Archive for the ‘DEGUSTAZIONI VINI’ Category
25 novembre 2010
Merlot, o lo ami o lo odi. Io sto giusto nel mezzo, perché ci sono vini, a base merlot, capaci di impalarti di fronte al bicchiere, altri – forse proprio quelli che hanno fatto degenerare la fama di questo nobile vitigno bordolese – capaci solo di scivolare anonimamente giù per il lavandino. Alla fine, come in tutte le cose della vita, ognuno è artefice del proprio destino, e chi ha creduto di trovare nel merlot una facile fonte di reddito anziché un confronto ambizioso ed impegnativo con i cugini d’oltralpe, ha dovuto ben presto, in maniera meschina, dall’Alto Adige alla Sicilia, alzare le mani se non in qualche caso abbassarsi le braghe di fronte ad una sconfitta sonante senza se e senza ma.

In Friuli, dicono gli annali, c’è arrivato intorno al 1880 per opera del senatore Pecile e dal conte Di Brazzà, per diffondersi poi anche in Veneto e via via in tutta la pianura padana. In Friuli Venezia Giulia ha trovato sicuramente una terra particolarmente vocata a tal punto dal divenire in pochissimo tempo un fermo dell’enologia friulana, non a caso il merlot è oggi il vitigno a bacca nera più diffuso in regione assieme al cabernet sauvignon ed al cabernet franc, ormai riferimenti assoluti per molte delle denominazione di origine di vini rossi. Personalmente però, parlando di vini rossi, continuo a ritenere di gran fascino molti vitigni autoctoni locali, il Refosco su tutti ma anche altri come il tazzelenghe, in forte rilancio sulle colline di Buttrio, Manzano e Rosazzo, e che assieme al pignolo e allo schioppettino sono stati letteralmente salvati dall’estinzione certa.
Ma oltre a questi vini, austeri, se vogliamo rustici, seppur in alcuni casi decisamente autentici – il nome tazzelenghe per esempio deriva dal dialetto friulano tacelenghe (taglia lingua) – è innegabile che vi è stato per lungo tempo (e lo è per certi versi tutt’oggi, ndr) una profonda necessità di proporsi sul mercato con vini che offrissero caratteristiche peculiari tendenti più alla morbidezza invece che all’elevata acidità e tannicità dei vitigni appena citati, sicuramente indiscutibili per le qualità patrimoniali, ma avendo necessità di lunghi affinamenti prima di essere pronti da bere causavano non pochi problemi gestionali ad un sistema economico spesso in affanno, soprattutto quando, nel periodo subito dopo l’estate, calavano drasticamente le vendite dei ben più apprezzati vini bianchi mentre quelli rossi erano ben lungi dall’essere pronti da bere. Ecco, bevendo questo delizioso C.O.F. rosso 2005 di Felluga, base merlot con un saldo di refosco, è proprio questa l’idea che subito mi son fatto del perché di un successo tanto scontato del varietale internazionale in terra friulana, e di un vino – questo in particolare – tanto rotondo e ruffiano, a dispetto di una terra che partendo proprio dai suoi vini bianchi, partorisce da sempre prodotti con una grandissima capacità di attraversare il tempo, in maniera quasi disarmante, esaltandosi addirittura con l’evoluzione in bottiglia.
Livio Felluga vine oggi considerato come il patriarca della vitienologia friulana, primogenito della quarta generazione che da Isola d’Istria si trasferì in Friuli e tra i primi ebbe l’intuizione di puntare su Rosazzo e sui Colli Orientali del Friuli per fare del suo ideale un presente in grande spolvero che oggi vanta un’estensione collinare nel Collio e nei Colli Orientali del Friuli di oltre 160 ettari di proprietà, di cui oltre 135 a vigneto. Sul vino invece rimane ben poco da scrivere, ritengo di averlo trovato di gran compagnia, francamente un bel rosso da bere senza troppo chiedere né al palato né alle proprie attitudini degustative; Offre un bel colpo d’occhio, rosso rubino perfettamente integro nonostante i cinque anni, di buona consistenza. Il naso è piuttosto gradevole, suadente, delicato ma ampio, richiama anzitutto note di amarena, lampone e mirtillo, alla beva, sul finale, in retrogusto, si apprezzano anche discrete note speziate. Più in generale offre una bevibilità particolarmente avvolgente, è un vino quasi robusto – i 14 gradi non hanno dove nascondersi – ma lineare e di ottima consistenza. Un rosso che non offre certo spunti di riflessioni articolate, ma che non delude certamente una sana e piacevole bevuta tra amici.
Tag:angelo di costanzo, c.o.f., colli orientali del friuli, cormons, friuli, friuli venezia giulia, l'arcante, livio felluga, merlot, pignolo, refosco, rosazzo, tazzelenghe
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12 novembre 2010

Di ritorno da Capri, vado spulciando in questi giorni tra gli appunti di degustazione della scorsa estate, una impresa a dire il vero nemmeno così tanto impossibile visto che qualcuno ha pensato bene di “donarci” un abile strumento chiamato Office Word. L’intenzione è quella di rivedere, magari riprendere, stralci di recensioni lasciate per una qualche ragione – di tempo innanzitutto – a metà strada tra un labile e sfuggente pensiero positivo e una vera e propria analisi tecnica. Più semplicemente però mi accorgo di ritrovare con piacere tante tessere, alcune più ingombranti di altre, di un puzzle bello grande ed un tantino complesso, ma forse proprio per questo molto interessante. Le tracce più eloquenti conducono ad una sfilza di vini bianchi, molti dei quali campani, che per una ragione o per un’altra mi hanno lasciato sensazioni particolari e interessanti, indizi, se così li vogliamo chiamare, spesso divergenti tra loro ma che evidenziano una prova di maturità da parte di molti produttori nostrani a riguardo di alcune tipologie di vino, sulla falanghina in particolar modo.
Non più tardi di una decina di anni fa questo vitigno sembrava destinato a fare la stessa fine di molti chardonnay della marca trevigiana o peggio ancora di quelli pugliesi, terre di conquista dove quando non fosse esistito affatto il territorio si metteva avanti la ragion di mercato e, come invece nel caso della Puglia, ove il territorio rispondesse con discreti risultati si è andato ad oltranza giocando con burro e marmellata sino alla totale saturazione della tipologia con conseguenze sull’agricoltura locale – leggi prezzi delle uve – a dir poco disastrose.

Così infatti, seguendo questo modello tanto internazionale quanto poco confacente alla nostra cultura enoica, anche in Campania si è corso il rischio di annientare quel poco di credibilità colturale, Luigi Moio docet, sul varietale bianco più diffuso in regione. Appunti alla mano, ho constatato come sia oggi evidente un netto ritorno sui propri passi anche di coloro che parevano rimasti letteralmente folgorati sulla via di Allier. Molti di questi ad esempio, non hanno perso tempo, soprattutto nel leggere l’evidente variazione del mercato che subito hanno riportato – in alcuni casi drasticamente – certe loro etichette, in passato sempre in bilico tra l’ovvio e l’omologato, verso una maggiore sottigliezza di palato, sgrassando i vini e puntando parecchio su un naso meno cotto e soprattutto rivalutando il senso dell’acidità del vino, sino ad allora strenuamente combattuto a favore della morbidezza. Altri, coerentemente mi sento di aggiungere, pur non rinnegando mai le loro scelte passate hanno prodotto invece un netto salto di qualità verso quella che è la ricerca di un proprio stile sempre più riconoscibile piuttosto che figlio di un modello prestampato. Alcuni esempi lampanti, quelli se vogliamo più facilmente riscontrabili da chi ci legge, sono nel primo caso la Falanghina Serrocielo 2009 dei Feudi di San Gregorio, dal naso finissimo e dal palato fresco, quasi citrino mentre nel secondo, un sempre più convincente Coste di Cuma di Grotta del Sole, col 2008 davvero in grande spolvero, incentrato tutto su frutto e mineralità da un lato, sulla pulizia olfattiva e l’integrità gustativa dall’altro: come dire, figlio di una ineguagliabile terra flegrea e di esecuzione tecnica ineccepibile!
C’è poi chi continua a rincorrere un ideale di un vino, per dirlo alla sua maniera, alternativo, certamente possibile, ma indubbiamente diverso, se non spiazzante; E’ Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni, convinto come pochi in regione a fare sul serio sulla falanghina tanto da spingerlo a continuare strenuamente nella sua personale ricerca di un bianco autoctono flegreo macerato e capace di sfidare il tempo: il 2008 dello Strione, dai primi assaggi promette buone aspettative, staremo a vedere cosa saprà raccontare tra qualche tempo ancora. Frattanto però, io gli continuo a preferire il Colle Imperatrice, l’altro cru aziendale, che di sfide non ne vuole lanciare, e nemmeno ambisce a grandi traguardi se non quelli di confermare, ove mai ce ne fosse stato bisogno, un vino perfettamente calato nella sua dimensione territoriale nonché nel suo ruolo commerciale, pura esibizione di carattere ad un prezzo piccolo piccolo.
Le uve provengono in buona parte da una vigna di circa dodici anni allocata a circa 230 m/slm sulla collina degli Spadari a Pianura, in cantina il vino si lavora solo in acciaio e dopo circa tre mesi di affinamento sulle fecce fini finisce in bottiglia. Di colore giallo paglierino, mostra una bella mise limpida e cristallina, il primo naso è erbaceo e lievemente floreale, foriero di un più gradevole bouquet che pian piano va mutuando note fruttate di mela e nuances di albicocca matura. In bocca è secco, entra con leggerezza e diffonde subito una piacevole sensazione di freschezza, inizialmente grazie anche ad una vivacità quasi citrina che coinvolge tutto il palato; La beva è asciutta e rimane costantemente gradevole dal primo all’ultimo sorso, l’acidità che si porta dietro viene subito smorzata dalla giustezza sapida, il che ne fa un vino da spendere in ogni occasione, a tutto pasto o come intrattenimento in attesa che arrivi l’ultimo, sempre in ritardo, ospite a cena. Cercatelo nelle migliori enoteche, ma se avete un paio d’ore da investire, andate pure in cantina, non ve ne pentirete assolutamente!
Tag:angelo di costanzo, campi flegrei, cantine astroni, capri, colle imperatrice, coste di cuma, falanghina, feudi di san gregorio, gerardo vernazzaro, grotta del sole, luigi moio, serrocielo, strione
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8 novembre 2010

Ci sono storie che appassionano, altre meno. Il più delle volte in un libro come in un film il soggetto è talmente determinante per la buona riuscita del racconto dal risultare a volte più ingombrante dei personaggi stessi, al punto da sovrastarne l’interpretazione; In tal senso, non mancano esempi, in letteratura come nella cinematografia più recente, di come pur avendo le basi di una trama forte e sensibilmente avvincente, gli interpreti, pur essendo star di primissimo piano, risultino comunque inefficaci al fine di emozionare l’avventore di turno: mi viene in mente per esempio il Pinocchio di Benigni.
Pinocchio, famoso per le sue bugie, non è certamente l’esempio migliore a cui rifarsi per raccontare di un vino che in realtà esprime una grande verità, il suo territorio, il Vesuvio, nella sua essenza più nuda e cruda, dove anche l’imperfezione risulta preziosa ed imprescindibile. E credo che le produttrici, le brillanti sorelle Siglioccolo, di cui si racconta siano grandi sognatrici, non potranno che esserne felici; In più, bere il loro vino, alla tavola di Carmine Mazza, tra una riflessione e l’altra, mi ha fatto venire in mente la parola menzogna, che pare una delle più spese, soprattutto negli ultimi tempi, nel supermercato mediatico scatenatosi a seguito delle continue emergenze rifiuti in Campania, che vede – non ultimo – proprio l’areale vesuviano ed il parco naturale come protagonista, suo malgrado, dell’ennesimo capitolo di una triste e fetida faccenda di servilismo politico e reiterato delitto civile.
Detto questo, aggiungo pure che non sono nemmeno certo che questo vino conquisti tutti coloro che vi si avvicineranno per la prima volta, o quanto meno coloro che cercano in un vino uno stereotipo “ballerino” tanto figlio del nostro tempo quanto lontano da questo Lacryma Christi rosso 2008 di Terre di Sylva Mala. Questi, nonostante non disdegni la barrique, non ha trame merlottiane, e scordatevi, per una volta, anche la vaniglia e la marmellata, apritevi invece ad un vino figlio della sua terra, scuro, austero ma soprattutto leggero. Prima di scrivere queste righe ho chiesto, non avendo avuto ancora occasione di fargli visita, alcune delucidazioni tecniche a Miriam, che assieme alla sorella Kyra si occupa in prima persona della tenuta di poco più di 6 ettari di proprietà divisi tra i comuni di Boscotrecase e Terzigno, in pieno parco naturale del Vesuvio. I vigneti di aglianico e piedirosso (80% e 20%) che compongono il Brigante giacciono su terreni sabbiosi di origine chiaramente vulcanica ad una altitudine di 300/400 m sul livello del mare e godono di una esposizione sud-sud ovest. Prima di finire in bottiglia, come già accennato, questo Lacryma fa passaggio in legno e in acciaio.
Il vino, appena 1500 bottiglie prodotte, con il duemilaotto al suo debutto sul mercato, sfoggia un bel colore rosso rubino concentrato, non appare limpidissimo ma ciò nulla toglie alla sua vivacità nel bicchiere. Il naso offre subito spunti di frutti neri turgidi e note spiccatamente minerali, il legno, come detto barrique, è solo un labile ricordo di sottofondo, il ventaglio olfattivo infatti è giocato tutto su linde note varietali e terziari appena accennati. Il punto di forza di questo vino però rimane la beva, come già accennato, in bocca è sensibilmente asciutto ma lo senti scivolare via baldanzoso lasciando traccia di una fresca vinosità, sempre in primo piano, a sgrassare e pulire il palato: ora ti punge l’aglianico, tanto ti solleva il piedirosso, un gioco delle parti perfettamente in equilibrio se non fosse per il finale di bocca lievemente amarognolo. E’ il classico rosso da spendere su paste ripiene al pomodoro, o se preferite seguire un consiglio spassionato, sul filetto di cernia con porcini e patate cilentane de Il Poeta Vesuviano di Torre del Greco, un altro indirizzo da non far mancare in agenda.
Tag:aglianico, angelo di costanzo, benigni, boscotrecase, brigante, kyra siglioccolo, lacryma christi del vesuvio, miriam siglioccolo, piedirosso, pinocchio, terre di sylva mala, terzigno, vesuvio
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3 novembre 2010
Conosco Raffaele Moccia da oltre un decennio, ho camminato a lungo con lui ogni palmo della sua vigna ad Agnano, alle pendici del cratere spento degli Astroni; esperienza per certi versi cruda, per la fatica che impieghi a farlo ma soprattutto per il rammarico nel constatare come molti altri non hanno saputo, come lui, conservare la vigna preferendogli invece cemento e lamiere come se piovessero dal cielo.

Dai declivi dei terrazzamenti ti accorgi quanto duro lavoro serva qui per portare avanti la vite, in un lembo di terra letteralmente strappato alla periferia napoletana e chissà a quale scempio condonabile; ogni due passi nel risalire la collina sono più o meno un metro netto regalato alla natura, un gesto del tutto estraneo al contesto che gli scorre velocemente sotto il naso. I rumori assordanti di uno dei quartieri più popolosi di Napoli sono ad un tiro di schioppo, ma risalendo la china, una volta arrivati qui, appaiono quasi del tutto assorbiti dal moto lento che la natura stessa esige ed impone.
Tre ettari e mezzo strappati alla città dicevamo, piantati perlopiù a piedirosso – qui per tradizione detto per e’palummo – e falanghina per la parte che interessa la produzione vinicola di Agnanum; ma, qua e là tra i filari, alcuni dei quali ultra centenari, non mancano altre varietà a bacca bianca tradizionalmente presenti, in maniera certamente minore, su tutto il territorio flegreo, come la catalanesca, la biancolella e la gesummina, utilizzate però in questo caso dal papà di Raffaele per suo ludico diletto. E poi l’immancabile marsigliese, vitigno a bacca rossa dalle origini certamente francesi (si paventa una somiglianza col Tannat), di sovente utilizzata altrove come “varietà tintoria”. La stessa, recentemente, pur in maniera solo ufficiosa, è stata fortemente valorizzata dal buon lavoro della famiglia Di Meo de La Sibilla della vicina Bacoli, che ne ha fatto, con il suo cru Marsiliano, un gran bel vino, rilanciando la prospettiva di un modo nuovo per leggere i Campi Flegrei con una scrittura pur estranea alla doc locale.
Il per e’palummo 2009 di Raffaele, giuro, sarà un vino sorprendente per molti, a patto però di armarsi di una santa pazienza certosina. Eh si, perché i vini di Agnanum, pur caratterizzati da una bevibilità unica, vanno aspettati a lungo, lasciati respirare, “aprirsi”, concedendogli cioè il giusto tempo di ossigenazione, a conferma di una storia agricola pregnante, un millesimo, questo 2009, particolarmente interessante in terra flegrea ed una artigianalità espressa al massimo dai particolari, con il piedirosso più della falanghina. Un vino dal colore purpureo, vivo, caratterizzato da buona concentrazione; il primo naso va lasciato sfumare, le prime note di evidente riduzione possono rappresentare in molti casi una caratteristica peculiare del varietale, ma già dopo qualche minuto si riescono ad apprezzare un susseguirsi di sfumature piuttosto invitanti, a tratti atipiche, che dopo poco tempo vanno evidenziando un frutto sì polposo ma soprattutto note speziate e terrose molto particolari, direi quasi ficcanti.
Mentre il naso va maturando una sua linearità a tempo debito, il palato non ha bisogno di lancette per lasciare traccia della sua essenza: è subito intenso, fresco, asciutto quanto basta, un vino avvincente ed avvolgente pur mantenendosi leggiadro e godibilissimo dal primo all’ultimo sorso, offrendo alle papille gustative un costante esercizio ricognitivo di un frutto integro e sempre in primo piano. Raffaè, a dire che buono è buono, anzi direi eccellente, ma niente niente ti sono scappati due o tre grappoli di marsigliese in questo piedirosso?
Tag:agnanum, angelo di costanzo, bacoli, campi flegrei, di meo, gesummina, la sibilla, marsigliese, marsiliano, maurizio de simone, napoli, piedirosso, raffaele moccia, vigne di città
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17 ottobre 2010

