Chiacchiere distintive, Benny Sorrentino

24 aprile 2011 by

Laureata alla facoltà di agraria di Portici nel 2006, Benny Sorrentino è l’unica enologa in Campania campana; un’ importante esperienza formativa presso il Centro Ricerche per l’Enologia di Asti e nel 2008, a Torino, la specializzazione in scienze viticole ed enologiche. Nello stesso anno, l’abilitazione alla professione di agrotecnico laureato. Con il fratello Giuseppe, si occupa a tempo pieno dell’azienda di famiglia, venti ettari nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio.

Togliamoci subito dall’imbarazzo: dal pettinar le bambole a smanettare in cantina; sono io che la vedo dura o il percorso è più breve di quanto si possa pensare? In realtà fin da piccola ho sempre vissuto molti momenti tra campagna e cantina, e le bambole erano mie compagne di avventura. Effettivamente tra pettinare le bambole e stare in cantina ci sono delle differenze, richiedono ‘sforzi’ diversi. Ma

sono due cose indirettamente collegate, hanno dei punti in comune quali l’ordine e la massima cura. Nel primo caso forse maggiore cura e minore sforzo pratico, mentre nel secondo si intensifica la praticità. Mettiamola così, pettinare le bambole è stato un buon allenamento per la definizione dei particolari, dell’eleganza e dell’immagine dei miei vini. Poi in cantina ho cominciato a sviluppare altri aspetti di gestione e di forza! Tutto sommato mi è andata bene.

Quali sono stati gli ostacoli più duri da superare? Forse la difficoltà maggiore è stata il cercare il miglior metodo di lavoro e di organizzazione, conciliare cioè tutto ciò che era teoria con la pratica perseguendo gli obiettivi prefissati. Da piccola passeggiavo tra le vigne, raccoglievo l’uva in vendemmia, entravo in cantina e osservavo tanti movimenti; ora che ho maggiori basi di conoscenza tutto assume diverse prospettive e tutti quei “movimenti” diventano specifici e determinanti.

La vigna, la cantina, il mercato; nel mezzo la sostenibilità, un tema molto ricorrente ultimamente, qual è il tuo pensiero, il tuo ideale? La sostenibilità è un tema molto ricorrente perché credo che col passare degli anni si sia diffuso un uso incontrollato di prodotti di sintesi in agricoltura e in enologia convenzionale che possono aver provocato uno squilibrio naturale. Non tutti conoscono bene l’azione ad esempio di alcuni principi attivi che sono somministrati in vigna ma soprattutto gli effetti che possono provocare a lungo termine il loro uso improprio.

Ovviamente la sostenibilità si propone di non sconvolgere gli equilibri naturali e di rispettarli. Usare quantitativi minimi di risorse “artificiali” limitando così sempre più l’impatto su di essi. E’ indubbio che alcuni tipi di mercato sono interessati alla sostenibilità più di altri, ma ognuno bada ovviamente alla qualità, alla tipicità, e non ultimo alla piacevolezza del vino. Pertanto ritengo che se si rispetta l’ambiente e dalla terra si hanno prodotti sani che vengono trasformati senza sconvolgere le loro potenzialità, siamo sulla strada giusta.

Il Vesuvio nell’immaginario collettivo è una icona, eppure l’areale vesuviano rimane tra i più martoriati della provincia di Napoli; possibile che le amministrazioni (locali, regionali, nazionali) non riescono a vedere ciò che avete colto e valorizzato voi? A volte non tutti conoscono le realtà che costituiscono il territorio e in taluni casi nelle persone rimane l’immagine poco felice che viene trasmessa in seguito a diverse situazioni che vedono l’areale in forte difficoltà. Ritengo invece che l’area vesuviana assieme a tutte quelle vicine al mare siano importantissime e da tenere in grande considerazione; anzitutto per l’antica vocazione viticola e, come nel nostro caso, trattandosi di una zona vulcanica tra le più vaste in Europa continentale, con un vulcano ancora attivo e, per l’ambiente pedoclimatico davvero particolare.

Il problema sostanziale credo sia rappresentato dall’età media elevata delle persone che si sono fatti carico in passato della crescita e della valorizzazione del territorio, soprattutto per le difficoltà di strutturare un’efficace interlocuzione, come spesso è accaduto, non adoperando i giusti mezzi di comunicazione. Ecco perché confido molto nelle nuove generazioni, le associazioni, spero nei consorzi locali, affinché possano svolgere il loro lavoro nel migliore dei modi al fine di diffondere al meglio la cultura, le colture vesuviane e i prodotti da esse derivanti.

Il Lacryma Christi del Vesuvio, croce e delizia dell’enologia campana, ambìto da tutti per il suo storico prezioso valore di mercato, eppure mai nessuna grande azienda se l’è sentita di investire seriamente in loco; un bene, un’occasione mancata oppure… Il Lacryma Christi del Vesuvio è una tipologia di vino che viene ottenuta da differenti tipi di varietà distinte sia per il bianco che per il rosso. Le varietà, le loro peculiarità devono essere studiate e seguite a lungo ed attentamente, per poterne migliorare la coltivazione ed affinare quindi la qualità dei vini che vi si ottengono. Bisogna conoscere ovviamente l’areale, il suolo, il clima e cercare quelle “combinazioni” giuste per raggiungere il loro massimo equilibrio. Mi rendo conto che ciò è dispendioso, in particolar modo per chi si approccia al Vesuvio non vivendolo costantemente; si tratta di un vero e proprio investimento, anzitutto programmatico, che richiede tempo, conoscenza e supporti tecnici all’altezza. Ogni azienda ha una propria filosofia, si prefigge quindi gli obiettivi che più ha nelle corde, decide quindi dove, come e se investire.

Vigna Lapillo rosso, Natì, Catalò giusto per citarne alcuni; i tuoi vini, rossi e bianchi, sono indiscutibilmente tra i più rappresentativi dell’areale, sprizzano energia ad ogni sorso: qual è quello che ti assomiglia di più? Quelli che citi sono vini a cui siamo arrivati dopo un’attenta analisi e selezione delle nostre migliori uve; la volontà di esaltare quanto più possibile  le potenzialità viticole ed enologiche delle varietà vesuviane, attraverso meticolose scelte dei tempi e dei modi di coltivazione, di vinificazione e quindi di affinamento. Gesti di sapienza che si fondono con quelli provenienti dall’innovazione. L’idea è quella di raggiungere un equilibrio che parte in primis dalla vigna, continua in cantina e termina con l’affinamento che renderà complesso e armonico un vino pur non essendo d’annata.

Ogni bicchiere di vino cerca di essere un piccolo vulcano, direi che forse quello che più mi assomiglia è il Catalò, da uve Catalanesca, a cui tengo particolarmente ed al quale mi sono molto dedicata. Le uve vengono raccolte in zone molto circoscritte dell’areale vesuviano, e questo lo rende ancor di più aderente alla sua tipicità; la cosa più interessante di questo vino è che a distanza di anni di affinamento, ho constatato conservi buone caratteristiche di freschezza, oltre che persistenza ed un notevole bouquet. Questo forse è l’esempio più rappresentativo della conciliazione della teoria acquisita nel corso dei miei studi sperimentali e della pratica.

Ecco, la Catalanesca: c’è, non c’è, si può fare, no? La Catalanesca è conosciuta anche come Catalana o uva Catalana, la sua presenza attualmente è limitata solo ad alcune zone dell’areale vesuviano e sembra risalire al 1500. Sono state ritrovate alcune descrizioni risalenti al 1804 fatte da Columella Onorati che la inserisce tra ‘le uve buone a mangiare’, nel 1844 Gasparrini, poi nel 1848 Semmola e tanti altri in anni successivi ne forniscono sintetiche ma efficaci descrizioni che sottolineano la morfologia del grappolo grande e spargolo con bacche grosse e il suo stadio tardivo di maturazione.

Per salvaguardare i vitigni autoctoni è stato realizzato un sistema di protezione attraverso gli accordi Stato-Regioni, in particolare la Catalanesca è stata inserita nella classificazione delle varietà di vite da vino coltivabili nella Regione Campania grazie al D. D. n.377 del 11 ottobre 2006. Nel corso della riunione del Comitato Nazionale Vini DO e IG del 23 e 24 febbraio 2011 è stato dato parere positivo per il riconoscimento della IGT Catalanesca del Monte Somma, prodotta nelle tipologia “bianco” e “passito e la cui zona di produzione delle uve è ubicata in provincia di Napoli. Pertanto alla luce di quanto scritto sopra la Catalanesca si può vinificare e il vino prodotto potrà anche riportare la denominazione IGT/IGP.

Bene, un po’ di chiarezza non guasta mai. Da qualche tempo producete, a mio modesto parere, uno tra i migliori vini rosé in regione, il Vigna Lapillo rosato; mi chiedo, e ti chiedo, fare rosato sul Vesuvio può essere una vocazione da valorizzare maggiormente? Certamente! Produciamo rosato da quando è nata l’azienda, e l’esperienza maturata vendemmia dopo vendemmia, il miglioramento delle tecniche viticole, ci hanno solo aiutato a migliorarlo. Generalmente il rosato è un vino che fa breccia solo nel cuore dei fans, ma chi si è avvicinato al Vigna Lapillo per la prima volta, pur con un certo distacco, ha dovuto ricredersi sino a rimanerne rapito.

Ne sono testimone. Torniamo a noi, chi fa il tuo mestiere è costantemente proiettato al futuro, non potrebbe essere altrimenti; spesso però bisogna fare i conti col passato, chiamiamola pure tradizione; tu come la vedi? Domanda che richiederebbe un argomentazione abbastanza lunga e complessa; diciamo che dal passato c’è sempre da imparare, anzi, spesso è il nostro riferimento per intraprendere con perizia nuovi progetti e studi. La viticoltura vesuviana è costituita perlopiù da contadini che gestiscono piccoli vigneti; da una parte hanno saputo conservare le vecchie tradizioni ma anche il prezioso materiale viticolo su piede franco, ma dall’altra non si prestano facilmente a fare investimenti sul miglioramento di alcuni aspetti legati alla coltivazione. E’ questo è senz’altro un limite che impedisce al territorio un immediato salto di qualità; tuttavia il potenziale rimane altissimo.

Oltre alla formazione, spesso ci sono incontri decisivi nella vita professionale di ognuno; nel tuo caso ce n’è stato uno? Gli anni della permanenza torinese mi hanno decisamente segnata, infatti ho vissuto molte esperienze che mi hanno vista a diretto contatto con una mentalità in continua evoluzione che ricerca lavori per poter migliorare il settore vitivinicolo e che è sostenuta dagli enti di ricerca attrezzati con strumenti di analisi all’avanguardia da poter mettere al servizio anche di piccoli enti.

Probabilmente questo modo di agire e di voler studiar meglio i processi è stato determinante senza aspettare che una cosa accada solo perché è legata ad una particolare vendemmia (certo potrebbe sicuramente incidere) o all’incrocio casuale o non ben rintracciabile di alcuni fattori. Ho ritrovato questa stessa determinazione nel voler analizzare con accuratezza e con la giusta tempistica gli aspetti viticoli ed enologici nell’enologo Carmine Valentino con cui condivido molti dei miei momenti di crescita e che per me rappresenta un forte stimolo di miglioramento.

In chiusura, per ringraziarti della chiacchierata, vorrei offrirti da bere: mi dai tre vini da proporti per fare centro? Ultimamente ho avuto modo di assaggiare dei vini di altre zone vulcaniche ed ho colto inaspettatamente delle analogie pur essendo vitigni differenti! La prova cioè di quanto possa essere forte la territorialità ed in particolare l’incidenza del suolo vulcanico. Il Soave Classico vigneto du Lot- 2009 di Inama; Garganega in purezza che all’assaggio mi ha evocato i sentori del Caprettone non d’annata! Buon corpo, intensità aromatica ed una interessante spiccata mineralità.

Oppure il Quota 600 2009 di Graci, Nerello Mascalese e sempre dalla Sicilia, il Koiné 2007 di Antichi Vinai, anche questo da uve Nerello Mascalese.Il primo esprime freschezza e bouquet molto interessanti, al gusto un buon tannino. Sembra di bere un Piedirosso della mia terra con note fruttate, balsamiche e minerali, fresche ed abbastanza pronunciate. Nel secondo rosso invece ho rivisto il Lacryma Christi rosso da invecchiamento, con note speziate miste a quelle balsamiche in evidenza. In entrambi i casi si tratta dello stesso vitigno che sembra mantenere delle caratteristiche basilari di riconoscimento ma che ovviamente risente della diversa esposizione dei vigneti e del grado di affinamento in legno. Un po’ come analogamente accade anche sul Vesuvio, dove le uve conferiscono ai vini tipiche note distintive che però possono subire delle modifiche a seconda dell’iter di lavorazione, dettato naturalmente dalla filosofia aziendale.

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Quarto, Campi Flegrei Falanghina Quartum ’10

23 aprile 2011 by

Un grande valore della rinascita vitivinicola dei Campi Flegrei, avviata nella prima metà degli anni novanta dalla storica famiglia Martusciello, è senz’altro la giovane età dei protagonisti che vi si affacciano di continuo e vanno affermandosi con la loro dinamicità e voglia di fare.

Lo è stato allora, quando poco più che ventenni debuttavano in società, a Grotta del Sole, i giovanissimi Salvatore e Francesco, innescando un processo virtuoso di passaggio generazionale assolutamente non trascurabile, culminato con l’ingresso in cantina a pieno titolo di regia del giovane (e bravo!) Francesco jr sulle orme dello stimatissimo zio Gennaro; un salto questo seguito tra l’altro negli anni da altri validissimi giovani produttori ed enologi flegrei, impegnati in prima linea nella guida delle aziende di famiglia o di nuove proprie; penso per esempio a Vincenzino Di Meo di La Sibilla, a Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, a Peppino Fortunato di Contrada Salandra, giusto per citarne alcuni tra i più bravi di cui abbiamo raccontato in precedenza su queste pagine.

Così è stato per i giovani fratelli Di Criscio, Francesca Adelaide, Rosa e Luigi, che dopo gli studi hanno preferito recuperare e valorizzare un’antica tradizione familiare che vedeva, più o meno cento anni fa, i loro nonni, e prima ancora già i bisnonni, impegnati nelle campagne quartesi e di rimbalzo nella ristorazione locale. Due ettari e poco più di vigna nel pieno centro a Quarto, l’azienda produce poche altre bottiglie di aglianico e di un rosato del beneventano, ma personalmente spero che in futuro l’ideale rimanga quello di puntare tutto sulla valorizzazione dei soli vitigni flegrei; perché mai no? Francesca Adelaide, tra l’altro, è da qualche tempo presidente de Le strade del vino dei Campi Flegrei, l’associazione nata per mettere assieme le tante anime dell’enoturismo locale che dopo diversi anni di difficile gestazione, si spera possa finalmente avviarsi a camminare con le proprie gambe, e far girare ai turisti le splendide vigne flegree; per questo confido personalmente nel suo entusiasmo e nella sua notoria caparbietà.

