25 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Azienda parecchio chiacchierata quella dei Feudi di San Gregorio; criticata, talvolta sino all’inverosimile, tale dall’essere addirittura demonizzata; per contro, come smentirlo, ci sono centinaia di migliaia di professionisti e consumatori che ne hanno fatto una icona, un riferimento assoluto ed indiscusso per i loro acquisti.

La verità, come sempre sta nel mezzo: i Feudi hanno tracciato la storia contemporanea del vino campano in maniera indelebile, sino agli anni novanta senza protagonisti di rilievo fatto salvo i soli Mastroberardino e giusto uno o due nomi in più. C’è stato, come negarlo, una Campania del vino prima dei Feudi, dal sapore romantico, quasi nostalgico ma mai incisiva e persuasiva sul mercato del vino; e una dopo e con loro: attenzionata, rivisitata, finalmente considerata, rivalutata e rispettata, lanciata come non mai; un lavoro ai fianchi che per vent’anni ha visto l’azienda di Sorbo Serpico protagonista indiscussa sulla scena italiana e internazionale, a far da apripista, e in molti casi da traino, a centinaia di nuovi piccoli e audaci produttori.
Al centro di un circo mediatico tanto utile e funzionale al progetto di crescita quanto talvolta deleterio e deterrente per quella territorialità sempre evidenziata ma mai espressiva sino in fondo, o quantomeno immediatamente riconoscibile. Insomma, allori, fama, prestigio e primati indiscutibili; ma anche errori e orrori – di cui si è discusso tra l’altro infinitamente, sino alla nausea – che ne hanno fatto troppo spesso capro espiatorio di una visione del mondo del vino speculativa e globalizzata, per molti da condannare, ma essenzialmente segno del nostro tempo piuttosto che marchio di fabbrica depositato. In fin dei conti, tutti ben sanno che solo chi non fa non sbaglia mai.
Tant’è buon compleanno Feudi di San Gregorio!. Questo 2011 ci consegna i tuoi primi 25 anni di attività; agli occhi di molti possono sembrare tanti ma chi sa di vino (e vigne) conosce bene invece che è un tempo assai breve per sedersi sugli allori, quindi, aggiungo Ad maiora!. E il Campanaro, questo duemiladieci non fa altro che confermarlo, rimane il bianco più rappresentativo dell’azienda, forse il modo migliore con il quale salutare questo importante avvenimento. Personalmente l’ho sempre considerato, con il Taurasi Riserva Piano di Montevergine, il loro vino simbolo. Qui vivace, cristallino, dal naso davvero interessante e in lento divenire, come via via negli anni sa rinnovarsi voluttuoso, austero e adulatore, giustamente minerale.
Tag: 25 anni feudi di san gregorio, aglianico, antonio capaldo, campanaro 2010, campanaro dei feudi di san gregorio, enzo ercolino, feudi di san gregorio, fiano di avellino, i vini dei feudi di san gregorio, mastroberardino, pierpaolo sirch, sorbo serpico, taurasi piano di montevergine
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24 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Null’altro che una breve segnalazione di un “qualcosa” da bere, decisamente interessante, da ricercare tra una scarpinata e l’altra per chi si trovasse ancora in vacanza in quel meraviglioso luogo che è il Cilento; questo scorcio di fine agosto poi è perfetto per godere al meglio delle mete più belle di questo pezzo di Campania, sicuramente tra le più suggestive che la nostra “terra felix” sa offrire ai suoi avventori, continuamente sospese tra il cielo azzurro delle vicine colline – che in certi luoghi del parco si fanno vera e propria montagna – e il mare infinitamente blu delle coste incontaminate.

Si chiama La Matta, è praticamente uno spumante naturale, a dosaggio zero prodotto da uve fiano, l’ultimo vino nato in casa di Betty e Pasquale Mitrano, per mano – quel poco che è servito mettercele, a quanto pare – di Fortunato Sebastiano, enologo visionario e al tempo stesso mosso sempre da grande concretezza. Da quanto mi ha spiegato Pasquale, l’uva, il processo produttivo, seguono quella linea biodinamica e naturale ormai fortemente consolidata a Casebianche; il che significa: grande lavoro in vigna, cernita pressoché maniacale, soprattutto per cogliere al meglio solo quei grappoli con acini al loro massimo tenore di acidità, e che la presa di spuma, dopo la prima fermentazione classica per fare il vino base, avviene attraverso una lenta rifermentazione naturale e spontanea, e non attraverso l’addizione di anidride carbonica, zuccheri o additivi vari come si è soliti attuare.

Curioso anche il packaging, piuttosto scarno (e insolito) rispetto a quanto siamo abituati: le bottiglie, di vetro chiaro (!) fanno trasparire tutto il contenuto, compreso il deposito, che non manca di intorbidire il vino non appena scosso, e che esprime però tutta l’essenza di un progetto che più “integrale” non si potrebbe definire; bottiglie tra l’altro vengono tappate con un insolito tappo a corona anziché il più classico sughero ingabbiato “a fungo”, con ancora il bidule. Occhio quindi a maneggiarle con cura alla stappatura, soprattutto per evitare “botti e lanci” sconvenienti.
Il vino offre indubbiamente spunti molto interessanti, soprattutto nell’ottica di sviluppare un progetto di “bollicine alternative” e non semplicemente fini a se stesse, un po’ come accade ultimamente nell’area del prosecco, dove alcuni piccoli (e bravi) produttori hanno riscoperto, e quindi rilanciato, il cosiddetto “prosecco col fondo”, dando vita tra l’altro – soprattutto sul web – anche ad un forte movimento opinionista sull’argomento, dal valore storico e culturale abbastanza sentito in loco, ma che appariva quanto mai sopito negli ultimi anni. Così anche il La Matta 2010 mostra tutti i segnali organolettici più classici di un prodotto artigianale – e col fondo -, dal colore paglierino pallido/torbido al naso sicuramente poco incline a sentori fini ed eleganti, ma non per questo trascurabili.
Tuttavia gioca moltissimo il fattore emozionale, quello anzitutto di stare bevendo un prodotto che più naturale non si può, vivace quanto basta – non ci si può certo fossilizzare nel parlare di spuma, perlage e altro dinanzi a certi vini – e dal sapore davvero unico, che conserva tutta l’austerità della vendemmia precoce e la maturità del vino che va rincorrendo, bilancino alla mano, il suo equilibrio tra frutto e componenti dure: oltremodo secco, ancora a tratti citrino, regala però una gran soddisfazione di beva, tra l’altro con un tenore alcolico, 11 gradi e mezzo, piuttosto moderato. Magari non ci perderete la testa, ma ne conserverete senz’altro un piacevole ricordo!
Tag: azienda agricola casebianche, betty mitrano, campania, campania felix, cilento, enologo, fiano del cilento, fortunato sebastiano, la matta, la matta spumante naturale, pasquale mitrano, torchiara
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20 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Tema scottante la ricchezza di questi tempi, soprattutto nell’ottica di come siamo abituati, irrimediabilmente oramai, a sentirci ogni giorno più poveri, e non solo in termini economici. Giustapporre questi due vini non nasce certo dall’idea di un confronto possibile, evidentemente paradossale, ma da un fugace momento di riflessione su quanto siano costretti sempre più ad emozionare certi grandi vini nonostante le aspettative volgano a loro favore e quanto invece risultino sempre più sorprendenti certi altri meno blasonati, diciamo pure inesistenti agli occhi dei più, ma di indiscusso valore territoriale, morale, evocativo.

La Baroness Philippine de Rothschild si mostra in tutto il suo splendore, icona abbondante di una ricchezza debordante, materiale, scintillante, zecchina. La sua storia, quella della famiglia, ci racconta una storia suggestiva a tratti caratterizzata da episodi implacabili; ma ciò che interessa di più a noi del blasone de Rothschild lo ritroviamo tutto in questo mezzo bicchiere offertomi da Mr Adam per avere controprova del perché sia così infinita la sua passione per Mouton e, più in generale, per i vini di questo pezzo di Bordeaux da sempre luogo d’elezione per vini di altissimo profilo.
Un Pauillac 2004 strepitoso, non c’è che dire: colore rubino vivo, denso, quasi impenetrabile. Il naso è ampio, caldo, considerevole, a tratti ridondante di quei piccoli frutti rossi e neri talvolta stancanti altre volte immancabilmente attesi, desiderati, quasi rapiti; in bocca è consistente, copioso, fastoso, grasso, intenso, oltremodo largo, opulento, polposo di un frutto infinito, notevole, pieno, sontuoso mi verrebbe da dire. Ci sta tutto. L’attacco al palato è calorico, il vino ha parecchio spinta e non lo nasconde, esprime freschezza e tannino incisivi e voluttuosi, il ritorno gustolfattivo poi è elegante e raffinato: come te lo aspetti. Il finale di bocca chiude saporito, sfarzoso, soffice quanto basta e squillante quanto lo hai potuto solo immaginare, succoso, carezzevole. Un rosso pregnante, roba da ricchi insomma, mica male!

Raffaele Moccia¤ è invece una persona semplice, allevatore e vignaiolo nei Campi Flegrei. Le sue mani, segnate dal lavoro quotidiano in vigna, sono l’unico biglietto da visita che sa offrire all’avventore di turno. Quell’aria sorniona poi, che non riesce mai a svestire, rimane uno dei tratti più belli della sua personalità forgiata da grande fierezza e lucida caparbietà. Un uomo d’altri tempi.
Il Per ‘e palummo dei Campi Flegrei Agnanum 2010 è uno dei più buoni rossi mai usciti dalla piccola cantina di Raffaele: austero, disadorno da ammiccamenti inutili e sovraestrattivi, scevro da ogni maquillage che ne confonda l’origine, l’essenza, l’espressività. C’ha messo un po’ ad uscire il duemiladieci, le solite cavolate burocratiche della doc – unito ad un colpevole ritardo del produttore nel consegnare i campioni per le varie commissioni d’assaggio – ne hanno coscritto la commercializzazione a fine giugno quando invece molti clienti – taluni puntando anche i piedi – ne sollecitavano la pronta consegna già in maggio, a causa soprattutto delle numerose richieste ricevute. Invero, male non fa ai vini di Raffaele uscire qualche mese più tardi in là sulla stagione, ma essere una piccola azienda, che fa poche, pochissime bottiglie, talvolta rappresenta tanto un pregio quanto un limite difficile da comunicare e, peggio, far comprendere.
Il colore è chiaramente rubino vivace, appare magro e trasparente nel bicchiere, nudo, così come la terra pare averlo consegnato nelle mani del vignaiolo. Il primo naso è avaro, ma gli basta giusto un giro di orologio per mostrarsi in tutta la sua franchezza, spoglio di nuances carnose e gliceriche e guarnito di frutta a polpa croccante, succosa ed invitante. In bocca è spicciolo ma non approssimativo, stiracchiato su di un equilibrio dolcissimo tirato tutto tra fresca acidità e insistente vinosità, misurato, composto, efficace. In tempo di crisi, poveri noi, per bere bene senza sentirsi più di tanto in colpa!
Tag: agnanum, baroness philippine de rothschild, bordeaux, campi flegrei, chateau mouton rothschild, cratere degli astroni, de rothschild, francia, pauillac, per e palummo, piedirosso, piedirosso dei campi flegrei, premiere grand cru classé, raffaele moccia, ricchi e poveri
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15 agosto 2011 by L'Arcante
Tag: berlusconi, btp, bundes bank, buone vacanze, casta, conti sospetti, crisi economica, ferie d'agosto, ferragosto, gli spreconi della politica, governo italiano, hedge fund, manovra, opportunisti, rientro dalle vacanze, sole, squali, tartassati, tasse, tremonti
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14 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Così ci fermiamo per qualche settimana. Poche, non abbiate timore, giusto il tempo di ricaricare le batterie e riorganizzare le idee, tante e in continuo fermento, per garantirvi al meglio una informazione libera e, come avviene in questa rubrica, poche ma essenziali pillole di cultura enogastronomica.