Non ho grandi esperienze in merito, ma non credo che in giro ne esistano di così saporite…! Silenzio, poi…risata generale!
Inizia così – invero si sancisce – una piacevole bevuta tra amici-colleghi appena dopo il lavoro; La notte per chi fa il nostro mestiere ha sempre un sapore particolare, netto. Il tempo, contrariamente ai diuturni impegni, certe volte inverosimilmente frenetici, sembra scivolare via molto più lentamente, in maniera quasi indolente.
Tra una chiacchiera e l’altra passano distrattamente sul tavolo birra ed analcolici vari, mentre, ancora intento a sfogliar la carta dei vini, mi accorgo tra una riga e l’altra, di qualche buona referenza inesplorata, quantomeno non di recente asaggio. “Ecco, la Passerina“. Passa uno sfottò, qualcuno si lancia in una battuta, così giusto per insaporire il tempo necessario a stappare questa benedetta bottiglia di Passerina 2009 di Stefano Antonucci.
Il vitigno ha una storia, come tanti autoctoni italiani, piuttosto controversa, sembra abbia attraversato parecchie crisi d’identità, spesso confuso o più semplicemente considerato tal quale un Bombino bianco o come un Trebbiano con il quale condivide parecchi fattori genetici; Nulla però di più sbagliato. La Passerina, il vitigno, ha una sua specifica identità, qua e là viene chiamata da sempre con nomi a dir poco folcloristici (cacciadebiti, cacchione, uva passera, uva d’oro, uva Fermana) e seppur non vanti nobili origini certe del suo nome, grazie alla sua abbondante produttività ha saputo garantirsi una certa riconoscenza che gli ha consentito di arrivare sino ai tempi moderni, dove, grazie all’impegno, soprattutto di produttori del frusinate e delle Marche, si sta proponendo come utile e fresca novità di mercato in quanto a vino di invidiabile leggerezza, bevibilità e quindi gradevolezza.
Da un punto di vista ampelografico, il vitigno si presenta con un grappolo piuttosto grande e di media compattezza, solo a volte provvisto di ali. L’acino è generalmente di medie dimensioni (nel caso specifico invece è di poco più piccolo) in piena maturazione esprime un colore teso al giallo oro con buccia spessa, consistente e soprattutto pruinosa; Il vino che ne viene fuori ha di solito un carattere piuttosto acido, anche per questo lo si ritiene ottima base per vini spumanti. Come detto è ben predisposto ad una costante ed elevata produttività.
Il vino di Stefano Antonucci, indicato come un Marche igt, si proprone con un bel colore giallo paglierino con evidenti riflessi verdognoli, nel bicchiere pare quasi scappare via. Il primo naso è un po chiuso, chiede venia, ma si rifà appena subito dopo con una bella sprizzata erbacea, poi fruttata, ancora balsamica. Giocando con la temperatura si percepiscono, a vari strati, fresche note agrumate di cedro, mentina, poi si apre a piacevolissime nuances di susina e camomilla. Il naso, per capirci, è certamente più complesso, cioè variegato, che persistente, ma essenzialmente il bouquet risulta comunque molto avvincente. In bocca è secco, appena passato sulle papille lascia solo piacevoli sensazioni, i gradi alcolici sono appena 12, quindi per niente incisivi, la beva è fresca, lineare, corroborante, l’acidità trova una discreta trama di sapidità che gli rende un finale di ineguagliabile giustezza. In definitiva, un bell’esempio di easy to drink all’italiana da non farsi mancare al prossimo assaggio, da spendere come aperitivo o su piatti semplici, persino su di una magra insalata di lattuga e pomodorini condita con un filo d’olio extravergine. “…and you, do you like passerina?”
Tag:cacchione, cacciadebiti, marche, pagadebit, passerina, santa barbara, stefano antonucci, uva fermana, uva passera, vini marchigiani
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16 ottobre 2010

Non c’è che dire, il territorio irpino continua ad essere, meritatamente, l’epicentro indiscusso della vivace nouvelle vague della vitienologia campana; Invero, in regione si assiste già da tempo – almeno da che me ne ricordi io – ad uno slancio notevole della viticultura di qualità, che di fatto ne fa una delle regioni italiane la cui crescita propositiva viene maggiormente apprezzata dalla critica tutta; La costante maturità, in termini di qualità oggettiva dei vini ed espressione territoriale, di denominazioni come Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi pare faccia da traino ad aree certamente meno conosciute ma non di meno vocate: il Cilento per esempio continua a far registrare ottimi passi in avanti, indirizzati soprattutto ad una marcata specializzazione che va consegnando al fiano il testimone per i bianchi e all’aglianico, con vini sempre più integri e longevi, lo scettro per i rossi; Al di là di conferme, performance sempre più convincenti in quel delle Terre del Volturno e di Roccamonfina, uno spaccato di rilievo, particolarmente vivace, lo offre l’areale del Falerno: proprio qui non può passare inosservato tutto il fermento in atto, con ottimi produttori, molti dei quali a dimensione artigianale ma soprattutto fedeli a modelli agricoli ampiamente condivisibili come la “lotta integrata”, che prevede cioè una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci in vigna; Piccole realtà che mettono a segno anno dopo anno ottimi millesimi, che li vedono indubbiamente impegnati a ritagliarsi un posto in primo piano di fianco alla storica coppia d’assi Villa Matilde-Moio.
Tra le maglie di queste terre, dall’Irpinia al Sannio, dal Cilento al casertano ha deciso di muoversi Fortunato Sebastiano, giovane enologo dal profilo basso e dalle brillanti prestazioni, che ha saputo raccogliere – e vincere! – sfide impegnative (leggi Mustilli) senza però trascurare le piccole intuizioni, vedi Calafè, oggi affidata nelle mani di Gennaro Reale piuttosto che Boccella ad Avellino o Viticoltori Migliozzi a Casale di Carinola: un fil rouge sembra caratterizzare ognuno dei vini di queste aziende, l’integrità del frutto, che attraversa un areale piuttosto che un altro della nostra regione con trame identitarie davvero suggestive e con una ricetta, mai fine a se stessa, scritta dalla vigna prima che dalla mano dell’enologo, che offre dei vini una chiave di lettura scorrevole e di una polposità a dir poco invidiabile.
Così nasce forse l’intuizione, in Villa Raiano, di portarlo a lavorare le vigne aziendali nella nuova e funzionale cantina di San Michele di Serino: “avevamo necessità, con questo progetto, soprattutto di una maggiore attenzione agronomica; Luigi Moio ha lasciato una traccia indelebile nella nostra pur giovane storia aziendale, a lui va il merito di aver saputo raccogliere le nostre idee, il nostro progetto-vino e renderli tecnicamente perfetti, era arrivato però il tempo di camminare una nuova strada”; così Paolo Sibillo suggella il passato e presenta il debutto dei due nuovi cru di Fiano di Avellino 2009 (Alimata e “22”) e questo interessante Greco di Tufo Contrada Marotta 2009.
Il vino nasce integralmente dalle uve allocate in Contrada Marotta, nel comune di Montefusco, ad una altitudine vicina ai 650 mt. Slm, il sesto d’impianto è di 2,20 metri x 1 metro con allevamento a guyot, la produzione annua per ettaro non supera i 60 quintali. La vendemmia 2009 è stata svolta nella prima decade di ottobre ma nulla vieta, vedi questa vendemmia 2010 di prolungare oltremodo la maturazione in pianta. Le uve, successivamente alla diraspapigiatura con pressatura soffice sono vinificate solo in acciaio e soggette ad una leggera macerazione pellicolare, poi lungamente affinate sulle fecce fini sino all’imbottigliamento che è avvenuto a circa sei mesi dalla vendemmia. Il colore offre una bella veste cromatica giallo paglierino abbastanza carica, il naso, come spesso accade per il Greco, non offre un ventaglio olfattivo particolarmente verticale, però è molto interessante notare come la pur sottile insistenza delle sensazioni floreali, erbacee e fruttate sia in continuo divenire con l’ossigenazione nel bicchiere. In bocca l’ingresso è bello ampio, il vino mostra subito una marcia in più, ammanta il palato, baldanzoso, scandisce sensazioni “acido-quasi-tanniche” davvero notevoli che ne fanno un bianco dalla beva particolarmente interessante, rinfrescante e piuttosto persistente. Il frutto è ineccepibile e con buona pace del tempo non è azzardato aspettarsi una promettente evoluzione in bottiglia. Un vino da bere adesso per averne coscienza, da riprovare di qui ad un anno per cercare conferme, da segnare in agenda e da tenere d’occhio per meglio apprezzare l’idea che Villa Raiano ha deciso di lanciare con questi crus, una sfida al territorio ed un invito al mercato: Il greco di Tufo, come il fiano di Avellino hanno nomi propri ed identità precise da valorizzare e quindi, saper cogliere. Buona secondo me, anche l’idea, su questi vini, di un ritorno alla più tradizionale bottiglia borgognona alta invece che della solita – inflazionata – tronco-conica e di etichette dal sapore antico che strizzano l’occhio ai cugini francesi!
Tag:calafè, cilento, contrada marotta, fortnato sebastiano, greco di tufo, irpinia, paolo sibillo, villa raiano, vini campania, viticoltori migliozzi
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14 ottobre 2010
Un vino incomprensibile! Con un evidente difetto enologico! Davvero strano, si avvia ad una evoluzione inaspettata. Cavolo! Un vino davvero incredibile, eccezionale!

Vi siete mai chiesti perchè Bordeaux è, nell’immaginario collettivo, un luogo culto per il vino nel mondo? La risposta è banalmente semplice, ma purtroppo non così scontata come appare: qui si fanno grandi vini, ma soprattutto si costruiscono grandissime leggende. E’ vero, i francesi in questo ci sono andati a nozze alla grande, furbetti come sono hanno creato ad hoc storie e storielle varie mettendoci di mezzo ora la nobiltà dei terreni, la preziosità delle uve locali, poi la nobile arte dei vignerons, la maestria dei negotiants: insomma, dei gran commercianti!
Ma i vini? Ehmbè, non tutto quello che ci arriva da bordò è da prendere per oro colato, ma certi vini hanno la capacità di entrarti dentro alla grande, ficcarti bene in mente che 150 vendemmie hanno pur un significato superiore all’ultimo coglione arrivato, che una terra seppur sia baciata da Dio ha avuto la fortuna, sfacciata, di essere camminata e vissuta da uomini capaci di valorizzarla e non solo di depredarla, e soprattutto, che i vini qui partoriti sono figli di tutti non per la stupida idea venuta a qualcuno di cabernettizzare o merlottizzare le vigne di ogni dove ma più semplicemente perchè i cabernet ed i merlot che qui nascono hanno una identità precisa, un dna compiuto, un profilo unico ficcatogli nelle radici e poi nel vino dalla terra e non dall’uomo!

La Conseillante è a Pomerol, ed è a tutti gli effetti uno tra i più ambìti Chateau dell’appellation, le sue vigne ricadono proprio al confine tra quelle di St. Emilion e per l’appunto Pomerol, nelle vicinanze di Chateau Cheval Blanc e Petrus. Il vigneto è di circa 29 ettari, piantato a Merlot e Cabernet Franc su terreni composti perlopiù di argilla misto a ghiaia, con evidenti depositi di sabbie e ferro.
Il Pomerol 2005 è un vino incredibile, capace di allontanare, farti storcere il naso, poi di conquistarti sino a lasciarti sciogliere dall’invidia per non aver mai bevuto prima nessun merlottone così buono come questo!
Il colore è un colpo al cuore, nerastro con evidenti sfumature porpora, praticamente impenetrabile; del primo naso ne faresti a lungo a meno, tracce ematiche miste a ferro e funghi, un vino con un tale esordio olfattivo ha di solito i secondi più o meno contati prima di vedere le rotondità del mio lavandino, ma qualcosa mi tiene il naso attaccato al bicchiere, più me ne allontano per non lasciare assuefare le narici più ne rimango affascinato; c’è, dietro l’angolo, un vortice di sensazioni olfattive che di li a poco si manifesteranno in maniera a dir poco entusiasmante.
Così armato di santa pazienza, travaso il vino da un calice all’altro, e via così per almeno un quatro d’ora, adesso quello che per alcuni è un timbro identitario ma che per me era solo una mera sgradevole sensazione, ha lasciato il posto a note certamente più interesanti e intriganti: il frutto prima di tutto, fresco e polposo, lamponi neri e mirtillo su tutti, poi note floreali di violetta, sino a liquirizia e vaniglia, tutte note speziate fini ed eleganti, che rendono a questo vino una trama olfattiva molto suggestiva, che vira continuamente tra la frutta e l’etereo, tra la confettura e l’inchiostro. In bocca poi è possente, l’ingresso è ricco, il frutto quasi masticabile, il palato viene preso d’assalto da un vino di nerbo e voluttuoso, non proprio seta pura ma certamente caratterizzato da tannini nobili e più che digeribili. Il tempo gli conferirà maggiore grazia, adesso esprime tutta la fierezza dell’uvaggio e della sua nobile terra di origine. Un gran bel vino!
Questo vino è il nostro vino straniero dell’anno.

Tag:angelo di costanzo, bordeaux, cabernet franc, chateau la conseillante, degustazioni vini, francia, merlot, pomerol, terroir, vini francesi
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12 ottobre 2010
Ci sono occasioni da cogliere al volo, situazioni da non lasciarsi sfuggire, degustazioni da non perdere, di quelle che ne capitano davvero poche, soprattutto di questi tempi! Così scoprire che proprio dietro l’angolo danno una degustazione eccezionale di quattro fuoriclasse francesi, solletica – non poco – l’idea che dieci o quattordici ore di lavoro non fanno poi così tanta differenza quando di mezzo c’è la passione 🙂 !

Il Domaine de la Romanée Conti ha una storia tanto tribolata ed affascinate quanto preziosa e inarrivabile la grandezza dello scudo gentilizio di cui si fregia oggi: è icona fatto vino, un feticcio, di cui ogni buon appassionato sente, naturalmente, la necessità di nutrire, conservare gelosamente, raccontare con infinito trasporto. Camminare le vigne di Vosne Romanée poi è una esperienza indimenticabile, pestare ogni singolo decimetro quadrato di quella terra può assurgere, in alcuni casi, ad un primo passo sulla luna. Incredibile ma vero!
La storia comincia nel 1451 quando i monaci del convento di St. Vivant decidono di vendere alla famiglia Croonembourg la piccola vigna chiamata Cros de Clou, di appena 2 ettari. Mai avrebbero pensato di stare cedendo quella che poi sarebbe divenuta la vigna più ricercata, preziosa, costosa nel mondo! Nel 1760 compaiono sulla scena i Principi di Conti, che rilevano la proprietà e decidono che il nome del piccolo domaine passi da Cros del Clou a La Romanée; la storia più recente invece è costellata di innumerevoli fatti e vicende in chiaroscuro, di proprietà poco lungimiranti, di negotians poco avveduti e capitalisti stranieri che nel venire come nell’andarsene tanto ci hanno messo di loro quanto ben guadagnato: il marchio, quello de La Romanée Conti – oggi gestito dai monsieurs Aubert de Villaine ed Henry Roche – comunque siano andati i fatti, rimane indiscutibilmente il più amato, ambito ed osannato nel mondo del vino.
Il nome Grands Echezeaux (nella mappa in alto è ben visibile proprio al confine con il Grand cru Vougeot) trae origine da “chezal” (chezeaux al plurale), termine che un tempo stava ad indicare un casale o un raggruppamento di alcune case. E’ nel 1855, quasi in contemporanea con la classificazione in atto nel bordolese, che l’autore Jules Lavalle, sull’esperienza precedente di Denis Morelot, decise di identificare Les Grands Èchezeaux come tête de Cuvée, una distinzione che potremmo definire, in termini di qualità, ancora più restrittiva di quella del Grand cru attuale, di cui ha conservato nel tempo, pressochè immutata, anche la superficie.
Il vino ha un bellissimo colore rubino scarico, la luce riflette armoniosamente tutte le sfumature ramate pennellate di prima mano dalla terra. Il primo naso è uno schiaffo minerale, in quel bicchiere, nelle due ore trascorse da bravo scolaretto dietro il mio banco, ci rimetterò il naso almeno un centinaio di volte; Invitante, verticale, complesso, note di frutta croccante, cipria nell’aria, polvere di argilla, un naso profondo, elegante, finissimo. In bocca è secco, austero, ma di una bevibilità assoluta, rivelata in maniera ineccepibile, tannini raffinati, di lineare aristocraticità, nessuna sbavatura alcuna, solo nel finale di bocca si piega ad una sterzata terragna, un ritorno quasi ferroso, certamente minerale. Probabilmente non sarà questo il vino di Romanée Conti da condividere nuovamente con i posteri di qui a 20 o 30 anni, pare troppa grazia già espressa, prontissimo da bere, a suo modo troppo sincero per vendersi tale promessa: però che bevuta, che esperienza, e pronto a rifarmi la bocca!
La degustazione – guidata dal Master of Fine Wine di Vinifera – Paolo Repetto, si è tenuta Lunedì 11 ottobre al Grand Hotel Quisisana in Capri, organizzata dall’ Enoteca Segreta della famiglia Pollio.
Tag:anacapri, borgogna, capri, cote d'or, cote de beaune, cote de nuits, croonembourg, grand cru, grand hotel quisisana, grands echezeaux, isola di capri, la tache, madamen leroy, pinot nero, principe di conti, vosne romanée
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5 ottobre 2010
Alessandro Marra ha partecipato ad una interessante verticale di questo vino bianco piemontese che di certo non t’aspetti arrivi dalle langhe, prodotto in uno dei luoghi culto per il nebbiolo in assoluto, l’areale di Serralunga d’Alba; Alessandro ce ne lascia traccia in questo puntuale e lucidissimo resoconto; Aggiungo solo, spero di ricordare bene, che “Hérzu” in gergo dialettale locale, dovrebbe proprio indicare la particolare condizione nelle quali allignano le vigne sulle colline – scoscese appunto – di Cigliè, paesino ai confini con la valle del Tanaro monregalese. (A. D.)