Ma veniamo al vino, questo è solo il primo assaggio di falanghina duemiladieci che vi propongo; ho scelto Quartum una sera a cena dall’amico Rino del Ristorante Il Rudere, “è appena arrivato…” mi dice: “assaggiamolo subito..!” gli rispondo. La luce che attraversa il mio bicchiere evidenzia subito l’espressione più docile del varietale, tipica delle uve coltivate nelle campagne quartesi, il colore è di un paglierino tenue, di discreta vivacità; il primo naso è lieve, sono ancora evidenti in primo piano le note vinose post fermentative, ma un leggero aroma erbaceo ne accompagna un primo sorso fresco, subito franco, leggero, gradevolissimo. Sarà così sino all’ultima goccia, bottiglia che in due va via che è un piacere, poco più di dodici gradi alcolici ben sorretti da una discreta acidità; da portare con se al prossimo invito a cena per offrirla agli amici come benvenuto!

Questo articolo è stato appena pubblicato questa settimana sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove, come sempre, potrete trovare una nuova ed interessante ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Questa settimana vi rendiamo anche conto del significato della nostra valutazione in “stelle” dei vini proposti.

La Dolce Vite del Ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel, ecco tutti gli eventi in programma

16 aprile 2011 by

Ecco, si riparte. Inizia una nuova entusiasmante stagione di lavoro all’insegna della ricerca enogastronomica d’autore; come sempre negli ultimi anni, anche al Capri Palace non mancheranno occasioni di grande slancio emozionale. Quest’anno abbiamo voluto coniugare al meglio tutto lo spirito più tradizionalista del mondo del vino in Italia, senza però dimenticare di gettare un occhio di riguardo al nuovo e bello che avanza nella sua cucina d’autore. Non ultimo, l’impegno come Krug Ambassors in Italia; mica male come inizio, non trovate? (A. D.) 

Luoghi, persone, vini; tutto nasce da un momento di franca convivialità nella storica cantina La Dolce Vite, per scoprire o semplicemente conoscerli meglio; un confronto utile per ascoltare la storia del vino del nostro paese con le parole di chi l’ha fatta e la vive tutt’ora. Una cena tutta da vivere, pensata e preparata a quattro mani da Andrea Migliaccio, il nostro executive chef, ed ogni volta da uno chef ospite, che ci racconteranno con i loro piatti il territorio di origine del vino, per coglierne al meglio l’essenza, il messaggio che vuole consegnarci.

Questo il programma completo degli incontri con i produttori per la stagione 2011 al Ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel&Spa; noi ci mettiamo il cuore, voi fateci un pensierino! 

  • VENERDI’ 13 MAGGIO dalle ore 19,30
  • Mastroberardino – Irpinia, Campania
  • Chef ospite Francesco Spagnuolo del Ristorante Morabianca del Radici Resort di Mirabella Eclano, in provincia di Avellino; partecipa Piero Mastroberardino, erede della storica famiglia di Atripalda.

 

  • VENERDI’ 24 GIUGNO dalle ore 19,30
  • Biondi Santi – Montalcino, Toscana
  • Chef ospite Luciano Zazzeri del Ristorante La Pineta di Marina di Bibbona, in provincia di Livorno, “Stella Michelin”. Partecipa Jacopo Biondi Santi, erede della grande tradizione vitivinicola Toscana.

 

  • VENERDI’ 22 LUGLIO dalle ore 19,30
  • Bellavista – Franciacorta, Lombardia
  • Chef ospite Vittorio Fusari dell’Enoteca Ristorante La Dispensa Pani e Vini di Torbiato di Adro (Brescia); partecipano Vittorio Moretti e Mattia Vezzola.

 

  • VENERDI’ 9 SETTEMBRE dalle ore 19,30 
  • Donnafugata – Contessa Entellina e dintorni, Sicilia
  • Con la Partecipazione di Giacomo e José Rallo
  • Chef ospite Tony Lo Coco del Ristorante “I Pupi” di Bagheria.

 

  • VENERDI’ 7 OTTOBRE dalle ore 19,30 
  • Villa Matilde – Falerno del Massico e Roccamonfina, Campania
  • Chef ospite Rosanna Marziale del Ristorante Le Colonne di Caserta, con la partecipazione di Maria Ida e Tani Avallone.
 
Per informazioni dettagliate e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’OLivo
Via Capodimonte, 14
80071 Anacapri – Isola di Capri – ITALIA
Phone: (+39)081 978 0225
Fax: (+39) 081 978 0593
www.capripalace.com
olivo@capripalace.com

Taurasi, Grecomusc’ 2008 Cantine Lonardo

14 aprile 2011 by

Ecco un esempio di come la ricerca rimanga un valore assoluto da non perdere mai di vista, un assunto per niente opinabile e, men che meno, subalterno a questo o quel giochino politico di turno; il lavoro portato avanti su questo raro e, a quanto pare, straordinario vitigno campano dal prof. Giancarlo Moschetti & co., ci induce oltretutto a pensare, qualora qualcuno non ne avesse ancora colto il valore, non senza una sana presunzione, che la Campania del vino ha tutto quanto necessario per ambire a primeggiare nell’affollato e sempre più omologato calderone del mondo del vino italiano.

Quel che è certo, è  che non abbiamo i numeri per competere con regioni ben più prolifiche della nostra, e a dirla tutta manchiamo anche di annali storici degni di nota, ma da qualcosa bisogna pur partire, e non è certo sul breve, in vitivinicoltura più che mai, che si costruiscono e si affermano ambizioni di questo genere; sono quindi altri gli elementi su cui fare leva e spianarsi al successo. Se ai numeri ed al blasone degli altri si è capaci di contrapporre elementi ancor più preziosi come la continua valorizzazione, come in questo caso, e la riscoperta del nostro straordinario patrimonio ampelografico, soprattutto in virtù di una loro precisa collocazione territoriale, della loro identità, che in certi luoghi, e per certi mercati in particolare, esprimono un valore che va ben oltre la normale esperienza degustativa, ecco svilupparsi un potenziale a dir poco eccezionale, invidiabile, un potere culturale di suggestione unica, un significato antropologico ineludibile; in altri termini, percorrendo questa strada non ci sono ragioni che tendano ad ostacolarci, il futuro è certamente nostro!

La ricerca dicevamo; quella genetica, ampelografica ed agronomica messa in campo sul Rovello bianco ha pochi altri precedenti nel recente passato in regione, e ciò la dice lunga sul fascino che questa varietà ha subito destato agli occhi dei ricercatori che se ne sono occupati, oltre che naturalmente sulla fermezza dei Lonardo’s a riguardo del progetto scientifico. Lo studio ha evidenziato che la varietà, allocata perlopiù a Taurasi e nel comune di Bonito, gli unici in Irpinia dove è ancora possibile rinvenire il Grecomusc’, si differenzia nettamente da altri vitigni sia regionali che nazionali italiani. Storicamente poi, si sapeva che il Roviello o Greco moscio fosse un varietale abbastanza diffuso anticamente in tutto l’areale tanto dall’essere annoverato in diverse citazioni ampelografiche ottocentesche, sin dal 1875; lentamente però pare che il vitigno sia stato soppiantato da altre varietà, fiano e greco su tutte, probabilmente a causa della sua precocità, e quindi destinato praticamente all’estinzione se non fosse stato per quei pochi ceppi vecchi sparsi qua e là nelle vigne, spesso ancora a piede franco, più a preservarne una sorta di memoria storica, un valore affettivo, che per fini produttivi.

Qui il grande merito di un’azienda come Cantine Lonardo, che sin dai suoi esordi, pur rappresentando appieno lo spirito enoico più tradizionalista, e se vogliamo integralista del comprensorio taurasino, non ha mai smesso di ricercare e sperimentare al fine di migliorare e far crescere la qualità espressiva dei suoi vini, finanche dei già superlativi Taurasi; non a caso è venuta per esempio la scelta di avvalersi, dopo la decisione del bravissimo Maurizio De Simone di prendersi un periodo sabbatico, della collaborazione dell’ottimo Vincenzo Mercurio, profondo conoscitore del terroir irpino nonché tecnico brillante e misurato in cantina.

Ne avevo già di molto apprezzato il duemilasette, annata non certo favorevolissima per i bianchi irpini, ancor meno per una varietà precoce come questa che si offre matura già alla terza decade di settembre, ma questo duemilaotto pare rivelarsi, a distanza di tempo, e cosa ancor più stupefacente, in prospettiva, a dir poco straordinario; bel paglierino nitido, cristallino, offre, a chi ama rincorrere certe sensazioni, un impulso emozionale che ha poco a che spartire forse con l’intero panorama bianchista nazionale; per questo, senza ombra di dubbio, superiore. “Il Grecomusc’ è una varietà che ha una quantità notevole di catechine che è necessario preservare dall’ossidazione durante la vinificazione e l’affinamento”, mi dice, interpellato, Giancarlo Moschetti; “quindi oltre ad una diraspa-pigiatura molto soft, in  riduzione, gli concediamo un tempo di permanenza sui lieviti abbastanza lungo, e di deproteinizzazione naturale mediante precipitazioni a freddo di cantina, per evitare di utilizzare chiarifiche”. Tra l’altro, aggiunge, “essendo un vitigno di tipo tiolico”, caratterizzato cioè da markers piuttosto netti (pensate al bosso o alla ginestra di certi sauvignon, ad esempio), “per preservarne una certa integrità espressiva, vengono preferiti lieviti ambientali selezionati in vigna che possiedono degli enzimi denominati “B liasi”, che tramutano i caratteristici aromi tiolici” – chiare note agrumate, sottile frutto della passione, pietra focaia in lento ma marcato divenire –,“da criptici a presenti”, così da consentirgli di esprimere caratteristiche odorose tipiche di queste tipologie di uve, che certamente non sono per tutti i gusti ma offrono una complessità eccezionale, e che in più mira a garantire al vino una longevità davvero interessante, di cui certo non possiamo ancora avere piena contezza, ma per come si esprime nel bicchiere questo duemilaotto, ricco, tagliente, minerale, non possiamo che apprezzarne l’interessante prospettiva.

Non nego che è piuttosto difficile pretenderlo, soprattutto in un momento di mercato così difficile e complesso dove basta poco per perdere la bussola, però ritornando a noi, al valore assoluto della nostra vitivinicoltura, la specializzazione rimane l’unica via praticabile, e questo vino ne è l’esempio più illuminante; pensare che sia possibile presentarsi ai propri consumatori con un vino bianco così insolito, e non per completare la gamma aziendale – se ci pensate, sarebbe bastato, come fanno tra l’altro in tanti, comperare una o due vasche di fiano di Avellino o greco di Tufo per annata – ma per raccogliere una opportunità di recuperare e valorizzare un vitigno misconosciuto altrimenti disperso, non è mica male come idea vincente, non trovate?

Questa recensione esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it

Campi Flegrei Falanghina 2009 Cantine del Mare

9 aprile 2011 by

Cantine del Mare, Monte di Procida (NA)

Monte di Procida nell’immaginario collettivo di noi flegrei è sempre stata terra di partenza; a buttare uno sguardo agli albi comunali si leggono tracce che raccontano anni di migrazioni di massa; spesso intere famiglie, a volte più generazioni che hanno lasciato questo piccolo comune dei Campi Flegrei per raggiungere mete lontane talvolta migliaia di chilometri: Stati Uniti, Canada, sud America le destinazioni più ambìte; più di una volta senza fare ritorno, se non per la vecchiaia. Monte di Procida annovera anche una marineria tra le più esperte in forza alle numerose compagnie multinazionali di shipping che solcano i mari di tutto il mondo; gente esperta ed impavida, che porta nel proprio dna un legame fortissimo con il mare.

Gennaro Schiano aveva un’idea che gli frullava nella testa da anni; no, non quella di lasciare la sua terra natìa, sentiva anzi sempre più forte l’esigenza, l’impellenza, di piantarvi radici ancora più profonde; così la passione per il vino ha preso il sopravvento, l’idea di una terra in movimento è divenuto un progetto solido e duraturo; si gode così, dalle sue vigne, lo splendore del mare d’inverno, e gli straordinari tramonti all’orizzonte: oggi a girare il mondo preferisce mandare le sue bottiglie di vino, falanghina e per e’palummo.

Così nel duemilatre nasce Cantine del Mare, con la collaborazione dell’amico Pasquale Massa, a cui tocca fare divulgazione, e del giovane Gianluca Tommaselli a cui sono state affidate le redini della piccola e suggestiva cantina in tufo di via Cappella. Le uve predilette, come detto, sono quelle tradizionali flegree; con la falanghina, oltre al delizioso bianco di cui vi parlo oggi, viene prodotto anche un interessante vino spumante, il Brezza Flegrea.

Con questo vino di Cantine del Mare inauguriamo il nuovo corso bianchista della nostra rubrica, che nelle scorse settimane aveva volutamente dato ampio spazio soprattutto al piedirosso, vitigno decisamente meno diffuso della falanghina nei Campi Flegrei, ma non per questo meno ricercato. Nelle prossime uscite quindi vi racconteremo approfonditamente dei nuovi bianchi 2010, anche in virtù di una primavera che, a dispetto del calendario, tarda sì ad arrivare ma, che non possiamo non sentire già nell’aria. Iniziamo però da un duemilanove, dal vecchio millesimo per intenderci, dove eravamo rimasti. Un bianco, questo di Gennaro, essenziale ed immediato, lieve, minerale, franco, proprio come penso debba essere una falanghina della nostra terra; in questo momento, dopo un anno e più di bottiglia, nel suo momento migliore, è al suo apice espressivo. Qui la marcia in più è la sapidità, quella gradevole sensazione di compiuta bevilibilità che solo certi bianchi sanno offrire, e la “nostra” in questo caso ne è regina; un bianco leggiadro, fine ed elegante, che solletica il palato ma non affonda le unghie, che infonde calore ma non appesantisce il palato. Un bel biglietto da visita per i Campi Flegrei!

Questo articolo è stato pubblicato questa settimana su Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove abbiamo offerto ai nostri lettori anche una fresca e saporita ricetta di mare consigliataci qualche tempo fa dall’amico Carmine Mazza de Il Poeta Vesuviano di Torre del Greco; piatto perfettamente abbinabile a questa sottile e finissima falanghina flegrea. Ne “il Dizionario del vino” inoltre,  anche un nuovo termine per imparare “a leggere” il vino.

Le 10 domande più “cool” da fare ai produttori per ravvivare l’atmosfera al prossimo Vinitaly

6 aprile 2011 by

Quest’anno passo la mano, ma solo perché ho ancora troppe cose da fare e troppo poco tempo a disposizione prima che inizi la nuova stagione; mi scuseranno i tantissimi, che per piacere o semplicemente per dovere, non m’hanno fatto mancare l’invito a passarli a trovare; ci saranno altre occasioni. Vinitaly quindi è alle porte, qualcuno lo aspetta sempre mi verrebbe da dire, c’è però chi lo snobba (non serve! dicono), altri lo ignorano proprio, altri ancora sanno che sta lì, prima o poi ci andranno. Forse.