Per l’occasione – è tempo di vacanza, di leggerezza – scelgo quindi di proporvi un vino di facilissima lettura, un rosato, cogliendo tra l’altro l’occasione per riparlarvi di una delle aziende più slow dei Campi Flegrei che mi sta particolarmente a cuore: La Sibilla della famiglia Di Meo.
Il vino, il Pedirosa, è nato qualche anno fa quasi per gioco, e nemmeno potuto replicare ad ogni vendemmia; del resto non tutti gli anni si può produrre tutto, seguendo quei rigidissimi canoni di qualità imposti non certo dal mercato quanto dalle scelte anzitutto agronomiche e quindi produttive fatte dalla piccola cantina di Luigi Di Meo & famiglia: poco – e quando capita anche pochissimo – ma buono, anzi buonissimo! Del resto si sa, il vino rosato o è un miscuglio di tutto ciò che non convince al momento della raccolta dell’uva, o è, come in questo caso, il fiore all’occhiello – magari partorito da vigne giovani ed esuberanti – che fa splendere l’intera gamma di vini capace in tutto e per tutto, come pochi altri in ambito flegreo, di esprimere in tutta franchezza l’essenza di un territorio unico ed irripetibile.

Ecco spiegato in poche parole il Pedirosa, duemiladieci per l’occasione: per ‘e palummo dei Campi Flegrei vinificato sapientemente in bianco, cioè con una brevissima macerazione a temperatura controllata del mosto sulle bucce, così da estrarre dalla massa solo il cuore pulsante, l’anima più sbarazzina e fragrante che concorre a farne, senza ombra di dubbio, uno dei vini rosati più riconoscibili in riferimento al varietale; al naso offre un bouquet rispettoso dei cardini classici del vitigno e della tipologia, inizialmente soave poi man mano più ampio e complesso: floreale passito, fruttato dolce e minerale, quasi sulfureo; al palato, la beva è carezzevole, giustamente secca, breve ma efficace.
Un vino rosato delizioso, facile come detto, immediato e dissetante, da spendere freddo sulla più gustosa delle zuppe di pesce del golfo, o così, d’emblè, per brindare alla prossima ambìta meta in riva alla spiaggia più bianca e suggestiva nei vostri desideri. Chi volesse un qualche riscontro, ne trova traccia sul web anche qui, ad opera della brava sommelier Sara Marte e ancor prima qui, in un nostro precedente post. Quindi, buone vacanze a tutti e, mi raccomando, portate un po’ della vostra terra flegrea in vacanza con voi.
Come detto, Pozzuolidice si ferma per qualche settimana per ritornare, perentorio, verso i primi giorni di settembre; con il rosato di piedirosso prodotto da La Sibilla di Bacoli, come sempre troverete una ricetta imperdibile affidata stavolta ad un ospite d’eccezione, Francesco Spagnuolo del Ristorante Morabianca di Mirabella Eclano (Av).
Tag: bacoli, campania rosato pedirosa la sibilla, campi flegrei, francesco spagnuolo, luciano pignataro, pedirosa la sibilla, per e palummo, piedirosso, risotrante morabianca del radici resort di mirabella eclano, sara marte, vincenzo di meo
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12 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Per quanto potessi scriverne bene di questo splendido vino nulla potrebbe essere più evocativo – e sinteticamente rappresentativo delle emozioni provate bevendolo – delle parole di Nadia Romano, a cui ho chiesto di raccontarmi l’origine dell’idea, del progetto, della nascita de Il Cancelliere e del Riserva Nero Né 2005 oggetto di questa recensione.

Mi dice: << …era fine ottobre, nell’aria c’era il sogno de Il Cancelliere; c’era pioggia e ancora pioggia, ma tanta pioggia, e ancora un po’ di uva da vendere; il lavoro di un anno che andava in fumo. Mia madre disse: “facciamo un po’ di vino per noi, usiamo la botte di castagno come ogni anno”. Arrivò per fortuna una giornata di sole, e ci affrettammo a vendemmiare. Il giorno dopo, manco a dirlo, ancora pioggia. Abbandonammo quindi l’idea di vendemmiare la vigna di Nero Né. In cantina, mentre fermentava il nostro vino arrivò Antonio di Gruttola, accompagnato da mio fratello che credo l’avesse incontrato solo poche ore prima e per caso presso un’altra cantina. Parlammo. >>

“Arrivarono successivamente belle giornate di sole e si vendemmiò finalmente anche la vigna di Nero Né, ma non c’erano botti disponibili. Un vicino di casa ci prestò un serbatoio, così riuscimmo a mettere assieme quel che oggi è nelle poche bottiglie a disposizione. Iniziò la fermentazione e così, naturalmente, tutto il percorso consigliatoci da Antonio. Dopo due anni arrivò il momento di imbottigliare il Nero Né, ma – inutile dirlo – non avevamo le attrezzature.”

“Così Pasqualino Di Prisco ci prestò imbottigliatrice e tappatore. In un angolo c’erano due barrique vuote, rigenerate, comprate da un artigiano di Caposele, si decise di riempirle e stiparle ancora, senza rifletterci troppo. Ecco, così è nata la nostra riserva 2005, e il vino fatto per noi divenne Gioviano 2005.”
A questo punto, sinceramente, non so nemmeno quanto sia necessario aggiungervi altro. Invero, avevo scritto qualcosa di una qualche utilità sull’analisi organolettica di questo affascinante aglianico, che trovo disarmante per quanto integro, dritto, profondo, diretto e, non di meno, proiettato a testa bassa negli anni a venire. Ma credetemi, pochi vini sono capaci di essere materia viva come questo, in grado quindi di ben raccontarsi anche da soli!
Questa recensione esce anche su www.lucianopignataro.it.
Tag: aglianico, antonio di gruttola, contrada iampenne, il cancelliere, montemarano, nadia romano, romano soccorso, taurasi, taurasi riserva nero né 2005
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6 agosto 2011 by Ledichef
Ho avuto il piacere di stare alla tavola di Francesco Spagnuolo, al Ristorante Morabianca del Radici Resort della famiglia Mastroberardino, sin dalla prima ora.

Poi, causa lavoro, ci siamo un po’ persi di vista, diciamo un paio di annetti (forse tre), prima di rincontrarci – con mio sommo piacere – lo scorso maggio qui a Capri dove è stato nostro ospite in occasione della bella serata messa su con Piero Mastroberardino. Francesco è cresciuto, e non di poco, “ha preso per bene le misure della sua nuova dimensione” in quel di Mirabella Eclano, mi ha detto con piena soddisfazione; fa piatti semplici, immediati e dai sapori autentici, come vuole la tradizione e come ci racconta la sua storia professionale. Urge rinfrescare la memoria, fargli nuovamente visita, frattanto mi ha girato una sua nuova ricetta…
Ingredienti per 4 persone:
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4 Filetti di Baccalà
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2 zucchine di media grandezza
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6 pomodorini Datterini
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2 albumi d’uovo
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Olio di semi (per la frittura)
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Pane grattugiato
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Farina
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Olio extravergine di Oliva
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Erbette miste – per la panure – (rosmarino, timo, maggiorana)
Dopo aver dissalato il Baccalà ricavatene solo il filetto tagliandolo grossolanamente; quindi asciugatelo per bene con un canovaccio di stoffa; a parte, preparate il pane grattugiato profumandolo per bene con le erbe, poi in una piccola boule sbattete energicamente i due albumi d’uovo; passiamoci quindi i filetti, adesso nell’albume, poi nel pane grattugiato, prima di passarli a friggere in olio di semi a circa 170°.

A questo punto, lavate e tagliate a dadini piccoli le zucchine, quindi i pomodorini datterini (a cui vanno tolti i semini interni) e saltate il tutto in una padella antiaderente con pochissimo olio extravergine d’oliva per non più di due minuti. Dovranno rimanere croccanti.
Portate in tavola ponendo le zucchine e i pomodorini croccanti al centro del piatto, adagiandovi sopra il filetto di Baccalà, un ciuffo di prezzemolo riccio ed ancora un filo di olio extravergine d’oliva.
Tag: baccalà, francesco spagnuolo, mastroberardino, mastroberardino winery, mirabella eclano, radici resort, ricette d'autore, risotrante morabianca, ristorante morabianca
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6 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Un report per immagini che parla (quasi) da solo dell’evento enogastronomico tenutosi qui a L’Olivo lo scorso 15 luglio in collaborazione con il Varvary restaurant di Mosca dello chef Anatoly Komm e Moon Import di Pepi Mongiardino. Per dire: innovazione e tradizione, di gran fascino!

L’invito per la cena di gala a quattro mani, per l’occasione preceduto da un delizioso happening – immancabile – in cantina La Dolce Vite…

I protagonisti, Anatoly Komm, chef russo di indiscusso talento e tecnica, inserito tra l’altro dalla Lista San Pellegrino tra i primi 50 chef al mondo…

L’innovazione: azoto liquido, per la preprazione base di uno dei piatti più caratteristici della proposta culinaria di Komm, la Borscht; praticamente la rivisitazione di uno dei fondamentali della cucina rurale di madre Russia, la zuppa di Barbabietola…

La tradizione: la manualità classica richiesta dalla cucina mediterranea, qui nella preprazione di uno dei piatti must di Andrea Migliaccio, la Triglia farcita…

Prato estivo, di Anatoly Komm. Una misticanza di verdure cotte e crude con uovo hi-tech e salsa al tartufo bianco di Alba…

La Triglia con patè di olive nere e crema di cavolfiori alla vaniglia, uno dei piatti del nostro Andrea Migliaccio già divenuto un must…

Borscht con foie gras e vodka Kauffman Luxury vintage 2005; è richiesta una lunga preparazione per questo piatto, particolarmente scenografico e dai gusti piuttosto accesi e profondi; che a dire il vero non mi è affatto dispiaciuto, anzi…

Il Torrone ghiacciato con marmellata di pompelmo, mandorle tostate e balsamico, con le Farfalle con gamberetti, cocco, asparagi di mare e alici alla colutra le due novità di mezza stagione in carta a L’Olivo presentate in anteprima proprio quella sera…

Su tutto, le sublimi bollicine di Philipponnat, Il Royale Reserve Pure Cuvée 243 ed il setoso Grand Blanc, distribuite in esclusiva per l’Italia da Moon Import.
Tag: anacapri, anatoly komm, andrea migliaccio, angelo di costanzo, capri, capri palace hotel & Spa, champagne, kauffmann luxury russian vodka, philipponnat, ristorante L'Olivo, russia, varvary by anatoly komm, varvary mosca
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3 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Ancora Bordeaux, stavolta però “rive droite”, per un passaggio di primissimo piano tra le eccellenze d’oltralpe; siamo a Saint-Emilion e nel bicchiere ci godiamo uno Chateau Figeac 2004 davvero avvincente, in grande spolvero!

Lo chateau: Figeac è a Saint-Émilion, la rive droite di Bordeaux, una delle più ambìte delle appellation del bordolese. Numeri alla mano, quello della famiglia Manoncourt – Thierry è scomparso appena un anno fa a 92 anni – è il vigneto più grande dell’areale con i suoi 40 ettari piantati quasi in egual misura con cabernet sauvignon (35%), cabernet franc (35%) e merlot (circa il 30%). Di molto ridimensionato rispetto alla sua origine, ben più estesa e dalla cui spartizione, per vicissitudini ereditarie e/o finanziarie susseguitesi negli anni, ne hanno beneficiato in parecchi, ha conservato tuttavia intatto il grandissimo fascino di uno dei luoghi più vocati del bordolese. Qui, contrariamente alla consuetudine che vuole il merlot predominante negli assemblaggi, questi vi è presente per appena un terzo dell’uvaggio; il vino viene solitamente lasciato maturare esclusivamente in legni nuovi. Per quanto possa valere la classificazione – qui davvero poco se non nel merito puramente commerciale -, Figeac viene annoverato come un premier grand cru classé, seppur ancora di classe B nonostante la lunga battaglia (persa) di una riqualificazione in classe A.