Dici Piemonte e ti vengono in mente in rapida successione Barolo, Barbaresco e una-due-tre barbera. Rossi, sempre e comunque rossi, rossi e rossi ancora. Non penseresti mai di trovare un bianco degno di nota; O almeno questo pensavo io, stupidamente, prima di incontrare timorasso e erbaluce. Poi, ti imbatti in un riesling renano e rimani spiazzato. “Io quello lì lo voglio proprio conoscere, ho pensato”. Parlo di quel gran personaggio di Sergio Germano al quale mi piacerebbe chiedergli come diavolo gli sia venuto in mente di piantare riesling in Langa, a Serralunga d’Alba poi, terra natia di grandi Barolo, così per dire. Una sfida? Magari sì. A giudicare dai risultati, un’intuizione. L’azienda Ettore Germano (Ettore è il nome del papà, scomparso qualche anno fa) produce circa 70 mila bottiglie dai 13 ettari di proprietà. Non uno, bensì tre bianchi: questo riesling renano su terreni a circa 500 metri di altitudine, uno chardonnay in purezza e un uvaggio di riesling e chardonnay. Ecco in sequenza gli assaggi della verticale di Hérzu organizzata dall’amico Giuseppe Sonzogni, patron dell’ Enoteca Vintage di Cesano Maderno alla porte di Milano.
Langhe bianco Hérzu 2009 (13%) Il colore paglierino è piuttosto timido. La prima impressione è che profumi di mela e fiori bianchi, direi camomilla, anche se – nonostante la giovane età – si percepiscono i primi tratti idrocarburici. Odora anche di litchi, non tanto la polpa quanto invece la buccia. I profumi non sono un granché intensi ma eleganti, quello sì. L’attacco in bocca è più intenso che al naso, sorso fresco e bello sapido. Il finale è lungo, scattante e pienamente rispondente alle sensazioni olfattive, con le note di mela e prugna acerba che lasciano via via spazio a quelle di limone e pompelmo, quasi di citronella, di caramelle gommose, ricordate le fruit joy.
Langhe bianco Hérzu 2008 (13%) Al naso è inizialmente più idrocarburico e si differenzia dal precedente millesimo anche per il colore, un paglierino leggermente più carico. L’intensità è prerogativa sia del naso che della bocca. Al naso, in particolare, tornano alla mente profumi di una frutta più matura, di pompelmo e di fiori bianchi. Ha un’eleganza diversa, dovuta anche alla differente incisività dei profumi di cherosene. Regala grande soddisfazione in bocca dove il sorso, sempre agile, è armonico. Negli anni a venire, sono sicuro, saprà dare ancora molto.
Langhe bianco Hérzu 2007 (14%) L’impatto è strano: in assoluto il più chiuso, sembra essere monocorde, fermo com’è su quelle decise sfumature resinose. Si apre a fatica virando sui profumi d’erba e di frutta. Certo è intenso al naso ma soprattutto in bocca dove si propone sapido e ancor più potente, secco, complessivamente più austero. Da quanto si legge in rete, la lavorazione sarebbe in parte diversa con il 10% della massa che è vinificato in rovere; e ci sarebbe anche un taglio del 10% di chardonnay (il sito internet dell’azienda, tutt’altro che user-friendly e verosimilmente anche poco aggiornato, non aiuta). L’ho portato via e ne ho osservato la costante evoluzione con il passare delle ore. L’indomani, a mezzogiorno, era ancora lì: grande tenuta dei profumi e assoluta integrità, nessun cedimento. Ciò che lo differenzia di più dagli altri campioni è il tenore alcolico, di un grado superiore rispetto agli altri. Annata più calda? Eppure nulla, inizialmente, poteva far pensare a una certa maturità. Che magari le escursioni termiche giorno/notte siano state più forti rispetto alle altre annate?
Langhe bianco Hérzu 2006 (13%) Il colore – in un progressivo e regolare scurirsi scendendo d’annata – è più intenso. E così pure la vena idrocarburica del vitigno che qui esce fuori con particolare chiarezza e prepotenza, sin dall’inizio, arricchita dai sentori di frutta e fiori gialli. Non gli manca certo la persistenza in bocca che si esprime sui toni del pompelmo e, inaspettatamente, della radice di liquirizia. Alla lunga, mentre gli altri sono ancora lì a proporsi, lui è già sparito. Probabilmente è il più maturo dei quattro; è difficile, infatti, pensare a un’ulteriore evoluzione in bottiglia, anche per l’assottigliarsi della freschezza. Di certo, è godibilissimo adesso, con tutte quelle sfumature di zolfo e cherosene che tanto mi piacciono in certi bianchi.
Eleganza e durevolezza delle sensazioni, quindi. Per tutte e quattro le annate. Siete ancora sicuri non valga la pena di scoprire i bianchi del Piemonte?
Segui Alessandro Marra su Stralci di Vite.
Si ringrazia per la collaborazione:
Enoteca Vintage
di Giuseppe Sonzogni (nella foto)
Via Milano, 26 – 20031
Cesano Maderno (MI)
info@enotecavintage.it
Tel. 0362 528485
Cell. 333 1041211
Chiuso: Domenica e Lunedì
Si organizzano eventi e degustazioni
Tag:alessandro marra, barbaresco, barbera, barolo, cesano maderno, chardonnay, enoteca vintage, ettore germano, herzu, langhe, mani giunte raccontano, milano, nebbiolo, riesling renano
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4 ottobre 2010
Mi passa davanti un fotogramma, immagino la vendemmia a Quintodecimo¤ nel 2001: Laura e Luigi, vestiti di tutto punto intenti a pestare coi piedi l’aglianico atto a divenire nettare con il quale brindare all’inizio della nuova avventura di Mirabella Eclano.

Ebbene si, sono passati già quasi dieci anni, e pensare che in molti si ostinano a rincorrere modelli preconfezionati pur di non faticare, spesso non hanno nemmeno un metro quadrato di vigna, a volte nemmeno un indirizzo, nella migliore delle ipotesi una buona cantina nelle vicinanze di casa dove comprano o si fanno fare il vino, imbottigliato e già etichettato, rivendicando poi – che faccia tosta! – di essere proprio loro “autentici”, i loro vini quelli “veri” o come capita sempre più spesso negli ultimi tempi – ahinoi la peggiore delle ipotesi – dei rivoluzionari.

Per Quintodecimo è andata diversamente e chi oggi arriva lì in cantina¤ lo respira appena messi i piedi per terra, non appena varcata la soglia del giardino, appena Moio, con la sua disarmante dialettica, sale in cattedra: è questo il secondo fotogramma a cui mi rifaccio, Luigi¤ ama raccontarsi e raccontare mentre è affacciato sulla terrazza che dà direttamente sulla vigna; spende parole chiare, racconta di esperienze professionali fondamentali, di ricerche, microvinificazioni, zonazione (?), di emozioni reali che riesce a trasmettere con forza e precisione, ha tra le mani, le stesse che mentre parla muove nell’aria quasi ad accarezzarla, la storia dell’enologia campana e la porge con la stessa generosità con la quale l’ha immaginata, studiata, vissuta profondamente, lui sì rivoluzionata, prima di consegnarla oggi ai suoi numerosi posteri allievi.
Il Vigna Cerzito 2001 è stato il primo vino prodotto qui a Mirabella Eclano nonchè l’ultimo dall’omonima vigna¤, di oltre trent’anni, che proprio successivamente alla raccolta è stata completamente espiantata per far posto al nuovo sesto d’impianto secondo i precetti del professore. All’epoca l’idea di metterlo in bottiglia, dopo due anni di legni nuovi, nasceva dalla necessità di lasciare una traccia dell’inizio di tutto, non certamente dall’esigenza di fare vino, fattostà che queste bottiglie non hanno mai visto la porta della cantina, al massimo la tavola della cucina di Laura, che è solita offrire solo agli amici più cari. Un vino quindi mai commercializzato, nemmeno denominato, di cui però è bene, credo, lasciare traccia per piacere di cronaca, e perché se molti si rifanno a questo modello di aglianico, austero, asciutto, tannico, vigoroso, sia utile scrivere che proprio Moio sembra averlo superato, a Quintodecimo, da più o meno una decina di anni.

Il colore è maturo, l’unghia ha già ben espressa una chiara nuances aranciata, rimane però cristallino e di buona vivacità. Il naso è decisamente volto a note terziarie, cioè caratterizzato da sensazioni odorose – foglie secche, mallo di noce, terra bagnata, caffè tostato – dovute innanzitutto al lungo invecchiamento passato tra legno e bottiglia; all’assaggio è asciutto, austero, il tannino ancora recalcitrante ma avviato lentamente alla dissoluzione (chissà il nerbo della prima ora?), la beva è generosa ma fluida, marcata da una acidità sottile ma ancora percettibile, appena lievemente amarognolo sul finale di bocca.
Tant’é, pur non esprimendo la verticalità a cui si può fare tranquillamente affidamento nelle più recenti interpretazioni di Luigi, il Riserva Quintodecimo¤ 2004 ne è sintesi disarmante, la complessità, qui compressa da uno start up certamente non facile per una primissima vendemmia, offre una palese dimostrazione di come, pur partendo da una materia prima non di primissimo pelo, Moio sia capace, attraverso una sana ed ineccepibile interpretazione tecnica, la così tanta vituperata ma indispensabile mano dell’uomo, dare voce e lunga vita all’aglianico: eh già, quasi come in un film, professore di nome e di fatto!
Tag:aglianico, angelo di costanzo, exultet, giallo d'arles, irpinia, laura di marzio, luigi moio, mirabella eclano, quintodecimo, riserva quintodecimo, sommelier, taurasi, terra d'eclano, vigna cerzito
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2 ottobre 2010
Non è mai semplice raccontare un vino dolce, il pericolo è che si rischia quasi sempre di finire su considerazioni stucchevoli e ripetitive del tipo “giallo oro, naso mielato e palato dolce e piacevole”.

Negli ultimi 20 anni in Italia ci hanno volutamente propinato tante di quelle ciofeche edulcorate come se ogni uva e vigna sparsa per il paese fossero adatte a produrre vendemmie tardive, passiti o peggio ancora muffati. La regola del listino ampio e per tutti i palati, diciamolo dichiaratamente, ha trovato nel tempo tanti cari estimatori ipocriti facendo sì proseliti ma nutrendo gli appassionati nel modo peggiore, lasciandoli nella convinzione che fin dove crescevano, oltre alle vigne, alberi della cuccagna e paperi e papaveri poteva essere prodotto di tutto, dallo spumantino economico per l’aperitivo al grande rosso da invecchiamento finanche al prelibatissimo vino da meditazione. Così il fenomeno “tutti figli di un Sauternes minore” dopo aver vissuto una partenza lanciatissima protrattasi sino a fine anni novanta, si è visto di molto ridotte le ambizioni scemando sino a ridursi nuovamente in prodotto di nicchia.
Oggi, nel sempre stracolmo pentolone tricolore di Bacco, di uva dolce ne bolle sempre di meno, un po perché fare vini del genere come dio comanda costa un botto e soprattutto perché l’euro pesante ha reso un tantino più complicato anche le belle e ricercate chiusure in “meditazione” delle cenette tra amici; La vita, confesso, è diventata complicata anche per noi sommeliers, poichè oltre alla difficoltà di volgere continuamente lo sguardo al di là dei soliti noti, evitando “pacchi e paccotti” in agguato, ci si è messa anche la creatività, talvolta sopra le righe, di certi chef patissiere, continuamente alla ricerca di una destrutturazione antropica della materia e con essa la folle esaltazione di mille e più ingredienti, il che di certo non ci facilita l’abbinamento: certi dessert appaiono sempre più belli da vedere, buonissimi da mangiare (ci mancherebbe!) ma sempre meno suscettibili ad accostamenti azzeccati o quantomeno lineari.

Detto questo, rimangono sicuri alcuni punti di riferimento assoluto per la tipologia, alcuni vini che rappresentano ognuno un grande valore aggiunto per l’areale di produzione, per l’aziende che li produce o per la valorizzazione di un vitigno o tecnica di produzione: parliamo per esempio di vini straconosciuti come il Ben Ryè di Donnafugata, il Muffato di Castello della Sala, il Ramandolo di Dario Coos giusto per citarne alcuni o piccole perle dell’italica enologia, talvolta misconosciute come il Moscato di Saracena di Viola o il Maximo di Umani Ronchi. Ci sono poi vini come il Terminum che hanno la capacità di essere al tempo stesso iconografia del bere dolce (strapremiato, straraccontato) eppure sempre poco “visto” sulle carte dei vini, defilato come pochi altri pare passare quasi inosservato, perchè?
La cantina di Termeno/Tramin nasce nel 1898 grazie a Christian Schrott, il locale parroco che aveva tra le varie vocazioni quello di essere deputato al parlamento austriaco, fu lui a volere fortemente che i piccoli viticoltori dell’areale sud tirolese convenissero a strutturarsi in cooperative, salvaguardando così il patrimonio vitivinicolo e l’economia di tutti, non solo il proprio. Oggi l’azienda nel suo insieme annovera circa 280 conferitori che ricoprono una superficie di più di 230 ettari vitati. Il Gewürztraminer è un vitigno marcatamente aromatico, i vini che ne nascono, quelli tradizionali sono piuttosto asciutti ed offrono generalmente spiccati sentori di rose e chiodi di garofano e, a seconda della località di origine, una più o meno marcata variabile minerale.
Il Teminum è invece una vendemmia tardiva, cioè le uve vengono raccolte dalla pianta in piena surmaturazione, quando gli acini colmi di zuccheri residui offrono mosti ancor più ricchi e concentrati di aromi e caratteri varietali esaltati poi da una fermentazione controllata e da una maturazione in legno di rovere. Il 2001 è di un bellissimo colore oro, ha saputo preservare tutta la sua vivacità, al naso si offre con una complessità impressionante, la frutta candita lascia subito campo toni mielati e a spezie finissime, alla cannella, a note balsamiche ed eteree, particolarmente fini e persistenti. In bocca è dolce, la sensazione è che gli zuccheri residui abbiano ampiamente preso il sopravvento forgiandone la spina dorsale ma ciononostante, dopo quasi un decennio non risulta per niente stucchevole, tutt’altro, estremamente piacevole. “Oddio! Giallo oro, naso mielato e palato dolce e piacevole”: lo sapevo che andava a finire così!!
Tag:alto adige, ben ryè, cantina di termeno, christian schrott, dario coos, donnafugata, gewurztraminer, kellerei tramin, maximo, moscato di saracena, muffato della sala, nussbaumer, picolit, sud tirol, terminum, umani ronchi, viola
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28 settembre 2010

L’aglianico, un vino da bere quando? Questo Taurasi anche ora…
Molti paventano il 2004 come il millesimo di riferimento per questa storica denominazione irpina, ma guardando all’ampia eterogeneità della tipologia non si fa certo fatica a pensare che vi siano stati, pur in maniera altalenante, già provvidi segnali di rinascita, dopo un lungo e amorfo peregrinare sin dalla prima metà degli anni novanta, culminato con vini come per esempio il Radici Riserva 1999 di Mastroberardino (etichetta bianca, ndr) o dello stesso millesimo il Contrade di Taurasi di Sandro Lonardo, da considerarsi a mani basse, ognuno nella propria dimensione, pura esaltazione del varietale, nonché espressione di autentica territorialità passata attraverso un magistrale esercizio di stile. Ecco, mi piace pensare che sono questi i vini da avere come modello e specchio dell’anima di un terroir straordinario come quello taurasino, magari il volano di rilancio che si auspica, evitando se possibile déjà-vu banali e pacchiani come quello che mi è capitato di leggere di recente – sorridendo non poco – su una etichetta/manifesto, buona solo ad un’inutile autoreferenzialismo isterico e nulla più, della serie “io il vino lo faccio con l’uva, e tu?”
Il Taurasi continua a soffrire il mercato, si dice, fa fatica a reggere in numeri prodotti, a penetrare in quello che conta o quantomeno occupa costantemente una posizione troppo defilata rispetto a quella ambìta e che certamente meriterebbe di avere nelle carte dei vini dei ristoratori come nel cuore di ogni appassionato avventore del mondo. L’aglianico di Taurasi è un signor vino, ancora tutto da scoprire però, ed ecco perché secondo me, chiavi di lettura come questo Terzotratto 2005 de I Favati, seguita oggi da Vincenzo Mercurio, pur non centrando appieno il cuore riesce ad evocare un fascino ed una piacevolezza che può solo far del bene alla nomenclatura taurasina. La vocazione della piccola azienda di Cesinali è – e deve rimanere – il Fiano di Avellino, il loro Pietramara rappresenta una perla del corollario bianchista irpino e campano ed anche nelle annate cosiddette minori, è capace di sfoderare una cifra stilistica davvero convincente. Sull’aglianico il percorso è appena agli inizi, proprio del Terzotratto ci siamo occupati più o meno un anno fa e analizzando questo secondo millesimo non si può non registrare un interessante passo avanti verso un approccio con la tipologia, sicuramente meno efficace degli altri sopra citati ma non per questo meno emozionante, tutt’altro: un vino caratterizzato da un bel colore rubino, netto e vivace, con un naso ampio, costellato di richiami fruttati maturi, vegetali e di appena accennata terziarizzazione.
Facendo buon uso dell’ossigenazione, vengono fuori gradevoli tracce di sottobosco che conquistano spazio ed una discreta verticalità: ancora, note tostate di un legno puritano, sbuffi cioccolatosi che sembrano giocare, un sorso dopo l’altro, a rimpiattino con il palato, infondendo alla beva un nerbo sottile ma costantemente sostenuto da un tannino chiaramente nobile, una bella freschezza e quindi, una franchezza a dir poco ineccepibile. L’andamento climatico del millesimo non ha certo favorito una gestione didattica del varietale, dopo un inizio quasi caustico e le forti precipitazioni di fine estate sembrava dover presentare il conto a parecchi in zona, ma la diluizione del frutto si è scongiurata grazie ad una rapida ripresa delle piante proprio nel periodo antecedente la vendemmia, risultando come manna dal cielo proprio per l’aglianico, qui raccolto come consuetudine dopo i primi giorni di novembre. In definitiva un ottimo lavoro per un ottimo vino ed un prezzo, non più di 18 euro in enoteca, decisamente superlativo!
Tag:angelo di costanzo, cesinali, enoteche, giancarlo favati, i favati, irpinia, lonardo, mastroberardino, piersabino favati, rosanna petrozziello, taurasi, taurasi terzotratto, vincenzo mercurio
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27 settembre 2010