Si accendano quindi le telecamere, le fotocamere, i tablets di ogni marca e generazione, notebooks, telefonini, caricatori di; per i più nostalgici, si sfoderino pure le vecchie penne e i taccuini in finta pelle nera! Poi i biglietti – oddio i biglietti! – la rubrica telefonica con tutti i numeri utili, l’invito. Con questi, masse di professionisti, enotecari, salumieri, ristoratori, trattori, rappresentanti, sommeliers, giornalisti (quelli veri), bloggers – da non confondersi con i giornalisti, anche quando si spacciano di esserne colleghi – e semplici appassionati si apprestano a partire alla volta di Verona per trascorrere uno, due o cinque giorni all’insegna di grandi rivelazioni, delusioni o nuove esaltanti esperienze e, faccenda non certo di secondaria importanza, bevute e mangiate irripetibili; o almeno si spera.

A tutti quanti dico: divertitevi, e bevete tutto quello che pensate vi possa appassionare! Fate esperienza, allenate il vostro palato, incontrate persone, stringete più mani che potrete; non fate i fighetti, portate pazienza se gli stands saranno affollati e non vi lamentate alla prima occasione perché non vi hanno riconosciuto; capita, forse nemmeno vi rendete conto cosa significa per un produttore stare lì cinque giorni ed essere assaliti (si spera) costantemente da orde di genti da ogniddove! Fate di questo evento una bella passeggiata tra persone, bottiglie e bicchieri, e non la vostra idea definitiva del mondo del vino; cogliete l’occasione magari per allacciare nuove conoscenze, chiedete magari quando e come sarà possibile poi fare un salto in cantina, a camminare le vigne.

Infine una dritta, aggratis: le dieci domande, secondo me, più cool da fare ai produttori ai loro banchi d’assaggio qualora intuite un calo di attenzione nei vostri confronti. Attenzione però, leggere attentamente le avvertenze prima dell’uso! N.B.: tra parentesi un suggerimento di alcuni passaggi utili da tenere, in prima istanza, solo come un pensiero.

1 – Sono sempre stato affascinato dai vostri vini, li preferisco da sempre, quel vostro Riserva poi… che annata è in commercio adesso? Assicuratevi di stare parlando della stessa azienda, e che frattanto non siano trascorsi vent’anni dall’ultima volta che avete assaggiato un loro vino!

2 – Barrique di primo, secondo o terzo passaggio? Un classico, un caposaldo si direbbe seppur un tantino inflazionato; però se beccate quel piccolo produttore alla sua prima esposizione, avete fatto centro!

3 – Quante ne fate di questo? Se non siete dei maghi non impelagatevi in numeri che mai più ricorderete appena girato le spalle.

4 – Questo vino non fa malolattica, (e se la fa, solo in parte) dico bene? Domanda ficcante, da vero esperto; girate però alla larga da quegli stands con coltri di amerrecani in fila :-).

5 – Avete rappresentanti nella mia zona (sa perché è da un po’ che vorrei inserirvi in carta)? Astenersi se pensate di farla franca, magari il Vostro ve lo propone almeno da un paio d’anni mentre voi ve ne siete convinti solo ora giusto perché qua e là un paio di articolini ne parlano bene.

6 – Davvero notevole (si sente però l’annata calda), duemilasette vero? Schiere di grandi vini vi attendono, fate attenzione però a non relegarli nell’accezione più morbida del significato “grande vino”.

7 – Che portainnesto utilizzate, 140 Ruggeri o 779 Paulsen? Questa è proprio figa, ma tenetevela just in case siete sicuri di poter strappare un appuntamento per il dopo cena. E solo se la produttrice vi ispira, naturalmente; e comunque, occhio, in nessun caso citare il Kober 5 BB.

8 – Lieviti indigeni o selezionati (no perché le spiego, ormai ho maturato una certa sensibilità)? Attenzione a non avvicinare il calice all’altezza degli occhi mentre vi scappa di farla (sta domanda), e fissate bene il vostro interlocutore mentre vi risponde. Se gli vibra l’orecchio destro, mente spudoratemente!

9 – Mica ha un biglietto d’ingresso omaggio in più da offrirmi per un amico? Confidenziale, a dirla tutta, la più sputtanata delle domande che vi possa venire in mente. Qui serve un sorriso immenso e/o una gran faccia tosta, fate voi!

10 – Quanti milligrammi per litro di solforosa ci mettete in questo vino? La più cool di tutte, la domanda con “D” maiuscola, la madre di tutte, quella da 10 e lode, la più gettonata e all’altezza del trend attuale; badate bene però a chi la rivolgete, astenersi da omaccioni bio naturalqualcosa, caschereste male!

E ricordatevi, comunque vada, sarà un successo! 🙂

Spaghetti con fave, lupini e vongole con la Falanghina Via del Campo 2008 di Quintodecimo

6 aprile 2011 by

Non sono solito scrivere di abbinamento cibo-vino, pur garantendone ben volentieri, su richiesta, un consiglio spassionato; tuttavia non c’è un momento in cui un piatto o un vino non richiedano una riflessione attenta in merito al loro sposalizio, momento che in verità manco spesso di raccontare su queste pagine per non appesantirne la lettura ai tanti “non addetti ai lavori”; certe occasioni però, come si dice, rappresentano quelle eccezioni che vanno confermando la regola.

Ingredienti per 4 Persone:

  • 320gr di spaghetti n.9 Garofalo
  • 150gr vongole Veraci
  • 200gr Lupini
  • 200gr fave fresche
  • 2 spicchi d’aglio
  • Olio extravergine d’oliva
  • Sale e pepe q.b.
  • Prezzemolo

Preparazione: in una padella versate un abbondante filo d’olio extravergine d’oliva, lasciate soffriggere l’aglio, quindi versatevi, a fiamma bassa, i frutti di mare che avrete precedentemente sciacquati accuratamente. Coprite e lasciate cuocere sino all’apertura delle valve unendovi magari uno o due ciuffi di prezzemolo per profumare ed un pizzico di pepe.

Mettete quindi sul fuoco la pentola con l’acqua, salate con attenzione e portatela ad ebollizione. Frattanto pulite le fave (opportuno che non siano grandissime, ma nemmeno piccoline), vanno tirate via dal baccello e quindi sgusciate una ad una.

Buttate la pasta, appena dopo unitevi nella stessa pentola anche le fave, quando gli spaghetti saranno al dente, tirate via tutto per saltarli immediatamente in padella con i frutti di mare; portate in tavola decorando i piatti con solo un ciuffettino di prezzemolo. Consiglio di non utilizzare prezzemolo tritato, saranno in questo caso le fave a giocare di contrasto con la succulenza e la sapidità del piatto.

Non è azzardato definire il matrimonio con questa stupenda Falanghina Via del Campo 2008 di Luigi Moio¤ perfettamente calzante. I tratti essenziali del piatto vanno esaltandosi ad ogni boccone con l’incipiente persistenza olfattiva di frutta e la profonda mineralità che si distende sul palato ad ogni sorso. Il piatto è essenziale ma giocato su credenziali piuttosto caratterizzanti, tendenza dolce, aromaticità, sapidità, succulenza. Il vino si offre a corrisponderne in abbinamento l’ottima persistenza olfattiva, con un frutto ben espresso, unito a note balsamiche, e gustativa, con freschezza da vendere affiancata da buon corpo, e quindi persistenza. E’ sbocciato l’amore!

Scusa Ameri, ti interrompo dallo stadio San Paolo

3 aprile 2011 by

Carissimi, mi scuserete per questa breve incursione decisamente “off topic”, spero mi sia consentita visto che erano più di quindici anni che mancavo allo stadio San Paolo e che partite come queste – che regalo ragazzi! – entrano a pieno titolo negli annali del calcio italiano come “match al cardiopalma”, da ricordare e consegnare ai posteri!

Invero, nutrivo più di una semplice convinzione che sarebbe stata una esperienza indimenticabile, giuro mai così incredibile, per quanto avessi previsto una partita in sofferenza ma vinta; qualcuno tra i miei amici sorriderà senz’altro nel leggere che fossi certo di una prestazione straordinaria di Cavani&Co. anche dopo il due a zero laziale. Non è presunzione, ne senno di poi, piuttosto ero lì, in uno stadio gremito in ogni ordine di spazio, che non ha mai smesso di incitare i propri giocatori; proprio in quel momento, sullo 0-2, i tifosi azzurri, sì proprio noi, abbiamo letteralmente preso in mano le redini del gioco, l’anima dei calciatori. Vabbé, poi è salito in cattedra El Matador, la vivacità di Mascara, la precisione di Lavezzi (!) e, mettiamoci pure un po’ di mazzo, si sono così spente le velleità biancazzurre: risultato, Napoli-Lazio 4-3, Mauri (L) Dias (L), Dossena (N), Cavani (N), Aronica (Aut.), Cavani (N), Cavani (N). “Milano chiama, Napoli risponde”*. Beh, io c’ero!

* Luigi Necco, del finissimo giornalista partenopeo nonché ineguagliabile telecronista rai (1978-1983) del Napoli che fu anzitutto di Maradona. 

Castelfranci, Taurasi 2005 Boccella

30 marzo 2011 by

Un riassaggio tra i più “sinceri” fatti alla rassegna “Parlano i Vignaioli” lo scorso 20 Marzo a Bacoli. Ricordo che giusto due anni fa, proprio qui sul blog di Luciano Pignataro , dopo l’Anteprima Taurasi 2005, era in quell’occasione il suo debutto ufficiale, ne raccontavo inserendolo tra i miei assaggi preferiti pur avanzando riserve, scomposto com’era, sulla sua godibilità nel breve termine; chi ha portato pazienza, si ritroverà oggi nel bicchiere un gran bel bere; già allora però mi colpì parecchio l’integrità del frutto, più dell’inusuale schiettezza.

Le vigne di queste terre, con quelle di Paternopoli e Montemarano, sono sempre state un serbatoio di uve rare e contese, non solo in regione; non mancano infatti, a tal proposito, memorie di lunghi e tortuosi viaggi che queste uve, proprio da Castelfranci partivano per mete lontane mille e più chilometri, talvolta verso nord, sino in Francia, altre invece appena fuori l’uscio di casa, nella vicinissima Puglia degli affari d’oro. E’ indubbio che negli ultimi vent’anni l’Irpinia ha visto sufficientemente stravolti tutti i suoi equilibri economico-produttivi orbitanti attorno al fenomeno vino, praticamente una rivoluzione, che, senza entrare troppo nel merito del ruolo di questo o quel papabile protagonista, sarebbe già ora di rivedere in chiave moderna, riformista come si suol dire, per avviarne immediatamente un’altra, stavolta sul piano delle denominazioni o, se preferite, sull’identificazione specifica delle diverse espressioni territoriali; in tanti se lo augurano ormai da tempo, lo dicono tra l’altro in parecchi tra gli addetti ai lavori, ma ch’io vedo necessario sul breve, giustappunto per non lasciar cadere l’avventore di turno nella tentazione di continuare a pensare che il Taurasi sia solo, per così dire, espressione dell’aglianico coltivato nel grazioso paesino irpino da cui prende origine il nome invece che un’etichetta dietro la quale si celano una moltitudine di territori, vigne ed interpreti decisamente diversi tra loro.

Ecco, Castelfranci è uno di questi, uno dei 17 comuni della d.o.c.g. alla quale porta in dote poco più di 63 ettari di vigna; da un punto di vista geografico, in riferimento alla distensione dell’areale, siamo verso sud della denominazione, con altitudini che passano, anche bruscamente, dai 400 agli oltre 600 metri d’altezza; praticamente da coltivazioni espressamente collinari si arriva ad una viticoltura quasi di montagna, che richiede oltretutto raccolti particolarmente tardivi, spinti di sovente sino alla prima decade di novembre. Qui, verso Sant’Eustachio, a quasi 600 metri, c’è il vigneto di famiglia dei Boccella, poco più di tre ettari votati perlopiù all’aglianico con pochi altri filari di fiano, il tutto a conduzione biologica certificata dal duemilasette.

La sincerità dicevo, questo vino la esprimeva allora come appare chiara oggi, dopo due anni ancora di bottiglia. Probabilmente il Taurasi dei fratelli Boccella non sarà mai un campione di eleganza, penso; eppure chissà se l’opulenza con la quale si esprime oggigiorno non gli conservi sorprese inaspettate come certi Taurasi di Mastroberardino d’antan. Qui la materia prima appare eccezionale, so per certo di una torchiatura tradizionale a mano, di decantazioni e precipitazioni a temperature ambiente (!), di legni grandi per l’affinamento e tanto, tanto tempo da aspettare. Al momento, dopo appena sei anni, questo duemilacinque m’è parso in splendida forma, con quel suo colore rubino di una vivacità a dir poco invitante, poi con quel naso, intenso, verticale, polposo di frutta ma al contempo intriso di note empireumatiche dolcissime: tabacco, noce, caffè tostato. Ciò che ritorna, anche al palato, è proprio quella splendida e netta sensazione di stare bevendo dritto dalla pianta, e che il tempo ne abbia dovuto solo “addolcire” il sorso, smorzato le velleità acido-tanniche alquanto scomposte, per donargli una beva asciutta, sfrontata, energica.

Sapete, ultimamente sembra si sia scatenata una sorte di rincorsa sulla primogenitura di questa o quella scoperta che, boh, a chi interessa poi e a quale pro non s’è mica ben capito; si vince qualche cosa? Ecco, adesso ve lo starete chiedendo anche voi, chi l’ha scoperto sto Boccella? Chissenefrega, mi verrebbe da dire!

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Ariano Irpino, Paski 2009 Cantina Giardino

29 marzo 2011 by

Il varietale è senz’altro tra quelli da sempre meno considerati di altri in regione, se non a “mezzo servizio”, come uva da taglio, per allungare, o meglio smorzare il brodo, come si suol dire. Eppure non mancano esempi di grande slancio, di cui non si può non tenerne conto per avere un’idea più precisa di cosa stiamo parlando.

Penso ad esempio alle bellissime interpretazioni di Raffaele Troisi di Vadiaperti consegnate agli annali, o a quelle per me indimenticabili di Ocone, le prime bevute che ricordi da sommelier a cavallo tra il ’99 ed il 2001. Furono tra l’altro proprio Antonio Troisi in Irpinia e Domenico Ocone in provincia di Benevento, ad inizio degli anni novanta, a ridare voce e dignità a questo antichissimo vitigno utilizzato sino ad allora perlopiù per tagliare i bianchi in quel tempo più alla moda, il fiano ed il greco, così da smorzarne da subito le spiccate acidità; qualcheduno forse ne avrà contezza più di me, ma a quel tempo si usciva con le nuove annate già a metà dicembre, giusto per non perdere il treno delle folli spese natalizie.