La vigna: poco da dire, se non che il terreno qui è eccezionalmente caratterizzato dai cosiddetti graves de feu, letteralmente ciottoli di fuoco, collocati all’estremità nord-occidentale della denominazione, al confine con Pomerol. L’areale è suddiviso perlopiù in cinque microaree ben definite, due delle quali partoriscono oggi quel fenomeno chiamato Cheval Blanc, mentre le restanti tre, Le Moulins, La Terrasse e L’Enfer ricadono ancora nel dominio di Figeac.

Il vino: è palese quanto sia disdicevole appassionarsi a certi vini, apparentemente tutti uguali di anno in anno come se nulla mutasse di millesimo in millesimo; in realtà così non è: qui, più che altrove, l’annata incide notevolmente sull’imprinting del vino, e si fa sentire e come. Questo duemilaquattro pare calzare perfettamente lo stile dello chateau, meno – dicono – quello dell’appellation: Figeac, con questo uvaggio, se vogliamo atipico, è storicamente forse il meno rappresentativo dei vini di Saint-Émilion, ma quasi sempre estremamente fedele alla migliore delle interpretazioni dell’annata; così con questo millesimo, con un vino complesso, di nerbo e freschezza gustativa da vendere, tannini particolarmente eleganti.
Il colore è ricco, rubino vivo e poco trasparente; il primo naso è emblematico, frutti rossi croccanti, prugna e mirtillo in grande evidenza e note eteree, più di quelle balsamiche e speziate, piacevolissime, che richiamano tra l’altro un sentore piuttosto caratterizzante, sottile ma insistente, di brodo di carne. Al palato è asciutto, quasi arido, con un ritorno di frutta secca e spezie molto gradevole; il tannino non è aggressivo, per nulla invadente, ma non manca di sfoderare una certa vivacità gustativa, soprattutto sul finale di bocca quasi vibrante, di ottima fattura. In definitiva, un rosso di grande efficacia, con una spina dorsale importante ma tannino finissimo ed elegante e, non ultimo, una beva a dir poco gratificante dal primo all’ultimo sorso.
Curiosità: Château Figeac produce anche un secondo vino, La Grange Neuve de Figeac; non è da confondere invece con Château La Tour Figeac o con lo Château La Tour du Pin Figeac con i quali non ha, oggi, nulla a che spartire. Pensate inoltre che in tutta la Francia vi sono almeno 150 chateaux che in un modo o in altro recano nel proprio nome la parola Figeac, molti dei quali proprio nei dintorni di Saint-Émilion.
Tag: cabernet franc, cabernet sauvignon, chateau figeac, cheval blanc, Elizabeth Manoncourt, francia, grand cru classé de St. Emilion, Henri de Chevremont, La Grange Neuve de Figeac, merlot, premiere grand cru classé, rive droite, st emilion, Thierry Manoncourt, vitigni bordolesi
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2 agosto 2011 by Angelo Di Costanzo
Il vino dell’estate? Forse. Di certo c’è tutto un mondo da scoprire dietro ognuna di queste etichette; storie di una terra straordinaria, di persone che credono in quello che fanno ma soprattutto in quello che hanno da raccontare attraverso i loro vini. Ringrazio Luciano Pignataro per avermi chiesto di scrivere queste righe, da prendere essenzialmente come sintesi delle bevute più significanti di questa stagione di lavoro.
Nessuna classifica – come del resto son certo vi sia qualcuno dimenticato tra gli appunti -, ma solo un modo come un altro per ribadire quanto la mia terra, i Campi Flegrei, continui ad esprimere vini che meritano sempre più di essere bevuti più che raccontati. Infine un invito ai produttori, soprattutto ai “piccoli”, naturalmente senza la pretesa di essere ascoltato: specializzatevi, e puntate il mercato in senso verticale, non in orizzontale…
Nel pezzo, on line qui sul sito di Pignataro, si parla della Falanghina dei Campi Flegrei Agnanum ’10 di Raffaele Moccia, del Coste di Cuma 2009 di Grotta del Sole, della Falanghina Grande Farnia ’10 di Antonio Iovino; poi di Colle Spadaro, Cantine Astroni e di Cantine Di Criscio, Carputo, Cantine del Mare, Michele Farro, senza dimenticare, dulcis in fundo, lo strepitoso Passio 2007 di La Sibilla.
Tag: antonio iovino, bacoli, campi flegrei, cantine del mare, colline di napoli, contrada salandra, falanghina, falanghina dei campi flegrei, gerardo vernazzaro, grotta del sole, luciano pignataro, luciano pignataro wineblog, martusciello, michele farro, monte di procida, napoli, pianura, piedirosso, pozzuoli, quarto, vigne flegree
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30 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Pozzuoli è un porto di mare, con la terra, tanta, lì a due passi tutto intorno; il mare lo senti ovunque, il suo ascendente, l’odore, talvolta il rumore: ti rapisce l’anima; e il cuore antico della città ne riporta segni indelebili. Così la terra su per le colline della città, o nel popoloso hinterland, generosa e procace: ma anche qui se ne sono fatti tanti di scempi, è ora di finirla!

Ed è proprio lì il segreto del successo di domani, il perno attorno al quale costruire un futuro plausibile, concreto, realizzabile; certo, appare lontano immaginare una realtà non più grumosa come quella attuale, impicciata in fatti e misfatti che non lasciano trapelare speranza, eppure bisogna consegnare alle generazioni future almeno un briciolo di radici solide, da cui rinascere, ripartire, sognare, lasciandosi alle spalle un presente confuso e per niente felice. Radici che ci sono, forti; basterebbe tornare e pensarle tali, a dare magari voce allo sguardo di uno qualunque tra i vecchi pescatori del Valjone, o un briciolo di dignità a chi ancora preferisce zappare e coltivare la terra invece di offrire il fianco a quelle mezze calzette che non sanno far altro che tirare la giacca al politicante di turno.

Antonio Iovino, dalle terrazze della sua piccola azienda agricola, in località Monte Spina, l’aria di mare la respira tutti i giorni, ed ha imparato a leggerlo il mare, con occhi colmi di rispetto; così come ha saputo dare valore alla sua terra, quella che sin da bambino amava camminare a piedi scalzi, quando aiutava i fattori a potare e legare le viti di falanghina e per ‘e palummo maritate ai pali; viti che avrebbero dato buon vino fresco e leggero da rivendere ai sempre affollati ristoranti lì sul porto. Quella di Antonio in fondo, è una storia semplice: un giovane – oggi poco più che quarantenne -, che più o meno una dozzina d’anni fa ha scelto di continuare l’antica vocazione agricola di famiglia piuttosto che piantare, tra i suoi filari coltivati a spalatrone, assi d’acciaio e colate di cemento. “Qui la terra è argillosa e ricca di sostanze indispensabili per la vite, come fosforo, ferro, magnesio, tutti elementi che concorrono ad ottenere vini di buona sostanza e qualità ineccepibile, sarei stato un matto a pensarla diversamente”.

Ecco allora di cosa avremmo veramente bisogno nei Campi Flegrei, di tanti matti capaci di saper scegliere tra la terra ed il cemento! Quanto valore ha una pazzia del genere? Eppure, ma forse non a caso, l’azienda di Antonio, rimane una delle poche vigne di città strappate all’abominevole speculazione edilizia esplosa dopo il rientro dell’emergenza bradisismo, oggi, con vanto, un piccolo fiore all’occhiello della viticoltura flegrea.
Così, per questo vino, l’ispirazione per il nome Grande Farnia, perché come una quercia, qui sulle colline intorno al vulcano Solfatara, la vigna è stata capace di resistere al tempo ma soprattutto agli uomini; una vigna generosa, baciata dalla brezza marina e benedetta da importanti escursioni termiche. Il vino si offre di un colore paglierino tenue ma cristallino, il naso è subito vivace ed immediato, su sentori erbacei e frutti a polpa bianca, nonché accompagnato da una intrigante nota salmastra che ne rivela tutta l’essenza territoriale; la beva è asciutta, fresca, snella e sapida, difficile non ritornarvi ancora, ancora e ancora.
Ancora una vigna di città protagonista assoluta questa settimana sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice. Tocca ad Antonio Iovino e la sua minuscola azienda in località Monte Spina salvaguardare la tradizione agricola puteolana. La ricetta invece è come sempre affidata all’estro della nostra Ledichef.
Tag: antonio iovino, az. agricola monte spina, campi flegrei, coste di agnano pozzuoli, falanghina dei campi flegrei, grande farnia, monte spina pozzuoli, pozzuoli, pozzuoli dice, quercia, recensioni antonio iovino, vulcano solfatara
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29 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Profondità, equilibrio, sobrietà, colore. Ve lo do io il piatto dell’estate, anzi, ce lo offre Andrea, con il quale continua ad esserci, costantemente, un confronto di affinità in continuo movimento, una lenta evoluzione – necessaria – per non lasciare nulla al caso. Le mie parole sono certamente dettate anzitutto dalla profonda stima per la persona e per l’impegno, l’abnegazione professionale che profonde ogni giorno nella sua opera, con i suoi ragazzi; oltre che, naturalmente, per la complicità quotidiana che ci impegna a L’Olivo. Però, sto piatto è davvero sorprendente, buono, vivo. Provateci, c’è da divertirsi!

Ingredienti base per 4 persone:
Per le farfalle di pasta fresca
- 700 gr semolino
- 300 g farina 00
- 8 uova intere
- 30 gr sale
Per la salsa al cocco
- 500 gr latte di cocco
- 100 gr centrifugato di cocco
- 50 gr colatura di alici
- 350 gr fumetto di pesce
- Sale q.b.
Per la preparazione di ognuno dei quattro piatti:
- 10 gamberetti, marinati per circa 5 minuti con aglio, timo al limone e olio extravergine;
- 6 filetti di alici, marinati nella colatura;
- 10 farfalle di pasta fresca, cotte appena 5 minuti in acqua salata e saltate con burro salato ed erba cipollina;
- 12 asparagi di mare* sbollentati in acqua salata e conditi;
- 50 gr di composto di cocco, da porre a specchio sul fondo del piatto;
- 10 gocce di essenza di gamberi (ottenuta al naturale, in riduzione, dalle teste degli stessi);
- Poi fiori, timo sfogliato, limone grattugiato e olio extravergine come guarnizione.

Composizione del piatto: ponete la salsa al cocco a specchio nel piatto, posizionate le farfalle a scacchiera, e così i filetti di alici, i gamberetti e gli asparagi di mare; completate il piatto con poche gocce dell’essenza di gamberi e colatura di alici sparsi qua e là nel piatto, un pizzico di buccia di limone grattugiata finemente e, non ultimo, un filo d’olio extravergine d’oliva.
Nota bene: per i più “devoti” alla forma, opportuno saggiare questo piatto avendo cura, ad ogni boccone, di mangiare in tutt’uno ognuno degli ingredienti; è consigliabile pertanto servirlo con una mis en place che oltre alla forchetta preveda un coltello e un “cucchiaio a salsa”.
*Asparago di mare: o Salicornia, è una pianta ricca di sali minerali che vive in terreni umidi e bagnati dall’acqua di mare. Sboccia solitamente con piantine dalle stesse sembianze di quelle del corallo; concede, ai piatti dove viene utilizzato, originalità e particolare franchezza gustativa.
Ricetta di Andrea Migliaccio, executive chef del Ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel&Spa, proposta in occasione dell’evento Bellavista, in abbinamento all’ottimo Franciacorta Extra Brut Vittorio Moretti 2004.
Tag: andrea migliaccio, angelo di costanzo, asparagi di mare, bellavista, bollicine, capri palace hotel&Spa, cocco, franciacorta, gamberetti, le ricette famose, ricette d'autore, ristorante L'Olivo
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28 luglio 2011 by Ledichef
Dall’Irpinia (!) una fresca ricetta estiva di mare (!!) di Francesco Spagnuolo, executive chef del Ristorante Morabianca del Radici Resort di Mirabella Eclano della famiglia Mastroberardino; un piatto di facile esecuzione, a cui guardare con grande attenzione nella scelta degli ingredienti e con decisa soddisfazione nel sottoporlo al giudizio degli amici.