L’annata 2003 è passata alla storia per l’incredibile andamento meteorologico, per un caldo torrido, fuori da ogni previsione che ha imperversato senza tregua sino a raggiungere, in alcuni frangenti della stagione, temperature assurde, condizione questa favorita anche dalla miserabile scarsità delle precipitazioni registrate. Tantè che i dati analitici pre-vendemmiali subito fecero, all’epoca, enorme scalpore, facendo sorridere molti, soprattutto coloro che ogni anno per compiacere un mercato sempre più smanioso di curve e rotondità erano costretti a “ravvedere” mosti poco concentrati ricorrendo a macchine infernali o quantomeno ad assumere a tempo determinato un enologo-prestigiatore; Per molti altri invece, il millesimo ha semplicemente consegnato agli annali almanacchi, vini surmaturi e privi di nerbo, e dove invece non cotti, marmellatosi, decisamente privi di carattere, destinati più semplicemente ad una vita piuttosto breve.
Il più grande piacere che può offrire una bottiglia di vino, oltre alla facile libidine dell’ebbrezza, è la scoperta, ancora più grande e deliziosa se inattesa ma soprattutto quando viene a conferma dell’idea che l’eccezione alla regola è un valore, semmai ne avessimo ancora dubbio, da non sottovalutare mai, anche di fronte a pregiudiziali così nitide, nel vino in particolar modo. Così è capitato a tiro, in una bevuta tra Amici di Bevute – rigorosamente alla cieca – un assaggio piuttosto atipico, in una batteria di una dozzina di campioni che volevano parlarci di aglianico e che invece ci hanno costretti a riflettere che forse sarebbe ora di rivedere certi precetti ovvero di rifarsi la bocca con il più classico dei blend campani, l’aglianico maritato al sempiterno misconosciuto piedirosso, interpretato in maniera eccelsa proprio dal Camarato di Villa Matilde.
Per gli amanti dei dati tecnici, il Camarato nasce nelle tenute di S. Castrese a Sessa Aurunca in provincia di Caserta, non lontano dalla cantina storica della famiglia Avallone a Cellole, sulla litoranea statale Domiziana. Qui i suoli sono di origine vulcanica con una buona dotazione di fosforo e potassio, i primi impianti sono stati fatti nel 1970, la loro collocazione altimetrica non supera i 150 mt. slm ed i ceppi sono stati piantati con non meno 4500 viti per ettaro, per l’epoca un gran passo avanti per il territorio. L’allevamento è a guyot e generalmente non si va oltre le sei gemme per pianta; Il mosto ottenuto viene lasciato in fermentazione con sue vinacce per circa 25 giorni, dopo la malolattica, il vino passa in legno, affina in barriques di rovere di Allier per almeno 12 mesi e successivamente in bottiglia per ancora due anni circa.
Il 2003 nel bicchiere, un vino per i posteri, dal colore granato appena aranciato sull’unghia, cristallino e vivo. Il naso è sottile e ficcante, il tempo ha concesso al piedirosso di venire fuori alla grande con tutta la sua eleganza, tutta la sua lineare, composta fragranza floreale passita, con in più un finale, lieve, dall’impronta terrosa, di cuoio e spezie fini ad infondere complessità e tipicità. In bocca è sorprendentemente sottile, l’ingresso è asciutto, pacatamente equilibrato, il primo sorso scivola via che è un amore, i successivi non hanno nemmeno bisogno di essere pensati. Un vino decisamente godibile, probabilmente per niente vicino alle annate precedenti e future e nemmeno alle aspettative di questo millesimo, ma capace, come detto, di smuovere la coscienza, quantomeno la nostra, e far parlare, parlare, parlare, e riflettere!
Tag:aglianico, almanacco, Amici di Bevute, angelo di costanzo, camarato, campania, cellole, domiziana, falerno del massico, maria ida avallone, piedirosso, sommelier, tani avallone, tenuta san castrese, vigna camarato, villa matilde
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25 settembre 2010
Ricordo come fosse ieri quando, più o meno una quindicina di anni fa, lavorando tra i tavoli di uno dei ristoranti più cool dell’epoca a Pozzuoli, La Fattoria del Campiglione, non di rado mi capitava di aprire signore bottiglie, a volte in una sequenza e con una costanza che avrebbero fatto imbarazzo anche alla migliore “cantina” d’Italia.

Tra i vini più gettonati vi erano immancabili alcuni tra i nomi già allora storici dell’enologia italiana e gli immancabili SuperTuscan che vivevano, forse, il loro momento top: Sassicaia, Ornellaia, Solaia e i vari figli di un “aia” superiore sembravano lanciatissimi in un’ascesa inarrestabile, e con i vari Gaja e Biondi Santi – come se l’uno e l’altro producessero un solo unico vino di inestimabile valore – sembravano assurgere a pane vino quotidiano, la bottiglia da non far mancare sulla tavola, lo status symbol da sbattere in faccia ad amici enogastrofanatici o come talvolta accadeva, più semplicemente un classico e banale sciovinismo di ignoranti enosboroni alla ricerca di alcol e tannini per allungare la bottiglia di coca-cola da un litro.
Nel mezzo di tutto questo marasma enoico, tra il dire fantastico ed il mio illibato diletto da provetto sommeliericchio, ci capitavano di tanto in tanto una o due bocce di tal Quintarelli Giuseppe o del suo mite ma ambizioso allievo Romano Dal Forno: erano quelli, momenti di gran confusione frammisti però alla tangibile percezione di stare maneggiando nettare ieratico a cui mai avevo avuto accesso prima di allora, e non sapevo, puntualmente, dove andare a parare per avere un riferimento utile degustativo per meglio comprendere l’intensità, l’opulenza e la profondità che questi vini erano capaci di scatenare, al naso come al palato; poi, nel tempo, capii che non ne esistevano, probabilmente erano proprio quelli dei nuovi a cui guardare.
Di Romano Dal Forno e del suo maestro Quintarelli non oso nemmeno scrivere due righe, ma solo perchè nonostante le belle esperienze sensoriali successive agli esordi appena descritti, maturate tra l’altro con una coscienza sempre più ferrata in materia, non ho avuto ancora l’onore di toccare con mano le loro realtà, pertanto, speranzoso di camminare nuovamente quelle terre per finalmente colmare questo vuoto, vi rimando a questo bellissimo ed esaustivo pezzo di Roberto Giuliani che trovate su LaVINIum, leggerlo vi aprirà la mente su una storia, quella di Dal Forno, che oggi è sì leggenda, ma che ha origini ancora più suggestive.
Dove invece ci metto volentieri la bocca è su questo straordinario vino, il Valpolicella Superiore Monte Lodoletta 2004, quest’anno assaggiato, tra i tanti, in più di una occasione; sorpresa delle sorprese, l’altra sera con gli Amici di Bevute, radiografandone a puntino tutte le possibili sfumature l’abbiamo consacrato a pieni voti a… “Mamma che vino!”. Il Colore ha una carica impressionante, è puro inchiostro, cristallino, impenetrabile e vivacissimo, pare ancora sobbollire nei tini; il primo naso offre uno spin up incredibilmente coinvolgente: frutta macerata, polpa di frutti neri in confettura, cioccolato, cuoio, cipria. In bocca ha un attacco deciso, infonde immediatamente una gran voluttà, ha muscoli tonici e non vuole certo nasconderli ma, come forse solo in pochi, non tende all’ostentazione, piuttosto scivola via setoso, fresco, pulito, in profondo equilibrio, lasciando il palato imbrigliato tra il frutto decisamente croccante ed una sostanza glicerica sostenuta eppure mai stancante, di estrema finezza ed eleganza: proprio un gran bel vino, che vale tutti i novantacinque/cento euro che vi chiederanno in una onesta e fornita enoteca.
Ecco, credo proprio che puoi rischiare di lasciarci il naso in un bicchiere del genere, pensare di farla finita una volta per tutte con i cosiddetti vini facili (ma quali sono poi?), eppure penso che sono proprio grandi vini come questo che ti lasciano apprezzare quanto possiamo ritenerci fortunati in Italia ad avere terre e vigne così profondamente dissonanti ed uomini e vini così marcatamente diversi tra loro, a volte più unici che rari, con buona pace dell’effimera, stupida omologazione che, non ultimo vedi il caso Cirò, non si smette ancora oggi, di rincorrere.
Tag:angelo di costanzo, biondi santi, fattoria del campiglione, gaja, giuseppe quintarelli, illasi, monte lodoletta, ornellaia, pozzuoli, romano dal forno, sassicaia, solaia, valpolicella superiore, verona, veronese, vini
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21 settembre 2010

E’ il bianco dell’estate 2010! E’, senza dubbio alcuno, lo stupore per i palati più fini in cerca di un easy to drink finalmente convincente, è la protagonista assoluta delle nostre e vostre tavole, è letteralmente, una escalation di il, lo, la che più di uno schiaffo all’Accademia della Crusca sembra essere la conferma di un paradosso tutto italiano: versatilità unica e decisamente rara per un unico vitigno, che fa, di una tra le uve più coltivate in Campania, a seconda della vocazione territoriale (o se vogliamo delle esigenze di mercato) adesso un vino spumante, poi fermo, degno di nota pur quando macerato o all’evenienza dolce frutto passito: insomma, ogni volta decisamente fuori dall’ordinario, una vera potenza al servizio della bevibilità e, dato non trascurabile, per tutte le tasche 🙂 !
Astro brut spumante di Falanghina s.a. Cantine Astroni, rimane una delle interpretazioni più gradevoli e corroboranti del vitigno spumantizzato con il metodo charmat. Le uve sono in parte flegree ed in parte beneventane, la beva danza sull’equilibrio minerale delle prime e sulla acidità delle seconde: una bottiglia, in due, va via più veloce della luce: quanto valgono 8 euro?
Brezza Flegrea spumante di Falanghina s.a. Cantina del Mare. Ad oggi è la bollicina che più mi ha impressionato tra quelle pensate in terra flegrea. Siamo sulle coste a strapiombo sul mare di Monte di Procida, il vino di Pasquale Massa e Gennaro Schiano ha personalità e complessità da vendere, davvero una bella sorpresa anche per i palati più preparati alla tipologia, da tutto pasto. Da € 15
Campi Flegrei Falanghina Cruna DeLago 2008 La Sibilla, Ne ho raccontato, ampiamente, in un precedente post, continuo a pensare che negli anni l’azienda di Luigi Di Meo e Tina Somma e questo vino in particolare, vanno delinendosi un ruolo nei Campi Flegrei tanto rilevante quanto, per esempio, Sandro Lonardo a Taurasi: autentica espressione territoriale! Da € 15
Campi Flegrei Falanghina Vigna del Pino 2006 Agnanum. Raffaele Moccia è viticoltore ad Agnano, se non fosse per lo storico ippodromo fareste fatica anche a capire dove sia, a Napoli, Agnano. Molti, negli anni, lo hanno identificato come un vignaiolo di città, lui continua a preferire definirsi più semplicemente un agricoltore, come a voler sottolineare, semmai ce ne fosse bisogno, il suo legame con la terra di origine, che non ammette – dice – specializzazioni, richiede solo tanta fatica, sacrifici; Quei 3 ettari e mezzo di vigna sono la stessa terra solcata nel tempo dal nonno e dal padre, e oggi, con viva speranza, sogna di consegnarla, un giorno, nelle mani del nipotino. I vini di Raffaele gli assomigliano, sono terra vulcanica e frescura notturna, sono crudi ed imperfetti come cruda ed imperfetta è la realtà che circonda le sue vigne. Ma sono vini veri, seri, “fatti con l’uva”, direbbe se fosse qui al mio fianco nel dettarmi cosa scrivere. Il cru Vigna del Pino ’06 ha avuto tempo per aggiustare il tiro, la pulizia olfattiva non è mai stato il suo forte, e forse nemmeno il colore, oggi bello carico, un po sopito, ma se volete avere idea di come e cosa può esprimere una falanghina dei Campi Flegrei negli anni, segnatevi in agenda questo vino, vi aprirà la mente: è figlio di frutti selezionati e trattati come perle, il timbro gustativo è maturo ma di ficcante acidità, pieno, salino, evocativo! Da € 14 (ma non ne troverete in giro, ndr).
Falanghina Beneventano 2008 Poggi Reali (Guido Marsella). La verità, diciamocela, è che proprio non ci va giù che un produttore, vigneron d’avanguardia in terra di fiano di avellino vada predicando il mercato con vini che non appartengono alla sua vocazione. Così per rimpinguare il listino, oltre ad un mediocre Greco di Tufo, il buon Guido si è inventato con il marchio Poggi Reali questa falanghina che invece va detto, è davvero deliziosa, affiancandola al suo già famoso fiano di Summonte. Cercatela e bevetene, è un vino che merita l’assaggio, bello da vedere, docile al naso, asciutto e piacevolmente acido al palato. Da € 12
Sannio Falanghina Via del Campo 2008 Quintodecimo. Siamo alle solite, il sommelier che non riesce a far altro che parlar bene del professor Luigi Moio: ebbene si! Sfido chiunque a non riconoscere nei vini di Quintodecimo un determinato senso di appagamento gustolfattivo. Anche su questa falanghina, raffinata esecuzione il cui nome va all’indimenticata sonata di Fabrizio De Andrè, dove aleggia l’anima nobile di un vigneron che insegue il proprio ideale, non è forse il maggiore conoscitore in circolazione del varietale?“[…] e ti sembra di andar lontano, lei ti guarda con un sorriso, non credevi che il paradiso fosse solo lì, al primo piano sorso […]”. Da € 28
Roccamonfina Fiorflòres 2009 Tenuta Adolfo Spada, Ernesto Spada è un gran signore, con il fratello Vincenzo hanno preso molto sul serio un mestiere che in realtà nasce dalla voglia di mettersi in gioco, guardare con occhi diversi un’antico pallino familiare, il desiderio del papà Adolfo di fare a Galluccio un grande vino, ed il Gladius se ancora non lo è poco gli manca. Il Fiorflòres invece è appena sbocciato, un passo avanti – mi dicono – alla falanghina+fiano Flòres che aveva esordito appena un paio di vendemmie fa ed accantonata (solo per il momento?) per far spazio a questo cru 100% falanghina con origini, e timbro organolettico, flegrei. Dal colore paglierino tenue, ha naso lieve ma fine, in bocca mostra una bella spalla acida ed un finale decisamente piacevole, con qualche mese in più di bottiglia si potrà goderne pienamente il frutto, per cui aspetto e spero. Da € 9
Sant’Agata de’ Goti Falanghina 2009 Mustilli, imbattibile per leggerezza e bevibilità, rimane, assieme a pochi altri, il vino di riferimento per la tipologia in Campania. La storica azienda di Sant’Agata dei Goti, che ha letteralmente inventato la falanghina come vino da tavola di qualità offre puntualmente, ad ogni vendemmia, una interpretazione assoluta della sua falanghina. Dal colore sempre cristallino, ha un ventaglio olfattivo pronunciato e schietto, in bocca è secco, fresco e sul finale si evidenzia una delicata amarognola. Pochi i vini bianchi da pesce come questo! Da € 8
Taburno Falanghina Adria 2009 Torre dei Chiusi. Domenico Pulcino lavora in maniera essenziale, fermo nel sostenere i principi dettati dai suoi predecessori ed è indiscutibilmente un ottimo interprete della sua terra. Il Taburno ha da tempo trovato i suoi protagonisti assoluti, i volumi della Cantina del Taburno, le visioni di Libero Rillo (ricordate la falanghina “2001”?), la costante crescita di Fattoria La Rivolta e via via sino a dare spazio e degno lustro ai nuovi arrivati, Nifo Sarrapochiello e per l’appunto l’azienda Torre dei Chiusi. Falanghina di gran nerbo questa di Domenico, spiccatamente varietale al naso ed incalzante nella beva, un vino pulito, buono e non di meno di giustissimo prezzo! Da € 8
Roccamonfina passito Eleusi 2006 Villa Matilde. Non poteva mancare, in questo breve viaggio nel mondo della falanghina, una segnalazione ad hoc versione dulcis in fundo. Sia chiaro, in molti si sono cimentati negli anni nella tipologia, ed i risultati di eccellenza non si sono certo fatti attendere, si pensi ad esempio al beneventano Jocalis dei fratelli Pascale di Aia dei Colombi o magari al particolarissimo Passio di La Sibilla nei Campi Flegrei, però l’Eleusi di Tani e Maria Ida Avallone rimane il bianco dolce di maggiore riferimento in regione, costanza ed affidabilità sul varietale sui generis. Dal colore ambra cristallino, naso soavemente incentrato su frutta secca, scorze di agrumi e di albicocca candita e malto d’orzo. Come da manuale l’acidità che ritorna appena dopo la deglutizione ad infondere equilibrio e compostezza. Da € 21 (0,375)
Questo vino è il nostro vino dolce dell’anno.
Nota a margine: come sempre nessun voto, solo esperienze tangibili di bevute sul campo e constatazioni tra i tavoli, ma cosa insolita, vi indichiamo per tutte le etichette segnalate il prezzo; Non lo facciamo spesso perchè ci sono tante variabili (distribuzione, regione, enoteca o ristorante, ecc…) che incidono sul prezzo finale al consumatore, pertanto quello segnalato qui – in enoteca – è da ritenere puramente indicativo. A voi, una volta bevuti, l’ardua sentenza; Per saperne di più sul varietale, potete leggere qui la radiografia del vitigno.
Tag:agnanum, aia dei colombi, campi flegrei, cantine astroni, cantine del mare, domenico pulcino, ernesto spada, falanghina, gennaro schiano, gerardo vernazzaro, guido marsella, la sibilla, libero rillo, luigi di meo, luigi moio, maria ida avallone, metodo charmat, mustilli, nino pascale, paolo cotroneo, pasquale massa, poggi reali, quintodecimo, raffaele moccia, sant'agata de'goti, taburno, tani avallone, tenute adolfo spada, tina somma, torre dei chiusi, varietale, vigna del pino, villa matilde
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19 settembre 2010
Stamattina ho ricevuto una mail, un messaggio che mi ha profondamente colpito (e gratificato), dove le parole che leggevo raccontavano sobriamente una reale emozione, quella di cui in effetti abbiamo spesso necessità di vivere per stare bene con noi stessi e con gli altri, e perchè no, ritrovare in un vino.
“[..] ho seguito a lungo il tuo scrivere su diverse pagine in internet, sono per esempio un fan di Luciano Pignataro, e una sera, trovandomi in vacanza a Capri sono tra l’altro venuto a trovarti al Palace; non è stato necessario presentarci, hai immediatamente, con la tua disponibilità, conquistato il tavolo tutto: ci hai fatto bere quello che volevi, anche il misconosciuto Grecomuscio che ho imparato solo in seguito a comprendere meglio ed apprezzare. Per caso ieri sera, cercando tue nuove recensioni sul web, mi sono imbattuto in questa bella, suggestiva recensione che mi ero perso, di un vino, il Taurasi ’88 di Molettieri, che tu stesso definisci “una sottile delusione” . […] saresti capace, come forse nessuno, di vendere sabbia nel deserto, sei un grande!
Questa la recensione in oggetto che riprendo integralmente dal sito dell’amicoLuciano Pignataro per cui la scrissi circa un anno fa.