Le motivazioni di un suo rilancio sono state poi suffragate negli anni dal continuo aumento dei prezzi delle altre uve bianche, la falanghina, piuttosto che il fiano e il greco, hanno praticamente monopolizzato i consumi di questi ultimi anni, ed un vino come la coda di volpe, che si esprime tra l’altro con una tipicità così arguta, non ha mancato di fare proseliti e costruirsi la sua bella coltre di fedeli appassionati; per dirne una, un po’ come capita oggi per chi va preferendo il Pallagrello bianco ai soliti noti fiano di Avellino e greco di Tufo.

La mia esperienza di appassionato mi ha consegnato negli ultimi dieci-dodici anni diversi assaggi parecchio gratificanti di vini da coda di volpe; ricordo per esempio, oltre ai suddetti, le primissime uscite di Paolo Cotroneo, Fattoria La Rivolta, davvero notevoli: concentrazioni certamente estreme, quasi materiche, a cui eravamo molto poco abituati per i bianchi, ma indubbiamente di notevole impatto emotivo. Quasi da contraltare, dallo stesso areale, già andava affermandosi, sin dalla sua prima annata nel ’95, la finissima versione di Cantina del Taburno, quell’Amineo inventato da Angelo Pizzi tanto esile quanto sempre estremamente godibile, dal primo all’ultimo sorso. E ritornando all’Irpinia, mi è sempre piaciuto, con Vadiaperti e Di Meo, le mie preferenze assolute dall’areale, il Bianco di Bellona della giovane irpino-belga Milena Pepe.

Anche per questa sua vocazione non-vocazione alla versatilità più estrema è davvero sorprendente il lavoro di Antonio di Gruttola con questa coda di volpe Paski 2009, bevuta e ribevuta a più riprese lo scorso 20 Marzo ai banchi d’assaggio di Parlano i Vignaioli. Un vino prodotto da qualche anno – in principio solo in damigiana e ad uso e consumo familiare (!) – e a quanto pare sempre un po’ in ombra rispetto agli altri bianchi di Cantina Giardino, che detto fuori dai denti, in questa occasione mi hanno convinto ancor meno di quanto abbiano fatto in passato al primo assaggio; il fiano Gaia ed il greco T’ara rà 2009 presenti in degustazione, sono in evidente ritardo, ma non potrebbe essere altrimenti visto che proprio questi due, a dispetto di tanti altri vini, sono da attendere a lungo, e quindi in questa fase l’impressione ricevuta è certamente labile; ne convengo quindi che sarebbe decisamente prematuro esprimere giudizi, porteremo pazienza.

Altro giro, altre emozioni invece per questo Paski 2009, un sussulto d’orgoglio che ci consegna un vino sopra le righe ma assai rassicurante, per la naturale vocazione e per l’integrità espressiva che ne rende fruibile una piena e sana godibilità da subito. Mi racconta Daniela De Gruttola che nasce da una attenta diraspatura manuale, che appena dopo la pigiatura passa subito in botte di acacia e castagno dove vi rimane per quattro giorni in macerazione sulle bucce; successivamente, per circa tre mesi, in fermentazione sulle fecce grossolane; poi, dopo il travaso, l’unico ed il solo a cui è soggetto in questa fase, rimane ancora un anno sulle fecce fini senza mai essere mosso, nemmeno rabboccato, con l’intento di conferirgli, in contemporanea, una doppia evoluzione in fase di affinamento, ossidativa e riduttiva. Il colore paglierino è intenso ma non più della media dei vini così prodotti. Il naso è subito variopinto, buccioso, inizialmente crudo, ma basta lasciargli raggiungere la giusta temperatura, ed un tantino di ossigenazione in più, che si riescono a cogliere note ancor più verticali, in continuo divenire, un timbro fenolico insolito per il varietale ma davvero avvincente. La sua ricchezza trova ulteriore conferma al palato, incisivo ma risoluto, di estrema bevibilità. La solforosa totale è minore di 20 mg/l ed è stata aggiunta solo all’imbottigliamento. Il nome è un omaggio all’autore del quadro rappresentato in etichetta.

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Oggi cucino io, spaghetti a’ vongole

27 marzo 2011 by

Oggi cucino io. Eh si, avete letto bene; è arrivato il mio momento e, credetemi, non potevo sceglierne uno migliore: oggi c’è voglia di leggerezza, l’ora avanti, la smania di tirare il collo a quella bottiglia di bollicine. Ecco, cosa c’è di meglio di un semplice, tradizionale e gustosissimo “spaghetti a’ vongole” (scritto proprio così!) per profumare questa lenta domenica?

Ingredienti per 4 persone:

  • 500gr di spaghetti (Di Martino o Garofalo)
  • 1kg di vongole veraci
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • 2 spicchi d’aglio
  • prezzemolo
  • sale e pepe

Lavate accuratamente le vongole avendo cura di verificare ed eventualmente eliminare quelle valve che potrebbero contenere sabbia; versate in una padella un abbondante filo d’olio extravergine e lasciatevi soffriggere l’aglio; unitevi quindi le vongole, coprite e lasciate cuocere, basteranno pochi minuti.

Frattanto mettete a cuocere la pasta in abbondante acqua salata; una volta scolati, unite gli spaghetti alle vongole e spadellateli energicamente a fiamma viva per qualche decina di secondi, aggiustandoli, se lo preferite, con un pizzico di pepe. Ricordatevi che in questa fase vi potrebbe essere molto utile un mezzo bicchiere d’acqua di cottura della pasta, funzionale per una mantecatura ad hoc. Ah, il prezzemolo io lo aggiungo solo prima di servirli in tavola.

© L’Arcante – riproduzione riservata

Paccheri di Gragnano con genovese ed asparagi, con il Lambrusco di Modena di Podere il Saliceto

25 marzo 2011 by

Una occasione di confronto imperdibile, così ci siamo mossi nell’ideare e realizzare questo piatto omaggio a L’Albone di Gian Paolo Isabella. Molti di voi avranno già sentito parlare della “genovese” che con il ragù rappresenta un altro caposaldo della cultura gastronomica partenopea. Lilly, come sua naturale predilezione, l’ha alleggerita e resa alla portata del Lambrusco Salamino e Corbara di Podere il Saliceto. Gli asparagi segnano la stagionalità di un piatto che in realtà stagione non ha; Un ringraziamento a Gian Paolo per averci concesso questa opportunità, a Daniela e Andrea per l’imbeccata. Quindi, non resta che farci… un in bocca al lupo! (A.D.) 

Ingredienti per 4 persone:

  • 320gr di Paccheri di Gragnano – Pastificio dei Campi
  • 250gr di carne macinata – manzo
  • 4 cipolle bianche
  • 12 punte d’asparagi
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale q. b.
  • Parmigiano Reggiano

Preparazione: versate dell’olio extravergine di oliva in una padella ed unitevi le cipolle tagliate e fettine, lasciatele appassire e quindi stufare per almeno tre quarti d’ora. Aggiungete poi la carne macinata, lasciate il tutto in cottura ancora per una mezzora aggiustando di sale.

Frattanto tagliate le punte degli asparagi e lavatele accuratamente, passatele in una pentolina e lasciatele sbollentare per circa 15 minuti, non oltre per non dissiparne il valore nutritivo e naturalmente per lasciargli conservare una certa croccantezza, funzionale all’abbinamento col vino.

A questo punto portate in ebollizione dell’acqua salata e buttateci la pasta; ricordatevi che la buona riuscita della preparazione prevede una cottura dei Paccheri di Gragnano al dente. Scolate ed aiutandovi con un coppapasta passate quindi alla composizione dei piatti; con un cucchiaino riempite la pasta con la genovese (sei per ogni piatto è la giusta composizione), tagliate quindi in due le punte d’asparagi e ponetele in circolo nel piatto (ne basteranno tre per ognuno). Completate la preparazione cospargendo un cucchiaio di salsa su ogni piatto ed appena prima di servire, con una grattugiata grossolana di Parmigiano Reggiano.

Il piatto – Paccheri di Gragnano con genovese ed asparagi, 2011: la ricetta punta alla creazione di un piatto che manifesti in fase di degustazione un certo carattere ma che non esprima spigolature eccessive che possano appesantire il palato; i tratti più incisivi della preparazione rivelano quindi almeno tre cardini su cui costruire con L’Albone di Podere il Saliceto un abbinamento degno di nota: la prominente succulenza della genovese, la tendenza dolce della stessa (la cipolla fa la sua parte da leone) e della pasta, naturalmente l’importante persistenza gustativa – oltre che olfattiva – garantita dalle punte d’asparagi appena sbollentate, che assumono, tra l’altro, un ruolo decisivo nel ripulire la bocca ad ogni boccone.

Il vino – Lambrusco di Modena L’Albone: il ricordo di certi lambruschini flaccidi e abboccati non depone quasi mai a favore di chi si prodiga per la valorizzazione di questo storico e valoroso vino emiliano; e se bastassero poche bottiglie di L’Albone per sfangarla ne saremmo certamente felici, ma ahimè so per certo che non è così, ma non disdegno di aspettarmi sempre delle buone nuove dalla splendida Emilia. Ho trovato in questo vino due o tre cosettine che mi sono piaciute parecchio, oltre al colore rubino vivace con sfumature porpora. Un naso delizioso, di quelli classici si direbbe, di mora, frutti rossi maturi, ma anche lievi nuances di erbe officinali. Il primo assaggio poi è sincero, l’approccio disincantato, ma infonde subito l’idea di un vino più arcigno di quanto ci si aspetti. In etichetta marca 12 gradi in alcol (io credo invece che ne abbia almeno un mezzo punto in più), si profitta della carbonica per danzare liberamente al palato, ma di stoffa ce n’è e te ne accorgi al secondo bicchiere: il frutto è croccante, turgido, se ne giova la beva che rimane fluida e succosa ma non certo disattenta, il tannino concede solo una labile e piacevole sensazione, ma la spalla acida c’è e non vuole certo defilarsi, sa che gli tocca un ruolo di primo piano; e noi glielo serviamo, sul piatto s’intende! Ben fatto Gian Paolo, ben fatto…

La nostra Lilly Avallone ha pensato e realizzato questa ricetta in virtù del  concorso indetto da Podere il Saliceto in collaborazione con due blogger d’eccezione, Andrea Petrini di Percorsi Di Vino e Daniela Delogu alias Senza Panna. (A.D.)

Tramonti, Monte di Grazia bianco 2009

24 marzo 2011 by

E’ decisamente complicato scrivere serenamente di vino quando praticamente a due passi da casa tua imperversa la guerra; eppure, nonostante l’aria appaia così pesante, è indubbio pensarlo, più difficile forse è renderne l’idea, butto giù qualche riga per rasserenarmi.

L’occasione è rappresentata “da due dita di bianco” lasciate in frigo in bottiglia aperta, più o meno per una settimana; un assaggio folgorante, ne rimango rapito. Vado così ricercando tra le righe di qualche vecchio scritto passato su questo blog conferma di quanto i vini di Alfonso Arpino¤ riescano, come e più di altri, costantemente a lasciarmi un segno profondo ad ogni bevuta, continuando inesorabilmente a sorprendermi per l’incredibile personalità che esprimono; Tramonti poi, con i suoi scenari, e il nuovo che avanza, fa indubbiamente la sua parte.

Il caso, ma non tanto per caso aggiungo, ha voluto oltretutto rimettermi dinanzi ad un assunto lasciato quasi volontariamente decantare per circa un anno, nonché ad una riflessione; in Campania ci sono luoghi del vino ancora troppo poco esplorati, che hanno sì necessità di essere portati alla ribalta della cronaca enologica, ma con attenta parsimonia; da un lato un patrimonio da salvaguardare, spesso non solo vitivinicolo, che subisce quasi, quell’impellente necessità di essere sempre più riconosciuto, valorizzato, per sfuggire alla confusione di un mercato dove continua a regnare sovrano l’aspetto economico a discapito di quello emozionale, e faccenda quasi tutta nostra, il profilo identitario del varietale piuttosto che quello territoriale. Poi l’incomprensibile, per i forestieri in particolar modo, frammentazione produttiva campana; certamente un valore assoluto, una biodiversità incredibile, come si potrebbe non pensarlo, eppure profondamente misconosciuta; e quando trattata, considerata in maniera troppo superficiale.

Il Monte di Grazia bianco 2009, nasce da uve biancatenera, ginestra e pepella, varietà autoctone allevate perlopiù in tutto il circondario della costa d’Amalfi ma che trovano qui a Tramonti una caratterizzazione davvero particolare, un areale avvicinabile per certi versi forse solo a poche altre regioni vitivinicole del mondo, capace di esprimere vini che coniugano una forza caratteriale incredibile, tipica per esempio di certi Chablis, e l’eleganza, magistrale, pari solo ad alcuni finissimi riesling d’Alsazia.

Poco più di milleduecento bottiglie – sia chiaro, da tempo esaurite, ma il duemiladieci che verrà presentato tra poche settimane non è certo da meno – per un vino simbolo del suo territorio; in cantina tutto il lavoro di vinificazione avviene in acciaio così da preservare tutto il carattere esuberante di uve che sembrano conservare nel proprio dna un animo rupestre difficilmente confondibile, tant’è che proprio con l’annata duemilanove si è deciso di utilizzare in fermentazione solo lieviti indigeni per non dissiparne il prezioso valore. Il vino esprime un bellissimo colore paglierino, decisamente cristallino. Il primo naso è esuberante, l’imprinting è indubbiamente agrumato con evidenti variazioni sul tema, dalla foglia di limone alla scorza di mandarino, con continui richiami di macchia mediterranea e nuances balsamiche; poi ci si rende conto di quanto possa fare solo del bene lasciare aprire questo vino, un ventaglio olfattivo marcatamente minerale prende il sopravvento segnandone una eleganza a dir poco stupefacente, una verticalità da brividi per un vino che, tra l’altro, garantisce con i suoi 12 gradi alcolici (il 2010 sarà 11,20!) una bevibilità incredibilmente esaustiva! Avete ancora qualche dubbio su quale bianco puntare per l’estate prossima?

Qui¤, qui¤ e qui¤ altre suggestioni su Monte di Grazia e Tramonti.

Fastignano ’08 Papa, quando il primitivo è dolce

23 marzo 2011 by

Ritorno molto volentieri a parlare di primitivo, convinto come sono che val sempre la pena spenderci una parola, non solo per sottolineare il profilo identitario di certe etichette, ormai perfettamente aderenti in tutto e per tutto a questo areale ma anche per ribadire quanto in terra di Falerno si stia lavorando alacremente per delinearne vini sempre meno convenzionali e di spessore tale dal permettersi di varcare agilmente i confini regionali, ed in alcuni casi, internazionali.

Così, se il Campantuono duemilasette di Antonio, pur mancando nella straordinaria profondità che ancor oggi caratterizza il suo predecessore duemilasei, offre di se una chiave di lettura fine ed elegante, a strizzare l’occhio a quei palati più sensibili, non di rado convinti di poter fare tranquillamente a meno dell’opulenza di certi primitivo, ci pensa questo delizioso nettare.