Ingredienti per 4 persone:
Pulite e lavate i frutti di mare e lasciateli in acqua pulita per circa mezz’ora con un po’ di sale da cucina fino, così da spurgarli da sabbia o altre impurità; fate quindi indorare in una padella ampia uno spicchio d’aglio (che andrà poi tirato via) ed unitevi le cozze e le vongole; coprite la padella tenendola su fuoco vivo sino a che tutti i bivalvi non risultino ben aperti. A parte, frattanto, sbollentate i gamberi rossi e lavate e tagliate i fiori di zucca a julienne. Uno o due serviranno per decorare la i piatti.
Nota bene: i frutti di mare, così come i gamberi rossi, vanno sgusciati; volendo, conservatene integri magari solo una manciata di bivalvi, da usare come decorazione.
A questo punto passiamo al passaggio finale per definire la zuppa: versate in una padella alta dell’olio extravergine d’oliva, lasciatevi soffriggere l’altro spicchio d’aglio (che come prima andrà poi tirato via una volta insaporito l’olio) ed unitevi i frutti di mare e i gamberi rossi, sfumandoli con un po’ di vino bianco poco aromatico; infine i fiori di zucca. Quindi aggiungiamo un po’ di acqua madre di cottura dei frutti di mare, possibilmente passata al setaccio, che avremo in precedenza messo da parte; fate cuocere per circa 4-5 minuti, non di più. Una volta spenti i fuochi, lasciate intiepidire la zuppa e portatela in tavola già porzionata, in un piatto fondo, con le fettine di pane croccanti e, immancabile, un filo abbondante ancora di olio extravergine d’oliva.
Tag: cozze, francesco spagnuolo, gambero rosso, irpinia, l'arcante, ledichef, lilly avallone, mastroberardino winery, mirabella eclano, piatti di mare, ricette estive, ristorante morabianca del radici resort, vongole veraci, zuppe
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25 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Non so voi, ma è da un po’ che ci penso a sta cosa: possibile che negli ultimi tempi quando si parla di vini toscani lo si faccia quasi solo eslusivamente in riferimento alle catastrofiche conseguenze dell’inarrestabile emorragia del cambio dei disciplinari o delle cazzate amnesie varie dei consorzi di tutela o degli enti promotori? O forse a riguardo di Chianti Classico, Brunello e Rosso di Montalcino, Morellino di Scansano e Nobile di Montepulciano – quelli bevuti intendo – si è detto già tutto e di tutti?

Vabbè, magari poi ritornano, e come tutte le mode che si ripresentano andranno nuovamente ridiscusse. Qualche tempo fa invece, ebbi il piacere di ricevere da Giampaolo Paglia alcune bottiglie in degustazione dei suoi vini prodotti a Poggio Argentiera; tra questi, i suoi due morellino di Scansano, il Capatosta e il Bella Marsilia, e due nuove “idee” che subito mi conquistarono: il Bucce, da uve ansonica, e Il Principio, un ciliegiolo in purezza, praticamente allo start up, prodotto a quattro mani con il vignaiolo Antonio Camillo nella vigna presa in affitto tra Vallerana, Sgrilla e Sgrilozzo. “E’ una bellissima zona, appena all’interno e a non più di 10 km dal mare, poco più a nord di Capalbio” era scritto, tra le altre cose, nella missiva che accompagnava le bottiglie.

Da allora sono passati giusto un paio di stagioni, e l’impegno di Giampaolo nel progetto Bucce si può dire ancor più convinto: il 2008 rimane davvero interessante, mentre il lavoro sul ciliegiolo è un crescendo apprezzabile ed apprezzato anche dai palati meno attenti ad assaggi così insoliti, almeno in seno all’areale; il vitigno infatti, nonostante venga considerato uno dei più tradizionali e più antichi di Toscana – tra l’altro tanto strettamente legato al sangiovese dall’essere spesso confuso come un suo clone o progenitore – ha sempre trovato pochi estimatori nella sua valorizzazione in purezza, favorendone quindi un suo utilizzo quasi sempre a mezzo servizio, se non in piccole percentuali a saldo. E quando vinificato da solo o giù di lì, il più delle volte è stato quasi esclusivamente per dare vita a vinelli tipo “quelli della casa”.
In effetti il ciliegiolo nasce da una pianta piuttosto generosa, che produce – come si evidenzia dalla foto – grappoli belli grandi, offrendo vini quasi sempre con tinte particolarmente vivaci; da un punto vista colturale poi, ha una maturazione piuttosto precoce ed una buona produzione, il che ne ha fatto naturalmente una preda facile più per colture intensive che per altro. Non è certo il caso del Vallerana Alta 2008, che riesce invece a coniugare nel bicchiere ottima freschezza, evidente già nel bel colore rubino trasparente, a vivace complessità olfattiva giocata soprattutto su frutti rossi e neri croccanti, ed una beva asciutta, dinamica e polposa ad un equilibrio gustativo estremamente bilanciato in quanto a tannino, acidità ed alcol. Un vino fuori dal coro e che, secondo me, nemmeno aspira ad entrarvi, nato da una giusta intuizione, un progetto di sana viticultura e di intelligente lungimiranza; insomma, dalla Maremma ci consegnano un rosso alternativo da non perdere, da bere magari adesso, proprio in questi giorni di caldo torrido, servito più o meno intorno ai 14 gradi e lanciato alla mercé del puro godimento!
Tag: antonio camillo, bella marsilia, brunello di montalcino, capatosta, chianti classico, consorzio di tutela, disciplinari di produzione, giampaolo paglia, Morellino di Scansano, nobile di montepulciano, poggio argentiera
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23 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Il Desiderio è uno stato di affezione dell’io, consistente in un impulso volitivo diretto a un oggetto esterno, di cui si desidera la contemplazione oppure, più facilmente, il possesso. La condizione propria al desiderio comporta per l’io sensazioni che possono essere dolorose o piacevoli, a seconda della soddisfazione o meno del desiderio stesso.

Il dolore morale subentra con la consapevolezza dell’impossibilità di soddisfarlo, e quanto più forte è il desiderio disatteso – per esempio la mancanza della persona amata o un oggetto o ancora una condizione di cui si ha assolutamente bisogno -, tanto più forte è la delusione, quindi, la decadenza del desiderio stesso. Chi ne è capace però, per una rinnovata opportunità, per innata forza di carattere, o più semplicemente per un reiterato amor del vero, può riprovarci, talvolta con spirito rinnovato, anche solo per quella sottile quanto forte e coinvolgente sensazione di poter presto rivivere la stessa attesa, quel desiderio appunto, che la mente riesce a rievocare, e rinnovare, in modi più o meno evanescenti e/o realistici nonostante le percezioni dell’esperienza effettivamente vissuta.
Questo Margaux, classificato come 3eme cru classè, è di sovente prodotto con un uvaggio composto al 40% da cabernet sauvignon, 30% merlot, 20% cabernet franc e circa il 10% di petit verdot; un classico bordolese insomma. Più o meno. Al primo vino dello Chateau Kirwan, questo per l’appunto, viene destinato circa il 65% della raccolta, pertanto è lecito pensare che vi sia una gran cura nello scegliere solo i grappoli migliori per la sua produzione. Il duemilasei in questione è rimasto in legno – un terzo dei quali nuovi – per circa diciotto mesi; non tantissimi, ma nemmeno pochini.
Nel bicchiere mi son ritrovato un vino piuttosto vivo, non c’è che dire, sia nel colore rubino, bello concentrato, che nel frutto, certamente piacevole al naso – ampio e composito delle più classiche sfumature e sensazioni olfattive -, nonché concentrato ed abbastanza fresco al palato; il sorso però, tra l’altro nemmeno così persistente, non è proprio invitante, sinuoso e rotondo come le aspettative spesso lasciano intendere; appare materico e voluttuoso ma l’incidenza speziata, in particolar modo, risulta decisamente debordante sino a conferirgli, nel finale di bocca, sensazioni di amarezza e scompostezza eccessive. Da quel che ricordo, il duemilaquattro non mi dispiacque affatto, però dicono di questo ’06 che sia un Margaux di maggiore carattere, spigoloso quanto basta e con una bella struttura: “eccellenza in divenire”. Beh, in verità vi dico che no, ad oggi non ci siamo proprio. Io da certi vini voglio decisamente di più. E subito!
Tag: 3eme cru classé, cabernet franc, cabernet sauvignon, chateau kirwan, classificazione Bordeaux, francia, margaux, merlot, petit verdot, troisieme cru classé, vini bordolesi
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20 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Una settimana all’insegna dell’enigmistica, quella disegnatami da amici poco amici – in preda a tautologia compulsiva -, da avvenimenti che val la pena buttare subito alle spalle nonché da algoritmi incomprensibili, quelli che regolano il mondo 2.0, per me ancora troppo lontani dall’essere colti. Mi rimane da fare quello che son capace di fare: bere e raccontare.

Ci sono occasioni nelle quali ci si domanda cosa portare in tavola: fa caldo, tremendamente caldo, eppure bisogna rimediare con qualcosa. E’ il caso di magiare leggero, talvolta piatti freddi senza fronzoli né ambizioni particolari; un pomodoro, forse due, una mozzarella – o perché no -, dei filetti di tonno di quelli seri, una manciata di rucola, un filino d’olio extravergine e via così. Beh, semmai ci scappasse un tentativo – di quelli seri però – di vitello tonnato saremmo, come si dice, a cavallo; ma chi s’accontenta, si sa, gode lo stesso.
Opportuno non trastullarsi troppo per la scelta del vino, ma chi ha un pizzico di malizia non può non tentare l’asso nella manica, un rosato di quelli per niente banali da trattare oltretutto con i guanti: una scelta arguta, una giocata d’astuzia; un rosato color buccia di cipolla, delicato, esile a prima vista, ma fino e verticale nei profumi quanto nella vivace e ficcante beva. Quando bello fresco. No, non è affatto magro come si può pensare, qui il sangiovese è di quelli di primissimo piano, minuto ma di grandissima levatura, tanto da avere bisogno di stare a lungo in bottiglia, dice Franco Biondi Santi. Per contro rimane per poco, molto poco, nel vostro bicchiere. Si pensa al Rosato di Toscana Tenuta Greppo 2007 di Biondi Santi.

Invece certe sere a cena ti toccano piatti solidi, compositi, verrebbe da definirli variegati oltre che variopinti; vengono in mente linee orizzontali attraverso le quali si distendono moltitudini di profumi e sapori importanti ma non decisivi gli uni sugli altri; uno spartito complesso ma non di difficile esecuzione. Piatti ruvidi, talvolta salsati, che offrono spigolature accentuate pur senza eccessi sofisticati.
Si ha bisogno quindi di un vino florido, grasso, magnifico nel suo ego ma non raccapricciante per personalità; un rosso ricco, abbondante, copioso di frutta macerata e spezie fini, ferace di sensazioni uniche e votato a conquistare la pienezza gustativa, non necessariamente la profondità. Un sorso quasi principesco, snob per qualcuno, maledettamente efficace per altri; un bere disincantato prosperoso, robusto, quasi ammiccante. Si parla di casavecchia e pallagrello nero, in parte surmaturi, del Terre del Volturno Vigna Piancastelli 2008 di Terre del Principe.
Tag: biondi santi, brunello di montalcino, casavecchia, castel campagnano, manuela piancastelli, orizzontali, pallagrello nero, peppe mancini, rosato di toscana, settimana enigmistica, tenuta greppo, terre del principe, verticali, vigna piancastelli 2008
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16 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Di Carputo, più che la storia, ho bene in mente quante ne ho stappate di bottiglie; a metterli in fila, i tappi, si sarebbero coperti, senza esagerazione, chilometri. Erano, c’è da aggiungere, altri tempi, sto parlando di almeno una quindicina d’anni fa; ricordo che il per’ e palummo scorreva a fiumi mentre la falanghina non faceva in tempo a varcare la soglia del frigo che subito usciva in tavola.