E’ domenica mattina, finalmente sono a casa, mi giro e mi rigiro nel lettone e tra un’esitazione e l’altra mi accorgo che il tempo è scivolato via tanto velocemente che è già mezzogiorno, rischio di rimanere senza pane fresco per il pranzo. Faccio un salto in centro, a Quarto, sulla strada mi fermo ed entro nel primo negozio a portata di mano, da Gabriellina Bulangerì”: infissi in alluminio verde, scaffali disorientati, generi alimentari e casse d’acqua messi un po’ alla meglio, poco più in la il detersivo, ancora merceria sparsa alla rinfusa e tutto intorno un profumo delizioso ma incipiente di ragù!
Dal fondo della stanza si apre una porta a vetri, uno sbuffo di vapore accompagna la sagoma di un’anziana signora che mi viene incontro, mi saluta e mi da il benvenuto. Le sorrido, stranito, la cucina che intravedo di là della porta è in fermento, due giovani si danno il cambio ad impanare qualcosa che mi pare pollo, una signora con un fazzoletto annodato tra i capelli è intenta a girare qualcosa faticosamente in un pentolone; adesso viene fuori anche l’odore acre di fritto, di melenzane e di friarielli. La situazione è davvero surreale, d’altri tempi come il conto scritto a penna sul foglio di carta del pane a sancire che il mondo ovunque andrà si sarà sempre perso qualcosa o qualcuno per strada: sorrido, stavolta di gran piacere, ringrazio e prendo la via dell’uscita. Ho pensato a lungo a questa scena, ritornatami alla mente appena aperte queste due bottiglie tirate fuori dal caveau del Capri Palace qualche giorno fa per gli amici rimasti a cena a L’Olivo dopo la degustazione I vini delle isole minori.

Perchè? Perchè ho pensato a cosa potesse essere Montemarano 21 anni fa, in una irpinia ancora lontana dal riprendersi dallo choc del terremoto dell’80, a cosa potesse somigliare allora la cantina di Salvatore Molettieri, alle sue giornate su e giù per le contrade Iampenne e Musanni nel vano tentativo di addomesticare le vecchie viti del vigneto Cinque Querce piuttosto che reimpiantarle per compiacere gli imbottigliatori a cui vendeva le uve. Ho pensato a tutto questo, immaginando un Taurasi d’altri tempi che il tempo ha sopraffatto, ad un profilo Molettieri che a questo punto non so se non abbiamo più ritrovato o se forse mai veramente conosciuto. Questo Taurasi ha un colore decisamente aranciato, abbastanza limpido per la presenza di alcune microparticelle di sedimenti in sospensione ma trasparente: la materia colorante ha avuto lungo corso ma ha raggiunto il suo capolinea. Il primo naso è essenzialmente terziario, non invitante ai primi passaggi olfattivi anche a causa di una prima nota di riduzione evidentemente pressante. Lasciato respirare a lungo manifesta spunti organolettici piuttosto particolari, lontani certamente dal “vino-frutto” con il quale la piccola azienda di Montemarano ci ha sconvolto con il 2001, il 2001 Riserva ed il 2003, nitidi i sentori di foglie secche si castagno, terra, polvere, non ultimo ruggine. In bocca è secco, abbastanza caldo, l’acidità ed il tannino appaiono dissolti pur rimanendo le uniche note gustative su cui fare leva in mancanza di una decisa profondità e di un frutto a questo punto magro, rimanendo gradevolmente lineare, certamente stanco, ma ancora bevibile concedendoci il tempo per costruire un utile critica storica. Particolare l’etichetta, francesizzante, con la denominazione Taurasi in rosso su carta bianca utilizzando diversi caratteri di scrittura che, come dicono oltralpe, esaltano l’immediata riconoscibilità del vino.
Avevo aperto qualche tempo fa un’altra bottiglia di questo ‘88, di cui conserviamo in cantina ancora una dozzina, e l’uniforme dissoluzione del frutto venuta fuori dalle degustazioni mi lascia pensare che non vi è null’altro da aspettarsi da questo vino se non la continua conferma che l’aglianico di Taurasi rimane un vitigno ed un vino, pur grande, dalle mille e una sfaccettature e sicuramente ancora lontano dall’essere pienamente longevo nonostante la straordinaria esperienza del ‘68 di Mastroberardino mi aveva aperto ad altre e più entusiasmanti considerazioni. Non so, a questo punto e sinceramente, se la sottile delusione sia maggiore del piacere di aver bevuto, tra i primi, un raro Taurasi di 21 anni di Salvatore Molettieri.
Un grazie di cuore a chi, quotidianamente ci legge e a chi, come Livio, che ringrazio pubblicamente, conoscendoci da tempo, apprezza tra le varie cose che cita nella mail, soprattutto la passione che ci mettiamo. Io mi permetto di aggiungere lo sforzo che sosteniamo per rendere questo blog quantomeno aggiornato e soprattutto fruibile a tutti… Grazie ancora! (A.D.).
Tag:aglianico, ais, ais campania, angelo di costanzo, avellino, blog, capri palace, cinque querce, contrada musanni, degustazioni, internet, lettori, luciano pignataro, passione per il vino, salvatore molettieri, taurasi, wineblog
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12 settembre 2010
Quali sono le caratteristiche di uno champagne che ne fanno una Grande Cuvée? Ovvero, cosa ci affascina così tanto dal farcelo preferire tra le milionate di bottiglie di bollicine?

Difficile un’unica risposta, ma tra le tante plausibili siamo certi di poter trovare quasi sempre quella che fa al caso nostro, da vestire per l’occasione: la storia, forse unica, per qualcuno invece il prestigio, o la costante qualità, la sua rarità; Come dimenticare la sottile eleganza di certe cuvée, o la loro eccezionalità, per il millesimo o per il blasone sfoderato da certi marchi, alcuni dei quali capaci di evocare epoche lontanissime nel tempo, ancora più semplicemente lo status symbol, il valore empirico di certe bevute, ma non di meno quello sostanziale, quasi pregnante di altre ancora.
Nel nostro piccolo, durante gli ultimi mesi abbiamo affrontato l’argomento champagne più volte, proponendo alcuni assaggi da non perdere, in qualche caso consigliando vini memorabili, esperienze uniche e piccole ma interessanti novità sul mercato italiano. Oggi invece è tempo di celebrazione, tra qualche ora infatti due nostri carissimi amici, Felice e Sabrina, convoleranno a giuste nozze: un momento, per me e Lilly che scriviamo queste pagine, di profonda commozione, perchè assieme a loro abbiamo camminato a lungo la stessa strada, e perchè per loro è il coronamento di un sogno, tutto meritato, che diventa finalmente realtà. A loro dedico questo bellissimo vino, bevuto tra l’altro più volte durante questo 2010 e finalmente proponibile per l’occasione giusta sulle pagine di questo blog.
Sturm und Drang, tempesta e impeto, è il motto, il vessillo, l’anima pulsante che ha alimentato il romaticismo, un periodo fondamentale per la nostra cultura occidentale, l’evoluzione del pensiero che lascia posto al sentimento, un momento epocale contraddistinto da un’esplosione di passionalità, di individualismo, di irrazionalità e di riaccostamento all’arte. Ecco in poche righe cos’è per me il Celebris Vintage Extra brut ’98, un vino che lascia alle spalle, quando insistono, tutti i preconcetti sullo champagne, che apre impetuosamente un varco significativo nella lettura gustolfattiva di questo straordinario figlio di una terra eccezionale, tanto unica e rara quanto imprevedibile e sfuggente, un vino che non esito definire a tratti, sovversivo!
Possiede un profilo organolettico affascinante questo Celebris Vintage Extra brut ’98, sin dal colore, sfoggiando una tinta a sfumature dorate brillanti, molto avvenenti; le bollicine, finissime, sembrano venire fuori dal fondo del calice impilate di giustezza. Il naso ha complessità da vendere e non tarda a manifestarlo: è subito ampio e fragrante, vira immediatamente dalle iniziali note agrumate alle più sgranate ma finissime nuances di mandorla tostata e paglia secca. In bocca è fresco, la vivacità dell’anidride carbonica pare defilata e composta, mai cuvée di Chardonnay e Pinot Nero fu animata da un simile equilibrio, sempre in grande evidenza: il gusto è assai avvolgente e lungamente persistente, il frutto sembra quasi masticarlo tanto ricco ed onesto appare. Insomma, il Celebris come il classico a cui fare appello quando si tratta di sottolineare l’eccezionalità di un avvenimento, le cosiddette occasioni speciali. Ops! M’è scappato un luogo comune!
Tag:ay, bollicine, celebris champagne, celebris de gosset, champagne, deavux, festa, francia, gosset, grand cru, grande cuvée, krug, marne, reims, taittinger
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11 settembre 2010

Negli ultimi mesi si è scatenato un ampio dibattito su questa storica denominazione calabrese, una visibilità forse mai avuta prima, nemmeno nel più affollato e fornitissimo dei supermercati di germanica ispirazione. Il Cirò sulla bocca di tutti, di giornalisti e presunti tali, di cronisti afecionados e di spietato cinismo, un vortice mediatico a cui non si può che guardare con attenzione e riflessione, per quello che ha voluto sollevare, sottolineare e, in più di una occasione, aborrire. Un turbinare nel quale non desidero certo entrare, lasciando il dovuto spazio a menti sicuramente più ispirate della mia, ma che non posso lasciarmi girare intorno passivamente, fosse solo per il lavoro che faccio.
Così inaspettamente, mi tocca raccontare ad un ospite olandese cosa stia accadendo lì in terra cirotana, e facendolo nel più suggestivo dei momenti immaginabili, tra una bottiglia di A’ Vita 2008 e questo delizioso, direi superbo, Duca San Felice ’93, senza dubbio alcuno tra i più sottili ed al tempo stesso eleganti vini rossi mai bevuti prima di adesso.
Tutto nasce per caso, sull’abbinamento ad un piatto di Oliver Glowig che amo molto, coda di astice con lenticchie di Leonforte e fave di cacao, dove vanno via d’amore e d’accordo due bicchieri del gradevole rosso di Francesco De Franco; A questo punto, pur convinto dalla leggiadrìa e dalla buona capacità di reggere l’accostamento del primo mi si avanzano seri dubbi sulla longevità del gaglioppo, di questa tipologia di vini per altro proveniente da una terra del vino, a detta del commensale, di cui giammai ne avea sentito parlare prima; Entra così in scena il secondo, che già dopo un breve tempo di ossigenazione mostra uno stampo gustolfattivo particolarmente suggestivo: il colore pare arrivare da un tempo lontanissimo, granato tenue con nette sfumature aranciate; Il naso è subito salino, il legno solo un ricordo fugace, il frutto dissolto e lievemente caramellato, appena accennate le nuances speziate. In bocca ci arriva in punta di piedi, sottile, delicato, l’alcol si sarà perso da qualche parte, non la lineare bevibilità, avvolgente, per niente statica, persuasiva. Un vino con un’anima autentica, di una terra unica, quella stessa anima che stanno biecamente tentando di strappare via al Cirò per offrirla ad un buco nero che non porterà da nessuna da parte se non verso quella omologazione ormai smentita già da anni e che solo menti stolte non vogliono vedere.

Il Cirò con molta probabilità non sarà mai protagonista della mia carta dei vini, anzi su questo punto non esito a mettere le mani avanti, e non per snobismo professionale, tutt’altro; Ho avuto per molto tempo la pazienza di aspettare e cercare anche nel Mare Magnum ionico quelle due-tre referenze giuste per dare l’idea di come non debba essere per forza scontata l’offerta in una lista vini: mi sono fidato nel tempo della storia degli Ippolito, della voglia di fare di Francesco De Franco ma non posso negare che in principio era solo Librandi, il suo Gravello rimane un riferimento importante se non del tutto irresistibile, e solo la fortuna di ritrovarmi in cantina una verticale storica di Duca San Felice, giocata tra una decina di vendemmie tra il ’90 e il ‘00, ha potuto aiutarmi a comprendere meglio tutto il potenziale di un vitigno, il gaglioppo, capace di attraversare il tempo con disarmante scioltezza e rappresentare con la storia di ognuno di questi produttori un arma in più per raccontare meglio un territorio tra i più vocati e storici del sud Italia. Ecco, di questo sento di aver bisogno assoluto, di bottiglie da proporre come un messaggio e non come esca, di vini plausibili e non di ennesimi, banalissimi succhi, o peggio ancora concentrati, di frutta.
L’Arcante sostiene, sin dall’inizio di questa assurda storia tutta italiana, il Comitato in difesa dell’identità vino Cirò
Tag:a'vita, antonio e nicodemo librandi, calabria, cirò, cirò marina, duca san felice, gaglioppo, librandi, vigna de franco
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3 settembre 2010

Ci sono poche certezze nel mondo del vino, una di queste è sicuramente la grandeur che circonda Bordeaux ed il mito di Chateau d’Yquem, “il Sauternes” per antonomasia, il nettare divino, il piacere puro, in alcuni casi millesimi, a detta dei più, una vera e propria libidine palatale. Ma qual è il modo migliore per apprezzarne appieno il frutto, la piacevolezza, l’infinita profondità? Sappiamo come bere un Yquem? La prima risposta è certo che sì, che cavolo, siamo o no dei professionisti? Ma non è questa che conta, non in questo caso, in verità sarebbe più opportuno prendere tempo, perchè forse è no, e questa pare divenire, di assaggio in assaggio, più che una certezza: non vale una sega essere bravi sommelier, narcisi professionisti o travestiti tali per il fine settimana, ci saranno, prima o poi, due dita di di Premier Cru Superieur 2004 a sbattervi in faccia il vostro curriculum, il vostro superbo autoreferenzialismo del ca**o dicendovi: “riprova, sarai più fortunato!”

Ci hanno educato (o provato a farlo) a studiarne la storia, a riconoscerne il blasone, a carpirne i segreti e desiderare l’assaggio, a divulgarne poi il verbo come profeti di un comandamento preziosissimo e dalla sacralità unica. Ne abbiamo tratto, nel tempo, palese visibilio, sino alla frustrazione, costretti tra le altre cose ad adorarlo e al tempo stesso, a seconda dei casi, ad odiarne l’aura sacrale, alla continua ricerca di un degno compagno di merenda per un vino apparentemente inavvicinabile: un adone dai biondi capelli d’angelo, oro puro, cristallino come solo la luce che in esso si riflette. Il tempo rifugge il tempo, e nonostante i tanti tappi levati al cielo, con somma soddisfazione, mai piena consapevolezza dell’accostamento perfetto, mai abbinamento assoluto, mai. Nessun ingrediente all’altezza della soave fragranza di un ventaglio finissimo, verticale sino alle vertigini, del dolce insinuarsi tra le papille, della sfrontatezza che lo vuole, sul finale di bocca, l’unico protagonista della messinscena.
E Le ostriche? Si vabbè, a lume di candela e con la velina di turno; Ma come, e l’amatissimo fois gras? Ecco, allora mettiamoci pure l’Almas Beluga o magari il Roquefort ed abbiamo chiuso con i luoghi comuni!
Voglio allora pensare, ingenuamente, realista come sono, che abbiamo negli anni preferito rivolgere lo sguardo altrove pur di non darla vinta ai cugini francesi: i loro sono solo sentimentalismi puerili, non ci affascinano per niente, i vini invece certo che sì, ma rimangono vini, e come tali replicabili all’infinito e con molta probabilità ovunque, o quasi. Un luogo comune, anche questo, che ha fatto il suo tempo.
Ecco, ho finito le mie due dita di Premier Cru Superieur 2004 d’Yquem, indiscutibilmente il più autentico dei vini da meditazione in circolazione!
Tag:abbinamento cibo vino, angelo di costanzo, bordeaux, chateau d'yquem, francia, graves, liquorosi, lur saluces, passiti, sauternes, semillon, vini da meditazione, vini dolci, yquem 2004
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1 settembre 2010

New York, Montebello Restaurant, 19 p.m.. La midtown della grande mela conserva sempre un fascino unico, a quest’ora è in uso vestirsi elegante per la lunga notte eppure rimane sempre un luogo da vivere easy, nella maniera più rilassata possibile. Quella porta sotto la cappottina rossa sulla 56esima strada è da anni crocevia di stars e uomini dell’alta finanza newyorkese in cerca dell’italian style in tavola, e anche stasera il piccolo bancone in marmo del bar è già assediato mentre i tavoli, allestiti con sobria eleganza, vanno man mano occupandosi. Luke è intento a spiegare a un cliente la differenza tra il pomodoro San Marzano da quello cinese, Margareth innesta per l’ennesima volta il verme del suo cavatappi nel collo di una bottilgia di Brunello di Montalcino Pian dell’Orino 2003; Non ne sa ancora molto di quel vino, ma il suo wine merchant le ha fatto assaggiare una paio di dita la settimana scorsa e lei se n’è subito innamorata, a tal punto che non perde occasione nel proporlo, con molto successo; “it’s one of the best organic wine ever tested”: il frutto, la sua franchezza, il gusto rotondo eppure ricco di sfumature di carattere, impareggiabile per bevibilità.
Londra, Apsleys del Lainsborough – St. Regis Hotel. A pochi metri da St. Jame’s park e dal maestoso Buckingham Palace sta per andare in scena l’ennesima rappresentazione culinaria d’autore di Massimiliano Blasone. Nemmeno il sofismo tutto anglosassone ha resistito alla grandeur del mitico Heinz Beck, che attraverso la sua longa manus in terra Elisabettiana è riuscito in un battibaleno a conquistare anche i palati più fini del Regno Unito coniugando all’immortale eleganza dei luoghi la profondità della sua cucina partorita e lungamente testata nel laboratorio tristellato de La Pergola in Roma. Scorre lentamente, scivola docilmente dal decanter in vetro e argento al prezioso calice di cristallo di boemia, il tavolo dei quattro abbottonati buisness men della city è già alla seconda bottiglia, e si è servito appena l’appetizer. Il Brunello di Caroline Pobitzer sembra non avere eguali per piacevolezza, nonostante l’annata 2003 sia stata delle più calde, il colore ha il timbro della tipicità con quel granato smagliante con appena accennate sfumature aranciate ed il gusto una freschezza da manuale. Il sommelier non perde un colpo, arriva appena in tempo sul servizo dell’agnello, ratatouille ed animelle e del filetto di manzo al vino con spinaci e funghi al balsamico…
Tokyo, quartiere di Marunouchi, da poco passate le 11 e mezza. “Se cerchi un ristorante italiano chic a Tokyo, il Luxor è il posto per te”. Sembra essere questo il leit motiv che ogni guida, cartacea ed on line, dedica allo storico ristorante di Mario Frittoli nel cuore del paese del sol levante. E’ appena iniziato il servizio di colazione ed il ristorante è già brulicante di uomini d’affari, in una delle sale private del locale va in scena una trattativa molto accesa, giocata pare, sul fil di lana. Sono in discussione parecchi soldi ed il menu a dispetto della celerità richiesta dagli ospiti propone un gran misto di gastronomia tipica italiana, alla maniera di casa. Dalle grandi vetrate si scorge in lontananza l’avvicinarsi di un temporale, a tavola invece sembra aver prevalso il buon senso; Sorrisi, pacche sulle spalle ed il nuovo gusto magico di questo bel Brunello di Montalcino hanno sancito l’accordo raggiunto; Tokyo avrà ancora il suo riferimento per il made in Italy, Januchi, il sommelier, una lauta mancia per aver saputo scegliere il vino più giusto: “la Toscana è una terra magnifica, capace di conquistare chiunque; Pensate, questo vino nasce da persone arrivate da molto lontano Montalcino, eppure ne rappresenta appieno l’anima, nobile, colta, naturale ed internazionale!
Nota bene: I luoghi ed i personaggi (non tutti) di questo racconto sono reali, vogliano questi ultimi, scusarmi invece per i fatti, che sono di mia pura fantasia; Non la bontà del Brunello di Montalcino Pian dell’Orino 2003 di Caroline Pobitzer e Jan Hendrik Erbach, senza dubbi uno degli assaggi più buoni di questo 2010 dalla Toscana, una sorpresa di gran gusto, e da quello che ho potuto leggere qua e la, con una bella storia di persone e terroir alle spalle tutta da scoprire. Non perdetevelo, vi conquisterà!
Tag:biodinamica, brunello, brunello di montalcino, buckingham palace, caroline pobitzer, heinz beck, jan hendrik Erbach, luxor, massimilano blasone, montebello, new york, organic wine, sangiovese, st. regis, tokyo, toscana, vini italiani, vini naturali
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30 agosto 2010
Una volta giunti a Marina Grande, dal mare, non si può non rimanere affascinati dallo scenario che si presenta dinanzi agli occhi: la banchina, bassa, pare uno scivolo sull’acqua, una passerella dove si muovono con una certa fretta mille cose e centinaia di persone, dominata dalle case e dai palazzi dai colori pastello che si innalzano sino a Capri città, con il panorama sullo sfondo delle alte rocce della Madonna, sulla via di Anacapri.