Il Fastignano duemilaotto, non è un semplice vino dolce, uno di quelli che proprio in terra di Falerno rappresenta la coniugazione meno diffusa del vitigno, ma, secondo me, una delle più piacevoli conferme che si possano avere dal varietale coltivato in zona; la decisiva caratterizzazione di questo prodotto parte già dalla drastica selezione dei grappoli appassiti in vigna, sulle poche viti quasi centenarie che la famiglia Papa conserva tra i filari del vigneto proprio a ridosso del ben più conosciuto loro cru Campantuono. Una volta giunte in cantina, le uve vengono lasciate asciugare per ancora 15 giorni sulle classiche arèle da appassimento; poi, a mano, vengono spulciati uno ad uno gli acini più integri che vengono successivamente pressati una prima volta in maniera soffice. Il mosto che se ne ottiene fermenta dai 25 ai 30 giorni in acciaio poi viene nuovamente pressato, lentamente e con molta pazienza e l’estratto passa quindi in acciaio per una prima sfecciatura. Dopo un mese avviene una seconda sfecciatura e parte del mosto viene trasferita per poche settimane in barrique già utilizzate per il Campantuono. Dopo ancora un breve ritorno in acciaio, si passa all’imbottigliamento e dopo più o meno quattro mesi alla sua commercializzazione.

Un vino dal colore assai invitante, nero-inchiostro con elegantissime sfumature porpora sull’unghia, decisamente impenetrabile. Il primo naso è avvolto da un ventaglio olfattivo intrigante e seducente, dalle più classiche note di frutti neri in confettura, a sensazioni ancor più dolci che richiamano spezie ed aromi dalla suggestione unica, quando, per esempio, nelle case d’un tempo il naso aveva ancora desiderio e speranza di cercare nell’aria note tostate di caffè appena passato nel macinino oppure rimaneva inebriato dai profumi officinali delle erbe rimaste ad asciugare sul davanzale della finestra, di quelle con le ante in legno. La beva si offre copiosa, dolce, inebriante ma di spessore, giustamente fresco e cadenzato da innumerevoli richiami fruttati e tostati, mai stucchevole e spendibile in abbinamento in più di una occasione, con formaggi erborinati piuttosto che con dolci al cioccolato. Finale piuttosto caldo, avvolgente, da ponderare la tentazione di un sorso eccessivo, il piacere è e rimane sublime solo se non indirizzato all’ebbrezza!

Spesso, non a torto aggiungo io, si avanzano non poche riserve sull’identità territoriale, sulla tipicità capace di esprimere un vino del genere, prodotto con un procedimento tanto articolato quanto pregnante come l’appassimento in pianta e cantina oltre che un lungo affinamento tra legno e bottiglia; eppure mai come in questo caso si è autorizzati a sbandierarlo ai quattro venti, un richiamo storico-culturale sintetizzato tanto nel nome quanto nel vino stesso. A dirla tutta, m’è parso di cogliere proprio questa ragione fondamentale che spinge Antonio e suo padre Gennaro a produrre, solo nelle annate più generose, questo particolare vino, se vogliamo anche piuttosto antieconomico dato l’esiguo numero di bottiglie, appena un migliaio, e la quantità d’uva utilizzata, 20 quintali per ottenerne appena un 30% in vino (!): il legame, forte, di questa famiglia con la tradizione vitivinicola locale che non allontana certo il passato perché proprio lì, nelle generazioni alle spalle, ha da ricercare gli insegnamenti più preziosi riproponendoli in chiave moderna e, laddove possibile, rivalutarli.

Non a caso, è bene ricordare, che fino agli anni ‘ 70, il Falerno di queste terre, di Falciano del Massico come di Mondragone intendo, era un vino molto più dolce di quello conosciuto ai nostri palati, e sfogliando le pagine della storia ci si accorge che era proprio quel modello ad avvicinarsi di più a quello descritto nella classicità latina chiamato, guarda caso, Faustianum, poi declinato in Fastignano nel 1500; una variante che oggi, nel linguaggio moderno, siamo abituati a definire “abboccato” e pertanto, ritornando agli antichi fasti, decisamente più godibile del Falernum austero prodotto nel territorio dell’Ager.

Napoli, il 30 marzo Cantine Astroni inaugura alla Stazione Marittima due nuovi concept stores

22 marzo 2011 by

E’ con grande piacere che vi invito a prendere nota di questa prossima apertura nel cuore del porto di Napoli; personalmente non posso che augurare il meglio ad un concept nel quale si sono spese tante idee e risorse al fine di realizzare forme discrete e tanta sostanza all’altezza della situazione.

Comunicato Stampa. Ancora pochi giorni e nel pieno del centro di Napoli, nella nuovissima Galleria del Mare all’interno della Stazione Marittima, partiranno due nuove iniziative di Cantine Astroni: una enoteca dedicata ed un negozio indirizzato al wine&street food tutto partenopeo; entrambe le attività nascono come un naturale prolungamento, due vetrine che l’azienda ha deciso di aprire al pubblico sulla città di Napoli e sul  mondo turistico che passa nel suo porto, da sempre crocevia di lingue, culture, opportunità di confronto.

Astroni Wine&Street Food nasce con l’intento di veicolare un messaggio profondamente territoriale, che punta anzitutto al rispetto della tradizione e di quei valori che privilegiano l’utilizzo di prodotti artigianali e materie prime locali, selezionando, e quando necessario, promuovendo, fornitori o piccoli produttori del luogo, in particolar modo quelli più attenti alla sostenibilità ambientale.

L’enoteca dedicata invece, oltre a tutti i prodotti aziendali proposti in un punto vendita esclusivo, si propone anche come un luogo di contatto per tutto il territorio, un laboratorio del gusto, uno spazio aperto, dove il confronto significherà dar vita e ospitare diversi eventi orientati allo sviluppo e alla diffusione della cultura enogastronomica tout court, in uno scenario suggestivo e funzionale come la Galleria del Mare. Attività queste rivolte quindi non solo all’esterno, verso i turisti-crocieristi di turno ma anche e soprattutto a tutti coloro che desidereranno fare una pausa diversa dal solito ed in modo semplice e veloce “testare il territorio”, sia esso flegreo che campano più in generale. Qualità e sostenibilità, scoperta e valorizzazione: a Napoli, due vetrine in più sul mondo! 

per ulteriori informazioni:
Emanuela Russo
Responsabile Marketing e Comunicazione
Cantine degli Astroni s.r.l.
Via Sartania, 48  Napoli
Tel. 081 588 4182
russo@cantineastroni.com
www.cantineastroni.com

Rosso di Montalcino 2008 Pian dell’Orino

18 marzo 2011 by

Poi giuro che per un po’ non ne parlo più, ma non posso non raccontarvi di quest’altro bel vino prodotto da Caroline Pobitzer e Jan Erbach in quel di Montalcino, a Pian dell’Orino.

Cosa dirvi di questo vino? Magari si potrebbe partire dal fatto che è semplicemente buonissimo; Poi però bisogna spiegarlo, raccontarlo avendone coscienza e naturalmente quel pizzico di autorevolezza tale da potervi permettere di comprendere, far passare per certezza una impressione tutta tua, come quando un amico ti offre un consiglio che imparerai poi ad apprezzare; e allora veniamo ai fatti, quelli concreti, poi le mie sensazioni.

L’azienda è collocata in uno dei posti più suggestivi di Montalcino, praticamente con vista sulla Tenuta Greppo dei Biondi Santi (n’est pas?) ma ciò che rende unica questa etichetta è quell’imprinting che Caroline e Jan han deciso di dare ai loro vini, definitivamente puri, vivi, inconfondibili. L’ideale li tiene strettamente confinati ai rigidi protocolli naturali, laddove in vigna la cura biologica della piantagione diviene maniacale, assumendo un ruolo centrale, mentre in cantina, con manualità essenziale e moderna al tempo stesso, riesce a garantire vini che oltre ad una spiccata autenticità riescono, tanto il Brunello quanto questo Rosso di Montalcino, ad esprimere una integrità di quelle che rimangono ben fisse nell’immaginario tanto da assurgere a riferimento: insomma, un sangiovese che più espressivo non si può, o giù di lì. Questi i fatti.

La franchezza con la quale si propone questo Rosso 2008 è la stessa con la quale Jan passa dai numeri matematici delle formule scientifiche a gesti di inusuale semplicità per spiegare in soldoni cosa significa fare agricoltura biologica, vini naturali, e non dover raccontare ogni volta la stessa solfa filosofica per farsi comprendere, per far arrivare il messaggio che un vino è sano quando si lavora la vigna con giudizio, coscienza e pragmatismo e non con architetture astrali fini a se stesse o al massimo funzionali al marchio del quale sono al servizio.

Veste un colore rubino netto, di leggiadra trasparenza, ma non troppa; il primo naso è uno sbuffo di terra asciutta, ma appena l’ossigeno s’impossessa dello spazio libero tra le sue maglie è un continuo susseguirsi di note di piccoli frutti neri che si lasciano lentamente suffragare da lievi insistenze speziate, di china e rabarbaro, e spiccata mineralità. Un Rosso che brunelleggia mi verrebbe da dire, anche se ad un naso così importante non segue un palato altrettanto desto, ma in fin dei conti non è la sua vocazione quella di conquistare per spessore gustativo: è asciutto, di nerbo, di buona beva e sfugge via solo nel finale di bocca, lievemente amaro. In fin dei conti, un vino che offre tante qualità che fanno di una bevuta una piacevole esperienza. Altro bel colpo Weinstein!

Chiacchiere distintive, Antonio di Gruttola

16 marzo 2011 by

“I vini di Antonio fanno impazzire i bianchisti macerati a lungo, ma secondo me lo stacco più interessante rispetto agli altri enologi è proprio sui rossi. Il motivo è semplice: quando bevi i suoi bianchi avverti la ricerca anche concettuale dell’estremo, mentre nei suoi rossi la diversità appare essenzialemente semplice e diretta, naturale insomma”. (L. Pignataro)

Nessuna presentazione potrebbe essere più esaustiva del concetto che ha Antonio di Gruttola di fare vino, di quel suo modo di approcciarsi ad un mondo che continua a disvelare di se mille e più sfaccettature e chiavi di lettura, qui impresse da un ideale fuori dal tempo, una naturalità ricercata ed espressa senza se e senza ma. (A.D.)

Nel preparare questa intervista mi era d’obbligo non cadere in domande troppo convenzionali perché a pensarci bene, il tuo approccio al mestiere è alquanto non convenzionale; ci spieghi cosa significa, in cosa consiste la tua filosofia di produzione? Devo fare una piccola premessa. Dopo gli studi ho lavorato per alcune industrie del settore vinicolo ed ho capito che ero nel posto sbagliato. Nella vita bisogna seguire il proprio istinto ed essere un po’ folli e quando ho deciso di abbandonare quel tipo di lavoro l’ho fatto in maniera radicale. Ho voluto e voglio seguire solo aziende a cui interessa seriamente fare i vini in modo artigianale-naturale e purtroppo al sud sono poche le persone che credono in questo approccio.

Il suolo, che per troppo tempo è stato considerato insignificante e per questo maltrattato e lasciato morire, rappresenta invece il punto di forza, l’inizio di tutto, per qualsiasi coltura. Ed io sono il tipo di persona che ama sentire il sapore dei prodotti che ci dà Madre Natura. E quando un suolo è vivo, allora la vite sta meglio e tutti gli interventi che avvengono nel vigneto sono legati al mantenimento di questo equilibrio. Senza lottare con la Natura ma assecondandola rispettandola.

In cantina non esistono protocolli di vinificazione ma solo annate diverse, forse anche questo va contro le logiche dell’enologia moderna, in realtà niente di così trasgressivo, io non sono uno di quelli che firma i vini, questo mi sa tanto di industria, sicuramente per Cantina Giardino decido io tutto, però chi mi sceglie come consulente sa che potrà ritrovarsi nel proprio vino.    

Biologico, Biodinamico, Vini Naturali: senza dover fare per l’ennesima volta l’ennesima precisazione, ci dai però il tuo punto vista in merito? Io sono nettamente per i vini naturali senza certificazioni, ho molti amici produttori che pur avendo le certificazioni non le utilizzano, ho clienti che sono biologici certificati, alcuni fanno biodinamica ma non è questo che è importante, è il valore etico che portano con sé i produttori che seguono queste strade. Non c’è diversità se si rispettano i suoli, le viti, le persone, se in cantina non si manipolano i vini per ragioni commerciali.

Quali sono secondo te le principali difficoltà, ammesso che ve ne siano, che incontrano questi concetti con le moderne tecniche enologiche? Non si incontrano, di conseguenza nessuna difficoltà.

In una recente pubblicazione, il prof. Attilio Scienza, un luminare per quanto attenente alla viticoltura, ha affermato, pur lodandone alcuni aspetti, che le pratiche naturali e la biodinamica in particolare, rimangono “agricoltura da presepe”, cioè fine a se stessa e privata di qualsiasi possibilità di sperimentazione e ricerca; secondo te ha torto o ha ragione? Non ne ho idea, non sapevo che il professor Scienza avesse lodato alcuni aspetti della biodinamica, so solo che i prodotti che vengono da questo tipo di agricoltura sono più buoni, più sani, digeribili, gustosi, invitanti.

C’è stato un tempo in cui la Campania era vissuta come terra di conquista per consulenti enologi, anche di fama internazionale; un fenomeno bruscamente ridimensionatosi negli ultimi anni: merito del genius loci o un limite della nostra cultura conservatrice che li ha allontanati? Veramente i consulenti enologi di fama internazionale li vedo ancora presenti. Il numero di aziende negli ultimi anni è aumentato in maniera esponenziale, dunque si sono formate sul territorio molte figure professionali in questo settore.

Chi sono stati, se ci sono stati maestri, i tuoi riferimenti in materia? I miei maestri sono e continuano ad essere, tutte quelle persone con cui ho degli scambi interessanti, soprattutto di bottiglie! Ho amici produttori in tutto il mondo che vado a trovare, che mi vengono a trovare, con cui mi confronto e con cui ci si scambia liberamente informazioni.

Veniamo a Cantina Giardino, cosa rappresenta per te? Cantina Giardino rappresenta per me la scelta più folle ed importante della mia vita, dove grazie a mia moglie e ai miei migliori amici ho potuto dare libero sfogo ad ogni sperimentazione di vinificazione che mi è passato per la testa. Non è stata una scelta commerciale, è un fantastico laboratorio enoculturale, che ha consentito ai nostri viticoltori di sentirsi parte di una squadra e di continuare a vivere di questo mestiere senza estirpare le loro radici, ha dato l’opportunità a noi soci di continuare a sentirci dei ragazzi ed infine, secondo me, ha dato una bella scossa al mondo dell’enologia campana.