Un successone insomma, sia per i numeri tra le mani del buon Antonio Palma, che ne curava le sorti commerciali su Pozzuoli e dintorni, che per il gradimento, indubbiamente alto, da parte di tutti gli avventori del ristorante dove mi dimenavo da ragazzino, la Fattoria del Campiglione; il perché era piuttosto semplice da individuare: vini fini, sottili, lineari come l’areale meglio non riusciva a fare, e a prezzi decisamente alla portata, allora come del resto oggi.
C’è da premettere che Quarto non ha mai goduto di una particolare vocazione vitivinicola, e segni distintivi che ne elevino le vigne a cru imperdibili ve ne sono oltretutto ben pochi; il clima qui è bizzoso e tremendamente umido, in certe estati poi rimane costantemente caratterizzato da una canicola a dir poco sfiancante.
Le condizioni cambiano invece proprio sulla collinetta di Viticella, dove la vigna – coltivata ancora con sistemi tradizionali – riesce, grazie alla sua collocazione che domina la piana quartese, a godere di maggior respiro e – data anche la particolare conformazione dei terreni di natura tufacea – di una migliore condizione pedoclimatica complessiva, facendone così un luogo d’elezione sia per il piedirosso ma anche e soprattutto per la falanghina; qui, come dimostra questo vino, il vitigno pare ravvivarsi notevolmente, e soprattutto, grazie anche alle repentine escursioni termiche che si succedono tra giorno e notte, maturare frutti sani, integri, che esprimono vini sì di bassa gradazione alcolica ma connotati di una rinfrancante freschezza gustativa; elementi questi che contribuiscono in maniera decisiva a farne vini assai apprezzati in accompagnamento alla cucina tradizionale napoletana, sia essa quella marinaresca e schietta dei piccoli e grandi ristoranti di Napoli e provincia, sia quella lenta e godereccia della tavola della domenica partenopea.
Del resto spesso ci si dimentica quale sia il ruolo principale del vino, almeno per quanto riguarda il nostro modo di vivere l’argomento a tavola, e cioè funzionale a tutto un pasto completo e non ad una singola portata: l’abbinamento cibo-vino infatti è una voluttà, pur nobile, che poco appartiene alla nostra cultura enogastronomica, che vuole invece, e spesso addirittura lo impone, vini leggeri e poco impegnativi che vadano ad accompagnare i piatti più che a sostenerli. E quando si hanno tra le mani bottiglie come il nostro per’ e palummo o la nostra falanghina non si va certo alla ricerca, escludendo quelle poche e rare interpretazioni, dell’opulenza o della grassezza, elementi questi, a primo acchito, sempre poco avvicinabili sia all’una che all’altra faccia della nobile tradizione vitivinicola flegrea; la semplicità prima di tutto, primaria espressione della nostra cultura enoica, poi tutto il resto.
Continua l’appassionato racconto della splendida vigna flegrea sulle pagine del quindicinale di informazione libera Pozzuolidice. Questa settimana nella nostra rubrica di enogastronomia vi raccontiamo anche di una gustosa ricetta, da non perdere, per preparare in maniera diversa il pesce bandiera.
Tag: angelo di costanzo, carputo, collina viticella, falanghina dei campi flegrei, franco carputo, l'arcante, piana quartese, pozzuoli, pozzuoli dice, quarto
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15 luglio 2011 by Ledichef
Letteralmente “patata” in russo, è un dolce tradizionale sovietico. Mi faceva piacere sottoporvi questa ricetta, base originale da cui si è partiti per uno dei piatti “destrutturati” proposti in questi giorni dall’istrionico chef russo Anatoly Komm di passaggio qui al ristorante L’Olivo. Magari poi vi viene di farla… (A.D.)

ingredienti:
Accorgimenti: utilizzate biscotti semplici, o al massimo aromatizzati alla vaniglia, e comunque secchi, non ripieni. Per rendere più sostanziosa la preparazione della Kartoshka si può altresì unire all’impasto della mollica di pane bianco ammollata nel latte e profumata magari con della cannella.
Mescolate insieme alla mollica di pane il cacao in polvere, la frutta secca tritata (vanno bene mandorle che sono più gustose oppure anche noci) ed il cucchioaio di cognac (o se non avete il cognac, potete sostituirlo con un doppio quantitativo di vodka). Aggiungete quindi all’impasto i biscotti tritati, il burro montato, ed amalgamate per bene; formate dei panetti a mo’ di patata e lasciate quindi riposare in frigo. Prima di servire, spolverate con una miscela di zucchero a velo e cacao in polvere, guarnire, ove gradito, con della panna montata o, come nella foto, con dei ciuffetti di crema pasticcera.
Tag: anatoly komm, capri palace hotel, dolce tradizionale russo, est europeo, kartoshka, l'olivo, patata, ricette russe, russia
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13 luglio 2011 by L'Arcante


Venerdì 15 luglio presso il Capri Palace Hotel&Spa, il Ristorante L’Olivo diventa set di un’insolita cena a quattro mani tra due chef forgiati da culture profondamente diverse eppure allo stesso modo avvincenti: da una parte Capri e il Mediterraneo, dall’altra Mosca e la Russia. In mezzo, come note su uno spartito scritto a metà, le bollicine della preziosa maison di Mareuil sur Ay Philipponnat.

Due tradizioni gastronomiche a confronto quindi, quella del nostro giovane e talentuoso Andrea Migliaccio, con il mare dentro, e quella dell’istrionico Anatoly Komm, riconosciuto dalla Guida World’s 50 Best Restaurants San Pellegrino come uno dei migliori 50 chef del mondo. Il primo intento a proporre una cucina concreta, fortemente legata a materie prime finissime e quindi poco manipolata, con solide radici mediterranee.

Il secondo, – “lo chef che sta guidando la Russia alla rivoluzione culinaria” (cit. The Independent) – di formazione eclettica, laureato in geofisica, ha iniziato la sua carriera negli anni ’90 nel fashion business per poi aprire un primo ristorante a Mosca nel 2001, cui sono seguiti altri quattro. Il suo ultimo progetto gastronomico moscovita è Varvary, “barbari” in italiano, ristorante che, secondo molti, vale da solo un viaggio a Mosca.

Nel mezzo, come detto, le meravigliose bollicine d’autore firmate Philipponnat, maison distribuita in Italia dalla Moon Import di Pepi Mongiardino.
Per informazioni e prenotazioni:
Capri Palace Hotel & Spa
Ristorante L’Olivo
Via Capodimonte, 14 Anacapri
Tel. 081 978 0560
olivo@capripalace.com
www.capripalace.com
Tag: acqua san pellegrino, anatoly komm, andrea migliaccio, angelo di costanzo, capri palace hotel&Spa, l'olivo, mosca, pepi mongiardino, philipponnat, reserve royale philipponnat, san pellegrino world's 50 best restaurants, tonino cacace, vavary restaurant
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11 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Il Pinot Nero sa essere una varietà decisamente ostica da maneggiare, soprattutto quando non gli si riesce a corrispondere un giusto metodo di interpretazione e quell’attenzione assoluta necessaria in tutte le fasi produttive del vino; rimane infatti un’uva delle più difficili da collocare, quindi da coltivare e, come appena accennato, da vinificare ed elevare con giustezza.

Non è difficile intuire perché in molti non sappiano cogliere tutto il suo fascino; quel sottile nerbo che ne fa un vino tanto austero, quasi mistico in certe uscite, quanto unico ed elegante come solo pochi vini sanno essere; si potrebbe dire – di questo vino come di pochissimi altri – che o lo ami o lo odi, ma il più delle volte il rancore verso questo varietale, i suoi vini, è più imputabile alla superficialità di chi l’ha pensato che all’espressione stessa del terroir che l’ha generato; come dire che il pinot nero non è cosa per tutti, né quindi per ogni dove.
I fattori che nel tempo ne hanno alimentato il mito sono tanti, e tutti strettamente correlati gli uni agli altri: il vitigno, come detto, fa la sua parte, poi gli interpreti, alcuni dei quali capaci di farne esecuzioni magistrali (leggi qui), infine, ma non certamente per ultimi, la terra, i microclimi, che con i protagonisti appena citati partecipano al cosiddetto terroir; la Borgogna, è stranoto, rimane la regione per elezione, certe vigne poi irraggiungibili per equilibrio pedoclimatico, e non è un caso che proprio qui vengono prodotti, da sempre, molti vini semplicemente inarrivabili; di certo non sono trascurabili nemmeno alcune belle versioni altoatesine, quanto, perché non dirlo, parecchie bottiglie nordamericane e qualche buona versione dalla California (date un’occhiata qui e qui). La Borgogna però rimane, per questo vino e per i suoi adepti più appassionati, l’ombelico del mondo.
Meursault è, nell’immaginario collettivo, di sovente associata agli opulenti bianchi a base chardonnay, e non a caso visto che l’areale è destinato alla produzione di questi vini per circa il 98% della sua estensione; tuttavia però, non mancano, come testimonia questo splendido rosso, pinot nero capaci di stupire e conquistare anche l’avventore più appassionato. Les Durots è confinante con Les Santenots, forse il più conosciuto ed apprezzato dei climats qui classificati premier cru, che poco più a nord, attraverso Les Santenots du milieu e Les Santenots blancs va congiungendosi con le vigne e l’appellation di Volnay, spesso, in quanto alla produzione di pinot nero, preferita – per la sua notorietà per i vini rossi – a quella di Meursault; Pierre Morey è una di quelle aziende di cui raccontare troppo contribuirebbe solo a dirne una in più di quanto già detto o scritto da altri, quindi vi basti leggere di una famiglia di vignerons con più o meno un centinaio di anni di storia alle spalle e che dal 1998 l’azienda è totalmente votata all’agricoltura biologica. I vini qui prodotti, certificati Biodyvin, hanno un senso materico particolare, inconfondibile, profondo.
E il Meursault Les Durots 2008 ha tutti i tratti distintivi di un vino, un pinot nero, raccomandabile ad occhi chiusi a chi si volesse avvicinare ai cosiddetti “vini naturali” senza rischiare di beccarsi l’ennesima sola. Il colore è di uno splendido rubino/porpora trasparente, il primo naso è subito pronunciato su note erbacee e vegetali come menta, foglia di pomodoro e aneto, ma ciò che impressiona particolarmente è la schiettezza del frutto che lentamente governa tutto l’imprinting olfattivo e, successivamente, quello gustativo: la polposità dell’uva è incredibile, ciliegia, lampone, fragola e mirtillo in splendida evidenza, poi tutto il resto compreso note di spezie e caffè tostato, compreso un tannino fine, perfettamente calzato e sostenuto di giustezza da soli 12 gradi e mezzo d’alcol. Uno splendore di vino, decisamente da non perdere!
© L’Arcante – riproduzione riservata
Tag: alto adige, angelo di costanzo, borgogna, burgundy, california, climats, francia, l'arcante, le santenots, mersault, mersault les durots, pierre morey, pinot nero, pinot noir, red wine from burgundy, sommelier, triple a, velier
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8 luglio 2011 by L'Arcante
Nelle ultime settimane gira sul web (e non solo) la pubblicità di una iniziativa messa su da una delle aziende più cool ed attive sul mercato vitivinicolo italiano ed estero, una di quelle che si può tranquillamente definire, senza rischio di smentita alcuna, come tra le principali promotrici della cultura enogastronomica italiana.

