ho dato una scorsa ad alcuni dati forniti dall’azienda sul suo sito – che devo dire risulta essere tra i più gradevoli e funzionali visitabili in rete quanto a spot aziendali – giusto per avere una idea da dove questa bottiglia sia partita prima di scivolare oggi nel mio paffuto bicchiere: il 2004 viene indicato come un millesimo rigido e lineare, partorito da un inverno ed una primavera piuttosto piovosi (rispetto alla media siciliana) e un’estate, contrariamente alla consuetudine isolana, dalle temperature decisamente miti. Ne deduco, come suggerito tra l’altro tra le righe, una maggiore finezza aromatica ed una minore polposità e concentrazione del frutto, quindi di zuccheri residui, così di alcol.
Poi c’è la pregiudiziale del tempo, l’imponderabile evoluzione di certi vini dolci, la probabile contrazione del nerbo acido quando meno te l’aspetti. Sei pronto quindi ad un vino più che maturo, dal colore cupo e sopito, con crepe ossidative olfattive, una scontata e stucchevole caduta palatale. Tutt’altro!
Il colore è invece splendido, giallo paglierino cristallino con nuances dorate e di una lucentezza quasi abbagliante; il naso offre un effluvio di note dolci, tracimanti, in una consequenzialità da manuale: dalle più labili e sottili note florali e fruttato di pompelmo, a quelle più nette, e man mano accentuate, di agrumi canditi e miele di zagara. Il gusto, poi, è coinvolgente: intenso, ricco, fine e persistente, presenta un finale di bocca lunghissimo, avvolgente, continuamente rinfrescato da una spinta acida ancora presente e fondamentale nel renderne perfetto l’equilibrio degustativo. In definitiva, un bellissimo vino.
Invito, chi ne conservasse ancora una bottiglia, a non rammaricarsi del millesimo così lontano nel tempo, questo Kabir è il sorso più delizioso che vi possa capitare a tiro, ideale per suggellare una sincera stretta di mano o da spendere alla fine di un pasto da ricordare, un momento da fissare nella mente, oppure ancora – perché no! – per consacrare un amore di sconfinata giovinezza!
Questo articolo esce anche su www.lucianopignataro.it.
Tag:ben ryè, dammuso, donnafugata, giacomo e josé rallo, isola di pantelleria, kabir, moscato di alessandria, moscato di pantelleria, moscato dolce naturale, sicilia, vini di pantelleria, vini dolci siciliani, zibibbo
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, in ITALIA, Sicilia | Leave a Comment »
4 Maggio 2011
Ne racconterò, appena possibile, in maniera più approfondita e dettagliata, di tutti gli assaggi dei vini prodotti da questa nuova (notevole per potenzialità!) realtà cilentana nata dalla sapienza imprenditoriale di uno dei più noti albergatori di Paestum, tale Peppino Pagano, ma soprattutto dall’immensa passione che questi nutre per la sua terra ed i suoi frutti.

San Salvatore è a Stio, con cantine a Giungano, due dei luoghi più incontaminati e suggestivi del Parco del Cilento; chi volesse può sin da adesso approfondirne la conoscenza, vi è, qui e qui, un doppio passaggio dell’amico Luciano Pignataro che, come sempre, più di tutti – e come nessun altro – ne racconta in maniera più che esaustiva; quella dei Pagano è un’azienda agricola a tutti gli effetti – qui si allevano infatti bufale da latte e si coltiva la terra in tutte le sue sfaccettature – e come detto promette di essere una delle realtà più importanti da non perdere di vista nei prossimi anni venturi.