I tuoi vini indubbiamente sorprendono, più di una volta conquistano, talvolta dividono; perché? I miei vini devo dire che mi hanno sorpreso, soprattutto sulla distanza. Intanto posso consigliare di non avere fretta quando li si ha nel bicchiere, in modo da permettere loro di esprimersi, un vino naturale cambia è dinamico è vivo. Poi posso aggiungere che quando si assaggiano vini come questi non si possono utilizzare i propri parametri di riferimento formativi, a meno chè non ci si sia formati solo con i vini senza aggiunte. Considera che molti dei nostri vini sono anche senza solforosa aggiunta e forse pochi sanno che questa cosa ne aumenta la piacevolezza e la digeribilità in quanto presentano meno spigoli e limitazioni.

Fiano, Greco, Aglianico, Coda di Volpe nera (di cui conservo ancora qualche bottiglia di duemilaquattro!), dove pensi sia più facile e dove più difficile esprimere appieno il così detto terroir? In nessuno è difficile eprimere il terroir se si lavora come ho spiegato. Il fatto che tu abbia qualche bottiglia di Volpe Rosa 2004 la dice lunga secondo me; conservare un rosato 2004, 12 % vol, senza protezione di solforosa, o è da pazzi oppure è da persone consapevoli anche della longevità dei vini naturali.

Qual è secondo te il limite più evidente della viticoltura Campana? L’utilizzo della chimica in vigneto e non avere la capacità di guardare oltre considerando il nostro patrimonio ampelografico rispetto alle altre regioni.

Quello della critica enologica? La critica enologica è cresciuta molto in Campania, ci sono persone molto competenti che non si dimenticano delle piccole realtà.

L’aglianico, quello irpino in particolar modo, è considerato tra i più interessanti vitigni italiani eppure esprime vini a cui sembra sempre mancare qualcosa per consacrarli definitivamente, che conquisti definitivamente il consumatore, l’appassionato, perchè? Manca la storia, non quella dell’aglianico d’Irpinia ma quella delle bottiglie. Infatti nell’ultima anteprima Taurasi 2007 hanno fatto una retrospettiva con il 2001 reperendo poco più di 10 campioni. Senza la storia rimane interessante ma non ci sono le prove materiali per consacrarlo al grande pubblico. Io sono tra quei fortunati che hanno assaggiato qualche Aglianico d’Irpinia di più di 30 anni e posso dire che è un vitigno che può competere con molti mostri sacri.

Togliendoti dall’imbarazzo di dire “…quello di Cantina Giardino”, qual è secondo te un modello cui fare riferimento oggi? Non mi metti in imbarazzo perché Cantina Giardino una pecca l’ha sempre avuta, non ha vigneti di proprietà. Il mio nuovo progetto è un’azienda agricola che è nata nel 2010 a Montemarano in contrada Chianzano, con piante di oltre cento anni, su una collina dove si produce uva da sempre, con un sistema ben isolato e tutto a raggiera tradizionale avellinese come piace a me, dove nascerà una cantina in bioedilizia e dove potrò nuovamente dare sfogo alla mia follia. Ecco, spero che in futuro possa diventare questo un modello di riferimento.

Ricordi invece un vino per te memorabile, che magari avresti voluto firmare tu? Io non firmo, comunque sono due i vini che mi sono piaciuti davvero molto. Il primo è stato il Barbacarlo 1972 di Lino Maga il cui tappo è praticamente uscito da solo grazie alla spinta della carbonica e il secondo è stato il Rkasiteli di una vecchietta di 94 anni , in Georgia, nella regione del Kakheti ai confini con la Cecenia, che mi è stato servito dopo l’apertura di un’anfora di 4000 litri interrata in cantina.

Tre vini che invece secondo te non devono mancare nella esperienza di un appassionato? Riesling Domaine Gérad Shueller, il Barbacarlo di Lino Maga, il Barolo di Bartolo Mascarello; Drogone, Cantina Giardino (ah, sono quattro, ma mancava una cantina del sud e comunque potrei fare un elenco molto più consistente, l’appassionato deve bere!).

Domenica prossima, a Bacoli, ritorna “Parlano i Vignaioli” giunto alla seconda edizione; ci puoi anticipare qualcosa? Ci sono produttori molto interessanti, spero che il pubblico sia numeroso, mancava nel Sud una manifestazione di questo tipo e da anni ne parlavamo. L’educazione ha bisogno di un giusto ritmo. Ogni anticipazione, come ogni ritardo, porta a delle alterazioni. Il Sud in questo momento storico è pronto ad ascoltare e capire le scelte di questi vignaioli e a mettere in dubbio chi produce con metodi convenzionali.

Quest’anno abbiamo una presenza molto importante che è Giovanni Bietti, il quale ha scritto e sta scrivendo dei Manuali sul bere sano intitolati “Vini Naturali d’Italia”, recentemente i manuali di Bietti sono stati premiati a Parigi come “Best Wine Guide in the World”. Antonio Fiore, il critico maccheronico, ci ha confermato la sua presenza e cosa di cui siamo molto fieri più di trenta tra i migliori chef e sommeliers della Campania parteciperanno alla tavola rotonda del lunedì, in questa settimana uscirà un comunicato stampa dettagliato su questo momento.

Un’altra parte interessante di Parlano i Vignaioli sono i laboratori, ai quali bisogna iscriversi, quest’anno ne faremo cinque nella giornata di domenica 20 marzo, il programma è sul sito www.parlanoivignaioli.it; il lunedì sera sei locali di Napoli e provincia hanno accettato di ospitare alcune delle cantine presenti a Parlano i Vignaioli: Abraxas, Capo Blu, Dal Tarantino, Da Fefè, Veritas e La Stanza del Gusto. Vorrei fare un ringraziamento al Comune di Bacoli per la grande ospitalità che ci sta dimostrando; e grazie a te per avermi concesso questo spazio.

Questo articolo esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it.

Carano di Sessa Aurunca, I love Falernum!

12 marzo 2011 by

Seminare, quindi raccogliere; coltivare, quindi godere. Con grande piacere vi rendiamo notizia di un evento in programma il prossimo venerdì 25 Marzo alla Locanda delle Carrozze di Carano di Sessa Aurunca; protagonista, l’amato Falerno del Massico e le sue declinazioni!

Dopo l’evento dello scorso novembre andato in scena all’Antica Trattoria Fenesta Verde di Giugliano, uno dei luoghi storici della tradizione culinaria flegrea, dove, in molti ricorderanno, un grande successo di pubblico decretò l’altissimo gradimento sia dell’ottima cucina di Luisa e Laura Iodice nonchè dei vini di Masseria Felicia, Papa, Bianchini Rossetti, Migliozzi e Cantina Zannini.

Così, giusto per dare, ove ce ne fosse stato ancora bisogno, ancor più lustro all’opera degli amici della Confraternita del Falerno torna in scena per un secondo atto il Falerno del Massico, in odor, ci solleticano alcuni rumors, di docg; Ed ecco che ad allietare questo secondo imperdibile appuntamento per gli appassionati dell’Ager Falernus entrano in campo le prestigiose aziende Villa Matilde, Moio, Volpara, Nugnes e non ultima Trabucco. Segnatevelo in agenda quindi, il prossimo venerdì 25 marzo dalle ore 20.00 al Ristorante Locanda delle Carrozze di Carano di Sessa Aurunca, il vino unisce ciò che gli uomini dividono! 

Per tutte le informazioni:
Antonio Russo Cell. 320 791 2249
Giuseppe Orefice Cell. 335 874 7180
www.confraternitadelfalerno.it
info@locandadellecarrozze.com  

Malìa, Falanghina Spumante dei Campi Flegrei

11 marzo 2011 by

Scrivo di questo vino con l’intento di farne una delle mie più brevi recensioni mai proposta prima su questo blog, convinto che la bontà di questo delizioso spumante non la debba esprimere io, un qualunque cronista di bevute, ma tuttalpiù il primo, e con lui i tanti a seguire, ne sono più che convinto, degli assetati avventori a cui andrà incontro di qui a qualche giorno.

E’, per il mercato – ove ce ne fosse stato ancora bisogno – un segnale di grande sensibilità che la famiglia Martusciello rivolge al consumatore: il Malìa avrà infatti un prezzo piccolo piccolo, più o meno cinque euro in enoteca. Per Grotta del Sole come azienda, mai doma nell’ultimo decennio – tra l’altro in grande fermento in vista anche dell’imminente lancio sulla scena dell’azienda irpina Tenuta Vicario – è la presa di coscienza che proprio loro, specializzati da sempre nella spumantizzazione dei vitigni autoctoni, l’asprinio riserva brut ne è un vessillo, non potevano tirarsi indietro dal sondare il potenziale commerciale di uno spumante, pur esile e disincantato come questo, prodotto con base falanghina e, dato di fatto non certo di secondaria importanza, fregiato con la doc Campi Flegrei.

Un rilievo significativo quest’ultimo, che personalmente ritengo anche piuttosto opportuno come stimolo rivolto a chi altri negli ultimi anni ha ben dimostrato di cavarsela egregiamente con la tipologia pur dovendo ricorrere a terzi per la spumantizzazione; un nuovo viatico insomma per dare ancora più slancio alla valorizzazione del varietale, e perché no, avvicinare ancor di più ristoratori e consumatori a quel concetto di territorialità sempre caro a chiunque ma al contempo poco promosso e tangibile laddove, proprio nei ristoranti e trattorie napoletane, continua a farla da padrone il prosecco, oltretutto quasi sempre anonimo e senza arte né parte.

Sul vino poco da sottolineare se non la tenue ma efficacissima brillantezza del colore verdolino, l’estrema pulizia e fragranza olfattiva nonché l’ineccepibile bevibilità; il nome Malìa in effetti racchiude in se, quasi in maniera contrastante, proprio l’incantesimo del sortilegio e l’irresistibile attrazione, qui dissolvibili in appena un paio di alzate di calice!

Questa recensione viene pubblicata contemporaneamente anche su www.lucianopignataro.it.

L’Albone è in cerca di una ricetta d’autore

9 marzo 2011 by

Leggevo qualche giorno fa sul blog dell’amico Alessandro Marra di questa simpatica iniziativa messa su da Gian Paolo Isabella di Podere Il Saliceto (leggi anche qui ), in collaborazione con due blogger d’eccezione, Andrea Percorsi Di Vino Petrini e Daniela Senza Panna Delogu. Semmai vi girasse pure a voi, e pensate di avere tutte le carte in regola, quello che occorre sapere per parteciparvi lo trovate qui e qui; trattasi in effetti di preparare una ricettina ad hoc da abbinare a L’Albone, un vino prodotto con uvaggio di lambrusco salamino e sorbara prodotto naturalmente dal – mi dicono – simpaticissimo Gian Paolo Isabella. Che dite, ci proviamo?

Filetto di spigola cotto a bassa temperatura su purea di broccoli e finocchi glassati al limone

9 marzo 2011 by

Una ricetta d’autore per replicare uno dei prossimi piatti in carta al Poeta Vesuviano di Carmine Mazza di Torre del Greco. Un piatto dalla preparazione articolata ma più veloce di quanto appaia e senza dubbio tanto appagante quanto si possa immaginare. (A. D.)

Ingredienti per 4 persone:

  • 4 filetti di spigola di mare da 140 gr
  • 1 foglia d’alloro
  • 1 broccolo barese
  • 2 spicchi d’aglio
  • 1 finocchio
  • 1/2 limone (di cui le fettine)
  • il succo di 1 limone
  • olio extravergine d’oliva q.b.
  • brodo vegetale
  • erba cipollina, basilico

Preparazione: squamare, sfilettare e spinare per bene le spigole, pareggiando i filetti. A parte rosolate un primo spicchio d’aglio in una padella con olio extravergine d’oliva ed unirvi i broccoli baresi precedentemente lavati e mondati; lasciarli scottare per qualche minuto completando la cottura con uno o due mestoli di brodo vegetale.

Una volta cotti, emulsionate i broccoli aggiustandoli di sale con dell’olio extravergine e qualche foglia di basilico; a questo punto tagliate a julienne sottile il finocchio, scottatelo in padella con poco olio e terminarne la cottura aggiustandolo di sale ed unendovi il succo di limone e poche foglie di erba cipollina. Adesso passate a scottare i filetti di spigola, solo dal lato della pelle e per pochi secondi, disponeteli quindi in un sacchetto, sottovuoto, con una foglia d’alloro, uno spicchio d’aglio, un pizzico di sale ed un filo d’olio extravergine; terminate la cottura in forno per circa 12 minuti a 100°.

Nel servirlo, stendete la purea di broccoli a specchio nel piatto, adagiatevi sopra il filetto di spigola con la pelle rivolta verso l’alto, guarnite il piatto con i finocchi ancora caldi, una fettina di limone caramellata e delle foglioline di finocchio.

Le Castagnole

6 marzo 2011 by

Un dolce tipico del Lazio e della Romagna, così chiamate perché piccole come castagne, dal cuore soffice e abbastanza veloci da preparare; le Castagnole sono famosissime e preparate in molte delle regioni d’Italia anche se spesso riproposte con nomi differenti e con piccole variazioni di ingredienti. Poco o nulla si sa sulla loro origine, ma è certo che sono un dolce tipico di Carnevale e che sono buonissime sia semplici che con un ripieno. Ancora un tocco di dolcezza dalla nostra infaticabile Ledichef per il carnevale dei bambini… (A. D.)

Le Castagnole di Ledichef- foto A. Di Costanzo

 Ingredienti:

  • 300gr di farina
  • 50gr di zucchero
  • 70gr di burro
  • 2 uova
  • 1 bicchierino di anice
  • 1 cucchiaino da thé di lievito in polvere
  • Un pizzico di sale
  • Olio di semi di girasole (per la frittura)
  • 150gr zucchero al velo

Preparazione: setacciate la farina con il lievito, formate poi, in una ciotola piuttosto capiente,  una fontana: unitevi le uova intere, il burro opportunamente fuso, l’anice, lo zucchero ed il pizzico di sale. Lavorate dapprima con la forchetta, quando l’impasto inizia a prendere corpo, portatelo sulla spianatoia ed iniziate a lavorarlo sino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo, compatto ma morbido.

A questo punto tiratene via dei piccoli pezzi e formate dei cordoncini che taglierete in maniera regolare ogni centimetro circa, lavorate con le mani questi pezzetti sino ad ottenere delle palline abbastanza omogenee, della grandezza più o meno di una grossa ciliegia; a parte, in una padella antiaderente, portate l’olio alla giusta temperatura e friggete quindi le castagnole sino alla doratura. Ricordatevi che la bontà delle castagnole sta proprio nel cuore morbido e fragrante, pertanto la frittura è un momento nel quale profondere la massima attenzione! Spolverizzare infine con abbondante zucchero al velo e portarle in tavola.

E’ possibile ottenere un buon risultato anche farcendo le castagnole, poco prima di friggerle con, per esempio, delle amarene sciroppate oppure un classico di sempre, con delle gocce di cioccolato fondente. 