Il porto, quasi a dispetto del nome avuto in dote, rimane piccolo, circoscritto e come detto brulicante di vita, il solo pensare al numero di persone che vi transitano durante l’anno pare quasi uno schiaffo alla tranquillità ed alla normalità che si respira nell’aria, fresca, iodata, rinfrancante, anche in questi giorni di pieno agosto. La storia di Capri si identifica in tutto e per tutto in quella delle persone che ci vivono, in maniera stanziale o di passaggio, in un contrasto di tradizione e globalizzazione poco comune altrove e piuttosto affascinante, spunto di riflessione da sempre; E’ bella Capri, capace al tempo stesso di essere risorsa archeologica, dimora imperiale prima che meta preziosa e ricercata.

Isola tanto amata per la sua natura incontaminata, con i suoi suggestivi sentieri dei fortini¤ a strapiombo sul mare e musa ispiratrice, del settecento neoclassico e del romantico e decadente ottocento, luogo dal fascino conturbante rilanciato dal periodo libertino e futurista di inizio novecento e sbeffeggiata dal ventennio fascista che l’ha voluta austera eppure patinata, buen retiro negli anni cinquanta e vetrina luccicante negli anni sessanta, anni di cui ancor oggi se ne soffre maliconicamente la mancanza.
E’ immortale Capri, capace ieri, oggi e senza dubbio domani di conquistare le copertine di tutto il mondo e scivolare dolcemente sulla bocca e nella vita di tutti. Sull’isola di Tiberio “il Giusto” però la viticultura non ha mai avuto grande appeal. I terreni si sono presto rivelati particolarmente faticosi da lavorare, per la presenza di rocce disgregate nella terra e per la posizione degli stessi, in alcuni casi su pendenze a dir poco proibitive; il clima poi, particolarmente umido non ha di certo favorito la sperimentazione di selezioni clonali ad hoc, e la rincorsa all’alfabetizzazione ricettiva, non ha di fatto aiutato la vocazione agricola dell’isola, che solo in alcune enclavi, in verità concentrate nel comune di Anacapri, ha trovato salvaguardia ed un minimo di valorizzazione.

La stessa istituzione della doc Capri, risalente al 1971, tra le prime in Italia, non ha potuto far altro che certificare il valore simbolico di un souvenir vinoso portato in giro nel mondo, e questo è un limite imputabile anche a chi, come la stessa famiglia Brunetti della vinicola Tiberio, “il vino di Capri” dal 1909, avrebbe potuto fare di più o se vogliamo, non ha fatto sino in fondo il suo dovere, adagiandosi per più di un ventennio sulle fortunate vendite del mediocre bianco Capri Blu, invece che investire nella valorizzazione di alcuni cru insistenti sull’isola, pur avendo tra le mani la storia di una terra unica e rara ed una vetrina sul mondo che nessun altro possiede in Italia, nemmeno terre nobilissime e vocatissime come le Langhe piemontesi ed il comprensorio Ilcinese.
Il tempo per rimediare è arrivato, presto o tardi, un seme è stato piantato, già da qualche anno, e da qualche tempo con buonissimi risultati. Il Piedirosso 2006 dell’Antico Convento S. Michele rappresenta, nella sua disarmante franchezza, integrità, cosa sarebbe potuto essere per Capri la viticultura di qualità, una mera opportunità più che un banale souvenir da mandare in giro nel mondo al solo fine di troneggiare come centro tavola a mo’ di vaso da fiori, un sano prodotto di una terra ricca di fascino, storia e tradizione e non solo ricca e basta.
Nasce dalle vigne di piedirosso, qui come nei Campi Flegrei¤ e Ischia chiamato per ‘e palummo, di proprietà dell’Antico Convento di S. Michele Arcangelo in Anacapri, oggi uno dei luoghi più visitati dell’isola dove è possibile ammirare, tra le altre cose, il bellissimo pavimento maiolicato che rappresenta la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre ad opera di un angelo con la sua spada infuocata; un’opera impreziosita da tantissime piante sgargianti, animali, anche di fantasia, che circondano la coppia, tra cui anche un prezioso raro unicorno.
Il vino viene prodotto proprio dalla famiglia Brunetti e solo nelle annate più favorevoli, dalle vigne meglio esposte sui terrazzamenti che affacciano sul golfo di Napoli, in appena 1200 bottiglie, da finire d’un fiato. Il colore è rubino carico, piuttosto vivace nonostante i suoi quattro anni di riposo tra legno e bottiglia. Il naso va subito oltre il varietale di fiori passiti e frutti neri polposi, molto fine, intenso con una discreta persistenza aromatica che lascia sul finale una piacevolissima nota tostata. In bocca è secco, austero, conserva tutta la freschezza del vitigno: il piedirosso è il campione della bevibilità, il frutto è croccante, polposo, non stravolto dal passaggio in legno, direi invece nobilitato e per questo particolarmente apprezzabile il finale non proprio lunghissimo, privo di nerbo, tipico del per e’palummo e piuttosto atipico nelle sue moderne interpretazioni che hanno voluto gonfiare i muscoli di un vino che muscoli non ha, con risultati, in più di una occasione, alquanto imbarazzanti!

Ecco un altro pezzo di Capri da ammirare, magari che non fa girare la testa come certe donnine in piazzetta, ma di certo piacevole da alzare in calice come augurio di un sobrio arrivederci alla prossima estate, all’ombra dei Faraglioni!
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28 agosto 2010

Pensi al Rodano e la mente va immediatamente ai grandi rossi della Cote Rotie o di Hermitage, o magari al popolarissimo Chateauneuf du Pape dalle mille sfaccettature, e comunque, quasi sempre a vini rossi possenti e ricchi di nerbo: il syrah su tutti, ma anche mourvedre, grenache, cinsault, artefici il più delle volte, da soli ma come spesso accade in uvaggio, di ottimi vini, ed in alcuni casi, come per le denominazioni sopra citate, veri e propri capolavori di frutto e rotondità, ispessiti qua e la e consegnati al tempo da una terra particolarmente generosa, ricca di minerali e da combinazioni microclimatiche piuttosto favorevoli.
In verità però non esiste regione viticola francese con una tale e particolare eterogeneità di terroirs, interpreti, vini, il più delle volte assolutamente misconosciuti al grande pubblico e forse proprio per questo capaci, una volta scoperti, di conquistare definitivamente quanto e più dei blasonati e famosi fratelli bordolesi e borgognoni; Ecco perchè se, sul versante rossista c’è una cronaca abbastanza consolidata, nel caso dei vini bianchi non è facile individuare nel Rodano tutto dei riferimenti assoluti, difficoltà questa dovuta soprattutto all’empasse di una produzione bianchista nel tempo votata quasi esclusivamente a prodotti generalisti, dal profilo mediocre ed il più delle volte atti al veloce consumo locale; E’ questa una tradizione abitudine superata solo da poco più di un decennio, con non poche difficoltà, e solo da quei pochi vignerons eletti che hannno creduto, più degli altri, nella valorizzazione di uno dei più affascinati vitigni bianchi d’oltralpe, il viognier, a discapito delle più remunerative uve bourboulenc, clairette, roussanne e marsanne.
Così Condrieu, appellation situata nell’enclave più a nord della regione rhodaniennes, 10 km poco più a sud della città di Vienne, è riuscita a ritagliarsi uno spazio di particolare eccellenza nell’affollatissima nomenclatura viticola francese. L’areale di produzione è circoscritto perlopiù ai comuni di Chavanay, Ampuis e per l’appunto Condrieu, oltre che in alcune frazioni circostanti ed è interamente votato alla piantagione di viognier, che con syrah, roussanne e marsanne rappresentano gli unici vitigni indigeni da sempre coltivati nella Vallée du Rhone, visto che gli altri, dal clairette al mourvedre, al grenache hanno tutti origini nelle confinanti regioni mediterranee, Spagna in primis; Il suolo qui è di origine sedimentaria con la presenza di spesse rocce granitiche ed una massiccia presenza, nelle vigne, di ciottoli, e nei vini quella spinta minerale che ne caratterizza ampiamente il profilo organolettico garantendogli oltretutto una discreta longevità.
Il Domaine Georges Vernay possiede oggi circa 16 ettari tra i più vocati dell’areale ed è senza ombra di dubbio tra i più apprezzati e riconosciuti interpreti della denominazione. Christine Vernay, che assieme al fratello Luc ha rilevato il testimone dal papà fondatore dopo la sua dipartita, è riuscita imperterrita a seguire e consolidare la strada avviata qualche anno prima proprio dal padre Georges, sin dagli anni ’50 strenuo difensore della viticultura autoctona, tanto più che oggi i suoi viognier sono indiscutibilmente tra i più interessanti e voluttosi vini bianchi del Rodano settentrionale. Ho avuto modo di assaggiare il Condrieu Terrasses de l’Empire 2007 più volte negli ultimi due anni, confrontandolo in un paio di occasioni con altre interpretazioni dello stesso calibro, ma non c’è partita alcuna, stravince a mani basse: il colore giallo oro, vivace e concentrato lascia presagire un vino maturo e tendenzialmente ruffiano, mieloso come il più beffardo dei complimenti. Affatto! Questo vino ha stoffa da vendere, carattere quasi indomabile, il naso appena dopo un invitante sventagliata di pera e mandorla vira su note di lemongrass e poi grafite, rimanendo a lungo gradevolissmo, un infinito piacere. In bocca è ficcante, aggredisce le papille gustative con un incipit assai fresco, piacevolmente acido, a tratti pungente, balsamico, lasciando una scia di purissima nota aromatica e minerale. E’ il classico vino bianco da bere fresco, ad una temperatura intorno ai 10-12 gradi, in calici non troppo ampi per non lasciar disperdere il finissimo bouquet e perfetto per accompagnare parole al vento e sguardi indiscreti, oh pardon, da abbinare ad un bel piatto di gamberi e scampi crudi in bellavista accovacciati magari su una fresca salsa di pomodoro giallo. Poi mi fate sapere…
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22 agosto 2010
Il Sauternes è il vino dolce più buono al mondo, ma non è il solo, statene certi. C’è una bottiglia, dal nome quasi impronunciabile, che non di rado tira fuori dal suo mezzo cilindro espressioni inarrivabili, che possono conquistare molto e più del blasonato nettare bordolese.

Il suo nome è Quarts de Chaume (cuarz d’ sciom) e la sua anima lo Chenin blanc, vitigno misconosciuto dai più ma capace di prestazioni di altissimo profilo – e qui nella Vallée de Loire – nella sua patria indiscussa, di vini bianchi tradizionali e da “muffa nobile” dai tratti caratteriali indimenticabili.
Il vitigno offre generalmente un quadro organolettico piuttosto definito ma non si possono certo trascurare le ingerenze dovute alle diverse interpretazioni a cui è soggetto nei rispettivi contesti di produzione dove viene lavorato, dovute soprattutto alla diversa considerazione di cui gode presso i vari produttori alcuni molti dei quali continuano a vedere nello Chenin blanc una mediocre materia prima per banalissimi vini di massa e di modesto profilo qualitativo. Il vitigno infatti, per la sua innata vigoria e capacità di adattamento, è piuttosto diffuso, oltre che in Francia, anche in alcune regioni del mondo particolarmente vocate alla produzione intensiva tra cui la California, l’Australia e non ultimo il Sud Africa, dove in particolare è stato praticamente adottato è riconosciuto con il nome di Steen tra i vitigni autoctoni tanto dall’essere utilizzato come vino base per lo spumante nazionale prodotto con methode champenois, il Cap Classique.
In generale i vini prodotti in zone a clima più fresco e con uve non perfettamente mature esprimono un profilo organolettico generalmente basato su aromi varietali sottili e delicati, di mela verde, limone, agrumi, acacia ed un gusto piuttosto greve se non acido; Risultano invece più intriganti e suggestivi in vini prodotti in aree con un clima tendenzialmente più caldo o magari con uve surmature dove gli aromi primari di frutta tendono alla polpa matura, alla pesca ed alla mela cotogna e albicocca mentre sbocciano piacevoli sfumature mielate pur senza sovrastare le caratteristiche note minerali che soprattutto al palato fanno dello Chenin blanc uno dei più controversi vitigni a bacca bianca d’oltralpe, capace addirittura di offrire, come nel caso del vino in questione, botrytizzato, passito cioè naturalmente in pianta grazie alla cosiddetta muffa nobile, un ventaglio olfattivo davvero impressionante per integrità e complessità ed un gusto a dir poco unico e lungamente intenso, infinito, da meditazione.
La Loira, come detto, rimane la regione d’elezione per il vitigno, e vini bianchi tradizionali come il Vouvray e il Montlouis sono testimonianza dell’ottima verve espressiva di quello che qui, per amor di patria, viene chiamato Pineau de Loire, ma è nel cuore del Coteaux du Layon, a Bonnezeaux e Chaume in particolare, che le uve, attaccate dalla Botrytis Cinerea sono capaci di dare vita a piccoli gioielli della nomenclatura viticola Loirenne, in alcuni casi a vere e proprie rarità enologiche. Proprio a Chaume il terreno è di carattere argilloso e poggia su croste di scisto (quarzo) e silicio, una combinazione piuttosto ideale per una corretta e costante buona vigoria della vite associata ad un clima costante piuttosto favorevole che beneficia tra le altre cose dell’influenza del fiume Loira che taglia di netto l’intero areale della denominazione.
Qui e così nascono i vini di Claude Papin, vigneron di cui vorrei presto conoscerne di più per potervi dare conferma, raccontare, di come – così come mi dicono – riesce a “sentire” i suoi vini mentre evolvono e maturano nel tempo prima di decidere di consegnarli al mercato, di come, non sbagliando un appuntamento, riesce anno dopo anno a garantirsi un posto nella Hall of Fame della viticultura Loirenne, e perchè no, nel mio cuore. Questo Quarts de Chaume è un nettare prelibato da bere con le persone che amate, a parlare di cosa non conta, magari ascoltando le voci di dentro, quelle che arrivano dritto dal proprio cuore!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag:angelo di costanzo, beaulieu sur layon, bonnezeaux, chateau pierre bisé, chenin blanc, claude papin, coteaux du layon, francia, loira, pierre bisè, pineau de loire, quarts de chaume, vallée de loire
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16 agosto 2010
I vini del Garda lo confesso, non hanno mai avuto un particolare appeal sul mio istinto primordiale di sbevazzatore, e di occasioni per sondare il fondo delle bottiglie di quelle parti ce ne sarebbero pure state visto che San Martino della Battaglia per esempio, è da sempre il mio campo base per le ripetute incursioni in terra Lombardo-Veneta, in tempo di Vinitaly soprattutto.

Lo Chardonnay Meridiano 2008 di Ricchi però mi ha riaperto gli occhi su due realtà in cui opera questa azienda, quella del Garda e poco più a sud, dei Colli Mantovani, davvero interessanti e che con molta probabilità hanno più cose da dire, da esprimere, di quelle sino ad oggi portate in dote ad un mercato non sempre consapevole della necessità di una migliore prospettiva di maturità commerciale. Un vino, quello dei fratelli Giancarlo, Claudio e Chiara Stefanoni che mi ha notevolmente impressionato e che da solo, con ogni probabilità, mi riconcilia quasi del tutto con un terroir che ho sempre considerato un tantino sopravvalutato, con un mercato, visto da sud, troppo sopra le righe, in rapporto soprattutto a certi prezzi che intenderebbero strappare vini come il Chiaretto o peggio, qualche vigna più in la, alcuni Groppello. Ad ogni modo, l’azienda di Monzambano, in provincia di Mantova, oltre a tutta una serie di classici dell’areale ha saputo concentrare negli anni molta attenzione alla selezione di alcuni cru molto interessanti, e produzioni speciali, leggi Ricchi Spumante brut e vini dolci (Le Cime, passito bianco) che non sono passate inosservate agli specialisti di settore che li hanno oltretutto premiati proprio allo scorso Vintaly 2010.