Senza entrare troppo nel merito dell’opportunità del concorso promosso (qui tutti i dettagli), mi sovviene però di sollevare qualche perplessità sulla scelta fatta dall’Associazione Italiana Sommeliers di aderire all’iniziativa in quanto premio a supporto “di una degustazione dei migliori vini dell’azienda a casa del vincitore”; l’iniziativa, che nasce certamente da una mente ispirata, visto che mira a sensibilizzare, anzi – vista la portata dell’impegno – direi letteralmente a catechizzare una bella fetta di consumatori quasi-quotidiani, nasconde in se, a mio modestissimo parere, l’insidia del “pregevole quanto inutile”.
Non oso mettere in dubbio quanta passione possa profondere in questa iniziativa, una volta vinto il premio “un sommelier a casa tua”, la signora Clara; lei, quarantenne attempata di Rho – con un marito assente per quasi tutta la giornata – intento com’è a sbrigare le ultime comunicazioni di cassa integrazione prima delle agognate ferie agostane – non ci sta più nella pelle: “wow, sarà una serata speciale!”. Non oso nemmeno dubitare quanto impegno le richiederà mettere su una cenetta di degustazione coi baffi (altro che i crackers promessi nel regolamento!) con gli amici più cari; primo in lista, Carlo, quello che l’ha praticamente introdotta al meraviglioso mondo di Bacco dopo quella sera a cena in vacanza a Milano Marittima; Ada ed Enrica, le immancabili amiche dell’aperitivo al “Gonna Bar”, e poi Arturo e sua moglie Nadia; lei non ne capisce un granché di vino (continua a pensare che il dolcetto sia un vino dolce del Trentino), ma lui, Arturo, il commercialista dei grandi industriali brianzoli, ha una cantina di vini francesi da paura e non può certo mancare in una serata a tutta Val d’Adige! A questo, mettici pure quanto sarà entusiasta Guidobaldo, suo marito, che finalmente si vedrà svelate tutte le risposte ai suoi tremendi interrogativi che lo stanno attanagliando in questi giorni di caldo torrido. Che serata ragazzi! E non mancheranno, e qui di dubbi non ne ho proprio, di trovare un sommelier all’altezza della situazione.

Ricordo d’aver letto una volta da qualche parte che nell’800, e nella prima metà del ‘900, nei circhi andavano di moda i cosiddetti freaks, uomini (e donne) con varie deformità che si esibivano come fenomeni da baraccone ed erano delle vere e proprie celebrità del loro tempo. Erano quelle celebrità non sempre a lieto fine, e spesso, una volta esaurito il proprio numero da applausi si vedevano ripiombati nella nuda e cruda realtà dell’indifferenza che li circondava, che li emarginava, sino a renderli, appunto, fenomeni da baraccone buoni giusto il tempo per compiacere il “padrone di turno”. Bene, io, il mio lavoro, lo vedo differente.
Chi lo desiderasse, ecco qui l’avvincente epilogo del concorso.
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3 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Camminare i Campi Flegrei, la nostra terra, è un esercizio che pare mancare a molti, diciamocelo francamente; badate bene però, dico camminare, con i piedi ben saldi per terra, e non girare magari in auto come qualcuno spesso preferisce fare. Ma se proprio ne siete schiavi, dell’auto intendo, vi do una dritta da non mancare, nemmeno difficile da verificarne la giustezza.

La strada provinciale che da Pozzuoli conduce a Pianura, oltre a rappresentare un annoso problema di viabilità intercomunale – per le buche, la scarsa illuminazione, l’immane scarico selvaggio dei rifiuti – pare meritare comunque una “curva stretta a sinistra” proprio poco prima di entrare sul lungo vialone che taglia in due il popoloso quartiere napoletano: da un lato c’è via Sartania, che lentamente, costeggiando il parco monumentale degli Astroni, discende verso Agnano, dall’altro invece gli edifici ammassati gli uni sopra gli altri che anticipano la collina dei Camaldoli.

Poco prima, dicevo, basta voltare per la collina degli Spadari, un luogo ameno, così chiamato dai romani perché qui venivano forgiate le loro spade, un lembo di terra dove lentamente la campagna cerca di rifarsi sugli abusi edilizi subiti.

Qui Ciro Riccio, detto Giro e’ schiass per le genuine guance rosse in viso, iniziò nel 1952 a piantare, tra un seminato e l’altro, viti di falanghina e di per’ e palummo; oggi a condurre l’azienda c’è il genero Luca, che con sua figlia Maria si occupano a tempo pieno sia della cantina che dell’azienda agricola; qui, infatti, insiste anche un piccolo allevamento di maiali e di animali da cortile, oltre che una sana coltivazione di verdure e pomodori che finiscono puntualmente in conserve dal sapore antico. Elementi questi che contribuiscono certamente a stuzzicare ancor più la curiosità dell’avventore.

Bene. Tornando al vino, le bottiglie prodotte dalle sole vigne di proprietà sono poco più di 15.000, ognuna testimonianza di una promessa di continuità fatta a suo tempo a papà Ciro, nonché di un legame indissolubile con la propria terra anche per le nuove generazioni. Dei vini di Colle Spadaro mi piace anche il piedirosso, sbarazzino, pulito, franco, proprio come questa falanghina: un bianco sincero, devo ammettere continuamente una sorpresa con i suoi 12 gradi e mezzo in perfetta armonia con una giusta acidità e maturazione del frutto.
Una falanghina proprio deliziosa, vestita col suo colore più classico, giallo paglierino con chiare nuances verdoline, cristallino e pieno di fascino; il primo naso non è ampissimo – ma quale falanghina flegrea ne è capace? -, è però efficace e di sostanza; vi si riconoscono, nitidi, sentori di fiori bianchi e di frutta a polpa bianca, mela verde e pera, poi uno sbuffo che tende all’agrumato. Palato asciutto, freschissimo e di ottima sapidità, forgiato da quella mineralità classica e ad ogni assaggio nuova che caratterizza quasi tutti i vini flegrei. Il classico bianco da spendere all’aperitivo o magari durante quelle cenette informali, tra amici, quando il vino pare non bastare mai.
Questo articolo è appena uscito sul quindicinale di informazione libera Pozzuolidice nella nostra rubrica di enogastronomia dove troverete, tra l’altro, anche una nuova gustosa ricetta della nostra Ledichef Lilly Avallone. Questa settimana ritorniamo inoltre a rendervi conto del significato della nostra valutazione in “stelle” dei vini proposti.
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2 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Avere un rapporto meraviglioso con i propri genitori non è facile, soprattutto quando la differenza di età, negli anni, volge a sottolineare sempre di più una distanza tra le parti che pare addirittura correre sul filo di quasi tre generazioni; ma il sentimento rimane forte, forse ancor più di quanto si possa immaginare vivendolo tutti i giorni. A mia madre, e a mio padre, devo tanto, molto più della vita stessa.

A lui, 81 anni suonati proprio oggi, non ho mai fatto troppe domande, forse nella consapevolezza di non poter ricevere quelle risposte che uno s’attende, o forse, più semplicemente, perché non ce n’è mai stato bisogno. Ho imparato però a leggergli fino in fondo gli occhi, in ogni momento di vita che abbiamo condiviso, quegli stessi occhi che ne hanno visto tante, davvero tante, dalla guerra vissuta in piena adolescenza – età frantumata che nessuno gli ha più restituito -, alla fatica, quella vera, profusa ogni giorno nel mestiere più affascinate, autentico e dannatamente duro del mondo, il pescatore; una via maestra imprenscindibile. Sessant’anni c’ha speso in mezzo al mare, tanti quanti non basterebbero a ripercorrere tutti i suoi passi a ritroso nel tempo. Buon compleanno papà!
Tag: a mio padre, buon compleanno papà, darsena, il vecchio e il mare, mio padre, pescatore, pozzuoli, valjone
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1 luglio 2011 by Angelo Di Costanzo
Non è mai facile riprendere a bere dopo dieci giorni filati di antibiotico, aerosol e compagnia cantando, ma pur lentamente bisognava comunque tentare di riconquistare quella freschezza svanita nelle scorse tristi giornate di inedia etilica.

Così dopo ancora un paio di giorni di quasi digiuno, e, pare, un paio di chili lasciati chissà dove – Lilly te lo giuro, la bilancia non mente! – tra una scaraffata e l’altra, ho potuto lentamente ritrovare quella sensibilità degustativa decisamente sopitasi a furia di amoxicillina triidrato, ambroxol cloridrato e cose del genere insipide ed algide così come il nome che si portano dietro; l’occasione, un assaggio per festeggiare, diciamo così, il nulla, e tanto per cambiare, novità su novità, cercare di capire cosa ti combinano in quel di Montefalco reinventandosi – dicono – il sagrantino in una veste insolita, dinamica e sbarazzina nonché – udite, udite – di pronta beva. Ehmbé, quasi quasi ci credo…

Appena un paio di settimane fa, riprendendo il filo tessuto dal buon Jacopo Cossater, ho scritto del Trebbiano Spoletino Trebium 2009, proprio di Antonelli San Marco; una vera sorpresa per me, e a quanto pare per tutti gli appassionati bianchisti, che finalmente si ritrovano dall’Umbria un’autentica novità non più giocata sull’emulazione del binomio chardonnay-grechetto tanto fortunato in quel di Castello della Sala quanto ovvio e scontato così come ripreso altrove. Per amor di verità, di bei vini bianchi in regione ce ne sono e come, basta però uscire un po’ fuori dall’ovvio, quel buco nero nel quale invece pare ormai entratoci irreversibilmente l’Orvieto, che soprattutto dopo l’ultimo recente cambio di disciplinare pare emergere ancor di più privo di una qualsivoglia identità se non quella imposta dall’uso e dal consumo del momento.

Ritornando a noi invece, proprio dalle vigne di Filippo Antonelli nasce, nel 2008, l’idea del Contrario, un’altra novità – decisamente offline – che certamente farà storcere il naso a qualcuno ma, a quanto pare, seriamente valutata: il sagrantino da bersi giovane. Approfonditi studi infatti, portati avanti in azienda con la collaborazione del professor Di Stefano dell’Istituto San Michele all’Adige, hanno condotto all’idea che in alcune vigne della proprietà, ove insistono particolari condizioni climatiche, se vendemmiato con giusto anticipo e vinificato ed affinato ad una certa maniera, il sagrantino riesce ad esprimere caratteristiche di unicità e prontezza di beva fuori dai soliti canoni offerti dal vitigno e dalla tipologia docg Montefalco. Così la sfida di proporre al mercato un sagrantino in versione “più giovane” di due anni e senza passaggio alcuno in legno; un prodotto, se vogliamo easy to drink, destinato a fare leva sui consumatori con la sua vivace freschezza anziché la proverbiale opulenza e struttura tannica solita del “vino madre”. Insomma, un sagrantino al 100%, ma al contrario.
Ed in effetti il colore è bello ricco, vivace, concentrato e con piacevoli nuances rubine; il primo naso è intenso e voluminoso, ampio: lo spettro olfattivo invita ai fiori e ai frutti rossi maturi, succosi e appena premuti. Lo spettro olfattivo s’allarga, di annusata in annusata, anche su sottili note di cipria ed inchiostro; poi il palato, avvinto alla freschezza assoluta, asciutto, succoso anche qui, sferzante eppure piacevole e rotondo con un finale piacevolmente amaro e ferroso. Un gradevole bere, non c’è che dire, anche se non posso esimermi dall’avanzare dubbi su quanto questo vino possa dare l’idea di ciò che in realtà è il sagrantino di Montefalco, visto che di questi pare rifuggire proprio le caratteristiche primarie di quello che è, agli occhi e al palato di tutti, uno dei vini più austeri ed autentici del panorama rossista italico. Magari l’idea potrà risultare vincente, soprattutto in loco, nell’avvicinare quei giovani consumatori, quei palati meno esigenti, al consumo di un vino locale anziché il solito morellino, il dolcetto o un raboso del piave; ma ripensandoci un attimo, non dovrebbe essere questa la mission affidata ai secondi vini ricadenti su territori di così nobili origini? Ah già, qui il Rosso, in quanto a territorio ed autenticità, è già bello che andato!
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26 giugno 2011 by L'Arcante
Il backstage dell’evento Biondi Santi appena passato qui al Capri Palace Hotel&Spa. Raccontare un successo annunciato? No, non è questa l’intenzione, anche perché un post autocelebrativo proprio non mi interessa; piuttosto, per chi fosse curioso o semplicemente per chi avesse piacere di sapere, queste che seguono sono le foto di quello che accade di sovente appena prima di aprire le porte della nostra cantina e del nostro ristorante agli avventori…