La Lasagna di Carnevale alla maniera napoletana

5 marzo 2011 by

E’ forse il piatto più rappresentativo della cultura gastronomica napoletana, non fosse altro perchè sposa appieno due concetti alquanto funzionali e complementari tra loro: è un piatto unico a tutti gli effetti, e si conserva, cosa di non secondaria importanza, divenendo oltretutto ancora più saporita, per almeno un paio di giorni dalla sua preparazione. A questo, se ci unite l’aspetto romantico, tutto napoletano, di partire dalla base di un ragù alla maniera tradizionale, vi renderete conto che più di un semplice piatto della tradizione partenopea, andate preparando una vera e propria opera d’arte. (A. D.)

La Lasagna Napoletana - foto A. Di Costanzo

ingredienti per 10/12 persone:

per il ragù

  • 500 gr di tracchiolelle e salsicce di maiale (chi preferisce, cervellatine)
  • 1 kg di pomodoro passato
  • 2 cipolle, sedano e carote q.b.
  • olio d’oliva extravergine, un cucchiaio di sugna
  • sale q.b. 

per le polpette

  • 500 gr carne macinata (bene se mista di vitello e di maiale)
  • pecorino grattuggiato (preferibilmente non romano)
  • pane raffermo
  • 4 uova

per la composizione, prima di passarla al forno

  • 1 kg di sfoglia per lasagna
  • 500 gr ricotta
  • 300 gr formaggio mediamente stagionato (vaccino)
  • 5 uova (lesse)
  • 100 gr salame napoletano

Preparazione: tutto ha inizio con un ragù come dio comanda, cominciando da un soffritto in olio, con l’aggiunta di un pizzico di sugna, di cipolla, mezza carota ed un gambetto di sedano, il tutto finemente tritati. Unitevi quindi le tracchiolelle e le salsicce (o le cervellatine), fate indorare. A questo punto versate tutto il pomodoro e, a fuoco lento, lasciate cuocere per alcune ore.

A parte, preparate le polpette con la carne macinata, le uova, il pane raffermo precedentemente ammorbidito (senza esagerare) e ben strizzato, il pecorino, sale quanto basta. Qui la tradizione vuole polpette di sostanza seppur la nouvelle vague le esiga piccoline, quindi fate vobis, prima di passarle alla frittura in olio extravergine d’oliva. Unitele quindi al ragù in cottura.

Lessate a questo punto le sfoglie di lasagna avendo cura di lasciarle al dente; ricordatevi che questo è un piatto da finire di cuocere in forno. Così, strato dopo strato passate a comporre il ruoto di lasagna: in una teglia da forno versate un’abbondante cucchiaiata di ragù, quindi sistematevi sul fondo la sfoglia, poi ancora del ragù, la ricotta, infine una spolverata di pecorino, il salame, le fettine di caciocavallo, ed in sequenza, uno strato di sfoglia dopo l’altro, ancora ragù e ricotta, quindi le uova che avrete precedentemente lessato e tagliato a fette. Ricordatevi: la lasagna, più è alta meglio è, inoltre è bene ricordarsi di servirla tiepida, o riscaldata, almeno un paio d’ore dopo la cottura.

Bacoli, il 20 e 21 Marzo ritorna Parlano i Vignaioli

4 marzo 2011 by

Hanno detto “No!” alla chimica in vigna e in cantina e “Sì!” alla natura, per presentare agli appassionati e al pubblico i vini artigianali provenienti da una viticoltura naturale, biologica e biodinamica: prodotti rispettosi del territorio e dell’ambiente. Ritorna dopo il successo della scorsa edizione tenutasi ad Ercolano, Parlano i Vignaioli.

domenica 20 e lunedì 21 marzo 2011

Presso la sala dell’Ostrichina e nella vicina Casina Vanvitelliana sul lago Fusaro, a Bacoli, in provincia di Napoli; un programma piuttosto articolato che vedrà per due giorni, con numerose novità, laboratori di degustazione su temi cruciali del mondo dei vini naturali ed un ampio dibattito con l’obiettivo di far conoscere e comprendere gli sforzi delle aziende agricole alla continua ricerca di soluzioni che garantiscano alimenti di eccellenza in equilibrio con la natura.

In particolare Domenica 20 marzo dalle ore 10.00 alle 20.00, ci sarà un banco d’assaggio rivolto ai professionisti del settore,  agli enofili e semplici curiosi. Lunedì 21 marzo invece dalle ore 11.00 alle 18.00 coinvolgendo principalmente un pubblico di specialisti. Insomma, due giorni dedicati a una sana enogastronomia. Ingresso a 10 euro.


Questi tutti i laboratori di degustazione di domenica 20 marzo:

Dalle 11.00 alle 12.00 “Pensieri biodinamici” – conduce Fabio Cimmino:

  • Pigato Rucantù 2007, Tenuta Selvadolce (Liguria);
  • Dolcetto di Ovada 2007, Casa Wallace (Piemonte);
  • Biofiasco 2009, Orsi Vigneto San Vito (Emilia-Romagna);
  • Verdugo Primo 2007, Masiero (Veneto);

Dalle 13.00 alle 14.00 “Vini e formaggi: un incontro naturale”conducono Ugo Baldassarre e Rotolo Gregorio: Querciole 2007, Ca’ de Noci (Emilia-Romanga) con il Gregoriano Valpolicella Classico 2007, Villa Bellini (Veneto) con la ricotta scorzanera, Sciacchetrà 2006, Walter de Batté (Liguria) con il caciocavallo barrique.

Dalle 14.30 alle 15.30 “Naturalmente rosa”conducono Paolo De Cristofaro e Lello Del Franco:

  • Metodo Ancestrale 2010, Colombaia (Toscana);
  • Tintore 2009, Monte di Grazia (Campania);
  • Volpe Rosa 2009, Cantina Giardino (Campania);

 
Dalle 16.00 alle 17.00 “Le lunghe macerazioni” conducono Pino Savoia e Nicoletta Gargiulo:

  • Pecoranera 2003, Tenuta Grillo (Piemonte);
  • Bonarda La Picciona 2003, Lusenti (Emilia-Romagna);
  • Taurasi 2003, Contrade di Taurasi (Campania);
  • Amphora 2007, Cristiano Guttarolo (Puglia);

Dalle 18.00 alle 19.00 ” Solfiti? No grazie!” conduce Giovanni Bietti:

  • Drogone 2006, Cantina Giardino (Campania);
  • Senza Zolfo 2009, Antica Enotria (Puglia);
  • Barbera d’Asti Lia Vì 2010, Carussin (Piemonte);
  • Romangia 2007, Tenute Dettori (Sardegna);

Tutti i laboratori di degustazione sono gratuiti ma è obbligatoria l’iscrizione inviando una mail alla collega Michela Guadagno.

Lunedì inoltre si svolgerà una tavola rotonda centrata sul rapporto tra cucina di qualità e vini naturali, poiché le carte dei vini composte con questi prodotti cominciano a essere presenti anche nei migliori ristoranti italiani. Hanno già dato la loro adesione al dibattito alcuni chef di alto livello nonché autorevoli esperti dell’argomento.

La conferenza avrà il compito di affrontare il tema di una scelta rispettosa del consumatore, ecologica, etica e qualitativa, che mette al bando l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi nel vino e negli altri alimenti. Si discuterà di approcci differenti a una materia che sta conoscendo una fase di grande attenzione mediatica e culturale.

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Napoli, i primi 50 anni di vite di Angelo Gaja

3 marzo 2011 by

Angelo Gaja

festeggia cinquant’anni di attività (1961-2011) dedicati all’azienda di famiglia, la cantina Gaja di Barbaresco. Così lunedì 21 marzo prossimo presso l’Hotel Parker’s C.so Vittorio Emanuele 135, Napoli tel. 081 7612 474, presso la Sala Ferdinando – si terranno, dalle 16.30 eccezionali degustazioni di tutti i vini di Gaja Distribuzione e Gaja. La sessione di degustazione si protrarrà per tutto il pomeriggio.

Alle ore 17:00 invece, con la partecipazione di Gimmo Cuomo e Luciano Pignataro si terrà la conferenza/dibattito “il fascino del vino”, che Angelo Gaja dedicherà esclusivamente  ad enotecari e ristoratori per illustrare la sua esperienza nel mondo del vino; un momento che è stato pensato anche per dibattere con i produttori di vino campani – invitati a condividere ed animare questo momento di particolare confronto senza dubbio nuovo e suggestivo – sul particolare momento storico della vitienologia italiana. Saranno presenti all’evento anche Lucia Gaja e Rossana Gaja. L’evento è esclusivamente su invito.

Giro di vite a Montalcino, Podere Sanlorenzo

2 marzo 2011 by

Quando arriviamo a Podere Sanlorenzo è più o meno ora di pranzo, la mattinata spesa in cantina dalla famiglia Martini ci ha fatto per un attimo perdere la bussola oltre che la cognizione del tempo; gli assaggi, tanti, forse troppi contando che alla fine erano praticamente tutte le scorse vendemmie, sin dalla 2004, han fatto il resto.

Così, profittando della disponibilità di Luciano Ciolfi gli chiediamo di fare quattro passi in vigna per respirare un poco e rinsavire. Luciano è una persona deliziosa, l’ho conosciuto più o meno tre anni fa attraverso il web – lui è uno che con la comunicazione on line ci sa fare e come – e dopo l’incontro “de visu” allo scorso Vinitaly ho avuto modo anche di testare l’alto gradimento del suo Brunello da parte di molti miei clienti a cui l’ho proposto, non senza particolare entusiasmo. Se date un’occhiata al suo sito¤ troverete, tra le tante informazioni offerte, una frase, che a me ha colpito molto tanto da spingermi subito a conoscere lui ed i suoi vini, convinto, non so dirvi nemmeno perché, che non fosse solo l’ennesima trovata pubblicitaria; dice: “arrivò in punta di piedi, osservando il lavoro del nonno e del padre, acquisendo i loro valori, il loro bagaglio di esperienza e tutta la tradizione che portavano con sé. Ma a Luciano fare un buon vino non bastava: cercava l’eccellenza”. Ecco, se vai affermando cose del genere e non sei un tipo in gamba, e non fai le cose per bene, sei finito; per questo Luciano val la pena conoscerlo, i suoi vini di essere bevuti almeno una volta appena possibile.

Vignaiolo giovane – è tra gli ultimi arrivati sul panorama ilcinese – ha saputo però immediatamente cogliere quale fosse la strada da seguire per affermare la sua idea di sangiovese; l’azienda conta una proprietà di circa 60 ettari, appena quattro e mezzo a vite, a regime dal duemilatre; pochi esercizi di stile, sul Rosso di Montalcino¤ dove il rischio è sempre grosso – a mia recente memoria, tutte le annate tirate fuori a Sanlorenzo godono costantemente di buona e nobile nerbatura -, giocato su un frutto integro e ben ammantato di una mineralità pregnante ma sempre in discreta evidenza; nessuna nota boisè, anzi, il legno è ben dosato e tutt’altro che scontato; il Brunello poi ogni anno che passa matura in finezza ed eleganza senza mai ostentare grassezze inutili e, alla lunga, stancanti.

Il Bramante 2006 per esempio, conferma, oltre un annata qui certamente di ottima levatura, tant’è che anche Luciano uscirà l’anno prossimo – per la prima volta – con un Brunello Riserva, una impostazione di base dell’idea vino a Podere Sanlorenzo che trova modelli cui ispirarsi nel lontano, lontanissimo passato pur mantenendo una pulizia (soprattutto olfattiva) certamente figlia della moderna dotazione tecnologica in cantina, dove c’è acciaio prima che legno. “l’uva portata in cantina quell’anno era perfetta e sin dai primi assaggi effettuati ci siamo convinti di poterci mettere alla prova, e  pensa te, che il 2006 è appena il nostro terzo anno di raccolta…”. L’assaggiamo, la Riserva, dopo un’attenta ossigenazione, e al netto delle spigolature del legno ancora in evidenza parrebbe proprio un gran bel bere, soprattutto per l’eleganza e la finezza che ne caratterizza la trama gusto-olfattiva; non ci resta quindi che aspettarlo un anno ancora!

Ecco, si conclude, ma solo per ora, questo breve ma intenso viaggio per le terre montalcinesi. Un percorso che a noi ci è apparso affascinante, suggestivo, che ci ha condotto a toccare con mano realtà che a torto o a ragione rappresentano la storia, non solo vitivinicola, di Montalcino e della Toscana tutta e che nel tempo, il loro tempo, hanno segnato o segneranno indiscutibilmente quella del Brunello. Luoghi, vini, tante memorie che siamo felici di aver incrociato sulla nostra strada e persone che possiamo solo ringraziare per l’estrema cordialità e sensibilità mostrata nell’accoglierci; ognuno, a suo modo, ci ha raccontato una storia, il suo Brunello, ci ha indicato una direzione da seguire, la loro; a noi adesso, a ragion veduta, la capacità di scegliere quale di queste strade seguire, quale Brunello proporre e mettere nel bicchiere, quale consacrare alla storia e quale invece lasciare consegnata alle algide pagine degli almanacchi o dell’accesa critica enologica, che spesso, ancora in questi giorni, continua a dire di amare Montalcino ed il Brunello ma non smette, inesorabilmente, di picchiare duro!

Qui la passeggiata tra le vigne de Il Paradiso di Manfredi;

Qui la spassosa ed indimenticabile visita a Diego e Nora Molinari a Cerbaiona;

Qui la visita del pomeriggio da Gianfranco Soldera a Case Basse;

Qui la visita a Pian dell’Orino di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach;

Qui la straordinaria visita in Biondi Santi e l’incursione da Casanova di Neri;

Chiacchiere distintive, Fortunato Sebastiano

1 marzo 2011 by

Ecco uno di quegli enologi che non smetteresti mai di stimare, dal profilo basso e dalle altissime prestazioni professionali. Così, da una piacevole chiacchierata, tiriamo fuori parecchi argomenti, sviscerati quanto basta tanto dal decidere di farne una intervista, lunga ma indubbiamente interessante. Fortunato Sebastiano si occupa di viticoltura ed enologia dal 1998. Dopo la maturità scientifica lascia Ariano Irpino alla volta di Roma quindi in Toscana dove si laurea alla Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa con una tesi in viticoltura sulle possibilità espressive del vitigno Fiano, con il Prof. Giancarlo Scalabrelli come relatore. Le prime esperienze professionali lo hanno visto al lavoro dapprima in Toscana, in Sicilia, nelle Marche e poi, di ritorno, in Campania dove nel 2002 fonda il gruppo di lavoro Vignaviva.

Come nasce la tua vocazione per l’enologia e per il tuo mestiere? Decisamente da una reale passione per il vino come momento conviviale ed elemento fondamentale della nostra cultura. Negli anni ‘90 in Irpinia, la mia terra natale, si muovevano i primi passi di quello che sarebbe stato il rinascimento vitivinicolo della regione ed era facile restare affascinati dal mondo del vino; altro aspetto fondamentale della mia decisione nell’affrontare questo mestiere è stato l’amore per la natura, la continua ricerca della comprensione dei sottili meccanismi che regolano il “nostro” meraviglioso mondo vegetale. Mai ho pensato di scindere i due aspetti della produzione agricola ed enologica nel mio mestiere e per fortuna il mondo del vino, anche se alla lunga, mi sta dando ragione. Da ciò deriva la mia ferma convinzione di dover approfondire il più possibile lo studio della viticoltura per ottenere vini degni di questo nome.