Tra questi, anche questo buonissimo chardonnay, prodotto nelle vigne di Campo La Casina, La Cima e Monvalto, che con il vigneto Le Garganeghe fanno poco più di 13ha piantati con una densità media di circa 4000 piante e condotti, a detta di chi ha camminato quelle vigne, al quale ho subito chiesto lumi, nella maniera più consona ed ottimale possibile per valorizzare un terroir misconosciuto ma forse anche per questo particolarmente affascinante; I dati tecnici, che potete meglio approfondire qui ci dicono che le uve, successivamente alla vendemmia, vengono lasciate appassire per un breve periodo prima della vinificazione che prevede dopo la fermentazione una sosta di almeno sei mei in classiche barriques di secondo passaggio.
La mia impressione è che ne sia venuto fuori un vino assai gradevole, che ti accorgi essere interessante già all’aspetto visivo, con un bel colore giallo paglierino, vivace, cristallino, piuttosto invitante.
Il naso è una esplosione di profumi primari e secondari, quindi espressione del varietale e non di meno esaltati – senza banalizzarli – dall’uso, a parer mio molto intelligente, giustamente dosato, del rovere. Il primo naso offre subito note di pan brioche, che non lascerà mai il bicchiere facendosi via via sempre più fine ed elegante, poi vengono fuori sfumature molto intriganti, ruffiane se vogliamo, esotiche, dal delicato mango allo spiccato sentore di ananas e di frutto della passione. In bocca fa letteralmente breccia, è infatti proprio qui che offre il meglio di se, a conferma di un vino dalla trama solida, e non artefatta, di quelle cioè costruite su misura per incantare prima di scivolare via anonimamente. Palato fresco, nerboluto ma leggero, i suoi tredici gradi non appariranno mai nella tabella dei convenuti, a conferma di un vino dai tratti caratterizzanti brillanti e ben fusi tra loro, in perfetta simbiosi, e di un territorio che a quanto pare, se giustamente interpretato ha da offrire cose molto interessanti. Il vino dell’estate 2010? Aspetterei a dirlo, ho tanto ancora da bere, ma sicuramente nella top five della mia personale hit parade agostana!
Tag:angelo di costanzo, barrique, big picture, chardonnay, chiaretto del garda, colli mantovani, garda, groppello, le cime, medaglia d'oro, meridiano, ricchi, rovere, san martino della battaglia, stefanoni, verona, vinitaly
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6 agosto 2010

“Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; Sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il romorio torna il lavoro usato”. La quiete dopo la tempesta, tratta da “I Canti” di Giacomo Leopardi.
E’ appena passato su Capri un temporale pazzesco, un scroscio d’acqua gelido come una stilettata inaspettata al bien vivre agostano; Ho tra le mani pura luce, davanti ai miei occhi, profondità sospese, nella mente solo meraviglia! E’ straordinario questo vino, un colpo al cuore, pane per i miei denti: almeno venti pagine del prossimo miglior libro giallo che leggerò, molto più di un sorriso smaliziato in cerca di un complimento. Che vino!
Grazie al recente viaggio in Borgogna ho potuto camminare vigne di una suggestione unica e potuto vivere realtà solo immaginabili sino a pochi minuti prima aver varcato il primo centimentro della Route des Grands Crus, ma la particolare sensibilità al tema Pinot Nero (da sempre “il mio vino”) ed i pochi giorni a disposizione hanno voluto che mi ci dedicassimo in particolar modo al grande rosso borgognone, vivendo solo di striscio la realtà bianchista di una terra dalla vocazione unica al mondo. Così, di Mersault, Chassagne e Puligny Montrachet, Corton Charlemagne continuo ad annaspare nel desìo e sono costretto ad accontentarmi degli assaggi collaterali del momento 🙂 !
Etienne Sauzet è stato, a detta di molti, tra i più brillanti vigneron di Puligny di metà novecento, e
Gerard Boudot – marito della figlia di Sauzet, Jeannine, subentrato alla conduzione del domaine alla morte del fondatore nel 1975 – ha continuato come “proprietares et acheteur des raisins” a consolidare il mito di un vero e proprio piccolo gioiello della viticultura borgognona: pensate, appena meno di nove ettari suddivisi però tra i più preziosi Grand Cru dell’areale,
Batard-Montrachet e
Bienvenues-Batard-Montrachet e i Premier cru
Les Combettes,
La Perriere,
Les Referts,
Les Champs Canet e appunto
Les Folatieres.
Il Puligny-Montrachet 1er Cru Les Folatieres 2006 di Etienne Sauzet è un grande vino, dicevo; Appena aperto si offre con una certa ritrosìa ma gli basta davvero poco tempo per esprimere tutto il suo candore. A tal proposito non appaia una forzatura, in generale, servire questi vini scaraffandoli qualche minuto prima, avendo cura tra l’altro di gestire una temperatura di servizio intorno ai 12-14 gradi, perfetta per cogliere tutte le sfumature che ne caratterizzano i tratti organolettici. Il colore è di un bel paglierino carico, fitto e piuttosto affascinante, scivola nel calice lasciando tracce di sinuosa materia glicerica che riflette sfumature cristalline. Il naso si apre su sensazioni molto piacevoli: saltano fuori, prorompenti, ficcanti note minerali, balsamiche espettoranti, e man mano la temperatura si assesta offre sfumature mielate e tostate certamente consegnate al vino dal lungo percorso di maturazione tra pièces bourgouignonne e bottiglia, di solito non meno di due anni, ma assai coinvolgenti. In bocca è voluttuoso, infonde al palato una grassezza unica, non di banale scioglievolezza burrosa – quella tanto in voga negli sciardonnè volgarmente
detti fatti ogniddove – ma di purissima materia territoriale, composta di terra e di frutto, di sapienza e tecnica, e tanta, tantissima pazienza. Un vino, questo, capace con molta probabilità di sfidare un tempo lunghissimo ma in grado di offrirsi generoso e compatto già oggi: lungo, lunghissimo il sapore, irreprensibile, proteso ad ogni sorso verso un nuovo viaggio, perfettamente godibile, abile a mio parere a placare anche l’animo più irrequieto. Ecco il dolce nettare da non perdere per compiacersi, nella quiete, della passata tempesta!
Tag:angelo di costanzo, borgogna, chardonnay, etienne sauzet, francia, gerard boutod, giacomo leopardi, jeannine sauzet, la quiete dopo la tempesta, les folatieres, puligny, puligny-montrachet, rue des grands crus, vigneron
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5 agosto 2010
Agosto, è piena estate! A parte l’intenso ma breve schiaffo temporalesco della settimana scorsa possiamo affermare di essere già da un pezzo nel bel mezzo della bella stagione, e fra tre-quattro giorni, dicono gli esperti, le temperature potranno salire ancora fino a 38 gradi, in particolare, come sempre, al sud. Sempre gli esperti ci dicono che ormai è uno schema risaputo e che tutti gli anni ci tocca, è diventato quasi regolare infatti l’assenza di una primavera degna di questo nome, e neppure l’inizio dell’estate, quella tiepida di fine maggio, per intenderci, risulta più riconoscibile: in pratica “non esisterebbe più la mezza stagione”.
Qualcuno ha gridato: e l’anticiclone delle Azzorre, che fine ha fatto? Beh, pare abbia pure lui i suoi problemi, in verità si vocifera che il nostro bene amato se ne stia per conto suo visto i tempi che corrono dalle nostre parti. Pertanto, cari Amici di Bevute , tenetevi la calura, e se accettate un consiglio, beveteci su; Cose semplici s’intende, fresche, di quelle che “nippano” le papille gustative e rivitalizzano il gargarozzo: ma si, per una volta che vadano pure al mare sti’ sommelier, della serie “faciteme sta’ quijete”!!
L’ordine è più o meno sparso, gli assaggi abbastanza recenti e sostenuti da ampio confronto e gradimento con i miei avventori, pertanto potete fidarvi :-).
Coda di Volpe del Taburno 2009 Fattoria La Rivolta, sempre in crescendo i vini di Paolo Cotroneo, la sua coda di volpe, abbandonata la veste muscolosa che l’ha accompagnata egregiamente agli esordi di qualche anno fa, spunta ad ogni nuovo millesimo un risultato migliore del precedente. Dal colore paglierino tenue con sfumature dorate esprime un ventaglio olfattivo molto pulito, piuttosto invitante. In bocca è decisamente asciutto, con una beva di sostanza ma sorretta da una acidità importante. Avete presente una tranquilla cena a pochi centimetri sopra il mare, con il vento che lentamente ti gira intorno e ti tiene lieve mentre due occhi neri ti stampano la felicità nel cuore?
Vdt bianco Joaquin dall’Isola 2009 Joaquin. Raffaele Pagano ci ha ormai abituati a vini per niente banali, con la sua cantina ha messo su in realtà, in quel di Montefalcione, un piccolo “laboratorio” enologico a disposizione di chi, come enologo, voglia cimentarsi con i vitigni autoctoni campani ed esprimere attraverso questi la propria arte di fare vino. Non poteva mancare nella “collezione 2009” un vino di una suggestione unica, che nasce dalle vigne capresi che guardano il mare del golfo di Napoli dall’alto della solenne tranquillità della piccola Anacapri. Greco, Biancolella e Falanghina selezionati acino per acino da Sergio Romano per un vino sinceramente sorprendente: dal colore paglierino tenue, intriso di sentori floreali molto invitanti e di sfumature agrumate assai gradevoli. In bocca è asciutto, possiede un ottimo slancio gustativo che avvolge di sana freschezza il palato e chiude su un finale lievemente iodato. Ecco la novità dell’anno, solo 820 magnum, per un vino ben fatto, che va molto oltre la semplice intuizione di dare nuovo slancio alla viticultura caprese. Bravo Raffaele!!
Langhe Arneis Blangè 2009 Ceretto, è un vino che non riesco ad amare, e sinceramente nemmeno ci provo, sarà un mio limite? Idiosincrasia a parte però, mi trovo costretto a prendere atto di un fenomeno di mercato tanto comune quanto apprezzato, a tratti ricercato. C’ho buttato dentro, così per caso ( 😦 ) il naso, pulito, interessante, di fiori e frutta esotica; Me ne sono appena bagnato le labbra, poi un sorso, e ancora uno per essere certo di aver ben compreso: è un buon vino, sinuoso ma senza particolare profondità, appena godibile, leggero.
Asprinio d’Aversa brut Grotta del Sole. “Vorrei poter bere un vino bello freddo, fregandomene per una volta, dei precetti. Lo vorrei secco, anche un tantino acido, magari con delle belle bollicine che mi tengano sveglio il palato. Desidero un vino di questo tipo, che posso trovare con una certa facilità e ad un prezzo conveniente, che sia però prodotto da una azienda di cui mi possa fidare, che magari mi possa raccontare di se e della sua terra, dei suoi vini autentici”. Devo aggiungere altro?
Rheingau Riesling Sauvage 2008 George Breuer, seppur la gente continua a storcere il naso quando gli proponi una bottiglia con il tappo a vite, sono sempre più convinto che il sughero, quello buono, dovremmo pensare seriamente di preservarlo solo per le bottiglie migliori e destinate ad un lungo invecchiamento. E’ indubbio che si tratti di una questione innazitutto culturale – soprattutto mittel europea – che dovremo prima o poi fare anche nostra. Venendo a questo riesling, tedesco per elezione, è un vino decisamente affascinate, uno di quei vini dalla pulizia olfattiva disarmante, quasi inebriante. All’approccio gustativo è tagliente, infonde notevole freschezza al palato richiamandone subito un nuovo sorso, non ha, al momento, le suadenti note di idrocarburi che a taluni piacciono tanto, ma tanto è finemente minerale quanto particolarmente saporito. Da ricordare di bere.
Collio Sauvignon Ronco delle Mele 2009 Venica&Venica. E’ – con il de la Tour 2008 di Villa Russiz e il Picol 2008 di Lis Neris – tra i migliori assaggi di quest’anno del varietale; Un vino che non posso fare a meno di annoverare tra i miei preferiti italiani nel gioco di rincorsa al più austero e selvaggio dei vitigni internazionali. Sempre sugli scudi, proprio da un recente assaggio – 25 campioni da tutto il mondo, alla cieca – il Ronco è emerso a mani basse e senza smentita alcuna come il più appassionate dei blanc in batteria: dal colore paglierino viene fuori un bouquet olfattivo sempre in grande spolvero, fiori di sambuco e note vegetali su tutti, balsamico. Al palato non fa mancare una certa vivacità gustativa, quasi intransigente prima di offrirsi in un finale di bocca ricco e oltremodo piacevole. Da tenere sempre a portata di mano!
Magari poi mi ringrazierete pure, forse.
Tag:angelo di costanzo, asprinio d'aversa, biancolella, blangè ceretto, cortese, degustazione, estate, falanghina, fattoria la rivolta, frilui, greco, grotta del sole, isola di capri, joaquin dall'isola, lis neris, piemonte arneis, riesling, ronco delle mele, sauvignon, sommelier, vacanze, villa russiz, vini bianchi della campania
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26 luglio 2010
Appena qualche giorno fa vi ho raccontato di una spelndida serata¤ vissuta tra amici in quel dell’Abraxas¤ a Pozzuoli dove ci eravamo riuniti, di piacere e di gusto, per bere del buon Pinot Nero. Entusiasti di come era andata quella cena, ci eravamo ripromessi di rivederci appena possibile per un nuovo appuntamento, stavolta centopercento bianchista; tra un sms e l’altro, è venuto fuori di puntare una dozzina di fiches bottiglie sul fiano.

Premessa: Qualcuno avrà pensato di apparire troppo originale nel portare con se bottiglie non Irpine, cosicchè alla fine ci siamo ritrovati con 11 vini dei quali 10 Fiano di Avellino ed uno solo, Il Cumalè di Pasquale e Betti Mitrano di Casebianche, del Cilento. Vatti a fidare del buon intuito…
Prologo: ognuno si è preoccupato di procurare almeno tre bottiglie di vino, opportunamente celate da carta stagnola e decapsulate. Al momento dell’arrivo a casa di Gerardo ed Emanuela sono state consegnate nelle mani di una persona che successivamente non ha partecipato alla degustazione (e neppure siedeva tra noi) che ha provveduto a numerarle e poi di volta in volta a consegnarle alla tavola. Tutto questo pragmatismo, sia ben chiaro, non è stato messo su per ostentare certe “pippe mentali” sulla tecnica della degustazione alla cieca (che tanto ci piace ma che in queste serate preferiamo relegare al noncipuofregardemeno!) ma piuttosto perchè se divertimento doveva essere volevamo che lo fosse fino in fondo.
Questo il risultato a latere di un piacevolissimo convivio tra Amici di Bevute; la sequenza dei primi cinque vini esprime quello che potremmo definire “il podio”, in base ad una loro valutazione in termini di franchezza, integrità e piacevolezza. Gli altri vini, alla luce di quanto espresso, vengono ritenuti praticamente alla pari seppur alcuni di essi ci sono apparsi in chiara difficoltà, qualcuno addirittura rovinato.

Fiano di Avellino 2008 Colle di San Domenico, un vino davvero delizioso, assai piacevole, di una freschezza memorabile ed una franchezza incredibile. Ci ha conquistati tutti, all’unanimità e senza riserva alcuna. Dal bellissimo colore cristallino ai profumi freschi e profondamente varietali, alla distanza anche di una particolare ampiezza ed eleganza. L’impressione è di una materia prima di altissimo lignaggio e molta poca tecnica in cantina se non lo stretto necessario, da manuale insomma.
Fiano di Avellino Exultet 2008 Quintodecimo, della serie, già un classico? I vini di Luigi Moio come pochi riescono a dividere (non si capisce perchè :-)) ma come pochissimi altri riescono ad esprimere una tale perfezione tecnica. Un vino infinito, impressionante per la materia che esprime, in bocca più che al naso. Dal bellissimo colore paglierino carico, al naso è carezzevole e suadente, intenso, ampio e profondo, giocato su di una eleganza di rara fittezza. E’ buono, ma buono per davvero, come il pane!
Fiano di Avellino Pietracalda 2009 Feudi di San Gregorio, tecnicamente perfetto, molto piacevole, nessuna sbavatura. Ottimo compagno a tutto pasto di grasse bevute, nessun sussulto se non il pensiero di come in Feudi di San Gregorio stiano percorrendo una strada di crescita qualitativa costante, espressa a mani basse da una gamma di vini, ormai prodotti in quantità certamente industriale ma che difficilmente risultano inaffidabili. Per palati al primo approccio con il varietale, ammiccante.
Fiano di Avellino Colli di Lapio 2007 Romano Clelia, l’annata calda non l’aiuta certamente ad esprimere il meglio di se, di un terroir assolutamente d’elezione per il varietale e senz’altro di riferimento per il movimento bianchista in Campania, ma val bene l’assaggio. Il colore è un tantino surmaturo, già tendente all’oro, il naso è un effluvio di sensazioni dolci, molto piacevoli a dire il vero, ma guai a lasciare andare la temperatura sopra la soglia ottimale dei 10-12 gradi, il ventaglio olfattivo ai più potrebbe risultare stucchevole se non addirittura spiacevole. Buono il palato, manchevole in profondità, non in acidità.
Fiano di Avellino 2009 Cantina Astroni, il padrone di casa naturalmente non ha resistito alla tentazione di infilare in batteria una delle sue bottiglie. Sulla falsa riga del Fiano di Colle di San Domenico abbiamo ritrovato in questo vino estrema piacevolezza. Naso molto invitante, palato pulito, fresco, di gran bella beva. Non un vino lunghissimo in bocca, ma certamente impossibile da confondere. Ottimo passaggio, di certo il pensiero che questo è solo il secondo anno nel quale Gerardo si cimenta in tutto e per tutto nella vinificazione di Fiano di Avellino è foriero di ottimi auspici per il futuro aziendale, soprattutto perchè le uve hanno origine in un’areale ben esposto della denominazione, a Montefalcione.
A margine, come detto, Il Vintage 2002 di Mastroberardino (risultato di tappo), il Cumalè 2009 di Casebianche che non ci ha convinti ma siamo certi che si sia trattato di una bottiglia poco espressiva. Nando Salemme ci ha tenuto a sottolineare che ne aveva goduto appena la sera prima ed era di tutt’altra pasta, io stesso ho avallato tale opinione essendo un convinto fan dei vini¤ di Pasquale e Betti Mitrano. Il Vigna Pezze 2007 di Struzziero invece non è per niente pervenuto: un vino decisamente greve, assolutamente inespressivo, ma qui la qualità della bottiglia c’entra poco.
Ci è dispiaciuto invece non aver potuto godere e dissertare di Bambinuto, piccola realtà (in verità specializzata sul Greco di Tufo) in buona crescita, ma la bottiglia di Fiano aperta ci ha letteralmente sconvolto: crediamo essersi trattato di un serio problema che speriamo non comune ad altre bottiglie in giro, il vino era praticamente rancido, il colore sull’ambrato, assolutamente svanito al naso.
Una considerazione a parte meritano i due Fiano di Avellino di Ciro Picariello e Guido Marsella, entrambi 2006 ed inaspettatamente relegati – ad unanimità – in fondo alla classifica. Del valore dei due “winemaker” ne abbiamo piena coscienza soprattutto per la ventata di nuovo ideologico sul varietale (addirittura avvicinabile – in certe annate – al Riesling della miglior Mosella¤) che sono stati capaci di affermare soprattutto negli ultimi quattro-cinque anni in Campania; non è da meno l’enorme considerazione che nutriamo per il terroir di Summonte che i suddetti, con i propri vini, rappresentano in maniera più che egregia, in certe annate davvero con esecuzioni eccezionali; questa omogeneità espressiva però sembra tanto una costante di primissimo pelo nelle grandi annate quanto un limite invalicabile in quelle definite “minori”.
Di Picariello rimane indimenticato indimenticabile il 2004, di Guido Marsella oltre al vino, la sua storia personale che lo ha consegnato ad esso e immediatamente consacrato come il “rookie” più interessante dell’ultimo ventennio; una storia contornata tra le altre cose da una passione infinita, tanto da farlo decidere di rompere col passato per tuffarsi, letteralmente, in vigna.