La Dolce Vite: l’ingresso della cantina che affaccia sulla terrazza del Bar degli Artisti dalla quale poter ammirare magari – prima di tuffarsi tra le oltre diecimila bottiglie conservate nel caveau – gli ultimi istanti del tramonto all’orizzonte, tra i più suggestivi al mondo; qui accogliamo gli ospiti, tutte le sere, per un breve happening di benvenuto ed in occasione di eventi enogastronomici come questo, è proprio qui che il produttore, il vigneron, ci racconta un po’ della sua esperienza nel mondo del vino…

Frattanto, a L’Olivo, con Fabio e Luca, restaurant manager il primo, primo maitre il secondo, si è intenti a definire tutti i passaggi dell’evento; e terminato il quotidiano briefing di pre-servizio – in questa occasione anticipato di mezz’ora, alle 18.30 – ci apprestiamo a dare attenzione alle esaustive spiegazioni dei piatti creati per l’occasione dagli chef. Qui, il nostro Andrea Migliaccio ci illustra i particolari e le caratteristiche dei suoi tre piatti.

Così tocca a Luciano Zazzeri, chef-patron del ristorante La Pineta di Marina di Bibbona, una stella Michelin, che ci racconta un po’ di se e della sua proposta per l’evento. Ecco, in sequenza d’uscita, i piatti:

Millefoglie di baccalà mantecato con vellutata di porro (Luciano Zazzeri);

Eliche con ragù di Bufala, cipolla rossa e pecorino di fossa (Andrea Migliaccio);

Il Cacciucco della Pineta (Luciano Zazzeri);

Stinco di Vitello con carciofi glassati e purea di patate al limone (Andrea Migliaccio);

Variazione di Provolone del Monaco – con migliaccio dolce al formaggio, fragoline e spuma di latte con zenzero candito (Andrea Migliaccio);

I vini: come benvenuto, in cantina Dolce Vite, saranno serviti due rossi di Castello di Montepò, il Morellino di Scansano 2008 ed il Sassoalloro anch’esso 2008 accompagnati da alcuni piccoli assaggi di salumi e formaggi tradizionali campani e toscani. A tavola, la cena vedrà scorrere nei calici il Toscana Rosato del Greppo 2007, il Rosso di Montalcino del Greppo 2007, ancora Sassoalloro ma nel millesimo 2007 ed “il vino” in quanto tale, il Brunello di Montalcino del Greppo Annata 2005.

I vini sono stati naturalmente tutti aperti e verificati a tempo debito: a titolo informativo, per i più pignoli, il Brunello di Montalcino è stato stappato alle 18.oo e scolmato di due dita, come insegna e richiede di fare Franco Biondi Santi per il servizo dei suoi vini, e non scaraffato, come è logico e funzionale prevedere di fare. Tutti gli altri, compreso il Rosato del Greppo (servito fresco ma non freddo), appena un’ora prima di portarli in tavola, tenendo quindi ben in mente i tempi di uscita per il servizio in cantina e per la cena a L’Olivo.

Ecco, si comincia. Adesso tocca a lui, a Jacopo Biondi Santi, raccontare della sua famiglia, del Brunello e di tutto il mondo che gli gira intorno. Noi, parafrasando suo padre Franco, “s’è fatto del nostro meglio!”
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25 giugno 2011 by L'Arcante
di Enone Oneno.
Esistono dei luoghi al Mondo in cui i doni di Dio hanno un sapore diverso. Dove la natura fertile e rigogliosa sembra aver trovato un compromesso con l’uomo, dei luoghi in cui le piante appaiono in grado di udire le preghiere di chi le coltiva. Uno di quei luoghi è senz’alcun dubbio la Nuova Zelanda. Isola dimenticata al confine tra l’Oceano Pacifico ed il Mare di Tasman in grado di trasmettere ai suoi frutti il fascino della sua latitudine.

Non è certo che il Creatore adoperasse un pennello per le sue opere, ma se un indizio esiste, beh, questo è la terra dei Maori. bella come nessuna landa al mondo, piena della sua solitudine, perfettamente abbandonata a sé stessa.. ineguagliabile connubio di coste, pendii e spazi piani. In questi scenari, giovani e arditi coltivatori hanno iniziato da poco più di un trentennio a dedicarsi seriamente alla vite.
L’inizio non fu semplice, in quanto caratterizzato da un decennio speso ad esitare sull’opportunità di vinificare una Sǘssreserve di Muller-Thurgau; ma poi le cose iniziarono a cambiare a partire dagli anni ’90.

Così, sebbene gappati dalla giovane età in termini di storia enologica, nonché dall’interesse volto per troppo tempo esclusivamente ai vitigni più quotati (chardonnay, riesling, cabernet, pinot nero), i neozelandesi hanno mostrato, da alcuni anni, di aver maturato l’esperienza sufficiente per puntare, finalmente, su di un vitigno estremamente indicato per loro terra, il sauvignon blanc, marginalizzando al contempo gli altri uvaggi internazionali, ed accantonando definitivamente l’idea di riprodurre in patria una piccola Francia d’oltreoceano.
Due strade distinte, due filosofie di vigna, tanti vini. Se si parla di Nuova Zelanda, occorre distinguere tra i produttori che si dedicano ancora ai “vini col passaporto” da quelli che, invece, hanno deciso di concentrarsi sul sauvignon blanc. Ma tale distinguo, oramai, non conduce a risultati di assoluta incomparabilità, in quanto l’incremento qualitativo dei vini degli ultimi 15 anni ha interessato la quasi totalità delle produzioni.
E’ stato grazie alla zelante opera di promettenti aziende, capitanate spesso da enologi giovanissimi, che la qualità media dei vini neozelandesi ha conosciuto uno scatto verso l’alto degno di nota. Oggi i rossi non sono più estremamente erbacei ed i bianchi non sembrano più fatti seguendo una ricetta. Una seria opera di personalizzazione, accompagnata da un più accurato studio sulla vigna, ha iniziato a partorire bottiglie di tutto rispetto. E’ il caso del riesling di Palliser Estate a Martinborough, o della gamma di Craggy Range e del suo enologo Doug Wisor a Hawke’s Bay, ma anche del pinot noir di Akarua nel Central Otago.

Coloro i quali, poi, intendessero spingersi oltre le degustazioni (tutte squisitamente semplici e accompagnate da una spensieratezza oramai sparita nel nostro emisfero) di chardonnay e pinot nero, potrebbero rimanere esterrefatti. Imbattersi in un saggio di un Sauvignon Blanc neozelandese, infatti, equivale letteralmente a cadere dalle nuvole. Non è un caso, dunque, che ben 5500 ettari di vigneti di questa terra siano destinati a tale uva. Dal clone UCD1 dell’università di Davis, California, con l’aiuto di una terra generosa (argilla, sabbia, sottosuolo vulcanico) e di un clima perfetto per tale uvaggio (fresco, ventilato, soleggiato), alcuni produttori riescono a tirar via un vino ultrafresco, equilibrato e straordinariamente intenso al frutto, da bere (salvo che non si sia disposti a perdere le note di maracuja e pompelmo) entro due anni dall’imbottigliamento. Il massimo dell’espressività si ottiene nel regioni vinicole di Marlbourough e Martinbourough, due lembi di terra appartenenti rispettivamente all’isola del sud e del nord, divise da un’unghia di oceano (lo stretto di Cook) e meravigliosamente poste l’una di fronte all’altra, in cui aziende come Hunter’s, NGA Waka Vineyard, Saint Clair e Cloudy Bay sembrano, per ora, farla da padrone.

Un’ultima parola merita d’esser spesa per segnalare il crescente interesse sviluppatosi intorno ai vini botritizzati. La presenza di vitigni come il riesling, lo chardonnay ed il semillon, ha reso possibile lo sviluppo di tale vino, che lungi dall’essere inteso da meditazione da una popolazione di spensierati, è invece il segno più evidente del peccato originale di ogni essere umano di origine britannica, ovvero la passione, per nulla celata, per le bevande dolci.
In principio fu il sidro potremmo dire, i più maliziosi potrebbero invece rivedere, nella nuova tendenza verso questi sweet-wines, il riemergere dei peccati giovanili degli anni ’80 (vedi Sǘssreserve di Muller-Thurgau), ma la realtà è differente. Il tempo del miele è finito, i Kiwi ora fanno sul serio, ne passerà ancora un po’ di tempo, ma dall’altra parte del mondo vanno veramente veloci. Prepariamoci tutti dunque, l’alternativa alla Francia c’è, un altro mondo è possibile!
Con questo pezzo diamo il benvenuto su queste pagine a Mauro Illiano; non c’è granchè da aggiungere, se non che chi non lo conosce presto imparerà a coglierne la semplicità e al tempo stesso la finezza dei suoi scritti. Mauro non è un tecnico, e non fa il sommelier (nemmeno perditempo), ma è un grandissimo appassionato e cultore del bere e mangiare bene; per questo, come ho già scritto nella sua scheda di presentazione della sua rubrica, reputo la sua firma quella che ancora mancava su questo blog. Benvenuto a bordo. (A. D.)
Tag: california, chardonnay, cloudy bay, enone oneno, hunter's, maori, marlbourough, martinbourough, new zealand, nuova zelanda, oceano pacifico, pinot nero, sauvignon, università di davis
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21 giugno 2011 by Angelo Di Costanzo
Il rosso e il nero, il sole e la luna, l’alba e il tramonto. Chi per l’uno, chi per l’altro. Così il vino, di spessore o sottile. Spesso, diciamocelo, certe scelte sono dettate esclusivamente da pura vanità intellettuale, altre volte, giustamente, da un gusto personale imprescindibile, altre ancora, comprensibilissimo, la predilezione del momento.

Quindi un’imbarcata dinanzi ad un vino florido, ricco, abbondante, copioso, robusto, ci può stare. Perché un vino splendido rimane tale, sempre. Un rosso dal naso fittissimo, copioso, etereo, cioccolatoso; palato pieno, sano, sfarzoso, sontuoso ma al tempo stesso regale, significativo, tangibile, brillante, polposo, vigoroso, procace, fitto, più orizzontale che verticale, di gran soddisfazione comunque; solo corvina e rondinella per l’Amarone della Valpolicella 2007 Le Vigne di S. Pietro.

Per contro, la sottile, acuta, filiforme veste di questo splendido altro bicchiere. Primo naso fine, flessuoso, dapprima leggero, lieve, longilineo, poi quasi rarefatto, sagace e profondo, echeggiante passaggi aridi di gariga e note di macchia mediterranea e terra nera. No, affatto una beva difficile, asciutta sì, penetrante, fitta, stretta a note austere e minerali ma minuziose, pure, sofisticate: un vino, concedetemelo, micrometrico. Si parla di nerello mascalese e dell’ Etna rosso Archineri 2009 di Pietradolce.
A rischio di passare per qualunquista, oggi mi sento tanto pro quanto contro.
Tag: amarone della valpolicella le vigne di san pietro, corvina veronese, etna rosso archineri pietradolce, mineralità, nerello mascalese, pro e contro, rondinella e molinara, sicilia, sicilian wines, valpolicella, venetian wines, veneto, vini sottili, vini surmaturi
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20 giugno 2011 by Angelo Di Costanzo
“Antonelli San Marco è un’azienda vitivinicola di 170 ettari in un corpus unico al centro della zona Docg Montefalco con una grande storia alle spalle, una grande passione tramandata per questo territorio e una grande cura della qualità dei prodotti”.