Quali sono secondo te i riferimenti indispensabili per diventare un buon enologo? In parte ho già risposto precedentemente ma sottolineo che il nodo fondamentale per fare questo lavoro, per come lo intendo io, è la decisiva continuità tra il lavoro in vigna e quello di cantina. Spesso ho assistito, nel lavoro come nella comunicazione di settore a delle vere e proprie aberrazioni riguardanti la produzione del vino. Il massimo cui si possa aspirare nel produrre vino è arrivare ad avere piante sane che portino a vini di personalità e territoriali, apprezzati nelle loro particolarità varietali e soprattutto salubri. L’enologo può e deve garantire tutto questo. E poi di certo la capacità di confrontarsi e di ascoltare, evitando atteggiamenti accademici ed anzi essendo sempre pronti a rimettere in discussione un concetto, un’idea, un’intuizione. Fare questo mestiere attiene alla pratica, alla preparazione ed all’immaginazione, molto meno ai proclami mediatici. Non mi fiderei mai di un tecnico che non avesse mai fatto il cantiniere o che non sapesse “leggere” una pianta di vite. Ho imparato tanto dai miei incontri e dalle mie esperienze e questo è al servizio delle aziende che lavorano con me.

In regione, negli ultimi anni, stanno venendo fuori tanti giovani enologi motivati, e a quanto pare anche piuttosto preparati; un fenomeno passeggero o stiamo assistendo alla nascita di una vera e propria scuola campana? Credo che non sia un fenomeno passeggero ma occorre fare delle precisazioni. La scuola campana è secondo me di là da venire, visto che alcuni dei miei più brillanti colleghi hanno studiato fuori dalla nostra regione che è stata un po’ arroccata su posizioni scolastiche e “di chiusura” per diversi anni, a differenza di ciò che accadeva per esempio in Piemonte, Toscana, Veneto, dove vi è stata ferma volontà di rendere competitivo il mestiere dell’enologo o comunque del tecnico vitivinicolo. Chi in Campania è riuscito nella professione di enologo lo deve esclusivamente a grandi doti personali. Ciò è ancora più grave se si pensa che la nostra Scuola Enologica di Avellino è stata la seconda ad essere aperta in Italia nei primissimi anni del ‘900. Oggi abbiamo bisogno di un enorme passo in avanti nel lavoro di campo, di grande interesse verso la viticoltura, di aggiornare la figura dell’enologo inteso non più come esperto delle sole pratiche analitiche, di cantina o amministrative che pure, ovviamente, sono di enorme importanza. Le moderne scuole di viticoltura ed enologia possono adempiere a questi compiti ma vanno dirette con lungimiranza e strizzando l’occhio alle più attente regioni viticole del mondo. L’enologo può essere il perfetto ponte tra gli obiettivi aziendali ed il loro raggiungimento. Ci sono enormi sfide che debbono essere vinte, oltre che nel campo viticolo anche in quello enologico: lo svecchiamento di metodiche riproposte pedissequamente, la riduzione drastica dei conservanti nella matrice vinosa, l’adattamento delle pratiche enologiche ai singoli vitigni, la caratterizzazione sensoriale del nostro patrimonio viticolo, la zonazione dei territori in relazione ai risultati enologici, il raggiungimento di alti vertici qualitativi anche sulle grandi produzioni, solo per citarne alcune. Ed in questa direzione ci si sta muovendo per fortuna, sia nell’ambito dell’associazione di categoria (leggi Assoenologi) – del cui consiglio in regione ho l’onore di far parte – sia nelle singole realtà aziendali.

Detto questo ben vengano nuove leve, tutti assieme si metterà più in alto l’asticella della qualità, soprattutto perché pare superata l’era dei consulenti a distanza e c’è sicuramente spazio per le competenze “autoctone”. Sia ben chiaro, lavoro anch’io fuori dalla Campania ma spendo davvero molte energie per colmare le mie lacune rispetto ai territori in cui mi trovo ad operare. Infatti occorre conoscere profondamente un territorio per interpretarlo e rendergli onore, anche a costo di produrre vini non immediatamente allineati ai gusti di massa. La mia speranza è rimessa in questo, nella convinzione che ci sia spazio per centinaia di grandi vini molto diversi fra loro ma espressione del territorio e delle persone di cui sono figli, ivi compresa la figura dell’enologo come principale collaboratore delle aziende. Per questo ho fondato Vignaviva, per rendere fattibili questi concetti.

Chi sono stati, se ci sono stati maestri, i tuoi riferimenti in materia? Ho avuto la fortuna di lavorare e studiare con grandi colleghi. Oltre al già citato Scalabrelli che mi ha trasmesso nozioni e passione fondamentali inerenti l’ampelografia e la viticoltura, cito volentieri Giacomo Tachis, l’artefice del rinascimento enologico italiano, dei grandi vini toscani degli anni 80,  che è stato sempre gentilissimo con me sin dall’Università, un uomo di grande intelligenza ed umiltà. Ricordo con piacere i pomeriggi a casa sua in cui mi ha descritto l’importanza di questo o quel testo di chimica o viticoltura. Ed il suo archivio!! Ricordo volentieri anche Francesco Saverio Petrilli, enologo di Tenuta di Valgiano in provincia di Lucca, con cui ho avuto l’onore di confrontarmi agli inizi del mio percorso professionale quando lavoravo per un’azienda del Cilento di cui lui era consulente. Saverio è una persona speciale,  profondamente interessato alla viticoltura e per questo ha sempre avuto il mio massimo rispetto. Con  lui ho avuto modo di ragionare su molti concetti relativi al mondo del biologico e del biodinamico attraverso discussioni sempre interessantissime e pervase dalla curiosità.

Quali secondo te le principali difficoltà che incontra oggi un enologo? Beh, questa è una bella domanda davvero. Tralasciando le difficoltà che ogni lavoro porta con sé in merito all’impegno che richiede ed il fatto che si può fare questo mestiere in tanti modi diversi, dico senza dubbio: interpretare la professione alla luce della modernità guardando contemporaneamente alla vendibilità dei prodotti, alla loro presenza sul mercato. Per modernità intendo le sfide che alcuni errori di impostazione degli anni scorsi hanno prodotto: si è infatti creduto per qualche anno che fare il vino fosse un fatto di semplice metodo, una pratica facilmente ripetibile a parità di tecniche, attrezzature e metodiche. Questo atteggiamento ha prodotto a sua volta una diffidenza verso la comprensione e la gestione della vinificazione che può avere diversi risvolti negativi sulla qualità dei vini. Qui in Campania poi vanno ancora sviscerate le potenzialità dei singoli terroir, adattate le pratiche enologiche persino alle singole aziende. Spesso si dimentica, magari in buona fede, che il vino non può e non deve essere accostato a prodotti di altro tipo, a bevande “seriali”, ma neanche a prodotti che hanno la veste del risultato “casuale”. Quindi occorre tentare sempre nuove strade per capire quali possibilità ci possa offrire ognuno degli areali.

Il vino è l’unico prodotto di trasformazione agricola che sfida i decenni con integrità, a volte, col tempo, migliorando. Ciò può accadere verosimilmente per tre, quattro annate per decennio, anche a parità di lavoro ed impegno. La vera difficoltà restano le annate di media o bassa qualità viticola, dove ad entrare in gioco è la capacità del vinificatore di leggere tra le righe il potenziale inespresso e portarlo a buon fine sino alla bottiglia, non potendo sbagliare nulla. Il vino non si fa usando ricette precostituite ma nemmeno mettendo l’uva in un contenitore ed aspettando. È frutto del caso nella misura in cui l’uomo ne comprenda i risvolti, o almeno ci provi. La professionalità dell’enologo è al servizio di questa comprensione. Per spiegarmi meglio: ricordarsi che cosa sia esattamente il vino dovrebbe dare a tutti gli operatori del settore la dimensione di ciò che ci si può aspettare da un’annata piuttosto che da un’altra. Ed il vino è frutto anche dell’intuizione dell’uomo. Occorre collegarlo alla natura e contemporaneamente immaginarlo fedele ad un idea, ad un’ambizione legittima di qualità. È quello che lo rende diverso da qualsiasi altra bevanda, che spinge ad acquistare una bottiglia, per averne piacere con un buon pasto, per soddisfare una curiosità o per appropriarsi di quel piccolo viaggio nel tempo che può essere un vino.

D’altronde, al giorno d’oggi, il vino è un bene di consumo di tipo edonistico, non certo un alimento come percepito per esempio negli anni ’50 e ’60. Il tentativo, secondo me, deve essere quello di fare sempre il meglio possibile, calandosi completamente nella realtà dell’annata, tenendo fermi i punti saldi della personalità dei territori e dei vitigni accanto alla schiettezza, alla salubrità, alla digeribilità dei vini, ciò che si tradurrà – aspetto non secondario – anche in vendibilità e soddisfazione del consumatore finale.

Se dovessi illustrarmi in poche righe la tua filosofia di produzione? Quando mi approccio ad una nuova azienda cerco di capire anzitutto che tipo di persone ho davanti. Sono interessato a quelle che hanno voglia di confrontarsi, che hanno la voglia di trasferire un po’ di se stesse in quello che fanno, nel vino che immagineremo insieme. Subito dopo mi relaziono al territorio, studio le caratteristiche geomorfologiche, l’adattamento dei vitigni, la salute dei vigneti, le metodiche di gestione, le apparenti possibilità produttive. Poi, nelle aziende consolidate ed in piena produzione, cerco di capire se tutto quello che ho avvertito è leggibile nei vini prodotti, cosa che spesso non accade e di cui la proprietà è consapevole. Così iniziano una serie di ragionamenti che debbono necessariamente portarci ad un risultato aderente alle aspettative e cioè ad un vino equilibrato, armonico e complesso, nei limiti del vitigno e vigne permettendo.

In campagna, mi dedico da anni ad una gestione biologica dei vigneti, quindi nessun diserbo, prediligendo sovesci e lavorazioni del suolo mirate, potatura dolce, puntuale analisi sensoriale delle uve, rese equilibrate e attenzione maniacale all’epoca ed alla qualità della raccolta. Sono molto “laico” in cantina, avendo come punti fermi la riduzione dell’uso dell’anidride solforosa ed una certa tendenza al “minimo intervento” (che non è esattamente un “lasciar stare”, anzi). Tengo molto alla riconoscibilità “aziendale” dei vini, alla loro aderenza ad uno stile. Conduco vinificazioni con lieviti indigeni e selezionati, faccio lunghe macerazioni su vitigni bianchi e rossi ed anche normalissime vinificazioni in bianco o rosato, in relazione al risultato che vogliamo ottenere ed alle possibilità strutturali e logistiche delle aziende, alle risorse umane e commerciali. Sono convinto, ad esempio e per restare su un tema “d’attualità” di cui abbiamo parlato ultimamente, che più del lievito, sia la gestione invasiva della fermentazione alcoolica a banalizzare il risultato su molti vini  bianchi “moderni”. In definitiva, miro alla personalità dei vini attraverso la personalità degli uomini, cercando di non rovinare nulla nel frattempo.     

Segui ormai da tempo diverse aziende collocate in più aree vitivinicole; quali sono secondo te le terre maggiormente vocate qui al sud? Sicuramente l’Irpinia come terra d’elezione per bianchi eleganti da fiano e greco e, in alcune sue giaciture collinari, anche per l’aglianico da grande affinamento. Il Vulture mi ha sorpreso come anni fa fece il Cilento per le potenzialità che ha per i rossi, enormi; a volte mi strappa un po’ di invidia, da irpino quale sono. La Costa d’Amalfi con i suoi vitigni straordinari come il tintore, la ginestra, il fenile e la pepella, un terroir del tutto particolare ed in parte sconosciuto. Il Sannio Beneventano e la provincia di Caserta per il piedirosso e la falanghina ben espressa anche sui suoli vulcanici dei Campi Flegrei. La Puglia offre espressioni piuttosto eleganti, come i primitivo di Gioia, coltivati fino a 500 metri di altitudine. La Calabria con l’equilibrio di certi Cirò. In generale il sud ha solo da approfondire il proprio approccio, le basi, anche se non dappertutto, ci sono tutte.

Il vitigno che non rinunceresti mai a lavorare? Uno è troppo poco: l’aglianico ed il fiano. E vorrei lavorare ancora la barbera del Sannio, vitigno che amo particolarmente.

Quello di cui faresti veramente a meno? Il merlot.

Qual è la tua prossima sfida? Il metodo classico da fiano, greco e piedirosso, ci sto già lavorando per una importante azienda irpina (Villa Raiano, ndr). Ed un fiano del Cilento (Casebianche, ndr) rifermentato in bottiglia in maniera “integrale”, ad affinamento breve e senza sboccatura, che uscirà in primavera.

E quella che vorresti vivere in futuro? Un nebbiolo in Piemonte o in Valchiavenna, un cesanese nel Lazio, un sangiovese nel Chianti Classico.

Ti faccio tre nomi: Sannio, Cilento, Ager Falernus, terre e vini secondo me formidabili ma sempre in secondo piano; dove la Campania sta perdendo l’occasione più grande? Forse l’Ager Falernus, o il Cilento, ma in tutti e tre i territori ci sono ottimi produttori. Occorre provare a definire uno stile o più stili, una riconoscibilità, anche se sono territori molto estesi e con una eterogeneità varietale enorme.

Ricordi un vino memorabile? Tra i tantissimi mi piace ricordare il Taurasi Radici Riserva 1990 della Mastroberardino; ne parlai una volta con il dott. Antonio e lessi nel suo sguardo una piena condivisione nell’apprezzamento di quello che per me era stato un vero e proprio archetipo della tipologia, come la loro famosissima annata 1968.

Diciamo che ti chiedano di rinunciare a tutti i tuoi impegni per seguire una sola azienda: qual è il nome che non ti farebbe batter ciglio? Questa è una domanda cattivella, diciamo la Taylor’s, a Vila nova de Gaia in Portogallo; amo i Porto.

Mi dai tre vini che secondo te non mi devo perdere? Valtellina Superiore Sassella Riserva Rocce Rosse 1999 di Ar.Pe.Pe., tutti i vini dell’Etna del gruppo Vigneri di Salvo Foti, il Verdicchio San Paolo di Pievalta 2004.

E tu cosa bevi stasera? Un prosecco senza solforosa di Costadilà, del mio amico Mauro Lorenzon, alla vostra salute!

Fortunato Sebastiano è stato nominato da questo blog “Enologo dell’anno” allo scorso L’Arcante 2010 Wine Award. Questo articolo esce in contemporanea anche su www.lucianopignataro.it.