E’ incredibilmente sorprendente come tutta la produzione esprima livelli altissimi di qualità, a partire dalla spiccata mineralità del Fiano Trentenare 2010, un igt Paestum – che mi ha letteralmente conquistato, forse oltre le aspettative e comunque più di tutti gli altri vini – per arrivare al succoso ed indolente Aglianico Jungano 2009, che si apre, tra l’altro, ad una prospettiva di evoluzione molto interessante. Eccellente anche il cru Pian di Stio 2010, un fiano prodotto con uve coltivate e certificate biologiche, confezionato in bottiglie da mezzo litro, che esprime un caratterino, una complessità niente male per una tipologia, il fiano, quello di queste terre intendo, spesso annoverato – e liquidato senz’altro troppo in fretta – come tra le espressioni del varietale in Campania potenzialmente meno capace di reggere il tempo. L’aspettiamo, chi vivrà, vedrà.
Mi è piaciuto molto questo Vetere 2010, da uve aglianico coltivate in località Cannito, più di ogni rosato assaggiato sino ad ora per questo millesimo; più del beneamato Monte di Grazia di Alfonso Arpino, più del pur ottimo Roseto del Volturno di Terre del Principe, del Crote dalle bellissime colline di Castelfranci, del Pedirosa di casa mia di Luigi Di Meo, giusto per citarne alcuni; mi ha colpito particolarmente per la sua integrità, per la sua quasi perfetta corrispondenza naso-bocca, assai difficilmente riscontrabile nella tipologia. Mi spiego meglio: spesso il rosé è un vino che nasce per completare la gamma, ancor più spesso nasce dagli “scarti” di produzione, talvolta da incomprensibili manie “di poter far tutto” ad ogni costo (per il consumatore), così da offrire quasi sempre vini che hanno naso ma poco palato, o peggio, pochissimi profumi e corpo da mattonella di terracotta.
Ebbene, senza entrare troppo nella fenomenologia roséista che, ribadisco, merita sì molta più attenzione di quanto gli si riesca a dedicare, ma attenzione che vada giustamente ponderata per non farne l’ennesimo “nuovo che avanza” per tutti i gusti; tanto si sa quanto siano diventati bravi, certi soloni, a sfasciare tutto; è questo un vino che mi sento di consigliare spassionatamente; bello il colore lampone, vivace, il naso è un concentrato di frutta fresca, dolce, sottile e persistente, una ventata di primavera di erbe e fiori appena sbocciati. In bocca è secco, sobrio ma di buon spessore, giustamente lungo e sapido, rinfrancante. Ci ritorni volentieri su, un secondo sorso, poi un terzo; frattanto la serata ha preso tutta un’altra piega, e non conta, a questo punto, se vi capiterà di vedere un bufalo aggirarsi tra le vigne; state tranquilli, non è l’effetto dell’alcol, siete a casa di Peppino Pagano!
Tag:aglianico, cilento, diodato buonora, fiano, giungano, la sibilla, luciano pignataro, manuela piancastelli, monte di grazia, paestum, peppino pagano, pian di stio 2010, roseto del volturno, savoy beach, trentenare, vetere
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, I Vini del Cuore, in CAMPANIA | 7 Comments »
28 aprile 2011
Eccola qua, l’attendevo; e come se l’attendevo. Una delle ragioni per cui pensi valga la pena fare certi sacrifici, stare lontano da casa, dai tuoi affetti, lavorare dodici, a volte anche quattordici ore al giorno; no, non è una bottiglia che ti ripaga di tanta dedizione, può solo la soddisfazione del cliente, e non quella scritta sulla comment card di fine servizio, se vogliamo algida e buona forse per le statistiche, ma quella che spunta sui saluti finali, che senti trasalire dalla tensione della stretta di mano.

Si dice che quando Bordeaux cade in disgrazia per un cattivo millesimo, sia il Grand Vin de Latour l’unico riferimento, l’unica garanzia per godere comunque del miglior frutto del terroir bordolese anche in una pessima annata. In verità vi dico che rimango scettico, non poco, sulla grandezza di certi vini presi così, d’emblée, al netto della liturgica suggestione della loro storia, pur costruita – tra l’altro con minuziosa perizia, soprattutto commerciale – in oltre duecento anni di storia viticola, almeno quelli più tangibili dalla critica enologica.
Tant’é che parliamo di un gran vino, di nome, e di fatto; Latour duemilaquattro è cabernet sauvignon per l’80%, merlot al 18%, cabernet franc e petit verdot per il restante 2%; un taglio millimetrico, si direbbe. Gli annali dicono di 78 ettari di proprietà tutti allocati lungo la sponda sinistra della Gironda, nei dintorni di Pauillac, dove però solo 47 ettari concorrono alla produzione del Grand Vin, mentre il resto viene distribuito tra il secondo vino rosso, Les Forts, ed il Pauillac propriamente detto.
Il colore è rubino scuro, decisamente caratterizzato, di notevole estrazione, impenetrabile, denso; il primo naso è sottile, volto al terroso, apparentemente scomposto; gli bastano però pochi minuti per riproporsi, con particolare suggestione, sulle più classiche note di frutti neri, ribes e mirtillo, poi ancora ginepro; lascio il bicchiere per qualche ora, mi dedico al servizio, c’è gente stasera. Quindi ci ritorno su a fine serata. Le bottiglie aperte qua e là mi hanno frattanto offerto altri piacevoli stappi, ancora assaggi interessanti di cui conservo qualcuno dei nuovi. Discutiamo, con Sabatino, il mio cantiniere, sull’opportunità o meno di proporlo il Biserno ’07 del Marchese Ludovico Antinori – “Angelo, sicuro? Pe’ mmé è ancora così giovane…” – ma il cliente ha pur sempre ragione; e il mio budget pure. Un sorriso tira l’altro, così riprendo tra le mani questo benedetto Latour 2004, stipato con tanta gelosia da occhi indiscreti: il timbro olfattivo adesso è virato, ora primeggiano note minerali, salmastre, corteccia; poi finissimo pellame, infine tabacco. Il sorso è intenso, caldo e profondo, e non potrebbe essere altrimenti; il tannino, dolcissimo, non smette di carezzare il palato, avvinghiato a finissima acidità.
E’ vero, certe etichette restano maledettamente inarrivabili, forse assurde, eppure… Bonne chance! Monsieur Dauphin, grazie mille per avermi concesso, per tre volte, di condividere con lei questo prezioso ed esclusivo passaggio a Medòc…
Tag:bordeaux, cabernet franc, cabernet sauvignon, chateau latour, gironde, gran vin de latour, les forts de latour, medoc, merlot, pauillac, petit verdot, taglio bordolese
Pubblicato su DEGUSTAZIONI VINI, Francia | 1 Comment »