Così recitano le tre righe di presentazione dell’azienda sul loro sito istituzionale, aggiungendo che “da anni la Antonelli San Marco ha intrapreso un percorso di ricerca e miglioramento continuo dalla vite fino alla bottiglia secondo uno stile che è volto alla tipicità e all’equilibrio, alla bevibilità e all’eleganza, più che alla potenza, con estrazioni delicate e un uso moderato del legno”. Al di là dell’uso compulsivo della parola “grande” (ripetuta per ben tre volte) non si può certo negare all’azienda di Montefalco il grande lavoro di qualità riscontrabile nei suoi vini, su tutti il Chiusa di Pannone, che rimane – per me – uno dei migliori sagrantino mai saggiati negli ultimi anni.
Prendendola alla larga, c’è da dire che il trebbiano è un vitigno che mi ha sempre affascinato tanto; povero lui, ne ha vissute e subite tante, ogni dove, e se non fosse stato per quei pochi, pochissimi exploit abruzzesi, in verità giusto Valetini e qualcun altro lì intorno, hai voglia che vitigno minore e dimenticato da Dio! Pertanto ben venga chi lavora – in questo caso però in Umbria – per rivalutarne le sorti, offrendone magari una visione/versione altrettanto interessante e meritevole di attenzione.

Negli ultimi tempi poi mi sono ancor di più appassionato alla faccenda leggendo Jacopo Cossater, qua e la , a proposito della necessità di guardare con occhi nuovi al trebbiano, a quello spoletino in particolare, tornando più volte sull’argomento offrendo tra l’altro sempre maggiore chiarezza; così mi sono chiesto se non mi corresse l’obbligo di fare anch’io un passaggio sul tema. Da neofita. Ho quindi pensato di inserire in carta, ormai già da qualche settimana, il Trebium duemilanove di Antonelli San Marco, giusto per vedere l’effetto che fa.
Ebbene, riprendendo una citazione dello stesso Jacopo, il quale definisce il trebbiano spoletino“un vino davvero dritto”, mi sento a ragion veduta di avallarne a mani basse la definizione; vi aggiungerei, solo, che trattasi di una bella sorpresa! Si offre vestito di un bel paglierino intenso, cristallino e discretamente consistente nel bicchiere. Il primo naso è vivace, virtuoso, sottile su note floreali quanto più ampio su quelle fruttate e minerali: vira da nitidi riconoscimenti di biancospino a precisi sentori di mango e frutto della passione, e, sul finale, un sospiro di bergamotto e lievi aromi speziati. In bocca è asciutto, verrebbe quasi da dire drastico, possiede una trama acida di spessore ed ampiezza gustativa incontenibile, non è certo un vino di facile beva, ovvero uno di quei bianchi raccomandabili a palati assuefatti a burro e caramello; chi ama invece le durezze, chi ricerca nei bianchi, soprattutto in estate, la freschezza, saprà come goderne appieno! Un primo (p)assaggio decisamente convincente.
Tag: acidità, antonelli san marco, enoiche illusioni, jacopo cossater, trebbiano spoletino, trebium 2009 antonelli san marco, umbria, vini bianchi freschi
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18 giugno 2011 by Angelo Di Costanzo
Una bottiglia di vino può nuocere gravemente alla salute, quella mentale prima che fisica. Ciò è un dato di fatto, dicono. Quella della salubrità del nettare di Bacco d’altronde, è questione millenaria, inutile ribadire che rimane un concetto caldo strettamente legato all’uso sobrio od improprio che se ne riesce o meno a fare; bevetela pure tutta la bottiglia, e quando c’è, pure la storiella di turno, ma siate almeno in due, un testimone fa sempre comodo, più dello spartirsi l’ebbrezza; e quando vi è possibile, raccontatela in giro, con la stessa moderazione con la quale l’avete scelta da uno scaffale o da una carta dei vini.

Seguono alcuni pensieri e parole a margine di riflessioni raccolte qua e la, se vi fa piacere dategli un’occhiata. Il resto è solo un brutto momento, ma va bene così.
A proposito di guide ai vini d’Italia: “per fare un buon vino, pluripremiato dalle migliori guide, può bastare comprarne una giusta quantità dall’azienda a cui da sempre conferisci le tue uve e chiedergli di etichettarne qualche centinaio di bottiglie con la tua partita iva. Fa niente se fai l’imbianchino o il ginecologo, tanto diciamolo francamente, non è che ti sia mai importato più tanto di sto’ cazzo di mondo del vino, ma oggi è un must e tu vuoi esserci.” Da gran Viveur…
I buoni propositi campanilisti: “il miglior aglianico mai prodotto in Irpinia sotto i cinque euro franco cantina lo produce un’azienda che sta in provincia di Napoli; nessuno però lo scriverà mai, perché?” Perché nun se fanno ancora capaci!
Giro in cantina: …ho visto una vasca di aglianico “Atto a divenire Taurasi” con il cartellino “Merlot 100% al I travaso”. Mi sono dato subito due pizzicotti. Un sogno ad occhi aperti?
Insindacabile. “L’Oslavje 2000 di Radikon bevuto l’altra sera era una vera cioféca, checché se ne dica sullo stimatissimo produttore; l’avessi pagata vorrei subito indietro i miei euri”. In effetti non l’ho pagata.
Italia-Francia. “Sì è vero, i francesi sulla comunicazione “ci fanno il culo”, ma voi quando imparerete a fare vini “cazzuti” come quelli dei cugini francesi?” Altro che testate.
Mea culpa. “Chiedo scusa, forse quel vino non meritava tanto entusiasmo; se qualcuno l’ha beccato quel pacco forse un po’ di colpa è anche mia che ne ho parlato con tanto rigore”. Onestà intellettuale 1.
Il duro lavoro del recensore. “Non mandatemi campionature omaggio, i vini da degustare e, quando meritevoli, da recensire, preferisco venirmeli a bere in cantina o semmai andarmeli a comprare nelle enoteche”. Onestà intellettuale 2.
Una carriera specchiata. “Scrivo di vino da sempre, ricordo che quando iniziai fui tra i primi a raccontare del Torchiato di Fregona; eravamo alla fine dell’88, quando il mio editore tagliò i fondi alla redazione e decise di sana pianta che doveva essere solo uno ad occuparsi di giardinaggio, così ebbi l’intuizione, il futuro è del vino”. Il cosiddetto circolo virtuoso del fai da te…
A proposito di enoteche: “ci sono scoperte sorprendenti, delle quali non si può non ringraziare chi, attraverso i suoi viaggi riesce ogni volta a portarci in dono certe dritte; questo vino, credetemi, saprà come emozionarvi, ne scrivo sentendone ne l’aere ancora il fittissimo quadro empireumatico; e pensate che costa soltanto 7 euro o giù di lì. Davvero un grande affare, da comprare assolutamente (Possibilmente nella mia enoteca). Disonestà intellettuale, che ne dite?
* Depressione [de-pres-sió-ne] s.f.
- 1 In geologia discontinuità di livello per cui una parte risulta più bassa di quelle circostanti. SIN
appallamento avvallamento, abbassamento: d. del terreno || d. continentali, quelle inferiori al livello del mare e che si trovano nell’interno dei continenti.
- 2 In meteorologia d. barometrica, zona di bassa pressione atmosferica, area ciclonica.
- 3 In economia fase recessiva del ciclo economico.
- 4 Comportamentale stato caratterizzato da malinconia, senso di vuoto, caduta di ogni interesse
vitale venale: cadere in d.
- 5 In ambito della sommellerie a lavare la testa all’asino si perde tempo e si spreca oltretutto prezioso vino; d. professionale.
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17 giugno 2011 by Angelo Di Costanzo
Strano il destino del Lacryma Christi del Vesuvio, un vino conosciuto ed amato in tutto il mondo, icona – nel vero senso della parola – della napoletanità in giro per il globo. Non v’è azienda campana, di quelle che contano, numeri alla mano, che non ne ha in listino almeno una referenza: è un biglietto da visita indispensabile per certi mercati, un punto fermo su cui fare leva anche ad indirizzo dell’importatore più scettico. All’estero, ma pure in casa nostra, ai turisti tout-court, si vende da solo.

E’ però una denominazione decisamente in sofferenza, da tempo ormai. Soffre, manco a dirlo, soprattutto la produzione di qualità, quella fatta dai piccoli viticoltori, o da coloro che hanno scelto di fare, sul Vesuvio, buona viticultura e vini fini anziché vendere carta straccia ed avallare così cisterne che dal Sannio-Beneventano corrono a rimpinguare le casse dei cosiddetti mediatori, talvolta con vini belli e fatti, altre volte con uve che… manco a dirlo; in ogni caso, in tempo di vendemmia, sono loro a dettare legge; una legge, inutile sottolinearlo, spietata.

Soffre, quindi, soprattutto chi ha scelto di fare grandi vini – che esprimano il territorio, come si dice -, piantando vigne in maniera razionale, usando sistemi di allevamento moderni, potature mirate, rese basse; lavorare la vigna così significa portare in cantina uva di primissima qualità e sapere dove mettere le mani, lavorarle come dio comanda e aspettare; sì aspettare, perché è necessario che il tempo faccia il suo corso, in acciaio così come in cemento o in legno, affinché la falanghina, la coda di volpe, l’aglianico ed il piedirosso di queste terre – siano essi quindi vini bianchi o rossi – abbiano la capacità di maturare il giusto tempo per arrivare a quella prontezza necessaria per essere colti nella loro essenza, e colpire nell’anima.

Ecco allora perché bere questo Gelsorosa 2010, per avvicinarsi a questa idea di viticoltura e di vino nuova e diversa, perché in questi prossimi due/tre mesi di caldo si può benissimo, bypassando l’opulenza di certi bianchi, rinunciare al tannino e alla glicerina dei rossi per ricercare, cogliere, assaporare nella freschezza e nella mineralità di questo bel rosato da aglianico e piedirosso, tutta la franchezza di un territorio che nonostante tutto riesce a guardare al futuro sempre con occhi nuovi.
Ecco, di Villa Dora, sin dagli esordi, apprezzo soprattutto la capacità di saper aspettare i suoi vini; una qualità questa – divenuta per qualche sprovveduto una costrizione acuitasi con la crisi del mercato – che ha reso i suoi Lacryma, dal bianco Vigna del Vulcano ai rossi Gelsonero e Forgiato¤, tre fulgidi esempi di come le vigne vesuviane siano adatte ad esprimere grandissimi vini capaci di attraversare il tempo con la stessa scioltezza con la quale una lama calda passa nel burro. Sono questi vini d’altri tempi, che il tempo lo sfidano, con sfrontatezza.
Bottiglie che si rivolgono ad un consumatore attento e lanciato alla ricerca di sensazioni ben determinate, alte, fuori dai soliti canoni organolettici comuni, e soprattutto fuori da ogni logica che accomuna tanti altri Lacryma nati esclusivamente per finire, perché mai nasconderlo, a fare bella mostra di se sulla mensola della cucina; bottiglie meravigliose quando con quel tratto del Vesuvio stilizzato in etichetta rievocano magari una passeggiata a Pompei o un tuffo memorabile al Faro di Anacapri, un po’ meno quando finiscono nel bicchiere, quando ci finiscono. No, i vini di Vincenzo Ambrosio e sua figlia Giovanna seguono altre strade, quelle che conducono direttamente al cuore.
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