Insomma, il millesimo 2006 non è stato per niente tenero con il fiano e la diluizione del frutto che si palesa nei bicchieri non ci offre certo spunti di riflessioni entusiastiche, ma per dirla tutta, un semino di assennatezza lo vogliamo lanciare: è proprio tutta colpa dell’annata o c’è dell’altro? Inoltre, questo limite, siamo disposti in tutto e per tutto ad accettarlo accontentarci o tecnicamente si potrebbe fare di più? E cosa direste se vi avessero detto che prima di berle queste stesse bottiglie avreste dovuto aspettarle almeno per tre-quattro anni, con tale risultato nel bicchiere?
Hanno partecipato al convivio, per precisione di cronaca: il sottoscritto, Vanna Ambrosino e Nando Salemme (ristoratori, il secondo sommelier professionista), Emanuela Russo (sommelier), Lilly Avallone (sommelier professionista), Gerardo Vernazzaro (enologo), Rosaria Fiorillo (sommelier) oltre che alcuni Amici di Bevute particolarmente appassionati.
Tag:angelo di costanzo, bambinuto, ciro picariello, colle di san domenico, exultet, feudi di san gregorio, fiano di avellino, gerardo vernazzaro, guido marsella, irpinia, luigi moio, mastroberardino, nando salemme, quintodecimo, sommelier, struzziero
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23 luglio 2010

Ci sono passioni che attraversano i confini del tempo, Luciano Ligabue è il primo rocker italiano capace di farmi sussultare per davvero. E’ vero, prima di lui Vasco aveva già solcato una scia, ma pur apprenzadolo tanto non me ne sono mai curato particolarmente. Del Liga si, è stata vera passione. Il tempo lo ha consacrato alla musica italiana, oggi è una star, non so quanto ancora rock, ma è una star. Continuo a pensare che il vero Liga si sia fermato a “Buon Compleanno Elvis!” e checchè se ne dica nessun album mi ha mai emozionato di più di “Sopravvissuti e Sopravviventi” di qualche anno prima; Al solo pensier di sentire la batteria di Gigi Cavalli Cocchi ancora mi vengono i brividi. Ringrazio Alessandro Marra per avermi concesso ispirato questa piccola introduzione-riflessione a questo suo bel pezzo sui Lambruschi modenesi, buona lettura. (A. D.)
«Lambrusco e popcorn, un bicchiere di vigna e un vassoio di mais già scoppiato»: così cantava Luciano Ligabue quasi vent’anni fa, era il 1991. Bello il pezzo, anche se, in effetti, mi sono sempre chiesto se Lambrusco&Pop Corn fosse solo un abbinamento musicale o qualcosa di più. Che così, a pensarci un po’, starebbero pure bene assieme, con il rosso mosso a sgrassare la bocca unta e ri-unta dagli scoppiettanti chicci di mais. Certo, c’è lambrusco e lambrusco. E, soprattutto, di lambroosky – come dicono sul 2.0 – ce n’è un bel po’: maestri, marani, montericco, viadanese, salamino di santa croce, grasparossa e sorbara.
Nel mio caso, se ho cominciato a ripensare questo «pezzo di mondo» (per dirla alla Liga…) è stato grazie agli assaggi di Terre di Vite, la bella manifestazione che si è svolta nel febbraio scorso in terra modenese; e al Vinitaly di aprile, quando è stata presentato al pubblico il Simposio dei Lambruschi, neo-nata associazione di otto produttori del modenese: Azienda Agricola Paltrinieri Gianfranco, Azienda Agricola Tenuta Pederzana, Azienda Agricola Villa di Corlo, Azienda Vinicola Ca’ Berti, Azienda Vinicola Fiorini, Azienda Vitivinicola Fattoria Moretto, Podere il Saliceto Società Agricola e Società Agricola Vezzelli Francesco, decisi a mettere in mostra “le affinità dell’eccellenza“.
Forse, anzi togliete pure il forse, sarebbe il caso di rimetterlo a tavola questo rosso, tanto conosciuto all’estero quanto bistrattato in patria: non solo a Capodanno, quando lo zampone, il cotechino e le lenticche lo chiamano a gran voce; ma anche nella quotidianità, magari accanto ai maccheroni al gratin di una che conosco io.. Che il mio pezzo suoni – quindi – come un invito, uno sprone a curiosare nel modenese (e poi ancora nel parmigiano, nel reggiano e nel piacentino): chè di lambruschi, e di non-lambruschi, ce n’è tanti, per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Quelli che vi propongo sono cinque assaggi del modenese, con la promessa di riparlarne ad ottobre quando farò di sicuro ritorno a Levizzano Rangone per To Be Lambrusco, evento che ospiterà anche i lambruschi del Mosaico piacentino e del Convito di Romagna.
Lambrusco di Modena L’Albone 2009 Podere Il Saliceto Gian Paolo Isabella lo trovi spesso su Vinix e a Vinitaly l’ho conosciuto di persona. Il suo lambrusco prende il nome dalla vigna che si estende lungo il vecchio argine del fiume che scorre a Campogalliano. La vinificazione contempla una macerazione pre-fermentativa a freddo per 3-4 giorni (al fine di ottenere una maggiore estrazione di colore e di tannini) e la fermentazione in autoclave. Blend di salamino di santa croce (70%) e sorbara (30%): del primo ha le caratteristiche note di frutta rossa dolce e di viola, del secondo la mineralità. Il risultato è un vino d’un violaceo piuttosto intenso e con una discreta componente alcolica (12.63%). In più lo mandi giù che è una bellezza per quanto è fresco. Lungo, naso/bocca spiccicati, persistente, con una piacevole trama tannica. Prezzo e numeri piccoli piccoli.
Lambrusco di Sorbara Corte degli Attimi 2009 Fiorini. L’azienda è di quelle che hanno vissuto quasi un secolo e produce anche l’aceto balsamico tradizionale di Modena. Il primo assaggio di questo sorbara in purezza soffriva di “imbottigliamento del giorno prima” ma il secondo ha convinto: bello e luminoso il colore rubino, affascinante la spumetta iniziale. Dal naso si capisce che spinge molto sulla freschezza e sulla mineralità (che è poi uno dei tratti distintivi del sorbara): i profumi non sono particolarmente intensi ma, quello sì, eleganti. Il sorso – invece – è secco, molto fedele alle sensazioni olfattive di amarena, ribes rosso e violetta; leggerino per componente alcolica (11%). Venticinquemila bottiglie, boccia più boccia meno, sotto i 10 euro.
Lambrusco di Sorbara Leclisse 2009 Paltrinieri, si scrive senza l’apostrofo dopo la elle ed è anche questo un sorbara in purezza, ottenuto dall’areale tradizionalmente più vocato, quella striscia di terra che sta in mezzo ai fiumi Secchia e Panaro che è conosciuta come “la zona del Cristo”. Lo fanno solo nelle annate migliori: del millesimo 2009 si contano all’incirca dodici mila bottiglie. Tratti olfattivi elegantissimi di lampone e melograno, di rosa e violetta. Il colore è scarico (se lo si paragona ad esempio al grasparossa): ma è questa un’altra peculiarità del vitigno. Da’ il meglio di sè in bocca dove il gusto è secco e si concede con una bellissima persistenza di lampone. I dodici gradi fanno il loro mestiere egregiamente riportando ad equilibrio le accese sensazioni di freschezza che altrimenti stonerebbero. Di grande, grandissima bevibilità.

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Robusco 2009 Ca’ Berti. Il grasparossa di Gian Matteo Vandelli (lui, invece, lo trovi spesso e volentieri su faccialibro) l’avevo già provato a febbraio; e anche lui, in quell’occasione, aveva detto a chiare lettere di essere ancora in fasce. Il tempo ha dato i suoi frutti perchè a Verona, due mesi dopo, era in gran forma. A voler essere precisi, nell’uvaggio ci sarebbe anche un 15 per cento di malbo gentile, vitigno che nemmeno sapevo esistesse e che ho saputo esser stato soltanto da poco recuperato dopo che con il boom delle ceramiche era stato spiantato negli anni ’60. Le uve utilizzate provengono da un vigneto di 45 anni e il risultato è un vino molto rotondo, in cui il malbo gentile arriva dove il grasparossa non può arrivare per la sua bassa acidità e i tannini poco eleganti. In bocca è molto gradevole; come pure al naso, in verità, dove dominano i profumi di viola mammola e amarena, con un grado alcolico del 12%. Ne produce circa settantamila bottiglie e lo porti a casa con 8-9 eurini se non vado errato.
Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Monovitigno Fattoria Moretto. Come da tradizione, il cru dell’azienda non riporta l’indicazione dell’annata in etichetta. Le uve – coltivate secondo i canoni dell’agricoltura biologica – provengono da un piccolo appezzamento di viti vecchie più o meno cinquant’anni, con una resa per ettaro che non supera i 50 quintali: una miseria se si pensa alle quantità tollerate dai disciplinari di produzione. Nel bicchiere mostra una spumetta generosa e un leggero residuo zuccherino si insinua nel sorso coerentemente a quell’impronta dolciastra dei profumi, intensi e giocati sulle note di fragole, rose e violette. Apprezzabile l’intensità e la durata delle prestazioni al palato, con dodici gradi di alcool.
Buon viaggio, allora…
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13 luglio 2010
“Guardi avrei proprio voglia di lasciarmi consigliare da lei un bel vino campano, qualcosa che mi possa far cambiare idea ed opinione a riguardo: deve sapere che lì, su al nord, non è che si beva benissimo, ci sono certi soloni, tutti matti per lo sciardonnè, ma per me che amo il sud rimane comunque piuttosto difficile trovare dei vini della vostra regione che mi entusiasmino in modo particolare, ma è possibile che avete solo Cantine Sociali..?”

Carlo Bernini (nome puramente di fantasia, ndr) si è dimostrato un ospite molto gradito. Avvocato in Cassazione, spalle larghe, almeno quanto il bacino e sessant’anni nemmeno a vedergli la carta d’identità, viso tondo tendente al paffuto, dagli occhi azzurri, semi chiusi; persona però distinta, appena un po sfacciata, curiosa, insomma uno di quei clienti che pagheresti per avere alla tua tavola, e non solo per le belle bottiglie che ti lascia decidere di aprire, e nemmeno per la lauta mancia che ti offrirà alla fine per ringraziarti, stavolta con gli occhi ben aperti, azzurri, lucidi, soddisfatti per avergli riservato una piacevole serata: la tua soddisfazione, la grande soddisfazione l’avrai ottenuta invece da quelle poche parole, tra le mille venute fuori durante la cena, che ha saputo far entrare, esprienza alla mano, con le sue osservazioni, con le sue puntualizzazioni, con i suoi aneddoti, nella tua mente, prepotentemente, parole che mai dimenticherai!
L’avvocato Bernini ne ha viste tante in vita sua, e ne ha districate troppe per fidarsi ciecamente: “mi sono occupato di frodi alimentari e di vino per circa un ventennio, e credimi mio bel sommelier, la purezza delle tue parole, il tuo racconto mi affascinano, ma non mi convincono, ho bisogno di più”. Avvocato mi lasci dire, che brutta opinione che s’è fatto del vino, lasciamo stare le mie chiacchiere, facciamo che a parlare sia il bicchiere, io le faccio bere due-tre cosette, lei, alla fine, mi deciderà cosa val la pena pagare e cosa no, ci stà? “Intraprendente…”.
Così dopo una ouverture leggiadra a base di Biancatenera di Tramonti (Monte di Grazia bianco ’09) confido che sia il Cruna DeLago di Luigi e Restitua Di Meo a scalfire la mistica pervasione del vino nostrano agli occhi dei transumanti avventori dell’alta langa. “Un vino delizioso, ti dà l’impressione di volerti piacere per forza ma non è ruffiano, non ammicca in maniera insolente, dico bene?” Dice bene, essere se stesso è un suo tratto caratteriale. Il vitigno di cui è composto, la Falanghina dei Campi Flegrei ha la capacità di conquistare i palati senza sciolinare false pretese, offre vini sinceramente franchi, austeri e sottili al naso, asciutti e minerali, profondi al palato. Il vino che ne viene fuori è di solito vivo come la storia millenaria imprigionata nelle centinaia di enclavi di monumenti che ne costellano il territorio tutto, da Pozzuoli a Bacoli, ed il Cruna DeLago è una delle sue massime interpretazioni: giallo splendente, intriso di profumi di glicine e pino mediterraneo, quello delle coste di Agnano, austero proprio come l’anima dei suoi vignaioli, legati alla propria terra più che a se stessi, un nettare asciutto e minerale come le falde ardenti del vulcano Solfatara, salmastro non per evoluzione ma per finissima vocazione.
Ecco avvocato, mi sono tenuto defilato, niente nomoni, non le ho nemmeno raccontato della crescita inimmaginabile, il successo del Fiano di Avellino e del Greco di Tufo, e le ho servito il Fiorduva solo perchè così come richiesto dal dotto’ Impresacchi: ma mi dica, le sono piaciuti i vini? “Angelo, ho molto apprezzato, vorrei tanto conoscere di questo Alfonso Arpino, come si fa ad allevare vigne di cent’anni? E poi i Campi Flegrei, pensare alla Falanghina con questa profondità così mediterranea non mi era mai capitato prima, oggi ho scoperto due bei vini!
E’ solo l’inizio mio caro Avvocato, questa è la mia terra e non ha confini!
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11 luglio 2010

Uno degli aspetti che più amo del mio lavoro è imparare, riuscire a cogliere uno stimolo, un insegnamento, da ogni esperienza che vivo, quotidianamente. E’ da un po che mi frulla in mente di parlare del vino Kasher, argomento che in realtà ho già affrontato passato, ma aspettavo l’occasione per entrare nel merito di una produzione che appartenesse alla nostra Campania, e che riscuote, tra l’altro, un ottimo successo. Ai più non sarà sfuggito che il vino, più di ogni altra bevanda, gode da sempre di una sua particolare sacralità, ma non quella dettata dai fanatici guru guidaroli o dai neo profeti in patria, ma quella intesa nel vero senso letterale della parola, di liturgica definizione, che fa cioè del dolce frutto offerto all’uomo dalla terra, un dono di Dio, e per questo curato (in vigna) e prodotto (in cantina) seguendo protocolli rigidissimi al fine di preservarne purezza ed integrità.
Il vino Kasher rappresenta in Italia una produzione certamente di nicchia ma più diffusa ed apprezzata di quanto si pensi, tanto dallo spingere diverse aziende italiane ad investire in tale direzione per potersi garantire anche solo uno spicchio di un mercato, che se in patria può risultare circoscritto in particolar modo a Roma o su di lì, in certi paesi, Stati Uniti in primis, può rappresentare una importante opportunità commerciale. Così una delle più preziose delle aziende leader in Campania, per qualità dell’offerta e diffusione sul mercato offre da qualche anno due riuscitissime interpretazioni di vino kasher: il Fiano di Avellino Maryam e l’Aglianico Rosh; Stiamo parlando evidentemente dei Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico.
I Protocolli di produzione, come detto sono rigidissimi, basti pensare per esempio che ogni operazione manuale o spostamento mosto/vino deve essere eseguita da ebrei osservanti; Ogni eventuale intervento da parte di terzi comprometterebbe l’intera produzione di vino Kasher. Durante le varie attività di produzione è importante che tutti gli impianti in metallo o vetroresina siano precedentemente lavati con abbondante acqua bollente; Le parti di raccordi in gomma, qualora già utilizzati in cantina vanno procurate nuove.
Il personale ebraico entra in scena sin dall’operazione di spremitura delle uve, già per ribaltare le cassette da far pervenire nella coclea, azionare la pigiatrice e/o diraspatrice, le pompe che dirigono il mosto nel tino. Solo da questo momento, il Mevushal (vino cotto) può essere toccato da ogni operatore purchè ad ogni travaso o altra operazione successiva sia presente l’autorità Rabbinica, la quale poi provvederà a certificare la congruità delle fasi di lavorazione nonché il prodotto imbottigliato attraverso da tre segni distintivi: l’etichetta, l’eventuale retroetichetta ed il tappo di sughero con il segno di riconoscimento o marchio del Rabbinato. In particolare in etichetta dovrà apparire il nome del Rabbino che ha eseguito il controllo e che rilascia il certificato, tale etichetta può anche essere eventualmente applicata sulle scatole d’imballaggio, sarà comunque sempre l’Autorità Rabbinica a rilasciare ogni volta il numero di etichette o tappi necessari all’operazione. Tutta la produzione annuale viene comunque accompagnata da un certificato originale registrato presso il Rabbinato Centrale d’Israele che ne garantisce tra l’altro anche l’esportazione. Rosh come detto è prodotto da uve aglianico, in verità chi si è appassionato negli anni a quel campione di ottimo rapporto prezzo-qualità che è il Rubrato, saprà cogliere in questo vino similitudini assai efficaci. Il vino sfoggia un bel colore rubino con fresche nuances violacee, mediamente consistente. Il primo naso è fragrante, intenso, non ampissimo, ma le sensazioni di frutta a polpa rossa e le note caramellose contribuiscono a definirne un profilo olfattivo molto invitante che chiude su leggere sfumature speziate. In bocca è secco, l’ingresso sul palato è molto gradevole, il frutto rimane in primo piano, delicato, pulito, anche in questa fase non si concede profondissimo ma è piuttosto gradevole ed appagante, leggero, schietto.
Tra le varie specifiche dettate dal Rabbinato ci sono ulteriori condizioni imprescindibili che l’azienda deve garantire per poter produrre vino Kasher, tra queste ne rammentiamo alcune tra le più importanti: le piante da cui provengono le uve devono essere vecchie di almeno 4 anni, le stesse ogni sette anni debbono essere lasciate improduttive e non è possibile produrre verdure o frutta tra i filari; Infine ad ogni vendemmia almeno l’1% della produzione di vino deve essere buttata nelle vigne rifacendosi al rito che simboleggia la tassa del 10% che una volta si pagava al Tempio di Gerusalemme.
Tag:aglianico, avellino, campania, feudi di san gregorio, gerusalemme, irpinia, israele, kosher, protocollo isaraelita, rabbinato d'israele, rabbino, rubrato, sorbo serpico, vino kasher
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